mercoledì 4 giugno 2025

La strada che da Jackson, Kentucky porta dritta fino in prigione…

 

Capire JD Vance
- Perché il processo di globalizzazione si sta trasformando in protezionismo e in deglobalizzazione? -
di Tomasz Konicz  [***]

Olaf Scholz si è commosso fino alle lacrime. Die Tageszeitung ha pubblicato una recensione entusiastica. Netflix ne ha fatto un film. Stiamo parlando dell'Elegia Hillbilly del vicepresidente in carica degli Stati Uniti, J.D. Vance.[*1] Il libro, autobiografico, descrive la disgregazione sociale che, nel corso delle ondate di deindustrializzazione degli ultimi decenni, molte regioni periferiche degli Stati Uniti hanno subito  da una prospettiva socialmente conservatrice e culturalista: la tossicodipendenza in famiglia, la violenza familiare, l'approvazione per l'adozione, così come la fortuna di avere una costosa laurea in legge finanziata, per un ragazzo campagnolo, sono state tutte le stazioni della sua carriera di vicepresidente. JD Vance è stato incredibilmente fortunato, visto che negli Stati Uniti, gli ostacoli sociali per salire dalla classe inferiore sono simili a quelli che ci sono in Germania. Poi, dopo di ciò, subentrano i soliti riflessi di demarcazione, con i quali spesso i nuovi arrivati provenienti dalla classe inferiore cercano di distinguersi dalla propria classe di origine. I deficit culturali dei montanari, ossia la mancanza di etica del lavoro e l'abuso dello stato sociale, sono stati elencati da Vance nella sua "Hillbilly Elegy" in modo da poter elaborare ideologicamente quel processo di crisi capitalista che, a partire dagli anni '80, aveva deindustrializzato vaste regioni degli Stati Uniti; ed è stata proprio questa prospettiva di destra ad aver reso il libro un bestseller del tardo neoliberismo, che è stato applaudito dal Frankfurter Allgemeine Zeitung al Tageszeitung. Ma la disgregazione sociale che ha avuto luogo nelle regioni di crisi degli Stati Uniti e che Vance ha descritto -  e che lo ha plasmato - si è oramai radicata e ha creato così delle vere e proprie città fantasma nella cosiddetta "cintura della ruggine", o nel sud-est degli Stati Uniti. Nel frattempo, su YouTube è emerso un nuovo genere, in cui gli Youtuber rendono popolare il fascino morboso degli insediamenti in decadenza. Nella Georgia [*2], nella Carolina del Sud [*3], in Oklahoma [*4] o in Arkansas [*5], il decadimento è visibile ovunque. L'origine sociale del vicepresidente della classe inferiore, che in tute queste regioni di crisi viene in gran parte lasciata a sé stessa, emerge sempre più. Il suo impulsivo rimprovero pubblico al presidente ucraino Zelensky, per non aver mai ringraziato Trump, può essere compreso solo se visto sullo sfondo dell'improbabile ascesa di un carattere autoritario che si eleva al di sopra di tutte le barriere sociali, nel corso della quale, il vicepresidente entrante ha sicuramente dovuto ringraziare innumerevoli volte per la grazia ricevuta di non aver dovuto sprofondare nella miseria. In quei momenti del pubblico scambio di colpi tra Trump e Zelensky, nello Studio Ovale, il riflesso autoritario irrompe apertamente: Zelensky dovrebbe essere docile quanto ha dovuto essere Vance. Jackson, Kentucky [*6], la città dove JD Vance è cresciuto, con un tasso di povertà del 20%,  è stata fortunata quando invece in molte regioni la povertà di massa e lo spopolamento sono diventati ormai da tempo la normalità. Molti insediamenti e molte piccole città, evocano ricordi simili a quelli delle famose terre desolate post-sovietiche; con la differenza che negli Stati Uniti, fare un esame indisturbato delle rovine, come venne fatto in Russia [*7], è quasi impossibile, visto che qui, sebbene in decadenza, viene ancora spesso gelosamente custodita quella che è la "proprietà privata".

La deindustrializzazione degli Stati Uniti e la barriera interna del capitale
La causa di questa onnipresente decadenza, la quale, per decenni, è stata a malapena notata, attualmente sta guidando quell'amministrazione di destra degli Stati Uniti, di cui JD Vance è membro. Da oltre 40 anni [*8], l'occupazione nel settore industriale degli Stati Uniti è in calo, ed è passata da poco meno di 20 milioni di lavoratori industriali, nel 1978, ai circa 13 milioni nel 2023 [*9]. Tra il 2002 e il 2022, il numero di aziende industriali negli Stati Uniti è diminuito di 45.000 unità, con un calo, in due decenni, di circa il 14%. Negli anni '80 e '90, la forza lavoro industriale degli Stati Uniti si è ridotta solo lentamente, punteggiata da dei periodi di occupazione stagnante. Gran parte delle perdite dei posti di lavoro nel settore industriale degli Stati Uniti, del resto, si sono verificate nel 21° secolo. Lo scoppio della bolla azionaria nel settore high-tech statunitense, nel 2000, ha segnato i primi massicci tagli di posti di lavoro, di modo che nel 2003 il numero di dipendenti industriali è passato da oltre 17 milioni a circa 14 milioni. La deflazione della grande bolla immobiliare transatlantica [*10], insieme alla successiva recessione, a partire dal 2009 ha innescato la seconda massiccia ondata di licenziamenti, a seguito della quale la forza lavoro industriale si è sciolta fino a 11,5 milioni, per poi risalire a quasi 13 milioni negli anni successivi, grazie a delle misure di stimolo economico; rimanendo, da allora, stagnante. Pertanto, il processo di crisi del capitale ha  lasciato per decenni una chiara traccia empirica, la quale però è stata finora ignorata dall'opinione pubblicata. Ciò ha reso visibile come la barriera interna del capitale (Robert Kurz), in un processo di crisi feticistico, si libera della propria sostanza: il lavoro creatore di valore nella produzione di merci; facendolo a causa delle spinte razionalizzanti mediate dalla concorrenza [*11]. Questa contraddizione interna, processuale, del capitale, che esteriormente appare come una "crisi di sovrapproduzione" [*12], costituisce piuttosto la contraddizione decisiva e centrale del modo di produzione capitalistico [*13]. Il capitale deve, a causa di questo, trasformarsi, per cercare di fuggire dalla sua contraddizione interna, verso mercati e rami di produzione sempre nuovi, nei quali il lavoro salariato possa essere valorizzato su larga scala; cosa che viene percepita dall'economia borghese come un cambiamento strutturale industriale. La disgregazione sociale degli Stati Uniti, le cinture di ruggine, le città fantasma e i punti caldi sociali in cui J.D. Vance è cresciuto, sono tutte espressioni del fallimento di un simile "cambiamento strutturale industriale" avvenuto a causa degli enormi scatti di razionalizzazione, nella produzione industriale, innescati dalla rivoluzione informatica. L'ascesa dell'industria informatica ha anche creato dei posti di lavoro, ma allo stesso tempo ogni nuovo ramo dell'industria interagisce con l'economia nel suo complesso, e l'effetto dell'industria dei computer e delle telecomunicazioni ha costituito un'enorme ondata di razionalizzazione, la quale ha a sua volta portato a una massiccia fusione del lavoro salariato nella produzione di merci: cosa che ha minato le fondamenta della società del lavoro capitalista. Ciò risulta chiaramente anche dai dati sull'occupazione succitati. La barriera interna del capitale è assai più che una semplice "crisi di sovrapproduzione", la quale potrebbe anche essere superata con solo la "distruzione creativa" (Schumpeter) delle sovracapacità. Ma il capitale è ora diventato, per così dire, troppo produttivo per sé stesso, e questo a causa dell'alto livello globale di produttività raggiunto. Non stanno emergendo dei nuovi campi di valorizzazione/mercati ad alta intensità di lavoro, in modo che non ci possano più così essere "crisi di pulizia": ed è questo dispiegarsi interno delle contraddizioni del capitale a lasciare dietro di sé terra bruciata, socialmente ed ecologicamente. È questo processo di crisi che ha portato Trump alla Casa Bianca, e lo ha aiutato ad arrivare alla sua seconda presidenza, dopo che i democratici statunitensi non sono riusciti a farlo [*14]. Una risposta all'impoverimento [*15] e alla deindustrializzazione degli Stati Uniti. I sostenitori del protezionismo di Trump amano fare riferimento a economisti come David Autor, i cui calcoli mostrano come siano andati a finire in Cina, tra il 1999 e il 2013 [*16], i circa 2,5 milioni di posti di lavoro dell'industria americana. Tuttavia, la relazione tra la perdita di posti di lavoro nel settore industriale e l'effettiva produzione dell'industria, rende chiaro che non è stata soltanto la delocalizzazione dei posti di lavoro industriali all'estero, a portare alla deindustrializzazione degli Stati Uniti. Tra il 1980 e il 2000, in quello stesso periodo in cui la forza lavoro industriale negli Stati Uniti è scesa da poco meno di 19 milioni a 17 milioni [*17], la produzione nell'industria statunitense è quasi raddoppiata (dati della Federal Reserve, entrambi corretti secondo l'inflazione del 2017) [*18]. Con il declino dell'occupazione nel settore industriale, l'aumento della produzione industriale rappresenta perciò un'espressione delle spinte razionalizzatrici nella produzione di merci avvenuta nel corso della rivoluzione informatica, dagli anni '80 in poi. Questa è la conseguenza empiricamente verificabile della suddetta barriera interna del capitale. Anche nel 21° secolo, quando la forza lavoro industriale degli Stati Uniti stava diminuendo in modo massiccio (da 17 milioni a poco meno di 13 milioni), la produzione di questa forza lavoro industriale in contrazione ristagnava [*19], pur senza registrare un corrispondente calo (i crolli dei prodotti industriali legati alla crisi nel 2009 e nel 2020 sono stati rapidamente rivisti). Secondo l'Associazione Nazionale dei Produttori (NAM) [*20], nel 2024, il plusvalore negli Stati Uniti è stato di circa 2,93 trilioni di dollari (corretto, a causa dell''inflazione, adeguandolo ai prezzi del 2017, quando era di 2,4 trilioni di dollari); secondo cui, gli Stati Uniti paradossalmente crescono, soprattutto nel commercio estero. Negli ultimi vent'anni, le esportazioni del settore manifatturiero sono più che raddoppiate, passando dai 622,3 miliardi del 2002 a 1,63 trilioni nel 2024. A causa di cosa, sono allora arrabbiati Trump e i suoi seguaci? Ebbene, in quello stesso periodo – il periodo d'oro della globalizzazione – il volume del commercio mondiale era più che triplicato, passando da 4,9 trilioni nel 2000, a 9,8 trilioni nel 2010, e fino a 15,7 trilioni nel 2023. Pertanto, la quota degli Stati Uniti relativa al commercio mondiale è diminuita, scendendo al 7,9% nel 2023. Inoltre, nell'era della globalizzazione neoliberista, accompagnata dalla finanziarizzazione del capitalismo e dalla formazione di un'economia della bolla finanziaria guidata proprio dal credito negli Stati Uniti,  il peso economico dell'industria si è rapidamente dissolto. La quota riservata all'industria, nel prodotto interno lordo degli Stati Uniti, è scesa, passando dal 15% nel 2000 a poco più del 10% nel 2021 [*21]. Le tendenze contrapposte della produzione capitalistica di merci – la perdita di posti di lavoro insieme all'aumento della produzione – sono state percepite e affrontate anche dalla politica monetaria degli Stati Uniti. Già nel 2014, la Federal Reserve statunitense ha osservato [*22] che la produzione industriale negli Stati Uniti continua a crescere (a eccezione dei crolli a breve termine legati alla crisi), mentre l'occupazione invece no; di modo che «la crescita industriale non è sinonimo di crescita dei posti di lavoro nell'industria» La Fed ha offerto come spiegazione il fatto che la "crescita della produttività" rappresenta uno spostamento dell'attenzione settoriale verso "computer ed elettronica". In tal modo, il progresso scientifico e tecnologico continua a dare origine a nuovi settori industriali, come quello delle energie rinnovabili, ma tuttavia, a causa del livello generale di produttività [*23], queste nuove industrie non sono più in grado di assorbire la forza lavoro superflua proveniente da dei settori industriali obsoleti La precarizzazione della vita lavorativa, l'emergere di posti di lavoro miserabili nel settore dei servizi, l'erosione della classe media, l'emergere di un'industria carceraria statunitense finalizzata alla gestione repressiva delle crisi, il disaccoppiamento socio-economico di intere regioni degli Stati Uniti, menzionate all'inizio, sono il risultato di quella che è ora una manifesta barriera interna al capitale, che ora sta ormai raggiungendo i suoi limiti di sviluppo, sia socialmente che ecologicamente.

La risposta protezionista di Trump alla crisi
Ed è questa crisi che cova sotto la cenere da decenni, e che da decenni viene ignorata o normalizzata dal mainstream neoliberista, quella che l'amministrazione Trump deve in qualche modo alleviare o superare, proprio avendo attraversato il Rubicone verso il fascismo. In molti settori politici, la Casa Bianca sta già operando al di là dello Stato di diritto, al fine di consolidare le strutture autoritarie e apportare nuovi metodi di repressione; come la deportazione illegale di persone nelle carceri di massima sicurezza dell'America centrale. Lo stesso vale per le accuse di corruzione e per i possibili accordi privilegiati attuati nel contesto delle caotiche controversie riguardo la politica doganale e commerciale degli Stati Uniti [*24]. In un certo senso, gran parte dell'amministrazione Trump non si può più permettere di essere destituita, dal momento che si troverebbe ben presto in tribunale,dopo aver rapidamente perso il potere a causa delle massicce violazioni della legge. Al fine di consolidare il proprio percorso post-democratico già intrapreso, e stabilire così un regime autoritario stabile, la destra statunitense deve in qualche modo, e in primo luogo, affrontare la crisi che ha portato Trump alla Casa Bianca. Storicamente, tutti i regimi fascisti sono sempre stati in grado di consolidare il proprio potere, solo trovando delle risposte repressive, o espansive, alle crisi del capitale, che in tal modo li hanno portati al potere senza tuttavia toccare le basi del sistema; e questo vale anche per i nazisti, con il loro Servizio del Lavoro del Reich e la loro politica degli armamenti che ha inevitabilmente portato alla Seconda Guerra Mondiale. È probabile che tra quattro anni verranno ancora svolte delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, e che malgrado tutte le possibilità di manipolazione, la destra autoritaria post-democratica dovrà godere di un certo grado di sostegno per poter vincere anche delle elezioni truccate, e completare così la fascistizzazione degli Stati Uniti. In altre parole, l'amministrazione Trump deve fornire sollievo sociale alla propria base elettorale in modo da evitare così che tra quattro anni finisca in prigione. A Trump potrebbe persino essere risparmiato un simile destino, grazie a una sentenza della Corte Suprema, la quale di fatto ha garantito al presidente in carica l'impunità. Ma gli altri membri del governo, come JD Vance, non possono però fare affidamento su questo. Per la più parte degli affaristi, dei racket e delle cordate che sulla scia di Trump si stanno dando da fare all'interno dell'apparato governativo statunitense, non esiste una via d'uscita [*25]. Per completare il percorso autoritario intrapreso, devono cercare di realizzare l'opzione fascista, ed è proprio questo a rendere la situazione negli Stati Uniti tanto pericolosa. Dato che per la destra post-democratica statunitense una politica di redistribuzione, come quella predicata da Bernie Sanders [*26], è per il momento fuori discussione, l'unica opzione rimasta è quella rappresentata dalla guerra commerciale e dal protezionismo. Dal punto di vista nazionale, le conseguenze appaiono evidenti: nell'era della globalizzazione, la deindustrializzazione degli Stati Uniti è andata di pari passo con lo sviluppo dei massicci disavanzi commerciali con la Cina e con l'Europa tedesca. L'anno scorso, gli Stati Uniti hanno registrato un nuovo deficit record nel commercio di merci prodotte, pari a 1211 miliardi di dollari (il deficit totale di beni e servizi è stato di 918,4 miliardi) [*27], di gran lunga superiore ai valori massimi raggiunti durante la bolla immobiliare americana del 2006 (786 miliardi) e nell'era post-Covid nel 2022 (971 miliardi) [*28] L'anno scorso, gli Stati Uniti hanno registrato un deficit di 295 miliardi di dollari, solo con la Repubblica Popolare Cinese [*29], mentre, per l'UE, la cifra è stata di 235 miliardi di dollari, dei quali 84 miliardi in Germania [*30]. L'ampio deficit degli Stati Uniti nei confronti del Messico è, a sua volta, la conseguenza della strategia di “nearshoring” attuata da Washington sotto la presidenza di Biden [*31], con la quale il vicino meridionale degli Stati Uniti è stato trasformato in un esteso laboratorio industriale, al fine di ridurre la dipendenza dalla Cina. In tal modo, le eccedenze commerciali vengono utilizzate per esportare la deindustrializzazione e il debito; il che, al culmine della globalizzazione, era anche il fulcro del modello economico tedesco del "beggar-thy-neighbor" [*32] Questa correlazione si manifesta anche nella percentuale della produzione industriale rispetto al PIL totale [*33], la quale, nel 2023, in Cina era di circa il 26%, il 18,5% in Germania, e solo il 10% circa negli USA (negli anni '70 era poco meno del 25%) [*34]. Tutto ciò, visto dalla ristretta prospettiva nazionale della destra statunitense, che  nella sua cecità ideologica non riesce a percepire il processo di crisi sopra delineato, sembra essere invece solo una semplice frode: la Cina, così come i presunti "partner" dell'Europa occidentale, permetterebbero alla loro industria di espandersi a spese degli Stati Uniti. L'odio puro per l'UE che JD Vance ha espresso durante la sua scandalosa apparizione alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco [*35], con la sua aperta ostilità nei confronti degli europei, che si è manifestata anche nelle discussioni trapelate dall'amministrazione Trump che comunica in maniera dilettantesca [*36], ora possono essere spiegati assai bene: basta dare un'occhiata alla bilancia commerciale tra l'UE e gli Stati Uniti. La miseria, l'abbandono sociale che Vance ha sperimentato nella sua giovinezza, ora possono essere proiettati su un'immagine del nemico; ed è proprio questa socializzazione nella classe inferiore, che ora, nei suoi attacchi contro i "truffatori commerciali" europei, gli fa dimenticare ogni etichetta diplomatica. Gli sforzi fatti dalle aziende, per ristrutturare la propria industria durante la crisi, per mezzo di eccedenze commerciali a spese dei loro concorrenti sono solamente logici: finché non appare un'alternativa sistemica, nella logica della crisi, tutto questo è davvero inevitabile. È la logica "Last Man Standing" [*37]! Il semplice fatto economico che i surplus commerciali devono portare alla deindustrializzazione e alla formazione di ulteriore deficit nei paesi in deficit, venne sollevato anni fa contro la Germania (il campione mondiale dei surplus di esportazioni), per esempio, dall'amministrazione Obama, o dalla Francia, che durante la crisi dell'Euro ha criticato i surplus di esportazioni della Germania. A quel tempo, nel 2017, l'allora ministro dell'Economia Zypries proibiva qualsiasi critica: non c'era bisogno di "scusarsi" per il fatto che l'economia tedesca era «una delle più forti del mondo» [*38]. Ma ora che Trump vuole porre fine ad anni di politica tedesca del "beggar-thy-neighbor", facendolo con la mazza del puro protezionismo, la gente a Berlino è diventata invece improvvisamente mite. L'Europa è a corto di soldi, ha titolato la Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), reagendo ai "dazi" di Trump all'inizio di aprile. Un conflitto tariffario non è un braccio di ferro, e gli europei farebbero bene a non reagire istintivamente alle nuove barriere commerciali di Washington con delle contro-tariffe [*39]. La differenza rispetto all'atteggiamento di Berlino nella crisi dell'Euro, ad esempio nei confronti dei paesi in deficit come la Grecia, è quasi da cartone animato: che differenza possono fare poche migliaia di testate nucleari. Per cui il giornalismo tedesco di punta, così come lo pratica la FAZ, è caratterizzato dal fatto che non menziona nemmeno i surplus commerciali tedeschi, anche se sono essi la base dell'imminente conflitto commerciale. È esattamente questo il motivo per cui Trump ha effettivamente il sopravvento: perché nel corso di una guerra commerciale, le bilance commerciali tenderanno a bilanciarsi, cosa che ridurrebbe i surplus della Germania e i deficit dell'America. Ma perché ci è voluto così tanto tempo per un escalation? La deindustrializzazione, di cui ora ci si lamenta, ha avuto luogo per decenni – anche nel primo mandato di Trump, la sua spinta protezionistica poteva essere contenuta – ma questa volta non sarà più così. Protezionismo, i dazi sono qui per restare. E, soprattutto, perché Trump continua a manovrare, perché sembra fare marcia indietro per imporre nuovamente nuovi dazi dopo qualche settimana? Dentro le patate, fuori le patate! Qual è il punto? Sebbene si tenda a erigere barriere commerciali sempre più alte, questo avviene in un contesto di dispute apparentemente caotiche che sono semplicemente il risultato delle contraddizioni sistemiche che ne stanno alla base.

L'era della crisi neoliberale ritardata
È stata proprio la finanziarizzazione del capitalismo, e il corrispondente processo di globalizzazione che sono sono riusciti a prolungare questa contraddizione interna del capitale nell'era neoliberista, e hanno permesso al sistema mondiale tardo-capitalista di funzionare a credito, per così dire. Fino al XXI secolo, l'opinione prevalente nei centri capitalistici,  era quella secondo cui una società industriale era una obsoleta reliquia  del XX secolo, e che nel frattempo il capitalismo si fosse ormai sviluppato in quella che era una società di servizi, o di servizi finanziari, se non addirittura in una società dell'informazione. Questi discorsi, che nel corso delle crisi degli ultimi anni si sono completamente disonorati, si basavano sulle economie deficitarie dell'era neoliberista. Dall'imposizione del neoliberismo, il debito globale è aumentato più velocemente di quanto abbia fatto la produzione economica mondiale, principalmente nel contesto dell'aumento delle bolle finanziarie. I numeri parlano chiaro [*40]: negli anni '70, il debito globale ammontava a circa il 110% della produzione economica globale. Alla fine dell'era neoliberista, quando è scoppiata la grande bolla della liquidità, e dopo lo scoppio della pandemia nel 2020, l'onere del debito globale ammontava al 258% della produzione economica globale. Oltre a una serie di speculazioni regionali e di crolli finanziari, il capitalismo globalizzato, guidato dai mercati finanziari dell'era neoliberista, ha prodotto tre enormi formazioni di bolle: la bolla delle dot-com, scoppiata all'inizio del millennio, quando la speranza di in nuovo regime di accumulazione ("società dell'informazione") ha portato a una febbrile speculazione sui titoli high-tech; la grande bolla immobiliare transatlantica, in Europa e negli Stati Uniti [*41], la quale ha esaurito l'aria speculativa dal 2007/08 in poi; e infine la gigantesca bolla di liquidità delle banche centrali [*42], interrotta solo dalla pandemia e dall'impennata dell'inflazione che c'è stata nel 2020 [*43]. Finché la bolla delle dot-com continuava a essere in aumento, e finché gli Stati Uniti erano preda dalla febbre immobiliare, i processi di erosione nell'industria venivano a malapena notati: l'economia andava bene, il settore delle costruzioni era in piena espansione, il denaro a buon mercato inondava la sfera finanziaria, e la grande ondata della finanza teneva a galla tutte le barche. Così, negli USA, le cinture arrugginite delle ex regioni industriali, dei salariati abbandonati e dei precari, potevano perciò essere facilmente ignorate dall'opinione pubblicata delle società centrali. Il resto lo ha fatto la amministrazione repressiva di crisi. Gli Stati Uniti erano al centro di questa bolla finanziaria globalizzata: il suo mercato finanziario inflazionato ha prodotto le suddette economie in deficit guidate dalla bolla, mentre simultaneamente i deficit commerciali di Washington continuavano a raggiungere sempre nuovi livelli record, passando dai 77 miliardi nel 1990, ai 381 miliardi nel 2000, ai 740 miliardi nell'anno della crisi del 2008, fino al picco di 951 miliardi del 2022. L'anno scorso, nel 2024, il deficit commerciale degli Stati Uniti è stato di 918 miliardi di dollari (dati relativi a beni e servizi) [*44]. Sono così emersi i cosiddetti cicli del deficit: paesi industrializzati che si basavano sulle esportazioni, come la Cina [*45], Il Giappone, o la Repubblica Federale Tedesca esportavano le loro eccedenze negli Stati Uniti, mentre in direzione opposta ebbe inzio un flusso spettrale di titoli americani e di titoli di debito verso Pechino o Tokyo. Il Giappone e la Cina, che hanno dei grandi surplus rispetto agli Stati Uniti, diventano così di conseguenza anche i maggiori creditori degli Stati Uniti. La globalizzazione, si basa infatti su questi cicli di deficit globale [*46]. Le aree economiche orientate all'esportazione, diventano così mercati di vendita, mentre gli Stati Uniti sperimentano economie deficitarie. (Per inciso, un ciclo di deficit simile si era sviluppato in Europa dopo l'introduzione dell'euro, quando la Repubblica Federale di Germania è stata in grado di vendere le proprie eccedenze di esportazione; e questo fino allo scoppio della bolla del debito europeo) [*47]. Il dollaro, nel suo ruolo di valuta di riserva mondiale, ha consentito a Washington di contrarre prestiti a dei costi molto bassi, e praticamente senza restrizioni; ed è stato questo il motivo per cui la spesa per i consumi oggi rappresenta una parte consistente del PIL statunitense (68% del PIL nel 2023!) [*48]. Anche i dati qui riportati , come illustrato dall'andamento a lungo termine dei rendimenti obbligazionari statunitensi decennali [*49], sono chiari. Il tasso di interesse su questi titoli del Tesoro è sceso da circa l'8% -  all'inizio degli anni '90 - a oltre il 5% all'inizio del millennio, arrivando a volte a meno del 2% nel secondo decennio del 21° secolo. Nell'anno di crisi 2020, gli ingenti acquisti della banca centrale, per un breve periodo, sono stati in grado di spingere il tasso di interesse su questi titoli di Stato fino alla soglia dell'1 per mille. Per visualizzare la portata del successo di questa bolla finanziaria economica, è sufficiente confrontarla con il debito pubblico degli Stati Uniti, che nello stesso periodo è passato da 3,5 trilioni (nel 1990), a 5,6 trilioni (nel 2020) arrivando fino a 36,2 trilioni nel quarto trimestre del 2024 [*50]. L'apparente magia dell'economia della bolla finanziaria globale, che funziona con il credito, qui diventa palesemente evidente: le condizioni del credito di Washington sono diventate sempre più favorevoli, mentre le montagne di debito potevano essere spinte sempre più in alto. Gli Stati Uniti - come centro finanziario mondiale - assomigliano pertanto a una sorta di buco nero dell'economia mondiale, che ora, attraverso la sua formazione di deficit, assorbe gran parte della produzione globale in eccesso, per mezzo di deficit commerciali; e che quindi ha un effetto stabilizzante sull'economia mondiale, la quale soffre di sovrapproduzione strutturale. Questa bolla finanziaria economica, che stava aumentando, sia in dimensioni che in instabilità, ha così prodotto le suddette economie in deficit, le quali, a loro volta, hanno anche semplicemente creato delle opportunità di vendita per l'industria produttrice di merci grazie alla domanda generata dal credito. Ma non appena è scoppiata una bolla speculativa, ecco che gli Stati hanno dovuto stabilizzare il sistema per mezzo di interventi e di programmi di stimolo economico, i quali hanno incoraggiato un'ulteriore formazione di deficit, portando alla formazione di nuove economie in deficit e di nuove bolle finanziarie. Simultaneamente, le misure di politica economica, che erano servite ad alleviare le conseguenze della crisi, hanno dato origine a nuove speculazioni: il fuoco speculativo è stato spento con la benzina!

La bolla della liquidità e l'imminente transizione verso il protezionismo
Con lo scoppio di ogni bolla [*51], la spesa per stabilizzare questa gigantesca sfera finanziaria ha continuato ad aumentare. Ed è proprio qui che si trova la causa della fine di questa bolla economica finanziaria globale. Lo scoppio dell'ultima bolla, avvenuta durante l'ondata di crisi legata alla pandemia, ha costretto la politica dell'amministrazione di crisi a interrompere l'offerta di moneta nei confronti dell'economia globale in deficit. Nel 2000, quando scoppiava la bolla delle dot-com, la breve recessione era stata rapidamente superata grazie a un periodo di tassi di interesse di riferimento molto bassi, i quali a loro volta hanno reso i mutui attraenti, fornendo così la scintilla iniziale per la bolla immobiliare [*52]. Nel  2008, con l'impennata della crisi in cui le grandi bolle immobiliari sono scoppiate in Europa e in America, facendo precipitare gli Stati Uniti nella peggiore recessione della storia del dopoguerra, i tassi di interesse a zero non erano più sufficienti. La politica monetaria ha così iniziato a comprare tutta la spazzatura dei titoli, mettendo così la sfera finanziaria, dopo il fallimento di Lehman Brothers, in una situazione di shock. Questa misura di emergenza, utilizzata al fine di poter acquistare le famigerate cartolarizzazioni ipotecarie, si è trasformata in una politica monetaria permanente [*53], che alla fine hanno equivalso a pura stampa di denaro. Le banche centrali hanno acquistato titoli per poter così iniettare ulteriore liquidità nella sfera finanziaria, e stabilizzarla. Questo assurdo capitalismo finanziario della banca centrale [*54] è stato però in grado di mantenere la bolla di liquidità per un periodo di circa un decennio. Tutto questo è chiaramente visibile nei bilanci delle banche centrali, in particolare in quello della Federal Reserve statunitense [*55]. Nel 2007 – alla vigilia della crisi immobiliare – la Fed deteneva titoli per un valore inferiore a 880 miliardi di dollari. Solo due anni dopo, nel 2009, erano arrivati 2,2 trilioni, che poi sono saliti fino a 4,4 trilioni nel 2014. Un simile elevato livello, è stato mantenuto - i titoli in scadenza venivano sostituiti da dei nuovi acquisti - arrivando poi quasi a raddoppiare il totale di bilancio portandolo a poco meno di nove trilioni di dollari, dopo lo scoppio della pandemia, attraverso la "stampa estrema" di denaro. E questa stampa estrema di denaro non ha innescato un'impennata dell'inflazione soprattutto perché la liquidità che aveva generato è rimasta nella sovrastruttura finanziaria – i prezzi dei beni del mercato finanziario sono schizzati a dei livelli sempre più alti nel quadro della bolla della liquidità, la quale ha formato una vera e propria "Bolla di Tutto Quanto", nella cui fase finale sono diventati comuni persino gli eccessi speculativi con dei meme stock come quello di Gamespot [*56]. Bassi rendimenti obbligazionari  = bassi tassi d'interesse di riferimento [*57]. L'aumento dei bilanci delle banche centrali, insieme a una montagna di debito globale che potrebbe crescere più velocemente della produzione economica mondiale, per sempre: l'ondata di crisi del 2020, ha però messo fine a questo capitalismo delle banche centrali guidato dai mercati finanziari. L'impennata dell'inflazione iniziata sulla scia della lotta alla pandemia, ha costretto le banche centrali a una drastica inversione di rotta, e la politica monetaria espansiva ha dovuto essere fermata: i tassi di interesse di riferimento sono saliti alle stelle (da quasi zero, fino a oltre il cinque%) [*58]. I programmi di acquisto delle obbligazioni sono stati interrotti, o drasticamente ridotti, di modo che così i bilanci delle banche centrali si stanno ora nuovamente dissolvendo (da poco meno di nove trilioni nel 2022, a 6,7 trilioni all'inizio del 2025, nel caso della Fed).  Il prezzo di questa inversione di tendenza, che ha quantomeno frenato l'inflazione a due cifre: proprio perché alimentata non solo dal dispiegarsi delle contraddizioni economiche, ma anche dalla crisi ecologica del capitale, dalla crisi climatica e dalla crescente distruzione delle fondamenta ecologiche del processo di civilizzazione; quello che è effettivamente tornato, a un livello di crisi superiore, è il periodo di stagflazione degli anni Settanta [*59]. Difficilmente, la politica monetaria potrà combattere  questa inflazione alimentata dalla crisi climatica capitalista [*60] [*61]. L'aumento vertiginoso dei tassi d'interesse ha fatto crollare anche il mercato obbligazionario statunitense, ovvero le fondamenta del castello di carte della finanza globale [*62].  Il trend decennale di rendimenti obbligazionari sempre più bassi, che dal 2021 ha permesso lo scoppio delle bolle del debito negli Stati Uniti, come detto è stato rivisto [*63] I rendimenti obbligazionari sono saliti a oltre il 4% e da allora sono rimasti a un livello relativamente alto, cosa che rende il servizio del debito la più grande voce di bilancio negli Stati Uniti [*64] Gli USA hanno perciò già parzialmente perso il loro vantaggio finanziario strategico derivante dall'egemonia del dollaro; il loro livello di tasso di interesse corrisponde a quello dell'inizio del 21° secolo, con la differenza però che ora il debito è assai più alto. Oggi, lo straordinario privilegio di Washington si applica solo in misura limitata. Questa importante inversione di tendenza della politica monetaria da parte delle banche centrali - cosa a cui sono state costrette dall'inflazione - ha portato a una fine de facto dell'economia globale in deficit. Secondo i dati del Fondo monetario internazionale, il debito globale se visto in rapporto alla produzione economica, è in calo da tre anni. Dopo aver raggiunto il picco del 258% del PIL globale, nell'anno pandemico 2020, quando è stato necessario avviare gigantesche misure di stimolo, l'onere del debito è sceso al 237%, nel 2023 [*65]. Questa fine dell'economia in deficit, si riflette nel corrispondente rallentamento congiunturale in molti settori economici; in particolare nell'economia dipendente dalle esportazioni [*66], [*67]. Ed è proprio la fine dell'economia del deficit globale – che ora sta crescendo più velocemente della produzione economica globale – che deve portare a dei riflessi protezionistici, dal momento che questo aumenta le tensioni e le contraddizioni all'interno dei cicli del deficit globale, portandole a dei livelli insopportabili, rendendoli politicamente insostenibili semplicemente a causa delle loro ricadute sociali. La lentezza economica ,in molte regioni e aree economiche, sta intensificando gli sforzi delle élite funzionali capitaliste, che ora si concentrano maggiormente sulle esportazioni. È questo il motivo per cui i deficit commerciali degli Stati Uniti continuano a raggiungere sempre nuovi massimi, in quella che è una fase di crisi in cui il peso degli interessi di Washington sta aumentando, e l'economia in deficit negli USA difficilmente può essere sostenuta, a causa dell'impennata dei costi del servizio del debito. Pertanto la costellazione globale può essere quindi vista come abbastanza paragonabile alla crisi dell'euro: fino allo scoppio delle bolle del debito europeo, l'Europa si considerava una grande famiglia felice che dopo lo scoppio della crisi ha cominciato ad attaccarsi vicendevolmente, con il ministro delle finanze tedesco Schäuble, in particolare, che si distingueva per la sua disordinata austerità nei confronti dell'Europa meridionale [*68]; cosa che in Germania lo ha reso come uno dei politici più popolari.

Trump e Vance in veste di illusi gestori della crisi
Vedendola da una prospettiva nazionalista dovuta alla  mentalità ristretta [*69] dei fascisti e dei semi-fascisti che sono alla Casa Bianca [*70], l'inversione di tendenza protezionistica – unita allo spietato programma di taglio netto con cui Musk ha cercato di ridurre il deficit – sembra pertanto perfettamente sensata. L'obiettivo di Washington è chiaro: la de-industrializzazione verrà fermata e sarà rivista, i Dazi procureranno delle Entrate, la situazione sociale del loro elettorato verrà stabilizzata, e la macchina militare statunitense garantirà il passaggio dall'Egemonia all'Impero [*71] -  il quale, infatti, vuole esigere dei Tributi grazie a delle Tariffe -  non subirà gravi perdite di potenza. In realtà, Trump non vuole più pagare quelli che sono i costi sempre più crescenti dell'Egemonia Statunitense. La posizione egemonica degli Stati Uniti, nel dopoguerra, si basava sul boom fordista, su quella prosperità che portò a un buon sviluppo economico per tutti i paesi centrali. Dagli anni '80 in poi, allorché ha prevalso il neoliberismo, in quanto risposta al periodo di stagflazione degli anni '70, l'egemonia degli Stati Uniti si è dovuta basare  sui cicli globali del deficit. Cina, Giappone ed Europa tedesca [*72] hanno accettato l'egemonia degli Stati Uniti dal momento che essi potevano anche trarne dei vantaggi economici, in particolare sotto forma di surplus commerciali che hanno raggiunto grazie agli Stati Uniti. Sullo sfondo della crisi mondiale del capitale sopra delineata, ora l'egemonia di Washington deve però includere anche la deindustrializzazione di quello che un tempo era stato il primo paese industrializzato. Solo ora, JD Vance, che nel 2016 aveva criticato Trump per le sue tendenze protezionistiche, può essere compreso: il vicepresidente sembra infatti credere che il protezionismo possa essere utilizzato per migliorare la situazione delle fasce economicamente svantaggiate della popolazione, nelle quali lui ha sperimentato la sua prima socializzazione. In risposta al divieto temporaneo del tribunale a tutta una serie di tariffe della fine di maggio del 2025, il vicepresidente ha ribadito la linea di argomentazione nazionalista secondo la quale la politica tariffaria della Casa Bianca risponderà in gran parte a quella che è un'emergenza socio-economica degli Stati Uniti [*73]. Anche durante le sue fugaci incursioni nelle regioni di crisi socio-economica degli Stati Uniti – tra cui il Minnesota [*74],  lo Iowa [*75], o il Dakota del Nord [*76] – una tale descrizione dello Stato delle Cose non può essere semplicemente liquidata a priori. A differenza degli Stati meridionali dell'euro – dove ci sono simili terre desolate sociali – gli Stati Uniti hanno a disposizione dei mezzi di potere che consentono di contrastare la crisi interna attraverso l'aggressione esterna. A volte, il vicepresidente americano dice abbastanza apertamente che mantenere la posizione del dollaro USA, in quanto valuta di riserva mondiale, per Washington non è più una priorità politica [*77]. In questo momento, Vance vuole un dollaro debole, dal momento che così incoraggerebbe le esportazioni e la reindustrializzazione degli Stati Uniti. Chiaramente, in un a tale discussione, i modelli economici basati sulle esportazioni della Cina, del Giappone e della Repubblica Federale Tedesca fungono da modelli. I passati successi della Germania, nei mercati di vendita extraeuropei, si spiegano proprio con il fatto che l'euro viene strutturalmente sottovalutato rispetto a quella che è la produzione economica della Repubblica Federale Tedesca. I vantaggi del biglietto verde, in quanto valuta di riserva mondiale, si stanno dissolvendo con l'aumento dei rendimenti obbligazionari e con l'esorbitante servizio del debito di Washington, che nel bilancio degli Stati Uniti ora ha superato le spese militari. Allo stesso tempo, dopo la pandemia, i disavanzi commerciali stanno raggiungendo dei nuovi massimi [*78 ]; e questo proprio perché l'indebitamento globale al di fuori degli Stati Uniti sta rallentando. Agli occhi del "negoziatore" andato alla Casa Bianca, la posizione egemonica di Washington si sta lentamente trasformando in un cattivo affare. Per il nazionalismo americano – che è altrettanto cieco alla crisi quanto lo sono tutte le altre varietà di ideologia tardo-borghese – questa intensificazione della crisi deve apparirgli come un tradimento dell'America da parte dei malvagi paesi stranieri. Praticamente, la destra post-democratica degli Stati Uniti fornisce solo l'ideologia per quella che sarà la nuova fase di crisi [*79], nella quale l'era della globalizzazione si trasformerà in deglobalizzazione e in protezionismo. In risposta alle battute d'arresto legali subite dal regime tariffario di Trump – il quale è stato effettivamente applicato  legislazione di emergenza – alla fine di maggio 2025, la Casa Bianca ha reagito cercando nuove scappatoie legali nelle diverse leggi, alcune delle quali sono vecchie di decenni [*80], e lo ha fatto al fine di ottenere ulteriori opzioni per l'erezione di barriere commerciali. Trump ha anche aumentato al 50% le tariffe sull'acciaio degli Stati Uniti [*81]. Pertanto, i conflitti tra libero scambio e protezionismo formano già un nuovo fronte in quella che è la gestione della crisi capitalistica interna, simile all'eterno e noioso gioco di ombre tra i keynesiani orientati alla domanda e i feticisti neoliberali dell'austerità. Trump e Vance sperano perciò di usare il protezionismo per poter delocalizzare la produzione industriale negli Stati Uniti; ma in realtà vogliono avere di nuovo solo una fetta più grande della torta. È questo il vero motivo del nuovo protezionismo Made in USA. Ed è proprio qui che si manifesta il loro errore di calcolo derivante dall'ignoranza della crisi: la torta della produzione globale di valore non è statica, non rappresenta una quantità fissa. E' stata l'economia deficitaria degli ultimi decenni neoliberisti, quella che è stata in grado di gonfiare a tal punto la "torta" globale della produzione industriale di valore, per rimanere nella metafora dell'immagine. Il protezionismo non farà altro che accelerare la fine di questa economia in deficit, e renderà così possibile un'ondata di crisi di intensità senza precedenti. Infatti, i nazionalisti bianchi alla Casa Bianca, non stanno facendo altro che rovesciare ciò che sta già cadendo. L'emergenza socio-economica in cui è cresciuto, e a cui si riferisce JD Vance, è una conseguenza della crisi mondiale del capitale, la cui barriera interna sta diventando manifesta proprio nel momento in cui l'era della crisi neoliberista ritardata, guidata dai mercati finanziari, crolla a causa delle proprie contraddizioni. Tuttavia, questa emergenza socio-economica, derivante dalla crisi sistemica, potrebbe essere superata solamente nel quadro di una trasformazione emancipatoria del sistema [*82]. Il protezionismo nazionalista su cui Washington fa affidamento, da parte sua, sta agendo proprio come motore della crisi. In realtà, Trump sta solo eseguendo quelle che sono le dinamiche della crisi. E le manovre della Casa Bianca riguardo la politica commerciale - con i suoi  progressi e le sue ritirate protezionistiche permanenti - sono dovuti proprio alle contraddizioni dell'attuale fase finale della globalizzazione sopra delineate: di fatto, l'estremo deficit commerciale, e l'avanzata della deindustrializzazione, costringono i nazionalisti di Washington al protezionismo. E questo proprio mentre, simultaneamente, le misure protezionistiche sono assolutamente fuori questione, proprio a causa delle turbolenze sui mercati obbligazionari [*83] , laddove i tassi d'interesse sui titoli di Stato salgono alle stelle dopo ogni tornata di dazi di Trump; il che è anche una conseguenza dell'indebolimento dell'egemonia statunitense, dal momento che Paesi e aree economiche come la Cina, il Giappone e l'UE non vedono quasi più alcun vantaggio economico nell'accettare il ruolo del dollaro USA come valuta di riserva mondiale. Svendere semplicemente quei titoli di Stato che negli ultimi anni sono stati acquistati in cambio di surplus commerciali: è questa l'opzione nucleare economica, la minaccia di un reciproco annientamento economico, come sta venendo attualmente apertamente espressa nei conflitti protezionistici. Il Giappone, il più grande creditore degli Stati Uniti, ha già minacciato di vendere in massa i suoi titoli del Tesoro [*84]. Ciò farebbe precipitare Washington in una crisi finanziaria in piena regola, e gli Stati Uniti si trasformerebbero in una Grecia armata di armi nucleari e, simultaneamente, i paesi esportatori, i quali attualmente esportano ancora le proprie eccedenze negli Stati Uniti, sprofonderebbero anch'essi in gravi crisi economiche, che costituirebbero solo il preludio a ulteriori conflitti geopolitici e militari. Gli anni '30 protezionisti e fascisti, sarebbero praticamente tornati sotto quelle che sono le condizioni di crisi del XXI secolo.

L'era della globalizzazione, guidata dai mercati finanziari, sta inevitabilmente volgendo al termine. La trasformazione è inevitabile. Ciò che verrà dopo sarà una questione aperta, oggetto di una lotta per la trasformazione [*85] .

- Tomasz Konicz  [***] - 1° Giugno 2025 - su Tomasz Konicz.Wertkritik, Krise, Antifa -

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NOTE:

https://en.wikipedia.org/wiki/Hillbilly_Elegy

https://www.youtube.com/watch?v=OfhPAHTOkJE

https://www.youtube.com/watch?v=wiCNLVy7aKw&t=1s

https://www.youtube.com/watch?v=5XQUmVjjrZw

https://www.youtube.com/watch?v=J5pU6M8yrpw

https://www.youtube.com/watch?v=5hoq6gNVrAo&t=1s

https://www.youtube.com/watch?v=2i3aS6T6Nng

https://www.bls.gov/opub/btn/volume-9/forty-years-of-falling-manufacturing-employment.htm

https://www.visualcapitalist.com/the-decline-of-u-s-manufacturing-by-sector/

10  https://www.konicz.info/2006/11/30/keine-weiche-landung/

11  https://www.konicz.info/2022/10/02/die-subjektlose-herrschaft-des-kapitals-2/

12  https://www.nd-aktuell.de/artikel/1190139.welthandel-worum-es-in-trumps-zollkrieg-geht.html

13  Le lotte per una distribuzione feticizzata dal vecchio marxismo e dall'opportunismo di sinistra come lotta di classe, rappresentano invece solo un fenomeno interno alla superficie capitalistica, in cui il capitale variabile (proletariato) lotta all'interno del processo di valorizzazione per avere la propria parte.

14  https://www.konicz.info/2025/01/22/a-countryfor-old-men/

15  Circa il 68% dei cittadini statunitensi ha dichiarato che nel 2024 non sarà più in grado di accumulare riserve e dovrà arrangiarsi di assegno in assegno. Vedi: https://www.cnbc.com/2024/04/09/most-of-americans-are-living-paycheck-to-paycheck-heres-why.html

16  https://www.faz.net/aktuell/wirtschaft/wie-donald-trump-den-handel-gefaehrdet-110414669.html

17  https://fred.stlouisfed.org/series/MANEMP

18  https://fred.stlouisfed.org/series/IPMAN

19  https://fred.stlouisfed.org/series/OUTMS

20  https://nam.org/mfgdata/facts-about-manufacturing-expanded/

21  https://www.macrotrends.net/global-metrics/countries/USA/united-states/manufacturing-output

22  https://fredblog.stlouisfed.org/2014/12/manufacturing-is-growing-even-when-manufacturing-jobs-are-not/

23  https://www.konicz.info/2011/07/05/die-okologischen-grenzen-des-kapitals/

24  https://www.theguardian.com/us-news/2025/apr/10/donald-trump-ignites-insider-trading-accusations-after-global-tariffs-u-turn

25  https://www.konicz.info/2025/03/18/a-country-for-old-men-2/

26  Questo non significa che le ricette politiche socialdemocratiche di Sanders siano in grado di superare la crisi sistemica, ma che avrebbero potuto stabilire una nuova dinamica che avrebbe permesso un corso emancipatorio dell'inevitabile trasformazione sistemica.

27  https://www.bea.gov/news/2025/us-international-trade-goods-and-services-december-and-annual-2024 https://www.fool.com/research/us-trade-balance/

28  https://www.macrotrends.net/global-metrics/countries/USA/united-states/trade-balance-deficit

29  https://ustr.gov/countries-regions/china-mongolia-taiwan/peoples-republic-china

30  https://www.fool.com/research/us-trade-balance/

31  https://www.konicz.info/2023/11/20/neue-kapitalistische-naehe-2-0/

32  https://www.konicz.info/2012/12/21/der-exportuberschussweltmeister/

33  https://ourworldindata.org/grapher/manufacturing-value-added-to-gdp

34  https://fred.stlouisfed.org/series/USAPEFANA

35  https://www.youtube.com/watch?v=urXXIQMzUoY

36  https://www.bbc.com/news/articles/c204vl27n2qo

37  https://www.konicz.info/2011/11/20/gerangel-auf-der-titanic/

38  https://www.diepresse.com/5203733/deutsche-handelsueberschuesse-muessen-uns-nicht-entschuldigen

39  https://www.faz.net/aktuell/wirtschaft/eu-reaktion-auf-trumps-zoelle-am-kuerzeren-hebel-110398208.html

40  https://www.imf.org/en/Blogs/Articles/2023/09/13/global-debt-is-returning-to-its-rising-trend

41  https://www.konicz.info/2006/11/30/keine-weiche-landung/

42  https://lowerclassmag.com/2021/04/13/oekonomie-im-zuckerrausch-weltfinanzsystem-in-einer-gigantischen-liquiditaetsblase/

43  https://www.konicz.info/2024/02/05/krise-jenseits-der-blase/ https://www.konicz.info/2023/09/07/geldpolitische-schizophrenie/

44  https://www.macrotrends.net/global-metrics/countries/USA/united-states/trade-balance-deficit https://www.bea.gov/news/2025/us-international-trade-goods-and-services-december-and-annual-2024

45  https://www.konicz.info/2010/09/18/zerbricht-chimerica/

46  https://www.konicz.info/2022/05/24/eine-neue-krisenqualitaet/

47  https://www.konicz.info/2015/10/05/aufstieg-und-zerfall-des-deutschen-europa-2/

48  https://fred.stlouisfed.org/series/DPCERE1Q156NBEA/

49  https://www.macrotrends.net/2016/10-year-treasury-bond-rate-yield-chart

50  https://fred.stlouisfed.org/series/GFDEBTN/

51  https://www.konicz.info/2020/10/27/vergleich-der-krisen-2020-vs-2008/

52  https://www.konicz.info/2007/03/05/vor-dem-tsunami/

53  https://www.konicz.info/2023/03/19/krisenkeynesianismus-der-blinden-tat-2/

54  https://www.konicz.info/2022/12/09/geldpolitik-vor-dem-bankrott/

55  https://www.federalreserve.gov/monetarypolicy/bst_recenttrends.htm

56  https://lowerclassmag.com/2021/01/30/hedge-fonds-gamestop-und-reddit-kleinanleger-die-grosse-blackrock-bonanza/

57  https://fred.stlouisfed.org/series/fedfunds

58  https://fred.stlouisfed.org/series/fedfunds

59  https://www.konicz.info/2021/11/16/zurueck-zur-stagflation/

60  https://www.konicz.info/2022/01/14/die-klimakrise-und-die-aeusseren-grenzen-des-kapitals/

61  https://www.konicz.info/2021/08/08/dreierlei-inflation/

62  https://www.konicz.info/2022/07/22/schuldenberge-in-bewegung/

63  https://www.macrotrends.net/2016/10-year-treasury-bond-rate-yield-chart

64  https://budget.house.gov/press-release/interest-costs-surpass-national-defense-and-medicare-spending

65  https://www.imf.org/en/Blogs/Articles/2024/12/02/persistent-fall-in-private-borrowing-brings-global-debt-down

66  https://jungle.world/artikel/2022/29/schluss-mit-ueberschuss

67  https://jungle.world/artikel/2025/14/autoland-ist-abgebrannt

68  https://www.buecher.de/artikel/buch/aufstieg-und-zerfall-des-deutschen-europa/42973311/

69  https://www.konicz.info/2017/08/07/politische-oekonomie-des-krisennationalismus/

70  https://www.konicz.info/2025/01/22/a-countryfor-old-men/

71  https://www.konicz.info/2025/03/15/alles-muss-in-flammen-stehen/

72  https://unrast-verlag.de/produkt/aufstieg-und-zerfall-des-deutschen-europa/

73  https://conservativejournalreview.com/vice-president-jd-vance-says-america-facing-emergency-requiring-trump-tariffs/

74  https://www.youtube.com/watch?v=qdl1S_Da_hU

75  https://www.youtube.com/watch?v=L883pwCPOwE

76  https://www.youtube.com/watch?v=59hzueQkmok

77  https://nymag.com/intelligencer/article/why-jd-vance-wants-a-weak-dollar-is-that-a-good-idea.html

78  https://www.bea.gov/news/2025/us-international-trade-goods-and-services-december-and-annual-2024

79  https://www.konicz.info/2017/08/09/zur-wiederkehr-der-nationalistischen-ideologie/

80  https://www.msn.com/en-us/politics/government/two-laws-that-trump-could-use-to-re-impose-his-tariffs-and-why-he-might-do-them-both/ar-AA1FIX6r

81  https://www.youtube.com/watch?v=IpKiZOS6ADU

82  https://www.untergrund-blättle.ch/politik/theorie/emanzipation-in-der-krise-7306.html

83  https://www.faz.net/aktuell/wirtschaft/trumps-kurswechsel-bei-zoellen-was-war-der-knackpunkt-110410883.html

84  https://www.msn.com/en-us/money/markets/japan-threatens-to-offload-its-1-trillion-us-treasury-holdings-if-trump-trade-talks-don-t-go-well/ar-AA1E2Wkn

85  https://arranca.org/ausgaben/nichts-zu-verlieren/den-transformationskampf-aufnehmen

lunedì 2 giugno 2025

L'Ultimo Imperativo Capitalistico !!!

Per una presa di coscienza militante della crisi
- Un contributo alla discussione sull'orientamento strategico della pratica emancipatoria nella crisi del sistema socio-ecologico -
di Tomasz Konicz

È un classico stratagemma degli ideologi reazionari, quello che serve a contrapporre la questione sociale alla protezione del clima. Dall'AfD a Sahra Wagenknecht, da Friedrich Merz a Klaus Ernst, quando arriva il momento di impedire l’attuazione delle misure di protezione del clima, ecco che amano tutti agire come se fossero dei difensori del "piccolo uomo" che rischia di essere schiacciato. E come avviene per ogni ideologia, in questo c'è anche del vero. Il granello di verità distorta, presente in questa narrazione, consiste nel fatto che la lotta per il clima guidata dal capitalismo interno, in realtà aumenta la pressione sui salariati. Il "collante climatico" di Ultima Generazione stressa quei pendolari che arrivano in ritardo al lavoro. Per i lavoratori dipendenti, la protezione del clima si manifesta sotto forma di un aumento dei prezzi dell'energia, o di un ripercuotersi su di loro dei costi di ristrutturazione delle abitazioni, o sugli affitti. E infine, c'è da dire che milioni di salariati in Germania lavorano nelle industrie dei combustibili fossili, i quali possono riprodurre la propria forza lavoro solo producendo motori a combustione. I pifferai magici di ogni tipo, hanno pertanto vita facile a sfruttare le conseguenze sociali prodotte dalla contraddizione tra economia ed ecologia. La menzogna, che fa di questa narrazione un'ideologia, è proprio quella in grado di ignorare tale contraddizione fondamentale esistente tra capitale e clima. La relazione di Capitale deve bruciare quantità sempre maggiori di risorse, nella produzione di merci, al fine di ricavare sempre più denaro dal denaro, nel suo illimitato movimento di valorizzazione. Dal momento che il lavoro salariato costituisce la sostanza del capitale, ecco che allora tutti gli aumenti di produttività portano anche ad un aumento della produzione di beni, e perciò anche alla fame di risorse, da parte della macchina di produzione globale. Tutte le società tardo-capitalistiche dipendono in una certa misura dal "gocciolamento" di questo processo di incendio del mondo, sotto forma di salari e di tasse. Si tratta di una contraddizione che non può essere risolta all'interno del capitalismo. Il capitalismo ne è pieno. E questa contraddizione pervade tutti i salariati, così come l'industria automobilistica, i quali così pagano la propria casa a schiera e finanziano gli studi dei loro figli, mentre simultaneamente diventa sempre più chiaro quale prezzo ecologico micidiale dovrà essere pagato a causa di  tutto questo. La crisi climatica rende evidente che la classe operaia - in quanto "capitale variabile" all'interno della distruzione capitalista - non è un soggetto rivoluzionario, e che la lotta di classe è una semplice lotta per la distribuzione. In che modo, le forze emancipatrici dovrebbero affrontare una simile demagogia, che contrappone la crisi sociale del capitale alla crisi ecologica? Spesso, vediamo dei tentativi apparentemente impotenti, da parte di vecchi marxisti ben intenzionati, di costruire una corrispondenza tra classe economica, o tra i cosiddetti "interessi dei lavoratori" e la protezione del clima, nella quale viene ignorata la contraddizione tardo-capitalistica delineata sopra. Sarebbe invece arrivato davvero il momento di dire chiaramente che cosa sta succedendo, in modo da affrontare queste contraddizioni, così come la crisi sistemica che ne è alla base, anziché nasconderle sotto il tappeto. Il fatto che i salariati debbano scegliere - su base giornaliera - tra sopravvivenza sociale qui e ora e il collasso climatico nei prossimi anni, è un'espressione della necessità di superare la costrizione alla crescita capitalista.

A proposito di ciò che sta succedendo
Di conseguenza, la risposta necessaria e radicale a tutta la demagogia che contrappone la protezione del clima agli interessi interni capitalistici dei salariati è la lotta per la trasformazione del sistema. Il capitale non solo non riesce a conciliare questioni sociali e climatiche, ma è anche semplicemente incapace di risolvere la crisi climatica, o la crisi sociale, proprio a causa della sua compulsione allo sfruttamento, alimentata da sempre più crescenti contraddizioni. Ma oggi bisogna che il Capitale venga trasformato in Storia. È questa la risposta corretta, non solo a tutta la demagogia, ma anche alla doppia crisi del capitale; piuttosto che parlare della costruzione di soggetti rivoluzionari, che purtroppo non esistono. Per dirla nel gergo del vecchio marxismo del movimento operaio: l'operaio potrebbe diventerebbe un "soggetto rivoluzionario" solamente se non volesse più essere un operaio. Dal momento che infatti non c'è alcuna classe di per sé che possa funzionare come soggetto rivoluzionario in base alla sua posizione nel processo di produzione, ecco che allora l'unica speranza rimasta è quella che nella popolazione si formi una coscienza di crisi radicale, la quale possa funzionare come base per un movimento di trasformazione emancipatrice. Pertanto, in tutti gli sforzi pratici, è fondamentale raccontare alle persone cosa sta accadendo per quanto riguarda la crisi; al fine di sviluppare una consapevolezza, tanto del carattere quanto della profondità, della crisi in cui ci troviamo. Il capitale, in quanto cieca dinamica di valorizzazione feticistica in processo, si scontra con quelle che sono le sue barriere, interne ed esterne, allo sviluppo, e in seguito a questo priva la civiltà umana dei suoi mezzi di sussistenza sociali ed ecologici. Il superamento collettivo della relazione di capitale diventa così una questione di sopravvivenza sociale. Ed è proprio questo che bisogna che venga trasmesso alla popolazione in tutte le lotte concrete che divampano a causa delle contraddizioni e degli sconvolgimenti che si stanno intensificando a causa della crisi.

Crisi, concorrenza, istinto di sopravvivenza e sublimazione
L'idea che il sistema sia in grave crisi è dappertutto onnipresente. Riflette l'intensificarsi degli sconvolgimenti, ed è all'origine della consueta interazione tra il declino sociale e l'aumento del comportamento competitivo. È proprio questa concorrenza di crisi, alimentata dal nudo istinto di sopravvivenza, che contribuisce causalmente all'imbarbarimento del capitalismo e all'ascesa della Nuova Destra; la quale copre questa competizione di crisi attraverso il razzismo, il nazionalismo, l'antisemitismo, il fanatismo religioso e così via. Questo istinto di sopravvivenza praticato inconsciamente, che si riflette nella crescente concorrenza tardo-capitalista della vita quotidiana, andrebbe invece "sublimato" nel quadro di una pratica emancipatrice. Ciò va inteso come riflessione cosciente sulle cause inconsce dell'azione sociale, e in questo caso l'interazione esistente tra pensiero competitivo e processo di crisi sistemica. Allo stesso modo in cui il cieco istinto di sopravvivenza dei soggetti del mercato, non fa altro che accelerare le dinamiche della crisi, aprendo le porte alla barbarie, ecco che un bisogno collettivo riflesso di sopravvivere, motivato dalla necessità di sopravvivere al superamento del capitale da parte della società nel suo insieme, potrebbe costituire un potente fattore motivante per le forze emancipatrici, nella lotta per la trasformazione del tardo capitalismo. Una coscienza di crisi radicale, consapevole dell'insolubilità della doppia crisi capitalistica socio-ecologica, e della necessità di sopravvivere alla trasformazione del sistema.

Che cos'è la lotta per la trasformazione?
Di conseguenza, non c'è bisogno di fare una rivoluzione, dal momento che il capitale si smantella da solo. E in realtà, nelle sue fasi iniziali, il processo di trasformazione è  già in atto. La crisi procede come se fosse un processo feticistico, incontrollabile, sulla società, che si svolge in fasi di competizione e di mercato, senza prestare attenzione alle opinioni e ai calcoli degli occupanti del tapis roulant capitalista. Anche se i salariati non volessero ammetterlo, anche se tutti i settori rilevanti della popolazione dovessero aggrapparsi al capitalismo, il sistema crollerebbe a causa delle sue contraddizioni interne. Ciò che resta da vedere, tuttavia, è ciò che verrà dopo – ed è proprio per questo che la lotta per la trasformazione deve essere intrapresa. La società post-capitalista potrebbe sprofondare nella barbarie o realizzare momenti di emancipazione. Molto è ancora possibile. Poiché anche il corso di questo sconvolgimento è a tempo indeterminato, qui viene utilizzato il concetto aperto di trasformazione, che si suppone comprenda tutti i tipi di transizioni, che siano coordinate o caotiche, pacifiche o violente, e portino verso un'altra formazione sociale (ivi compresa anche solo la minaccia di una transizione al collasso). In realtà, la lotta per la trasformazione sta già infuriando, ma non viene percepita come tale. Le dinamiche della crisi vengono portate avanti dall'escalation dei conflitti globali e intra-sociali, ragion per cui oggi  l'emergere della Nuova Destra, insieme al pericolo di una gestione autoritaria e fascista della crisi, sta rendendo l'antifascismo la linea centrale del fronte che separa le forze reazionarie da quelle progressiste. Ecco perché le attività trasversali della sinistra sono così devastanti. Sulla base delle lotte concrete che vengono ancora condotte dai campi politici  - i quali si auto-erodono - si deciderà in che direzione il capitalismo, che è in agonia, finirà per vacillare. La lotta per la trasformazione, consiste perciò nel comprendere le lotte concrete alimentate dalla crisi socio-ecologica mondiale del capitale, in quanto momenti parziali di una lotta perché si eserciti il corso concreto dell'inevitabile trasformazione del sistema, e per condurle, di conseguenza, in maniera da diffondere tra la popolazione la consapevolezza della crisi. Tutto questo, costituisce la grande parentesi che minimizza la concorrenza di movimento, poiché essa può riportare i diversi movimenti progressisti nel contesto di un denominatore comune, riunendoli in quanto momenti parziali di una lotta comune per un processo di trasformazione emancipatrice. Non c'è bisogno di allucinare le concomitanze di interessi intra-capitalistici tra i "combattenti di classe" e gli attivisti per il clima, dal momento che entrambi i movimenti sono solo momenti parziali di un movimento. Diventa pertanto cruciale,  la consapevolezza a partire dalla quale vengono condotte le proteste e le lotte attuali, anche se il loro corso concreto non differisce necessariamente molto dalle vecchie lotte riformiste immanenti, che si sono viste nel sistema, all'inizio. L'obiettivo di un simile confronto, consapevolmente condotto, apparentemente immanente al sistema – lotta per il clima, lotta salariale, protesta Antifa, manifestazioni contro lo smantellamento della democrazia, lotte difensive contro i tagli sociali, ecc. – è destinato a cambiare non appena viene a essere permeato da una coscienza trasformazionale – vale a dire, nel momento in cui viene compreso - e si propaga -  come fase iniziale della lotta per la trasformazione. Il percorso diventa la meta: quella che è l'auto-organizzazione delle persone, nei corrispondenti movimenti di opposizione, dovrà allora essere già sostenuta dallo sforzo di formare momenti di socializzazione post-capitalista.

Pensare nella crisi
Non si tratta più di riparare il sistema malato, ma di trovare delle vie d'uscita ottimali dalla crisi permanente del capitalismo, sulla base di lotte concrete, proprio perché un crollo del capitale nella barbarie e nel collasso segnerebbe per la sinistra l'ultima sconfitta. La sinistra deve pertanto intendere la crisi come un processo che si svolge per fasi, e quindi, di conseguenza, deve anche pensare per processi, per sviluppi: percepire le strutture sociali esistenti vedendole come in processo di decadenza, individuare le contraddizioni decisive e - in previsione degli enormi sconvolgimenti futuri - creare le migliori condizioni sociali e il punto di partenza ottimale per la trasformazione emancipatrice. Simultaneamente, si pone in modo assai concreto anche la questione di quali strutture politiche, quali configurazioni di potere sociale dovrebbero prevalere nella prossima crisi. Il processo di crisi che si svolge alle spalle dei soggetti, può incontrare anche delle società tardo-capitaliste strutturate in modo molto diverso. Possono essere oligarchici, pre-fascisti o democratico-borghesi, più o meno egualitari o di tipo borghese, nazionalisti o cosmopoliti, laici o fascisti religiosi, e così via. La lotta di classe, se sostenuta da una coscienza radicale della crisi, può funzionare come forma germinale, e come momento parziale della lotta per la trasformazione, tanto quanto può funzionare la lotta per il clima. Una chiara posizione frontale contro il fascismo e contro l'opportunismo di crisi (porre apertamente la trasformazione, rappresenta il miglior antidoto all'opportunismo) dovrebbe perciò accompagnarsi a un approccio integrativo che vada il più lontano possibile, al fine di creare così le condizioni ottimali per la trasformazione, costruendo al contempo anche ampie alleanze. Anche se la difficoltà di una simile politica di alleanze sta, da un lato, nell'individuare quelle forze che abbiano il potenziale per poter guidare l'ulteriore processo di trasformazione in una direzione emancipatoria e, dall'altro, di portare in questi movimenti una consapevolezza radicale della crisi. Tuttavia, è comunque importante evitare una gerarchizzazione delle lotte che sfocerebbe in delle contraddizioni, sia principali che secondarie, relative alla lotta di classe. Le lotte di classe, nelle lotte salariali o nelle proteste sociali, possono servire solo se si pongono su un piano di parità con le altre lotte sociali, come quelle Antifa, la lotta per il clima, l'antimilitarismo, il femminismo, la difesa della democrazia, l'autodeterminazione sessuale, ecc. sempre all'interno di un movimento di trasformazione volto a superare, nel corso dei conflitti, la loro falsa immediatezza. Le lotte sociali, le proteste o le lotte di redistribuzione diventerebbero così solo dei momenti di lotta per la trasformazione, condotte attraverso l'introduzione di una consapevolezza radicale della crisi, la quale si intensificherebbe molto rapidamente nel momento in cui i punti appariranno quei punti di non ritorno - sociali o ecologici - che stanno sempre più collassando. Anche quelli che sono solo degli approcci pratici abbreviati - come la lotta di classe, che viene spesso condotta a partire da una falsa immediatezza, o come i contro-concetti del movimento post-crescita e decrescita, che sono ciechi ai vincoli di un dominio tardo-capitalista senza soggetti - potrebbero sperimentare la loro fusione proprio qui, nella lotta concreta e consapevolmente condotta per un futuro post-capitalista. La lotta per la trasformazione progressiva, sarebbe così la fusione di entrambi gli impulsi nella lotta per la sopravvivenza del processo di civiltà, il quale potrà essere mantenuto solo realizzando delle alternative sociali. Il concetto di emancipazione emerge anche a partire dalla lotta per la trasformazione: si tratta di un'emancipazione dal feticismo sociale, vale a dire, dall'eteronomia dei soggetti, attraverso le dinamiche sociali che questi stessi soggetti producono inconsciamente, con la mediazione del mercato. Ciò può essere fatto solo da un movimento che sia consapevole della propria situazione. Ecco perché è importante dire alla gente che cosa sta succedendo, perché solo in una lotta cosciente per un futuro post-capitalista, derivante dall'intuizione della necessità, potranno sorgere momenti di emancipazione. Nel tardo capitalismo, la lotta contro lo smantellamento della democrazia  dovrebbe pertanto essere condotta come una lotta per mantenere dei percorsi di trasformazione non violenta, proprio perché la crisi incoraggerà la fuga autoritaria verso la fede nello Stato. Orientarsi verso una formazione sociale post-capitalista, dovrebbe non solo porre fine alla brama autoritaria per lo Stato, delle parti conservatrici delle linee della tradizione, ma dovrebbe anche minare la narrazione reazionaria della rinuncia al consumo: in una società post-capitalista, i bisogni umani si troverebbero così liberati dal corsetto coercitivo della forma merce. Questa liberazione, dei bisogni, dalla costrizione al consumo della forma merce, potrebbe in tal modo portare a risparmiare massicciamente risorse, senza che questo sia percepito come una rinuncia al consumo. Di conseguenza, malgrado tutte le evidenze, è perciò necessario lottare per poter dare forma all'inevitabile processo di trasformazione, il quale certamente abolirà l'attuale stato di cose, ma che tuttavia rimane aperto nel suo corso e nel suo esito, e si tradurrà nella lotta per la trasformazione per mezzo di un movimento che agisce consapevolmente. Eppure qui dovranno apparire delle forme germinali di una società post-capitalista, che devono essere consapevolmente progettate ai fini della riproduzione, in un processo di comprensione democratico egualitario e di base. La trasformazione del sistema è inevitabile, ma è importante indirizzarlo in una direzione progressiva, emancipatrice. Non c'è alcuna alternativa se non quella di affrontare questo sforzo apparentemente megalomane, giacché il sistema, seguendo il suo stesso slancio distruttivo, minaccia di trasformarsi in collasso e in barbarie. La trasformazione del Capitale in Storia costituisce l'ultimo imperativo capitalistico.

- Tomasz Konicz - Pubblicato su Arranca #56, Sommer 2024 -

domenica 1 giugno 2025

«Ama il Peccatore, odia il Peccato»… o viceversa ?!!???

L'odio è diventato un tabù politico
- di David Graeber -

«A ogni cosa è stata assegnata una stagione, sotto il cielo, c'è un tempo per ogni esperienza: ... Un tempo per amare e un tempo per odiare...» (Ecclesiaste, 3:1,8)

   Alla fine del ventesimo secolo, e all'inizio del ventunesimo, è rimasta l'unica emozione che viene considerata come se fosse intrinsecamente illegittima. Abbiamo categorie legali quali "incitamento all'odio" e "crimini d'odio". Per un personaggio pubblico, professare - o anche solo riconoscere pubblicamente - dei sentimenti di odio verso chiunque, fosse anche il suo più acerrimo rivale, per lui significherebbe porsi immediatamente al di fuori del limite di quello che viene oramai considerato come un comportamento politico accettabile. Gli "odiatori" sono persone cattive. In nessun caso potrà mai essere considerato legittimo basare una politica di qualsiasi tipo, o una politica sociale, sull'odio. Siamo arrivati a un punto tale che a malapena si può incoraggiare l'odio anche nei confronti di quelle che sono solo astrazioni. Ad esempio, una volta i cristiani venivano incoraggiati ad «amare il peccatore, e odiare il peccato». Oggi, un linguaggio simile non sarebbe mai stato coniato. Persino incoraggiare gli altri a provare odio per invidia, per orgoglio o per ingordigia verrebbe considerato quanto meno un po' problematico. Non è sempre stato così. C'è stato un tempo in cui si presumeva che l'odio fosse parte viva del tessuto essenziale – anzi, che addirittura costituisse il tessuto essenziale – della vita sociale e politica. Si considerino, ad esempio, le seguenti citazioni:

«[L'imperatore] Commodo aveva ormai toccato l'apice del vizio e dell'infamia. Nel mezzo delle acclamazioni di una corte lusinghiera, non riusciva a nascondere a sé stesso di essersi meritato il disprezzo e l'odio di tutti gli uomini di buon senso e di virtù del suo impero. Il suo spirito feroce era irritato dalla consapevolezza di quell'odio, dall'invidia per ogni tipo di merito, dalla giusta apprensione del pericolo e dall'abitudine al massacro che traeva dai suoi divertimenti quotidiani.»
«Le oneste fatiche di Papiniano erano servite solo a infiammare l'odio che Caracalla aveva già concepito contro il ministro di suo padre...»
«I monarchi persiani abbellirono la loro nuova conquista di magnifici edifici; ma tali monumenti erano stati eretti a spese del popolo e venivano pertanto esecrati in quanto simboli di schiavitù. La paura di una rivolta aveva ispirato le precauzioni più scrupolose: l'oppressione era stata aggravata dall'insulto e la consapevolezza dell'odio pubblico aveva prodotto ogni provvedimento che potesse renderlo ancora più implacabile..
«L'odio di Massimino verso il Senato era dichiarato e implacabile...»
«I leader della cospirazione... riponevano le loro speranze nell'odio dell'umanità contro Massimino.»
«L'impero era stato afflitto da cinque guerre civili; e il resto del tempo non costituì tanto uno stato di tranquillità, quanto piuttosto una sospensione delle armi in mezzo a tanti diversi monarchi ostili, i quali, guardandosi l'un l'altro con occhio di paura e di odio, si sforzavano di aumentare le rispettive forze a spese dei loro sudditi.»
«L'imperatore [Costantino] aveva ora assorbito lo spirito della polemica, cosicché lo stile rabbioso e sarcastico dei suoi editti era destinato a ispirare ai suoi sudditi quell'odio che egli aveva concepito contro i nemici di Cristo.»

   Di tutti questi passaggi – tutti tratti dal "Declino e caduta dell'Impero Romano" di Edward Gibbon – ciò che salta all'occhio è innanzitutto fino a che punto si presumesse allora che l'odio fosse normale. Che i re e i politici odiassero i loro rivali, c'era solo da aspettarselo. I popoli conquistati odiavano i loro conquistatori, i governanti ingiusti venivano detestati, e gli imperatori odiavano il senato, mentre i senatori detestavano la gente comune, così come i consiglieri imperiali e i membri della famiglia dell'imperatore erano a loro volta detestati dalla folla urbana, la quale periodicamente cercava di bruciar loro i palazzi. In maniera ancora più sorprendente, per l'orecchio contemporaneo, nelle opere degli antichi storici o degli antichi moralisti, non traspare minimamente che simili odi potessero essere in linea di principio illegittimi. E anche nel casso che alcuni potessero pensarlo, la maggior parte di essi apparivano del tutto giustificati. Di fatto, l'odio per un sovrano crudele e ingiusto arrivava a essere considerato come una virtù civica. In epoca medievale, i sentimenti di ostilità tra le famiglie importanti, come quelli tra i quartieri e le corporazioni, spesso venivano istituzionalizzati in quelle che divenivano così relazioni di "odio" formale, che venivano considerate semplicemente come la forma inversa di amicizia, come inimicizia, L'uno poteva così anche essere trasformato nell'altro, facendo uso dei rituali appropriati. In Inghilterra, per esempio, si presumeva che, nel corso ordinario degli eventi, sarebbe avvenuto che la gente comune avrebbe detestato il re - anche dal momento che  i reali, nella maggior parte dei luoghi, venivano visti come stranieri - e pertanto ci sarebbero state spesso dei sommovimenti pubblici dovuti al fallimento di qualche progetto reale. Anche il sentimento di odio nei confronti degli uomini di chiesa era inveterato. (Nel 1736, Jonathan Swift scrisse un saggio intitolato “A proposito dell'odio universale che prevale contro il clero”). I diversi rami del clero si odiavano a vicenda: gli scolari odiavano i membri degli ordini monastici, il clero laico detestava i sacerdoti. Secondo Tommaso d'Aquino, anche l'odio verso Dio stesso era preferibile all'incredulità o all'indifferenza, poiché era, a suo modo, una forma di intenso coinvolgimento con il Divino. L'odio, pertanto, faceva parte del tessuto stesso della vita sociale. Né si immaginava che le cose potessero andare diversamente. Né tantomeno si trattava di un fenomeno tipicamente europeo. Passaggi simili potrebbero essere facilmente assemblati per la Cina, l'India, la Valle del Messico, o per quasi tutte le società che esistevano sotto il dominio monarchico o aristocratico.

  Allora: quando è stato che l'odio ha cominciato a cadere in una simile disgrazia? Si potrebbe obiettare che nella letteratura cristiana ci sia sempre stata una tensione di disapprovazione, ma anche la frase «ama il peccatore, odia il peccato» implica tuttavia che è legittimo odiare un peccato, Mentre invece, al giorno d'oggi, le cose sono arrivate a un punto tale che è probabile che anche questo potrebbe essere considerato problematico. Eppure, nella realtà,  l'evocazione dell'amore cristiano, e la sensazione che l'odio politico sia una violazione dei principi cristiani, appare solo nel 19° secolo. In Inghilterra, negli appelli contro “l'odio di classe” dei Chartisti, ritenuto dalle élite politiche, dai riformatori della classe media e dai cristiano-sociali, come qualcosa che avrebbe portato solo a quella stessa violenta invidia, e ai parossismi di vendetta che avevano caratterizzato la rivoluzione francese. L'impulso essenzialmente reazionario può essere visto ancora più chiaramente nella reazione comune dell'epoca a qualsiasi affermazione dei diritti delle donne: le prime femministe venivano immancabilmente denunciate quali “odiatrici di uomini”. Tutto ciò, è importante da tenere a mente poiché, al giorno d'oggi, tendiamo a presumere che l'espressione «politica dell'odio» abbia necessariamente delle implicazioni di destra (dal momento che l'espressione viene normalmente applicata al razzismo, all'odio etnico o all'omofobia) e, di conseguenza, tendiamo anche a presumere che il tabù riguardo l'esprimere odio politico sia un trionfo della sensibilità essenzialmente di sinistra. In effetti, la storia suggerisce invece che questo sarebbe piuttosto tutt'altro che vero. Innanzi tutto - anche nel caso del razzismo, dell'antisemitismo o dello sciovinismo etnico - inquadrare queste cose, facendolo in termini di "odio", significa quasi necessariamente concentrarsi sui seguaci e non sui leader. I grandi assassini del XX secolo non erano degli uomini spinti da terribili passioni, ma erano dei cinici che fomentavano e sfruttavano le passioni altrui. Non è del tutto chiaro se Hitler odiasse personalmente gli ebrei (o se - analogamente - se Stalin odiasse personalmente i kulaki). Ci sono infatti molte indicazioni secondo le quali essi fossero stati emotivamente incapaci di sentimenti così profondi. Inoltre, le passioni che essi hanno manipolato riguardavano ogni segmento dello spettro emotivo, e i loro seguaci uccidevano tanto per amore dell'umanità - o quanto meno per amore della nazione, della famiglia, della comunità - quanto per odio. Considerare che la lezione da trarre da tutto questo è quella per cui si dovrebbe essere contro “l'odio” - e che si debba pertanto creare una categoria di “crimini d'odio” - significa dare tacitamente la colpa agli esecutori e comunicare agli aspiranti manipolatori di massa che il loro mestiere è perfettamente legittimo, ma che esistono alcune leve che non dovrebbero essere azionate. In realtà, se ci pensate bene, il tabù universale che riguarda qualsiasi espressione di odio nella vita politica ha come effetto quello di convalidare tale tipo di manipolazione. Come ho detto, ci si aspetta che i politici di oggi (a differenza di quelli del passato) facciano finta di non provare odio personale per nessuno. Qual è il tipo di persona che può esistere in un simile mondo di costante rivalità, di intrighi e tradimenti, e non odiare nessuno? Ci sono solo due possibilità reali: uno dovrebbe essere un santo, o un cinico assoluto. E nessuno immagina davvero che i politici siano santi. Piuttosto, mantenendo una pretesa superficiale di santità, in tal modo dimostrano semplicemente la profondità del loro cinismo.

  Si potrebbe anche andare oltre. La messa al bando dell'odio, potrebbe essere vista come la mossa di apertura verso un movimento, verso un mondo in cui il cinico perseguimento dell'interesse personale rimane l'unico motivo politico legittimo. Si noti come l'idea stessa di un "crimine d'odio" inverta quello che è il principio giuridico familiare, secondo cui un crimine passionale dovrebbe sempre essere punito meno severamente di quanto si fa con uno che invece è guidato da un freddo ed egoistico calcolo. Probabilmente non è un caso che un'ondata di leggi contro i crimini d'odio, negli anni '90, sia stata ben presto seguita da una legislazione "anti-terrorismo", la quale, nello stesso modo, prevedeva pene per quei crimini che sono guidati dalle passioni politiche (e per come sono generalmente formulate le leggi, queste passioni potrebbero includere anche l'idealismo più benevolo e l'amore per l'umanità o la natura) che fossero più severe di quelle che verrebbero imposte ai medesimi crimini qualora fossero stati commessi per un profitto economico o per personale Interesse. È significativo il fatto che una logica del genere si applichi solo a livello politico. Dopotutto, in gran parte, l'idea stessa di un "crimine passionale" esiste per giustificare la violenza maschile contro le donne in situazioni domestiche. Qualsiasi analisi realistica del modo in cui funziona il potere nella nostra società, dovrebbe cominciare riconoscendo che tali passioni, e la paura e il terrore che creano nelle loro vittime, sono il fondamento stesso di quei più ampi sistemi di violenza strutturale che sostengono disuguaglianze di ogni tipo (comprese quelle apparentemente coperte dai "crimini d'odio"). Eppure, la violenza domestica non viene mai, di per sé, considerata un "crimine d'odio". Qui, le passioni non fanno altro che peggiorare i crimini qualora si svolgono in un contesto esplicitamente politico. A casa, sono invece una circostanza che li esonera! Sembrerebbe che ci siano solo due eccezioni universalmente riconosciute al tabù dell'odio. Ed entrambe sono di per sé eloquenti. Il primo è quello che potrebbe essere definito come "odio dei consumatori". È accettabile esprimere odio - anche passionale - per delle cose che gli altri considerano invece desiderabili, ma però  non lo si fa: per le Boy Band, per le scarpe da ginnastica, per i film dei fratelli Coen, per i funghi o per le acciughe sulla pizza. Questa cosa, naturalmente, è del tutto in linea con il principio generale secondo cui le passioni devono essere limitate agli affari interni, e non alla politica. Il secondo è più ambiguo: l'odio per i criminali. È lecito odiare coloro che, violando la legge, causano dolore e sofferenza. Ma anche in questo caso, forse perché ci troviamo in una zona ambigua che si muove dalla sfera personale a quella pubblica, raramente esso viene esplicitamente inquadrato come "odio". Sembra spesso che ci sia una sorta di timido flirt con un'emozione proibita: come nei Cattivi dei tanti generi di Pulp Fiction - che si tratti di cowboy o di film di spionaggio, di fumetti di supereroi, oppure, soprattutto, dell'infinita letteratura true-crime - oppure di Serial-Killer, dove l’idea sembra essere quella di provare a immaginare un essere umano così straordinariamente detestabile da far sì che si potrebbe essere perdonati per averlo odiato, dopo tutto.

   In America, per esempio, alle vittime di reati, a tal proposito, viene concessa una licenza particolare, dal momento che viene loro permesso – anzi, vengono incoraggiate a farlo– di esprimere le emozioni più odiose concepibili nei confronti dei criminali, ivi compresi i desideri sadici in cui si augura sofferenza ad altri; cosa che non potrebbe mai essere accettabile in nessun'altra circostanza. Ma tutto questo potrebbe essere esteso per mezzo di una forma di licenza. Così, potrebbe sembrare strano vedere gli intervistatori televisivi grondare compassione nel mentre che la vittima di un crimine esprime quel conforto che ella trae dalla disperazione e dalla miseria dell'assassino della figlia («forse è meglio che io pensi che egli abbia la possibilità di essere liberato, di modo che poi così il fatto possa essere rinchiuso di nuovo, lo farà soffrire ancora di più!»); cioè, affinché così ci si renda conto che abbiamo a che fare con una sorta di pornografia dell'odio, in cui la virtù morale di entrare in empatia con chi ha sofferto fornisca un alibi per l'esperienza vicaria di quei sentimenti che altrimenti si dovrebbero trattare come profondamente riprovevoli. Faremmo bene - credo - a imparare un po' di più dal mondo antico. L'odio per l'ingiustizia può essere una forma di virtù. Per quanto Tommaso d'Aquino abbia scritto a proposito dell'odio per Dio, a fronte di strutture di potere ingiuste, esso rimane quantomeno superiore all'indifferenza o all'incredulità. Dobbiamo riconoscere che molte forme di odio possono essere una forza sociale positiva: l'odio per il lavoro, l'odio per la ricchezza, l'odio per la burocrazia, l'odio per il militarismo, per il nazionalismo, per il cinismo e per l'arroganza del potere. E il fatto che, in molte circostanze, questo significherà anche odio per i singoli capi, per i magnati, per i burocrati, per generali e i politici; e andrà a formare un ricco sentimento di realizzazione allorché si saprà di essersi guadagnati il loro, di odio. Escludere assolutamente l'odio dalla politica significa invece strappare la fibra, negare il motore principale della trasformazione sociale e, in ultima analisi, ridurlo a un sorta di piatto cinismo senza speranza. Significa anche escludere ogni reale possibilità che esista una politica di redenzione. Senza l'esistenza dell'odio, l'amore non ha senso. È solo un'insipida idealizzazione, sia di sé che dell'oggetto della propria devozione. Come tale è fondamentalmente sterile. Il vero amore, l'unico veramente degno di questo nome, è una sorta di superamento dialettico. Diventa possibile solo nel momento in cui si arriva a comprendere la piena realtà della persona amata, il che significa necessariamente incontrare anche quelle qualità che si trovano esasperanti, disgustose o detestabili. Sicuramente, se si conosce abbastanza qualcuno, si troverà in lui qualcosa che si detesta. Ma ciò avviene solo quando lo si incontra e si decide comunque di amarlo, si decide si può parlare di amore in quanto forza attiva, redentrice e potente. E qualche elemento di odio, per quanto piccolo, deve sempre rimanere perché tutto ciò continui a essere vero. Il vero amore può essere tale solo se vince l'odio, ma non annichilendolo, bensì contenendolo e trascendendolo, e non solo una volta, ma per sempre.

   Dovrei anche aggiungere che questo non vale solo per l'amore romantico, ma anche per le famiglie, le amicizie e persino, seppure in forma più attenuata, per le comunità e le associazioni politiche. Credo che qui si trovino delle profonde lezioni per la pratica della solidarietà, dell'aiuto reciproco e della democrazia diretta. Le comunità tradizionali - ci viene spesso detto - possono prendere decisioni collettive per consenso, o impegnarsi in forme di sostegno reciproco e cooperazione, perché sono dei gruppi relativamente piccoli e intimi con delle sensibilità comuni; questo non sarebbe possibile, presumibilmente, per gli organismi più grandi e impersonali riuniti nelle metropoli contemporanee. Ma chiunque abbia trascorso un po' di tempo in una comunità così piccola e intima sa che essa è anche attraversata da un odio profondo e duraturo. Se ci pensate, come potrebbe essere altrimenti? Partecipare a una riunione pubblica in un villaggio significa cercare di prendere una decisione comune in un gruppo che contiene tutti coloro che hanno insultato la propria madre, sedotto il proprio coniuge o amante, rubato il proprio bestiame o reso ridicolo di fronte ai propri amici. Eppure, in generale, sono in grado di farlo comunque. Questo superamento dell'odio comunitario è la manifestazione concreta dell'amore collettivo. È molto, molto più difficile da realizzare di una decisione impersonale tra persone che si conoscono poco, al di là del fatto che sono unite in opposizione a qualcos'altro. Una vera geografia dei gruppi rivoluzionari, allora, comincerebbe non immaginando dei gruppi basati su una solidarietà perfetta e idealizzata (per poi lamentarsi del fatto che in realtà non esistono), ma piuttosto, tracciando delle linee entro le quali tali reti di odio sono state - e continuano ad essere - attivamente superate attraverso pratiche di solidarietà, e attraverso le quali gli odi (giustificabili) non possono essere superati senza trasformare la loro base istituzionale fondamentale; che si tratti dell'organizzazione dei luoghi di lavoro, degli uffici governativi o delle famiglie patriarcali. Una volta che smetteremo di vedere l'odio come qualcosa di cui vergognarsi, diventerà semplicemente ovvio che anche gli odi più profondi e personali possono essere superati all'interno di relazioni di solidarietà – infatti, vengono superati, su base giornaliera, in qualsiasi gruppo sociale che non sia completamente disfunzionale: il che, a sua volta, renderà ovvio che una volta distrutte quelle strutture istituzionali, nessun essere umano rimarrà al di là della redenzione.

- David Graeber -fonte: David Graeber Institute -