domenica 4 maggio 2014

I cantori del soggetto ed il male minore

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Impero (Hardt/Negri): il mondo in crisi visto come la Disneyland della Moltitudine
di Robert Kurz

Il problema per cui la critica sociale si vede confinata nelle categorie dell'ontologia capitalista, peggiora ulteriormente quando le idee del marxismo tradizionale vengono rivestite con gli orpelli della post-modernità. Dieci anni dopo il libro di Rufin, "L'impero e i nuovi barbari", Michael Hardt e Antonio Negri pubblicano "Impero", il loro opus magnum, il quale pretende descrivere il "nuovo ordine del mondo" ed il suo superamento futuro nel quadro di una vasta teoria della storia della modernità (e, più in generale, del suo sviluppo). Benché gli autori procedano largamente sulle tracce di Rufin, fino a prenderne in prestito il riferimento a Polibio, Rufin non viene mai citato, e neppure menzionato nella bibliografia. Eppure si dovrebbe trattare, nella prospettiva di una riformulazione di una teoria sociale emancipatrice, non di prendere in prestito - alla chetichella - degli elementi da Rufin, ma di operare la critica immanente delle sue argomentazioni, per poter fare un passo avanti decisivo. Hardt e Negri non riescono a farlo, se non altro perché non possono, più di quanto possa Rufin, concettualizzare in modo soddisfacente i fondamenti della società capitalista e le sue conseguenze. Per loro, la forma di riproduzione sociale totalitaria del mercato (il problema dello "sviluppo economico", per Rufin) va da sé, fino al punto di non essere neppure menzionato come concetto da mettere in discussione. Le categorie del sistema di produzione di merci, così come Marx le ha tematizzate, o non appaiono, oppure vengono utilizzate in maniera positiva ed acritica. Soprattutto quando si tratta delle categorie del valore, della valorizzazione capitalista e del "lavoro astratto". Hardt e Negri, così facendo, non sono affatto all'altezza della loro ambizione. Perché voler fare la critica del capitalismo senza fare la critica della forma valore e della sua valorizzazione, è più o meno come voler fare la critica della religione senza voler criticare il concetto di divinità. Ed è proprio a tale assurdità che Hardt e Negri si attengono: per loro, la forma valore (la forma feticista che fa del prodotto una merce) è semplicemente un dato ontologico in cui l'umanità si realizza; di più: "creare valore", appare loro seriamente come qualcosa di eminentemente positivo. Per cui sembra che "la conoscenza e l'esistenza, nel mondo biopolitico, consistano sempre in una produzione di valore". Il capitalismo soffrirebbe solo della negatività per cui "il valore che deriva dalla cooperazione collettiva del lavoro viene deviato, confiscato, espropriato ...". Nient'altro, insomma, che il marxismo tradizionale più piatto, ed in profonda regressione, non solo al di sotto di Marx, ma perfino al di sotto di certi marxisti che ritengono che la forma feticcio del valore, e della sua valorizzazione, sia qualcosa da superare, fosse pure ad uno stadio ulteriore del loro "socialismo proletario". Quelli, almeno, hanno una concezione della forma-valore (la forma-merce totalitaria della riproduzione) vista non come semplice condizione ontologica dell'umanità, ma come formazione sociale-storica, e dunque suscettibile di avere una fine. Non c'è quindi da stupirsi se Hardt/Negri non sviluppano alcuna critica della categoria del "lavoro". Anche in questo, si muovono sulle tracce del marxismo tradizionale più usurato, come quando, ad ogni piè sospinto, fanno l'elogio della "forza lavoro vivente", definita "semplicemente come il potere di agire", come attività autonoma degli individui che cooperano ( e che non vengono "sfruttati" se non in maniera esterna) e non come una forma di attività specifica al capitalismo; come una fonte di desiderio e non come contaminazione capitalista del desiderio, ecc.. Così, quello che a loro importa, come importa al marxismo tradizionale, è ancora e sempre "la liberazione del lavoro" e non l'abolizione di tale categoria, la liberazione di un'attività ridotta ad economia e determinata solo in rapporto al capitale. L'operaismo italiano, da cui Negri proviene e che non è mai riuscito a superare, ci aveva già venduto a suo tempo una superficiale "critica del lavoro", ingannandosi sulla merce nella misura in cui non formulava questa critica come critica categoriale di una forma sociale di attività, ma solo come critica secondaria e fenomenologica di un regime di produzione, che supponeva capitalista solo in maniera incidentale. Dietro tale critica, si poteva continuare a sentire - alla maniera archeo-protestante e archeo-borghese - l'eterno elogio del "lavoro vivente". Nonostante prendano abbondantemente in prestito una fraseologia postmoderna, Hardt/Negri rimangono dentro un marxismo volgare; riverniciando il vecchio concetto del capitale, del lavoro e della lotta di classe, per resuscitare la vecchia costellazione conflittuale presumibilmente scomparsa da dei lustri con l'avvento della "postmodernità". Senza che se ne rendano conto, la vecchia forma della critica, divenuta esangue, si trasforma in loro in pura affermazione. Alla stregua di qualsivoglia cronista economico, magnificano, in maniera del tutto aconcettuale, il "passaggio all'economia dell'informazione" e tessono le lodi del lavoro "immateriale" insieme alle sue forme di cooperazione, nel contesto del passaggio all'informatica, a Internet, ai nuovi media, ecc.. Ci vedono una "possibilità [per il lavoro] di valorizzare sé stesso"; un'idea, questa, che Negri propone da tempo. E' il colmo, l'ultimo grido in fatto di tecniche sociali e di gestione, di cui il capitalismo si è servito per la gestione della crisi (esternalizzazione, flessibilità, ideologia dell'uomo che si fa da sé, ecc.), viene elevato al rango di forza liberatrice. I nuovi grandi padroni del "piccolo lavoro" per i tempi di crisi, formalmente "indipendenti" ma, a dire il vero, ridotti allo stato di paria del mercato, vengono presentati da Hardt/Negri come la punta più avanzata di una nuova libertà. Una cattiva interpretazione dei nuovi fenomeni sociali direttamente legata alla propaganda neoliberista. Il fatto che le nuove forze produttrici della microelettronica siano incompatibili con la forma-valore dell'economicismo reale della nostra epoca, viene confuso con una forza che libererebbe da questo feticismo, anche nella forma che il feticismo prende nella crisi. Quello che già costituiva una vecchia illusione del movimento operaio - ossia la volontà di perpetuare in maniera autonoma il processo di valorizzazione del valore in una logica di "classe sociologica", cioè riprodurre il capitale come "capitale senza capitalisti", pretendendo di farlo per i bisogni del movimento operaio e sotto la sua direzione, senza toccare, attraverso il cambiamento della forma sociale, la qualità del capitale - ecco che Hardt/Negri ce lo riconsegnano in una versione postmoderna e niente affatto migliore. Anche considerandolo da un punto di vista immanente al sistema, "Impero" è apparso giusto in tempo perché queste idee si ritrovino completamente ridicolizzate: proprio nel momento stesso in cui la "nuova economia" del capitalismo via Internet rende quell'anima di cui essa difettava. Ponendosi in modo acritico e aconcettuale rispetto alle forme categoriali del sistema moderno di produzione di merci, Hardt/Negri non possono che mancare la nuova crisi mondiale. Per loro - e in questo senso sono del tutto dentro la tradizione della socialdemocrazia e del leninismo - non siamo davanti ai limiti storici oggettivi di questo sistema, e neppure davanti ad una crisi delle categorie delle forme sociali corrispondenti. Certo, parlano incessantemente di "crisi", ma mai nel senso preciso di un'analisi fondata su una teoria dell'accumulazione. Evocano solo vagamente il suo contenuto, ed in un modo così puerile da essere quasi ridicolo; per esempio quando affermano che "il potere imperiale funziona per rottura (...) La società imperiale è sempre e dappertutto in rottura, ma senza che questo la possa portare a breve alla rovina." Che tutto questo non significhi niente, diventa chiaro quando Hardt/Negri cercano di negare perfino l'evidenza empirica della crisi: "Ebbene, nel momento in cui stiamo scrivendo questo libro, alla fine del ventesimo secolo, il capitalismo è miracolosamente ancora vivo e vegeto e la sua accumulazione è più gagliarda che mai". Così come, a partire dalla loro idea puramente illusoria di una sostanza-valore (ontologizzata, del resto) della "nuova economia", deducono un presunta nuova soggettività dei produttori che "si valorizzano da sé stessi", l'affermazione secondo cui la "accumulazione è più gagliarda che mai" si fonda sull'illusione che il capitale possa emanciparsi dalla legge del lavoro astratto e, generalmente, dalla sostanza-valore; passano così ad una definizione arbitraria della "creazione del valore" dove, letteralmente, tutto "il lavoro" - e non importa quale ed in quale maniera - è "creatore di valore" (ivi compresa, lo dicono molto seriamente, la disoccupazione e perfino le emozioni umane). Il vero sfondo sociale di questa fantasmagoria economica, del tutto inconsistente in termini di argomenti e di analisi, è semplicemente la bolla finanziaria del capitalismo mondiale degli anni 1990, di cui la "nuova economia" non costituisce altro che la bolla secondaria. Hardt/Negri qui si smascherano, non solo in quanto ideologhi arcaici di un marxismo tradizionale, volgare ed anacronistico - versione pop e postmoderna, è vero - ma anche, e contemporaneamente, come i piatti teorici - "da sinistra" - del nuovo capitale finanziario che, cosa imbarazzante, si è anch'esso scontrato con i suoi limiti empirici - così come ha fatto la "nuova economia" - nello stesso momento in cui è comparso il loro libro. Con gli occhi accecati dal "folle anno" 1999, e dalla sua scalata di tutte le borse al mille per cento del valore fittizio, attribuiscono a questo capitalismo finanziario, alla stessa stregua degli analisti e dei vecchi cantori dell'investimento borsistico - diventati poi molto discreti, è vero - un potenziale di valorizzazione illimitato. Non criticano affatto questo capitalismo nel quadro di una costruzione teorica, ma si sforzano di nuovo - fedeli seguaci della religione del lavoro - e in un modo paleo-leninista pericolosamente vicino ad un'economia politica dell'antisemitismo, di denunciarlo piattamente in quanto "parassitario": "Come diceva sant'Agostino: i grandi regni non sono nient'altro che grandi proiezioni di piccoli ladri. Agostino di Ippona, così realistico nel formulare questa concezione pessimistica del potere, sarebbe sbalordito alla vista dei piccoli ladri che sono oggi a capo dei poteri finanziari e monetari." Allo stesso modo in cui il piccolo speculatore, dopo essersi fatto spennare come si deve, spara invettive moralizzatrici contro i grossi speculatori e contro "gli ebrei", così anche Hardt/Negri inveiscono contro i "grandi ladri" dei mercati finanziari, visto che essi stessi non sono altro che gli ideologhi della "sinistra pop" e postmoderna del "capitale fittizio", che viene innalzato entusiasticamente al rango di "nuova ontologia" della postmodernità. Invece di analizzare il rapporto intrinseco esistente fra i limiti storici dell'accumulazione reale, i fenomeni di crisi a livello mondiale ed il nuovo capitalismo delle bolle finanziarie, vanno ad unirsi al fronte di quelli che del processo di disgregazione sociale danno una pseudo-spiegazione culturalista, secondo la quale tale processo sarebbe imputabile alla "corruzione"; una teoria che non diventa affatto migliore se viene rivolta a tutto il capitalismo, e non solo alle sue pecorelle smarrite. Invece di spiegare la corruzione attraverso la crisi del rapporto capitalista, questo viene platealmente ridotto a "corruzione": "Nell'Impero, la corruzione è dappertutto: è la pietra angolare e la chiave  del dominio. Si mostra in svariate forme: nel governo supremo dell'Impero e nelle sue feudali amministrazioni periferiche; nelle forze più raffinate dell'amministrazione poliziesca e in quelle più marcescenti; nelle lobby delle classi dirigenti; nelle mafie dei gruppi emergenti; nelle chiese e nelle sette; negli autori degli scandali e in coloro che li perseguono; nelle grandi organizzazioni finanziarie e  nelle transazioni economiche quotidiane. Con la corruzione, l'Impero ricopre il mondo con uno schermo oscuro. In questo modo, il capitalismo dell'Impero "è immediatamente corrotto. Le  sequenze sempre più astratte del suo procedere (dall'accumulazione del plusvalore alla speculazione monetaria e finanziaria) scandiscono la sua marcia trionfale verso uno stato di corruzione generale." L'interpretazione culturalista dello spietato processo sociale ed economico della crisi, porta Hardt/Negri a delle conclusioni già soggiacenti al vecchio operaismo italiano, che ritornano non solo ricollocate in maniera postmoderna, ma anche sotto una forma concettualmente degradata. Le loro conclusioni riposano su una base filosofica che lascia molto a desiderare; ed è ciò che Hardt/Negri cercano di dissimulare, attingendo alla storia delle idee e facendone mostra (nel loro libro, tutti i battaglioni del grande pensiero occidentale sfilano in ranghi serrati). Il substrato del loro pensiero, arricchito di grandi nomi celebri, tuttavia non è altro che un soggettivismo, volgare e pomposo, che fa dell'evoluzione della società un puro rapporto di volontà. Tutto ciò, naturalmente, non è affatto nuovo; è solo la tendenza di un certo "marxismo del fattore soggettivo" e, più generalmente, di una corrente permanente del pensiero borghese moderno, il quale si oppone da sempre all' "oggettivismo", suo fratello nemico, senza essere in grado di criticare il terreno comune di questa polarità, né di farla finita con essa. Scivolando continuamente verso la posizione che era quella della sinistra tradizionale, e in modo diverso, dell'antisemitismo, questo modo di vedere le cose non si collega alle sofferenze e alle crisi delle forme feticizzate del sistema, ma punta il dito contro le "macchinazioni" volontarie da parte dei "soggetti ostili" (originariamente mal definiti); l' "oggettivismo", che è parte integrante della coscienza capitalista, non viene superato. Ci sono sempre due momenti, o due poli, della stessa falsa immanenza affermativa. E' la natura del sistema feticista moderno, cioè a dire la produzione totalitaria di merci, orientata all'accumulazione - priva di senso - dell'astrazione-valore, a dividersi nella polarità soggetto/oggetto, come già sapeva Marx quando constatava che gli uomini "fanno certamente da sé stessi la loro storia, ma non secondo la loro volontà". E' proprio questo che caratterizza la struttura paradossale di un rapporto feticista: la società si impone una legge cieca e coercitiva al punto tale che essa genera, per mezzo di atti di volontà (che rimangono sconsiderati in rapporto all'insieme delle strutture sociali), una pseudo-naturalezza della sua propria riproduzione, che è il risultato degli atti volontari che portano la società a conseguenze distruttive ed autodistruttive. Sebbene, in maniera immediata, tutto avvenga in seguito ad atti volontari, questi sono però predeterminati da un principio-forma antecedente alla volontà individuale (e alla volontà istituzionale). Nella modernità, è la legge della forma-valore o della produzione di merci su scala mondiale, quale risulta in modo cieco ed incosciente dal processo storico, a dargli la sua forma.

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Fare una critica radicale, con l'aiuto del Marx "esoterico" critico del feticismo, significherebbe affrancarsi da questa pseudo-naturalità della società, per pervenire ad un quadro societario che sarebbe cosciente di sé stesso e non più guidato dal feticcio di una "mano invisibile"; dove i membri della società regolerebbero direttamente i rapporti fra loro e determinerebbero l'utilizzo delle loro risorse comuni in funzione dei loro bisogni e delle loro ragioni, in tanto che individui sociali, senza un principio-forma cieco a loro anteriore e senza mediazione reificata, autonomizzata. I teorici che non arrivano a mettersi al livello del problema - ed Hardt/Negri ne fanno senza dubbio parte - sono paradossalmente costretti a rinchiudere l'emancipazione sociale all'interno di questa polarità soggetto/oggetto, e perciò a fallire. A partire da questo fallimento, esistono sempre due possibilità, ciascuna delle quali rivendica una mezza verità affermativa; ovvero, precisamente quella di uno dei due poli che si trovano situati dentro alla cosiddetta "gabbia di ferro" (Max Weber), insuperabile da parte della società feticizzata della modernità. La prima posizione, oggettivista, considera l'emancipazione sociale come la realizzazione conseguente alle "leggi storiche" e non come rottura cosciente con la pseudo-naturalità reale del sistema di produzione di merce. Questa rottura con la falsa "seconda natura" della società feticizzata rimane ignorata, la società che si ritiene "liberata" va di nuovo a far funzionare essa stessa le sue strutture secondo delle leggi cieche, invece di essere determinata collettivamente dalla coscienza dei suoi membri. Inversamente, la posizione soggettivista agisce come se questa "seconda natura" cieca, costituita da leggi sociali di struttura e di sviluppo che funzionano sotto l'impero dell'agente autonomizzato rappresentato dal valore/denaro, semplicemente non esistesse (o che nen esistesse in "maniera effettiva"). Come se il feticismo della modernità non fosse una "illusione reale" (Marx) ma piuttosto un epifenomeno della coscienza che, oggi, non è più valido; come se l'insieme dei legami sociali non fosse un contesto-forma a priori, realmente reificato e non fosse in realtà costituito che da una somma di decisioni e di atti volontari coscienti (Hardt/Negri costituiscono in qualche modo la punta di diamante di tale posizione che dagli anni 1960 ha sempre dominato il "pensiero contestatario"). Appare ironico, e del tutto conseguente, che queste due posizioni rigettino il concetto marxiano della costituzione feticista delle società moderne produttrici di merce, anche se per ragioni opposte: proprio perché questo concetto non permette la dissoluzione unilaterale della polarità in una falsa immanenza affermativa, che sia quella della soggettività pura o quella della pura oggettività. Così, per Hardt/Negri "l'Impero" non è un fenomeno della crisi del capitalismo che strangola sé stesso, non è il prodotto della decomposizione della modernità capitalistica né uno stato di urgenza globalizzata: è una costituzione volontaria dei "potenti", quella della "corruzione generalizzata". La corruzione qui non appare più come nell'ideologia ufficiale, come un ostacolo alla "mano invisibile" ed ai suoi benefici, ma come un regime di autorità che si troverebbe direttamente nelle mani di élite corrotte, dove anche la "mano invisibile" sembra scomparsa. Perché il denaro - l'incarnazione della forma-valore e delle sue leggi feticiste -, così come appare ad Hardt/Negri in una completa ignoranza della realtà dominante del mondo, si presenta come privato di ogni autonomia e di ogni dinamica propria; appare loro come sottomesso ad una "economia di autorità": "Il  controllo imperiale si dispiega mediante tre strumenti globali e assoluti: la  bomba, il  denaro e l'etere. (...) Il denaro è il secondo mezzo globale per realizzare il controllo assoluto. (...) Nel momento in cui tutte le strutture monetarie tendono a perdere qualunque titolo di sovranità, emerge l'ombra di un'unica e unilaterale riterritorializzazione monetaria concentrata nelle città globali, vale a dire i centri politici e finanziari dell'Impero. (...) si tratta, invero, di una costituzione monetaria determinata unicamente dalle necessità politiche dell'Impero." Un'ombra, innalzata da Hardt/Negri al rango di sostanza onnipotente, di "potere di controllo senza limiti" in mano a dei "soggetti corrotti". Secondo logica, allora bisogna reinterpretare il declino reale ed il processo di decomposizione della politica, che ha luogo nella mondializzazione, come l'avvento di una nuova potenza politica, precisamente quella dell' "Impero". Ogni soggettivismo di questo genere, l'ignoranza della costituzione feticista della società e della sua "seconda natura" cieca, si trasforma così necessariamente in "politicismo" ed ipostasi del "potere". Da realtà di gestione globale dello stato d'urgenza, "l'Impero" si trasforma così, in modo fantasmatico, in una costituzione politica positiva, autonoma, perfino in "ontologia" postmoderna di un "potere d'autorità" al servizio immediato del capitale finanziario - come Hardt/Negri non smettono di sottolineare. Il potere assoluto dell' "Impero", in senso positivo, persino glorificato negativamente, appare come quasi "monarchico": "In  primo luogo, l'elemento monarchico della costituzione imperiale applica il proprio potere sull'unità del mercato mondiale". Qui la teoria finisce per trasformarsi in mitologia, una mitologia invero ben miserabile. Nella sua versione postmoderna, il soggettivismo "di classe" operaista è ancora più primitivo di quanto già lo fosse nella sua vecchia versione "proletcult": L'oggettivismo ed il soggettivismo, questi poli ipostatizzati, unilateralità di un rapporto feticista comune (frainteso e, pertanto, non critico), vengono fatalmente recuperati dalla Nemesi dei loro rispettivi alter ego, e si trasformano l'uno nell'altro. L'oggettivismo socialdemocratico e stalinista di una realizzazione delle "leggi sociali indipendenti dagli uomini" (di cui, al di là del mercato, siamo stati fieri!), delle "necessità storiche", ecc. deve così trasformarsi in soggettivismo della politica, in una Ragione di Partito che "ha sempre ragione", nell'arbitraria illusione statalista e burocratica (votata alla sconfitta) esercitata sull'economia feticcio moderno insuperabile. Al contrario, il soggettivismo neo-operaista della politica, dell'autorità, ecc. deve fatalmente, nel momento stesso in cui si esprime, rivoltarsi nel suo contrario: l'oggettività muta delle strutture, degli stadi d'evoluzione, ecc. severamente criticate, come andremo a vedere, come violenza teorica contro la libertà soggettiva dei pretesi "rapporti di volontà".
La costituzione, che si pretende positiva, dell'Impero si realizza, secondo Hardt/Negri come processo storicamente decisivo di sconvolgimento della postmodernità (la cui importanza è sopravvalutata), processo che si tradurrebbe nelle nuove forze produttive della "economia dell'informazione", del "lavoro immateriale", ecc.; si potrebbe persino dire: come nascita di una "nuova ontologia". Ma cos'è questo se non una "teoria dei cicli" che introduce una "legge oggettiva", dal momento che questa ontologia moderna viene posta come retroterra oggettivo di ogni pensiero e di ogni attività ulteriore? Cos'altro significa quest'assegnazione, fatta da Hardt/Negri, ai soggetti di rimanere prigionieri di un tale "campo di immanenza" oggettivo, se non "costringere le azioni umane a ballare al ritmo delle strutture cicliche"? Questo sfortunato incidente avviene in quanto pensano - senza considerare ciò che lo determina - i loro soggetti, e l'attività di questi, come pura volontà in sé; e perché non tengono in nessun conto la costituzione storica e sociale di queste stesse volontà, cioè a dire la forma a priori feticizzata di questi soggetti sociali, in quanto soggetti concorrenziali, cioè prima che possano pensare ed agire per sé stessi. Hardt/Negri questo lo ignorano: la costituzione delle forme avviene in maniera incosciente; e quest'ignoranza ha il suo prezzo: l'oggettività cieca tanto vilipesa torna surrettiziamente nelle argomentazioni di questi cantori del soggetto (ciò che viene assunto da loro, in modo insufficiente, come "costituzione", nei fatti non è che la modificazione cosciente, intra-storica, dei rapporti di volontà e quindi, dei rapporti di potere). Hardt/Negri diventano allora, loro malgrado, oggettivisti, e questo per due ragioni: in primo luogo, "meta-ontologicamente", in un qualche modo, quando riferiscono gli uomini ad un'ontologia della "creazione di valore" presentata come oggettiva, naturale e come transistorica formatrice del "campo di immanenza", anche dell'essenza sociale dell'uomo. In secondo luogo, "intra-ontologicamente", quando definiscono la "auto-valorizzazione" dell'individuo - quello che è stato definitivamente ridotto all'economia reale, che non può essere più altro che il suo proprio capitale umano - come il "campo di immanenza" oggettivamente inevitabile, storicamente attuale della postmodernità, ribattezzando col nome di forma di "liberazione" questa riduzione e questo auto-abbassamento estremo degli individui ad idioti in marcia. Siamo tornati all'oggettivismo hegeliano dell'evoluzione: ciò che esiste è bene, perché necessario e valido, come in una teleologia della storia. Così, quella stupida postmodernità appare anch'essa come cosa buona, e gli auto-valorizzatori della "nuova economia", per quanto stupidi, passano per degli emancipatori grazie al semplice fatto della loro esistenza storica. Ma non appena Hardt/Negri finiscono di concedere la loro benedizione a questa "stupida collettività di idee" ecco che, quella smette di esistere se non sotto forma di una "bancarotta collettiva della realtà". Qui non si tratta più di teoria critica ma di ideologia affermativa il cui gesto critico consiste in altro che questo: far giocare i diversi fenomeni, momenti e categorie empiriche ed "ontologiche" della "immanenza" capitalista, gli uni contro gli altri. L'Impero corrotto, o l'Impero della corruzione, viene misurato nei termini delle virtù capitaliste perdute: "L'aristocrazia transnazionale pare prediligere la speculazione finanziaria a scapito delle virtù imprenditoriali -  e, in questo modo, agisce come un'oligarchia parassitaria." Un nazista o un antisemita non si esprimerebbe diversamente.
Altrettanto povera appare la visione emancipatrice riassunta da Hardt/Negri: "Il  modo di produzione della moltitudine è contro lo sfruttamento in nome del lavoro, contro la proprietà in nome della cooperazione, e  contro la corruzione in nome della libertà. Esso autovalorizza i corpi che si trovano al lavoro (...) e trasforma l'esistenza in un'esperienza di libertà", grazie a delle "riconfigurazioni sempre diverse (...) dell'autovalorizzazione, della cooperazione e dell'autorganizzazione politica". E' il vecchio inno del movimento operaio: un capitalismo (ora il capitalismo postmoderno) senza capitalisti, attraverso "il cambiamento degli uomini al potere". Dopo aver ridotto il rapporto col capitale alla "corruzione" ed aver presentato la gestione dello stato d'urgenza globale come se fosse il glorioso "Impero" di tale corruzione, gli si oppone il "lavoro onesto" del piccolo borghese e la "sana auto-valorizzazione" dei "corpi" cooperanti. Ecco di nuovo il vero e proprio ritornello dei nazisti e degli altri antisemiti.
Il problema sollevato da Rufin circa lo "sviluppo economico" planetario e lo sguardo teorico che ad esso si lega - e che non percepisce Marx come concorrente di Adam Smith, ma come un suo "negatore" - non viene risolto da Hardt/Negri; non viene nemmeno posto. Hardt/Negri, al contrario, trasformano Marx in una sorta di versione turbo-dinamica di Adam Smith, una versione arricchita da un'etica operaista del lavoro e da un cripto-antisemitismo. Partiti da una critica dell'economia politica, ricadono, puramente e semplicemente, in una retorica intra-capitalista del possibile e, allo stesso tempo, nell'illusione politica. Conseguentemente a quest'illusione politica, Hardt/Negri non hanno coscienza del declino della politica innescato dal processo di mondializzazione e dall'erosione del principio di sovranità degli Stati. E' evidente: nel momento in cui la riflessione teorica rimane muta sulle forme sociali che sono a fondamento della logica capitalista della valorizzazione, diventa possibile cercare quelle soluzioni che tradizionalmente non si trovano nella sfera politica secondaria. Questa sfera "potrebbe" non essere vittima della crisi; è, al contrario, quella che si riorganizzerebbe in permanenza insieme alla "valorizzazione del valore". Questa falsa immanenza è, per tale ragione, mai così visibile come quando il suo sviluppo politico si disintegra, un processo che viene negato dall'insieme dei teorici fedeli al sistema. Uomini di sinistra, uomini di destra, liberali: nessuna scuola di pensiero, nessuna delle "maschere" intellettuali della modernizzazione, né Hardt né Negri, vogliono vedere che l'ontologia del loro mondo affonda e  che il loro nomos si sfalda. Di fronte al declino della sovranità, Hardt/Negri si ingegnano a truccare i fatti finché non appaiano di nuovo compatibili con la perpetuazione del sistema di produzione di merci e con l'oggettivizzazione democratica del suo dominio. Le varianti di quest'auto-mistificazione ideologica sono limitate. L'immaginazione fa difetto allorché non c'è più un reale orizzonte di sviluppo. La versione più primitiva di questa cecità rispetto ai fatti consiste di sicuro nel negare, puramente e semplicemente, la decomposizione della sovranità, e a ridefinirne a piacere il concetto, vuotandolo della sua sostanza. E' in questo che risiede la strategia argomentativa di Hardt/Negri, i quali, a priori e senza la minima dimostrazione né la minima analisi, annunciano fin dall'inizio del loro libro: "Tuttavia, il declino della sovranità dello stato-nazione non significa che la sovranità, in quanto tale, sia in declino. Nel corso di queste trasformazioni, i controlli  politici, le  funzioni statuali e i meccanismi della regolazione hanno continuato a governare gli ambiti  della produzione e degli scambi economici e sociali. La tesi di fondo che sosteniamo in questo libro è che la sovranità ha assunto una forma nuova, composta da  una serie di organismi nazionali e sovranazionali uniti da un'unica logica di potere. Questa  nuova forma di sovranità globale è ciò che chiamiamo Impero." (pag.8).
Si potrebbe anche dire che un cadavere sia resuscitato assumendo l'aspetto dei vermi che lo divorano. Se così è, niente si può mai trovare "nel suo declino". Ma un simile cavillo, a proposito della sovranità, semplicemente non può essere preso sul serio. Quello che Hardt/Negri portano, a sostegno delle loro tesi, senza la minima coerenza, dimostra esattamente il contrario. Così, l'ONU e gli altri diversi organismi, che vengono presentati come elementi della pretesa nuova sovranità mondiale, non hanno mai costituito una nuova forma transnazionale, bensì, al contrario, solo l'insieme o la somma delle sovranità nazionali a livello puramente esteriore, e privo di qualsiasi nuova qualità. E' proprio per questa ragione che, nella crisi della sovranità, l'ONU viene maltrattata dagli Stati Uniti, e la NATO si vede marginalizzata ed utilizzata come una semplice bandiera da sventolare, nella misura in cui può ancora servire da strumento di legittimazione. Lo stesso accade per le istituzioni economiche sovranazionali, Banca Mondiale, FMI, ecc. Inversamente, i centri di capitale finanziario transnazionale invocati da Hardt/Negri - non più dell'economia d'impresa globalizzata dei grandi gruppi industriali - non agiscono per niente come un momento della nuova sovranità, ma solo come momento della decomposizione della vecchia sovranità, che nessun "controllo politico" sarebbe in grado di recuperare. Non può esserci uno Stato mondiale, né una moneta mondiale, ed è solo attraverso di essi che si potrebbe costituire una nuova sovranità planetaria, impossibile tanto logicamente quanto praticamente. La contraddizione interna al capitalismo, tra universale e particolare, è insolubile nel quadro della forma capitalista. Ecco perché la moneta mondiale non potrebbe apparire che sotto forma del suo opposto, cioè il dollaro, moneta nazionale della "ultima potenza mondiale" e della zona d'influenza della sua economia. La stessa cosa vale per tutti gli altri momenti della sovranità, ivi compreso l'apparato di repressione. Da nessuna parte si è costituita una sovranità transnazionale, la quale sarebbe una contraddizione in sé. Ma, al contrario, è scattato, a tutti i livelli, l'antagonismo tra la transnazionalità de-territorializzata dell'economia e la nazionalità territorializzante del principio di sovranità. Tale contraddizione interna, Hardt/Negri la diluiscono, senza la minima riflessione concettuale, dentro una qualche vaga rappresentazione di una "logica di potere", o "logica di dominio", che spingerebbe incessantemente verso una nuova sovranità. Abbandonare il concetto marxiano di feticismo della modernità; dissolvere, in maniera platealmente positivista, l'irrazionalità del rapporto-capitale dentro l'apparente razionalità dei rapporti di pura volontà o di dominio esteriore; per arrivare, poi, al modello di una nuova fantasmatica sovranità, costituita arbitrariamente a partire da fenomeni eterogenei: questo significa mancare completamente la realtà della crisi mondiale del capitalismo. Questo tentativo di rianimare il soggetto politico, in agonia, della modernità va di pari passo con l'identico tentativo nei confronti del soggetto sociale. Rufin aveva già lasciato intravvedere - sia pure con un serio stato d'animo - che all'ideologia dei confini, volta ad esternelizzare i "barbari", preferiva la "responsabilità democratico-umanitaria dell'Impero". Al contrario, Hardt/Negri vogliono superare la corruzione dell' "Impero" capitalista mondiale sul suo proprio terreno e dentro le sue proprie categorie - "virtuosamente" ridefinite da una nuova soggettività immanente, postmoderna - "dal basso". A differenza di Rufin, essi vedono chiaramente che non c'è più alcuna "esteriorità" spaziale o sociale, e che tutti i fenomeni si sviluppano all'interno stesso dell'"Impero". Da questo punto di vista, il tentativo di erigere un limite è del tutto inutile. Ma, poiché quest'idea secondo la quale non esiste alcuna "esteriorità" reale, è legata, per Hardt/Negri, all'obbligo di un'immanenza "positiva", essa non può essere assunta in senso critico ed emancipatore: ma deve cercare di mobilitare una forza puramente immanente o di affermarla. Ovviamente, tutto è "immanente" in qualche modo; in altre parole, non c'è niente fuori dal mondo esistente e, per tale ragione, anche la critica è determinata dal suo oggetto. Detto ciò, quest'osservazione è banale. La verità risiede nel fatto che la critica radicale è determinata negativamente, e non positivamente, dal suo oggetto. Essa mira a superare, e non ad invocare qualsiasi forza immanente positiva, tranne la forza della negazione, che deve essa stessa costituirsi in movimento sociale di emancipazione, invece di essere categorialmente determinata a priori dalla forma di ciò che esiste. E' in questo che risiede precisamente il problema operaista di Hardt/Negri: pongono a priori un soggetto di pura volontà secondo il quale le categorie formali del capitale non sarebbero affatto anteriori, ma solo esteriori e secondarie; sia come "mezzi" funzionali di potere, sia come di contropotere - la differenza non attiene alla forma sociale in quanto tale, ma alla volontà da cui questa è animata.

barone

Hardt/Negri devono perciò edulcorare la costituzione, e la conformazione dei soggetti in quanto soggetti della valorizzazione del valore e della concorrenza; il processo di valorizzazione - in quanto sostanza della soggettività - viene da loro assunto del tutto positivamente come potenziale della "auto-realizzazione" dell'uomo, mentre la logica di azione immanente a questa soggettività, ossia la concorrenza universale, è praticamente assente. Ne risulta che il processo di valorizzazione viene interpretato come sostanza della soggettività, in maniera del tutto positiva, come potenza dell'auto-realizzazione umana. E la logica immanente a questa soggettività agente non compare in quanto concorrenza universale (una vera e propria prodezza, in un'opera sul capitalismo che pretende di aprire delle nuove prospettive!). Hardt/Negri - come Rufin - essendo incapaci di formulare una "critica", si vedono obbligati a scegliere un'alternativa che l'Impero in crisi impone loro in maniera immanente, e si indovina quale sia: l'immanenza della barbarie reinterpretata positivamente. Nelle argomentazioni di Rufin si trattava di una pseudo-alternativa, tipo quella incarnatasi nella personalità di Von Ungern; nel caso di "Impero", non si tratta più di un'esternalizzazione - di un "al di fuori nella steppa" - me dell'interiorità dello stesso "Impero". I "barbari" sono immanenti per Hardt/Negri, si tratta di un di per sé già positivo che li porta a concludere (appoggiandosi ad un'errata interpretazione di Walter Benjamin): "I nuovi barbari distruggono con una violenza affermativa e, nella materialità della loro esistenza, tracciano nuovi percorsi di vita." Questi nuovi barbari non sono, secondo Hardt/Negri, prodotti dalla crisi della valorizzazione mondiale del capitale; ma sono al contrario (del tutto conformemente all'ideologia del culturalismo postmoderno e dell'economia istituzionale) all'origine della crisi; intesi non negativamente, ma positivamente, come "soggettività ribelle". In quest'ideologia fantasmatica del soggetto, la valorizzazione del capitale viene indossata a meraviglia, il negativo non risiede in essa, ma nel dominio corrotto che la governa. E c'era da aspettarselo: non ci sarebbe nessuno "inutile", "L'Impero ha lavoro  per tutti! Più il lavoro è deregolamentato e più ce n'è." (pag.371) Anche se si tratta di un lavoro "sfruttato" e dominato dalla corruzione. Dal momento che il capitalismo postmoderno sarebbe riuscito a trasformare tutto in lavoro ed in creazione di valore (cosa che stimano non ci sia nessun bisogno di dimostrare), non si può avere né crisi reale né limite interno assoluto alla valorizzazione del capitale. Anche l'individuo che fa i suoi bisogni nell'intimità del suo gabinetto, in una qual certa maniera, "valorizza il capitale": ecco qua bello bello il sogno del "soggetto automatico", se esso avesse potuto sognare, ma questa visione delle cose costituisce un'impossibilità logica e pratica. Ma per Hardt/Negri si trasforma in realtà del valore come puro rapporto di volontà. La loro critica si riduce così ad uno scontro fra soggetti immanenti; si tratterebbe solo di guarire la barbarie negativa dell' "Impero" corrotto attraverso la barbarie positiva dei prodotti sociali ed ideologici della sua decomposizione. Ma in tal modo, questi adoratori del soggetto si vanno ad impegolare in nuove contraddizioni. Dal momento che il loro nuovo soggetto ontologico della "economia dell'informazione" e del "lavoro immateriale", ecc. non si è mai veramente segnalato per una qualsivoglia ribellione, esso rappresenta piuttosto la barbarie e la corruzione del sistema stesso, e non la contro-barbarie dei prodotti della sua decomposizione. Quando Hardt/Negri ci vengono a parlare delle famose "lotte" condotte dalla soggettività composta in maniera operaista, si vedono costretti a lasciare da parte i loro soggetti auto-valorizzanti e a ricorrere ai movimenti migratori e agli esodi massicci della crisi mondiale, ai banditi etnici, all'evoluzione cieca dell'odierno processo di crisi. La soggettività che si manifesta non è quella delle forze produttive più avanzate dei centri capitalistici, ma, al contrario, la soggettività pseudo-arcaica dentro, e proveniente da, le zone di collasso rimaste fino ad oggi alla periferia. Per Hardt/Negri questa non è una contraddizione, nella loro produzione di un kitsch neo-operaista. Tutto, in fondo, è "soggetto" e, quindi, tutto si trova alla fine in tutto. Dopo aver tracciato un frego definitivo sul carattere feticcio, oggettivo, della valorizzazione del capitale e autonomizzato in struttura sistemica, il loro soggetto non deve solamente "creare" la crisi in maniera volontaristica; esso può perfino reinterpretare a piacere la logica del sistema. Esiste tuttavia una differenza di dignità tra questi soggetti di pura volontà. I soggetti del "potere", i potenti (non si sa perché lo siano ne da dove gli provenga - la costituzione logico-storica del sistema resta avvolta nell'oscurità mistica di una metafisica del soggetto), esercitano senza dubbio realmente tale potere, pur rimanendo in una qualche maniera "irreali", e assoggettati. Questi soggetti del potere sono guidati da una forza; sono guidati, non dall'imperativo senza soggetto della valorizzazione del valore come fine in sé irrazionale, pre-formato, non più dalle leggi coercitive del sistema, ma sono guidati unicamente dal contro-soggetto del proletariato, o della "moltitudine" (è così che Hardt/Negri ribattezzano  pomposamente il vecchio concetto del soggetto del sociologismo classista, a-concettualizzato in termini di critica del sistema). E' questo proletariato, alias moltitudine, che costituisce il vero soggetto autonomo della storia (che ci ricorda un'ipostasi concettuale analoga in Lukacs), mentre i dirigenti si limitano a guardare le azioni autonome e creatrici di tale "vero" soggetto, e a reagire. Secondo questa logica un po' imbrogliata, lo sviluppo capitalistico delle forze produttive non si verifica, in primo luogo, grazie alla concorrenza nei mercati mondiali, ma unicamente come reazione alle "lotte" sociali del proletariato/moltitudine. Questo punto essenziale - e arci-falso - del vecchio operaismo, che ignora tutti i rapporti di mediazione inerenti alla forma sociale, Hardt/Negri lo spingono fino all'estreme conseguenze. Le forme mediatrici e le leggi del movimento - oggettivate in maniera feticista - del sistema di riferimento comune vengono a questo punto edulcorate in modo ontologicamente positivo e la società viene letteralmente ridotta allo scontro diretto ed immediato dei puri soggetti della volontà; la soggettività della moltitudine viene innalzata a costituire il momento unificante e la vera forza motrice dell'evoluzione. Il vecchio movimento operaio che operava solo nel rispetto delle leggi inerenti alla forma del sistema, e che non poteva rappresentarsi l'emancipazione se non sul terreno ontologizzato della forma-feticcio della modernità, è divenuto effettivamente, in ragione di tale limite storico, uno dei motori interni dello sviluppo della società capitalista, rinchiudendosi così, da sé stesso, nel sistema universale della concorrenza, limitato ad un stadio di sviluppo determinato. Hardt/Negri, non contenti di ipostatizzare questo ruolo, lo staccano dal contesto globale dei rapporti di concorrenza del capitalismo e delle sue "leggi coercitive" (Marx) per sublimare la vecchia "lotta di classe del proletariato", prigioniero di una cattiva immanenza, come se fosse il solo vero motore della società. Trasformano così, in modo mistificatorio, la limitazione storica e l'eteronomia sistemica del movimento operaio in volontà storica. Assolutamente tutto ciò che accade nella società sarebbe così il risultato diretto o indiretto della "volontà creatrice" del proletariato/moltitudine, in qualsiasi tempo ed in qualsiasi luogo. Hardt/Negri non hanno neanche paura di affermare che l'egemonia americana dopo la seconda guerra mondiale è stata "di fatto sostenuta dal potere di opposizione del proletariato americano", tanto misteriosa sarebbe l'onnipotenza di questa "lotta di classe", che ci si domanda perché e a che fine il proletariato/moltitudine dovrebbe "liberarsi, dal momento che in quanto soggetto autonomo esso "crea" di già tutta la storia. Questa mitologia a-concettuale di un soggetto proletario di pura volontà, la cui forma sociale non viene semplicemente presa in considerazione, si estende continuamente fin dentro il processo della globalizzazione e della costituzione - che si pretende positiva - dell' "Impero". Hardt/Negri devono qui negare apertamente i fatti - come è caratteristica dei mitologhi e dei mistagoghi - per aggiustare impietosamente una realtà globale in  flagrante contraddizione con i loro miti delle "lotte". Naturalmente, i gloriosi auto-valorizzatori della "nuova economia", come appare per un istante, non lottano veramente: essi fanno solo fallimento. Tutto, in tutti i modi, è "lavoro", tutto non può non essere in sé che "lotta sociale", anche "fare fallimento"? Cosa che è vera, in una certa maniera, se si intende la concorrenza universale come una "lotta" sociale permanente; salvo che un tale genere di "lotta" non contiene la minima scintilla di autonomia, e neppure il minimo potenziale emancipatore; il kitsch sentimentale dell'operaismo deve allora investire nella "soggettività di classe" proletaria a colpi di bacchetta magica (questo potenziale e questa autonomia sono visti come una nostalgia che gli sarebbe inerente).
Che avvenga per mezzo della farsa auto-affermativa dell'economicismo reale (e dei suoi ridicoli progetti d'impresa), sia che avvenga attraverso l'auto-sfruttamento di un nuovo grande padronato di "piccoli lavoretti", gli auto-valorizzatori postmoderni non "lottano" dunque che in maniera virtuale, contrariamente a quello che pretendono Hardt/Negri, per i quali sono destinati in sé, a costituire la base ontologica di un nuovo soggetto delle "lotte". Improvvisamente, niente di tutto questo è vero, e sembra che si restituisca alle moltitudini delle periferie - dal Chapas alla Cecenia - il compito di condurre una sorta di "lotta per procura", da parte dei soggetti della "nuova economia", i quali sono un po' imbranati in materia di lotta sociale. Purtroppo, questa moltitudine della periferia - la massa reale dei miserabili (che non sono connessi neanche per telefono) - non è connessa all'insieme dei soggetti delle nuove forze produttive altro che in maniera negativa, per mezzo della legge coercitiva della concorrenza e dello "involucro economico" globale. A meno che i nostri autori qui non pensino ai capi dei clan e a quei signori della guerra equipaggiati con telefoni satellitari, ai pirati che operano su Internet, ai dirigenti dell'industria del sequestro di persona? Poco importa, poiché, come recitano Hardt/Negri, dappertutto c'è l'energia creatrice autonoma della moltitudine che è, comunque, al lavoro. Le mostruose migrazioni innescate dalla miseria globale, in questo inizio di XXI secolo, vengono reinterpretate, in questa logica, come dei "movimenti di liberazione" oggettivi: "I movimenti della moltitudine disegnano nuovi spazi e i suoi itinerari fissano sempre nuove residenze. L'autonomia di movimento stabilisce il luogo adeguato alla moltitudine. (...) La moltitudine definisce una nuova geografia, così come i flussi produttivi dei corpi creano nuovi fiumi e nuovi porti. Le città della terra diventeranno presto i  grandi depositi della cooperazione umana e le locomotive della circolazione, le residenze temporanee e le reti della distribuzione di massa dei viventi. Attraverso  la circolazione, la moltitudine si riappropria dello spazio e si costituisce come un soggetto attivo." (pag.433) E' vero che "questi movimenti costino terribili sofferenze", ma questa "nuova singolarità nomade" non rimarrebbe per questo meno piena di forza autonoma e di potenziale emancipatore. E, va da sé, ecco di nuovo i Lazzari dell'autonomia e le loro "lotte", e nessuna logica interna della concorrenza capitalista e della sua dinamica, a generare "realmente" la globalizzazione: "Esse infatti investono e sostengono gli stessi processi della globalizzazione. Il potere imperiale ripete, salmodiandoli, i nomi delle lotte per neutralizzarle". Bisogna far mostra di un raro sangue freddo nella contemplazione intellettuale, da una parte, per presentare le migrazioni di massa degli "inutili", dovute alla miseria, come una valorizzazione del capitale di tipo nuovo e, d'altra parte, estrarne immediatamente un potenziale emancipatore di cui sono assai chiaramente del tutto prive. Nelle condizioni della concorrenza universale, le migrazioni non sono altro che un momento in più di quella concorrenza, o la sua continuazione con altri mezzi; in sé, migrare non è più emancipatore che rimanere a casa propria, e il soggetto "nomade" della valorizzazione non è affatto più incline alla critica e alla rivolta di quanto lo sia il soggetto sedentario. E' da molto tempo che ci sono degli uomini che lasciano le loro famiglie e vanno, anche a rischio della vita, a cercare lavoro altrove - per essere alla fine schiacciati dalle macine del capitalismo. Essi non sono più portatori di emancipazione degli auto-valorizzatori postmoderni dell'occidente: ne costituiscono solo la variante miserabile. La realtà empirica a livello globale, ha dimostrato chiaramente che l'epoca della "lotta di classe" e della "soggettività di classe" si è compiuta da tempo; la nuova natura della crisi e la globalizzazione hanno, anch'esse da tempo, dimostrato la limitazione storica, ed immanente al sistema, di questi concetti, così come della realtà che li sottende; tuttavia, Hardt/Negri si accaniscono a fare entrare le nuove realtà mondiali in questa logica anacronistica e a presentarli come una loro estensione lineare. Quest'argomentazione anacronistica non può portare altro che a delle interpretazioni grottesche. E' di già stravagante interpretare le non-lotte degli auto-valorizzatori e quelle dei migranti della miseria come una sorta di emancipazione virtuale e di resistenza sociale; ma dove Hardt/Negri si discreditano del tutto, è quando vanno a trattare degli avvenimenti, delle "lotte" autentiche questa volta, condotte a colpi di bombe e di artiglieria pesante, ma che non avvengono in alcun modo per l'emancipazione sociale. Assolutamente seri, Hardt/Negri fanno davvero rientrare nella logica e nei concetti del loro "classismo" anacronista, i frutti dell'imbarbarimento e della decomposizione che interessa la concorrenza universale, cioè a dire le loro forme inselvatichite, etniche e pseudo-religiose, ed i loro interpreti, come fossero l'emergere positivo di un contropotere: "Nell'odierna rinascita del fondamentalismo, l'innovazione consiste invece nel rifiuto dei poteri che stanno emergendo nel nuovo ordine imperiale. Da questo punto di vista, in quanto rivoluzione contro il mercato mondiale, quella iraniana è, senza dubbio, la prima rivoluzione postmoderna." (pag.171) Se è Khomeini a portare la torcia dell'anticapitalismo, allora bisogna ammettere Osama bin Laden nel paradiso dei combattenti per la libertà e dargli un posto d'onore a fianco di Che Guevara. Hard/Negri dimostrano a loro spese che mantenere nelle condizioni della post-modernità il mito della lotta di classe - che rimane in verità limitato dai criteri del sistema - porta alla perdita di ogni facoltà di giudizio. Tuttavia, tale perdita coincide con la non-riproducibilità crescente del rapporto feticista moderno, che ne costituisce il fondamento; cosicché i nostalgici della lotta di classe hanno ragione, anche a loro insaputa. Essi hanno ragione, ma solo nel senso per cui la "lotta di classe", e più generalmente la lotta sociale determinata dai rapporti di concorrenza universale, non può riapparire nella forma-soggetto moderna in decadenza, se non in un modo inselvaggito che nega qualsiasi gesto di emancipazione. Quel che Hardt/Negri involontariamente dimostrano quando mettono, nel numero delle "lotte  più radicali e potenti degli ultimi anni del ventesimo secolo"(pag.72) le quali rivelerebbero il "rifiuto dello sfruttamento da parte della moltitudine" ed "una nuova solidarietà proletaria e una nuova militanza", come per caso, e al primo posto, "l'intifada palestinese contro l'occupazione israeliana". Se l'intifada palestinese è la "lotta di classe" - ed in una certa misura lo è, per lo meno in quanto versione dell'ultima ratio della concorrenza - allora lotta di classe, modernizzazione, e "sviluppo", ecc. sono oggi identici alla totale perdita di sé. Se la "solidarietà proletaria" consiste oggi nel farsi esplodere insieme ai passanti e nell'uccidere dei bambini a colpi di fucile sparati dai cecchini, allora il massacro fra i lavoratori salariati nel corso della prima guerra mondiale è stato un'espressione di questa "solidarietà proletaria", perfino con una natura particolarmente nobile se paragonata agli atti barbari dell'intifada. E perché non mettere allora nella colonna dei "profitti" del "movimento di emancipazione proletaria" le bande di giovani neo-nazisti in Germania ed in tutta l'Europa, la "nazione dell'Islam" negli Stati Uniti, visceralmente antisemita, e, più in generale, le atrocità dell'insieme dei guerrieri etnici del capitalismo mondiale in crisi? Tutto è "lavoro creatore" della moltitudine, tutto è valorizzazione di sé e del capitale, tutto è lotta d'emancipazione. Cascano le braccia.
Non è per caso se, in quest'ambiziosa inchiesta di Hardt/Negri, tutt'altro che modesta, l'antisemitismo, così come la concorrenza, brilli per la sua assenza. Fare storia e analisi del modo di produzione capitalista unicamente a partire dal concetto positivo del soggetto di pura volontà "creatore del valore", senza fare mai riferimento alla concorrenza e all'antisemitismo, è un po' come fare la storia del cristianesimo a partire dal concetto di amore per il prossimo senza mai menzionare le Crociate, le guerre di religione e i roghi delle streghe. Così facendo, Hardt/Negri non solo passano a lato della Storia, ma anche a lato del presente del capitalismo in crisi mondiale. Sono essi stessi vittime di una concezione mutilata che taglia e nasconde in numerosi punti la logica dell'antisemitismo. Come Rufin prima di loro, Hardt/Negri restano intrappolati nella falsa immanenza dell'ontologia capitalista, in altre parole si accampano sul territorio categoriale del sistema moderno di produzione di merci e di "avvolgimento economico" del mondo, il quale si rivela in pratica irrealizzabile per la maggioranza del pianeta.

Pottersville 

Trincerarsi, costituisce per l'Impero della valorizzazione del capitale una reazione spontanea al processo di decomposizione. I confini non si estendono solo lungo le frontiere esterne, mal definite ed incerte: diventano un fenomeno universale, anche all'interno dell'Impero e, in generale, all'interno di ciascuna società in crisi nel contesto dei processi della globalizzazione. I muri ed il filo spinato si estendono lungo la frontiera a sud degli Stati Uniti, così come alla frontiera est dell'Unione Europea; ma anche fra Israele e i palestinesi, tra "etnie" e "tribù", dappertutto, fra baraccopoli e quartieri residenziali. La conseguenza più visibile è che ogni individuo astratto che, in un modo o nell'altro, gode ancora della strana "fortuna" di lasciarsi macinare dal capitale, si trascina dietro, con sé, un muro mobile e una barriera di filo spinato portatile. La critica che rimane prigioniera di una cattiva immanenza e delle categorie del sistema, non è più una critica: essa non può fare altro che disperarsi di sé stessa. In queste condizioni, non rimane che l'alternativa formulata da Rufin: o l'opzione che illustra Kléber, o quella di di Von Ungern; cioè a dire: o l'imperialismo democratico moralizzatore dei diritti dell'uomo, ignorante della crisi del sistema, oppure la reinterpretazione positiva in termini di "soggettività ribelle" dei prodotti dell'imbarbarimento; anch'essi ignoranti della crisi del sistema. In entrambi i casi, si è forzati a riscoprire in maniera positiva ed illusoria una delle forme sotto le quali si manifesta la soggettività moderna, che è sul punto di crollare: che sia, come per Rufin, il soggetto ideologico dei diritti dell'uomo e della democrazia, con la sua perfida neo-lingua orwelliana; o che sia, come per Hardt/Negri, il soggetto ideologico apertamente barbaro, di cui fare l'ingannevole strumento per una cura ringiovanente dell'umanità.
Hardt/Negri tentano di fare una miscela di entrambi. Non vogliono sapere niente della costituzione logico-storica del sistema, ma solo passeggiare per le sue forme ontologiche. Niente di diverso, per principio, rispetto al vecchio movimento operaio scomparso, anche se la prospettiva di sviluppo storico di quello fa loro difetto. E' ciò che salta agli occhi quando Hardt/Negri cominciano a dedurre, dal preteso passaggio alla sovranità mondiale da parte dell'Impero (cosa inventata di sana pianta), qualcosa che assomiglia ad un programma e a delle rivendicazioni. Non c'è da stupirsi allora che si richiamino alla storia borghese del diritto e della costituzione, invocandone i corifei (Kelsen, per esempio), in modo del tutto positivo, insieme ai grandi nomi della filosofia. Non ci vuole molto tempo a capire che il terreno della costituzione capitalista non è stato abbandonato.
Ciò che emerge allora come prospettiva d'azione è a dir poco patetico: "Quello che nondimeno possiamo vedere è un primo elemento di un programma politico della moltitudine globale, una prima istanza politica: "la cittadinanza globale". (...) Nella postmodernità, questa richiesta politica di fatto fa leva su un fondamentale principio costituzionale della modernità, che collega il diritto al lavoro e che ricompensa, con la cittadinanza, il lavoratore che crea il capitale. (...) Il diritto universale di controllare i propri movimenti è l'istanza radicale della moltitudine per una cittadinanza globale. (...) La generalità della produzione biopolitica evidenzia una seconda istanza politica programmatica della moltitudine: un salario sociale e un reddito garantito per tutti. (...) La richiesta di un salario sociale estende a tutta la popolazione la domanda che tutta l'attività necessaria per la produzione del capitale sia riconosciuta con un'uguale ricompensa, in modo tale che il salario sociale divenga, effettivamente, reddito garantito. Una volta che la cittadinanza è stata estesa a tutti, possiamo definire questo reddito garantito un reddito di cittadinanza dovuto a ciascuno in quanto membro della società. (...) Il  programma dell'operaio sociale è il progetto di una "costituzione". Nella matrice produttiva  contemporanea, il potere costituente del lavoro si esprime  nell'auto-valorizzazione  dell'umano  (l'uguale  diritto  di cittadinanza per tutti sull'intera sfera del  mercato mondiale); nella cooperazione  (il  diritto  di  comunicare,  di  costruire  linguaggi  e  di controllare le reti comunicative) e nel potere politico, inteso come costituzione di una società in cui le basi del potere siano definite dall'espressione  dei  bisogni  di  tuffi. Questa è l'organizzazione dell'operaio sociale e del lavoro immateriale, un'organizzazione di un potere politico produttivo e un'unificazione biopolitica gestita, organizzata e diretta dalla moltitudine - una democrazia assoluta in azione".
Quest'elenco di pii desideri nel quadro di una "eutopia" naif e romantica, dà l'impressione di una recita scolastica che riassume tutte le illusioni piccolo-borghesi e proletarie degli ultimi due secoli a proposito di un "capitalismo equo"; equivale ad un'auto-esecuzione intellettuale da parte dei due autori. Involontariamente, ci consegnano il piccolo segreto angosciante della bolla retorica dei loro discorsi e della loro pusillanimità universitaria: non c'è nient'altro dietro questa fraseologia trita e ritrita sul soggetto giuridico e civico borghese, di cui si cerca di prolungare per l'eternità l'esistenza leziosa ed angusta. E' questa regressione all'idillio giuridico del "giardino operaio" - di cui il giovane Marx si fece beffe ai suoi tempi - che, infatti, sta dietro questo tuonare da operetta e quest'architettura "trompe l'oeil" che sono le teorie del postmoderno. L'illusione del vecchio movimento operaio, che, per mezzo della forma giuridica, voleva aggirare la dura logica non negoziabile del modo di produzione e della realtà del sistema delle categorie capitalistiche, senza infrangerle né superarle, celebra la sua gioiosa resurrezione postmoderna. Questo equivale a fare di una bomba a mano cui è stata tolta la sicura, una teiera graziosamente panciuta e, in tale spirito, invitare ad una piacevole festa in giardino. E' questa fede nel diritto che tradisce il carattere piccolo-borghese del vecchio movimento operaio, nella misura in cui quest'ultimo non vedeva altra prospettiva se non vendere decentemente la sua forza-lavoro, come un'onesta prostituta che negozia le sue doti. Non c'era in gioco nient'altro, se non il "riconoscimento" e la "garanzia", in seno al sistema di schiavitù democratica e sotto forma di un "salario equo per un'equa giornata di lavoro". Allo stesso modo, Hardt/Negri vogliono, senza vergogna, che vengano oggi garantiti ai "lavoratori che creano il capitale" riconoscimento e salario, in virtù della loro sottomissione alla forma sociale feticizzata (spinta fino alla "auto-valorizzazione" e all'auto-riduzione della propria persona allo stato di "creatore del capitale" a livello mondiale). La risposta di Marx a questa paccottiglia sentimentale proletaria, non ha perso niente della sua virulenza: "Abbasso la schiavitù salariale!" Come prospettiva di emancipazione sociale e di superamento del modo di produzione capitalista, la ricerca di un riconoscimento e di una garanzia giuridica "costituzionale", non è mai stata altro che un'illusione, la variante piamente statalista dell'ideologia borghese del soggetto. Quest'illusione giuridica ha avuto come risultato reale quello di integrare giuridicamente e politicamente il lavoro salariato - lotta per il suffragio universale, libertà di coalizzarsi, o garanzia dello stato sociale - nella società capitalista e nella sovranità, in quanto aspetto politico della stessa società. Hardt/Negri non fanno altro che rigiocarsi, a un livello mondiale immaginario, e quando le condizioni sono del tutto assenti, questo movimento di integrazione oramai concluso, e da lungo tempo divenuto privo di soggetto. La sola ragione per cui hanno inventato questo fantasma della nuova sovranità mondiale dell'Impero, è quella di mettere in scena questo recupero, senza l'immaginazione del vecchio programma socialdemocratico e sul terreno completamente inappropriato del capitalismo globalmente in crisi. Ma così come non c'è sovranità mondiale - cosa che supporrebbe uno Stato mondiale e l'identità immediata, logicamente impossibile, fra l'universale e il particolare - non ci può essere naturalmente neppure "cittadinanza mondiale" giuridico-costituzionale, né "stato sociale mondiale"con "salario sociale garantito". Per non parlare della logica della crisi economica generata dalla terza rivoluzione industriale, la quale in ogni caso ha già distrutto il sistema del reddito, suonando così la campana a morte alla forma generale moderna del feticismo. Hardt/Negri si rifiutano, così come fa tutto il pensiero borghese contemporaneo, di vedere la realtà della decomposizione e dell'autodistruzione del sistema moderno di produzione di merci, ivi compreso il suo principio di sovranità. Hanno bisogno di rimpiazzare la nuova realtà negativa con il vecchio concetto positivo della forma giuridica borghese. A fronte di questa globalizzazione della crisi dell'economia d'impresa, Hardt/Negri affabulano candidamente a proposito di "uguale diritto alla cittadinanza per tutti nell'intera sfera del mercato mondiale". Hanno bisogno di fare questo per far tornare di contrabbando la categoria di "cittadinanza" (per sua natura, nazionale) nell'universalità negativa della globalizzazione, mentre essi stessi, inoltre, evitano di dire che il loro "Impero" fantasmatico non assomiglia per niente ad uno Stato. "I diritti di cittadinanza per tutti", ad un livello (quello del mercato mondiale) dove non c'è uno Stato, non si possono avere: si potrebbe meglio dimostrare come questo pensiero, nonostante la sua pseudo critica postmoderna della filosofia progressista illuminista, rimanga prigioniero delle strutture aporetiche di quest'ultima, dentro la quale si manifestano le contraddizioni reali del capitalismo. L'inconsistenza di questa "cittadinanza mondiale" giuridica, permette ad Hardt/Negri di fuggire - allo stesso modo in cui fuggono gli ideologhi ufficiali della democrazia - davanti alle contraddizioni flagranti del presente, e di rifugiarsi nelle illusioni borghesi del XVIII secolo, cercando di far scintillare, in un sistema mondiale che sta crollando, una nuova versione del programma socialdemocratico: una sorta di "socialdemocrazia mondiale". Ed è questo che viene spacciato per l'espressione intellettuale dell' "ala radicale" di un nuovo movimento anticapitalista! Hardt/Negri non oltrepassano mai l'orizzonte del marxismo tradizionale divenuto obsoleto. Finora, tutta la critica socialista aveva avuto l'abitudine, sul terreno mai contestato dell'ontologia capitalista, di afferrare le alternative offerte dal processo di sviluppo del sistema e di occuparne ogni volta il polo "progressista". Ma occupare il polo di un'alternativa immanente è diventato ormai impossibile, perché questo non significa nient'altro che la scelta fra due poli di una stessa barbarie. Entrambe le parti della polarità immanente dei "conflitti" hanno perduto qualsiasi prospettiva. Ovvero, la sinistra si deve mettere per la prima volta a livello di una critica categoriale delle forme fondamentali del capitalismo: il "lavoro astratto", il valore, la produzione di merci, l'economia d'impresa, lo Stato, la politica, la nazione ...; diventando essa stessa senza oggetto. E' solo nel contesto di una critica categoriale che la critica emancipatrice può raggiungere il livello transnazionale del capitalismo in crisi. Perché non c'è più progresso capitalista e, per tale ragione, non esiste più nemmeno un male minore: ci sono solo dei differenti mali, di uguale importanza ed ugualmente inaccettabili.

- Robert Kurz - da  "Anselm Jappe e Robert Kurz - Les Habits neufs de l'Empire. Remarques sur Negri, Hardt, Rufin » (Editions Léo Scheer, Lignes, 2003)"

fonte: Critique Radicale de la Valeur (wertkritik)

sabato 3 maggio 2014

Homo Ludens

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Nel 1948, alcuni artisti influenzati dal movimento surrealista e dal realismo socialista, provenienti principalmente da Copenaghen, Bruxelles ed Amsterdam - e che cercavano di integrare nell'arte, tutte le idee del comunismo - formarono un gruppo dal nome "CoBrA" che inizialmente si caratterizzava per la sua reazione contro la rigidità dell'astrazione geometrica, accompagnata ad una preferenza per la spontaneità, insieme al rifiuto di tutte le teorie prestabilite, e per un primitivismo ed una violenza deliberata. Tra gli artisti di CoBrA, si metterà in evidenza Constant Anton Nieuwenhuys, il quale, insieme ad altri, fra cui Guy Debord, andrà a dar vita ad una nuova organizzazione, "L'Internazionale Situazionista", che avrà come programma la lotta al capitalismo - per farla finita con la società di classe, in quanto sistema oppressivo - attraverso il momento centrale dato dalla creazione di "situazioni". Una situazione costruita può essere definita come: "Momento di vita, costruito concretamente e deliberatamente attraverso l'organizzazione collettiva di un ambiente unitario e per mezzo di un gioco di eventi". Una proposta finale per il superamento dell'arte che sfocia nella pianificazione urbana e nell'ambiente ludico.
E' la "deriva", una delle pratiche più importanti sviluppata dai situazionisti ed attiene al tempo in cui si facevano dei lunghi viaggi in cerca di grandi scoperte ed avventure. Per i dadaisti, prima, per i surrealisti e poi per i situazionisti tali derive non si realizzano più nei luoghi esotici , bensì negli scenari della vita quotidiana, enfatizzando il suo carattere di "spazio inutile" o "spazio abbandonato". I risultati della deriva situazionista, si esprimono nelle "guide psicogeografiche", le quali si riferiscono a delle mappe, composte da frammenti di città che si relazionano in un modo casuale, dovuto agli effetti che l'ambiente produce sulle emozioni e sul comportamento degli individui.
Rispetto a questa nuova scoperta della città, fatta a partire dai percorsi urbani, Constant Anton Nieuwenhuys elabora la sua proposta della "Nuova Babilonia". Basata sul principio di disorientamento, essa consiste in un'architettura diversa tanto nelle sue zone quanto nei suoi momenti, traendo quest'idea dalle differenti zone urbane e dalle manifestazioni emozionali che emergono da ciascuna di esse, Nuova Babilonia è formata da elementi prefabbricati che moltiplicano la variabilità dello spazio e producono una deliberata confusione spaziale. Una città fornita di spazi ludici, quali giochi acquatici, circhi, labirinti, abitazioni consacrate alle sensazioni, ecc. In tal modo, Constant immagina un ambiente architettonico creato per quello che Huinziga chiamava "Homo Ludens".

venerdì 2 maggio 2014

Parallelismi

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" (...) Una tattica di guerra fra gli Yanomami, è quella di invitare la gente di un altro villaggio a venire a festeggiare nel loro villaggio ed ucciderli quando hanno deposto le armi e si sono messi a mangiare. (...) (allo stesso modo) il popolo Sawi, del sud-ovest della Nuova Guinea, onora il tradimento come fosse un ideale: piuttosto che uccidere direttamente un nemico, preferiscono invitarlo più volte, nel corso dei mesi, a far loro visita e a condividere il cibo, per poi osservare il loro terrore quando, prima di ucciderli, dichiarano: « Tuwi asonai makaerin ! » (Ti abbiamo ingrassato con amicizia per il massacro) "

da: - Jared Diamond - "Il mondo fino a ieri. Che cosa possiamo imparare dalle società tradizionali?" -

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" (...) [Oliverotto da Fermo] fece un convito solennissimo, dove invitò Giovanni Fogliani, e tutti li primi uomini di Fermo. Ed avuto che ebbero fine le vivande, e tutti gli altri intrattenimenti che in simili conviti si fanno, Oliverotto ad arte mosse certi ragionamenti gravi, parlando della grandezza di Papa Alessandro e di Cesare suo figliuolo, e dell’imprese loro; alli quali ragionamenti rispondendo Giovanni e gli altri, egli ad un tratto si rizzò, dicendo quelle essere cose da parlarne in più segreto luogo, e ritirossi in una camera, dove Giovanni e tutti gli altri cittadini gli andarono dietro: Né prima furono posti a sedere, che da luoghi secreti di quella uscirono soldati che ammazzarono Giovanni e tutti gli altri."

da: - Niccolò Machiavelli - Il Principe - Capitolo VIII - "Di quelli che per scelleratezze sono pervenuti al Principato".(1513)

giovedì 1 maggio 2014

Origini

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Verso una storia della critica del valore
di Anselm Jappe

Nel 1991, cadde il Muro di Berlino e l'Unione Sovietica era sul punto di esalare l'ultimo respiro. L'euforia della vittoria si spandeva fra coloro che erano sempre stati, o almeno da qualche tempo, convinti che il libero mercato e la democrazia occidentale fosse l'ultima parola nella storia. Fra la sinistra radicale, inclusi coloro che non avevano mai nutrito alcuna illusione circa "il socialismo attualmente esistente", c'era molta costernazione. Era davvero impossibile superare il capitalismo? Era necessario limitarsi d'ora in poi a fare solo occasionali modeste riforme? In tale contesto, la comparsa di un libro scritto in tedesco, intitolato "Il crollo della modernizzazione: dalla caduta del socialismo da caserma alla crisi economica mondiale" (Kurz 1991) poteva non sembrare bizzarro. Non di meno, questo libro, pubblicato da una grande casa editrice, ebbe un sostanziale impatto su una recentemente "riunita" Germania. Fino ad allora, l'autore del libro, Robert Kurz (1943-2012), era conosciuto solo nei ristretti circoli marxisti per una sua piuttosto oscura rivista che di recente aveva cambiato il suo nome da "Marxistische Kritik" a "Krisis". Kurz sosteneva nel suo libro che, lungi dall'essere il segnale del trionfo finale del capitalismo occidentale, la caduta dell'Europa dell'Est era solo una tappa del crollo graduale dell'economia mondiale basata sulla merce, sul valore, sul lavoro astratto e sulla moneta. Dopo due secoli, il modo di produzione capitalista aveva raggiunto i suoi limiti storici: la razionalizzazione della produzione, che prevede la sostituzione del lavoro umano con la tecnologia, mina le basi della produzione del valore, e quindi del plusvalore, il quale è l'unico obiettivo della produzione di merci. Tuttavia, niente, tranne il lavoro vivo, il lavoro che si richiede nell'atto della sua esecuzione, crea valore e plusvalore. L'URSS non è stata nient'altro che una variante della società di mercato mondiale. Era solo una forma di modernizzazione di recupero, come dire, la violenta introduzione dei meccanismi di base della produzione di valore in un paese arretrato che, diversamente, non sarebbe stato capace di diventare parte autonoma del mercato mondiale. Se l'Unione Sovietica non era "socialista", ciò non era dovuto alla dittatura di una classe burocratica, come aveva sostenuto la sinistra anti-stalinista. La vera ragione era che le categorie centrali del capitalismo - la merce, il valore, il lavoro, il denaro - non erano mai state abolite. Tutto ciò che era sempre stato sostenuto era che venivano "gestite" in modo migliore "a beneficio dei lavoratori". Ciò che era crollato non era una "alternativa" al sistema capitalista, ma piuttosto "l'anello debole" di questo sistema. Comunque, il meccanismo di cui i paesi "socialisti" erano stati vittime aveva trascinato anche i "vincitori" nella crisi. Il capitalismo occidentale era destinato ad entrare ben presto in una fase di grande scompiglio che lo avrebbe portato al crollo finale della società basata sul feticismo della merce. Qual era questo meccanismo? Era l'impossibilità a contenere la crescita delle forze produttive - in particolare l'enorme aumento di produttività derivato dalla microelettronica a partire dagli anni 1970 - dentro la camicia di forza della produzione di merce valore. Il valore, come forma sociale, non riconosce l'utilità effettiva delle merci. Esso considera solo la quantità di "lavoro astratto" che esse contengono, cioè la quantità di pura spesa dell'energia umana misurata in tempo. Questo primo libro scritto da Kurz (libro che, nei due anni successivi, sarebbe stato seguito da altri tre, fino ad un totale di una dozzina), conteneva di già una grande quantità di quello che avrebbe caratterizzato la critica del valore, in particolare come sarebbe stata espressa da Kurz. Per prima, una spietata critica di tutte le varianti del capitalismo, spesso espressa con genuina indignazione. E poi, una critica ugualmente spietata degli approcci convenzionali alla teoria anti-capitalista: lotta di classe, e proletariato come soggetto rivoluzionario; la difesa del lavoro e dei lavoratori; e la concettualizzazione del capitalismo visto essenzialmente come dominio da parte della "classe capitalista" che possiede i mezzi di produzione. Kurz riesamina severamente tutti questi concetti, certo non per concludere che sia impossibile sfuggire al capitalismo, ma piuttosto per mostrare che sono ancora insufficienti, "critiche immanenti" che mirano semplicemente a meglio distribuire e gestire le categorie di base del capitalismo, non ad abolirle. Il suo "Crollo della modernizzazione" contiene già questa miscela di rigorosa "critica categoriale" e di analisi dettagliata dei processi economici e sociali contemporanei. Vi si può egualmente leggere il disprezzo dell'autore per quasi tutte le forme di marxismo tradizionale e per altri approcci della sinistra radicale, per tutto il pensiero borghese, e perfino per una parte dello stesso lavoro di Marx. Solo la critica dell'economia politica, come è stata sviluppata da Marx, sarebbe sufficiente come fondamento teorico per la demolizione delle certezze della sinistra. Oltre a ciò, il lavoro di Kurz ha attirato molto interesse come risultato di questo suo brillante, vigoroso, e spesso polemico stile e per la sua propensione a descrizioni drastiche delle incombenti catastrofi che si trovano appena dietro l'angolo (e mentre questo lato "apocalittico" ha spesso giocato un ruolo decisivo nel suscitare l'attenzione del pubblico e dei media verso la critica del valore, esso ha anche ingenerato qualche equivoco). Quando la critica del valore arriva per la prima volta all'attenzione pubblica, e non può essere "incasellata" nelle forme consuete del pensiero critico (non è né marxista, né anarchica, né consiliarista, né situazionista, né ecologista, né democratica radicale, né della Scuola di Francoforte, ecc.), questo è dovuto al fatto che essa emerge ai margini degli spazi usuali del dibattito pubblico. Il primo numero di "Marxistische Kritik" viene auto-pubblicato nel 1987, a Norimberga (solo nel 1990, con il numero 8/9, la rivista si chiamerà Krisis e verrà pubblicata dal suo attuale editore). Dal dibattito interno, emerge il nucleo di un gruppo formato da Kurz, Peter Klein, Roswitha Scholtz, Ernst Lohoff and Norbert Trenkle. Nessuno di loro è accademico, giornalista o intellettuale di professione. Lo stesso Kurz continua a vivere lavorando di notte per un servizio di consegna di giornali. L'indipendenza ha il suo prezzo. Il gruppo Krisis non ha avuto quasi alcuna struttura formale ed ha funzionato per mezzo di circoli sociali concentrici: oltre la redazione della rivista (a lungo concentrata a Norimberga), c'era un circolo principale di collaboratori che si incontravano diverse volte l'anno, inoltre si tenevano conferenze tematiche aperte al pubblico, due volte l'anno. Il carattere non-istituzionale ed informale del gruppo permetteva differenti livelli di partecipazione che caratterizzano tuttora i giornali di lingua tedesca in linea con la critica del valore.

occhi
Le spaccature, gli scismi e le separazioni che hanno segnato Krisis fin dalla sua nascita sono stati il risultato della rapida radicalizzazione di un tale approccio iconoclasta. Ogni numero della rivista, soprattutto all'inizio, uccideva una "vacca sacra" della sinistra: la centralità del proletariato, la nozione stessa di "soggetto rivoluzionario", la lotta di classe e, alla fine, il lavoro stesso. Allo stesso tempo, emergeva una teoria della crisi che dichiarava che il capitalismo non sarebbe stato minato dall'opposizione da parte degli sfruttati, ma dalla propria necessità di creare valore, che la rivoluzione della microelettronica aveva trasceso. Sebbene la critica dell'economia politica di Marx rimanesse centrale - in un momento in cui anche la sinistra stava "seppellendo" Marx, proclamando tutti i giorni che la storia gli aveva dato torto - ci fu una rottura definitiva con quei marxisti che erano rimasti. Mentre per quest'ultimi, il capitalismo aveva ancora una lunga vita davanti, lunga per lo meno fino al punto in cui un qualche soggetto rivoluzionario non vi avesse messo una fine (se non il proletariato classico, uno dei suoi successori: i lavoratori potenziali, le popolazioni dei sud del mondo, le donne), Kurz ed i suoi compagni proclamavano che il capitalismo sarebbe crollato perché non poteva più produrre abbastanza valore. Comunque, non c'era alcuna garanzia che il crollo avrebbe portato ad una qualche sorta di emancipazione. Nessun gruppo sociale definito a partire dal suo ruolo nella produzione di valore, poteva essere considerato "in sé" oltre la logica capitalista e quindi come destinato necessariamente a superarla. Il punto di partenza della critica del valore presuppone quindi una rilettura dell'opera di Marx. Essa non pretende di ristabilire il "vero" Marx, ma mette parecchia enfasi nel distinguere fra un Marx "essoterico" ed un Marx "esoterico". Quest'ultimo può essere ritrovato in una parte piuttosto limitata della sua opera matura (in forma più concentrata nel primo capitolo del primo volume del Capitale). Qui egli esamina la forme di base del modo capitalista di produzione, cioè la merce, il valore, la moneta ed il lavoro astratto. In contrasto con gli economisti borghesi come Adam Smith, David Ricardo, e, implicitamente, con quasi tutti i successivi marxisti. Marx non tratta tali categorie come neutrali, naturali e trans-storici presupposti di tutta la vita sociale, dei quali si possa discutere solo la gestione, ma non la loro attuale esistenza. Al contrario, Marx li analizza (non senza esitazioni e contraddizioni, ad ogni modo) in quanto elementi unici alla società capitalista e, allo stesso tempo, in quanto categorie negative e distruttive. Ad un livello profondo, il capitalismo si distingue per il fatto che in esso la società è totalmente dominata da tali anonimi ed impersonali fattori. E' quello che Marx chiama "il feticismo della merce", il quale non è in alcun modo riducibile ad una semplice "mistificazione della realtà capitalista. In questa parte più innovativa del suo lavoro, Marx aveva determinato il meccanismo fondamentale del capitalismo in un'epoca in cui esso era ancora mescolato ad elementi pre-moderni. Nella più parte del lavoro di Marx, tuttavia, è l'aspetto "essoterico" che predomina. Là ci ha descritto, in maniera ancora insuperata, le forme storiche che la logica di base del capitalismo stava prendendo nel suo tempo.
Così, per un lungo periodo storico, la necessità strutturale, per il valore, ad essere accumulato per mezzo dello "assorbimento" del lavoro vivo, prese la forma di un proletariato industriale che era estremamente sfruttato e a cui non venivano dati pieni diritti (quali il diritto di sciopero, o di votare), in un modo che rimaneva quasi feudale. Non di meno, la sostanza delle categorie sociali di base del capitalismo è cambiata considerevolmente nell'arco di due secoli. E' ovvio che Marx, il quale, nonostante tutto, rimaneva dentro i parametri del suo tempo, non riuscisse sempre a distinguere fra il nucleo del capitalismo e le sue forme storiche ed empiriche, come la "lotta di classe" fra la borghesia ed il proletariato. Più tardi, il marxismo - in pressoché tutte le sue varianti, incluse le più "eterodosse" - mise quasi immediatamente da parte la critica marxiana (è sempre importante distinguere fra "marxista" e "marxiano"!) del valore, della moneta, della merce e del lavoro, accettando tacitamente o esplicitamente la loro esistenza permanente. Non era solo questione di come queste categorie venivano distribuite. Piuttosto che mettere in discussione la merce valore come principio regolatore della produzione e della vita sociale, il movimento operaio ed i suoi teorici lottavano semplicemente per una sua più "giusta" produzione. Accettando il quadro della produzione capitalista, si preoccupavano essenzialmente di guadagnare migliori condizioni di vita per le classi lavoratrici. A partire dagli ultimi decenni del 19° secolo, il marxismo divenne perciò, a parte per un po' di retorica, una teoria dell'effettiva integrazione del proletariato nella società del valore. Il movimento operaio stesso, spesso spingeva la logica pura del valore contro il punto di vista ristretto del padroni capitalisti, che erano ancora imbevuti di atteggiamenti ereditati dalle epoche precedenti ma che cominciavano a realizzare che salari più alti e diritti sindacali non fossero del tutto incompatibili con i profitti capitalisti - piuttosto il contrario, infatti. Le "conquiste" del movimento operaio non venivano "vinte" ad un capitale riluttante, ma piuttosto costituivano la sua più efficace forma di sviluppo. Questo è specialmente vero per il ramo socialdemocratico (occidentale) del movimento operaio. Dovunque una variante dei Leninisti prendesse il potere, come in Russia, e più tardi in altri paesi alla periferia del mercato mondiale, avvenne, semmai, una "modernizzazione di recupero". Lungi dall'abolire la merce, il lavoro astratto, il valore e la moneta, si finì per introdurli nei paesi agrari. La violenza totalitaria impiegata a tal fine, che scioccò le democrazie occidentali (che avrebbero poi usato l'opposizione a questa violenza per legittimare sé stesse), non era altro che una forma accelerata dell'accumulazione primitiva, portata a termine nel quadro di una violenza di Stato che era stata anche il fondamento del decollo del capitalismo occidentale, in particolare fra il 16° ed il 18° secolo. La differenza stava nel fatto che i paesi che arrivavano in ritardo sul mercato mondiale dovevano riprodurre questo processo molto più rapidamente, e farlo mantenendo un regime isolazionista. Diversamente, i paesi più "avanzati" avrebbero spazzato via velocemente le loro nascenti industrie per mezzo di merci più economiche. Altri "ritardatari", come la Germania, l'Italia ed il Giappone ricorsero a mezzi autoritari e statalisti per costruire infrastrutture e creare industrie che l'iniziativa privata non aveva potuto produrre in un sistema di competizione a livello di mercato mondiale. Lo Stato e il capitale privato, lungi dall'essere antagonisti, sono sempre stati poli complementari dello sviluppo capitalista, anche se le loro rispettive influenze sono cambiate secondo il periodo storico. Il capitale privato non combatte in alcun modo contro lo Stato, e neppure cerca sistematicamente di limitarlo. Il  culto del lavoro raggiunse il suo apogeo in queste società a "recupero di modernizzazione" (con il famoso Stakhanov). Lo statuto teorico del lavoro non sempre è molto chiaro in Marx. Non si può negare, comunque, che il lavoro pensato sotto forma del "lavoro astratto", il puro dispendio di energia, è una categoria negativa e "feticistica". E' lavoro astratto - o, per essere più precisi, il lato astratto delle forme specifiche di lavoro - e solo esso dà valore alla merce, e costituisce anche la "sostanza" del capitale. Capitale non è opposto di lavoro, ma è la sua forma accumulata. Lavoro vivente e lavoro morto non sono due entità antagoniste, ma piuttosto due differenti "stati di aggregazione" della stessa sostanza del lavoro. L'operaio in quanto tale non è fuori dalla società capitalista, ma ne rappresenta uno dei due poli. E' quindi possibile concludere, dall'analisi di Marx, che una "rivoluzione dei lavoratori contro il capitalismo" è un'impossibilità logica. Ci può solo essere una rivoluzione contro la soggezione della società, e degli individui, alla logica di valorizzazione e lavoro astratto.

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Una critica del lavoro come questa è il risultato necessario della critica marxiana del lavoro astratto, che Marx considerava la sua più importante scoperta, anche se non ne apprezzava a pieno tutte le sue implicazioni. Di questa scoperta non rimane niente nel movimento operaio. Al contrario, il lavoro viene esaltato e la principale critica che si fa alla borghesia è che non lavori. La rivoluzione si limiterà allora a consegnare giuridicamente i mezzi di produzione ai lavoratori perché continuino, con il lavoro, a produrre valore, insieme al denaro, ecc., sebbene sotto il "controllo operaio". In alcuni paesi "arretrati" c'era solo una mentalità lavorativa rudimentale, poi è arrivato il "movimento operaio" e ha imposto "l'amore per il lavoro". "Il socialismo realmente esistente" era una variante della società mondiale di mercato con caratteristiche molto specifiche che gli derivavano dall'assenza di un mercato. In un primo momento, è stato capace di recuperare in un modo che probabilmente sarebbe stato impossibile attraverso il capitalismo privato. Comunque, in quanto autarchia, non poteva tenere il passo con l'ulteriore sviluppo delle forze di produzione, specialmente con la rivoluzione microelettronica degli anni 1970. Alla fine è crollato dal momento che non poteva più a lungo competere con la produttività occidentale, rivelando in tal modo che non era mai stata una "alternativa", per quanto abortiva, ma piuttosto un "ramo secco" del capitalismo mondiale. Nessun progetto di emancipazione può quindi essere basato sul lavoro, soprattutto perché il lavoro non ha mai coinciso come l'attività produttiva umana, o a quel "metabolismo con la natura" di Marc. Il lavoro, come forma sociale, è una "astrazione reale" che riduce tutti gli attori sociale ad espressioni quantitative di una sola sostanza sociale deprivata di qualsiasi contenuto che non sia la sua accumulazione. Dovunque la produzione non serve a soddisfare bisogni, ma solo a raggiungere l'obiettivo di trasformare 100 euro in 110 euro, e poi in 120, ecc., il processo può essere definito "tautologico". Non fa altro che ripetere sé stesso, ma su una scala sempre più grande, seguendo un cieco dinamismo che consuma energia umana e risorse naturali. La valorizzazione del valore viene imposta agli attori sociali, inclusi i capitalisti. Credere nell'esistenza di una grande cospirazione capitalista è solo un modo per rassicurare sé stessi. La verità è molto più tragica. Nessuno controlla questo meccanismo auto-referenziale che sacrifica il mondo concreto ad un'astrazione feticizzata che deve crescere incessantemente. Per la stessa ragione, tutte le critiche moraleggianti del capitalismo non servono a niente, anche se nessuno è obbligato ad amare i piccoli e grandi "ufficiali e sottufficiali del capitale"(Marx). I conflitti fra le classi sociali, e, soprattutto, il conflitto fra i possessori dei mezzi di produzione ed i venditori di forza lavoro, fra i detentori di capitale costante e i detentori di capitale variabile, fra il lavoro morto ed il lavoro vivente, gioca ovviamente una parte importante. Ad ogni modo, non sono essi l'essenza del capitalismo. Tutti questi fenomeni non sono altro che le concrete, visibile e variabili forme storiche secondo le quali ha luogo l'accumulazione senza fine del valore. Le lotte sociali classiche ruotano intorno alla distribuzione del plusvalore. L'esistenza del valore è già presupposta in quanto "bene" neutrale che deve essere suddiviso. La differenza capitale fra ricchezza concreta (che deve effettivamente essere suddivisa) e valore astratto non viene nemmeno presa in considerazione. Non è possibile abolire il valore senza abolire il lavoro che lo ha creato. E' questo il motivo per cui, contestare il capitalismo nel nome del lavoro non ha alcun senso. Avrebbe altrettanto poco senso opporre il buon lavoro concreto al cattivo lavoro astratto. Quando tutte le forme di lavoro cessano di essere ridotte a quello che hanno in comune - il dispendio di energia - non c'è più nessun lavoro "concreto" (tale categoria è, in sé stessa, un'astrazione). Ci saranno invece una molteplicità di attività con compiti specifici in mente, come del resto si soleva fare nelle società pre-capitalistiche, dove il termine "lavoro", in senso moderno, era sconosciuto. Questo oggi è anche più vero. Storicamente, il movimento operaio ha trovato qualche giustificazione nel fatto che il capitalismo, nella sua lunga fase espansiva, consentiva effettivamente una qualche redistribuzione, a volte con notevoli risultati per la classe lavoratrice. Anche se il superamento del capitalismo non è mai stato realmente nel loro orizzonte, alcune critiche "immanenti" potevano vantare di avere ottenuto alcuni importanti successi che potevano portare a credere che il capitalismo avrebbe potuto essere "addomesticato" in una "democrazia di mercato". Tuttavia, il progresso tecnologico, specialmente l'applicazione della microelettronica alla produzione, ha ridotto continuamente il ruolo del lavoro vivente. Alcune aziende possono ancora fare grandi profitti, ma il sistema nel suo complesso sta cominciando a perdere la sua "sostanza". Il capitalismo sta tagliando il ramo sul quale è seduto: la realizzazione del valore per mezzo dell'utilizzo del lavoro vivente. Ha corso questo rischio fin dalla Rivoluzione Industriale e dall'introduzione dei macchinari nella sua produzione. Per molto tempo, la diminuzione del valore (e quindi della porzione di plusvalore) contenuto in ciascuna merce è stata compensata (e sovracompensata) dall'espansione assoluta della produzione, riempendo il mondo di merci, con tutte le ripercussioni che questo ha comportato. Con la fine dell'era fordista, l'ultimo modello di accumulazione che implicava l'impiego di massa del lavoro vivente si è esaurito. Da allora, la tecnologia - che non crea valore - mette in atto l'essenza della produzione in quasi tutti i settori. La quantità assoluta di valore, e quindi di plusvalore, sta precipitosamente calando. Questo mette in crisi l'intera società basata sul valore, inclusi gli stessi lavoratori. Il problema principale del capitalismo non è più lo sfruttamento, ma piuttosto le masse crescenti di esseri umani "superflui": persone che non sono necessarie alla produzione e che non sono perciò in grado di consumare. Dopo il suo lungo perriodo di espansione, nel corso delle molte decadi passate, il capitalismo, nonostante la "globalizzazione", si sta attualmente restringendo. Le persone, le regioni e le comunità che sono in grado di prendere parte ai "normali" cicli di produzione e consumo, stanno diventando sempre più come "isole" in un mare crescente di reietti che non vale più neanche la pena di sfruttare. Inoltre, è del tutto inutile domandare "lavoro" perché non ce n'è nessun bisogno per la produzione e sarebbe assurdo costringere le persone a dei lavori senza senso come condizione preliminare per la loro sopravvivenza. Meglio sarebbe domandare che ciascuno abbia il diritto a vivere bene, senza aver cura del fatto che riesca, o non riesca, a vendere la sua forza lavoro che nessuno vuole più.
Perché il sistema capitalistico non è ancora completamente crollato? Principalmente grazie alla "finanziarizzazione", vale a dire, la fuga nel "capitale fittizio" (Marx). Dopo che l'accumulazione reale è arrivata quasi a fermarsi - la decisione degli Stati Uniti di abbandonare, nel 1971, il gold standard per il dollaro, è stata una sorta di data simbolica per questo - il sempre maggiore ricorso al credito ha permesso di perpetuare un'accumulazione simulata (quest'atmosfera di simulazione - si potrebbe dire virtualizzazione - che si diffonde al resto della società e spiega la grande diffusione del cosiddetto approccio "post-moderno" in tutte le aree durante gli anni '80 e '90). Nel sistema creditizio, gli attesi profitti futuri - che non verranno mai realizzati - sono già stati consumati per tenere a galla l'economia. Com'è ben noto, il credito e le altre forme di denaro fittizio (come i valori azionari e i prezzi immobiliari) hanno raggiunto proporzioni astronomiche ed hanno foraggiato una gigantesca speculazione che potrebbe avere, come nel 2008, terribili ripercussioni sull'economia "reale". Comunque, lungi dall'essere la causa delle crisi capitaliste e della crescente povertà, la speculazione è servita a permettere di rinviare la grande crisi. Essa è causata dal fatto che, sebbene proliferino in quantità sempre maggiori, tutte le merci e i servizi addizionali rappresentano una quantità sempre più bassa di valore. Questo implica anche che una gran parte del denaro nella circolazione globale, è "fittizio" perché non rappresenta più il lavoro che viene speso per la "produttività". Tutte le misure per "rimettere in moto", prese dai governi dopo la crisi del 2008, sono quindi solo acrobazie contabili, per cui viene aggiunto un altro zero a dei numeri che sono già delle complete fantasie. Non ci può essere nessuna nuova prosperità capitalista dal momento che le tecnologie che hanno rimpiazzato il lavoro non possono essere eliminate dalla produzione capitalista. Altrettanto inutile sarebbe, aspettarsi dalla Cina o da qualsiasi altro "paese emergente", un salvataggio del capitalismo. I loro supposti successi economici sono in parte basati su una crescita nel costo delle materie prime ed in parte su un'esportazione unilaterale verso i paesi ricchi che durerà solo fino a quando questi stessi paesi riusciranno a rimandare a casa loro l'irruzione reale della crisi. Non è perciò questione di predire un qualche futuro crollo del capitalismo, ma si tratta di riconoscere che la crisi ha già avuto luogo e che andrà sempre peggio nonostante i recuperi a breve termine. E' una crisi che è lontana dall'essere solamente economica. Essa comporta tutta una serie di sconvolgimenti, dalle nuove forme di guerra fino agli effetti devastanti sulla psiche a livello individuale (Kurz descrive le sparatorie nelle scuole come una manifestazione particolarmente vivida della "pulsione di morte" nel cuore del capitalismo).

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La critica del valore è dunque una critica radicale dell'intero capitalismo e non solo della sua fase neoliberale (anche se gli autori della critica del valore ne sono stati i più virulenti critici negli anni '90, mentre la sinistra sembrava o paralizzata o affascinata). E' impossibile ritornare al pieno impiego e alle politiche keynesiane, ai grandi interventi di Stato e al sistema di welfare di un tempo. Sono stati abbandonati perché l'intera dinamica capitalista era col fiato corto, e non a causa di una cospirazione guidata dagli economisti neoliberisti e dai capitalisti più avidi. Inoltre, un ritorno a tali politiche non sarebbe nemmeno auspicabile. Il capitalismo deve essere superato abolendo le sue fondamenta, non ritornando a forme apparentemente più tollerabili di schiavitù e di alienazione.
La questione dell'emancipazione sociale poggia perciò su nuove basi. Volgendosi indietro, praticamente l'intero movimento operaio del passato, rivoluzionario o riformista, con i suoi teorici più o meno marxisti, si è dimostrato essere stato parte immanente di quel capitalismo contro cui proclamava di essere (questo nulla toglie a quello che i suoi membri sono stati capaci di fare, che era giusto e necessario). Il lavoro era il terreno comune sia del capitale che del sistema salariale. Ora le vecchie concezioni di emancipazione sono entrate in crisi, insieme al capitale, dimostrando così che la loro era sempre un caso di "rivalità tra fratelli". Infatti, la critica del valore è essa stessa parte del processo storico. Il suo emergere alla fine degli anni '80 non è dovuto all'arrivo di teorici che avevano finalmente "capito" tutto quello che i marxisti tradizionali non avevano capito fino a quel momento. Riflette, invece, la fine dell'espansione capitalista, e quindi la fine della possibilità di redistribuire la sua ricchezza (che, oltretutto, è spesso tossica) senza mettere in causa la natura del sistema stesso. La critica radicale marxiana del valore e del lavoro astratto, che, come la bella addormentata, è rimasta dormiente per più di un secolo, apparentemente di poca utilità a fronte delle lotte reali, si rivela adesso come la miglior spiegazione del declino della società delle merci. La critica del valore non era perciò un semplice caso di "progresso teoretico", che avrebbe potuto aver luogo in un altro contesto storico. Essa rappresenta invece il primo riconoscimento di profonda frattura storica. Le sue prime formulazioni erano segnati dallo stesso atto di rottura. Ostile nei confronti dell'eclettismo e del tipicamente soffocante scambio intellettuale accademico, rifiutando (a differenza di quasi tutte le varianti del marxismo) di iscriversi in una tradizione già esistente e di definire sé stessa in rapporto ad altri pensatori marxisti, la critica del valore aveva la ferma intenzione di partire quasi da zero, usando la critica dell'economia politica di Marx come sua sola arma. I suoi rapporti con altre forme di critica sociale sono quindi state segnate da polemiche reciproche e si sono spesso scontrati sia con l'ostilità che con il tentativo di ignorarla. Anche se la critica del valore non considera sé stessa come la semplice continuazione di tradizione teorica esistente, anche la più eretica, alcune radice storiche sono non di meno rilevabili. Le principali influenze sono il György Lukács di "Storia e Coscienza di Classe" e la Scuola di Francoforte, in particolare Theodor Adorno (ed ugualmente Alfred Sohn-Rethel, dal quale vengono presi concetti come "astrazione reale" e valori come "sintesi sociale"). Quanto alla teoria della crisi, Kurz riconosce che Rosa Luxemburg ed Henryk Grossman hanno quanto meno posto il problema, sebbene in modo insufficiente. Il saggio di Isaak Rubin sulla Teoria del Valore di Marx (1924/1928), riscoperto negli anni '70, ha fornito una serie di importanti idee alla fine della comprensione del valore. Nonostante ciò, questi stessi autori non sono mai stati feticizzati dalla critica del valore e sono stati, in un momento o nell'altro, soggetti ad una severa critica. In generale, la critica del valore non pretende essere una discussione di teorie altrui, ma piuttosto un analisi del passato e del presente del capitalismo, che qualche volta può essere analizzato esaminando altre teorie sullo stesso soggetto. Sebbene non abbia alcuna pretesa ad un tale titolo, c'è un approccio che potrebbe essere definito come "l'altro ramo" della critica del valore, ovvero quella di Moishe Postone (1993), professore di Storia dell'Università di Chicago. Postone ha studiato a Francoforte nei primi anni '70, in un ambiente che era ancora pesantemente segnato dall'influenza di Adorno. La sua opera maggiore viene pubblicata nei primi anni '90, circa nello stesso periodo in cui la teoria sviluppata dagli autori di Krisis stava raggiungendo la sua prima maturità e stava facendosi strada. Sebbene sia fuori dal mandato di questo articolo, la teoria di Postone merita un'introduzione, in modo altrettanto dettagliato  di quello riservato a Kurz e agli autori di lingua tedesca della critica del valore. Proponendo essenzialmente una ri-lettura dell'opera di Marx - una lettura che è una sfida continua al "marxismo tradizionale" - Postone si focalizza sul concetto di "lavoro astratto", oltre ad esaminarne i suoi fondamenti storici, come il "tempo astratto". Senza alcuna conoscenza reciproca, Postone e gli autori di Krisis sviluppano le loro idee allo stesso tempo e procedono sulle basi degli stessi assunti. Ci sono sorprendenti somiglianze, fra di loro, su un certo numero di punti. Tuttavia, la differenza principale è che Postone non ha una esplicita teoria della crisi. Egli non vede un limite storico all'accumulazione che derivi dalla "desustanzializzazione" del valore. Sfortunatamente, non c'è mai stato davvero un dialogo fra Postone e Kurz, che avrebbe forse potuto spiegare i diversi scopi e stili del loro rispettivo approccio. Altri approcci critici vicini alla critica del valore, attualmente non ce ne sono. Nei circoli di lingua francese, ci sono alcune convergenze con Guy Debord e con bordighisti quali Jacques Camatte ed autori che si ispirano a loro. Prevale la differenza, ad ogni modo, e non c'è stata una vera e propria influenza. Jean-Marie Vincent (1987/1991), uno dei primi accademici francesi ad interessarsi alla Scuola di Francoforte, ha sviluppato alcune idee occasionalmente parallele alla critica del valore. Comunque, come un certo numero di altri che sono emersi in anni recenti e che dichiarano di aderire alla critica del valore, anche lui non è interessato a rinunciare alla "lotta di classe" e alla ricerca di un soggetto che alla fine sconfiggerà il capitalismo. Alla possibilità di una crisi oggettiva, del resto, allude solo vagamente. Da un altra direzione, André Gorz ha fatto una mossa esplicita verso la critica del valore, nei suoi ultimi scritti, dopo aver già formulato intorno al 1980 una critica del lavoro e del valore. Più tardi, egli stesso ha ammesso che, avendo letto materiali sulla critica del valore, il suo pensiero sulla questione non partiva da zero.

nodo

Per 25 anni la critica del valore, almeno nella sua forma tedesca, è stata una teoria in continua evoluzione. Mentre una buona parte delle sue scoperte teoriche sono avvenute prima del 1993, ci sono stati alcuni importanti sviluppi successivi. Infatti, i teorici associati alla rivista Exit! oggi preferiscono parlare di "critica del valore-dissociazione" (Wert-Abspaltungskritik). La teoria della dissociazione venne introdotta  nel 1992 da Roswitha Scholtz. Essa riguarda la "dissociazione" o "separazione" che si trova alla base di ogni esistenza del valore come forma sociale feticistica. Il lavoro astratto, il creatore del valore, può esistere solo quando un'altra parte della riproduzione sociale viene effettuata da una forma non-merce che non è "lavoro". Riguarda in particolare quelle attività domestiche normalmente svolte dalle donne. Sia la sfera pubblica che quella privata sono ugualmente necessarie alla società capitalista, ma la sfera privata, domestica, appare come inferiore ed esterna alla società. Il fatto che queste attività non producano valore direttamente non significa che questa sfera sia "free" (libera, gratuita) o "non-reificata". Queste attività svolgono un ruolo ausiliario al lavoro astratto e ne portano il suo marchio. Concretamente, il "lavoratore" maschio non potrebbe creare valore senza una donna che si prende cura di lui, che cresca i figli, ecc.. Il valore è quindi strutturalmente "maschile", anche se alcune producono valore e possono anche gestirne la produzione. Secondo la critica della dissociazione-valore, la società del valore e del lavoro è basata, storicamente e logicamente, su una logica di esclusione: una persona viene considerata un "soggetto" pieno solo una una volta che ha interiorizzato completamente la mentalità del lavoro ed i suoi corollari (auto-disciplina, razionalità, spietatezza ed insensibilità verso sé stesso e gli altri, competitività, ecc.) e si è liberato di qualsiasi altra cosa (questo è ciò che si intende per "dissociazione"). L'esclusione delle donne, dei non-bianchi, e degli altri soggetti "minoritari" non è quindi veramente antitetica al principio del valore, il quale dà un falso senso di universalità insieme alla promessa di poter eventualmente dare a chiunque lo status di "soggetto" capitalista. Tali esclusioni sociali sono stati costitutive fin dall'inizio, anche se le loro forme empiriche sono cambiate un bel po' dall'Epoca dell'Illuminismo.
Infatti, la critica del valore radicalizza la "dialettica dell'illuminismo", vedendo in essa niente di più che l'epoca storica durante la quale le categorie capitaliste sono state definitivamente impiantate nelle menti delle persone. Mentre tutta la sinistra - e spesso lo stesso Marx - voleva realizzare, o "completare", l'essenza dell'Illuminismo che la borghesia aveva "tradito", la critica della dissociazione-valore vede proprio in questa sostanza la nascita del moderno soggetto che esiste solo per e attraverso la competizione capitalista. I filosofi illuministi - Kant più di tutti - hanno formulato le premesse del sessismo, del razzismo e dell'antisemitismo che caratterizzano la modernità, mentre allo stesso tempo presentavano queste cose come fossero le condizioni per la libertà. La "ragione", che l'illuminismo voleva che trionfasse, e che la sinistra ha sempre sostenuto, non è altro che "ragione sanguinosa", per Kurz, un'ideologia di sottomissione della vita nella sua interezza all'imperativo della valorizzazione, che ha portato alla distruzione del mondo. L'irrazionalismo (per esempio, il romanticismo, il vitalismo, l'esistenzialismo) rappresenta solo l'altra faccia della ragione capitalista e non è un'alternativa. Ha contribuito in egual misura alle catastrofi che hanno segnato l'intera storia del capitalismo. Con questo genere di analisi, la critica della dissociazione-valore sostiene di aver superato il suo approccio inizialmente "oggettivista". Le ideologie non sono una semplice "riflesso" della "realtà economica". Il valore costituisce una struttura feticista che non ha un lato "oggettivo" ed un lato "soggettivo". La difficoltà a vivere in una società dominata dal valore porta necessariamente alla creazione di ogni sorta di ideologia per cercare di spiegare la sofferenza causata da tale società e per consentire ai soggetti del lavoro di proiettare su altri le qualità che sono costretti a reprimere in sé stessi (per esempio, "pigrizia", "emozioni"). La critica del valore - sia nella sua versione tedesca che in quella di Postone - ha dedicato molta attenzione all'antisemitismo. Piuttosto che un riemergere di qualcosa di pre-moderno, essa vi ha visto un tentativo di dare un volto "pseudo-concreto" alla terribile, intoccabile astrazione che è il valore. Inoltre, è chiaro che questa concezione della società capitalista come essenzialmente feticistica, è molte miglia lontana dal "materialismo storico", con la sua distinzione fra "base" e "sovrastruttura". Pratiche sociali feticiste ed inconsce creano sia il soggettivo che l'oggettivo. Le accuse di "economicismo", anche se sono spesso corrette in rapporto al marxismo tradizionale, non possono essere applicate alla critica del valore. Inoltre, anche il valore stesso non è una struttura "totale". Esso è "totalitario", nel senso che aspira a trasformare ogni cosa in merce. Ma non ne sarà mai capace, dal momento che una simile società sarebbe completamente invivibile (non ci sarebbero più, per esempio, amicizia, amore, crescere figli, ecc.). La necessità del valore è quella di espandersi sempre più, distruggendo tutto il mondo concreto ad ogni livello, economico, ambientale, sociale e culturale. La critica del valore non solo prevede una crisi economica di dimensioni mai viste, ma anche la fine dell'intera "civilizzazione" (se così si può chiamare). Eppure, la vita umana non è stata sempre basata sul valore, sul denaro e sul lavoro, anche se sembra che questo tipo di feticismo sia esistito sempre e dovunque. Va sottolineato che queste categorie non solo "ontologiche" o trans-storiche. In contrasto con la maggior parte delle forme di marxismo, la critica del valore non è una teoria di tutta la storia, ma solo del capitalismo. Kurz afferma nel suo ultimo libro che non è possibile parlare del commercio, della moneta, o delle merci, nelle società pre-capitaliste. Quello che in esse sembra simile, ha funzioni profondamente diverse.

autonomi
Ovviamente, rimane la questione su come uscire dal capitalismo. Si è spesso rimproverato alla critica del valore il suo rifiuto a cedere alle pressioni a venir fuori con azioni pratiche. Infatti, fin dall'inizio essa ha difeso la posizione per cui una simile autonomia è necessaria, in ordine a poter pensare quello che forse non è immediatamente realizzabile. L'impoverimento della riflessione sociale per tutto il XX secolo è stato anche il risultato della sua subordinazione alla pressione di una tale immediatezza pratica (partiti, sindacati, movimenti sociali). La critica del valore ha sempre considerato questa "falsa immediatezza" e questo "pseudo-attivismo", insieme alla contrapposizione fra la propria soggettività ed un'oggettività pensata come l'eterno ritorno dello stesso, come forme di critica puramente "immanenti". Allo stesso tempo, la critica del valore ha sempre rifiutato l'etichetta di "torre d'avorio".
La strada è lunga, da un'accademica contemplazione imparziale. Fin dall'inizio sono stati evidenziati i drammatici aspetti della crisi, cui ci ha portato la società della merce, e le sofferenze che questa comporta. Non è tanto questione di "sconfiggere" il capitalismo, quanto di impedire che il suo crollo, già in corso, finisca in barbarie e rovine. I movimenti sociali contro le sole banche sono senza dubbio una falsa risposta, dal momento che scambiano il sintomo per la causa. Fanno rivivere i vecchi stereotipi degli "onesti" lavoratori sfruttati dai "parassiti", e sono a rischio di degenerare nel populismo e nell'antisemitismo. In generale, il ricorso alla "politica" (in particolare allo Stato) è impossibile, dal momento che la fine dell'accumulazione, e quindi del denaro "reale", priva le pubbliche autorità di ogni mezzo di intervento. Per riuscire a trovare un'alternativa al capitalismo, è necessario prima mettere in discussione la natura della merce e del denaro, del lavoro e del valore, categorie che sembrano "teoriche", ma le cui conseguenze ultimamente determinano quello che noi facciamo quotidianamente.

- Anselm Jappe -

fonte: Capitalism, Nature, Socialism