mercoledì 31 dicembre 2025

Edward Abbey: Teoria dell'anarchia

«L'anarchismo non è una favola romantica, bensì la testarda consapevolezza, basata su cinquemila anni di esperienza, che non possiamo affidare la gestione delle nostre vite a re, sacerdoti, politici, generali e commissari di contea.» (Edward Abbey, da "Una voce che piange nel deserto", 1989)

   Scrivere di Edward Abbey, o condividere i suoi scritti, come avviene ora qui, invita alla critica; vale a dire, la critica del fatto che viene in tal modo offerto un forum a uno scrittore, per quanto influente e importante sia stato, che ha espresso apertamente delle idee tanto sessiste quanto razziste. E di questo bisogna dichiararsi colpevoli, poiché, Abbey, tali idee le ha espresse. E tuttavia, però, sarebbe altrettanto importante cercare di vedere tali idee in un contesto critico più ampio, ossia, vederle non solo come un riflesso del tempo di vari Abbey, quanto piuttosto come un riferimento a delle questioni più profonde che rimangono legate all'anarco-primitivismo, al biocentrismo e al malthusianesimo. Ma si che affrontare tutte queste questioni richiederebbe più di quanto ci si propone qui. Pertanto, suggeriremmo la medesima cosa allorché si viene a trattare, altresì, anche dell'antisemitismo di due figure centrali nella storia dell'anarchismo: Pierre-Joseph Proudhon e Michael Bakunin. Qui, non si tratta di sminuire l'importanza di simili mancanze intellettuali e morali, bensì di comprenderle. E capirle non solo ne fatto che sono state un segno dei loro tempi, ma anche come qualcosa che era allora potenzialmente sintomatico di quelle che erano delle carenze ancora più profonde del loro pensiero e delle loro azioni. Va detto che le persone da cui apprendiamo e impariamo qualcosa non sono affatto persone sacrosante; sono fragili, e suscettibili anche di commettere errori tragici, quanto lo siamo anche noi. Pertanto, l'opera di Abbey rappresenta allo stesso tempo anche anche una difesa instancabile e seria – oltre che eloquente e giocosa – della sua vita, vissuta su scala "umana"; su una scala che ci pone alla pari con tutte le altre specie nella biosfera. A tutto questo si contrappongono la proprietà, la ricchezza, il potere, e la sfrenata estrazione di risorse volta alla "crescita economica", e in una parola, alla distruzione della vita.

«Tutti gli uomini sono fratelli, amiamo dire, qualche volte sperando a metà, in segreto, che non sia vero. Ma forse è vero. E ci domandiamo se la linea evolutiva. che va dal protozoo a Spinoza, sia meno certa. Anche questo potrebbe essere vero. Pertanto, siamo obbligati a diffondere questa novità - per quanto dolorosa e amara possa essere per alcuni ascoltarla - secondo cui tutti gli esseri viventi sulla terra sono affini.» - Edward Abbey, da "Desert Solitaire" (1968)

- "Teoria dell'Anarchia", di Edward Abbey -

   La Bibbia dice che l'amore per il denaro sia la radice di ogni male. Ma qual è il significato essenziale del denaro? Il denaro ci attrae perché ci fornisce i mezzi per comandare il lavoro e, dopo tutto, mettere al nostro servizio la vita degli altri; umani o meno che siano. Il denaro è potere. Vorrei perciò ampliare l'aforisma biblico nel seguente modo: la radice di ogni male è l'amore per il potere. E il potere attrae il peggio, e corrompe il meglio, degli uomini. Non è un caso che il lavoro di poliziotto, ad esempio, attiri chi (anche se non solo quelli) che ha l'istinto del bullo; lo conosciamo il tipo. Oppure se a un uomo perfettamente ordinario e decente dai i gradi di capitano, gli dai anche una quota di potere arbitrario sugli altri, e pertanto egli tenderà a diventare – a meno che non sia un uomo fuori dalla norma – un altro meschino despota. Il potere corrompe; e come ha sottolineato Lord Acton, il potere assoluto corrompe in maniera assoluta.Il problema della democrazia, è il problema del potere: come fare a mantenere il potere decentralizzato, equamente distribuito, equamente condiviso. L'anarchismo significa la massima democrazia: la massima dispersione possibile del potere politico, del potere economico e del potere militare, e della forza. Una società anarchica, è costituita da comunità autosufficienti e autonome. La comunità anarchica consisterebbe (come avveniva in epoca preagricola e preindustriale) in un'associazione volontaria di famiglie libere e indipendenti, autosufficienti ma legate da legami di parentela e da una tradizione di mutuo appoggio.
L'anarchia è la democrazia presa sul serio, come avviene in Svizzera, dove le questioni di importanza nazionale vengono decise per mezzo del voto diretto di tutti i cittadini. Laddove ogni cittadino, dopo il suo periodo di addestramento militare, porta con sé la sua arma che continuerà a tenere per tutta la vita. L'anarchia è democrazia usata a tutto campo e in ogni settore principale della vita sociale. Ad esempio, la democrazia politica non sopravvivrà in una società che consente a pochi di accumulare potere economico su molti. O in una società che delega il potere di polizia e militare a un corpo d'élite di professionisti. Prima o poi, i professionisti assumeranno il controllo. Nella mia idea di comunità anarchica, ogni cittadino – uomo o donna – sarebbe armato, addestrato, capace quando necessario di svolgere il ruolo di poliziotto o di soldato. Una comunità sana si autocontrolla; una società sana dovrebbe fare lo stesso. Saccheggiatori, teppisti, criminali possono apparire ovunque, in qualsiasi momento, ma in natura questi tipi sono come dei mutanti, delle anomalie, una minoranza: i membri di una comunità veramente democratica e anarchica, non avrebbero bisogno di assistenza esterna per affrontarli. Alcuni potrebbero chiamare tutto questo giustizia da vigilante. Io la chiamo giustizia democratica. Meglio far partecipare tutti i cittadini alla soppressione e alla punizione del crimine – e condividere la responsabilità morale – piuttosto che affidare il brutto lavoro a qualche tipo (o eroe); quasi un criminale in uniforme con un distintivo di latta sulla camicia. Sì, ci servono eroi. Abbiamo bisogno di eroine. Ma dovrebbero servire solo come ispirazione ed esempio, non come leader.
Senza dubbio il popolo dell'attuale Libano, ad esempio, si accontenterebbe volentieri di un governo autoritario capace di reprimere le fazioni in guerra. Ma un governo così autoritario, provocherebbe il ritorno dell'irrefrenabile desiderio umano di libertà, portando a sua volta a ribellione, rivolta e rivoluzione. Se il Libano non fosse così gravemente sovrappopolato, la soluzione migliore lì – come in Sudafrica – sarebbe una partizione del territorio, una devoluzione in regioni e società autogovernate e indipendenti. È questa la tendenza naturale di ogni e qualsiasi popolazione divisa da religione, razza o profonde differenze culturali; e non dovrebbe essere trattenuta. Una simile tendenza, tuttavia, va contro l'amore per il potere; motivo per cui i governi centralizzati cercano sempre di schiacciare i movimenti separatisti. Il governo è una macchina sociale, la cui funzione è la coercizione attraverso il monopolio del potere. Qualsiasi buon marxista lo capisce. Come un bulldozer, il governo serve il capriccio di qualsiasi uomo, o gruppo, che riesca a prendere il controllo. Lo scopo dell'anarchismo è smantellare simili istituzioni, e impedirne la ricostruzione. Diecimila anni di storia umana, dimostrano che le nostre libertà non possono essere affidate a quei pochi ambiziosi che vengono attratti dal potere; Dobbiamo imparare - di nuovo - a governarci. Anarchismo, non significa "nessuna regola"; significa "nessun sovrano". Difficile, ma non utopica, l'anarchia significa, e richiede, autogoverno, autodisciplina, integrità, carattere. Attualmente, la vita in America è assai migliorata, per i più, rispetto alla maggior parte (non a tutti) degli altri paesi. Ma questo non giustifica i nostri fallimenti. Se giudicato a partire dalle sue risorse, intenzioni e potenziale, il grande esperimento americano mi sembra un fallimento. Non siamo diventati la società di proprietari indipendenti che immaginava Jefferson; né ci siamo evoluti in una vera democrazia - governo del popolo - così come immaginava Lincoln. Piuttosto, vediamo invece come la realizzazione dello schema ideato da Madison e Hamilton: uno stato centrale forte che promuove e protegge l'accumulo di ricchezza privata da parte di pochi; riducendo la maggioranza di persone al ruolo di dipendenti dello stato e dell'industria. Siamo una nazione di iloti, governata da un'oligarchia di amministratori tecno-militari-industriali.
Mai prima d'ora nella storia, gli schiavi sono stati così ben nutriti, accuratamente medicati e intrattenuti con così tanta generosità – ma siamo comunque schiavi. La nostra cultura popolare è degradata – televisione, musica rock, video casalingo, cibo lavorato, ricreazione meccanica, architettura in cartongesso; è la cultura degli schiavi. Inoltre, l'intera struttura è autodistruttiva: nel sancire il motore del profitto (il potere) come nostro ideale guida, si incoraggia il consumo intensivo e accelerato di terra, aria, acqua; quel mondo naturale da cui la struttura dipende per la sua continua esistenza continua. Una casa costruita sull'avidità non durerà. Che si chiami capitalismo o socialismo, fa poca differenza; Entrambi questi sistemi oligarchici, militaristi, espansionisti, acquisitari, industrializzanti e tecnocratici sono guidati dagli stessi motivi; entrambi sono autodistruttivi. Anche senza l'incidente di una guerra nucleare, prevedo comunque che lo stato militare-industriale scomparirà dalla superficie della Terra entro un secolo. Questa convinzione è la base del mio ottimismo intrinseco, la fonte della mia speranza per la prossima restaurazione di una civiltà superiore: popolazioni umane sparse, modeste come numero, che vivono di pesca, caccia, raccolta di cibo, piccola agricoltura e allevamento, e che si radunano una volta all'anno tra le rovine di città abbandonate per grandi festival morali, in un rinnovamento spirituale, artistico e intellettuale, un popolo per il quale la natura selvaggia non è un parco giochi ma la loro naturale casa natale. Sorgeranno nuove dinastie, appariranno nuovi tiranni, senza dubbio. Ma dobbiamo e possiamo resistere a tali aberrazioni ricorrenti, restando fedeli alla terra, e fedeli alla nostra natura animale di base. Gli umani erano liberi prima che la parola libertà diventasse necessaria. La schiavitù è un'invenzione culturale. La libertà è vita: eros più anarchos uguale a bios.
Viva la democrazia.
Due evviva all'anarchia.

da: Edward Abbey, "Una vita alla volta, per favore" (1988), da The Anarchist Library)

 

fonte: Autonomies

Viva i fratelli Marx !!!

 

«Io sparo su dei tizi di destra, sono pagato dall’estrema destra, e questo per inguaiare le sinistre!»

Così argomenta il glaciale Charles Denner, che si presenta con Il fucile in mano nell'irrinunciabile film di Claude Lelouch, "L'avventura è l'avventura", del 1972. Non so perché, ma tutto questo, ivi compreso la battuta che mi è tornata in mente - il film, ricordo che lo rividi nel 1974, a Vallo della Lucania, insieme al mio amico Luca Villoresi – è avvenuto, per qualche strana ragione, leggendo i vari interventi che ruotano intorno ai finanziamenti ad Hamas. Credo che molti dovrebbero andare a rivederselo, quel film; o, più probabilmente, a guardarselo per la prima volta, dal momento che dubito fortemente lo abbiano mai visto, questo piccolo grande capolavoro misconosciuto in Italia! A giustificarne la visione basterebbe la scena in cui i cinque protagonisti, evasi e fuggiti in un paese africano, riescono a esaltare la folla oceanica che li ha accolti, parlando delle virtù del colonialismo in un tripudio di non-sense. Chissà, forse, magari, nelle oltre due ore di durata, qualcuno che non l'ha fatto prima riuscirà a cogliere tutto quello che si è perduto in tanti anni, in modo da poter poi così essere arrivato a scrivere tutte le minchiate che si leggono in questi giorni, dove si cerca di argomentare che i finanziamenti di Nethanyau giustificherebbero qualsiasi cosa, ivi compreso l'arruolarsi nella prima banda di tagliagole che capita, e sostenere così la peggiore barbarie, di modo che, novelli Sansone (palestinese, e non ebreo !!) si possa morire insieme a tutti i Filistei, portandoseli con sé in quella tomba  dove oramai da tempo era già stato sepolto quel senso dell'umorismo che forse non hanno mai avuto. E questo spiegherebbe tutto, anche se credo che oramai sia troppo tardi. Ma poi, leggo delle critiche, da parte della critica militante di allora, che parlano di "ideologia piccolo-borghese" riservate al film. E mi soffermo sul suo titolo americano "Money, money, money", e mi viene da riferire un'altra citazione, dal film, attuale:

« - "Io vi credevo marxisti!" - "Viva i fratelli Marx!».

martedì 30 dicembre 2025

Un Uomo in Rivolta !!

Albert Camus, e il suo recupero reazionario
- di Alexis Lager, Remi Larue e Faris Lounis – Pubblicato su "Ballast" [*1]

   «Sei un intellettuale di sinistra?» Poche settimane prima della sua morte, Albert Camus rispose a questa domanda che gli era stata posta dal professor François Meyer: «Non sono sicuro di essere un intellettuale... Per quanto riguarda il resto, io sono per la sinistra, e lo sono malgrado me stesso, e nonostante essa stessa» [*2]. Seppure questa risposta testimonia una profonda disillusione circa i vagabondaggi della sua famiglia politica, e il ruolo che egli poteva ancora svolgere in essa, allo stesso tempo sottolinea anche, assai chiaramente, che alla fine degli anni Sessanta lo scrittore non aveva voltato le spalle alla sinistra. A quanto pare, sembra che in quel periodo gli ideali di uguaglianza, di giustizia ed emancipazione fossero ancora profondamente vivi in lui, cosa che spinse il giovane militante antifascista che era nel 1935 ad aderire al Partito Comunista Algerino (PCA), e a denunciare sulle pagine di Alger Républicain le iniquità del colonialismo. Il suo rifiuto dell'astrazione, e della sua critica inflessibile al dogmatismo ideologico - così come ai grandi sistemi totalitari di pensiero - spiegano sia perché venisse emarginato dai compagni di viaggio del comunismo dell'epoca – soprattutto dopo la sua rottura con Sartre – sia la sua vicinanza agli anarco-sindacalisti e alla sinistra libertaria. Contrariamente a quanto avesse fatto la Storia, la lucidità anti-totalitaria che Camus incarnava in quel tempo, sembra che gli abbia dato ragione negli anni '90, ponendolo come in uno stato di grazia, che gli venne offerto alla caduta del Muro di Berlino. Ma l'attuale unanimità mediatica intorno alla sua figura, e la strategia di recupero, attuata da parte della destra e dell'estrema destra, sembra che oggi stia ispirando, a sinistra, nuovamente sospetto, se non una palese sfiducia. Ci sono persino alcuni autori che ci invitano a dimenticarlo [*3]. Indubbiamente, l'anti-totalitarismo di Camus appare come permeato da un pensiero coloniale e da un eurocentrismo, il quale riesce in parte a spiegare l'assenza, ne "L'Uomo in rivolta", di qualsiasi riferimento critico al colonialismo in Africa e Asia. La sua critica al colonialismo, per quanto inscritta nel paradigma dei diritti umani, rimane incoerente – soprattutto perché non affronta in maniera abbastanza profonda la questione dell'espropriazione e dell'insediamento coloniale in quanto sistema. Le sue posizioni politiche, che non hanno mai previsto la fine della presenza francese in Algeria, ma che proponevano piuttosto  la costruzione di un federalismo, sembrano essere, viste col senno di poi, assai irrealistiche, quasi persino utopiche. Fare di Camus - in quella che è una lettura senza scrupoli che ignora ogni e qualsiasi rigore storico - un campione del «colonialismo dal volto umano», rimane a ogni modo del tutto assurdo. In una recente conferenza, dedicata al rapporto dell'autore con l'Algeria coloniale, è stato evidenziato con precisione quali fossero le ragioni che stavano alla base della complessa posizione di Camus [*4]. Come osserva una organizzatrice, è stato proprio questo evento ad aver costituito un'opportunità che è servita a sottolineare assai chiaramente quali erano i "limiti" della sua consapevolezza, laddove ci sono stati «altri, europei liberali a lui vicini, che sono riusciti ad operare di fronte alla crisi algerina» [*5]. La cecità di Camus, e la sua indecisione sulla questione coloniale annullano, a sinistra, qualsiasi rilevanza del suo pensiero politico? Figura estremamente popolare, oggi Camus è stato ridotto a posizioni ideologiche che polarizzano eccessivamente il suo pensiero. Non solo quest'ultimo, però, può ancora riguardare i nostri tempi, ma quel che sembra urgente è reagire, e non commettere il grande errore di abbandonarlo alla sua strumentalizzazione da parte della destra e dell'estrema destra. Il recupero degli intellettuali di sinistra, che non è iniziato con Camus, al livello più basso, lo trasforma in un debole pensatore della maggioranza, e a quello più alto, in una figura reazionaria, in un sostenitore dello scontro di civiltà. Una simile impostura, merita di essere analizzata e fortemente denunciata. Tuttavia, bisogna che venga accompagnata da una revisione critica delle posizioni politiche di Camus e delle ragioni del suo ancoraggio a a sinistra, in modo da uscire così dalla tentazione agiografica, e dalla sua iconizzazione mediatica. Nel 1955, l'autore ebbe a dichiarare: «Nel momento in cui ciò che viene chiamata sinistra - rinunciando al suo conformismo - riorganizzerà le proprie forze, così come la sua volontà di lucidità e la sua esigenza di giustizia riguardo l'idea di libertà, a quel punto forse rinascerà quella solidarietà che fu nostra e che, da parte mia, non ho mai né dimenticato né umiliato.» [*6] Settant'anni dopo, il suo appello continua a essere attuale. Camus rimane un pensatore di sinistra; e la sua famiglia politica, di ogni tendenza, deve tornare a impadronirsene.

Anatomia di un'impostura
    Se già allora, nella sua epoca, la destra cercò di recuperare Camus [*7], approfittando delle sue critiche alla sinistra cesareana-bonapartista e della rottura con Sartre, che lo marginalizzò rispetto alla sua famiglia politica; fu dagli anni 2010, segnati dalle esuberanti celebrazioni del centenario della nascita di Camus, che la posizione ideologica nei confronti dello scrittore cominciò a cambiare. Un simile contesto finì per favorire il suo recupero da parte della destra, in modo da catturare così la sua aura popolare e universalista, e imporre così meglio, in definitiva, una rimodellazione implicitamente reazionaria di quella che era stata una figura della sinistra umanista e anti-totalitaria. Questa inversione retorica, e l'imposizione di tale nuova narrazione ideologica sono strategiche. Nel 2009, con l'avvicinarsi del cinquantesimo anniversario della morte dell'autore de "Lo straniero", la proposta di Nicolas Sarkozy - allora Presidente della Repubblica - di far entrare Camus nel Pantheon, rappresentò la prima pietra di questa strategia di recupero politico; e fu questo il motivo per cui il figlio dello scrittore, Jean, rifiutò una simile pantheonizzazione. «Albert Camus, anarchico di sinistra, costituirebbe un altro grande colpo, portato a segno da Nicolas Sarkozy, nella sua politica di apertura», concludeva allora "Le Journal du Dimanche". In quello stesso anno, nel numero speciale dedicato a Camus [*8], Alain Finkielkraut, proiettando su Camus il suo tropismo "peguiysta", e la sua inclinazione passatista, ne faceva un "non-contemporaneo", un inattuale il cui «fiorire» nel nostro mondo «semplicemente non sarebbe più possibile» [*9]. «Egli non è esclusivamente di sinistra» [*10]. Quattro anni dopo, Henri Guaino, penna, e consigliere speciale, di Nicolas Sarkozy, in occasione del centenario della sua nascita pubblicò " Camus au Panthéon" , nel quale immagina il discorso che avrebbe potuto accompagnare la pantheonizzazione dell'autore, segnando una nuova fase nel processo di recupero. In un'epoca pre-macronista nella quale la divisione politica inizia a mostrare le sue crepe, ecco che Guaino cerca di sfumare i confini, dipingendo il ritratto di un pensatore che non è né di destra né di sinistra, e veicolando allo stesso tempo l'immagine di un Camus apolitico, una sorta di banderuola dalle posizioni incerte: «Non può aderire alla destra perché sentirebbe di tradire coloro in mezzo ai quali è nato. Egli si sente più vicino ai socialisti. Ma non abbastanza da potersi unire a loro» [*11]. La critica camussiana alla sinistra comunista stalinista venne riletta, prima dalla Nuova Destra e poi dalla Primavera Repubblicana, come se fosse una definitiva squalifica della sinistra e del progetto da essa portato avanti. La sinistra sarebbe – di per sé – violenta, radicale, e pertanto necessariamente totalitaria: in "Camus, notre rampart", pubblicato nel 2024, l'ex ministro socialista Hubert Védrine ritiene che l'autore sarebbe un "baluardo" contro il fanatismo del "wokismo" e contro le «nevrosi americane» della «cancel culture», le quali minaccerebbero l'insegnamento nelle Università francesi. In tal modo, Camus appare - erroneamente - come se fosse l'apostolo di un modo di pensare conservatore e attendista, come se fosse il guardiano immobile dello status quo sociale e politico. Contrariamente a questa riduzione, che neutralizza deliberatamente l'ardente preoccupazione per la giustizia sociale e per l'uguaglianza, propria di Camus, nella quale il pensiero politico dell'autore deve essere inserito, visto nel quadro di un socialismo libertario che non ha mai negato la possibilità di un progresso storico, ma che però si rifiuta di renderlo un'ideologia auto-realizzaztrice e messianica. La sua critica delle ideologie progressiste, alle «dottrine assolute e infallibili», non dovrebbe oscurare il fatto che per lui, «il miglioramento [...] della condizione umana» è possibile, ma che la sua realizzazione si possa effettuare in maniera "ostinata" e "caotica"[*12]. A metà degli anni 2010, la rivista eterogenea "Limite", di ispirazione cristiana e che affermava di superare la divisione sinistra-destra [*13] all'interno di quella che definiva una "ecologia integrale" decrescente e anti-liberale, partecipò in maniera sotterranea a questo movimento di recupero di figure di sinistra percepite come precursori dell'ecologia radicale, e che andavano da George Orwell ad André Gorz e a Simone Weil. Così facendo, "Limite" partecipò a una forma di legittimazione delle idee conservatrici nel campo intellettuale [*14]. In un'intervista con il filosofo belga Jacques Dewitte, pubblicata sulla stessa rivista, il giornalista Max-Erwann Gastineau diffuse nel seguente modo l'idea secondo cui il pensiero di Albert Camus rivela «la pervasività di uno spirito conservatore, che cerca di preservare ciò che è». Il bottino di guerra dei decrescenti, sarebbe stato il concetto di "limite" che ispira il titolo della rivista, e che è un modo per polarizzare ideologicamente questa nozione che Camus utilizza spesso nella sua analisi della rivolta e della violenza. All'inizio degli anni 2020, è la rivista di estrema destra "Causeur" a prendere il testimone. Gli articoli che essa dedicò al Premio Nobel, andarono ad alimentare la costruzione strategica di un Camus neo-reazionario. I titoli sono eloquenti ed espliciti: «Albert Camus, l'uomo in rivolta contro il progresso» (6 gennaio 2020), «Camus, un pensatore conservatore?» (10 gennaio 2020), «La destra non odia Albert Camus!» (8 marzo 2024), «Camus non avrebbe mai amato i César... »(5 marzo 2025). Michael Sadoun, uno dei giornalisti di "Causeur", non esita ad affermare a colpi di riduzioni storiche e di semplificazioni ideologiche che «Ai nostri tempi, Camus sarebbe stato probabilmente uno scrittore descritto come reazionario e di fatto un uomo bianco di oltre 50 anni. Le sue opere non corrispondono a quell'esigenza di diversità imposta, la sua filosofia non esalta né il cambiamento perpetuo né il desiderio individuale, ed si situa assai lontana rispetto ai creatori di sistemi e ai grandi accusatori dell'Occidente, i quali hanno forgiato il pensiero del maggio '68. Camus, è piuttosto uno di coloro che pensano che certe invarianti dell'esistenza umana debbano essere messe alla prova e amate, piuttosto che essere annientate per mezzo del progresso tecnico e a partire da fumose teorie»[*15].

   Un insieme di schemi reazionari, è alla base di questo estratto. Il pensiero di Camus non viene più compreso a partire dal contesto storico specifico in cui esso si inscrive, ma lo si fa a partire da una sorta di essenzialità ideologica circondata da menzogne. Il giornalista attualizza il ricorrente rimprovero mosso, al suo lavoro, per l'invisibilizzazione dei musulmani algerini, trasformandola qui in una qualità conservatrice: l'assenza di diversità etnica. L'inversione assiologica di questa critica consente di allinearlo alla doxa reazionaria contemporanea, tendendo subdolamente a fare di questa assenza una scelta deliberata – e quindi razzista – dello scrittore. Le ragioni di questa assenza, sono ovviamente assai diverse, e legate alla riluttanza di Camus a «parlare per i colonizzati, al loro posto, a testimoniare la loro esperienza», [*16] come ebbe a spiegare egli stesso allo scrittore Mouloud Ferraoun che lo intervistò sulla questione: «Non pensare che se non ho parlato degli arabi di Orano, ciò sia stato perché io mi senta separato da loro. Gli è che per metterli in scena bisogna parlare del problema che, in Algeria, avvelena la vita di tutti noi; avrei dovuto scrivere un libro diverso da quello che volevo fare. E per scrivere questo altro libro, tra l'altro, serve altresì un talento che io non sono sicuro di avere: forse lo scriverai tu, poiché sai, senza sforzo, come metterti al di sopra degli stupidi odi che disonorano il nostro paese» [*17]. Ma il giornalista di "Causeur" non si arresta  affatto di fronte alla promozione di un latente razzismo camusiano. Il commento sul «maschio bianco sui 50 anni» non ha altra funzione se non quella di iscriversi in una crociata "anti-woke". La formula secondo cui Camus non esalta il "cambiamento perpetuo" è particolarmente fallace, poiché presenta, ancora una volta, l'immagine fuorviante di un Camus politicamente quietista, laddove, in realtà, il suo pensiero e la sua vita sono sempre stati orientati verso la rivolta e l'azione. Inoltre, fare di Camus un pensatore che non è mai stato uno dei «grandi accusatori dell'Occidente», è totalmente falso. Ciò è dimostrato dal testo di "L'Uomo in rivolta", nel quale l'autore afferma che l'Europa, questa «terra dell'umanesimo», è diventata una «terra disumana», [*18] cosa che può essere letta come una critica alla «storia dell'orgoglio europeo» svolta per poter  mostrare meglio il suo vagabondare e il suo nichilismo omicida. Infine, affermare che Camus sarebbe il guardiano di «alcune invarianti dell'esistenza umana», significa omettere l'idea secondo cui, per lui, i valori umani non siano affatto dei dati assoluti che giustifichino la conservazione di un ordine gerarchico, bensì i frutti di una ricerca costante e di un instancabile movimento di rivolta. Un altro punto culminante della trasformazione di Camus in un'icona reazionaria: la pubblicazione, nel 2023, del libro di Olivier Gloag, "Dimenticare Camus", il quale, lungi dall'offrire un esame critico attento, onesto e scrupoloso della relazione di Camus con il colonialismo, scaglia intenzionalmente l'anatema sullo scrittore al fine di approfondire maggiormente il sospetto riguardo all'appartenenza di Camus alla sinistra. In tal modo, lo scrittore diventa così «un modello di umanesimo astratto che di conveniente – e di sospetto – ha qualcosa che soddisfa sia la destra che la sinistra» [*19]. Le reazioni della destra, e dell'estrema destra francese, non tardarono ad arrivare. Il lavoro di Gloag contribuisce, e non certo suo malgrado, a promuovere il recupero neo-reazionario dell'opera di Camus, in un gioco di posizioni ideologiche e di battaglie culturali; l'accademico viene pertanto presentato come se si opponesse alla «canonizzazione mainstream» di Camus, e i suoi critici conservatori appaiono come se fossero i veri guardiani della cultura, contro l'offensiva "woke" [*20]. Nello spostamento a destra di questa ricezione di Camus, contano anche le voci di alcuni scrittori algerini francofoni, in particolare quella di Kamel Daoud. Per quest'ultimo, che è anche editorialista a "Le Point", affermare Camus significa affermare la sua legittimità letteraria e intellettuale agli occhi della destra repubblicana francese. In una crociata permanente contro un "wokismo isterico", egli strumentalizza la figura di Camus al fine di legittimare le offensive reazionarie contro il "sinistrismo culturale" dei "decoloniali". Nel raccontare la pubblicazione del volume postumo "Actuelles IV", Kamel Daoud sostiene che Camus «non si identificò né con la sinistra né con la destra, cosa che l'ha protetto dall'essere dimenticato dai suoi contemporanei» [*21]. Attraverso la magia di una retorica dell'inversione, l'impegno di Camus contro i crimini del comunismo stalinista e contro la repressione sovietica della rivolta in Ungheria del 1956, agli occhi di Kamel Daoud, sarebbero stati l'equivalente delle sue proprie guerre culturali contro i seguenti spaventapasseri: «Islamismo, negazionismo, processi per islamofobia, abaya e contrizione, declinismo». Kamel Daoud, identificandosi con Camus, ha cercato invano di risolvere le contraddizioni della sua svolta reazionaria: «Anche oggi è difficile essere un intellettuale contemporaneo, vale a dire, né facente della sinistra – paralizzata dal suo senso di colpa e dal dogma della colpa dell'Occidente nei confronti delle ex colonie – né dell'estrema destra.» Forse, allora significa che l'intellettuale contemporaneo dovrebbe necessariamente trovarsi nel vuoto lasciato tra queste due posizioni, vale a dire, semplicemente di destra? Va notato che questa formula mantiene una sua ambiguità su questo argomento. Kamel Daoud dipinge un ritratto, essenzializzato dal lirismo che viene usato, di un Camus del "né-né": «Né a sinistra né a destra, ma in un presente scintillante e sfuggente. Sospettoso nei confronti dei profeti, dal momento che ce n'è sempre qualcuno. Del resto, come si può essere algerini e francesi allo stesso tempo? Ecco qual è un verdetto che si applica tanto a ieri quanto a oggi: una parte della stampa ha accusato Camus di tiepidezza rivoluzionaria, così come c'è stato chi ha lo accusato di tiepidezza decoloniale. Ieri, le famiglie politiche hanno taciuto sui crimini commessi a Est, per salvare l'utopia comunista; oggi si tace sull'islamismo per evitare di essere denunciati per islamofobia». Ci sono dei ponti tra passato e presente, che a volte si costruiscono nella fretta di identificarsi con una figura autoritaria. E qui, Kamel Daoud riconduce a sé il pensiero di Camus, il quale, nel suo tempo, non si espresse mai esplicitamente sul tema del fondamentalismo islamico, forse semplicemente perché questa domanda non veniva mai posta in questi medesimi termini. Il recupero, o l'identificazione, non sono mai attenti alla eventuale produzione di grossolani anacronismi. Le analogie sono piene di limiti, nel momento in cui non vengono supportate da scritti o fatti.

Combat: per un "socialismo libertario".
    Come si può rispondere a questo spostamento a destra, che fantastica a proposito di un Camus conservatore? Basta rileggere gli editoriali di "Combat" per rendersi conto del divario esistente tra il progetto "social-libertario" portato avanti dallo scrittore e il suo tentativo di recuperarlo da delle destre, persino dagli illiberali. In un testo pubblicato il 1° ottobre 1944, sulle colonne del quotidiano clandestino, l'autore delineò il seguente progetto: «Lo abbiamo detto più volte, desideriamo la riconciliazione tra giustizia e libertà. A quanto pare, sembra che però questo non sia ancora abbastanza chiaro. Chiameremo, pertanto, giustizia quello stato sociale nel quale ogni individuo riceve già in partenza tutte le sue possibilità, e dove la maggioranza di un paese non venga tenuta in condizioni indegne da una minoranza privilegiata. E chiameremo libertà, un clima politico nel quale la persona umana viene rispettata, sia per ciò che è sia per ciò che esprime» [*22]. E quindi Camus sarebbe di destra? Libertario di sinistra, piuttosto! L'equilibrio tra giustizia e libertà, che lo scrittore rivendica e che viene stroncato da parte dal suo recupero reazionario, il quale insiste solo sulla libertà, facendolo a scapito dell'uguaglianza, ma egli si ispira invece a quel movimento anarchico dei comuni laddove, secondo il filosofo Édouard Jourdain, «la libertà non può essere separata dall'uguaglianza [dal momento che esse] si sostengono a vicenda». Per poi aggiungere, andando ben oltre in quella che è la descrizione di questa combinazione di libertà/giustizia/uguaglianza: «La libertà senza uguaglianza è liberale, e giustifica lo sfruttamento di un individuo da parte di un altro; l'uguaglianza senza libertà è autoritaria, e giustifica la dominazione di un gruppo su un altro. In questo, l'anarchismo vuole essere un superamento, tanto del liberalismo quanto del marxismo. Il movimento dei beni comuni, può essere potenzialmente parte di una tale prospettiva, purché non venga ridotto a priori a certi beni (come i beni naturali) oppure a un certo economicismo che pretende di essere apolitico»[*23]. Tuttavia, Camus non si limita ai grandi principi. Il suo socialismo libertario si incarna e si dispiega nella vita quotidiana. Nell'editoriale già citato, egli va avanti nel descrivere la sua posizione: «La nostra idea è bisogna far sì che la giustizia regni sull'economia, e garantisca la libertà sul piano politico. Poiché stiamo parlando di affermazioni elementari, diremo quindi che, per la Francia, desideriamo un'economia collettivista e una politica liberale. Senza l'economia collettivista, che toglie al denaro il privilegio, per restituirlo al lavoro, una politica di libertà sarebbe un inganno. Ma senza la garanzia costituzionale della libertà politica, l'economia collettivista rischia di assorbire ogni iniziativa e ogni espressione individuale. Ed è in questo equilibrio, costante e stretto, che risiede non solo la felicità umana, che è solo un'altra questione, ma le condizioni necessarie e sufficienti a far sì che ogni uomo sia l'unico responsabile della propria felicità e del proprio destino. Si tratta semplicemente di non aggiungere alle profonde miserie della nostra condizione un'ingiustizia che sarebbe puramente umana. Insomma, e ci scusiamo per aver ripetuto ciò che abbiamo detto già una volta, vogliamo realizzare senza alcun indugio una vera democrazia popolare.»

   Rispetto dei diritti individuali, difesa delle minoranze e libertà di espressione, critica al capitalismo e al regno del denaro, misure di giustizia sociale, lotta contro le disuguaglianze di ricchezza e di condizione: all'indomani della Liberazione, queste idee attraversano tutte le proposte dell'editorialista di Combat, sia che esse siano favorevoli alla creazione di una federazione europea per riuscire a superare il nazionalismo, sia che parlino di una «economia internazionalizzata, laddove le materie prime saranno messe in comune, dove la competizione tra commerci si trasformerà in cooperazione, dove gli scambi coloniali saranno aperti a tutti». Idee che possono ancora portare in un momento di ascesa del nazional-populismo, della rinascita delle dinamiche imperialiste e dell'appropriazione di risorse. Due anni dopo, Camus proseguirà in questa direzione, con tutta una serie di articoli che saranno nuovamente pubblicati su Combat, e che egli poi ristamperà, con il titolo "Ni victimes ni bourreaux", nel suo primo volume "Actuelles". Una sorta di sintesi del suo impegno assunto a partire dalla fine degli anni '30, ma tenendo conto in maniera dettagliata del contesto storico della fine della Seconda Guerra Mondiale; la serie di articoli si impone quasi come annuncio de "L'Uomo in rivolta". Questo, ci permette, soprattutto, ci permette di avere un panorama assai concreto delle posizioni di Camus, le quali all'epoca erano già state oggetto di denuncia a causa della loro franchezza. Basandosi sull'osservazione secondi cui era la paura a dominare la costruzione ideologica di quell'epoca, nel corso dei testi Camus sviluppò una posizione internazionalista e libertaria che si oppone all'ascesa del blocco capitalistico, ma anche alle insidie della socialdemocrazia e del comunismo. Critica dell'utilizzo del termine rivoluzione; attuazione di un nuovo contratto sociale basato su delle istituzioni internazionali; abolizione generale della pena di morte: la «relativa utopia» [*24] che l'autore descrive, si costruisce nell'azione e va al di là dei grandi principi. Nell'articolo "Un nuovo contratto sociale", egli arriva persino a evocare un metodo che possa permettere di riflettere e di seguire queste strade: «Il movimento per la pace, di cui ho parlato, dovrebbe poter essere articolato all'interno delle nazioni e su delle comunità lavoratrici, al di là dei confini, basandosi su delle comunità di riflessione, le quali, secondo dei contratti di mutuo accordo secondo una modalità cooperativa, coinvolgerebbero quante più persone possibile e cercherebbe così di definire quali sono i valori secondo cui vivrà questo ordine internazionale, allo stesso tempo in cui ci militerebbero, in ogni occasione. Più precisamente, il compito che avrebbe, sarebbe quello di opporre delle parole chiare alle confusioni del terrore. allo stesso tempo in cui definirebbe quali sono i valori essenziali per un mondo pacifico. Un codice di giustizia internazionale, il cui primo articolo sarebbe l'abolizione generale della pena di morte, una chiarificazione dei principi necessari a qualsiasi civiltà del dialogo, potrebbe essere il suo primo obiettivo.»[*25] Questa visione internazionalista, che trae origine dalla tradizione anarco-sindacalista francese della prima metà del Novecento, avrebbe poi trovato una sua forma aggiornata in una federazione mondiale, la quale avrebbe consentito di rispondere alle sfide dell'epoca, andando oltre i confini, e quindi superando lo scontro tra le sovranità nazionali. Sebbene i contesti siano ovviamente assai diversi, non c'è alcun dubbio che una simile riflessione possa trovare echi al giorno d'oggi, al centro della riorganizzazione internazionale che stiamo vivendo. La base ideologica, che Camus ha costruito durante il suo percorso intellettuale, fin dai suoi primi anni da studente, sembra qui cristallizzarsi, subito dopo l'esperienza della Resistenza, nel cuore di un mondo che era polarizzato tra capitalismo e comunismo. Oltre ai principi e persino al di là del metodo, ci sono anche i numerosi incontri ed amicizie che lo scrittore ha mantenuto nei circoli anarchici e libertari tra gli anni '30 e '60, che hanno segnato il suo impegno social-libertario. Da Rirette Maitrejean – il cui vero nome era Anna Estorges, figura del contesto anarchico individualista – a Louis Lecoin e Lucio Urtubia, tutti questi legami sono stati numerosi, e diedero origine a diverse forme di scambio, talvolta concretizzatisi in pochi testi, o in apparizioni a delle riunioni pubbliche. Se vogliamo approfondire questo aspetto dell'impegno politico di Camus, dove l'anti-autoritarismo appare come una salvaguardia [*26], il lavoro di Lou Marin è una vera e propria miniera. Per Camus, ci sono molti limiti politici che non devono essere superati, se non si vuole rischiare di cadere lungo la scivolosa china della violenza e degli eccessi, come dimostra il suo "Caligola". Superare questi limiti sarebbe stato ciò che avrebbe spezzato «il bellissimo equilibrio tra esseri umani e natura [...] a beneficio della storia» [*27]. Così facendo, egli è davvero dalla parte dell'ecologia e della critica al progresso, a metà strada tra i «pensatori del vivente» e gli «anarchici naturisti», laddove le riflessioni di Camus oggi vengono giustamente ri-mobilitate.

L'esperienza naturista e la parte storica
    Per rendersi conto di quanto il pensiero di Camus colpisca, ponendosi esattamente al centro di queste questioni, nonostante il secolo che ci separi da esso, basta menzionare le attuali divergenze esistenti all'interno dei movimenti ambientalisti stessi, riguardo l'uso della parola "natura" («in seno alle nostre lotte, la natura è una nozione divisiva», [*28] come viene dichiarato dalle "Soulèvements de la terre") nel dibattito intellettuale (tra quei filosofi che sostengono il mantenimento di un tale concetto, come Renaud Garcia, Michel Blay, Patrick Dupouey e certi altri antropologhi del "vivente", e i sostenitori della cancellazione di questo concetto, considerano troppo antropocentrico (come Bruno Latour, Philippe Descola, Tim Ingold). All'inizio della Guerra Fredda, nel 1948, lo scrittore osservava che «La natura è sempre lì. Essa oppone i suoi cieli calmi e le sue ragioni alla follia degli uomini».[*30] Sarebbe un anacronismo [*31], considerare Camus come un "antesignano" dell'ecologia politica, o come un "pioniere" della decrescita. I due termini sono apparsi solo ben dopo la sua morte. L'etichetta di "naturista", proposta da Renaud Garcia [*32], è corretta in quanto essa permette, nella storia delle idee, di inscrivere lo scrittore in maniera ampia in questa «tradizione della filosofia morale ed esistenziale, che per molto tempo è stata l'eredità comune agli ecologi radicali» [*33], oltre a essere il loro terreno intellettuale. Essa ci permette inoltre di sottolineare l'importanza dell'esperienza sensoriale e del rapporto con il mondo, presente nel pensiero di Camus, il quale nel 1946 pianificò di scrivere un saggio sul «sentimento della natura», [*34] che alla fine però non avrebbe mai completato, ma in cui altri, dopo di lui, avrebbero comunque visto una «forza rivoluzionaria» [*35]. Possiamo confrontare le parole di Bruno Latour, il quale annunciava che «la natura sta per morire» e che «sì, il grande dio Pan è morto» [*36] con quelle di Camus ne "L'Uomo in rivolta", secondo le quali «l'uomo non si riassume solo nella storia [...] ma egli trova anche una ragion d'essere nell'ordine della natura», e pertanto «il grande dio Pan non è morto» [*37]. Effettivamente, fin dai suoi primi testi, Camus comprese la piena complessità della relazione tra gli esseri umani e il mondo naturale: tra una «interdipendenza ontologica» [*38] e immanente – sulla quale i pensatori del vivente fondano le loro proposte; e la permanenza di un'alterità radicale. Contrariamente all'ecologia del vivente, che evidenzia il tessuto relazionale e continuo tra umani e non umani, in una logica generale di integrazione, cancellando ogni specificità per minare il dualismo tra natura e cultura, Camus immagina anche la relazione di estraneità, di irriducibilità del mondo naturale di fronte alla esigenza umana di razionalità e di significato. Ne "Il Mito di Sisifo" la definisce "assurda": «(...)accorgersi che il mondo è “denso”, intravedere fino a che punto una pietra sia estranea e per noi irriducibile, con quale intensità la natura, un paesaggio possano sottrarsi a noi. Nel fondo di ogni bellezza sta qualche cosa di inumano, ed ecco che le colline, la dolcezza del cielo, il profilo degli alberi perdono, nello stesso momento, il senso illusorio di cui noi li rivestivamo, più distanti ormai che un paradiso perduto. L’ostilità primitiva del mondo risale verso noi, attraverso i millenni. [...]Ma il tempo non è ancora giunto. Un’unica cosa da notare: questa densità e questa stranezza del mondo costituiscono l’assurdo».[*39] Ma questa esperienza di non-senso non occulta la sensazione di una «fratellanza segreta»[*40], come di un legame sensibile, stretto e nutriente, con il mondo naturale, sia quello animale («Amo le piccole lucertole, anche quelle secche come le pietre su cui corrono. Sono come me, pelle e ossa», [*41] scrisse nei suoi "Taccuini") o quello vegetale («Sopra di me, un melograno lasciava pendere i germogli dei suoi fiori, chiusi e serrati come piccoli pugni che contengono tutta la speranza della primavera» [*42]," leggiamo in "Nozze". In quanto "naturista", Camus pensa che l'esperienza della bellezza non sia estetizzante, ma che essa dia origine a un vero e proprio combattimento corpo a corpo con la stessa carne del reale, combattimento la cui intensità si esprime nella scrittura e nell'arte.

    Lontano dalla standardizzazione mediatica che trasforma - tramite citazioni - i testi lirici di Camus in un'ambientazione da cartolina, a doverci frenare. è proprio la sensibilità e la profondità filosofica dell'esperienza descritta. Se questi «istanti di accordo» vogliono dire che Camus non crede nella «frattura tra il mondo e l'uomo», [*43] allora la natura, secondo lui, rimane un "enigma", quello del "divenire", visto in una rappresentazione ereditata dalla Grecia presocratica. Il lirismo di Camus tenta di trascrivere, mettendolo per iscritto, l'esperienza sensibile di questo divenire, di questo movimento che attraversa ogni forma di vita, così come la vive lui durante un suo soggiorno in Dordogna: «Qui la terra è rosa, i sassi sono color carne, le mattine rosse e incoronate da cariti puri. Il fiore muore in un giorno e subito rinasce sotto il sole obliquo. Durante la notte la carpa addormentata discende il grasso fiume; torce di efemere fiammeggiano intorno ai lampioni del ponte, lasciando nelle mani piume piene di vita e coprendo il terreno di ali e di cera da cui sgorgherà una vita fugace. Ciò che muore qui non può avvizzire. Asilo, terra fedele, è qui, viaggiatore, che bisogna tornare, nella casa dove si conservano la traccia e il ricordo, e ciò che dell’uomo non muore con lui ma rinasce nei suoi figli» [*44]. La natura, nelle sue varie differenti forme, umane o non umane, non può pertanto essere ridotta a una rappresentazione scientifica e intellettuale che tenterebbe di padroneggiare questo movimento del divenire secondo degli schemi astratti. La parola "mondo", la quale costituisce la prima delle sue dieci parole preferite, non riveste in alcun modo una dimensione astratta - quella dello spazio globalizzato -  ma, ben al contrario, costituisce una realtà profondamente incarnata, vissuta in un corpo, in una "carne". Camus non si fidava del razionalismo, e si chiedeva già, nel 1955, se il «credo assoluto nella ragione razionalista non sia responsabile di un restringimento e un ritrarsi della sensibilità umana» e non «finisse così per provocare una sorta di perversione, sia nell'intelligenza che nella morale» [*45]. Quell'«ordine della natura» che Camus riconosce, è pertanto quello del divenire, ben lontano dai ogni recupero reazionario – come Causeur o Eugénie Bastié – che riduce questo flusso di «equilibri transitori» e di «sconvolgimenti permanenti» [*46] a una norma biologica da preservare. «L’essere non può sperimentarsi se non nel divenire, il divenire è nulla senza l’essere. Il mondo non consiste in una fissità pura; ma non è soltanto movimento. È movimento e fissità» [*47]. Se Camus crede nell'esistenza di una "natura umana" – una nozione problematica per i pensatori del vivente, come lo è per l'antropologo Tim Ingold – ciò avviene perché non ola vede legata né a un capitale genetico né a una norma, né tantomeno come ridotta a una pura storicità auto-creativa. Il processo di umanizzazione, che Camus mette in discussione a lungo ne "L'uomo in rivolta", parte tanto da un movimento di consenso verso il mondo, dal sentimento di comunità vivente che gli esseri umani provano sia verso i loro simili sia verso il mondo naturale, quanto da un movimento di rifiuto di questa realtà che li impegna ad agire nella storia. L'umanizzazione, che Camus chiama rivolta, è pertanto un doppio movimento, nel quale la parte storica dell'uomo, e la sua appartenenza alla natura, devono essere bilanciate insieme: «La rivoluzione assoluta presupponeva infatti l’assoluta plasticità della natura umana, la sua riduzione possibile allo stato di forza storica. Ma la rivolta è, nell’uomo, il rifiuto di essere trattato come cosa e ridotto alla pura storia. È l’affermazione di una natura comune a tutti gli uomini, che sfugge al mondo della potenza. Certo, la storia è uno dei limiti dell’uomo; in questo senso il rivoluzionario ha ragione. Ma reciprocamente l’uomo, nella sua rivolta, pone un limite alla storia. Su questo limite nasce la promessa di un valore».[*48] Nella sua penna, l'utilizzo della parola «natura umana» designa derivante da un certo limite basato sulla dignità e sull'esercizio che gli esseri umani attuano riguardo la loro umanità. Questo limite evocato da Camus, diventa poi una tensione enigmatica, e si pone all'origine della perpetuazione dell'essere umano. Lontano da qualsiasi conservatorismo, o transumanesimo, Camus propone una terza via, la quale riecheggia quanto proposto da Miguel Benasayag e da Léo Coutellec, molti anni dopo, nel loro articolo "I nostri limiti non sono affatto i loro[*49]. I due autori distinguono tre forme di limite: il limite inteso come soglia, il limite-bordo e il limite-Frontiera.

   Il primo, quello della "soglia", interviene «allorché si possa dire che è possibile superarlo, ma che però comporterà un cambiamento significativo e negativo». È il limite superabile, quello che ci permette di dire che nulla è impossibile, e che la scienza si impegna a superare ogni giorno, senza tuttavia considerare quali saranno le conseguenze sul mondo e sui suoi abitanti. Camus comprese il rischio di superare questa soglia, allorché dichiarò che «i Greci non dissero mai che il limite non potesse essere superato», e che chiunque «osasse superarlo [...] sarebbe stato sconfitto senza pietà» [*50]. Ed è proprio questo limite quello che, nel transumanesimo, cerca di essere superato a tutti i costi grazie alla tecnologia. Il secondo, il limite-bordo, implica invece che «l'essere umano ha una forma determinata, e delle caratteristiche fisse, visibili e comprensibili, con contorni brevi che lo definiscono, e che quindi bisogna che non venga fatto scomparire, col rischio del post-umano o del transumano». Secondo questa visione della nozione di limite, troviamo una natura umana considerata tale da parte del conservatorismo assoluto, vale a dire, di un blocco iniziale da difendere a qualsiasi costo, di fronte agli assalti della storia e del progresso. È facile capire, alla luce di quanto già detto, che Camus non possa assolutamente assumere queste due forme di limite come sue proprie. Infine, l'ultima forma di limite che Benasayag e Coutellec evocano, è quella del limite-frontiera, questo «luogo nel quale la tensione tra l'illimitazione e l'autolimitaazione può essere espressa» A livello politico, pertanto, il limite-frontiera coinvolge gli esseri umani ponendoli «sul terreno conflittuale dell'arbitraggio, e nella gerarchia dei valori dovuti al processo decisionale», un terreno, questo, specifico della democrazia. Camus condivideva una tale visione del limite; quella di un confine in tensione, alla ricerca di «formule sociali grazie alle quali verrà realizzato [un certo] tipo di equilibrio, difficile da mantenere». [*51] Di fronte alla trasgressione del limite-soglia e all'artificializzazione generale della vita, a cui conduce la progressiva strumentalizzazione della scienza da parte dell'ideologia transumanista; di fronte a dei discorsi reazionari che riducono l'essere umano alla conservazione di limiti religiosi, sociali e biologici immateriali, la «natura umana»,così come viene immaginata da Camus, è un processo dinamico instancabile. E «piuttosto che a un'emancipazione», la quale presupporrebbe che alla fine si concretizzi l'esistenza di una realizzazione liberatoria, un tale processo sembra riferirsi piuttosto a «un'affermazione progressiva e mai raggiunta dell'uomo a partire da sé stesso» [*52].

- Alexis LAGER, Rémi LARUE, Faris LOUNIS - pubblicato su “!À contretemps" décembre 2025 –

NOTE:

[1] https://www.revue-ballast.fr/

[2] Actuelles IV, Gallimard, 2024, p. 397.

[3] Vedi Olivier Gloag, Oubli Camus, La Fabrique, 2023. Il libro di Faris Lounis e Christian Phéline, Finding Camus (Le Bord de l'eau, 2025), pur offrendo una critica ben argomentata dell'opera di Gloag, riposiziona, in una prospettiva storica, il rapporto di Camus con la colonizzazione e il colonialismo. Da parte nostra, ci riferiamo alla recensione di Nedjib Sidi Moussa sul libro di Gloag: "How to make to forget", online su.

[4] "Albert Camus e l'Algeria coloniale", 18 e 19 marzo 2025, organizzato da Catherine Brun, Christian Phéline, Agnès Spiquel.

[5] Agnès Spiquel, "Albert Camus e l'Algeria coloniale, il lungo confronto tra un uomo e una situazione. Prima valutazione di una recente conferenza", Chroniques Camusiennes, n° 45, aprile 2025, pp. 5-9.

[6] Estratto da un articolo pubblicato su L'Express nel 1955 con il titolo "Il vero dibattito", riprodotto in Œuvres complètes III, p. 1021.

[7] Il 26 giugno 1951, padre Bruckberger, amico di Camus, lo avvertì: "Sarai usato dalla destra, come Bernanos è stato usato dalla sinistra, e per le stesse ragioni." (Opere complete IV, p. 1222). Bruckberger non ha torto. Il 28 dicembre dello stesso anno, Michel Mourre recensì L'Homme révolté su Aspects de la France, il settimanale dell'Action française, con il titolo "La rivolta di Camus si unirà ai costruttori nazionalisti?" (ibid., p. 1224).

[8] La pubblicazione di una versione rilegata di questo numero speciale segnò la canonizzazione di Camus da parte del giornale.

[9] "Camus, il Contemporaneo", intervista ad Alain Finkielkraut. Intervista di Michel de Jaghere e Vincent Tremolet de Villers, "Camus, l'écriture, la révolte, la nostalgie", Le Figaro, numero speciale, dicembre 2009, p. 61.

[10] Ibid., p. 62.

[11] Henri Guaino, Camus al Pantheon. Discours imaginaire, Plon, 2013.

[12] Combat, 24 novembre 1944, riprodotto in À Combat, Folio, p. 369.

[13] "La divisione sinistra-destra è superata, è un trucco di vecchi idioti in disordine," dichiarò il direttore editoriale di Limite, Paul Piccarreta, nel 2016 (in: Arnaud Gonzague, "Médias: la nouvelle tribu réac", Le Nouvel Observateur, 5 novembre 2016).

[14] Con tutto il rispetto per Eugénie Bastié, cofondatrice della rivista prima di essere reclutata da CNews, che dichiarò: "Non rientriamo nelle caselle tradizionali, quindi, ovviamente, la tentazione è grande di dipingerci come sottomarini dell'estrema destra, che sfumano deliberatamente i punti di riferimento ideologici per ingannare le persone." (Arnaud Gonzague, "Media: la nuova tribù reazionaria", Le Nouvel Observateur, 5 novembre 2016).

[15] Michael Sadoun, "Camus, un pensatore conservatore?", Causeur, 10 gennaio 2020.

[16] Agnès Spiquel, "Albert Camus e l'Algeria coloniale, il lungo confronto tra un uomo e una situazione. Prima valutazione di una recente conferenza", Chroniques Camusiennes, n°45, aprile 2025, pp. 5-9.

[17] Lettera citata da Maciej Kaluza, "Rethinking Camus's Truce Appeals: Neither Coloniser and Colonizized in relation to Memmi's Colonial Dichotomy," Interventions: International Journal of Postcolonial Studies, Vol. 21, No. 2, 2019, pp. 219-234.

[18] L'Homme révolté, Complete Works III, p. 274.

[19] Presentazione del libro di Olivier Gloag sul sito web de La Fabrique.

[20] L'articolo di Eugénie Bastié sul libro di Gloag è ora archiviato nel dossier "L'offensiva woke" di Le Figaro. La giornalista apre la sua critica accusando queste "università anglosassoni" dove "far scendere i DWEM (Dead White European Menes) dai loro piedistalli è diventato un dipartimento a tutti gli effetti della ricerca occidentale."

[21] Kamel Daoud, "Il crimine di Camus, ieri e oggi", Le Point, 17 gennaio 2025.

[22] À Combat, Gallimard, Folio, pp. 235-326.

[23] À Combat, editoriale del 18 dicembre 1944, op. cit., p. 417.

[24] Termine usato nell'articolo "La rivoluzione travestita", Complete Works II, p. 445.

[25] "Un nuovo contratto sociale", Complete Works II, p. 451.

[26] Albert Camus e i libertari (1948-1960), scritti raccolti da Lou Marin, 2008, Égrégores. Questo libro è stato ripubblicato nel 2013, in coedizione con Indigène Éditions, con il titolo Albert Camus, Écrits libertaires (1948-1960), testi raccolti e presentati da Lou Marin.

[27] L'Homme révolté, Complete Works, III, p. 223.

[28] Le rivolte della Terra, Primi Tremori, La Fabrique, 2024, p. 158. Vedi in particolare il capitolo "Qual è la natura che si difende?", pp. 157-167.

[29] Opere complete, III, p. 599.

[30] "La tesi dei due autori [Alexis Lager e Rémi Larue] è stimabile, ma soffre di cadere nell'anacronismo storico," afferma Yves Ansel in una recensione pubblicata sul sito "En attendant Nadeau" [https://www.en-attendant-nadeau.fr/2025/03/18/actualites-dalbert-camus-actuelles/] sul nostro libro, Albert Camus, e Nature Against History (Il Cavaliere Gratis, 2024). Dall'introduzione, però, facciamo attenzione a evitare questa tentazione usando il termine "whistleblower" per parlare di Camus.

[31] Vedi Renaud Garcia, "La tecnologia è diventata un oggetto di culto", online su https://www.revue-ballast.fr/renaud-garcia-la-technologie-est-devenue-lobjet-dun-culte/.

[32] Renaud Garcia, Collapsologia o ecologia mutilata, L'Échappée, 2020, p. 135.

[33] Quaderni, Opere Complete II, p. 1072.

[34] In particolare Bernard Charbonneau e Jacques Ellul nell'articolo "Le Sentiment de la nature, force révolutionnaire", pubblicato per la prima volta sul Journal intérieur des groupes personnalisétes du Sud-Ouest nel giugno 1937, poi ristampato nel 2013 da Editions du Seuil nel loro libro collettivo Nous sommes révolutionnaires malgré nous.

[35] Bruno Latour, Politiques de la nature, Parigi, La Découverte, 2004, p. 42, citato da Michel Blay e Renaud Garcia in La nature existe, L'échappée, 2025, p. 30.

[36] L'Homme révolté, Complete Works, III, p. 299.

[37] Laurent Bove, Albert Camus, de la trasfigurazione, Éditions de la Sorbonne, 2014, p. 120.

[38] Il mito di Sisifo, in Complete Works, I, p. 228.

[39] Noces, Opere Complete, I, p. 45.

[40] Quaderni, Opere Complete, IV, p. 1298.

[41] Noces, Opere Complete, I, p. 109.

[42] Quaderni, Opere Complete, II, pp. 1072–1073.

[43] Quaderni, Opere Complete, IV, p. 1113.

[44] Il futuro della civiltà europea, Opere complete, III, pp. 995-998.

[45] Le rivolte della Terra, op. cit., p. 159.

[46] L'Homme révolté, Opere complete, III, p. 315.

[47] L'Homme révolté, Opere complete, III, p. 275.

[48] Miguel Benasayag e Léo Coutellec, "I nostri limiti non sono loro", Ecology & Politics, 2018/2, n° 57 (online su https://shs.cairn.info/revue-ecologie-et-politique-2018-2-page-117?lang=fr.

[49] "L'esilio di Elena", L'Été, Œuvres completes, III, p. 600.

[50] Il futuro della civiltà europea, Opere complete, III, p. 1001.

[51] Nota sulla rivolta, Complete Works, III, p. 332.

domenica 28 dicembre 2025

TUTTA QUESTIONE DI… TRADUZIONE !!

 

Il ritorno del Capitale: 5 versioni, 2 traduzioni
- di MARCELLO MUSTO -

   Passano i lustri e, sebbene sia stato descritto più volte come un testo antiquato, si ritorna a discutere del Capitale di Karl Marx (1818-1883). Benché abbia compiuto 157 anni, la «critica dell’economia politica» conferma di possedere tutte le virtù dei classici: stimola nuovi pensieri a ogni rilettura ed è capace di illustrare aspetti fondamentali del passato quanto della contemporaneità. Simultaneamente, ha il pregio di circoscrivere la cronaca del presente — così come il peso dei suoi, spesso inadeguati, protagonisti — nella posizione relativa che le spetterebbe. Non a caso, per Italo Calvino un classico è tale anche perché ci aiuta a «relegare l’attualità al rango di rumore di fondo». I classici indicano le questioni essenziali e i punti ineludibili per poterle intendere e dirimerle. Per questo essi conquistano perennemente l’interesse di nuove generazioni di lettori. Un classico resta indispensabile nonostante il trascorrere del tempo e, anzi, nel caso del Capitale si può affermare che assume tanto più efficacia quanto più il capitalismo si diffonde in ogni angolo del pianeta e si espande in tutte le sfere delle nostre esistenze. Le riscoperte di Marx In seguito allo scoppio della crisi economica del 2007-2008, la riscoperta del magnum opus di Marx fu un’autentica necessità, quasi la risposta a un’emergenza: rimettere in circolazione il testo — da tutti dimenticato, dopo la caduta del Muro di Berlino — che forniva chiavi interpretative ancora valide per comprendere le vere cause della follia distruttiva del capitalismo. Fu così che, mentre gli indici delle Borse mondiali bruciavano centinaia di miliardi di euro e numerosi istituti finanziari dichiaravano bancarotta, in pochi mesi Il capitale vendette più copie di tutte quelle date alle stampe nel ventennio precedente. Il presente revival del Capitale risponde, invece, a un’altra esigenza: quella di definire, anche grazie alla rilevante mole di studi comparsi di recente, quale sia la versione più attendibile dello scritto al quale Marx dedicò la gran parte delle sue fatiche intellettuali. L’intenzione originaria del rivoluzionario tedesco — che accompagnò la stesura del primo manoscritto preparatorio dell’opera (i Grundrisse del 1857-1858) — fu quella di dividere il suo lavoro in sei libri. I primi tre avrebbero dovuto essere dedicati a capitale, proprietà fondiaria e lavoro salariato; quelli successivi a Stato, commercio estero e mercato mondiale. La consapevolezza, acquisita con il passare degli anni, dell’impossibilità di intraprendere un piano così vasto costrinse Marx a sviluppare un progetto più concretizzabile. Pensò di tralasciare gli ultimi tre volumi e di integrare alcune parti dedicate alla proprietà fondiaria e al lavoro salariato nel libro sul capitale. Quest’ultimo venne concepito in tre parti: il Libro I sarebbe stato dedicato a Il processo di produzione del capitale, il II a Il processo di circolazione del capitale e il III a Il processo complessivo della produzione capitalistica. A essi si sarebbe dovuto aggiungere un Libro IV — dedicato alla storia della teoria — che, però, non venne mai cominciato e viene spesso erroneamente confuso con le Teorie sul plusvalore. Le redazioni del Libro I Com’è noto, rispetto a tali proponimenti, Marx riuscì a completare soltanto il Libro I. I libri II e III videro la luce solo dopo la sua morte, rispettivamente nel 1885 e nel 1894, grazie a un enorme lavoro editoriale svolto da Friedrich Engels. Se gli studiosi più rigorosi si sono più volte interrogati sull’attendibilità di questi due volumi, redatti sulla base di manoscritti incompiuti e frammentari, scritti a distanza di anni e che contenevano numerosi problemi teorici irrisolti, in pochi si sono dedicati a un’altra questione non meno spinosa: quella di stabilire se esistesse la versione definitiva del Libro I. La controversia è ritornata al centro dell’attenzione di traduttori e case editrici e quest’anno sono apparse due nuove importanti versioni del Capitale. In Italia — il terzo Paese al mondo, dopo Russia e Francia, dove venne tradotto lo scritto che si prefiggeva di essere una preziosa arma per la lotta dell’emancipazione del proletariato — il testo di Marx è uscito per l’Einaudi (a cura di Roberto Fineschi). Si tratta dell’ottava traduzione in italiano; la prima vide la luce nel 1886. Negli Stati Uniti, la prestigiosa Princeton University Press pubblica, in una tiratura di 13 mila copie, la prima nuova traduzione in inglese dopo cinquant’anni (a cura di Paul North e Paul Reitter), la quarta in questa lingua. Dopo oltre un ventennio di ricerche preparatorie, Marx non fu pienamente soddisfatto della struttura del volume uscito nel 1867. Aveva finito col dividerlo in soli sei lunghissimi capitoli e, soprattutto, era rimasto scontento per come aveva esposto la teoria del valore, che era stato costretto a dividere in due parti: una nel primo capitolo, l’altra in un’appendice redatta frettolosamente soltanto dopo la consegna del manoscritto. Pertanto lo scritto continuò ad assorbire una parte delle energie di Marx anche dopo la stampa. In vista della seconda edizione, venduta in fascicoli tra il 1872 e il 1873, Marx riscrisse la cruciale parte sulla teoria del valore, inserì diverse integrazioni riguardanti la differenza tra capitale costante e variabile, il plusvalore, nonché l’uso di macchine e tecnologia. Inoltre, rimodulò l’intera struttura del libro, dividendolo in sette sezioni, comprendenti 25 capitoli, a loro volta accuratamente suddivisi in paragrafi

Il nodo delle traduzioni
    Marx accompagnò il più possibile il progresso della traduzione russa (1872) e dedicò ancora più energie alla preparazione della versione francese, apparsa — anch’essa in fascicoli — tra il 1872 e il 1875. Dovette, infatti, impiegare molto più tempo di quello preventivato per correggerne le bozze. Insoddisfatto del lavoro svolto dal traduttore, che aveva reso il testo troppo letteralmente, riscrisse intere pagine, al fine di rendere meno indigeste al pubblico francese le parti pregne di esposizione dialettica e per apportare modifiche ritenute imprescindibili. Esse vennero per lo più concentrate nella sezione finale, dedicata a Il processo di accumulazione del capitale. Mutò anche la divisione dei capitoli che aumentarono dopo un’ulteriore revisione della redistribuzione della materia. Nel poscritto all’edizione francese, Marx non esitò ad attribuire alla versione francese «un valore scientifico indipendente dall’originale» e osservò che doveva «essere consultata anche dai lettori che conoscono la lingua tedesca». Non a caso, quando nel 1877 si profilò la possibilità di un’edizione in inglese, Marx precisò che il traduttore avrebbe dovuto «necessariamente confrontare la seconda edizione tedesca con quella francese», nella quale egli aveva «aggiunto qualcosa di nuovo e dove aveva descritto meglio molte cose». Non si trattava, dunque, di meri ritocchi stilistici. Le alterazioni da lui prodotte alle diverse edizioni racchiudono anche i risultati degli incessanti studi svolti e gli sviluppi di un pensiero critico in continua evoluzione. Marx ritornò sulla versione francese, evidenziandone aspetti positivi e negativi, anche l’anno successivo. Scrisse che conteneva «molte varianti e aggiunte importanti», pur ammettendo di essere «stato anche costretto, soprattutto nel primo capitolo, ad “appiattire” l’esposizione». In ogni caso, si può affermare che costituiva molto di più che una traduzione. Marx ed Engels divergevano. Il primo, soddisfatto della nuova versione, la ritenne, in molte parti, un miglioramento rispetto a quelle precedenti. Il secondo, invece, pur complimentandosi per i miglioramenti teorici apportati in alcuni punti, fu molto scettico in merito allo stile letterario imposto dal francese e scrisse vigorosamente: «Riterrei un grande errore prendere questa versione come base per la traduzione inglese». Conseguentemente, quando gli venne chiesto, poco dopo la scomparsa dell’amico, di dare alle stampe la terza edizione tedesca (1883) del Libro I, Engels si limitò a modificare «solo le cose più necessarie». Nella prefazione informò il lettore che l’intenzione di Marx era quella di «rielaborare il testo in gran parte», ma che il cattivo stato di salute glielo aveva impedito. Engels si avvalse di un esemplare tedesco, corretto in vari punti da Marx, e di una copia della traduzione francese, nella quale questi aveva indicato i passaggi per lui irrinunciabili. Limitò il suo lavoro al minimo e poté dichiarare: «In questa terza edizione non è cambiata nessuna parola di cui io non sappia, con certezza, che l’autore stesso l’avrebbe cambiata». Tuttavia, egli non inserì tutte le variazioni segnalate da Marx. La traduzione inglese (1887), interamente supervisionata da Engels, venne condotta sulla terza edizione tedesca. Egli affermò che quest’ultima, al pari della seconda edizione tedesca, era superiore alla traduzione francese, anche per la struttura dell’indice. La quarta edizione tedesca uscì nel 1890; fu l’ultima preparata da Engels. Con più tempo a disposizione, egli poté incorporare, pur escludendone ancora diverse, altre correzioni apportate da Marx alla versione francese.

Alla ricerca della versione definitiva
    L’edizione engelsiana del 1890 divenne la versione canonica del Capitale dalla quale venne ricavata la gran parte delle traduzioni nel mondo. Il dibattito, però, non s’è mai esaurito. Quale tra queste cinque versioni presenta la migliore struttura dell’opera? Quale edizione include le acquisizioni teoriche dell’ultimo Marx? Gli editori della nuova traduzione americana hanno deciso di affidarsi alla versione del 1872-1873, l’ultima edizione tedesca rivista da Marx. Una recente nuova versione tedesca (a cura di Thomas Kuczynski, Vsa Verlag, 2017) ha proposto una variante che, avocando a sé maggiore fedeltà alla volontà di Marx, include ulteriori modifiche approntate per la traduzione francese. La prima ha il difetto di trascurare parti della versione francese che sono certamente superiori a quella tedesca, la seconda ha prodotto un testo confuso e di difficile lettura. Meglio, dunque, la versione italiana che acclude anche 140 pagine con le varianti di ciascuna edizione, diversi manoscritti preparatori e 16 splendide illustrazioni raffiguranti il movimento operaio. Tuttavia, non esiste una versione definitiva del Libro I e la comparazione sistematica delle revisioni fatte da Marx ed Engels è affidata alla ricerca a venire dei loro studiosi.

- Marcello Musto - Pubblicato su La Lettura dell'11/8/2024 -

IL DIO DECAPITATO…

 

   Nella sua "Lettera ai sordomuti per l'uso dell'udito e del parlato" (pubblicata nel 1751, pochi mesi prima del primo volume dell'Enciclopedia), Diderot tratta diversi temi, e rappresenta una costellazione di scene eterogenee; qualcosa di assai tipico dell'ambiente "illuminista" in generale. Le citazioni di Diderot, fatte nelle lingue originali, sono degne di nota - vale a dire, Omero citato dal greco, Virgilio e Lucrezio dal latino, e Torquato Tasso citato dall'italiano - e, in tale argomentare, la cura di Diderot nel circoscrivere alla lettera del testo i propri commenti, riesce ad attirare l'attenzione: un metodo di lettura attenta questo, che, oltre tutto, come Diderot ben sapeva, ebbe inizio (in una certa qual misura) con i grammatici alessandrini, nel loro lavoro su Omero. Uno dei momenti più interessanti della lettera di Diderot, è quando discute i momenti in cui un passaggio, dal letterario al visivo, non appare garantito, desiderato, o nemmeno persino esteticamente coerente. Per costruire l'argomento, Diderot salva un passaggio dall'Eneide di Virgilio, versetti 124-127 del primo libro: «Nettuno percepì che il mare era agitato da grande rumore e che le acque calme sul fondo erano in rivolta; violentemente scosso, alza lo sguardo dal basso, alzando la testa sopra le onde.». Diderot, sostiene che ciò che funziona nella poesia non funziona nella pittura; sarebbe un po' come portare sulla tela l'impressionante immagine dello spostamento del dio dalle profondità verso la superficie, e tutto ciò che il dipinto potrebbe mostrare, nel caso specifico di questi versi, sarebbe l'immagine del dio decapitato: Nettuno, quasi come una povera testa mozzata che galleggia nel mare, nulla di più lontano dalla magnificenza prodotta dai versi di Virgilio, i quali riescono invece a metterci in contatto  sia con la metamorfosi del destino di Enea (il quale Enea soffriva il mare), che l'improvvisa consapevolezza di Nettuno che ci sia qualcosa che non vada nei suoi domini!

fonte: Um túnel no fim da luz

venerdì 26 dicembre 2025

Lavoro & Attività–Merci & Beni…

Il Feticcio-Lavoro e l'antisemitismo
- di Lothar Galow-Bergemann -

La Società del Lavoro
    La legge suprema della nostra società non sta scritta da nessuna parte, e tuttavia la conoscono tutti: dobbiamo lavorare tutta la vita per guadagnare soldi e poter così vivere. Questo lavoro, e il rapporto positivo che abbiamo con esso, ci sembrano essere una legge naturale. Ma l'origine della parola "lavoro", nelle diverse lingue, dovrebbe invece preoccuparci. L'antica parola greca ponein (lavorare) deriva da ponos (fatica o peso), le parole francesi e spagnole per travail / trabajo derivano dal latino volgare tripalare, che significa semplicemente "tormentare, impalare". In russo, lavoro si dice "rabota", che deriva dal "rab", "lo schiavo". E la parola germanica "arba" significa semplicemente "il servo". Nei tempi antichi, la gente pensava in modo assai diverso rispetto a oggi. Non era il "lavoro", a essere socialmente riconosciuto, ma quello che non aveva bisogno di "lavorare". Secondo l'opinione dominante, questo era l'unico modo per poter essere una persona libera e sociale. Ovviamente, ero pochissimi quelli che potevano permetterselo, e la stragrande maggioranza viveva nella miseria. Ma è del tutto falso sostenere che il lavoro sia sempre stato considerato un ideale, alla stregua di come lo è oggi. Una simile evoluzione, è il risultato di una lunga storia a cui ha contribuito il cristianesimo. Martin Lutero (1483-1546), ad esempio, era un vero e proprio fanatico del lavoro: «L'uomo nasce per lavorare, allo stesso modo in cui un uccello nasce per volare», diceva, così come diceva «l'ozio è un peccato contro i comandamenti di Dio» (da "Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca", 1520). Quel lavoro, che oggi diamo così tanto per scontato, è anche strettamente legato all'esercito e alla guerra. I primi lavoratori salariati nel senso moderno del termine furono i Lanzichenecchi degli eserciti permanenti, ai quali i principi assolutisti pagavano uno stipendio; in altre parole, i soldati. La storia del lavoro è una storia di violenza. Dal momento che i salari dei primi operai di fabbrica, erano sufficienti per più di una giornata, ecco che allora, naturalmente, andava a finire che essi non si presentavano per il più a lungo possibile in quell'inferno di 16 ore lavorative.

   Ma poiché il capitalismo non può funzionare in un simile modo, ecco che le persone sono state costrette, attraverso metodi brutali, a sottomettersi al regime del lavoro. I tagli salariali, costrinsero persino i bambini ad andare in fabbrica, per far sì che la famiglia potesse sopravvivere. Per "imparare a lavorare", il sistema giudiziario imponeva delle pene brutali anche per i reati più lievi. I delinquenti venivano pertanto incatenati dentro delle fosse che poi si riempivano d'acqua. Per evitare di affogare, dovettero accettare di lavorare per ore, senza interruzioni. Altri dovevano lavorare impiegando la forza dei loro vitelli nei mulini ad acqua fino allo sfinimento, sotto la sferza della frusta. Le "case di correzione" erano delle «case di lavoro forzato - per mendicanti inveterati e oziosi incalliti, dannosi per la società - dentro i quali questi ultimi erano costretti a lavorare» ("Meyers Konversationslexikon," 4ª edizione, 1888/90). Possiamo trovare molti racconti strazianti sulla storia, purtroppo in gran parte dimenticata, dell'imposizione del lavoro ne "Il libro nero del capitalismo. Il canto del cigno dell'economia di mercato", di Robert Kurz. (1999) (in pubblicazione da Crise & Critique nel 2027). Tuttavia, le persone che nel XIX° secolo crearono il movimento operaio, avevano smesso di opporsi al lavoro. Si identificavano persino con esso, e ne erano anche orgogliosi. Alcune voci ragionevoli, come quella di Paul Lafargue avevano già perso in partenza: «Una strana follia possiede le classi operaie delle nazioni in cui domina la civiltà capitalistica. È una follia che porta con sé miserie individuali e sociali che da due secoli stanno torturando la triste umanità. Questa follia è l’amore del lavoro, la passione esiziale del lavoro, spinta sino all’esaurimento delle forze vitali dell’individuo e della sua progenie.»(Paul Lafargue: Il diritto alla pigrizia, 1880.) Nei due secoli successivi, il lavoro venne letteralmente canonizzato in tutta la società e in tutti i campi politici. Oggi, un manifesto con su scritto "Lottiamo perché si sia un lavoro per ciascuno" può provenire tanto dal sindacato IG Metall quanto dal partito CDU. E che cosa si deve aspettare chiunque ottenga un così tanto ambito lavoro? I titoli dei giornali, riflettono su ciò che molti, per loro esperienza, conoscono fin troppo bene: "Burnout. Quando il lavoro ti fa ammalare"; "Una persona su due si lamenta della pressione dovuta al tempo di lavoro"; "Infarto a causa degli straordinari"; "Uno su quattro deve lavorare nei fine settimana, e uno su sei lavora a turno"; "Dipendenti insoddisfatti. Non vogliono andare a lavorare"; "Come uscirne vivi"; "I lavoratori più anziani vogliono andarsene il prima possibile"; "Fuggire dalla vita quotidiana, viaggiare lontano, provare qualcosa di completamente nuovo; molti lo sognano" (si veda anche: Peter Samol, "Die Leistungsdiktatur. Wie der Konkurrenzdruck unser Leben zur Hölle macht", 2021).

   Se dovesse dipendere dalle persone, solo il 2% di loro andrebbe in pensione dopo i 65 anni, e la maggior parte vorrebbe fermarsi molto prima (Die Welt, 17 maggio 2014). E qual è la risposta? Pensionamento a 67, 68, 70, 75 anni – tutto questo viene seriamente discusso. Chi oggi ha meno di 40 anni, lo sa già: a 80 anni non riceverà una pensione che gli possa permettere di vivere. E questo è un segreto di pulcinella. Ed è uno scandalo enorme. Anche perché robot e i computer, da decenni, non hanno fatto altro che migliorare sempre più. Da domani potremmo produrre, letteralmente, ancora più beni e con ancora meno lavoro. Eppure, ci viene chiesto di lavorare sempre più a lungo. Che assurdità! Ma questa non è colpa del Cancelliere Federale, o del Presidente del Consiglio di Amministrazione della Deutsche Bank, bensì dell'assurda logica della "nostra economia". Per comprendere meglio questa logica, facciamo un esperimento mentale . Supponiamo che abbiamo comprato una pentola a pressione, e abbiamo preparato un pasto delizioso. Non solo questo pasto è assai meglio rispetto a quello prodotto dalla vecchia casseruola, ma contiene anche più vitamine e, cosa più importante, è già pronto in cinque minuti, anziché nei venti di prima. E ora, che cosa ce ne facciamo, in modo ragionevole, del quarto d'ora guadagnato? Facciamo un pisolino, annaffiamo i fiori, chiamiamo la nostra ragazza...?  Comunque sia, usiamo quel tempo risparmiato per fare altro. La logica della "nostra economia", invece,  non segue questa idea. Invece ci ordina: «Non ti addormentare, piuttosto è meglio che tu prepari quattro pasti deliziosi in 20 minuti!» - «Ma perché, io non ne ho bisogno, a me uno basta.» - «Ciò di cui hai bisogno, non conta. Devi cercare acquirenti, cercare acquirenti, cercare acquirenti!». Ma perché succede tutto questo? Semplice, perché la merce è la forma germinale della nostra società. Ed è rispetto a questo che la nostra coscienza quotidiana ci gioca un secondo scherzo. Ed è proprio come confondere lavoro e attività, non fa alcuna distinzione tra merci e beni. Tuttavia, i beni sono solo beni. La forma di merce, invece, nasconde un'intera relazione sociale. Presuppone che i proprietari di merci siano isolati l'uno dall'altro, suppone che essi non lavorino per i propri bisogni, ma piuttosto per un potere anonimo dal quale dipende il loro benessere e la loro sfortuna: il mercato. La maggior parte di loro, possiede solo e nient'altro che la merce "forza lavoro" e deve pertanto sperare che il mercato del lavoro si interessi a essa. L'economia da cui dipendiamo, viene giustamente chiamata "economia di mercato". Un'altra parola, per esempio, è capitalismo. Sarebbe peraltro preferibile parlare consapevolmente ed esplicitamente di capitalismo, anche perché dobbiamo capire cos'è che dà il nome a questo "ismo": il capitale. Ha una logica interna propria, sconosciuta a qualsiasi altro sistema economico esistito prima. Il capitalismo deve crescere costantemente. Se smette di crescere, entra immediatamente in crisi. Nella feroce competizione del mercato, il capitale si impone solo se dispone di sufficienti mezzi di investimento per razionalizzare il più possibile, cioè se riesce a salvare il lavoro. È questo l'unico modo per offrire un prezzo migliore rispetto a quello  dei concorrenti. Per generare i mezzi di investimento che gli permettano di mantenersi davanti ai concorrenti, il capitale deve ottenere il massimo profitto possibile. Ma poiché ogni singolo capitale deve fare esattamente la stessa cosa, altrimenti scompare, ecco che il sistema, nel suo insieme, genera inevitabilmente una spirale infinita di accumulazione di capitale (concentrazione). Crescita illimitata e profitto massimo, sono il DNA di un'economia di mercato. E i mercati sono i veri padroni del capitalismo.

   Ma, a dominare, non ci sono sempre delle persone che dominano? Questo era il caso prima del capitalismo, ma poi le cose sono cambiate. Sì, certo, nel capitalismo ci sono quelli che nuotano nel denaro, e ci sono quelli che soffrono la fame. Ci sono "quelli sopra" e "quelli sotto", i potenti e gli inermi. Eppure, anche quelli più potenti non possono sovrascrivere la logica del capitale, anche se volessero. Il capitalismo è una forma di dominio astratto. All'ex CEO di BMW Eberhard von Kuenheim, venne una volta chiesto se sapesse che c'erano troppe auto, e che il pianeta non poteva più sopportare di costruirne altre. La sua risposta: «Potrebbero anche esserci troppe auto al mondo, ma ci sono ancora troppo poche BMW» (Bayernkurier, 7 marzo 2016). Senza volerlo, egli così riassunse quella che è la logica assurda del capitalismo. Ovviamente, i leader di VW, Daimler e Toyota devono dire la stessa cosa. E insieme a loro, lo devono dire anche i lavoratori del gruppo coinvolto. Per quanto un'operaia possa aver rinunciato alla sua auto, per ragioni ecologiche, continua a essere nel suo interesse che BMW costruisca e venda quante più auto possibile. Il suo sostentamento, e quello della sua famiglia dipendono dal suo lavoro. I sindacati e il consiglio aziendale ne sono ben consapevoli. L'accumulo riuscito di capitale non porta solo a dei profitti, ma anche a dei posti di lavoro. La società, nel suo insieme, è ostaggio della crescita eterna e del massimo profitto. Senza questo, lo Stato ovviamente non sarebbe in grado di agire, poiché può generare il suo elisir di vita, le tasse, solo se la mega-macchina è costantemente in funzione. La logica della società capitalista, è assurda e suicida: stiamo andando dritti verso il muro, ma non possiamo uscirne, perché viviamo in questa frenesia. Il movimento per la protezione del clima, sta attualmente vivendo questo fenomeno, particolarmente doloroso, quando si tratta di occupazione.

Identificazione nel lavoro
    Nonostante tutti i conflitti di interesse tra capitale e lavoro, alla fine i due si trovano comunque sulla stessa barca, quella della valorizzazione del capitale. Il lavoro, non è né una "attività", né una «contraddizione antagonista (inconciliabile) con il capitale». Ma è, piuttosto, il principio formale dominante una società di produttori e di venditori di merci. Il punto di partenza, e l'obiettivo di questa società di merci, è l'accumulazione di capitale visto come fine in sé. In un'altra società, il cui punto di partenza, e il cui obiettivo, non sarebbe la ricchezza astratta dell'accumulazione di capitale, bensì la soddisfazione dei bisogni umani, l'unico scopo dell'attività sarebbe la ricchezza materiale di cui abbiamo bisogno per vivere. E pertanto, allora, non lavoreremmo e produrremmo merci, ma faremmo un business utile e produrremmo beni. Il lavoro e le merci sono i feticci che ci dominano. Abbiamo creato questa dominazione, ma non ne siamo consapevoli, e quindi la consideriamo "naturale" e "completamente normale". A differenza di un'ideologia, ad esempio, questo feticismo non può essere superato solo grazie alla riflessione intellettuale. Ma tuttavia, senza una critica ponderata del capitalismo, non siamo nemmeno consapevoli del carattere feticistico di questa dominazione, e non riusciamo neanche a immaginare che essa sia creata dall'uomo, e che pertanto possa essere abolita. Ma non importa se tu comprendi o meno questo feticismo: in una società capitalista, a dipendere dal loro lavoro, è quasi la vita e lo status sociale di tutti. Senza il mio lavoro, non sono nulla. Lo sappiamo e lo sentiamo. È facile identificarsi con il proprio lavoro, soprattutto perché sembra essere quasi una sorta di legge naturale. Anche se segretamente lo odiamo. Non è un caso che alla domanda «Chi sei?» nessuno risponda: «Sono un padre» oppure «Sono qualcuno a cui piace fare escursioni, suonare musica, pensare o ballare», ma piuttosto «Sono una venditrice, un macchinista, un insegnante, un concessionario d'auto». Seguo il mio lavoro. Così, il loro rapporto con l'identità sul lavoro, impedisce alle persone di vedere oltre il capitalismo. Finché restano prigionieri di questa prigione mentale, non importa che cosa "il popolo" abbia da dire. In Svizzera, famosa per i suoi referendum, una larga maggioranza ha votato contro le sei settimane di ferie pagate per tutti. Questa non sembrava fosse esattamente la transizione verso una società senza classi. Ma l'argomento era: «Più ferie significa meno posti di lavoro.» Grottesco. L'identificazione con il lavoro, spinge le persone a rinunciare a una vita migliore. Essi sono costantemente perseguitati dalla paura di diventare "inutili" per il mercato, e di sprofondare nel nulla. Eppure, a loro, questa situazione sembra naturale e senza alternative. Quando sentono che qualcosa non va nella società, essi danno la colpa ai singoli "colpevoli", e alle "cattive politiche", senza mai nemmeno considerare i vincoli strutturali dell'economia. Se le crisi si accumulano, ciò sembra a loro, ancor di più, non avere nulla a che fare con il dominio del lavoro, delle merci, del mercato e del capitale. La visione ristretta delle persone, può poi, rapidamente, trasformarsi in teorie del complotto. Fantasticano su delle forze oscure con intenzioni malvagie le quali vogliono loro fare del male. Gli eventi "Querdenken" (pensiero laterale) stanno attualmente mostrando, in angoli molto diversi della società, quanto sia grande questo potenziale, e nemmeno l'istruzione e l'intelligenza proteggono necessariamente da tutto ciò.

La ribellione conformista
    Puoi essere ribelle e conformista allo stesso tempo. Non comprendere il capitalismo, ma ribellarsi alle sue conseguenze, può rendere tutto ciò possibile. È come essere rinchiuso in una prigione della quale non si sa nulla. Se ciò è accompagnato dall'idea che ci siano «cattivi, colpevoli e complotti», ecco che vengono gettati le basi di una ribellione conformista. Ciò richiede pertanto delle soluzioni autoritarie alla crisi, e l'eliminazione di coloro che dovrebbero essere i colpevoli. Nel peggiore dei casi, si sprofonda nella follia sterminatrice antisemita. La Germania nazista dimostrò che, in tempi di crisi, la prigione mentale del culto del lavoro può produrre veri e propri mostri. Il nazionalsocialismo era un movimento di massa di ribelli conformisti. Il loro desiderio inconscio, e non dichiarato, di una vita senza lavoro, pur identificandosi con il loro proprio lavoro, si traduceva in un odio verso chi poteva permettersi una vita del genere; sia nella realtà, ma anche solo nell'immaginazione dei ribelli. In ogni caso, essi si sentivano profondamente offesi e traditi da quelli. Non è un caso che il loro odio fosse rivolto "agli ebrei." La storia dell'Occidente cristiano, è segnata da pogrom omicidi contro gli ebrei. Per quasi duemila anni, il cristianesimo ha stigmatizzato gli ebrei in quanto "assassini di Dio." Erano considerati "avvelenatori di pozzi" e "assassini di bambini". Erano ovviamente anche "responsabili" della peste. Nel XII° secolo, la Chiesa proibiva ai cristiani di "commerciare denaro" e pertanto lo assegnava agli ebrei, ai quali tuttavia vietava anche l'esercizio di molte professioni. Tutto ciò portò inevitabilmente a che ci fossero più ebrei tra i banchieri di quanti ce ne fossero nella popolazione totale. Venne così gettata la base per equiparare l'"ebreo" al "denaro", un topos centrale dell'antisemitismo moderno. Inoltre, in nessun luogo la santificazione del lavoro era più evidente di quanto lo era in Germania. Ciò si legava anche al cristianesimo, e in particolare al protestantesimo, cosa che lasciava tracce così marcate solo in pochi paesi. Martin Lutero non era solo un fanatico del lavoro, ma era anche un convinto antisemita. Non è un caso che i nazisti fossero grandi ammiratori di Lutero. Anche nelle loro menti, i due concetti avevano una corrispondenza perfetta. Un riferimento assai affermativo al "lavoro onesto", era semplicemente costitutivo della visione del mondo del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori. A causa di tutte queste continuità storiche e tematiche, era ovvio che gli ebrei sarebbero diventati l'oggetto di odio che i nazisti tedeschi volevano eliminare. Nell'illusione, che aveva preso il sopravvento sulla maggior parte dei tedeschi, sia che appartenessero a "quelli di sopra" o a "quelli di sotto", Auschwitz rappresentava l'eliminazione della "avidità" fatta in nome del "lavoro onesto e ingannato". Il perverso motto secondo cui  «Il lavoro ti rende libero», scritto sopra la porta di Auschwitz, aveva la sua logica. Grazie agli Alleati della Seconda Guerra Mondiale, i nazisti tedeschi vennero sconfitti. Oggi, la maggior parte delle persone «non ha nulla contro gli ebrei.» Tuttavia, l'antisemitismo non è scomparso. Ciò è anche dovuto al fatto che tutto ciò non è mai stato davvero compresa e assimilato. Ribolle sotto la superficie di una società in crisi, e oggi osa sempre più esprimersi, apertamente e senza mezzi termini, ad esempio durante le manifestazioni "Querdenken" (pensiero laterale). Ma anche coloro che non equiparano i "colpevoli", da cui si sentono oppressi, agli "ebrei" possono tuttavia trovarsi pericolosamente vicini all'antisemitismo, senza esserne consapevoli. Dalla crisi finanziaria del 2008, che ancora oggi non mostra segno di finire, e si manifesta in forme sempre nuove, molti si sentono minacciati da dei "speculatori avidi, banchieri, predatori" (ecc.) ai quali attribuiscono "la colpa". La critica sociale viene così confusa con la rabbia contro i "bugiardi" e contro la "stampa bugiarda". Se c'è una lezione da imparare dalla storia, è questa: in tempi di crisi, la follia antisemita dell'estinzione può diffondersi a velocità fulminea. Nelle elezioni del Reichstag del maggio 1928, il NSDAP ottenne il 2,6% dei voti. Meno di 14 anni dopo, nel gennaio 1942, la Conferenza di Wannsee organizzò la "Soluzione finale della questione ebraica." I mostri del passato possono essere resuscitati.

Nulla dovrebbe rimanere com'è
    Stiamo vivendo un periodo di crisi pericoloso. Non sappiamo come finirà. Ma ci sono anche dei motivi di speranza. Tra questi, c'è la critica riflessiva del capitalismo, la quale lo comprende assai meglio di quanto faccia il classico "anticapitalismo", tanto di sinistra quanto di destra. Purtroppo, esso rimane ancora troppo poco conosciuto. Per riuscire a trovare delle vie d'uscita dal capitalismo, la sua diffusione è essenziale. Essa inizia con una critica al Lavoro, e può pertanto recare in sé una prospettiva completamente diversa rispetto alle cose. Il vero scandalo non risiede nel fatto che l'enorme aumento di produttività cui stiamo assistendo, non permetta a tutti di avere un lavoro, ma che, al contrario, nonostante questo aumento, dobbiamo lavorare sempre più e sempre più a lungo. Da molto tempo ormai, è possibile poter condurre una vita migliore, più rispettosa della natura e degli esseri umani, e con molto più spazio per la realizzazione personale – senza capitalismo (vedi anche Lothar Galow-Bergemann ed Ernst Lohoff, "Gestohlene Lebenszeit. Warum Kapitalismus zu Verzicht nötigt und wir viel weniger arbeiten könnten", in: Ernst Lohoff, Norbert Trenkle (a cura di), Shutdown. Klima, Corona und der notwendige Ausstieg aus dem Kapitalismus, 2020) Ma non ci si potrà liberare dal capitalismo fino a che non lo si capirà davvero. I vari tentativi falliti di superarlo ne sono la prova. Ma tuttavia, non sono tutti quanti fallimenti. Oggi ci sono molte iniziative, e progetti pratici intelligenti ed entusiasmanti, che stanno imparando dagli errori del passato, e stanno esplorando nuove scelte.

- Lothar Galow-Bergemann -  fonte: Utopie und Praxis Leipzig -