sabato 25 marzo 2017

Oppiacei

Controlosport

Un uomo rincorre una palla, un altro prende a pugni un sacco pieno di sabbia, un altro ancora salta degli ostacoli messi lì al solo scopo di essere saltati.
Perché lo fanno? Lo sport nel suo complesso sembra aver sostituito riti, assorbito funzioni e paradigmi fondamentali nella cultura primitiva, per riproporli in una forma modernamente accettabile. Non solo, ma fornisce un’efficace integrazione al sistema educativo e alla religione. Per alcuni, rappresenta un’innocua metafora della guerra, per molti altri il farmaco universale grazie a cui è possibile far crescere bene i giovani, sviluppare e fissare sani valori etici e morali, far tornare belli i brutti, prevenire ogni tipo di malattia, allungare la vita media dell’uomo medio. In definitiva lo sport «fa bene», ci aiuta nella nostra lotta contro il male e, in virtù di ciò, fare sport diviene quasi un dovere etico. Invece, lo sport fa male.

(dal risvolto di copertina di: Bruno Ballardini: Contro lo sport (a favore dell'ozio), Baldini e Castoldi)

Meglio l’ozio del Grande Gioco
- di Pasquale Coccia -

Lo sport come farmaco universale che fa bene a tutti. Lo sport funzionale alla religione e al sistema educativo, per far crescere bene i giovani e renderli belli, lo sport che allunga la vita. Fare sport diventa quasi un dovere etico.
E se fossero tutte balle inventate da chi governa il Grande Gioco? Un sistema che vuole rendere agonistico tutto a tutti i costi, anche il gioco della dama, il twirling e la pesca sportiva in riva a un lago. E il mens sana in corpore sano di Giovenale? Una grande truffa. Invece lo sport fa male, sostiene qualcuno. Questo sport ci ha privato dell’aspetto ludico, l’unico vero antidoto sembra essere l’ozio, quello degli antichi romani.
Ne parliamo con Bruno Ballardini, autore di un libro provocazione già nel titolo Contro lo sport (a favore dell’ozio) edito da Baldini e Castoldi, euro 15.
Bruno Ballardini è esperto di comunicazione strategica, ha scritto "Gesù lava più bianco", tradotto e pubblicato in 11 paesi. Ha pubblicato inoltre, "La morte della pubblicità" e l’anno scorso "Isis. Il marketing dell’Apocalisse". Ha insegnato all’Università La Sapienza di Roma e all’Università di Salerno. Ha giocato a pallacanestro, attualmente pratica arti marziali.

Perché ha deciso di scrivere un libro contro lo sport?

Molti anni fa ebbi un incidente sciando e al mio rientro, dopo un anno di riabilitazione, l’allenatore della squadra di basket con cui giocavo disse che ormai ero «troppo vecchio». Così, me la sono legata al dito. No, scherzo… In realtà, dopo essermi occupato del marketing della Chiesa mi è capitato di leggere una frase di Knute Rockne, leggendario allenatore di football americano, che diceva: «Dopo la religione, lo sport è quanto abbiamo di meglio». Ecco, sono partito da lì.
Lei ha affermato che il motto «mens sana in corpore sano» è una truffa. Perché?
Perché così, in forma di slogan, è diventato una falsa promessa che ha abituato generazioni e generazioni di sportivi a tenere separate le due cose impedendo la loro armonica unione. In realtà, l’esortazione di Giovenale è stata ampiamente fraintesa per via di una lettura cartesiana. Ma, in questo modo, diversamente da ciò che avviene nelle discipline orientali, nella nostra cultura si è fissata una schizofrenia mente-corpo che ha prodotto e continua a produrre danni enormi su entrambi i piani, impedendo nella pratica una crescita equilibrata della persona. Anche soltanto per questo, lo sport «fa male».

Che cos’è il Grande Gioco di cui parla nel libro?

È il sistema sportivo nel suo complesso, di cui l’olimpismo rappresenta il fondamento teologico o, se vogliamo dirla in termini di marketing, la vision. È una religione di massa sostenuta dalla fede incrollabile in una folle e anacronistica idea di universalismo nata a fine ‘800 da un aristocratico visionario e trasformata poi, nel breve arco di un secolo, in industria culturale. Il Grande Gioco pretende di rendere agonistico tutto, dalla dama al bridge, dal twirling alla pesca sportiva, ma se potesse, organizzerebbe olimpiadi di qualsiasi cosa, perfino dell’arte e della letteratura. A dire il vero, questo tentativo è stato anche fatto in passato, fortunatamente con scarso successo.

Scrive che «lo Stato è protetto dallo Stadio». Che cosa vuol dire?

Se lo sport-spettacolo non costituisse di fatto una valvola di sfogo per le tensioni sociali, queste tensioni troverebbero compimento soltanto con una rivoluzione. In questo senso, lo «stadio» protegge sempre lo Stato, fosse anche il più canaglia degli stati.

È per questo motivo che lei considera gli ultrà, da tutti ritenuti brutti, sporchi e cattivi, come la parte più sincera della società?

Certo, «sincera» nel senso che esprime senza alcun filtro tutto il proprio disagio sociale, che in realtà sarebbe disagio comune al resto della società civile se questa non fosse distratta dallo spettacolo. Lo sport fornisce una sublimazione ipocrita della violenza costringendola in una gabbia di fair play e di bon ton che spesso, nonostante tutto, vengono meno mostrando la nostra condizione naturale. Fin dal 1917, Thorstein Veblen rappresento` lo sport come un mezzo di liberazione paragonabile alla guerra. Io sono contrario alla violenza ma se esiste c’è un motivo. Significa che lo sport non è riuscito affatto a sublimarla o a incanalarla come vorrebbero i sociologi dello sport. E se si arriva al punto in cui non c’è più alternativa alla violenza allora, extrema ratio, che almeno venga usata per il bene comune, magari rivalutando l’idea di rivoluzione. Invece, gli ultrà sfogano la violenza all’interno del sistema dello sport-spettacolo venendone fagocitati. Alla fine non ottengono nessun riscatto sociale e restano delle vittime del Grande Gioco.

Parla di sportivizzazione del «loisir». Che cosa vuol dire?

È una questione ben nota a tutti gli studiosi di storia dello sport. La società capitalista e post capitalista pretende di gestire non solo il tempo del lavoro ma anche il tempo libero. Nulla resta disimpegnato. All’inizio, il loisir comprendeva tutte le attività ricreative, poi il sistema ha gettato la maschera ed ha imposto lo sport, sub-directory dello sport-spettacolo, annientando ad esempio l’educazione fisica per tutti che ha subito una «privatizzazione» con il fitness. Contemporaneamente, c’è stata l’industrializzazione del tempo libero, con le vacanze organizzate, in cui nulla è lasciato alla libera iniziativa dei singoli. Rispetto a tutto questo meccanismo, perfino l’ozio è rivoluzionario.

Lei sostiene che oggi la vittoria sia l’unico valore di riferimento a livello sociale. La cura per questa malattia?

Chiediamoci prima di tutto che senso abbia «vincere» sempre e a tutti i costi. E poi, abbiamo veramente bisogno di premi? Dobbiamo rifiutare la competizione cui ci hanno abituati, rigettare le classifiche che dallo sport sono arrivate a contaminare tutti gli aspetti della nostra vita compresa la cultura. Cosa importa sapere quali sono i dischi e i libri primi in classifica? Non ha alcun senso stabilire chi sia il migliore musicalmente o sul piano della scrittura ma le classifiche orientano le scelte del pubblico in una logica strettamente di marketing impedendogli di scoprire da solo ciò che val la pena di essere scoperto, che potrebbe anche non essere il primo in classifica. Tutto questo uccide il mercato della cultura. Occorre fermare questo meccanismo perverso, rigettare soprattutto il marketing che è diventato motore di una guerra continua di tutti contro tutti e in definitiva non può che produrre guerra. Anche quella vera. Quando invece dovremmo tornare a costruire una società fondata sulla collaborazione.

Scrive che il Grande Gioco va smantellato, perché è in gioco la salute mentale dell’umanità. Come si fa a smantellarlo?

Cominciamo prima di tutto a boicottare lo sport spettacolo che rende l’umanità passiva. Invece di assistere al gioco, è meglio, molto meglio, giocare in prima persona. Eliminiamo anche tutte le attività inutili per riappropriarci della nostra vita: che senso ha pagare anche cento euro al mese per camminare su un tapis roulant quando ogni giorno si può fare gratis un giro a piedi intorno all’isolato?

Per lei l’unica cosa che possiamo fare è giocare e oziare. Davvero abbiamo perso la dimensione ludica della vita e dello sport?

Sì, lo sport come sistema non ha più ragione di esistere. Bisogna uscire dagli stadi e tornare al gioco di strada senza pubblico, e senza classifiche. Meglio tornare al gioco vero, anzi meglio far diventare la vita un gioco. Riprendiamoci la nostra esistenza, non lasciamola più gestire da altri. Dobbiamo decidere noi le regole del gioco e, se vogliamo, anche cambiarle di volta in volta, creativamente: perché giocare sempre gli stessi giochi? Come sosteneva Huizinga, il gioco è una cosa leggera eppure maledettamente seria. È tutto qui il senso della vita. In alternativa, c’è anche l’ozio, che non significa affatto non far nulla ma recuperare tutte le attività che possono nutrire il nostro essere: è l’otium dei latini. Loro avevano già capito tutto.

- Intervista di Pasquale Coccia - Pubblicata su Alias del 29 ottobre 2016 -

venerdì 24 marzo 2017

Il lato oscuro

weber

Banalità di base: breve nota critica su Max Weber ed il capitalismo

In Max Weber, l'attività viene definita come capitalista quando si tratta di un'attività «che si aspetta un profitto dall'utilizzo di tutte le circostanze favorevoli ad uno scambio, vale a dire che si basa su delle occasioni di profitto (formalmente) pacifiche» [*1]. Quel che Weber non vede, è che l'analisi dello scambio così come esso avviene nella società capitalista, «non riguarda un prodotto cui capita di essere scambiato, senza tener conto della società in cui ciò avviene; non riguarda la merce separata dal suo contesto sociale nel modo in cui può avvenire in maniera contingente in molte società» [*2].

L'errore centrale di Marx Weber è allora quello di non vedere che la semplice esistenza dello scambio dal quale si potrebbe trarre un guadagno attaraverso un calcolo (cosa che Marx comprende ancora in maniera problematica come «forma antidiluviana» quando parla del capitale mercantile in una società non capitalista [*3]), è sproporzionata rispetto allo scambio di merci nella totalità sociale capitalista: questa situazione descritta da Weber non ha NIENTE «del capitalismo». E se d'altronde la distinzione fondamentale fra commercio e capitalismo stabilita da Ellen Meiskins Wood è appropriata per quanto riguarda Weber (fa sia di Weber che di Braudel due tipici esempi del «modello della commercializzazione» che in effetti vanno buttati nel bidone della spazzatura teorica), rimane il fatto che la sua tesi sull'origine agraria del capitalismo, così come la ricava quanto a meno a partire da dei presupposti problematici del «marxismo politico», può apparire pertinente solo per un istante.

Quel che è interessante in Weber è il fatto che egli illustri perfettamente il lato oscuro, o il rovescio, della retroproiezione delle categorie moderne su tutta la storia umana: la sua definizione di ciò che costituisce «un comportamento capitalista», non è solamente una proiezione del presente sul passato, ma è anche una proiezione del passato sul presente, è quello che potrebbe essere chiamata una retroproiezione in feedback. Dopo aver naturalizzato e ontologizzato il contesto-forma delle forme capitaliste di base che vengono allegramente proiettate all'indietro sulla Cina, l'India, Babilonia, l'Egitto e l'antico Mediterraneo, taglia nel passato il mattone elementare ontologizzato in queste società passate che ritiene di riconoscere, in maniera anacronistica, come facenti parte di un «comportamento capitalista», per poi costruire a partire dall'aggregazione di questi mattoni in una totalità i concetti di «nichtrationalen Kapitalismus» (per le società del passato) e di forma razionale di capitalismo (per le società contemporanee). La costruzione concettuale di Weber illustra completamente l'economia circolare delle retroproiezioni e delle proiezioni in feedback, che finisce per definire il pensiero economico borghese come un pensiere eminentemente autoreferenziale in quanto preso in trappola nella gabbia d'acciaio della «forma di pensiero oggettivo» generato nel rapporto sociale capitalista.

Ma più in generale, la definizione weberiana di capitalismo, che ha come base l'individualismo metodologico e che si concentra quindi sul processo di circolazione e sull'attività razionale dell'agente economico, si colloca come un contenuto della forma di coscienza borghese feticizzata, aderendo alla fine alla formulazione neoclassica «fine secolo» di tale forma di pensiero. Del resto, si riconosce la posizione naturalizzante e trans-storica di Max Weber, che è logicamente quella dell'ideologia borghese del progresso e dei Lumi nel seguente passaggio che d'altronde viene citato positivamente da Maxime Rodinson (in "Islam e Capitalismo" [*4]): «in questo senso, il capitalismo e le imprese capitaliste, e perfino con una considerevole razionalizzazione di calcolo capitalistico, sono esistiti in tutti i paesi civili del mondo..., in Cina, in India, a Babilonia, in Egitto, nell'antichità mediterranea e nel Medioevo allo stesso modo che nei tempi moderni» [*5].

NOTE:

[*1] - in Max Weber, «Prefazione», a l'Etica protestante e lo spirito del capitalismo.
[*2] - Moishe Postone, Tempo, lavoro e dominio sociale.
[*3] - Per una discussione su questo punto, Robert Kurz, «3.Der Begriff der "Nischenform" und der methodologische Individualismus», in Geld ohne Wert. Grundrisse zu einer Transformation der Kritik der politischen Ökonomie, Horlemann, 2012, pp. 57-67.
[*4] - Un'opera problematica sotto molti punti di vista, anche nella definizione di ciò che è il capitalismo ed i suoi riferimenti weberiani.
[*5] - in Max Weber, «Prefazione», a l'Etica protestante e lo spirito del capitalismo.

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme http://www.palim-psao.fr/

giovedì 23 marzo 2017

Grazie per il caffè

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Qualcosa bisogna pure che lo dica quaggiù dentro, che lo metta nero su bianco, sia pure solo per dire che torno a scrivere.
Per qualche strano caso della sorte, il giorno del mio compleanno, il 24 febbraio scorso,  non ha coinciso con l'ultimo giorno della mia vita, ma mi ha solo dato modo di poter citare quanto scriveva Samuel Langhorne Clemens a proposito delle esagerazioni circa la notizia che riferiva della sua morte!

Eppure, in questi giorni, più che a Mark Twain, il mio scrittore di riferimento è stato John Griffith Chaney London - meglio noto come Jack London - insieme al suo personaggio che egli stesso aveva creato nella sua ulima opera, Darrell Standing, the Star Rover.

Non so voi, ma per me non è stato affatto semplice districarsi fra la morte e i ricordi, fra i corsi ed i ricorsi, fino al momento in cui mi sono dovuto rendere conto che non era "successo niente", tranne il fatto che ero "tornato" e che, nel tornare mi ero "perso", come delle cose che fossero scivolate via dalle tasche, alcune cose; avevo perso soprattutto quasi tutti i mesi delle settimane, diverse date e qualche - pochissimi - nome. Ed il gusto e la passione per per il caffè che che per qualche inspiegabile ragione mi è diventato discustoso, al gusto ed all'aroma.

Insomma, caffè o meno, è andata più  meno in questo modo. Ovviamente, le cose avrebbero avuto un altro esito  senza la persona che ha fatto di tutto per salvarmi testardamente la vita. E come dicevo all'inizio, bisognava pure che scrivessi qualcosa, per poter dire grazie a chi amo  e a a coloro da cui sono amato, dire grazie a proposito dei miei amici, di chi si è preoccupato per me.

Grazie e a presto.