martedì 8 giugno 2010

bambini in guerra 4

morelia

Erano 456, i bambini che il 7 giugno del 1937 arrivarono nel porto di Vera Cruz, a bordo di una nave battente bandiera francese, il "Mexique". 456 orfani, accompagnati da un gruppo di insegnanti spagnoli, cui avevano promesso che avrebbero potuto occuparsi dell'educazione dei loro alunni. Avevano promesso loro un rifugio dignitoso, al sicuro dalla guerra civile.
Si legge nel loro sguardo impietoso, fermato dalla fotografia, che niente di tutto questo avrebbe avuto luogo. Appena arrivati, i bambini, tutti in età fra i sei e i dodici anni, vennero separati dai loro insegnanti e internati in regime semi-carcerario, divisi per sesso in due vecchi edifici e sottoposti ad una severa disciplina militare, costretti a vivere in condizioni estreme, in omaggio alla ben radicata corruzione che serviva ad arricchire i loro "benefattori" in forza del bilancio destinato agli alimenti e ai bisogni fondamentali dei bambini che già erano in condizioni di salute precaria, dopo un anno di guerra e dopo la traversata.
In simili condizioni, morirono e sparirono bambini di cui a nessuno si curava. Alcuni ebbero la fortuna di riuscire a scappare senza essere riacciuffati e, in seguito, racconteranno senza rabbia né pieta cosa significassero tutti quei discorsi affabili che millantavano mielose razioni di buoni sentimenti, fatti dai governanti messicani.
Come ciliegina sulla torta, quei bambini ricevettero tutto il disprezzo e tutti gli attacchi che la loro condizione di "rossi e comunisti" poteva suscitare (e, ripeto, erano bambini fra i sei e i
dodici anni!), come il discorso rabbioso, tenuto da Manuel Zorilla, contro la protezione che veniva data a bambini stranieri e "rossi".
Come risposta a dei così tanto pii propositi, quel mucchio selvaggio di bambini affamati cominciò a ribellarsi, prendendo a sassate la buona borghesia conservatrice che era venuta a messa nella chiesa di Morelia. Quei "figli del demonio" avevano avuto l'opportunità di
rendersi conto, nella loro breve vita, che la sottomissione e la bontà non servono a niente con gli oppressori e che si sopravvive solo quando si mantiene quell'atteggiamento belligerante che i discendenti degli insorti della Rivoluzione Messicana sembravano aver dimenticato.
I sopravvissuti dei cosiddetti "bambini di Morelia" cominciarono ad organizzare un ammutinamento dopo l'altro, e diventarono un vero e proprio "problema di ordine pubblico" di cui dovette occuparsi direttamente il presidente Lorenzo Cardenas.
Il direttore, sadico carceriere, venne rimosso e vennero migliorate le condizioni di vita e di confino, fino a quando, poco dopo, vennero chiusi i due stabilimenti ed i bambini e le bambine vennero dispersi verso destinazioni incerte.
Nessuno più se ne occupò: né gli esuli spagnoli che avevano un qualche prestigio accademico né i rappresentanti del Governo legale della Repubblica in esilio. Nessuno più si preoccupò di quella banda di bambini facinorosi! Servivano assai poco al prestigio intellettuale di chicchessia.
La storia del Messico, benefattore ed ospitale che accoglie i vinti della guerra civile spagnola fa risuonare ancora le risate sarcastiche dei bambini che sono sopravvissuti e che oggi dovrebbero avere un'ottantina d'anni. Avranno passato la loro vita, come hanno imparato, in competizione con il potere, prima da spagnoli e poi da messicani.                                                            Con lo stesso sguardo impietoso.

2 commenti:

Cia Teatro dos Orelhas ha detto...

Olá,

O conteúdo do teu blog é muito valioso... voltarei mais vezes!!!

Apesar da beleza das palavras encontrada para o relato deste post são imagens muito tristes e que emocionam...

Abraços.

franco senia ha detto...

Grazie :-)