giovedì 1 agosto 2013

Censor

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Il Doge (Souvenir)

di Gianfranco Sanguinetti

Era un mattino del gennaio del 1971, quando, a Milano, in Piazza della Scala, incontrai il banchiere Raffaele Mattioli - « il più grande banchiere dopo Lorenzo de' Medici », scrisse Le Monde alla sua scomparsa -, dopo aver parlato di amici comuni, i poeti Eugenio Montale e Umberto Saba, gli chiesi che mi consigliasse un avvocato "incorruttibile", per risolvere alcune questioni di famiglia. Don Raffaele, come lo chiamavano gli intimi, prese il telefono e senza esitare chiamò il professor Ariberto Mignoli. L'incontro avvenne immediatamente, lo stesso giorno, a pranzo. Desidero qui ricordare la singolare figura di questo gentiluomo, aristocratico d'altri tempi, illustre giurista, coraggioso fino alla temerarietà, discreto e riservato, amico fedele. Infine uomo. E' scomparso nel 2004, e per me è stata una grande perdita. Quel giorno, vestito da motociclista,mi trovai di fronte ad una sorta di reincarnazione di Francesco Guicciardini, per la sua natura, per il suo carattere, per la sua esperienza umana - o ancora per la sua vasta cultura umanista: conosceva perfettamente le lingue morte e le principali lingue viventi europee, insieme a tutte le letterature che questi linguaggi avevano prodotto. Allora, aveva cinquant'anni, ed io ventidue. Di primo acchito, mi ha detto: « Non sono incorruttibile, se non a condizione che mi si chiami Doge di Venezia ». Da questo, l'appellativo di Doge che gli diedi familiarmente. Ben presto si divenne amici: ero senza dubbio il meno importante dei suoi clienti, ma sicuramente il più vicino spiritualmente. Non era un conformista, ma certamente non era un sovversivo. Però ci si intendeva perfettamente. In qualche modo, lui è stato il mio Montaigne ed il sono stato il suo Etienne de la Boétie.
Poco dopo averlo incontrato, dovetti fuggire in Svizzera perché una notte del mese di marzo del 1971 c'era stata un'effrazione troppo strana, a casa mia, a Milano. Debord mi scrisse in Svizzera, dicendomi che la polizia mi cercava, a Parigi. Mignoli considerò il tutto con curiosità. Era quello che, nel Rinascimento, veniva chiamato un uomo "universale", un gran signore a suo agio con tutte le materie ed in tutte le situazioni cui un uomo deve interessarsi. Lui - i cui più grandi clienti erano le banche ed i più grandi industriali, e con i quali intratteneva dei rapporti professionali e formali - lui, a volte amava, come diceva Machiavelli, "ingaglioffarsi" tutta la notte insieme a me nelle osterie e nelle taverne popolari di Milano, dove, spogliatosi delle vesti "curiali" del giorno, si fraternizzava con la gente semplice e con i furfanti che frequentavano quei luoghi. Si affittava un taxi per tutta la notte, e si faceva un giro. Al mattino si cantavano le canzoni in dialetto milanese, che lui parlava con naturalezza. Conosceva meglio di me le canzoni anarchiche spagnole della guerra civile. Era troppo aristocratico per non disprezzare i politici e tutti i personaggi pubblici, e su questo ci si intendeva a meraviglia. Come ha ricordato un suo amico, il professor Giampaolo de Ferra, Mignoli era  « sostanzialmente un estremista ».
Durante la guerra era stato un ufficiale di Marina, che era un corpo antifascista, oltre che l'aristocrazia delle forze armate italiane. Nel 1943, quando i nazisti occuparono l'Italia, la flotta disertò in massa ed il Doge riparò in Svizzera, a Ginevra, dove fu nella cerchia di Luigi Einaudi. Professore universitario e lavoratore instancabile, grande giurista, il miglior avvocato d'Affari che ci sia mai stato. Ma era anche molte altre cose. Non ho qui la pretesa di farne un ritratto completo, per il quale sarebbe necessario aggiungere le pennellate di suoi amici come Guido Rossi o Giampaolo de Ferra. Sicuramente, Mignoli è stato il bibliofilo più raffinato, fra quelli che mi è stato dato di incontrare. Mi ha mostrato, fra i suoi altri tesori, una copia della prima edizione del "Trattato", che Spinoza aveva offerto, con sua dedica autografa, a Leibniz; o l'originale della "Fuga dai Piombi" di Casanova, ritrovato a Praga. Gli regalai un'antica edizione del "Werther" che gli mancava. Possedeva, fra le altre cose, una collezione molto singolare di menu manoscritti delle taverne europee a partire dal XIV secolo. E' stato amico del più grande editore del '900, Giovanni Mardersteig, di cui ha scritto un ammirevole "Souvenir", edito dai suoi figli in duecento esemplari. Mi fece dono di una serie di opuscoli polemici, stampati da Bodoni nel XVIII secolo, con delle lunghe liti ereditarie fra i miei antenati Sanguinetti e Padoa. Inutile dire che mi attaccò la malattia del bibliofilo.
A Lisbona, dove frequentava i migliori ristoranti e conosceva tutti i luoghi nascosti, mi introdusse, nel 1971, presso un suo vecchio amico, José de la Viuva, anarchico galiziano, fuggito dopo la guerra civile che a Lisbona gestiva una taverna, sporca e bella, dove si cantavano, dopo averla chiusa per precauzione, tutte le canzoni proibite sotto Franco, Salazar e Caetano. Il Doge disprezzava sia la dittatura che la democrazia, ma diceva che la dittatura dà quel desiderio di libertà che sotto la democrazia sonnecchia.
Conosceva a memoria gli autori greci, latini, italiani, francesi, tedeschi ed inglesi, e sovente li citava, sia nella lingua originale che in italiano. Aveva una memoria incredibile: diceva che non era un suo merito, ma solo una questione di esercizio, alla portata di tutti. Era un epicureo alla Montaigne, ed il suo motto era quello di Epicuro: "Per vivere felici viviamo nascosti". Era anche un gourmet raffinato. Alla fine del pasto, non ordinava mai un cognac, perché - diceva - se veniva da una bottiglia già aperta aveva perso il suo profumo. Perciò preferiva farsi portare una bottiglia del miglior brandy spagnolo, di Gran Duca d'Alba o di Lepanto, e diceva che era meglio finire dolcemente. Una volta, nel 1984, in Brasile, mi dette appuntamento in un piccolo villaggio sulla costa a duecento chilometri da San Paulo, per poter gustare la miglior Fagiolata del paese.

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Fu lì, mi sembra di ricordare, che parlammo della recente guerra delle Malvinas e mi citò, divertito, Junius ed il Dottor Johnson, recentemente ripubblicati, ed in particolare il seguente aneddoto: allorché Lord Sandwich minacciò il deputato ultra-democratico Wilkes - che aveva ridicolizzato il re George III e che faceva parte della banda di Junius - dicendogli che sarebbe morto sul patibolo o di una malattia ripugnante, Wilkes gli rispose: « questo dipende, My Lord, a seconda che io abbracci i vostri principi o la vostra amante ». Pochi mesi dopo il nostro primo incontro, cominciai ad essere seriamente infastidito dalle autorità francesi, che alla fine mi arrestarono e mi espulsero nel luglio del 1971, senza nessuna accusa, senza prove, con una semplice lettera timbrata dal ministro Raymond Marcellin. Il Doge ne fu indignato, come se quest'ingiustizia fosse stata fatta a lui stesso. Mi consigliò un avvocato, Marty-Lavauzelle, il quale mi indirizzò verso un giovane penalista. Quest'ultimo mi tese una trappola, d'accordo con il Ministero degli Interni, per compromettermi. Il ministero temeva che si ripetesse "Lo scandalo di Strasburgo", e che io finanziassi la sovversione. Grazie a Guy Debord ed al Doge, la trappola venne smascherata. Mignoli fu inflessibile e scrisse per me una denuncia memorabile (tradotta in un buon francese da Debord), per deferire all'Ordine degli Avvocati l'avvocato fedifrago, e l'avvocato venne punito. Quest'affare ebbe grande risonanza, fino al punto che Marty scrisse che rischiava di trasformarsi in un nuovo "affare Dreyfuss". Mignoli e Debord si incontrarono una prima volta a Parigi e si piacquero, evidentemente. Si incontrarono poi, di nuovo, nel 1973 e nel 1974, ad una cena a casa mia, a Firenze, e le cena continuò fino al mattino.
Un giorno, a Milano, vedendomi triste per una storia d'amore, mi chiese: « Non hai un'altra ragazza cui pensare? ». « – risposi – Mary : una violinista scozzese che vive a Marburg, a nord di Francoforte ». « Ascolta – disse – c'è un aereo per Francoforte verso le 16, se vuoi mando la mia segretaria acomprare il biglietto, e nel frattempo possiamo pranzare insieme. Se ti va, portale da parte mia queste due bottiglie di Chianti Nozzole del 1964 che mi ha regalato Mattioli ». La sera ero al concerto a Marburg, dove si festeggiò col Chianti. In effetti era "sostanzialmente estremista".
Nel 1975, il Doge fu, insieme a Debord, il solo ad essere a conoscenza di chi ci fosse dietro lo "scandalo Censor", che avevo preparato fra mille pericoli ed imprevisti, e mi dette tutto il suo aiuto. Nel mese di marzo ero stato messo in prigione a Firenze, ed accusato dal procuratore capo dell'anti-terrorismo italiano, Pie Luigi Vigna, il giorno stesso che stavo portando il manoscritto di Censor (Nota: "Rapporto Veridico: Sulle ultime opportunità di salvare il capitalismo in Italia"- in rete si trova solo in inglese ed in francese) a Milano, per stamparlo. Venni intercettato perché la polizia doveva sapere che stavo preparando qualcosa, e Mignoli aveva il telefono controllato a causa del fallimento di una banca di cui era stato per un certo tempo avvocato. La polizia, per potermi arrestare, aveva messo delle pallottole di una mitraglietta, nella vettura su cui viaggiavo. Il manoscritto si trovava nella custodia di violino della mia compagna, Katherine Scott, che venne arrestata, anche lei, insieme al mio amico autista Mario Masanzanica: il manoscritto ebbe la sorte di entrare ed uscire, non scoperto, dal carcere femminile di Santa Verdiana a Firenze. Il Doge mi aveva procurato il miglior penalista di Firenze, Terenzio Ducci, che mi fece uscire di prigione in otto giorni, contro ogni previsione. Tornai a Milano: Mignoli mi aveva dato un'idea geniale.  «Se volete che lo scandalo sia travolgente, fate un'edizione di lusso, in monotipo, in pochi esemplari numerati, su carta patinata, e mandatelo agli indirizzi che vi darò ». Mancava solo un editore che servisse come paravento. Me lo fornì suo cugino, un giovane avvocato assai conservatore, professore all'Università Cattolica di Milano, Sergio Scotti-Camuzzi  - al quale aveva raccomandato vivamente il mio testo, e tutta la discrezione che l'operazione esigeva. Scotti, che aveva già fatto per me qualche operazione immobiliare, e voleva diventare editore, conosceva un tipografo di alta qualità, Dario Memo. La realizzazione del progetto si era messa in moto. Dopo la prigione fiorentina, mi nascosi fra Bergamo e Milano. Il Doge adorava quest'operazione, e mi fu molto prezioso o, meglio ancora, indispensabile, per la riuscita del colpo: vedeva meglio di chiunque l'importanza e la difficoltà dell'operazione, ed anche i danni che le verità scandalose rivelate da Censor avrebbero potuto provocare. Più vedeva la polizia accanirsi contro di me, più la cosa lo appassionava; ci credeva e si divertiva. Abbiamo trascorso dei pomeriggi e delle sere intere a perfezionare i dettagli tipografici e la lista delle personalità importanti alle quali si doveva spedire "Il Veridico Rapporto" ai loro indirizzi privati, più qualche giornalista ben scelto. Fu sempre di un coraggio, di una discrezione e di una fedeltà esemplare. L'operazione riuscì in gran spolvero. Alla fine il personaggio di Censor che veniva dipinto, era praticamente il suo ritratto, e vi si riconosceva. Mi ritrovai un po' nella situazione di James Boswell con il Dr. Johnson. Difficile descrivere la sua gioia nel vedere tutta la classe dirigente italiana cadere nella trappola: egli ne disprezzava assai più quelli che conosceva da vicino. Si divertiva quando riceveva lettere di ringraziamento da parte dei ministri ed altri agenti dello Stato, tutte vittime della trappola, i Giulio Andreotti, Aldo Moro, il governatore della Banca d'Italia Guido Carli, Giorgio Amendola, Pietro Nenni, il Prefetto di Milano, il Consiglio Superiore della Magistratura, ecc. La loro unica scusa fu che la trappola era ben preparata, ma anche che il caso mi aveva aiutato in maniera inattesa: nel capitolo VI del "Veridico Rapporto" avevo scritto: « Non è perciò possibile concludere che i Servizi Segreti siano diventati quel "gladium anticipem in manu stulti" di cui parlavano i Latini? » (trad: spada a doppio taglio nelle mani di un pazzo). Bisogna qui sottolineare che l'esistenza dell'organizzazione segreta Gladio è stata rivelata pubblicamente da Andreotti solo quindici anni dopo l'edizione del mio libro, e che dunque all'epoca questa piccola frase in latino dev'essere stata intesa come una velata minaccia proveniente sicuramente da qualcuno che era al corrente delle cose più segrete. Credo che almeno una parte dei problemi giudiziari che ha avuto in seguito Mignoli, sono stati la sanzione da parte del potere per aver collaborato con me, cosa difficile da dimenticare e da perdonare (Nota: Nel 1984, Mignoli venne condannato a 4 anni di prigione per il crack di Sindona. In appello, poi venne assolto).

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Una volta scoppiato lo scandalo, e dopo che, all'inizio del 1976, avevo pubblicato "Le Prove dell'Inesistenza di Censor", mettendomi allo scoperto, il Corriere d'Informazione era uscito, in terza pagina su otto colonne, con un pezzo sullo scandalo contenente una falsa ed ignobile intervista con me. Mi trovavo per caso a Milano e seppi subito tutto. Chiamai il Doge dicendogli che sarei andato direttamente al Corriere per malmenare il giornalista, un certo Dario Fertilio. Lui mi disse: «Se lo fai a caldo, beneficerai delle circostanze attenuanti date dall'immediatezza. Dopo vieni nel mio ufficio per preparare un comunicato stampa». Così feci. Ero felice del successo. Scrivemmo un testo molto violento e molto divertente, che il giorno dopo apparve su tutti i giornali, compresa la Sicilia e la Sardegna. Il comunicato chiudeva con questa frase, dettata dal Doge, e che fece grande impressione: « Davanti a simile codardia bisogna ritornare al costume virile ». Nessuno, o quasi, prese la difesa del Corriere: la falsificazione era stata troppo grossolana, e la mia reazione immediata ed efficace. Il Corriere rimase solo a gridare "all'attentato alla libertà d'informazione": gli altri lo derisero e non osarono neppure denunciarmi per gli schiaffi che il suo impudico giornalista aveva meritato in presenza del suo direttore, probabilmente per evitare un processo imbarazzante. Comunque, Mignoli, per precauzione, mi presentò il grande avvocato penalista Alberto Crespi, collezionista di pitture primitive, di Botticelli e di altri tesori, che si dichiarò disposto a difendermi, se necessario.
Dopo il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro, nel 1978, quando la repressione divenne pressante, mi consigliò di fare una denuncia del terrorismo e fu il primo in Italia a leggere il manoscritto del mio opuscolo "Del Terrorismo e dello Stato". Quando Debord, nel 1981, cominciò a far circolare le sue insinuazioni sul Doge e su di me, gliele riportai. Ricordo che si limitò a questo semplice commento: « E' un vero peccato, perché questo rende in qualche modo del tutto inutile quello che c'è stato fra di noi». L'eufemismo "inutile" era marcato. Quando, diversi anni dopo, Mignoli subì un lutto (la perdita della moglie e di una delle sue figlie, nella stessa settimana, per cause diverse), rimasi, per quell'estate, costantemente al suo fianco; e verso la fine della sua vita, si passarono insieme delle intere giornate. Sulla sua salute che peggiorava, non disse mai una parola, salvo uno stoico: « non è per niente brillante ».

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Pubblicò raramente, salvo qualche scritto giuridico, ma scriveva superbamente. Nel 1990, scrisse un testo dal titolo "Ricchezza e Saggezza". Mi permetto qui di riportarne qualche passaggio:
« A fronte di una situazione così tragica (...) si pone nuovamente il problema di Qoelet sulla supremazia dello spirito sulla ricchezza: in un momento come quello attuale, nel quale la società in cui ci muoviamo ha un'impronta decisamente economica che da luogo ad un'epoca di soddisfazione ... La nostra vita è diventata un negozio, mentre era una presenza. Quello che si considera progresso morale non è altro che l'assoggettamento completo dell'individuo alla potenza dello Stato, cosa che può condurre ad una completa abdicazione della personalità, soprattutto se la preoccupazione di guadagnare denaro minaccia ogni iniziativa. Tale pretesa della superiorità morale del nostro tempo trae origine da un sillogismo: ché si fanno soldi più facilmente, ed in modo più sicuro nel tempo presente che nel passato. Si è così creato un nuovo senso di sicurezza, di natura economica, e tutte le sicurezze hanno un effetto devastante sul nostro spirito. Le epoche soddisfatte sono delle epoche disperate ... Da un lato, l'uomo si diverte e ottiene delle ricchezze che compensano la sua situazione disperata, da un altro lato la disperazione è il punto di arrivo di un'epoca soddisfatta, contenta delle sue conquiste economiche, che manca di quelle possenti emozioni che guidano e sostengono le anime al di sopra di esse stesse scagliando la varietà nel mezzo dell'uniformità delle nostre condizioni e la monotonia dei nostri giorni. Per cui si tratta di sostituire all'amore del benessere delle passioni più energiche e più elevate ... Una qualità essenziale, per la nostra felicità, diceva Schopenauer, una qualità essenziale è il coraggio. In questo mondo, nel quale si gioca con dei "dadi di ferro", ci vuole uno spirito forte, corazzato contro il destino ed armato contro gli uomini ... Il rassegnato non è colui che ha capito: è colui che ha smesso di combattere.»
In questo testo si trovano delle reminiscenze leopardiane, ma anche situazioniste. Nessuno di noi due era impermeabile all'altro. Ripeteva spesso questa frase, così vera, di Sallustio: Idem velle ac idem nolle, ac tandem vera amicitia est (Volere le stesse cose, e non volere le stesse cose, è in realtà la vera amicizia).Ecco che uomo era, il Doge. Ecco chi è stato bersaglio di insinuazioni abiette. Ecco colui di cui voglio oggi rivendicare la memoria.


- Gianfranco Sanguinetti – 17 Dicembre 2012

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