giovedì 7 settembre 2023

Un’altra… natura…

TECNOLOGIE APOCALITTICHE
- Il complesso scientifico-economico e l'oggettivazione distruttiva del mondo -
di Robert Kurz

Per quanto ne sappiamo, la scienza moderna è il progetto di maggior successo di tutta la storia umana. Ma anche il più catastrofico. Successo e catastrofe non si escludono necessariamente a vicenda, anzi: il più grande successo può contenere il più grande potenziale di catastrofe. A partire dal XVII secolo, si sono accumulate più conoscenze sulla natura di quante ne siano emerse in tutti i secoli precedenti, ma finora per la stragrande maggioranza delle persone tutte queste conoscenze si sono rivelate generalmente negative. Con l'ausilio della scienza applicata alla tecnologia, il mondo non è diventato più bello, ma semmai più brutto. E la minaccia, che la natura rappresenta per l'uomo, nel contesto di questa natura tecnologicamente rimodellata dall'uomo stesso, non è diminuita, ma piuttosto si è addirittura accresciuta. Se quella che era la "Prima Natura" della persona biologica veniva sempre plasmata e rielaborata a partire dalla cultura - dando così vita a una "Seconda Natura" sociale - ecco che, nella modernità, questa "Seconda Natura" ha finito per intervenire, con violenza inaudita, sulla "Prima Natura", riplasmandola a sua immagine. Il risultato consiste in una violenza naturale di second'ordine, la quale è diventata ancora più incomprensibile e sconvolgente di quanto fosse stata la violenza naturale di prim'ordine, alla quale si era abituati e si aveva comunque familiarità. Si tratta così, di una sciagurata e disastrosa alleanza dominante - formata da economisti, scienziati, tecnici e politici che gestiscono il processo di sviluppo scientifico-tecnologico nella forma del sistema sociale moderno - la quale, non solo con ignoranza ma anche senza tener alcun conto dei danni, difende contro ogni e qualsiasi critica la dinamica autonoma implicita in tale sistema, perpetuandolo nel tempo. Del resto, per contro, la critica della scienza svolta dagli emarginati e dai dissidenti è doppiamente destinata al fallimento, dal momento che essa non riesce a mettere in discussione né la forma sociale né la struttura della conoscenza scientifica; e quasi sempre finisce per confinare il problema solo alla condotta morale degli scienziati, vale a dire, alla questione etica della "responsabilità".

In contrapposizione a questo impegno etico, ad andare molto più in profondità, troviamo la nuova critica femminista della scienza. Tale critica dimostra come il paradigma epistemologico della scienza moderna sia tutt'altro che "neutrale", evidenziando invece come si abbia a che fare con una certa matrice culturale sessualmente definita. Il concetto di "oggettività" - così come è stato rivelato da Francis Bacon (1561-1626) agli albori della storia della scienza moderna - viene determinato in maniera unilaterale dall'uomo, la cui finalità non è tesa principalmente alla conoscenza e al miglioramento della vita umana, ma piuttosto all'assoggettamento e al dominio. Alcune teoriche nord-americane, come la biologa molecolare Evelyn Fox Keller e la filosofa Sandra Harding, ne traggono la conclusione che - a partire dalla rigida separazione tra soggetto e oggetto e allo stesso modo in cui tale separazione è stata posta alla base della scienza moderna - essa debba essere messa al riparo anche dal giudizio. Ma per tutte loro non si tratta di una critica romantica della scienza, bensì di una "altra scienza", che potrebbe liberare il proprio processo cognitivo dall'esigenza della sottomissione. Ed è in tal senso che tracciano un parallelo tra la razionalità scientifico-tecnologica e quella economica della modernità, le quali si riferiscono entrambe a interessi di dominio e di sfruttamento. La scienza naturale moderna e l'economia capitalista moderna, per quanto siano strettamente correlate, non sono assolutamente identiche. Al di là dell'approccio femminista della Fox Keller e della Harding, questa parentela si rivela in una prospettiva che è sia storica che strutturale. La scienza, l'economia e l'apparato statale della modernità affondano le loro radici nella rivoluzione militare delle armi da fuoco che è avvenuta all'inizio dell'era moderna. Anche da ciò, deriva l'orientamento specificamente maschile della modernità. La rivoluzione sociale causata dai cannoni - mediante la creazione di eserciti regolari, con la formazione di una grande industria delle armi fino ad allora sconosciuta, e a partire dall'ampliamento dell'industria mineraria - ha scardinato quelle che erano le strutture dell'economia agraria. In tal modo, non solo è stato generato il capitalismo, ma è stata anche creata un'immagine della natura adeguata al capitalismo.

La rigida separazione tra soggetto e oggetto - un fenomeno specificamente moderno - è stato il risultato di tutta questa storia: allo stesso modo in cui il soggetto maschile della rivoluzione militare aveva definito, letteralmente, il mondo come se esso fosse "carne da cannone" - come se fosse puro oggetto di annientamento -, ecco che in maniera analoga, l'apparato statale e la razionalità economica, insieme, definivano l'individuo, in quanto puro oggetto di gestione, come l'oggetto della scienza imprenditoriale. Fin dal suo inizio della sua nascita, la scienza era stata integrata in questo processo. Non c'è da stupirsi che, per molti versi, le invenzioni tecnologiche proto-moderne si siano legate all'innovazione militare delle armi da fuoco; come può essere visto nel caso dei progetti di Leonardo da Vinci, il quale - come tanti altri suoi colti contemporanei - progettò e realizzò cannoni, arrivando persino ad anticipare, com'è noto, la progettazione di sottomarini e di elicotteri. Ma nel legare alla rivoluzione militare - e al conseguente capitalismo - tutto ciò che ha costituito il sorgere e la crescita della scienza non è stato semplicemente uno scopo esterno, quanto piuttosto il presupposto epistemologico che era già insito nella scienza stessa. La razionalità scientifica aveva definito quello che era il proprio oggetto, vedendolo allo stesso tempo anche come un oggetto che dev'essere assoggettato; cosa che - come ha mostrato Evelyn Fox Keller - è presente già nell'eloquente metafora del linguaggio scientifico "oggettivo". L'abbandono dei dogmi della teologia, non ha rappresentato una vera emancipazione della conoscenza; quanto piuttosto un atto che si poneva - e che tale rimase - sotto il segno del nascente complesso militare-industriale e della sua teologia economica secolarizzata. In un simile contesto, divenne inevitabile che la natura apparisse come se fosse un oggetto estraneo e ostile. L'oggettività diventava così oggettivazione, la conoscenza si trasformava in violazione. E alla base delle diverse forme di oggettivazione, troviamo quella che si presenta come una visione comune del mondo, di tipo meccanicistico. E questo perché, a lasciarsi oggettivare e manipolare completamente, incontriamo solo gli oggetti meccanici. Allo stesso modo in cui lo Stato moderno riduce l'individuo vivente a un'astrazione giuridica - laddove la logica dell'economia esige che la società venga ridotta alla materia morta del denaro - ecco che qui vediamo che anche la  scienza riduce i processi naturali a un sistema meccanico. Questo riduzionismo non costituisce necessariamente una conseguenza della conoscenza della natura stessa, ma si tratta piuttosto di un prodotto di quella che è una tendenza storica all'oggettivazione assoggettante. Nella prassi sociale, il riduzionismo economico, politico e scientifico si è sposato con una struttura totalitaria in cui la persona e il mondo vengono definiti come degli oggetti ostili da manipolare.

L'economia industriale, è riuscita a fare un uso talmente rigoroso della scienza solo perché la razionalità scientifica, fin dalla culla, trae origine da un'unica comune radice e obbedisce a un analogo imperativo meccanicistico. A tutt'oggi, continuiamo ad avere a che fare con un complesso insieme di carattere militare, economico e scientifico. Era pertanto inevitabile che il soggetto manipolatore - qualcuno che in quanto scienziato, politico ed economista, si è separato in termini assoluti dai propri oggetti - finisse per essere oggettivato e manipolato anche egli stesso: diventando così un mero dipendente, degradato a esecutore dei complessi militare-industriale ed  economico-tecnologico. Ormai è da tempo che la forza distruttiva di simili complessi così intrecciati, e le loro dinamiche allucinate, ha superato quella linea rossa, oltrepassata la quale hanno inizio le "catastrofi naturali" causate dall'economia e dalla scienza. Nel momento in cui il capitalismo scientifico, e la scienza capitalista si spingono fino a certi confini naturali, e tentano di sfondarli con la forza, ecco che la loro logica riduzionistica e meccanicistica minaccia perciò di trasformarsi - al di là della subdola distruzione delle basi naturali della vita - nella creazione di tecnologie di autodistruzione apertamente apocalittiche.

Fino alla metà del XX secolo, il complesso economico-scientifico si era limitato a sottomettere la materia esistente in natura alla propria logica di oggettivazione, e a consumarla come oggetto. Il suo carattere distruttivo era stato finora solo un effetto secondario e indiretto. Invece, negli ultimi 50 anni, il sistema, non solo è intervenuto sulla natura, ma ha prodotto una "natura altra", che ha un suo aspetto fisico e biologico completamente diverso; questo dal momento che la semplice manipolazione esterna della natura terrestre si è esaurita. Non riconoscendo nessun'altra logica se non la propria - e pertanto non riconoscendo alcun limite naturale - il complesso economico-scientifico è arrivato a essere talmente folle e insensato da volersi emancipare completamente dalla natura. Dopo la Seconda guerra mondiale era diventato chiaro che l'energia fossile - immagazzinata nella terra per milioni di anni, almeno nella sua forma economicamente utilizzabile dal saccheggio moderno - si sarebbe presto esaurita. La cultura capitalistica della combustione, minacciava pertanto di andarsi a scontrare con i propri limiti naturali. La risposta a tutto ciò fu la tecnologia atomica, vale a dire, il tentativo di liberare una forma di energia non esistente in natura sulla terra; e che era indipendente da essa. Autodistruttiva, non solo in quanto minacciava delle catastrofi simili a quelle di Chernobyl o di Harrisburg, una tale tecnologia - anche quando priva di incidenti - accumula comunque delle montagne di scorie radioattive i cui effetti nocivi non possono più essere né elusi, né neutralizzati grazie ai processi naturali stessi; e questo a partire dal fatto che durano per decine di migliaia di anni, un intervallo di tempo culturalmente inconcepibile. Peraltro, questa dimensione apocalittica della tecnologia atomica non è dovuta alla necessità di conoscere la natura stessa, bensì procede dall'imperiosa pretesa che ha la scienza moderna di oggettivare la natura, e condannare alla rovina tutto ciò che si oppone a tale oggettivazione. Per quanto riguarda la base energetica, a identificarsi nella trasformazione delle materie prime è la sua stessa logica. Fino alla fine del XX secolo, l'uso tecnologico della scienza nello spazio economico del capitale si è concentrato sulle trasformazioni fisiche e chimiche della produzione industriale. L'agronomia, intesa come "agro-business", è stata sempre più organizzata sulla falsariga della catena di montaggio industriale, mentre gli interventi diretti sulla "materia" biologica si limitavano in gran parte ai metodi tradizionali di allevamento di animali e piante. Non c'è da stupirsi pertanto se alla fine del XX secolo sia stata oltrepassato anche questo confine.

Dal momento in cui, nella terza rivoluzione industriale della microelettronica, è apparso assolutamente chiaro come il consumo industriale di materia inorganica, in quanto supporto alla crescita economica, si fosse ormai esaurito; e nemmeno la cosiddetta società dei servizi era più in grado di compensare un simile esaurimento. Ecco che la risposta del sistema, da parte sua, è stata sfrenata e irrazionale: la natura organica, la vita stessa, dev'essere scomposta nei suoi elementi costitutivi, e va trasformata, al fine di creare una "altra biologia", indipendente dall'evoluzione naturale terrestre. Il complesso economico-scientifico, grazie all'aiuto della tecnologia genetica, ora vuole produrre - a propria immagine e somiglianza - piante, animali e, in ultima analisi, persone che, anche a livello biologico elementare, costituiscano una "seconda natura" e che siano pertanto creature del capitale, sputate e finite. C'è solo da dire che la pura e semplice conoscenza scientifica del genoma, da sé sola, non porterebbe automaticamente alla tecnologia genetica. E questo perché molti dei nessi non studiati risultano essere un po' troppo complessi per far sì che si possano padroneggiare tutte le possibili conseguenze degli interventi tecnologici in questo campo. Non si tratta più di una procedura scientifica limitata a pochi esemplari materiali, ma a diventare oggetto di laboratorio è l'intero contesto vitale nel suo complesso. Errori, contrattempi, o meccanismi sconosciuti possono portare, in qualsiasi momento, a delle imprevedibili reazioni biologiche a catena, a deformazioni genetiche e a nuove epidemie incurabili. È l'umanità stessa che diventa così una cavia collettiva per quelli che sono dei rischiosi esperimenti biotecnologici. E non è nemmeno necessario che la scienza debba per forza essere esternamente soggetta all'imperativo economico. Basta che lo sia solo la tecnologia genetica, frutto della sua stessa logica di oggettivazione e di assoggettamento della natura. Da tempo, è svanito ogni barlume di consapevolezza ecologica. Con il programma energetico del presidente Bush, la superpotenza capitalista americana sta tornando a una frivola sperimentazione di tecnologia atomica; il resto del mondo seguirà il programma. E la resistenza alla rigida applicazione della tecnologia genetica sta diminuendo dappertutto: ovunque i governi stanno allentando gli standard di sicurezza, ovunque il discorso "etico" si sta arrendendo di fronte a quelle che sono le "ingiunzioni" economico-tecnologiche. Per riuscire a fermare le tecnologie apocalittiche, non abbiamo bisogno solo di un'altra forma di società, ma anche di un'altra scienza; nel senso inteso da Evelyn Fox Keller e da Sandra Harding. Se la conoscenza scientifica non si emancipa dalla logica di un'oggettivazione disumana della natura, il complesso economico-scientifico riuscirà a trasformare la Terra in un deserto fisico.

- Robert Kurz - Pubblicato su Folha de S. Paulo, 17 giugno 2001 -

fonte: exit!

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