domenica 1 febbraio 2026

L’Apocalisse, è innanzitutto un genere letterario…

Sulla soglia della fine dei tempi: Walter Benjamin, Messianismo e Fascismo
- di Bruna Della Torre -

«Il Messia non viene solo come salvatore, ma anche come vincitore dell'Anticristo.» - Walter Benjamin, da "Sul concetto di storia".  

   Più che un'ideologia, il fascismo potrebbe essere considerato un regime temporale? Esiste, oggi, qualcosa che potremmo chiamare "temporalità fascista"? Considerando l'idea che la storia e, quindi, il tempo siano fenomeni di natura politica, allora avrebbe senso chiedersi se il fascismo produca una qualche forma di inflessione temporale, o cambiamento, nel modo in cui noi pensiamo e viviamo la temporalità? Queste domande, che hanno guidato il workshop "Dopo il futuro: Apocalisse, Fascismo e la politica del tempo", si basano sul suggerimento fatto da Naomi Klein e da Astra Taylor (2025), secondo cui stiamo vivendo in un "fascismo della fine dei tempi", la cui principale differenza, rispetto a quello che si potrebbe chiamare "fascismo classico", sarebbe una sorta di "apocalisse nuda", o di "apocalisse senza redenzione"; per usare un immagine di Günther Anders che Klein e Taylor non usano. In altre parole, un fascismo incapace di offrire ai suoi aderenti una vera promessa del futuro, la quale assume la fine come destino ultimo e come forza motrice; come una ridondanza piena di conseguenze. Le domande dialogano anche con il testo di Oxana Timofeeva, "La fine del mondo: dall'apocalisse alla fine della storia e ritorno" (2014), nel quale si propone un "comunismo catastrofico": la proposta di abbandonare ogni speranza messianica, e insieme a questo, il trattamento della storia dal punto di vista della "apocalisse in tempo reale"; una prospettiva che presume che "non peggiorerà, in quanto è già peggio" (una sorta di continuazione circolare delle riflessioni di Slavoj Žižek circa la necessità di rinunciare a delle politiche basate sulla speranza, le quali devono essere urgentemente ripensate). In questo dialogo, spettava a me discutere le tesi di Walter Benjamin "Sul concetto di storia" (1940). Ed è da loro, e in dialogo con i testi sopra, più altri, che propongo alcuni indizi per rispondere a queste domande (o meglio, ampliarle). Quando affrontiamo il saggio di Benjamin, la questione della temporalità (associata al concetto di storia, con cui Benjamin rivoluzionò la teoria critica) viene solitamente presentata in modo dualistico. Esiste una temporalità omogenea e vuota: la temporalità della catastrofe e del progresso che, per Benjamin, sono la stessa cosa. L'opposto della temporalità di questa sempre identica è la temporalità messianica, che oltre al riferimento religioso ebraico (già commentato in dettaglio da Michel Löwy in "Walter Benjamin: fire warning"), riunisce l'idea di Marx secondo cui la storia non sarebbe ancora iniziata (vale a dire, saremmo ancora nella preistoria dell'umanità) che è ispirata sia dalle riflessioni filosofiche di Henri Bergson sulla durata, che dalla grande formalizzazione letteraria di questa esperienza da parte di Marcel Proust. Questa concezione richiede, quindi, di riconsiderare la differenza tra storia e storiografia; la storia come azione collettiva dotata di un tempo qualitativamente costituito e, dall'altra parte, la storia come successione di spazi temporali quantitativamente divisi. Il tempo messianico, ha qualcosa di sincronico che coinvolge "l'evento" ed è legato alla redenzione (e all'attesa, che unisce le generazioni). I concetti di "lampo" e di "immagine dialettica" –  quali eliminano la separazione temporale tra i diversi momenti di forza messianica; e costituiscono il nucleo di questa concezione storica. Considerando il livello di astrazione riguardo la differenziazione marxista tra "storia" e "preistoria", la quale guida le tesi di Benjamin, ecco che la risposta immediata alla domanda sul fascismo come regime temporale diventa semplice: il fascismo sarebbe parte di quel continuum di catastrofi che caratterizza la preistoria (o pseudo-storia) dell'umanità. Anche il tuo tempo è vuoto e senza qualità. È un'altra catastrofe tra le molte e, quindi, rappresenta più continuità che interruzione. La temporalità del fascismo, poco discussa da Benjamin nelle sue tesi, è inoltre sottolineata in modo poco sufficiente dalla maggior parte dei suoi commentatori, i quali di solito si attengono alla critica fatta da Benjamin alla socialdemocrazia tedesca sconfitta dal nazismo, e all'argomento per cui la fede nel progresso della storia spiegherebbe in gran parte il crollo del socialismo tedesco. Ma ci sono due eccezioni che ci permettono di rivedere questo problema, e ci consentono di scendere di un gradino nell'astrazione, e proporre così alcune riflessioni sulla temporalità del fascismo. In altre parole, qui l'idea è quella di complicare un po' questa lettura dualistica di Benjamin, e discutere come potrebbe essere possibile affermare – basandosi sulle sue riflessioni – che la temporalità del fascismo fa allo stesso tempo parte di questo continuum storico. La prima di queste letture, è quella fatta da Paulo Arantes che, in "Benjamin a (?) un minuto dal termine", riprende il suggerimento di Susan Buck-Morss, secondo cui la filosofia di Benjamin sarebbe stata incrociata da una "metafisica dell'attesa". A partire da questa tonalità, egli distingue due forme di attesa che sono proprie del tempo omogeneo della catastrofe; entrambe generate dalla noia, uno dei grandi temi benjaminiani ereditati da Baudelaire e dagli Stimmung del XIX° secolo, ma orientati in direzioni opposte. Da un lato, l'attesa della rivoluzione redentrice, già ampiamente commentata dalla fortuna critica di Benjamin; e dall'altro, l'attesa della guerra, della fine del mondo e – aggiungerei – del fascismo. Arantes evidenzia non solo la forza politica della noia nell'opera di Benjamin (erroneamente intesa da molti interpreti come un affetto esclusivamente "di sinistra", quando essa invece opererebbe anche sulla destra), ma soprattutto la possibilità, decisiva per l'argomento qui sviluppato, di pensare a un'altra forma di rottura del continuum storico: una rottura che non è affatto redentrice, ma che introduce un elemento meno esplorato nell'orizzonte delle riflessioni di Benjamin sul tempo e sulla catastrofe.

   La seconda eccezione è Fredric Jameson, che forse è colui che ha compreso (e ha esposto più convincentemente di qualsiasi altro commentatore) il ruolo della teologia nelle tesi di Walter Benjamin, inquadrandole da una prospettiva marxista. Tale domanda è direttamente collegata a ciò che intendo discutere qui. Jameson spiega perché, per Benjamin, il materialismo storico deve mettere la teologia al suo servizio (tenendola nascosta così come avviene nel caso dell'automa che gioca a scacchi, e a cui egli allude in "Sul concetto di storia") in modo da poter così vincere tutte le partite e - come sostengono le tesi di Benjamin - affrontare qualsiasi sfida. In "Benjamin Files", Jameson sostiene che, più che una credenza, nel pensiero di Benjamin la teologia funziona come un codice: un codice di cui Benjamin ha bisogno , per affermare che il passato può essere trasformato (in contrasto con la reazione di Max Horkheimer al testo – che ha dato il tono della sinistra dell'epoca – per il quale l'ingiustizia passata sarebbe irrimediabile). Ed è quindi, pertanto, meno un modo di credere che un modo di leggere la storia. In questo senso, Jameson segue un suggerimento di Michael Jennings che egli fa nella sua biografia di Benjamin, e discute di come Benjamin mobiliti, in questo saggio, la nozione di "apocatastasi" (dal greco apokatástasis, "ripristino", "ritorno allo stato originale") vista come una sorta di forza che garantisce la redenzione del passato, vale a dire la redenzione dei morti. L'Apocatastasi designa la restaurazione finale di tutte le cose: l'idea secondo cui tutta la creazione—compresi il male, la sofferenza, e persino i dannati—sarà, alla fine dei tempi, redenta. Come osserva Jameson, questa teologia negativa benjaminiana, articolata con il marxismo, costituirebbe un modo per sviluppare categorie collettive e fornire così accesso allo "Storico". Benjamin avrebbe messo insieme, nella sua concezione della storia, apocatastasi e giudizio finale, dal momento che il momento della redenzione sarebbe stato anche un giudizio di tutti i momenti che precedenti – un insieme di istanti in cui la possibilità di apprendere l'impulso di redenzione, trasmesso da una generazione all'altra, infine riunito, rimane aperta. L'appropriazione rivoluzionaria del Jetztzeit – tempo del presente – sarebbe pertanto così, simultaneamente, una violenta rottura del tempo (apocalisse) e anche una redenzione (apocatastasi); fine e vero riavvio. In Benjamin, questo carattere "retroattivo" della storia sarebbe collegato, secondo Jameson, meno a un presunto pessimismo o abbandono del futuro (ricordiamo che Benjamin vuole tirare il freno d'emergenza, non per fermare la storia, ma per farla partire davvero) piuttosto che al riconoscimento che l'idea stessa del futuro contiene un elemento metafisico: il futuro ha un carattere trascendente, poiché non esiste ancora e, in questo senso, è situato al di fuori della temporalità. Il futuro, come tempo di progresso, implica anche dare per scontato qualcosa che non è ancora; e proiettare, in questo futuro, un'identità con il presente. Da qui l'importanza della teologia nel suo pensiero: introduce la speranza di un futuro che la filosofia può affrontare solo in modo speculativo. Questa speranza, conclude Jameson, assume la forma di un affetto messianico—una figura di utopia, proprio come il messia, è una figura di lotta. In sintesi, Jameson suggerisce che messianismo e teologia – poiché sono un codice (e, forse, un modo per aggirare certe questioni filosofiche), non una credenza – funzionano in modo secolare nel saggio di Benjamin. Più di questo: il suggerimento è quello che ricorrere alla teologia (che deve rimanere nascosto come il nano che muove l'automa) offra qualcosa che al marxismo mancava allora (e forse manca ancora oggi): la speranza. Ma le tesi però raccontano la storia di un angelo, le cui ali sono paralizzate dai venti che soffiano dal Paradiso, di un messia che combatte contro l'anticristo, dell'idea apocalittica che ci incontreremo di nuovo all'ultimo momento. Se tutto questo è un codice – e qui mi sembra che Jameson abbia ragione – perché mai questo codice? Perché il Codice Messianico? Il vocabolario religioso mi è sempre sembrato eccessivo in questo saggio, rispetto ad altre opere di Benjamin – e penso che l'origine ebraica dell'autore non spieghi tutto, sebbene però faccia parte della spiegazione. La mia intuizione, è che questo eccesso abbia una specifica ragione politica contestuale, la quale chiarirebbe anche (dico a mio rischio e pericolo) l'altro lato dell'aspettativa di cui parla Paulo Arantes: quella dell'aspettativa di guerra e di fascismo, che, in un certo senso, segna anche una rottura con il tempo vuoto e omogeneo che caratterizzava il capitalismo ottocentesco analizzato da Benjamin (e che nelle Tesi informa la nozione di progresso).

   Questa ragione potrebbe essere collegata al carattere messianico del fascismo stesso; dove esso costituisce un silenzio eloquente, nel saggio di Benjamin. Per molto tempo, la storiografia ufficiale ha trattato il fascismo come un movimento laico; i suoi principali riferimenti, come si apprende a scuola, sono quelli classici, in particolare l'antica Grecia e la sua mitologia. In realtà, il fascismo è molto più associato al mito che alla religione; un nodo che la Dialettica dell'Illuminismo di Theodor W. Adorno e Max Horkheimer cercava di riconnettere, e che rimane un fatto poco discusso dalla teoria critica. Ma il fascismo – e qui mi attengo al caso tedesco, per ovvie ragioni, dato che è un testo su Benjamin – aveva un forte carattere religioso, messianico e millenarista che, in una certa misura, può spiegare perché la mobilitazione della teologia da parte di Benjamin sia una sorta di contrappunto al contesto politico in cui viveva. In altre parole, oltre ai bisogni interni che mettono in risalto Jameson e altri commentatori, ci sarebbe, per così dire, anche un riferimento esterno che appare interiorizzato in modo quasi impercettibile nel testo. L'importanza di questo, come cercherò di sottolineare, andrà oltre il dibattito sulla fortuna critica di Benjamin. Il nazismo, come sottolinea sempre più la storiografia contemporanea, era un movimento millenarista religioso-politico, e non solo un'ideologia laica o irrazionale. Sarebbe quindi necessario prendere sul serio la struttura escatologica, messianica e apocalittica che organizzava sia l'immagine (e l'auto-immagine) di Hitler, sia l'adesione popolare a questo regime. Il nazismo funzionava come una vera e propria religione politica, mobilitando affetti, rituali, promesse di redenzione, concetti di sacrificio e una narrazione di salvezza collettiva. Hitler si presentò non solo come un leader politico, ma anche come una figura di provvidenza, investita di una missione storica. In questa tonalità, uno dei suoi discepoli, Andreas Dees, testimoniò in "Die alte Gardespricht" che «in termini religiosi sono cattolico. Ma poi ho ascoltato il Führer. Quello che mi è successo, allora, è difficile da descrivere. Poi ho conosciuto l'uomo, il movimento e nient'altro.» I riferimenti biblici, nei suoi discorsi (e in quelli dei suoi sostenitori), sono numerosi. Il linguaggio ricorrente relativo a destino, fede, missione, sacrificio, purificazione e redenzione, nei suoi discorsi, non è una retorica vuota, bensì uno dei nuclei principali mobilitanti del movimento. Hitler credeva nella sua missione, e si pose anche come uno strumento della Provvidenza. Questa comprensione messianica di sé si consolidò progressivamente sempre più; Hitler passò dal ruolo di profeta (fece riferimento a Giovanni Battista, nei suoi discorsi negli anni Venti, ponendosi come un precursore, il cosiddetto "tamburino" che annuncia il cambiamento) a quello di Führer-messia negli anni '30. È quindi importante sottolineare che il nazismo non si è semplicemente separato dal cristianesimo: lo ha reinterpretato in modo violento ed escatologico. In un discorso dell'8 novembre 1943 al Löwenbräukeller di Monaco, Hitler dichiarò: «Infine, vorrei dire qualcosa a coloro che insistono nel parlarmi di religione: anch'io sono religioso – profondamente religioso nel cuore – e credo che la Provvidenza metta alla prova gli esseri umani. Coloro che non sopportano le prove imposte dalla Provvidenza, che vengono distrutte da essa, non sono destinati, dalla Provvidenza stessa, a cose più grandi. È una necessità naturale che, dopo questa selezione, rimangano solo i forti.» Hitler rifiuta il Cristo sofferente e umile ed esalta il Cristo guerriero dell'Apocalisse, il giudice che stermina i nemici alla fine dei tempi. Il nazismo evocò la sconfitta della Germania nella Prima Guerra Mondiale, e lo fece per difendere la battaglia tra il bene e il male, la battaglia che avrebbe posto fine a tutte le battaglie (la sua idea di pace perpetua, basata su una nozione imperialista sia capitalista che religiosa, dà origine a un intero immaginario messianico che Trump usa oggi per affermare che porrà fine a tutte le guerre). In altre parole, è un cristianesimo della Parusia "Parousia", non del Vangelo – come discuterò più avanti, le somiglianze con il fascismo brasiliano non sono una semplice coincidenza. Questa rilettura riecheggiò in settori importanti del protestantesimo tedesco, specialmente tra la Deutsche Christen, che esprimeva nazionalismo, antisemitismo e fede cristiana. L'idea di un Reich millenario – un regno millenario – venne facilmente tradotta come il compimento storico del "viene il tuo Regno", spostando l'escatologia cristiana in un progetto politico immediato. L'espressione "Tausendjähriges Reich" – il Reich di mille anni – non è, in questo senso, una semplice esagerazione propagandistica. Fa parte di una lunga tradizione cristiana di aspettative millenaristiche. Il Terzo Reich era considerato la fine di una storia corrotta, l'inizio di una nuova era, il ripristino di un ordine gerarchico "naturale". I grandi raduni di Norimberga (come si può vedere nel Centro Documentazione del Complesso del Congresso del Partito Nazista a Norimberga) funzionavano come liturgie politiche, con una forte carica simbolica ed emotiva, producendo esperienze collettive di estasi, comunione e sottomissione – veri rituali di conferma della fede nel Führer-messia (qualcosa che appare anche nel cinema di Leni Riefenstahl). In una lettera inviata a Hitler mentre era in prigione, Goebbels scrisse di Mein Kampf: «Quello che dici qui è il catechismo di una nuova convinzione politica che nasce nel mezzo del crollo di un mondo secolarizzato... hai trasformato la nostra agonia in parole che promettono salvezza.» In altre parole, in Germania, il messianismo nazista si nutre anche di una lunga tradizione di millenarismo.

   In effetti, questa è una delle difficoltà che noi - a sinistra - abbiamo con il carattere religioso della politica di estrema destra: dopotutto, come combattere un immaginario, una narrazione (vale la pena ricordare che, prima di tutto, l'apocalisse è un genere letterario) che esiste da migliaia di anni a plasmare il pensiero occidentale? Al tempo dell'ascesa di Hitler, circolavano anche numerose correnti occulte e teosofiche che circolavano in Germania e alimentavano l'immaginario nazista. La cosiddetta "Ariosofia", ad esempio, combinava misticismo razziale, una lettura esoterica della storia, l'idea di degenerazione causata dalla mescolanza razziale e una visione cospirativa del mondo; tra l'altro, non è fortuito che in questo contesto la superstizione fosse uno dei principali obiettivi della filosofia di Adorno (cioè, i suoi interventi non sono il risultato di un semplice pregiudizio politico contro l'oroscopo, tra gli altri), ma hanno una base contestuale politica. Altre organizzazioni, come la società Thule, funzionavano come laboratori ideologici in cui il millenarismo razziale veniva sintetizzato. In questi ambienti, la Prima Guerra Mondiale era vista solo come il primo atto di una battaglia finale, e la Repubblica di Weimar come un segno inequivocabile della fine imminente (la crisi dell'iperinflazione, la trasformazione dell'istituzione familiare, la disoccupazione di massa, tra gli altri elementi, erano viste come una sorta di crisi finale). Questo occultismo nazista non era solo decorativo: offriva una cosmologia totale, in cui razza, storia e salvezza erano parti integranti. Tutto accade come se ci fosse una combinazione di questi elementi mistici con un cristianesimo letto in modo bellicoso. Anche l'antisemitismo, in questo contesto, era legato all'immaginario religioso: gli ebrei non erano solo nemici sociali o politici, ma nemici cosmici (i traditori responsabili della morte di Cristo), identificati con l'Anticristo, con la corruzione della creazione e con la modernità stessa e il suo cosmopolitismo. Il messianismo fascista, in questo punto fondamentale, presentava anche una critica al progresso: alla decadenza morale portata dalle grandi città (Hitler odiava Berlino – una città che, va detto, ancora oggi serve come prova per conoscere l'orientamento politico dei tedeschi), della disgregazione delle famiglie, ecc. Il discorso sul declino tedesco prodotto dalla modernità (anche se gli interessi capitalisti erano al centro del nazismo) era una parte fondamentale della sua ideologia. Il progresso veniva denunciato come degenerazione (questo era il tema di tutta la Nuova Oggettività di destra), decadenza morale e dissoluzione organica della Volksgemeinschaft. Adorno e Horkheimer discutono il carattere religioso dell'antisemitismo nella Dialettica dell'Illuminismo, in un misto di riconoscimento della sua origine sacra e rifiuto di spiegazioni religiose del fenomeno. In ogni caso (anche se "solo" come ideologia), il fatto è che il nazismo fu strutturato come una lotta apocalittica: la sopravvivenza del popolo tedesco, come dimostrato dai discorsi di Hitler e dei suoi sostenitori, avrebbe richiesto l'eliminazione totale del popolo ebraico, cioè il lato religioso del fenomeno (non si può dimenticare che i campi di concentramento furono inizialmente costruiti come prigioni per comunisti; ma questo è un argomento per un altro giorno). Il genocidio appare quindi come un atto escatologico: non un mezzo strumentale, ma un rituale di purificazione storica e razziale, necessario per inaugurare il regno millenario (un discorso che si ripete oggi nella guerra contro il popolo palestinese). La questione del messianismo nazista, quindi, deve essere compresa dal suo momento apocalittico, in cui sono in gioco categorie centrali come salvezza e condanna. Ciò significherebbe che il fascismo non ha solo un carattere religioso – ieri e oggi – ma anche messianico, la cui temporalità, guidando le persone verso la battaglia finale, è piena di significato (o, se vogliamo, di pseudo-significato). Per questo motivo, nelle tesi "Sul concetto di storia", Benjamin parla di un "vero stato di eccezione" – non solo perché lo stato di eccezione è la norma per gli oppressi, ma perché ci sarebbe, forse, un pseudo-stato di eccezione istituito dal nazismo. Un tempo che viene percepito come un tempo redentivo – il che forse spiega perché la temporalità fascista sia così affascinante. Nel fascismo dei tempi finali, con la crisi climatica, la guerra atomica all'ordine del giorno e l'ansia prodotta dalla precarietà e dall'industria culturale digitale, in cui l'attesa diventa davvero insopportabile, questo elemento è centrale. I messianismi fascisti – che traducono l'idea messianica in leader carismatici (qualcosa che non è in Benjamin) – ricorrono a una promessa di salvezza che non viene proiettata in un oltre trascendente, ma che opera storicamente, portando la promessa di redenzione in questo mondo attraverso la violenza. Messa in prospettiva, questa logica ci permette anche di riflettere sul funzionamento contemporaneo delle promesse salvifiche del neofascismo (chi va nel bunker, chi va su Marte, chi morirà sotto il fuoco o annegherà nelle inondazioni). Soprattutto nel campo evangelico (che ha guidato il fascismo alla maniera brasiliana e che in parte guida il fascismo trumpista, in combinazione con il tecno-capitalismo e i cavalieri dell'apocalisse della Silicon Valley), in cui la salvezza tende a essere offerta in questo mondo – cioè in cui l'escatologia è più presentistica – questo immaginario diventa ancora più efficace. In questo senso, l'appello evangelico può essere ancora più potente di quello cattolico, poiché offre una promessa di futuro proprio quando il futuro non è mai stato così incerto. Qui si può parlare dell'apocalisse come di un'ideologia: non come una semplice credenza religiosa, ma come un modo per organizzare l'esperienza storica, il tempo e le aspettative collettive. Non si tratta, quindi, di un pregiudizio contro la religione (come accusato, ad esempio, da alcuni commentatori al film di Petra Costa, "Apocalisse nei tropici"), ma del riconoscimento del ruolo efficace che essa svolge nella vita sociale e politica, indipendentemente dalle correnti dissidenti e minoritarie esistenti all'interno di ogni tradizione religiosa – vale la pena ricordare che la lettura di Benjamin è considerata una sorta di dissidenza.

   Per concludere, la domanda che sembra possibile possa svilupparsi da questo contesto è: le tesi possono essere lette come un contrappunto diretto a questa logica? Come indizio interpretativo, è importante andare oltre la lettura che riduce il messianismo di Benjamin – come fa Peter Szondi (che, tra l'altro, è uno dei migliori interpreti di Benjamin) – alla speranza nel passato o alla redenzione dei vinti. È, al contrario, e soprattutto, una lotta. Il messianismo di Benjamin è un gesto politico che è in diretta opposizione al messianismo fascista, non solo a livello simbolico o ideologico, ma nella stessa concezione del tempo storico. Benjamin dice letteralmente che il Messia viene per sconfiggere l'Anticristo. È una forza messianica che mira a sconfiggere il falso messia; Non si tratta solo di redimere il passato, ma di salvare il presente (e con esso, forse, il futuro). Benjamin era un attento lettore della Cabala, ma non un cabalista; La sua appropriazione del messianismo non è teologica, ma critica. Tuttavia, percepiva chiaramente che il fascismo era organizzato come una battaglia spirituale, cioè come una politica che si presenta in termini religiosi, mobilitando affetti, promesse di salvezza e immagini apocalittiche. La presenza continua di questo record è oggi innegabile: basta osservare i discorsi di figure come Bolsonaro (vale la pena ricordare il discorso di Michelle Bolsonaro sui principati nel 2022) per rendersi conto di come la politica continui a essere messa in scena come un combattimento tra forze del bene e del male. Benjamin rispose al suo periodo con un messianismo marxista – forse una risposta che non è del tutto nostra, né più disponibile così come formulata da lui. Tuttavia, come marxisti, non possiamo ignorare il problema che ha sollevato. Un atteggiamento condiscendente verso la religione non funziona. Non basta nemmeno pensare che le politiche che mirano solo alla vita materiale – ciò che gli scienziati politici amano chiamare politica – saranno sufficienti. Ciò che abbiamo davanti è, in realtà, una battaglia religiosa, che attraversa anche la soggettività. Comprendere la forza di questo immaginario e offrire una risposta che vada oltre il pluralismo liberale, che si esenta dal trattare il carattere religioso e messianico del fascismo semplicemente affermando che la religione è qualcosa di contraddittorio, è un compito inevitabile. È a questo punto che l'idea di un "fascismo della fine dei tempi", discussa da Naomi Klein, prende rilevanza. Il carattere apocalittico del fascismo contemporaneo è una variazione dello stesso problema: non si tratta di distinguere tra settori progressisti o reazionari di diverse religioni, ma di analizzare come la politica assuma una forma religiosa, strutturando il tempo e definendo i suoi nemici. Si tratta anche di ciò che offrono loro e ciò che offriamo noi: Benjamin sottolinea la speranza come un effetto attivo capace di fermare la catastrofe e forse ci sta avvertendo dell'importanza di una proposta redentrice in qualsiasi rivoluzione degna di quel nome (più della semplice promessa di un mondo meno peggiore, come accadeva con la socialdemocrazia dell'epoca, una politica di contenimento del fascismo e nient'altro – e come viene ancora promesso in molti modi oggi). Il marxismo contemporaneo, in larga misura, ha abbandonato la questione della soggettività (tutto ciò che lo riguarda oggi è identitarismo per innumerevoli settori della sinistra che ancora pensano che l'enfasi sulla trasformazione materiale sia l'unica che convincerà le masse). Il risultato di ciò è l'assenza di una proposta rivoluzionaria che tenga conto di questa dimensione. Forse sarebbe necessario ricordare, insieme a Benjamin, che la rivoluzione si compie in nome della felicità e che questo può essere realizzato solo collettivamente. Pertanto, la speranza, come affetto attivo, è importante qui. Benjamin ha bisogno della teologia perché anche il marxismo rassegnato del suo tempo (la socialdemocrazia) ha perso la speranza – che ora è di moda, almeno tra i marxisti al centro del capitalismo, disprezzare. La speranza che, negli angoli del mondo, non ha nulla di lussuoso è un impulso necessario (che spesso accompagna fame e miseria), senza il quale non ci si alza – qualcosa che le religioni hanno compreso molto bene. Questa disputa può essere letta anche dalle esperienze affettive del tempo. La noia corrisponde a un'attesa attiva; ansia, il suo sostituto nel XXI° secolo, a una logica di pseudo-azione. Il messianismo fascista si presenta come una falsa via d'uscita da questa tensione. Questa temporalità è articolata con una specifica combinazione del presente: da un lato, un mondo sovra-gestito, con strutture sociali rigide che tengono lavoro e vita sotto assoluta coercizione; dall'altro, uno scenario di collasso totale, in cui molte istituzioni cessano di funzionare – o rivelano di non aver mai funzionato pienamente – e perdono la loro facciata di efficienza. È da questa miscela tra ordine forzato e caos imminente che emerge la temporalità fascista contemporanea. La disputa tra questi modelli di temporalità – tempo aperto e tempo chiuso, lotta senza garanzie e salvezza assicurata – è, in definitiva, una delle chiavi per comprendere sia il fascismo del XX° secolo sia le sue attuali riconfigurazioni. Per questo motivo, Benjamin, sulla soglia della fine dei tempi, continua ancora a essere il nostro contemporaneo.

- Bruna Della Torre - Pubblicato ll 31/1/2026 su: https://blogdaboitempo.com.br/

giovedì 29 gennaio 2026

Difendere la Libertà ovunque !!

Tradimento per principio
- Revisione e prospettiva sulle costellazioni di crisi-imperialista all'interno delle quali l'autoamministrazione nel Rojava, nel nord della Siria, deve affermarsi. -
di Tomasz Konicz [***] - 28 gennaio 2026

Per comprendere l'attuale catastrofe del movimento per la libertà curda in Rojava, è utile guardare indietro al suo contesto geopolitico nel pieno della guerra civile siriana. Gli Stati Uniti, nel loro declino egemonico, furono il fattore centrale in questo. Ci furono due approcci interventisti verso la Siria, che stava sprofondando in una guerra civile, che competevano tra loro nella politica estera statunitense. Durante l'amministrazione Obama, questo conflitto fu combattuto anche in modo relativamente aperto. [*1] Mentre la CIA cercava di strumentalizzare milizie sunnite islamiste "moderate", il Pentagono si affidava ai curdi siriani nell'emergente Rojava per spezzare l'assalto dello Stato Islamico (IS) [*2]. Come è ben noto, il Pentagono riuscì a prevalere. E ciò accadde per una ragione semplice: le Forze di Autodifesa curde furono molto efficaci nella lotta contro l'islamofascismo genocida dell'IS, [*3] mentre lottavano per una società emancipatrice. Le milizie della CIA, influenzate dagli islamisti, che vedevano per lo più l'IS come se fosse una mera concorrenza, non si può davvero dire che abbiano fatto nessuna delle due cose. La fase intensiva e militarmente efficace della cooperazione tra il Pentagono e il Rojava si è estesa dalla difesa di Kobane nel [*4] settembre 2014 fino alla liberazione di Raqqa nell'ottobre 2017. Ciò avvenne sotto tensioni permanenti con Ankara, poiché la Turchia agiva come uno dei più importanti sostenitori dell'IS e voleva distruggere a tutti i costi l'autonomia curda in Siria. Ma il sostegno di Washington ai curdi di Siria è sempre stato fragile, e la loro situazione geopolitica è diventata quindi precaria. Già durante l'amministrazione Obama, è avvenuto il declino dell'egemonia americana, che Trump sta ora portando avanti fino alla sua amara fine imperiale. Il dispiegamento delle forze americane contro lo Stato Islamico avvenne in una fase in cui Washington voleva concentrarsi maggiormente sulla lotta egemonica contro la Cina, il contenimento della Repubblica Popolare nel Sud-est asiatico, come parte del suo spostamento verso l'Asia [*5]. Washington seguì così a malincuore il suo ruolo di "poliziotto mondiale" in risposta al crollo regionale nella "guerra di denazionalizzazione" siriana (Robert Kurz). La riluttanza di Washington aveva le sue ragioni: la disastrosa invasione statunitense dell'Iraq, perpetrata dai neocon come parte della loro prevista democratizzazione del Medio Oriente, fu il punto di svolta più importante che accelerò notevolmente il graduale processo di erosione dell'egemonia americana. La rapida vittoria militare contro il regime di gas velenoso di Saddam Hussein fu seguita dal crollo dello stato, inclusa una guerra civile omicida tra sunniti e sciiti. L'idea dei neocon di consolidare l'egemonia americana nella regione ricca di petrolio attraverso la sua democratizzazione si trasformò in un suo opposto: nella rapida disintegrazione dell'egemonia americana. La spinta di denazionalizzazione indotta dalla crisi nella regione, in cui anche Libia e Siria perirono dopo la Primavera Araba, fu quindi de facto iniziata dall'invasione statunitense dell'Iraq. La costruzione della nazione egemonica occidentale, imposta nel contesto delle guerre d'ordine mondiale (Robert Kurz) della globalizzazione, fallì per tutto il tempo, perché la crisi mondiale del capitale ha da tempo privato le rovine della modernizzazione malate ai margini della loro base economica: dalla Somalia all'Afghanistan, dalla Libia all'Iraq. Tuttavia, il caos della disintegrazione dello stato aprì anche spazi per l'unico impulso emancipatorio degno di nota che potesse affermarsi in Nord Syria nel generale processo di disgregazione. Quello che i neocon non sono riusciti a fare in Iraq sembrava improvvisamente funzionare in Rojava. I residui e i rudimenti ideologici di questo approccio di democratizzazione nell'apparato statale statunitense sostennero quindi l'autoamministrazione curda per ragioni tattiche, ma queste forze persero molto rapidamente ogni rilevanza a causa del disastro in Iraq. Il Rojava era importante per gli USA solo sullo sfondo del contenimento dello Stato Islamico. Soprattutto perché la strategia di democratizzazione dei neo-conservatori era un mezzo democratico per uno scopo egemonico e imperiale mirato ai combustibili fossili della regione: la democratizzazione – che sarebbe stata di fatto finanziata dalle esportazioni di petrolio – doveva essere accompagnata da un'integrazione della regione nel sistema egemonico degli Stati Uniti, che intendeva il controllo indiretto e mediato da parte di Washington. Il dominio del dollaro petrolifero sarebbe stato consolidato da questo. Ciò significava che il Rojava non poteva servire con i giacimenti marginali di petrolio sul sito, rimaneva solo l'ideologia della democratizzazione, senza la base economica del calcolo egemonico dei neoconservatori ancora presente.

Addio anticipato all'imperialismo dei diritti umani
In altre parole, dopo la loro vittoria sullo Stato Islamico, il valore geopolitico dei curdi siriani stava rapidamente diminuendo, soprattutto nel momento in cui il vecchio pensiero egemonico delle élite funzionali statunitensi lasciava il posto a un nuovo calcolo apertamente imperialista personificato da Donald Trump. Già nel maggio 2017, Trump aveva fatto tenere al suo allora Segretario di Stato Rex Tillerson un discorso sulla politica estera, [*6] nel quale i diritti umani venivano respinti in quanto principio ideologico della politica estera americana, al fine di perseguire in futuro, invece, apertamente, gli interessi americani senza "il fardello dei diritti umani". Gran parte di ciò che Trump sta attualmente mettendo in pratica, in termini di politica imperialista aperta, [*7] era già stato annunciato nel 2017. Pertanto, il tradimento dei precedenti "partner" geopolitici è il nuovo principio della politica di potere americana, il cui imperialismo aperto [*8] non deve più tener conto della facciata istituzionale e democratica della vecchia egemonia statunitense (sotto Obama, Washington cercava ancora di apparire come un fattore di potere "affidabile" nella politica estera, per poter trovare dei proxy disponibili in futuro). Circa sei mesi dopo questo discorso del Segretario di Stato USA, che di fatto ha avviato la transizione degli Stati Uniti dalla politica egemonica all'imperialismo di crisi palese, completata poi all'inizio del 2026, vediamo che la Turchia, con il sostegno della NATO, [*9] ha attaccato i curdi siriani ad Afrin, allora sotto influenza russa. Poco dopo, a questo ha fatto seguito una seconda invasione turca nella sfera d'influenza americana nel Rojava. Le aree autonome del nord della Siria, sono state praticamente vendute nel corso di una contrattazione imperialista: all'inizio del 2018, Vladimir Putin ha dato il via libera all'invasione del cantone di Afrin,[*10] che era nella sfera d'influenza russa. Nell'ottobre 2019, Donald Trump ha dato via libera all'espansionismo turco nel nord-est della Siria, permettendo ad Ankara di istituire un'altra zona di occupazione nel Rojava.[*11] Queste due campagne di islamofascismo turco nel nord della Siria, accompagnate da una pulizia etnica, [*12] illustrano la strategia imperialista espansionista di Erdogan, che aveva fatto una scommessa nella quale la Turchia passava dalla Russia e dall'Occidente per poter ottenere delle concessioni da entrambe le parti, per dei suoi ulteriori appropriazioni territoriali. La leva imperiale del potere di Erdogan, che controlla un paese strategicamente importante, è assai più necessaria di quella dei curdi siriani, che servivano solo a contenere lo Stato Islamico, e come contrappeso al regime di Assad. Putin ha venduto l'Afrin curdo in cambio di un accordo nucleare e di oleodotti, nel quale Trump. probabilmente, rappresentava solo un'affinità tra personaggi autoritari, oltre allo sforzo di mantenere Ankara nell'alleanza occidentale. Con il crollo del regime di Assad, avvenuto alla fine del 2024, il calcolo a proposito del potere regionale è cambiato ulteriormente a svantaggio del Rojava. L'alleanza islamista, sostenuta da Turchia, USA e - in misura limitata - Israele, che in pochi giorni aveva spazzato via il finto apparato statale siriano, rappresentava un obiettivo strategico dell'Occidente. e anche di Israele. nella regione. Il corridoio sciita attraverso il quale il regime dei mullah iraniani poteva proiettare la propria potenza militare al confine israeliano, venne tagliato e la logistica di Hezbollah gravemente compromessa, dfal momento che non era più in grado di intervenire in Siria dopo la sua sconfitta da parte di Israele. Qui, le tattiche di intervento della CIA, menzionate all'inizio di questo articolo, prevalsero effettivamente, di modo che alla fine venne stipulato un patto con le organizzazioni ideologiche, e/o organizzative, succedute ad al-Qaeda, al fine di raggiungere un obiettivo geopolitico. Con i resti dello stato siriano, gli islamisti distrussero solamente ciò che era già in processo di disgregazione a causa della crisi. E furono anche così efficaci, perché non dovevano combattere contro dei loro pari, contro lo Stato Islamico, il quale, con grande sacrificio era stato precedentemente sconfitto dalle forze militari del Rojava.

Lo stato di al-Qaeda
Circa un quarto di secolo dopo gli attacchi al World Trade Center - organizzati da un leader di al-Qaeda di nome Osama Bin Laden, che precedentemente, in Afghanistan, era stato foraggiato dalla CIA - gli Stati Uniti portarono al potere a Damasco gli eredi politici di questo gruppo terroristico islamofascista. Per gli USA, questo costituiva un momento parziale nella loro lotta per il dominio contro la Cina. Washington vede l'estremismo sunnita di al-Qaeda, come un baluardo contro l'Iran sciita, il quale è parte del sistema di alleanze eurasiatico di Pechino. La Russia era stata effettivamente spinta fuori dalla regione, mentre l'Iran si indeboliva. Il maggior beneficiario di questo Stato di al-Qaeda - che sarà instabile quanto il regime di Assad - è la Turchia, la quale è riuscita a espandere massicciamente la propria posizione di potere nella regione. Gli europei (soprattutto Berlino), invece, sperano di poter ben presto deportare i rifugiati in Siria. Ecco perché la Germania è così altrettanto fermamente silenziosa riguardo ai massacri e alle pulizie etniche che stanno avvenendo attualmente il Rojava; così come lo era prima riguardo ai massacri jihadisti sulla costa alawita, o nella regione drusa a sud. In tal modo, il paese finirebbe per diventare così una prigione all'aperto, sorvegliata da islamisti, in cui stipare tutti i superflui economici della regione. [*13] In Siria, non si parla più di democratizzazione, o di elezioni libere; e l'imperialismo dei diritti umani del periodo neoliberista, è passato in secondo piano anche in Europa. Bruxelles, Berlino e Parigi seguono Washington con quello che appare come un ritardo temporale. Si tratta solo di attribuire una qualche forma di legittimità e di stabilità alla Siria di al-Qaeda in formazione, in modo da poterli poi deportare lì. In effetti, tutto ciò rappresenta una collaborazione con il fascismo, visto nella sua forma islamico-clericale, ed è uno sforzo volto a pacificare in qualche modo la regione di crisi, per mezzo del terrore omicida dei jihadisti, e consentire il ritorno della pace dei cimiteri. Questa prognosi può essere già fatta!  E altrettanto ovviamente questa speranza europea, che anela alla pace dei cimiteri islamisti, verrà distrutta dal terrore islamista (appare più discutibile, invece, se Washington piuttosto non intenda usare questo fattore destabilizzante nella sua lotta, ora relativamente aperta, contro l'Unione Europea). In realtà, dopo il dicembre del 2024, c'era un solo fattore di potere regionale che rimaneva interessato all'esistenza del Rojava: Israele. Tel Aviv sembrava voler sostenere la caduta del regime di Assad, almeno tatticamente, ma allo stesso tempo Israele, immediatamente, cercò anche di limitare il potere degli islamisti in Siria. Le regioni autonome, controllate dalle minoranze, dovrebbero neutralizzare l'estremismo sunnita il più possibile: i Drusi, nel sud-ovest, gli Alevi sulla costa, e i Curdi a nord e nord-est. Pertanto il sostegno ai Curdi si basava principalmente, non su simpatie politiche o ideologiche, ma bensì su dei calcoli geopolitici. Israele si doveva anche confrontarsi con la Turchia di Erdogan, per la supremazia nella regione, nella quale Ankara cerca di espandersi, secondo quella che è la tradizione dell'Impero Ottomano. Alla fine del 2025, ad esempio, Grecia, Cipro e Israele hanno fondato un'alleanza -  ovviamente diretta contro Ankara - al fine di neutralizzare il dominio della Turchia nel Mediterraneo orientale.[*14] Allora cos'è successo? Perché Tel Aviv è in silenzio ora che si sta formando uno Stato instabile e islamista sul suo fianco nord-orientale, strettamente intrecciato con Ankara? Da un lato, Washington ha semplicemente prevalso: si tratta dei soldati statunitensi di stanza in Rojava. E Trump ha optato per Erdogan, e contro i curdi, durante la sua prima presidenza. I fascisti alla Casa Bianca sono più vicini a un Erdogan, con la sua ideologia autoritaria mista di nazionalismo e islamismo, piuttosto che all'autogestione curda, che mira all'emancipazione. Soprattutto perché, come detto sopra, nella regione, la Turchia costituisce un collegamento importante - seppur sempre più problematico - tra gli Stati Uniti e l'UE. Quanto più rapidamente i Curdi vengano venduti, per ottenere altre concessioni, è apparso chiaro, ad esempio, a partire dall'email del presidente francese Macron a Donald Trump, che è stata semplicemente resa pubblica. Macron, che spesso si è trovato coinvolto con i Curdi siriani, improvvisamente, su Siria e Iran, si è trovato in linea con Trump [*15]; solo per poi contraddirlo sul conflitto della Groenlandia.

L'Iran come nuova Siria?
Qui, la parola chiave è Iran. L'Iran attuale, ha una struttura simile a quella della Siria della Primavera Araba: uno stato autoritario in rovina, svuotato internamente dal processo di crisi, che in realtà è una crisi economica ed ecologica (motivo per cui è stato facile, per i servizi segreti israeliani, penetrare completamente questo apparato statale in erosione). L'ultima grande ondata di rivolte e di proteste, che poteva essere repressa solo per mezzo di omicidi di massa statali, [*16] dei quali, probabilmente, sono state vittime decine di migliaia di manifestanti, è stata sostenuta da ampie fasce della popolazione. Oltre ai soliti sospetti, anche la borghesia liberale, che da tempo odia la virtù del terrore, i salariati impoveriti e i piccoli imprenditori, che soffrono a causa del crollo della valuta e per l'inflazione, hanno partecipato alle proteste. [*17] In alcune parti del paese, perfino l'approvvigionamento idrico sta semplicemente collassando, a causa della manifesta crisi climatica.[*18] Washington – e Israele, in particolare – vogliono perciò cogliere l'opportunità, e rovesciare il regime dei mullah. Anche se "rovesciare" potrebbe non essere la parola giusta, se si considera l'azione degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela. Nel caso dell'Iran, non si parla di democratizzazione o di elezioni; ma, al contrario, deve essere rivitalizzata l'istituzione arcaica dello Scià di Persia [*19]: in altre parole, quel regime repressivo e assassino che venne spazzato via dalla rivoluzione del 1979, la quale poi fallì nel terrore di massa fondamentalista. [*20] Gli USA, pertanto, vogliono sostituire un regime islamico-fascista ostile con un regime sottomesso agli Stati Uniti. Dopo il Venezuela, l'Iran sarebbe pertanto solamente un'altra stazione di servizio cinese che verrebbe neutralizzata. Per Israele, invece, a essere in gioco è quello che rappresenta un obiettivo centrale della sua politica di sicurezza. Il regime che ha innalzato la distruzione dello Stato ebraico a sua dottrina statale, e che ha pubblicamente applaudito e sostenuto militarmente i pogrom e i massacri di Hamas del 7 ottobre, ora potrebbe essere rovesciato. E questa formazione di regime, questo disegno di regime appare - come è diventato chiaro nel caso del Venezuela - assai più economico degli sforzi consumatori di risorse dei neocon, finalizzati a stabilire la democratizzazione, e includono l'egemonia statunitense nella regione tramite il cambio di regime. Si tratta semplicemente di eliminare le forze fondamentaliste del regime iraniano,[*21] mentre che, allo stesso tempo, si fanno delle offerte appropriate a quelle fazioni/reti disposte a cooperare per mantenere il potere. I massacratori seriali dell'apparato repressivo iraniano, su cui ordine migliaia di manifestanti sono stati recentemente abbattuti, potrebbero in tal modo mantenere la loro posizione di potere anche dopo il previsto "rovesciamento del governo"; a patto però che dimostrino collaborazione. L'erosione delle strutture statali legata alla crisi, rende questo approccio alle singole reti dell'apparato quanto meno concepibile; il Venezuela è il modello del nuovo imperialismo di crisi statunitense; che ha ormai da tempo dimenticato le sue vecchie promesse elettorali isolazioniste. Ma questo non significa che un simile approccio, il quale ha avuto successo per lo meno nel breve termine in Venezuela, possa ora funzionare anche contro una potenza regionale come l'Iran; quanto meno non senza una guerra. Questo "disegno del regime", così come viene inteso dagli Stati Uniti - la rimodellazione del regime iraniano secondo gli interessi statunitensi - probabilmente non si sarebbe realizzato senza dei conflitti militari prolungati. Un breve dispiegamento della Delta Force, come a Caracas, non sarà sufficiente. Ed è proprio su questo che Washington sembra disposto a lavorare. Poco dopo l'inizio degli attacchi degli islamisti di Stato siriano contro il Rojava, i rappresentanti dell'auto-amministrazione curda hanno riferito che le autorità statunitensi avevano chiesto loro di combattere contro le milizie sciite in Iran, le quali sarebbero state mobilitate in caso di conflitto. Ora, è già in corso una mobilitazione delle forze irano-curde, ai fino di un possibile conflitto in Iran, il quale dovrebbe manovrare tra la loro strumentalizzazione geopolitica e la ricerca della liberazione dei Curdi. Ed è proprio questo che la Turchia porta sulla scena, agendo come uno degli oppositori regionali più importanti al rovesciamento del regime dei mullah, dato che l'Iran - simile alla Siria - ha una grande minoranza curda, la cui autonomia, o autogestione, Ankara vuole impedire che avvenga secondo il modello del Rojava. Sembra quindi che il rinnovato tradimento di Trump nei confronti dei Curdi siriani, rappresenti un prezzo geopolitico, volto ad attenuare la resistenza di Ankara al regime che si intende rovesciare in Iran. Inoltre, si può presumere che alla Turchia sia stata promessa anche una zona cuscinetto sul territorio iraniano, simile alla sua zona di occupazione nel nord dell'Iraq. [*22]
Ancora una volta, i Curdi stanno pagando il prezzo per quelli che sono degli accordi imperialisti tra potenze maggiori e potenze regionali. La crisi del sistema mondiale capitalista, procede come se fosse un processo storico che si svolge secondo delle fasi, e dopo la spinta alla denazionalizzazione proveniente dalla Primavera Araba, l'Iran si trova ora sull'orlo del collasso. Il nuovo imperialismo di crisi dell'amministrazione Trump, [*23] potrebbe essere inteso come una forma di adattamento alla crisi, da parte delle élite funzionali tardo capitaliste, in cui gli sconvolgimenti economici che avvengono nella semi-periferia vengono ora sfruttati per un intervento militare da parte dei centri capitalistici. Spinto da delle contraddizioni socio-ecologiche insopportabili, quello che sta emergendo nella regione, è un nuovo sconvolgimento violento, ma che tuttavia, in linea di principio, è aperto; proprio così come lo era in Siria, e se sarà possibile continuerà in qualche modo a mantenere vivo il progetto del Rojava. Tutte quelle forze di opposizione in Iran, che sono riuscite a sopravvivere all'ultima ondata di massacri, potrebbero così ben presto trovarsi in una situazione in cui saranno di fronte, non solo al regime dei mullah in erosione, ma anche agli sforzi di crisi imperialisti volti a instaurare, nel Caos, un nuovo regime dittatoriale dello Scià. Tuttavia, la disgregazione del sistema mondiale tardo capitalistico, la trasformazione del sistema, e la conseguente lotta per la trasformazione sono tutte cose inevitabili. Per ciò che resta della sinistra - nonostante e malgrado ogni regressione, ogni repressione e ogni opportunismo -  di conseguenza, non esiste alternativa alla lotta per riuscire ad avviare un percorso emancipatorio relativo a questo processo di trasformazione. In Rojava così come in Iran. E in tutti quei centri il cui neo-imperialismo viene alimentato da quello stesso processo di crisi che ora sta devastando la semi-periferia.

Tomasz Konicz [***] - 28 gennaio 2026 -

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NOTE:

1 https://www.latimes.com/world/middleeast/la-fg-cia-pentagon-isis-20160327-story.html

2 https://www.kritiknetz.de/images/stories/texte/Islamischer_Staat.pdf

3 https://www.telepolis.de/article/Allianzen-Almosen-Massaker-3366580.html

4 https://archiv.telepolis.de/features/Kobane-in-Truemmern-Tuerkei-in-Flammen-3367844.html

5 https://www.cnas.org/publications/commentary/obama-tried-to-pivot-to-asia-in-2011-we-must-succeed-this-time

6 https://www.telepolis.de/article/Abschied-vom-Menschenrechtsimperialismus-3713257.html https://www.konicz.info/2017/12/11/abschied-vom-menschenrechtsimperialismus/

7 https://www.konicz.info/2025/03/15/alles-muss-in-flammen-stehen/

8 https://www.konicz.info/2022/06/23/was-ist-krisenimperialismus/

9 https://ednews.net/en/news/politics/240234-turkey-has-right-to-act-in-self-defense-in-afrin-nato-chief-stoltenberg-says

10 https://www.konicz.info/2018/01/21/afrin-erdogans-werk-und-putins-beitrag/

11 https://www.konicz.info/2019/10/26/der-krieg-der-neuen-rechten/

12 https://www.konicz.info/2022/12/29/das-vergessene-morden/

13 https://www.telepolis.de/article/Outsourcing-der-Barbarei-3336631.html

14 https://www.dw.com/en/greece-cyprus-israel-military-cooperation-explained-turkey-reaction/a-75394974

15 https://www.politico.eu/article/emmanuel-macron-decoded-text-message-donald-trump/

16 https://www.t-online.de/nachrichten/ausland/krisen/id_101098128/massenproteste-im-iran-neue-opfer-zahlen-offenbaren-dramatisches-ausmass.html

17 https://news.sky.com/story/why-are-people-protesting-in-iran-everything-you-need-to-know-13490639

18 https://www.theguardian.com/world/2026/jan/15/how-day-zero-water-shortages-in-iran-are-fuelling-protests

19 https://www.konicz.info/2026/01/11/die-herrschaft-der-terror-clowns/

20 https://therealnews.com/how-irans-theocrats-allied-with-and-then-crushed-the-left

21 https://www.msn.com/en-us/politics/international-relations/as-us-forces-build-up-trump-weighs-limited-strikes-to-shake-iran-s-regime/ar-AA1V1Ksq

22 https://www.konicz.info/2022/12/29/das-vergessene-morden/

23 https://www.konicz.info/2022/06/23/was-ist-krisenimperialismus/

 

martedì 27 gennaio 2026

Non dare una scusa a Trump ??!!???

Bugie che ti verranno dette
-  di Phil A. Neel - 25 gennaio 2026 -

   La città ghiacciata è sotto assedio. Nei lunghi inverni freddi nel cuore del Midwest l'aria può diventare così fredda da far male respirare. Mercenari mascherati su veicoli senza contrassegni vagano tra i cumuli di neve, rapendo persone dalla strada e portandole in centri di detenzione per periodi di tempo indefinito. Ciascuno dei mercenari riceve decine di migliaia di dollari in un "bonus di firma" (fino a 50k e 60k in cancellazione dei prestiti studenteschi) semplicemente per prendere le armi a favore del regime assediato. Di fronte a una crisi economica al rallentatore, in cui un surreale boom del mercato azionario sostenuto dallo Stato si accompagna a una persistente stagflazione nell'economia quotidiana, il leccapiedi è uno dei pochi settori che registra una vera crescita. Mentre le strade a Minneapolis si congelano, l’S&P raggiunge massimi storici. Nel frattempo, la crescita dell'occupazione dell'ultimo anno è stata così deludente che, dopo la pubblicazione dei dati, il regime si è mosso rapidamente per licenziare il capo dell'Ufficio di Statistiche del Lavoro e minacciare i media che riportavano i dati. [*1] Oltre al calo dell'occupazione dovuto al congelamento dell'immigrazione, la profondità della crisi è segnalata dal continuo calo del Tasso di Partecipazione alla Forza Lavoro, che ha rappresentato il più grande ostacolo alla crescita occupazionale nella prima metà del 2025 — indicando che sempre più persone stanno abbandonando completamente la forza lavoro, ma non essere rilevati dalle statistiche sulla disoccupazione. [*2] Possiamo quindi pensare all'assedio come a una sorta di keynesismo mercenario, che compensa la mancanza di occupazione nei nuovi settori della difesa alimentati dall'IA, che sono stati al centro dell'approccio più ampio di saccheggiamento e ristrutturazione della governance. Schierati da città lontane, ammanettano i detenuti e poi li picchiano quando non riescono a difendersi. Sparano colpi non letali con l'intento di ferire. Hanno ripetutamente investito persone con i veicoli. Le persone che tornano semplicemente a casa dal lavoro vedono i vetri rotti e vengono trascinate giù dai loro veicoli per essere picchiate e trattenute per ore, a volte giorni. Ora stanno sparando alle persone con munizioni vere. Hanno fatto irruzione nel parcheggio di una scuola media. Hanno tirato fuori una madre dall'auto, l'hanno messa su un furgone senza contrassegni e sono partiti, lasciando il suo bambino in un seggiolino con la portiera aperta a temperature sotto zero (fortunatamente salvata dalla folla). Hanno lanciato gas lacrimogeni e flashbang contro un'auto piena di bambini, rimandandoli tutti in ospedale, incluso un neonato di sei mesi che non riusciva a respirare. [*3] In rappresaglia per la risposta della comunità, hanno iniziato a perquisire anche le case dei cittadini, spesso sbagliando gli indirizzi. Il sindaco dice che non c'è nulla da fare. Il governatore ha convocato la guardia nazionale — da schierare non contro i mercenari, ovviamente, ma contro chi li protesta. Le autorità giudiziarie del paese non solo si rifiutano di procedere con i procedimenti, ma sono state invece incaricate di indagare sulle vittime e sui loro familiari. Ogni notte, tutti nel mondo guardano video di corpi avvolti nell'ombra, che si muovono nell'oscurità gelida della città assediata. Nelle dirette in diretta, la gente urla e piange, i mercenari lanciano minacce, sparano con le armi e, di fronte a una folla abbastanza numerosa, si ritirano. Gli hotel che li ospitano sono devastati. Le auto che abbandonano vengono saccheggiate. In risposta, il presidente invia altre truppe, un re folle in un corpo in decomposizione che urla mandati incoerenti dal suo palazzo nella palude. Il sole sorge e ci svegliamo con il sapore amaro di atrocità fresche che ci aspettano. Cinque anni fa, a pochi isolati dal luogo dove Renee Good fu uccisa dal codardo Jonathan Ross, un omicidio simile scatenò la più grande rivolta popolare da oltre una generazione. Poco dopo, ci furono raccontate una serie di bugie su questa ribellione. Ci è stato detto che si trattava di un "movimento sociale non violento", anche se sullo sfondo lampeggiava l'immagine di un commissariato di polizia in fiamme. Ci fu detto che, sebbene ci fosse stata qualche violenza, era stata iniziata da agitatori esterni, forse polizia o persino nazionalisti bianchi. Chiunque fossero, non erano membri della "comunità" ma individui semplicemente "in cerca di creare problemi." Ci era stato detto che il piano era sempre stato perseguire l'omicidio, ma era solo una coincidenza che le accuse fossero state presentate solo dopo che quasi tutte le grandi città di questo paese avevano visto i suoi centri depredati e incendiati. Ci dissero di tornare a casa, che era finita. Ci è stato detto che le rivolte erano solo la scusa di cui Trump aveva bisogno per dichiarare la legge marziale e annullare le prossime elezioni. Ci è stato detto che, se eletto, Biden avrebbe rimediato le cose. Ci è stato detto che le deportazioni sarebbero finite e che le politiche di Trump sarebbero state annullate. I bambini sarebbero stati liberati dalle gabbie. Ci è stato detto che dovevamo tornare alla politica come al solito — che questo era l'unico modo per "portare a termine le cose." Nel complesso, queste menzogne costituivano una singola, grande falsità: la rivolta non avvenne mai e non potrà mai più accadere. [*4] Ma lo spirito della storia si muove in modi strani. Ciò che è morto non muore mai del tutto. E sentiremo, ancora e ancora, le stesse bugie:

«Se sei qui legalmente, non hai nulla di cui preoccuparti...»
   Questa è sempre la prima bugia, creduta solo dai più squilibrati o senza cervello. Anche per il sostenitore convinto dello Stato, questa prima menzogna fu frantumata nel momento in cui fu sparato il colpo. Fu quindi riconfigurato: "se non stai ostacolando gli agenti federali..." E presto aggiunsero le solite aggiunte: "e perché eri presente a una rivolta in primo luogo?" (detto alle persone che vivono nel quartiere); "Perché portavi i tuoi figli a una protesta?" (alle famiglie che venivano a prendere i figli a scuola); "Questi cittadini hanno legami con gruppi radicali di sinistra" (vero di default per tutti coloro che si oppongono all'agenzia). Alla fine, la lista di bugie pronunciate da qualsiasi forza tirannica tende a normalizzarsi attorno alla guida stilistica dell'IDF raffinata nel suolo bombardato della Palestina, che da tempo è stato il laboratorio di nuovi orrori. E naturalmente, come anche un rapido sguardo alla storia dimostrerebbe, gli orrori non restano mai confinati alla terra santa. Quando il boomerang imperiale ritorna alla mano che lo ha lanciato, il processo inizia sempre con il cosiddetto "elemento criminale". E poi diventano i sinistrorsi e i sindacalisti. E poi i loro simpatizzanti. E poi qualsiasi nemico. Alla fine, prendono di mira i nemici intrinseci della nazione, rappresentati in termini di sangue e suolo. Già, completamente scollegati alle proteste, cittadini statunitensi sono stati detenuti durante raid e la validità dei loro certificati di nascita offerti è stata negata. I nativi americani sono stati trattenuti per giorni — usati, in parte, come leva per costringere i governi tribali ad aprire i loro territori all'agenzia. Non è un'esagerazione: nella città assediata, chiunque non sembri abbastanza bianco (e bianco nel modo giusto) deve portare sempre con sé la propria prova di cittadinanza, altrimenti rischia di essere trattenuto e rapito. Questo è, quasi parola per parola, lo scenario profetizzato dai "radicali di sinistra" all'avvento di agenzie come la Homeland Security (DHS) e l'ICE, dopo l'approvazione del Patriot Act da parte di una coalizione bipartisan durante la Guerra al Terrore. Fu proprio in questo periodo che la National Security Agency (NSA) acquisì nuovi poteri di vasta portata. La prima operazione inter-agenzia per colpire le "violente bande transnazionali" fu avviata nel 2005 sotto Bush, e prefigura gran parte del linguaggio ancora usato oggi. Ma il nuovo stato di sicurezza è stato uno sforzo congiunto. In effetti, sebbene avviati sotto un'amministrazione repubblicana, furono i Democratici a trasformarli in agenzie operative e ad ampliare enormemente i loro poteri. Sia ICE che il DHS furono rapidamente ampliati sotto Obama, che supervisionò la maggiore ondata di espulsioni e una grande ampliazione dei campi di deportazione, costruiti in parte grazie a un accordo senza gara da 1 miliardo di dollari con il contractor privato carcerario Core Civic (all'epoca Corrections Corporation of America). [*5] In effetti, Johnathan Ross, l'agente che ha ucciso Good, è stato assunto nell'agenzia nel pieno di questa ondata di deportazioni dell'era Obama. Negli stessi anni si è assistita all'espansione dei data center della NSA, inclusa la cerimonia di posa della prima pietra per il Comprehensive National Cybersecurity Initiative Data Center nello Utah, che è forse il nucleo dell'infrastruttura moderna di sorveglianza di massa. [*6] Allo stesso modo, è stata l'amministrazione Obama a firmare i primi accordi con Palantir per tracciare la criminalità transfrontaliera, gettando le basi per la collaborazione ormai storica della società con ICE. [*7] Oggi, l'azienda è stata incaricata di costruire un'app "che popola una mappa con potenziali obiettivi di deportazione, mostra un dossier su ciascuna persona e fornisce un 'punteggio di fiducia' sull'indirizzo attuale della persona..." [*8] Furono gli stessi anni in cui le richieste di "abolire l'ICE" presero per la prima volta piede, insieme alle richieste di annullare i programmi di sorveglianza della NSA e di smantellare la Sicurezza Interna. Inutile dire che queste richieste sono state respinte sia da Democratici che da Repubblicani come fossero nient'altro che le acute lamentele di radicali ostinatamente irrealistici. Ora affrontiamo esattamente la "realtà" che ci è stata promessa.

«L'assassino sarà perseguito...»
    Questa menzogna è la scialuppa di salvataggio per quei milioni di persone che ancora si aggrappano a un briciolo di fede in uno stato di diritto un tempo fiorente che, secondo ogni misura ragionevole, è già affondato nel mare buio e agitato. Ci verrà detto di aspettare, di lasciare che il sistema faccia il suo lavoro, come se l'ordine civico si rialzasse. In realtà, quell'ordine era sempre una cortesia temporanea, resa possibile solo dalle acque calme di un ordine imperiale ben oliato. Gettata nella crisi, la correttezza dello Stato viene sempre sacrificata al ribollire del puro potere sottostante. Coloro che fondano la loro fede in questa correttezza semplicemente non riescono a dare un senso al nuovo mondo in cui si trovano. Quello che stiamo vedendo, quindi, è il lento e imbarazzante crepuscolo della cortese ingenuità politica che ha definito un'intera generazione di liberali. I liberali sono, fondamentalmente, una specie avvocata. Togliendo la loro legislazione e cause legali resterai con penitenti confusi, accecati dagli orrori cupi intravisti brevemente dietro la loro fede infranta. Nel breve termine, continueranno più o meno come prima, solo con maggiore fervore. Di fronte a prove inconfutabili della loro realtà politica, i liberali si aggrapperanno ancora più fortemente alle rovine della loro civiltà crollata, intentando causa dopo causa, scrivendo ai loro rappresentanti, andando porta a porta a supplicare candidati mediocre per le elezioni di metà mandato come fanatici dolorosi che si flagellano come penitenza per la peste. Abbiamo già visto un flusso infinito di cause legali intentate contro quasi ogni aspetto del programma trumpista. Al 20 gennaio 2026, c'erano in totale 253 casi attivi che contestavano le azioni dell'amministrazione. Anche quando ottengono sentenze favorevoli, tuttavia, queste si rivelano inapplicabili. Da un lato, con un controllo decisivo sulla Corte Suprema e sulle nomine federali in ogni agenzia competente, qualsiasi contestazione legale può essere infine respinta. Già in 17 occasioni, la Corte Suprema ha annullato le ordinanze dei tribunali inferiori. [*9] Dall'altro, i poteri esecutivi possono essere mobilitati per annullare semplicemente le decisioni legali per decreto, sia apertamente (ad esempio attraverso la serie di grazia presidenziale riservate alle quinte) sia perseguendo gli stessi fini tramite canali diversi. Ad esempio, quando l'espulsione di Kilmar Abrego Garcia fu giudicata illegale da un tribunale inferiore (e in un raro caso, la decisione confermata dalla Corte Suprema), il governo federale cercò quindi di incriminarlo con accuse infondate per giustificare i successivi tentativi di deportazione. Tuttavia, proprio perché questi casi alla fine finiscono per i tribunali e generano effettivamente una certa dose di attriti amministrativi, i liberali riescono a mantenere una fede magica che potrebbero alla fine avere successo. Tutto ciò lascia poche speranze per una risposta giudiziaria agli omicidi di Renee Good e Alex Pretti. Poco dopo l'uccisione di Good, Ross fu evacuato dalla scena, che fu sgomberata senza alcuna registrazione di prove o indagini. Allo stesso modo, ad altre agenzie è stato vietato mettere in sicurezza la scena dell'omicidio di Pretti. Il Dipartimento di Giustizia non ha presentato alcuna accusa, né i funzionari cittadini o statali. Il regime ha sostenuto che Ross e tutti gli altri suoi mercenari godano di immunità totale. Hanno ripetuto bugie spudorate sull'uccisione di Pretti, immediatamente smentite da numerosi video. A questo punto, come per qualsiasi omicidio da parte della polizia, verranno presentate accuse in ognuno di questi omicidi solo se ci saranno mobilitazioni di massa di sufficiente portata e intensità. Le parate pacifiche, anche se enormi o mascherate da "sciopero generale" (ma che chiudono nessun grande datore di lavoro in città), non hanno alcuna via per raggiungere questo obiettivo. A questo punto, non esiste semplicemente alcun meccanismo immaginabile attraverso il quale le parate che protestano per attirare l'attenzione politica possano incoraggiare chiunque sia al potere a portare queste questioni a processo. Assalti a proprietà nemiche, blocchi duri e attività di sciopero potevano portare a un simile esito, come accadde le rivolte nel caso di George Floyd alcuni anni prima. In questo caso, tuttavia, anche un processo e una condanna potrebbero facilmente essere annullati tramite la grazia presidenziale e, se i casi del 6 gennaio sono indicativo, ci sono tutti gli indici che l'esecutivo la perseguirebbe. Lo Stato non può più essere affidabile nel garantire nemmeno una semplice imitazione della giustizia. I liberali restano a piangere, frustando la schiena piena di vesciche in atti di penitenza inutili sperando di riconquistare l'attenzione del loro dio delinquente. Alla fine, i loro foruncoli scoppiano e la peste li porta via come gli altri.

«ICE non è benvenuto qui...»
   Forse questo è vero in senso spirituale — nella mente del politico progressista convinto che, nel profondo del cuore, ICE non abbia alcun valore. Eppure, se permetti che vengano commesse atrocità davanti a te e non prendi alcuna azione sostanziale per fermarle oltre a un discorso deciso e magari qualche causa debole o due, non stai forse concedendo anche in spirito? Questa menzogna è diventata un ritornello comune tra i politici locali. Il sindaco l'ha detto. Anche il governatore. E, nonostante sia chiaramente "non benvenuto", ICE si è sentito a casa. I mercenari vagano per le strade. Sfondano le porte delle persone, dicendo dai loro superiori che non hanno bisogno di un mandato firmato da un giudice. L'ordine è chiaramente illegale, ma questo sembra non avere più grande importanza. [*10] Le uniche forze anche solo lontanamente mobilitate contro questa invasione sono state persone comuni, rischiando prigionia, smembramento e morte per affrontare gli uomini armati inviati a portare i vicini nei campi di prigionia. Reti di difesa comunitaria robuste si intrecciano attraverso la città ghiacciata, radicate nelle infrastrutture costruite proprio da quegli instancabili "estremisti di sinistra" che tanto turbano il regime. A causa di queste reti, i mercenari raramente possono muoversi senza essere tracciati, raramente fermarsi senza essere circondati e raramente agire senza essere filmati. Senza dubbio, reti di risposta comunitaria di questo tipo sono tra le forme più importanti di organizzazione di classe che gli Stati Uniti abbiano visto negli ultimi decenni. Come spiegato da Adrian Wohlleben: «Con la costruzione di hub di difesa, o "centros", combinata con altre pratiche di tracciamento autonomo, stalking e disruption, la lotta attuale contro l'ICE ha avviato una ripoliticizzazione dell'intelligence infrastrutturale, insieme a un'inversione della sua orientazione "cinegetica" (da preda a predatore). Questo fatto, unito alla notevole tendenza a riposizionare il politico negli spazi della vita quotidiana, indica tutti un superamento dei limiti del 2020... » [*11] Eppure sembra improbabile che anche questa intelligenza infrastrutturale distribuita, incorporata nel tessuto urbano della vita quotidiana, sia sufficiente. Anche se è un primo passo necessario, lo slancio della storia spesso supera i nostri sforzi. Per tenere il passo richiede un salto in avanti nell'ignoto.

«Andate a votare...»
   Ci troviamo di fronte a una dura realtà: l'invasione è arrivata, la sacra "resistenza" della classe politica non è mai arrivata, e il potere grezzo che governa il mondo è visibile a tutti. I democratici hanno già, in generale, rifiutato le richieste di spingere per l'abolizione dell'ICE e hanno invece sostenuto la loro formula stanca di bodycam e un miglior addestramento. [*12] Di fronte a tutto questo, come può persistere una bugia così semplice? Come si potrebbe essere legittimamente convinto che votare, per di più alle elezioni di metà mandato, avrebbe attenuato il potere del regime? Tuttavia, anche per gli ex liberali disillusi nella loro fiducia nei canali legali che ora inseguono ICE nella loro Honda Fit, sventolando il loro piccolo fischietto e brandendo il telefono come uno scudo — e, nonostante la sciocchezza dell'immagine, rischiando legittimamente la vita per farlo — una fiducia residua nel sistema elettorale rimarrà anche dopo che ogni fiducia nell'ordine giudiziario sarà stata infranta. Le elezioni sono, per i liberali, esattamente il modo in cui i torti sistemici vengono corretti. Offrono una via di ritorno nei regni legislativo ed esecutivo da cui sembra essere esercitato il potere. Pertanto, conquistare il legislatore nel 2026 e, si spera, l'esecutivo nel 2028 sembra un mezzo ragionevole attraverso cui il regime potrebbe essere deposto e i suoi torti correggere. Eppure, anche per il liberale ora mobilitato, la paura ombreggia il fondo della mente: e se fosse davvero una bugia? L'illusione del "uscire e votare" persiste, in parte, perché gli Stati Uniti sono ormai completamente degenerati in ciò che Ernst Fraenkel, un avvocato del lavoro vissuto durante l'ascesa dei nazisti, definì lo "stato duale", in cui il regime è in grado di "mantenere in carreggiata un'economia capitalista governata da leggi stabili — e mantenere una normalità quotidiana per molti dei suoi cittadini — stabilendo allo stesso tempo un dominio di illegalità e violenza di stato", nelle parole dello studioso Aziz Huq. In questa modalità a due binari, uno "stato normativo" segnato da un "ordinario sistema giuridico di regole, procedure e precedenti" continua a operare, mentre parallelamente uno "stato di prerogativa" definito da "arbitrarietà e violenza illimitate senza garanzie legali" diventa la norma in alcune aree geografiche o nella governance di particolari gruppi demografici. Per Fraenkel, questa zona "senza legge" non annulla completamente quella legale, ma opera in tandem con essa, anche se i "due stati convivono in modo incerto e instabile" perché "persone o casi potrebbero essere strappati fuori dallo stato normativo e nel prerogativo" per capriccio politico. Ma la tendenza è chiara: col tempo, lo stato dittatoriale "prerogativa distorcerà e lentamente svelerà le procedure legali dello stato normativo, lasciando un dominio sempre più ristretto al diritto ordinario." [*13] Questo è possibile, in parte, perché il potere sociale non opera principalmente attraverso lo stato. Alla radice, il potere dell'élite sulle masse è economico. Lo Stato e l'intera classe politica che lo governa sono, in ultima analisi, un'emanazione di questa forma più fondamentale di potere di classe, definita dal controllo sulla ricchezza sociale. Questa è la chiave per comprendere il comportamento apparentemente suicida del regime: lo Stato non è mai stato destinato a servire come istituzione rappresentativa universale che difenda i diritti del "popolo" in astratto. È sempre stato progettato per essere, alla fine, una macchina per negoziare e difendere gli interessi dell'élite proprietaria. In certi periodi di prosperità imperiale, gli interessi generali della popolazione sono vagamente in linea con quelli dell'élite. Ma questi sono accordi temporanei. Sebbene Fraenkel, nato e cresciuto in una di queste epoche, consideri lo stato prerogativo come l'eccezione, in realtà è più vicino alla norma storica. Il mistero del comportamento bizzarro del regime si dissolve quando lo vediamo sia come una lotta fazionale tra l'attuale nucleo di élite — in altre parole, come un meccanismo di potere e saccheggio impiegato da certe frazioni di capitale contro la popolazione in generale, e potenzialmente a scapito di altre fazioni — sia come un tentativo frenetico di queste élite, sfidati da blocchi di capitale in ascesa altrove, a tracciare una rotta strategica che porterà il loro potere a sopravvivere in un futuro geopolitico incerto. Forse la tendenza più importante che sta dietro l'emergere di uno stato duale dittatoriale è questa: anche se l'inflazione cancella gli stipendi e i costi energetici schizzano alle stelle nell'economia quotidiana, il mercato azionario è esploso a livelli senza precedenti. Di conseguenza, i quindici capitalisti più ricchi del paese hanno guadagnato quasi 1 trilione di dollari di ricchezza nel corso del 2025 (da 2,4 trilioni a 3,2 trilioni di dollari), mentre tutti i 935 miliardari negli Stati Uniti insieme ora controllano il doppio della ricchezza (8,1 trilioni di dollari) rispetto alla metà inferiore della popolazione (170 milioni di persone). [*14] E non è nemmeno un'eccezione trumpista. Fa invece parte di una tendenza che si sta costruendo fin dall'era Obama dei primi anni 2010 — che a sua volta ha rilanciato una tendenza iniziata alla fine degli anni '90 con la prima bolla dot-com, prima di essere interrotta dal suo crollo — e che si è accelerata a livelli senza precedenti non sotto Trump ma sotto Biden. In totale, lo 0,01% più ricco degli americani (circa 16.000 famiglie d'élite) ora controlla circa il 12% della ricchezza nazionale, tre volte la stessa quota di persone controllate all'apice dell'Età Dorata. [*15] Nonostante i continui avvertimenti che Trump stia "facendo crollare l'economia", la realtà è che l'economia sta funzionando benissimo. Data questa dura realtà, non dobbiamo immaginare che eleggere democratici in distretti già manipolati come un pollo macellato porterebbe a un regime diverso in modo sostanziale da quello attuale.

«Non dare una scusa a Trump...»
   Qui arriviamo al cuore della questione. Una volta che l'illusione di civiltà crolla, rivelando la forza e la frode del potere in quanto tale, emergono nuove menzogne per servire funzioni classiche contro-insurrezionali. Il loro scopo è attenuare la risposta immediata allo stato tirannico, assisterlo nella sua repressione smascherando attori militanti e ostacolare qualsiasi preparazione a ciò che sta per accadere. "Non dare loro una scusa", "Non abboccare", "Non dare loro ciò che vogliono" — tutto accompagnato da nuove teorie del complotto su mattoni già piantati e agenti provocatori. Come nel 2020, queste menzogne ruotano attorno all'affermazione che reagire all'esercito invasore di mercenari darà infine al governo una scusa per invocare l'Insurrection Act e imporre la legge marziale. Questa menzogna sembra avere integrità perché il regime ha ripetutamente minacciato di fare proprio questo. Ma ogni traccia di logica svanisce altrettanto presto. Come sarebbe una "scusa" sufficiente, e perché un regime che non ha assolutamente alcun scrupolo a violare la costituzione, falsificare prove e perseguitare i suoi oppositori dovrebbe aver bisogno di una simile scusa? Perché non semplicemente fabbricarne uno? Gli agenti federali hanno invaso una città e stanno attivamente aggredendo e uccidendo civili — questa è già una forma di legge marziale, solo senza la documentazione. Ancora più importante, l'intero scopo della legge marziale è far rispettare la quiescenza. Premiare preventivamente il regime con esattamente ciò che vuole non tanto evita la legge marziale quanto la rende inutile. Se le persone continuano a rifiutarsi di essere quiescenti e il regime alla fine invoca i poteri normativi appropriati per dichiarare la legge marziale, non sarà colpa di nessuno se non del regime stesso, indipendentemente da ciò che sceglierà come trigger. Ma dobbiamo anche chiederci se la legge marziale sia davvero necessaria. Come suggerisce il modello a doppio stato di Fraenkel, non c'è un singolo momento in cui un governo eletto diventi improvvisamente autoritario. Invece, le forme prerogative di potere coesistono con quelle normative e ne espandono progressivamente il regno d'influenza nel tempo. L'assedio delle Twin Cities è una prova chiara che un tale processo è ben avviato. Presentare pacificamente proteste contro il potere prerogativo non ne ferma il progresso. Ci troviamo quindi con un compromesso: o protestare e registrare mentre la repressione si intensifica lentamente nell'ombra, oppure resistere apertamente e così costringere quella repressione a mostrarsi a tutti. La prima comporta rischi immediati inferiori. Può essere giustificata come una pausa strategica mentre costruiamo le nostre capacità. Ma tale affermazione richiede quindi di indicare dove queste capacità si stanno costruendo. Nel frattempo, resistere apertamente comporta enormi rischi immediati: arresti di massa, torture e assassinii mirati di attivisti, e l'apertura della porta a un impiego ancora più ampio del potere prerogativo contro una parte più ampia della popolazione. La differenza chiave tra i due è che la resistenza aperta comporta almeno la possibilità di innescare la mobilitazione di massa necessaria per costruire il potere popolare e rovesciare un'élite tirannica, mentre presentare petizioni attraverso canali normativi ristretti non comporta alcuna possibilità simile. La storia dimostra chiaramente che tentare di attendere la scivolata verso gradi più profondi di tirannia nella speranza che lo stato normativo venga restaurato grazie all'intervento dei suoi aderenti rimasti (in questo caso, politici democratici, alcuni repubblicani centristi e tecnocrati governativi come Jerome Powell) non fa che rafforzare ulteriormente le élite che beneficiano dell'ordine prerogativo. La domanda è quindi duplice: Primo, cosa si deve fare? Secondo, cosa ci verrà fatto comunque? Ed è qui che emerge la questione della guerra civile. La politica americana può essere intesa come sempre esistente in uno stato latente di guerra civile. In certe condizioni, quella latenza poi diminuisce e lo spettro di una vera guerra civile diventa ampiamente visibile. Già nel 2020, questo "onnipresente spettro di una seconda guerra civile, più balcanizzata" era entrato nella coscienza pubblica.[*16] La visione di una guerra civile tende a seguire i cambiamenti nello schieramento del potere statale, in particolare in risposta a sconvolgimenti emancipatori. Come spiegato da Idris Robinson: «Il funzionamento fondamentale dello stato funziona respingendo la minaccia onnipresente di una guerra civile. Lo Stato in quanto tale può essere considerato come ciò che blocca e inibisce la guerra civile. Ciò che rende unico questo paese è la nostra tradizione emancipatoria singolare, che è a sua volta legata alla nostra comprensione della guerra civile.» [*17] In effetti, la ristrutturazione apparentemente suicida dello stato in due binari è un mezzo standard attraverso cui si ostano rivolte popolari e altri conflitti sociali incendiari e si ripristina l'ordine esistente. In passato, i poteri prerogative venivano invocati proprio per scacciare lo spettro di una guerra civile e rivoluzione. Dalla sua approvazione nel 1807, l'Insurrection Act è stato invocato almeno 30 volte da quindici presidenti, formalmente e informalmente. Allo stesso modo, la legge marziale è stata dichiarata almeno 68 volte. Sebbene entrambi siano stati usati per contenere minacce di destra (in particolare durante la Ricostruzione e il movimento per i diritti civili del dopoguerra) o conflitti violenti tra gruppi di operai, di gran lunga gli usi più comuni della forza militare federale sono stati la repressione di rivolte di schiavi, scioperi e altre rivolte. Uno dei primi grandi schieramenti interni dell'esercito statunitense fu quello del genocida Andrew Jackson per reprimere la ribellione degli schiavi di Nat Turner nel 1831. Allo stesso modo, l'Insurrection Act fu invocato da Rutherford Hayes per fermare il Grande Sciopero delle Ferrovie del 1877, da Warren Harding durante la Battaglia di Blair Mountain nel 1921 — la più grande rivolta armata dalla Guerra Civile — da Lyndon Johnson in risposta alle rivolte che seguirono l'assassinio di Martin Luther King Jr. nel 1968, e da George H.W. Bush in risposta alla rivolta di Los Angeles nel 1992. [*18] In altre parole, né invocare l'Insurrection Act né dichiarare la legge marziale significa necessariamente un'imminente guerra civile o anche solo la sospensione del potere normativo.

«Un agente provocatore l'ha iniziata...»
   Con il proseguire dell'assedio, le atrocità si accumulano, e le suppliche e le proteste dei politici progressisti dimostrano che sono impotenti, qualcosa cederà. Sempre più persone si dedicheranno a distruggere le proprietà ICE ogni volta che possono. Sempre più persone vedranno la necessità di chiudere e distruggere l'infrastruttura economica fondamentale attraverso cui opera il potere d'élite. Ad esempio, United Health Group, con sede nei sobborghi di Minneapolis, è stato uno dei principali donatori della campagna di Trump (oltre 5 milioni di dollari, insieme a Musk) ed è uno dei principali beneficiari delle politiche del Progetto 2025 di Trump.[*19] Allo stesso modo, la società Target, anch'essa con sede nei sobborghi delle Twin Cities — e nota per gestire uno dei più grandi database di riconoscimento facciale al mondo, condividendo quei dati con il governo — ha donato 1 milione di dollari al fondo per l'inaugurazione di Trump e ha collaborato attivamente con la forza occupante. [*20] Quando la polizia e la guardia nazionale arriveranno a sostenere l'ICE, la gente si rivolterà. L'attività degli scioperi si diffonderà. Alla fine, quando diventa chiaro che l'ICE può e vuole ucciderti senza conseguenze, qualcuno risponderà al fuoco. È qui che emerge la menzogna finale, che ci dice che la rivolta stessa non è stata iniziata dal popolo, ma da "agitatori esterni", poliziotti sotto copertura o persino suprematisti bianchi. Questa menzogna ha una storia antica, già ben documentata. [*21] Eppure la menzogna persiste, attivamente perpetuata da attivisti che operano come autoproclamati informatori all'interno di ogni determinato movimento. Sostenendo che qualsiasi azione aggressiva contro il nemico sia compiuta da agenti della polizia segreta, questi informatori de facto inseguono, sorvegliano e talvolta detengono i manifestanti per consegnarli alla polizia. Spesso, la polizia stessa alimenta questo mito, come durante la ribellione di George Floyd nel 2020, quando si diffusero voci secondo cui la prima finestra fosse stata rotta da un poliziotto sotto copertura o da un suprematista bianco e la polizia rilasciava poi una dichiarazione giurata fingendo di averlo identificato come membro degli Hells Angels, per poi ritirare silenziosamente la denuncia poco dopo — non furono mai presentate accuse, mentre le prove nei registri degli arresti mostravano chiaramente che la maggior parte degli arrestati durante le rivolte proveniva dalla zona immediata. [*22] Altri due casi del 2020 dimostrano le conseguenze della diffusione di tali voci. La prima è avvenuta a Seattle: dopo che la polizia ha abbandonato il distretto est della città, l'area è stata occupata dai manifestanti. I dibattiti infuriarono sul fatto che il distretto sarebbe stato incendiato, come a Minneapolis. Molti sostenevano che qualsiasi tentativo sarebbe stato l'azione di un agente provocatorio. Poi, il 12 giugno, un uomo vestito da sole si è preso la briga di provarci, accumulando detriti contro il lato dell'edificio, incendiandolo e uscendo. Gli attivisti presenti spensero l'incendio mentre altri inseguivano e filmavano l'uomo, sostenendo che fosse un agente provocatore. Sebbene sia riuscito a fuggire, questi informatori attivisti hanno poi pubblicato queste immagini online e le hanno promosse fino a condividerle con la polizia, che ha usato le immagini per identificare Isaiah Thomas Willoughby come sospettato. Willoughby si dichiarò colpevole di incendio doloso l'anno successivo e fu condannato a due anni di carcere e a diversi anni di libertà vigilata successivamente. Poco dopo, si scoprì che Willoughby non era un agente provocatorio, ma il coinquilino in lutto di Manuel Ellis, un uomo disarmato ucciso dalla polizia nella vicina Tacoma all'inizio di quell'anno. [*23] Il secondo caso si è svolto ad Atlanta: dopo che Rayshard Brooks è stato ucciso dalla polizia di Atlanta fuori da un locale Wendy's, persone del quartiere circostante hanno occupato il lotto e successivamente hanno bruciato l'edificio. Gli informatori-attivisti hanno subito affermato che l'incendio doloso fosse stato un atto di un agente provocatore e hanno setacciato internet per trovare video di una donna bianca che avrebbe appiccato l'incendio, che sono stati poi consegnati alla polizia. La donna bianca però non era un'agente provocatrice. Era invece la fidanzata di Rayshard Brooks e, a causa di questi informatori, fu accusata e dichiarata colpevole di incendio doloso aggravato. [*24] Questo non significa che poliziotti sotto copertura o informatori non si infiltrino nelle proteste. Ci sono prove ben documentate che lo fanno. Allo stesso modo, agenti federali si infiltrano nei gruppi di attivisti, dove poi suggeriscono e aiutano a coordinare azioni altamente illegali come forma di intrappolamento — questo è assolutamente un aspetto di cui stare attenti all'interno delle assemblee pubbliche e degli spazi chiusi per la pianificazione e la preparazione. Ma questo non avviene in mezzo a una protesta attiva. Come qualsiasi veterano delle lotte politiche negli Stati Uniti può dirvi, gli undercover inseriti nel mezzo delle proteste sono quasi sempre incaricati di registrare, comunicare con la polizia dall'altra parte e, in certi casi, detenere i partecipanti che si preparano a lanciare oggetti o impugnano armi. In altre parole, la polizia sotto copertura svolge una funzione molto simile agli stessi informatori-attivisti. Lo scopo finale del mito dell'agente provocatore è quindi far sì che gli attivisti svolgano il ruolo dei contro-insorti.

«Siamo in inferiorità...»
   La bugia finale afferma che, anche se ci provassimo, non c'è reazione. Questa è la scusa già mobilitata dal sindaco, che ha giustificato il non mobilitare la polizia per ostacolare o indagare sui mercenari sostenendo che l'ICE supererebbe in numero e in armamenti le forze dell'ordine locali. [*25] Allo stesso modo, il governatore sa che chiamare la guardia nazionale contro un'agenzia federale sarebbe un atto criminale, con conseguente federalizzazione delle truppe statali che, se ciò comportasse catene di comando spaccate, è convenzionalmente vista come la via più probabile per scontri tra forze statali e federali e, di conseguenza, l'inizio di una guerra civile — come spiegato in un articolo ampiamente condiviso che documenta simulazioni di potenziali conflitti civili gestiti da accademici presso l'Università della Pennsylvania.[*26] Eppure tutti questi racconti non riescono a cogliere due fatti chiave. Innanzitutto, prendono la presunta opposizione tra "Democratici" e "Repubblicani" per buona, sopravvalutando così la disponibilità dei politici locali — molti finanziati dagli stessi interessi aziendali di Trump — a impegnarsi in qualsiasi cosa che assomigli anche solo a una resistenza significativa a un'invasione federale. In secondo luogo, presumono che la resistenza debba provenire dallo stesso stato, forse sostenuta da istituzioni affiliate come sindacati e organizzazioni non profit. Così facendo, ignorano completamente il ruolo di una popolazione mobilitata. La prospettiva di una vera guerra civile nasce quando si stabilisce e i conflitti materiali tra élite coincidono con disordini popolari, permettendo a queste ultime di servire da veicolo per le prime. Le guerre civili possono degenerare in conflitti rivoluzionari quando la loro dimensione popolare è organizzata indipendentemente da queste élite e assume un carattere partigiano — cioè una dimensione che non cerca semplicemente una redistribuzione di beni o diritti all'interno del sistema esistente, ma la trasformazione sociale di quel sistema stesso, verso scopi emancipatori. Al momento, i conflitti tra gruppi d'élite non sono affatto sufficienti a incoraggiare una ribellione guidata dai politici locali. C'è pochissima probabilità che il conflitto simulato tra forze statali e federali avvenga effettivamente a meno che non venga scatenato dall'esterno, cioè da disordini popolari dal basso. Ed è proprio qui che le previsioni esistenti falliscono, rifiutandosi di considerare la prospettiva di un conflitto più generale, a livello di società, con le forze occupanti. La realtà che i politici liberali cercano disperatamente di mascherare è che il popolo supera di gran lunga la forza invasore, che il potere delle élite economiche che si trovano dietro Trump dipende dai lavoratori e, se anche minimamente organizzati, queste persone hanno quindi la capacità di sconfiggere l'invasione da sole.

- Phil A. Neel - 25 gennaio 2026 - Immagini: David Guttenfelder  - fonte: https://illwill.com/

NOTE:

1.Peter Hart, "Gli attacchi di Trump ai numeri dell'occupazione sono rumorosi – e ancora pericolosi," Center for Economic and Policy Research, 23 settembre 2025 (online qui).

2.Leila Bengali, Ingrid Chen, Addie New-Schmidt e Nicolas Petrosky-Nadeau, "Il recente rallentamento della domanda e dell'offerta di lavoro," Federal Reserve Bank di San Francisco, 12 gennaio 2026.

3.Kilat Fitzgerald, "Sparatoria ICE a North Minneapolis: Bambini ricoverati dopo flashbang, gas lacrimogeno colpito da un furgone," Fox9 KMSP, 15 gennaio 2025 (online qui).

4.Identificando questa risposta fin dall'inizio, Idris Robinson affermò la verità: "Una rivolta militante a livello nazionale si è effettivamente verificata. L'ala progressista della contro-insurrezione cerca la negazione e la disarticolazione di questo evento." ("Come dovrebbe essere fatto," Ill Will, 16 gennaio 2020 (online qui).

5.Eric Levitz, "Il dono di 1 miliardo di dollari dell'amministrazione Obama all'industria delle prigioni private," New York Magazine Intelligencer, 15 agosto 2016 (online qui).

6.Ingrid Burrington, "Una visita al Data Center della NSA nello Utah," The Atlantic, 19 novembre 2015. Online qui.

7.Palantir, "Informazioni su Palantir," Palantir, 21 agosto 2025 (online qui).

8.Joseph Cox, "'ELITE': L'app Palantir che ICE usa per trovare quartieri da perquisire," 404 Media, 15 gennaio 2026 (online qui).

9.Lawfare, "Trump Administration Litigation Tracker," Lawfare, 20 gennaio 2026 (online qui).

10.Luke Barr, "Il memorandum ICE consente agli agenti di entrare in casa senza mandato giudiziario: denuncia per whistleblower," ABC News, 22 gennaio 2026 (online qui).

11.Adrian Wohlleben, "Rivolte senza rivoluzione," Ill Will, 14 novembre 2025 (online qui).

12.Mychal Denzel Smith, "'Abolish ICE' è più popolare che mai. Come faranno i Democratici Fallire questa volta?", The Intercept, 18 gennaio 2026 (online qui).

13.Aziz Huq, "L'America sta assistendo all'ascesa di uno stato duale," The Atlantic, 23 marzo 2025 (online qui).

14.Sharon Zhang, "I primi 15 miliardari statunitensi hanno guadagnato quasi 1 trilione di dollari di ricchezza nel primo anno di Trump," Truthout, 7 gennaio 2026 (online qui).

15.Marcus Nunes, "La grande riconcentrazione: perché gli ultra-ricchi americani ora controllano il 12% della ricchezza nazionale," Money Fetish, 20 gennaio 2026. Online qui. (La figura citata da Nunes 2026 utilizza la metodologia stabilita in: Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, "The Rise of Income and Wealth Inequality in America: Evidence from Distributional Macroeconomic Accounts", Journal of Economic Perspectives, 34(4), autunno 2020 (online qui).

16.Robinson, "Come dovrebbe essere fatto."

17.Robinson, "Come dovrebbe essere fatto."

18.Joseph Nunn, Elizabeth Goitein, "Guida alle invocazioni dell'Insurrection Act," Brennan Center for Justice, 25 aprile 2022 (online qui).

19.Ian Vandewalker, "Un'ondata senza precedenti di grandi somme per il Super PAC legato a Trump," Brennan Center for Justice, 5 agosto 2025. Online qui; People's Action, "UnitedHealth sarà uno dei principali beneficiari del Progetto Trump 2025," People's Action, 15 ottobre 2024 (online qui).

20.KPFA, "Il lato nascosto dell'obiettivo: sorveglianza, polizia e un appello al controllo," KPFA, 20 febbraio 2025. Online qui; Mike Hughlett, "Target ha donato 1 milione di dollari al fondo inaugurale di Trump, una prima volta per l'azienda," The Minnesota Star Tribune, 29 aprile 2025 (online qui); Louis Casiano, "Agitatori anti-ICE occupano il negozio Minnesota Target, il rivenditore a domanda smette di aiutare gli agenti federali", Fox News, 19 gennaio 2026 (online qui).

21.Dave Zirin, "La finzione dell''agitatore esterno'," The Nation, 3 maggio 2024 (online qui); Code Switch, "Smascherare l''agitatore esterno'", NPR, 10 giugno 2020 (online qui); Glenn Houlihan, "L''agitatore esterno' è un mito usato per indebolire i movimenti di protesta," in These Times, 3 giugno 2020 (online qui).

22.Logan Anderson, "Chi era l'Uomo Umbrella, che ha rotto finestre prima del 'primo incendio' nelle proteste di Minneapolis del 2020?" The Minnesota Star Tribune, 30 maggio 2025 (online qui).

23.Mike Carter, "Manifestante CHOP che si è dichiarato colpevole di incendio doloso era il coinquilino di Manuel Ellis, dice l'avvocato," The Seattle Times, 9 giugno 2021 (online qui); Ufficio del Procuratore degli Stati Uniti, "Uomo di Tacoma condannato a due anni di carcere per incendio nelle prime ore del mattino nella zona 'CHOP'," Ufficio del Procuratore degli Stati Uniti Distretto Occidentale di Washington, 5 ottobre 2021 (online qui)

24.Per una panoramica delle proteste ad Atlanta, vedi: Anonimo, "At the Wendy's: Armed Struggle at the End of the World," Ill Will, 09 novembre 2020 (online qui). Per le conseguenze legali, vedi: Kate Brumback, "2 Plea Guilty in Fire at Atlanta Wendy's During Protest After Rayshard Brooks Assassining," Claims Journal, 7 dicembre 2023 (online qui).

25.Tim Miller e Anne Applebaum, "Anne Applebaum e Jacob Frey: usare le bugie per giustificare la violenza," The Bulwark, 9 gennaio 2026 (online qui).