giovedì 22 settembre 2022

La vita come sogno …

Tutti i racconti di uno dei «cattivi maestri» della letteratura e della cultura italiane
Considerato da Borges e Calvino, come pure da Caillois, un maestro del fantastico, Papini si impose all’attenzione del pubblico come narratore fin dalla gioventù, con l’uscita delle raccolte Il tragico quotidiano (1906) e Il pilota cieco (1907). Da allora continuò a coltivare l’arte del racconto fino agli anni Cinquanta, proponendo uno stile limpido e allucinato al tempo stesso, che insinua l’ombra del mistero tra le pieghe della cronaca quotidiana. Dopo oltre sessant’anni di assenza dalle librerie, il lettore ritrova finalmente in un unico volume tutte le raccolte narrative di Papini e i suoi racconti dispersi. Ne emerge il profilo di un narratore di statura europea, da riscoprire anche per la sua capacità di prefigurare le inquietudini del mondo attuale.
L’edizione è accompagnata da un ampio saggio introduttivo, da un apparato ricco di dettagli storici e filologici, e da due brillanti interventi d’autore che rendono omaggio al grande scrittore oggi in gran parte dimenticato.

(dal risvolto di copertina di: Giovanni Papini, I Racconti. A cura di Raoul Bruni. Clichy. Pag. 720. €25)

Giovanni Papini. Lo scrittore indegno
- di Piero Melati -

Più che un eretico irriducibile, fu bastian contrario al modo del suo amato Michelangelo. Quando nel 1949, sette anni prima di morire, scrisse la biografia del genio rinascimentale, era già stato futurista in rotta con i suoi sodali, interventista poi pentito nella prima guerra mondiale, invischiato col fascismo dopo la conversione religiosa del 1921, che lo porterà a scrivere una Storia di Cristo, tanto irriverente da valergli quasi la scomunica. Ma fu nel lavoro su Michelangelo che il fiorentino Giovanni Papini decise di tagliare i ponti. Nel libro sullo scultore, dapprima, sposerà l’audace tesi michelangiolesca sulla Pietà, che vede nel celebre capolavoro esposto in San Pietro una Madonna raffigurata con il volto addirittura più giovane del Cristo suo figlio. Michelangelo, che per  questo venne criticato in vita, aveva a suo tempo spento le accuse citando il canto XXXIII del Paradiso dantesco, dove San Bernardo definisce Maria “Vergine Madre, Figlia del tuo Figlio”. Papini, dopo averlo condiviso, ne approfitta per rincarare la dose: in quella innaturale e giovane bellezza di Maria c’è “il riflesso di un mondo che non è ancora il cielo ma non è più la terra”. Insomma, prima che una “voragine” dottrinale teologica, la Pietà è una epifania del paradiso, una fessura apertasi verso altre dimensioni sconosciute. Così il vecchio ex futurista, alla velocità degli amati treni-icone della sopraggiunta modernità (un mito condiviso con Palazzeschi all’inizio del ’900) e con la stessa furia con cui Marinetti definì la guerra “igiene del mondo”, si tuffa in un volo magico come un mistico delle lettere. Se in punto di morte, tormentato da una sclerosi laterale amiotrofica, riceverà l’estrema unzione da terziario francescano, col nome di frà Bonaventura, in vita sceglierà la carta dell’opposizione totale del pensiero (decretando, per esempio, la morte della filosofia, usando Nietzsche come arma, salvo poi abbattere anche il maestro) e in letteratura (dismesse le scorribande futuriste e ripresosi dall’assalto della sua abitazione fiorentina dopo la Liberazione, da parte della brigata partigiana Garibaldi) esalterà il genere fantastico inteso come mistica.

Borges, c’è sempre Borges a redarguirci, ogni volta che dimentichiamo quanto in Italia — sin dai tempi di Ariosto e Tasso, e poi di Verga e Pirandello — questo “genere” fantastico, codificato in letteratura da Todorov e Callois, spinse anche Calvino (che certo non ne fu immune) a curarne una imbattuta antologia. E su Papini ci fu ancora Borges a dedicargli il secondo volume del 1975 della sua Biblioteca di Babele edita da Franco Maria Ricci, dal titolo Lo specchio che fugge. Lo scrittore argentino rivendicò l’oblio della memoria, a proposito di quei racconti di Papini mal tradotti e che avrebbe letto in gioventù, ma poi dimenticati, dai quali ricaverà comunque il celebre sospetto borgesiano: può essere il mondo — e nel mondo noi — niente altro che i sogni di un sognatore segreto che ci sogna? Il primo ad azzardare questa ipotesi fu proprio Papini. Oggi, per chi vuole riscoprirlo, viene in soccorso il volume I racconti edito da Clichy, a cura di Raoul Bruni. A partire da “L’ultima visita del gentiluomo malato”, inserito dallo stesso Borges nella Antologia della letteratura fantastica del 1940, e poi i quattro racconti dalla raccolta Il tragico quotidiano del 1906 e i sei dal Pilota cieco del 1907, selezionati per la Biblioteca di Babele. Roger Caillois, in proposito, ha più prosaicamente sostenuto che nel suo Rovine secolari Borges non avrebbe fatto altro che copiare Papini, in quel modo “intimo, nuovo e triste” con cui lo scrittore toscano ripropose la questione della “vita come sogno”. Sono stati citati Hoffmann e Poe, per cavare dal nido di ragno dell’autore i suoi stessi natali. Ma forse vi si celano piuttosto due filosofi, Berkeley e Schopenhauer. Il primo, teologo e vescovo anglicano irlandese, che con Locke e Hume costituisce la trimurti degli empiristi britannici, già nel Seicento ci confondeva sostenendo che noi, proprio come in un sogno, non possiamo essere certi delle nostre percezioni. “Le cose esistono anche quando nessuno le vede?” si chiedeva il vescovo filosofo. E Schopenhauer, dal canto suo, ha versato nell’alambicco di Papini quel tocco di metafisica orientale che spinse il nostro scrittore verso sponde teosofico-esoteriche.

A ben vedere, può darsi che Papini non abbia mai abbandonato le ispirazioni di quel movimento, il futurismo, che agli inizi del secolo scorso battezzò l’avvento della velocità come il “messia tecnico” di un nuovo mondo. La rottura con le culture precedenti (“Uccidiamo il chiaro di luna!” recitava il primo manifesto), la necessità di “strappare le anime dai solchi della vita comune”, “l’audacia di essere pazzi”, il motto di Rimbaud (“cambiare la vita”) da allora coniugato in una infinità di desinenze, compreso l’antiparlamentarismo, il culto della violenza, il generico anarchismo. Tutti atteggiamenti che a Papini valsero, tra l’altro, gli strali dal carcere di Antonio Gramsci. Si possono riproporre, per lui, gli stessi interrogativi che per Cèline, Malaparte o Ezra Pound. “Come vedete, cari amici, il mio spiritaccio scompaginatore non vuol lasciarmi in pace. Ma chissà che io non scriva apposta per mettervi una pulce nell’orecchio” annotò nel febbraio del 1914 nella rivista Lacerba. Subito dopo i suoi stessi compari d’avventura lo bollarono per la prima volta come “indegno”. Da allora è rimasto sempre tale.

- Piero Melati - Pubblicato su Robinson del 13/8/2022 -

mercoledì 21 settembre 2022

Rivendicare Marx, ma solo fino a un certo punto !!

Eleutério F. S. Prado, ansioso e desideroso di sottolineare i meriti della Critica del Valore, e di Anselm Jappe, cerca inutilmente di "salvare" tutto il pacchetto – oltre a  salvare simultaneamente in qualche modo anche il marxismo - depurandola di quel suo abbaglio, che secondo lui sarebbe solo quello di ritenere che "la lotta di classe sia solo un feticcio". Per farlo, scomoda anche Ruy Fausto, senza però accorgersi che ciò di cui continua a parlare - tirando in ballo Marx, a prescindere - non è altro che la sostanza del capitale: si tratta di quel lavoro che, ormai allo stremo, continua a lottare per i propri interessi, e che il destino vuole che coincidano con quelli del suo gemello, il capitale. Privo di una teoria della crisi - e resosi conto che in Marx manca qualsiasi teoria della lotta di classe - lo aveva sempre ammesso Marx stesso, che la lotta di classe era solo un concetto preso in prestito, non certo inventato da lui - Prado si attacca come può a quel che ha a disposizione tra i suoi sodali, e arriva persino a minacciarci ... di morte !!

Sotto il cielo nero del capitale
- di Eleutério F. S. Prado - [*1]

Il nome dato a questo articolo deriva da una mera traduzione del titolo dell'ultimo libro di Anselm Jappe, "Sous le soleil noir du capital", recentemente pubblicato [*2] in Francia. Già fin dall'inizio - ed è fortemente consigliato - va notato il suo carattere iperbolico: se il sole giallo che fa il giorno e si nasconde nella notte garantisce la vita sulla faccia del pianeta, allora un sole nero non può che rappresentare la morte. Il sole nero, com'è noto, è anche un simbolo fascista. La negazione della vita che ciò rappresenta, è quindi enfatica, terribile, assoluta. Nasce da un profondo risentimento, e persino dall'odio generato da quelle frustrazioni che il capitalismo garantisce a molti, soprattutto ai membri della classe media. Ma nell'opera dell'autore, una simile cupa visione non costituisce una novità. Vale la pena ricordare che anche il suo penultimo libro, "La Société autophage. Capitalisme, démesure et autodestruction", preannunciava una conclusione tragica. Il libro raccoglie venticinque articoli che sono stati scritti negli ultimi dieci anni da uno dei principali attuali leader di quella corrente di pensiero critico che si fa chiamare "critica del valore" o "critica della dissociazione-valore". Fondata da Robert Kurz all'inizio degli anni '90, attualmente conta seguaci in Germania, Francia, Brasile e in altri Paesi, ma sempre sotto forma di piccoli gruppi. Il libro comincia con una breve storia della critica del valore basata sugli scritti di Kurz, discute il feticismo in Lukács e in Adorno, insieme ad altri temi, per chiedersi poi, alla fine, cos'è che manca ai bambini.

Da dove viene Anselm Jappe?
In tal senso, vale la pena ricordare quali sono gli inizi di questa corrente di pensiero che rivendica Marx, ma solo fino a un certo punto. Essa viene alla luce lo stesso anno della caduta del Muro di Berlino. L'Unione Sovietica con il suo modello di accumulazione centralizzata si era già appena dissolta, i liberali celebravano la fine del comunismo, ma Kurz invece annunciava nel suo libro - quasi oscuramente - il crollo del capitalismo, pubblicando in Germania,  nel 1991, "Il collasso della modernizzazione" . Come sappiamo, una traduzione di quest'opera venne pubblicata in Brasile [*3] nel 1992, con la precisazione che si trattava di «un libro audace». Roberto Schwarz, grazie alla sua lucidità e perspicacia, aveva considerato che la sua pubblicazione sarebbe stata un contrattacco nei confronti dell'avanzata del liberismo e del neoliberismo, in quanto veniva messa in dubbio la tesi che nella caduta del comunismo storico vedeva la fine del comunismo. La tesi di Kurz andava controcorrente, nella misura in cui all'epoca prevaleva in maniera quasi unanime il senso comune: per il quale, all'epoca ciò che si vedeva all'orizzonte era la vittoria indiscussa e incontrastata del capitalismo. Secondo quell'anomalo critico, invece, ciò che la rovina del socialismo reale aveva mostrato non era il trionfo dell'«economia di mercato», bensì l'inizio spettacolare del graduale crollo del sistema economico basato sulle merci, sul lavoro astratto, sul denaro borghese e sull'insaziabile accumulazione di capitale. Per Kurz, ricorda Jappe, «il modo di produzione capitalistico aveva raggiunto, dopo due secoli, i suoi limiti storici: la razionalizzazione della produzione, che sostituisce la forza lavoro con le tecnologie, aveva già minato le basi della produzione di valore e plusvalore». E senza più - sempre più  - "plusvalore", come è noto, il sistema del capitale non può fare altro che entrare in una crisi strutturale definitiva. Nel capitolo di apertura, Jappe traccia i riferimenti della corrente di pensiero della "critica del valore". In primo luogo, essa si presenta come critica radicale e incorruttibile che non fa concessioni: «difende la salutare tradizione del filosofare con il martello, contro tutti gli eclettismi, gli irenismi, le elaborazioni consensuali e gli ossequi ai "cari amici"». Si tratta di criticare il capitalismo e non solo il neoliberismo, la finanziarizzazione o la cattiva distribuzione del reddito e della ricchezza. E soprattutto, non intende e non ritiene possibile far rivivere il keynesismo, che è stato in voga per circa trent'anni nel secondo dopoguerra. Mostrando,subito, fin dall'inizio la sua caratteristica più rilevante, quella che sottolinea l'estraneità a ciò che egli definisce il marxismo tradizionale, egli afferma in maniera perentoria che «una vera critica del capitalismo è necessariamente una critica del capitale e del lavoro». È noto che il marxismo classico, al contrario, considera in maniera positiva il lavoro non alienato; lo afferma in quanto condizione eterna dell'esistenza dell'uomo, sebbene squalifichi l'attività lavorativa nel capitalismo vedendola come aliena all'essere umano. Or, ciò dimostra come questa corrente di pensiero sia marxista e, in un certo senso, sia anche non marxista. Il libro qui citato presenta molte cose interessanti nei suoi vari capitoli e, anche per questo motivo, è impossibile recensirlo nel suo complesso. Eppure, se non verrà trattato in sequenza né con le pinze né con il martello, non verrà nemmeno semplicemente applaudito. In realtà, l'obiettivo è quello di esaminare il suo punto più sensibile, quello che vede proprio la sua divergenza centrale rispetto al marxismo tradizionale.

La critica del valore rimprovera a questa tradizione il fatto che essa considera l'opposizione tra capitale e lavoro come la contraddizione fondamentale del modo di produzione capitalistico e, allo stesso tempo, come la leva che ne permetterebbe la trasformazione. In questo modo, trasforma la critica del capitale in un sociologismo che guida e allo stesso tempo disorienta tutta l'azione politica della sinistra. «Pertanto» - spiega Jappe - «in base a una lettura che personifica la struttura sociale, il capitale e il lavoro vengono identificati, senza mezzi termini, rispettivamente con i "capitalisti" e con i "lavoratori". E in questo modo apre la porta a un anticapitalismo 'tronco', se non  addirittura al populismo, all'antisemitismo e al cospirazionismo». Che sia diffusa ampiamente, o che invece rimanga limitata a una ristretta conoscenza, una tale critica - che costituisce il punto centrale di questa corrente di pensiero - è stata formulata da Robert Kurz ed Ernst Lohoff, già a partire dal 1989, nel testo "Il feticismo della lotta di classe". Secondo loro, infatti, la lotta di classe costituisce il feticismo del marxismo tradizionale. E se questa critica sintetizza quanto evidenziato nel paragrafo precedente, allora essa pone un'analogia che richiede un'analisi più approfondita. Com'è noto, il concetto di feticismo della merce viene introdotto da Marx nell'ultimo paragrafo del primo capitolo del Capitale, e si riferisce alla confusione spontanea tra la forma valore e la base di tale forma, un'illusione che viene generata dal modo stesso di essere della socialità capitalista. Un'espressione molto forte di quest'illusione, appare quando si dice che «l'oro è denaro», poiché all'oro in quanto tale viene attribuita la proprietà di avere valore, quando invece il valore è la forma di una relazione sociale che esprime una certa quantità di lavoro astratto.

Ora, in che modo possiamo analizzare, in maniera corrispondente, l'espressione «feticcio della lotta di classe»? In base a quanto già detto, nella loro forma, sembra che lavoratori e capitalisti debbano essere intesi come dei collettivi di persone-funzione, empiricamente esistenti nella società costituita dal modo di produzione capitalistico. E sempre per quel che attiene alla loro forma, sembra che le classi debbano essere intese non come semplici collettivi, ma piuttosto come delle presunte totalità, vale a dire, come universali metafisiche. La confusione così generata, tuttavia, non può essere considerata spontanea, ma si tratta in questo caso di un prodotto del discorso erroneo praticato dal marxismo tradizionale. A questo punto, però, quella che sorge inevitabilmente è una domanda cruciale: Marx stesso era caduto in questo equivoco concettuale? Aveva così brillantemente creato la nozione critica di feticismo, per poi riferirsi alla reificazione dei rapporti sociali in questo modo di produzione; ma in modo volgare, aveva stupidamente finito per creare una religione politica che associa operai e capitalisti a partire da dei concetti astratti di classi sociali antagoniste, separando in tal modo, nettamente, proletari e borghesi? La risposta che si trova negli scritti degli autori che si inseriscono nella corrente della "critica del valore" è un netto e deciso «»; e Marx, in fin dei conti, era caduto in questa trappola, maldestramente, come un uccellino indifeso. E con questo «», non solo individuano l'esistenza di una sociologia esistente nel marxismo tradizionale - in alcuni filoni che storicamente vi si sono rifugiati - ma pensano anche di trovarla negli stessi testi dell'autore del Capitale. In maniera più significativa, questi autori critici sostengono che esiste un duplice Marx, suddividendo questo autore in due autori, che non si riconoscono l'un l'altro, vale a dire, un Marx essoterico della lotta di classe e un Marx esoterico della critica della relazione di capitale e del suo sviluppo costruttivo/distruttivo. Il primo sarebbe stato un volgare sociologo, mentre invece il secondo era un filosofo fondamentale che aveva rappresentato il capitale mostrando come soggetto automatico, e su questa base aveva creato l'ineludibile critica dell'economia politica.

Ma dove sarebbe stato commesso l'errore? Gli autori di questa corrente - assumendo le classi come un'opposizione empirica di quelli che sono dei collettivi di operai e di capitalisti - sostengono che, nel processo di accumulazione, i loro interessi non sono inconciliabili; infatti, si tratterebbe solo in ultima analisi di confraternite in competizione per l'appropriazione del reddito. In fondo, entrambi avrebbero un interesse comune che consiste nel mantenimento della forma merce in quanto forma di produzione sociale. Così facendo, gli autori, sostengono quindi che questa analisi sociologica sarebbe in funzione dei fatti storici osservati nell'evoluzione del capitalismo realmente esistente. Ma, dopo tutto, per Marx, a cosa servono le classi? E qui troviamo una vera e propria problematica, a partire dal fatto che possiamo davvero parlare di una lacuna in quelli che sono stati gli sviluppi teorici di questo autore. Come sappiamo, la sua opera può essere divisa in due parti: una prima, più importante, in cui abbiamo la rigorosa esposizione dialettica del sistema del capitale, visto come totalità concreta, e una seconda, costituita da testi sparsi, nei quali troviamo esposizioni storiche e/o pezzi di intervento politico. La prima parte è rimasta incompleta, e quindi senza un vero collegamento esplicito con la seconda. Ora, una risposta rigorosa alla domanda appena posta [a cosa servono le classi in Marx?], potrebbe essere formulata solo all'interno della precedente esposizione dialettica. Come dice Ruy Fausto, riguardo tale questione chiave: «in realtà, in Marx, la teoria delle classi non è né presente né assente. È presupposta [nell'esposizione del Capitale], ma non viene postulata. Se prende una posizione, questa la si trova solo in quei testi che sono rimasti frammentari» [*4]. Come è noto, nel Capitale la lotta di classe è presente nella sua forma di lotta economica, non espressamente politica, cioè nella prospettiva della classe in sé, mai in quella della classe per sé. E anche in questo caso, come si sa, l'esposizione ricostruita da Engels non può certo essere considerata completa. Nel Capitale, dice Fausto, «ciò che si trova è solo l'inizio, purtroppo, di una teoria delle classi che viene inserita in una presentazione dialettica. Come per gli altri problemi, ad esempio lo Stato, l'insufficienza della tradizione marxista risiede nel fatto che essa si allontana dalla rappresentazione dialettica». E nel farlo, vuole ottenere un risultato solo deducendo immediatamente la lotta di classe a partire dalle categorie socio-economiche. «Il risultato di un simile equivoco, è un marxismo la cui comprensione si rivela sterile e poco rigoroso. Per poter analizzare le classi, così come per riuscire ad analizzare lo Stato, bisogna prima trovare il punto in cui esse vengono inserite in una rappresentazione dialettica», vale a dire, nella rappresentazione che si trova nell'opera omnia. Tuttavia, la critica del valore non ha risolto questo problema; al contrario, è rimasta al livello del marxismo tradizionale, sebbene non lo abbia fatto in modo affermativo, ma critico. Per questo motivo è stato oggetto di accuse volgari come quella che fa riferimento a un duplice Marx. Per risolverlo, sarebbe necessario prima, come mostra Fausto nei suoi commenti all'opera di questo autore, ricostruire la rappresentazione delle classi in sé, per poi mostrare come si possa passare dialetticamente dalle classi in sé alle classi per sé, e per sé stesse. In un tale movimento, ciò che viene solo presupposto nell'esposizione del Capitale verrebbe posto, o meglio, esposto in qualche modo.  Solo così sarebbe possibile fare una buona - senza dubbio necessaria - critica dell'esperienza storica. Ma questo appunto, improntato alla franchezza nei confronti della critica del valore, non vuole essere distruttivo. Non si vuole sostenere che nei testi di questi autori non si trovino idee interessanti. Per inciso, uno studio più completo di questa corrente richiederebbe molto più spazio. E va anche aggiunto che il problema dell'esposizione dialettica rigorosa delle classi e del passaggio dall'in-sé al per-sé non può essere affrontato con leggerezza. I testi di Ruy Fausto ci portano in questa direzione. [*5]

In questa sede, per non chiudere bruscamente il discorso, vengono citati solo i passi principali necessari per arrivare alle classi in senso politico. Le classi vengono presupposte nel Capitale, ma poi appariranno nel corso dell'opera attraverso dei momenti che le collocano, ma non pienamente. I primi a comparire sono i supporter, le incarnazioni della forza lavoro e del capitale. In quanto tali, sono solo ruoli, seppur attivi, nella struttura dei rapporti di produzione, cioè semplici soggetti negati. Ma già nel I Libro possono apparire, in nuce, attraverso le lotte occasionali, tra gli agenti economici collettivi, per i salari, per la durata della giornata lavorativa, ecc. Alla fine del Libro III, le classi appaiono per inerzia, poiché ora vi si definiscono solo attraverso le forme di quelli che sono i loro rispettivi redditi, i quali derivano dai tipici modi di proprietà dei fattori di produzione: la forza-lavoro riceve salari, il capitale guadagna profitti e la proprietà terriera guadagna rendite dalla terra. In questo modo essi denotano solo l'apparenza del sistema, e lo fanno in modo mistificato, poiché tutte queste fonti sembrano essere indipendenti l'una dall'altra. Qui non c'è né lotta economica né lotta politica, e nemmeno funzione. Insomma, come spiega Fausto, a grandi linee, «nel Capitale, Marx studia solamente la tendenza oggettiva del sistema, e non gli effetti della lotta di classe». È solo a partire da qui che si può cominciare a pensare alle classi in termini di pratiche politiche trasformatrici, siano esse riformiste o radicalmente democratiche (vale a dire che realizzano una società basata «su lavoratori liberamente associati»). Al di là del Capitale in quanto opera realizzata, ma visto sempre nella prospettiva della rappresentazione dialettica, sarebbe necessario passare dalla classe presupposta alla classe che possa essere posta come tale, ossia nella condizione di una possibilità oggettiva che si realizza - o meno - nel corso della storia. In caso positivo, la classe cesserebbe di apparire come mero genere, per diventare un'esistenza politica sostanziale, un insieme integrato di relazioni di solidarietà. È qui che la classe operaia che era implicita, che prima era solo possibile, sarebbe diventata a questo punto esplicita attraverso un processo di insorgenza; i soggetti negati, che normalmente agiscono solo come supporti, sarebbero stati trasformati e costituiti nel processo di lotta come una totalità postulata di soggetti politici. Se così fosse, avremmo la costituzione di un universale concreto nella prassi sociale - e non un'ipostasi metafisica.  Dal momento che questo percorso non ha avuto luogo storicamente, allora forse gli autori della critica del valore vorrebbero sostenere che alla fine, in ultima analisi, sarebbe un'utopia. In linea di principio, tuttavia, sembra dubbio che si possa trovare una buona prova in tal senso. Ma, se ciò è fattibile, la prova non potrebbe basarsi su fatti storici passati; ecco, una prova rigorosa potrebbe essere fornita solo nel corso dell'esposizione dialettica. Naturalmente, molte delle complicazioni legate alla questione non sono state menzionate in questa sede, come, ad esempio, il problema se una simile trasformazione sarebbe spontanea, o se richiederebbe anche il catalizzatore di movimenti politici organizzati. Forse l'ostacolo più grande è rappresentato proprio dalle condizioni in cui questa unificazione della pratica operaia può avvenire. Tuttavia, sembra necessario aggiungere che se questo processo, per qualsiasi motivo, venisse bloccato, allora forse non ci sarebbe alcuna alternativa che potrebbe permettere agli esseri umani di andare oltre il capitalismo. Perché l'unica prospettiva storica ineludibile che rimane è quella secondo cui il "sole nero", alla fine, prevarrà. E, insieme ad esso, la morte.

- Eleutério F. S. Prado - Pubblicato il 18/9/2022 -

NOTE:

[1] Professor aposentado do Departamento de Economia da FEA/USP.Email: eleuter@usp.br. - Blog su internet: https://eleuterioprado.blog

[2] Jappe, Anselm – Sous le soleil noir du capital – Chroniques d’une ère de ténèbres. Paris: Crise & Critique, 2021.

[3] Kurz, Robert – O colapso da modernização – Da derrocada do socialismo de caserna à crise da economia mundial. Rio de Janeiro: Paz e Terra, 1992.

[4] Fausto, Ruy – Marx: Lógica e Política. Tomo II. São Paulo: Editora Brasiliense, 1987, p. 202-203.

[5] Fausto, Ruy: Marx: Lógica e Política. Tomo III. São Paulo: Editora 34, 2002, p. 229-271.


fonte: Economia e Complexidade

martedì 20 settembre 2022

Il «tempo violentato» !!

«Il tempo è parte integrante della cultura umana. Negli ultimi due secoli il rapporto delle persone con il tempo è stato trasformato dall'industrializzazione, dal commercio e dalla tecnologia. Ma la prima trasformazione che ha cambiato la vita, sotto l'influenza del cristianesimo, è avvenuta nella tarda antichità. Fu allora che il tempo cominciò a essere concettualizzato in modi nuovi, con discussioni sull'eternità, sulla vita dopo la morte e sulla fine dei giorni. Anche gli individui cominciarono a vivere il tempo in modo diverso: dalla settimana di sette giorni all'ordine della preghiera quotidiana e al calendario festivo di Natale e Pasqua. Con l'abilità e la versatilità che lo contraddistinguono, Simon Goldhill, classicista di fama mondiale, scopre questo cambiamento di pensiero. Esplora come ha preso forma nella scrittura letteraria della tarda antichità e come risuona ancora oggi. La sua nuova e audace storia culturale piacerà a studiosi e studenti di classici, storia della cultura, studi letterari e cristianesimo primitivo.»

("The Christian Invention of Time. Temporality and the Literature of Late Antiquity", Simon Goldhill. Cambridge University Press, pagg. XVI + 500, £ 34,99)

Poche opere hanno avuto la capacità di illuminare un intero paesaggio storico come quelle realizzate nelle catacombe dove i cristiani, autorizzati dal potere imperiale, seppellivano i loro morti. Partendo dall’analisi di bassorilievi, incisioni e affreschi tardo antichi l’autore si interroga sul controverso rapporto fra immagini e secolarizzazione e sullo spazio del “sacro”, delineando un percorso originale dove l’uso dell’immagine aiuta a capire la storia, religiosa e non solo. Attraverso un appassionante viaggio negli antri oscuri in cui sono nate le prime raffigurazioni cristiane, il volume ricostruisce il processo di esplosione liberatoria e profanazione provocata dalla pratica di fede e dall’elaborazione teologica con cui il cristianesimo dei primi secoli ha preso le distanze dalle ritualità dei culti precedenti introducendo elementi – “ripetizione”, “prefigurazione”, “trasfigurazione” – che hanno lasciato il segno nella concezione delle “arti belle” e dell’immagine nell’epoca moderna. L’ampiezza di indagine, storica, filosofica, teologica, fa di questo libro una delle trattazioni più complete sull’arte figurativa cristiana delle origini e sulla cultura da cui essa è scaturita.

(dal risvolto di copertina di: "Immagini cristiane e cultura antica", di Daniele Guastini. Morcelliana, pagg. 616, € 38)

Come immaginarsi le le ore e i giorni di Dio
- Il tempo cristiano. Una vasta ricognizione delle Sacre Scritture, delle fonti tardo antiche e delle iconografie, permette di ricostruire l’idea di temporalità nei primi secoli del Cristianesimo -
di Pietro Boitani

Leggere insieme i due libri di Simon Goldhill e di Daniele Guastini è un’esperienza affascinante, perché, per quanto gli autori siano profondamente diversi – l’uno, a Cambridge, scrittore di una ventina di volumi che spaziano dall’Orestea di Eschilo a Sofocle, dalla tarda antichità a Gerusalemme; l’altro, alla Sapienza di Roma, commentatore della Poetica di Aristotele, autore di Prima dell’estetica. Poetica e filosofia nell’antichità e di Philia e amicizia – sono eppure entrambi classicisti, e i loro due volumi si occupano in sostanza dello stesso periodo, la tarda antichità, discutendo aspetti fondamentali del passaggio dalla cultura pagana a quella cristiana: cruciale, ma dotato di una buona dose di continuità. Il libro di Goldhill è in due parti, una prima fatta di dieci saggi che vanno dal tempo di Dio a quello della morte, dall’attesa alla simultaneità, dall’atemporalità al “tempo violentato”; e una seconda storicoletteraria, nella quale trovano posto la Parafrasi del Vangelo di Giovanni di Nonno (una nuova versione del Principio esaminato nel Tempo di Dio all’inizio) e, dello stesso Nonno, le Dionisiache (eterno ritorno); poi il Giorno di Natale di Gregorio di Nazianzo (regolazione del tempo), gli Inni di Ambrogio e Prudenzio «sul giorno cristiano», e Sulpicio Severo e Orosio con le loro «storie del mondo cristiano». Un disegno generale di grande armonia, con un’introduzione brillante, uno scintillare continuo di idee e una scrittura vigorosa. Prendiamo, per esempio, proprio il Principio, il Tempo di Dio. All’inizio del capitolo 2 della Genesi, il testo ebraico racconta che «nel settimo giorno» Dio «portò a compimento ciò che aveva fatto» e «cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro». Quando la Bibbia fu tradotta in greco nel III secolo a.C. dai Settanta rabbini inviati da Gerusalemme per soddisfare il desiderio di Tolomeo Filadelfo, re d’Egitto (Goldhill dipana con gusto i tre resoconti al riguardo di Aristea, Filone d’Alessandria e Giuseppe Flavio, ognuno dei quali ha nozione e motivazione diverse del tempo), la sequenza greca fu alterata: Dio completò il suo lavoro «nel sesto giorno» e riposò nel settimo. È la versione presente anche nel Libro dei Giubilei, la versione che leggevano gli evangelisti e Paolo. Allora: come fa Dio a compiere la Creazione il settimo giorno e quello stesso giorno riposarsi? Per i greci, la soluzione logica è quella di dire che Dio operò in sei giorni, e riposò il settimo (quello che diventerà il “sabato”). Ma la logica e il tempo greci non sono gli stessi di quelli ebraici. I midrashim conservati nel Berešit Rabbâ del V secolo, menzionando esplicitamente la traduzione greca per Tolomeo, dicono: «È come colui che picchia col martello sull’incudine, lo alza quando è giorno, e lo abbassa quando fa scuro». E ancora: «Un mortale che non conosce tempo né minuti né ore, aggiunge del profano al sacro, ma il Santo, Egli sia benedetto, conosce i tempi, i minuti e le ore, e non vi entra che per un filo di capello».

Tempo di Dio, tempo dell’uomo. Distinzione che si ritrova nell’Odissea, dove gli dei, e Calipso, sono immortali e mai invecchiano, mentre Ulisse, Penelope e gli esseri umani tutti invece invecchiano e muoiono. Esiodo prescrive i tempi cui devono corrispondere i lavori nei campi nelle Opere e i giorni, crea un tempo della generazione divina nella Teogonia. Il saggio di Goldhill si muove verso gli Inni omerici e Pindaro, quindi vola verso i Padri greci, Gregorio di Nissa, Basilio, Gregorio di Nazianzo, il Concilio di Calcedonia (451), l’Agostino delle Confessioni: tutti si occupano della Creazione, tutti del tempo di Dio. E creano il tempo cristiano. Capitolo spettacolare, questo, per rapidità, lucidità, precisione, come molti della Christian Invention of Time (se dovessi scegliere, indicherei dalla seconda parte quelli su Nonno). Del resto, anche Guastini non scherza, e della temporalità si occupa nelle pagine centrali di Immagini cristiane: ma su un piano diverso, quello storico-teorico. Volendo dar conto della nascita e del prevalere delle immagini nel mondo cristiano, parte dai concetti di secolarizzazione, di sostituzione e ripetizione mimetica, di trasfigurazione tipologica – da Aristotele, Girard e Gadamer – per planare sull’Ingresso di Gesù a Gerusalemme scolpito sul sarcofago di Giunio Basso (post 359), sugli affreschi nelle catacombe romane e nel monastero di Santa Caterina sul Sinai e, con un percorso in avanti e indietro, quasi sussultorio, verso la statuaria classica e tardo-antica, i mosaici pagani e cristiani, sino a Cimabue, Beato Angelico e Signorelli (il libro contiene un centinaio di immagini a colori): come a dire dal mondo della mimesis e dall'ellenizzazione alla “consunzione del mondo antico” nella prima parte (anche in questo volume ce ne sono due).

Discorso coinvolgente, che getta le basi per la ricostruzione, insieme particolareggiata e di grande respiro, nella seconda sezione, del processo di liberazione e “profanazione” quali la pratica stessa della fede e l’elaborazione teologica dei primi secoli hanno provocato. Il capitolo centrale, il più complesso e più bello del libro, è qui quello dedicato alla “vittoria postuma” dell’apostolo Paolo, ai concetti-chiave della sua predicazione, l’agape (l’amore-carità) e la katargesis, il superamento della Legge. Diceva fra gli altri il Levitico: «Non vi farete, né metterete in piedi, idoli, sculture o stele. Nel vostro paese non erigerete pietre scolpite per prostrarvi davanti a loro, poiché io sono il Signore vostro Dio». Quando Paolo, nell’Epistola ai Romani, scrive «che forse Dio è Dio soltanto dei Giudei? Non lo è forse anche dei pagani? Certo, anche dei pagani! Poiché non c’è che un solo Dio», la katargesis è visibile. Le immagini saranno giustificate: sulla base, infine, dell’argomento dantesco che la Scrittura fornisce a Dio mani e piedi “e altro intende”, perché è così che occorre parlare al nostro ingegno «però che solo da sensato apprende / ciò che fa poscia d’intelletto degno».

- Piero Boitani - Pubblicato su Domenica del 7/8/2022 -

lunedì 19 settembre 2022

Porte girevoli spalancate !!

Neoliberismo e Statalizzazione
- di Miguel Amoròs – per la rivista Al Margen, n° 123, octobre  2022 - 

« Poiché lo Stato è il più grande nemico dell'umanità... e tutti coloro che vi si impantanano si confondono, attenzione! Rimanere sempre liberi, indipendenti, non tenere conti aperti con nessuno!»

( Benito Pérez Galdós, "Miau" - 1888 )

La questione della natura dello Stato contemporaneo e del suo attuale rapporto con l'economia capitalista, in una fase neoliberista avanzata e altamente infiammabile per tipo di crisi, appare essere di grande importanza ai fini di una chiarificazione teorica di una contestazione interna alle masse dominate. Un tale chiarimento rimane la condizione fondamentale di una loro emancipazione pratica. Alla luce di quanto affermato, vale la pena di formulare alcune considerazioni al riguardo.

Durante i periodi critici, lo Stato viene portato in trionfo. Se la recente crisi sanitaria ha messo in luce il suo ruolo fondamentale, assunto ai fini del controllo della popolazione e del parziale blocco dell'attività economica, senza che ci siano stati né scosse né contestazioni significative, le emergenze dovute al riscaldamento climatico del pianeta e all'attuale aumento dei prezzi dei carburanti non hanno fatto altro che ribadirlo. I meccanismi che sono stati messi in atto per garantire questo compito, hanno subito una trasformazione qualitativa: la digitalizzazione ha fatto passi da gigante, la comunicazione unidirezionale si è diffusa ovunque, e la manipolazione dell'informazione ha ogni limite, senza incontrare nessuna resistenza. Tutele legali e diritti sociali vengono gradualmente eliminati, nel mentre che simultaneamente l'apparato repressivo continua a rafforzarsi. Ciò che oggi viene chiamata democrazia, transizione ecologica, o sviluppo sostenibile non sono altro che maschere burlesche che non riescono a nascondere l'atmosfera autoritaria crescente e il primato anti-ecologico della finanza. Il potere reale è concentrato, centralizzato, nel mentre che le masse vengono private di qualsiasi capacità decisionale, rimanendo prive di ogni informazione oggettiva. Il dominio si deve confrontare con quella che è solo con una popolazione disinformata, e in gran parte rassegnata, che si aggrappa a qualsiasi ancora di salvezza il sistema voglia fornirle. In presenza di un popolo controllato e sottomesso, la statalizzazione della vita trova un semaforo verde che gli concede via libera per poter salire ancora qualche gradino. Come ha detto il conservatore Carl Schmitt, ciò che definisce lo Stato è proprio «la facoltà di poter disporre apertamente della vita degli uomini»; non sorprende quindi che, in questo mondo postmoderno, lo Stato penetri nel profondo dell'intimità. Per di più, la professionalizzazione della politica, insieme alla deplorevole spettacolarizzazione del suo esercizio, contribuisce in maniera considerevole alla perversione dell'attività pubblica, e alla disaffezione sociale. La tecnicizzazione fa lo stesso con la vita privata. La tecnologia è al giorno d'oggi una forza produttiva diretta. Paradossalmente, la dottrina neoliberista, dogma dell'alta borghesia manageriale, in ogni attività, ha elevato a livelli superiori quella che è la presenza quotidiana dello Stato. Contrariamente a tutti i postulati teorici, la globalizzazione finanziaria cammina di pari passo con lo statalismo. Il controllo globale delle risorse - la geopolitica - ha portato a un'accelerazione della militarizzazione e, di conseguenza, a un enorme rafforzamento burocratico dello Stato e a una concentrazione senza precedenti del potere decisionale. Dopo la Guerra del Golfo, le derive conflittuali evidenziano la tendenza bellico-statalista delle grandi potenze, e di conseguenza dell'intera schiera di tutta la compagine delle potenze minori.

La sicurezza di una vita privata dedicata al tempo libero, al consumo e al turismo - attività così tanto apprezzate dalle masse asservite - ora dipende ormai solo dall'interazione di tutta una serie di strategie di sicurezza su scala globale. Gli squilibri di potere determinati dalle crisi politiche internazionali, in un contesto di conflitti multipli ora richiedono un cambiamento nel rapporto tra società, Stati e mercati globali. L'autoritarismo, e quindi la burocratizzazione e la gerarchizzazione diventano necessari a tutti i livelli, dal momento che per preservare la sovranità dei mercati e salvare il commercio globale è ora necessario un salto di qualità in ciò che è la disciplina e il controllo della società. Se in tempi tranquilli, le istituzioni statali si sottomettono agli imperativi dell'economia, in tempi di crisi l'economia ha bisogno dell'intervento dello Stato, il quale diventa assolutamente necessario. Il rapporto tra Stato e Capitale sembra essersi invertito, ma non si tratta affatto del capitalismo di Stato descritto a suo tempo da Bruno Rizzi o da Friedrich Pollock, e neppure di un'ingerenza che rimane strettamente limitata all'attività economica, come veniva proposta a suo tempo da Keynes. Eccettuato il caso della Cina, i governi non assumono il ruolo del capitalista più potente, né tantomeno gli Stati sono il fattore economico più importante. Non esiste alcun partito unico onnipresente, e il gruppo dirigente del partito svolge solo un ruolo secondario, dal momento che le decisioni in genere non dipendono dai parlamenti. Nei sistemi partitici, i mercati non retrocedono (non subiscono neppure la pur minima alterazione), le corporazioni finanziarie mantengono le loro posizioni, e la proprietà pubblica non oltrepassa mai determinate barriere. Nessuna nazionalizzazione o monopolio. Siamo ben lontani dallo Stato-nazione del secolo scorso: ad aleggiare su tutto , è un'élite corporativa transnazionale. Lo Stato non controlla il denaro, il credito, gli investimenti o i profitti delle imprese. In breve, lo Stato non interferisce con il Capitale, ma obbedisce semplicemente ai suoi disegni. Tutt'al più, adotta alcune misure di bilancio, e controlla temporaneamente i prezzi degli alimenti di base e dell'energia, regola il consumo di alcuni prodotti e concede sussidi o decreta tasse straordinarie; ma tutto ciò senza modificare sostanzialmente le leggi economiche. In fondo, l'interesse generale che viene espresso nella dinamica statale non è altro che la fusione tra l'interesse privato della burocrazia politica e quello delle oligarchie finanziarie globali. Questa burocrazia non trasforma direttamente il proprio status e la propria posizione in strumenti di potere, come avveniva in passato nei sistemi totalitari e nelle dittature, ma si limita a utilizzare tali strumenti al fine di integrarsi in grandi aziende o nelle strutture parastatali, facendo uso di alcune porte girevoli. In Occidente, è l'economia a definire l'esercizio del potere e la relativa ricompensa, non il contrario.

Malgrado l'intensa propaganda svolta a suo favore, il liberalismo politico non corrisponde alle convinzioni della maggioranza dei leader mondiali, soprattutto di quelli dei Paesi colpiti dalle misure neoliberiste e di quelli che le ripudiano nei Paesi promotori, poiché, apertamente o meno, essi tendono a privilegiare la sussistenza e la crescita economica rispetto alla conservazione dell'apparenza della democrazia e della certezza del diritto. Per questi araldi del populismo, lo sviluppo nazionale è lo strumento migliore ai fini della stabilizzazione politica, e il modello cinese, assai spesso definito dai commentatori come «consenso di Pechino», rimane l'esempio ispiratore. In realtà, l'esperienza cinese suggerisce che la "modernizzazione" economica, e quindi l'integrazione nell'economia mondiale, è compatibile con un autoritarismo estremo, a condizione però che la burocrazia dominante sappia adattarsi agli "affari", che operi secondo le regole del mercato e accetti di venire giudicata in base ai suoi risultati. Non importa quale sia il sistema politico. Il parlamentarismo può essere superato senza che venga sconvolta la stabilità interna, poiché ciò dipende più dalla crescita dell'economia che dalla riforma politica (cosa che costituiva già un assioma anche sotto il regime di Franco). Nonostante le disuguaglianze e le sacche di povertà, le classi dominate e controllate legano per lo più la loro prosperità materiale al sistema, di modo che ogni opposizione finisce per essere quasi una testimonianza. La classe dirigente cinese si è resa protagonista di una notevole crescita, indifferente alla situazione finanziaria del capitalismo occidentale, dimostrando la possibilità di una globalizzazione che preserva la sovranità statale, incoraggia il nazionalismo, esalta lo stile autoritario di governo e chiude un occhio sulla repressione. Tale modello esige un ruolo decisivo per il partito-stato, in quanto principale fornitore di risorse, principale finanziatore e attore dominante in alcuni settori considerati strategici come i trasporti, la sanità, le miniere e le comunicazioni. Il settore privato dell'economia cinese non è un settore insignificante, ma l'élite economica ivi generata è interessata a rafforzare il sistema cui appartiene e di cui beneficia, piuttosto che a cambiarlo. Qui, le porte girevoli si aprono sulla politica. Il controllo è essenziale, ma il partito unico opera in questo settore con comprovata efficacia. In poche parole, il modello cinese dimostra come il capitalismo possa funzionare perfettamente anche in mancanza di forme politiche rappresentative; e dimostra che il sistema dei partiti, nonostante la sua sudditanza ai dettami dell'economia e della geopolitica, rimane incollato ai regimi occidentali come se fosse un ornamento ereditato, piuttosto che uno strumento mediamente utile. In fin dei conti, le crisi hanno finito per stimolare un'involuzione autoritaria e di controllo in tutto il mondo capitalista. Il dispotismo è all'ordine del giorno. Nei Paesi con un'importante classe media, la sicurezza prevale sulla libertà. In tal modo, le misure di emergenza diventano pertanto sempre più numerose, e il ricondizionamento democratico diventa sempre più evidente. La tentazione cinese assilla la mentalità dominante, la quale vede le istituzioni politiche come un ostacolo allo sviluppo, e persino come un fattore di distruzione dell'economia. Di conseguenza, le porte sono state spalancate per far passare una futura epifania di sistemi dittatoriali più o meno colorati di nazionalismo.

- Miguel Amoròs – Per la Rivista Al Margen, n° 123, octobre  2022 -

fonte: A contretemps

Storie incoerenti…

Una delle cose che più colpiscono il lettore quando entra in contatto con "I detective selvaggi" di Roberto Bolaño è l'intensità di ogni capitolo, soprattutto di quelli che danno conto delle testimonianze nella lunga sezione «I detective selvaggi (1976-1996)»: assai spesso le scene, le battute, i personaggi, i drammi si accumulano e si lanciano  come in successione, in molteplici direzioni, senza che vi sia, alla fine, alcun tipo di qualcosa che assomigli a una rigorosa ricucitura che organizzi tutto questo sforzo; per l'esattezza, tutto questo è dell'ordine del carnevalesco (e della polifonia) di Bakhtin, o dello spossessamento di Bataille: qualcosa che non può essere spiegato né dalla somma delle sue parti, né da un qualche sistema pragmatico, o concatenato, di spiegazione narrativa.

Tornando a Jacobo Urenda che parla di Arturo Belano, c'è una frase che serve a miniaturizzare (Agamben: «la miniaturizzazione è la cifra della storia») l'ethos del romanzo: «La sua storia era abbastanza incoerente.» Un'incoerenza, tuttavia, anch'essa non omogenea o sistemica, e che non può essere presa come se fosse un possibile filo organizzativo; anche l'incoerenza è una maschera, una risorsa, un dispositivo della dinamica narrativa (parlando con Urenda, Belano commenta, dicendo che una volta ha fatto un duello, co un tal Iñaki Echavarne, e che è una rivisitazione di quella che è anche una delle scene più celebri del romanzo, la quale verrà poi raccontata nelle testimonianze di Susana Puig, di Guillem Piña e di Jaume Planells).

Già alla fine del suo racconto, Urenda racconta del momento in cui si sveglia e vede Belano insieme a un altro personaggio, che insieme fumano e chiacchierano. E dice: «Trascrivere quello che dissero significa in qualche modo alterare ciò che provai mentre li ascoltavo.» Ed è la cifra di un altro asse fondamentale del romanzo: lo scarto tra parola e scrittura, tra testimonianza e registrazione, tra idea e realizzazione (l'ambivalenza del romanzo, il quale, simultaneamente, "registra" idee, resoconti e sentimenti di una generazione, usando il medesimo gesto che li "distorce"). Il dilemma di Urenda di fronte alla possibilità di registrare il discorso di Belano, costituisce una miniaturizzazione del dilemma molto più grande relativo a quell'entità - Bolaño? - che imposta il romanzo "I detective selvaggi" sul "tema-rinuncia" (nel senso ambiguo dato da Walter Benjamin quando in «Die Aufgabe des Überstzers» [“Il compito del traduttore”] parla di registrare le testimonianze per iscritto.

fonte: Um túnel no fim da luz

domenica 18 settembre 2022

Il paiolo inesistente …

Una delle premesse più importanti del pensiero postcoloniale è quella per cui non basta invertire i termini, non basta  che ciò che è «sotto» ora stia «sopra», non basta che ciò che veniva valutato positivamente ora venga assunto negativamente, e così via… Ma è necessario invece stabilire un sistema di riferimenti che si trovino in oscillazione permanente; così come fa Roberto Bolaño in un romanzo come "I detective selvaggi". Per cui, abbiamo dei corpi latinoamericani che si dislocano nel tempo e nello spazio, e vengono messi in relazione tra di loro attraverso le esperienze dei loro spostamenti che così, e in questo modo, vanno a occupare tutti i punti strategici di un'indagine su un'eredità (di traumi e violenze), la quale però è anche una possibilità di futuro (Sión, la terra promessa, la freccia che non arriva mai al bersaglio).

Il modo in cui, ad esempio, Xosé Lendoiro, a Roma, nell'ottobre 1992, punteggiando il suo racconto di frasi in latino, ci racconta il passaggio di Arturo Belano attraverso la Spagna, attraverso Barcellona, attraverso la Catalogna: un racconto che di fronte alla letteratura («questa bestiaccia che mi ha accompagnato a tradimento per tanti anni») appare allo stesso tempo commovente, ridicolo e solenne; oppure Jacobo Urenda, che nel giugno del 1996 ci parla da Parigi, raccontando di quando ha incontrato quello stesso Arturo Belano a Luanda, in Angola - un argentino e un cileno - e di come Urenda dica che, ogni volta che torna a Parigi da questi viaggi, è come se non fosse tornato, che è come se stesse «ancora sognando» (sempre l'oscillazione, per cui : «...continuammo a chiacchierare. O forse no. Forse lì ci separammo»).

E ancora sempre Urenda (lui, che è un fotografo, come el Ojo Silva, di "Puttane assassine"), che parla di Arturo Belano: «continuammo a chiacchierare. O forse no. Forse lì ci separammo.» Un'incoerenza che senza dubbio non è un’esclusiva di Belano, bensì strutturale, sistemica - una storia contraddittoria che mescola il soggettivo e il collettivo. Questa «incoerenza» è la diaspora, è dispersione ed esilio, ma è anche una sorta di cifrario che spinge il lettore - in maniera investigativa, come se anch’egli fosse un detective – conducendolo in una logica non cartesiana e non fondante, erratica e discontinua («la mia generazione ha letto Marx e Rimbaud fino al voltastomaco»), ancora legata alla pulsione e all'inconscio (incoerente come il paiolo di Freud, per esempio): Ho restituito il paiolo in perfette condizioni, aveva già un buco quando l'ho preso, e inoltre non ho mai preso in prestito alcun paiolo). 

fonte: Um túnel no fim da luz

sabato 17 settembre 2022

Pensa in piccolo !!

Quando la Coca Cola era un medicinale e la mela solo un frutto. Quando la pubblicità prometteva miracoli e i medici consigliavano sigarette. Quando le donne erano gli angeli del focolare e gli afroamericani trattati vergognosamente come schiavi. Quando la radio e la tv la facevano le marche di sapone e quando nacque il modo più romantico per dire «ti amo». Quando il Maggiolino sbarcò in America e i jeans in tutto il mondo. Quando una giovane ragazza disegnò lo swoosh e un ingegnere il primo computer. Quando la pubblicità nacque e quando cambiò per sempre. Un viaggio nella storia della pubblicità, dalla sua nascita fino ai nostri giorni, vista attraverso le vite dei pubblicitari, le più grandi campagne di sempre, le marche, gli slogan, i prodotti e la società che le ha dato vita. Prefazione Bruno Bertelli e Till Neuburg.

(dal risvolto di copertina di: ROBERTO BERNOCCHI, Storia della pubblicità. Prefazioni di Bruno Bertelli e Till Neuburg. UTET Pagine 704, €39)

Pensi davvero di vendere l’auto di Hitler negli Usa?
- di Aldo Grasso -

Una delle più belle definizioni della pubblicità la si deve a un futurista, a Filippo Tommaso Marinetti. Recita così: «La pubblicità ha soltanto una ragione d'essere, quella di agganciare la curiosità del pubblico con la massima sintesi, il massimo dinamismo, la massima simultaneità e la massima portata mondiale». La ragion d’essere continua a essere quella, è il resto che è cambiato. Inevitabilmente. La golden age della pubblicità, quella descritta in maniera esemplare dalla serie Mad Men, è finita. Da tempo immemorabile è finito anche Carosello, forse è finita l’egemonia della pubblicità come rappresentazione del mondo, come predominio di un discorso non tanto finalizzato a narrare una storia, quanto piuttosto a raffigurare, a descrivere, a mettere in forma un punto di vista. Sia ben chiaro, la pubblicità non è morta, come sosteneva anni fa Lord Maurice Saatchi, cofondatore della famosa agenzia Saatchi & Saatchi. La pubblicità è più viva che mai e continua a essere la scienza esatta del superfluo, ma a poco a poco ha perso la capacità di imporre la sua visione del mondo, di ergersi a ideologia (anche le grandi narrazioni ideologiche si sono frantumate) o di trasformare una bibita ghiacciata in una fede, in una filosofia. Non è più in grado di trasformare i media, i nuovi media, a sua immagine e somiglianza, ma è costretta rispettarne le differenze e le funzioni. Per capire questi fondamentali cambiamenti ci viene in aiuto un prezioso, indispensabile libro, Storia della pubblicità di Roberto Bernocchi, edito da Utet. Che ha un grande, grandissimo merito: è una miniera di informazioni. L’autore non si propone di spiegare al lettore cos’è la pubblicità da un punto di vista teorico, preferisce raccontargliela, offrirgli una miriade di esempi (soprattutto provenienti dall’America, il Paese che è stato la culla dell’advertising), introdurlo in un mondo misterioso dove il confine tra verità e invenzione (sogno?) è molto labile. Il volume è suddiviso per decenni e ogni capitolo riserva ampio spazio al contesto storico in cui fioriscono le campagne. Da sempre, la pubblicità raccoglie spunti, idee, immaginari diffusi e contribuisce a rafforzarli, a farli circolare nel contesto sociale e culturale. È in questo senso che la pubblicità ha giocato e gioca un ruolo centrale nel cogliere e raffigurare certi tratti del cambiamento sociale. Nel momento in cui si afferma la soggettività di massa, il consumismo inteso non più come strumento egualitario ma come contrassegno delle identità, dei valori, la pubblicità ha messo in scena nella maniera più esplicita la fantasmagoria dei desideri e dei sogni diffusi di Paesi che stavano scoprendo il benessere. C’è anche quella speciale forma di pubblicità che si chiama propaganda e che tanto piace ai regimi autoritari («I più grandi trionfi della propaganda sono stati compiuti non facendo qualcosa, ma astenendosi dal farlo», sostiene Aldous Huxley). Ripeto: l’aspetto più sorprendente del libro di Bernocchi è l’analisi di molte campagne pubblicitarie, ognuna delle quali nasconde una miniera di informazioni e di connessioni con la società del tempo. Abbandoniamoci ad alcuni esempi.

Il sapone delle dive
Scrive Bernocchi: «Lux divenne, a partire dal 1925, l’anno in cui la pubblicità lo lanciò sul mercato americano, il sapone delle star. Un sapone bianco per differenziarlo dal verde Palmolive e dal rosa Cadum; un sapone che doveva essere, secondo la pubblicità, uno strumento indispensabile per la cura della pelle di ogni donna che volesse assomigliare a una diva del cinema». A reclamizzare il sapone dei fratelli britannici William e James Lever ci pensa l’agenzia J. Walter Thompson che utilizza lo star system internazionale: da Judy Garland a Ginger Rogers, da Louise Brooks a Joan Crawford, da Bette Davis a Marlene Dietrich, da Ava Gardner a Grace Kelly. E quando il prodotto viene esportato si aggiungono altri volti: Brigitte Bardot, Claudia Cardinale, Sophia Loren. Accettarono tutte, tranne la divina Greta Garbo, che oppose un netto rifiuto.

Torches of Freedom
Nel 1928, il potente magnate del tabacco George Washington Hill, presidente dell’American Tobacco Company, che faceva già affari d’oro da quando le sigarette, durante la Prima guerra mondiale, erano state incluse nelle razioni dei soldati, si rese conto che poteva guadagnare ancora di più, se il mercato si fosse aperto alle donne. Per raggiungere lo scopo venne ingaggiato Edward Bernays, l’inventore delle Public Relations (o «consenso ingegneristico», come preferiva Bernays chiamare l’arte della persuasione). Nipote di Sigmund Freud, Bernays è stato il primo a teorizzare che le persone possono essere portate a desiderare cose di cui non hanno bisogno facendo appello a desideri inconsci (essere liberi, avere successo, ecc.).
«Torches of Freedom» fu uno slogan utilizzato per incoraggiare le donne a fumare, facendo leva sul loro desiderio di «aspirare» a una vita migliore e ottenere l’uguaglianza con gli uomini. Per mostrare quanto fosse glamour per una donna fumare, le fece sfilare a una delle manifestazioni più importanti degli Stati Uniti, la Easter Holiday Parade di New York del 1929, che ogni anno attirava fino a un milione di persone. Bernays riunì dozzine di donne, tutte scelte personalmente, giovani, belle, sane ed eleganti, a cui distribuì pacchetti di Lucky Strike e assegnò una posizione precisa. Convocò la stampa di tutto il Paese, promettendo «un grande evento». Nascosto tra la gente, diede un segnale concordato: sotto l’occhio dei fotografi della stampa, dozzine di donne, allo stesso tempo, tirarono fuori il loro pacchetto di sigarette e iniziarono a fumare. Ai giornalisti e ai curiosi che le intervistavano, spiegarono che queste erano le «torce della libertà», in riferimento alla Statua della Libertà, un discorso attentamente confezionato dallo stesso Bernays. Un’operazione commerciale spacciata come battaglia politica, oggi impensabile.

Think small
«Volkswagen è una casa automobilistica tedesca, nata a Berlino nel 1937. Il progetto originario, voluto da Adolf Hitler, prevedeva la creazione di una macchina economica da commercializzare a un prezzo accessibile per la maggior parte dei tedeschi». Con questa tara ideologica, com’è possibile vendere il Maggiolino negli Stati Uniti? Ci pensa l’agenzia Doyle Dane Bembach a partire dal 1959 che con una serie di slogan molto efficace convince gli americani, abituati ad auto di grandi dimensioni, a comprare un’auto così apparentemente antiestetica. Questa campagna, basata sulla strategia del «negative approach» (trasformare in positivi gli aspetti negativi del prodotto con ragionamenti tanto plausibili quanto ironici) è stata celebrata dagli esperti come la pubblicità più importante di tutto il Novecento. Chi mi ama mi segua Nel 1973 nacque una delle più famose e controverse campagne della pubblicità italiana. Commissionata dal Maglificio Calzificio Torinese (già proprietario del marchio Robe di Kappa), per il nuovo brand Jesus Jeans, la campagna, affidata a Michael Goettsche e Emanuele Pirella, che coniarono lo slogan «Chi mi ama mi segua», mostrava le natiche semicoperte della modella Donna Jordan, in una celebre foto di Oliviero Toscani. L’accostamento tra frasi del Vangelo e immagini provocanti non mancò di scatenare accuse e polemiche. A seguito delle immagini pubblicitarie di Jesus Jeans, scoppiò lo scandalo. In tutta Italia partì una campagna di condanna e boicottaggio, iniziata sull’«Osservatore Romano» e arrivata fino alla denuncia di Vincenzo Salmeri, l’allora pretore di Palermo. Anche Pier Paolo Pasolini, dalle pagine del «Corriere della Sera», non mancò di esprimere il proprio dissenso e sdegno per quella che a suo avviso era un’indecente iniziativa commerciale. Con il suo articolo intitolato Il folle slogan dei jeans Jesus, pubblicato il 17 maggio 1973 e poi riportato anche nella raccolta Scritti corsari con il nuovo titolo Analisi linguistica di uno slogan, Pasolini condannava l’impudicizia dello spot del marchio di pantaloni, e profetizzava un uso sempre più dissacrante e sconveniente delle pubblicità senza rispetto per i valori prestabiliti, come segno di una corruzione morale dilagante.

Macintosh 1984
Lo spot Macintosh 1984 inizia in uno stanzone che sembra l’interno di una fabbrica. Ambientato in un mondo distopico ispirato a 1984 di George Orwell (e a Blade Runner del regista Ridley Scott, scelto da Apple non per caso), lo spot presenta un Grande Fratello che dà ordini a un uomo grigio al centro di uno schermo gigante. Poi una donna in pantaloncini rossi corre verso di lui. Fa girare un martello in aria e lo lancia al centro dello schermo, mandandolo in frantumi, distruggendolo. Appare una scritta in sovraimpressione: «Il 24 gennaio Apple introdurrà il Macintosh. E capirete perché il 1984 non sarà come 1984». Lo spot venne mostrato durante il Superbowl, la finale del campionato americano di football, l’evento sportivo più seguito negli Usa. Lasciò tutti a bocca aperta: per diversi secondi il pubblico restò in silenzio. Lo spot è stato votato infinite volte dai creativi di tutto il mondo come il commercial più rivoluzionario della storia della tv.

Storia della pubblicità di Roberto Bernocchi è così ricco di curiosità che a ogni pagina c’è una sorpresa. Sono diverse le campagne ingannevoli, fin dalle origini. Barnum, quello del circo, compra una vecchia schiava, Joice Heth, e la esibisce al pubblico dicendo che ha 160 anni e la presenta come «la balia di George Washington». Questo primo esempio famoso ha fatto scuola, «inventando» un linguaggio sensazionalistico che la pubblicità ha sfruttato per anni, a discapito della propria credibilità. Le più significative campagne ingannevoli appartengono ai primi decenni del Novecento quando, con l’invenzione dell’elettricità, uomini senza scrupoli escogitarono prodotti miracolosi, sostenuti da fantasiose promesse sanitarie (la scossa elettrica poteva ogni cosa). Prima ancora ebbero molta fortuna i «beveroni» salutisti, capaci di sistemare qualunque acciacco fisico e mentale (i film western hanno mitizzato la figura del venditore di sciroppi toccasana). Con l’introduzione della reason why (la ragione per cui), negli anni Cinquanta, si diffuse il bisogno di dare un nome alla propria differenza di prodotto. Celebre il caso dell’Irium, contenuto nel dentifricio Pepsodent, contro la carie. Sostanza inventata solo per dare credibilità all’efficacia del prodotto. Per non parlare del bagno schiuma «al lime dei Caraibi». Per non parlare delle influenze sul linguaggio: Yes We Can, Think Different, Che mondo sarebbe senza Nutella?, Make Love Not War, Just Do It, Provare per credere, Così tenero che si taglia con un grissino, Un diamante è per sempre, Più bianco non si può, Dove c’è Barilla c’è casa, Falqui basta la parola, O così o Pomì... Tuttavia, la pubblicità, con la sua capacità di integrare forme testuali di differenti origini, col suo vampirismo o parassitismo culturale, con la vitale esigenza di restare in contatto con pubblici variegati e di saper interpretare i valori dati per scontati di una comunità nazionale, con il suo appello alle diverse dimensioni dell’esperienza (quella cognitiva, ma anche, e forse soprattutto, quella passionale), si conferma uno straordinario laboratorio linguistico.

- Aldo Grasso - Pubblicato su La Lettura del 7/8/2022 -

venerdì 16 settembre 2022

Una stazione di servizio nuclearmente armata !!

La gloria e una pannocchia di grano
- di Tomasz Konicz -

Il fatto che in alcune parti del mondo si stia affrontando una devastante carestia, non può essere attribuito solamente alle conseguenze della guerra in Ucraina. È stato Putin! Questa esclamazione - usata dalla base con la testa rasata, costituita dai fan tedeschi del Cremlino, espressa con una strizzatina d'occhio, al fine di ridicolizzare qualsiasi critica al loro surrogato di leader - sembra in realtà che si possa perfettamente adattare all'aggravarsi della crisi di fame e povertà nel Sud del mondo. Dopo l'invasione dell'Ucraina da parte della Russia, i prezzi degli alimenti di base sono saliti alle stelle. L'indice alimentare dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (FAO) - il cui calcolo tiene conto dei prezzi di cereali, latticini, carne, oli da cucina e zucchero - è aumentato in maniera significativa dall'inizio della guerra. L'Ucraina e la Russia, in quanto importanti esportatori di alimenti di base - quali grano, mais o olio di girasole - riforniscono soprattutto gli Stati periferici. Inoltre, la Bielorussia e la Russia producono anche tutta un'ampia quota di fertilizzanti per l'economia agricola mondiale. Secondo l'Ufficio Federale per l'Economia e il Controllo delle Esportazioni, in Ucraina la produzione di cereali rappresenta l'11,5% del mercato globale. Nel 2021, nel Paese, che ha terreni particolarmente fertili, sono stati raccolti circa 33 milioni di tonnellate di grano, di cui 20 milioni destinati all'esportazione. Si stima che il raccolto di quest'anno, a causa della guerra, sarà inferiore del 35-42%, e che a maggio le esportazioni erano già scese fino ad arrivare a un terzo del volume dell'anno scorso. La crisi alimentare è stata pertanto innescata, da un lato, dalla guerra in Ucraina e dal blocco russo dei porti ucraini sul Mar Nero e, dall'altro, dalle preoccupanti perdite di raccolto, a livello globale, dovute alla carenza di fertilizzanti. La Russia e la Bielorussia hanno prodotto circa il 37% di tutto il fertilizzante potassico che è stato utilizzato a livello mondiale nel 2019.

Prima dello scoppio della guerra, le esportazioni di grano russo e ucraino venivano destinate principalmente alle regioni periferiche particolarmente vulnerabili alle carestie. Tra i maggiori importatori di grano proveniente dalla produzione russa e ucraina, ci sono Egitto, Bangladesh, Nigeria, Yemen, Sudan e Senegal. Dei 25 Paesi africani che si riforniscono, per oltre un terzo delle loro importazioni di grano dalla Russia e dall'Ucraina, 15 Paesi hanno effettivamente soddisfatto più della metà del loro fabbisogno di importazioni dalla Russia e dall'Ucraina. Nel caso di Somalia, Egitto, Benin, Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Senegal e Tanzania, la cifra era superiore ai due terzi. L'Africa orientale in particolare, dove la peggiore siccità degli ultimi 40 anni ha già causato una grave carestia che minaccia circa 23 milioni di persone, di cui statisticamente rimane vittima una persona ogni 48 secondi, è uno dei principali acquirenti di grano dalle zone di guerra. Dal momento che le sanzioni dell'UE non colpiscono le esportazioni russe di olio di girasole e di grano, e i più importanti Paesi importatori non hanno imposto alcuna sanzione contro la Russia, l'aumento dei prezzi e il conseguente aumento della fame e della malnutrizione devono essere attribuiti alla guerra di aggressione imperialista che Putin - provocato dall'espansionismo occidentale nella più vicina sfera di influenza russa - ha scatenato nella sua megalomania. Tuttavia, uno sguardo allo sviluppo globale della fame e della malnutrizione, mostra anche che la guerra agisce come un amplificatore di crisi che accelera le tendenze già prevalenti. In realtà, l'opinione pubblica occidentale sta in parte utilizzando l'invasione russa dell'Ucraina come una scusa a buon mercato per distrarre dalle cause più profonde e sistemiche della crisi. Secondo i dati della FAO, nel tardo capitalismo, dal 2014 il numero di persone che soffrono di fame e di malnutrizione è aumentato quasi ogni anno a causa di focolai episodici di crisi sociale e ambientale. L'aumento della fame è stato più pronunciato nel 2020, anno della pandemia; nella quale 768 milioni di persone sono state colpite. La lotta contro la pandemia ha portato a un crollo massiccio della domanda nei Paesi centrali, cosa che ha portato a una crisi di sovrapproduzione e a una corrispondente esplosione della miseria nella periferia. Secondo un rapporto della FAZ, ad esempio, nel 2020 le vendite di prodotti tessili in Europa e Nord America sono crollate di circa 16 miliardi di dollari; il che nell'industria tessile del Sud-Est asiatico si è riflesso in una riduzione dei redditi di circa il 21%. Poiché in paesi come il Bangladesh, il Pakistan o la Birmania i salari dell'industria sono al livello di sussistenza, ci sono milioni di lavoratori che hanno dovuto fare la fame o indebitarsi. Secondo i sondaggi, il 75% dei lavoratori è stato costretto a chiedere dei prestiti per poter assicurarsi un accesso adeguato alle necessità della vita. Il meccanismo di indigenza capitalista, mediato dal mercato, che ha avuto i suoi effetti distruttivi non solo nell'industria tessile durante la pandemia, ora trasforma il calo della domanda dei centri del sistema mondiale negli stomaci vuoti nella periferia. Nel 2020, l'aumento della fame ha pertanto colpito milioni di salariati, proprio perché è stata prodotta troppa ricchezza materiale, la quale non poteva più essere valorizzata sotto forma di merce. I salariati che possono ancora continuare a cucire vestiti per Adidas, Puma e Co. sono stati "fortunati", secondo quella che è la logica capitalista della valorizzazione.

Nel capitalismo, ha il diritto di esistere solo ciò che contribuisce direttamente o indirettamente al processo di valorizzazione del capitale, vale a dire, solo ciò che promuove la moltiplicazione smisurata del denaro attraverso il lavoro salariato. Per il capitale, le risorse naturali e la vita umana non hanno alcun valore in sé, ma fungono solo da mezzo per l'insano fine dell'accumulazione illimitata di capitale. Le merci - e questo include anche la merce del lavoro - rappresentano un mero fattore di costo nel caso non possono essere valorizzate. E dato che, in condizioni capitalistiche, l'aumento massiccio della fame si accompagna a una diminuzione altrettanto massiccia della domanda di cibo sul mercato, di conseguenza l'anno pandemico 2020 è stato segnato non solo da un grave aumento della fame, ma anche da una distruzione di massa di cibo. L'industria agricola statunitense, ad esempio, ha distrutto milioni di tonnellate di alimenti di base, mentre simultaneamente circa 38 milioni di cittadini statunitensi soffrono di "insicurezza alimentare", e le code alle mense dei poveri e ai punti di distribuzione del cibo, frequentati da 60 milioni di persone nel 2020, si allungano sempre di più. La distruzione di quei prodotti alimentari che non possono più essere trasformati in merci avviene anche in questo anno di guerra e di crisi, allorché, ad esempio, i contadini del Münsterland si vedono arare i loro campi di fragole, dal momento che il commercio alimentare costringe i prezzi al di sotto dei costi di produzione. Ad ogni modo, adesso ci sono anche segnali di carestie causate dalla crisi climatica. Lo dimostra, ad esempio, l'India. In primavera, il Paese è stato colpito da un'ondata di calore senza precedenti, durata una settimana, con temperature record di oltre 45 gradi Celsius, che ha causato notevoli perdite nei raccolti. Nelle regioni chiave per la coltivazione, come il Punjab, le prime stime parlano di perdite di raccolto intorno al 25%. E visto che l'India aveva già utilizzato gran parte delle sue riserve di grano, nel corso degli attacchi di pauperizzazione indotti dalla pandemia, al fine di prevenire carestie e rivolte nell'ambito di un programma di welfare, Nuova Delhi ha allora deciso di tirare il freno d'emergenza, e imporre pertanto un divieto di esportazione del grano a fronte dell'impennata dei prezzi. Inizialmente, l'India intendeva sfruttare la carenza di grano causata dalla guerra in Ucraina per aprire nuovi mercati, ma alla luce del crollo dei raccolti, che sta mettendo in discussione il programma alimentare del governo in vigore fino a settembre, si è vista costretta a ricorrere a misure protezionistiche.

In questo modo, la crisi climatica sta perciò rafforzando le tendenze protezionistiche che erano già prevalenti nella fase finale della globalizzazione neoliberista; al più tardi da quando è entrato in carica Donald Trump. E gli eventi, che ora assumono sempre più la forma di eventi meteorologici estremi, stanno diventando sempre più frequenti: la forte ondata di caldo che ha colpito la Spagna a maggio, ha messo a rischio il raccolto di diverse varietà di bacche. Negli Stati Uniti, la prolungata siccità nel Midwest minaccia perdite di raccolti dell'8% per il grano invernale, ciò nonostante l'espansione della superficie coltivata. In Marocco, a causa della siccità si prevedono perdite di raccolto del 70%, mentre anche il Canada e la Francia stanno affrontando perdite significative a causa delle condizioni climatiche insolitamente calde e secche della primavera. Anche la Cina potrebbe subire perdite di raccolto a causa delle gravi inondazioni. Complessivamente, secondo le stime del Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti, i raccolti di grano dovrebbero diminuire dello 0,6% nella stagione 2022/23, e le riserve globali addirittura del 5%. L'aumento vertiginoso dei prezzi, sul mercato mondiale, degli alimenti di base, che probabilmente contribuirà a far aumentare quelle che sono 193 milioni di persone a rischio di fame in tutto il mondo - come afferma il Rapporto Globale sulle Crisi Alimentari per il 2021 - continuerà ad aumentare quest'anno, anticipando così la futura domanda del mercato, a fronte della guerra e della crisi climatica. E non è solo l'India a rispondere a questo micidiale movimento di mercato con il protezionismo. A causa del massiccio aumento dei prezzi, e delle incombenti carenze di approvvigionamento, l'Indonesia, ad esempio, ha emesso ad aprile un divieto di esportazione a breve termine sull'olio di palma; cosa che ha ulteriormente aggravato la situazione globale dell'offerta, soprattutto nel Sud globale. Le restrizioni all'esportazione dell'olio, dannoso per l'ambiente, prodotto per il 60% nello Stato insulare dell'Asia meridionale a partire da palme da olio che vengono coltivate in monocolture sul suolo di foreste pluviali disboscate, sono state revocate solo alla fine del mese di maggio. Allo stesso modo in cui il fallimento della lotta globale contro le pandemie, dovuto all'iniqua distribuzione dei vaccini, porta all'emergere di nuovi mutanti, e a resistenze nella periferia, anche il sistema mondiale tardo-capitalista è allo stesso tempo la causa e l'intensificatore della crisi della fame che sta guadagnando slancio. L'impulso alla crescita delle economie capitaliste - a sua volta solo espressione del processo di valorizzazione - sta facendo sì che le emissioni globali di CO2 continuino ad aumentare nonostante tutte le rassicurazioni ideologiche provenienti dai politici verdi; cosa che metterà sempre più sotto pressione l'approvvigionamento alimentare dell'umanità. Allo stesso tempo, il sistema agricolo tardo-capitalista non è più in grado di reagire adeguatamente alle crescenti distorsioni, dal momento che segue solo il fine di ottenere il massimo profitto possibile. Le lamentele da parte della palude politica verde - secondo cui "dovremmo" finalmente mangiare meno carne e fare meno rifornimento di biodiesel - ignorano proprio questo fine irrazionale del capitale, il quale trasforma la base dell'esistenza umana in quello che è il mero materiale del processo della valorizzazione reale-astratta. Le richieste avanzate dalla mafia agricola - di fronte alla crisi della fame - di abbassare gli standard ambientali e abbandonare l'agricoltura biologica, per spingere all'estremo l'industrializzazione ecologicamente disastrosa della produzione alimentare, illustrano solo quella che è l'incapacità fondamentale del settore agricolo tardo-capitalista di riformarsi; come era già espresso nel 2020 nella riforma agricola dell'UE, oltremodo ammorbidita dalle associazioni dei lobbisti.


Nel corso della crisi della carestia, le barriere interne ed esterne del capitale interagiscono tra loro, e questo diventa molto chiaro nell'impennata dei prezzi, che, dopo tutto, non è solo alimentata dalla guerra e dalla crisi climatica, ma anche dalle conseguenze del massiccio sovra-indebitamento dell'intero sistema mondiale capitalista. Il gigantesco carico di debito globale - conseguenza di un regime di accumulazione mancata, che nell'era neoliberista viene simulato per mezzo di una crescita finanziata dal credito - che schiaccia anche molti Paesi del Sud globale minacciati dalla carestia e rende difficile un'adeguata reazione alle crisi, ha potuto essere mantenuto negli ultimi anni solo grazie al costante aumento della stampa di moneta da parte delle banche centrali. Ben prima dello scoppio della guerra, questa "politica monetaria espansiva" si è manifestata con un aumento dell'inflazione, contribuendo all'incremento dei prezzi dei generi alimentari e preannunciando l'inevitabile svalutazione delle montagne del debito globale. E sono state proprio queste crescenti contraddizioni economiche ed ecologiche a mettere l'Occidente e la Russia in rotta di collisione in Ucraina. Dal 2014, è di conseguenza cambiata la natura del Grande Gioco neo-imperialista sull'Ucraina - allorché l'Occidente è intervenuto per impedire la formazione dell'Unione Eurasiatica, allora propagandata da Putin, attraverso un rovesciamento del governo attuato da milizie naziste. Con la controversia per le regioni meridionali e sudorientali dell'Ucraina - che il Cremlino vuole incorporare nel suo impero delle risorse - si sta ora svolgendo anche una guerra sulle risorse dall'aspetto arcaico. Le aree contese hanno le più alte rese agricole di cereali, come il grano e la segale. Mosca, che non è riuscita a modernizzare l'economia russa, sta espandendo ora la sua strategia di formazione di un "impero dell'energia", il quale cerca di ottenere un controllo estensivo della "catena del valore" delle fonti energetiche, in modo da includere anche altre risorse "scarse": in questo caso, i prodotti alimentari di base.

La Russia non vuole solo essere una stazione di servizio dotata di armi nucleari, ma vuole anche diventare il granaio del mondo tardo-capitalista, il quale ora sta precipitando nella catastrofe climatica, guadagnando in tal modo quella che ora diventa un'altra leva geopolitica di potere. La visita dei rappresentanti dell'Unione Africana a Mosca, avvenuta all'inizio di giugno per discutere della crisi alimentare, illustra la strategia russa. Il presidente senegalese Macky Sall, dopo l'incontro di tre ore con Vladimir Putin, si è detto «assai soddisfatto e molto contento» degli scambi con il suo omologo russo, e ciò in ragione del fatto che quest'ultimo era consapevole che «la crisi e le sanzioni avrebbero causato seri problemi alle economie deboli come quelle africane». Il New York Times ha descritto l'incontro come «una sorta di vittoria diplomatica» per Putin. Tuttavia, rimane assai dubbio che il sistema mondiale tardo-capitalista, nel suo stato attuale, possa riuscire a capire a cosa assomigli una vittoria.

- Tomasz Konicz - Pubblicato originariamente su konkret nel 07/2022 -

Fonte: Exit! in English

giovedì 15 settembre 2022

Quando «mignotta» era un vezzeggiativo …

Le parolacce sono i palliativi verbali delle molteplici miserie e angosce che segnano l’umano arrancare. Con vivacità e ironia, il volume racconta la storia del colorito frasario volgare e mostra che il linguaggio basso e sprezzante, per la sua straordinaria potenza emotiva, esiste da sempre. Negli ultimi decenni, però, il turpiloquio ha infranto le barriere che ne regolavano la circolazione: non è più “una cosa da uomini” né una risorsa espressiva di uso marginale, ma è sconfinato dal privato al pubblico, nella fluviale comunicazione social e perfino nel dibattito politico. Ecco perché la nostra è stata definita «l’epoca d’oro dell’ingiuria».

(dal risvolto di copertina di: Brutte, sporche e cattive. Le parolacce della lingua italiana, di Pietro Trifone. Carocci, pagg. 132, € 13)

L’italiano, linguaccia oscena e turpiloquente
- di Lorenzo Tomasin -

Scrivere un libro bello, netto e onesto su parole brutte, sporche e cattive non è facile. Nel senso che affrontare in maniera non episodica, ma sistematica interi settori del lessico in cui s’affolla materiale relativo a referenti osceni o turpi, per varie ragioni imbarazzanti e soggetti a censura espone naturalmente a rischi molteplici. Da un lato quello di una pruderie stucchevole, da un altro quello della scurrilità compiaciuta e magari dissimulata. Chi si proponga di parlare di questi argomenti può essere in dubbio sul livello d’esplicitezza cui vanno spinte alcune spiegazioni, o sull’opportunità di mostrare confidenza – o viceversa d’affettare ingenua estraneità – rispetto a temi, parole, sottointesi ed allusioni. Le soluzioni ovviamente ci sono e sono varie, ma non è facile mantenere l’equilibrio e l’uniformità in un discorso che si addentra appunto nelle brutture, nella sporcizia e nella cattiveria del linguaggio quotidiano. Un volumetto dello storico della lingua italiana Pietro Trifone riesce nella sfida di disporre la materia in modo convincente e intellettualmente stimolante.

Il turpiloquio, cioè le parolacce di cui l’italiano passa per essere particolarmente ricco – grazie anche all’estrema varietà degli ambiti geografici e sociali cui la lingua comune attinge le sue risorse – sono un efficace termometro culturale. La loro distribuzione nello spazio (gli improperî di Roma non sono, in molti casi, gli stessi di Milano) e nel tempo (negro non era un insulto fino a pochi decenni or sono, poltrone è un epiteto che oggi non farebbe scorrere sangue come alcuni secoli fa) illumina versanti significativi, e spesso difficilmente indagabili con altri mezzi, della storia sociale, di quella religiosa, del concetto di morale e dei lineamenti antropologici di una comunità di parlanti. Prendi il caso di un classico figurante del turpiloquio, non solo romanzo: il tipo figlio di puttana (cui nella variante fili dele pute che si legge nell’affresco della basilica romana di San Clemente, del secolo XI, spetta il primato di più antico insulto scurrile attestato in italiano) ha una traiettoria abbastanza lunga da finir per essere qualcosa di molto simile a «una specie complimento, se non proprio un titolo onorifico come nella nota macchietta di Paolo Villaggio» che di questo epiteto in forma abbreviata gratificava, come se si trattasse appunto d’un motivo d’ammirazione, il suo megadirettore.
I mutamenti nel tempo, che riguardano tutti gli aspetti di tutte le lingue, sono significativi e spettacolari proprio nel campo del turpiloquio (letteralmente, il “parlare sporco”), in cui ad assumere significati turpi, cioè considerati offensivi o degradanti, sono parole spesso dotate di un’infanzia felice, cioè di un significato originario tutt’altro che immondo. Anche per questo, spesso, è difficile ricostruire la storia di parolacce dall’insospettabile curriculum, come alcune di quelle indagate da Trifone. È il caso di frocio, oggi doppiamente tabuizzato per la sua natura d’insulto discriminatorio, di cui il linguista accredita – non per primo – la spiegazione come variante dialettale del toscano floscio, allusivo in origine al modo di parlare “afflosciato” (si pensi al tipo erre moscia) dei parlanti stranieri, i barbaroi-balbuzienti oggetto di ricorrenti pregiudizi e di qualifiche infamanti, il cui significato slitta progressivamente verso la deriva dell’abiezione. Ed è il caso di mignotta, nome di un’antica professione gratificata da sempre da un ventaglio amplissimo di designazioni diversamente connotate: in questo caso si tratta certamente del francese mignot(te), che all’origine è un appellativo affettuoso (“graziosa”, “piacevole”).

E se i burini celano probabilmente nel loro nome quello del bure, parte dell’aratro naturalmente associata all’indole greve e terragna dei contadini (siamo nei dintorni della satira del villano, variante del discorso razzista che è motore di vari processi tipici del turpiloquio), i buzzurri di cui tanto han discusso gli etimologisti devono il loro nome a una trafila che rimonta in ultima analisi al solito buggero/bulgero, cioè letteralmente “bulgaro”: nome di un popolo che per varie e imprevedibili ragioni in Italia ha generato numerosi epiteti triviali (tutti raccolti da un libro recente di Enrico Testa, Bulgaro. Storia di una parola malfamata) Gli esempi che abbiamo scelto illuminano un carattere tipico di questo libro, cioè l’attenzione precipua a quello che già Dante nel De vulgari eloquentia chiamava tristiloquium turpissimum, cooptando il romanesco nella sua rassegna – perlopiù francamente denigratoria – dei dialetti d’Italia. Quale che fosse la reale percezione dantesca della parlata dell’Urbe, è certo che ancor oggi essa viene associata al linguaggio greve, osceno, che diremmo generosamente pornolalico, coprolalico, turpiloquente. I magistrali sonetti del Belli composti tutti di varianti sinonimiche del nome del sesso maschile e di quello femminile – Er padre de li santi, La madre de le Sante – sono allegazioni inevitabili: piccole miniere di curiosità etimologiche, essi sono anche spaccati (o dissezioni) di cultura e d’immaginario popolare. Ed è proprio nella capacità di far reagire storia dei costumi e storia delle parole che il volume di Trifone, continuatore di varie altre sue ricerche recenti (da Malalingua La Storia dell’Italia disunita), trova le sue pagine migliori, «confermando la tesi di Peter Burke secondo cui gli insulti sono una chiave efficace per comprendere l’evoluzione della mentalità».

- Lorenzo Tomasin - Pubblicato su Domenica del 31/7/2022 -

«BRUTTI» ESEMPI:

Bordello. È Dante, in un celebre passo del Purgatorio (VI.78), il primo a usare questa parola nel senso spregiativo e di per sé traslato, metaforico, di «luogo di depravazione morale».
Minchiata. Pietro Trifone censisce questo termine (derivato di minchia, latino mentula, pene) tra i non molti termini di origine meridionale entrati nel turpiloquio degli italiani.
Cacchio. Tra i luoghi fornitori di parolacce all’italiano comune l’autore (che è romano) riconosce una certa importanza a Roma «capitale italiana del turpiloquio». Oltre alle parolacce vere e proprie, la Città eterna ha passato alla lingua nazionale anche vari sostituti che attenuano le parole considerate più grevi, come cacchio in luogo del pur diffusissimo cazzo.

Le forbici del collasso

La forbice che taglia i profitti
- di Michael Roberts -

Secondo l'analisi degli economisti di JP Morgan, la crescita degli utili societari a livello globale andrà sempre peggio.  La stima è quella secondo cui, dopo un'impennata dell'89% (media mobile svolta su 4 trimestri) nel 2021, gli utili societari globali, nell'anno conclusosi nel 2° trimestre del 2012 si sono ridotti a un moderato, ma ancora solido, 24%. E si ritiene che «al netto, il livello degli utili è circa più del 17% di quello che c’era nel trend pre-pandemia, ma si stanno ancora recuperando i profitti che sono andati perduti a causa della pandemia».  Ad ogni modo, JP Morgan si aspetta «nei prossimi trimestri, un rallentamento nella crescita degli utili, dal momento che l'inflazione rallenta mentre il mercato del lavoro rimane bloccato. Ci sarà un'ulteriore pressione proveniente dall'aumento dei tassi di indebitamento delle imprese, mentre le banche centrali proseguiranno il ciclo di inasprimento, che sarà il più intenso degli ultimi decenni». Stanno quindi per cominciare a chiudersi quelle che sono le forbici del prossimo collasso (crollo dei profitti e aumento dei tassi di interesse). Durante la ripresa post-pandemica, i margini di profitto delle imprese (cioè, la differenza tra ricavi e costi, per unità di produzione) hanno raggiunto dei picchi che non vedevano da molti decenni, a causa del fatto che l'impennata dell'inflazione ha aumentato il potere di determinare i prezzi da parte delle imprese, nello stesso momento in cui i salari invece languivano. Ma nel 2022 le cose stanno cambiando. I margini di profitto si stanno riducendo a causa dell'aumento dei costi di produzione e del rallentamento della crescita dei fatturati.

Scomponendo e analizzando i dati per ogni singolo settore, JP Morgan rileva che ognuno dei 10 settori che compongono l'economia totale - rispetto ai massimi pluridecennali registrati nel 2021 - mostra un rallentamento della crescita degli utili, sebbene dall'inizio dell'anno siano stato solo quattro di questi settori ad aver subito una vera e propria contrazione. Per quanto, nel 2021 il boom dei profitti sia stato ampio in tutti i settori, dai dati emerge chiaramente come la maggior parte degli aumenti dei profitti sia stata registrata nel settore dell'energia e delle materie prime, ivi compresi gli alimenti. Ed è qui che si registrano i maggiori contraccolpi.

In passato, avevo svolto una misurazione degli utili aziendali globali. Si trattava di una media ponderata del PIL degli utili societari annuali di cinque paesi (Stati Uniti, Giappone, Cina, Germania e Regno Unito). Essi rappresentano un universo più piccolo di quello elaborato dagli economisti di JP Morgan. Questi ultimi tengono conto degli utili societari dell'MSCI di 29 Paesi. Il risultato sembra migliore, ma la misurazione effettuata da JP Morgan presenta alcuni gravi inconvenienti. In primo luogo, si basa sugli utili che vengono dichiarati nei bilanci delle società, i quali sono sempre esagerati. La mia misurazione si basa invece su indicatori più accurati dei profitti, usati dai governi nazionali. In secondo luogo, JP Morgan misura la variazione dei profitti su una media mobile di 4 trimestri, e non su base annua per ciascun trimestre. Ciò tende a rendere le variazioni in aumento e in diminuzione, più esagerate rispetto alle misurazioni anno per anno.


Secondo il mio modello, la variazione degli utili societari globali fino al primo semestre del 2022 appare come segue. Da questo grafico, emergono diverse cose.  In primo luogo, la crescita degli utili societari globali si era arrestata già prima che scoppiasse la pandemia di COVID, e quindi prima che si verificassero i lockdown e il crollo del commercio internazionale (-2,1% annuo nel 4° trimestre 2019). In secondo luogo, l'enorme ripresa statistica del 2021 (con un picco del 54,4% nel secondo trimestre del 2021), nel 2022 ha lasciato il posto a un rapido rallentamento degli utili su base annua (solo il 6,2% nel primo semestre del 2022). Come si pone il modello di JP Morgan rispetto al mio?

Considerando le differenze nei dati tra i due modelli, si riscontra comunque una tendenza abbastanza simile. C'è stato un boom dei profitti dopo la mini-recessione del 2016, poi un calo nel 2019 (preannunciando un nuovo crollo degli investimenti e del PIL nelle principali economie), e quindi il collasso della pandemia (sebbene i miei dati mostrino un piccolo aumento).  Nei miei dati, rispetto a quelli di JP Morgan la ripresa del 2021 è più moderata.  La prima metà del 2022 è invece equivalente. Entrambi i dati mostrano la conclusione cui arriva JP Morgan, eche conclude: «rispetto al trend pre-pandemico, i profitti globali accumulati grazie alla pandemia sono ancora sotto di oltre il 20%». E adesso che la crescita dei profitti sta scomparendo, JP Morgan prevede che «il potere di determinazione dei prezzi dovrebbe attenuarsi, soprattutto nel settore energetico, mentre è improbabile che le pressioni salariali si moderino altrettanto rapidamente. In combinazione con l'aumento dei tassi d'interesse, i margini di profitto si ridurranno, smorzando gli utili complessivi».  Quelle che in passato ho chiamato le forbici del crollo (aumento dei tassi di interesse e calo dei profitti) stanno cominciando a chiudersi.

Perché è importante seguire la variazione dei profitti del settore capitalistico a livello globale?  Come ho sostenuto in numerose occasioni, i profitti sono la forza trainante degli investimenti capitalistici, e quindi della crescita dell'occupazione e del reddito. Se la redditività degli investimenti capitalistici diminuisce, e alla fine porta a un calo dei profitti totali, questo diventa il più forte indicatore di un imminente crollo della produzione capitalistica. La stretta relazione (anche se ritardata) tra profitti e investimenti è ben dimostrata da diversi studi, tra cui il mio. JP Morgan è certamente convinta della relazione esistente tra profitti e investimenti, con i primi che guidano i secondi: «ci aspettiamo che nei prossimi trimestri la crescita degli utili aziendali rallenti ulteriormente. Questa debolezza si ripercuoterà negativamente sugli investimenti delle imprese».

- Michael Roberts - Pubblicato il 14/9/2022 -

Fonte: Michael Roberts blog Blogging from a Marxist economist