lunedì 15 dicembre 2025

Verrà, il Giorno della Vendetta !!

Apocalypse Now!
- Sul legame tra emancipazione e pessimismo culturale -
Robert Kurz

   La paura della fine del mondo ha dominato molte culture. Questa idea è stata spesso associata al Giorno del Giudizio Universale, come nell'Apocalisse di Giovanni. In questi pensieri, vi è un certo fondo razionale e altamente terreno che giace sopito sotto il velo religioso. Poiché ogni élite sociale che si basa sul «dominio dell'uomo sull'uomo» (Marx) e che, sotto il suo comando, genera incessantemente povertà, miseria e oppressione, nutre nel proprio cuore una paura, tanto segreta quanto fondata, del giorno della vendetta. Nella postmodernità capitalista globalizzata della fine del XX secolo, le élite liberali sicuramente non temono più da tempo la vendetta di Dio. Tuttavia, paventano la possibilità di una nuova grave crisi mondiale, nel corso della quale la «mano invisibile» del loro sacrosanto Mercato potrebbe seminare ancora più morte e desolazione di quanto non stia già facendo. Sotto il segno di questa crisi, la disintegrazione della società minaccia di assumere proporzioni tali, che la civiltà del denaro, oggi apparentemente trionfante, potrebbe essere presto inghiottita dalla storia, come è avvenuto poco tempo fa al suo nemico e parente povero, il socialismo burocratico di Stato. Ogni evento che si muove in questa direzione (come la recente crisi asiatica) viene accolto con un misto di fascino e di terrore. Il mondo liberale, ascolta la «profezia» della crisi così come si ascolta una storia dell'orrore davanti al caminetto. Ma poiché la cultura mediatica postmoderna non sa più distinguere la realtà dai «film» , gli adepti immaginano che sia tutto un gioco e che, una volta che l'orrore sarà passato, potranno tranquillamente andare a cena. È per questo che vanno di moda non solo i «profeti» della crisi, ma anche i propagandisti postmoderni di una gioia delirante, i quali si sforzano di ridicolizzare ogni avvertimento sulla crisi come se fosse un pensiero «millenarista» irrazionale e apocalittico. I veri buffoni di corte del capitalismo non sono più messaggeri di sventura, ma dei veri e propri «disallarmisti» postmoderni, i quali hanno ripescato dai cassonetti della storia i vecchi stracci logori del progresso borghese, in modo da poterli così trasformare in una sorta di moda «di seconda mano».

   L'apocalisse non è poi così tanto palesemente irrazionale e reazionaria, come sostengono gli ultimi buffoni postmoderni della ragione liberale. Tale concetto, non ha mai designato unicamente il Giudizio Universale, che si abbatte su un mondo che non vale più la pena di essere vissuto, nonché la sua scomparsa, ma esso, in seguito alla «catarsi» della grande crisi, promette anche, simultaneamente, l'alba di un mondo nuovo e migliore. E in questo senso, la precisa teoria della crisi elaborata da Marx, che dimostrava in maniera logica come il capitalismo abbia un limite interno assoluto, costituiva in un certo senso il pensiero apocalittico razionale della modernità, proprio perché questa teoria recava con sé anche la speranza di un futuro post-capitalista. Per contro, il pensiero reazionario cupo ha invece come unico obiettivo quello di porre fine in modo definitivo a tutto, ossia arrivare, tramite lo sterminio, all'estinzione. Se il vecchio mondo è condannato, allora non può esserci né un mondo nuovo né un avvenire diverso. Ne “Il Tramonto dell'Occidente”, Oswald Spengler non vedeva altra salvezza, se non la fine “eroica” per mezzo di una catastrofe globale universale. E quando Hitler alla fine capì che la guerra era ormai persa, decise di sterminare l'intera popolazione tedesca, colpevole di non essersi dimostrata “degna” di lui. Nella misura in cui la nuova crisi del capitalismo si profila chiaramente all'orizzonte, oggi,  il liberalismo mondiale adotta, nei confronti del mondo intero, una postura militante del tutto analoga: poiché l'economia del mercato totale si sta autodistruggendo, l'umanità deve inabissarsi insieme a essa, senza che nulla di nuovo possa prendere forma.

   Il postmodernismo, considerato come un'ideologia culturale che accompagna la globalizzazione dell'economia di mercato, non è ancora arrivato fino a questo punto; esso cerca innanzitutto di strappare alla stessa cultura capitalistica un ultimo progresso. È per questo motivo che ogni nuova ondata di crisi, che distrugge ulteriormente la civiltà moderna e l'avvicina alla barbarie, viene ridefinita quasi come una «opportunità». Stiamo addirittura venendo sommersi da un'inflazione di «opportunità». In quest'ottica, è ovviamente diventato impossibile portare avanti una critica fondamentale dell'attuale sviluppo culturale. La critica culturale, che sia emancipatoria o reazionaria, finisce per appare come se fosse identica: bisogna che ogni ultima tendenza debba essere automaticamente la migliore, oltre che una fonte inesauribile di «possibilità», sebbene, alla fine, quello che viene effettivamente raggiunto è solo lo status di imbecillità. Tuttavia - come avviene nel caso della crisi o dell'«apocalisse» - anche per ciò che concerne la questione della critica culturale, troviamo dei contenuti diametralmente opposti. Ciò che i reazionari amano così tanto del passato, è una società fatta di «padroni e servitori», con una cultura autoritaria dai confini ben definiti, dove non c'è nessuno che possa deviare dal modello prescritto dalla tradizione ottusa e cieca. Criticano la cultura commerciale di massa del capitalismo tardivo, solo guardando con occhio romantico e retrospettivo a quelle relazioni. Quando, al contrario, una critica culturale emancipatoria, ovviamente, non cerca di proiettarsi idealmente in un passato glorificato. Né tantomeno può rincorrere ogni nuova tendenza dello spirito del tempo. per poi trarne qualcosa, giacché un simile atteggiamento non è altro che il rovescio del romanticismo reazionario.

   Al contrario, si tratta invece di mettere in evidenza la dialettica negativa della storia capitalistica e delle sue culture: ogni progresso si paga con una regressione, e ogni possibilità positiva si trasforma nella propria negazione. La schiavitù babilonese delle tradizioni agrarie è stata sostituita solo dal flagello egizio del mercato totale. Il postmodernismo ne è la migliore e più recente dimostrazione, con il suo imperativo: «Fai quello che vuoi, ma sii redditizio! ». Si tratta della classica formula di un «double bind» (*1) schizofrenico. nel senso di Gregory Bateson. Oggi, più che mai, questa dialettica negativa si manifesta nel clamoroso divario tra progressi tecnico-scientifici e la povertà di massa su scala globale. Una superpotenza mondiale che invia automobili in miniatura su Marte, lascia morire di fame 11 milioni dei propri figli. All'ombra delle più audaci architetture dei cinque continenti vegetano, in condizioni di miseria di massa, un numero tali di individui, che nessuna società agraria premoderna, per quanto limitata, ha mai generato. Anche guardando retrospettivamente agli ultimi decenni del capitalismo, la regressione sociale fondamentale della fine del XX° secolo risulta evidente. Il barocco postmoderno, conferisce a queste relazioni un'estetica dell'ignoranza, per cui si dichiara che la compassione e l'indignazione sociale sono di cattivo gusto; il che equivale a ricadere spiritualmente al livello del XVIII° secolo. La cultura postmoderna dei giovani della classe media odierna, non è dissimile dal comportamento dei degenerati “Eloi” del romanzo fantascientifico, permeato da un certo pessimismo culturale, "La macchina del tempo" (1895) di H. G. Wells. Gli Eloi sono alla continua ricerca di nuovi giocattoli, incapaci di concentrarsi e incuranti della situazione reale del loro mondo. Sembra che, nella postmodernità, tutte le visioni horror e le utopie negative degli ultimi cento anni siano state elevate a modelli positivi.

   Tuttavia, il declino intellettuale della cosiddetta borghesia trova conferma nel fatto che, a lungo termine, una cultura di apartheid sociale e di cannibalismo economico alla fine si ritorce anche contro gli stessi gruppi sociali dominanti. Se c'è qualcosa di cui si può dire che è «sempre andata peggiorando», questo qualcosa è proprio il livello del sistema educativo e degli standard culturali delle élite capitaliste. Il pessimismo culturale della teoria critica di Adorno e di Horkheimer non si basava sul desiderio di tornare a delle norme, o a delle tradizioni polverose. Si trattava piuttosto dello scetticismo nei confronti della speranza di poter ancora strappare ai dominanti dei beni significativi, in materia di sapere e di cultura. Una società che lascia marcire i propri musei, le sue biblioteche e i suoi monumenti culturali, così come le sue università e la sua letteratura, per vendere solo automobili, non lascerà dietro di sé altro che un mucchio di rottami. I conservatori, che un tempo avevano ricevuto un'istruzione classica, ora traggono il loro tradizionalismo da Hollywood. Anche le loro ville meriterebbero di essere espropriate, e poi rimosse dal paesaggio, tanto sono un'offesa alla vista umana! Se l'analfabetismo secondario (*2) lo si ritrova anche nelle sfere più alte, quale cultura rimarrà ancora da trasformare? Voler rendere accessibili «a tutti» le abitudini dei «ricchi e famosi» di oggi in materia di alimentazione, di lettura, o persino di vita disgusterebbe più d'uno. Quanto alla cultura di massa, non potrebbe forse custodire anch’essa un potenziale emancipatorio? Potrebbe, ma attualmente non è così. A dire il vero, non è indispensabile limitarsi all'istruzione classica. Anche i fumetti possono stimolare la mente ed esprimere una verità. Il problema non è la cultura di massa in quanto tale, ma il fatto che il suo contenuto venga assorbito dalla forma commerciale. I mezzi tecnici non sono indipendenti dalle relazioni sociali in cui si manifestano nella pratica.

   L'attuale dibattito sulla cultura di massa postmoderna, ricorda la controversia tra Adorno e Walter Benjamin negli anni '30 e '40. All'epoca, Adorno riteneva che le nuove tecniche di riproduzione artistica (ad esempio il cinema) avessero soprattutto introdotto una nuova qualità di espropriazione intellettuale e culturale delle masse, privandole di ogni percezione autonoma e critica del mondo. Secondo lui, il regime dell'offerta capitalista aveva ridotto gli individui a uno stato di consumatori passivi, come mai prima d'ora. Da parte sua, Benjamin vedeva invece nelle tecniche cinematografiche la possibilità di ampliare le capacità sensoriali e cognitive del pubblico. Ma Adorno non si opponeva alla nuova tecnica di riproduzione in quanto tale; non più di quanto Benjamin intendesse affidarsi esclusivamente all'aspetto tecnico. Contrariamente ad Adorno, egli vedeva nella «partecipazione consapevole delle masse» alle nuove tecniche culturali, attraverso forme di «percezione collettiva», una possibilità emancipatoria, di cui il movimento operaio dell'epoca costituiva lo sfondo sociale. Alla «estetizzazione fascista della politica» avrebbe dovuto corrispondere la «politicizzazione socialista dell'arte».

   Dopo la seconda guerra mondiale, il capitalismo ha scoperto una terza possibilità: l'individualizzazione commerciale e mediatica di tutta la vita, quindi anche quella della politica e della cultura. La televisione ha segnato l'inizio di una nuova cultura di massa incentrata sugli «individui isolati», che oggi sfocia nell'«estetica dell'esistenza» postmoderna individuale, con le sue «tecniche del sé» capitalistiche (Foucault), a partire dalla quale ogni speranza di emancipazione è stata ridotta a nulla. Sono i killer pazzi e gli assassini di celebrità, a mettere in pratica oggi con maggiore fedeltà l'estetica postmoderna. Il capitalismo, non ha mai avuto una propria cultura, perché esso rappresenta solo il vuoto abissale del denaro. Kasimir Malevich, prima della Prima Guerra Mondiale, ne aveva già dato una rappresentazione artistica inconscia con il suo famoso Quadrato nero. Da allora, non poteva altro che seguire tutta una serie di canti del cigno. Quella che appariva come cultura capitalistica, era in realtà solo un residuo di cultura premoderna, trasformato gradualmente in oggetti di mercato, oppure solo una forma di protesta culturale contro il capitalismo stesso, anch'essa adattata a degli scopi commerciali.

   Oggi il capitalismo ha divorato e digerito tutto, o ridotto tutto alla condizione di rifiuti. È così che la modernità arriva al limite delle sue possibilità culturali, proprio perché non c'è più alcuna protesta. Il postmodernismo immagina di poter ora mettere a sua disposizione, in modo eclettico, tutta la storia dell'arte («anything goes»). In realtà, non fa altro che rovistare disperatamente nella discarica e negli escrementi del passato capitalista, sperando di trovare forse ancora qualche residuo da «riciclare» culturalmente. Questo riciclaggio postmoderno, con la sua simulazione pop di un apparente «buon umore», contribuisce proprio a quella versione reazionaria dell'apocalisse, secondo la quale nessun mondo nuovo può nascere dalle rovine di quello vecchio. La speranza risiede solo in un nuovo movimento sociale di massa, capace di appropriarsi in maniera autonoma delle potenzialità emancipatorie inespresse delle moderne tecniche di riproduzione, contrapponendosi alla loro forma commerciale.

- Robert Kurz - pubblicato su Folha l'11 gennaio 1998 -

NOTE:

1 -  Il «doppio legame» (o «doppio vincolo») è un concetto sviluppato da Gregory Bateson, secondo il quale una persona riceve ordini contraddittori che non può soddisfare. Per Bateson, questo meccanismo sarebbe sia la causa che l'effetto della schizofrenia.
2 -  Per una definizione dell'«analfabetismo secondario» in quanto prodotto della società industriale, che colpisce anche le classi dominanti, cfr. Hans Magnus Enzensberger, «Elogio dell'analfabetismo» in Mediocrità e follia, Gallimard, coll. Le messager, 1991 (NdT).

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