giovedì 16 ottobre 2025

Un Pericolo che sta crescendo sempre più

   Come spiegare il fatto che - solo appena tre quarti di secolo dopo la Shoah - l'antisemitismo stia riemergendo con rinnovato vigore? Lungi dall'essere un fenomeno del passato, resta profondamente radicato nelle società moderne. E questo ritorno non si limita solo all'Europa e all'America: si estende anche al mondo arabo e a molti paesi dell'Asia, dove talvolta l'antisemitismo raggiunge livelli particolarmente elevati. Vediamo come questa rinascita viene accompagnata da una polarizzazione del discorso pubblico: a sinistra, una frangia tende a minimizzarla, denunciandone solo la strumentalizzazione; a destra, invece, si promuove la tesi del "nuovo antisemitismo", il quale però viene attribuito esclusivamente alle popolazioni musulmane, e alla sinistra. Queste due posizioni, entrambe ugualmente caricaturali, rivelano quella che appare come un'unica e sola cecità: l'incapacità di comprendere l'antisemitismo in quanto fenomeno strutturale delle moderne società capitalistiche.

   In questa antologia, in lingua francese, dedicata alla teoria critica dell'antisemitismo, gli autori e le autrici evidenziano quale sia il legame fondamentale -  così tanto a lungo nascosto - tra l'antisemitismo moderno e il capitalismo. Mostrandoci così, in questa relazione, come l'antisemitismo arriva a cristallizzarsi in quella che è una coscienza feticizzata: vale a dire che ciò che, nel capitalismo, appare "astratto" e sfuggente viene personificato nella figura dell' "ebreo". A partire da questo, l'antisemitismo ci propone una sua visione pseudo-emancipatrice, tramite le quale pretende di svelarci quale sarebbe il funzionamento delle società capitaliste; una visione, questa, che in tempi di crisi si diffonde a velocità abbagliante, quasi fosse una folgorazione, e che finisce per degenerare in una conflagrazione omicida.

   L'antologia, si divide in tre parti: 1) -  "L'antisemitismo moderno, una visione feticizzata del sistema-mondo capitalista"; 2) - "La Shoah, una fabbrica per per distruggere l'astrazione";  e 3) - "Le costellazioni contemporanee dell'ideologia di crisi antisemita". Questa struttura, ci  permette di riuscire ad affrontare il fenomeno da diverse angolazioni e prospettive: storica, teorica e contemporanea. Attraverso un approccio multidisciplinare, che si inscrive in una rinnovata critica marxiana del capitalismo, il libro raccoglie dei saggi fondamentali, per mezzo dei quali viene chiarito il modo in cui, nel capitalismo, si forma la coscienza antisemita; esplorandone le molteplici risonanze e offrendo una riflessione approfondita sulle questioni sociali e ideologiche all'origine di questo pericolo sempre più crescente pericolo.

In uscita il 14 novembre 2025 per Editions Crise & Critique:
"Le Péril antisémite - Antisémitisme structurel dans la modernité capitaliste"
- Prima antologia in lingua francese sulla teoria critica dell'antisemitismo -
di Moishe Postone - Robert Kurz - Clément Homs - Sender Vizel - Detlev Claussen - Ernst Lohoff - Jordi Maiso - Karin Stögner - Lars Rensmann - Samuel Salzborn - Daniel Feldmann - José A. Zamora

Collezione Palim Psao - Edizioni Crisi e Critica - 544 pagine
  - http://editions-crise-et-critique.fr/  -

martedì 14 ottobre 2025

DISSIMILIVM INFIDA SOCIETAS

Ululato a sostegno di Sanguinetti
- di Erick Corrêa -

Il pensiero radicale ha perso una delle sue voci più corrosive. Gianfranco Sanguinetti, leggendario membro dell'Internazionale Situazionista (I.S.) e critico implacabile della società dello spettacolo, è morto a Praga il 3 ottobre all'età di 77 anni. Figura fondamentale nei dibattiti politici ed estetici che hanno segnato la generazione del 1968, Sanguinetti non è stato solo un teorico scomodo per il potere, ma anche uno scrittore di rara precisione e ironia, la cui opera ha sfidato contemporaneamente lo Stato italiano e certi movimenti rivoluzionari del suo tempo. La sua traiettoria, segnata da un impegno intransigente per il lavoro del negativo, lascia un'eredità che continua a sfidare, eticamente e politicamente, ogni forma di indulgenza verso la "menzogna generalizzata" che struttura il mondo dello spettacolo decifrato dai situazionisti. Nato nel 1948 in Svizzera, Gianfranco era figlio di Teresa Mattei e Bruno Sanguinetti, entrambi attivi sostenitori della Resistenza antifascista in Italia. Teresa, pedagoga di formazione, è stata eletta all'Assemblea Costituente dal Partito Comunista Italiano (PCI) nel 1946. Suo padre, Bruno, era di origine ebraica e figlio di un grande proprietario terriero nel settore alimentare. Intellettuale specializzato in letteratura francese, laureato in ingegneria e fisica, contribuì alla fondazione del Gruppo Antifascista Romano e divenne uno dei principali finanziatori del PCI durante la Resistenza. Fin da giovane, la vita di Gianfranco sembra aver seguito la circonferenza del tempo verso il centro di opportunità di cui parlava Baltasar Gracián. La sua formazione politica e culturale si colloca tra la fine della Resistenza antifascista – in cui i genitori hanno avuto un ruolo di primo piano – e il ritorno delle lotte operaie e studentesche dell'"autunno caldo" del 1969. Questo nuovo ciclo mette in gioco le aspirazioni rivoluzionarie sopite dal biennio rosso del 1919-1920 e che, per ironia della sorte delle nuove circostanze, porteranno il giovane Sanguinetti – allora ventenne – a una rottura radicale con l'antifascismo comunista della generazione dei suoi genitori.

Gli anni pre-situazionisti
Ancor prima di raggiungere i quindici anni, Gianfranco aveva già compreso le nuove forme assunte dalla lotta di classe nel suo tempo. Queste trasformazioni sono state plasmate non solo dalla crisi della società borghese e del capitalismo italiano del dopoguerra, ma soprattutto dall'emergere di un nuovo proletariato. Precario e scollegato dagli interessi diretti della produzione, questo gruppo iniziò a minacciare la posizione dominante dell'operaio industriale come soggetto rivoluzionario per eccellenza. In questo modo si metteva in discussione l'egemonia dei comunisti alla guida del partito operaio e delle organizzazioni sindacali, così come la stessa ortodossia marxista dominante, che privilegiava le lotte economiche e politiche a scapito degli aspetti socio-culturali dei conflitti e delle lotte sociali. Consapevole del crollo dei valori tradizionali, sia borghesi che operai, Gianfranco inizia a frequentare, intorno al 1966, le riunioni del Gruppo 63, un movimento di giovani scrittori che rompe con gli schemi accademici del neorealismo italiano attraverso un'appropriazione sperimentale del linguaggio. Ispirato dal movimento pacifista Green Wave di Joan Baez negli Stati Uniti, dalla controcultura beatnik e dai provos olandesi, ha formato, con un gruppo di giovani hippies, l'omonimo movimento italiano, Onda Verde. I beatnik milanesi difendevano cause legate agli interessi dei giovani, come l'abolizione del servizio militare obbligatorio, il diritto all'aborto, il divorzio e il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Hanno agito nelle scuole superiori e hanno usato metodi come occupazioni e avvenimenti politico-estetici. Alla fine del 1966, l'alleanza tra Onda Verde e un gruppo analogo, chiamato Mondo Beat, doveva rappresentare un passo qualitativo verso formulazioni teoriche situazioniste. Quando l'ultimo numero dell'omonima rivista edita da questo gruppo è stato pubblicato dalla Feltrinelli – la più grande casa editrice di sinistra in Italia – sono suonate le sirene del "recupero". Questo concetto, di cui ci si è appropriati nelle letture collettive della rivista situazionista internazionale, è stato poi imposto come antidoto all'appropriazione delle lotte studentesche da parte di soggetti esterni ad esse. Nel 1967 Gianfranco e altri compagni di liceo – tra cui Claudio Pavan e Paolo Salvadori, futuri membri dell'I.S. – aderiscono al progetto della rivista S. Questa pubblicazione, un'iniziativa del professore milanese Carlo Oliva, si proponeva di rinnovare il marxismo economicista predominante nei partiti di sinistra. E' attraverso S che la teoria situazionista è arrivata nelle università italiane, diffondendosi nel contesto del vasto movimento delle occupazioni universitarie scoppiato a Torino alla fine di quell'anno e diffusosi in altre città. Sotto l'impulso del maggio '68, la protesta sociale in Italia durò per un decennio, diventando nota in Francia come il maggio strisciante. Sebbene la rivista SI non avesse ancora più di venti abbonati su tutto il territorio nazionale, la sua teoria ebbe comunque un forte impatto sui circoli studenteschi italiani delle scuole secondarie e universitarie.

Gli anni post-situazionisti
Nel marzo del 1975, Gianfranco fu arrestato mentre si recava a Firenze con la compagna Katharine Scott e arrestato per porto illegale di armi, naturalmente lasciate nel veicolo dalla polizia. Durante i quattro giorni di detenzione e interrogatorio, sono state effettuate diverse perquisizioni presso le abitazioni di ex membri della sezione italiana dell'I.S. Anche Mario Masanzanica, il proprietario dell'auto che Gianfranco stava guidando al momento del suo arresto, è stato preso di mira dalla legislazione "anti-terrorismo" e arrestato con l'insolita accusa di essere il "killer" dell'IS, anche se è stato rilasciato due mesi dopo per mancanza di prove. A quel tempo, lo Stato italiano stava orchestrando una campagna di calunnie, rilanciata dalla stampa, che cercava di associare i situazionisti sia al "terrorismo nero" anarchico che al "terrorismo rosso" delle Brigate Rosse. Ma Gianfranco e Katharine portavano con sé qualcosa di più importante delle bombe o delle armi da guerra: il manoscritto dell'opuscolo Rapporto veridico sulle ultime possibilità di salvare il capitalismo in Italia. Nel 2017, Gianfranco ha rivelato come Katharine avesse nascosto il manoscritto nella custodia del suo violino, che era passato inosservato durante il controllo della polizia nel carcere femminile di Firenze. In questo contesto, il potenziale eversivo dell'opuscolo potrebbe costare a Gianfranco e al suo compagno più di dodici anni di carcere, la pena prevista per il porto illegale di armi. Affidato alle mani dello Stato, il manoscritto fu accuratamente preparato da Gianfranco nella biblioteca bergamasca. Una volta completato, il Rapporto di Sanguinetti fu pubblicato per la prima volta in Italia con lo pseudonimo di Censor, un cinico borghese e ultraconservatore immaginario. Il suo scopo era quello di dimostrare quanto fosse utile per lo Stato italiano ricorrere al terrorismo per salvare il capitalismo dalla bancarotta e dalla sovversione proletaria che stava trascinando il paese verso la guerra civile. Allo stesso tempo, il testo criticava i successivi errori di polizia e legali commessi nelle indagini sulla strage di Piazza Fontana, mentre consigliava ai dirigenti della Democrazia Cristiana di utilizzare a loro vantaggio la vasta esperienza acquisita dai comunisti nel controllo della classe operaia. Ideato in collaborazione con Debord – che tradusse l'opuscolo in francese – Gianfranco riprese un metodo usato nel 1841 da Bruno Bauer e Karl Marx contro la destra hegeliana, proponendosi di "provocare uno stato di provocatori".  Entrambi i testi ricorrono all'ironia e alla denuncia per svelare le contraddizioni delle forme ideologiche dominanti che mascherano la realtà sociale. Bauer e Marx criticarono la filosofia della destra hegeliana per la sua funzione ideologica, mentre Sanguinetti e Debord usarono strategicamente l'ironia per smascherare l'ipocrisia delle élite italiane. Quest'ultimo, rappresentato dalla figura del "banchiere umanista" Raffaele Mattioli (a cui Censor dedica il Rapporto), simboleggiava perfettamente la contraddizione tra l'apparenza benevola e la realtà oppressiva del capitalismo. Nel dicembre del 1975, dopo aver ingannato l'intera stampa italiana – che aveva inconsapevolmente ripreso l'opuscolo in tutti i suoi mezzi di comunicazione – Sanguinetti annunciò pubblicamente l'inesistenza della censura, rivelando le vere motivazioni della sua provocazione. L'operazione ha avuto lo scopo di dimostrare, in modo sperimentale e rigorosamente logico, quanto sia facile ingannare la popolazione utilizzando gli stessi metodi di messa in scena impiegati dal terrorismo di Stato. Per fare questo, Gianfranco applicò il metodo del nemico contro se stesso, creando un pamphlet sotto falsa bandiera come pretesto per "dire l'indicibile". Smascherando l'inganno, ha ingannato i professionisti dell'inganno statale, approfondendo ulteriormente il discredito delle istituzioni tra le classi lavoratrici. Gianfranco doveva essere espulso dal territorio francese per la seconda volta, dopo essere stato riconosciuto dalle autorità di frontiera a bordo di un treno notturno diretto in Italia. Questo episodio fece arrabbiare Debord, che convinse il suo amico italiano ad acquistare, tramite Gérard Lebovici – proprietario della casa editrice Champ Libre – mezza pagina del giornale Le Monde. Il 24 febbraio 1976 vi fu pubblicata una dichiarazione di sostegno a Sanguinetti. Intriso di un umorismo che André Breton definirebbe "swiftiano" – quello che provoca risate senza parteciparvi – l'intervento mediatico di Debord si inserisce nella ricerca di un nuovo teatro operativo per la teoria situazionista dopo la fine dell'organizzazione. Questa forma precursore della moderna anti-pubblicità esprimeva, per mezzo di una deviazione, una strategia d'azione post-situazionista: rivolgere le armi dello spettacolo contro lo spettacolo stesso. Fu in questi anni che la forza qualitativa della teoria formulata dall'I.S. ebbe il suo maggiore impatto sul territorio italiano, grazie alla partnership strategica tra i due uomini. Questa amicizia, che Debord era solito associare a quella di Marx ed Engels (Gianfranco era il ricco amico della relazione), durò negli anni successivi alla fine dell'I.S., fino a quando cominciò a deteriorarsi a causa di una campagna diffamatoria condotta da Debord contro Sanguinetti. Nel 1979 entrambi pubblicarono le loro analisi della situazione italiana, in cui affrontarono direttamente la questione del terrorismo nel paese, con particolare attenzione alle azioni delle Brigate Rosse e al rapimento e all'esecuzione del primo ministro Aldo Moro della Democrazia Cristiana. Debord voleva che il suo ex compagno dell'I.S. pubblicasse le sue tesi in Italia durante il rapimento, al fine di esporre all'opinione pubblica la manipolazione delle Brigate da parte dei servizi segreti dello Stato. Tuttavia, Sanguinetti lo fece solo dopo la fine dell'episodio, cinque mesi dopo che Debord aveva pubblicato le sue tesi in Francia – in cui sia il movimento del 1977 che il libro di Sanguinetti del 1975 sono omessi.* Da quel momento in poi, Debord non solo ruppe ogni rapporto con Sanguinetti, ma cominciò anche a nutrire e diffondere sospetti su di lui. Convinto che il suo amico non avesse seguito il suo consiglio sotto l'influenza del suo avvocato – persona guardata con sospetto dall'ex situazionista francese – Debord, senza mai presentare alcuna prova a sostegno dei suoi sospetti, diffuse tra i traduttori e gli editori dell'Europa occidentale la falsa informazione che questa persona potesse essere un agente dello Stato. È stato solo nel novembre 2012 che, in una lettera indirizzata all'ex situazionista tunisino Mustapha Khayati. Gianfranco ha parlato della polemica, rivelando l'identità dell'amico e i motivi del suo silenzio di fronte alle calunniose affermazioni diffuse da Debord. Ariberto Mignoli (il "Doge") è stato un giurista e professore universitario italiano, specializzato in diritto societario e grandi operazioni finanziarie. Aveva una cultura umanistica molto ricca: conosceva le lingue classiche ("morte") e moderne europee, leggeva letteratura in diverse lingue, aveva una memoria molto sviluppata e una rettitudine morale molto marcata. Pur non essendo un rivoluzionario nel senso classico del termine, non era un conformista e mantenne un atteggiamento critico nei confronti del potere politico e delle classi dirigenti. Sanguinetti lo chiamò nel 1971 come avvocato "incorruttibile" per risolvere questioni familiari. Tuttavia, Mignoli finì per partecipare in maniera decisiva all'operazione della Censura, suggerendo di realizzare un'edizione limitata e deluxe, su carta speciale e con copertina rigida, fornendo anche l'elenco dei destinatari a cui sarebbe stato inviato l'opuscolo (tra cui papa Paolo VI). Mignoli lo difese anche legalmente in diverse occasioni durante le persecuzioni, aiutandolo a sfuggire alle trappole della polizia e della magistratura. Censor è, in definitiva, un personaggio ispirato sia a Debord che a Mignoli, che riflette la figura idiosincratica di un Kropotkin capovolto: non come un aristocratico sovversivo, ma come un aristocratico sovversivo. Sanguinetti risponde ai sospetti di Debord con ironia e disprezzo, definendoli assurdi, infondati e indicativi della degenerazione paranoica di Debord negli anni successivi allo scioglimento dell'I.S. Nega categoricamente che Mignoli possa essere stato un agente dello Stato e lo descrive al contrario come un uomo di integrità, cultura, generosità e intelligenza superiore, la cui vita e il cui carattere sarebbero incompatibili con qualsiasi servizio di spionaggio: "Quest'uomo che Debord, nella sua ubriachezza e nel suo delirio, osò chiamare 'agente segreto' era in realtà il più trasparente e nobile degli esseri umani. Un avvocato incorruttibile, uno spirito libero, incapace di vendersi a qualsiasi potere. Il fatto che Debord, con la sua crescente mania per la persecuzione, sia arrivato a vederlo come una spia non fa che confermare lo stato di confusione e di rovina in cui era caduto. In un altro passaggio, Sanguinetti osserva ancora – con ironia – che se Mignoli era davvero un agente, "allora dovremmo rivedere tutta la storia dei servizi segreti italiani, perché non c'è mai stata una spia così saggia, così generosa e così disinteressata al denaro". All'età di 28 anni, Sanguinetti partecipa attivamente al movimento del 1977 a Roma e Bologna, assistendo alla repressione senza precedenti che pone fine a questo esperimento. Proseguendo la sua opera di demistificazione, iniziata con il Rapporto del 1975, Gianfranco pubblica nel 1979 Del terrorismo e dello Stato. In questo libro denuncia per la prima volta l'uso del terrorismo sotto falsa bandiera da parte degli apparati statali, in particolare in Italia, con l'obiettivo di reprimere e schiacciare i movimenti di protesta radicale del 1969 e del 1977. Il libro è stato ripubblicato negli Stati Uniti dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, essendo considerato una teoria premonitrice del modus operandi della "guerra al terrore" che ha inaugurato il XXI° secolo.

Gli ultimi anni
Teorie del complotto a parte, negli ultimi anni della Guerra Fredda, tra il 1989 e il 1991, Gianfranco ha condotto ricerche indipendenti in Russia, Lituania e Repubblica Ceca. Si stabilì poi definitivamente a Praga dove risiedette fino alla morte, spostandosi frequentemente tra Parigi (dove collaborò con l'amico Gérard Bérreby alle edizioni Allia) e la regione Toscana, per gestire le proprietà rurali della famiglia. Dopo una pausa di dieci anni dai suoi interventi pubblici, Sanguinetti riprese a pubblicare saggi politici sulla stampa alternativa europea, denunciando l'emergere di una nuova forma di dominio: il "dispotismo occidentale". Questo dispotismo sarebbe il rivale del vecchio "dispotismo orientale", analizzato dal teorico e critico tedesco Karl August Wittfogel alla fine degli anni '50. Secondo Sanguinetti, il nuovo dispotismo è nato dalla dissoluzione dell'URSS e, contemporaneamente, dalla morte dello stato di diritto nei paesi occidentali. Ciò ha dato origine a uno stato di emergenza perpetuo e diffuso, segnato dalla proliferazione orchestrata di colpi di stato silenziosi che comportano la cooptazione e l'infiltrazione delle lotte sociali, nonché dalle tecniche legali e politiche di stabilizzazione e destabilizzazione dei governi minimamente democratici in vista della loro sostituzione con regimi autocratici. Nel 2017 Sanguinetti ha partecipato ad una grande mostra organizzata al Museo di Roma di Trastevere, dal titolo "77". In questa occasione firma il saggio Un Orgasmo della Storia: il 1977 in Italia, pubblicato come testo di apertura del volume Il Piombo e le Rose, curato tra gli altri da Tano D'Amico, Pablo Echaurren, Claudia Salaris, nello stesso anno. Poiché questo testo contiene importanti informazioni autobiografiche, lo raccomando a coloro che sono interessati alla sua "vita-opera" – un termine che definisce l'estensione dell'esperienza vissuta nel campo della creazione, che, apparendo come un'opera, genera a sua volta nuove forme di esistenza. In questo senso, Sanguinetti può essere considerato anche un precursore delle culture contemporanee del prankster o del jamming. Poco dopo l'Operazione Censore, Pier Franco Ghisleni pubblicò in Italia un'edizione falsa della casa editrice Einaudi, "firmata" da Enrico Berlinguer, allora segretario generale del PCI. Sulla stessa scia, il gruppo che dirigeva la rivista Il Male pubblicò e distribuì nel paese una serie di giornali falsi, come il popolare Corriere della Sera. In un'intervista non ancora pubblicata – la seconda e ultima della sua vita – Gianfranco racconta di aver incontrato più volte a Parigi Jacques Servin (pseudonimo di Andy Bichlbaum), membro del gruppo americano Yes Men. Servin gli confermò l'influenza dell'Operazione Censore sui suoi film e sulla sua creazione di situazioni, che chiamavano "correzione dell'identità", e che Gianfranco, da parte sua, descriveva come una "impostura sovversiva". Vedendo in questa forma di attivismo un allargamento delle contemporanee "lotte ibride" e delle "guerre asimmetriche", Sanguinetti sostiene che: "Usurpando un'identità 'rispettabile', perché rispettata dal mainstream, e poi facendole dire cose tanto indicibili quanto vere, li costringiamo ad ammettere prove scandalose: un po' come ha fatto Jonathan Swift quando ha proposto di cucinare il surplus dei poveri bambini irlandesi, al fine di risolvere definitivamente il problema della povertà in Irlanda". Sappiamo che la gloria postuma è il destino riservato a coloro che non possono essere classificati, come ha osservato Hannah Arendt nel rendere omaggio alla memoria di Walter Benjamin. Non vi è alcuna garanzia, tuttavia, che lo stesso valga per la figura iconoclasta di Sanguinetti. I suoi archivi personali sono ora conservati nella Beinecke Rare Book and Manuscript Library della tradizionale Università di Yale negli Stati Uniti, un paese modello per il nuovo dispotismo che ha denunciato nei suoi ultimi anni. Questo contesto ha reso difficile per i ricercatori alla periferia dello spettacolo accedere a questo vero e proprio tesoro di sovversione internazionale. Un buon modo per rendere omaggio alla memoria di Gianfranco Sanguinetti sarebbe quindi quello di trovare il modo di ampliare l'accesso ai suoi archivi. Tuttavia, oggi sta accadendo l'esatto contrario: c'è una riduzione delle borse di studio per i ricercatori indipendenti e una restrizione dei visti di immigrazione per gli stranieri. La domanda rimane: con quali mezzi sarebbe possibile accedervi? La biografia intellettuale e politica di Sanguinetti non offre né risposte né modelli, ma solo indizi ed enigmi che dispensano dalla necessità di avere eredi o successori. Basta seguire il motto: DISSIMILIVM INFIDA SOCIETAS.

- Erick Corrêa - Pubblicato su lundimatin#492, il 13 ottobre 2025 -

NOTA

*Nota dell'editore: Se è ormai provato che alcuni attentati commessi in Italia, in particolare quello di Piazza Fontana, erano azioni sotto falsa bandiera volte a condannare anarchici e rivoluzionari, le voci rivolte alle Brigate Rosse e largamente diffuse da Debord e Sanguinetti sulla loro manipolazione da parte dei servizi segreti di questo o quel paese sono sempre state fortemente contestate da chi ha partecipato a questa vicenda. Al di là della loro avversione per l'ipotesi politica sostenuta dalle BR, nessuna prova o argomento credibile è mai arrivato a sostenere le accuse e i sospetti così avidamente propagati.

 

sabato 11 ottobre 2025

Il “Soggetto vuoto” e “l'Enciclopedia Fantastica di Borges” !!

Il proletariato come potenza della non identità
- di Vladimir Safatle -

«Ciò che ancora manca, è l'audacia rivoluzionaria che scaglia contro l'avversario la dichiarazione provocatoria:
"Non sono niente e sarò tutto!"». (Karl Marx)

Genealogia del proletariato
Nell'orizzonte dell'emergere dei soggetti politici, qual è la posizione attuale del proletariato? Per comprendere meglio questo punto, bisogna insistere sul fatto che c'è una situazione che definisce l'emergere del proletariato, vale a dire, la sua espropriazione assoluta. Infatti, così come esso è stato definito nella Costituzione Romana, quella proletaria, è l'ultima delle sei classi censuarie; una classe composta da coloro che si caratterizzano, pur essendo liberi, ma non avendo alcuna proprietà, o non avendo abbastanza proprietà, venendo considerati cittadini con diritto di voto e obblighi militari. Il loro unico possesso è la capacità di procreare e avere figli. Così, ridotti alla più elementare condizione biopolitica, alla condizione di riprodurre la popolazione, i proletari rappresentano ciò che non viene contato. Da qui un'importante affermazione di Jacques Rancière: «In latino, proletari significa "persona prolifica" – una persona che fa figli, che semplicemente vive e si riproduce, senza nome, senza essere annoverata come parte dell'ordine simbolico della città» [*1]. Alla fine del XVIII secolo, proletario designava ciò che è «malvagio, vile» o, in francese, veniva usato come un sinonimo di "nomade", senza luogo. È nel bel mezzo della Rivoluzione francese, e specialmente dopo la Rivoluzione del 1830, che il termine verrà gradualmente arricchito di una sua connotazione politica, al fine di designare così coloro che hanno il proprio salario giornaliero pagato solo in base al loro bisogno fondamentale di autoconservazione, siano essi contadini o operai; e che dovrebbero essere oggetto di azioni politiche condotte in nome della giustizia sociale. In tal senso, i proletari non sono ancora il nome di un soggetto politico emergente, bensì il nome di un punto di intollerabile sofferenza sociale, un «significante centrale dello spettacolo passivo della povertà» [*2]. Un chiaro esempio in tal senso, è dato dall'uso che del termine ne fa Saint-Simon. È tra i sansimonisti che la dicotomia tra proletari e borghesi viene descritta per la prima volta, sia pure in quello che rimaneva come un orizzonte di possibile conciliazione degli interessi. E in questo senso - più che coniare l'uso sociale del termine - il successo di Marx consiste nel collegare il concetto di proletariato a una teoria della rivoluzione o, piuttosto, a una teoria della lotta di classe, la quale è espressione della «storia della guerra civile, più o meno nascosta, nella società esistente» [*3]. Ecco perché Marx parlerà dei sansimonisti, e di altri socialisti, come «critico-utopici»: «I fondatori di questi sistemi, comprendono bene cosa sia l'antagonismo delle classi, così come comprendono l'azione dei fattori responsabili della dissoluzione della stessa società dominante. Ma essi, tuttavia, non percepiscono nel proletariato alcuna iniziativa storica, alcun movimento politico che gli sia proprio» [*4]. A modo suo, Marx condivide con Hobbes la medesima comprensione della vita sociale, vedendola come una guerra civile immanente. Tuttavia, poiché non si tratta di pensare alle condizioni per la formazione della società come un'associazione di individui, ma di smettere di pensare alla vita sociale come a partire dall'elevazione dell'individuo a cellula elementare, questa guerra non sarà l'espressione delle dinamiche competitive tra individui privi di relazioni naturali tra loro. Sarà una guerra di classe, all'interno della quale una delle classi apparirà come la somma di tutti coloro che non hanno nient'altro a loro disposizione. Di qui una guerra che non può che portare, non alla vittoria di una classe su un'altra, ma alla distruzione del principio stesso che costituisce le classi, vale a dire il lavoro e la proprietà in quanto attributo fondamentale degli individui. Ciò spiega perché Marx deve essere chiaro: «La rivoluzione comunista è diretta contro quello che è il tipo precedente di attività, essa abolisce il lavoro e sospende il dominio di tutte le classi, sopprimendo le classi stesse, e dal momento che questa rivoluzione è condotta dalla classe che la società non considera tale e che non riconosce come classe, essa allora esprime, per sé, la dissoluzione di tutte le classi, di tutte le nazionalità, ecc., all'interno della società odierna» [*5]. Bisogna capire meglio che cosa significhi dire che il proletariato esprime la dissoluzione di tutte le classi, e la dissoluzione di tutto ciò che costituisce le classi. In primo luogo, ricordiamoci che una tale guerra civile, tra proletari e borghesia che porta alla rivoluzione, è il risultato di una contraddizione il cui motore è la borghesia stessa. Marx non si stancherà mai di affermare che la borghesia è una classe rivoluzionaria: «La borghesia, non può esistere senza rivoluzionare incessantemente gli strumenti di produzione, e di conseguenza i rapporti di produzione, e insieme a essi tutti i rapporti sociali» [*6]. Sarà essa a mostrarci come tutto ciò che è solido si dissolva nell'aria. Tuttavia, la borghesia è una sorta di agente involontario della storia. «Assomiglia allo stregone che non riesce più a controllare i poteri infernali che ha convocato» [*7], ed è essa a «produrre i propri becchini» [*8]. In altre parole, la sua azione è contraddittoria poiché, nel processo di autorealizzazione, la borghesia produce una figura che le si opporrà e che la distruggerà. In questo modo, la borghesia diventa lo scenario in cui si realizza un'impressionante operazione di auto-negazione, che non è solo l'auto-negazione degli interessi di una classe, ma è l'auto-negazione della vera e propria “produzione della vita” vigente fino a quel momento, con le sue relazioni tra i soggetti, tra la società e la natura, tra il soggetto e sé stesso. Una simile abnegazione è guidata dalla produzione di eccesso. La borghesia produce crisi descritte come a«epidemie di sovrapproduzione», le quali distruggono gran parte delle forze produttive già create: «La società possiede quella che è una civiltà in eccesso, dispone di troppi mezzi di sussistenza, di troppa industria, e di troppo commercio». Un eccesso, questo che: «getta nel disordine l'intera società, e minaccia l'esistenza della proprietà borghese». Infatti, un così tanto eccesso di produzione, di commercio e di civiltà conduce a una svalutazione tendenziale della produzione stessa; svalutazione che può essere superata solo attraverso la distruzione violenta di un gran numero di forze produttive, o con la conquista di nuovi mercati e con lo sfruttamento più intenso di quelli vecchi. Ha una struttura monopolistica, la quale può comportare solo un'abolizione della proprietà privata «per i nove decimi della società». Tuttavia, un tale disordine, prodotto dalla borghesia e dalla sua escalation globale, non costituisce solamente l'annuncio della distruzione. Ma finisce per essere anche la produzione involontaria di nuove relazioni, che in germe costituiscono la forma di quello che sarà un altro mondo: «È solamente questo sviluppo universale delle forze produttive, a portare in sé uno cambiamento universale degli uomini, in virtù del quale, da una parte, il fenomeno della massa "espropriata" si realizza simultaneamente in tutti i popoli (concorrenza universale), rendendo ciascuno di essi dipendente dalle corrispondenti trasformazioni rivoluzionarie degli altri e, infine, istituendo degli individui storico-universali, empiricamente universali, al posto degli  individui locali » [*9]. Il disordine, produce così un fenomeno universale di espropriazione e di cambiamento. Ma una simile espropriazione universale, non è solo un fenomeno negativo, poiché, a sua volta, essa produce nuove forme di interdipendenza e di simultaneità. La borghesia apre lo spazio all'avvento di quelli che saranno individui storico-universali caratterizzati da una comune espropriazione e da una simultaneità di tempi fino ad allora completamente dispersi. Essa produce le condizioni per l'avvento di un'universalità concreta che sospenderà e supererà lo stato attuale delle cose. È questo il modo in cui produce i suoi becchini.

L'indeterminatezza sociale del proletariato
Questo dimostra come, secondo Marx, la rivoluzione possa essere fatta solo dalla classe di coloro che sono spossessati di qualsiasi significato, e profondamente privi di identità. Una classe formata da «individui storico-universali, empiricamente universali, piuttosto che da individui locali» [*10], appare essere ben poco in linea con la visione dei lavoratori che lottano per il riconoscimento delle loro tradizioni, e dei loro stili di vita. Al fine dell'apparizione degli individui storico-universali, è necessaria una certa esperienza della negatività, che, a partire da Hegel, è stata condizione per la fondazione di una vera universalità. Il proletariato soffre una esperienza del genere, a causa della completa espropriazione di sé stesso, descritta da Marx in termini quali: « Il proletario è senza proprietà (eigentumslos); il suo rapporto con le donne e con i bambini non ha più nulla a che fare con le relazioni che ci sono nella famiglia borghese; il lavoro industriale moderno, la moderna sussunzione al capitale, in Inghilterra, in Francia, in America e in Germania, lo hanno spogliato di ogni suo carattere nazionale. Il diritto, la morale, la religione sono per lui dei pregiudizi borghesi che nascondono i vari interessi borghesi» [*11]. Come si può vedere, il proletariato non si definisce solo sulla base di un impoverimento estremo, ma a partire dal completo annullamento dei legami con le forme di vita tradizionali. Tali legami, non si recuperano in un processo politico di autoaffermazione; non si tratta di permettere ai proletari di avere una nazione, una famiglia borghese, una morale e una religione. Tali normatività, sono state negate in quella che è stata una negazione senza ritorno. Tuttavia, una simile negazione non porta il proletariato ad apparire come se fosse «quella massa indefinita, destrutturata e sballottata, che i francesi chiamano la bohème» [*12], e che Marx definisce "sottoproletariato" [*13]. Vale qui la pena di approfondire questo punto, poiché sono stati in molti a cercare, a partire da Bakunin, di trasformare il concetto di "lumpemproletariat" nel vero concetto di forza rivoluzionaria espresso da Marx [*14]. Come avviene per il concetto di proletariato, anche il concetto di sottoproletariato non descrive immediatamente un agente economico, ma piuttosto una sorta di soggetto politico, o meglio, una sorta di anti-soggetto politico. Ricordiamo la strana estensione che il termine assume nel 18 brumaio: «Accanto a mariuoli rovinati, dai mezzi d’esistenza e dall’origine equivoca, accanto ad avventurieri corrotti, feccia della borghesia, vi si trovavano vagabondi, soldati in congedo, forzati usciti dal bagno, galeotti in rottura di bando, birbe, furfanti, lazzaroni, tagliaborse, ciurmadori, bari, ruffiani, tenitori di postriboli, facchini, letterati, sonatori ambulanti, straccivendoli, arrotini, stagnini, accattoni, in una parola, tutta la massa confusa, decomposta, fluttuante, che i francesi chiamano la "bohème"» [*15]. È difficile, non leggere tutta questa serie, descritta da Marx, con i suoi letterati e affilatrici, senza ricordare l'Enciclopedia Fantastica di Borges. Perché ciò che totalizza questa serie, non è la presunta analogia tra tutti quelli che sono i suoi elementi di sradicamento sociale. A tal riguardo, ricordiamo che Marx, ne "La lotta di classe in Francia", si spinge fino a descrivere l'aristocrazia finanziaria come se essa fosse «la rinascita del sottoproletariato ai vertici della società borghese». C'è un sottoproletariato al livello più basso dello strato sociale, e uno al livello più alto, e quelli al livello più alto sono perfettamente radicati nell'imbroglio funzionale del capitalismo finanziario. Infatti, ciò che li accomuna è una certa concezione dell'improduttività, una differenziazione tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, ma si tratta di una differenziazione concepita dal punto di vista della produttività dialettica della storia. E questo dal momento che il sottoproletariato è una massa destrutturata, la cui negatività non si presenta come una contraddizione rispetto alle condizioni dello stato attuale di vita. In questo senso, si tratta della rappresentazione sociale della categoria della negatività improduttiva. Per questo motivo, viene rappresentata una massa eterogenea, che può guadagnare omogeneità purché trovi un termine unificante che le dia stabilità all'interno della situazione politica esistente. Tale termine, nel "18 brumaio", non è altro che Napoleone III, «il capo del sottoproletariato». Colui che dà omogeneità a tale eterogeneità sociale, nella storia stessa, ripetuta come una farsa, che deve confessare di essere una farsa per poter continuare a esistere. Tuttavia, bisogna insistere sul fatto che il modello di stabilizzazione prodotto da Napoleone III, è una sorta di stabilizzazione nell'anomia. Per mezzo di Napoleone III, l'eterogeneità del sottoproletariato rimane radicalmente passiva, rimane come un'azione antipolitica, perché si adatta alla gestione dello sradicamento sociale, e così i suoi crimini romanzati non si trasformano in alcuna azione di trasformazione. In effetti, questa destrutturazione anomica, e l'indeterminatezza del sottoproletariato, è tipica di coloro che conservano ancora la speranza di un ritorno all'ordine, o che non sono capaci di concepire nulla al di fuori di un ordine che essi stessi sanno essere completamente compromesso. Tutto ciò fa sì che la sua azione politica non sia altro che una "parodia" di una trasformazione, una "commedia", se non addirittura una "mascherata": tutti termini, questi, usati da Marx nel 18 Brumaio per parlare di rivoluzioni che sono, in realtà, dei tentativi di stabilizzazione nel caos. Il sottoproletariato, rappresenta una negatività che non può essere integrata nel processo dialettico, poiché esso rappresenta il congelamento della negatività in quella che è come una sorta di cinismo sociale. In questo caso, invece, il proletariato è caratterizzato dall'assenza di qualsiasi aspettativa di remunerazione. Il proletariato, invece, è un'eterogeneità sociale che semplicemente non può essere integrata senza che la sua condizione passiva si trasformi in attività rivoluzionaria. Per questo motivo, essendo privato della proprietà, della nazionalità, dei legami con i modi di vita tradizionali e della fiducia nelle norme sociali stabilite, può trasformare la propria impotenza in una forza politica volta a una trasformazione radicale delle forme di vita. A tal fine dobbiamo comprendere che l'affermazione della condizione proletaria non va confusa con una qualche forma di richiesta di riconoscimento di stili di vita disprezzati, chiaramente organizzati nella loro particolarità. Al contrario, l'affermazione di una tale condizione proletaria genera la classe di questi soggetti senza predicati che, come si dice nella "Ideologia tedesca", potranno essere soddisfatti pescando di giorno, pascolando nel pomeriggio e facendo critica di notte, senza (e questo è il punto principale) tuttavia essere pescatore, pastore o critico; cioè senza permettere al soggetto di determinarsi interamente nei suoi predicati [*16]. Ciò significa che l'attività di pesca, di pastore e di critica non può essere, allo stesso tempo, identificazione del soggetto. È come in Hegel, dove la posizione del soggetto, la sua esteriorizzazione, mostra che ad animare  il movimento dell'essenza ci sia qualcosa di radicalmente anti-predicativo [*17]. Il che non potrebbe essere diverso, se pensiamo al proletariato come a questa classe «che esprime, di per sé, la dissoluzione di tutte le classi all'interno della società odierna» [*18]. La classe di chi dissolve tutte le classi in modo da rappresentare così  «la perdita totale dell'umanità» [*19], e che non trova più una figura nell'immagine attuale dell'uomo. In questo senso, possiamo dire che - come nella teoria hegeliana del soggetto (anche se Marx ha squalificato tale assimilazione dal momento che vedeva in Hegel un'elaborazione meramente astratta del problema) -  il proletariato supera la sua alienazione solo nel confrontarsi con il carattere profondamente indeterminato del fondamento e conservando  qualcosa di questa indeterminatezza [*20]. Il suo ruolo di redenzione (Erlösung) può essere svolto solo a condizione di assumere la sua natura di dissoluzione (Auflösung). Come dirà Balibar, l'avvento del proletariato, in quanto soggetto politico, è l'apparizione di un «soggetto visto come vuoto» [*21] e che non è affatto privo di determinazioni pratiche. Questa manifestazione di un vuoto rispetto alle attuali determinazioni identitarie. ci porta a comprendere che l'auto-riconoscimento è possibile solo a condizione di una critica profonda di ogni tentativo di ristabilire delle identità immediate tra il soggetto e i suoi predicati. Se è così, allora possiamo dire che la lotta di classe in Marx non è semplicemente un conflitto morale, motivato dalla difesa delle condizioni materiali finalizzata a una stima simmetrica tra soggetti disposti a farsi riconoscere, nella prospettiva dell'integralità delle loro personalità. L'abolizione della proprietà privata, deve necessariamente accompagnare l'abolizione di un'economia psichica basata sull'affermazione della personalità come categoria identitaria. Insistiamo su questo punto, ricordando un passaggio importante del Manifesto del Partito Comunista: «I proletari possono impossessarsi delle forze produttive sociali solo abolendo il modo di appropriazione che corrisponde a esse, e quindi il modo di appropriazione che è esistito finora. I proletari non hanno nulla di proprio da salvaguardare; La loro missione è quella di distruggere tutte le garanzie e le sicurezze della proprietà privata esistite finora» [*22].

   Rendiamoci conto del carattere paradossale di questo passaggio. I proletari, possono impadronirsi delle forze produttive solo abolendo ogni forma di appropriazione finora esistita. Il modo di appropriazione dei proletari è un modo a oggi tuttora inesistente, impensabile finora poiché non si tratta di un semplice passaggio dalla proprietà privata alla proprietà collettiva. È piuttosto l'appropriazione da parte di coloro che non hanno nulla di proprio da salvaguardare, di chi non ha e avrà nulla di proprio. Una simile appropriazione, non è solo la distruzione della proprietà, ma è anche la distruzione della propria proprietà. Per questo motivo, in Marx, la lotta di classe non può essere intesa come se fosse solo una mera espressione di quelle che sarebbero solo delle forme di lotta contro l'ingiustizia economica, poiché essa è anche un modello di critica del tentativo di trasformare l'individualità, visto nell'orizzonte ultimo di tutti i processi di riconoscimento sociale. E questo non potrebbe essere diverso, se si ricorda che, almeno all'interno della tradizione dialettica, la "persona" rappresenta una categoria storicamente derivata dal diritto di proprietà romano (dominus), categoria che, poiché conserva ancora le tracce della sua origine, veniva vista da dei filosofi come Hegel come se fosse già in sé un'«espressione di disprezzo» [*23]; e questo a causa della sua natura meramente astratta e formale, derivante dall'assolutizzazione dei rapporti di proprietà [*24].  E in Marx, troviamo chiaramente questa critica già presente in Hegel. Così come Marx insisteva, ad esempio, sul fatto che la nozione di libertà presupposta dalla "Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino", del 1793, era in gran parte basata sull'assolutizzazione del singolo proprietario. Da qui un'affermazione come quella secondo cui: «Il limite entro il quale [un cittadino] può muoversi, per non danneggiare l'altro, è determinato dalla legge, nello stesso modo in cui il limite tra due appezzamenti di terreno è determinato dal palo della recinzione. Si tratta della libertà dell'uomo visto come monade isolata rinchiusa in sé stessa (...) L'applicazione pratica del diritto umano alla libertà, equivale al diritto umano alla proprietà privata». [*25]. La libertà, per Marx, passa attraverso la liberazione del soggetto dalla sua condizione di individuo che si relaziona con un altro individuo, come ad esempio avviene per due appezzamenti separati dal palo della recinzione. Saremo fedeli allo spirito del testo di Marx solo se affermeremo che, attraverso la lotta di classe, un'esperienza sociale post-identitaria può aver luogo. Possiamo anche dire che "proletariato" è la denominazione politica della forza sociale della de-differenziazione identitaria, il cui riconoscimento può disarticolare completamente le società organizzate, basate sull'ipostasi dei rapporti di proprietà generali [*26]. Per questo motivo, il proletariato non può essere immediatamente confuso con la categoria del popolo. Manca la tendenza immanente all'identità, e alla configurazione limitante, che è quella che definisce un popolo. Il proletariato funziona assai più come una sorta di anti-popolo, e questo nel senso di quel potere sempre vigile che rimane a ricordarci la provvisorietà delle identità, degli stati e delle nazioni, così come ci ricorda il costante impulso di integrazione di quella che inizialmente viene affermata come un'eccezione incalcolabile. E questo è un modo per accettare proposizioni come quella che afferma che: «Il tutto sarebbe molto semplice se ci fosse solo l'infelicità della lotta che oppone ricchi e poveri. La soluzione al problema è stata ben presto trovata. È sufficiente sopprimere la causa del dissenso, vale a dire, la disuguaglianza della ricchezza, dando a ciascuno una parte uguale di terra. Ma il male è ben più profondo. Allo stesso modo in cui il popolo non è realmente il popolo, ma i poveri, i poveri, a loro volta, non sono veramente i poveri. Sono solo il regno dell'assenza di qualità, dell'efficacia della prima disgiunzione che porta il nome vuoto della "libertà", della proprietà impropria, del titolo del contenzioso. Essi stessi sono l'unione distorta del sé che non è realmente proprio, e del comune che non è veramente comune» [*27]. In questo senso, la felicità, nel concetto forgiato da Marx, risiedeva nella sua capacità di sovrapporre logica politica e descrizione sociologica, permettendo così la creazione di un rapporto profondo tra i lavoratori realmente esistenti (i quali costituivano un'importante maggioranza sociale) e i proletari [*28]. Tuttavia, il mantenimento di un simile rapporto, non è una condizione necessaria affinché il concetto marxista di "proletariato" continui a mostrare la sua operatività. Nell'attuale situazione storica di riconfigurazione della società del lavoro, possiamo però ripensare questo rapporto in modo da trovare altri spazi per la manifestazione delle rivendicazioni proprie di una certa ontologia del soggetto come viene presupposta dalla costruzione marxista.

- Vladimir Safatle - Pubblicato su Comunizar -

NOTE:

1 RANCIÈRE, Jacques; “Politics, identification and subjectivation” in: RAJCHMAN, John; The identity in question, Nova York: Routledge, 1995, p. 67

2 STALLYBRASS, Peter; “Marx and heterogeneity: thinking the lumpemproletariat” In: Representations, vol 0, n. 31, p. 84

3 MARX, Karl e ENGELS, Friedrich; Manifesto Comunista, São Paulo: Boitempo, p. 50

4 Idem, p. 66

5 MARX, Karl e ENGELS, Friedrich; A ideologia alemã, op. cit., p. 98

6 Idem, Manifesto Comunista, p. 43

7 Idem, p. 45

8 Idem, p. 51

9 Idem, A ideologia alemã, p. 58

10 MARX, Karl; A ideologia alemã, Rio de Janeiro: Civilização Brasileira, p. 58

11 MARK, Karl; Manifest der Kommunistischen Partei in http://www.marxists.org/deutsch/archiv/marx-engels/1848/manifest/1-bourprol.htm

12 MARX, Karl; O 18 brumário de Luis Bonaparte, São Paulo: Boitempo, 2011, p. 91

13 Ver, por exemplo, THOBURN, Nicholas; “Difference in Marx: the lumpenproletariat and the proletarian unamable”; Economy and Society Volume 31 Number 3 August 2002: 434–460

14 Como vemos, por exemplo, em STALLYBRASS, Peter; “Marx and heterogeneity: thinking the lumpemproletariat” In: Representations, vol 0, n. 31, p. 84 e LACLAU, Ernesto; La razón populista, op. cit.

15 MARX, Karl; O 18 do brumário, op. cit., p. 91

16 MARX, Karl; A ideologia alemã, op. cit., p. 56

17 Como dirá Alain Badiou: Marx sottolineava già che la singolarità universale del proletariato è di non avere alcun predicato, di non avere nulla, e soprattutto di non avere, in senso forte, alcuna 'patria'. Questa concezione anti-predicativa, negativa e universale dell'uomo nuovo attraversa il secolo"(BADIOU, Alain; O século, Aparecida: Ideias e letras, 2007, p. 108).

18 MARX, Karl; A ideologia alemã, op.cit., p. 98

19 MARX, Karl; Crítica da filosofia do direito de Hegel – introdução, São Paulo: Boitempo, 2005, p. 156

20 Sobre este ponto da filosofia hegeliana, tomo a liberdade de remeter ao meu SAFATLE, Vladimir; Grande hotel abismo: para uma reconstrução da teoria do reconhecimento, São Paulo: Martins Fontes, 2012.

21 BALIBAR, Etienne; Citoyen sujet et autres essais d’anthropologie philosophique, Paris: PUF, 2011, p. 260. "Questa è un'idea presente anche in Jacques Rancière, per il quale: "i proletari non sono né gli operai né le classi lavoratrici. Essi sono la classe degli innumerevoli, che esiste solo nell'affermazione stessa attraverso la quale essi si considerano come coloro che non sono contati"” (RANCIÈRE, Jacques; La mésentente: politique et philosophie, Paris: Galilée, 1995, p. 63).

22 MARX, Karl e ENGELS, Friedrich: Manifesto Comunista, op. cit., p. 50

23 HEGEL, GWF; Fenomenologia do Espírito – vol. II, Rio de Janeiro: Petrópolis, 1992, p. 33

24 Tale articolazione tra "persona" e "proprietà" servirà come base per una lunga tradizione di riflessione che giungerà alle recenti discussioni sulla "proprietà di sé" come attributo fondamentale della persona (a questo proposito, si veda, tra gli altri, COHEN, G.A.; Dominio di sé, libertà e uguaglianza, Cambridge University Press, 1995). Sebbene si tratti di un dibattito di varie sfumature, è certo che la tradizione dialettica di Hegel e Marx tende a leggerlo nel modo delineato sopra.

25 MARX, Karl; Sobre a questão judaica, São Paulo: Boitempo, 2010, p. 49.

26 Che questa forza di dedifferenziazione propria del concetto di proletariato abbia acquisito evidenza grazie ai marxisti francesi, come Badiou, Balibar e Rancière, dimostra come qualcosa del decentramento proprio del concetto lacaniano del soggetto sia giunto alla politica attraverso gli ex allievi di Louis Althusser. Tuttavia, tale decentramento ha la sua matrice nella nozione di "negatività" propria del soggetto hegeliano. Così, per la suprema ironia della storia, qualcosa della concezione hegeliana del soggetto finisce per tornare sulla scena attraverso l'influenza sorda all'opera nei testi degli ex allievi di questo antihegeliano per eccellenza, cioè Louis Althusser.

27 RANCIÈRE, Jacques; Le mésentente: politque et philosophie, Paris: Galiée, 1995, p. 34

28 Como nos lembra LACLAU, Ernesto; La razón populista, op. cit., p. 308

giovedì 9 ottobre 2025

Guerra Civile Globale…

Gli Stati Uniti e il "capitalismo fascista"
- di Maurizio Lazzarato - 7 ottobre 2025 -

«L'accumulazione primitiva, lo stato di natura del capitale, è il prototipo della crisi capitalista.» (Hans Jürgen Krahl)

Il capitalismo non è riducibile a un ciclo di accumulazione, dal momento che ciascun ciclo viene sempre preceduto, accompagnato e seguito da un ciclo strategico definito a partire da conflitti, guerre, guerre civili e, quando necessario, rivoluzione. Questo ciclo strategico comprende la cosiddetta "accumulazione primitiva", descritta da Marx, ma solo come prima fase, seguita prima dall'esercizio della violenza che si incarna nella "produzione", e poi dallo scoppio di questa in guerra e in guerra civile, dopo l'esaurimento del ciclo economico. Per riuscire a ottenere una descrizione completa del ciclo strategico, abbiamo dovuto aspettare il XX secolo, e la sua trasformazione in quello che è stato il ciclo delle rivoluzioni, sovietica e cinese; una trasformazione che, da diversi punti di vista, corregge e completa Marx. I due cicli lavorano insieme. Le loro dinamiche sono intrecciate, ma possono anche essere separate l'una dall'altra: dal 2008, il ciclo di conflitti, guerre e guerre civili (e l'improbabile possibilità di una rivoluzione) si sta gradualmente separando dal ciclo dell'accumulazione in senso proprio. Gli stalli e le impasse nell'accumulazione del capitale, richiedono l'intervento del ciclo strategico, il quale funziona sulla base dei rapporti di forza, e del rapporto non economico amico-nemico. Sin dall'avvento dell'imperialismo, l'importanza del ciclo strategico non ha fatto che aumentare. Cicli di guerra, di tremenda violenza e di uso arbitrario della forza, si susseguono in rapida successione. Gli Stati Uniti, hanno imposto tre volte delle regole economiche e giuridiche al mercato mondiale e all'ordine mondiale (1945, 1971 e 1991), e per tre volte hanno cancellato o modificato quelle norme che avevano imposto, a causa del fatto che quelle norme non erano più convenienti per loro, e ne hanno pertanto istituite di nuove. Il fordismo del 1945 è stato smantellato negli anni '70, mentre il cosiddetto "neoliberismo" - scelto per sostituirlo e che si è diffuso in tutto il mondo nel 1991 dopo la caduta dell'Unione Sovietica - ha collassato nel 2008. L'odierna accumulazione primitiva, ancora una volta, sta cambiando le regole del gioco, facendolo stavolta nel nome di un tentativo, assai più che improbabile, di «rendere nuovamente grande l'America». Nel capitalismo contemporaneo, l'analisi del ciclo strategico deve riguardare in primo luogo gli Stati Uniti, e questo poiché è lì che si concentrano gli apparati di potere, le istituzioni militari, finanziarie e monetarie sulle quali detiene quei monopoli vietati alla “alleata” Europa o all’Asia orientale, vale a dire a quei paesi soggiogati dalla guerra (Germania, Giappone, Italia), o dal potere economico e finanziario (Francia, Regno Unito) e, soprattutto, il "Sud" globale. A partire dalla crisi del 2008, il ciclo strategico è venuto in primo piano, al punto da soppiantare il "mercato", le normative economiche, il diritto internazionale, le relazioni diplomatiche tra gli Stati, ecc.; il tutto con l'obiettivo di scongiurare l'implosione del ciclo di accumulazione, e rivitalizzare l'economia statunitense, la quale si trova in seria difficoltà. Così, abbiamo la "fortuna" di poter osservare dal vivo questa accumulazione primitiva e questo ciclo strategico. Trump ha messo in atto lo "stato di eccezione". Ma stavolta questo stato è assai ben diverso da quello canonicamente definito tale da Carl Schmitt, o ripreso poi da Giorgio Agamben. Anziché occuparsi del "diritto pubblico", e della costituzione formale dello Stato nazionale, in primo luogo esso mira piuttosto alle regole che riguardano la costituzione materiale del mercato globale, e alle norme giuridiche internazionali relative all'ordine mondiale. Con lo stato globale di eccezione, lo spazio dove prende forma il nomos della terra - con le sue linee di amicizia e di ostilità - è la guerra civile globale. Invece di focalizzarsi sul diritto, lo stato di eccezione globale integra profondamente l'economia, la politica, l'esercito e il sistema giuridico. In tal modo, la guerra civile globale si ripercuote sulla guerra civile interna, intensificando il razzismo e il sessismo, la militarizzazione del territorio, la deportazione degli immigrati, gli attacchi alle università, ai musei, ecc. La popolazione degli Stati Uniti appare profondamente divisa, e non tra il 99% e l'1%, bensì tra quel 20% che assicura la maggior parte dei consumi all'interno dell'enorme mercato interno (3/4 del PIL), e l'80% per i quali i consumi sono stagnanti, o in declino. Vengono implementate delle politiche fiscali in modo da poter pertanto garantire la proprietà e l'iper-consumo della parte più ricca della popolazione. Trump ha così il merito di politicizzare tutto ciò che il cosiddetto neoliberismo era invece intento a depoliticizzare, senza però essere in grado di farlo. Una volta sospese tutte le regole, l'uso della forza extra-economica diventa la precondizione per la produzione economica, per stabilire leggi e costituire qualsiasi tipo di istituzione. È necessario prima, però, imporre con la forza i rapporti di potere. Ed ecco che allora, una volta stabilita la divisione tra chi comanda e chi obbedisce (e la situazione si stabilizza in quanto viene accettata da chi è stato soggiogato), ecco che si possono così ricostruire le norme economiche e giuridiche, gli automatismi dell'economia, le istituzioni nazionali e internazionali, insieme all'espressione di un nuovo "ordine". Il ciclo strategico, che funziona attraverso lo "stato globale di eccezione", è stato assicurato a partire da delle decisioni politiche arbitrarie e unilaterali, prese dall'amministrazione americana, il cui scopo è stato quello di imporre tutta una serie di "acquisizioni" (appropriazioni, espropri, saccheggi (*1) della ricchezza altrui; direttamente estorta, senza mediazione né sfruttamento industriale, né predazione attuata attraverso il debito e la finanziarizzazione.

   Qual è il significato di questo lungo (e qui parziale) elenco di decisioni politiche prese sulla base del potere coercitivo dello Stato imperiale? Il cambiamento nelle relazioni "economiche" non è immanente alla produzione. Né lo sono gli effetti delle "leggi" della finanza, dell'industria o del commercio stabilite dalla teoria economica. Gli "automatismi" economici imposti politicamente dagli Stati Uniti negli anni '70 e '80, non possono che riprodurre i fini per i quali erano stati istituiti politicamente (finanziarizzazione, economia del debito, delocalizzazione industriale, ecc.), e riprodurre, pertanto, la crisi. Questi apparati non hanno la capacità di innovare; sia distribuendo il potere in modo diverso, sia producendo nuove relazioni tra Stati e classi, che poi servirebbero in quanto condizioni per una "nuova" forma di produzione. La configurazione dei poteri che stiamo esaminando, richiede una rottura. Essa non è deducibile dalla situazione che ha portato a questa crisi. Ma richiede un salto fuori dalla situazione. Il salto va pensato e organizzato da una "nuova" classe dominante, una classe che soggettivizzi la rottura, occupando lo Stato e usandolo strategicamente. L'amministrazione assume qui il ruolo e la funzione dello stratega, del signore della guerra che decide, e che lo fa sulla base del rapporto amico-nemico, e non più sulla "parità" di scambio tra contraenti, stabilendo chi deve pagare, e quanto va pagato. per la crisi degli Stati Uniti. Per poter capire la "politica" degli Stati Uniti, la quale ha gestito, da un po' di tempo, queste fasi di accumulazione primitiva, non dobbiamo, né contrapporla alla"economia" e né ridurla alla classe politica nel suo insieme. Essa costituisce il coordinamento tra i vari centri di potere (amministrativo, finanziario, militare, monetario, industriale, basato sui media) in modo da dotarli di una strategia. Gli interessi eterogenei che li caratterizzano, trovano così una certa mediazione nella necessità di combattere contro un "nemico comune";  il resto del mondo, ma in primis i BRICS, e in particolare la Russia e la Cina. L'amministrazione Trump assume la funzione di capitalista collettivo, di leader capace di negoziare una strategia con quelle che sono le altre potenze finanziarie, militari e monetarie, le quali sennò continuerebbero ad agire secondo i propri interessi, anche qualora fossero interessi che alla fine devono comunque convergere; poiché a essere in gioco non è tanto la salute dell'economia americana, quanto piuttosto la possibilità del collasso della macchina economico-politica del capitalismo finanziario e del debito. Una macchina che è arrivata al capolinea. L'intimidazione economica e il ricatto, l'intimidazione e il ricatto dell'intervento militare, delle guerre e del genocidio, vengono mobilitati tutti insieme. Gli Stati Uniti.  con il pretesto del narcotraffico, minacciano di intervenire nel "loro proprio cortile" (l'America Latina), vale a dire, in Colombia, Messico, Haiti ed El Salvador, mentre simultaneamente puntano le armi contro il Venezuela. Hanno invitato a Buenos Aires (19/21 agosto) i ministri della Difesa della regione per chiedere un perfetto allineamento contro la Cina e imporre un rafforzamento della presenza militare americana negli "Stretti" (Magellano, Panama, ecc.). «I quali potrebbero essere utilizzati dal Partito Comunista Cinese per estendere il proprio potere, interrompere il commercio e sfidare la sovranità delle nostre nazioni e la neutralità dell'Antartide». Nelle condizioni attuali, è difficile anche solo parlare di capitalismo, parlare di un "modo di produzione", visto che ci troviamo di fronte all'azione di un "Lord", di un Signore che decide arbitrariamente la quantità di ricchezza che ha il diritto di estrarre dalla produzione dei suoi "servi della gleba". Il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha dichiarato, senza un briciolo di imbarazzo, che gli Stati Uniti tratteranno la ricchezza dei loro "alleati", come se tale ricchezza fosse la propria: il Giappone, la Corea del Sud, gli Emirati Arabi Uniti e, soprattutto, l'Europa, si sono impegnati a investire «secondo i desideri del presidente». Si tratterebbe di «un fondo sovrano, gestito a discrezione del Presidente, al fine di finanziare una nuova industrializzazione». Il conduttore di Fox News, stupefatto, lo descrive come un «fondo di appropriazione offshore». Bessent: «Insomma, si tratta di un fondo sovrano americano, ma fatto con il denaro di altre persone». Le relazioni impersonali del mercato, stanno diventando nuovamente relazioni personali, che contrappongono «il padrone e i suoi schiavi», il colonizzatore e il colonizzato. A governare e decidere, non è il feticismo delle merci, non è l'automatismo della moneta, del mercato, del debito, ecc., bensì è piuttosto la forza, in quanto espressione di una volontà politica. Gli Stati Uniti non designano più il loro concorrente, ma piuttosto il nemico; un nemico che ora hanno identificato nel resto del mondo, ivi compresi i loro alleati (in realtà, in primo luogo, alleati nella misura in cui essi fanno parte della medesima classe dominante, e sono terrorizzati dall'idea del crollo del centro del sistema, che porterebbe anche alla loro stessa caduta; ragion per cui, per salvare il capitalismo, sono pronti anche a spogliare le loro stesse popolazioni, in particolare l'Europa che, come il Giappone negli anni '80, verrà costretta a pagare per la crisi degli Stati Uniti, sacrificando la propria economia e le sue classi lavoratrici, ed esponendosi così ai rischi di una guerra civile). La legge del valore, o dell'utilità marginale – ossia, tutte le categorie dell'economia classica o neoclassica – sono del tutto assolutamente inutili. Non spiegano nulla di tutto ciò che sta accadendo attualmente. Al posto dei modelli econometrici, troppo complicati, è sufficiente un'operazione matematica, appresa alle elementari, per calcolare le tariffe applicate al resto del mondo. La cosiddetta complessità delle società contemporanee si dissolve abbastanza facilmente di fronte alla dualità politica amico-nemico. La "distruzione creatrice" non è più una prerogativa dell'imprenditore, ma diventa il lavoro dei decisori politici, economici e militari.

   Nemmeno il Capitale di Karl Marx (partendo quantomeno dall'accumulazione primitiva, invece che dalla merce) risulta molto utile, quando si tratta di spiegare la situazione. Pierre Clastres, la cui lettura di Nietzsche, incentrata sulla volontà di potenza, è assai diversa da quella di Foucault, può darci invece qualche spunto di riflessione: le relazioni economiche, sono relazioni di potere che non possono mai essere separate dalla guerra. La sua descrizione di come funziona il "potere", quando esso si afferma a spese delle primissime «Società contro lo Stato» rimane ancora il commento più appropriato che abbia mai letto per quel che riguarda l'attuale funzionamento di quella macchina statale/capitale che è l'amministrazione degli Stati Uniti. L'ordine economico - vale a dire la divisione della società in ricchi e poveri, sfruttatori e sfruttati - è il risultato di una divisione più fondamentale della società: la divisione tra coloro che governano e coloro che obbediscono, tra coloro che mantengono il potere e coloro che vi sono sottomessi. Diventa pertanto essenziale capire quando e come nasca nella società il rapporto di potere, di governo e di obbedienza. In che modo coloro che detengono il potere diventano sfruttatori, e in che modo coloro che vi sono sottoposti o lo riconoscono – la differenza conta poco – vengono sfruttati? Il punto di partenza, molto semplicemente, è il tributo. È fondamentale. Non dobbiamo mai dimenticare che il potere esiste solo in quello che è il suo esercizio: un potere che non viene esercitato non è potere. Il segno del potere, il segno che esso esiste realmente è, per chi lo riconosce, l'obbligo di rendere omaggio. L'essenza di una relazione di potere, è una relazione di debito. Quando la società è divisa tra chi governa e chi obbedisce, il primo atto di chi governa è quello di dire agli altri: «Noi governiamo, e possiamo dimostrarvelo chiedendovi di pagare un tributo». (*2). Noi, possiamo facilmente interpretare il rapporto tra governare e obbedire vedendolo come determinato dalla violenza dell'accumulazione primitiva che si ripete costantemente; esso e il rapporto tra lo sfruttatore e lo sfruttato, visto come l'esercizio del potere nella "produzione", una volta che "l'ordine" è stato stabilito, e la situazione "normalizzata": entrambi i rapporti (governante/obbediente e sfruttatore/sfruttato) sono azioni complementari della stessa macchina stato-capitale. La critica di Clastres alla "economia", che in ultima istanza determina anche la "politica", ci sembra pertinente, a patto però che si consideri la volontà di potenza e la volontà di accumulazione come le due facce della stessa medaglia. Il tributo da rendere all'amministrazione degli Stati Uniti, dovrebbe essere il segno di una nuova ridistribuzione del potere, capace di elaborare un nuovo "nomos della terra", vale a dire, un rapporto di subordinazione coloniale degli alleati agli Stati Uniti, da un lato, e dall'altro l'operazione più difficile dei BRICS nei confronti degli Stati Uniti. Internamente a ogni Stato, il tributo dovrebbe essere riconosciuto in quanto segno di sottomissione da parte delle classi dominanti, le quali si suppone siano i veri pagatori. L'arroganza di Trump nasconde così la sua debolezza: voler imporre un nuovo ordine mondiale nel mentre che supervisiona la sconfitta della NATO in Ucraina, oltre a una crisi economica mostruosa e un sud globale che non si sottomette così tanto facilmente come invece ha fatto l'Europa. Il nuovo ordine può essere instaurato solo per mezzo dell'imperialismo, caratterizzato fin dal suo inizio dalla complementarietà tra economia e politica, guerra e produzione. L'imperialismo collettivo, definito da Samir Amin negli anni '70, in cui il ruolo centrale era riservato agli Stati Uniti, si è ora trasformato in una vera e propria subordinazione coloniale degli alleati: Europa, Corea del Sud, Giappone, Canada, ecc. L'Europa si trova nella stessa condizione di subordinazione coloniale che l'Inghilterra aveva imposto all'India nel XIX secolo, dal momento che, come quest'ultima, deve ora pagare un tributo al paese "occupante", costruendo e finanziando eserciti europei, con risorse che vengono acquistate dagli Stati Uniti per poter fare la guerra contro quei nemici che vengono definiti tali dal potere imperiale (la guerra in Ucraina rappresenta l'esperimento, un test generale, per questo tipo di guerra).

Il "neoliberismo" e la reversibilità del fascismo e del capitalismo
La nuova sequenza del ciclo strategico, cominciato nel 2008, che ha portato alla guerra aperta, reca in sé una novità enorme. La macchina del capitale statale, non delega più ai fascisti la violenza estrema. Ma è essa stessa che ora organizza tale violenza, sentendosi forse ancora scottata dall'autonomia che assunse il nazismo nella prima metà del XX secolo. Il genocidio getta una luce inquietante sulla natura del capitalismo e della democrazia, costringendoci a vederli come forse non li abbiamo mai visti prima. Il capitalismo e le democrazie, stanno orchestrando insieme, e per conto proprio, un genocidio come se questo fosse la cosa più normale e naturale del mondo. Numerose aziende (logistica, armi, comunicazioni, controllo, ecc.) hanno partecipato economicamente all'occupazione della Palestina e stanno ora orchestrando, senza remore, l'economia del genocidio. Analogamente alle aziende tedesche negli anni '30 e '40, esse promettono enormi profitti derivanti dalla pulizia etnica dei palestinesi. L'indice principale della borsa di Tel Aviv, è salito del 200% nel corso del genocidio, assicurando un flusso continuo di capitali, per lo più americani ed europei, verso Israele. Con il genocidio, le democrazie liberali si sono riconnesse con le loro genealogie che, un tempo felicemente represse, ora tornano per la vendetta. Gli Stati Uniti hanno costruito le loro fondamenta sul genocidio dei nativi americani, e sulle istituzioni del razzismo e della schiavitù, e questo nel mentre che le democrazie europee hanno fatto più o meno lo stesso, sebbene in colonie lontane. La questione coloniale, le questioni del razzismo e della schiavitù, sono state al centro delle due rivoluzioni liberali, verso la fine del XVIII secolo. Il razzismo strutturale, che caratterizza il capitalismo e che oggi si concentra contro i musulmani, è stato spudoratamente scatenato dagli israeliani, da tutti i media occidentali e da tutte le classi politiche occidentali. Anche qui, senza molto bisogno di nuovi fascisti, perché sono gli Stati, in particolare quelli europei, che lo hanno alimentato a partire dagli anni '80 (e questo mentre negli Stati Uniti esso è endemico e centrale per l'esercizio del potere). Il razzismo si trova profondamente radicato nella democrazia e nel capitalismo, sin dalla conquista delle Americhe, perché in esse regna la disuguaglianza, e uno dei modi centrali per legittimare una tale disuguaglianza, è farlo attraverso il razzismo. Il dibattito sui fascismi contemporanei sta avvenendo troppo tardi, forse perché nessuno di questi "nuovi fascismi" è in grado di esercitare una tale violenza e promuovere la distruzione su questa scala. Per varie ragioni, essi non sono più come i loro antenati, i quali vennero incaricati di condurre una massiccia controrivoluzione contro il socialismo. La ragione principale, tuttavia, è la seguente: non esiste un vero nemico che assomigli, nemmeno lontanamente, ai bolscevichi. I movimenti politici contemporanei non costituiscono alcuna minaccia. Sono del tutto innocui. I nuovi fascismi, sono marginali rispetto ai fascismi storici, e quando arrivano al potere si pongono immediatamente dalla parte del capitale e dello Stato, limitandosi a intensificare la legislazione autoritaria/repressiva, e a influenzare la sfera simbolica e culturale. È questo ciò che i fascisti italiani sono in procinto di fare. Trump (o Milei) costituisce l'immagine perfetta del "capitalista fascista", dato che rappresenta una parte della classe capitalista, e agisce come tale. Le azioni di Trump non hanno nulla a che fare con il folklore fascista storico, tranne forse marginalmente, quando agisce a livello geopolitico al fine di salvare il capitalismo americano dall'implosione, imponendo un diventare fascista di ogni aspetto della società americana. Il capitalismo non ha alcun bisogno di delegare il potere, come ha fatto in passato, ai fascismi, e questo poiché, a partire dagli anni '70, la democrazia è stata svuotata dall'interno (vedi la Commissione Trilaterale). Essa produce, dall'interno delle sue stesse istituzioni – così come il capitalismo fa dall'interno della finanza e lo Stato dall'interno della sua stessa amministrazione e delle sue forze armate – la guerra, la guerra civile e il genocidio. Quelli che chiamiamo "nuovi fascismi", o "post-fascismo", non sono altro che degli attori che interpretano ruoli minori. Non hanno altra scelta se non quella di accettare le decisioni prese dai centri di potere finanziari, militari, monetari e statali.

   Come dobbiamo interpretare questa situazione senza precedenti? Essa ha radici profonde nella fase precedente dell'accumulazione primitiva che ha organizzato la transizione dal fordismo al cosiddetto "neoliberismo". Il ciclo strategico organizzato dall'amministrazione Nixon, per far pagare al resto del mondo, come oggi, le crisi accumulate negli anni '60, è stato ancora più violento di quanto sono ora le azioni di Trump: una decisione unilaterale di rendere il dollaro USA inconvertibile in oro (*3), i dazi del 10%, i capitali giapponesi messi a disposizione degli Stati Uniti, "l'Accordo" del Plaza che ha saccheggiato sia il Giappone che, all'epoca, la Cina, sacrificando l'economia di quest'ultima per salvare il capitalismo americano; e poi il ristabilimento delle relazioni politiche con la Cina, che si riveleranno decisive per la globalizzazione; la decisione politica di costruire un "super-imperialismo" attorno al dollaro, e così via. Alcuni degli episodi più drammatici di questo ciclo strategico sono state le guerre civili in tutta l'America Latina, le quali hanno contemporaneamente dichiarato anche la fine della rivoluzione globale, e avviato i primi cosiddetti esperimenti neoliberisti. A questo proposito, è interessante rivisitare l'analisi economica del neoliberismo nascente di Paul Samuelson, vincitrice del premio Nobel, dal momento che essa non viene quasi mai ricordata. Abbiamo considerato l'analisi di Foucault, della "nascita della biopolitica", come se fosse un'impressionante anticipazione del neoliberismo, anche se durante la stessa epoca l'interpretazione di Paul Samuelson tagliava mirabilmente dritto riguardo l'ammirazione del mercato, le libertà, la tolleranza delle minoranze, la governamentalità, ecc., descrivendo l'economia neoliberista come un "capitalismo fascista", nel senso che, con il mercato neoliberale, I due termini diventano reversibili. Questa categoria, dimenticata negli anni che seguirono, ci aiuterà forse a capire la genealogia del genocidio democratico-capitalista. Ciò a cui alludo, è ovviamente la soluzione fascista. Se il mercato efficiente è politicamente instabile, vediamo allora i simpatizzanti fascisti che concludono: «Sbarazzatevi della democrazia, e imponete alla società il regime del mercato. Non importa se i sindacati debbano essere evirati, e che gli intellettuali fastidiosi debbano essere messi in prigione o in esilio». (*4) Il "mercato" (leggi: "capitale", che non è la stessa cosa) ha gradualmente distrutto, a partire dagli anni '70, la democrazia del dopoguerra; l'unica che potesse, anche solo in qualche modo, assomigliare al suo stesso concetto, poiché essa è sorta dalle guerre civili globali contro il nazismo. Una volta esaurita questa energia politica, il capitalismo fascista cominciò ad istituirsi. La logica del mercato, invece di essere un'alternativa alla guerra e alla violenza terribile, li ha contenuti, li ha alimentati, e alla fine l'ha messo in pratica essa stessa, da sé sola, fino al punto del genocidio. Nell'era dei monopoli, il mercato – quella forma di mediazione che si suppone automatica – costituisce, in realtà, il fine di ogni mediazione, perché fa emergere la forza come attore decisivo: la forza dei monopoli, la forza della finanza, la forza dello Stato, e così via. Non solo ci deve essere la guerra civile per instaurarla, ma delega anche il funzionamento del capitalismo alla forza. In questo senso, il mercato è già un'economia fascista. Samuelson, capovolge il più solido dei sistemi di credenze: l'economia dei Chicago Boys – Hayek, Friedman, ecc. – è una forma di fascismo, e costituisce un paradigma per l'economia in generale. L'esperimento neoliberista è quello di una "economia imposta", che poi è esattamente ciò che l'amministrazione Trump sta cercando di realizzare: un "capitalismo imposto" (un altro dei termini felici di Samuelson), un capitalismo imposto con la forza: «L'undicesima edizione del 1980 della mia "Economia", ha una nuova sezione dedicata allo sgradevole argomento del fascismo capitalista. Per così dire, se il Cile e i ragazzi di Chicago non fossero esistiti, avremmo dovuto inventarli come paradigma. È importante citare alcune delle mie parole, tanto più che i conservatori che non amano il modo in cui funziona la democrazia non sono disposti a seguire la loro logica fino alla conclusione fascista di questi giorni e a usare i limiti costituzionali sulla tassazione come forma di capitalismo imposto. Ecco le parole per descrivere il capitalismo fascista...» (*5)

  Piuttosto che chiederci perché il governo stia portando alla guerra, al fascismo e al genocidio proprio come ha fatto nella prima metà del XX secolo, abbiamo accettato la narrativa liberale. Noi stessi non siamo stati in grado di trarre le necessarie conclusioni, eppure siamo passati dalle cosiddette libertà del neoliberismo al genocidio democratico-capitalistico senza colpo di Stato, senza una "marcia su Roma", senza una controrivoluzione di massa, ma come se tutto questo fosse un'evoluzione naturale. Non una sola persona dell'establishment, men che meno le classi politiche e gli esperti, sono stati infastiditi da ciò. Al contrario, questi ultimi si sono allineati con sorprendente fretta attorno a una narrazione che contraddice, da cima a fondo, l'ideologia professata da decenni di diritti umani, di diritto internazionale, di democrazia contro la dittatura, ecc. Perché tutto questo avvenisse senza il minimo intoppo, gli orrori fisici e mediatici del genocidio dovevano essere inscritti nelle strutture del sistema, il quale - una volta emersi gli orrori - li considerava non più come un'aberrazione, bensì come una normalità. Tutto questo si è svolto come se fosse una cosa ovvia. Il capitalismo "liberale" si è naturalmente e pienamente espresso e realizzato nel genocidio senza che ci fosse la mediazione fascista, senza che i fascisti costituissero una forza politica "autonoma" come negli anni '20. Non siamo riusciti a vedere quello che si trovava sotto i nostri occhi, perché abbiamo messo troppi filtri "democratici"; un'idea pacificata del capitalismo che ci impedisce di leggere con precisione ciò che è accaduto con la costruzione del neoliberismo in America Latina. Rileggiamo Samuelson, tenendo a mente tutti i commenti dei pensatori critici che continuano, anche dopo il 2008, a parlare di neoliberismo: «Generali e ammiragli prendono il potere. Spazzano via i loro predecessori di sinistra, esiliano gli oppositori, imprigionano gli intellettuali dissidenti, frenano i sindacati e controllano la stampa e tutta l'attività politica. Ma, in questa variante del fascismo di mercato, i leader militari rimangono fuori dall'economia. Non pianificano e non accettano tangenti. Consegnano tutta l'economia ai fanatici religiosi – fanatici la cui religione è il mercato del laissez faire; fanatici che non accettano tangenti. (Gli oppositori del regime cileno chiamarono un po' ingiustamente questo gruppo "i Chicago Boys", in riconoscimento del fatto che molti di loro erano stati addestrati o influenzati dagli economisti dell'Università di Chicago, ii quali favorivano il libero mercato). Allora l'orologio della storia tornava indietro. Il mercato veniva liberato, e l'offerta di moneta è strettamente controllata. Senza il pagamento del sussidio, i lavoratori devono lavorare o morire di fame. Quei disoccupati ora frenano la crescita del tasso salariale competitivo. L'inflazione potrebbe così essere ridotta, se non spazzata via.» (*6)
In realtà, la funzione del mercato "fascista" non è mai stata economica. Era, soprattutto, repressiva. Contro l'individualizzazione del proletariato e contro ogni azione collettiva o solidaristica e, secondariamente, disciplinare. Il mercato è stato un costrutto ideologico immanente, sotto il cui mantello la predazione poteva procedere tranquillamente, una predazione resa possibile dal monopolio del "dollaro" e della "finanza", così come dalla violenza militare degli Stati Uniti, i veri agenti economico-politici del neoliberismo che non sono mai stati regolati né governati dal mercato. In che modo possiamo confermare la pertinenza del concetto di Samuelson, il quale implica l'ossimoro della "democrazia fascista"? Abbiamo difficoltà ad afferrare la realtà, poiché la tremenda violenza che unisce democrazia e capitalismo nasconde, con sconcertante facilità, i valori dell'Occidente, sanciti dalle sue costituzioni. Il giovane Marx, ci ricorda che il cuore delle costituzioni liberali non è né la libertà, né l'uguaglianza, né la fraternità, ma la proprietà privata borghese. Questa è una verità incontestabile, tanto più che è «il diritto più sacro dell'uomo» affermato dalla rivoluzione francese, l'unico vero valore dell'Occidente capitalista. La proprietà, è di certo il modo più pertinente per poter definire la situazione degli oppressi. L'accumulazione primitiva messa in atto da Nixon negli anni '70, impose politicamente un'appropriazione e una distribuzione iniziali, stabilendo una divisione proprietaria senza precedenti ai tempi di Marx: questa nuova divisione non era principalmente tra capitalisti, proprietari dei mezzi di produzione, e lavoratori privati di qualsiasi proprietà, ma tra i proprietari di azioni e obbligazioni, cioè tra i detentori di titoli finanziari e quelli che non ne detengono alcuno. Questa "economia" funziona come i dazi di Trump, estraendo ricchezza dalla società dei "servi della gleba" con l'unica differenza che la predazione procede attraverso gli "automatismi" della finanza e del debito, automatismi che vengono mantenuti continuamente e politicamente. La società è divisa più che mai: ai vertici si concentrano i possessori di azioni/titoli, al di sotto della stragrande maggioranza della popolazione che, in realtà, non è più composta da soggetti politici, ma da "esclusi". Come nel caso dei servi della gleba dell'ancien régime, la "funzione" economica non implica il riconoscimento politico. L'integrazione del movimento operaio, che è stato riconosciuto come un attore politico per l'economia e per la democrazia negli anni successivi alla guerra, si è trasformata nell'esclusione delle classi lavoratrici da qualsiasi istanza del processo decisionale politico. La finanziarizzazione ha permesso a coloro che sono al "vertice" di praticare la secessione. È essa che organizza il suo rapporto con le classi inferiori in modo che sia esclusivamente di esplorazione e dominio. I servi della gleba non solo sono stati espropriati economicamente, ma sono stati anche privati di qualsiasi identità politica, al punto tale da aver adottato la cultura/identità del nemico – l'individualismo, il consumo, l'ethos della televisione e della pubblicità. Oggi sono spinti ad assumere un'identità fascista e una soggettività in tempo di guerra. I "servi della gleba" sono frammentati, dispersi, individualizzati, divisi in mille modi (per genere, razza, reddito, ricchezza) – ma tutti partecipano, in varia misura, alla società segregata stabilita dalla macchina stato-capitale, una macchina che non ha più bisogno di alcuna legittimazione, tanto favorevoli sono i rapporti di potere ad essa. Vengono prese decisioni sul genocidio, il riarmo, la guerra e le politiche economiche senza che nessuno debba rispondere ai propri subordinati. Il consenso non è più necessario perché il proletariato è troppo debole anche solo per pretendere di contare qualcosa. E' chiaro che in questa situazione la democrazia non ha senso. La condizione dell'oppresso assomiglia più alla situazione del colonizzato (una colonizzazione generalizzata) piuttosto che a quella di un "cittadino". Walter Benjamin ci ha avvertito: «L'attuale stupore che le cose che stiamo vivendo siano "ancora" possibili nel ventesimo secolo, non è filosofico. Questo stupore non rappresenta l'inizio della conoscenza; a meno che non sia la consapevolezza che la visione della storia da cui ne trae origine è insostenibile».(*7) Ciò che è inoltre insostenibile è una certa idea del capitalismo sostenuta anche dall'economicismo del marxismo occidentale. Lenin definì il capitalismo imperialista come reazionario, a differenza del capitalismo competitivo, nel quale Marx vedeva invece ancora alcuni aspetti "progressisti". La finanziarizzazione e l'economia del debito hanno creato un mostro, fondendo capitalismo, democrazia e fascismo, e non ponendo assolutamente alcun problema alle classi dominanti. Dovremmo indagare la natura del ciclo strategico del nemico, dichiarando a noi stessi un unico obiettivo: trasformare tutto questo in un ciclo strategico di rivoluzione.

Maurizio Lazzarato - 7 ottobre 2025 -

Note:

1.Le tariffe variano tra il 15% e il 50%. Una riduzione dell'aliquota fiscale è stata promessa a condizione che (1) l'acquisto di titoli dal mercato americano che stanno avendo problemi tra gli acquirenti sui mercati e (2) il trasferimento gratuito di miliardi di dollari agli Stati Uniti. I dazi hanno un duplice scopo: uno economico (gli Stati Uniti hanno bisogno di denaro fresco per coprire i loro deficit), l'altro politico (l'India commercia liberamente con la Russia, ecc., e il Brasile ha "perseguitato" Bolsonaro). - Imposizioni di acquisti di energia USA quattro volte più cari del prezzo di mercato: l'Europa ha promesso di - Un obbligo di investire miliardi di dollari nella reindustrializzazione americana (Giappone, Europa, Corea del Sud, Emirati Arabi Uniti hanno promesso somme astronomiche, con i 600 miliardi di dollari dell'Europa considerati un "regalo" da Trump). Investimenti che saranno a discrezione degli Stati Uniti, sotto la minaccia di un aumento dei dazi. -Il GENIUS Act autorizza le banche a detenere stablecoin come valuta di riserva per far fronte alle difficoltà legate al collocamento degli enormi titoli di debito pubblico. La condizione politica per queste stablecoin è che siano indicizzate al dollaro e utilizzate per l'acquisto del debito statunitense.

2.R. Bellour e P. Clastres, "Entretien avec Pierre Clastres", in R. Bellour, Le livres des autres. Entretiens avec M. Foucault, C. Lévi-Strauss, R. Barthes, P. Francastel, Union générale d'éditions, 1978, 425-442.

3. Mentre gli Stati Uniti uscirono per la prima volta dal gold standard con un ordine esecutivo nell'aprile del 1933, fu solo nell'agosto del 1971 che Nixon pose fine alla capacità dei governi stranieri di scambiare dollari con oro.

4.Paul A Samuelson, “The World Economy at Century’s End,” Human Resources, Employment and Development. Vol 1, the Issues: Proceedings of the Sixth World Congress of the International Economic Association held in Mexico city, 1980, ed. Shigeto Tsuru, Palgrave International Economic Association Series, 1, 1983, 75.

5.Samuelson, "L'economia mondiale", 75. [Nel francese da cui Lazzarato cita, "capitalisme imposé" risuona con la parola per tassazione, cioè "l'imposizione".

6.Samuelson, "L'economia mondiale", 75.

7. Walter Benjamin, "Sul concetto di storia",

martedì 7 ottobre 2025

Piangete ora !!!

Il 7 Ottobre, Hamas e i suoi alleati "di sinistra" hanno sistematicamente ucciso proletari asiatici e africani che lavoravano nei kibbutz
- di Yves Coleman -

Hamas e i suoi alleati, il 7 otttobre, non solo hanno stuprato, torturato e ucciso più di mille ebrei e israeliani (il numero totale delle vittime, di tutte le nazionalità, è di circa 1.200 persone).
Gli assassini antisemiti e genocidi di Hamas, e i suoi alleati, hanno ucciso 68 persone del "Sud del mondo" che si supponeva fossero, agli occhi della sinistra e dell'estrema sinistra, "persone razzializzate", vittime dell'imperialismo, ecc.
46 lavoratori agricoli thailandesi (uno dei quali è stato ucciso sotto la custodia di Gaza), 10 nepalesi (studenti di agraria), 4 filippini (3 infermieri e 1 badante), 1 cambogiano, 2 cingalesi, 4 cinesi, 1 tanzaniano, 2 eritrei e 1 sudanese.
Secondo il rapporto parlamentare redatto da tutti i partiti della Camera dei Comuni britannica, Hamas non è l'unico ad aver commesso questi omicidi, dal momento che altre organizzazioni sono responsabili di questo genocidio contro gli ebrei e di questi omicidi di proletari immigrati. Oltre alle Brigate Izz al-Din Al-Qassam (Hamas), erano presenti sul terreno:
– le Brigate Al-Quds (Jihad islamica palestinese),
– le Brigate Abu Ali Mustafa (Fronte popolare per la liberazione della Palestina),
– le Brigate Jihad Jibril (Fronte popolare per la liberazione della Palestina – Comando generale),
– le Brigate di Resistenza Nazionale (Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina),
- i Battaglioni Nasser Saleh al-Din (Comitati di Resistenza Popolare),
- le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa (ex-Fatah),
- i Battaglioni Mujaheddin e le Brigate Al-Ansar (Movimento Al-Ansar).

Secondo lo stesso rapporto, 7.000 uomini armati hanno partecipato ai massacri del 7 ottobre: 3.800 appartenevano alle Brigate al-Qassam di Hamas, e gli altri 2.200 erano divisi tra i vari gruppi menzionati di seguito, e pochi altri. Il loro obiettivo non era solo quello di uccidere il maggior numero possibile di soldati e civili israeliani, ma di uccidere e rapire sistematicamente i lavoratori immigrati, provenienti dal famoso "Sud del mondo", i cui interessi l'estrema sinistra pretende di difendere con i tremori nella voce, tanto è sensibile al pensiero "decoloniale". Cito qui alcuni estratti del rapporto britannico che mostrano come questo massacro sistematico di proletari asiatici e africani sia stato accuratamente pianificato da Hamas e dai suoi alleati, poiché conoscevano l'ubicazione dei dormitori e dei luoghi di lavoro dei proletari immigrati che volevano uccidere e rapire. Le narrazioni che seguono a volte si sovrappongono l'una all'altra perché i parlamentari britannici non erano ovviamente desiderosi di elaborare una narrazione ordinata dei massacri dei lavoratori immigrati e di enfatizzarne l'importanza – dopo tutto, ai loro occhi erano solo proletari. Inoltre, gli Stati i cui cittadini sono stati uccisi sul posto o presi in ostaggio (e poi uccisi in prigionia) hanno mantenuto un basso profilo di fronte ad Hamas, e sono stati attenti a non denunciare gli omicidi sistematici commessi contro questi lavoratori migranti, sottolineando così ancora una volta gli interessi di classe che questi Stati difendono. Ecco alcuni passaggi, un po' sconnessi, del rapporto:
«Gli assassini si sono diretti verso "una fabbrica di confezionamento di frutta, dove hanno ucciso due lavoratori thailandesi e ne hanno presi in ostaggio altri cinque. Intorno alle 10:30, secondo i filmati delle telecamere a circuito chiuso, un'altra squadra di tre uomini armati di Gaza ha fatto irruzione nella residenza dei lavoratori thailandesi del moshav. Gli uomini armati hanno preso i telefoni degli operai, poi i loro vestiti per camuffarsi [...]. In serata, gli aggressori di Hamas sono tornati e hanno attaccato un edificio del Moshav Yesha che ospitava lavoratori thailandesi, "lanciando granate e dando fuoco alle stanze in cui si nascondevano". Weerapon "Golf" Lapchan e altri 11 thailandesi sono fuggiti dall'edificio e si sono rifugiati in un frutteto. "Abbiamo saltato il muro e ci hanno sparato da dietro. Bang, bang, bang, bang."»
[...] Il kibbutz Alumim ospitava un certo numero di lavoratori thailandesi e studenti nepalesi in programmi di studio-lavoro. Il 7 ottobre, dei 23 civili uccisi nel kibbutz, 22 erano cittadini thailandesi e nepalesi. I militanti di Hamas hanno lanciato granate nei rifugi dove si nascondevano gli studenti nepalesi, nonostante le loro suppliche di "Siamo nepalesi, siamo nepalesi", e hanno sparato indiscriminatamente contro l'edificio in cui risiedevano i lavoratori thailandesi. Molti operatori sanitari stranieri [tra cui 3 operatrici sanitarie e un'assistente sanitaria, tutte filippine] sono stati uccisi insieme ai loro pazienti anziani o malati, che si sono rifiutati di abbandonare. Amitai Ben-Zvi, 80 anni, soffriva del morbo di Parkinson e il 7 ottobre si è recato al rifugio con la sua badante filippina, Gelienor "Jimmy" Pacheco. All'arrivo, i militanti di Hamas hanno forzato la porta del rifugio e hanno sparato a Ben-Zvi tre volte, uccidendolo all'istante. Era sdraiato sul letto nel suo rifugio. Due dei proiettili hanno colpito anche Pacheco, che si nascondeva sotto il letto prima di essere scoperto dagli uomini armati che lo hanno rapito e portato a Gaza" dove è morto per le ferite riportate. […] Il rapimento e il maltrattamento di diversi ostaggi thailandesi è stato filmato anche in video pubblicati su Telegram. In uno di essi, si vede un uomo thailandese che viene portato via su una motocicletta mentre attivisti e civili di Gaza si radunano intorno a lui e lo picchiano, con il sangue visibile sul collo. [...] Al kibbutz Nir Oz, 19 cittadini thailandesi che lavoravano nel programma agricolo del kibbutz sono stati uccisi nei loro quartieri. Mentre era ancora vivo, gli assalitori hanno cercato di usare una zappa da giardino per tagliargli gli arti superiori prima di tentare di decapitarlo. Un video recuperato da uno degli aggressori mostra un lavoratore straniero con una maglietta gialla sdraiato a terra, con il sangue che gli cola intorno all'addome, picchiato ripetutamente da un assalitore. La vittima viene poi presa a calci in testa prima di alzare le braccia per legittima difesa, cercando di proteggere il viso e la testa dagli attacchi. Gli aggressori vengono poi visti usare una grande zappa da giardinaggio per cercare di smembrare e decapitare la vittima alle spalle e al collo.»

Hamas e i suoi alleati, non solo hanno ucciso direttamente i lavoratori immigrati asiatici, ma hanno anche preso di mira con razzi «un dormitorio di lavoratori stranieri thailandesi situato nel sud, vicino al moshav di Naveh. […] Withawat Kunwong, un contadino thailandese, si trovava nell'allevamento di tacchini del kibbutz quando la comunità è stata attaccata. Si è nascosto per diverse ore, ma è stato scoperto da uno degli intrusi che ha cercato di rapirlo. Quando Kunwong si rifiutò di arrendersi, l'intruso, vestito in abiti civili, gli tagliò la gola e il volto con un grosso coltello, poi lo lasciò per morto. È stato salvato e curato da altri lavoratori » Gli assassini si sono diretti verso «un rifugio antiaereo in cui si erano rifugiati dodici contadini thailandesi per sfuggire al lancio dei razzi. (Prima del 7 ottobre 2023, più di 5.000 lavoratori stagionali thailandesi lavoravano nelle fattorie nel sud di Israele e altri 20.000 nel resto del Paese. I thailandesi erano il secondo gruppo più numeroso di ostaggi dopo i cittadini israeliani.) Intorno alle 8:30 del mattino, i terroristi hanno radunato i lavoratori thailandesi, tranne uno che si era nascosto sotto un letto, e li hanno portati fuori. Hanno poi ordinato loro, sotto la minaccia delle armi, di salire su un rimorchio agganciato a un trattore. Gli aggressori hanno guidato il trattore e il rimorchio fino al cancello principale, ma non sono stati in grado di aprire l'elettricità del villaggio dopo aver tagliato l'elettricità. Così i terroristi hanno lasciato il kibbutz attraverso un cancello pedonale, spingendo i loro ostaggi thailandesi davanti a loro, e poi hanno fatto saltare in aria il cancello principale con una granata a razzo. Fuori dal cancello, hanno costretto i thailandesi a sedersi sul pavimento. Mentre i terroristi li fotografavano e chiedevano i loro nomi prima di portarli a Gaza, le forze di sicurezza israeliane si sono avvicinate attraverso la foresta. Uno dei thailandesi li vide e gridò ai suoi compagni di sdraiarsi a terra. I commando israeliani hanno poi aperto il fuoco, uccidendo uno dei terroristi. I thailandesi salvati sono stati riportati in una zona più sicura del kibbutz. Anche se il contingente di lavoratori thailandesi di Mefalsim è sopravvissuto, altri 39 che si trovavano nell'area [in realtà 46 proletari del Trhailand sono stati uccisi da Hamas e dai suoi alleati] non sono stati così fortunati e 31 sono stati rapiti e portati a Gaza. […] Lungo la strada, gli uomini armati hanno attaccato l'area in cui alloggiavano i lavoratori e gli studenti stranieri. Mitchai Bara bon, un contadino thailandese che faceva il bucato, ha assistito all'inizio dell'attacco. "All'improvviso, ho visto uno dei nepalesi che veniva colpito, gli altri sono corsi a nascondersi nel rifugio antiaereo, e poi sono arrivati i terroristi". Mentre si avvicinavano al rifugio dove i nepalesi si erano rifugiati, gli studenti di agraria gridavano: "Siamo nepalesi, siamo nepalesi". Tuttavia, gli aggressori "hanno continuato a sparare e hanno lanciato due granate nel rifugio". Una granata è stata lanciata da uno studente nepalese, l'altra è esplosa. "Dopodiché, il bunker era completamente coperto di sangue". Due degli studenti nel rifugio sono stati uccisi e altri cinque feriti. Secondo Sarabon, "gli altri sono fuggiti, anche loro sono stati fucilati". Uno degli studenti nepalesi, Dhanbahadur Chaudhari, è rimasto svenuto a causa delle esplosioni di granate nel rifugio. "Quando mi sono svegliato, ero coperto di sangue e ho visto i miei amici morti e feriti intorno a me. Un amico non aveva gambe, un altro non aveva mani. C'erano i cadaveri dei miei amici all'ingresso del bunker. Lo studente KO Pramrod si è nascosto "per almeno quattro ore" sotto un mucchio di cadaveri. "Alcuni amici sanguinavano copiosamente, ma io non potevo fare nulla. A quel punto, non sapevo nemmeno chi fosse morto e chi fosse vivo". Lo studente ha poi detto a un giornale: "Anche dopo essere tornato in Nepal, sono ossessionato dal ricordo dei miei amici insanguinati che mi implorano di aiutarli. È un trauma che mi segnerà per tutta la vita". Alle 7:05 del mattino, le telecamere a circuito chiuso hanno ripreso gli assalitori che sparavano alla sala di mungitura e all'edificio residenziale dei lavoratori thailandesi. Il filmato mostra chiaramente uno degli aggressori che lancia una granata nell'edificio.[…] Uomini armati all'interno del kibbutz hanno scoperto lavoratori thailandesi nascosti nelle cucine dei loro quartieri. Hanno lanciato granate nella stanza e l'hanno mitragliata con armi automatiche. "Diverse persone sono state uccise dagli spari; altri sono stati estratti e uccisi all'esterno". L'edificio ha preso fuoco. Mithai Sara Bon, che aveva assistito all'attacco agli studenti nepalesi due ore prima, era uno dei thailandesi colpiti dalla sparatoria. "Tutto stava bruciando, la stanza, le persone, e ho deciso di saltare e correre". Sara Bon, che era stata colpita da due proiettili, è fuggita dall'edificio in fiamme. Era quasi riuscito a raggiungere la strada e a rifugiarsi negli aranceti del kibbutz quando è stato colpito una terza volta. Ancora cosciente, "sono rimasto molto calmo fino a quando non se ne sono andati, volevo che pensassero che fossi morto anche io". Sara Bon è rimasto a terra per tre o quattro ore fino a quando non è stato salvato dalla polizia israeliana. È stato portato in ospedale e si è ripreso a sufficienza dalle ferite per tornare in Thailandia un mese dopo. Dodici thailandesi sono stati uccisi ad Alumim. Subito dopo l'attacco, il gran numero di corpi carbonizzati trovati sul posto ha reso difficile determinare con certezza quanti lavoratori thailandesi fossero stati uccisi o quanti aggressori fossero morti durante i combattimenti. […] Alle 8:15 del mattino, un gruppo di uomini armati di Hamas si è recato alla residenza dei lavoratori agricoli thailandesi del kibbutz e ha rapito sei di loro. L'ostaggio Manee Jirachat ha testimoniato che, poiché il loro veicolo non era abbastanza grande per portarli tutti e sei a Gaza, gli infiltrati hanno sparato alla testa a due di loro, Pongsathorn Khunsri, 25 anni, e Kiattisak Pattee, 35 anni. Jirachat ha anche descritto in dettaglio i maltrattamenti subiti durante il rapimento. […] Durante l'attacco al kibbutz, i terroristi hanno preso di mira anche il dormitorio che ospitava i lavoratori del kibbutz thailandese. Hanno ucciso 11 degli uomini che hanno trovato lì e ne hanno rapiti altri 11 per portarli a Gaza. Tra le vittime c'erano due fratelli, Pongthep e Apichart Kusaram. Pongthep, 26 anni [...]. Ku rat Kha-Fluan sopravvisse all'attacco. In seguito ha detto a un giornale: "Non dimenticherò mai quei momenti terrificanti e orribili in cui i membri di Hamas sono entrati nel nostro rifugio e hanno iniziato a sparare in tutte le direzioni. Ricordo soprattutto il caos e la confusione". Ha aggiunto di aver represso "i momenti in cui ho visto i miei amici essere uccisi davanti ai miei occhi". »
Da questi resoconti, appare quindi molto chiaro che Hamas e i suoi alleati "di sinistra" non solo sapevano dove dormivano i lavoratori immigrati asiatici e africani, ma che li stavano deliberatamente molestando. Non si tratta assolutamente di "proiettili vaganti", uccisioni "non intenzionali" o "danni collaterali" nel contesto di uno scontro tra gruppi armati palestinesi e israeliani armati. Nessun giornale o sito (per quanto ne so) si è davvero interessato ai lavoratori migranti assassinati il 7 ottobre 2023, compresi i siti thailandesi in lingua inglese. Per quanto riguarda le pubblicazioni di sinistra o di estrema sinistra, per quanto ne so, nessuna pubblicazione ha fatto eco alle sue informazioni o, soprattutto, ha messo in discussione la questione di come un movimento di "resistenza" che presentano come "anticoloniale" possa essere stato determinato a uccidere sistematicamente i proletari asiatici e africani. Questo silenzio la dice lunga.

ELENCO DEI LAVORATORI ASSASSINATI DA HAMAS E DAI SUOI ALLEATI (informazioni tratte dal sito del Ministero degli Affari Esteri israeliano poiché gli Stati interessati non si sono degnati di fare questo lavoro)

• Thai (46 anni):
• Il corpo di Nattapong Pinta, che era stato rapito, è stato trovato a Gaza il 7 giugno 2025. Nattapong Pinta, 35 anni, sposato e padre, era stato rapito dal kibbutz Nir Oz, dove lavorava da diversi anni
• Sonthaya Oakkharasri, che lavorava al kibbutz Be'eri, è stato assassinato e il suo corpo è stato portato a Gaza, dove è ancora tenuto in ostaggio.
• Sudthisak Rinthalak, che lavorava al kibbutz Be'eri, è stato assassinato e il suo corpo è stato prelevato da Gaza, dove è ancora tenuto in ostaggio.
• Jakfung Jantassana, assassinato nel kibbutz Kissufim
• Sumchai Sayang, 24 anni •
• Papontanei Pongkrueh
• Chaya Reksanon
• Arenthit Kayson, 29 anni, assassinato vicino alla Striscia di Gaza
• Pathay Kiyatissek, 35 anni, assassinato vicino alla Strisciadi Gaza
• Saryut Penkitwanitcharon, assassinato vicino alla Striscia di Gaza
• Tawatchai Sieto, assassinato vicino alla Striscia di Gaza
• Pongfat Suchart, assassinato vicino alla Striscia di Gaza
• Dueh Sayan, 35 anni, assassinato vicino alla Striscia di Gaza
• Tianchai Yodtongdi, 32 anni, assassinato vicino alla Striscia di Gaza
• Kraysorn Tomiyoma, assassinato vicino alla Striscia di Gaza
• Cherkpan Diotaisong, 37 anni, assassinato vicino alla Striscia di Gaza
• Seta Homsorn, 36 anni, assassinato vicino alla Striscia di Gaza
• Phichit Najan
• Nitikorn Sae Wang
• Sattawat Phiaaia
• Duwa Sayan, 35 anni, assassinato vicino a Gaza
• Somchai Sayang, 24 anni, assassinato vicino a Gaza
• Tou Cae Lee
• Anucha Sophakun
• Phongphat Suchat
• Sakda Surakhai
• Chairat Sanusan, assassinato nel kibbutz Kissufim
• Somkhoun Pansa-ard
• Arnan Phetrkaeo
• Patti Kiatisk, 35 anni, assassinata vicino a Gaza
• Nanthawat Pinjai
• Seriyut Pankitwanitchirnm, assassinato vicino a Gaza
• Thanakrit Prakotwong
• Saksit Khotmee,
• Jaroon Chatdumdee,
• Srithat Kawao,
• Saksit Khotmee,
• Apichart Gusaram,
• Phongphat Suchat,
• Pongsatorn Khunsree, 25 anni, assassinato nell'attacco al kibbutz Alumim
• Arnatit Kayson, 29 anni, assassinato vicino a Gaza
• Theerapong Klangsuwan, assassinato nel kibbutz Kissufim
• Meechai Ritthiphon,
• Chai Recsanun, assassinato vicino a Gaza
• Phithak Tholaeng,
• Phirun Thanonphim, nepalese (10):
• Frabash Bandari, assassinato nel kibbutz Nirim.
• Dipash Raj Bista, assassinato nell'attacco al kibbutz Alumim
• Lukandra Sinj Dami, 24 anni, assassinato nel kibbutz Alumim
• Narayan Prasad Neupane, 22 anni, assassinato nel kibbutz Alumim
• Ananda Shah, assassinato nel kibbutz Alumim
• Raj Kumar Swarnakar, assassinato nel kibbutz Alumim
• Rajan Fulara, assassinato nel kibbutz Alumim
• Ashish Chaudhary
• Ganesh Kumar Nepali, assassinato nell'attacco al kibbutz Alumim
• Padam Thapa, assassinato nel kibbutz Alumim. Filippini (4):
• Angeline Agirs, 32 anni, uccisa nel kibbutz Alumim
• Loretta Alkarra, uccisa nella sua casa nel Kibbutz Alumim
• Gracie Cabrera, 45 anni, uccisa nel Kibbutz Be'eri
• Vincent Castelvi, 42 anni, assassinato nel Kibbutz Be'eri Cambogiani (1):
• Chum Udum, 24 anni, assassinato nel Kibbutz Karmia Sri Lanka (2):
• Sujith Nissanka, 48 anni, assassinato nel Kibbutz Be'eri
• Anula Jayathilaka, 49 anni, assassinato nel Kibbutz Be'eri Chinese (4):
• Chi Zanhung, 47 anni, assassinato a Sderot
• Zishom Wohn, 36 anni, assassinato a Sderot
• Dali Zoeo, 35 anni, assassinato a Sderot
• Zishon Won, 36 anni, assassinato a Sderot Tanzaniani (1):
• Joshua Loitu Mollel, 21 anni, rapito dal kibbutz Naha Oz, poi assassinato durante la sua prigionia. Eritrei (2):
• Wolderaphael (Tigre) Hagos Berhe, 40 anni, richiedente asilo, ucciso a Sderot.
• Goytum Jabrahiwat, richiedente asilo, assassinato a Sderot sudanese (1):
• Adam Barima, assassinato a Sderot

Yves Coleman, da "Né patria né confini", 7 ottobre 2025.