domenica 23 febbraio 2020

Fronte del “porto”!

Soldato Amazon
- di Riccardo Luna -

Quando si dice che dietro ogni pacco di Amazon che ti arriva a casa puntuale anche con la neve o gli scioperi, c’è una “organizzazione militare”, adesso sappiamo che non è una battuta. Anche il fatto che nei magazzini ci sia un “clima da caserma” forse non lo è. Dietro, c’è un ex ufficiale delle forze armate che ha scelto di levarsi la divisa e mettersi al servizio della società di Jeff Bezos.
Anche in Italia. Il 6 febbraio su LinkedIn, il social network dei professionisti, è apparso un annuncio per la ricerca di un manager responsabile di produzione e logistica. Forse si tratta di una posizione legata ai nuovi magazzini di Rovigo e Colleferro che saranno operativi entro il 2020 (1400 posti di lavoro, una buona notizia). Il testo dell’annuncio non lo dice. Dice soltanto — in inglese — che è rivolto “a militari o ex militari”; che saranno valutati da “un apposito team di valutatori fatto di militari”; che i militari sono una figura chiave della gestione della rete logistica di Amazon; che in Italia il business sta crescendo in fretta e che cercano alcuni “military area managers” che abbiano gestito team di almeno 45 soldati (ma aver guidato 100 soldati per almeno 5 anni è un titolo preferenziale).
Non è una novità assoluta. In America queste figure professionali li chiamano “Amazon Warriors”: guerrieri. Può sembrare enfatico o peggio di cattivo gusto ma sicuramente lo erano. Sul sito ufficiale ci sono le faccine sorridenti di una dozzina di persone, scelte come testimonial della community; cliccandoci sopra scopri le loro storie patriottiche, quasi sempre gente che è passata dalle guerre in Afghanistan o Iraq alla supervisione dello smistamento dei pacchi per essere certi che arrivino nelle nostre case come previsto. Babbo Natale non esiste e Bezos ha altri metodi per tenere fede agli impegni.
Gli Stati Uniti da questo punto di vista sono un mondo a parte: lì c’è anche un progetto per veterani di guerra che vengono incoraggiati — con 10 mila dollari a fondo perduto — ad aprire una startup che poi lavori con Amazon. Una cosa nobile, che punta al reinserimento sociale di chi ha servito la patria al fronte. Diverso il volere dei “guerrieri” a gestire i magazzini. La ragione di questa corsia preferenziale, anzi, esclusiva, per gli esponenti della forze armate, Jeff Bezos la spiega nel sito dedicato alle offerte di lavoro per i paesi europei e africani. Dice il fondatore e amministratore delegato: “Cerchiamo leader che possano inventare, pensare in grande, avere una inclinazione per l’azione e ottenere risultati concreti per i nostri clienti”. Chi vi viene in mente? A Bezos solo i militari. “La loro esperienza ha un valore infinito nel nostro ambiente di lavoro”.
Di questa cosa relativamente all’Italia se ne parlava da qualche mese: secondo quello che risulta a Repubblica sarebbero già tre gli ex ufficiali delle nostre forze armate assunti da Amazon. Ma questa, dicono da Amazon, dovrebbe essere la prima offerta di lavoro esclusiva. Non è così importante. Quello che colpisce semmai è che questa esigenza di costruire una “organizzazione militare” sembra confermare alcune delle storie che da sempre circolano sulle condizioni di lavoro nei magazzini di Amazon e che l’altro ieri hanno portato una dozzina di senatori democratici, guidati dai candidati alla Casa Bianca Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, a mandare una lettera aperta a Jeff Bezos per chiedergli di finirla con questa cultura che mette il profitto davanti agli esseri umani. Fanno riferimento ad una petizione di circa seicento dipendenti del magazzino di New York, a Staten Island, intitolata “Non sono un robot” dove il numero di incidenti sul lavoro sarebbe tre volte superiore alla media del paese. Pare che gli addetti a mettere gli articoli nei pacchi abbiano un obiettivo di 700 pacchi l’ora (11 al minuto); e chi deve smistarli ne ha 400 l’ora. Il tutto supervisionato da schermi, collegati a computer, governati da un algoritmo. E dietro l’algoritmo, un ex ufficiale delle forze armate. Amazon ha risposto alla petizione dei senatori democratici invitandoli a visitare personalmente un magazzino.

- Riccardo Luna - Pubblicato su Repubblica del 12/2/2020 -

sabato 22 febbraio 2020

Sotto il vulcano!

Dopo l'affresco di "Decadenza", che raccontava l'ascesa e la profonda crisi della nostra civiltà, per Michel Onfray è venuto il momento di delineare un modello positivo a cui ispirare l'esistenza individuale e collettiva: lo trova nei grandi protagonisti dell'antica Roma. Il filosofo francese attinge a piene mani dalla storia romana per darcene un'interpretazione eretica e di buonsenso allo stesso tempo: a differenza della pomposa (e inutile) metafisica dei greci, che vivevano con gli occhi rivolti al cielo delle idee, i romani sono veri e propri maestri di vita, «saggezza» incarnata, dunque filosofia allo stato puro. I greci imbrogliavano con le loro fumose teorie, mentre i romani, che sapevano vivere con i piedi ben piantati a terra, continuano a illuminarci e a spronarci con i loro grandi esempi. I discorsi non valgono nulla se non si trasformano in gesti, azioni, carne - ed è uno spettacolare teatro di corpi quello che allestisce Onfray, di suicidi grandiosi e di combattimenti di gladiatori, di amicizie sublimi e di omicidi che cambiano il corso della Storia. Diviso in tre grandi parti, dedicate rispettivamente a Sé, agli Altri e al Mondo,Saggezza ci esorta a (ri)trovare il romano che è in noi, ovvero la capacità di prenderci cura di noi, della comunità e della natura, e prova a dare una risposta alle domande più difficili: che uso fare del proprio tempo? Come rimanere saldi nel dolore? Si può invecchiare bene? Bisogna generare figli? Come si fa ad addomesticare la paura della morte? Cosa ci insegna la natura?Voce rara e preziosa nei nostri «tempi alla fine del tempo», Onfray ci ricorda che vivere non è fissare gli occhi al cielo, ma proteggere la città e amare più che si può: soprattutto se si sta approssimando una tempesta.

dal risvolto di copertina di: "Saggezza. Saper vivere ai piedi di un vulcano", di Michel Onfray . Ponte alle Grazie.)

La Saggezza
- Intervista a Michael Onfray, di Stefano Montefiori -

Il «Parmenide»? Inutile. La «Metafisica» di Aristotele? Inutile. Le «Enneadi» di Plotino? Inutili. Michel Onfray chiude la sua trilogia — dopo «Cosmo» e «Decadenza» — con un testo che smonta la filosofia greca (i professionisti della filosofia) a favore di quella romana (i professionisti della vita). Nel 79 dopo Cristo il comandante della flotta romana Plinio il Vecchio si trovava a Capo Miseno quando il Vesuvio cominciò a eruttare. Plinio si avvicinò per capire che cosa stesse succedendo e, quando intuì le dimensioni della catastrofe che avrebbe inghiottito Pompei, non si lasciò prendere dal panico. Anzi, cercò di dare l’esempio: fece un bagno caldo, consumò con calma la cena, si rese presentabile agli amici. «Saper morire significa saper vivere», scrive Michel Onfray, che nel nuovo libro "Saggezza" si rifà agli antichi Romani — in polemica con i Greci — per indicare come vivere «ai piedi di un vulcano».

Caro Michel Onfray, nella sua carriera lei ha già dato prova di coraggio intellettuale. Dopo essersela presa, tra gli altri, con Freud, Sartre e il cristianesimo, nell’ultima opera loda i Romani e si sceglie un altro bersaglio di alto livello: la filosofia greca. C’è in lei il bisogno, o il piacere, di smontare i miti? Perché?

«Mi sono scoperto, in effetti, un tropismo per la demistificazione. Non mi sono pensato così dall’inizio, ma è così che ho cominciato… Quel che, con Il ventre dei filosofi (titolo dell’editore, il mio era Diogene cannibale), poteva passare per un libro divertente sui rapporti tra la cucina e i filosofi era in effetti un invito a voltare la pagina filosofica idealista in base alla quale le idee piovono dal cielo, mentre con quel libro affermavo, da seguace di Nietzsche quale già ero, che le idee si sprigionano e salgono dal basso, da un corpo materiale animato da uno slancio vitale. Molto presto — tra i dieci e i quindici anni — ho intuito in modo confuso che il cattolicesimo era una finzione costruita in modo sottile. Mi sono allora riproposto di indagare il suo essere fittizio. Da allora ho sempre mantenuto questa direzione».

In che cosa la filosofia greca, a differenza della romana, la delude?

«È una filosofia da filosofi o da professori di filosofia: una filosofia che si può insegnare dall’alto della cattedra senza mai viverla, senza che produca mai alcun effetto nella propria vita. Ma a che serve una filosofia che non possa mai essere vissuta? Come imparare a nuotare sui libri e su uno sgabello senza mai tuffarsi in acqua. Il Parmenide di Platone, la Metafisica di Aristotele o le Enneadi di Plotino sono libri che servono per passare gli esami e ottenere diplomi di filosofia: ma come vivere secondo Parmenide? O sulla base della Metafisica di Aristotele?».

Qual è invece per lei il grande merito di Roma da un punto di vista filosofico?

«Il genio romano consiste nell’avere scartato la filosofia destinata ai filosofi professionisti che brillavano per i loro sofismi o le retoriche formali. Tutte cose che avevano il potere di innervosire all’estremo i Romani, che ci vedevano, a ragione, una palestra di errore e mistificazione. Del resto quando i primi filosofi greci hanno fatto il viaggio a Roma, i Romani li hanno invitati a ritornare in fretta a casa... I Romani non volevano una filosofia per filosofi, ma per tutti. Non volevano formare sofisti o retori, abbindolatori pericolosi, ma cittadini. Per farlo respingevano ogni teoria pura a vantaggio di racconti edificanti, di storie raccontate affinché servissero da esempio pratico, da linea di azione. L’aratro di Cincinnato, la lotta dei Gracchi, il suicidio di Seneca, le palpebre cucite di Regolo servivano a raccontare cose essenziali: il gusto del bene pubblico, la determinazione serena di fronte alla morte, il coraggio davanti al nemico, e tante altre storie destinate a costruire uomini in grado di affrontare la vita in piedi. Analizzo una trentina di queste storie in questo libro».

"Saggezza" si apre con la reazione controllata di Plinio il Vecchio all’eruzione del Vesuvio. Il massimo del «cool», potremmo dire oggi. Lo stile qui è talmente importante da diventare sostanza?

«Non le sarà sfuggito che questo racconto in compagnia di Plinio il Vecchio è un’allegoria: il vulcano che minaccia di ricoprire ogni cosa di fuoco e ceneri è la nostra civiltà giudaico-cristiana che va verso l’esplosione… Ho parlato nel dettaglio di questo sfaldamento nelle seicento pagine di Decadenza e questo libro, Saggezza, vi fa seguito al fine di rispondere alla domanda: se il vulcano sta per annientarci, come vivere nel frattempo?».

All’opposto del nobile sangue freddo di Plinio, Sant’Agostino fa la figura di un insopportabile piagnone. Qual è la sua colpa? Forse riassume in sé l’atteggiamento cristiano verso l’esistenza, che lei critica?

«Agostino si trova a cavallo tra un mondo che sta crollando, il paganesimo, e il mondo che sta per rimpiazzarlo, il cristianesimo. Lui stesso ha vissuto nella carne il nichilismo di una vita pagana — le donne, il vino, le serate, la depressione — e la redenzione nella vita cristiana dopo la conversione a Milano. L’agostinismo ha fornito il corpo dottrinale del cristianesimo degli inizi. Ma, in effetti, la lettura delle Confessioni lo mostra piangere di continuo. Siamo lontani dal modello romano della padronanza di sé. Quest’arte di piangere per un nonnulla segna la nostra epoca, nella quale i piagnucolosi trionfano».

Abbiamo imparato a considerare il gladiatore come una delle prove del carattere primitivo di Roma, e l’avvento del cristianesimo come un progresso sul cammino della civiltà. Lei invece riabilita la figura del gladiatore.

«È perché avete imparato quel che il cristianesimo ha detto del gladiatore e non quel che il gladiatore era davvero! Ma non si preoccupi, è così per quasi tutti... I cristiani hanno voluto presentare la Roma pagana come una Roma barbara. A questo scopo hanno fatto della gladiatura una istituzione inumana emblematica, basti guardare le critiche di Tertulliano per esempio. Ma invece, dal suo inizio religioso alla fine, passando per i momenti di gloria, quelli dell’Impero, la gladiatura è una scuola di saggezza che fa spettacolo delle virtù nelle quali crede: il coraggio, il val ore, l a bravura, l ’eleganza. Sa per esempio che tutti i combattimenti erano arbitrati? Ma ha mai visto un arbitro nell’arena guardando un film peplum al cinema o alla televisione? Sono i padri della Chiesa e i peplum che hanno dato dei gladiatori questa immagine sbagliata».

Qual è il pensatore romano che considera più utile oggi?

«Difficile scegliere, ma opterei per Seneca, anche se è ingiusto per Cicerone... Le Lettere a Lucilio sono in effetti un apice di saggezza che mescola epicureismo romano e stoicismo imperiale. Vi si apprende a vivere, amare d’amore e amicizia, e come usare il denaro, i beni, il potere, gli onori; come invecchiare, soffrire, morire, e questo in relazione con l’ordine del mondo, il che permette di puntare al sublime nella vita quotidiana».

"Saggezza" arriva dopo «Cosmo» e «Decadenza» e conclude così la trilogia. Ma la sua enciclopedia del mondo non finisce qui. Quali saranno le prossime tappe?

«È vero, mi faccio sommergere dal mio argomento... Ci sarà in effetti una seconda trilogia. Anima riaffermerà che esiste una natura umana e che il nichilismo della nostra epoca si fonda sulla negazione di essa. Seguirà poi Nichilismo che si interrogherà sulla fine dell’uomo e l’avvento del post-umano. Per finire, Estetica affronterà la questione dell’arte, seguendo le linee di forza delle metamorfosi di uno stesso istinto vitale che si dispiega dall’inizio dell’umanità».

- Stefano Montefiori - Pubblicato su La Lettura del 3/11/2019 -

venerdì 21 febbraio 2020

Una ruota per criceti per gente sola

All the lonely people
- Il Narcisismo come forma del soggetto del capitalismo -
di Peter Samol

Sigmund Freud è stato il più perspicace analista delle condizioni soggettive di esistenza nella società civile. La psicoanalisi da lui influenzata, rappresenta la teoria maggiormente sviluppata riguardo quelli che sono i sacrifici richiesti agli individui che vivono nella nostra società. Freud considerava il proprio approccio come relativo alle scienze naturali. La psicoanalisi si è atrofizzata nell'antropologia, dove invece avrebbe potuto essere una teoria critica (Adorno). Questo saggio punta ad una ricostruzione critica della psicoanalisi per quel che riguarda il il termine narcisismo. Tale termine, coniato da Freud stesso, caratterizza quella che è la forma soggetto della classe media. Il narcisismo è il risultato del confronto dell'individuo con l'insufficienza della realtà sociale. Il termine descrive l'allontanarsi dalla realtà ed il rivolgersi ad un mondo interiore sul quale l'individuo ha quello che è un potere assoluto, per quanto immaginario. Di conseguenza, il narcisista conosce solamente due condizioni: da un lato, il senso assoluto di impotenza causato dalla determinazione esterna della propria esistenza, e, dall'altro lato, le fantasie di onnipotenza che si accompagnano alle illusioni di assoluta libertà individuale, indipendenza e assenza di condizionamento. Questa seconda possibilità richiede un prezzo elevato dal momento che porta a reprimere le relazioni umane immediate e a sostituirle sempre più con relazione de-emozionate mediate dal denaro. Convinto della propria genialità, il narcisista rimuove il fatto di avere poca influenza sul mondo reale e pretende di essere in grado di fare ogni cosa laddove egli è solo una grande nullità. Il narcisista rappresenta la forma soggetto ideale per il capitale, il quale è solo un nulla completo nella sua infinita mercificazione senza alcuno scopo...
[...]

- 6 - Lo sviluppo della soggettività dalla fine della guerra all'inizio degli anni '70 -
Nel corso della sua storia, la società capitalista è stata soggetta a cambiamenti specifici che vengono poi richiesti alle persone che in quella società devono viverci, e che comportano «adattamenti alle condizioni sociale» (Freud 1932). Per cui la soggettività nell'immediato dopoguerra doveva corrispondere a quelle che erano le esigenze della produzione industriale di massa.  Tali esigenze richiedevano un adattamento delle persone ai cicli della produzione fordista che non erano molto cambiati negli anni - ed erano perciò prevedibili. Al giorno d'oggi, la richiesta di un adeguamento rapido e altamente flessibile ai veloci cambiamenti nella produzione è cruciale. Il «carattere autoritario» così come viene descritto da Adorno ed altri nel 1950 (si veda Adorno, 1973), ha dominato fino al dopoguerra. Il carattere autoritario si distingueva per una profonda repressione necessaria ad una subordinazione sotto rigide gerarchie e all'intensiva produzione industriale standardizzata, ed è durato per decenni. Un mondo professionale caratterizzato da rigide regole occupazionali che per lo più garantivano per tutta la vita, alle persone, un posto nella società globale, se erano abbastanza disciplinate e flessibili. Nella maggior parte dei casi, il lavoro era monotono (assemblaggio alle catene di montaggio nelle industrie di trasformazione del prodotto), assai spesso fisicamente disastroso e per lo più collegato ad un profondo adattamento  e ad una subordinazione a delle condizioni relativamente inflessibili che difficilmente aprivano a delle possibilità di creatività o di iniziativa personale. Pertanto, l'atteggiamento del «riconoscere la schiacciante superiorità dello status quo sull'individuo e sul suo interesse, ed adeguarsi in quanto appendice del macchinario è di vitale importanza» (Adorno, 1973). Ciò include anche un'affermazione del lato concreto del lavoro che naturalizza e viene giocato in apparenza contro il lato astratto del lavoro (Bosch, 2000). A prima vista, non è facile vedere come per un tempo specifico il carattere autoritario rappresenti una sotto forma di narcisismo. Definito in superficie da un senso di impotenza nei confronti dello status quo, dietro questa impotenza si cela il Grande Sé. Fondamentalmente, la classe media conosce solo due condizioni: a) il senso di impotenza nei confronti della determinazione esterna della propria esistenza e b) le fantasie di onnipotenza, l'illusione di assoluta libertà individuale, di indipendenza e di assenza di condizionamento (si veda Lewed, 2005). In ciascuna fase di sviluppo della società civile, queste condizioni si trovano in una relazione diversa tra di loro. Il carattere autoritario «vince» sul senso di impotenza, esternalizzando il grande sé e assegnandosi un'autorità esteriore.
Verso la fine degli anni '50, ebbe inizio un processo in cui il carattere autoritario gradualmente si erose e venne sostituito da una sorta di socializzazione consumistica (si veda Bosch, 2000). La prosperità materiale generalizzata, che era stata allora raggiunta - per cui uno avrebbe dovuto sottomettersi per tutta la vita ad una disciplina restrittiva - per i giovani, cominciò a sembrare sempre meno ragionevole. Con questo, ebbe inizio un cambiamento che portava dalla disciplina al piacere, e sottolineava così i valori che erano stati rafforzati dalla crescita dinamica del capitale. A causa della montagna di merci prodotte, l'incubo di una saturazione dei mercati (si veda Bockelmann, 1987) diventava di conseguenza una minaccia, con il collasso delle vendite , i licenziamenti e la chiusura degli impianti.
D'altro lato, l'industria cercava di far aumentare il consumo privato e la vendita di merci attraverso l'uso massiccio della pubblicità (ivi). Quelle che nella testa della gente erano le inibizioni tradizionali - parsimonia, modestia ed una generale avversione ad indebitarsi - dovevano essere rimosse rimpiazzate con delle motivazioni edonistiche. Nella società mediata dal denaro, le persone dovrebbero consumare e «divertirsi», e non solo lavorare. Nel corso del tempo, questa riprogrammazione generale alla fine ebbe così tanto successo che arrivò perfino a provocare vergogna nei soggetti, quando possedevano troppo poco  (Twenge and Campbell 2009). Per i soggetti interessati, il consumo e l'ammirazione degli altri sono il miglior supporto del proprio ego (Boeckelmann). Dal momento che il consumo soddisfa solo temporaneamente, gli interessati vengono stimolati ossessivamente a nuovi consumi. Di conseguenza, rimangono catturati in ciclo continuo di brama e di frustrazione, e riescono a raggiungere un equilibrio solo nel consumo frenetico (ivi). SI tratta di una cosa assai simile all'ammirazione da parte degli altri. Ma è anche qualcosa che diventa rapidamente stantio e dev'essere continuamente rinnovato. La personalità può ridurre rapidamente la tensione dal momento che il mondo del consumatore rende possibile una soddisfazione immediata del bisogno in quasi tutte le aree. Per molto tempo, la soggettività della classe media è stata apparentemente guidata lungo percorsi soddisfacenti. A lungo termine, questo potrebbe anche non durare... Il denaro, generalmente corrisponde al senso di onnipotenza del Grande Sé narcisista. Le sue qualità appaiono come se fossero quelle del suo proprietario (Marx), spazzando via così la sua individualità e sostituendola con l'apparente onnipotenza del denaro. Lo strumento narcisista sembra non avere alcun limite concreto. Tuttavia, in tempi di crisi, sotto le condizioni della disoccupazione di massa, dei tagli sociali e del proliferare di posti di lavoro mal pagati, guadagnare denaro diventa sempre più difficile. In questo modo, il consumismo è gradualmente decaduto, perdendo la sua funzione di «sentimento integrativo» (ivi).

- 7 - Narcisismo in crisi
Lo psicologo Ronald Inglehart (1977, 1989) ha sostenuto che c'è stato un «cambiamento di valori» da materialista a post-materialista, nel quale le virtù secondarie come la disciplina e l'obbedienza hanno sempre più perduto significato, e sono state sostituite da virtù come la qualità della vita, l'autorealizzazione, la solidarietà, ecc. Nel corso di questo «cambiamento di valori», sempre più flessibile, si assiste alla comparsa di un certo numero di individui giovani le cui decisioni sono orientate più al successo nelle relazioni sociali che alle ricchezze materiali. Le connessioni di solidarietà e lo stato sociale su base democratica sono quel genere di argomenti descritti da Inglehart come «post-materialisti». Per loro, la solidarietà è più importante del denaro e del successo economico. Questa tesi si è rivelata erronea.
La stragrande maggioranza dei presunti post-materialisti era orientata al rendimento, ed era interessata ad un ulteriore miglioramento dei loro consumi materiali. In realtà, i «post-materialisti» mettono in discussione alcune virtù secondarie, tra cui la subordinazione e la disciplina, e invece attribuiscono la massima importanza all'autodeterminazione individuale. Tutto questo si esprimeva nella stima per l'autonomia economica, e difficilmente ha assunto la forma di un orientamento alla solidarietà e alle connessioni democratiche di base - e ancor meno ad un orientamento al pensiero emancipatorio. Ciò è stato sorprendente per il destino di molte imprese «autodeterminate» o «alternative», negozi, comuni, ecc., che erano state fondate alla fine degli anni '70, o all'inizio degli '80. Ben presto, quasi tutti o sono scomparsi o al più sono più tardi diventati attività commerciali di successo. In quest'ultimo caso, ha prevalso un altro stile di comunicazione e di lavoro, che era meno gerarchico e più flessibile. Le persona hanno lavorato più duramente - e spesso più a lungo e più intensivamente rispetto alle aziende tradizionali. La flessibilità e la nuova moralità lavorativa, hanno fatto sì che la cosiddetta socializzazione post-materialista venisse riconosciuta e adottata dall'economia convenzionale. Così, alla fine, molti ex «alternativi», in quanto lavoratori flessibili e ben pagati, si rivelarono - per lo più - «più produttivi» dei loro colleghi orientanti in maniera assai più tradizionale.  Anziché arrivare ad una qualche socializzazione «post-materialista», il nuovo carattere sociale veniva accettato a partire dal fatto che la parte narcisista della sua personalità era salita alla ribalta, e non si nascondeva più dietro l'edipico. In maniera specifica, le energie provenienti dalla parte narcisista della personalità possono essere mobilitate per il lavoro quotidiano. L'etica del lavoro del carattere autoritario oppure orientato al consumo, è stata sostituita da una variante più flessibile e più edonistica che era in grado di padroneggiare - spesso volontariamente - un'intensità lavorativa più alta rispetto a quella dei precedenti caratteri. Pertanto, ciò che realmente accadde a quel tempo, non è stata in alcun modo la fine della sottomissione avvenuta nel contesto delle condizioni sociali forzate dalla forma della socializzazione capitalista costituitasi inconsciamente. Non c'è stato alcun spostamento di equilibrio in tale direzione. Piuttosto, la qualità di monade attribuibile ai produttori individuali, separati gli uni dagli altri, è stata spinta fino all'estremo, ed erroneamente interpretata come se fosse l'epitome della libertà personale. Semplicemente, il «diritto all'autodeterminazione» non è stato visto come una pressione. Questo nuovo tipo di imprenditore narcisista, si è dapprima diffuso lentamente, ma poi sempre più velocemente, via via che le strutture aziendali e lavorative venivano sitematicamente ricostruite nel quadro della terza rivoluzione industriale e della globalizzazione.
Simultaneamente, sotto la pressione della crisi secolare, si diffondeva un'insicurezza generale. Insieme al numero di disoccupati, aumentava costantemente anche il numero dei lavoratori in condizioni precarie, mentre lo stato sociale veniva continuamente smantellato. In Germania, con l'Agenda 2010 e con le riforme Hartz, diventava chiaro che nessuno era più al sicuro dalla povertà, e nessuno era al riparo dai capricci del «libero mercato». Anche dentro le cosiddette normali condizioni di lavoro, avveniva un notevole cambiamento. Oggi, raramente i dipendenti spendono quella che è tutta la loro vita attiva in un'unica azienda. Oggi, un lavoro può essere esternalizzato, ristrutturato o semplicemente eliminato, e non è più sicuro (si veda Twenge e Campbell 2009). Ai nostri giorni, praticamente tutti possono diventare inutili, a causa di quelli che sono degli sviluppi imprevedibili, quale un improvviso cambiamento nei gusti di massa, o a causa dell'introduzione non prevista di un nuovo metodo di produzione. Nel loro complesso, le carriere stanno diventando sempre più imprevedibili. In questa incertezza generale, con  i suoi costanti processi di cambiamento, il mondo del lavoro, insieme a quello del consumo e all'industria del tempo libero, da esso dipendenti, non appare più come se fosse un conglomerato di strutture sicure in cui uno debba solamente adattarsi per poter condurre una vita certa e preventivabile. Al contrario, oggi ci sono dei cambiamenti incisivi che da un momento all'altro, e da ogni dove, minacciano di distruggere ogni e qualsiasi risultato individuale. Ci troviamo in un mondo del tutto inaffidabile che minaccia l'esistenza nella quale gli individui sono completamente abbandonati a sé stessi....
Le affermazioni che vengono fatte a proposito degli individui vertono sempre più su quella che l'insicurezza generale. Si richiedono flessibilità e capacità di auto-elogio incondizionate, oltre al massimo rendimento nella professione e nel sistema educativo. Ci sono sempre più persone che vengono costrette a trasformare sé stesse in una produzione permanente di unicità. La vendita della propria personalità deriva dalla vendita del proprio lavoro, considerato come se fosse un articolo di consumo (si veda Distelhorst 2014). Al giorno d'oggi, interrogarsi continuamente a proposito del fatto che le azioni ed il pensiero di qualcuno corrispondano a quelli che sono i criteri riconosciuti dell'utilità economica, viene considerato come se si trattasse di una cosa ovvia. Da questo dev'essere sempre dedotta quale sia la versione di ciò che si desidera nel mondo del lavoro. Dietro un simile trasposizione, in fondo si nasconde un'enorme arbitrarietà. Si cede e si abbandona tutto ciò che una volta costituiva la propria personalità, in cambio del successo personale in cambio, ponendosi la domanda nella propria testa se si possa aumentare il proprio valore di mercato, o se quanto meno lo si possa salvare dalla rovina. Si tratta di una vera e propria pratica continua di auto-negazione di sé, assai più facile da attuare quando si è di già vuoti. Nella crisi permanente del tardo capitalismo, le persone non possono fare affidamento su una lunga continuità di ciò che viene loro richiesto. Anche le relazioni personali vengono rapidamente sacrificate per una maggiore, e a tutto tondo, flessibilità e mobilità, degenerando sia in rapporti di coppia limitati nel tempo sia in "reti sociali" che possano aiutare a mantenere il maggior numero di "contatti" possibili, in modo da incrementare le opzioni occupazionali. Nel complesso, in questo modo vengono prodotti senza pietà, e vengono promossi degli individui acciecati senza legami forti (né con altre persone, né con aziende per quel che riguarda la loro occupazione). Una simile vita corrisponde ad intensi sensazioni di vuoto e ad una mancanza di autenticità (Lasch 1980). Chi può dire cosa sia realmente una persona, e che cosa non lo sia con il suo essere costantemente a disposizione per un nuovo adattamento e dopo molti cambiamenti di partner? Questo processo porta ad una personalità narcisista di nuovo tipo, la quale può essere tutto nella misura in cui alla base di tutto questo si trova un grande nulla (ivi). Vengono sempre più sviluppate delle grandi fantasie che fanno riferimento all'ego, in moto da mantenere in moto questo instancabile macchinario, per mezzo degli ingranaggi delle moderne condizioni di lavoro e di vita, insieme alla mancanza di significato contenuta in tutto ciò (Lewed 2005)….
A causa della sua esplicita svolta verso il positivo, questo narcisismo è diverso dalle forme passate di narcisismo. Non si tratta più di un volo rivolto verso l'interno, ma esso piuttosto scorre come se fosse un adattamento forzato a quelle che sono le richieste che provengono dall'esterno, laddove da tempo gli individui ingannano sé stessi, raccontandosi di essere in grado di poter ottenere ogni cosa. In un rapporto di dipendenza critica di quello che è il concetto di «fallimento ottimale» di Kohut, questo narcisismo può essere inteso come una successione di continui fallimenti che di conseguenza portano ad ottenere un adattamento all'aumento continuo della produzione, ad una flessibilità sempre maggiore e alla commercializzazione di sé stessi sul mercato, al self-marketing. Questi fallimenti sono diventati ormai da tempo un una verifica permanente (a partire dallo slogan di «formazione continua») dato che nella società governata dal valore, l'adattamento alla «realtà» che cambia continuamente ed in maniera imprevedibile non finisce mai. Fondamentalmente, si sommano alla pressione che spinge a partecipare ad una corsa su una ruota per criceti che dura tutta la vita e che gira ad una velocità che è sempre più incalcolabilmente veloce. Qui, il fallimento individuale è prevedibile, in quanto arriva per tutti il momento il momento in cui si va a sbattere contro il proprio limite - e quando si arriva ad avere un'età in cui non si può più continuare a tenere il passo. La realtà cui fa riferimento il narcisista è una realtà pericolosa, sempre precaria ed estremamente dubbia. In tal modo, ecco che, in un mondo caratterizzato dall'individualizzazione e dall'isolamento, dalla freddezza sociale, da una mentalità della corsa al successo e da un'erosione generale dei legami sociali, il narcisismo diventa una sindrome principale (Altmeyer 2000). La sensazione di un profondo vuoto interiore accompagna questa erosione. E questo dev'essere riempito continuamente con attività sempre nuove, poiché altrimenti si potrebbe vedere quanto sia del tutto insopportabile la propria esperienza. Questo vuoto è basato sulla sensazione di essere completamente indifesi, e che non sia niente e nessuno che ci ami e ci accetti veramente. In tutto ciò, ciascuno vede sé stesso come separato e staccato da tutte le altre persone. Pertanto gli individui fanno qualsiasi cosa per reprimere o dissimulare questa sensazione che sembra loro come se fosse una condanna a morte. Similmente a come fa il denaro, che diventa capitale, quando dopo la riuscita moltiplicazione deve cercare immediatamente quelle che sono le nuove possibilità di investimento, anche l'individuo deve cercare subito il suo prossimo successo, o la sua prossima grande esperienza in quanto consumatore. In entrambi i casi, si tratta di un circolo vizioso, senza alcun obiettivo. Tanto il capitale quanto la personalità narcisista, si vengono a trovare in un movimento tautologico senza fine, assolutamente vuoto e senza senso - e per questo ciascuno promuove e completa così bene l'altro. Le persone si oppongono a quel vuoto con la ferma convinzione di essere speciali. In tal senso si riferiscono al successo accada quel che accada, e sono costantemente tormentati dalla terribile paura di venire etichettati come falliti, cosa che li rimpiomberebbe indietro nel loro vuoto interiore (Lasch, 1980). Tutta la loro vita non è altro che una lotta senza fine per il successo ed il rispetto (ivi). La sopravvalutazione da parte del narcisista della propria persona, secondo quelle che sono delle fantasie di onnipotenza, viene proiettata in maniera offensiva verso l'esterno e diventa il nuovo simbolo del proprio io, e non più solamente il complemento segreto di una personalità edipica... Una personale brama segreta di ammirazione, di conferme e riconoscimenti provenienti dall'esterno, accompagna il fatto che l'individuo narcisista ha bisogno in maniera incondizionata degli altri che gli diano riconoscimento, ammirazione ed approvazione affinché egli possa mantenere le sue idee di onnipotenza e la propria stabilità (si veda Kohut 1973). Ma né il costante successo (per non parlare dei fallimenti) né le superficiali qualità della rappresentazione e dell'ammirazione prefabbricata possono creare delle relazioni autentiche. Una personalità capace di relazioni ne viene bloccata. Completamente concentrato su sé stesso e preoccupato solo per sé stesso, il nuovo tipo narcisista è del tutto incapace di empatia, di simpatizzare con gli altri e perfino di sviluppare un qualche interesse per loro (Auchter and Strauss 1999). Le caratteristiche dell'orientamento, della performance e della volontà di successo, vengono assunte ed onorate come positive (Kohut, 1973). Tutto ciò rafforza nei narcisisti quella che è la loro attitudine. Quanto più superficiali sono i legami che si hanno con il proprio attuale lavoro, con l'attuale ambito sociale e con le persone vicine, tanto più facilmente ha successo il continuo nuovo orientamento verso nuove rivendicazioni sociali. Il modo in cui si reagisce è diventato il marchio di qualità dell'adattabilità e del «senso di realtà» (si veda Gruen, 1987). Non essendo più saldamente legato e pronto a reinventarsi in qualsiasi momento, il narcisista rappresenta, nella società dello spettacolo del nuovo millennio del tutto flessibile e generalmente incerto, la forma del soggetto corrispondente al capitalismo di crisi. Un sé all'interno degli individui che sembra essere indipendente ed inattaccabile dalle minacce esterne che gli oppone la socialità minacciata. Ora, il narcisismo rappresenta una struttura della personalità estremamente precaria caratterizzata da un equilibrio assai instabile tra il senso di onnipotenza e quello di impotenza (si veda Lewed, 2005). Quanto più questa struttura diventa ancora più instabile, tanto più le fantasie di onnipotenza degli individui irrompono nella realtà sociale e nel «mondo esterno», dal momento che i processi di crisi diventano sempre più una minaccia manifesta (si veda, Lewed, 2010).
Il pericolo di trovarsi continuamente minacciati. Ecco questa vita diventa una vita tra, da una parte, il Cariddi dell'ulteriore coinvolgimento narcisista nella crescita economica e del miglioramento logico del continuo condensarsi del lavoro, insieme alla minaccia di collasso sotto il peso degli oneri crescenti, e dall'altra parte la Scilla di un improvviso fallimento e l'eliminazione unitamente ad un capovolgimento nella totale impotenza. Lo spazio tra i due sta diventando sempre più scarso. La minaccia, in caso di fallimento, diventa quella di tornare a fare ricorso a identità collettive regressive. La nuova sensazione di onnipotenza vengono disinibite e sfuggono facilmente al controllo, per cui viene vissuta violentemente e non può più essere incanalata nei percorsi dell'attività economica. Ciò può arrivare a radicarsi ideologicamente (nazionalismo, fondamentalismo religioso, culturalismo, ecc.) oppure in contesti di gruppo (per esempio, sotto forma di bande che definiscono e attaccano altri gruppi umani visti come "inferiori"). Il soggetto interessato esperisce sé stesso in quanto portatore di perfezione e di potere, mentre tutto ciò che è imperfetto  viene attribuito ad "estranei" (Kohut, 1973). Come ci ha insegnato la storia, tutto questo può portare ad una sistematica persecuzione ed alla distruzione del presunto "inferiore" (ivi). Tali identità, e le azioni che ne conseguono, appaiono nel momento in cui le vie "normali" per arrivare ad una soddisfacente realizzazione delle loro grandi ed onnipotenti fantasie, per gli individui capitalisticamente formattati, viene bloccata. In tempi di crisi, prosperano stando fianco a fianco con quello che è lo spietato comportamento concorrenziale.

- 8 - Prospettive
L'instancabile dinamica del sistema di produzione di merci dipende dal narcisismo, e lo rafforza, in quanto schema di base della forma moderna del soggetto. I suoi modelli di comportamento tipici, sono considerati normali in tutte le aree della vita (nelle pubbliche relazioni, nel mondo del lavoro, nei media inclusa Internet, nelle istituzioni educative pubbliche e nelle relazioni personali), oltre che desiderabili ed onorate dal riconoscimento pubblico, dal successo economico, dall'ascesa professionale, ecc. I narcisisti corrispondono alla realtà delle relazioni feticistiche inconsciamente auto-create e che vengono riprodotte quotidianamente dalla persone. Quella che è la loro pseudo natura ha come suo tema solamente l'auto moltiplicazione, assolutamente senza senso, del denaro. I narcisisti, incapaci di legami, agiscono come lavoratori altamente flessibili e come consumatori disponibili. Interiormente vuoti, instancabilmente in attesa di conferme esterne di successo ed in lotta per assicurarsi nuovi godimenti per mezzo del consumo, si relazionano in maniera congeniale al  movimento dello sfruttamento vuoto, infinito e senza senso. L'abolizione di questa forma di soggetto narcisista è impossibile nelle condizioni sociali che prevalgono, dal momento che tali condizioni non permettono alcuno sviluppo personale aperto. Una vita al di fuori dell'autoregolamentazione narcisista sarebbe fondamentalmente differente, senza mania del lavoro, senza rivalità e stress da prestazione, senza concorrenza e senza la spinta ad un'auto-promozione e ad un'auto-affermazione permanenti. Fino a quando tutte queste pressioni continueranno a dominare, mancheranno quelli che sono i prerequisiti di base per lo sviluppo di individui sociali (Marx) che vada al di là della soggettività mercificata. La speranza è che si diventi consapevoli della nostra dipendenza gli uni dagli altri e si riesca a vedere che siamo esseri collettivi che hanno bisogno fra di loro di relazioni diverse, e non solo di una relazione unidimensionale. In un mondo caratterizzato dalla sovrapproduzione, i prerequisiti materiali esistono da molto tempo. Non si può più lasciare la socializzazione ad un processo inconscio, che si pone davanti
a noi come una costrizione da eseguire e da riprodurre giorno dopo giorno (Boesch 2000). I valori relativi che si trovano alla base di questo processo diventano sempre più disfunzionali. Non si è visto arrivare alcun automatismo che porti ad una società liberata. Pertanto, sospendere l'inconscio processo sociale distruttivo e sostituirlo con una consapevole socializzazione potrebbe non avere successo. La critica di quella che nel capitalismo è la sua forma soggetto, e della sua logica e della dinamica psicosociale interiori, rimane un passo necessario in tale direzione.

- Peter Samol - Pubblicato su Krisis 4/2016 del 4/9/2016 -

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

mercoledì 19 febbraio 2020

“Pupe verdi”

Claudio Magris torna con un libro che parla di mare, di donne, di navi e di letteratura. Un gioiello di scrittura e inventiva che è solo apparentemente una storia degli oggetti.
Le polene – le statue che decoravano la prua delle navi – in queste pagine emergono dal mito per diventare figure reali, che popolano una galleria di indimenticabili ritratti femminili: sono sirene, dee, donne comuni o veggenti come Cassandra, seduttrici, madri, sono donne perverse, terribili, visionarie. Attraverso le loro forme sensuali, davanti agli occhi del lettore si svolge una storia colta e stravagante, documentata e luminosa: un racconto illustrato di eroine, avventurieri, cimiteri di navi, che riemergono immortali dagli abissi della memoria. Il mare, reale o fantasioso che sia, diventa occasione per riflettere sulla vita, sulle sue zone di luce e ombra, sull'infanzia e la sua spericolatezza, sulla necessità di un approdo e sul potere della letteratura – da Karen Blixen e Nathaniel Hawthorne a Juan Octavio Prenz e Giuseppe Sgarbi – capace di condurci in ogni tempo, verso un altrove irraggiungibile.

(dal risvolto di copertina di: Claudio Magris, "Polene. Occhi del mare". La nave di Teseo.)

Le signore della tempesta
- di Cristina Taglietti -

Un ariete ritagliato nel legno di una quercia sacra che fa udire la sua voce agli Argonauti mentre vanno alla ricerca del vello d’oro. È da qui che parte il viaggio di Claudio Magris per questa rassegna di polene, cioè quelle statue che decoravano le prue delle navi, figure apotropaiche per stornare i malefici del mare, per guardare qualcosa che ai marinai era precluso. Un percorso che, partendo da quando le figure di prua erano soprattutto occhio e sguardo, attraversa il mito, la letteratura, la geografia e l’arte mescolando suggestioni marinare reali e leggendarie.
Un ricercato volume illustrato, dal titolo Polene. Occhi del mare, in libreria da giovedì 5 dicembre per La nave di Teseo, prolunga quella benefica ossessione dello scrittore triestino per il viaggio, inteso come uno sporgersi verso le indefinite lontananze che si protendono oltre la linea dell’orizzonte. Se, come scrive in un passo de L’infinito viaggiare, «il mare è assoluto, intenso fino al punto di diventare talora doloroso», se soltanto lì «ci si spoglia di tutto ciò che è banale, accidentale, relativo», le polene diventano il simbolo di uno sguardo che cerca di afferrare l’essenza della vita. «Sul mare immortale — scrive Conrad — si conquista il perdono delle proprie anime peccatrici».
La polena della prima, mitica nave Argo è dunque il punto di partenza. Tutte le altre vengono dopo, dall’Afrodite che adorna la nave sulla quale Paride rapisce Elena alla testa di antilope sulla prora dell’imbarcazione di Tutankhamon, ai draghi e serpenti di mare dei battelli vichinghi. Ma perché sulla prua si innalzi «una donna dalle vesti ariose mosse dal vento — scrive Magris — è necessario che gli uomini, anche gli onesti scultori di legno che lavorano per i naviganti, si siano innalzati al sublime, al sentimento di soccombere dinanzi all’infinito, senza riuscire ad afferrare ciò che travolge i limiti del pensiero e dell’immaginazione, ma riconoscendo e accettando di soccombere a viso sereno, quasi riposato». Il mare d’altronde è per Magris il sublime per eccellenza, «grande e semplice, solitario, insondabile nella tranquillità e indomabile nella tempesta, ricco di tragedie e catastrofi, di seduzione e di odiosa perdizione». Sono soprattutto le polene conservate nel Museo Valhalla delle isole Scilly, a 45 chilometri di distanza dalla punta sud-occidentale della Cornovaglia, il loro cimitero che «compendia tragedie e incanti», a guardare in alto, atterrite e insieme intrepide, come se la vista dell’inevitabile desse loro una decisa tranquillità.
Lo scrittore segue le tracce di una ricognizione storica, attraversa le sale dei grandi musei marittimi del mondo, andando oltre una classificazione letterale ed escludendo da questo rapporto con il sublime le raffigurazioni maschili, derubricate a meri «manichini, fantocci da carri di carnevale, decorazione da caserma». Come il Leonida del mercantile Thermopylae, esposto al Museo del Cutty Sark a Greenwich. Il Cutty Sark, clipper inglese che navigò sulla rotta delle Indie per il commercio del tè e della lana, compiendo «prodigi di leggerezza, velocità ed eleganza su tutti i mari», presenta una serie di figure di prua allineate alle pareti della sua stiva, tra cui spicca anche quella della strega Nannie. Ci sono collezionisti (come Ugo Mursia, editore e traduttore di Conrad, innamorato del mare e di tutto ciò che ha a che vedere con esso, la cui raccolta è attualmente al Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci a Milano), cimiteri di barche, scopritori, scrittori. Magris declina tutte le categorie, umane e non, di chi con queste figure ha intrattenuto rapporti di interesse o ne ha fatto fonti di ispirazione. Attorno a esse ruotano leggende di amore e morte, come quelle sull’Atalanta, conservata nel Museo navale di La Spezia, ripescata nell’Atlantico dalla cannoniera Veloce nel 1870 che, si narra, con la sua bellezza fece impazzire il custode del museo, finito impiccato proprio di fronte a lei, il falegname incaricato di restaurarla, anche lui morto suicida, il soldato innamorato che la rapì e poi venne trovato cadavere nella sua stanza.
Legata al binomio di amore e morte è anche la polena di Peter e Rosa, uno dei Racconti d’inverno di Karen Blixen, storia di una figura di prua fatta scolpire da un capitano con le fattezze della moglie molto amata che se ne ingelosisce al punto da togliere le preziose gemme usate per gli occhi sostituendole con due vetri. Si accorgerà che lei stessa, privata degli occhi, sta diventando cieca, mentre la nave si va a sfracellare contro una rupe, affondando con tutto l’equipaggio. Tema presente anche in una lirica di Juan Octavio Prenz, lo scrittore croato-argentino scomparso a Trieste il 14 novembre scorso che alle polene ha dedicato parte della raccolta Figure di prua (La nave di Teseo 2019). La smania di possesso è una perversione d’amore che anche lo stesso Magris affronta in un racconto, Il Conde (comparso per la prima volta il 23 dicembre 1990 sul «Corriere»), dove il protagonista-narratore, un barcaiolo che sulle coste portoghesi nei pressi di Oporto recupera i cadaveri degli annegati, «salva» una polena e si batte per lei «con una decisione che non ha saputo avere quando si è trattato della sua vita vera, delle persone che amava e del suo destino».

- Cristina Taglietti - Pubblicato sul Corriere del 2/12/2019 -

Fascino e lutti dell’ambigua «pupa verde»
  - di Claudio Magris -

Le figure di prua hanno raramente ispirato grandi pagine. È come se gli scrittori, anche possenti — Karen Blixen, Günter Grass — fossero rimasti soggiogati dal tema in sé, più forte della loro fantasia, e l'avessero citato e lievemente variato, piuttosto che ricrearlo e inventarlo. Della seduzione ambigua e infera della polena dicono già quasi tutto le numerose e affascinanti leggende, gli aneddoti, le storie tramandate. Quando Günter Grass, nel "Tamburo di latta", racconta la storia grottesca e luttuosa di Niobe, la polena verde che semina rovina, riprende - senza rielaborarli con la sua radicale creatività - i topoi della tradizione: la sventura che colpisce, nei secoli, tutti coloro che mettono le mani sulla polena maledetta, il processo alla ragazza fiamminga che lo scultore aveva preso a modello e la sua condanna al rogo, le mani mozzate allo scultore stesso, le misteriose catastrofi, i suicidi e i delitti legati alla malefica «pupa verde».
Ma la storia della perversa fascinazione, distruttiva e autodistruttiva, di Herbert per Niobe, sino alla sua mostruosa morte, non aggiunge nulla a quella del custode Vegezi o del tenente Kurtz che si sono realmente suicidati per Atalanta, la bellissima polena conservata al Museo di La Spezia. Si potrebbe dire che, mentre nel geniale romanzo gli episodi - storici o personali, reali o leggendari - vengono ricreati nella smodata musica del tambuto di Oskar, la storia di Niobe rimane quasi a sé, un capitolo isolato e staccato, non metabolizzato nel verticoso romanzo, anche se certo non mancano unghiate di potenza espressiva, come la scena in cui i raggi del sole pomeridiano colpiscono e incendiano l'ambra dell'occhio sinistro della polena.

- Claudio Magris -

martedì 18 febbraio 2020

Un par di stivali!

Wolfgang Schivelbusch è un filosofo, storico e intellettuale particolarmente eclettico che nei suoi libri ha analizzato in profondità le caratteristiche dell'immaginario sociale moderno. In questo testo parla di come la reciproca interazione tra le persone e le cose possa essere vista come un continuum; un ciclo infinito di creazione, consumo, usura, danneggiamenti e, infine, distruzione.
La storia più antica dell'uomo si può rileggere così sulla base di queste trasformazioni, che rappresentano il principio elementare della natura. In tempi più recenti, tali trasformazioni costituiscono la base per le teorie nel campo dell'economia politica e oggi offrono una lente per interpretare il mondo dei consumi. Schivelbusch traccia un quadro della simbiosi che si crea tra gli esseri umani e gli oggetti nella storia della filosofia e della scienza, in un flusso che prende spunto dalla biologia, dalla mitologia, dalla psicoanalisi e dall'economia, raccogliendo immagini che ci appaiono tanto sorprendenti quanto cruciali sulla società così come la conosciamo e confermandosi come uno dei pensatori più originali del nostro tempo.
La scarpa ormai ha la stessa aria vissuta del piede che la calza. È consumata e la suola si è assottigliata. Ma, a sua volta, la scarpa ha segnato il piede con vesciche e calli.

dal risvolto di copertina di: "La vita logorante delle cose. Saggio sul consumo", di Wolfgang Schivelbusch. Franco Angeli)

Se consumo mi distruggo
- di Marco Belpoliti -

Wolfgang Schivelbusch è uno studioso tedesco. Per chi non lo conosce, dirò che si può paragonare a Walter Benjamin. Nato nel 1941 a Berlino, ha trascorso gran parte della sua vita a New York, e qualche anno fa è ritornato nella sua città. A differenza di Benjamin, Schivelbusch ha potuto godere di settanta anni di pace, senza dover fuggire davanti al nazismo trionfante perché ebreo, anche se poi, come Benjamin, non ha mai avuto la vita facile in accademie e università. Per questo si è conservato un pensatore originale. Chi ha letto i suoi libri - Storia dei viaggi in ferrovia, dedicato al cambiamento della percezione visiva con l'introduzione del treno, Luce. Storia della illuminazione artificiale nel secolo XIX, dove spiega l'impatto dell'illuminazione nelle città, o Spezie, caffè, cioccolato, tabacco, alcol e altre droghe, libro innovativo - sa quante e quali idee frullino nella testa di questo pensatore. Oggi viene tradotto, La vita logorante delle cose. Saggio sul consumo (tr.it. di R. Paltrinieri, Francesco Angeli). Non è la solita storia del consumo. Mette piuttosto a tema una questione fondamentale fin qui elusa: il consumo non è che l'incontro fisico dell'oggetto consumato con il soggetto consumatore, così che l'uno logora l'altro. Detto così suona sconcertante. Tuttavia basta scandagliare il significato del verbo latino consumere, come fa Schivelbusch, per capire che indica «come il combustibile venga divorato dal fuoco e il cibo dagli organismi viventi».
L'economia politica classica, da Adam Smith a Marx, definisce infatti il consumo come distruzione. Oggi che lo svuotamento della realtà effettuato dal digitale rende questo fatto a un tempo antiquato e insieme attuale, la domanda da porsi è: «come si compie davvero il consumo delle cose da parte dell'uomo?». Nella nostra età, definita oggi Antropocene, in cui la comparsa dell'uomo ha profondamente modificato  l'ambiente sino al punto da far collassare il Pianeta, quanto questo libro può aiutarci? Diciamo subito che non è un saggio facile, perché il percorso che compie parte dal mondo greco, da Eraclito, passa per il Seicento, per l'alchimia, gli economisti fisiocratici francesi, approda a Marx e va oltre. Richiede pazienza e attenzione come tutti i libri importanti.
Per farmi capire, parto da una lettera, citata nel volume, di Flaubert a Louise Colet, in cui parla dei suoi stivali. La sola vista di un paio di stivali, scrive il romanziere, gli appare molto malinconica, quando pensa a tutti i passi che ha fatto lì dentro, alle erbe che ha calpestato, al fango che ha raccolto. Le scarpe hanno interessato non solo Flaubert, ma anche Van Gogh e Heidegger, che delle scarpe da contadino del pittore ha scritto. Usare le cose equivale a logorarle. Cosa vuol dire tutto questo? Schivelbusch esplora i concetti elaborati nel corso dei secoli per indicare il consumo e il disfacimento. Marx è stato ossessionato dal problema dell'identità tra consumo e produzione: scrive nel Grundrisse, che il Capitale «consuma i suoi elementi materiali, il suo oggetto e il suo mezzo; se ne nutre; quindi è un processo di consumo». Qui il termine acquisisce il valore distruttivo che ha in origine, tanto che Joseph Schumpeter, uno dei grandi economisti, ha potuto parlare del capitalismo come «distruzione creatrice».
Oggi siamo consapevoli che si effettua un consumo distruttivo della Natura stessa attraverso la produzione. Come stanno insieme le due cose? Esiste una produzione che non consuma? Il tema ecologico aleggia nel fondo di questo libro che non da risposte, ma si pone il compito di mostrare i problemi, metterli in luce, lavorando sul modo con cui è stato pensato, ad esempio, il lavoro, oppure il valore d'uso e quello di scambio. Ora che tutto sembra affidato alla distribuzione, che ne è della produzione? L'uomo più ricco del mondo è un signore che ha elevato con Amazon la distribuzione a forza stessa del sistema capitalistico. Non è un caso. Si leggano le righe in cui Schivelbusch descrive l'arrivo delle scatole di Amazon, e come vengono aperte. Oggi il consumismo non definisce più il valore d'uso, ma il prestigio, la moda e il valore simbolico delle cose, è il vero erede della funzione ornamentale dell'oro e del denaro, così che ogni atto di consumo, conclude l'autore, come il pane e il vino dell'Ultima Cena promettono la liberazione. Fino a quando?

- Marco Belpoliti - Pubblicato su Robinson del 7/12/2019 -

lunedì 17 febbraio 2020

Sotto i ferri

In Sotto i ferri c’è la storia di Jan de Doot, fabbro olandese vissuto nel Seicento, che per la disperazione si asportò da solo un calcolo alla vescica direttamente nella sua bottega, dopo essersi costruito gli attrezzi per l’operazione. Ci sono i racconti dei papi mangioni, in quella che possiamo considerare l’alba della chirurgia contro l’obesità. Ma c’è anche Houdini, che fece il suo ultimo spettacolo in preda a un attacco di appendicite; l’autopsia a John Fitzgerald Kennedy, a Dallas; Bob Marley, che rifiutò di farsi operare al piede da cui originò il tumore che lo avrebbe ucciso; e ancora Einstein, Luigi XIV e tanti altri. Dai secoli bui dei salassi e delle amputazioni senza anestesia fino alle ultratecnologiche e sterili sale operatorie di oggi, Arnold van de Laar traccia un’intrigante storia della chirurgia e della medicina; una lezione di anatomia sorprendente.
Operazioni celebri su pazienti celebri, ma non solo: Sotto i ferri regala uno spaccato sulla malattia e la sanità del passato anche attraverso le storie comuni, come quella del fabbro Jan de Doot, vissuto nel Seicento, che per la disperazione si asportò da solo un calcolo alla vescica direttamente nella sua bottega, dopo essersi costruito gli attrezzi per l’operazione; o quella della signora Crawford, la prima paziente sopravvissuta a un intervento di laparotomia che, operata il giorno di Natale del 1809 nel salotto del suo medico in Kentucky, riuscì a mantenere la calma per tutto l’intervento cantando i salmi [ognuno si tranquillizza come meglio crede].

(dal risvolto di copertina di: "Sotto i ferri" di Arnold van de Laar. Edizioni Codice.)

Quelle mani macchiate di sangue
- di Gilberto Corbellini -

Una vecchia barzelletta racconta di tre medici, un internista, un chirurgo e un anatomopatologo che vanno a caccia di anatre. Improvvisamente uno stormo spazza il cielo. L'internista si ferma e dice tra sé e sé: «Potrebbero essere anatre, ma anche oche, gabbiani o aironi. Farò un test per vedere se rispondono al richiamo dell'anatra». Prima che egli possa usare il richiamo, il chirurgo alza il fucile e spara a metà stormo, facendo cadere una pioggia di brandelli di uccelli. L'internista e il chirurgo guardano l'anatomopatologo: «Bene, ora ci troveresti un'anatra?». Oggi queste vecchie caricature sono il larga parte superate ed è un anacronismo parlare di facoltà di medicina e chirurgia: i chirurgi devono ragionare su dati clinici e patologici, e non sono diversi dagli internisti e dagli anatomopatologi: fanno ricerca, diagnosticano, prognosticano e prescrivono farmaci. Come racconta il chirurgo olandese van de Laar, per millenni, in assenza di anestesia, antisepsi e antibiotici, la chirurgia significava dolori insopportabili e ferite infette, che uccidevano quasi altrettanto spesso (e a volte più spesso) di quanto guarivano. Era rischioso fare il chirurgo. I babilonesi applicavano la legge del taglione ai chirurgi (salvo quando a rimetterci erano gli schiavi). A praticare la chirurgia erano spesso macellai o barbieri, velocissimi a operare e indifferenti al sangue e alle urla di dolore. Essere molto rapidi aveva degli inconvenienti e il chirurgo scozzese Robert Liston tagliò i testicoli di un uomo per la fretta di amputargli una gamba. Senza scordare che qualcuno si suicidava piuttosto che affrontare il coltello. Nel libro si racconta dei «tagliatori di pietre», che per secoli praticarono la litotomia o estrazione dei calcoli vescivali: in italiano erano «cavatori di pietre» e dovevano essere rapidissimi, farsi pagare in anticipo e possedere un buon cavallo per scappare se l'operazione fosse andata male. Nel giuramento ippocratico il medico viene diffidato dall'operare il mal di pietra, perché la probabilità di successo era una su due.
La rivoluzione iniziava a metà Ottocento. L'invenzione dell'anestesia cancellava il dolore: belle le pagine sulla regina Vittoria che si fece anestetizzare da John Snow (lo stesso che dimostrò epidemiologicamente che l'acqua è vettore del colera) per mettere al mondo un figlio senza soffrire, alla faccia di preti e conservatori, e in questo modo promuovere l'uso dell'anestesia. La scoperta della causa microbica dell'infezione delle ferite fu un avanzamento anche più significativo perché consentiva, attraverso l'asepsi e l'antisepsi, progressi continui nella capacità di tagliare, demolire e ricostruire con meno rischi le infezioni. Con l'arrivo degli antibiotici la mortalità si abbatté decisamente.
Il libro è pieno di storie sconosciute e curiose spesso anche raggelanti per i nauseabondi dettagli. Per esempio, i tessuti colpiti da tubercolosi paragonati al formaggio o la descrizione della fistola anale del Re Sole, che il chirurgo operò dopo essersi esercitato su decine di cavie umane, così come le pagine dei carcinomi mammari: non sono per stomaci delicati. Non mancano le storie mediche sugli eccentrici Papi del Medioevo e del Rinascimento. Papa Innocenzo VIII, che, una volta diventato troppo pesante per sedersi a tavola, riceveva l'ordine del medico di essere allattato al seno da donne locali. Mentre Papa Giovanni XXI, che era stato chirurgo prima di assumere il papato, pubblicò un libro intitolato Thesaurus Pauperum che offriva consulenza a coloro che non erano in grado di soddisfare le spese dei medici: alcuni consigli riguardavano contraccezione e aborto.

- Gilberto Corbellini - Pubblicato sul Sole dell'8/12/2019 -

domenica 16 febbraio 2020

Una storia movimentata e ricca di eventi

La temporalità del capitalismo è, sotto certi aspetti, unica. In generale, quelle che sono le temporalità della vita sociale vengono viste come "movimentate", ricche di eventi, vale a dire irreversibili, contingenti, irregolari, discontinue e foriere di trasformazioni. E sebbene i processi sociali capitalistici siano per certi versi super-movimentati, l'estrema astrazione, che è una cifra dello sviluppo capitalistico, fa sì che i processi fondamentali  del capitalismo sfuggano a quella che l'irreversibilità del tempo, ed essa consente che venga mantenuta, nel nucleo di tali processi, una logica ricorrente. Ciò significa che la temporalità del capitalismo è composita e contraddittoria, immobile e simultaneamente iper-movimentata. Riconoscere questa contraddizione che sta alla base del capitalismo, pone a coloro che la studiano delle importanti sfide concettuali e metodologiche.

La Temporalità del  Capitalismo
- di William H. Sewell, Jr. -

I principali scienziati sociali quantitativi americani, e fra di loro soprattutto gli economisti, sono sempre stati inclini a vedere il tempo come una sorta di griglia newtoniana neutra, nella quale i processi sociali vengono determinati a partire da variabili che agiscono le une sulle altre grazie ad una sorta di gravita sociale uniforme, prevedibile, graduale e lineare (Abbott, 1988). Una temporalità movimentata - quel genere di temporalità che molti storici danno come scontata - dovrebbe implicare invece che i processi sono bitorzoluti, imprevedibili, irregolari e discontinui. Sebbene generalmente gli storici siano reticenti ad impegnarsi in espliciti discorsi teoretici, essi hanno una concettualizzazione implicita altamente sofisticata e sfumata di quella che è la temporalità. Vedono il tempo come fatidico, e lo considerano irreversibile nel senso che un'azione significativa, una volta intrapresa, o un evento, una volta vissuto, altera in maniera irrevocabile la situazione in cui si verifica. Il veicolo concettuale, usato dagli storici per costruire o analizzare la fatalità temporale e la contingenza  della vita sociale, è l'evento. Gli storici vedono il flusso della vita sociale come se esso fosse punteggiato da avvenimenti significativi, da un complesso di azioni sociali che in qualche modo cambiano il corso della storia. Ragion per cui, parlano continuamente di "punti di svolta" o di "spartiacque" nella storia, e spendono la maggior parte della loro energia concettuale a dividere il flusso della storia in epoche distinte, delimitate le une dall'altre proprio a partire da tali eventi.
Se fosse vero che gli eventi trasformano o riconfigurano le relazioni sociali, questo allora implicherebbe che il tempo è eterogeneo, che le differenti epoche storiche hanno forme di vita e dinamiche sociale differenti. L'eterogeneità temporanea implica l'eterogeneità casuale. Implica il fatto che le conseguenze di un determinato atto non son intrinseche all'atto, ma dipenderanno piuttosto da quella che è la natura del mondo sociale in cui si svolge l'atto. Una tale ipotesi è decisamente contraria a quelli che sono i metodi degli scienziati sociali mainstream, il cui modus operandi è quello di scoprire ed applicare leggi causali generali, leggi che vengono, implicitamente o esplicitamente, assunte come indipendenti dal tempo e dal luogo. L'eterogeneità temporale implica altresì che comprendere o spiegare le pratiche sociali richiede una contestualizzazione storica. Noi non possiamo sapere cosa significhi un atto, o un'espressione, e quali possono essere le sue conseguenze, senza comprendere la semantica, le tecnologie, le convenzioni - in una parola, la logica - che caratterizzano il mondo nel quale si svolge l'azione. In fin dei conti, le temporalità della vita sociale sono altamente complesse. Temporalità lente e puntuali si troveranno intrecciate in qualsiasi determinata situazione sociale e devono essere censite accuratamente dall'analista. Nel mio precedente lavoro, ho tentato di esporre teorie e metodi che ci possono consentire di comprendere in maniera più efficace le logiche storiche che strutturano la vita sociale (Sewell, 2005).
La domanda da porsi in questo testo, è quanto bene questa concezione movimentata della temporalità - che in passato ho temerariamente affermato essere universalmente vera nella vita sociale - si applichi alla moderna economia capitalista. A prima vista, non c'è niente che appaia come più movimentato del capitalismo. Ogni giorno vengono lanciate nuove iniziative imprenditoriali; imprese falliscono; le borse e i mercati oscillano in maniera vertiginosa, si sviluppano bolle che poi scoppiano; manager di fondi di investimento diventano improvvisamente miliardari; mentre, nel frattempo, tranquilli dirigenti aziendali o operai addetti alla produzione scoprono che improvvisamente la loro linea di lavoro è stata abolita; le invenzioni trasformano intere industrie o regioni; quelli che erano dei veri e propri cuori industriali si trasformano in "rust belt"; intere economie nazionali entrano in una fase febbrile di crescita, come avviene nella Cina contemporanea, oppure entrano in declino, come è successo in Argentina dopo il collasso della "dollarizzazione" del 2001. Assistiamo anche, come in altre sfere della vita sociale, a quelli che sono dei cambiamenti fatali e irreversibili nelle istituzioni o nelle strutture economiche. Alcuni di questi sono veri e propri cambiamenti epocali, come la rivoluzione industriale o come l'ascesa delle comunicazioni elettroniche che ha trasformato la vita su scala globale; altri sono sviluppi istituzionali a livello mesoeconomico, come l'ascesa del modello finanziario di controllo delle corporazioni americane o come l'emergere della "codeterminazione" nei rapporti di lavoro nella Germania del dopoguerra (Fligstein, 1990; Thelen, 1991). Una concezione della temporalità fondamentalmente movimentata, appare essere in sintonia con l'emergente disciplina socioeconomica la quale sostanzialmente proclama che l'economia è parte integrante della società. Nel mainstream, economisti inclini alla matematica assumono che gli esseri umani abbiano sempre agito, in tutte le epoche, secondo gli stessi calcoli sostanzialmente conformi all'interesse personale e che quindi, di conseguenza, le lotte sociali, politiche e culturali che hanno dato forma alla storia delle società siano esogene, esterne ai processi economici. In contrapposizione, gli studiosi socioeconomici sostengono che gli stessi processi economici sono soggetti ai ritmi storici della società. Per esempio, tendono ad essere estremamente sensibili ai fattori contestuali e contingenti che portano alla nascita ed al cambiamento delle istituzioni economiche. Ciò implica che l'esaltazione delle virtù della concezione movimentata della temporalità, fatta in queste pagine, sarebbe come sfondare una porta aperta. Presumo che la maggior parte dei miei lettori siano già convinti che il contesto sia importante, che non sempre prevalga il calcolo degli interessi monetari, che spesso le logiche istituzionali autonome arrivino a battere le apparenti "leggi economiche", che gli eventi riorganizzino le strutture esistenti dando così origine a forze causali che non esistevano precedentemente. Perciò, anziché sfondare una porta aperta, voglio pensare a quelle che sono alcune peculiarità della temporalità capitalista, peculiarità che non si adattano alla mia teoria della temporalità movimentata, e che quindi possono porre quindi delle domande scomode riguardo anche ai presupposti socioeconomici. Le temporalità del capitalismo, almeno così mi sembra, hanno delle caratteristiche che sfuggono alla «logica della storia».

1 - Il problema del ciclo economico
Mentre è vero che la superficie apparente del capitalismo consiste in un continuo cambiamento, nei cambiamenti c'è qualcosa che è stranamente, quasi misteriosamente, ripetitivo. Per esempio, malgrado tutte le enormi trasformazioni che hanno avuto luogo nella vita economia e sociale a partire dal 17° secolo, la bolla dei tulipani del 1635-36 e la bolla delle dot-con verificatasi all'inizio del 21° secolo sono entrambe riconoscibili come appartenenti alla stessa specie - alla bolla speculata - una specie che, per quanto ne so, non esisteva affatto prima dell'inizio del 17° secolo, ma che da allora in poi è sempre stata una caratteristica costante della vita economica (Kindleberger, 19899) [*1]. La bolla speculativa, potrebbe essere vista semplicemente come se fosse una manifestazione estrema dei ritmi ripetitivi che sono arrivati a caratterizzare  il capitalismo in generale, vale a dire, una manifestazione del fenomeno noto come ciclo economico. Prima del 19° secolo, si trattava, soprattutto, della successione di raccolti buoni e di raccolti cattivi, basati sulla fluttuazione climatica, la quale produceva periodi alternati di prosperità e di carestia. Ma nel corso del 18° secolo, iniziarono a svilupparsi delle fluttuazioni che erano puramente interne all'economia, fino a che, a metà del 19° secolo, il ciclo economico in sé, come fonte dominante di fluttuazione, finì per sostituire i raccolti relativa all'occupazione e alla produzione. Dapprima, i cicli economici era prevalentemente cicli di inventario delle scorte, durante i quali le condizioni favorevoli alla vendita portavano ad una sovrapproduzione di beni, ad un calo dei prezzi, ad una stretta sul credito e ad una crescita dei fallimenti e della disoccupazione - fino a quando non si esaurivano le scorte e la domanda ricominciava a salire di nuovo. Verso la metà del 19° secolo, quando la produzione industriale cominciò a diventare sempre più importante, il ciclo delle scorte venne gradualmente sopraffatto dal ciclo degli investimenti. Il ciclo degli investimenti ha una logica simile a quella del ciclo delle scorte, ma dal momento che gli investimenti nella capacità produttiva erano su scala più ampia e più lenti nella loro realizzazione di quanto lo fossero gli investimenti nelle scorte, le oscillazioni nel ciclo degli investimenti andavano a coprire un periodo più lungo. Ciò che sorprende (almeno coloro che credono nella temporalità degli eventi) è che, nonostante le immense trasformazioni che ci sono state in economia a partire dagli anni 1850 e 1860, ci sono cicli dello stesso tipo che continuano a verificarsi, ancora fino ai nostri giorni. Sebbene, nel tempo, i governi abbiano imparato a smorzare i cicli istituendo sistemi di assicurazione contro la disoccupazione, manipolandola per mezzo di politiche monetarie e fiscali, il ciclo economico si è dimostrato impossibile da abolire. Ciò suggerisce che - malgrado la nascita e la morte di imprese e di industrie, le trasformazioni tecnologiche, lo sviluppo di strumenti finanziari sempre più sofisticati, l'enorme incremento della capacità statale e i continui cambiamenti nelle politiche economiche dei vari regimi  - esso sia rimasto sostanzialmente immutato per un secolo e mezzo.
Questa qualità ciclica della temporalità capitalistica, è stata assai discussa dai commentatori politici di tutti gli orientamenti. Il problema delle crisi ricorrenti è stato centrale nell'analisi economica di Marx. Scrivendo durante la grande depressione degli anni '30, quando l'interesse per i cicli economici si trovava (non sorprendentemente) al culmine, Joseph Schumpeter distingue quattro tipi di cicli economici con periodi differenti, dando a ciascuno il nome dell'economista che aveva meglio analizzato le loro dinamiche: il ciclo di Kitchin di circa 4 anni, il ciclo di Juglar o ciclo di investimento di circa 9 anni, il ciclo di investimento infrastrutturale di Kuznets di circa 20 anni e la lunga onda di Kondratieff di circa 20 anni (Schumpeter, 1939).  Immanuel Wallerstein e la scuola dei "sistemi mondiali" distinguono dei cicli sovrapposti che hanno una durata ancora più lunga - 100 anni o più - che sono guidati da dinamiche tanto geopolitiche quanto economiche (Wallerstein, 1974–1989). "Il lungo ventesimo secolo" di Giovanni Arrighi traccia dei lunghi cicli finanziari-politici che vengono fatti risalire fino alle città norditaliane del tardo Medioevo (Arrighi, 1994). Tutto questo terreno è, naturalmente, altamente controverso. Molti economisti mainstream dubitano dell'esistenza delle lunghe onde di Kondratieff, e c'è una scuola assai influente che sostiene che non vi sia niente di intrinsecamente ciclico nei cosiddetti cicli economici, i quali non sarebbero generati in maniera endogena ma, piuttosto, delle mere risposte ai diversi shock esogeni casuali. Non sono competente a risolvere le tante controversie sui cicli economici, ma trovo difficile credere che siano solo delle semplici illusioni ottiche. Il carattere genuinamente ripetitivo delle fluttuazioni economiche mi appare incontrovertibile. Anche se esse sono causate da shock, si deve spiegare perché le risposte agli shock casuali seguono degli schemi così regolari. Il problema posto dai cicli economici può essere espresse nel modo seguente: nonostante il carattere movimentato, perfino iper-ricco di eventi, dell'economia capitalista, al centro del flusso sembra esserci una logica ricorrente che genera un modello continuo, monotono, ripetitivo. Questa logica ricorrente deve essere, in un qualche senso, estremamente astratta, dal momento che le istituzioni concrete e materiali attraverso cui si manifesta il modello ripetitivo cambiano radicalmente nel tempo.

2 - Accumulazione senza fine
Il secondo aspetto del capitalismo che smentisce una concezione movimentata della temporalità, è la sua potente e consistente spinta all'espansione. Quando ho redatto il saggio in cui formulavo per la prima volta l'espressione «temporalità movimentata», il mio obiettivo principale era quello di sostenere che la concezione evolutiva, o teleologica, della temporalità così come la pensavo, aveva predominato a lungo nella sociologia storica (Sewell, 1996).  Tanto i teorici della modernizzazione, quanto i marxisti come Immanuel Wallerstein, o il primo ed il secondo Charles Tilly, tutti sociologhi storici che cercavano di spiegare l'avvento della società moderna o capitalista, tendevano a focalizzarsi su come fossero sempre stati solo uno o due processi principali quelli che avevano portato inevitabilmente alla società contemporanea (Wallerstein, 1974–1989; Tilly, 1964, 1986). Quello che stavo cercando di fare, era tentare di introdurre nel pensiero dei sociologhi storici una forte dose di contingenza e trasparenza temporale. Il fatto che ne ricavavo, che l'emergere del capitalismo aveva instaurato una forte ed apparentemente inarrestabile dinamica economica espansiva, era scomodo per la mia posizione teorica. Una dinamica inarrestabile che suonava un po' troppo vicina a quella teleologia che stavo cercando di esporre e sradicare dal pensiero sociologico.
A mio avviso, i fatti sostengono fortemente quello che è un dinamismo così espansivo, il quale contrasta fortemente con la temporalità della vita economica precedente all'emergere del capitalismo. Nell'era precedente al fermo stabilirsi del capitalismo - diciamo, prima del 1700 - ci so stati certamente importanti espansioni temporali nella produzione, nel commercio e nella popolazione. Ma queste espansioni tendevano, dopo circa un secolo, a scontrarsi con quelli che erano dei limiti severi, e ad essere seguiti da significativi periodi di stagnazione o di declino. A volte, nel corso delle prime fasi di simili episodi di espansione precapitalistica, il reddito pro capite cresceva. Ma in breve tempo l'incremento della popolazione , indotto dalla crescita dei redditi e dalla piena occupazione, avrebbe sorpassato l'aumento della produzione, soprattutto nella sfera agricola, e il reddito pro capite di una popolazione sempre più numerosa avrebbe cominciato ben presto a crollare sostanzialmente. Alla fine, si sarebbero verificate carestie, malattie ed un generale declino economico, spesso ulteriormente aggravato dall'instabilità politica. Solo quando l'aumento dei tassi di mortalità e il declino del tasso di nascita arrivava a produrre un crollo nel rapporto tra popolazione e terra, i redditi avrebbero cominciato nuovamente ad aumentare, e si sarebbe reso possibile un nuovo ciclo di crescita. Si trattava del regime demografico ed economico pre-capitalista europeo che, malgrado i suoi lenti ritmi di ascesa e caduta, Emmanuel Le Roy Ladurie chiamò "La storia immobile" (1974) [*2].
Ma nel 18° secolo, le precedenti limitazioni smisero di funzionare. Quanto meno nell'Europa occidentale e nel Nord America, per la prima volta, la popolazione ed il reddito pro capite aumentarono insieme, e lo fecero in maniera sostenuta. Da allora la moderna crescita economica capitalista, all'inizio incentrata sul Mondo Atlantico del 18° secolo, ha dominato l'economia mondiale. Nonostante alcune pause e qualche breve declino - quello degli anni '30 del 1900 è stato il più grave - l'economia capitalista e la popolazione mondiale si espanderanno simultaneamente per tre secoli senza andare a sbattere contro nessun limite malthusiano, e questo nonostante il forte incremento demografico della popolazione verificatosi dal 19° secolo in poi. In questo secolo, il degrado ambientale - una sorta di limite neo-malthusiano - potrebbe plausibilmente porre fine a questa straordinaria corsa, ma non ci scommetterei. Questa espansività del capitalismo è, a mio avviso, una tendenza potente ma estremamente generale che si è manifestata in un certo numero di modi differenti. Oltre ai livelli sempre più elevati di popolazione mondiale e di ricchezza materiale, l'espansione del capitalismo ha una chiara dimensione geografica. Sebbene il capitalismo, o la moderna crescita economica abbiano avuto inizio nell'Europa nordoccidentale, i loro confini geografici si sono costantemente ampliati, attraverso mezzi in continua evoluzione - inclusi, il commercio, l'espansione coloniale, la schiavizzazione degli africani ed il loro trasporto verso le Americhe, l'Imperialismo del 19° secolo, il massiccio indebitamento estero, i trasferimenti per mezzo della tecnologia, e la globalizzazione contemporanea della produzione e della finanza mediata elettronicamente. David Harvey, che ha teorizzato in maniera impressionante le dimensioni geografiche dell'espansione capitalista, sostiene che l'espansione geografica sorge a partire dai ripetuti tentativi di trovare una «correzione spaziale» vista come mezzo (non duraturo) per risolvere l'inerente tendenza alla crisi da parte del capitalismo, un tentativo - che si rinnova continuamente - di trovare nuove fonti di profitti sempre maggiori, di cui i capitalisti sono sempre in cerca. Una delle fonti ricorrenti di maggiori profitti, è ciò che Harvey chiama l'annichilimento dello spazio per mezzo del tempo - realizzato accelerando la circolazione di capitale, prima velocizzando e poi diminuendo i costi di trasporto e di comunicazione. Questi aggiustamenti spaziali di solito hanno sia dimensioni intensive (che coinvolgono nuovi investimenti infrastrutturali in città o regioni già fortemente coinvolte nella produzione e negli scambi capitalistici) che estensive (che coinvolgono investimenti in area precedentemente sottosviluppate o meno sviluppate). Dal momento che il capitalismo produce necessariamente e continuamente le crisi che tendono a portare ad una successione infinita di nuove correzioni spaziali, ecco che allora la struttura spaziale del capitalismo - come avevano già notato Marx ed Engels nel Manifesto comunista - subisce costantemente espansione e trasformazione (Harvey, 1982, 1989; Marx and Engels, 1848).
Un'altra dimensione dell'espansione capitalista consiste nella continua estensione della sua logica che arriva ad investire aspetti sempre più ampi della vita sociale. La logica capitalista ha avuto inizio nel commercio, nella finanza e in alcune industrie chiave, come il settore tessile e la metallurgia. La storia del capitalismo coinvolge sia il rafforzamento e l'approfondimento del capitale - cioè, l'utilizzo in determinati settori di tecnologie sempre più sofisticate e ad alta intensità di capitale - che la diffusione del capitale - cioè, l'estensione delle tecnologie capitalistiche verso campi sempre nuovi. Le tecniche meccaniche che inizialmente erano state sviluppate nelle industrie della filatura e della tessitura, per esempio, alla fine sono state adattate in maniera analogica alla manifattura di tutti i tipi di prodotti di consumo. Le tecniche finanziare, sviluppate inizialmente al fine di gestire i problemi del commercio, sono state estese alla manifattura, alla finanza pubblica, alla finanza rivolta ai consumatori, alle assicurazioni, ai mercati, ai contratti a termine, ai mercati azionari e ai derivati. Nel mentre, sono stati mercificati interi settori della vita, precedentemente governati da istituzioni diverse dai mercati capitalistici. Beni e servizi prodotti artigianalmente per l'autoconsumo, sono stati sempre più sostituiti dalle forniture di mercato o dalla meccanizzazione del lavoro domestico. Ciò è stato vero per la produzione tessile nel 17° e del 18° secolo, per la fabbricazione di abiti nel 19° secolo, per il lavaggio degli abiti e per la conservazione degli alimenti nel 20° secolo. Recentemente, negli ultimi anni, l'integrazione di massa delle donne nella forza lavoro in Europa e in Nord America ha comportato un'ulteriore mercificazione della preparazione dei pasti, della cura dei bambini e dell'assistenza degli anziani. Dal momento che le imprese capitaliste producono sempre più beni e servizi che si rivolgono a nicchie di mercato sempre nuove, ecco che allora vengono ideati anche nuovi mezzi per spingere i consumatori a desiderare le merci che vengono prodotte. La logica della pubblicità e l'accrescimento del desiderio del consumatore sono diventati sempre più pervasivi, sollecitando l'immaginazione dei consumatori attraverso i media elettronici, il design mirato, le diverse possibilità di fare shopping e così via. In breve, c'è una chiara tendenza secolare della logica capitalista a diffondersi su una gamma sempre più ampia di attività alla ricerca di profondità psichiche sempre maggiori dell'esistenza sociale. L'immaginazione, la personalità, la famiglia e le relazioni effettive sono sempre più soggette alle logiche capitalistiche. Questa tendenza espansiva del capitalismo è simultaneamente estremamente generale e polimorfa. Possiamo prevedere con sicurezza che il capitalismo si espanderà, però è impossibile prevedere quale sia l'attuale direzione futura di tale espansione - che appare governata da logiche altamente contingenti e movimentate. (Chi avrebbe mai potuto prevedere, quarant'anni fa, un'inarrestabile boom capitalista in Cina, lo shopping su Internet, i call center in India, dei derivati internazionali dal valore di trilioni di dollari, oppure lo sviluppo di programmi televisivi per bambini che reclamizzano giocattoli prodotti commercialmente?) Infatti, l'imprevedibilità dell'attuale modello di espansione è costitutiva della dinamica capitalistica. È l'opportunità appena colta, la nuova svolta tecnologica, la nuova tecnica pubblicitaria, la nuova nicchia di mercato appena scoperta, la nuova fonte di lavoro a basso costo che non era stata sfruttata precedentemente - tutte cose che generano alti tassi di profitto di cui il capitale è sempre alla ricerca e che a loro volta generano anche quegli zampilli geografici e temporali così caratteristici della storia dell'economia capitalista. Gli imprenditori di Schumpeter, che escogitano continuamente "nuove combinazioni" proficue, sono vivi e vegeti, nonostante la prematura previsione della loro morte fatta da Schumpeter. [*3]
Questa potente, ma persistente, seppure irregolare dinamica economica del capitalismo produce una particolare struttura di esperienza sociale nel mondo moderno. Come ha notato Marx nel Manifesto Comunista, nella moderna società borghese «tutto ciò che è solido si dissolve nell'aria» (Marx ed Engels, 1848). I costumi sociali, le forme di esistenza materiale, i costumi e le abitudini, lo spazio abitativo, gli standard giusti o sbagliati che siano: non c'è niente di tutto questo che sia sicuro in una società basata su un'espansione senza fine, in cui il capitale è continuamente alla ricerca di nuove opportunità di profitto. La vita sociale delle società capitaliste si trova costantemente agitata dal cambiamento economico, il quale simultaneamente attrae e costringe le donne e gli uomini moderni ad essere riflessivi, a ripensare ripetutamente ai presupposti della loro esistenza sociale. Come conseguenza, la modernità è caratterizzata da una pervasiva irrequietezza, tanto a causa del desiderio di cambiamento quanto alla paura per ciò che il cambiamento può portare. L'accumulazione senza fine di capitale tiene tutti sul filo del rasoio; si tratta di una tendenza nichilista che è alternativamente o simultaneamente liberatrice e terrificante (Berman, 1988; Giddens, 1990).  Questo modello di espansione del capitale, altamente contingente e movimentato, ma globalmente inesorabile, indica una tendenza che è - ancora una volta - reale, palpabile e potente, ma astratta. L'espansività del capitalismo è una forza realmente esistente capace di concretizzarsi, in qualsiasi momento, in un certo numero di modi alternativi, proprio come il ritmo ripetitivo del ciclo di affari capitalistico può manifestare sé stesso in qualsiasi mezzo di produzione, commercio, finanza e investimento che si trova ad essere disponibile in qualsiasi presente storico.

3 - Astrazione reale
Dovrebbe essere chiaro che sto parlando dell'astrattezza di alcuni aspetti della temporalità capitalistica, e non sto parlando di astrazione vista come procedura metodologica di investigazione, ma sto parlando dell'astrattezza dell'attuale operatività dei processi capitalisti nel mondo. Ciò significa che intendo affermare che l'astrattezza è una caratteristica distintiva del capitalismo in sé. Ciò vuol dire che il capitalismo è strutturato a partire dall'«astrazione reale» che è stata formulata con forza da alcuni allievi della scuola marxista - il più famoso è stato Georg Lukács (1971) e forse in maniera più sistematica dal mio collega dell'Università di Chicago  Moishe Postone (1993). Questa enfasi su quella che è la peculiare astrattezza dei processi sociali capitalistici è di certo uno dei temi più importanti del I volume del Capitale di Marx, nel suo capitolo sulla «merce». Come afferma Marx, «ad un primo sguardo, una merce appare come una cosa banale, normale. Dalla sua analisi risulta invece essere una cosa intricatissima, ricca di sottigliezze metafisiche e di raffinatezze teologiche». Non intendo avventurarmi ulteriormente nelle raffinatezze teleologiche, se non dicendo che io vedo come raddoppiata quella che è l'analisi che fa Marx della merce, dal momento che, in quanto fondamenta del suo resoconto del capitalismo, le dimensioni del valore d'uso e del valore di scambio devono essere sempre combinate. Gli aspetti che attengono al valore d'uso della merce, cioè, le loro manifestazioni concrete di qualsivoglia tipo, sono, sotto il capitalismo, assoggettati alla logica del valore di scambio, nel quale la merce appare come pura astrazione. Sotto il capitalismo, insiste Marx, per una merce ciò che conta è il suo valore di scambio per un'altra merce. Per quel che riguarda il lavoratore, un tale scambio è finalizzato allo scopo di ottenere la sua sussistenza; il capitalista, i cui fini, ovviamente, dominano la vita economica, si impegna nello scambio al fine di incrementare il suo capitale. Il fine del capitali è quello di generare profitto; la regola che domina la vita economica capitalistica è l'accumulazione di capitale finalizzata all'accumulazione in sé. Che si accetti o meno quella che è la particolare analisi del capitalismo fatta da Marx, appare difficile avere qualcosa da ridire su questa sua conclusione. Il capitalismo è una forma di vita sociale dominata dalla ricerca senza fine del profitto fine a sé stesso. Nella vita sociale, il verificarsi degli eventi, di avvenimenti inaspettati di ogni tipo, per il capitale è soprattutto un'opportunità per avere nuove fonti di profitto. Via via che la redditività degli investimenti esistenti  declina o ristagna, ci sono sempre dei capitalisti attenti che scrutano l'orizzonte alla ricerca di nuovi investimenti ancora più redditizi. E' questa eterna vigilanza del capitale alla ricerca di profitti sempre più alti a guidare sia il ciclo economico (perché la ricerca entusiasta di nuove possibilità di guadagni produce continuamente sovrainvestimenti) sia la continua espansione del capitalismo (in quanto i nuovi modelli geografici, tecnologici, sociali e culturali aprono le possibilità di estendere le pratiche capitaliste che fanno soldi verso sempre nuove località). Ogni cosa cui può essere attribuito un valore monetario diventa una merce e può essere paragonata a tutte le altre merci, e di conseguenza scambiata con qualsiasi altra cosa: barattoli di zuppa per un'ora di lavoro, o in cambio di un'opzione che ti permette di acquistare yen, fra un anno, oppure una fresatrice, lezioni per ottenere un Master in economia, o il successo che ha Angela Jolie. Cose concrete come la zuppa e le fresatrici diventano dei puri punteggi astratti in un gioco in cui il premio è quello di avere altri punti. Questa dinamica di astrazione reale, di accumulazione per il gusto di accumulare conferisce all'economia capitalista delle qualità che sembrano essere inquietanti, sia qualità di dinamismo soprannaturale che di stasi soprannaturale, la quale si cela dietro il flusso di superficie. La storia concreta del capitalismo è sicuramente movimentata e ricca di eventi. Infatti, per certi versi, il capitalismo è una movimentata storia sotto steroidi. La società capitalista è intrinsecamente instancabile; non solo i capitalisti sono sempre in allerta in attesa della prossima grande novità, ma essi lavorano sistematicamente per generare novità. Mi sembra corretto poter affermare che la società capitalista produce eventi più prolificamente di quanto abbia fatto qualsiasi altra precedente forma di società. E questi eventi sono davvero importanti: dopo il crollo del mercato azionario del 1929, rispetto a prima, il mondo è diventato un posto assai diverso; l'invenzione e la fabbricazione dell'automobile ha cambiato la forma stessa delle città e la natura della relazione tra ciò che urbano e ciò che è rurale; il corteggiamento è cambiato quando un appuntamento per un invito a vedere un film, seguito da un gelato in gelateria, ha sostituito la visita altamente controllata a casa dei genitori della ragazza. [*4] Per poter dare un senso a simili eventi, l'analista deve pensare come se fosse uno storico: deve essere attento a quella che è la contingenza; deve rintracciare le specifiche sequenze delle azioni; seguire in maniera rigorosa la cronologia; osservare continuamente i mutevoli contesti in cui avviene l'azione; e immaginare quali sono i protocolli attuali cui le persone hanno attinto nel momento in cui hanno agito. In altre parole, i professionisti di un'economia politica storicamente coinvolta e i professionisti della sociologia economica devono continuare a fare le cose che stanno facendo. Ma dobbiamo anche tener conto, e riconoscere la strana immobilità - quella che si potrebbe definire come «quiete in movimento» - che costituisce il nucleo del capitale a quello che è il suo livello più astratto. Qui il capitale è sempre ribollente, è sempre auto-valorizzante, mentre si muove senza sosta nell'infinita sequenza marxiana di « M - C - M » (dalla sua forma monetaria, alla sua forma merce, e nuovamente indietro alla sua forma di denaro aumentato grazie al profitto). Ogni cosa può essere scambiata con ogni altra cosa poiché la forma del denaro è un equivalente universale. C'è un movimento continuo, ma il movimento è continuamente ripetitivo. Per il capitale che si trova nella sua forma più astratta, il movimento somiglia a quello di una corsa su un tapis roulant [*5]. A questo livello, come direbbe Louis Althusser, il capitale «non ha nessuna storia»; la sua logica è sempre la stessa (Althusser, 1971). Possiamo anche dire che il capitale nella sua forma astratta viola quella che è la premessa fondamentale della temporalità movimentata, dal momento che per il capitale, in realtà, il tempo è reversibile. Certo, per il singolo capitalista il tempo è irreversibile, e il fallimento del suo investimento può espellerlo dalla classe capitalista - o è irreversibile per la comunità locale, che può essere devastata dalla perdita di un importante datore di lavoro, o può essere trasformata in seguito ad un afflusso di ricchezza e di popolazione, nel momento in cui sorge una nuova industria. Ma il singolo capitalista, se prendiamo Marx come guida, non è altro che il semplice portatore delle relazioni sociali del capitale. (La stessa cosa si potrebbe dire per la singola comunità). Se dimentichiamo i singoli attori e guardiamo alle cose dal punto di vista del capitale stesso, ogni perdita è simultaneamente, e allo stesso tempo, un guadagno: la bancarotta di un'impresa costituisce un'opportunità per i suoi rivali; il fallimento di un investimento è, per il capitale, un segno che deve investire altrove, dove le possibilità di successo sono maggiori. Analogamente, i guadagni straordinari che il capitale cerca costantemente sono necessariamente auto-annullanti. Guadagni straordinari attraggono nuovi capitali in un'area che è di super-profitto, e rapidamente spingono i tassi di profitto giù, verso qualcosa che somiglia sempre più alla media preesistente. La straordinaria mobilità del capitale in quanto tale, hanno reso possibile, attraverso la mercificazione di tutto il valore, rendere reversibile il tempo del capitale. È, oserei dire, questa caratteristica del capitalismo , la sua immutabile logica temporale astratta e reversibile, che costituisce l'economia matematica mainstream, dove tutto il mondo viene rappresentato come se fosse una serie di equazioni complesse, plausibile quanto potrebbe essere la scienza finale della società. L'economia matematica, potremmo dire, riproduce l'astrattezza dello scambio universale, come se esso fosse la verità vera riguardo l'economia, e non piuttosto un polo dialettico all'interno di un complesso fondamentalmente contraddittorio.

4 - Capitalismo e Temporalità movimentata
Se questa rappresentazione della temporalità capitalista - vista come espansiva ma priva di direzione, come iper-movimentata ma monotonamente ripetitiva - è corretta, quali sono le sue implicazioni per l'eventuale concezione della temporalità? L'esistenza delle temporalità capitalistiche qui delineate, pongono sicuramente sotto seria pressione quelle che erano le mie opinioni precedenti. Alcune temporalità del capitalismo sembrano essere come delle eccezioni rispetto all'affermazione secondo cui ogni temporalità sociale è irreversibile, contingente e causalmente eterogenea. La logica astratta del capitale è caratterizzata dalla reversibilità, dalla necessità e da una causale uniformità; nonostante gli eventi che continuamente incontra, continua a girare. Attraverso l'imposizione della forma della merce su aspetti sempre più ampi del mondo materiale e di quello sociale, il capitalismo «ingerisce» progressivamente il mondo e lo assoggetta al proprio metabolismo attraverso la logica astratta dell'accumulazione senza fine. Si potrebbe quindi concludere che la concezione della temporalità movimentata è fondamentalmente imperfetta e che l'irreversibilità, la contingenza e l'eterogeneità causale della temporalità sociale sono esse stesse solo contingenti, sono caratteristiche solamente di alcune sfere,  o di alcune epoche della vita sociale, e non della vita sociale in generale. Ma io non accetto una simile conclusione, in primo luogo perché la logica astratta del capitalismo non appare mai isolata, se non come esperimento mentale; essa non può manifestarsi se non attraverso e nelle strutture capitalistiche istituzionali, i suoi agenti umani e le risorse materiali che mette al lavoro. Ho notato che l'astrazione del capitale è solo un polo in quello che è un complesso dialettico contraddittorio. Si potrebbero distinguere due generi di contraddizioni, o tensioni in atto. All'interno delle istituzioni centrali del capitale, le merci che sono oggetto di scambio mantengono sempre il loro carattere concreto (come sottolinea Marx, senza valore d'uso non sarebbero merci) e tuttavia continuano ad essere soggette a quella che è tutta la gamma di molteplici determinazioni caratteristiche del mondo sociale e materiale, in generale. In più, le istituzioni capitaliste sono in un rapporto di interdipendenza con le altre istituzioni circostanti - per esempio, Stato, famiglia, istituzioni militari, internazionali o educative - le quali sono soggette a dinamiche e pressioni in gran parte autonome rispetto alle istituzioni del capitale. La logica astratta de capitalismo è sempre avviluppata in questa doppia tensione dialettica. La conseguenza è che le dinamiche astratte del capitale non annullano gli effetti degli eventi più di quanto questi effetti non diano forma agli eventi in maniera particolare. È proprio attraverso la mediazione degli eventi che hanno luogo le dinamiche espansive del capitalismo. Il dinamismo del capitale, come ho precedentemente affermato, dipende da quelle che sono sempre nuove opportunità di elevati profitti. Sono precisamente proprio tali eventi che offrono delle opportunità. Simili eventi vengono spesso generati da attori motivati direttamente dalla ricerca di profitto, come avviene nel caso della maggior parte delle innovazioni che hanno luogo  a partire dalla tecnologia produttiva o dal marketing, ma possono anche essere generate da molti altri processi. Questo è accaduto - per prendere tre casi abbastanza diversi - con la scoperta della struttura del DNA fatta da Crick e Watson, che è stata motivata a partire da passione scientifica e dal desiderio di fama, ma che ha aperto la possibilità di poter ottenere enormi profitti attraverso l'ingegneria genetica; oppure con la fine della segregazione formale negli Stati del Sud degli Stati Uniti, cosa che hanno reso quelle regioni più attrattive per i migranti provenienti dal Nord e per gli affari; oppure, ancora, con il collasso del Comunismo nell'Europa dell'Est, che ha offerto ai capitalisti dell'Europa Occidentale un'opportunità di ridurre il costo del lavoro, aprendo ad esempio impianti nella ex Cecoslovacchia. Eventi come questi stimolano nuovi investimenti, che hanno come effetto quel genere di boom economici che sono caratteristici delle dinamiche del capitalismo. Ma tali boom, sebbene possono incrementare la crescita economica di una nazione o di un'economia globale nella sua totalità, sono anche sempre altamente selettivi: producono impennate di crescita in determinate industrie o regioni, e non un'espansione incrementale generalizzata. Infatti, questi boom spesso producono  come effetto collaterale un declino in altre industrie o regioni - perciò, l'aumento di attrattiva da parte della "Sun Belt" degli Stati Uniti, negli anni '70 e '80, ha contribuito a produrre una corrispondente "Rust Belt" [Cintura di Ruggine] nelle regioni industriali del  Nord e nel Middle West. Gli eventi, modificando la struttura delle opportunità di investimento da parte del capitale, generano le condizioni per maggiori profitti, ma così facendo producono anche le disuguaglianze geografiche e settoriali che sono state fin dall'inizio un marchio della crescita capitalistica. L'intrecciarsi della logica senza tempo del capitale con il flusso degli eventi, produce un'accumulazione aumentata, ma si tratta di un'accumulazione fatta secondo uno schema capitalista specificamente temporale e geografico. Lo sviluppo disomogeneo - si potrebbe dire - è una forma specifica che viene assunta dagli eventi all'interno del capitalismo, ovvero, per dirla secondo il senso inverso, gli eventi vengono trasformati dalla logica del capitale in quella che è la forma di uno sviluppo diseguale. Questi scatti disomogenei di crescita che a loro volta stimolano anche degli eventi, ovviamente, hanno forma ciclica. Gli eventi in questione di cui stiamo parlando possono essere essi stessi degli esempi delle «nuove combinazioni» di Schumpeter - vale a dire, delle innovazioni industriali o commerciali lanciate da degli imprenditori. In alternativa, possono essere degli eventi abbastanza autonomi rispetto alla sfera economica che creano le condizioni per delle nuove combinazioni del genere attraverso l'apertura di nuovi orizzonti a degli investimenti redditizi - com'è accaduto nel Sud degli Stati uniti negli anni '70 e '80, o nella ex Cecoslovacchia degli anni '90 e 2000. In entrambi i casi si applica logica familiare di Schumpeter: entrano in fretta nuovi investimenti in cerca di profitti redditizi; nell'area dove c'è innovazione si espandono credito, occupazione e produzione; nel frattempo, le aziende, le regioni o le industrie svantaggiate a causa delle innovazioni fanno esperienza di quello che è il lato distruttivo della distruzione creativa. Col tempo, i profitti aumentati ottenuti per mezzo dell'innovazione cominciano inevitabilmente a declinare, mentre altri copiano l'innovazione e si danno da fare per poter mettere le mani sulla loro parte di bottino; il credito comincia a ridursi via via che le nuove imprese falliscono o si dimostrano incapaci di soddisfare alle proiezioni; e alla fine arriva, locale o generale, la recessione (Schumpeter, 1927, 1928, 1939). Nuovamente, ancora una volta, gli eventi, combinati con le logiche del capitale, danno origine ad una forma capitalista di temporalità: il ciclo economico. In poco tempo, l'astrattezza della logica del capitale non bandisce degli eventi dal capitale, ma piuttosto modella gli eventi secondo quella che è specificamente la forma capitalistica: nel contesto dei cicli economici e dello sviluppo disuguale. La temporalità del capitalismo, in questo senso, non risiede al di fuori della sfera della temporalità piena di eventi. Quanto piuttosto consiste di eventi che all'interno del capitalismo vengono trasformati all'interno di forme specificamente capitalistiche.
È tuttavia vero che poiché gli eventi capitalistici, come i cicli e gli scatti di crescita disomogenei, sono dialetticamente legati alle logiche potentemente auto-rafforzanti del capitalismo, la loro temporalità ha una regolarità ed una prevedibilità che va bene al di là di quella che vale per la più parte della vita sociale. Per tale ragione, è possibile, quanto meno a breve termine, fare delle previsioni economiche relativamente accurate - infatti, attorno a questa possibilità è cresciuta tutta un'intera industria redditizia. Inoltre, è anche vero che nel lungo periodo il capitalismo ha subito una traiettoria generalmente ascendente. A mio avviso, queste osservazioni richiedono un ripensamento rispetto a quella che era la mia iniziale riluttanza a considerare la possibilità di una direzionalità sistematica, vista come una caratteristica della vita sociale. La direzionalità, o in questo caso la ciclicità, può benissimo emergere in degli aspetti o delle aree della vita sociale e può durare per dei periodi considerevoli - così come ha con forza argomentato Michael Mann (1986) nel suo studio sociologico delle civiltà antiche e classiche. Ma vorrei piuttosto dire (concorde, credo, con Mann) che l'emergere ed il perdurare di tali schemi dev'essere considerato come un problema storico, non come un prodotto della teleologia ma come qualcosa che va spiegato in quanto prodotto contingente di quello che sono eventi nel tempo [*6]. Questo è - a mio modo di vedere - assai vero per il capitalismo. Capitalismo in quanto forma sociale emersa in maniera contingente dalla storia e, malgrado la sua logica auto-rafforzante, contingente anche la sua riproduzione continuata. Precisamente: quando e come il capitalismo abbia preso forma, è ovviamente una questione altamente controversa. Karl Marx ha cercato di spiegare l'origine del capitalismo per mezzo dell'«accumulazione primitiva», sia in Gran Bretagna (le recinzioni) che nel resto del mondo (il saccheggio della ricchezza extraeuropea) [*7]. Immanuel Wallerstein (1974) ha sottolineato come, a partire dalle grandi scoperte del 16° secolo, si sia instituita una divisione mondiale del lavoro tra il nucleo dell'Europa occidentale ed una periferia extraeuropea. Robert Brenner ha messo in risalto il risultato contingente della lotta di classe nella Gran Bretagna tardo medievale e in quella degli albori della modernità, cosa che ha prodotto un settore agricolo altamente competitivo in grado di produrre un notevole surplus (Aston and Philpin, 1985). Ancora altre narrazioni ci vengono offerte da, per esempio,  Fernand Braudel (1979), Douglass North e Robert Paul Thomas (1973), Jan DeVries (1976), Giovanni Arrighi (1994) oppure Kenneth Pomeranz (2000). Ma non esiste alcuna seria analisi pubblicata negli ultimi 40 anni che veda l'ascesa del capitalismo come il risultato inevitabile di un qualche grande processo evolutivo. Tutte queste narrazioni vedono il capitalismo come se fosse emerso in maniera contingente da quelle che sono state le lotte politiche, sociali ed economiche che hanno avuto corso tra il 15° secolo e la fine del 18° secolo. Il capitalismo, malgrado la sua apparente inevitabilità nel presente, è il prodotto di una storia movimentata ricca di eventi. Infatti, visto su una scala storica millenaria, l'emergere del capitalismo può essere considerato come se fosse esso stesso un evento [*8]. Se l'emergere delle logiche che definiscono il capitalismo va compreso come movimentato e ricco di eventi - vale a dire, come contingente e fatale per i suoi effetti - dovremmo anche assumere che anche la riproduzione continuata di queste logiche è qualcosa in qualche modo contingente. Sebbene le logiche del capitalismo si siano riprodotte con successo per più di due secoli, da questo non ne consegue che continueranno a farlo per sempre. Naturalmente, per un complesso istituzionale, una volta stabilitosi, è normale che esso riproduca sé stesso. Per definizione, le istituzioni resistono, o quanto meno influenzano i cambiamenti in atto nei loro ambiti. La questione della continuità delle istituzioni, o dei modelli socioculturali, nel tempo è una delle problematiche centrali di ogni genere di pensiero storico, e molte opere classiche nell'ambito dell'economia politica storica osservano proprio come facciano le istituzioni a persistere. Si pensi, ad esempio, alla narrazione di Kathleen Thelen su come i programmi di formazione professionale tedeschi abbiano dato continuità palpabile alle istituzioni attraverso le varie epoche, da quella imperiale, a Weimar, all'epoca nazista e a Bonn (Thelen, 2004). In linea di principio, non c'è alcuna ragione per cui non dovremmo pensare la storia del capitalismo come analoga - su una scala storica e geografica più ampia - alla storia di quelle che sono state istituzioni economiche locali, che hanno avuto degli inizi contingenti, un assemblaggio istituzionale che le ha rafforzate vicendevolmente, e una durata storica definita, ma mai del tutto certa. E non è una novità neppure il fatto che ci sia un assemblaggio istituzionale su larga scala, che riesce a riprodurre costantemente una sua dinamica per alcuni secoli.

Per circa due secoli, dal 100 a.C. al 100 d.C. circa, l'Impero Romano (che ufficialmente era stata una Repubblica fino al 27 a.C.) ha avuto una dinamica marcatamente espansiva. Tale espansione, che nel 100 d.C. includeva tutte le terre confinanti con il Mediterraneo e la più parte dell'Europa Occidentale, si reggeva soprattutto su un esercito assai consistente e molto ben organizzato, ulteriormente rafforzato da una base di ingegneria civile. L'esercito aveva ampliato la sua portata globale rafforzando la cosiddetta Pace Imperiale e costruendo strade e città che avevano perfezionato le comunicazioni ed il commercio - dando contemporaneamente corso ad un flusso continuo di bottini e di schiavi provenienti dai territori conquistati e destinati ad arricchire le classi dominanti ed a fornire lavoro per l'agricoltura su larga scala (Mann, 1986) [*9]. Per molto tempo, questa dinamica espansiva era apparsa come se fosse indefinitamente riproducibile. Si poteva perciò pensare al moderno capitalismo come ad un'analogia contemporanea dell'Impero Romano, come ad una sorta di "Impero" dinamico, basato però sulla produzione e sullo scambio di merci, piuttosto che sulla conquista, sulle strade e sugli insediamenti - e, come l'Impero Romano, indefinitamente riproducibile ma destinato alla fine ad essere soppiantato [*10].
Non intendo di certo fare alcuna predizione su come o quando avverrà finalmente il superamento della logica astratta del capitalismo. Ma vale la pena sottolineare come i visionari, gli studiosi e gli attori politici abbiano elaborato, fin dai primi anni del 19° secolo, dei programmi volti ad imbrigliare le indisciplinate dinamiche del capitalismo. Durante il secolo passato, alcuni di questi programmi sono stati effettivamente implementati. Qualcuno potrebbe sostenere che l'esperimento Comunista, sia nella sua versione sovietica che in quella cinese, abbia avuto ragione dell'ingestibile dinamica del capitalismo, ma lo abbia fatto in un modo che a lungo termine si è rivelato insostenibile. Il problema chiave del programma comunista è stato che esso reprimeva l'incessante ricerca competitiva di profitto che animava il capitalismo, affidandosi invece a quei mezzi tecnologici e burocratici che le imprese capitalistiche avevano sviluppato durante la loro ricerca di profitto nel corso del 19°, e all'inizio del 20° secolo. Le economie burocratiche pianificate create nei paesi comunisti, erano riuscite a produrre uno scatto iniziale di industrializzazione, ma alla fine si erano trasformate in una stagnazione economica, sociale e culturale che si è dimostrata insostenibile a fronte dell'assai più dinamica alternativa capitalistica. Alla fine, il Comunismo aveva soppresso lo logica ingovernabile del capitalismo, ma così facendo aveva perduto anche quello che era il dinamismo del capitalismo. All'indomani della Grande Depressione degli anni '30 e della Seconda Guerra Mondiale, gli economisti e gli statisti occidentali avevano tentato di addomesticare il capitalismo integrandolo con lo stato sociale e dirigendo le economie nazionali per mezzo della gestione keynesiana della domanda. Questo programma era molto più sottile di quello comunista, dal momento che lasciava intatta quella che era la dinamica competitiva del capitale, tentando di gestirlo facendo uso di modelli matematici astratti di quella che era l'economia moderna. Peraltro, inizialmente questo ebbe successo, producendo un boom capitalistico mondiale a partire dalla fine degli anni '40 fino all'inizio dei '70. Ma queste politiche si rivelarono insostenibili quando la concorrenza globale cominciò ad abbassare i tassi di profitto, quando la stagflazione ha minato quelle che erano le soluzioni keynesiane, e quando i fiorenti mercati finanziari offshore hanno svuotato di ogni significato lo Stato nazionale regolatore. Di conseguenza, negli anni '70 e '80, lo spietato e dinamico mercato capitalista ha riaffermato sé stesso in una nuova configurazione neoliberista globalizzata, che ora si trova al di fuori assai lontana da ogni controllo possibile da parte di qualsiasi agenzia governativa, nazionale o internazionale. Il grande dramma economico della seconda metà del XX secolo è stato il fallimento di questi due sforzi contrapposti che hanno cercato di porre un freno alla logica capitalistica. Questa esperienza dimostra che la logica astratta del capitale è, in realtà, estremamente difficile da contenere, ma simultaneamente dimostra anche che le dinamiche indisciplinate del capitalismo generano degli sforzi per contenere e superare tali dinamiche. Gli sforzi futuri potrebbero riuscire ad alterare la logica del capitale rendendola irriconoscibile. In alternativa, eventi imprevedibili potrebbero rendere il capitalismo del tutto inutile. Ma considero infinitamente improbabile che la dinamica del capitalismo possa durare per il resto della storia dell'umanità. In breve, il capitalismo dovrebbe essere compreso come un prodotto storico contingente la cui logica centrale astratta lo ha reso finora relativamente impermeabile al potere trasformativo degli eventi storici, ma che nel futuro la cui logica stessa potrà essere superata o dipanata. E questo può avvenire sia nel bene che nel male. Non possiamo saperlo.

5 - Alcune osservazioni sul metodo
Se accettiamo questo quadro generale di quella che è la temporalità del capitalismo, come dovremmo procedere, in quanto analisti, storicamente orientati, della moderna vita economica? In primo luogo, penso che si debbano tenare sempre ben presenti entrambi l lati della dialettica esistente tra temporalità reversibile e temporalità concreta irreversibile. La tendenza della socioeconomia è quella di aggrapparsi al lato più concreto delle cose, in modo da enfatizzare la pienezza degli eventi, lo spessore istituzionale e culturale, ed il radicamento sociale della vita economica. Noi tendiamo a dare più o meno per scontata quella che è la pressione continua dell'accumulazione infinita, anziché essere sempre attenti ai modi in cui queste tendenze astrattamente costanti, ma concretamente e continuamente mutevoli, si mescolano con le storie più temporalmente locali che raccontiamo. Se la spiegazione contestuale rimane una parte cruciale della cassetta degli attrezzi dello storico, allora anche l'inamovibile, ma sempre in accelerazione costante, tapis roulant capitalista continua ad essere di fondamentale rilevanza nella storia del capitalismo. Gli storici tendono ad essere orgogliosi della loro capacità di saper riconoscere l'alterità aliena delle culture passate, in modo da mostrare così che il passato, come dice il detto, «è un paese straniero» (Lowenthal, 1985). Lavorando sulla storia della vita economica sotto il capitalismo, abbiamo bisogno di far crescere la nostra capacità di vedere l'estraneità della cultura del capitalismo, di vedere quelli che sono i suoi meccanismi di base, misteriosamente autonomi, quasi automatici, e che ricorrono continuamente. Se per noi è più facile cogliere le stranezze della cultura e delle pratiche in atto nella Ribellione Cinese dei Boxer, o quelli operanti durante la rivolta degli anabattisti di Münster, o, ancora, quella ai tempi della corte di Luigi XIV - che sono tutte al sicuro nel passato ed ovviamente aliene rispetto alla vita contemporanea - piuttosto che comprendere le stranezze di una cultura capitalistica la quale fa parte dell'aria che respiriamo. Ma dato quello che è il lungo periodo del capitalismo in quanto contesto della struttura dominante la vita moderna, mi sembra fondamentale riconoscere il nichilismo intrinseco, così come l'elettrizzante dinamismo, presente nel suo nucleo: quella combinazione che Schumpeter seppe riconoscere in maniera elegante per mezzo del suo brillante ossimoro «distruzione creativa» (Schumpeter, 1942). Non dobbiamo mai smettere di continuare ad essere costantemente consapevoli del fatto che il capitale in quanto costruzione storica possiede una temporalità genuinamente misteriosa. Il capitale è strutturato in modo che alcuni aspetti della logica fondamentale violano l'irreversibilità del tempo, e le tante sommosse causate dalla sua espansione servono a rafforzare e a rendere apparentemente senza tempo quelli che sono i suoi meccanismi centrali. Nella storia del mondo non è mai esistito alcun altro complesso istituzionale che fosse così fondamentalmente imperniato su un processo di astrazione universale così come lo è il capitalismo. Penso che sia corretto affermare che per gli storici l'astrattezza prolungata è un oggetto difficile da spiegare: dopo tutto, gli storici sono fra tutti gli studiosi quelli più decisamente concreti. A cosa potrebbe assomigliare una storia concreta dell'astrattezza? Non sono in grado di offrire una risposta ad una simile domanda. Sono convinto che abbiamo bisogno di una storia concreta dell'emergere e dello sviluppo delle forme astratte del capitalismo, ma una tale prospettiva, a sua volta, pone degli enigmi metodologici e retorici la cui soluzione richiede, insieme a finezza retorica, una considerevole agilità teorica.

Attualmente, sto lavorando a quello che considero come un angolino di questo problema più ampio: una storia dell'ascesa e degli effetti socio-culturali della produzione e della commercializzazione dei beni di consumo alla moda nella Francia, tra la fine del 17° secolo e l'inizio del 18°. Esisteva, in quest'epoca, una particolare costellazione di forze che ha dato origine ad una nuova, dinamica e socialmente espansiva forma di produzione che si sposava al desiderio del consumatore, e che da allora, nei suoi lineamenti essenziali, è stata una delle principali caratteristiche del capitalismo. L'industria emergente dei beni alla moda si basava sul prestigio di prodotti asiatici esotici come la sete, il cotone, lacche ed ombrelli che potevano essere copiati e prodotti in Francia; si basava sullo splendore e sulla competenza sartoriale della corte di Versailles; sulla relativa anonimità e fluidità del mercato parigino, che permetteva ai borghesi ed eventualmente alla classe operaia di copiare gli stili mutevoli inizialmente adottati dai nobili di corte; si basava sulla genialità imprenditoriale dei mercanti parigini i quali avevano stabilito nuovi tipi di empori per la vendita al dettaglio intorno a rue Saint Honoré, e su quella dei produttori di seta e degli stampatori di cotoni assortiti lionesi, i cui prodotti dallo stile fantasioso rifornivano i loro scaffali; sulla straordinaria abilità e sulla finezza artistica degli artigiani di Parigi e della provincia; e infine si basava sulla disponibilità, anzi quasi della compulsione dei consumatori ad investire il loro tempo e le loro energie (in realtà, il loro lavoro non retribuito) nello shopping, nel tenersi informati sulla moda, e nel fungere da pubblicità gratuita per i mercanti sfilando con indosso le ultime novità, facendole vedere ai conoscenti e ad altri nel corso delle loro passeggiate domenicali, nei saloni, nei giardini pubblici e nei nuovi Caffè. Il fenomeno della moda, che inizialmente nasce con la produzione e la vendita di abbigliamento ed accessori, ma che con il tempo si è esteso a vaste regioni del mercato di consumo (si pensi alle automobili, ai telefoni cellulari, ai vini e agli elettrodomestici), mi sembra un esempio importante astrattamente costante, ma in continua espansione, di una metamorfizzazione concreta del processo capitalista; un fenomeno che fa parte dell'assemblaggio di questi processi e che, a partire dall'inizio del 19° secolo, è rimasto bloccato in una astratta dinamica capitalista saldamente ancorata nella sua posizione. Abbiamo bisogno di studi su come si siano sviluppati simili singoli processi astratti e come essi siano stati assemblati (o come si siano assemblati da sé soli) in un insieme che si auto-rafforza a vicenda - così come, ovviamente, di studi su come le relazioni tra questi processi sono cambiati nel dorso della storia dello sviluppo capitalistico. Tali studi locali, anche quando concettualizzati come contributi ad una teoria d'insieme, ne costituiscono la parte facile. È assai più difficile dare un senso alla storia del capitalismo vista nel suo sviluppo come insieme. Questo, in parte, attiene all'ampiezza del capitalismo. Penso che si possa affermare che non ci sia nessun altro complesso istituzionale nella storia umana che si avvicini a quella che è la portata geografica, temporale e sociale del capitalismo nel suo insieme. Uno studioso di talento, come lo è Thelen, in circa un decennio di duro lavoro può arrivare a conoscere e a padroneggiare la storia di un centinaio di anni di istruzione professionale tedesca (e, con meno dettagli, anche quella inglese, americana e giapponese). Spero di essere in grado di poter fare lo stesso anch’io per quel che riguarda il consumo di moda nella Francia del 18° secolo. Ma come fare con tre o quattrocento anni di storia del capitalismo, una struttura istituzionale complessa che alla fine del 19° secolo aveva già attraversato il mondo intero e stava penetrando ovunque, ancora più profondamente nella vita quotidiana delle persone? Alcuni, pochi, come Fernand Braudel (1979), Immanuel Wallerstein (1974–1989) e Giovanni Arrighi (1994), hanno cercato di scrivere dei resoconti di quest'immensa struttura in evoluzione vista come un tutto, e tutti quanti noi dovremmo essere loro grati per un simile sforzo. Spero che in futuro ci siano altri altrettanto audaci. Ma i problemi pratici ed intellettuali da superare sono colossali: la portata enorme delle letterature pertinenti; le diversità linguistiche e culturali delle società in cui il capitalismo ha messo radici; la molteplicità degli archivi relativi a tutto questo; la necessità di padroneggiare l'economia tanto da avere abbastanza dimestichezza sia con gli argomenti portati avanti tanto dagli economisti di professione quanto dagli storici dell'economia; la necessità di tenere traccia di quelli che sono gli eventi che si svolgono simultaneamente in così tanti luoghi diversi; la necessità, data la vastità e la complessità della storia, di sviluppare una tagliente prospettiva teoria in grado di guidare l'indagine senza predeterminarla. In poche parole, uno dovrebbe essere un dio per riuscire a scrivere una storia del capitalismo davvero adeguata. Per i poveri mortali, nella migliore della ipotesi, la storia dell'emergere e del riprodursi del capitalismo sarà necessariamente compromessa, sarà basata su una lettura ed una ricerca inadeguata, insufficiente per quel che riguarda la sua copertura geografica, sarà stilizzata o tendenziosa nella sua struttura argomentativa, selettiva nella sua narrazione e nella sua analisi.
Ovviamente, pochi di noi avranno il coraggio di osare scrivere dei lavori sintetici su una scala così ampia. Ma possiamo tentare di fare in modo che i nostri studi più locali contribuiscano in qualche modo ad una comprensione del tutto, producendo dei mattoni empirici da aggiungere al grande edificio, ad un certo punto, in un futuro indefinito. Dobbiamo essere consapevoli delle molteplici e contraddittorie temporalità del capitalismo, e di come si manifestano nelle istituzioni o nei problemi che studiamo. Dobbiamo essere sempre attenti al fatto che le nostre storie particolari sono parte di una storia su larga scala ed a lungo termine di quella che è un'accumulazione strutturata e dinamica, ma imprevedibile, e forse in ultima analisi priva di direzione. Dobbiamo tener conto di quella che è la dimensione globale delle nostre storie in maniera più sistematica, e mi sembra che gli studiosi più giovani abbiano già cominciato a farlo. Comprendere le temporalità del capitalismo, come ho cercato di fare, è una sfida intellettuale ed empirica difficile. Ma visti quali sono i pericoli politici e morali di un capitalismo fuori controllo che nel presente sembra governare sempre più il mondo; è una sfida che ritengo siamo obbligati ad accettare.

- William H. Sewell, Jr. - Pubblicato su Socio-Economic Review, Volume 6, Issue 3, July 2008, Pagine 517-537 -

NOTE:

[*1] - L'apparire della bolla speculativa nell'Olanda del 17° secolo, è forse il miglior segnale dell'emersione definitiva del capitalismo moderno.
[*2] - Le Roy Ladurie (1996) ha seguito tali ritmi fornendo dettagli squisiti.
[*3] - Scrivendo nel 1928, Schumpeter aveva predetto che la ricerca burocratizzata dell'innovazione all'interno delle grandi imprese avrebbe significato che «Col passare del tempo, l'unica fondamentale causa di instabilità inerente al sistema capitalista sta perdendo importanza, e ci si può perfino aspettare che scompaia» (p.385). Vedi anche Schumpeter (1942).
[*4] - Sulla mercificazione dell'amore, si veda Illouz (1997).
[*5] - Devo a Postone (1993), l'analogia del tapis roulant; cosa che include anche un'ampia riflessione sulla temporalità del capitalismo.
[*6] - Ho affrontato l'importanza della direzionalità nella mia discussione su Mann (Sewell, 2005, p.122).
[*7] - Si veda la parte VIII di Marx (1976, pagg. 871-940).
[*8] - Come ho sostenuto altrove (Sewell, 2005, pagg. 121-122), è corretto dire che la definizione dei contorni temporali di un evento deve variare secondo la scala temporale del processo storico considerato. Si potrebbe sostenere che la struttura movimentata e ricca di eventi della storia è, in generale, frattale: di modo che, per esempio, l'emergere della guerra industrializzate è un evento, all'interno del quale la Seconda Guerra Mondiale è un evento, all'interno del quale l'invasione della Normandia del D-Day è un evento, all'interno del quale la seconda ondata di sbarchi a Omaha Beach è un evento, all'interno del quale la cattura di un particolare nido di mitragliatrici è un evento, all'interno del quale la morte del tenente che guida la carica contro la postazione è un evento. Sul carattere frattale della vita sociale, si veda Abbott (2001).
[*9] - Baso questo mio schizzo "romano" su Mann (1986, pagg. 250-282).
[*10] - Secondo quella che è la prospettiva del sistema mondiale, ovviamente, in parte anche il capitalismo ha sostenuto il dinamismo per mezzo del suo marchio di espansione imperiale. Tuttavia, i teorici del sistema mondo come Wallerstein (1974) e Arrighi (1994) vedono nel capitale, e non nelle istituzioni militari, la forza trainante della moderna espansione imperiale.

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fonte: communists in situ