mercoledì 2 ottobre 2019

Il Laboratorio delle Paure

«Abbiate paura, noi faremo il resto».
La massima di ogni regime autoritario che si rispetti sembra oggi risuonare, fragorosa, nelle nostre democratiche e libere società occidentali. Abbiamo sempre più paura: una paura antica, profonda, che ci assedia nelle nostre case, nelle strade delle nostre città, in ogni angolo di questo nostro mondo. E non importa quanto ci attrezziamo per difenderci, quanti muri costruiamo e quanto più strette rendiamo le nostre frontiere: la paura, questa amica indesiderata, è sempre lì. Con noi, in noi. In un raffinato gioco di rimandi alla letteratura, alla storia e alla filosofia, in queste pagine la città emerge in tutta la sua ambiguità: luogo di fascinazione e insieme di violenza sul quale proiettiamo il nostro miraggio: l’illusione di una raggiunta incolumità dal terrore, un riparo sicuro che sicuro non è. Perché la città è intimamente legata a un patto fondato sulla paura. Inutile lamentarsene, non possiamo farci nulla, se non una cosa, una soltanto, come attestano queste pagine: farci i conti.

(dal risvolto di copertina di: Marco Filoni, "Anatomia di un assedio. La paura nella città". Skira.)

Ci sentiamo assediati ma l'assedio non c'è, ci chiudiamo in città e la paura non passa
- Dalla polis greca ai muri di oggi, l'umanità sceglie di convivere coltivando l'illusione della sicurezza -
di Massimiliano Panarari

Imago urbis. E tra le immagini - e i fantasmi - fondamentali di quella realizzazione così tipica delle civiltà umane che è la città ritroviamo anche, costitutivamente, la paura. A questo tema, debordante di suggestioni, ambiguità e, specialmente, angosce dedica un viaggio colto e raffinato - oltre che multidisciplinare - il filosofo (e giornalista) Marco Filoni. Anatomia di un assedio è un repertorio, attraverso diversi momenti e figure della cultura occidentale, dei territori generati dagli anfratti reconditi del luogo che è stato inventato ed edificato dall'umanità proprio per sentirsi al sicuro dalle minacce esterne.
Specchio e anamorfosi, della condizione umana, dal momento che la città è l'uomo, come sosteneva Aristotele. A conferma del fatto, come Filoni evidenzia dipanando i fili della matassa di questa archeologia dei saperi «urbani», che il male è solidamente annidato nelle viscere del genere umano. Anche quando assume le vesti immateriali e non umane (ovvero, disumane) di una pestilenza, come ne La peste di Albert Camus (1937). Una dimensione strutturale dell'uomo che, come ci ricorda in questo volume, aveva in qualche modo ossessionato Sigmund Freud, ed è all'origine dello strano iter del suo lavoro sulla categoria del «perturbante», cominciato nel 1911, interrotto a lungo, e ripreso improvvisamente alla fine della Prima guerra mondiale, sino alla sua pubblicazione «di corsa» sulla rivista Imago (che si occupava degli aspetti non direttamente medici della psicanalisi) nel '19. Quasi che Freud si trovasse al cospetto di un'urgenza, dettata dalla necessità di regolare i conti con uno spettro che lo tormentava, una - ci risiamo - personalissima paura. Il turbamento che si genera dalla prossimità, e dallo scarto improvviso rispetto alla prevedibilità, è una perfetta allegoria delle paure che percorrono le vie della città, e insorgono tra le mura domestiche. Così come lo è dell'ambiguità e dell'ambivalenza dell'idea di «straniero», colui che viene da fuori della città, e nei cui confronti si possono attivare l'ospitalità oppure la diffidenza e il rifiuto: l'hostis che è il nemico oppure il capro espiatorio  della violenza insita nella comunità, bisognosa di distruggere l'altro per sentirsi unita e soffocare le inimicizie interne.
Una situazione raccontata bene - e «mostruosamente» - dal romanzo di Philippe Claudel Le rapport de Brodeck (2007), una storia che ribadisce, come diceva Sofocle nell'Antigone, che fra le numerose cose terribili della vita la più tremenda coincide con l'uomo. Sono gli uomini a scatenare il «conflitto intestino», la guerra civile (la stasis) come nell'Atene del 404 a.C. sotto l'oligarchia dei Trenta tiranni imposti da Sparta, uscita vittoriosa dalla Guerra del Peloponnesso. E allora, la guerra e la violenza dentro la polis risultano propedeutiche alla restaurazione delle istituzioni libere; e, per esorcizzarle, il leader dei democratici Trasibulo sottopone gli ateniesi al giuramento di non rievocare le sventure del periodo precedente: l'oblio della paura, insomma, per riappacificarsi e ricostruire la concordia. L'antitesi di quello che accade nel pensiero di Thomas Hobbes: dal momento che la condizione originaria non è la pace né la condivisione, bensì lo stato di natura dell'homo omini lupus, il Leviatano vincitore e pacificatore in virtù del monopolio della forza impone la memoria della paura vissuta in precedenza quale monito sempiterno e permanente.
E la città continua a costituire il laboratorio delle paure, quelle più antiche e altre nuove, allorché diviene uno dei simboli della modernità. Un'identificazione che avviene tra fine Ottocento e inizio Novecento, attraverso l'affermarsi della forma-metropoli nell'immaginario collettivo e, soprattutto, nelle analisi di vari intellettuali. Parigi, Berlino e Vienna sono le fucine dei processi di modernizzazione, e gli oggetti privilegiati di studio della neonata sociologia e di narrazione della grande letteratura. Dove si moltiplicano le insegne luminose scandagliate da George Simmel e Sigfried Kracauer, e i passages e le porte che attirano l'attenzione di Charles Baudelaire e di Walter Benjamin. «Soglie» che equivalgano a spettri, spazi di sospensione tra il sacro e il profano, e quindi anche voragini sconosciute da cui sgorgano potenzialmente motivi di paura. Proprio per fugarli - in apparenza - le città possono venire sottoposte alla logica implacabile dell'ordo geometricus come nel racconto Blocchi dello scrittore olandese Ferdinand Boderwijk: la linea retta e il quadrato che cancellano ogni rotondità, i incarnano costruttivamente il totalitarismo al potere in quel decennio. Perché, come affermava Carl Schmitt, non possono esistere idee politiche senza uno spazio - o principi spaziali - di riferimento. E anche la topografia (o la geopolitica) urbana della paura - che Filoni ricostruisce in maniera esemplare - lo avvalora una volta di più.

- Massimiliano Panarari - Pubblicato su Tuttolibri del 28/9/2019 -

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