mercoledì 25 ottobre 2023

Oltre il Lavoro…

Il Manifesto contro il lavoro - uscito in Germania nel 1999 e tradotto in otto lingue -  viene oggi riproposto in questa seconda edizione italiana, proprio nel momento in cui le contraddizioni del modo di produzione capitalistico si sono inasprite e i tragici esiti – tra crisi economica, imbarbarimento sociale e collasso ambientale – sono sotto gli occhi di tutti. Ma come si può pensare di criticare - o addirittura di superare il “lavoro” - così come hanno fatto gli autori del Gruppo Krisis,quando esso viene invece visto come principio fondante, naturale, eterno e oggettivo delle società umane?

Soprattutto, ha un senso porre una simile questione oggi, quando sembra che il problema principale sia - al contrario - proprio la mancanza di lavoro?

Qui, però, si tratta di cambiare prospettiva, ed è questo ciò che cerca di fare – a partire da un Marx “esoterico - la Corrente della “Critica del Valore”, teorizzata dal Gruppo Krisis. Il lavoro è veramente l’antagonista del capitale, come una certa scuola marxista crede da sempre, o è piuttosto il suo più fedele alleato? Il compito, quello forse oggi più importante, e non più rimandabile, è capire come costruire una società radicalmente diversa da quella in decomposizione danti ai nostri occhi nella quale stiamo vivendo. Una società che - al di là del lavoro - abbia altre fondamenta .

Il libro, uscirà il 3 novembre 2023, con un'introduzione scritta da Massimo Maggini, la prefazione di Anselm Jappe e la postfazione di Norbert Trenkle , e conterrà, in appendice, alcuni articoli di Robert Kurz e di Norbert Trenkle.

Gruppo Krisis, "Manifesto contro il lavoro e altri scritti". Mimesis, collana Eteroropie. 170 p., Brossura. € 16

martedì 24 ottobre 2023

All’origine !!

Gli argomenti fondanti l'attuale "antisionismo di sinistra", sono stati fabbricati dagli stalinisti sovietici - i quali erano antisemiti - come è stato dimostrato, prima, dall'arresto e dall'esecuzione dei dirigenti del Comitato ebraico antifascista nel 1952, poi dal processo dei camici bianchi in Unione Sovietica nel 1953 : «Ogni sionista è un agente dei servizi americani» - dichiara Stalin - «I nazionalisti ebrei pensano che la loro nazione sia stata salvata dagli Stati Uniti, dove essi pensano di poter diventare ricchi borghesi. Essi pensano di avere un debito nei confronti degli americani. Tra i miei medici, ci sono un bel po' di sionisti», e infine dai processi antisemiti in Cecoslovacchia del 1952 e dalle campagne antisemite in Polonia, dal 1952 fino al 1968.

Sono stati gli stalinisti sovietici e i loro alleati nazionalisti di sinistra - in primo luogo nei paesi dell'Est, poi nei paesi arabi, e infine su scala planetaria - ad aver reso  la parola "sionista" un termine che è diventato, allo stesso tempo, ingiurioso sul piano politico, diabolico sul piano religioso, e utile a sostituire il termine "ebreo", in modo da poter così dissimulare il loro antisemitismo.

Ma la questione è ancora più complessa. Infatti, l'antisionismo stalinista si è diffuso grazie anche ai "comunisti" ebrei; partigiani dell'assimilazione totale e convinti che il socialismo avrebbe messo fine ad ogni discriminazione: nelle democrazie popolari e anche in quei nei paesi dove gli stalinisti ebrei avevano un peso significativo nella giustizia, nella polizia, nell'amministrazione dell'apparato dello Stato e perfino ai suoi vertici. Una tale sovra-rappresentazione degli ebrei nelle sfere dirigenti di alcune democrazie popolari (l'Ungheria ne è stato l'esempio estremo) - insieme ai giochi cinici, in Unione Sovietica e negli Stati pseudo-socialisti -  hanno fatto sì che agli ebrei stalinisti venisse addossata la responsabilità della repressione statale nei confronti degli operai e dei contadini dell'Est; e persino la responsabilità dei pogrom che erano avvenuti nei primi anni dei regimi cosiddetti "comunisti". Ma insieme a questo è stata anche cancellata la specificità del "giudeocidio", così come quelle che erano state le responsabilità delle popolazioni dell'Europa dell'Est.

Questo silenzio assunto da parte degli ebrei stalinisti, ha di fatto alimentato l'antisemitismo popolare riguardo diversi temi, contraddittori o complementari: «I comunisti e gli ebrei vanno a braccetto»; «Gli ebrei sopravvissuti al giudeocidio sono dei privilegiati»; «Gli ebrei non fanno veramente parte della nazione»; e perfino ai più folli: «I vecchi capitalisti ebrei e i comunisti ebrei al potere si sono messi d'accordo», ecc.. Così oggi si possono vedere i risultati deleteri dovuti a quest'antisionismo, il quale aveva come obiettivo gli ebrei in tutti i paesi "comunisti" e gli ebrei nei paesi del Vicino e del Medio Oriente (dove, con la mediazione dei partiti pseudo comunisti locali, dei quali gran parte dei membri e dei dirigenti erano ebrei. I partiti stalinisti locali - a cominciare da quello della Palestina - non avevano molto da dire contro l'antigiudaismo e contro l'antisemitismo musulmano, o contro i pogrom commessi in Palestina, come quello di Hébron, nel 1929, nel quale - va sottolineato -  non furono i nuovi coloni ebrei europei a essere massacrati, ma quegli ebrei i cui antenati vivevano da secoli in Palestina; cosa che ce la dice lunga sull'anticolonialismo palestinese e sulla sua dimensione religiosa, fondamentalmente legata alla pace subalterna dei dhimmi ebrei, nelle società disciplinate dall'Islam.

fonte:  Bataille Socialiste: Intervista a Yves Coleman, apparsa su Anarchosyndicalisme N°140 (estate 2014), revue de la CNT-AIT de Toulouse

lunedì 23 ottobre 2023

I “superflui” di Gaza !!

Poco prima della deflagrazione
- L'escalation in Medio Oriente potrebbe involontariamente innescare nella regione un grave conflitto -
di Tomasz Konicz

Più di 1.300 israeliani morti, e una scommessa diplomatica rovinata. Nel suo intento antisemita, la furia offensiva di Hamas non solo è riuscita a uccidere il maggior numero possibile di ebrei e a traumatizzare la società israeliana. Ma l'eccesso di violenza ha anche silurato, per ora, il riavvicinamento tra Israele e Arabia Saudita, e che era stato mediato da Washington. Prima delle elezioni statunitensi del 2024, l'amministrazione Biden intendeva realizzare la normalizzazione delle relazioni tra quelli che sono i suoi principali alleati nella regione; cosa assai poco realistica, data l'escalation a Gaza. Le speranze di normalizzare le relazioni tra Gerusalemme e Riyadh potrebbero essere diventata l'ennesima "vittima della guerra"; hanno scritto i media statunitensi pochi giorni dopo che la guerra era scoppiata. Tuttavia, quest'ultima iniziativa si basava su un lavoro diplomatico a lungo termine. Nel settembre del 2020, gli Stati Uniti avevano mediato il cosiddetto Accordo di Abramo, in base al quale venne poi avviata la normalizzazione delle relazioni tra Israele, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein. A questo processo di normalizzazione, che ha portato alla creazione di missioni diplomatiche negli Stati partecipanti, avevano aderito anche Marocco e Sudan. Prima di allora, nella regione, Israele era in gran misura isolato. Patrocinato da Washington, il processo normalizzatore è stato anche lubrificato per mezzo di ingenti incentivi economici: turismo, commercio bilaterale, investimenti e vendita di armi. Grazie a quell'accordo, il governo di destra del primo ministro Benjamin Netanyahu sperava di riuscire a stabilire delle relazioni diplomatiche ed economiche senza dover negoziare lo status dei territori palestinesi. Ma a ogni modo, anche il canale di notizie del Qatar, Aljazeera, ha riferito a proposito di tensioni tra Israele ed Emirati sulla questione palestinese, ancora un anno dopo la firma.

Discordia diplomatica
Per quanto riguardava l'Arabia Saudita – il peso massimo sunnita che avrebbe dovuto rendere irreversibile il processo di normalizzazione arabo-israeliano - Washington era persino disposta a mettere in discussione il tabù nucleare. Alla dittatura wahhabita era stato promesso non solo un accordo militare globale, ma perfino un programma nucleare. La cosa avrebbe controbilanciato «ciò che hanno sviluppato gli arci-rivali dell'Iran»; come hanno scritto i media statunitensi. Il recente avvicinamento con Israele prometteva dei benefici economici e politici tangibili in Medio Oriente, in parte perché così veniva messa in discussione l'egemonia nella regione. Le potenze tradizionalmente dominanti del mondo arabo - l'Egitto e l'Arabia Saudita - ora si trovano di fronte a due potenti concorrenti, la Turchia e l'Iran. In molte capitali arabe - fino all'omicidio di massa perpetrato da Hamas - il redditizio riavvicinamento a Gerusalemme veniva visto come un buon contrappeso geopolitico rispetto agli sforzi di dominio in atto da parte dell'Iran e della Turchia,  Durante la crisi di Gaza, sia il governo di Teheran che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il quale sostiene apertamente Hamas, sono stati particolarmente duri nelle loro critiche nei confronti di Israele e degli Stati Uniti, al fine di trarre così un vantaggio politico  a partire dalla crisi nelle strade arabe. Pertanto, i regimi autoritari del mondo arabo vedono anche l'escalation in corso a Gaza come se fosse un fattore di incertezza politica interna, dal momento che le forti emozioni e le massicce proteste contro la dura campagna militare israeliana potrebbero dare una spinta all'estremismo islamico. La dichiarazione finale dei ministri degli Esteri della Lega Araba, del 12 ottobre, ha condannato «l'uccisione di civili messa in atto da entrambe le parti», e ha chiesto la ripresa del processo di pace con l'OLP - secondo il segretario generale della Lega Araba Hossam Zaki – che viene visto come «unico legittimo rappresentante dei palestinesi». La dichiarazione può essere intesa anche come un attacco indiretto alla legittimità di Hamas. I paesi prudenti, come la Giordania, che da tempo sono scesi a patti con Israele, hanno visto chiudere, su istigazione di Gerusalemme, il confine con la Cisgiordania. E allo stesso tempo Amman ha smentito le notizie secondo cui le basi militari nel paese erano state messe a disposizione dell'esercito americano. Gli Emirati e il Bahrein, sono arrivati persino direttamente a condannare l'attacco di Hamas. Anche per quanto riguarda il dittatore siriano Bashar al-Assad, il quale, dopo molti anni di guerra civile, controlla solo una parte del territorio del paese, appare improbabile che egli abbia qualche interesse a prendere le armi contro Israele, considerata la fragilità del suo apparato statale. Oltre ad Ankara e Teheran, anche la Siria e il finanziere di Hamas - il Qatar - hanno emesso una dura condanna di Israele. A causa delle pressioni politiche interne delle forze wahhabite, anche l'Arabia Saudita ha condannato le azioni militari del governo israeliano, sostenendo così verbalmente quella che vuole essere la sua pretesa di leadership nel mondo arabo. Anche l'Iran sembra voler evitare uno scontro militare diretto con Israele e con gli Stati Uniti. Mentre nel caso di un'offensiva di terra a Gaza, Hezbollah minacciava di guerra lo Stato ebraico, Teheran - nel corso di dichiarazioni pubbliche di solidarietà con Hamas - si affrettava a  negare qualsiasi suo coinvolgimento concreto nella pianificazione dell'offensiva terroristica. Sembra che Teheran, in caso di escalation da parte di Hezbollah, voglia utilizzare il corridoio sciita (Iraq, Siria, Libano meridionale) per condurre una guerra per procura contro Israele. Perfino la famigerata milizia sciita, che controlla parti del Libano, sembra attenersi al suo annuncio secondo cui attaccherà solo in caso di offensiva di terra. Sembra che nel mondo arabo non ci sia nessuno, che detenga un potere statale, anche  il più fragile, che voglia la guerra. Alla luce dei processi di crisi e di disintegrazione degli Stati e delle società della regione, al guerra potrebbe trasformarsi in un'esplosione incontrollata.

Spinta per Hamas
Eppure, tuttavia, a causa della crisi le tensioni nella regione stanno aumentando: ad esempio, tra Egitto e Israele. L'Egitto si rifiuta di accettare i profughi di guerra provenienti da Gaza. Mentre il governo israeliano, secondo le dichiarazioni del suo esercito, chiede la loro evacuazione, nel Sinai, in modo da poter avere mano libera nella distruzione di Hamas. Il Cairo, invece, da parte sua, vuole rifornire gli abitanti di Gaza - che si trovano costantemente sotto tiro, e le cui linee di rifornimento sono state tagliate da Israele - per mezzo di convogli umanitari organizzati insieme ad altri paesi arabi, come la Giordania. L'esercito israeliano vuole però che il suo attacco al valico di frontiera egiziano con Gaza vada inteso come un avvertimento per sventare un simile piano. Il Cairo, del resto, vede qualsiasi evacuazione dei palestinesi dalla Striscia di Gaza come se fosse una pulizia etnica della regione, come una seconda Nakba che dev'essere impedita a tutti i costi. Nel frattempo, a causa di queste tensioni, l'esercito israeliano sembra voler attaccare prima il nord della Striscia di Gaza. Così, il 13 ottobre, alla popolazione di circa 1,1 milioni di persone è stato ordinato di fuggire nel sud della Striscia di Gaza, entro 24 ore. La stretta striscia di terra è una delle aree più densamente popolate del mondo. Più di due milioni di palestinesi, governati in maniera autoritaria da Hamas, si trovano così a essere intrappolati tra i due fronti di questo conflitto omicida. Il regime militare egiziano, che durante la primavera araba si era trovato sul punto di stabilire il dominio dei Fratelli Musulmani, ora non vuole un'escalation con Israele. Tuttavia, la crisi, che riguarda la disputa circa milioni di persone rimaste intrappolate nella prigione a cielo aperto di Gaza, e che agli occhi dell'Egitto appaiono come economicamente "superflue", ora sta spingendo ulteriormente e sempre più  il paese nello scontro e nella destabilizzazione. D'altra parte, al contrario, le forze islamiste "post-statali" come Hamas, che ritengono di trovarsi all'opposizione nei confronti dei timidi regimi arabi, hanno invece un reale interesse per un'escalation. L'omicidio di massa, perpetrato da parte di Hamas nei confronti dei residenti dei kibbutz e dei raver hippie in Israele, potrebbe quindi anche aver tenuto conto di una sorta di calcolo pan-arabo: per questo,la normalizzazione di Israele nella regione araba è stata silurata, e la pressione bellica nei confronti delle strade impoverite, auspicata da Hamas, ha lo scopo di dare una spinta all'islamismo.

- Tomasz Konicz - Pubblicato il 17/10/2023

su: AK - analyse & kritik Giornale per il Dibattito e la Pratica di Sinistra

L’ultima possibilità che abbiamo…

« L'ultima possibilità che abbiamo di spiegare - o addirittura di combattere - il nuovo razzismo e il radicalismo di destra, ci proviene dai vecchi residui della lotta di classe (quella che viene fatta a partire dalla "prospettiva del lavoro"). Evidentemente, in una società con un'economia di mercato (capitalista), tutte le manifestazioni, le forme di reazione, tutti i movimenti, ecc. vengono determinati proprio a partire da tale società (sennò, da quale altra?!??); e questo proprio a causa del fatto che queste manifestazioni sono tutte espressioni del processo sistemico, e dei suoi attriti. Sotto tale luce, l'affermazione secondo cui "il capitalismo porta al fascismo" costituisce una verità estremamente e assolutamente banale. Ciononostante, tuttavia, questo vecchio monito della sinistra non viene mai interpretato nel suo senso sistemico generale. Piuttosto, si cerca invece di suggerire un'articolazione soggettiva - costituita politicamente - del capitalismo, o dei capitalisti (e quest'ultima identificazione erronea del sistema coi suoi soggetti responsabili costituisce una caratteristica delle carenze del pensiero ideologico della sinistra), dell' l'ideologia della destra radicale e delle sue organizzazioni, o dei suoi obiettivi politici. L'antifascismo classico di sinistra, è basato - e viene soffocato - proprio a partire da questa costruzione esplicativa. Già a partire  dal periodo tra le due guerre mondiali, una simile interpretazione era diventata quasi del tutto unilaterale, e assai dubbia.

I capitalisti (nel senso del cosiddetto grande capitale) e le loro associazioni, ecc., non erano né più né meno nazionalisti di quanto lo fossero le  altre classi, le proprietà e i gruppi dell'epoca. In termini percentuali, il fascismo mobilitava altrettanti disoccupati, operai specializzati, tecnici, impiegati, borghesi e capitalisti. In un contesto simile, non vale nemmeno la pena far riferimento a quella che era la vecchia chiave di lettura di sinistra, la quale parla della seduzione o della manipolazione dei membri di alcune categorie sociali; le quali invece avrebbero avuto una vocazione completamente diversa. Per quanto Hitler e il suo partito, siano stati effettivamente sostenuti in maniera massiccia da alcuni industriali, da dei gruppi dell'alta finanza e dalle associazioni industriali, ciò tuttavia non avvenne perché il capitale  - visto come fattore soggettivo - sia sempre stato segretamente unito al fascismo (facendo sì che quando il gioco si facesse duro questa unione verrebbe legalizzata). Una simile visione soggettiva - e nel migliore dei casi "sociologizzante" - la quale appare essere strettamente collegata a una rappresentazione in cui, alle leggi sistemiche senza soggetto della merce e del denaro, veniva contrapposto il libero arbitrio dei soggetti del denaro, non è altro che una teoria cospirativa della sinistra, e come tale si contrappone - invertendo solo il segno - alla teoria del complotto di destra degli stessi fascisti. [...]

Dopo la prima guerra mondiale - nel processo di ascesa del sistema astratto del lavoro - si era verificata una nuova fase di implementazione (e precisamente, la transizione alla formazione fordista) nella quale le diverse forze politico-ideologiche si contendevano l'amministrazione di questo stadio evolutivo. Comunisti, socialdemocratici, liberali, conservatori, e perfino fascisti - in vista di un identico sistema di riferimenti - si erano trovati a operare su un piano comune; a partire dal fatto che una trasformazione sistemica che superasse la logica economica della produzione di merci non veniva nemmeno messa in discussione. La posta in gioco, riguardava il "come" sarebbe avvenuta l'annunciata nuova fase di sviluppo, e in tale situazione i tedeschi sceglievano (in modo democraticamente corretto, attraverso una decisione a maggioranza) la più barbara delle alternative, vale a dire, quella di un fordismo sostenuto dai blindati e dai massacri industriali, il quale prometteva la prospettiva autarchica di un impero mondiale da conquistare. Isolati dal resto del mondo, i tedeschi, insieme alla "aristocrazia del lavoro", sarebbero in tal modo diventati i fruitori, di quello che sarebbe stato un fantastico regno di schiavi del lavoro, dal fiume Maas agli Urali. «

- Robert Kurz - dall'XI capitolo del libro "O Retorno de Potemkin" - 1993 -

domenica 22 ottobre 2023

Si ride per non piangere…

Finalmente la mitica rivoluzione del ’68 raccontata in chiave ironica e... da una donna!

Abbiamo letto centinaia di rievocazioni in tono eroico-celebrativo dei “formidabili” anni Sessanta e Settanta, ma ci pareva sempre che mancasse qualcosa, una grande assenza che determinava opacità e quasi un senso d’irrealtà in quei racconti... Era la voce delle donne a mancare (tranne forse le voci di Lila e Lenù), quell’altra “metà del cielo” che il ’68 l’ha fatto prima tra il ciclostile, la corte di qualche leaderino e maschi che volevano menar le mani, più tardi tra rivolta femminista e gruppi di autocoscienza. In questo romanzo la voce di una ragazza di quei tempi, squillante, ironica, curiosa, ci racconta le fughe da casa, le cotte per i bei rivoluzionari, gli amari risvegli, le botte coi fascisti, le estenuanti e fumose riunioni sulla linea politica, l’“andata” alla classe operaia, il “ritorno” alle intimità “piccolo-borghesi”, le amicizie femminili e le tante altre avventure di quell’epoca comunque straordinaria. Si ride davvero con questo romanzo ma, come si diceva una volta, s’impara pure tantissimo su una storia, un tempo, una rivoluzione di cui si può e si deve ridere senza rinnegarne gli aspetti più belli. A fronte dei cupi deliri brigatisti – con cui troppo spesso si rievoca quell’epoca – fa bene ascoltare la risata liberatrice con cui molte (e molti) accompagnarono quell’assalto al cielo.

(dal risvolto di copertina di: Amedea Pennacchi, Molotov e bigodini. Edizioni E/O pagine 368, €18,50)

Figliola mia, marxista immaginaria
- di Patrizia Viola -

«Dalla sera alla mattina era diventata maoista. Senza pensarci un attimo aveva messo fine a tutte quelle poesie, quel parlare di foglie morte, mal di vivere». Siamo a Latina nel 1969 e Alice, vulcanica liceale protagonista del memoir Molotov e bigodini di Amedea Pennacchi, sogna la lotta al capitalismo e infatti scrive sul diario nel giorno del compleanno: «Sedici anni sono sufficienti per odiare e combattere i padroni». Ormai può avere pensieri da adulta e sottolinea il concetto con un disegnino di falce e martello. L’autrice in quest’originale romanzo di formazione ripercorre la sua gioventù negli anni Settanta. Con una prospettiva molto intima rievoca quei tempi lontani in cui per le ragazze, nelle famiglie un po’ bigotte, le regole sono molto rigide: per le uscite serali c’è il coprifuoco, la minigonna è bandita mentre gli schiaffoni abbondano. Alice, animata da un indomito spirito ribelle, è l’ultima di sette fratelli, la piccola ancora rimasta in famiglia. Le uniche possibilità di fuga le offre la complicità del fratello Marco, nome di fantasia per descrivere il personaggio ispirato al compianto scrittore Antonio Pennacchi. Ai tempi è già andato via di casa, ma ogni tanto torna e racconta qualche bugia per salvare la sorella dal controllo ossessivo dei genitori. Alice soffre e scalpita, per raggiungere la tanto agognata libertà decide di fare come le coetanee: si sposa giovanissima. Prima di finire il liceo, convola con un affascinante rivoluzionario siciliano, di parecchi anni più vecchio di lei. Finalmente fuori casa, passa dal giogo dei genitori a quello del marito, che si rivela anche un po’ manesco. La passione politica li unisce, insieme entrano in Lotta Continua e si trasferiscono a Napoli, Alice si iscrive all’università, fa volantinaggio all’Italsider di Bagnoli e all’Alfasud di Pomigliano d’Arco. Con gli ideali non si mangia: così, tra una manifestazione e l’altra, la ragazza comincia a vendere bigodini elettrici nei rioni più difficili della città. I soldi continuano a scarseggiare e allora le vacanze si fanno in autostop e, per essere coerenti, si visitano i Paesi comunisti. Pennacchi descrive tutto con uno stile vivido e coinvolgente, mentre gli eventi più drammatici di quel periodo rimangono nello sfondo: la strage di piazza Fontana, la morte dell’anarchico Pinelli e quella del commissario Calabresi. Con il passare del tempo, il rapporto con il movimento diventa sempre più difficile, alcune certezze vengono messe in discussione mentre per le ragazze il ruolo subalterno di «angeli del ciclostile» si rivela quantomeno frustrante. È il momento dei primi collettivi femministi, si sperimenta l’autocoscienza, si discute di orgasmo e coppia aperta. Il maschilismo dei compagni, che approfittano della rivoluzione sessuale, viene messo in discussione.

«I leader del Sessantotto, non importava se belli o brutti, erano così popolari e ambiti dalle ragazze che quasi superavano le rock star. Avendo l’imbarazzo della scelta tendevano a scegliere, non si sa come e perché, non solo le più belle del reame che poi, manco farlo apposta, erano anche le più ricche».

- Patrizia Violi - Pubblicato su La Lettura del 25/6/2023 -

sabato 21 ottobre 2023

un vecchio amico ... di Nola

Nel secondo saggio del suo libro "Nessuna isola è un'isola. Quattro sguardi sulla letteratura inglese" - dal titolo intitolato "Identità come alterità" - Carlo Ginzburg parla di Montaigne, e della traduzione dei "Saggi" che in Inghilterra ne viene fatta da John Florio : «Il Montaigne di Florio era il Montaigne di Shakespeare», scrive Ginzburg, sottolineando in tal modo il fatto che Shakespeare aveva letto Montaigne in traduzione e che, inoltre, quei Saggi tradotti erano stati importanti ai fini della scrittura di un'opera come "La tempesta"; e da questo ne deriva un'informazione specifica: per Shakespeare era stato importante leggere il saggio di Montaigne sul "Nuovo Mondo", sui cannibali.

Ma inoltre, a tutto questo, oltre alle letture di Shakespeare, Ginzburg aggiunge anche un'altra nuova informazione:  un'informazione riguardante il traduttore, Florio, il quale ebbe a lasciare l'Italia, insieme al padre, per motivi religiosi. Nel farlo, Ginzburg cita la prefazione che Florio scrive proprio alla traduzione, dove dice che in Italia ci furono alcuni che videro la sua traduzione come un atto di sovversione nei confronti delle università, citando a tal proposito il suo «vecchio amico Nolanus»; un riferimento, questo a Giordano Bruno, nativo di Nola, il quale venne bruciato come eretico, a Roma nel 1600 (la traduzione di Florio, della quale stiamo parlando viene pubblicata in Inghilterra tre anni dopo, nel 1603).

Oltre a menzionare Giordano Bruno, cosa di per sé incredibile, nella sua traduzione, Florio svolge anche qualcosa che assomiglia a un elogio della traduzione: secondo lui (scrive Ginzburg), tutte le scienze hanno avuto origine dalla traduzione, poiché tutte le loro scienze i Greci le avevano appreso dagli Egiziani, e gli Egiziani - a loro volta - quel che sapevano lo avevano appreso dagli Ebrei, o dai Caldei. Pertanto, secondo Ginzburg, Montaigne si inserisce perfettamente in quella cosiddetta "postura aperta", che Florio condivideva non solo con l'amico Giordano Bruno, ma anche con alcuni altri colleghi - tutti del mestiere - come Samuel Daniel, autore di una strenua "Difesa della rima", scritta nel 1603 (Daniel era cognato e amico di Florio,cui dedicò un lungo poema, nel quale, a un certo punto, si può leggere un elogio funebre di Montaigne).

fonte: Um túnel no fim da luz

venerdì 20 ottobre 2023

Piccolo mondo cinico…

C’è una trappola pronta a scattare per Giovà, guardia giurata di Partanna Mondello. La sorella Mariella ha dato in affitto il «villino» di sua proprietà. Purtroppo i due affittuari trovano scuse e pretesti (non del tutto infondati) per non pagare il canone e ciò scatena in famiglia la consueta tragedia farsesca. La madre Antonietta, la zia Mariola, la vicina Mariangela e persino il padre infermo spingono Giovà a fare qualcosa, qualsiasi cosa, quando un fatto ben più grave si aggiunge al danno morale e a quello economico. Gli affittuari, i sedicenti fratelli Mormile, sono caduti in un agguato e Mariella è stata fermata dalla polizia scatenando oltretutto una ridda di maldicenze. Lo stile del duplice omicidio è quello classico mafioso, eppure è proprio lo Zzu, il boss della borgata, a dare ordine a Giovà di fare chiarezza. Solo sullo sfondo si muovono le forze dell’ordine, che tutti i protagonisti della vicenda considerano un potere ostile, incapace di penetrare gli arcani del quartiere. A spalleggiare Giovà in questa nuova indagine sarà il figlio del padrino, l’infido Giampaolo. Inspiegabili indizi e ulteriori cadaveri arrivano a complicare la situazione, mentre Giovà sempre più si rende conto di essere su un piano inclinato che porta al disastro. «Mi stanno scaricando pure i miei parenti», riesce a capire un attimo prima di finire in trappola.

La «boffa allo scecco» è lo schiaffo che si dà all’asino, utilizzandolo come capro espiatorio finale di una lunga catena di soprusi. Al termine della quale, anche questa volta, si trova Giovà Di Dio – investigatore riluttante ed esca umana –, un Giufà immerso nel contesto della mafia di piccolo cabotaggio, onnipresente nelle zone dove lo Stato sembrerebbe aver fatto un passo indietro. Un romanzo ricco di dialoghi da commedia brillante che portano il lettore a sorridere, salvo poi accorgersi che c’è poco da sorridere, in questo «piccolo mondo cinico», come lo ha definito con perfetta diagnosi Goffredo Fofi.

(Dal risvolto di copertina di: ROBERTO ALAJMO, La boffa allo scecco. SELLERIO, Pagine 264, €15)

Lo schiaffo all’asino, senza scampo
- di Simone Innocenti -

Dipende tutto dal lettore. Il nuovo romanzo di Roberto Alajmo, La boffa allo scecco può essere letto infatti come un giallo atipico, che punta dritto sul grottesco. Ma può anche essere affrontato come una sorta di saggio sociologico su certe situazioni che solo apparentemente possono essere considerate siciliane. Eppure, tra le molte chiavi possibili, quella che sembra emergere è la ferocia. Quella usata dall’autore per raccontare le ultime gesta di Giovà, metronotte per caso nelle vie di Partana Mondello, che finisce, sempre per caso, dentro una storia più grande di lui. Talmente grande da ricordare al protagonista, di fatto un investigatore non investigatore, che «la boffa allo scecco» — lo schiaffo che si molla all’asino per disperazione e per prendersi, stupidamente, una rivincita sulla vita che con la sua violenza costringe ai margini — è destinata a lui.

Con questo romanzo Alajmo — che nei suoi precedenti Io non ci volevo venire e La strategia dell’opossum aveva messo al centro delle storie Giovà e la sua famiglia — sembra spingere ancora di più sul pedale dell’«uomo senza qualità» per appiattirlo sulle volontà altrui all’interno di una vicenda che chiama in causa il microcosmo familiare, declinato in ogni sua accezione. La sensazione, nettissima, è che Alajmo porti questa vicenda di ammazzamenti e rapporti tra famiglie prima di tutto mettendola in scena su un terreno letterario che pare evocare L’uomo senza qualità di Robert Musil e I Buddenbrook di Thomas Mann, abbandonandola ai marosi di una quotidianità che è sì grottesca e surreale ma che poggia sul concetto di umorismo elaborato da Luigi Pirandello. Ecco perché tutto dipende dal lettore: si possono apprezzare queste pagine per l’ironia dello stile ma Alajmo, scrittore pluripremiato, fa ricorso ai toni dell’umorismo, che è «il sentimento del contrario» (com’ebbe a definirlo il drammaturgo siciliano nel 1908).

La storia, a sommi capi, ruota attorno a un duplice omicidio in puro stile mafioso: qualcuno ha fatto fuori Antonio Mormile e Cacioppo Manfredi — formalmente accettati dalla società come fratelli ma in realtà due amanti — nella borgata che è dominio di Zzu, boss che ordina a Giovà di capirci qualcosa, visto che lui non ne sa nulla e rischia che gli «intestino le ammazzatine». E soprattutto deve saldare un debito che dura da 30 anni: è stato Zzu a trovare il lavoro a Giovà, che a sua volta accetta anche perché sua madre Antonietta, sua sorella Mariella e pure suo padre infermo lo catapultano con calcolato cinismo a fare tutto ciò che non va fatto, compreso immolarsi come esca. Tutto questo non perché la sorella Mariella aveva affittato a nero un villino mezzo scassato nella zona di Valdesi proprio alle due vittime ma perché la donna rischia di essere al centro di una serie di maldicenze dopo che è stata sentita dai poliziotti, che sono «sbirri che sentono quello che vogliono sentire». E che rimarranno sempre fuori da questa vicenda perché «lo Stato non esiste, ma comunque, se specialmente ci mette il bollo, è sempre meglio tenersi alla larga».

Ogni volta che lo Stato interviene in questa storia è per mollare «la boffa allo scecco», che è appunto Giovà. Schiaffi che questo metronotte la cui unica preoccupazione pare essere quella di dormire e di mangiare in realtà prende da tutti. Li prende dai suoi familiari e anche da Giampaolo, che è il figlio del padrino Zzu, cioè un altro tipo famiglia che si atteggia sì a mafiosa ma che in realtà pesa sulla vita degli altri con favori di piccolo cabotaggio ma con una violenza che invece è realissima. Alajmo ha, fra gli altri, un grande pregio. Non prende mai una posizione, non si erge a censore: lascia che sia il lettore a farsi un’idea della società e delle miserie umane. E lo fa anche attraverso una serie di dialoghi che risultano efficaci, dal ritmo e dai tempi teatrali. Lo fa soprattutto usando un sapiente meccanismo di gioco degli specchi e rovesciando continuamente il punto di vista e la realtà che finiscono, inesorabilmente, per andare a sbattere su Giovà, che si lascia modellare da tutti e da tutte. Meno che dal buonsenso.

In questo meccanismo Alajmo non trascura di raccontare i contesti. Il mare e la bellezza della Sicilia, che sono evocate dallo scrittore, non vengono mai vissuti da alcun personaggio che invece punta solo ed esclusivamente a far quadrare una vita che è a volte piatta e che a volte è invece solo apparentemente normale (dato che ha da nascondere traffici e mire di puro egoismo). Questo doppio registro viene calato nello stile di Alajmo, che ha la felicità di inventare storie dove le biografie dei suoi personaggi, nel trittico narrativo con protagonista Giovà, sono materia viva. La cattiveria, la bassezza, l’assoluta mancanza di rispetto, i falsi discorsi, l’assenza di empatia sono alcuni tra i comportamenti umani che lo scrittore siciliano usa come inneschi per allestire il doppiofondo di buona parte dell’umanità. Ci si diverte, e ci si diverte moltissimo, a leggere La boffa allo scecco anche perché alla fine si ha la sensazione che tutto quanto c’è di grottesco non sia poi così grottesco e che, sì, «le male persone fanno le male cose» ma anche le persone comuni non sono così distanti dalle «male persone». C’è una crudeltà enorme nella scrittura di Alajmo, un ghigno di ferocia che denuncia, per paradosso, l’animo di un intellettuale che si stupisce — probabilmente lui per primo, che queste storie inventa — della banalità e della stupidità del male. C’è, insomma, nello stile di Alajmo un sotto-testo di pudore e la certezza che la realtà sia un eterno sottinteso.

- Simone Innocenti - Pubblicato su La lettura del 25/6/2023 -

giovedì 19 ottobre 2023

Morris & Moishe: una Tesi scritta a mano...

Eingeschrieben Erfhahrung
- La tesi di laurea di Moishe Postone tra Germania e America -
di Zarin Aschrafi  [*]

Nel lascito del teorico sociale di Moishe Postone (1942-2018), tra i molti testi, c'è anche una pila di fogli sulla quale si può leggere un documento di circa 400 pagine, per lo più scritto a mano, in inglese. Per quanto non sia ordinato, tuttavia la numerazione delle pagine ci dà un'indicazione di quanto il suo carattere sia coerente. A un esame più attento, questa pila di fogli rappresenta un pensiero in progresso ovviamente più lento nel tempo di quello che è avvenuto nel suo autore. Su quasi tutte le pagine ci sono cancellazioni, inserimenti e sostituzioni. Il manoscritto in questione è chiaro nei suoi propositi fin dalle prime due pagine, dove un indice in più parti ci annuncia la tesi di Postone. È stato pubblicato nel 1983 in una versione dattiloscritta con il titolo "Il presente come necessità. Verso una reinterpretazione della Critica del lavoro e del tempo in Marx", presentato all'Università di Francoforte, al Dipartimento di Scienze Sociali, ed è stato discusso, con distinzione, poco tempo dopo. Tuttavia, ci sarebbe voluto almeno un altro decennio prima che l'opera venisse ri-titolata come "Time, Labor and Social Domination. A Reinterpretation of Marx's Critical Theory", e venisse pubblicata dalla Cambridge University Press, nel 1993. La versione stampata, non differiva solo nella forma e nello stile. Per tutto il lungo periodo della sua revisione, l'autore aveva anche tenuto conto degli sviluppi storici relativi al periodo tra il 1989 e il 1991, aggiungendo anche un capitolo a quella che era stata la presentazione della sua tesi. Mentre la storia della pubblicazione e della ricezione di Moishe Postone - storicamente rilevante e scientificamente significativa - può ora essere raccontata per mezzo del libro, il manoscritto conserva invece un'altra storia. E questa storia è personale - ma non privata - dal momento che essa esemplifica l'intreccio tra lavoro ed esperienza individuale. Nel manoscritto del suo lascito - si potrebbe scoprire - ci sono questi due aspetti relativi al formarsi della conoscenza, ed essi si materializzano davanti ai nostri occhi in modo quasi ideal-tipico. La genesi dell'opera risale ai primi anni '70 della Repubblica Federale di Germania. Nel 1973, Morris Postone, un cittadino canadese di 31 anni di Chicago, si iscrisse come studente di dottorato all'Università di Francoforte per studiare l'opera di Karl Marx. Il suo supervisore di dottorato Gerhard Meyer (1903-1973), esule dalla Germania, aveva raccomandato al suo studente questo soggiorno all'estero: per farlo, avrebbe dovuto imparare la lingua tedesca, in modo di poter essere in grado di leggere e comprendere gli scritti di Marx nella lingua originale. Inoltre, a Meyer, in termini di livello dei dibattiti accademici su Marx, sembrava che si sarebbe trovato in una situazione migliore nella Repubblica Federale Tedesca di quanto si trovasse negli Stati Uniti. Sebbene Postone conoscesse bene sia la teoria di Marx che la sua ricezione, egli aveva frequentato dei corsi su Hegel e Marx a Chicago, con Hannah Arendt. Era stato anche coinvolto nel movimento studentesco americano. Ciononostante, egli seguì il consiglio del suo insegnante. Nella sua valigia per la Germania, aveva già con sé un primo, ancora provvisorio abbozzo del suo progetto scientifico: Postone intendeva occuparsi dell'opera tarda di Karl Marx; più precisamente del suo saggio del 1857/58, "Grundrisse der Kritik der politische Ökonomie" (Lineamenti della critica dell'economia politica). La lettura di questo libro lo aveva affascinato e irritato in egual misura. Le categorie centrali sviluppate da Marx - come il lavoro, il capitale e il mercato - non erano state adeguatamente comprese nel marxismo. Marx considerava le categorie, vedendole come espressioni storiche specifiche delle formazioni sociali, vale a dire, non come se fossero delle determinanti sovra-storiche, secondo quella che era l'ipotesi iniziale di Postone, alla quale aveva aderito durante tutto il processo della sua ricerca. Con questa distanza critica da quello che chiamava "marxismo tradizionale", lo studente di Chicago arrivò negli ambiti della Repubblica Federale di Germania. La decisione di andare in Germania non era stata facile per Moishe Postone. La maggior parte della sua famiglia era stata uccisa dai nazisti. Suo padre - un rabbino che alla fine si era salvata grazie a un visto canadese - aveva lasciato la sua città natale in Lituania poco prima che scoppiasse la seconda guerra mondiale, e quindi era sfuggito allo sterminio da parte dei tedeschi nel modo più fortunato che si potesse immaginare. Anni dopo, Postone confessò ad alcuni dei suoi amici più stretti di essersi rammaricato che Marx non avesse scritto «in francese».

Dopo un corso di lingua di dieci mesi a Monaco di Baviera, proprio all'inizio del suo soggiorno nel 1972/73, Postone venne collocato dall'Associazione degli studenti ebrei in un appartamento condiviso a Francoforte. «Ho scelto Frankfurt», spiega nel corso di una conversazione che probabilmente ebbe luogo nel 1978, o nel 1979, «perché pensavo che fosse più vicina all'Occidente, allora la mia idea era quella che sarei scappato in Occidente a ogni fine settimana, o in Francia, oppure in Olanda». Postone, tuttavia, rimase a Francoforte. E vi rimase anche dopo la morte di Gerhard Meyer, avvenuta a Chicago nel 1973. Trovò un secondo mentore nel politologo di Francoforte, ed esperto di Marx, Irving Fetscher, il quale era disposto a continuare ad accompagnarlo nell'argomentazione e nelle questioni fondamentali del progetto che aveva iniziato. La decisione di Postone di trasferirsi a Francoforte era dovuta non da ultimo al fatto che si era integrato in un ambiente politico accademico di sinistra; ambiente che era anche ebraico. Per anni ha condiviso un appartamento con lo studente di matematica Amichai Dreyfuss e, per un breve periodo, con Dan Diner e Cilly Kugelmann. Con l'arrivo di Postone, questo appartamento condiviso nel "famigerato" Kettenhofweg nel Westend di Francoforte – che un tempo era stata anche la strada residenziale di Theodor W. Adorno – era diventato un noto luogo di incontro, dove si svolgevano intense discussioni e e avevano avuto inizio molte conoscenze personali tra americani, tedeschi ed ebrei. Inoltre, era stato il contesto accademico – seminari, colloqui e discussioni – a determinare gli interessi scientifici e politici di Postone, e a far sì che egli contribuisse ad essi, con la sua voce, con sempre maggiore sicurezza. Ad esempio, pubblica diversi articoli sugli attuali dibattiti teorici sulla crisi, da un punto di vista marxista, e sul rapporto tra politica ed economia. Nei suoi articoli, Postone utilizza con acume teorico sia le tesi di Friedrich Pollock sul capitalismo di Stato che il pessimismo storico-filosofico di Max Horkheimer degli anni '40, ed è qui - negli interventi politici così come nelle revisioni della storia della scienza - che fa riferimento anche ai limiti della conoscenza di questi "marxisti tradizionali": nelle loro analisi del nazionalsocialismo, Pollock e Horkheimer sono partiti dalle condizioni di mercato e dai cambiamenti nella produzione, e nella circolazione. Secondo Postone, non era possibile per loro spiegare le nuove contraddizioni che si erano venute a creare; come l'abolizione del mercato e della proprietà privata nelle condizioni capitalistiche ancora esistenti. A partire da questo approccio, l'argomentazione di Postone si sposta da una critica del mercato e dei suoi meccanismi (distributivi) verso una visione critica della categoria stessa del lavoro, che viene messa in relazione con i fattori del "tempo" e del "valore", e pertanto viene così analizzato al di là di un dualismo schematico tra capitalismo e socialismo. Soprattutto, Postone però non intendeva queste categorie in termini economici, ma – mediandole da Marx – le vedeva piuttosto come espressione di relazioni sociali che dovevano essere determinate nella loro specificità storica. Esse erano pertanto caratterizzate da un "doppio carattere": hanno una forma astratta (ad esempio il denaro) e una forma concreta, spesso reificata, di apparenza (ad esempio la merce). Questa intuizione teorica, ha finito per affinare l'analisi di Postone del nazionalsocialismo, al cui centro è stato posto l'antisemitismo eliminatorio. Così, nel suo articolo "Nazionalsocialismo e antisemitismo" - pubblicato per la prima volta nel 1979 e in seguito ristampato più volte fino a diventare famoso - sostiene che l'anticapitalismo del nazionalsocialismo – che si pretendeva che fosse stata una "rivolta" - non era contro l'essenza del capitalismo in sé, quanto piuttosto contro quella che ne era solo la sua manifestazione astratta. Mentre il capitale e la produzione industriale, così come la tecnologia moderna, erano manifestazioni concrete delle relazioni sociali, e sotto il nazionalsocialismo erano state ipostatizzate, naturalizzate e feticizzate - sosteneva Postone - il capitale finanziario, "senza radici" e "parassitario", che veniva equiparato agli ebrei, doveva invece essere annientato, in quanto costituiva, come loro, una dimensione astratta.

Dopo che ebbe completato la sua tesi, più volte Postone cercò invano di trovare un editore tedesco per stamparla. Più e più volte, come mostra la corrispondenza di quel periodo, egli ha sottolineato che: «I think it belongs in the discussion in the BRD» [Penso che essa faccia parte del dibattito che è in corso nella Repubblica Federale Tedesca]. Con questo, tuttavia, Postone non intendeva dire che la sua opera dovesse essere intesa solo come un contributo alle discussioni in corso nella Repubblica Federale. Ma piuttosto, voleva soprattutto sottolineare che si trattava di preservare quella che era stata un'esperienza tedesca, un'esperienza nella quale era inclusa l'intuizione riflessiva di Postone. Così, quando presentò il suo manoscritto, insistette per un piccolo ma significativo cambiamento: non voleva più presentare l'opera – nemmeno formalmente – con il suo nome di battesimo "Morris", il quale avrebbe neutralizzato le sue origini. Invece, avrebbe decisamente preferito quello che era diventato il suo soprannome ebraicizzato, "Moishe". Questo nome, Moishe Postone, avrebbe rappresentato due cose: la partecipazione intellettuale e la distanza critica dai dibattiti tedeschi degli anni '70. Entrambe le cose si erano concretizzate nella sua dissertazione scritta a mano.

- Zarin Aschrafi [*] - Pubblicato il 26/3/2023 su Mimeo -


[*] -Zarin Aschrafi è ricercatrice associata presso l'Università di Lipsia, e ricercatrice affiliata al Dubnow Institute, dove è stata dottoranda da ottobre 2016 a settembre 2022. La sua ricerca si concentra sulla storia degli ebrei in Germania. Attualmente sta scrivendo la biografia collettiva di un gruppo di intellettuali ebrei, i cui membri appartenevano alla cosiddetta seconda generazione di ebrei nella Germania del dopoguerra, i quali nel 1986 hanno pubblicato la rivista "Babilonia. Contributi al Jewish Present"

fonte: Mimeo. Blog der Doktorandinnen un Doktoranden am Dubnow-Institut

mercoledì 18 ottobre 2023

Iris Selvaggio

« Alla fine della mia sofferenza, c'era una porta che si apriva.
Stammi bene a sentire: quel che chiami morte, io me lo ricordo.
Sopra, c'erano dei rumori, come rami di pino che vengono smossi.
Poi più niente. Un sole pallido tremolava su una spiaggia asciutta.
È terribile, sopravvivere... una coscienza sepolta nella terra fredda.
Poi è finita: quel che si teme... avere un’anima e non poter parlare...
all'improvviso ha fine, e la terra rigida si gonfia un po'.
E ho visto quelli che mi sono sembrati uccelli sfrecciare in dei cespugli bassi.
A te, che non ricordi come sei passato all'altro mondo, ti dirò che ho potuto nuovamente parlare:
ogni cosa che torna dall’oblio torna in cerca di una voce:
e dal centro della mia vita è sgorgata una grande fontana,
ombre di un blu profondo sull' acqua azzurra del mare. »

Louise Glück - 22 aprile 1943 – 13 ottobre 2023 - (da “The Wild Iris”, 1992)

perdonami la traduzione

Piantare semi…

In un dramma degno del Dottor Živago, nel quale si intrecciano scienza, amori, rivoluzioni e guerre, Peter Pringle ricostruisce la storia di Nikolaj Vavilov, lo scienziato che, agli albori della genetica, sognava di sconfiggere la fame nel mondo coltivando piante in grado di sopravvivere in ogni condizione climatica e ad ogni latitudine, nei deserti di sabbia e tra i ghiacci della tundra, e gettando così le basi per un grandioso progetto di raccolta e conservazione della biodiversità alimentare. Il progetto pionieristico di Vavilov si inscriveva nella grande utopia dei primi rivoluzionari bolscevichi, che non esitarono a finanziare le sue spedizioni nei cinque continenti alla ricerca di quelle centinaia di migliaia di semi che avrebbero dato vita a un meraviglioso museo vivente della varietà delle specie botaniche. Alla morte di Lenin, però, il sogno di Vavilov si trasformò in un incubo. La sua indipendenza di pensiero, la fedeltà alla scienza e i rapporti con studiosi di tutto il mondo ne decretarono l’emarginazione da parte degli scienziati fedeli a Stalin, che con l’aiuto della polizia segreta montarono contro di lui un corposo dossier di accuse di sabotaggio e spionaggio, impedendogli di fatto di portare avanti le sue ricerche. E così, l’uomo che sognava di sfamare il pianeta fu una delle vittime più illustri delle purghe staliniane, condannato – per una sorte tragicamente ironica – a morire di fame nelle prigioni sovietiche. Attraverso documenti inediti degli archivi dell’Urss, tra cui il dossier della polizia segreta contro Vavilov, Peter Pringle ricostruisce la trama che portò all’assassinio di questo studioso brillante e profondamente umano, vittima della demagogia anti-scientifica e della cieca ideologia. Un visionario che, come sottolinea Carlo Petrini nella prefazione al volume, già un secolo fa aveva capito che «la biodiversità agricola è la chiave per la sicurezza e la sovranità alimentare a livello mondiale».

Dal risvolto di copertina di: PETER PRINGLE, "Il genio dei semi. Nikolaj Vavilov, pioniere della biodiversità". DONZELLI, Pagine 318, €28

I buoni semi della scienza che Stalin non digeriva
- di Telmo Pievani -

Voleva sconfiggere tutte le carestie e morì di fame: era il genio dei semi e fu rinchiuso in un carcere staliniano. La sua storia, ben raccontata dal giornalista britannico ed ex corrispondente da Mosca Peter Pringle, è una sintesi tragicamente perfetta del Novecento. Nikolaj Ivanovic Vavilov era nato a Mosca nel 1887, da una famiglia borghese originaria di un villaggio della Russia settentrionale. Studia all’Accademia Agraria e accarezza il sogno di migliorare la produzione agricola del suo Paese, mettendola al passo con le conoscenze della nascente genetica, fondata fra gli altri da William Bateson, di cui Vavilov diventa allievo a Cambridge nel 1913. L’anno dopo evita la guerra perché si era danneggiato un occhio durante un esperimento di chimica. Lo mandano in Persia per risolvere il mistero di un pane che intossicava i soldati e lui capisce subito qual è il parassita. Anziché rientrare, va nel Pamir, convinto che le varietà rare, nelle quali cercare geni di resistenza a malattie e a climi estremi, si trovassero in altura. Qui comincia la sua raccolta di semi e ha la grande intuizione: trovare i centri di origine delle piante perché lì ci sono le varietà affini, selvatiche e non, le più antiche, veri serbatoi genetici di biodiversità a cui attingere per migliorare le specie coltivate in patria.

Scoppiano la rivoluzione del 1917, la guerra civile e le carestie, ma la politica non gli interessa. Sacrifica tutto, anche la famiglia, alla scienza. L’Università di Saratov, sul Volga, gli offre, a soli 35 anni, la cattedra di Agronomia. I suoi campi sperimentali sono geniali e lo chiamano a Pietrogrado per dirigere l’Istituto di botanica applicata, dove trasferisce la sua banca di semi, in una splendida sede in piazza Sant’Isacco. Lenin lo appoggia. Dal 1921 Vavilov gira per il mondo, per cercare sementi e incontrare i migliori scienziati dell’epoca. Dopo gli Stati Uniti, è la volta di una perigliosa spedizione in Afghanistan. Poi nel 1926 è in Europa del sud, Maghreb, Medio Oriente, Somalia e Abissinia. Individua i possibili centri di origine della biodiversità vegetale. Spedisce all’Istituto una montagna di semi rari dai cinque continenti. Ma Lenin nel frattempo è morto e le spie di Stalin lo stanno già pedinando.

Nel 1927 l’infaticabile scienziato ha creato 115 stazioni di studio delle varietà vegetali in tutta l’Urss. In una di queste, in Azerbaigian, lavora Trofim Lysenko, un torvo funzionario di basso livello. La «Pravda» lo elogia in chiave anti-intellettualistica: è uno «scienziato scalzo», un orticoltore pratico che trova presto soluzioni anche senza aver studiato e non se ne sta chiuso in laboratorio come certi genetisti. Lysenko è convinto che il ruolo dell’ambiente sia cruciale e che la temperatura abbia effetti ereditabili sui tempi di maturazione delle piante. Vavilov gli concede il beneficio del dubbio, ma capisce che non è scienza, solo manipolazione di esperimenti. Mentre Vavilov si afferma come ambasciatore scientifico dell’Urss, organizza a Leningrado un convegno mondiale di genetica agraria e fa una spedizione in Cina e Giappone, cresce l’opposizione interna. Nel 1929 Stalin proclama la grande svolta: collettivizzazione agricola, istruzione superiore alle masse, industrializzazione, epurazione dei vecchi accademici e adesione al lamarckismo di Lysenko, più veloce, più consono alla dialettica della natura. L’opportunista Lysenko diventa per la propaganda un «eroe del socialismo». Mentre milioni di kulaki vengono deportati, cominciano gli arresti e i licenziamenti di tecnici e scienziati, tutti nemici del popolo. Stalin ha fretta, cerca capri espiatori per la nuova carestia. La polizia segreta assolda diffamatori e apre un fascicolo su Vavilov, per presunto sabotaggio contro la scienza socialista. Lui torna negli Stati Uniti e in Messico, porta a casa semi di grande valore anche economico (gomma, chinino, patate), cerca di far rientrare illustri connazionali come il genetista Theodosius Dobzhansky, insomma si comporta da vero patriota — benché non sia comunista ma un socialista umanitario — e in patria per tutta risposta gli scagnozzi di Lysenko gli stanno scavando la fossa.

Comincia un decennio in cui solo la visibilità internazionale lo protegge dall’arresto. Stalin gli taglia i fondi e impone un ultimatum capestro: deve trovare nuove colture per sconfiggere le carestie in quattro anni. Impossibile, la genetica è lenta. Nel 1934 Lysenko si fa avanti, proclamando di aver aumentato le rese di grano del 40% addestrando le piante. Non è vero, ma i capi sovietici vogliono crederci. Vavilov cerca un inutile compromesso e parte per un’ultima trionfale tournée nelle Americhe. Intanto i suoi ricercatori vengono arrestati e alcuni obbligati a confessioni forzate contro di lui. Nel 1935, Stalin loda pubblicamente Lysenko: è tempo di modificare il mondo vegetale e animale per la costruzione della società socialista. Il furore ideologico del dittatore ha sposato il lamarckismo. Segue il terrore: gli oppositori del ciarlatano Lysenko vengono arrestati e fucilati come traditori; su Vavilov pesano cinque faldoni di menzogne. Lui risponde che andrà al rogo, pur di non rinunciare alle sue convinzioni scientifiche. La genetica sovietica, ammirata nel mondo, è annientata. Inizia la guerra, la situazione è abbastanza caotica per far sparire Vavilov senza troppo rumore. Laurentij Berja lo spedisce in Ucraina occidentale e lo fa arrestare ad agosto del 1940. Nel carcere moscovita subisce interrogatori massacranti per undici mesi: tutte le notti, 400 sedute per 1.700 ore. Il 9 luglio del 1941 è condannato alla fucilazione e viene mandato nel carcere di Saratov, la città dove era cominciata la sua carriera. Si ammala di scorbuto, non si regge più sulle gambe. Nell’aprile del 1942, la Royal Society gli concede l’onore di eleggerlo membro straniero e le autorità sovietiche sono in imbarazzo. Poche settimane dopo, la pena capitale gli viene commutata in vent’anni ai lavori forzati. Ma è troppo tardi. Muore il 26 gennaio del 1943, ufficialmente per polmonite, in realtà per malnutrizione prolungata.

Tre anni dopo, il primogenito di Vavilov, Oleg, muore in uno strano incidente sugli sci nel Caucaso. Lo ritrovano sotto la neve con il segno di un colpo di piccozza nella tempia. Forse sapeva troppo. Quello stesso anno, con un cinismo spaventoso, per pararsi dagli attacchi stranieri Stalin impone al fratello di Vavilov, Sergej, illustre fisico, di diventare presidente dell’Accademia delle Scienze e di assistere impotente alla demolizione dell’eredità di suo fratello. La riabilitazione arriverà solo nel 1955 e Lysenko non ammetterà mai le sue imposture. Ma sono le idee di Nikolaj Vavilov ad aver vinto. Nel maggio del 1943, finito l’assedio di Leningrado, nell’Istituto la collezione di Vavilov era salva. Quattro dipendenti erano morti di fame pur di non mangiare i semi: lo specialista di arachidi e i responsabili delle collezioni di avene, risi e patate. Si scoprirà poi che Hitler aveva dato l’ordine alle SS di impadronirsi delle raccolte di Vavilov. Quei quattro non sacrificarono i preziosi semi di Vavilov e li trovarono accasciati sulle loro scrivanie. Avevano la stessa dedizione alla scienza del loro maestro.

- Telmo Pievani - Pubblicato su La Lettura del 25/6/2023 -

martedì 17 ottobre 2023

Moishe Postone (1942-2018)

L'originalità della "reinterpretazione" proposta da Moishe Postone, è sicuramente in linea con la continuità del dibattito tedesco sulla "Ricostruzione della teoria di Marx" che ha avuto luogo negli anni 1970-1990. Ricostruzione che, a partire dalla quale teoria, significa considerare il Capitale di Marx, non come se fosse solo una superficiale analisi dello sviluppo o della configurazione storica del capitalismo (tipo, il capitalismo britannico, o quello liberale del XIX secolo) ma che invece va assunto - come sottolinea Marx nella prefazione alla prima edizione tedesca del Capitale - in quanto studio delle strutture fondamentali dei modi di produzione e di vita capitalistici. Il concetto di capitale di Marx, non si limita solamente a una specifica configurazione storica; ma, invece, il capitale è piuttosto una relazione sociale che si è legata via via a tutte le varie configurazioni storiche che ha assunto il capitalismo.

Pertanto, proponendo una rilettura generale di Marx, che viene svolta "a un fondamentale livello logico", vediamo come il magistrale lavoro di Moishe Postone argomenti, a partire da un livello di astrazione assai alto (il quale, viene spesso criticato proprio da chi non comprende come l'intera critica di Marx abbia inizio a partire da questo livello di astrazione), in modo da poter poi arrivare a «esplorare a livello teorico l'essenza stessa della modernità»: cosa questa, che può essere svolta solamente nella sua "fase iniziale", quella in cui vengono assunti soltanto quei concetti che soddisfano al criterio di «cogliere il carattere essenziale, e lo sviluppo storico della società moderna».

Ecco che in tal modo, quello che è il perimetro finisce per essere delimitato in maniera chiara: in modo da poter così meglio gettare le basi di una risposta - sia alla trasformazione del capitalismo post-liberale sia alla crisi del marxismo tradizionale – e riuscire a vedere che così la reinterpretazione della teoria critica di Marx che viene proposta, «poggia su un riesame delle categorie fondamentali della sua critica dell'economia politica». Quel che conta, è sapere che cos'è che del capitalismo ne fa il capitalismo. Ed è solo a questa condizione che l'analisi di Marx rimane ancora attuale: in quanto essa continua a porre tutte quelle domande fondamentali che, ancora oggi nella prima metà del XXI secolo, continuano a rimanere rilevanti. Coloro i quali, a sinistra, sono i critici della disuguaglianza, dovrebbero essere consapevoli che una critica fondamentale della disuguaglianza - e del suo peggioramento - è possibile solo se superiamo in maniera critica tutto ciò che costituisce il quadro categoriale dell'economia borghese. Solo criticando i concetti di base del capitalismo, è possibile riuscire a prevedere un fondamentale cambiamento sociale. Quelli che continuano a muoversi all'interno del quadro categoriale dell'economia borghese, non saranno in grado di trascenderlo, né teoricamente né praticamente. Ed è in tal senso che il superamento teorico dei limiti della coscienza borghese, continua a essere un processo di riflessione su tutti  i concetti impensati dell'economia.

Se, malgrado tutto, il termine "critica del valore" continua a suonare completamente estraneo alle orecchie di quella sinistra tradizionale che negli ultimi 40 anni ha fallito in tutte le sue attività e in tutte le sue confuse tendenze, ciò è perché essa si è immediatamente dimenticata della fondamentale critica del feticismo, e perché la sua cosiddetta critica dell'economia politica non ha mai abbandonato il terreno della forma-valore. Nella sua opera, Postone ha offerto delle nuove e potenti basi per poter fare piazza pulita della vecchia comprensione immanente che tutta la sinistra (marxista, socialista, anarchica, ecc.) ha continuato ad avere del "capitalismo", basi che ci permettono di ripensare da cima a fondo ciò che intendiamo per "capitalismo" e per "modernità". Nel contesto del dibattito sulla "ricostruzione" dell'analisi marxiana, Moishe Postone ci ha offerto una potente reinterpretazione, che oggi è in grado di guidarci e orientarci.

- Norbert Trenkle - 24/3/2018 - Apparso su Krisis

Pallaksch !?!

Per Anne Carson, una delle questioni centrali consiste nell'analisi delle "relazioni profonde" che alcuni artisti intrattengono con altri artisti. Ad esempio, quando parla di Francis Bacon, sottolinea come egli abbia un rapporto profondo con Rembrandt: in diverse sue interviste, Bacon parla di quanto egli ami uno dei suoi autoritratti (ci troviamo nel suo saggio "Variations on the right to remain silent" del 2013, nel quale Anne Carson esplora i diversi momenti del libro di interviste a Bacon curato da David Sylvester). Ciò che Francis Bacon apprezza di più, dell'autoritratto di Rembrandt, sta nel fatto che gli occhi non hanno orbite (si tratta di un'opera tarda di Rembrandt, dai contorni sfumati e assai scura). Carson sottolinea che in quel dipinto lo sguardo non è organizzato nel modo consueto, in modo che la visione sembra emanare "silenzio".E quando arriva a questo punto del saggio, Carson tocca quello che per lei è il problema generale, il cuore della sua argomentazione: le diverse declinazioni del diritto a rimanere in silenzio, e il modo in cui questa assenza, questa "mancanza di voce", nel corso dei secoli abbia avuto delle ripercussioni sull'arte. E qui, compiendo un salto inaspettato - un salto tipico di un saggio, e ancor di più in un saggio di Anne Carson - si passa dal silenzio di Rembrandt al silenzio di Paul Celan, per mezzo di una poesia in lode di Hölderlin, che termina con una parola intraducibile e ripetuta: "Pallaksch, Pallaksch". Ecco che, pertanto, il silenzio si intreccia e si coniuga con la traduzione e con l'intraducibile, e viene scandito da quello che è l'omaggio di Celan a Hölderlin; il quale non era solo un poeta ma anche, e soprattutto, un traduttore; secondo le persone che lo andavano a visitare nella sua torre, era stato Hölderlin ad aver inventato il termine "Pallaksch", e a volte lo usava per dire Sì, e a volte per dire No.

fonte: Um túnel no fim da luz

lunedì 16 ottobre 2023

Impegnarsi ?!!??

Ai primi di agosto del 1936 la guerra di Spagna imperversa e Simone Weil, non ancora trentenne, lascia Parigi per arruolarsi nelle Brigate internazionali. La causa dei repubblicani spagnoli che combattono contro i franchisti fa eco ai suoi ideali e lottare al fianco dei compagni giunti in Aragona da ogni parte del mondo per lei è una necessità, un’evidenza, come lo era stato smettere di insegnare in un liceo ed entrare in fabbrica come operaia: «scrivere, pensare e agire sono una sola e medesima cosa». Ma già dopo pochi giorni, durante un’offensiva sulle rive dell’Ebro, Simone si ferisce a una gamba in modo maldestro ma grave e deve abbandonare il campo di battaglia per essere ricoverata nell’ospedale di Sitgès. A fine settembre rientra in Francia assistita dai genitori. Di questa manciata di mesi, per lei decisivi, restano pochi documenti, qualche appunto, alcune fotografie, delle lettere, che Adrien Bosc interroga ridando vita con forza e poesia a quei giorni. Insieme a Simone Weil e ai testimoni diretti, fa parlare i dettagli, i paesaggi, i volti, le piccole storie, i silenzi, mentre solleva la questione più che mai aperta della «guerra giusta»: la stessa che la giovane filosofa porrà al già maturo scrittore Georges Bernanos in una lettera che lui porterà con sé per sempre. La vita di Simone Weil attraversa queste pagine come la testimonianza di uno dei pensieri più luminosi e audaci del Novecento. E la scrittura di Bosc ci restituisce il ritratto vivido di una pensatrice radicale, del suo inesauribile impegno per la libertà.

(dal risvolto di copertina di: Adrien Bosc, "La volontaria". Guanda, 144 pp. €16)

Adrien Bosc: L'Ucraina di Simone Weil
- di Elisabetta Rosaspina -

Primi di agosto 1936. A un paio di settimane dall'alzamento del generale Francisco Franco e dalla rivolta di molti alti gradi militari contro il governo socialista di Francisco Largo Caballero, inviso anche all'Italia fascista e alla Germania nazista, un’esile ragazza francese di 27 anni, dagli occhiali di metallo tondeggianti all’Antonio Gramsci, e dall’aspetto di una mansueta bibliotecaria, arriva sul fronte aragonese della guerra civile, appena cominciata in Spagna. Simone Weil è già una filosofa, un’insegnante, una nota saggista, e non è lì soltanto per documentarsi. È venuta a combattere. «Scrivere, pensare e agire sono una sola e medesima cosa», è il principio che la guida, e che l’ha già guidata a lavorare ai forni delle officine metallurgiche Alsthom e, come fresatrice, alle manifatture Renault. Perché era certa di non poter capire e spiegare la condizione operaia senza averla prima sperimentata. Ai genitori ha detto di non preoccuparsi: «Parto come giornalista». Ma non è vero. Ha lasciato Parigi per arrivare a Barcellona, poi a Saragozza e, magari, da lì riuscire a infiltrarsi oltre le linee nemiche, in Galizia, regione già sotto controllo dei nazionalisti. S’illude di rintracciare, e perfino di liberare, Joaquín Maurín, leader del Partito operaio di Unificazione marxista (Poum), arrestato dai franchisti il giorno della sollevazione e destinato a restare in carcere per dieci anni. Comincia qui, e da una rara istantanea di Simone Weil in tuta blu da operaia ed espadrillas, pronta ad arruolarsi con il fucile in spalla nella colonna internazionale dell’anarchico José Buenaventura Durruti, il racconto dello scrittore ed editore francese Adrien Bosc, La volontaria (Colonne, nella versione originale, tradotta in Italia da Laura Bosio e pubblicata da Guanda), che ricostruisce il mese e mezzo trascorso dalla filosofa in una Spagna sempre più insanguinata e crudele. La permanenza di Simone in prima linea sarà interrotta presto da uno stupido incidente, quando inciamperà in una marmitta di olio bollente, ustionandosi gravemente. Ciò che ha visto e sentito le basterà comunque per inviare due anni dopo una sofferta lettera di condivisione allo scrittore Georges Bernanos che, pur dal campo politicamente opposto, ha affidato al suo libro, I grandi cimiteri sotto la luna, un duro atto d’accusa contro la ferocia della repressione franchista. Vale anche dall’altra parte della barricata: «Si parte come volontari, con idee di sacrificio, e si finisce in una guerra che assomiglia a una guerra di mercenari», testimonia lei, partecipe.

Elisabetta Rosaspina: «Bosc, la lettera di Simone Weil a Bernanos è dunque il punto d’arrivo della storia?»

Adrien Bosc: «No, in realtà per me la lettera è stata il punto di partenza, com’è accaduto anche per gli altri due romanzi che compongono questo ciclo. Sono stati tutt’e tre pensati come altrettante traversate, per un viaggio a rovescio nel tempo. Inizia nel 1949, con Constellation (in italiano Prendere il volo, ndr), l’aereo di Air France precipitato nell’arcipelago delle Azzorre con 48 passeggeri, tra cui il celebre pugile Marcel Cerdan amante di Edith Piaf. Prosegue con Capitaine (La traversata), la storia del viaggio per nave da Marsiglia alla Martinica di trecento profughi, artisti, rifugiati politici, in fuga dalla Seconda guerra mondiale, nel 1941. Anche in questo caso il punto di partenza è un oggetto: una delle immagini scattate a bordo dalla fotografa tedesca Germaine Krull. Nel terzo romanzo si risale al 1936 e alle colonne internazionali in Spagna: ancora una volta una comunità eterogenea di persone si trova riunita dal caso o dall’impegno».

E.R.: «Non si sa se Bernanos abbia risposto a Simone Weil. Lei che cosa pensa?»

A.B.:«Quella lettera mi ha colpito per il suo contenuto: parla della corruzione della forza, della discesa a compromessi con i propri ideali e con la giustizia. Ma la stessa autrice non chiedeva risposta al suo interlocutore. Il fatto straordinario è che sia stata ritrovata ripiegata nel portafogli di Bernanos alla sua morte, il 5 luglio 1948, dieci anni più tardi. Quando anche colei che l’aveva scritta se n’era andata da 5 anni. Si suppone che non abbia avuto risposta, anche se non è certo al cento per cento. In ogni caso Bernanos ha conservato la lettera di Simone su di sé per tutto il tempo che gli è rimasto da vivere. E mi sembra la risposta più bella».

E.R.: «Come si spiega, invece, che al ritorno Simone Weil non abbia raccontato in un libro o in un reportage l’avventura vissuta in Spagna?»

A.B.: «Si può spiegare in vari modi: accelerato da quello civile spagnolo, il conflitto stava diventando mondiale. Inoltre avrebbe rischiato di tradire i suoi compagni, perché la guerra non era ancora finita. È evidente però che quell’esperienza ha influenzato tutta la sua opera successiva, come dimostrano gli articoli, i saggi, le lettere che sono stati raccolti e pubblicati postumi nel dopoguerra da Albert Camus».

E.R.: «Tenne un diario nei 45 giorni, o poco più, trascorsi in Spagna?»

A.B.: «Sì, esistono i suoi carnet, gli appunti che prendeva giorno per giorno. Si tratta però di note molto tecniche e lei decise di non renderle pubbliche per non danneggiare la causa. All’inizio degli anni Quaranta, uscì su una rivista di Marsiglia, “Cahiers du Sud”, il suo saggio sulla guerra, L’Iliade o il poema della forza. È il testo più chiaro su ciò che aveva vissuto».

E.R.: «Pensa che Simone Weil, André Malraux, George Orwell, Ernest Hemingway o John Dos Passos, oggi sarebbero in Ucraina?»

A.B.: «Senza dubbio. Ce ne sono altri, ci sono molti inviati al fronte, come Florence Aubenas. Certo, non sono nei ranghi dei combattenti. Siamo in un’epoca diversa rispetto alla guerra di Spagna. Non ci sono gli stessi ideali anarchici, socialisti e repubblicani. I confini tra i blocchi sono meno netti di allora, quando una repubblica stava per essere rovesciata. Weil partì per partecipare alla creazione d’un ideale e tornò delusa dalla crudeltà della guerra, dall’abbandono degli ideali rivoluzionari, dal tradimento degli anarchici da parte degli stalinisti».

E.R.: «Qual è dunque il modo migliore per un intellettuale di impegnarsi nei conflitti o nelle questioni sociali?»

A.B.: «Non andando a combattere. Basterebbe che gli intellettuali si mostrassero più coerenti con ciò che pensano, dicono, scrivono. Non serve predicare ciò che non si mette in pratica».

E.R.: «Che cosa intende?»

A.B.: «Intendo dire che ci sono specialisti delle petizioni, sui naufragi o sui crimini di guerra, che non adeguano i loro comportamenti quotidiani verso il prossimo a ciò che chiedono con i loro appelli. Con qualche eccezione, naturalmente».

- Intervista pubblicata su La Lettura del 25/6/2023 -

domenica 15 ottobre 2023

Fondamentalismi…

Come la destra nazionalista israeliana ha fatto il gioco di Hamas: le intuizioni di Charles Enderlin
Intervista di Vincent Remy a Charles Enderlin - Pubblicata l'11 ottobre 2023

Per quasi mezzo secolo - a Gerusalemme - prima per una radio israeliana, poi per France 2, ha raccontato il conflitto israelo-palestinese. E in numerosi libri ne ha anche analizzato ogni episodio. Charles Enderlin ha appena pubblicato "Israel, the Agony of a Democracy", l'ultimo piccolo libro nel quale interviene sul pericolo che per il paese rappresenta il nuovo governo messianico e razzista di Benjamin Netanyahu. Simultaneamente, Enderlin ha continuato a mettere ripetutamente in guardia rispetto a quello che è l'autocompiacimento che la destra nazionalista israeliana ha nei confronti di Hamas, la cui comparsa ha finito per cancellare "la questione palestinese". Che ora è riemersa a Gaza in un parossismo di violenza...

Come possiamo descrivere quello che è successo questo fine settimana intorno a Gaza?

Non riesco a capire come alcuni commentatori abbiano potuto paragonare alla guerra arabo-israeliana del 1973 questo massacro, anche se di certo ha colto di sorpresa Israele e ha rappresentato una grande minaccia per lo Stato. Ma nel 1973  non venne colpito nessun civile israeliano, non venne bombardata nessuna comunità israeliana. Lì, l'esercito combatteva e il governo manovrava. Allora, l'energia elettrica mancò per quarantotto ore. Nessuno apparve in televisione. Per la prima volta dalla creazione di Israele nel 1948, ci furono delle piccole comunità israeliane - ventidue in tutto - che dalle 7 del mattino vennero occupate, i loro residenti massacrati e i primi soldati, intervenuti per cercare di salvare i sopravvissuti, arrivarono solo intorno alle 5 del pomeriggio. Questo invece è un evento che non è in alcun modo paragonabile a tutte le guerre che fin ora ha vissuto Israele. Il più grande massacro di ebrei dai tempi dell'Olocausto. Ci sono milleduecento cadaveri, e migliaia di persone non sanno dove si trovano i loro cari. Due kibbutz sono stati cancellati dalle mappe. Indiscutibilmente, si tratta dell'evento più traumatico nella storia di Israele.

Negli ultimi due anni Gaza è sembrata "calma"?

Non bisogna mai dimenticare la storia! Alla fine della guerra arabo-israeliana del 1948, la Striscia di Gaza, dove si erano rifugiati 170.000 abitanti dei villaggi palestinesi, venne occupata dall'Egitto, che amministrò il territorio occupando Gaza fino alla vittoria degli israeliani nel 1967. A quel tempo, a Gaza, i comunisti del FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) erano la maggioranza a Gaza. Nei bar si poteva andare a bere una birra, c'era anche un cinema. Per gli israeliani, il nemico era la sinistra palestinese, che poteva compiere attentati. Allora, erano questi quelli che doveva combattere. Poi, il governatore israeliano ha ricevuto uno sceicco tetraplegico e ipovedente, Ahmed Yassin, che voleva impegnarsi nel sociale. Per vent'anni, a Gaza, gli israeliani hanno sostenuto l'Islam radicale, rappresentato dalla "Unione Islamica", anche se si trattava del ramo più estremista dei Fratelli Musulmani. E questo fino all'agosto del 1988, quando gli israeliani scoprirono che lo statuto del movimento creato da Yassin - Hamas - prevedeva la distruzione di Israele.

Tuttavia, nel 2005  gli israeliani si sono ritirati da Gaza. Per quale motivo?

A volere questo ritiro, è stato Ariel Sharon, con una nuova strategia. L'idea era quella di lasciare l'enclave ad Hamas. Era convinto che non ci sarebbe mai stato un accordo su uno Stato palestinese. Il ritiro avviene senza che ci sia stato alcun coordinamento con l'Autorità Autonoma Palestinese; la quale non era autorizzata a schierare un battaglione di polizia aggiuntivo. Tuttavia, l'intelligence militare israeliana aveva avvertito circa il fatto che, senza rinforzi, Fatah e la polizia di Mahmoud Abbas non sarebbero stati in grado di affrontare Hamas. Nel giugno del 2007, l'organizzazione islamista è entrata in azione. I funzionari dell'Autorità autonoma vengono espulsi. Le caserme della polizia prese d'assalto. Ci sono stati 110 morti, 550 feriti, la maggior parte dei quali militanti di Fatah, e l'esercito israeliano non interviene a fianco del suo alleato, la polizia di Mahmoud Abbas. Due anni dopo, Benjamin Netanyahu ha ripreso e fatto sua quella che era la strategia di Sharon: indebolire l'Autorità Autonoma e l'OLP. Non venne raggiunto alcun accordo politico con Mahmoud Abbas, che rimase impotente di fronte all'espansione degli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Così, Netanyahu mantiene il blocco di Gaza, ma però permette al Qatar di finanziare Hamas. Regolarmente, c'è un emissario del Qatar che arriva all'aeroporto Ben Gurion con valigie piene di contanti. La polizia israeliana lo scorta al valico di frontiera di Erez, dove il denaro viene consegnato ad Hamas. Con 15.000 autorizzazioni ai lavoratori di Gaza che possono uscire dalla striscia ogni giorno,negli ultimi due anni sembra che la pace regni  sull'enclave.

Cosa cambia nel dicembre 2022, con l'ascesa al potere dell'estrema destra?

In quest'ultimo governo Netanyahu - il quale include ultra-ortodossi e sionisti religiosi - ci sono dei veri e propri razzisti. come il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, seguace del rabbino Kahane. La loro unica ossessione è la conquista territoriale totale della Cisgiordania. Bezalel Smotrich, leader del Partito Sionista Religioso, è ministro delle finanze e vice ministro della difesa, responsabile dell'amministrazione civile in Cisgiordania. Dall'inizio dell'anno, la violenza è aumentata, e i coloni hanno regnato con il terrore. A febbraio, dopo l'uccisione di due coloni vicino a Nablus, circa ci sono stati 100 di loro che hanno circondato il villaggio palestinese di Huwara, hanno bruciato e devastato le case, e sparato sugli abitanti, compiendo quello che un generale israeliano ha definito un vero e proprio pogrom. Galvanizzati dai loro ministri di estrema destra, i coloni stanno ora andando fuori controllo. Di conseguenza, l'esercito ha inviato un gran numero di unità, liberando la periferia di Gaza. Ma - guarda un po' - Gaza era ingannevolmente tranquilla, e Hamas non era più il simpatico movimento religioso con cui Israele ha avuto a che fare per decenni.

In concreto, in che modo il governo l'ha sostenuta?

Israele ha lasciato che accadesse. Certo, quando i razzi sono stati lanciati nel suo territorio, ha reagito. Ma il blocco di Gaza non aveva affatto lo scopo di rovesciare Hamas. In diverse occasioni, l'IDF sapeva dove si trovavano i suoi leader politici e militari, ma in nessun momento gli è stato ordinato di liquidarli. Nel 2009 ho pubblicato il mio libro "La Grande Cecità. Israele e l'inarrestabile ascesa dell'Islam radicale" – poi ho fatto lo stesso nel 2013 con "In the Name of the Temple. Israele e l'inarrestabile ascesa del messianismo ebraico". Ho sempre cercato di spiegare al pubblico francese cosa stava succedendo in Medio Oriente. Ma da quasi un anno noto che in Francia c'è una vera e propria omertà riguardo l'ascesa al potere dell'estrema destra israeliana religiosa, messianica, razzista e omofoba. No si è ho visto un solo servizio giornalistico su quelle che sono state le gigantesche proteste settimanali a Tel Aviv contro la riforma giudiziaria di Netanyahu, che minaccia la democrazia israeliana. In Francia, si protesta quando si sente pronunciare la parola apartheid a proposito di ciò che sta accadendo in Cisgiordania. Eppure, in Israele, è l'ex capo del Mossad, Tamir Pardo, a pronunciare la parola apartheid, e nessuno lo accusa di essere antisemita. Oggi è la sinistra, quella che è scesa in piazza contro il governo di estrema destra di Netanyahu, che si sta mobilitando e sta compensando le carenze di questo governo. Le ONG e i riservisti dell'esercito, vedendo che il governo non sta aiutando i profughi dell'area di Gaza, stanno raccogliendo vestiti. E sapete su cosa questo governo avrebbe dovuto votare questa settimana in parlamento? Sull'esonero totale dal servizio militare per i giovani studenti delle scuole ultraortodosse. La loro borsa di studio, supera la paga dei soldati del contingente che indossa l'uniforme e rischia la vita. Contro un regime razzista, discriminatorio, ingiusto, che sta trascinando il popolo israeliano verso il disastro, la lotta deve essere radicale. Infine, va detto, che chiunque abbia sostenuto la politica di insediamento di Netanyahu, in realtà stava sostenendo il rafforzamento di Hamas.

Intervista di Vincent Remy a Charles Enderlin - Pubblicata l'11 ottobre 2023 -

Fonte: Telerama

La vita e la morte sotto il capitalismo…

La Guerra Contro Gli Ebrei
Perché nella crisi economica l'opinione pubblica si volge contro Israele

di Robert Kurz

Le reazioni politiche alla guerra di Gaza mostrano che quanto più critica è la situazione militare di Israele minore è il numero dei suoi amici. Avviene uno slittamento tettonico nei rapporti di forza. Da sempre il Medio Oriente è stato il palcoscenico non di conflitti limitati agli interessi regionali, ma di un conflitto per procura paradigmatico e con una forte carica ideologica. Nell'epoca della Guerra Fredda, il conflitto tra Israele e Palestina era visto come il paradigma dell'antagonismo tra un imperialismo occidentale capeggiato dagli USA e un campo "anti-imperialista", la cui leadership era disputata dall'Unione Sovietica e dalla Cina. Da entrambi i lati la propaganda ignorava in quella circostanza il duplice carattere dello Stato di Israele che, da un lato, è un normale paese moderno nel quadro del mercato mondiale, dall'altro, però, costituisce la risposta degli ebrei all'ideologia di esclusione eliminatoria dell'antisemitismo europeo e soprattutto tedesco. Israele è stata sussunta a una costellazione politica mondiale dalla quale non si è mai staccata.

Dopo il collasso del socialismo di Stato e dei "movimenti di liberazione nazionale", che avevano formulato un programma di "sviluppo in ritardo" con base nel mercato mondiale, la natura del conflitto per procura si è modificata profondamente. Nel Medio Oriente e non solo, al posto dei secolari regimi “sviluppisti” è emerso il cosiddetto islamismo, che solo in apparenza si presenta come movimento religioso tradizionale. In realtà si tratta di un'ideologia di crisi culturalista postmoderna da parte delle élite, da tempo occidentalizzate, dei paesi islamici, le quali rappresentano il potenziale autoritario della postmodernità e assorbono l'antisemitismo europeo totalmente non-islamico. In questa regione, i segmenti del capitale che sono crollati sul mercato mondiale hanno dichiarato guerra agli ebrei come combattimento paradigmatico contro il dominio occidentale. Inversamente, l'imperialismo di crisi occidentale, con gli Usa alla testa, ha trasformato l'islamismo nel nuovo nemico principale, dopo averlo allattato e rifornito di armi durante la Guerra Fredda.

Questa nuova costellazione ha portato a confusioni ideologiche di una dimensione mai immaginata. Il neoliberismo, con la sua guerra per l’ordine mondiale contro gli “stati falliti” nelle regioni provate dalla crisi e nel medio oriente sembrava identificarsi con Israele. Da allora, nel mondo intero correnti neofasciste si sono allineate con la "lotta di resistenza" islamica antisemita, nonostante allo stesso tempo fomentassero sentimenti razzisti nei confronti degli immigrati provenienti dai paesi islamici. Inoltre, una larga parte della sinistra globale ha cominciato a trasferire la glorificazione del vecchio “anti-imperialismo” ai movimenti e regimi islamici. Ciò si può definire unicamente come abbandono, poiché l'islamismo è contro tutto quello che la sinistra ha sempre difeso; esso perseguita senza pietà qualsiasi forma di pensiero marxista con la repressione e la tortura, punisce l'omosessualità con la pena di morte e tratta le donne come esseri umani di seconda classe. Tuttavia la responsabilità di ciò non deve essere attribuita a nessuna religione tradizionale; piuttosto, è il risultato del patriarcato capitalista in crisi, che in modi differenti si rende visibile anche in Occidente. La diabolica alleanza tra il caudillismo "socialista" di Hugo Chávez e l'islamismo rappresenta solo la ratificazione di questa decadenza ideologica sul piano della politica mondiale, senza alcuna prospettiva emancipatrice. Dopo il recente crash finanziario senza precedenti dell'autunno 2008 la costellazione mondiale gira ancora una volta. Adesso diviene chiaro che il collasso del socialismo di stato e dei regimi di sviluppo nazionale furono solo il preannuncio di una più grossa crisi dei mercati mondiali. Il neoliberismo è andato in rovina e le guerre dell'ordine mondiale capitalistico non possono più essere finanziate. In questa situazione diventa chiaro che Israele era nulla più che una pedina nella scacchiera dell'imperialismo di crisi globale. Già l’amministrazione Bush aveva finito per considerare inoffensivo il programma iraniano di armamento atomico. Gli interessi degli USA e di Israele si vanno separando: Obama non dispone più di un qualche margine di manovra politico-militare. La guerra islamica contro gli ebrei è accettata come inevitabile. Per questo i lanci di missili di Hamas sulla popolazione civile israeliana paiono insignificanti; l'opinione pubblica globale prevalente indica il contro-attacco israeliano come "sproporzionato". I palestinesi a Gaza sono equiparati a vittime con Hamas, come se questo regime non avesse imposto una sanguinosa guerra civile contro la laica Al Fatah.

Così la propaganda islamica del massacro della popolazione civile cade su un terreno fertile. Infatti, Hamas - esattamente come gli Hezbollah libanesi nel 2006 – ha preso le popolazioni in ostaggio, ha trasformato le moschee in depositi di armi e i quadri armati hanno lasciato che si facesse fuoco da ospedali e scuole. L'opinione pubblica mondiale non dà importanza a questo, poiché ormai riconosce Hamas come "forza d'ordine" nel mezzo della crisi sociale. Per questo il pragmatismo capitalista si volge sempre di più contro l'autodifesa israeliana, come si può osservare perfino nella stampa borghese liberale. Questo è attualmente il segreto della svolta neo-statale di fronte alla caduta dell'economia globale: le masse depauperate devono essere pacificate autoritariamente, e a questo scopo persino l'islamismo è nel giusto, tanto più se formalmente legittimato con la democrazia. La stessa sinistra, che non ha più obiettivi socialisti e si gloria della postmoderna "perdita di certezze", corre il rischio di essere assorbita dall'amministrazione autoritaria di crisi e come suo fiancheggiamento ideologico accettando l'inevitabilità della guerra islamica contro gli ebrei. Il conflitto per procura ha raggiunto una dimensione sociale sul piano globale. Contro il mainstream ideologico si deve osservare che l'eliminazione di Hamas e di Hezbollah è condizione elementare non solo di una pace capitalista precaria in Palestina, ma anche di un miglioramento delle condizioni sociali. Se le chances per questo sono cattive, sono buone per la disgregazione della società mondiale nell’imbarbarimento.

- Robert Kurz - Pubblicato in Folha de S. Paulo, 11.01.2009.

traduzione di:  http://ozioproduttivo.blogspot.it

già pubblicato sul blog il 18/11/2012