domenica 20 agosto 2023

Lavoro a vita !!

Lavorare per tutta la vita?
- di Robert Kurz -

Quanto, e fino a che punto la riproduzione capitalistica della società sia malata, lo si può vedere a partire da quelli che appaiono come due imperativi diametralmente opposti. Il primo, quello che recita che "noi" dobbiamo essere sempre di più, mentre che, allo stesso tempo, il secondo sostiene che bisogna che "noi" dobbiamo essere sempre meno. Sempre di più, perché sennò chi altri pagherà mai le pensioni dei vecchi malvagi? E sempre meno, perché da dove potranno mai provenire tutti quei posti di lavoro che servono per una nuova generazione di boomer, in quelle che oggi appaiono come le condizioni della terza rivoluzione industriale e della globalizzazione?

Pensioni e mercato del lavoro si trovano in un'opposizione assolutamente inconciliabile. Ormai, è da tempo, che questa argomentazione-schizoide è entrata a far parte della coscienza delle masse. Mentre le coppie eterosessuali senza figli vengono persino prese in giro dai vicini, dal momento che non lasciano alcuna prole obbligata a contribuire alla previdenza sociale, come avveniva un tempo. Simultaneamente, vediamo anche che i genitori sono amareggiati poiché oramai i loro figli non riescono più a trovare nemmanco un posto da apprendista - e questo nemmeno in un lavoro non qualificato – costretti pertanto a crescere in un futuro precario. La base del lavoro produttivo delle imprese, si dissolve, allo stesso tempo in cui si allarga sempre più la massa dei beneficiari di sussidi e contributi; cosa che non può funzionare, e che in tal modo evidenzia la contraddizione interna del modo di vita e di produzione capitalistico.

Il primo passo da compiere verso la quadratura del cerchio politico-sociale, consiste nell'innalzamento dell'età pensionabile - per ora a 67 anni e quanto prima a 70 - come aveva già preannunciato il discorso neoliberista. Una simile grandiosa soluzione, da tempo oggetto di trattative, viene ora messa in atto grazie agli accordi della grande coalizione, e questo nonostante i mal di pancia dei socialdemocratici. Cosa che, in realtà, non è mai stato tuttavia un motivo di impedimento, dal momento che la socialdemocrazia vive dei suoi mal di pancia. Il fatto che una società con la più alta produttività della storia mondiale, abbia legato gli anziani alla produzione più a lungo di quanto sia stato fatto nel Medioevo, non indigna più quasi nessuno. La gente si è abituata ai paradossi di questo che è il migliore dei mondi. E in ogni caso, si tratta solo di un modo di rimandare il problema, dato che è questa stessa produttività a rendere oggi il lavoro largamente superfluo, allo stesso tempo in cui, malgrado ciò, continuano a dire che a mangiare dev'essere soltanto chi lavora. Di modo che così, in preda alla disperazione, i pensionati impegnati nel prolungamento del gioco - così facendo - naturalmente bloccheranno per la generazione successiva quelli che sono i posti di lavoro già scarsi.

L'amministrazione della crisi, si limita solamente a tappare dei buchi, in modo che così se ne possano aprire degli altri. E in tal modo, il pragmatismo politico si traduce nell'assurdo. Ufficialmente, le associazioni degli imprenditori esprimono quel che è il loro consenso consapevole e responsabile. In realtà, però, per ragioni di costo e di efficienza, le aziende non intendono in alcun modo formare, o assumere persone che abbiano più di 40 anni. A essere richiesti, sono i famigerati campioni olimpici di dinamismo e di alta motivazione, di circa 25 anni di età  e con una laurea e un'esperienza professionale. Da dove essi provengano e chi paghi la loro formazione, be’ questo è un problema della società, non certo degli imprenditori. Un simile atteggiamento esigente, dovrebbe poter essere ancora consentito soltanto in un mercato del lavoro globalizzato e con un’abbondanza di offerta.

Gli anziani, costretti in maniera coercitiva a produrre, sono solo dei modelli di fine carriera e dei pesi morti: obiettivi da abbattere il prima possibile. In realtà, quello a cui assistiamo è un conflitto di interessi tra l'amministrazione della crisi sociale e la razionalità dell'economia imprenditoriale. Fino a poco tempo fa, gli «escrementi umani della produzione», nella loro variante di lusso, venivano esonerati attraverso delle riforme che anticipavano il prepensionamento; contemporaneamente, però, sono stati poi anche trasformati in una variante della miseria, attraverso i licenziamenti causati dalla chiusura delle aziende per poi essere ricollocati con destinazione Harz-IV. Cosa questa, che senza dubbio continuerà a causa della dislocazione della produzione nell'Europa dell'Est o in Cina. In modo che così verranno eliminate non solo le pedine - cosa che era stata decisiva durante il miracolo economico - ma anche i costosissimi campioni olimpici nazionali di cui si diceva prima. In generale, l'Eldorado del capitalismo si trova a est. Lì, ci sono a disposizione squadre di uomini e donne altamente motivati, giovani e a basso costo, nello stesso momento in cui l'aspettativa di vita si abbassa drasticamente, e i vecchi vengono cacciati senza alcun lamento. Si tratta di un modello per il futuro.

L'innalzamento dell'età pensionabile, può essere considerato un programma di transizione. Allorché occorre che i vecchi vengano costretti a rimanere nel processo di produzione, ecco che avviene che questi rimangono esposti al ricatto del loro lavoro visto come servizio; e così a una permanente manipolazione. Nessuno può resistere per molto tempo, se non ha un corpo che sia in forma. E a occuparsi del resto, ci pensa l'assistenza sanitaria di seconda classe. Il discorso secondo cui «morire il prima possibile è socialmente compatibile» - che si è lasciato sfuggire un presidente dell'associazione dei medici - è un segno dei tempi. Il fine vita verrà anticipato, e verrà dislocato nel periodo durante il quale si svolge la propria attività professionale. Non ci saranno più pensionati edonisti, bensì soldati della valorizzazione, i quali, in un certo qual modo, morranno con ancora gli stivali ai piedi. Cosa può esserci di più bello per un tedesco? In tal modo, viene risolto il dilemma sociale, quanto meno per quel che riguarda l'amministrazione statale della crisi. Da questa situazione, le giovani generazioni non guadagneranno nulla, dal momento che sarà proprio a causa di tutto questo che i loro potenziali posti di lavoro verranno razionalizzati ulteriormente, e saranno sempre meno; al contrario, gli occupanti dei vecchi posti di lavoro fordisti si troveranno a essere condannati a lavorare "a vita". Eccola, la giustizia capitalista.

- Robert Kurz - originalmente pubblicato Sul settimanale "Freitag", Berlino, 4.11.2005 -

«Letteratura dimenticata» !!

Durante una sosta nel porto di Anversa, il marinaio americano Gerard Gale perde la sua nave e rimane sprovvisto di tutto, compresi i documenti, ritrovandosi incastrato negli ingranaggi infernali della burocrazia. Da un giorno all’altro diviene un vagabondo, un clandestino metafisico espulso da una frontiera all’altra. Per sua grande sfortuna, riesce a salire a bordo di una nave da carico… che si rivelerà essere una NAVE FANTASMA…

ROMANZO CULT di B. Traven dal tono kafkiano da commedia dell’assurdo, La Nave Morta, pubblicato per la prima volta nel 1926, è una denuncia politica del Capitalismo nei suoi oppressivi dispositivi, che la NAVE FANTASMA, come una grande metafora, rappresenta.

(dal risvolto di copertina di: B.Traven, La nave morta. WoM. Traduzione di Matteo Pinna, pp. 250 €20,90)

Una nave carica di segreti
- di Piero Melati -

Di sicuro, c'è solo che è morto, presumibilmente nel 1969 in Messico. E che ha scritto dodici romanzi, diversi racconti, un volume di reportage. Dal libro del 1927, Il tesoro della Sierra Madre, John Huston ha tratto nel 1948 il film con Humphrey Bogart che valse tre Oscar. Non un autore di secondo piano, dunque. Ma quanto a chi si celasse dietro lo pseudonimo di Bruno Traven, il buio è completo. Una lotta irriducibile, al fine di mantenere l'anonimato, gli è valsa di volta in volta l'identità di un anarchico tesesco (Ret Marut), di un sindacalista polacco (Otto Fiegel), del suo agente letterario (Hal Croves), della sua traduttrice (Esperanza Lòpez Mateos), del di lei fratello e futuro presidente del Messico (Adolfo Lòpez Mateos), di un politico comunista (Linn Gale), di un fotografo (Berick Traven Torsvan), fino alle ipotesi di essere il figlio illegittimo dell'imperatore tedesco Guglielmo II, un collettivo editoriale oppure gli scrittori Ambrose Bierce e Jack London. Ora la casa editrice WoM - specializzata in "letteratura dimenticata, fuori catalogo e inedita" - ripropone il suo primo (o secondo) romanzo, La nave morta. E qui Traven svela, se non l'identità, almeno il mistero di sé stesso.

Pubblicato in lingua tedesca nel 1926, rielaborato in inglese nel '34, ora tradotto da Matteo Pinna con l'intento di restituire al testo l'hemingwayano "stile orale", La nave morta conferma anzitutto i punti cardinali stabiliti nel risvolto di copertina: una "commedia infernale" (che però a Céline preferisce Rabelais), virata in chiave "burlesque" (canzoni, balletti, caricature, spogliarelli), intinta nell'animo disincantato di un "apolide metafisico" (definizione prestata da Emil Cioran). Quest'ultimo passaggio è cruciale: il libro inizia con un melvilliano Ismaele che si imbarca nella "Tuscalosa" per portare un carico di cotone da New Orleans ad Anversa. Ma già al secondo capitolo si perde la nave. Nessuna avventura alla Moby Dick, all'alba dell'Antropocene, è più possibile. «Persino... il più grande autore di storie di mare di tutti i tempi sapeva scrivere bene solo di capitani coraggiosi», nota Traven, con una frecciata a Kipling e al "misticismo" letterario dell'avventura.

E invece, cosa accade? Che Kafka viene buttato giù dall'empireo simbolistico in cui ha ambientato il totalitarismo burocratico ne Il processo e Il castello, per riportarne intatta la carica devastante nella vita di ogni giorno. Con minuzia certosina, da Anversa a Rotterdam, da Parigi a Tolosa, da Siviglia a Barcellona, altrettante tappe di una quotidiana Odissea, viene descritto cosa capita a un essere umano che ha smarrito ogni documento e, e con esso, ogni verificabile identità. «Perché lei è qui?» lo interrogano le autorità. «La parola Perché, con quel punto interrogativo, è la causa - ne sono certo - di tutta la cultura, la civiltà, tutto il progresso e la scienza. Questa parola Perché? ha cambiato e tornerà a cambiare ogni sistema con cui l'umanità vive e prospera: porrà fine alla guerra e riporterà guerra; porterà al comunismo e distruggerà il comunismo; creerà dittatori e despoti e li detronizzerà; dara vita a nuove religioni e le riporterà allo stadio di superstizioni; farà di una nebulosa il centro vero e spirituale dell'universo e riporterà quella medesima nebulosa ad un granello insignificante nel superuniverso». A furia di essere riportato alle frontiere, finire in galera e rischiare di essere impiccato (tutti elementi autobiografici) lo scrittore farà alla fine una scelta radicale: «La mia vita è affar mio e la voglio tenere per me» scriverà al suo editore tedesco che gli chiedeva un curriculum.

Ma poi si torna in mare. E qui decolla una seconda Odissea, a bordo della "Yorrike" e della sua "stiva degli orrori", dove si viene condannati per motivi economici e - come nella burocrazia - da un potere divenuto impersonale. Presto quel naviglio si trasformerà in un nuovo simbolo di balena bianca: «Il suo capitano non lo sospettava, ma era più intelligente di lui...». La "Yorrike" diventerà l'ambigua e infine amata metafora di ogni bastimento: «Quando un vecchio marinaio inizia un racconto... la nave si quieta per non perderne una sillaba. Ho visto navi da ridacchiare pomeriggi interi, quando i marinai raccontavano storie da bucanieri... e le ho viste piangere quando si raccontavano storie da marinai coraggiosi annegati... e una volta l'ho sentita singhiozzare amaramente alla notizia che sarebbe stata affondata. Quella nave che singhiozzava in maniera tanto straziante non fece più ritorno... Supponiamo che l'equipaggio si ammutini: la nave si unisce immediatamente a loro e il capitano non può farci nulla. Quello è un dato di fatto; strano, forse, ma è così». Mai, in nessuna storia di mare, nave fu più viva di questa "nave morta" di B.Traven.

- Piero Melati - Pubblicato su Robinson del 13/5/2023 -

sabato 19 agosto 2023

Finnegan, la signora F e i correttori di bozze ??!!

Nel suo "Un ottimista in America" (1959-1960), Italo Calvino racconta della sua visita a una famiglia, a Washington D.C.; la famiglia di "F", un professore universitario sposato con due figlie. La pace della casa è animata, scrive Calvino, da «un ardore intenso e comunicativo»: il culto della letteratura. La moglie, nel 1920, dopo l'università, aveva trascorso del tempo a Parigi e ne era stata rapita; e una volta tornata in patria, si metta a tradurre i poeti francesi, «quelli più permeati dalle invenzioni verbali, dalla concentrazione dei significati». Il suo più grande piacere, tuttavia, abita in Finnegans Wake di James Joyce. (Curioso, l'errore di ortografia nello scrivere del libro di James Joyce, "Finnegans Wake", che appare come "Finnegan's Wake"; laddove invece Joyce aveva deliberatamente rimosso il segno diacritico dall'apostrofo, facendolo al fine di suggerire un processo attivo, una molteplicità di identità condensate nell'entità "Finnegan"). Nella sua casa - continua Calvino - la signora F organizza un gruppo di lettura femminile sulla... "Wake": ma dove la donna irlandese fornisce un resoconto del folklore, ecco che invece quella cattolica cattura tutte le allusioni ai dogmi della Chiesa. Dove quella formata nella storia delle religioni trova allegorie mitologiche, la signora F invece dà conto degli elementi autobiografici.

fonte: Um túnel no fim da luz

Interdipendenti !!

Reazione a catena post-nazionale
- di Robert Kurz -

Nel capitalismo, a essere socializzate non sono le persone, ma le cose morte: il denaro e le merci. Ed è per questo che la percezione del mondo si limita al singolo: all’individuo, alla singola impresa, al singolo Stato. Allo stesso modo, in maniera analoga, anche la nostra coscienza del tempo si trova a essere atomizzata. Tutto quel che conta è il presente. Tutto il resto, è solamente ; come dire, «dopo di noi, il diluvio!» Non si pensa secondo quella che è la nostra epoca, ma piuttosto all'orizzonte temporale del "Telegiornale". Certo, è vero che siamo consapevoli del fatto che in qualche modo esiste un contesto globale complesso, soprattutto economico. Ma quanto più parliamo di "reti", ecco che allora i fatti ci appaiono ancor di più come se fossero isolati. La globalizzazione? Va bene, ma non si tratta di un argomento ormai vecchio?

Da quando gli Stati hanno dovuto ricorrere a dei loro pacchetti di salvataggio, a tutti piace tornare a usare nuovamente le lenti nazionali. Il fatto che il fallimento di Lehman Brothers (che cos'è stato?!!??) abbia provocato una reazione a catena, che per un attimo ci ha fatto vedere che cosa fosse la rete globale dei prestiti in sofferenza, viene ora considerato come se si fosse trattato dell'eccesso di qualsivoglia mercato finanziario senza patria. Ci piace pensare a un mondo fatto di economie altamente patriottiche, in modo da poterci così trovare sotto l'ombrello protettivo del governo, e tra le quattro mura di casa. In realtà, quegli stessi flussi transnazionali di merci e di denaro, quegli stessi squilibri globali e quegli stessi circuiti di deficit continuano tutti a essere sovvenzionati esattamente proprio come prima; solo che ora sono finanziati dal credito pubblico, invece che da bolle finanziarie commerciali. E anche gli stessi fondi pubblici sono tutt'altro che nazionali. Il capitalismo continua a essere considerato indistruttibile, e si preferisce rimuovere la nuova globalizzazione qualitativa, in modo che così la questione possa sembrare essere solo quella di vedere chi sale o chi scende, tra le grandi aziende, o di vedere chi sono i vincitori e quali invece i perdenti nazionali.

La Cina - come potenza economica e politica mondiale - sostituirà gli Stati Uniti? Questa "grande narrazione" mediatica è del tutto cieca rispetto alla realtà, dal momento che noi non viviamo più in quello che era un secolo di imperi nazionali indipendenti. Le eccedenze delle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti - le quali aumentano sempre più di mese in mese - vengono finanziate attraverso l'inondazione di denaro proveniente dalla Federal Reserve statunitense. Mentre, al contrario, i cinesi alimentano la loro crescita interna promossa dallo Stato per mezzo delle loro astronomiche riserve di valuta estera; principalmente dollari. L'interdipendenza è a un punto tale che se uno inciampa, anche l'altro va a picco. La loro contraddittoria e inconsistente relazione non può essere in alcun modo controllata, né individualmente né di concerto.

Intanto, in Europa, è come se le crisi del debito della Grecia e degli altri vacillanti candidati fossero solo problemi interni che possono essere affrontati attraverso gli sforzi nazionali di risparmio. In realtà, i deficit dell'UE costituiscono l'opposto delle eccedenze di esportazione della Germania. Se l'economia tedesca dovesse concentrarsi sul mercato interno, crollerebbe immediatamente. Finora, le misure draconiane di austerità nell'Europa meridionale e orientale, e anche in Gran Bretagna, sono state in gran parte solo parole. Se si realizzeranno appieno, allora diverrebbe prevedibile una recessione europea con implicazioni globali. E se la Grecia andrà in bancarotta, proprio perché risparmia fino a scoppiare, ci si meraviglierà di come ovunque siano stati immagazzinati i titoli di Stato greci. Il caso non è molto diverso da quello dei certificati di Lehman Brothers, e lo stesso si può dire per i cattivi titoli pubblici in circolazione. Il capitale è internazionale in tutte le sue forme. Se le proteste contro i programmi antisociali di gestione della crisi si limitano a invocare strettamente l'indipendenza nazionale, non possono che causare ulteriori problemi.

- Robert Kurz - Pubblicato il 27/6/2011 Su “Neues Deutschland” -

L’ombra sulla nostra testa…

L'invasione del Niger potrebbe essere un fattore di instabilità globale
- di Pedro Arlindenor -

Se le preoccupazioni per il futuro dell'umanità - preoccupazioni che tutti abbiamo e che sono diventate più forti con gli scontri militari in Ucraina - non fossero sufficienti, ora stiamo per amplificare il nostro senso di insicurezza a causa della crescente instabilità nel continente africano. Le recenti minacce di invasione del territorio del Niger nell'Africa centrale possono essere l'innesco per l'espansione del confronto militare tra le grandi potenze mondiali; e questo di certo ci preoccupa immensamente. È chiaro che attualmente è in corso un processo di guerre locali di riorganizzazione mondiale, un processo di movimento e di tentativi di consolidare le zone di influenza dei paesi imperialisti. In questo processo di riorganizzazione mondiale, le alleanze si rompono e nuove alleanze emergono. Paesi che fino ad allora si proclamavano pacifisti, ora si lanciano nella competizione agli armamenti e si moltiplicano le loro forze armate e l'industria bellica. Questo è il caso del Giappone e della Germania, ad esempio, i quali in virtù dei trattati della fine della seconda guerra hanno mantenuto forze armate solo residue, e oggi sono in procinto di espandere il loro potere militare. È chiaro che la Nuova Cina - che si presenta come una superpotenza nuova di zecca - e la Russia post-sovietica si muovono sul globo in quanto potenze militari, con interessi globali. Ex imperi che fino a poco fa pensavamo ormai morti, oggi riappaiono sulla scena mondiale; come la Turchia, che sogna di ristabilire le sue ex zone di influenza, provenienti dall'estinto impero ottomano, e come l'India, alla ricerca di un protagonismo mondiale. Per non parlare della situazione esplosiva che continua a esserci in Medio Oriente, e dell'escalation militare in cui si continuano a confrontare l'Iran, l'Arabia Saudita e lo Stato di Israele. Pertanto, vediamo così che l'imperialismo americano e i suoi alleati raggruppati nella comunità europea stanno avanzando sulle ex zone di influenza della defunta Unione Sovietica, e come una tale mossa alla fine abbia portato alla guerra in corso in Ucraina. È quindi ben visibile come il vecchio equilibrio di un mondo bipolare che esisteva nel periodo della Guerra Fredda abbia oggi cessato di esistere, lasciando il posto a un mondo multipolare, dove i pezzi devono essere adattati ai nuovi luoghi. Il mondo dominato dal modo di produzione capitalista è instabile, e minaccia l'umanità facendo incombere sulle nostre teste l'ombra delle immense testate nucleari che appartengono agli arsenali di tutti questi paesi.

In un simile contesto, il recente colpo di stato militare in Niger, e le mutevoli alleanze della giunta militare che ha preso il potere, alla fine hanno provocato una reazione immediata da parte dell'imperialismo francese. Notiamo qui come la Francia abbia in quel paese degli importanti interessi commerciali, in particolare quello di controllare l'estrazione e la commercializzazione dell'uranio - un combustibile strategico per le sue centrali nucleari - e come da questo derivi la sua reazione, proporzionale alle perdite che potrebbe avere a causa delle recenti decisioni della giunta militare trinceratasi al potere. I suoi alleati nel continente - paesi come Nigeria, Benin, Togo, Ghana, Costa d'Avorio, Liberia, Sierra Leone e Senegal, che mantengono governi filo-occidentali - ora minacciano di invadere il Niger; e questo apre il sipario su una guerra che può senza dubbio trasformarsi in un altro conflitto per procura tra NATO e Russia, ma questa volta nel continente africano.

L'escalation militare che è già in atto in Europa con la guerra in Ucraina, e che sta per esplodere con l'imminente invasione di Taiwan da parte della Cina in Oriente, minaccia ora anche la stabilità dei paesi africani, e potrebbe precipitare il mondo in quella che non sarebbe più solamente l'ipotesi di un olocausto nucleare. È urgente quindi che tutti noi si sia consapevoli del fatto che una situazione così pericolosa è causata esclusivamente dagli interessi finanziari di un mondo governato dal movimento del capitalismo.  A partire da un'ottica che conosciamo, e che si basa sulla necessità di un profitto incessante oltre che sul controllo totale di alcuni paesi sugli altri. Oggi, il capitalismo è perciò il principale nemico dell'umanità! La sua logica predatoria sta distruggendo quella natura che ospita sia noi che tutti gli altri esseri viventi che qui abitano. E questa logica spinge i paesi a guerre fratricide, nelle quali, a causa dell'esistenza di arsenali nucleari, possono distruggere la vita stessa sul pianeta. Basta una scintilla per incendiare un'intera prateria. E questa scintilla potrebbe essere un'invasione in Niger, un'invasione di Taiwan, o anche la guerra che è in corso in Ucraina.

Contro una tale logica, solo un movimento mondiale di esseri umani è in grado di riuscire a  fermare una traiettoria di distruzione così folle. E ciò è possibile e dipende esclusivamente dal nostro atteggiamento. La lotta per la pace, per la fine del capitalismo e per una nuova forma di relazione tra gli esseri umani diventa indispensabile. Dobbiamo partecipare con tutte le nostre forze a tutte le iniziative che sorgono contro il capitalismo: sia nelle lotte ecologiche, sia nella lotta per la pace e contro la violenza, sia a quelle per i diritti dei cittadini contro lo Stato, così come a quelle per la dignità della specie umana e contro il razzismo, contro il dominio patriarcale della società, e per la libertà di culto e di religione. Queste lotte hanno grande importanza, e nella misura in cui vengono innescate e dirette con l'obiettivo finale di superare la società capitalista, esse possono allora fermare sia quello che è il processo in corso di implementazione della barbarie, che l'imminenza di una guerra nucleare. Per essere effettivamente determinanti, tutte le lotte sociali in atto devono pertanto avere un carattere anticapitalista . La minaccia più grande consiste nella perpetuazione del capitalismo. Dobbiamo sbarazzarcene!

- Pedro Arlindenor - Serra da Mantiqueira, agosto 2023 -

venerdì 18 agosto 2023

Piccola e Brutta !!

« (...) Tanto lo storicismo quanto il materialismo storico tentano di formulare un "senso globale" della storia (storicismo), oppure di basare la prassi su una teleologia (del progresso) della storia (materialismo storico). In entrambe le varianti, il corso della storia viene assicurato e diviene ontologicamente certo. Ed è in tal senso che entrambe trascinano in sé l'eredità di un'ontologia teologica. Così, malgrado tutte le loro prese di posizione atee, non si sono per niente disfatte della "teologia". E forse è proprio per questo che la respingono con così tanta veemenza, come per principio - per così dire a priori - ossia, senza averla affrontata storicamente e nei termini del suo contenuto.

Comunque, in ogni caso, di fronte al materialismo storico criticato da Walter Benjamin, la teologia si rivela "piccola e brutta" e pertanto "non ha il coraggio di farsi vedere". Ora, quando Benjamin arriva a parlare di "ciò che viene chiamato 'materialismo storico'" - il quale vorrebbe assumere al suo servizio la teologia - egli sta mirando a cercare di criticare e rettificare quello che è un materialismo volgare e grossolano, un marxismo raggelato e intrappolato nell'ortodossia stalinista. Mentre invece in tal modo, tale ortodossia marxista ontologizzata potrebbe possibilmente venire interrotta grazie a una teologia la quale, essendo una "fragile forza messianica", in quanto teologia negativa (proprio perché anti-ontologica), arriva a confrontarsi con la storia essendo in grado di interromperne il suo presunto corso inflessibile, in modo da permettere così alla riflessione critica di soffermarsi al cospetto delle aporie storiche. (…) »

- Roswitha Scholz - 16/12/2020 - da "Ora dimmi, cosa ne pensi della religione? Un chiarimento", in Exit! -

giovedì 17 agosto 2023

Elezioni in tempo di guerra !!

L'economia di guerra della Russia
- di Michael Roberts -

Questa settimana la banca centrale russa ha tenuto una riunione straordinaria per discutere il livello del suo tasso di interesse di riferimento dopo che  in quasi 17 mesi il rublo russo è sceso al suo punto più debole. L'assemblea ha deciso di aumentare il tasso di interesse della banca per i prestiti al 12% (dall'8,5%) al fine di sostenere il rublo. La valuta ha costantemente perso valore dall'inizio dell'anno, e ora è scivolata oltre i 100 rubli / $.  La causa principale di questo declino è il calo dei proventi delle esportazioni di petrolio e l'aumento del costo delle spese militari per perseguire la guerra contro l'Ucraina. Quando l'invasione russa è iniziata, nel febbraio 2022, il rublo è sceso al minimo storico di 150 RUB / $. I russi ricchi hanno ritirato i loro soldi per una somma di $ 170 miliardi, la maggior parte dei quali è finita nelle proprietà e nelle banche europee. Settimane dopo che la Russia ha invaso l'Ucraina, un funzionario degli Stati Uniti ha previsto che le sanzioni avrebbero dimezzato il PIL della Russia. Ma ciò si è rivelato un'assurdità. Infatti, esso è sceso solo del 2,5%. Questo perché la banca centrale ha introdotto dei controlli sui capitali, controlli che hanno fermato il flusso di denaro, dei russi ricchi, fuori dal paese. E mentre nel corso dell'anno successivo il prezzo dell'energia saliva alle stelle, il rublo guadagnava forza e raggiungeva un massimo negli ultimi sette anni. I proventi delle esportazioni sono aumentati, mentre le sanzioni e il calo della domanda interna hanno portato a un calo delle importazioni, quindi la bilancia commerciale e le partite correnti della Russia sono aumentate bruscamente, sostenendo il rublo. Due terzi dell'eccedenza commerciale è dovuta all'aumento dei proventi delle esportazioni e un terzo al calo delle importazioni.

Sembrava che le sanzioni alle banche e alle società russe, insieme al divieto di utilizzare l'energia russa, non fossero riusciti a mettere in ginocchio l'economia russa. La Russia è stata in grado di reindirizzare le sue esportazioni di energia in Asia (anche se a un prezzo inferiore) e trovare la spedizione "ombra" che è servita a consegnarla. Ma negli ultimi sei mesi i prezzi dell'energia sono scivolati indietro, e il tetto al prezzo del petrolio russo imposto e applicato dagli alleati della NATO ha avuto qualche effetto nel ridurre i proventi delle esportazioni, mentre i costi della guerra sono aumentati. Il bilancio della difesa del 2023 è previsto a 100 miliardi di dollari, ovvero a un terzo di tutta la spesa pubblica.

Nel secondo trimestre del 2022, rispetto allo stesso periodo del 2023, la produzione nazionale della Russia è aumentata del 4,9%. Sembrerebbe buono, ma gran parte dell'aumento della produzione è avvenuto nella produzione di attrezzature e servizi militari. La produzione di "prodotti metallici finiti", cioè armi e munizioni, è aumentata del 2022% nella prima metà dell'anno rispetto allo scorso anno. Anche la produzione di computer, prodotti elettronici e ottici è aumentata del 30%, mentre la produzione di abbigliamento speciale è aumentata del 30%. Al contrario, la produzione di auto è diminuita di oltre il 76%. La Russia è ora un'economia di guerra. Tuttavia, è stata in grado di importare molti dei beni che l'Occidente ha vietato – dagli iPhone alle automobili ai chip dei computer – ma lo fa attraverso paesi terzi, un modo indiretto che aumenta i prezzi. Subito dopo l'inizio dell'invasione, i salari reali per il russo medio sono diminuiti bruscamente mentre l'economia interna è sprofondata. Ma i ricavi dell'energia sono arrivati, e la bassa domanda interna ha mantenuto bassa l'inflazione dei prezzi. Dal momento che i lavoratori russi erano sempre più impiegati nella produzione di armi o nell'esercito, i salari aumentavano. Nel maggio 2023, i salari reali sono aumentati del 13,3% su base annua. Un simile miglioramento aiuta senza dubbio a mantenere il sostegno al regime di Putin. Ma negli ultimi mesi la ricchezza proveniente dalle entrate energetiche è diminuita. I ricavi delle esportazioni energetiche della Russia dovrebbero ancora diminuire, da $ 340 miliardi nel 2022, a $ 200 miliardi quest'anno e il prossimo. Il surplus si è ridotto a 25,2 miliardi di dollari nei primi sette mesi dell'anno, con un calo dell'85% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. All'inizio della guerra, la Russia aveva un grande stock di attività finanziarie "per un giorno di pioggia". Ma ora piove, anche se lo fa solo sotto forma di pioggerellina. All'inizio dell'invasione il Fondo Nazionale Patrimoniale (NWF) della Russia aveva risparmi e attività pari al 10,2% del PIL. Ma questo è ora sceso al 7,2% mentre i rubli perdono valore e le spese di guerra aumentano. E l'economia civile e la produzione nazionale stanno soffrendo. Le sanzioni stanno bloccando le importazioni di tecnologia e altre parti chiave della produzione. Circa il 65% delle imprese industriali in Russia dipende da attrezzature importate. Ma l'impatto delle sanzioni è lento. Potrebbe indebolire la produttività russa e la produzione interna a lungo termine, ma ora non fermerà la macchina da guerra russa, e le entrate energetiche per finanziarla. Ciò potrebbe accadere solo se l'Asia in rapida crescita guidata da Cina e India si rifiutasse di acquistare petrolio e gas russi, ma è vero il contrario: stanno comprando di più a prezzi economici.
La macchina da guerra russa continuerà, ma mentre l'emigrazione di lavoratori qualificati, così come i capitali posseduti dai russi più ricchi, accelera, tutto ciò sta indebolendo la valuta e riducendo la manodopera qualificata disponibile nella produzione.

Nell'ultimo anno, a causa del crollo della domanda interna e dei beni importati, l'inflazione era diminuita. Ma se la valuta continua a scendere, allora l'inflazione inizierà a salire, aumentando così la pressione sulla banca centrale costringendola ad aumentare i tassi di interesse in modo da sostenere la valuta e cercare di frenare l'inflazione. Un rublo più forte e tassi di interesse più elevati significherebbero minori entrate in valuta estera e un'economia interna più debole. Ciò colpirà duramente le famiglie russe. Allo stato attuale, la crescita media potenziale non supera probabilmente l'1,5% all'anno, visto che la crescita russa è limitata da una popolazione che invecchia e si riduce, con bassi tassi di investimento e produttività. La redditività del capitale produttivo russo, anche prima della guerra, era molto bassa. L'economia suggerisce che Putin può continuare la guerra contro l'Ucraina per diversi anni a venire, anche tenendo conto del crollo della valuta e dell'aumento dell'inflazione e dei tassi di interesse. Naturalmente, ciò non tiene conto degli sviluppi politici (come la rivolta di Wagner o le conquiste dell'esercito ucraino sostenuto dalla NATO). Tutto questo potrebbe minacciare il governo di Putin. E il prossimo marzo ci saranno le elezioni presidenziali in Russia  – come presumibilmente ci saranno in Ucraina. Sia Putin che Zelensky devono affrontare gli elettori, almeno teoricamente. Ma il messaggio di fondo è che la debolezza degli investimenti, della produttività e della redditività del capitale russo, anche escludendo le sanzioni, significa che la Russia rimarrà economicamente debole per il resto di questo decennio.

- Michael Roberts - - Pubblicato il 17/8/2023 su https://thenextrecession.wordpress.com/blog/

La Bomba Dollaro !!

Crisi della valuta russa
- di Maurilio Botelho -

In questo 21° secolo, il rublo sta attraversando il suo peggior momento. Se non si considera il breve momento di panico che si ebbe allo scoppio della guerra d'Ucraina (febbraio 2022), quando il tasso di cambio crollò improvvisamente - per poi venire subito ripristinato, il rublo si trova ora in quello che è il suo livello più basso della storia recente. Rispetto alle tre valute più forti del mondo, è solo nei confronti dello yen (il quale è, anch'esso assai vicino a quello che nel 2020 è stato il suo livello peggiore) che la divisa russa non si trova al suo minimo. Da quando ha avuto inizio quella che Putin ha chiamato col nome di "operazione speciale" - e alla quale hanno fatto seguito le sanzioni economiche dell'Occidente - gli esperti in "geopolitica" lo avevano messo in guardia circa quello che avrebbe potuto essere l'utilizzo della "bomba dollaro", vale a dire, l'uso delle restrizioni promosse dagli Stati Uniti e la loro capacità di indebolire e  minare economicamente il nemico.

Ma queste stesse analisi indicavano come allo stesso tempo si stesse profilando anche l'emergere di una nuova era monetaria, nella quale altre valute avrebbero potuto aggirare gli effetti distruttivi della strategia statunitense: la "de-dollarizzazione". Per la Russia, l'espansione delle relazioni commerciali con l'India e la Cina (è dal 2014 che è questa è la sua più maggiore partnership) sarebbe stato un modo per compensare gli effetti del suo essere legata all'Occidente. Tale ampliamento dell'area di esportazione - unito all'impatto sui prezzi del petrolio e del gas dovuto alla guerra – aveva dapprima determinato un balzo nel saldo della bilancia commerciale russa. Il tasso di cambio si era stabilizzato, e il rublo si era nuovamente rafforzato. Ma a metà del 2022, era stata però messa in atto anche una delle vere ragioni della ripresa del rublo, la quale invece è stata assai poco discussa: l'uso sistematico delle riserve valutarie. La Banca centrale russa ha scaricato sul mercato le sue scorte di valuta estera al fine di contrastare la fuga di capitali e l'improvviso calo della sua moneta.

Tuttavia, le riserve estere non erano illimitate, e a partire dal mese di ottobre per il rublo è cominciato un graduale declino, dovuto principalmente al fatto che, dopo il boom iniziale delle materie prime, l'afflusso di valuta estera aveva diminuito il suo ritmo ed aveva rallentato. Così ora assistiamo a quella  che è la peggiore performance della valuta russa, non solo rispetto alle valute della Triade (dollaro, euro e yen), ma anche rispetto allo yuan cinese e alla rupia indiana (come si può vedere dai grafici). Malgrado la de-dollarizzazione in corso e nonostante la dimostrazione di forza da parte dell'autorità monetaria statale, il comportamento del sistema mondiale dei prezzi tende ad essere lo stesso di sempre, dal momento che la globalizzazione ha creato delle catene di produzione trans-frontaliere; e il capitale globale tratta le barriere nazionali come se fossero dei confini permeabili, attraverso i quali scorre il denaro dei flussi monetari.

In altre parole, a prescindere da cosa possa volere Putin, o cosa voglia Xi, o anche Pepe Escobar, il movimento del mercato mondiale domina su tutto e su tutti. Le notizie provenienti dal mercato finanziario, mesi fa, hanno rivelato il fatto che i magnati russi stavano utilizzando i fondi di investimento arabi per investire in obbligazioni e titoli basati su valuta forte, sfruttando così l'anonimo sistema di riciclaggio dei petro-dollari in modo da riuscire ad aggirare il crollo della loro valuta nazionale.

Questa settimana, la Banca di Russia ha dichiarato che il problema cambiario della sua valuta è dovuto alla contrazione relativa alla bilancia commerciale del Paese (il saldo dei Conti Correnti della Russia, da gennaio a luglio è sceso dell'85%, se si confronta il 2023 con l'anno precedente), e pertanto ha deciso di sospendere l'acquisto di valuta estera, per cercare di arginare l'emorragia. Nel frattempo, l'aumento delle spese per una guerra che non ha soluzione non farà altro che peggiorare ulteriormente la situazione economica. Tutto questo, ovviamente, sta alimentando ancora di più quello che è il malcontento sociale interno, e fa temere un utilizzo della guerra come ulteriore meccanismo per sfogare tale tensione, minacciano così un'escalation del conflitto verso la Polonia e l'Europa occidentale.

- Maurilio Botelho - 15 Agosto su Facebook -

mercoledì 16 agosto 2023

Pazienza se è famoso, lei !!

All’inizio del 2020, l’intera umanità si è trovata d’improvviso immersa in uno dei più sinistri romanzi distopici che siano mai stati concepiti. Solo che non era un romanzo. E mentre la pandemia dilagava in successive ondate, non meno contagiose erano le ondate di retorica che si sono abbattute su tutti noi, in molteplici varianti. Contro questo secondo flagello, un farmaco efficace e senza effetti collaterali è Arresti domiciliari, dove Alan Bennett – e chi, altrimenti? – riesce a guardare alle ripercussioni della catastrofe con sovrano understatement, sfiorandole con quel tocco leggero che è solo suo, in un diario che, giorno dopo giorno, intreccia riflessioni e ricordi del passato ad aneddoti e osservazioni sull’inopinata congiuntura del presente.

(dal risvolto di copertina di: ALAN BENNETT, "Arresti domiciliari.Diari dalla pandemia". Traduzione di Mariagrazia Gini. ADELPHI, Pagine 64,  €5)

Tre minuti di applausi spezzano il lockdown
- di Livia Manera -

Come ha vissuto la pandemia un ottuagenario scrittore londinese, nella sua bella casa di Primirose Hill, con un partner molto più giovane e devoto, ma altrimenti, come tutti noi, isolato? In "Arresti domiciliari", smilza raccolta dei suoi appunti quotidiani che fin dagli anni Ottanta vengono pubblicati quasi in tempo reale dalla «London Review of Books» e poi in libro, Alan Bennett si sofferma sui temi che da sempre lo contraddistinguono quale intellettuale dal tocco lieve, l’intelligenza pruriginosa, l’ironia, l’orecchio intonato alle piccole e grandi assurdità della vita, la passione civile e l’indignazione verso le ingiustizie. Confinato, scherza che il normale trantran di chi scrive «adesso ha l’endorsement del governo». Di nuovo c’è solo il fatto che il suo partner Rupert Thomas, costretto a dirigere la rivista «The World of Interiors» da casa, ora gli porta il tè a intervalli regolari e gli cucina un pranzo caldo tutti i giorni. Ridotte all’osso dalla pandemia, le poche interazioni sociali alternano fitte di tristezza — la morte di un amico e l’impossibilità di raccogliersi al suo funerale — a deliziosi momenti di assurdità. Come quando Bennett riceve un messaggio da un tale che si è tatuato il ritratto dello scrittore sul braccio: «Il tatuaggio piace molto, anche se una persona stranamente ci ha visto Henry Kissinger. È anche un divertente argomento di conversazione durante i rapporti sessuali».

Pur limitato dalle circostanze e dall’artrite, Bennett — uomo dalla vita fortunata che lo ha portato, figlio di un macellaio, a insegnare Storia medievale a Oxford e poi a scrivere pièce amatissime come La pazzia di re Giorgio — è un autore a cui bastano pochi tratti per dar voce alla coscienza o strappare un umanissimo sorriso. Che se la prenda con Boris Johnson, i cui discorsi alla nazione sull’emergenza virus sono drammaticamente vuoti, o che osservi come basta una bella giornata di sole a «disintegrare» il lockdown nei parchi di Londra, Bennett riesce trasformare la banalità del quotidiano in una serie di momenti rivelatori. La scena in cui lui e Rupert, durante i tre minuti di passeggiata serale intorno all’isolato, vengono sorpresi dalla gente che alla finestra applaude per ringraziare i lavoratori del servizio sanitario nazionale, è un pezzo di teatro dell’assurdo. Impossibilitato dal bastone che lo sorregge ad applaudire lui stesso, camminando per strada «do l’impressione — scrive — di prendermi l’applauso e addirittura di cercarlo. Tento di ripudiare tutto ciò sorridendo lievemente e scuotendo la testa, ma sembra che stia facendo il modesto…». Fortuna che la fama si rivela anche utile. Quando la Bbc gli propone un revival dei monologhi del 1988 Talking Heads, perché si può registrare con gli attori su Zoom, viene deciso che il cast e la troupe riceveranno un compenso fisso, mentre i profitti saranno devoluti agli ospedali. «Un po’ mi spiazza scoprire che si tratta di una cifra intorno al milione di sterline».

Ma i momenti più ispirati di queste pagine (ben tradotte da Mariagrazia Gini) sono quelli in cui Bennett dà voce ai suoi ricordi. Quando il virus mortale era la tubercolosi che uccise il bambino della casa accanto. Quando tutta la famiglia prendeva il treno di domenica per andare a pescare, assurdamente vestita con gli abiti migliori, e poi sbagliava riva del fiume e non pescava niente. Quando il padre nei momenti liberi costruiva giocattoli di legno e con le erbe faceva una birra «esplosiva». Finita l’emergenza, nell’autunno del 2021 Bennett e Thomas torneranno nella casa dello Yorkshire dove negli anni Sessanta si erano trasferiti i genitori dello scrittore. Che chiude il cerchio con un delizioso tocco di nostalgia. «Pazienza se è famoso, lei», gli dice il carbonaio, che ha conservato viva la memoria dei suoi genitori. «Non varrà mai come il suo papà».

- Livia Manera - Pubblicato su La Lettura del 7/5/2023 -

martedì 15 agosto 2023

Amici miei ?!!??

Erano gli anni '80. Anzi, era proprio il 1980.

E cominciarono a girare questi strani adesivi con su scritto «lasciati innamorare»: li vedevi appiccicati sulle automobili, a reclamare un'appartenenza. Sulle Dyane, sulle R4, qualcuna anche sulle Golf!
Sembra che avessero tutte le settimane un appuntamento (o era tutti i mesi? non ricordo!!). Andavano a Roma, in una qualche facoltà universitaria... Non ho mai capito bene in cosa consistesse, questa sorta di incrocio tra un movimento e un guru. Fatto sta, che la cosa prese piede, sempre più, e la prese anche tra quelli che - pochi, molti, abbastanza ? - erano «amici miei». 

Ieri ho letto che il loro guru - ovvero, quello che allora fu il loro guru - è morto. Di certo, non è morto soffocato per un rigurgito di latte materno, come si suol dire. Se l'è fatto tutto il suo tragitto. E prima di arrivare al capolinea ha avuto tutto il tempo di mettere in atto la sua dose di danni. Non sto a enumerarli - che non ne vale la pena -, a parte l'ultimo che l'ha visto candidarsi nelle fila di FdI , per essere ... trombato!

Insomma, come avrebbe detto ingenerosamente la moglie del Perozzi, «non è proprio morto nessuno».

sabato 12 agosto 2023

« INSTAGRAMMABILI » !!!

Barbie: Apocalisse in rosa
- di Bruna Della Torre -

«La lotta tra il vecchio e il nuovo è lotta di classe». (Jean-Luc Godard, "Che fare")

Quando si scrive di prodotti dell'industria culturale, da una prospettiva di sinistra, si consiglia cautela. In quanto egemonici, essi non hanno bisogno né di più propaganda né di avvocati. Sempre, più o meno, uguali a sé stessi, nascosti sotto le luci al neon allo stesso modo di quei bar e di quelle palestre "instagrammabili" che adottano sempre più questa estetica accecante, simili oggetti non sopportano la critica immanente, che esige densità. Ma visto che il poco tempo di riposo che abbiamo - in una società la cui precarietà rappresenta una sorta di nuova ontologia - viene sprecato davanti agli schermi, finisce che ci riduciamo a essere sempre più i commentatori di un'industria; realizzando così ciò che Huxley aveva predetto in "Il mondo nuovo": «parlare significa discutere di merci» (si tratta per lo più di film e di serie tv, come in altre occasioni ho sottolineato in questa rubrica). Tuttavia, se visto come un fenomeno sociologico, il brusio che circonda il film Barbie costituisce una dimostrazione del potere che questa industria (vale la pena notare che stiamo parlando di un'industria americana, il cui più grande prodotto di esportazione rimane l'ideologia) ha sulla nostra società, sulla nostra immaginazione e sulla nostra (in)capacità di orientare a sinistra quello che è il dibattito culturale e politico.

Il film, per essere prodotto, è costato circa 145milioni di dollari (più altri 100milioni di pubblicità) e, grazie alle vendite al botteghino, ha già superato un miliardo di dollari di incasso. L'equivalenza, tra costo di produzione e di diffusione, dimostra quanto fosse corretta la diagnosi di Theodor W. Adorno e Max Horkheimer: l'industria culturale è un sistema che fonde cultura e pubblicità senza che possano essere distinte. La fatturazione conferma che si tratta allo stesso tempo sia di infrastruttura che di sovrastruttura. Ultimamente, oltre a Barbie, tanto i film quanto le serie TV sono diventati una forma intensiva di pubblicità diretta di beni come giocattoli e videogiochi. Probabilmente a spingere alla produzione del film, è stato il calo delle vendite di una bambola che è stata in parte responsabile di disturbi come l'anoressia, la dismorfia corporea, la bulimia e il senso di inferiorità delle donne che sono state razzializzate nelle ex colonie di tutto il mondo (per quelle poche privilegiate che potevano permettersi una bambola costosa come questa). La ragione del crollo delle vendite risiede senza dubbio negli sconvolgimenti femministi degli ultimi decenni. Nel film troviamo inclusa questa critica della "Barbie fascista" (ed è in tal senso che si rivolge alle nuove generazioni, più consapevoli dei problemi del giocattolo) proprio per sottolineare come non sia vero che, dietro la bambola, si nasconda ancora un'utopia; e femminista per di più. È dal 2009 che il marchio Mattel continuava a rivolgersi agli studi di Hollywood, come Sony, affinché realizzassero un lungometraggio sul loro prodotto. Tuttavia, la cosa si è resa possibile solo grazie al duo Margot Robbie (la cui società di produzione ha portato a termine le trattative con gli studi della Warner Bros) e Greta Gerwig, la quale aveva già realizzato un adattamento all'acqua di rose del romanzo di Louisa May Alcott, “Piccole donne” – uno dei primi romanzi scritto da un'artista donna. Barbie rappresenta il volto del femminismo liberale, il quale considera l'ingresso delle donne nel mercato del lavoro come se fosse la massima conquista del femminismo.

La cosa si rende evidente fin dall'inizio del film: Barbie ha scatenato la soggettività femminile infantile, sostituendo le piccole cucine e le bambole formato bebè con una donna adulta pinup, la quale, in seguito, sarebbe poi stata venduta nelle forma di astronauta, di medico e di versatile imprenditrice, che dismette gli abiti da lavoro del giorno, per indossare in un attimo gli eleganti abiti da sera. Ecco fatto, l'emancipazione è servita: una Barbie in tailleur con la faccia da amministratore delegato costituisce tutto ciò che le donne avrebbero potuto sperare. È curioso notare il fatto che il progetto sia emerso un anno dopo la crisi del 2008, la quale aveva dato nuovo impulso ai movimenti femministi contro la disuguaglianza, da parte di quel 99%, in tutto il mondo. È ovvio che trasformare Barbie in un'icona femminista rappresenti una sorta di contraccolpo, che conferma la tesi dell'estrema destra (la quale, evidentemente, non ha capito il film, come tutto il resto) secondo cui, in fondo, tutto ciò che una femminista vuole è solamente diventare una bambola del genere; ma non potrebbe farlo poiché ciò è fuori dagli standard che si è imposta. Gerwig amplia ulteriormente la portata della diversità della bambola, rendendola inclusiva. Il film è una sorta di pink-washing del femminismo, molto contestato, degli ultimi decenni. C'è anche una Barbie costretta su una sedia a rotelle, una Barbie obesa e una Barbie vincitrice del premio Nobel nel film (cosa penserebbero Annie Ernaux, Svetlana Aleksandrovna Aleksievitch e Toni Morrison di queste caratterizzazioni?), dimostrando così che il giocattolo favorisce la diversità e l'intelligenza delle donne. Come ogni apocalisse, anche quella dell'immaginazione ha un elemento catartico: finalmente le femministe possono riconciliarsi con il loro desiderio represso, dice Hollywood e smettere di criticare Barbie per i suoi standard di esclusione. La sensazione, è di liberazione, o di "desublimazione repressiva", come direbbe Herbert Marcuse. In fondo, la tristezza della "Barbie stereotipata" - l'altra faccia della falsa positività del corpo del film - rappresenta un grande lamento da parte di Hollywood per aver messo in discussione i suoi malsani standard di bellezza, che vengono qui rafforzati solo grazie ai protagonisti del tutto adatti a questo modello. Barbie costituisce una delle più grandi campagne pubblicitarie dell'ultimo decennio. Oltre al tentativo fallito di riscrivere la storia della bambola, rendendola un'icona del femminismo, il film della Gerwig è servito a incrementare non solo le vendite dei pupazzi, ma anche le collezioni rosa di tutti i principali marchi tessili – dalle grandi griffe al prêt-à-porter che si avvalgono di lavoro di schiavi e di semi-schiavi, oltre che  della promessa di novità che ciascuna di queste merci vende. L'offensiva pubblicitaria del film ha smosso anche i grandi monopoli dell'industria alimentare, come Starbucks e Burger King, i quali hanno realizzato le loro versioni rosa del cibo di plastica che vendono. Ancora una volta, di nuovo tutto il sistema: dal cinema alle riviste, dalla moda alla musica pop. In ogni sala cinematografica, era possibile trovare una confezione della bambola a grandezza naturale, di modo che le persone potessero così mettersi una volta nella vita al posto di questa merce.

Come ha notato Susan Willis in Everyday Life: per cominciare, alla fine del XX secolo, l'imballaggio della merce ricoperta di plastica che serviva a evidenziare la merce - impedendone l'accesso ad essa - ha sostituito le vetrine lungo le quali passeggiava il flâneur. La trasparenza che blocca spinge a toccare. La scatola a grandezza naturale ci mette nella posizione di essere oggetto del desiderio – spesso postata sui social network, che funzionano anche come se si trattasse di un gioco che crea il desiderio di possesso, e lo fa proprio a partire dalla combinazione tra essere visibili e, allo stesso tempo, negato al tatto a causa del vetro prima, e della plastica dopo. Nelle parole della Willis, «aderendo alla forma, e allo stesso tempo trasparente nel velo che la contiene, tale esibizione è sessualizzata. L'imballaggio in plastica definisce un gioco di nascondino, nel quale il desiderio sessuale alimenta fantasie tanto maschili quanto femminili. Spogliarello o corpo velato: l'imballaggio serve a fondere il desiderio di un determinato oggetto con quella che è una forma sessualizzata del desiderio». Nel momento in cui finge di mostrare che la vera Barbie lotta per uscire dagli schemi della stereotipia, il film diventa capace di produrre nelle persone un desiderio di massa di mettersi volontariamente in quel ruolo: ciascuno non vuole altro che essere Barbie, una merce costosa, e così tanto desiderata, fatta di plastica e separata dal mondo per mezzo della vetrina dei social media. Lo schermo dello smartphone finisce per essere solo un versione in più di questa nuova vetrina. Pertanto, il rosa diventa così una sorta di nuova uniforme, che mira a produrre un senso di comunità e di unità, e che appartiene a un passato che il movimento femminista sta combattendo da anni per decostruire. In un'intervista, la Gerwig afferma che l'idea del film era quella di nutrirsi della nostalgia dell'infanzia della generazione over 30, per la quale la realtà della vita neoliberista è sicuramente meno rosea dei giochi delle bambole. Il film costituisce simultaneamente sia un'operazione di marketing  sia che un'operazione politica che mira a ridurre il dibattito di genere al consumo. Ancora una volta, è utile consultare Susan Willis: «Nel capitalismo, il genere è inesorabilmente legato al consumo. Compriamo, tanto nel contesto di un genere quanto nell'ambito di uno stile. Sia che si scelga un'immagine unisex che una ultra-femminile: è l'atto di comprare a ratificarlo, e in tal modo viene mantenuta la definizione di genere sulla merce». Vale a dire, che si tratta soprattutto di un'integrazione della forma merce nella nozione del genere. Chat GPT, in base a ciascun paese, ha già realizzato tutta una serie di modelli di Barbie, assimilando in essi tratti etnici e culturali. Barbie può apparire come se fosse un giocattolo con potenziale democratico, perfino geo-politicamente.

In sé, il film non vale il commento, ma visto che siamo qui, parliamone. Pieno di cliché che rimandano a Matrix (in Barbie, la differenza tra la pillola rossa, che porta al mondo reale, e quella blu, viene presentata per mezzo della dicotomia tra una scarpa col tacco alto e il sandalo – che viene presunto come meno elitario – di un marchio tedesco che costa 100 euro al paio), ad Harry Potter, al Padrino, a Truman Show, a Odissea nello spazio, e così via. Si tratta di un vero e proprio pasticcio di quelli che Fredric Jameson chiamava "pastiche" di vecchi prodotti dell'industria culturale (e delle teorie femministe che mobilita), e che costituisce uno dei più grandi sintomi della mancanza di immaginazione della postmodernità. Nulla in esso è nuovo o originale. Il riferimento a Ibsen è un'offesa all'opera di quell'autore (per coloro a cui piace l'argomento, vale la pena dare un'occhiata al libro di Elfriede Jelinek, "Cosa accadde dopo che Nora ebbe lasciato suo marito ovvero Colonne delle società": questo, sì, un lavoro femminista). Inoltre, Barbie, tra l'altro, realizza ciò che Martin Scorsese ha detto a proposito del cinema più recente: i film sono diventati dei grandi parchi di divertimento. In un momento in cui il cinema è in declino – da quando le giovani generazioni hanno scambiato il cinema (che rimane un'esperienza collettiva, sebbene mediata dalla forma merce) per quella che è l'esperienza privatizzata e atomizzata dello streaming credendo che si tratti dei contenuti infinitamente più brevi che vengono prodotti dagli stessi utenti – l'unica cosa in grado di riportare le masse al grande schermo è la propaganda di un giocattolo. Non si è trattato solo del fatto che, con l'industria culturale digitale, il sogno del cinema politico sperimentale sia andato incontro alla propria fine, ma significa anche che oggi la nozione di "cinema indipendente", per i critici che sono deliziati per i prodotti di Hollywood, sembra non fare alcuna differenza. Vale qui la pena tornare alla controversa domanda di Adorno: il pubblico può volere davvero tutto questo? O è proprio che siamo diventati, noi stessi, dei semplici burattini della pubblicità? Oggi, per tutta una parte della sinistra, criticare l'industria culturale rappresenta sempre un sintomo di elitarismo. Pertanto, diventa necessario tornare agli argomenti marxisti più basilari presenti nella teoria critica: si tratta soprattutto di una forma di imperialismo culturale. Il cinema dell'America – come il nome che si danno loro stessi, e che abbraccia tutto il continente – ha soppresso tutte le industrie cinematografiche locali, così come ha fatto con i loro immaginari estetici, politici e ideologici. Ma veniamo al film. Il mondo delle Barbie viene presentato come se fosse un'utopia femminista o "femminile" (coordinata da un'azienda gestita da uomini; i quali, alla fine, si rendono conto di non poter più sopportare il loro ruolo di leadership, questo enorme fardello!). Questo mondo è una sorta di versione sfumata del romanzo di Gioconda Belli, "Nel paese delle donne", che non sappiamo se sia stato un riferimento per il film. Come se un mondo dominato dalle donne – identificato, nel film, con il femminismo – fosse un'inversione del sessismo.

Un capitalismo pacifico, con delle Barbie felici che convivono armoniosamente con le Barbie stereotipate (una delle poche che non lavora), governato da un presidente nero. Vengono chiamate tutte quante Barbie, in modo che così la disuguaglianza di lavoro, sociale, razziale, corporale, ecc. venga compensata dall'uniformità dei nomi e dei giorni che sono tutti uguali. Il grande conflitto ha inizio nel momento in cui la Barbie perfetta comincia a presentare dei difetti, che si riflettono nella depressione della sua proprietaria in crisi di mezza età, la quale deve perciò tornare nel mondo reale per scoprire che cosa stia succedendo. E là, lei insieme a Ken – che, da ruolo di supporto, diventa il protagonista – scoprono il patriarcato; cosa che innesca tutta una serie di conflitti. Uno degli indici del femminismo del giocattolo, come suggerisce il film, sarebbe il fatto che nessuno è interessato al giocattolo Ken. A un certo punto - alludendo alla frase di Simone de Beauvoir e Virginia Woolf, su come la donna venga costituita sullo sguardo maschile, e su come la donna sia una sorta di specchio rovesciato degli uomini - Ken dice a Barbie: «Io esisto solo attraverso il tuo sguardo». Anche Ryan Gosling si impegna, ma è difficile dispiacersi per lui – così come per l'attrice protagonista Margot Robbie, la cui bellezza stereotipata, nel film, è oggetto di autoironia nel film. Al ritorno nel mondo incantato, Ken cerca di instaurare il patriarcato e le donne dovranno lottare per ristabilire il loro dominio. Dopo tutta una serie di scene ridicole, si riconciliano. Le donne si rendono conto che il femminismo non può essere solo la semplice inversione del sessismo, e perciò Ken e Barbie sciolgono la loro romantica coppia. Barbie decide di lasciare la casa delle bambole diretta nel mondo reale, dove la sua prima azione sarà quella di risolvere un inconveniente che caratterizza il film: non ha genitali. Quando passa nel mondo reale, la prima cosa che fa è di andare dal suo ginecologo, e lo fa come se stesse andando a una grande festa, le Birkenstock rosa ai piedi, che ci suggeriscono come il passaggio dalla bambola alla donna si realizza per mezzo del prendere possesso di una vagina. Invece di usarla per divertirsi, va da un medico, ricollegando così il genere al sesso, e suggerendo che dev'essere la medicina ad avere l'ultima parola sul suo status di donna. Il genere in quanto processo (anche politico) viene sostituito dal genere come merce e dal cosiddetto sesso biologico. Il finale punta, in tal senso, a una sorta di transfobia velata. Occorre sottolineare come la questione della dissociazione tra sesso, genere e sessualità - così come la critica della medicina in quanto istanza normalizzante di questi elementi - costituiscano le due grandi battaglie del femminismo, da Judith Butler a Silvia Federici. Così come vale la pena notare come la riduzione del genere a un articolo di consumo sia sempre una sorta di sconfitta del femminismo, come sostiene Nancy Fraser.

Che Oppenheimer e Barbie, siano stati i grandi film dell'anno, non è certo per caso. Al di là della pianificazione dell'industria culturale - tesa a produrre sempre più una società del caos perfettamente gestita - la mancanza di immaginazione di Barbie (e di alcuni dei critici che si sono dedicati a commentarla allegramente sui social) è il prodotto di un mondo nel quale la bomba atomica ha trasformato l'utopia in catastrofe; e in una catastrofe che a sua volta deve impedire la catastrofe più grande, se seguiamo le argomentazioni di Susan Buck-Morss. Oggi, il nostro desiderio più grande - in quanto sinistra - non punta al superamento, quanto piuttosto alla mera interruzione di un processo che ha ormai espulso da sé quella che è la storia, la temporalità, la capacità di immaginare il nuovo, il non identico. Barbie è espressione di una catastrofe ambivalente - per usare un'espressione di Étienne Balibar - è espressione della catastrofe digitale che ha trasformato l'industria culturale in una sorta di detonatore atomico. È una catastrofe che si presenta come un'utopia realizzata: la cosiddetta rivoluzione digitale ci spinge sempre più verso l'Unidimensionalità. Diventa così un nuovo modo di guidare i comportamenti, stavolta in rosa – come abbiamo visto con il film e con la sua propaganda – per produrre soggetti che non fanno altro che riecheggiare un potere che si presenta come invisibile e impersonale. L'aspetto peggiore della catastrofe si evidenzia nel fatto che non viene percepita come tale. La sinistra ha urgentemente bisogno di radicalizzare la sua critica all'industria culturale e alla tecnologia. Senza di essa non c'è narrazione, non c'è dialettica, non c'è utopia. Il film di Barbie fa parte del processo di Restaurazione che stiamo attraversando: «Barbie è morta? Lunga vita a Barbie!»

- Bruna Della Torre - Pubblicato il 10/8/2023 su Blog da Boitempo -

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

BALIBAR, Étienne. Utopia 1/13: Étienne Balibar e Bernard E. Harcourt, settembre 2022.
BUCK-MORSS, Susan. Mondo di sogno e catastrofe: la scomparsa dell'utopia di massa in Unione Sovietica e negli Stati Uniti. UFSC Publishing. Florianopolis. 2018.
JAMESON, Fredric - Postmodernismo: la logica culturale del tardo capitalismo. San Paolo: Attica, 2002.
WILLIS, Susan. Vita quotidiana: per cominciare. Rio de Janeiro: Pace e Terra, 1997.

venerdì 11 agosto 2023

Il Magazzino !!

La brutale realtà lavorativa dei magazzini di Amazon, fatta di ritmi insostenibili, tattiche antisindacali aggressive e sorveglianza digitale, non è più un mistero, come testimoniato da numerose inchieste giornalistiche. Queste, per quanto necessarie, non restituiscono però la portata storica di quello che sta succedendo nei centri logistici del colosso di Seattle sparsi in mezzo mondo. Oggi sono loro, infatti, gli avamposti del capitalismo, come negli anni Sessanta e Settanta del Novecento lo furono le fabbriche del Nord Italia che alimentarono il boom economico. Ed è proprio tra le mura dei magazzini di Amazon che si sta ridefinendo il nuovo rapporto, conflittuale, tra capitale e lavoro. Alessandro Delfanti li ha visitati, questi magazzini, e ha intervistato decine di dipendenti ed ex dipendenti. Il racconto che emerge dalle pagine del suo libro diventa l’innesco per una riflessione che arriva al cuore del capitalismo digitale contemporaneo e ne mette a nudo la contraddizione più importante: la tecnologia e l’automazione non mirano a sostituire il lavoro umano, bensì a misurarlo e sottometterlo. Qualcosa però sta cambiando, come hanno dimostrato gli scioperi degli ultimi anni. E una resistenza è possibile.

«Per quanto il magazzino possa ricordare una fabbrica, si tratta comunque di una fabbrica digitale, frutto dell’innesto di una logica contemporanea sul tronco del capitalismo industriale. In questa tensione tra il vecchio e il nuovo, Amazon aggiunge tecnologie futuristiche al suo arsenale di strumenti per l’organizzazione del lavoro, e al tempo stesso ripropone vecchi metodi di controllo della manodopera. In un certo senso, si tratta della versione digitale del tumultuoso apice del primo capitalismo industriale.» Alessandro Delfanti

(dal risvolto di copertina di: Alessandro Delfanti, "Il Magazzino". Codice Edizioni, pp.256, €22)

L'incubo del lavoratore è il magazzino di Amazon con robot e algoritmi più spietati dei sorveglianti
- Ritmi insostenibili, tattiche antisindacali aggressive e controllo tecnologico: l'autore ha visitato i centri di smistamento del colosso dell'e-commerce in Italia e intervistato dipendenti ed ex-dipendenti, perché i metodi «di cui la multinazionale di Seattle è stata pioniera» si stanno diffondendo in altri settori -
  di Simona Regini

«Questo è un libro di parte, che sta con le lotte per migliorare le condizioni di lavoro nel magazzino». Il magazzino a cui si riferisce Alessandro Delfanti è quello del gigante dell'e-commerce, anche se «Amazon è ben più che una semplice azienda di e-commerce con circa 1,5 milioni di dipendenti e una delle più grandi società private del mondo». Di suoi magazzini ce ne sono migliaia in Europa, Nord America e Asia. La casa madre di Seattle è infatti il fulcro di una gigantesca rete globale di uffici, campus, data center e appunto magazzini. In Italia, il primo e più grande magazzino Amazon si trova a Castel San Giovanni, a un quarto d'ora da Piacenza, città dove Delfanti è cresciuto e dove dal 2011 l'azienda di Bezos è una presenza constante: «lo è nei territori che circondano i suoi magazzini, dalle affissioni con le offerte di lavoro alle indicazioni stradali per gli autotrasportatori, fino agli articoli sui quotidiani locali che parlano di sindaci che brindano alla creazione di nuovi posti di lavoro mentre i gruppi ambientalisti denunciano gli effetti sull'inquinamento dovuti all'inevitabile aumento del traffico». A Piacenza si alternano più di tremila dipendenti organizzati in turni, ventiquattr'ore al giorno e sette giorni la settimana, per poter consegnare «il mondo a domicilio». Delfanti, che nella sua attività di ricerca indaga il rapporto tra lavoro e nuove tecnologie, in questo saggio denuncia come Amazon utilizza algoritmi e sistemi informatici di sorveglianza per gestire la forza lavoro e riflette su come la diffusa robotizzazione dei magazzini, e la schiera di algoritmi che monitorano passo passo i dipendenti, stiano influenzando il modo di lavorare. Non solo nella logistica. Corriamo il rischio - dice - di una sorta di «amazonificazione» anche di altri ambiti dell'economia, perché già altre aziende, in vari settori industriali, hanno iniziato a imitare sempre di più «le tecniche di cui la multinazionale di Seattle è stata pioniera». Amazon non solo sta diventando sinonimo di mercato, ma «nel reinventare logiche che risalgono al primo capitalismo industriale, rafforzandole con la tecnologia digitale e nuove strategie gestionali, sta creando una nuova forma di sfruttamento e spianando la strada a un progressivo degrado del lavoro».

La precarietà, ovviamente, non è stata creata da Amazon, ma il «capitalismo di Amazon» è un sistema fondato su una forza lavoro «usa e getta»: chi non regge i ritmi «punitivi» del magazzino, viene sostituito. «Come nelle fabbriche del primo capitalismo, i lavoratori e le lavoratrici sono visti come elementi sacrificabili e facilmente interscambiabili ma, come se non bastasse, ne viene pianificata l'obsolescenza, assegnando loro una data di scadenza, perché soltanto corpi in forma possono sostenere i ritmi di lavoro richiesti». E in effetti, tutte le testimonianze raccolte dall'autore evidenziano come lavorare in magazzino significhi dover sostenere ritmi fisicamente estenuanti, dettati dagli algoritmi aziendali che organizzano il lavoro, e sottostare a un sistema di sorveglianza invasivo che monitora costantemente la produttività. L'automazione - denuncia l'autore - sta disumanizzando sempre più il lavoro, non tanto perché soppianta lavoratori e lavoratrici, ma perché li sottomette affinché nulla possa fermare la circolazione delle merci. «Ogni cosa dentro il magazzino è pensata in funzione di quella velocità e di quella efficienza che l'azienda promette ai consumatori». Amazon - spiega Delfanti in questa analisi lucida che mette in luce la realtà che si cela dietro il logo sorridente - è l'avanguardia del capitalismo digitale: eccelle nell'utilizzo della tecnologia per massimizzare l'accumulazione privata di potere e capitale e per sincronizzare i ritmi dei lavoratori a quelli del magazzino e dei nuovi schemi di consumo. E ora che l'e-commerce sta diventando la forma di consumo predominante, da un lato il magazzino soppianta il centro commerciale, dall'altro rappresenta la nuova fabbrica, dove l'orologio è rimpiazzato dall'algoritmo e, in maniera ancora più spregiudicata, la manodopera deve adattarsi ai ritmi di lavoro imposti dalle macchine. «Quando é il capitale a guidarla, l'evoluzione tecnologica è spinta dal desiderio di aumentare la produttività e soggiogare la forza lavoro», puntualizza l'autore. "Il magazzino" è un libro che parla della nostra epoca: della rincorsa a comprare sempre più cose, sempre più comodamente, spendendo sempre meno, a discapito della dignità di lavoratori e lavoratrici.

Ma resistere è possibile e Delfanti - che ha varcato i cancelli di quei capannoni nelle aree suburbane dove si sta ridefinendo il rapporto tra capitale e lavoro, ha incontrato gli «amazoniani» e dà loro voce - racconta le lotte attraverso cui si denunciano le condizioni di lavoro e i ritmi produttivi massacranti imposti dal colosso che punta a diventare ancora più grande. «Una bestia, per citare l'Inferno di Dante, che "mai non empie la bramosa voglia, e dopo il pasto ha più fame che pria"».

- Simona Regini - Pubblicato su Tutto Libri del 6/5/2023 -

giovedì 10 agosto 2023

A «ping lungo» !!

Nel dicembre del 1968 Natalia Ginzburg scrisse un breve saggio intitolato La vecchiaia. Ginzburg a quei tempi aveva 52 anni e tutto il testo è attraversato da un doppio tono: quello profetico, una sorta di manualistica sentimentale su come salvarsi, su come provare a non diventare vecchi dentro un percorso ineluttabile, e quello legato all’accettazione dolorosa della propria decadenza connessa al tempo: un tempo implacabile, che sarà uguale per tutti. Le parole della scrittrice rimangono parole del secolo scorso, fuori da qualsiasi schema digitale, e il digitale è invece la grammatica di questo tempo. Lette oggi restano intatte nella loro bellezza e profondità ma reclamano alcuni aggiustamenti e qualche nuova domanda. Come si diventa vecchi oggi? Nessuno è diventato vecchio su internet, almeno finora. Sono passati venticinque anni da quando tutto è cominciato e la rete ha avvolto le vite di molti. In ogni caso, ovunque nel pianeta, e ogni giorno di più, le persone invecchiano su internet, dentro un luogo differente da quello in cui invecchiavano prima. Una landa inedita, in buona parte inesplorata.

(dal risvolto di copertina di: Massimo Mantellini. "Invecchiare al tempo della rete". Einaudi, pp. 144, € 12 )

Noi vecchi-giovani, abbastanza ridicoli
- Massimo Mantellini indaga sulla fenomenologia dell’anziano su Internet che assomiglia ad una versione imbranata del «flâneur» impegnato a muoversi veloce nella rete -
di Francesca Nodari

Sono trascorsi ormai venticinque anni da quando la rete ha avvolto le nostre vite. Eppure, come avverte Massimo Mantellini nel suo Invecchiare al tempo della rete, edito da Einaudi, nessuno fino ad ora è diventato vecchio su internet. La sua, è un’indagine a tuttotondo, non priva di rimandi autobiografici, che ci presenta per così dire una fenomenologia del raggiungimento della terza età nella realtà virtuale. E così lo specchio che già, nella vita vissuta, diventa il luogo della fatica di sé, e che può essere inteso come qualsiasi superficie che rifletta un’immagine, quindi anche una fotocamera, l’ottica di uno smartphone, un video su YouTube, diventa, insieme all’archivio, un elemento da tenere a distanza e forse da temere. Del resto, l’occhio digitale crea un resoconto molto meno poetico e anaffettivo su qualsiasi cosa si stia modificando. Il mondo digitale è edificato sulla brutalità del dato. È un mondo per residenti giovani che non installeranno mai un’App (WeCroak) che gli ricordi che devono morire perché il loro orizzonte temporale non lo prevede. Ora, la presenza degli anziani dentro il frullatore della massima esposizione li ha resi talvolta osceni, altra volta ridicoli, laddove un tempo erano nascosti e silenziosi: nel momento in cui la solitudine dell’età avanzata prova a farsi parola e azione, la società digitale bolla come oscena ogni rivolta anagrafica. Si fa forte di un dato difficile da contestare: la vecchiaia, anche nei tempi digitali, combatte, per dirla con Natalia Ginzburg, con «l’immobilità della pietra». L’anziano su internet assomiglia ad una versione corrotta del flâneur baudelairiano, meno compassato e acuto, impegnato a muoversi dentro il veloce intersecarsi delle reti digitali. Per restarvi, gli sarà richiesto di trasformarsi in vecchiogiovane. Ma chi è costui? Una figura che vive l’eccitazione della scoperta e il contemporaneo timore di essere riconosciuto. La sua caratteristica più intima è l’incertezza: teme di non esser all’altezza, di non saper argomentare bene i propri sentimenti nei confronti di un mondo che, nel frattempo, è cambiato e che non riesce a riconoscere.

Nel vecchiogiovane la cultura e l’esperienza conteranno meno di quanto abbia sperato: molto più utile sarà sapersi adattare, sapersi minimizzare, persino mimetizzare. Egli invidia e compatisce l’ingenuità dei giovani, vede quello che era e ora non è più. Un po’ lo rimpiange, in parte lo critica. «È un po’ troppo bianco di capelli e mi sembra che la vecchiaia lo abbia rimbambito» farà dire Dostoevskij a un suo personaggio ne Il sosia. Il vecchiogiovane si affaccia su una landa inesplorata e impervia dove le relazioni, come scrive Augé – «sono promesse di relazione» e dove i legami, rigorosamente a bassa intensità, hanno poco a che fare con la nostra idea di amicizia, sintonia, vicinanza. Trasformato in una sorta di bestia ibrida dentro l’età di passaggio da una società culturale fatta di libri, riviste e trasmissioni tv a una codificata sulle relazioni digitali, il vecchiogiovane sarà costretto a fingere di avere molti amici, fingere di sapere, fingere di essere chi sappiamo non essere più. La sua parabola sarà segnata da un percorso di «rivolta e rassegnazione», per citare il saggio di Jean Améry sull’invecchiare. Se negli anni 60 del secolo scorso, le persone in Italia con più di 65 anni erano meno del 10%, all’inizio degli anni Duemila hanno superato il 20%, nel 2040 si calcola si attesteranno al 33%, vale a dire un italiano su tre. Come saranno quei milioni di vecchi che stanno riempiendo il mondo? Alcuni sostengono che l’impatto che le reti connesse hanno avuto con il genere umano sia stato superiore all’invenzione della stampa a caratteri mobili. A maggior ragione, la profondità con la quale il digitale ha rivoluzionato gran parte dei processi riguarda la vita dell’anziano, che diventa una corsa ad ostacoli nella quale la tecnologia – che è di fatto anticiclica poiché si disinteressa di un ciclo che è ben evidente a tutti, quello del rapido spostamento in avanti dell’età media mentre propone prodotti per soli giovani – è il principale oppositore per la velocità con la quale ha colonizzato ogni abitudine.

Il tecnologo proporrà solo l’utilizzo di app, codici e password sempre più complicati, autenticazioni a tre fattori, impronte digitali, riconoscimenti facciali affinché si possa accedere a ciò che dentro una complessità crescente è pensata, si dice, nell’esclusivo interesse degli internauti. Il tecnologo rende le nuove opportunità fuori dalla portata dei vecchi. A loro armonia, purezza e tranquillità continuano ad essere negati. Come difendersi allora? Forse diventare legione comporterà loro alcuni vantaggi. Dovranno trasformarsi in nuovi ribelli costringendo la tecnologia a farsi ciclica e battendosi per contrastare il dominio della velocità in vista di una società decelerata e a «ping lungo». La seconda possibilità sarà la fede cieca nella tecnologia. Si tratta del vecchio bionico che attende fiducioso che questa lavori per lui. Intanto, noi tutti che siamo inevitabilmente diretti verso il temibile «gorgo», continueremo a «crederci “i giovani” del nostro tempo», mentre il nostro unico legame con la realtà, svestiti definitivamente i panni del vecchiogiovane, saranno i nostri figli che abitano un mondo che non capiamo più. Sì, come scrive Natalia Ginzburg, ci sentiremo «davanti a loro come bambini in presenza di adulti».

- Francesca Nodari - Pubblicato su Domenica del 23/4/2023 -

mercoledì 9 agosto 2023

Il Bardo !! Da Virgilio a Willie The Shake, passando per Beatrice??

Il motivo dantesco della trasformazione/metamorfosi diventa particolarmente eloquente nel passaggio da Virgilio a Beatrice, che corrisponde al passaggio dal Purgatorio al Paradiso, e nel caso anche al passaggio dal latino alla lingua volgare: riguardo Virgilio, questa idea di trasformazione si riflette in diverse situazioni, come quella che attiene alla trasformazione dell'Eneide in un'opera "santa" o "religiosa", quasi un testo sacro sulla falsariga dell'Esodo biblico, per esempio (e che alla fine genera quella che diventa la grande trasformazione da un poema a un altro, da un poeta a un altro; vale a dire, il passaggio che porta dall'Eneide pagana alla Commedia cristiana: Virgilio, come Mosè, non può entrare nella Terra Promessa).

Harold Bloom, riprende questo desiderio di trasformazione/metamorfosi nel suo monumentale libro su Shakespeare, soprattutto per quel che appare come il tentativo di trasformare un testo secolare in un testo sacro. Gli scritti di Shakespeare - sostiene Bloom - hanno trasformato quello che costituisce il tessuto di tutto ciò che è l'«umano». E pertanto ecco che così, quel che «inventa l'umano» è proprio l'opera di Shakespeare : la «Bardolatria dell'Alto Romanticismo» - come scrive Bloom - non forma altro che quella che appare come se fosse la più organizzata delle Sette: la Bardolatria è un'eccessiva ammirazione per William Shakespeare.

Dal XVIII secolo, Shakespeare viene così riconosciuto come «il Bardo». E colui che idolatra Shakespeare, diviene a sua volta il “bardolatore”, nella misura in cui la «perenne supremazia» di Shakespeare gli appare inevitabile, informando in tal modo il nostro linguaggio e la nostra psicologia.

fonte: Um túnel no fim da luz

martedì 8 agosto 2023

Fratture !!

Chissà se allora la cosa andò più o meno nello stesso modo, e soprattutto quanto tempo sarà passato prima che la frattura diventasse irreversibile e insanabile!??

Non so se oggi si possa fare davvero, ma la tentazione è forte assai. Non so se si possano equiparare, dopo averli soppesati ben bene, gli Interventisti nella prima guerra mondiale ai no-vax/no-greenpass della Pandemia di Covid-19 (o ai vari putiniani della guerra contro l'Ucraina; oppure ai negazionisti del cambiamento climatico). Magari, forse è azzardato, e bisognerebbe prima analizzare, cercare riferimenti storici e altre cose del genere per arrivare a dire che - e non solo in Italia - la cosiddetta estrema sinistra (insieme agli anarchici) si è lasciata in gran parte sedurre - rimanendone affascinata - da quell'idea di "libertà" che oggi viene propugnata da questa sorta di "nuova destra" e che, per l’appunto, riscuote un gran successo assai simile a quello che ebbe quell'Interventismo (democratico, mi pare lo chiamassero!) che allora ruppe gli argini in maniera assai simile a quel che – mutatis mutandis - avviene al giorno d'oggi. Allora accadde, quanto meno in Italia, che la sinistra nata dal "confronto" col fascismo – i comunisti di Gramsci e di Togliatti (entrambi interventisti!) - dovette prima farsi sedurre da un'idea di prassi che «all’esordio, era manifestazione di attivismo, più che meditata e concorde operazione culturale e politica: un gruppo di amici che vogliono fare e che hanno i mezzi per fare.» ( Giorgio Bocca - "Togliatti" - Feltrinelli, 2014).

Insomma, anche allora si trattò del soggetto che veniva rivalutato, e che era visto come il protagonista in quelle che erano, come dire, delle... attività: si trattò, a quel tempo dell'influsso di Sorel, ma anche di Croce, e volendo, persino di Gentile. Anche l'interpretazione della rivoluzione russa non era stata in negativo, non era stata vista come una rivoluzione che smentiva la profezia dell'inevitabilità delle crisi e del crollo del capitalismo nei paese maturi; ma rappresentò piuttosto una rivincita della volontà, del soggetto politico organizzato, capace di imporsi con un azione rapida, diretta allo scopo. Ma sto divagando...

Qui e oggi - nel 2020, per l'esattezza  - è cominciato con gli Agamben e i Cacciari che, insieme ai Freccero, avevano ritenuto che bisognava salvare... la modernità - così come la produzione e la crescita - dal lockdown e dal green pass. Qualcuno è perfino arrivato addirittura a scrivere che «A un livello interpersonale, la funzione della mascherina equivale alla recinzione delle terre comuni nel XVII secolo» (cfr. Frère Dupont [‘I Am Not Chuang’] su lettersjournal.org ; online su the Anarchist Library). Ma subito dopo, si è dovuto registrare il fatto che - con la medesima verve, e da quella che era più o meno la stessa gente - a partire dal 24 febbraio del 2022, il salvataggio di questa nuova modernità si era allargato fino ad arrivare a investire il discorso relativo a un nuovo ordine mondiale, fino ad arrivare ad asserire che - nel quadro del salvataggio del «nostro stile di vita» - bisogna ergersi e lottare contro una NATO che oggi vorrebbe piombarci in una guerra nucleare. Si sono moltiplicate le voci che suggeriscono che - tutto sommato - forse sarebbero assai meglio (e più atti allo scopo dell'accensione del riscaldamento in inverno) la Cina e Putin i quali, nel dominio del mondo, possono sostituirsi all'Occidente made in USA, in modo da garantirci così tanto il Gas quanto l'Aria Condizionata; per non parlare della persistenza delle nostre belle automobili nelle altrettanto nostre belle città. E senza doversi preoccupare troppo di questo quantomeno dubbio riscaldamento climatico che, a detta loro, vorrebbe solo farci andare a piedi, impendendoci perfino di poter comodamente volare a scopi turistici da un capo all'altro del mondo. Per tutti loro - per Agamben e Puzzer, così come per Putin e Lula, ma anche per Trump e Meloni - a quanto pare il nemico da battere sembra essere diventato solo il vecchio Walter Benjamin, e il suo salvifico freno d'emergenza da tirare quanto prima.