lunedì 19 giugno 2023

Un osso duro da rosicchiare…

Torniamo alla definizione delle classi
- di Christophe Darmangeat -

In un articolo che ho scritto su questo blog due anni fa (di già!), ho sottolineato quali sono le difficoltà che si incontrano nel definire le classi sociali, ovvero se lo si fa nei termini della classificazione proposta da A. Testart, seguendo la delimitazione tra il II e il III mondo. Non ho fatto molti passi avanti per trovare una soluzione, ma le discussioni che ho avuto nell'ultima settimana con alcuni colleghi (e ce ne saranno altre!) mi hanno convinto a riesumare questo osso duro da rosicchiare. Tanto più che le discussioni svoltesi nel frattempo sul tema dell'altra transizione - quella che dal Primo Mondo porta al Secondo - mi hanno suggerito una riformulazione del problema, e le poche righe che seguono non riprendono affatto lo stato della questione: per cui invito i lettori interessati a fare riferimento ai testi in questione.

La mia intuizione mi suggerisce uno stretto parallelismo tra le due situazioni. In entrambi i casi, la soluzione proposta da Testart privilegia un elemento giuridico: in un caso, l'esistenza di un prezzo della sposa e del wergild; e nell'altro, quella della proprietà fondiaria. Ma in entrambi i casi, la soluzione si trova viziata dalla propria ristrettezza: nel senso che esistono delle società ricche, le quali tuttavia ignorano i pagamenti matrimoniali e giudiziari. Allo stesso modo, alcuni rapporti di classe (a partire dalla Schiavitù) rimangono indipendenti dalla proprietà fondiaria.  Quella di comprendere il fenomeno in questione in termini di conseguenze o di manifestazioni (per così dire, a tappeto) è una falsa idea. La ricchezza non viene a essere definita a partire dalle disuguaglianze di ricchezza, e questo per due motivi: in primo luogo, perché dire che ci sono disuguaglianze di qualche sorta, nulla ci dice circa la natura di quel qualcosa. In secondo luogo, perché la ricchezza può esistere benissimo senza però generare delle disuguaglianze di ricchezza; ovvero, generando disuguaglianze talmente limitate da rimanere impercettibili.

Credo che la stessa cosa possa valere anche per lo sfruttamento: dobbiamo essere in grado di caratterizzarlo per quello che è, e non per i suoi presunti corrispettivi correlati (l'esistenza di persone che, de facto o de jure, sono dei dipendenti, o, come ho suggerito, l'esistenza di proprietari svincolati dal lavoro produttivo). Per la ricchezza, così come per lo sfruttamento, la difficoltà risiede nel fatto che il fenomeno che dovrebbe costituire il criterio di delimitazione, esiste in un modo o nell'altro in tutte le società. La ricchezza è presente nel Primo Mondo, sotto forma di beni che possono essere scambiati con altri beni. Lo sfruttamento è presente in tutto il Secondo Mondo (schiavi, servitori, donne, dipendenti di ogni tipo, ecc.), ed esistono anche all'interno del Primo Mondo stesso - e in ogni caso, da un punto di vista teorico, non c'è nulla che lo impedisca. È quindi necessario scomporre il fenomeno, per poter individuare la forma specifica in cui la cosa possa validamente fungere da criterio. Nel caso della ricchezza, ad esempio, ho proposto una distinzione tra ricchezza "elementare" e ricchezza "estesa", ed è solo la presenza di quest'ultima che caratterizza i Mondi II e III. Se mi trovo sulla giusta strada, allora dovremmo essere in grado di scomporre il fenomeno dello sfruttamento, in modo da evidenziare così quali dei suoi elementi costitutivi sono caratteristici di una società di classe (vale a dire, del III Mondo). Questa è un'ottima domanda... per la quale non ho un'idea di risposta.

- Christophe Darmangeat - Pubblicato il 16/11/2022 su La Hutte des Classes -

domenica 18 giugno 2023

La lettera, alla fine arriva sempre...

Quando Walter Benjamin - con il suo libro "Uomini tedeschi. Una serie di lettere" (una sorta di precursore del libro formato interamente di citazioni, che progetta nel suo lavoro dei "Passages") - ci propone una raccolta di grandi lettere, per farlo si serve della figura tutelare di Goethe, in modo che così possa riuscire a parlarci di un mondo che non esiste più, e rispetto al quale, nel 1936, si rende necessario compiere il lavoro di elaborazione del lutto (il libro viene pubblicato in Svizzera - proprio il luogo in cui dieci anni dopo uscirà il libro di Auerbach, "Mimesis": anch'esso una meditazione sui mondi che non esistono più), usando lo pseudonimo di Detlef Holz. Molti decenni dopo, Coetzee, nel pubblicare "Elizabeth Costello", promuoverà un movimento simile, sebbene più complesso, dal momento che mette in atto un ulteriore avvitamento, a partire da un personaggio interposto (una maschera, una protesi): per l'appunto, proprio quella Costello, che «non esiste». È Costello che entra in possesso della lettera di Lord Chandos, mostrando come, dentro questa invisibilità (la natura stessa del linguaggio, il mistero del linguaggio, il linguaggio come mistero), se ne dispieghi un'altra, quella di Lady Chandos ("Lettera di Elizabeth, Lady Chandos, a Francis Bacon" è il titolo dell'epilogo di "Elizabeth Costello"). Appare indubbio che la lettera si imponga, che per quanto tempo ci voglia, essa trovi un modo per arrivare:

La lettera di Goethe arriva a Benjamin (che si trasforma in Detlef Holz: la sua persona, la sua maschera, la sua protesi), allo stesso modo in cui la lettera di Chandos arriva a Coetzee (il quale inventa una scena in cui la lettera invisibile di Lady Chandos possa così arrivare fino a Elizabeth Costello; e in questa invenzione, l'abisso che separa la persona del libro "Elizabeth Costello" da Elizabeth Costello, opera una differenza derridiana che non viene tracciata con la voce, ma con la grafia, il segno).

fonte: Um túnel no fim da luz

sabato 17 giugno 2023

Come ci siamo arrivati… ?!!

« A quanto pare, sembra che a partire dal 1918 la classe operaia abbia cominciato a essere sempre più identificata come un agente della propria oppressione - in particolare, a causa della sua fedeltà alla forma sindacale - e ha cominciato a essere vista come un fattore del sistema capitalistico. In uno strano modo, i comunisti dei consigli e l'ultra-sinistra confermavano ciò che Lenin aveva sostenuto a proposito del fatto che la classe operaia sia sempre in grado, da sé sola, di raggiungere una coscienza sindacale. Ma anziché seguire Lenin - ossia, promuovere l'istituzione di un organo centrale di partito composto da intellettuali borghesi - i comunisti dei consigli, inconsapevolmente, preferirono tornare alla prospettiva che era stata quella di Bakunin: una prospettiva che affermava che la classe operaia avrebbe raggiunto la coscienza rivoluzionaria solo attraverso l'azione. E questo, per i comunisti consiliari, significava passare - attraversando il tumulto dell'azione industriale su larga scala - alla costituzione dei Consigli Rivoluzionari. Così, questi gruppi di comunisti consiliari - gruppi di individui impegnati a cercare di intervenire nelle lotte industriali - erano, ironia della sorte, esattamente proprio ciò che Bakunin aveva previsto nel 1870, allorché scrisse la Lettera a (o il Ripudio di) Necaev: "L'unico scopo della società segreta [termine con cui Bakunin indicava un gruppo rivoluzionario; in Europa, nel 1870, un'organizzazione rivoluzionaria doveva essere necessariamente una società segreta] deve essere non quello di creare una forza artificiale al di fuori del popolo, ma di destare le forze popolari spontanee, di unirle e organizzarle; di conseguenza, l’unico esercito rivoluzionario possibile e reale non si trova fuori dal popolo, è il popolo stesso. È impossibile svegliare il popolo con mezzi artificiali, le rivoluzioni popolari sono provocate dalla forza stessa delle cose (...) Quali saranno lo scopo principale e il compito dell’organizzazione? Aiutare l’autodeterminazione del popolo sulla base di una assoluta uguaglianza, della libertà umana completa e multiforme, senza la minima ingerenza da parte di qualsiasi potere, anche provvisorio o di transizione (...) ".

Ma i comunisti consiliari (seguendo Marx) hanno sempre disprezzato gli anarchici, e pertanto non hanno mai guardato in maniera adeguata alla storia della Prima Internazionale (si veda: Rudolf Rocker, "Anarcho-syndicalism: Theory and Practice") e perciò non sono stati in grado di riconoscere il fatto che Bakunin li aveva preceduti di almeno 50 anni. E pertanto - forse a partire dalla Comune di Parigi –, per i comunisti consiliari e per l'ultrasinistra, i pilastri storici cui riferirsi divennero i Consigli Operai Rivoluzionari. Poi, subito dopo ci sono stati i primi giorni dei soviet (consigli) nella Rivoluzione russa, lo Shop-Stewards Movement nel Regno Unito e i Consigli dei lavoratori e dei soldati in tutta Europa, in particolare in Germania alla fine della prima guerra mondiale. Ovviamente, tutti questi fenomeni fallirono, ma l'«eredità», come scrisse Paul Mattick nel 1939: "aveva trovato la sua espressione organizzativa in vari gruppi antiparlamentari e antisindacali presenti in un certo numero di Paesi. Ai suoi inizi, e nonostante tutte le sue incoerenze, questo movimento si oppose rigorosamente a tutto il  capitalismo, così come si oppose al movimento sindacale nel suo insieme, in quanto esso faceva parte del sistema".»

( Mickey Moosenhauer )

fonte: Contrahistorical

venerdì 16 giugno 2023

La «brigata Ravachol» !!

«La storia di un ricercatore che crede di sapere cosa cerca, e di un ricercato che è stato trovato e rinchiuso. E dei molti modi in cui si sbagliavano entrambi». Marco Malvaldi

Marcello è un trentenne senza un vero lavoro, resiste ai tentativi della fidanzata di rinsaldare il legame e cerca di prolungare ad libitum la sua condizione di post-adolescente fuori tempo massimo. La sua sola certezza è che vuole dirazzare, cioè non finire come suo padre a occuparsi del bar di famiglia. Per spirito di contraddizione, partecipa a un concorso di dottorato in Lettere, e imprevedibilmente vince la borsa. Entra così nel mondo accademico e il suo professore, un barone di nome Sacrosanti, gli affida come tesi un lavoro sul viareggino Tito Sella, un terrorista finito presto in galera e morto in carcere, dove però ha potuto completare alcuni scritti tra cui le Agiografie infami, e dove si dice abbia scritto La Fantasima, la presunta autobiografia mai ritrovata. Lo studio della vita e delle opere di Sella sviluppa in lui una specie di identificazione, una profonda empatia con il terrorista-scrittore: lo colpisce il carattere personale, più che sociale, della sua disperazione. Contemporaneamente sperimenta dal di dentro l’università: gli intrighi, le lotte di potere tra cordate e le pretestuose contrapposizioni ideologiche, come funziona una carriera nell’università, perfino come si scrive un articolo «scientifico» e come viene valutato. Si moltiplicano così i riferimenti alla vita e alla letteratura di Tito Sella, inventate ma ironicamente ricostruite nei minimi dettagli; e mentre prosegue la sarcastica descrizione della vita universitaria, il racconto entra nella vita quotidiana di Marcello e nelle sue vitellonesche amicizie viareggine. Realtà sovrapposte, in cui si rivelano come colpi di scena delle verità sospese. Che cosa contiene l’archivio Sella, conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi? Perché il vecchio luminare Sacrosanti ha interesse per un terrorista e oscuro scrittore? E che cosa racconta, se esiste, La Fantasima, l’autobiografia perduta?
La ricreazione è finita è un’opera che si presta a significati e interpretazioni molteplici. Un narrato in cui si stratificano il genere del romanzo universitario – imperniato dentro l’artificioso e ossimorico mondo dell’accademia –, con il romanzo di formazione; il divertimento divagante sui giorni perduti di una generazione di provincia, con la riflessione, audace e penetrante, sulla figura del terrorista; e il romanzo nel romanzo, dove l’autore cede la parola all’autobiografia del suo personaggio. Questo libro racconta la storia di due giovinezze incompiute, diversissime eppure con una loro sghemba simmetria.

(dal risvolto di copertina di: Dario Ferrari, «La ricreazione è finita». Sellerio, pp. 480, € 16)

I dolori del giovane (dottorando) Marcello in lotta col barone che si crede una rockstar
- Un laureato in Lettere di provincia non vuole lavorare nel bar del padre e partecipa a un concorso accademico. Lo vince e si scontra col prof. Sacrosanti, che gli appioppa la ricerca su un oscuro scrittore-terrorista -
di Sergio Pent

In mezzo a stelle che cadono, amori che si frantumano, speranze di orfani strappacuore e overdose di blogger e tiktoker, talvolta un respiro di buona narrativa riesce ancora a farci credere di non aver speso invano decenni a sfogliar pagine e a scriverne. Dopo la sorpresa in crescendo delle Ferrovie del Messico di Griffi, arriva ora l’opera seconda del viareggino Dario Ferrari, La ricreazione è finita. L’opera prima, La quarta versione di Giuda (Mondadori 2020), ci era del tutto sfuggita e forse - con gli attuali parametri di pubblicazione - era sfuggita anche al suo editore. Un’opera viva e modulata sul male di vivere, sui compromessi, sui ricordi - privati e sociali - e sulle contraddizioni quotidiane - e poi spesso definitive - che alla resa dei conti chiamiamo vita. Si parla di epoche e di speranze, sogni e sconfitte, partendo da un passato prossimo del 2017 in cui il trentenne viareggino Marcello Gori, laureato in lettere, tenta - pur senza convinzione - il concorso di dottorato presso l’università di Pisa, ben sapendo che i posti occupabili sono già distribuiti a priori dalle alte macchinazioni accademiche, dove svettano «individui che operano nel settore ristretto della cultura sentendosi delle rockstar». Circondato da amici perdigiorno o aspiranti cattedratici ancora al palo, Marcello si confronta con l’algido potere dell’intoccabile Sacrosanti, che male accoglie «l’incidente» del concorso che permette al Gori di rientrare fra i tre possibili dottorandi.

La descrizione delle manovre accademiche risulta tanto schietta, vivace e godibile quanto frustrante, come se da certi gattopardismi non riuscissimo a sganciarci neanche all’epoca di Elon Musk. Ma tutto è appena all’inizio, poiché il Sacrosanti - mente eccelsa ma anche un po’ perversa - affida a Marcello, per la sua tesi, una ricerca sull’oscuro scrittore viareggino Tito Sella, di cui il dottorando non rammenta neppure l’esistenza. Ma ormai il ballo è iniziato, e il nostro protagonista comincia il suo compito con qualche perplessità, scoprendo che Tito Sella - 1953-1998 - su Wikipedia è semplicemente, seccamente segnalato come «terrorista italiano». Marcello prosegue comunque le ricerche, assillato dalla fidanzata Letizia, studentessa di Medicina, che lo vorrebbe già sistemato, e dal padre che lo denigra puntualmente per non aver scelto di ereditare il bar di famiglia. La vita viareggina di Marcello continua tra bevute, amici che ricalcano i vitelloni felliniani, ambizioni di carriera ma anche paura di uscire dal guscio protettivo della provincia. Quando però legge le Agiografie infami di Tito Sella, qualcosa dentro di lui si modifica, cresce la consapevolezza di poter entrare in un universo generazionale remoto, quello che attraversò con ideali astrusi, sangue e violenza gli anni del terrorismo. Esiste forse un’opera autobiografica dispersa - La Fantasima - in cui Tito Sella raccontò quegli anni e quelle imprese eversive, ma nessuno l’ha mai letta. Contro ogni raccomandazione - anche di amici universitari - Marcello accetta di recarsi a Parigi per studiare gli archivi privati e letterari di Sella, e da qui nasce la vera, possente - ma anche tragicamente ironica - sostanza del romanzo.

La seconda parte è un tuffo nella memoria, con l’opera sconosciuta di Sella rivisitata da Marcello a suo uso e consumo, traendone un sunto generazionale commosso e a tratti ridicolo, in cui una banda di vitelloni viareggini anni Settanta si ritrova - più per gioco che per veri intenti politici - a fondare un gruppo eversivo molto precario - la Brigata Ravachol - da cui partirà comunque - tra goliardate impacciate, rapimenti da commedia popolare e ingenuità di prospettiva - un’involontaria, pesante escalation di errori destinati a una tragedia da prima pagina, La ricostruzione è intensa, irruenta, generosa, e conclude il fervore di quegli anni con un punto interrogativo oltre il quale c’è solo la prigionia di Tito Sella e la sua morte prematura. Il resto rimane avvolto in un mistero che Marcello cerca di disvelare attraverso ricerche e contatti, non ultimo quello con un vecchio brigatista italiano rifugiato a Parigi. Ma da qui in poi tutto procede in discesa verso la spianata delle rivelazioni, che cambiano le carte in tavola e regalano al romanzo un’intensità che sconcerta, irrita e commuove, poiché al fondo di ogni generazione si cela un mistero irrisolto, un’illusione mal riposta, una beffa del destino in grado di condizionare anche il futuro, lasciando defluire certe ombre del passato verso un vergognoso oblio. Come si suol dire talvolta in questi casi, è un romanzo che avrei voluto scrivere io.

- di Sergio Pent - Pubblicato su TuttoLibri del 25 febbraio 2023 -

giovedì 15 giugno 2023

Smobilitare la «classe» !!

Critica sociale e teoria di classe
- Sulla necessità di riformulare la nostra concezione di lotta sociale -
di Julian Bierwirth


In questi ultimi anni, la categoria di «classe» è tornata ad assumere grande importanza nelle discussioni circa la direzione della critica sociale emancipatrice, e sull'orientamento delle lotte sociali. La rinascita della politica di classe viene vista come se fosse una grande opportunità per riuscire a dare una definizione più precisa di quelli che sono i meccanismi di dominazione sociale, e al fine di una radicalizzazione delle lotte sociali. Tuttavia, a un esame più attento, il termine sembra poco adatto a questi due aspetti. E per poter svolgere i necessari dibattiti, nel contesto del Capitalocene, si rende pertanto necessario un altro paradigma.

La classe e la critica del capitalismo
L'importanza che il concetto di classe riveste nell'attuale fase della teoria e della prassi della sinistra ha, per gli attori, un significato socio-psicologico che non deve essere sottovalutato. Da un lato, esso indica la (presunta) subordinazione alle condizioni sociali. È chiaro che noi non siamo semplicemente degli esseri umani (come pretende l'ideologia liberale), ma piuttosto degli «esseri umani sottomessi». E lo siamo in base al principio di «classe», che ogni individuo interpreta e intende in maniera diversa. Il termine serve a cercare di rendere comprensibile la sofferenza causata dalla società; eppure allo stesso tempo non riesce a spiegare molto (dal momento che con tale termine ciascuno intende qualcos'altro). Però, allo stesso tempo, il principio di «classe» contiene simultaneamente anche un principio e un motore che guida l'azione. Infatti, dato che in realtà l'assoggettamento non ci riguarda come individui, ma piuttosto in quanto membri di un gruppo assai ampio (la «classe»), ecco che da questo ne possiamo trarre una capacità di azione collettiva. Una simile duplice funzione della «classe», la troviamo già in Marx, il quale da un lato si avvale di un concetto analitico di classe (e lo fa soprattutto ne Il Capitale, dove egli intende le classi come se esse fossero delle categorie funzionali alla produzione di merci); mentre, dall'altro lato, usa la «classe» come concetto teorico di emancipazione (soprattutto nel Manifesto comunista). E ancora a tutt'oggi, a mio avviso, è quest'ultima accezione a rappresentare l'attrattiva centrale esercitata dal discorso sulle classi. Ci promette di definire e stabilire un legame tra dominazione e liberazione, per mezzo del quale viene spiegato chiaramente in che modo i dominati, trasformandosi in soggetti collettivi, possono essere in grado di trasformare le relazioni [*1]. Il problema, consiste nel fatto che le due accezioni del termine non si conciliano bene tra di loro, e perciò non sono in grado di cogliere in maniera pertinente (o addirittura coerente) la diversità tra le diverse forme che costituiscono la dominazione, lo sfruttamento e la resistenza. Questa incompatibilità tra loro, determina un indebolimento del concetto di classe, il quale così viene per essere applicato a dei fenomeni molto diversi, perdendo in tal modo quella chiarezza analitica che un tempo invece lo caratterizzava. Se, ad esempio, le lotte per i costi degli affitti devono essere considerate come lotte di classe, ecco che vediamo che così quello che è un conflitto all'interno della sfera della circolazione (laddove si scontrano affittuari e proprietari) finisce piuttosto per assumere un significato che Marx voleva però invece riservare solo alla sfera della produzione. Se, in fin dei conti, tutto è «classe», allora il concetto non può più servire a spiegare niente di specifico, e di conseguenza non serve più a niente analizzare il modo in cui si costituiscono i rapporti sociali. Però, d'altra parte, se lo riduciamo invece solo alla precisa definizione politico-economica che Marx gli attribuisce nel Capitale, ecco che subito il concetto di lotta di classe diventa di scarsa utilità per descrivere quelle lotte centrali che oggi si svolgono a partire da un obiettivo emancipatorio. Ed ecco che allora il problema non può essere più risolto ricorrendo al concetto di «classe». Solo quando ci rivolgiamo ai principi operativi centrali della società capitalista, il rapporto tra dominio e asservimento può essere risolto in modo emancipatorio. Questo approccio implica un importante cambiamento di prospettiva: il punto di partenza dell'analisi non è più costituito dalla determinazione dell'identità (chi fa parte della «classe»?), ma da quella del contenuto (cosa vogliamo abolire?). Dobbiamo quindi chiederci che cosa è che caratterizza fondamentalmente il capitalismo.

Che cos'è il capitalismo?
Il capitalismo, ha dato origine a una formazione sociale che si distingue per quello che, rispetto a tutte le società precedenti, costituisce un aspetto centrale. Gli esseri umani si trovano a essere allontanati ed estromessi da quelle che erano le loro tradizionali relazioni sociali, e vengono scaraventati in un sistema che si caratterizza a partire da quella che appare come una strana autoreferenzialità. Il capitalismo è essenzialmente contraddistinto da quel meccanismo che consiste nel fare più soldi per mezzo dei soldi. E inoltre, del resto, è a questo meccanismo che esso (il capitalismo) deve il suo nome. «Il capitale» è - secondo Marx - il meccanismo e il movimento che succhia e assorbe lavoro, denaro e natura per poi dopo rigurgitare altro denaro; e che in tal modo, di passaggio, «simultaneamente esaurisce le due risorse da cui si origina ogni ricchezza: la terra e il lavoratore».Tale principio di autoriproduzione incessante, è auto-referenziale: non ha un fine esterno, non ha un punto di arrivo verso il quale si dirige. Ed è largamente indipendente da quegli individui che occupano le posizioni concrete di azione e di dominio. Se proprio vogliamo arrivare al cuore dell'asservimento e dell'alienazione di cui tutti soffriamo, non ci rimane altro da fare che eliminare tale processo autoreferenziale di accumulazione del capitale. Per poterlo fare, ci servono altre forme di riproduzione sociale, che dobbiamo creare tutti insieme. E tutti insieme dobbiamo condurre quelle lotte sociali finalizzate ad appropriarci della ricchezza della società. Le condizioni concrete, in cui si svolgono le lotte sociali, sono quindi sempre segnate in modo centrale dalle condizioni di (ri)produzione del capitale. Secondo Marx, l'analisi di queste condizioni ci fornisce la chiave per comprendere le lotte contemporanee. Al contrario, invocare oggi il concetto di classe funziona spesso come il tentativo di trovare una scorciatoia: passare direttamente alle lotte senza alcuna analisi sostanziale; lotte che poi vengono intraprese senza successo.

Analisi politica ed economica anziché politica identitaria
Prendiamo come esempio quello di un dibattito politico attuale, e vediamo in che modo cambia la prospettiva, prendendo in considerazione i contesti politici ed economici. Nel momento in cui i prezzi dei generi alimentari, dell'energia e degli affitti aumentano, l'enfasi sulla politica di classe si esprime attraverso la richiesta di salari più alti, di sussidi pubblici per la «classe operaia», e maggiori tasse sui ricchi [*2]. Ma chiedere salari più elevati, significa anche che l'economia nel suo complesso deve continuare a crescere, in modo da mantenere così sostenibili i salari stessi. Oggi - al più tardi con le crisi ecologiche - per una sinistra che vuole preservare un pianeta vivibile, la crescita economica non è più una soluzione. Ma se vogliamo uscire dalla crescita economica, abbiamo anche bisogno di trascenderla e superarla, andando oltre quelle che sono le nostre tradizionali richieste socio-politiche. Un altro esempio, è quello degli affitti e delle controversie in materia di locazione. Se nei grandi agglomerati urbani gli affitti stanno andando fuori controllo, ciò non avviene semplicemente perché per ragioni sconosciute i proprietari sono diventati più avidi e hanno pertanto innescato una «inflazione dovuta alla cupidigia». Si tratta piuttosto di capitali finanziari inutilizzati che, in quelli che sono tempi di bassi tassi di interesse, cercano opportunità di investimento redditizie, e le trovano nel settore immobiliare. Pertanto, se vogliamo capire e criticare l'aumento degli affitti, dobbiamo parlare della finanziarizzazione del capitalismo, dell'importanza dei mercati finanziari nel XXI secolo, e così via. Dire che questi processi devono essere portati avanti da persone reali e operose non è molto d'aiuto. Bisogna quindi parlare della situazione politica ed economica in cui si trova attualmente il capitalismo. Solo comprendendola, possiamo capire i cambiamenti degli attori sociali, e gli attuali processi di impoverimento. Questa prospettiva implica che le relazioni sociali fondamentali, che caratterizzano la vita sotto il capitalismo, non sono affatto delle relazioni di classe. Con il capitalismo, il lavoro si è imposto come  il mediatore centrale tra gli individui, da una parte, e la ricchezza sociale dall'altra. Tutti noi dipendiamo dal fatto che la macchina della valorizzazione del capitale debba continuare a girare, dal momento che siamo legati a essa tramite le nostre vite e le nostre possibilità di riproduzione. Questo ci rende vulnerabili e soggetti a essere ricattati. Il collega che assembla automobili nella fabbrica di automobili può anche essere del tutto convinto dell'urgenza relativa alle crisi ecologiche, ma il suo bisogno di riproduzione individuale lo mantiene legato alla società motorizzata. In caso di dubbio, egli opterà addirittura per l'auto con motore a combustione interna piuttosto che per l'auto elettrica, e lo farà semplicemente perché la produzione di auto a combustione interna richiede più lavoro, e questo gli assicura la sua ricompensa individuale, almeno a breve termine. Il fatto per cui ci troviamo in una fase economica nella quale il lavoro vivo perde sempre più la sua importanza in quello che è il processo di produzione - mentre, allo stesso tempo, le merci del mercato finanziario e l'economia di rendita stanno guadagnando sempre più importanza ai fini dell'accumulazione di capitale - non rende certo le cose più facili per il collega della fabbrica di automobili. Ciò perché la merce che egli vuole vendere (vale a dire, il lavoro), nel processo di accumulazione del capitale sta oggettivamente perdendo sempre più  importanza. E la cosa determina un effetto poco favorevole alle condizioni di vendita di tale merce. Per sottolinearlo ancora una volta: tutto ciò non costituisce una legge di natura, bensì una conseguenza del fatto che tutti noi dobbiamo garantire la nostra sussistenza comprando e vendendo merci. È per questo che Marx ha definito il capitalismo come una società produttrice di merci. Ed è da questo meccanismo che dobbiamo uscire se vogliamo liberarci dalle coercizioni che rendono la nostra vita un inferno.

La lotta di classe nella crisi climatica
Queste riflessioni non sono nuove ma, se viste nel contesto della crisi ecologica, stanno assumendo sempre più importanza . Ancora una volta, la crisi sta cambiando in maniera fondamentale la situazione politica nella quale attualmente ci troviamo. Essa non consente più che si possa continuare a mantenere quegli schemi che dal fordismo in poi hanno mantenuto a galla la sinistra. L'enfasi che viene posta sull'aumento dei salari, non può essere dissociata dall'enfasi sulla crescita economica. E noi non abbiamo certo  bisogno di continuare a spingerci ulteriormente sempre più in profondità nella tana del coniglio; piuttosto, dobbiamo uscirne. Quello di cui abbiamo bisogno non è più una politica di classe - in quanto lotta finalizzata a rafforzare il ruolo che i lavoratori hanno nel capitalismo - ma al contrario quel che ci serve è una smobilitazione della classe. Dobbiamo organizzare, e portare avanti le lotte in maniera tale che esse siano in grado di condurci fuori dalla falsa realtà; impedendo che si rimanga sempre più profondamente coinvolti nei suoi meccanismi. In un tale contesto, le lotte sociali che si svolgono nell'ambito, e sul terreno del lavoro, possono assumere un carattere assai diverso, a seconda delle premesse a partire dalle quali esse vengono condotte. Ad esempio, la lotta per la riduzione dell'orario di lavoro ha un carattere del tutto diverso rispetto a quello della lotta per l'aumento dei salari, la quale viene portata avanti al fine di mantenere la capacità di consumo della classe operaia. Per usare le parole di Leo Löwenthal: «Che il proletariato si fermi»! Anche pensando la lotta di classe in modo più radicale, non è che le cose migliorino di molto: cosa se ne ricaverebbe nel caso che le aziende dovessero appartenere ai lavoratori? Ci sarebbero dei grandi settori della produzione che  per motivi di sicurezza pubblica dovrebbero essere immediatamente fermati! In ultima analisi, qui si tratta della qualità del nostro rapporto sociale con la natura, vale a dire, è questione di sapere in che modo vogliamo comportarci nei confronti del mondo che ci circonda. E la cosa continua a rimanere sempre strettamente legata al modo in cui ci relazioniamo, ossia al modo in cui stabiliamo i rapporti con i nostri simili. Attualmente, comprendiamo la natura come se fosse un oggetto esterno a noi che bisogna dominare. E stabiliamo tutte le nostre relazioni sociali attraverso le merci, il denaro e il lavoro. Oggi, la sinistra sociale ha ben poche risposte soddisfacenti alla domanda su come poter fare le cose in modo diverso. Si preferisce discutere della teoria delle classi... Il che significa che l'incontro di Francoforte, da cui è nato questo testo, non è solo parte della soluzione, ma è anche parte del problema.

Trasformazione storica del movimento operaio immanente
In effetti, c'è stato un periodo durante il quale il movimento operaio ha portato avanti con successo delle lotte sociali. Possiamo allora chiederci - in maniera del tutto materialista - quale è stata la base oggettiva della formazione del movimento operaio e del suo costituirsi come soggetto di azione collettiva? La cosa trova le sue origini nelle condizioni politiche ed economiche del XIX secolo. Nella neonata società della produzione industriale, i lavoratori avevano una sola merce da offrire: la loro forza lavoro. Tuttavia, si trovavano ben lontani dal venire riconosciuti come dei soggetti aventi uguali diritti. Non avevano affatto quei diritti politici che oggi noi diamo per scontati, e non esistevano nemmeno i diritti sociali, per cui non c'era alcun modo di proteggere i beni che mettevano in vendita. Allo stesso tempo, erano simultaneamente indispensabili al processo di produzione capitalistico. Le competenze necessarie per produrre merci, erano già incorporate nei loro corpi e nelle loro intelligenze. Così, avevano già una carta che si potevano giocare nel dibattito sociale. È stata questa la base oggettiva e materiale della costituzione, a livello nazionale, della classe operaia. Le lotte, portate avanti con successo dal movimento operaio a livello nazionale, erano lotte per il riconoscimento della "merce forza lavoro", e quindi erano lotte per l'integrazione dei lavoratori nella normativa delle leggi vincolanti una società che ruotava intorno al lavoro, al denaro e al capitale. In un'epoca nella quale la forza lavoro era la merce centrale dell'universo capitalista, le lotte potevano essere condotte nella forma della lotta di classe. Ovviamente, sovente queste lotte avevano una forte dimensione emancipatoria. Ciò è stato possibile, a partire dal fatto che esse portavano ad avere migliori condizioni di vita per le persone coinvolte. E questo, del resto, anche perché la missione storica oggettiva della classe operaia (vale a dire, l'integrazione dei lavoratori in quanto soggetti borghesi a tutti gli effetti) è stata travisata e interpretata come se fosse una lotta contro le costrizioni della modernità capitalista. Ad esempio, questa prospettiva si esprime attraverso la supposizione che, in realtà, non si trattasse affatto di integrazione nelle condizioni di vita borghesi, ma piuttosto dell'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Questo genere di atteggiamento non è insolito, ma si tratta, in ultima analisi, di una posizione idealistica che ha poco a che fare con le condizioni materiali. Più l'integrazione dei lavoratori ha avuto successo, più la carica emancipatrice delle lotte è scomparsa. Si è così arrivati a una generalizzazione del modo di esistenza della merce, il quale si è ormai completamente impadronito dei lavoratori: che diventano così i venditori riconosciuti della forza lavoro e, in quanto tali, dei soggetti politici riconosciuti. In questo modo, quelli che sono i contraddittori interessi dei diversi gruppi di venditori di forza lavoro passano in primo piano. La comunità che un tempo costituiva la classe viene erosa, ed è sempre più debole. Al suo posto, le differenze tra gli individui diventano sempre più il fulcro dei conflitti. Sul piano politico ed economico, tutto ciò si esprime nel fatto che il processo di produzione capitalistico, a partire da una concorrenza generalizzata, ha portato a una sempre più crescente scientifizzazione della produzione. Da un lato, questo ha portato anche a un notevole aumento delle quantità prodotte (cosa che ha dato ai lavoratori delle metropoli, delle possibilità di consumo inimmaginabili), però, dall'altro lato, essi sono diventati sempre più un'appendice di una produzione che rispetto a loro sta diventando sempre più autonoma. In questo modo, da un lato, si assiste a una crescente differenziazione della produzione all'interno dell'impresa, e all'emergere di ufficiali e sottufficiali del capitale, come sottolineato da Marx. Ma al più tardi, è negli anni Settanta, al momento della terza rivoluzione industriale, che questo processo porta anche a un crescente declassamento di ampi settori della vita proletaria. Le discussioni sulle nuove classi medie, sulla classe professionale manageriale, o sulle nuove classi «competitive» rientrano in queste trasformazioni. Sono l'espressione del collasso di una politica di classe emancipatrice a partire dalle condizioni materiali. Rimanere focalizzati sulle classi, è solo un riflesso idealista, e non costituisce una critica materialista della società. Questi cambiamenti, fanno oggettivamente perdere alla lotta di classe la sua centralità, semplicemente perché essa è stata privata della sua base materiale. Ma allo stesso tempo, le lotte femministe e antirazziste (che sono sempre esistite, ma che prima erano meno visibili) diventano più centrali nell'economia dell'attenzione. In questo contesto, il tentativo di comprendere le lotte femministe e antirazziste come se fossero in primo luogo delle lotte di classe (nel femminismo marxista, si aggiunge «di classe»). Riformularle come lotte di classe, potrebbe essere inteso come un tentativo (inconscio) di relativizzare la loro nuova importanza, e di cancellare così la moltiplicazione delle lotte che le accompagna.

Che fare? Le lotte sociali al di là della questione di classe
Se pensiamo le lotte dal punto di vista della classe, finiamo per pensarle in termini di politica identitaria. Vorrei invece proporre di pensarle in termini di contenuto. Come se esse fossero la negazione di ciò che rende la nostra vita un inferno, e che vogliamo superare. Tuttavia, nell'orientamento strategico delle lotte, continuano a esserci ancora (almeno) due aspetti importanti da tenere in considerazione. Innanzitutto, il processo di produzione capitalista attraversa e impregna tutti gli ambiti della società. Una pratica emancipatrice che volesse affrontare tale totalità dovrebbe superare il capitalismo globale in un sol colpo e tutt'insieme. Ma se il modo in cui le persone si relazionano, e pensano il mondo, è caratterizzato esso stesso da questa totalità capitalista, difficilmente si renderà possibile trovare e riconoscere delle maggioranze rilevanti. O quanto meno, al momento non riusciamo ancora a capire da dove queste maggioranze possano provenire. Tuttavia, allo stesso tempo, il capitalismo non è un sistema statico che semplicemente si limita a organizzare il dominio a un livello costante. Si tratta piuttosto di un sistema altamente dinamico, nel quale le condizioni di vita di molte persone si deteriorano costantemente proprio a causa delle dinamiche di crisi del capitale (quelle che le scienze sociali chiamano «crisi multiple»). Con la crisi climatica e la crisi della biodiversità, a essere in gioco sono anche le stesse basi scientifico-naturali della costruzione di una società vivibile. Dobbiamo pertanto muoverci in fretta, e non sembra affatto promettente aspettare che si creino quelle maggioranze globali necessarie a una rivoluzione globale. Di conseguenza, ciò significa che a mio avviso dobbiamo trovare il modo di relativizzare quanto meno quello che è il dominio della forma-merce, e separare, staccandoli dal dominio della merce, i domini parziali della riproduzione sociale. I punti di riferimento di interesse ci appaiono davanti nella misura in cui consideriamo le lotte emancipatorie a partire dalla prospettiva secondo cui la nostra riproduzione è organizzata intorno all'acquisto di merci. Ad attirare l'attenzione, sono state giustamente le lotte per la socializzazione degli alloggi (ad esempio, "DW-expropriation" o "Mietenwahnsinn Hessen"). Si tratta qui, essenzialmente, di far perdere all'alloggio il suo carattere di merce.  E in effetti, l'esplosione dei prezzi degli affitti è dovuta essenzialmente alla natura di merce degli alloggi: allorché il capitale deve essere investito, in un periodo di bassi tassi di interesse, gli alloggi diventano oggetto di speculazione. Il risultato è quello di un aumento degli affitti. Spesso si tenta di descrivere queste lotte come se fossero «lotte di classe», cosa che generalmente significa soltanto che la nozione di classe ha perso la sua acutezza, e alla fine è diventata identica a un concetto sociologico generale, come «povero» e «ricco». In questo modo finisce per essere solo un diversivo rispetto a qualcosa che potremmo descrivere più semplicemente dicendo solo che le nostre vite sono state rese più difficili dal fatto che dobbiamo comprare un alloggio come se si trattasse di una merce. Ma la casa non dovrebbe essere una merce! Prendiamo un altro ambito di lotta sociale. Quello delle ultime lotte del movimento per la giustizia climatica che hanno sollevato la questione delle condizioni di produzione dell'energia. Anche l'energia viene prodotta e venduta in quanto merce. Questa cosa ha dato vita a delle campagne come quella di «Exproprier RWE». In una società come quella tedesca, dove la percentuale di affittuari è vicina al 60%, si aprono delle interessanti possibilità di mettere in rete le lotte sociali. Al momento, in realtà nessuno ha interesse a isolare in maniera adeguata le proprie case. I proprietari non hanno alcun interesse a farlo visto che non sono loro quelli che devono pagare i costi dell'energia, mentre gli inquilini non hanno accesso a tale opzione dal momento che non sono loro i proprietari, e le società elettriche hanno interesse solo a vendere energia, e pertanto non è nemmeno loro interesse ridurre le vendite. Ma se gli alloggi fossero gestiti dagli inquilini e la produzione di energia fosse gestita dalla società, allora gli effetti provocati da una simile sinergia sarebbero enormi. A tal punto, le persone potrebbero davvero pensare a come organizzare il proprio approvvigionamento energetico in maniera materialmente sensata. Finora questo non è stato possibile, perché ovunque esistono relazioni tra le merci e il denaro. Visto dalla prospettiva di un movimento critico nei confronti delle merci, questo apre una moltitudine di possibilità di intervento e di cooperazione all'interno dei movimenti sociali. Va da sé che tutte queste lotte particolari non costituiscono ancora un superamento dei rapporti capitalistici. Ma essi tuttavia creano uno spazio per poter respirare in un mondo in cui è sempre più difficile respirare, soprattutto a causa delle condizioni climatiche in costante cambiamento. E questo implica anche un altro aspetto: le nuove possibilità di collegare le lotte tra di loro, non sono il risultato di un arretramento dalle proprie rivendicazioni, che verrebbe messo in atto a partire da un compromesso di facciata che sarebbe insoddisfacente per tutti. Ma risulterebbe invece proprio a partire dalla loro estensione e radicalizzazione. È proprio perché facciamo, delle categorie di base della formazione sociale capitalista, il punto di partenza delle nostre lotte - ed è proprio perché radicalizziamo le nostre rivendicazioni - che davanti a noi appaiono di continuo e sempre più delle nuove possibilità di alleanze tra le lotte.

Julian Bierwirth - (gruppo tedesco Krisis) - Francoforte, 5 giugno 2023

- Questo testo si basa su un intervento dell'autore alla "Seconda Settimana di Lavoro Marxista" del 29 maggio 2023, a Francoforte sul Meno -

NOTE:

[*1] - Nel corso di una discussione, svoltasi nell'ambito della «Settimana di lavoro marxista», un oratore ha sostenuto che Marx avrebbe ridotto le condizioni sociali a una semplice frase nella quale ci sarebbe solo un soggetto, un oggetto e un predicato. Per cui ora sarebbe chiaro chi è che deve fare qualcosa, che cosa deve essere fatto, e come deve essere fatto. Nel discorso di classe, il mondo sembra essere tutto ben ordinato e assai facile da capire. Di fronte alla disperazione in cui si trovano i movimenti di emancipazione, questo può di certo essere una consolazione. Ma non ci fa andare da nessuna parte.
[*2] - Si veda, ad esempio, l'inqualificabile campagna «Quando è troppo è troppo»: https://www.wirsagengenug.de/

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

mercoledì 14 giugno 2023

In cerca dell’Apostrofe !!

Nel suo libro su Dante ("Dante come poeta del mondo terreno"), Erich Auerbach scrive che la risorsa artistica preferita da Dante è "l'apostrofe", vale a dire, l'improvvisa interruzione del discorso che l'oratore o lo scrittore attua nel rivolgersi a qualcuno o a qualcosa, reale o fittizio che sia (come la voce che parla ad Auxilio Lacouture in "Amuleto", di Roberto Bolaño: «ehi, Auxilio, che cosa vedi?»); oppure, parole o frasi nominali che iniziano con un'affermazione, in modo da indicare così il destinatario del messaggio (come nella frase di apertura del racconto "Biografia di Matvjej Rodionyc Pavlicenko", di Isaak Babel , ne "l'Armata a cavallo": «Compaesani, compagni, fratelli di sangue!»).

Per Auerbach, in Dante l'apostrofe non è un mero artificio tecnico, quanto piuttosto un'espressione naturale di quella che è la forza del suo spirito. Questo artificio, è un dispositivo che ha a che fare con la supplica e con l'evocazione, e necessita di un salto brusco dalla posizione della scrittura a quella della lettura; come se mettesse in atto un'abbreviazione del tempo e dello spazio. Auerbach ci dice che in quei versi di Dante, nei quali viene fatto uso dell'apostrofe, è possibile riconoscere come una sorta di «convocazione enfatica», e a volte perfino una «clamorosa evocazione» o una «chiamata supplicante». In tal senso, è lecito ricordare la frase di Herman Melville in "Bartleby, lo scrivano": «Ah Bartleby! Ah umanità!»; o quella di San Paolo nella sua prima epistola ai Corinzi (15,55): «Dov'è, o morte, la tua vittoria?»

Ma è solo nella Divina Commedia che questa forma troverebbe piena espressione, scrive Auerbach: «Se si volesse dare un'idea di quanto il suo grande poema sia ricco di apostrofe, bisognerebbe trascrivere un centinaio di versi della Divina Commedia, o forse più (...) Di questo lungo elenco, fanno parte ordini imperiosi e tenere richieste, suppliche e implorazioni al cospetto del dolore più profondo e pretese altezzose, appelli patetici ed esortazioni pedagogiche, saluti amichevoli e dolci ricongiungimenti; alcune di queste apostrofe vengono preparate con largo anticipo, estendendosi, dopo tutta una progressione di periodi, su molti versi impressionanti»

fonte: Um túnel no fim da luz

martedì 13 giugno 2023

Europei …

- Ricordo di Hans Magnus Enzensberger -
di Alfonso Berardinelli

Con la scomparsa di Hans Magnus Enzensberger il Novecento moderno e postmoderno davvero finisce. Finisce il secolo di Kafka e Brecht, di Eliot e Hemingway, di Orwell e di Adorno. Ma finisce anche il secolo di chi aveva sentito di venire dopo di loro. E si trattò di almeno due generazioni. Già Auden e Beckett sapevano di presupporre Eliot e Joyce, come Camus e Borges sapevano di avere alle spalle Kafka. Ma è con l’ultima ondata di postmoderni, cioè con Pasolini e Calvino, García Márquez, Kundera, Roth e infine Enzensberger che la coscienza critica e storica del passato novecentesco si esaurisce. Nel cinema, a rappresentare questa coscienza, c’è stato Kubrick, che rifà tutti i generi; in pittura Francis Bacon; nel teatro Harold Pinter.
È in questo senso che la vicenda del Novecento si chiude con la scomparsa di Enzensberger, il più giovane e longevo dei postmoderni. Dalla poesia alla biografia e al giornalismo saggistico, lo sperimentalismo virtuosistico di Enzensberger ha coinvolto tutti i generi. Mentre i neoavanguardisti distruggevano i generi, lui li riusava. Per lui il progressismo linearmente innovativo dei moderni apparteneva al passato: era meglio scavalcarlo all’indietro riprendendo modelli settecenteschi o perfino classici più remoti. Come Calvino riprese la fiaba e il conte philosophique, Pasolini il poemetto romantico, così Enzensberger tornò a Diderot enciclopedista scettico e come poeta aveva cercato di imparare da tutti: da Catullo, Villon, Brentano, Apollinaire, Neruda e Williams, Benn e Brecht.

Quando esordì come poeta, alla fine degli anni Cinquanta, pubblicò un’antologia intitolata Museo della poesia moderna. Invece che tornare alle avanguardie storiche condannandosi a una stanca replica, come il nostro Gruppo 63, Enzensberger demolì come illusoria l’idea stessa di avanguardia, che pretende di monopolizzare il futuro. Invece che scrivere poesia per non farsi capire, cercò di scrivere «poesia per chi non legge poesie». Prendeva tutto ciò che gli serviva e il culmine della sua attività di poeta sono stati due poemi saggistici, neoilluministi, di critica del Progresso, come Mausoleum (1976) e La fine del Titanic (1978), mostrando quanto di follia e di catastrofe c’è nell’idea del sempre meglio inteso come sempre di più. Grande saggista, forse il più mobile, tempestivo, appassionante nella cultura di fine Novecento, Enzensberger lo è anche quando si serve di altri generi. In lui c’è una continua solidarietà fra poesia e critica, versi e prosa, conoscenza e estro ritmico, metodo e stile. I volumi di saggi che nel corso della vita non ha mai smesso di pubblicare fra un libro di poesia e un altro sono la zona più in luce e più frequentata della sua opera: da Questioni di dettaglio (1962) a Politica e crimine (1964) e Mediocrità e follia (1988), fino ai due pamphlet dei primi anni Novanta La grande migrazione, La guerra civile prossima ventura e il riassuntivo Panopticon (2012).

Per mezzo secolo Enzensberger è stato «il principe dell’intelligencija europea», come lo definì Mario Vargas Llosa. La sua maggiore fortuna, più che in area anglosassone e in Francia, l’ha avuta in Italia, Spagna, America Latina e nell’Europa orientale. È stato l’ultimo esempio della Kulturkritik tedesca che ha caratterizzato il Novecento con Kraus, Tucholsky, Benjamin, Anders. Ma con la sua prosa aforistica, la sua verve satirica, la sua immaginazione sociologica e la sua instancabile curiosità esplorativa, è stato anche il più istintivamente cosmopolitico scrittore europeo dagli anni Sessanta a oggi. Gli piaceva evadere da ogni spazio ristretto, culturale o geografico, ma anche, ogni tanto, nascondersi e sparire. Avevo cominciato a leggerlo fin dall’inizio degli anni sessanta, quando ero studente. Era lo scrittore di cui avevo bisogno: critico sociale e poeta nella tradizione che da Valéry, Eliot, Auden, Octavio Paz arriva, in Italia, a Fortini e Pasolini. La mia amicizia con lui iniziò nel 1983.  Avevo tradotto un suo saggio molto polemico e divertente uscito sulla rivista di Wagenbach Tintenfisch, che usai per aprire una controversia a proposito di critica strutturalistica e metodi per insegnare poesia. Da allora ci siamo incontrati ogni volta che si trattava di presentarlo al pubblico italiano. Tra tutti gli scrittori che ho conosciuto, Enzensberger era il meno egocentrico e nevrotico, il più accogliente e incoraggiante. Forse per questo ho l’impressione che ora, senza di lui, la cultura europea manchi di spirito.

- Alfonso Berardinelli - Pubblicato su La Domenica del 4/12/2022 -

lunedì 12 giugno 2023

Al nemico che mi ha insegnato a scrivere…

È impressionante il modo in cui Thomas Bernhard sia riuscito a stabilire una sua presenza nella letteratura successiva alla propria opera. Il modo in cui è riuscito a imporre la sua presenza in tutta una serie di libri e di autori così diversi tra loro, eppure accomunati da Bernhard visto come elemento costitutivo (sulla falsariga di quel che scrive Borges a proposito di Kafka e dei suoi precursori: è proprio perché esiste Kafka che noi riconosciamo certi punti di contatto in dei testi che, senza Kafka, non sarebbero possibile avvicinare tra loro; nel caso di Bernhard, questo avviene con i testi che gli sono succeduti. È Thomas Bernhard che accomuna W. G. Sebald, Bernardo Carvalho, Horacio Castellanos Moya e Hervé Guibert.

Scrive Guibert in "All'amico che non mi ha salvato la vita": «... incapace di riuscire a fare qualsiasi cosa, persino di continuare a leggere "Perturbazione", di Thomas Bernhard. Odiavo questo Thomas Bernhard, innegabilmente si trattava di uno scrittore molto più bravo di me, e tuttavia non era altro che un noioso pattinatore, un ricamatore che tracciava una linea, un insaccatore di salsicce, un creatore di truismi sillogistici, un pivello tubercolotico, un evasivo prevaricatore, uno scrittore di diatribe che scacciava le mosce di Salisburgo, un millantatore che sapeva fare tutto assai meglio di tutti gli altri, andare in bicicletta, scrivere libri, inchiodare chiodi, suonare il violino, cantare, filosofeggiare e ringhiare a tempo perso (...)» (p. 175).

Un po' più avanti, vediamo che Guibert non si preoccupa più di emulare lo stile di Bernhard, quanto piuttosto di riuscire a inserire la vita/morte dell'autore nel contesto del registro della propria vita/morte; come se il dispositivo di contagio fosse andato ben oltre la "letteratura", e avesse raggiunto il "vissuto": «Il 1° febbraio, a Thomas Bernhard rimanevano solo undici giorni di vita. Il 10 febbraio sono andato alla farmacia dell'ospedale Rothschild per le mie capsule di AZT che ho poi nascosto nel cappotto, mentre uscivo, dal momento che gli spacciatori che erano sul marciapiede mi guardavano come se volessero rubarle per i loro amici africani, ma fino a  tutt'oggi - 20 marzo - quando sto finendo di sistemare questo libro, non ho ancora preso una sola pillola di AZT» (p. 183).

fonte: Um túnel no fim da luz

domenica 11 giugno 2023

Gli amici di Erode !!

Sempre arguto e ironico nei confronti dei codici morali e delle convenzioni, nelle storie contenute in questo volumetto la verve umoristica e polemica di Mark Twain è un’assoluta protagonista. Approcci irriverenti alla retorica dei “padri della Patria”, la graffiante ironia nei confronti della religione e del perbenismo, ma anche il ribaltamento di trame edulcorate e moraleggianti, per non parlare poi delle riflessioni al vetriolo sulla rispettabilità, sull’ipocrisia diffusa, sulla filosofia “legge e ordine” e degli aspri attacchi al razzismo della società americana. «È davvero sbalorditivo che nessuno abbia mai fatto lo scalpo a uno di quei ragazzini prima d’ora. Immagino che io l’avrei fatto, se solo mi fossi sentito abbastanza in confidenza con loro.» M. T.

(dal risvolto di copertina di: Quei maledetti bambini, di Mark Twain. A cura di Livio Crescenzi, Mattioli 1885, pagg. 128, € 10)

Neutralizzare con il riso l’irruenza dei bimbi
- Mark Twain -
di Paolo Albani

Che i bambini siano dei terribili rompiscatole, che siano capricciosi, egocentrici, volubili, bugiardi, accentratori, violenti, malvagi, birbanti, diabolici, inaffidabili, sleali, imprevedibili in senso negativo, sopraffattori, indisponenti, maleducati, assurdi, pestiferi, testardi, ingestibili, furbetti, crudeli, opportunisti, ruffiani con i genitori e con gli amici dei genitori, insolenti, volgari (perché ancora non hanno censure, sostengono gli esperti), è una verità incontrovertibile. Parafrasando un famoso scrittore russo si può dire: «Tutti i bambini felici (pochi) si assomigliano, ma ogni bambino cattivo (quasi tutti) è invece cattivo a modo suo». Si dice che i bambini sono ingenui, ispirano tenerezza e fanno ridere. Certo, fanno ridere perché sono dei furfanti e il riso, come sostiene Baudelaire, è satanico. Il sogghigno è tipico dei bambini. «Franti – scrive Umberto Eco nel suo famoso elogio del terribile bambino del libro Cuore – ride troppo: il suo ghigno non è normale, il suo sorriso cinico e` stereotipo, quasi deformante». Credo che, in dosi e sfumature diverse, ci sia un Franti in ogni bambino.

In letteratura, le prese di posizione contro i bambini, pedagogicamente scorrette, sono numerose. Si va dal pastore anglicano Jonathan Swift (1667-1745), quello dei Viaggi di Gulliver, che in una Umile Proposta (1729) suggerisce, ironicamente, di mangiare i bambini così da renderli utili a risolvere la carestia in Irlanda, al perfido Augusto Frassineti, autore di una violenta requisitoria contro i bambini, dagli anni zero ai quattordici, in Tre bestemmie uguali e distinte (1969): non basta legarli alla sedia, drogarli o chiuderli nel cesso, inveisce Frassineti; non serve tappar loro la bocca o il sedere con il cerotto o con la plastilina; non vale immettere corrente a alta tensione nelle strutture metalliche di recinzione dei giardinetti e dei terreni edificabili, né chiudere a doppia mandata l’uscio del salotto buono: Bisogna ucciderli (il corsivo è di Frassineti). Ora la casa editrice Mattioli 1885 ristampa, a cura di Livio Crescenzi, un volumetto con l’inequivocabile titolo Quei maledetti bambini, scritto da Mark Twain (1835- 1910), pseudonimo di Samuel Langehorne Clemens, grande umorista e fustigatore dei costumi, cui si deve la frase: «Nulla può resistere all’assalto di una risata». Il volumetto contiene diversi testi di Twain; mi limito tuttavia a quello sui Blasted Children, uscito sul «Sunday Mercury» di New York il 24 febbraio 1864.

Per vendicarsi delle malefatte di un gruppo di bambini rumorosi, piccoli selvaggi che vivono, insieme a uno sciame di scortesi bambinaie, vicino alla sua stanza d’albergo, il Lick House di San Francisco, Twain («Continuo a stupirmi di non aver ancora preso lo scalpo di uno di quei ragazzini») avanza una serie di efficaci rimedi: ad esempio per guarire un bambino dal morbillo basta riempirlo di tè allo zafferano, addormentandolo con un cucchiaio da tavola di arsenico; per le febbri cerebrali, rimuovere il cervello; per i vermi, somministrare un pesce-gatto tre volte la settimana; per le convulsioni, immergerlo per tutta la notte in un barile d’acqua piovana o di aceto di marca; per la balbuzie, togliere la mandibola; per i crampi, bollirlo in una zuppiera colma della migliore qualità di canfora. Chi meglio di una maestra conosce i bambini? E allora, in conclusione, lasciamo parlare una di loro, benvoluta da tutti, bambini e genitori, paziente e sensibile.

Nel diario di Rosalba Santoro, insegnante per oltre quarant’anni, dalla metà del secolo scorso, presso scuole materne e elementari in Abruzzo, si legge: «I bambini hanno le guance gonfie perché sono come palloni gonfi di egoismo. Il loro egoismo è un gas che li riempie per intero, come i palloncini delle giostre […]. I gas non pensano a nient’altro che a loro stessi e così i bambini, che difatti non pensano a nient’altro che alla loro vita e a come restare per sempre il più gonfi possibili. Ma io no» (Rosalba Santoro, Contro i bambini. Memorie di una brava maestra, il Saggiatore 2019).

Ho letto che a Lione (Francia), il 21 gennaio del 1999, hanno fondato l’AIDADE (Associazione Internazionale Degli Amici Di Erode), i cui obiettivi (non fatevi ingannare dal titolo) non sono cruenti, niente strage degli innocenti. L’Associazione si limita a dare ai membri consigli pacifici per neutralizzare, in varie circostanze, l’irruenza distruttiva dei bambini. Le iscrizioni sono gratuite.

- Paolo Albani - Pubblicato su La Domenica del 19 febbraio 2023 -

sabato 10 giugno 2023

Abitare la lotta !!

Quella che segue è la traduzione dell'Introduzione al libro di Kristin Ross, "La forme-Commune. La lutte comme manière d’habiter", publicado en 2023 da La fabrique.

«Questa forma era semplice, come tutte le grandi cose.» (Karl Marx)

Quando Marx, da Londra, viene a conoscenza di ciò che sta accadendo nella primavera del 1871 nelle strade di Parigi, tutto lascia pensare che, per la prima volta nella sua vita, egli riesca a intravedere a che cosa potrebbero assomigliare i semplici lavoratori, allorché diventano padroni della propria vita; anziché schiavi salariati. Ne "La guerra civile in Francia" annota e descrive le conquiste legislative dei comunardi. Ma è piuttosto la forma assunta dalla loro vita, dalla loro arte e dalla loro gestione del quotidiano durante la Comune, a catturare l'attenzione di Marx, e lo fa fino al punto da riuscire a cambiare quale sarà, nell'ultimo decennio della sua vita, il corso della sua ricerca e della sua scrittura. Le domande che rivolge a sé stesso, i documenti che seleziona, i più vasti scenari intellettuali, politici e geografici che egli esplora per conto proprio, tutto ciò finisce per essere trasformato dal suo incontro con la forma-Comune. Gli ideali comunardi del 1871, per quanto nobili ed elevati possano sembrare, non lo interessano minimamente. Ciò che conta per lui, sono le pratiche comuniste - l'«esistenza in atto» della Comune: la sua esistenza produttiva, come egli scrive. La sua curiosità, e fascinazione provengono dalla scoperta e dall'attuazione - da parte di persone semplici - di quella che è la «forma politica finalmente scoperta che permette loro di poter realizzare l'emancipazione economica del lavoro». Si scopre così che l'emancipazione economica del lavoro non è né un obiettivo cui aspirare, né un premio per il buon comportamento. Nella forma viva e pulsante di persone che conducono una vita - ancora non scritta - di vantaggi basati sulla cooperazione e sull'associazione mediante la loro «collaborazione appassionata» – secondo quella che era la formula di Fourier - questa emancipazione si trova già materialmente presente.

Ebbene sì, gli operai e le operaie volevano organizzare la loro vita sociale secondo i principi dell'associazione e della cooperazione. A questo desiderio, che riecheggiava uno slogan che alla fine del Secondo Impero aveva cominciato a risuonare nei circoli e nelle assemblee operaie di tutta Parigi, venne dato il nome di "Comune". La Comune di Parigi fu un intervento pragmatico nel quotidiano qui e ora. La forma-Comune consiste, innanzitutto, in delle persone che vivono in modo diverso e che trasformano la propria situazione agendo sulle condizioni del proprio presente. In tal senso, la forma in quanto forma diventa indistinguibile dalle persone concrete che cercano di cambiare la propria vita, di vivere in modo diverso, nel preciso momento e nel preciso luogo dello spazio nel quale si trovano: il proprio quartiere. In un altro passaggio, assai spesso citato, Marx scrive che i comunardi si impegnarono nella distruzione dello Stato. Tuttavia, nelle loro attività quotidiane non si trattava tanto di una distruzione quanto piuttosto di uno smantellamento, passo dopo passo. A venire attuato era lo smantellamento delle numerose gerarchie e funzioni statali, cominciando proprio da quelle che fanno della politica un'attività specializzata e sequestrata da una minoranza pensante che la esercita a porte chiuse.

Se per Marx la Comune del 1871 era stata la scoperta decisiva di una forma, per Pëtr Kropotkin si trattò invece della riscoperta di tale forma. Infatti, se leggiamo la sua storia di un altro grande evento francese, la Grande Rivoluzione, -come lui la chiamava - troviamo quella che essa, tra le tante, è stata una delle riflessioni più interessanti di Kropotkin sulla forma-Comune. Egli scrive che, per l'anima della Rivoluzione francese del 1789, la sua più grande forza risiedeva in quei sessanta distretti che si trovavano direttamente legati ai movimenti rivoluzionari, e mai separati dal popolo, vale a dire, quei quartieri che facevano della città di Parigi una vasta comune insurrezionale: «La novità che, fin dalle prime rivolte, il popolo francese ha introdotto nella vita della Francia, è stata la Comune popolare. L'accentramento governativo è venuto dopo; ma la Rivoluzione ha avuto iniziò con la creazione della Comune». Oltre che sui quartieri di Parigi, Kropotkin insiste sull'importanza, altrettanto capitale, dei comuni contadini delle campagne. Le successive insurrezioni contadine giocarono un ruolo decisivo, ma allo stesso tempo assai spesso sottovalutato, nella radicalizzazione del processo rivoluzionario tra il 1789 e il 1794. Furono queste forze provenienti dalle campagne, a chiedere l'abolizione delle prerogative feudali e la restituzione delle terre comunali che erano state sottratte alle città, dalla nobiltà e dal clero fin dal XVII secolo. Dopotutto, come ci ricorda Kropotkin, all'epoca il principale strumento di sfruttamento del lavoro umano non era la fabbrica - che allora ancora non esisteva quasi - bensì la terra. La grande sfida del pensiero rivoluzionario del XVIII secolo è stata quella del possesso della terra in comune (e credo che si possa dire la stessa cosa anche ai giorni nostri). Parlando dell'insurrezione dei villaggi nelle campagne, scrive, «è l'essenza stessa, oltre che lo sfondo della Grande Rivoluzione». In quello stesso momento, Parigi «avrebbe preferito organizzarsi in una vasta Comune insurrezionale, e così facendo, proprio come un comune del Medioevo, prenderà tutte le misure difensive necessarie contro il re». È Parigi - in quanto Comune che ha deposto il monarca - a essersi trasformata in un esercito di sans-culottes contro i realisti e i conservatori - ed è in quanto Comune che ha cominciato a rendere uguali le sorti di tutti. Per quasi due anni, la punta di diamante della rivoluzione rimasero gli arrondissement parigini. Allora, essi erano «il vero fulcro e la vera forza della rivoluzione», e quando scompaiono a fallire è la rivoluzione stessa, e lo fa in quello stesso momento in cui un governo centralizzato inizia simultaneamente a consolidarsi e a imporsi.

Tanto per Marx quanto per Kropotkin, la rivoluzione è indistinguibile dalla democrazia diretta della forma-Comune, e questa democrazia è un movimento che, a un momento dato, invade e supera le forme politiche in vigore. Ecco che cosa intende Marx quando parla della Comune di Parigi come di «una forma politica del tutto suscettibile di espansione». La forma-comune, sia per Marx che per Kropotkin, è al tempo stesso il contesto e il contenuto della rivoluzione nella quale, per usare le parole di Kropotkin, «possiamo disporre delle risorse necessarie per la rivoluzione e ottenere i mezzi per realizzarla». È il nome stesso di "Comune" a incarnare e comprendere ciò che Kropotkin (come la maggior parte degli storici) individua come la forza più radicalmente democratica all'opera nella Rivoluzione francese. Ma tuttavia Kropotkin aggiunge ancora qualcosa. Per lui, la rivoluzione non è altro che il conflitto tra lo Stato, da un lato, e le comuni dall'altro. La contraddizione non è tra Stato e Anarchia, quanto piuttosto tra lo Stato e un'altra forma di organizzazione della vita insieme con un'altra intelligenza politica e un modello differente di comunità. Nella misura in cui laddove lo Stato rincula, là fioriscono le Comuni e le loro forme di vita. Se il ruolo dello Stato è quello - niente di più e niente di meno - di occuparsi di tutti gli aspetti della società, nella misura in cui esso stesso si perpetua, dominandole, allora si farebbe di certo bene a non vedere nella forma-Stato qualcosa che assomiglia a qualcosa di definitivo e finito, quanto piuttosto qualcosa di assai più simile a una tendenza, o a un orientamento. Lo stesso vale anche per la forma-Comune: bisogna pensarla anch'essa, non come qualcosa di definitivamente dato, ma come una tendenza o un orientamento. Le osservazioni di Marx e Kropotkin sulla forma-Comune, vista nella storia delle rivoluzioni francesi, possono aiutarci a individuare alcune caratteristiche, ovvero componenti ricorrenti e riconoscibili, della forma politica in questione. Lo spazio-tempo della forma-Comune si trova radicato nell'arte e nell'organizzazione della vita quotidiana in quella che è un'assunzione collettiva dei mezzi di sussistenza. Implica pertanto un intervento eminentemente pragmatico nell'attualità del qui e ora, e di conseguenza un coinvolgimento e un compromesso che ci faccia vivere grazie agli ingredienti disponibili nel momento presente. Implica un inquadramento nel contesto locale, di quartiere o, quanto meno, delimitato. Le dimensioni spazio-temporali della forma-comune si dispiegano parallelamente - o nel contesto vicino - a uno Stato a distanza, smantellato o per lo meno in via di smantellamento, i cui servizi sono diventati superflui per coloro i quali hanno preso collettivamente in mano la situazione e le questioni che li riguardano.

Lo scopo di queste brevi riflessioni non è quello di fornire la definizione di una forma che, per sua contingenza, per la sua mancanza di astrazione e per la sua natura processuale che la rende sempre incompiuta, difficilmente si presta a qualcosa del genere. Come suggerisce Kropotkin: un pensiero relazionale è assai più utile di un pensiero determinativo della forma. Di conseguenza, se il modo di vita della Comune si espande man mano e nella misura in cui lo Stato rincula, bisogna mettersi alla ricerca di quelli che sono stati i momenti della sua creazione nella storia reale della lotta materiale, e sforzarci, a partire da quelli, di ricostituire il meglio possibile le sue «esistenze in atto». Così, anche nel nostro tempo, lotte territoriali e dinamiche come la ZAD [***] di Notre-Dame-des Landes, il cui esempio occupa un posto importante nelle pagine che seguono - o le occupazioni degli oleodotti in Nord America - riescono a far rivivere quegli aspetti della forma-Comune di cui si sono appropriati [*1]. Questi movimenti contemporanei inventano così dei potenti interventi contro l'accelerazione della distruzione dell'ambiente, che possiamo vedere ovunque intorno a noi. La loro esistenza ha prodotto un effetto secondario - ma non meno spettacolare, credo - che ho cercato di delineare in questo libro: queste Comuni trasformano la nostra percezione del passato recente; in particolare quello degli anni Sessanta e Settanta. Le attuali lotte per la terra, al giorno d'oggi ci aiutano a ricollocare gli assi del conflitto che hanno caratterizzato la seconda metà del XX secolo, e che ancora perdurano nel presente. Modificano il nostro modo di pensare circa tutto ciò che contava all'epoca, e riguardo a quel che conta e che può esserci utile nel presente. Le interminabili lotte che sono state portate avanti a partire dagli anni Settanta per impedire la confisca delle loro terre, dai contadini e dai loro alleati, a Larzac così come nelle periferie di Tokyo, ai nostri occhi possono apparire sempre più come ciò che erano: le lotte decisive del loro tempo. Anche il recente panorama teorico si riconfigura alla luce di questi movimenti contemporanei. Il marxismo anti-produttivistico di un pensatore come Henri Lefebvre, piuttosto ignorato in Francia negli anni Settanta (ma non in America), trova nuova risonanza, soprattutto per la centralità che egli dà sia alla questione della forma-Comune, che a quella della vita quotidiana; alle sue insoddisfazioni e alle sue alternative. Come mostro in questo saggio, i testi di Lefebvre, come altri di quegli stessi anni, appaiono sempre più affini ai nostri tentativi di superare la logica capitalista, qui e ora, per la riconquista dello spazio e del tempo vissuto. Queste storie locali del passato recente - allo stesso modo del pensiero anti-produttivistico degli anni Settanta - sono senza dubbio di grande utilità per gli occupanti di terre che oggi cercano di reinventare dei modi di vita comunitaria in quei luoghi rurali che hanno conservato tutta una serie di usi precapitalistici.

Nella seconda parte del libro prendo pertanto in considerazione alcune pratiche non accumulatorie -  difesa, appropriazione, composizione, restituzione - fondate sull'intimità con la terra e sulla figura del campagnolo. Queste pratiche, che sono parte integrante dell'intelligenza politica della ZAD, riemergono nelle mobilitazioni in corso che ne sono scaturite, e di cui parlo alla fine del libro: "Les soulèvements de la terre". Questo giovane movimento sta attualmente cercando di decidere tutta una serie di priorità e quindi di passare più apertamente all'offensiva contro l'accaparramento e il saccheggio della terra. A mio avviso, per la loro flessibilità e creatività, per il loro acuto senso di individuazione del nemico comune, e soprattutto per i loro costanti e prolungati atti di cooperazione, le diverse componenti che compongono questo movimento costituiscono un fronte condiviso e una delle forme più interessanti e vivaci della forma-Comune in questa epoca.

- Kristin Ross - fonte: Artillería inmanente

[***] - ZAD: Zone to Defend. Zona da Difendere, o ZAD (tradotto dall'inglese) è un neologismo francese usato per riferirsi a un'occupazione militante che ha lo scopo di bloccare fisicamente un progetto di sviluppo. Occupando la terra, gli attivisti mirano a impedire che il progetto vada avanti. L'acronimo "ZAD" è un détournement di "zone d'aménagement différé" [area di sviluppo differito]. da: Wikipedia (inglese)

[*1] - Sebbene sia vero che gli esempi di questo saggio sono principalmente, anche se non esclusivamente, francesi e moderni, colgo l'occasione per sottolineare che non pretendo che la forma-Comune sia una forma nuova o specificamente francese - anzi, qui si devono vedere solo i limiti della mia formazione. Per una recente bibliografia sulla Comune nella sua dimensione internazionale si veda: Quentin Deluermoz e Éric Fournier, "Persistences de la Commune", in Revue d'histoire du XIX Siècle, 63, 2021/2, pp. 9-19.

venerdì 9 giugno 2023

Strategie di contenimento …

OCEANIA VS. EURASIA
- Di fronte al crollo della propria potenza economica, nel suo confronto con la Cina, Washington sta adottando una strategia di mero dominio militare -
di Tomasz Konicz

È piuttosto possibile che, a posteriori, la guerra in Ucraina venga vista come se fosse stato il primo atto di una grande guerra globale, come il preludio all'incombente contrapposizione militare tra gli Stati Uniti e la Cina che si sta profilando a Taiwan. Così, mentre il bilancio delle vittime della guerra di aggressione russa si aggira ormai sulle centinaia di migliaia, allo stesso tempo, le tensioni nello Stretto di Taiwan sembrano avviarsi a diventare uno stato di precarietà permanente. Sia l'uno che l'altro conflitto, possono essere intesi come dei momenti di una lotta globale per l'egemonia che viene combattuta tra i fragili sistemi di alleanze degli Stati Uniti in declino e della Cina in ascesa. A livello geopolitico, si potrebbe parlare di una lotta dell'Eurasia, guidata dalla Cina, contro l'Oceania in mano agli Stati Uniti. Oggi, contro l'alleanza sino-russa, Washington sta perseguendo una strategia di contenimento, nella quale giocano un ruolo centrale i sistemi di alleanze che si estendono nel Pacifico e nell'Atlantico. Taiwan rappresenta un elemento essenziale di questa strategia di contenimento nella regione del Pacifico, nella quale Washington sta cercando di includere anche Corea del Sud, Giappone, Filippine, Vietnam e Australia. Questa strategia di contenimento, si propone diversi obiettivi: uno di essi, è quello di impedire che la potenza militare cinese, in rapida espansione, possa crescere senza ostacoli. La capacità di intervento a livello globale, nei decenni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, ha costituito la base militare dell'egemonia statunitense. Attualmente, Pechino sta promuovendo un programma di armamento navale massiccio e in rapida crescita, in modo da superare la Marina statunitense. Entro il 2024, si prevede che il numero di navi da combattimento cinesi passerà da 340 a circa 400, mentre la Marina degli Stati Uniti avrà solo 300 navi. L'efficacia di una simile potenza navale cinese, verrebbe tuttavia minata dalle basi americane che Washington vorrebbe stabilire in tutti gli Stati confinanti con la Cina, i quali guardano con disagio all'aumento della potenza di Pechino. D'altra parte, questo contenimento è anche volto a prevenire l'estrazione senza ostacoli di materie prime e fonti energetiche alla periferia del sistema mondiale da parte di Pechino, in vista dell'escalation della crisi socio-ecologica. Per la Cina, fin quando Washington ha degli alleati al largo delle coste cinesi, la protezione militare delle rotte marittime è impossibile.

La dinamica di escalation nel tardo capitalismo
Dove si trovano i confini dell'Oceania e dell'Eurasia? Tale questione geopolitica, che oggi viene contestata militarmente in Ucraina, si pone anche a Taiwan, che Pechino considera parte della Cina. Pertanto, in Cina il conflitto di Taiwan è molto sentito a livello nazionale e ideologico, mentre la stragrande maggioranza dei taiwanesi è favorevole al mantenimento dello status quo, se non addirittura all'indipendenza. La lotta per l'egemonia tra Stati Uniti e Cina è allo stesso tempo anche una lotta per il dominio tecnologico. Washington tenta di mantenere il vantaggio tecnologico che ancora ha sulla Repubblica Popolare Cinese, imponendo delle sanzioni sempre più severe. Taiwan è un sito importante ai fini della produzione di Tecnologie Informatiche (IT) e di alta tecnologia. Le più importanti fabbriche di processori per computer e di chip si trovano sull'isola del Pacifico. Washington vorrebbe impedire a Pechino l'accesso a tutte queste risorse e competenze. La dinamica di escalation che si sta sviluppando nel Pacifico, rimane tuttavia incomprensibile allorché vengono tengono nascoste quelle che sono le sempre più crescenti tendenze della crisi sociale, economica ed ecologica nel sistema globale tardo-capitalista. Sono i processi di crisi sistemica, i limiti interni ed esterni sempre più evidenti del capitale, a spingere gli Stati alla contrapposizione e allo scontro. Anche lo stesso attacco della Russia all'Ucraina, che assomiglia a un atto di pura e semplice follia, rimane incomprensibile qualora non si tiene conto delle antecedenti rivolte in Bielorussia e Kazakistan, avvenute poco prima. A livello globale, gli Stati Uniti si trovano in una posizione altrettanto difficile di quella della Russia, vista nel suo cortile post-sovietico consunto e socialmente travagliato. Il recente «terremoto bancario» avvenuto negli Stati Uniti, innescato dal ribasso del valore dei titoli di Stato americani considerati sicuri, è espressione dell'impasse sistemica nella quale si trova la globalizzazione neoliberista, incentrata sul dollaro come valuta di riserva mondiale: il sistema mondiale, che sta soffocando nella sua stessa produttività, soffre la mancanza di un nuovo settore industriale di punta nel quale il lavoro salariato di massa possa essere valorizzato; e continua a funzionare a credito. Il debito globale sta crescendo più rapidamente di quanto lo faccia la produzione economica mondiale. Questo processo globale di indebitamento è avvenuto a causa di bolle speculative sempre più grandi nella sfera finanziaria, per mezzo delle quali la globalizzazione ha portato alla formazione di circuiti di deficit. Le economie con eccedenze di esportazioni hanno esportato i loro beni verso i Paesi in deficit, i quali, a loro volta, hanno così accumulato delle montagne di debito sempre più grandi. In questo processo, gli Stati Uniti e la Cina si trovavano profondamente legati. Nel grande circuito del deficit del Pacifico, la Cina è stata in grado di accumulare enormi surplus di esportazione nei confronti degli Stati Uniti, che ha poi investito in titoli di Stato americani. Gigantesche quantità di merci sono state trasportate dalla Cina agli Stati Uniti attraverso il Pacifico, mentre i «beni del mercato finanziario» degli Stati Uniti (in maggioranza, i suddetti titoli di Stato) scorrevano nella direzione opposta, rendendo così la Cina uno dei maggiori creditori degli Stati Uniti. Uno "squilibrio" simile, tra il centro tedesco e la periferia meridionale dell'Europa, ha caratterizzato a sua volta anche l'eurozona, fino allo scoppio della crisi dell'euro. Con la fine del boom del dopoguerra - attraverso la finanziarizzazione e l'imposizione del neoliberismo - la base economica del sistema egemonico occidentale, il quale invece in precedenza poggiava sull'espansione fordista, è cambiata: gli Stati Uniti, sempre più indebitati, assorbendo la produzione in eccesso di Stati orientati all'esportazione come la Cina e la Repubblica Federale Tedesca sono diventati il «buco nero» del sistema mondiale, e lo hanno fatto al prezzo di una crescente deindustrializzazione e indebitamento interno. Senza il dollaro americano, tutto questo non sarebbe stato possibile. Dal momento che il dollaro, in quanto valuta di riserva mondiale, ha dato agli Stati Uniti la possibilità di poter prendere in prestito il valore di ogni bene, e finanziare così, ad esempio, la sua macchina militare. Così accade che se, al contrario, un Erdogan si mette a stampare moneta, ecco che subito l'inflazione semplicemente cresce.

La politica borghese della crisi è in trappola
Questa economia globale fatta di bolle finanziarie alimentate dal credito, negli ultimi decenni è diventata sempre più soggetta a crisi. E gli episodi di crisi sono diventati sempre più gravi, mentre i costi della politica per stabilizzare il sistema, sono diventati sempre maggiori, con intervalli tra gli episodi di crisi che sono diventati sempre più brevi. Con l'inizio della fase inflazionistica, ecco che l'epoca neoliberista del rinvio della crisi sembra essere arrivata alla fine. La politica borghese di crisi ha finito per trovarsi in trappola: per combattere l'inflazione, essa dovrebbe alzare i tassi d'interesse, mentre però allo stesso tempo dovrebbe simultaneamente abbassare i tassi d'interesse in modo da poter così evitare il collasso del settore finanziario sempre più rigonfio, per impedire che le gigantesche montagne di debito possano crollare. In quello che è il contesto di un'economia sempre più caratterizzata dal crollo delle bolle finanziarie e dai circuiti del deficit già citati, gli Stati Uniti non sono più in grado di poter continuare a  fungere da «buco nero» dell'economia mondiale; e in questo modo vengono minate le basi economiche dell'egemonia statunitense. Con la crescita del movimento di allontanamento dal dollaro, in atto nella semiperiferia del sistema globale, dove diversi Stati stanno passando a sistemi di pagamento bilaterali con la Cina, il tempo del dollaro come valuta di riserva mondiale sembra stia per terminare, cosa che degraderebbe gli Stati Uniti, riducendoli a un gigantesco Stato militarmente ben armato e indebitato. L'unica opzione che rimane a Washington per riuscire a mantenere il sistema di alleanze in erosione dell'«Occidente», è quella del dominio militare. La vera spina dorsale della supremazia statunitense, così come l'unico modo per continuare a mantenere il suo ruolo di valuta di riserva mondiale, rimane l'apparato militare statunitense. Ed è per questo motivo che Washington è pronta a contrastare l'espansionismo cinese per mezzo di una strategia conflittuale, e questo fino a quando la superiorità militare degli Stati Uniti continuerà ad esistere.

- Tomasz Konicz - Pubblicato il 16/5/2023 in "analyse & kritik - Zeitung für linke Debatte & Praxis" -

Abbiamo fatto abbastanza !!

Tesi n°1: Lo sciopero è smobilitazione.

Il capitalismo è una mobilitazione infinita. Lo sciopero, interrompendo la produzione, il consumo delle materie prime e il lavoro degli uomini, pone - localmente, se è locale - un termine alla mobilitazione. (...) Lo sciopero, concepito (per esempio, dai sindacati) come "mobilitazione" è pertanto un controsenso. I sindacati chiamano alla mobilitazione dei salariati. Ma gli scioperanti "mobilitati" contro la legge X, o "mobilitati" per gli aumenti salariali Y, non fanno altro che aggiungere alla mobilitazione infinita anche quella che è la loro propria mobilitazione ; e così quella infinita, divora anche questa, nutrendosene. Al contrario, il vero senso mitico dello sciopero è quello di realizzare la smobilitazione. Semplicemente: lo sciopero ha inizio con l'arresto delle macchine e con l'arresto del lavoro. La sospensione del lavoro non è un mezzo che si impone dall'esterno, per poi permettere successivamente la "mobilitazione" dei lavoratori, che sarebbe così il vero fine; quasi la sospensione del lavoro non fosse altro che un mezzo per dare tempo alla mobilitazione, per fare l'Assemblea Generale, il volantinaggio, la manifestazione successiva, e così via. No. La sospensione del lavoro ha il suo fine in sé stesso: la smobilitazione. L'arresto del lavoro (smobilitazione) non è al servizio della manifestazione (mobilitazione). Lo sciopero mitico, in quanto smobilitazione infinita, è la contestazione della mobilitazione infinita.

Corollario alla Tesi n°1: Lo sciopero è una crisi del funzionalismo. «Quello che viene designato come "gli avvenimenti del Maggio" fu innanzitutto una crisi del funzionalismo: gli studenti smisero di funzionare in quanto studenti, i lavoratori in quanto lavoratori, e i contadini in quanto contadini» (Kristin Ross). Nella vera smobilitazione, gli scioperanti non funzionano più come scioperanti. Pertanto, non hanno perciò da "mobilitarsi".

- Istituto della Smobilitazione - Tesi sul concetto di sciopero -

già pubblicato sul blog, il 18/3/2014

Animali e Modernità !!

François Jarrige, storico e docente di storia contemporanea all'Università di Borgogna, presenta la sua ricerca sul tema "Gli animali sono lavoratori come gli altri?"

Sebbene gli animali lavorino per l'uomo da quando sono stati addomesticati, le forme e l'entità di tale lavoro sono variate notevolmente da un'epoca all'altra. In Europa, il numero di cavalli, cani, buoi e muli utilizzati per tirare e sollevare carichi o per lavorare i materiali è aumentato notevolmente nel XVIII e XIX secolo, prima di diminuire con l'impatto della motorizzazione e dell'elettrificazione nel secolo successivo. Utilizzati massicciamente per velocizzare i trasporti, sono stati anche un'importante fonte di forza motrice flessibile, adattabile a un'ampia gamma di contesti e situazioni lavorative: nelle miniere e nelle prime fabbriche tessili, nelle piantagioni coloniali e in molti laboratori artigianali, erano attaccati alle giostre per produrre energia e macinare materiali. Lungi dall'abbandonarli, l'industrializzazione europea ne ha intensificato l'uso e ha aumentato la loro presenza nelle officine, accanto a bambini, donne e operai. Questi "motori animati" sono un anello mancante e dimenticato dell'industrializzazione e delle trasformazioni sociali del XIX secolo. Il lavoro degli animali si è evoluto accanto a quello degli uomini, in uno spirito di cooperazione e rivalità, prima di diventare fonte di rifiuto, dibattito e persino scandalo.

Bibliografia:

Ann Norton Greene, Horses at Work. Harnessing power in industrial america, Havard University Press, 2008.

Eric Baratay, Bêtes de somme, des animaux au service des hommes, Seuil (livre de poche), 2011.

Daniel Roche, La Culture équestre de l’Occident XVIe-XIXe siècle, tome I, “Le cheval moteur”, Fayard, 2008.

Di prossima pubblicazione:

François Jarrige, La Ronde des bêtes – Le moteur animal et la fabrique de la modernité, La Découverte, septembre 2023.

fonte: Et vous n’avez encore rien vu…