mercoledì 17 maggio 2023

Il tempo, il tempo astratto, chi me lo rende ?!!??

Moishe Postone, Edward P. Thompson e l'integrazione della lotta di classe nel quadro di dominio capitalistico, a partire dal tempo astratto

« Storicamente, la natura della lotta di classe rispetto al tempo, cambia. Vale a dire che si potrebbe arrivare a sostenere - e sotto molti aspetti uno come Edward P. Thompson lo ha fatto -  che, agli inizi, molte lotte della classe operaia erano solo delle lotte contro il nuovo regime temporale, che era stato introdotto dal capitalismo. Lotte contro il regime disciplinare del tempo astratto, per così dire. Tuttavia, dopo diverse generazioni (e ovviamente, nel dirlo, sto procedendo in maniera del tutto schematica) le lotte della classe operaia sono diventate lotte che si svolgevano all'interno del quadro stesso del tempo astratto, e sono diventate lotte che riguardavano la durata della giornata lavorativa. In un certo senso, tutte queste lotte, nel presupporre già l'esistenza della giornata lavorativa - secondo unità di tempo astratto -  diventano pertanto lotte quantitative, all'interno di questo quadro già determinato. E per quel che riguarda ciò che ho sostenuto a proposito della possibile abolizione del regime temporale - che io associo alla possibile abolizione del lavoro proletario - bisogna dire che la possibilità storica dell'auto-abolizione del proletariato, come obiettivo, emerge proprio nel momento in cui si mira al di là di quello che è il quadro temporale esistente. Mentre invece la lotta di classe industriale si è sviluppata e si è consumata all'interno di questo quadro temporale.»

(da "Il fatto che il capitale abbia dei limiti, non significa che crollerà: un'intervista a Moishe Postone", di Agon Hamza e Frank Ruda, su Crisis & Critique, vol. 3, 2016)

martedì 16 maggio 2023

«I limiti di ciò che può essere detto» !!

Alcune osservazioni sulla "Cancel Culture" e sulla sua critica
- di Thomas Meyer -

«La  "Cancel Culture" [in italiano, "cultura della cancellazione" o "cultura del boicottaggio"] è una "buzzword" [termine di moda, termine gettonato, termine in voga] politica, che descrive gli sforzi sistematici finalizzati alla parziale esclusione sociale di quelle organizzazioni, o di quegli individui che vengono accusati di aver rilasciato dichiarazioni, o di aver compiuto azioni offensive, discriminatorie, razziste, antisemite, cospiratorie, misogine, maschiliste o omofobiche» (Wikipedia En). Oggi sono molti, quelli che vedono la libertà e la diversità di opinione minacciate dalla Cancel Culture. A tal proposito, vengono spesso citati classici liberali come Voltaire o John Stuart Mill. I critici della Cancel Culture sottolineano l'importanza di poter ascoltare e tener conto delle voci dissenzienti (ciò perché, ovviamente, senza pluralità di opinioni, non ci sarebbe alcun progresso nella conoscenza), mettendo in guardia rispetto al pericolo di censura e di esclusione dalla società civile (boicottaggio, deplorazione). Come viene sottolineato nell'antologia "Cancel Culture und Meinungsfreiheit - Über Zensur und Selbstzensur" [Cancel Culture e libertà di espressione - Sulla censura e sull'autocensura], i critici accusano la Cancel Culture di pregiudicare il libero discorso scientifico [*1]. La Cancel Culture agisce in modo emotivo, e opera secondo la modalità dell'«argumentum ad hominem». Si oppone al «comportamento cattivo» degli individui. Il suo fine non è la verità, bensì la distruzione morale o professionale di figure pubbliche che hanno espresso un'«opinione sbagliata». L'avversario non viene confutato, bensì "cancellato", vale a dire, la persona viene allontanata, è costretta a dimettersi, diventa una non-persona. Il discorso viene interrotto.

Uno dei problemi fondamentali della Cancel Culture consiste nella sua tendenza a «equiparare l'espressione verbale alla violenza fisica» (p. 64). Ciò incoraggia il «pensiero censorio» (ivi) e porta a un «culto della vulnerabilità» (p. 24). Vengono perciò definite scandalose quelle che sono delle affermazioni relativamente innocue (ad esempio, le cosiddette "micro-aggressioni"). Sulla base di singole affermazioni, si traggono conclusioni sull'«atteggiamento» dell'imputato, il quale viene di conseguenza giudicato colpevole. A essere decisivo per questa valutazione, non è un'argomentazione imparziale ma il fatto di venire coinvolti e di appartenere a un certo gruppo. Esiste una cultura della protesta aggressiva, il cui argomento centrale è costituito dall'offesa. Se alcune persone o certi gruppi si sentono offesi, allora ritengono di passare dalla parte della ragione in quanto vittime. L'offesa viene usata come giustificazione e  come argomento (soprattutto sui "social media") per svolgere un'agitazione militante. Si va dall'impedire eventi (cioè limitare la libertà di parola e di insegnamento) alle minacce di morte (ad esempio contro J.K. Rowling, perché ritiene che le donne trans non siano "vere" donne). Finora, nessun rappresentante del "TERF" (Femminismo Radicale Trans-Esclusivo) è stato decapitato per insulto, transfobia o simili (a differenza di persone che avrebbero "insultato" l'Islam, come è avvenuto all'insegnante di francese Samuel Paty nel 2021). Invece, i libri della Rowling sono stati bruciati [*2] (anche da dei fondamentalisti cristiani, tra l'altro) [*3]. Questi eventi vengono utilizzati per sostenere che la Cancel Culture (o ciò che viene considerato tale) rappresenta una minaccia per la democrazia. Le conseguenze sono la (auto)censura e il restringimento dello spazio del discorso. Quel che emerge è un «clima di paura» (p. 57). Si critica anche la cancellazione del canone educativo classico nelle scuole, nell'arte, nei musei, ecc. Questa critica alla Cancel Culture, si può riassumere dicendo che gli agitatori della Cancel Culture appaiono assolutamente autoritari e presuntuosi, ma si pavoneggiano mostrando l'aureola secondo cui sarebbero progressisti e lungimiranti. Secondo Stefan Laurin, la Cancel Culture ha le sue origini nel postmodernismo, «il quale a sua volta ha le sue radici tanto nella linguistica quanto nel rifiuto della democrazia, dell'Illuminismo e dell'economia di mercato» (p. 175) [*4]. Facendo riferimento in particolare agli Stati Uniti, Helen Pluckrose e James Lindsay [*5] sottolineano il modo in cui gli agitatori della politica dell'identità - a differenza dei teorici postmoderni classici (come Michel Foucault) - sposano una pretesa di verità assoluta (teoria queer, "teoria razziale critica", studi sulla disabilità, studi sull'obesità, ecc.) [*6]. Sempre secondo Pluckrose e Lindsay, difficilmente è possibile essere in disaccordo con queste persone senza che tale disaccordo venga rapidamente identificato come facente parte di una perniciosa normalità [*7]. La cosa diventa davvero un problema allorché le differenze sostanziali non vengono risolte attraverso un «sereno dibattito», ma quando invece mettono in atto una campagna denigratoria all'interno della propria bolla (sempre che si sia in grado di ricevere, o comprendere i contenuti al di fuori della propria bolla). L'incapacità di confrontarsi con dei contenuti, o altre posizioni al di fuori del proprio gruppo di riferimento, o della propria bolla, è una caratteristica dei soggetti autoritari e narcisisti [*8]. Non essere d'accordo con l'una o con l'altra premessa di una qualche identità politiche, relativa alla sua prassi e teoria, non denota necessariamente un punto di vista reazionario (ad esempio, se si rifiutano alcuni aspetti delle culture non occidentali come autoritari o reazionari, o se si critica l'antisemitismo islamista, non si diventa immediatamente un imperialista occidentale, o un razzista che ha una "visione colonialista") [*9]. Sebbene il postmodernismo si sia pronunciato contro il pensiero essenzialista e binario, è esso stesso che ricade proprio in queste acque, allorché agisce in modo identitario. Terry Eagleton, per questo motivo ha accusato il postmodernismo di non applicare a sé stesso i proprio metodo.

Le critiche alla Cancel Culture, e alle pretesa di assolutezza delle «teorie ciniche» postmoderne [*10] e ai suoi promotori qui descritti, presentano di certo i loro momenti veri e giustificati. Tuttavia, nel contesto di quelli che sono gli emergenti movimenti e le mobilitazioni di destra, o fascisti, una critica del pensiero postmoderno e dei suoi derivati identitari rimane altamente inadeguata, qualora tale critica rimanga improntata all'idea di un liberalismo del "libero" discorso e del progresso della conoscenza attraverso una sobria argomentazione. Pertanto, una tale critica della Cancel Culture rimane problematica sotto diversi aspetti: il primo ha a che fare con l'«idealismo di un discorso scientifico svincolato dal dominio». Spesso, nelle università il discorso libero non è possibile, anche senza la Cancel Culture. Dopo tutto, esiste il normale ordine di priorità accademica. Poi abbiamo il filtro accademico - il pensiero a bolle - che proviene dall'iper-specializzazione e dal lavoro precario. Ed è quest'ultimo a incoraggiare un comportamento conformista. Se non vi conformate, il vostro contratto non verrà rinnovato (oppure, la vostra richiesta di sovvenzione non sarà approvata). Piuttosto che un discorso aperto e non gerarchico, a essere all'ordine del giorno ci sono le leccate di culo. Nell'università imprenditoriale, non c'è neppure bisogno di divieti professionali [*11]. Non è affatto detto che ogni idea venga discussa liberamente, e che perciò le teorie confutate scompaiano. Al contrario. Un esempio di questo è Peter Singer, filosofo e attivista per i diritti degli animali. Allo stesso tempo in cui egli, da un lato, vuole concedere a certi animali la dignità di persona, dall'altro arriva persino a negare tale dignità ad alcuni esseri umani. Quello che propone, è un concetto di «vita indegna di essere vissuta»; e lo fa nel modo in cui un simile concetto sarebbe stato formulato in tempi passati. Oggi, il diritto alla vita viene negato a coloro che sono solo un costo in denaro e che, secondo Singer, sarebbe stato meglio che non fossero mai nati. Le posizioni misantropiche non scompaiono solo perché esse sono state confutate in un libero discorso scientifico. Le condizioni capitalistiche stesse, riproducono delle ideologie social-darwiniste, le quali negano il diritto di esistere a chi non è (più) sfruttabile. E infine, tali posizioni non rimangono solo una "grigia teoria", ma diventano un programma [*12]. E possiamo davvero dire che cercare di impedire che si verifichino episodi come quelli legati a Peter Singer - che dagli anni '80 non ha rivisto la sua posizione, con manifestazioni e mobilitazioni -  sarebbe espressione di un carattere autoritario e di un'«ostilità alla democrazia»? In secondo luogo, abbiamo visto parecchie persone (mi viene in mente Thilo Sarrazin) che hanno tratto un impulso alla carriera, e un maggior grado di riconoscimento, proprio a seguito di campagne denigratorie e di censure (o tentate censure), vale a dire persone che non sono scomparse dalla sfera pubblica, né che hanno perso il lavoro. Tuttavia, alzarsi in piedi per sostenere che la libertà di opinione si sta restringendo, o qualcosa del genere, dimostra solo che coloro che criticano le posizioni razziste o antisemite ecc., vengono esclusi dal cosiddetto discorso libero. La Cancel Culture può pertanto essere classificata come un grido di battaglia della destra, strumentalizzato, che serve a negare legittimità ai movimenti politici di coloro che vengono emarginati e discriminati. Questo grido di battaglia mira a immunizzare dalle critiche. Ovviamente, nessuno sarebbe di per sé razzista, antisemita o sessista a prescindere [*13], e quindi non lo è neppure l'intellighenzia lumpen. A partire da un simile punto di vista, ogni accusa diventa solo pura denuncia: la critica delle posizioni razziste non è più una critica, ma è solo una tempesta di merda e una soppressione della libertà di parola (il che è ironico, dal momento che queste opinioni vengono diffuse e promosse dai media mainstream, e le «vittime del buonismo di sinistra» vengono invitate a mille talk show). La critica nei confronti del linguaggio discriminatorio, non è una critica alla svalutazione linguistica di certe persone o gruppi di persone (si pensi all'infinita denigrazione e vessazione dei disoccupati!) [*14]. È nient'altro che l'inaccettabile paternalismo dei «liberi cittadini». Le persone privilegiate [*15] si sentono "offese" se non vengono seguiti i canali ufficiali della critica, o quando incontrano una qualsiasi opposizione (bei tempi, quando l'ostilità sessista e omofoba poteva essere espressa senza che gli interessati avessero la possibilità di lamentarsi!) Se Friedrich Merz considera la Cancel Culture come se essa fosse la «più grande minaccia per la libertà di parola», allora non è poi così tanto difficile indovinare cosa probabilmente invocherà nella prossima campagna elettorale, per evitare critiche a sé stesso e alle sue posizioni reazionarie. Merz strumentalizza la Cancel culture per poter così delegittimare e denunciare fin da subito il suo avversario politico.[*17]

Si può notare come negli ultimi anni il discorso pubblico si sia spostato sempre più a destra. In tal senso, i cosiddetti «demolitori di tabù» hanno svolto un loro ruolo [*18]. L'obiettivo delle persone di destra è stato quello di spingere sempre più indietro i «limiti di ciò che può essere detto». E a quanto pare, l'obiettivo è stato raggiunto. Combattere l'estremismo del centro è del tutto giustificato e necessario (e chi la vede diversamente potrebbe essere parte del problema). La ripetuta richiesta di «parlare con la destra», dato che la libertà di parola lo richiede, può essere interpretata come un desiderio inconscio di lasciare che la destra dica ciò che segretamente non si osa dire [*19]. La critica liberale della Cancel Culture soffre quindi del fatto che la libertà di espressione - la libertà di opinione - viene formalmente concepita come solitamente depoliticizzata. C'è una riluttanza ad ammettere che esistono lotte sociali e antagonismi che non possono essere cancellati facendoli discutere tra loro in un auditorium. La connessione esistente tra certe posizioni e una dinamica sociale (di crisi) che promuove punti di vista anti-umani, viene ignorata. Invece, piuttosto bisogna che tutte le opinioni (tranne, ovviamente, quelle che violano la legge, come la negazione dell'Olocausto) vengano rese uguali. Ad aprire la strada verso la verità, dovrebbe essere un discorso scientifico e democratico, presumibilmente libero e neutrale, cioè un libero scambio di argomenti. Naturalmente, tutto questo presuppone una concezione positivista della scienza, che non faccia distinzione tra un ordine naturale - che sarebbe quello che è anche senza l'intervento dell'uomo (ad esempio, il movimento dei pianeti) - e un ordine sociale oggettivato, il quale però è storicamente contingente, vale a dire che è nato solo grazie all'azione umana. Il pensiero positivista può solo tracciare la realtà, ma non può criticarla in quanto realtà falsa o alienata; esso fa apparire «la realtà esistente come se fosse l'unica possibile e la sola storicamente necessaria» [*20]. Le condizioni prevalenti non vengono affatto "analizzate" sobriamente dai critici della cultura della cancellazione. Piuttosto, le assumono ciecamente, e quelle che sono le loro conseguenze catastrofiche per l'uomo e per la natura, vengono banalizzate, distorte, naturalizzate, o negate del tutto. Che la critica della Cancel Culture rimanga solo una critica borghese - cioè incapace di stabilire una connessione con il recinto capitalistico della schiavitù - è dimostrato, ad esempio, dal pubblicista (e redattore di Novo) Kolja Zydattis, allorché documenta il seguente esempio di Cancel Culture nel 2017: «La prevista conferenza, all'Università Goethe di Francoforte sul Meno,del presidente federale del sindacato di polizia tedesco, Rainer Wendt, sul tema "Il lavoro quotidiano della polizia in una società di immigrazione", è stata annullata. I gruppi di sinistra si erano precedentemente mobilitati contro l'evento. Inoltre, in una lettera aperta di 60 accademici della Goethe University e di altre università tedesche, si chiedeva che a Wendt non fosse permesso di parlare. Il capo del sindacato di polizia sostiene e alimenta "strutture di pensiero razziste", e si posiziona "assai lontano rispetto un discorso illuminato". Wendt, in riferimento all'apertura delle frontiere ai rifugiati da parte della Merkel nel 2015, ha parlato della Germania come di uno "Stato incostituzionale" e ha affermato che in Germania gli agenti di polizia non eseguono il cosiddetto profiling razziale»[21]. A quanto pare le posizioni che promuovono l'isolazionismo, che considerano i rifugiati come fattori di disturbo, come rischi per la sicurezza che banalizzano la violenza razzista della polizia, dovrebbero essere comunque discusse «con una mente aperta». La richiesta di un dibattito, ignora il fatto che ci sono già dei "risultati"[*22]. Non c'è alcun bisogno di discutere su tutte le stronzate che dice la gente, soprattutto quando è chiaro che ciò che viene discusso ha lo scopo di spostare ancora più a destra sia il discorso che l'opinione pubblica [*23]. mentre le critiche vengono comunque liquidate come se fossero solo un'infondata intolleranza di sinistra. Una critica di sinistra direbbe certamente che una mobilitazione del genere è insufficiente, e che il riferimento a "discorsi illuminati" suona da subito come un po' ingenuo. Ma una critica di più ampio respiro, che vada oltre, che affronti le cause delle migrazioni [*24] e che le collochi nel contesto della crisi del capitalismo, di certo non verrebbe in mente ai critici liberali della Cancel Culture, nemmeno nei loro sogni più sfrenati. Nessun critico della cultura della Cancel Culture penserebbe mai di chiamare "Cancel Culture" la chiusura per "ragioni economiche" di ospedali, biblioteche e piscine (o tutti i tipi di politiche di austerità del FMI e di riforme di aggiustamento strutturale, ecc.)

Se le persone non possono vendere con successo la propria forza lavoro, per partecipare al processo di valorizzazione del capitale, se sono quindi solo dei "rifiuti sociali" e un "rischio per la sicurezza" della presunta "società aperta", ecco che a questo punto la loro esistenza è già stata annullata in termini reali; anche se possono discutere liberamente e apertamente di opinioni diverse quanto vogliono... Ma allo stesso tempo, al contrario, lo spazio della libera opinione e della discussione potrebbe dopo tutto non essere così ampio, se in tale spazio le persone osano mettere in discussione il capitalismo santificato. Prendersi la libertà di criticare e sottolineare i limiti e le restrizioni della libertà borghese [*25], da alcuni verrebbe certamente considerato un "abuso di libertà" messo in atto dai "nemici della libertà"; soprattutto se tale critica non si dovesse limitare solo al linguaggio e all'argumentum ad hominem, e se invece si spingesse fino alla realizzazione di questa libertà. La meschinità e la mendacia dei critici borghesi della Cancel Culture, risiede proprio nel fatto che il pubblico borghese in sé non è in grado, o non vuole discutere in modo neutrale, sobrio e aperto quando, ad esempio, si parla di espropriazione (a danno e non a vantaggio del capitale) [*26], o se si nomina la "parola con la C" [il comunismo] allorché si considera il capitalismo come un problema fondamentale! In questo caso non si fa alcuna menzione di Voltaire, ma subito, da parte della folla liberale di Twitter viene scatenata un'aggressiva tempesta di merda (dove ancora una volta, è solo una coincidenza che si tratti per lo più di uomini)[*27]. Ed ecco che subito l'ideale borghese di un dibattito aperto viene disonorato dalla realtà della sua bigotteria borghese!

La vacuità e l'insensatezza del mostruoso fine-in sé del movimento capitalistico (M-C-M') trova la sua espressione nella vacuità e nell'insensatezza delle posizioni assunte e rivendicate in maniera identitaria («libera circolazione per i liberi cittadini» o simili). È proprio quando le identità entrano in crisi, allorché le loro fondamenta sociali si stanno sgretolando, che esse vengono difese con maggiore accanimento. La loro disintegrazione, o obsolescenza, viene imputata a una «minaccia esterna» (sinistra, politici, migranti, femministe, "agenda gay", ecc.) L'insistenza sulla correttezza formale di una discussione «libera dal dominio» finisce per far sì che ciò che viene definito «libero dal dominio» e «democratico» - ciò che viene considerato "normale" - si sposti sempre più a destra. Questo non rende sbagliata tutta la critica borghese alla Cancel Culture (è giusto criticare le purghe insensate nei confronti degli artefatti storici, e le tempeste di merda affettive che prendono il posto delle discussioni), ma se vuole contribuire alla critica dell'ideologia contro la brutalizzazione diffusa, tale critica dovrebbe uscire dal suo bigottismo borghese. Tuttavia, la critica borghese della Cancel Culture - con il suo liberalismo idealizzato e con la sua adesione alla metafisica reale capitalista (a volte riassunta col nome di  "senso comune") - diventa sempre più compatibile con le posizioni di destra o, come viene chiamata nel gergo popolare, riconducibile [anschlussfähig] a esse. Non è quindi un caso che alcuni autori di "Novo" scrivano anche su riviste come "Achse des Guten" o "Eigentümlich frei". In realtà, il fulcro della critica borghese della Cancel Culture, non è la critica della Cancel Culture di destra: si pensi alla «mascolinità politica» [*28] che si mobilita in modo aggressivo per il patriarcato, e alle mobilitazioni contro i "Venerdì per il Futuro" [*29]. A quanto pare, la messa al bando, in Ungheria, degli studi relativi al genere, dai critici liberali/conservatori e di destra non viene considerata come Cancel Culture [*30]. Al contrario, gli studi sulla parità di genere vengono considerati da molti come una pseudo-scienza che dovrebbe essere abolita! Per quel che riguarda la Critica, il fattore decisivo rimane la questione del contenuto, e non la formalità di un cosiddetto «discorso libero dal dominio». Se ci si muove nel solco della volontà di discutere dappertutto liberamente e apertamente le opinioni, se si segue la critica liberale della Cancel Culture, se ci si attiene a un criterio formale, ecco che allora la questione del contesto storico e sociale di queste posizioni "controverse" rimane senza risposta. In maniera analoga, i vincoli e le strutture di dominio che impediscono (o quanto meno rendono assai difficile) una discussione aperta - ad esempio, quella sulla possibilità di un modo di produzione non capitalista - continuano a rimanere non formulati, né tantomeno tematizzati. Ma è questo ciò che è stato esattamente messo in agenda! [*31]

- Thomas Meyer  - Originariamente pubblicato su "Graswurzelrevolution" nº 475 (Janeiro/2023) - fonte: Exit!

NOTE:

[*1] -  Per quel che riguarda le successive esposizioni si veda Sabine Beppler-Spahl (a cura di): Cancel Culture und Meinungsfreiheit - Über Zensur und Selbstzensur, Frankfurt 2022.
[*2]https://www.fr.de/panorama/jk-rowling-neues-buch-boeses-blut-vorwurf-transphobie-harry-potter-autorin-90045507.html
[*3] - per esempio, in Polonia: https://www.spiegel.de/kultur/gesellschaft/harry-potter-polnische-priester-verbrennen-buecher-von-j-k-rowling-a-1260746.html
[*4] - Stefan Laurin: "Ein Angriff auf die Aufklärung" in: Sabine Beppler-Spahl (ed.): Cancel Culture und Meinungsfreiheit - Über Zensur und Selbstzensur
[*5] - Helen Pluckrose, James Lindsay: Original Cynical Theories: How Activist Scholarship Made Everything about Race, Gender, and Identity - and Why This Harms Everybody, Monaco 2022.
[*6] - Tendenze autoritarie sono state notate anche nella scena queer tedesca, come è noto: Patsy L'Amour Lalove (Hg.): Beißreflexe - Kritik an queerem Aktivismus, autoritären Sehnsüchten [Riflessioni scabrose - Critica dell'attivismo queer, aneliti autoritari], Sprechverboten, Berlino 2017. La situazione non è migliore nella scena antirazzista: Vojin Sasa Vukadinovic (Hg.): Freiheit ist keine Metapher - Antisemitismus, Migration, Rassismus, Religionskritik. Berlino 2018.
[*7] -  Per la critica del postmodernismo si veda: Terry Eagleton: Le illusioni del Postmoderno, Editori Riuniti; nonché Robert Kurz: "Il mondo come volontà e design. La postmodernità, la sinistra chic e l'estetizzazione della crisi", Berlino 1999; e Robert Kurz, "La lotta per la verità", in https://francosenia.blogspot.com/2015/04/l-e-il-suo-dogma.html e segg.
[*8] -  Cfr. Leni Wissen: Die sozialpsychische Matrix des bürgerlichen Subjekts in der Krise - Eine Lesart der Freud'schen Psychoanalyse aus wert-abspaltungskritischer Sicht, in: exit! - Krise und Kritik der Warengesellschaft Nr. 14, Berlino 2017, 29-49. La matrice psicosociale del soggetto borghese in crisi. Una lettura della psicoanalisi di Freud dal punto di vista della critica della dissociazione-valore, in: https://francosenia.blogspot.com/2017/08/matrici.html
[*9] -  Cfr. Sama Maani: Respektverweigerung - Warum wir fremde Kulturen nicht respektieren sollten. Und die eigene auch nicht [Rifiuto del rispetto - Perché non dovremmo rispettare le culture straniere. E nemmeno la propria], Klagenfurt/Cleovec 2015.
[*10] - Non possiamo soffermarci ulteriormente su Pluckrose & Lindsay.
[*11] -  Cfr. Gerhard Stapelfeldt: Der Aufbruch des konformistischen Geistes - Thesen zur Kritik der neoliberalen Universität [L'emergere dello spirito conformista - Tesi per la critica dell'università neoliberale], Amburgo 2011.
[*12] - Si veda Peter Bierl: Unmenschlichkeit als Programm [Disumanità come programma], Berlino 2022, nonché Gerbert van Loenen: Das ist doch kein Leben mehr! - Warum aktive Sterbehilfe zu Fremdbestimmung führt [Questa non è più vita! - Perché l'eutanasia attiva porta all'eteronomia], Frankfurt, 2. Aufl. 2015, zuerst Amsterdam 2009.
[*13] - La rivista satirica tedesca "Titanic" ha detto quello che c'era da dire su questa negazione e minimizzazione dell'antisemitismo qualche anno fa https://shop.titanic-magazin.de/war-hitler-antisemit.html
[*14] - Cfr. Anna Mayr: Die Elenden - Warum unsere Gesellschaft Arbeitslose verachtet und sie dennoch braucht [I miserabili - Perché la nostra società disprezza i disoccupati e tuttavia ne ha bisogno], Berlino, 3. auffl. 2021. Come se fosse la cosa più normale del mondo, anche da parte dell'industria culturale si assiste a una diligente generalizzazione e persecuzione, cfr. Britta Steinwachs: Zwischen Pommesbude und Muskelbank - Die mediale Inszenierung der "Unterschicht" [Tra il negozio di patatine e la panchina del bodybuilding - La messa in scena mediatica della "classe inferiore"], Münster 2015.
[*15] - Come, ad esempio, Herfried Münkler: Si veda Peter Nowak: Münkler-Watch - Neue Form studentischen Protestes? [Münkler di guardia - Nuova forma di protesta studentesca?], Telepolis 11.5.2015, https://www.heise.de/tp/news/Muenkler-Watch-Neue-Form-studentischen-Protestes-2639903.html - Si veda anche https://www.wsws.org/de/articles/2015/06/20/medi-j20.html
[*16] -  Non è uno scherzo: Jasper von Altenbockum (della FAZ), nell'antologia "Novo" che ho qui citato, scrive in tutta serietà dell'era Adenauer: «Ma la domanda è se i costumi politici non fossero allora molto più aperti, tolleranti, interessati, polemici di oggi». I dibattiti su Thilo Sarrazin, Boris Palmer, Sahra Wagenknecht e Hans-Georg Maaßen mostrano un tale grado di ritrosia politica nei rispettivi partiti e non solo, che persino l'epoca di Adenauer, davvero tesa e piena di tabù sotto altri aspetti, sembra un'oasi di libertà" (p. 73 ss.). Che beffa per le vittime del regime di Adenauer (comunisti, oppositori del riarmo e degli armamenti, omosessuali ecc.)
[*17] - Ver Der Dunkle Parabelritter: Fritz Meinecke und die Cancel Culture Gefahr: https://www.youtube.com/watch?v=-Uzu9Whzd9g
[*18] - Annett Schulze, Thorsten Schäfer (eds.): Zur Re-Biologisierung der Gesellschaft - Menschenfeindliche Konstruktionen im Ökologischen und im Sozialen [Sobre a rebiologização da sociedade - Construções misantrópicas no ecológico e no social], Aschaffenburg 2012.
[*19] - Cfr. Christine Kirchhoff: Gefühlsbefreiung by proxy - Zur Aktualität des autoritären Charakters [Libertà emozionale per procura - Sull'attualità del carattere autoritario], in: Katrin Henkelmann, u. a. (eds.): Konformistische Rebellen - Zur Aktualität des autoritären Charakters [Ribelli conformisti -Sull'attualità del carattere autoritario], Berlin 2020, 213-230.
[*20] - Miladin Zivotic: Proletarischer Humanismus - Studien über Mensch, Wert und Freiheit [Umanesimo proletario - Studi sull'essere umano, il valore e la libertà], Monaco 1972, prima Beograd 1969, p. 39.
[*21] - Kolja Zydatiss: Cancel Culture - Eine Begriffsbestimmung  in: Sabine Beppler-Spahl (ed.): Cancel Culture und Meinungsfreiheit - Über Zensur und Selbstzensur, Frankfurt 2022, 50-65, pp. 53f.
[*22] - Cfr: Herbert Böttcher, "Wir schaffen das!" - Mit Ausgrenzungsimperialismus und Ausnahmezustand gegen Flüchtlinge , 2016, https://exit-online.org/textanz1.php?tabelle=autoren&index=20&posnr=554&backtext1=text1.php
[*23] -  Su Rainer Wendt, si veda: https://amnesty-polizei.de/das-prinzip-rainer-wendt-ein-kommentar/
[*24] - Georg Auernheimer: Wie Flüchtlinge gemacht werden - Über Fluchtursachen und Fluchtverursacher [Come sono fatti i rifuggiati - Sulle cause della fuga e sui responsabili della fuga], Colonia 2018.
[*25] - Cfr. : Leo Kofler: Zur Kritik bürgerlicher Freiheit - Ausgewählte politisch-philosophische Texte eines marxistischen Einzelgängers: così come in particolare: Robert Kurz: Blutige Vernunft - Essays zur emanzipatorischen Kritik der kapitalistischen Moderne und ihrer westlichen Werte, Bad Honnef 2004 [Ragione sanguinosa. in: https://francosenia.blogspot.com/2014/07/le-catene-del-pensiero.html e segg.]
[*26] - Tomasz Konicz: "Il compagno Kühnert [camarada Kühnert]", Telepolis, 12.9.2020, https://www.heise.de/tp/features/Genosse-Kuehnert-4892403.html
[*27] - Si veda: Der Fall Elisa Avesa - Das Gespenst des Kommunismus, Neues Deutschland del 9.6.2022, https://www.nd-aktuell.de/artikel/1164402.der-fall-elissa-asesva-das-gespenst-des-kommunismus.html
[*28] - Susanne Kaiser: Politische Männlichkeit - Wie Incels, Fundamentalisten und Autoritäre für das Patriarchat mobilmachen, Frankfurt 2020.
[*29] - Enno Hinz, Lukas Paul Meya: Gegenwind für die Klimabewegung, akweb.de del 12.11.2019 o Analyse & Kritik No. 654.
[*30] - Vedi https://www.tagesspiegel.de/wissen/zwei-jahre-nach-dem-verbot-wie-geht-es-den-gender-studies-in-ungarn/26978612.html
[*31] - Vedi Tomasz Konicz: Emancipazione nella crisi, https://francosenia.blogspot.com/2022/10/le-cose-non-continueranno-essere-cosi.html

lunedì 15 maggio 2023

Figli di Auschwitz e di Hiroshima…

Nel cuore di una fredda notte del 1980, Bobby Western indossa la sua muta da sommozzatore e si tuffa nelle nere profondità della baia del Mississippi. Laggiù scorge il profilo di un aereo con nove corpi in cabina, gli occhi vuoti e le braccia protese verso un gelido abbraccio. Che fine ha fatto il fantomatico decimo passeggero? Quali oscure macchinazioni cela la sua scomparsa? Dolente viandante del mondo da sempre braccato dalla perdita e dalla colpa, ora Bobby deve tornare a fuggire, inseguendo la libertà e il ricordo di una donna per sempre irraggiungibile. Cormac McCarthy ritorna con il suo romanzo più atteso e ci stupisce e conquista con un'opera di disperata bellezza e apicale bravura.

Durante una missione di recupero al largo della costa del Mississippi, Bobby Western vede quel che non avrebbe dovuto vedere: un JetStar apparentemente intatto adagiato sul fondale e, in cabina, chiome fluttuanti, bocche aperte e occhi vuoti, nove corpi senza vita. Da dove viene quell’aereo, che fine ha fatto la scatola nera, e che ne è stato della decima persona sulla lista passeggeri? Queste le domande a cui Bobby, perseguitato da due emissari governativi «con un’aria da missionari mormoni», non sa dare risposta. Capisce allora di dover scomparire. Del resto a fuggire ci è abituato, da tanto tempo è inseguito dai sensi di colpa nei confronti del mondo e di lei, Alicia, l’amore del suo cuore, la rovina della sua anima. Alicia Western, sua sorella. Mente matematica sopraffina ed esperta mondiale di violini cremonesi, donna bellissima e perciò più difficile da perdere, «perché la bellezza ha il potere di suscitare un dolore inaccessibile ad altre tragedie», anche Alicia, come Bobby, ha guardato dove non doveva guardare, nel cuore delle tenebre. Visitata sin da bambina dalle «coorti», un’accozzaglia di allucinazioni da vaudeville capeggiate da un piccolo focomelico scurrile chiamato il Kid, e afflitta da un amore che offende, Alicia ha provato a opporre l’ordine del numero al caos della vita ma non ce l’ha fatta perché «certe cose un numero non ce l’hanno». Ora cosa resta a Bobby, se non la fuga? Via da New Orleans, Knoxville e la baia petrolifera della Florida, da bettole, bagnarole e topaie. Un mondo popolato di reietti, ubriaconi e reduci – dall’amorevole trans Debussy al killer di blatte Borman al dandy dissacrante Sheddan – ma brulicante di vita e inventiva. Via da tutto quel rumore, via dalle oscure macchinazioni del potere e dai peccati ereditati come da quelli bramati, verso una nuda bicocca dall’altra parte dell’oceano, verso un posto senza compagnia né legge né letteratura, dove non c’è altra realtà del ricordo e la fisica si fonde nella metafisica. Perché questo siamo noi: «dieci percento biologia e novanta percento mormorio notturno».

(CORMAC McCARTHY, Il Passeggero, Einaudi Supercoralli pp. 392 € 21,00)

La frontiera di McCarthy è l’inconscio
- di Matteo Persivale -

Luciano Berio, presentando in un'intervista il finale della Turandot lasciata incompiuta da Puccini. spiegò nel 2001 che gli appunti del maestro «sono numerosi e interessanti, e qui e là addirittura sperimentali, con accenno di una serie dodecafonica». Puccini, il compositore delle emozioni forti e delle indimenticabili armonie, in punto di morte stava insomma anticipando Arnold Schönberg. È patrimonio dei più grandi classicisti diventare radicali con il passare del tempo, illuminando la loro vecchiaia artistica con la luce del nuovo. Melville scrive in Moby-Dick che «per produrre un grande libro, bisogna scegliere un grande argomento. Nessuna opera grande e duratura potrà mai venire scritta sulla pulce, benché molti abbiano tentato». È il romanzo preferito di Cormac McCarthy, la sua stella polare. Attraverso dieci romanzi, dal 1965 al 2006, ha sempre scelto grandi argomenti. E nei sedici anni di silenzio passati dall’uscita di La strada (Einaudi) ai sorprendenti due volumi di The Passenger e Stella Maris appena usciti negli Stati Uniti, McCarthy ha aperto — sembra impossibile, alla vigilia dei 90 anni — una nuova fase, un nuovo periodo. Dagli inizi faulkneriani (con una spruzzata dickensiana in Suttree) al capolavoro assoluto, omerico, di Meridiano di sangue, che secondo Harold Bloom è, con Moby-Dick e Mentre morivo, il grande romanzo americano che apre la sua fase melvilliana, un Melville del West che attraverso la «trilogia della frontiera» (Cavalli selvaggi, Oltre il confine, Città della pianura tutti tradotti in Italia da Einaudi) racconta la violenza che scorre, fatalmente, nelle vene dell’America («Non morirò mai» grida, ballando oscenamente nel momento del trionfo Judge Holden, il terribile protagonista di Meridiano di sangue in quel finale che da quattro decenni fa accapponare la pelle ai lettori). Stella Maris è uscito poco più di un mese dopo The Passenger. Stella Maris — «Stella del mare», appellativo della Vergine Maria molto amato dai marinai — è un romanzo ancora meno tradizionale di The Passenger perché alla soglia della sua decima decade McCarthy (incredibile che una generazione come la sua, quella di Philip Roth e Don DeLillo e Richard Ford e Thomas Pynchon sia stata ignorata dai Nobel, i critici del futuro non lo dimenticheranno) non è mai stato così radicale. Nei mezzi e nei fini.

Stella Maris è una raccolta di transcript di sette sessioni della co-protagonista del dittico, Alice Western, una sorta di pièce (Dwight Garner sul «New York Times», sempre acuto, l’ha paragonata al teatro intellettuale di Tom Stoppard) nella quale la ragazza ricoverata in un ospedale psichiatrico racconta la storia della sua vita, delle sue allucinazioni, del suo amore incestuoso per il fratello Bobby protagonista di The Passenger.
Alice (all’anagrafe, ma da ragazzina sceglie di cambiare il nome e diventa Alicia) è un genio. Della filosofia. Della musica. Della matematica. E il suo genio è la sua condanna: il genio è morte e (auto) distruzione nel mondo di McCarthy. E nel «suo» libro l’Alice di McCarthy — che nella prima pagina di The Passenger ci ha rivelato la fine del suo personaggio, la mattina di Natale del 1972 — dà la sua versione dei fatti che nel primo libro ci aveva raccontato Bobby, suo fratello, ex pilota di Formula 2 e poi sub nel Golfo del Messico.  A chi credere? McCarthy ci sfida, mantenendo il suo linguaggio inimitabile e come sempre dallo spelling personalissimo, «cormachiano» (per esempio: «Non sono sicuro di afferrare» viene scritto, sic, «Im not sure i understand», senza apostrofo in «I’m», e con la «I» minuscola) al di là o, meglio, al di sopra delle regole della lingua inglese. Fa lo slalom, come uno sciatore, tra le aspettative del lettore: crea per la prima volta una vera protagonista femminile e attraverso di lei ci racconta quello che Roberto Calasso chiamò «l’innominabile attuale» che è il centro del lavoro più recente di McCarthy da La strada a qui. Alice e Bobby sono figli di uno scienziato del progetto Manhattan, nati a Los Alamos, figli letteralmente della bomba atomica, figli di «Auschwitz e Hiroshima, gli eventi fratelli che hanno segnato per sempre il destino dell’Occidente», la volontà di autodistruzione della civiltà — l’innominabile attuale appunto.

Come si gestisce una seconda parte senza descrizioni, fatta solo di dialoghi tra due personaggi, Alice e il dottor Michael Cohen destinato a essere aggirato, lasciato nella polvere, spiazzato dall’intelligenza spaventosa della sua paziente che riflette su Wittgenstein, sulla «matematica come tautologia», e su un tema che a McCarthy, da un ventennio membro del think tank del Santa Fe Institute, sta molto a cuore: l’inconscio. Riflette Alice: «Gli psichiatri hanno difficoltà a trattare con l’inconscio in modo diretto. Ma l’inconscio è un sistema puramente biologico, non magico... L’inconscio è semplicemente una macchina per manovrare un animale (questa è, parola per parola, una frase di un articolo scientifico pubblicato da McCarthy nel 2016, ndr). Cos’altro potrebbe essere? La maggior parte di ciò che facciamo è inconscio. Affidare le faccende alla mente cosciente è un affare rischioso. Balene e delfini devono sincronizzare il loro respiro con il momento in cui emergono. Quindi, ovviamente, quando sono stati anestetizzati per la prima volta per un intervento chirurgico, sono semplicemente morti. Cosa che avrebbe dovuto essere prevedibile. L’inconscio si evolve insieme alla specie per soddisfare i suoi bisogni e se c’è qualcosa di sinistro in esso è che a volte sembra anticipare quei bisogni. Non può permettersi sorprese. È una delle cose che ha turbato Darwin. Ma i dottori dell’anima non capiscono niente di tutto questo. Sono cartesiani fino all’osso».

Ecco, Alice sfida il souldoctor, tutto attaccato, il dottore dell’anima che forse è soltanto l’ennesima allucinazione del freak show che emerge per l’appunto dal suo inconscio e dalle tenebre della sua schizofrenia (in The Passenger un tetro spacciatore chiede a Bobby come sia possibile amare «un mondo di carta», quello dei libri). Qui McCarthy tesse una ragnatela finissima che nell’apparenza del transcript da nastro magnetico d’una conversazione medico/paziente si avvale in realtà della teoria di E. M. Forster sulla differenza tra «tempo reale» e «tempo narrativo». Scrive Forster: «Mentre pronuncio questa conferenza, posso udire o non udire il tic-tac di quell’orologio, posso conservare o smarrire il senso del tempo; mentre in un romanzo un orologio c’è sempre. L’autore può anche provare antipatia per il proprio orologio: Emily Brontë, in Cime tempestose, tentò di nasconderlo; Sterne, in Tristram Shandy, lo ha capovolto. Ancora più ingegnoso, Marcel Proust spostava di continuo le lancette».
Invece Cormac McCarthy ci dice a pagina 1 di The Passenger che il tempo, narrativo e reale, di Alice, è limitato. In Stella Maris lascia a lei la parola, con il lettore che sa che la clessidra si sta svuotando rapidamente, e nell’ultima pagina — nell’ultima riga — viene letteralmente preso per mano da Alice.

- Matteo Persivale - Pubblicato su La Lettura del 22/1/2023 -

domenica 14 maggio 2023

La traiettoria dell’esule…

Ancora su "Il mondo e tutto ciò che contiene": l'insistenza su una dinamica amorosa dicotomica - Rafael che pensa continuamente a Osman, il quale, di tanto in tanto, ritorna sotto forma di allucinazioni visive. o di frasi oracolari altrettanto allucinatorie - finisce per indebolire quello che è l'elemento principale del romanzo di Hemon; vale a dire, la traiettoria dell'esule che si svolge nel corso di decenni e per migliaia di chilometri.

Il lamento amoroso di Rafael potrebbe manifestarsi ovunque, poco importa dove lui si trovi, ciò che conta è che sia lontano dal suo amato; e così, di conseguenza, va a finire che a inquadrare la traiettoria del protagonista, e a uscirne indebolito, è il contesto storico stesso; che così tanto lavoro ha dato a Hemon: se a Rafael importa poco dove egli si trovi, allora la cosa, nell'esperienza complessiva della lettura del romanzo, finisce per avere ben poca importanza.

Un esempio, tra i tanti possibili, dell'eccessivo registro melodrammatico di Rafael nei confronti di Osman: «Non mi accontento solo di essere vivo, io voglio vivere con te. Tolto questo, non ho più alcun motivo per essere vivo. Sono un niente e un nessuno. Non mi importa più di niente e di nessuno» (p. 97).

Nonostante il legame omo-affettivo tra Rafael e Osman, il vincolo tra i due rafforza quella che in Hemon diventa una certa tendenza a costruire dei mondi narrativi abitati per lo più da uomini - i quali si relazionano tra loro e che si preoccupano delle loro rispettive visioni del mondo - in quello che poi finisce per essere una sorta di circuito chiuso di affetti e di percezioni (si notino, a tal proposito, i nomi nei titoli dei libri precedenti di Hemon: Bruno, Lazarus, Pronek...).

Per controbilanciare una tale monotonia e la mancanza di variazioni, un'alternativa potrebbe essere quella di raccontare usando il tempo presente: il narratore che si trova coinvolto nella realizzazione di un libro non ancora completato, il narratore che fa emergere alla superficie della trama l'illusione di un romanzo di cui non è stato ancora scelto il percorso definitivo, il narratore che si interroga e mette in discussione le sue fonti stesse. E un esempio del fatto che tutto questo Hemon lo sa, lo vediamo nell'epilogo del romanzo, in quello che è proprio il pezzo conclusivo e il momento migliore della narrazione, allorché il narratore in prima persona espone proprio quella che è la fragilità del filo che sostiene il progetto.

fonte: Um túnel no fim da luz

sabato 13 maggio 2023

La forza delle circostanze…

Per quanto già detto a proposito della letteratura di Aleksandar Hemon, vale la pena di ricordare una frase di Fredric Jameson, tratta dal suo libro "Raymond Chandler: The Detections of Totality" (Verso, London 2016, p. 2: «A causa delle circostanze, lo scrittore che scrive in una lingua adottata è già, per forza di cose, una sorta di stilista».

Ed ecco che così, l'idea per cui l’individuo viene trasformato in «stilista» dalla «forza delle circostanze», appare essere abbastanza pertinente, non solo riguardo al caso di Hemon (anche se per lui, questa sia già diventata una sorta di scena inaugurale piuttosto lontana nel tempo, dal momento che ormai appare assimilato in maniera impressionante nel sistema statunitense; insegnando a Princeton e scrivendo sceneggiature per Hollywood); ma lo è anche per Rafael Pinto, il protagonista de "Il mondo e tutto ciò che contiene".

Rafael adotta una bambina, Rahela, subito dopo il parto, allorché la madre muore; egli è suo padre a tutti gli effetti, e le si accompagna lungo tutta la traiettoria dell'esilio, tanto nella sua infanzia quanto nella sua prima adolescenza; entrambi parlano un misto di bosniaco, di "Spanjol" e di tedesco - scrive Hemon - facendo altresì uso anche di molte parole che avevano raccolto lungo la strada, dal tagiko, dal kirghizo e dall'uiguro, e perfino da quelle lingue e quei dialetti senza nome che avevano assorbito mentre seguivano le varie carovane. Insomma, parlavano una lingua che, oltre a loro due, nessuno al mondo parlava, dal momento che nessuno aveva vissuto quello che avevano vissuto loro (p. 219). Quando, nell'epilogo che chiude il libro, incontriamo una Rahela molto anziana, è proprio lei a dichiarare che forse la lingua parlata con suo padre era una lingua unica al mondo, una lingua che poteva essere compresa solo da loro (nel corso della sua vita cercherà di riproporre la lingua, usandola con altre persone quando torna a Sarajevo, ma nessuno la capisce). In ogni punto del percorso, la lingua si trasforma; "bosniaco", "spanjol" e "tedesco" sono tutti elementi che Rafael porta con sé, prelevati dalla sua vita precedente, e che trasmette alla figlia; mentre invece "tagico", "kirghiso" e "uiguro" appartengono già alla dimensione dell'esilio e del transito, così come le "lingue" e i "dialetti" senza "nome" assorbiti con le carovane.

Così, Jacques Derrida in "Torri di Babele": «La traduzione non dovrebbe cercare di dire questo o quello, di trasporre un tale e un tal altro contenuto, di trasmettere un tale e un tal altro determinato significato, o di comunicare un simile carico di significato; ma piuttosto dovrebbe rimarcare l'affinità tra le diverse lingue, esibendo quella che è la sua possibilità stessa».

fonte: Um túnel no fim da luz

venerdì 12 maggio 2023

L’«ambiguità creativa» di Varoufakis !!

La fantascienza conformista di Varoufakis
- di  Stavros Mavroudeas [*1] -

In un recente articolo (ampiamente diffuso negli ambiti sistemici, e non solo), Yanis Varoufakis, riferendosi alle attuali turbolenze bancarie internazionali, ha lanciato il presunto slogan radicale: «lasciamo che le banche brucino».
Com'è noto, questo autore non è certo famoso per la coerenza delle sue analisi economiche: tanto che, come si è descritto egli stesso, è un creatore di favole che si spaccia per economista. E l'articolo citato rientra a pieno titolo in tale categoria. Inoltre, le opinioni politiche di Varoufakis variano - assai spesso simultaneamente - in una gamma che va da radicali (senza essere mai veramente di sinistra) a dichiaratamente conservatrici. Recentemente, per delle ragioni puramente opportunistiche di carattere elettorale, ha proclamato di aver compiuto una svolta «a sinistra». In questa sua recente mascherata, ha trovato solo pochi complici – volenterosi, e altrettanto opportunisti – per cui il suo successo elettorale continua a essere a rischio. Appare ovvio che - come nelle sue analisi scientifiche - l'«ambiguità creativa» (sinonimo di opportunismo e di inaffidabilità) continua a essere il tratto distintivo della sua presunta svolta politica radicale.

Cosa propone Varoufakis con il suo appello a bruciare le banche?
Rintracciare la sua prospettiva teorica, è cosa è un po' complicata (ma non difficile). Tralasciando una sua vecchia e falsa auto-descrizione, secondo cui egli sarebbe un «marxista erratico» (sembra però essere un po' troppo erratico per essere un marxista), ancora una volta dimostra di essere un keynesiano superficiale. Mescolando tale prospettiva keynesiana all'errata teoria della finanziarizzazione (la tesi secondo cui oggi esisterebbe un nuovo capitalismo dominato dai banchieri, i quali sfrutterebbero in modo usuraio sia i lavoratori che gli imprenditori), ecco che, nei suoi modi caratteristici, facendo riferimento a una classe solitaria e rapace, sostiene che sarebbe proprio questa «classe dei creditori e delle banche» a stringere il cappio intorno al collo della società nel suo complesso. Così, passa ad attribuire tutti i problemi finanziari contemporanei alla politica governativa che avrebbe pertanto «avvelenato il denaro dell'Occidente», senza mai sbagliare una volta.  Non occorre avere profonde conoscenze politico-economiche per sapere che, a livello di politica economica, non è mai esistito un unico tasso di interesse nominale; ma che gli Stati conducono la loro politica monetaria intervenendo sullo spettro dei tassi di interesse.

A livello di teoria generale, potrebbe essere interessante se Varoufakis chiarisse in che modo - secondo lui - si dovrebbe determinare un tasso di interesse di equilibrio del mercato, nel capitalismo. Si tratterebbe di una quantità puramente monetaria che farebbe coincidere l'offerta di moneta con la peculiare domanda keynesiana di moneta  (la quale, a sua volta, dipende dalla domanda di liquidità determinata psicologicamente)? O si tratta di un tasso di interesse naturale, come sostengono i neoclassici? Oppure consiste in un equilibrio tra domanda e offerta di capitale a prestito, però limitato dal tasso di profitto, come sostiene il marxismo?

Ma per questo economista, queste domande sono questioni di poco conto.
Sulle questioni più pratiche, l'opinione di Varoufakis, secondo la quale le banche dovrebbero essere lasciate fallire, non è una novità. Anche i seguaci di Hayek, dogmaticamente neoliberisti, continuano a sostenere una simile tesi. Poi, andando avanti, come di consueto, egli si lascia andare a dei veri e propri progetti di fantascienza riformista. Propone di chiudere le banche private (!?). Sostiene che, da parte della Banca Centrale, dovrebbe essere creata una moneta digitale (nel caso europeo, com'è noto, sia per la BCE che per Varoufakis, uscire dall'euro sarebbe un disastro che solo una realistica disobbedienza europea può salvare!!!). Suggerisce anche di creare un portafoglio digitale basato sulla tecnologia blockchain (ma noi non dovremmo dimenticare il suo precedente coinvolgimento con lo sporco mondo delle cripto-valute). Seguendo tutte queste nuove istituzioni, ecco che allora i cittadini potranno avere dei depositi completamente garantiti. E se volessero ottenere un ritorno sui loro depositi, potrebbero - assumendosi il rischio di fallimento - metterli in banche d'investimento (!?). Un sistema bancario di questo tipo, secondo Varoufakis, dovrebbe così essere in grado di «rispettare le regole di un mercato ordinato» (ed è in questo che possiamo vedere come il radicalismo varoufakisiano può spingersi solo fino a un certo punto).

Ovviamente, egli ignora che nel capitalismo il sistema finanziario esiste per convogliare il capitale verso i capitalisti, e non per servire i piccoli depositanti. E che inoltre il capitale monetario non svolge gratuitamente questa mediazione. Ma anche nel caso che la Banca Centrale si dovesse impegnare nel raccogliere fondi, di certo non lo farebbe comunque gratuitamente. Da dove trarrà i suoi profitti per poter acquistare beni pubblici (come ci suggerisce benevolmente, ma oscuramente, Varoufakis)? Se (come premio di rischio) dovesse fissare un tasso di interesse più basso - e/o dovesse imporre un signoraggio più alto - sfrutterebbe comunque i depositanti. L'accesa discussione che ne consegue, sul "grande fratello” e sulla proposta di supervisione monetaria, tra Varoufakis e i cripto-monetaristi più liberisti, non è a mio avviso una discussione seria; ma indegna. E l'epilogo dell'articolo è eloquente: Varoufakis equipara i minatori ai banchieri, considerandoli dei nocivi beneficiari di sussidi sociali. Un'eccellente prospettiva di classe, la sua!

Ma il problema essenziale della fantascienza di Varoufakis, risiede nella sua ignoranza (?) di quella che è la relazione tra ll sistema finanziario, da una parte, e la produzione reale e l'accumulazione, dall'altra. Per Varoufakis, nella terra del furbissimo cuculo che canta la finanziarizzazione, il tasso di interesse sarebbe pura usura che non ha nulla a che fare con il tasso di profitto. Al contrario, il marxismo mostra giustamente come l'interesse sia parte del plusvalore creato dai lavoratori, di cui si appropriano i capitalisti industriali, e che viene poi ridistribuito tra questi e i capitalisti monetari. Le attuali turbolenze finanziarie sono invece dovute al mancato aumento della redditività, che a sua volta limita il reddito del sistema finanziario, e porta al collasso della struttura capitalistica del debito e del capitale fittizio. Il capitalismo risponde a tale problema sostenendo il capitale strategicamente importante (come le grandi banche) e aumentando lo sfruttamento del lavoro. Per il movimento operaio e la sinistra reale, è questo il fronte principale, e non il perseguimento di riforme bancarie utopiche che causano solo confusione e disorientamento.
Contro l'«ambiguità creativa» dei compagni di viaggio della politica borghese, il programma di transizione della vera sinistra deve dare risposte chiare e adeguate.

- Stavros Mavroudeas - 18 aprile 2023 -

NOTA:

[*1] Professore di Economia Política dell'Universita Panteão, Grécia. Articolo pubblicaro sul blog dell'autore.

fonte: Economia e Complexidade

giovedì 11 maggio 2023

Ramificazioni & Appiattimenti…

Forse il problema principale del nuovo romanzo di Aleksandar Hemon, "Il mondo e tutto ciò che contiene", consiste in quella che, tra le sue diverse parti, costituisce una sfasatura; oltre che alla mancanza di enfasi nelle sue parti migliori. Pur essendo, indubbiamente, un romanzo di ampio respiro, cosa che sicuramente deve aver impegnato molto l'autore. Vediamo che ci sono quattro parti, più un epilogo; la prima parte inizia con il capitolo "Sarajevo, 1914"; l'ultima parte termina con il capitolo "Shanghai, 1949"; l'epilogo si intitola "Gerusalemme, 2001"; e tra tutte  queste pietre miliari troviamo, disseminati, come tutta una serie di altri punti del percorso, sempre successivi e cronologici, come "Tashkent, 1919", "Korla, 1922", "Shanghai, 1932" e così via.

Molto raramente, il narratore del romanzo - che non si identifica mai con Hemon, sebbene l'epilogo renda quasi certo un tale legame - sembra che commenti come se avesse avuto già accesso a tutte le informazioni elaborate nel corso del romanzo: i profughi della Prima guerra mondiale, i Sefarditi di Saravejo nel periodo interbellico; come se tutto questo fosse una sorta di Lato B della migrazione postbellica; non verso l'Occidente (soprattutto gli Stati Uniti), ma verso l'Oriente (Uzbekistan, Cina). E questi momenti, che mostrano il "dietro le quinte" sono sempre interessanti; cosa che però non può essere detta per molti altri momenti del romanzo dedicati alle allucinazioni del protagonista, Rafael Pinto (farmacista/medico, sopravvissuto alla guerra, dipendente dall'oppio, ebreo sfollato dal mondo, ecc).

Rafael conosce Osman in trincea; i due si innamorano, trascorrono alcuni anni insieme come coppia (pur nascondendo la loro relazione a chi li circonda, prima ai soldati/commilitoni poi agli altri rifugiati con cui vivono, a seconda del tratto del "viaggio" in cui si trovano); dopo la morte di Osman, Rafael continua a sentire la sua voce, finendo in tal modo per «percepire la sua presenza»: oltre a reiterare tutta una serie di dispositivi ideologici molto ripetuti dalla narrativa di massa (amore-passione, fedeltà, famiglia, "amore per la vita", tutti elementi che sono stati criticati in un arco che va da Lukács a Zizek ad Adorno e Theweleit), l'accoppiata Rafael-Osman finisce per svuotare il progetto di Hemon da tutte le sue ramificazioni critiche, enciclopediche, intertestuali, e così appiattisce la sua ambizione romanzesca in una banale dicotomia.

fonte: Um túnel no fim da luz

mercoledì 10 maggio 2023

Lo “Spanjol” !!

Fin dalle prime righe, l'ultimo romanzo di Aleksandar Hemon - "The World and All That It Holds" [Il mondo e tutto ciò che contiene], pubblicato nel 2023 - presenta una singolare commistione di lingue: il protagonista è Rafael Pinto, il quale, pur avendo studiato a Vienna, a causa della morte del padre, deve tornare a Sarajevo per occuparsi della farmacia di famiglia. Fin da Vienna, racconta il narratore di Hemon, Pinto scriveva poesie in tedesco; scriveva anche in bosniaco, ma lo faceva solo quando parlava di Saravejo. Aveva anche provato a scrivere in Spanjol, ma gli sembrava sempre che, quando lo faceva, a scrivere fosse qualcun altro: tutto quanto suonava sempre come se fosse un antico proverbio (p. 4).

Lo "Spanjol" - che compare qui per la prima volta e che verrà citato innumerevoli volte nel corso del romanzo - è la lingua dei Sefarditi (o ladino), discendenti degli ebrei originari del Portogallo e della Spagna che in seguito all'Editto di Granada del 1492 vennero espulsi dalla penisola iberica ("Sepharad"). Il narratore ce ne dà un esempio traendolo dai tentativi di poesia di Rafael Pinto: «Bonita de mijel, koransiko de fijel; Kazati i veras al anijo mi lo diras», e così via. "APOTHEKE PINTO", dice la scritta della farmacia; durante l'orario d'ufficio, Rafael risistema la poesia adattandola alle diverse lingue: «Light changes the world», pensa, e poi la riformula in tedesco: «Das Licht ändert die Welt», e così via (p. 8).

Hemon non solo torna al paesaggio della sua giovinezza e di ciò che forma gran parte dei suoi altri libri, ma riprende anche quelli che continuano a essere anche dei legami inter-testuali, fondamentali non solo per la sua opera ma anche per tutta una parte della letteratura del Novecento: ritroviamo gli echi della nostalgia del crollo dell'Impero, raccontata da Joseph Roth nei suoi romanzi ("La cripta dei cappuccini", "La marcia di Radetzky"); ritroviamo la vita in trincea e gli orrori della Prima guerra mondiale, sulla falsariga di quanto è stato stabilito, come criterio, da Ernst Jünger in "Tempeste d'acciaio"; ritroviamo anche l'ironia poliglotta di autori come Vladimir Nabokov, Charles Simic e Joseph Brodsky.

fonte: Um túnel no fim da luz

martedì 9 maggio 2023

Bisturi e/o Fucili da caccia…

Crash Tech Dummies [*]
- La crisi climatica e l'incombente scarsità di cibo danno nuovo impulso all'ingegneria genetica -
di Tomasz Konicz

La «fuga in avanti» del capitale rispetto alle proprie contraddizioni, è una caratteristica centrale in quelli che sono stati i 300 anni di storia del sistema mondiale capitalista, sia dal punto di vista economico che ecologico. Ogni qual volta che il processo di valorizzazione ha incontrato dei limiti economici, sociali o ecologici, il capitale ha risposto intensificando i suoi sforzi espansionistici. La conquista imperialista e la sanguinosa incorporazione di tutte le regioni periferiche del mondo nel mercato mondiale, l'espansione interna del capitale in tutte le sfere della società e l'apertura scientifico-tecnologica di sempre nuovi mercati, sono state tutte conseguenze di quello «spingersi fino all'estremo» del capitale, per il quale Karl Marx  seppe ideare il geniale concetto di «contraddizione in processo».
L'essenza della relazione di capitale, in quanto contraddizione in processo, si trova a essere espressa in maniera quasi paradigmatica nella crisi climatica, che è oggi nel suo pieno sviluppo, e che, secondo gli studi attuali, porterà prima del previsto a un significativo deterioramento dell'approvvigionamento alimentare. Secondo uno studio pubblicato dalla rivista Nature Food, a livello mondiale, già nei prossimi vent'anni, i raccolti relativi alle colture alimentari di base, quali mais, riso e soia, dovrebbero diminuire in maniera significativa. La crisi alimentare incombente non riguarderà solo la periferia. In alcuni Paesi centrali - come nel Regno Unito devastato dalla Brexit  - si vedono le organizzazioni degli agricoltori lanciare già l'allarme per quanto riguarda l'inizio della de-globalizzazione, e l'inarrestabile tendenza al protezionismo: se il governo non interviene, il Regno Unito entrerà in una «crisi di approvvigionamento alimentare», ha avvertito - alla fine del 2022 - la National Farmers Union (NFU). Secondo la BBC, la carenza si renderà evidente per diversi ortaggi, come pomodori e cetrioli, ma anche nelle uova, che a volte sono già state razionate nei supermercati. Secondo tale rapporto, il rapido aumento dei prezzi e le conseguenze dovute alla Brexit - che ha reso assai più difficili le importazioni di prodotti alimentari - saranno le le due cause principali della situazione di carenza di approvvigionamento. La situazione appare drammatica anche in Giappone: il tasso di autosufficienza alimentare di quella nazione industriale orientata all'esportazione, è sceso dal 73% del 1965 ad appena il 38% dello scorso anno. E questo tasso di autosufficienza - il più basso di tutti i Paesi industrializzati - obbliga Tokyo a «introdurre immediatamente ampie riforme globali», a partire dal fatto che il Giappone, «nella crescente crisi alimentare, appare particolarmente vulnerabile», come avvertiva il "Financial Times" già lo scorso autunno.
Che cosa fare di fronte alla sempre più evidente crisi di approvvigionamento? La cosa più sensata, sarebbe quella di ridurre al più presto le emissioni di gas serra. Considerato che il settore agricolo capitalistico, altamente industrializzato, è in gran parte responsabile di gran parte delle emissioni (le stime variano tra il 23 e il 36%) e si renderebbe necessaria soprattutto una rapida trasformazione dell'industria agricola in direzione di un'attività economica ecologicamente sostenibile e a basse emissioni. Ma ciò che in questo momento viene realmente propagandato dalla politica e dall'opinione pubblica in generale per affrontare la crescente crisi climatica, è invece l'utilizzo di nuovi metodi di ingegneria genetica. Per il settore agricolo e biotecnologico, l'imminente carenza di cibo diventa semplicemente un'opportunità per spingere i nuovi prodotti dell'ingegneria genetica ad affermarsi sul mercato. Piante resistenti al calore o alla siccità, in grado di crescere in terreni impoveriti e salinizzati e resistenti ai parassiti: sono queste le promesse pubblicitarie distopiche dell'ingegneria genetica.

Le forbici genetiche e il clima
A essere salutate come un'arma miracolosa contro le conseguenze del cambiamento climatico, stavolta volta sono le cosiddette forbici genetiche. La cosiddetta tecnica CRISPR/Cas9 (Clustered Regularly Interspaced Short Palindromic Repeats), per modificare il materiale genetico utilizza le «più efficienti e migliori forbici molecolari» a disposizione della scienza, come ha spiegato il biologo molecolare Holger Puchta nel corso di un'intervista rilasciata a "Deutschlandfunk" nel 2019, la quale tecnica, in un certo senso, ha dato il via alla campagna pubblicitaria per le nuove forme di manipolazione genetica. Queste forbici genetiche molecolari permettono di attuare, nei geni delle piante, delle mutazioni molto precise. Qui, non vengono introdotti geni estranei, come invece avviene nel caso delle piante transgeniche, in quelle varietà di mais nelle quali sono stati inseriti geni di batteri, in modo da renderle resistenti ai parassiti. Puchta paragona il metodo CRISPR a un'operazione che viene compiuta con un «bisturi», mentre invece i metodi più vecchi - come la radio-irradiazione delle piante per innescare le mutazioni - assomigliano più all'uso di «un fucile da caccia». Inoltre, le forbici genetiche sono diventate sempre più economiche da usare, al punto che che «molte piccole e medie imprese potrebbero sviluppare nuove tecnologie intelligenti»; se solo le norme relativamente restrittive dell'UE sull'ingegneria genetica lo consentissero.
Attualmente, alle piante prodotte con il processo CRISPR/Cas9 si applicano le stesse normative che vengono usate per i prodotti genetici transgenici; e dai sostenitori delle forbici genetiche, la cosa viene vista come una grande ingiustizia. Dal momento che non è possibile determinare se per queste piante «sia stata utilizzata o meno l'ingegneria genetica», afferma Puchta, ecco che allora le attuali disposizioni di legge costituirebbero «un'assurdità giuridica». Le piante che vengono concepite a partire dall'ingegneria genetica, dovrebbero essere ben inquadrate nel contesto di una «legge sulle varietà vegetali», in modo che così anche le «piccole e medie imprese» potrebbero sostenere i costi dell'approvazione. Fantastico! Ma che cosa mai potrebbe andare storto se tutte le piccole e medie imprese possono usare le forbici genetiche a loro piacimento, senza che i prodotti finali siano riconoscibili come organismi geneticamente modificati?!?? E inoltre ci sono le solite lamentele sul fatto che se le restrizioni non vengono allentate, così facendo l'Europa potrebbe rimanere indietro, rispetto agli Stati Uniti o alla Cina, in questo nuovo mercato che vale miliardi.
Negli ultimi quattro anni, le lobby aziendali, che assai spesso operano sotto la maschera della scienza oggettiva, hanno ottenuto notevoli risultati. Ma nel novembre del 2022, il "Financial Times" ha segnalato che, sulla spinta dell'impressione dovuta a eventi meteorologici estremi - disastri naturali e crolli dei raccolti - tra le élite funzionali dell'UE, «l'umore si sarebbe orientato» a favore della "nuova" ingegneria genetica. Già nel settembre 2022, i ministri europei dell'Agricoltura hanno chiesto a Bruxelles di intraprendere una "rivalutazione" del regolamento sugli OGM. E nell'ottobre 2022, la Commissione europea ha annunciato che nel secondo trimestre del 2023 avrebbe ammorbidito le regolamentazioni relative ad «alcune tecnologie di editing del genoma». Secondo la commissaria di Bruxelles, Stella Kyriakides, il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità richiedono che «le biotecnologie costituiscano un potenziale» in quanto «parte di un cambiamento più ampio» finalizzato ad aiutare il settore agricolo a «rendere il nostro cibo più sostenibile». L'FDP [Partito Liberale Democratico tedesco] vede già un'opportunità nella nuova industria, ha riferito il "Tagesspiegel" a metà gennaio 2023. Lo scorso gennaio anche la CDU [Unione Cristiano-Democratica di Germania] si è dichiarata favorevole alle «cesoie genetiche», affermando che esse sono necessarie come parte di un «riaggiustamento della politica agricola europea e nazionale» poiché «gli scaffali pieni dei supermercati non sono una cosa naturale».

Arrivano le api robot
Anche se stavolta le promesse del settore genetico si realizzeranno quanto meno parzialmente, questa "fuga" capitalista verso nuovi mercati rappresenta meramente una lotta solo contro quelli che sono i sintomi della crisi climatica, distraendoci dal fatto che, per la sopravvivenza, è necessaria una trasformazione fondamentale del settore agricolo tardo-capitalista. Inoltre, l'idea di utilizzare l'ingegneria genetica per aumentare i raccolti, fallisce a causa della volatilità del clima che caratterizza la crisi climatica. Ad esempio, le piante che sono state ingegnerizzate, utilizzando le cesoie genetiche, per essere in tal modo particolarmente resistenti alla siccità, se improvvisamente dovesse piovere a dirotto per un lungo periodo, difficilmente potrebbero farcela.
Ma nell'Unione Europea, come si realizzano di solito gli «ampi cambiamenti», volti a «riadattare le politiche agricole europee e nazionali» per «rendere più sostenibile la nostra alimentazione»? Come? Lo si è visto di recente in quella che è stata grande discussione europea sulla politica agricola, per il periodo di bilancio 2021-27 (Politica Agricola Comune - PAC), allorché le lobby aziendali, che ora inneggiano alla nuova ingegneria genetica, hanno avuto un grande successo nell'ostacolare le riforme ecologicamente sostenibili. Così, l'industria agricola è riuscita a ridurre dal 30 al 20% la quota di sussidi legati al co-pagamento delle misure di protezione ambientale; anche se le perdite reali di sussidi potrebbero verificarsi solo a partire dal 2025, a causa dei periodi di transizione negoziati. Ebbene sì, gli stessi Stati dell'UE possono definire in larga misura i criteri dei loro programmi ambientali, cosa che favorisce abusi su larga scala. All'epoca, a Bruxelles, Greenpeace si è lamentata di un «greenwashing della peggior specie», e persino la "Frankfurter Allgemeine Zeitung" ha dichiarato che, nelle sue caratteristiche fondamentali, il vecchio sistema agricolo sarebbe stato mantenuto (vedi konkret 2020/12).
La dipendenza dalle strutture dell'agricoltura industriale, e la mancanza di una trasformazione ecologica del settore agricolo aggravano anche la perdita di biodiversità e la drastica mortalità di insetti, come lamentata da Kyriakides. La morte delle api, in particolare, minaccia di portare a dei crolli catastrofici in molte colture. Ma anche in questo caso il Capitale sa che cosa deve fare: la ricerca sulle api robot - le quali dovrebbero occuparsi dell'impollinazione grazie all'Intelligenza Artificiale - è a buon punto; ha riferito Deutschlandfunk alla fine del 2021. Gli scienziati hanno sottolineato quanto siano state promettenti le prime prove. I robot volanti e le «creature ibride» offrono un «approccio promettente per affrontare la crisi dell'impollinazione», ha dichiarato Eijiro Miyako dell'Industrial Technology Research Institute giapponese, alla rivista "Forbes". Si tratta di «una tecnologia a basso costo» - hanno detto sempre a Deutschlandfunk - che si può «produrre in massa», e questo anche se «la metà di loro [delle api robot] non torna dopo i voli esplorativi». Un principio commerciale perfetto - per così dire - che crea in maniera permanente la sua stessa domanda.

- Tomasz Konicz - Pubblicato il 27/3/2023 su konicz.info, era stato pubblicato su konkret 03/23

[*] - In inglese nell'originale. "Crash Tech Dummies" evoca i "Crash Test Dummies" dell'industria automobilistica (letteralmente: manichini da crash test), essendo quindi "Crash Tech Dummies" manichini per la tecnologia di incidente [crash]... (N.d.T.)

lunedì 8 maggio 2023

I “posti” del cinema…

Un film è un’opera composta da diversi elementi. Dalla sceneggiatura alle scenografie, dai costumi alle musiche, è lungo l’elenco di ciò che concorre alla nascita di una pellicola. Per dare vita alla storia che si vuole raccontare, è spesso di fondamentale importanza la scelta di una particolare ambientazione. Per questo volume, l’architetto e cinefilo Giorgio de Silva ha selezionato più di ottanta pellicole, presentandole dal punto di vista degli edifici che vi compaiono e dei luoghi in cui si muovono i personaggi. L’impatto visivo di numerosi film di ieri e di oggi si fonda sulla presenza di strutture iconiche, in grado di rappresentare l’essenza visiva della vicenda raccontata. Luoghi caratteristici, originali, unici, che evocano nello spettatore sentimenti e sensazioni indimenticabili e rendono immediatamente riconoscibile l’opera in cui compaiono.
Oltre ad analizzare le architetture presenti in capolavori della storia del cinema come Metropolis, 2001: Odissea nello spazio, Blade Runner, Arancia Meccanica e Matrix, l’autore riserva la sua attenzione anche a film meno noti, come Non si sevizia un paperino, Koyaanisqatsi e Architecture of Infinity. Registi del calibro di Kubrick, De Palma, Antonioni e Riefenstahl dialogano con i più grandi architetti della storia: Le Corbusier, Mies van der Rohe, Wright e molti altri.

(dal risvolto di copertina di: Giorgio de Silva, "L’architettura nel cinema". Lindau, pagg. 400, euro 34)

Il cinema abita qui
- Dai grattacieli di “Blade Runner” alla casa di “Parasite”. Ecco il catalogo dell’architettura vista sullo schermo -
di Alberto Anile

Nel cinema lo spazio è un elemento fondamentale. Spazio come relazione fra elementi in campo, interni ed esterni, pieni e vuoti, echi tematici fra ambiente e senso, ma anche, più semplicemente, come luoghi da scegliere, costruire, arredare, per offrire un contesto fisico alle azioni dei personaggi. Chi fa cinema sa che la scelta delle location è decisiva e può diventare, per questo, lunga e sfiancante: l’epica lavorazione del Gattopardo di Visconti cominciò in Sicilia con settimane di ricognizioni fra ville nobiliari poi non utilizzate; Pasolini girò la Palestina per poi decidere di ambientare Il Vangelo secondo Matteo nella più vicina Matera; e la Baarìa di Tornatore ricostruita a Tunisi, le Gangs of New York filmate a Cinecittà... Occorre uno specialista per guidare lo spettatore fra i segreti architettonici dei film, scomporre e ricomporre i puzzle di cui sono fatti i contesti urbanistici delle pellicole. Per dire: Brazil (1985), il capolavoro di Terry Gilliam, è costruito giustapponendo squarci di Noisy-le-Grand, sobborgo a venti miglia da Parigi, con porzioni dei Royal Docks di Londra (oggi demoliti), la sala biliardo del National Liberal Club e la Arab Hall di Leighton House (anche questi a Londra), un castello nel Buckinghamshire, qualche prato del Lake District di Cumbria e alcuni locali costruiti in studio.

Perciò è cosa buona e giusta che a fare da cicerone fra edifici e ambienti del cinema di tutti i tempi sia un architetto: Giorgio de Silva ha fra l’altro cinquant’anni di esperienza nel settore pubblicitario e sa quindi come districarsi fra esigenze artistiche e condizionamenti della committenza (piaccia o meno, anche il cinema è alla fine un “prodotto”): edito da Lindau, L’architettura nel cinema riunisce in volume varie puntate della rubrica di cine-architettura da lui tenuta sulla rivista digitale IN/Arch Piemonte, con prefazione dell’urbanista Riccardo Bedrone. Si va dal cinema popolare, l’Università La Sapienza progettata da Piacentini evocata nella trilogia Smetto quando voglio (2014-17) di Sibilia, a quello conclamato d’autore, la casa Hanok costruita in studio per Parasite (2019) di Bong Joon-ho, da classici come Metropolis (1927), tutto scenografie e modellini inventati per l’occasione, a campioni d’incasso come Mission: Impossible 2 (2000), che utilizza veri edifici di Sidney, in Australia.

Gli aneddoti sono inevitabili e sempre bene accetti. L’esplosione più famosa della storia del cinema, quella del finale di Zabriskie Point (1970) cullata dalle musiche dei Pink Floyd, riguarda una villa di Cave Creek, in Arizona, progettata da un assistente di Frank Lloyd Wright, ma l’edificio che salta in aria è una replica allestita non molto lontano: «Credo che il proprietario fosse seduto sulla sua terrazza quando guardò esplodere la ricostruzione che sembrava esattamente la sua casa», ha raccontato Antonioni. E quando i proprietari di Fallingwater House, progettata da Frank Lloyd Wright, rifiutarono ad Hitchcock il permesso di utilizzarla in Intrigo internazionale (1959), sir Alfred fece ideare e costruire negli studi della MGM la singolarissima Phillip Vandamm House (Vandamm era il cattivone interpretato da James Mason), con una spettacolare terrazza che nel film si sporge sul monte Rushmore: come spesso succede, gli ostacoli e i divieti innescano nuove possibilità creative. Alcuni luoghi curiosamente s’inseguono e si ripetono: le torri lucide e cilindriche del Westin Bonaventure Hotel, costruito a Los Angeles a metà anni Settanta da John C. Portman Jr., sono la sede della polizia di Blade Runner (1982) di Ridley Scott ma svettano anche in Nel centro del mirino (1993) di Wolfgang Petersen; la Stahl House di Pierre Koenig, fra le più notevoli ville moderniste di Hollywood, è stata usata nel leggero Bella, bionda... e dice sempre sì (1991) e sette anni dopo nel drammatico Un ragazzo di talento; il Grand Hotel Scribe, inaugurato a Parigi nel 1862 dall’imperatrice Eugenia, è riconoscibile in Alphaville (1965) di Godard e in Frantic (1988) di Polanski. E poi ci sono le torri direzionali realizzate a Tokyo da Kenzo Tange che compaiono in Lost in Translation (2003) di Sofia Coppola, la villa sull’Aurelia progettata da Luigi Pellegrin utilizzata come alloggio di Barbara Bouchet in Non si sevizia un paperino (1972) di Fulci, la Villa Paul Poiret a Parigi da dove parte il protagonista di Holy Motors (2012) di Carax, la “piscina” di Bagno Vignoni (Siena) ripresa in lungo e in largo nel finale di Nostalghia di Tarkovskij... Insomma un giro del mondo cinematografico fra decine e decine di location, a titillare in egual misura cinefili e urbanisti. Con un unico neo: in mezzo a tanta competenza storica e architettonica, stonano le citazioni cinematografiche da Wikipedia, utili ma non esattamente “scientifiche”.

- Alberto Anile - Pubblicato su Robinson del 21/1/2023 -

sabato 6 maggio 2023

Il Dominio & la Crisi !!

Il caos, anziché l'egemonia
- Gli Stati Uniti, come potenza egemonica sono in crisi, ma il che non significa che la Cina li sostituirà. Tuttavia, le dittature autoritarie di Cina e Russia potrebbero essere il futuro del capitalismo -
di Tomasz Konicz

Se dobbiamo credere alle dichiarazioni dei vertici russo-cinesi, il XXI secolo sarà contraddistinto da un'era di egemonia cinese. A metà marzo, a Mosca , nel corso dei summit bilaterali di guerra, il presidente russo Vladimir Putin ha parlato della necessità di «costruire un ordine mondiale multipolare più giusto», il quale porrebbe fine all'era dell'egemonia degli Stati Uniti. Tale progetto, che mira a un ordine mondiale multipolare, costituisce l'ideologia di tutti gli Stati autoritari della semiperiferia, i quali cercano - attraverso il rafforzamento di un loro potere imperialista e per mezzo di politiche di guerra - di succedere agli Stati Uniti in declino, e ottenere così un'analoga supremazia, o dominio, a livello regionale se non - come nel caso della Cina - addirittura globale; simile a quello che gli Stati Uniti avevano nella seconda metà del XX secolo. L'attuale aumento dei conflitti regionali tra Stati, in una fase di crisi globale in cui non esiste più effettivamente alcuna potenza mondiale egemone, è l'espressione di tale disordine mondiale multipolare.

Che si tratti degli imperialisti russi, dei mullah iraniani o dei neo-ottomani turchi, quel che motiva il loro antiamericanismo ideologico è soprattutto l'invidia per i mezzi di potere degli Stati Uniti, sempre più ridotti. La diminuzione di potere è dimostrata soprattutto dal dollaro USA, il quale, come valuta di riserva mondiale, ha permesso agli Stati Uniti di accumulare degli enormi debiti; non da ultimo quello per finanziare la propria macchina militare. E così, avviene che diversamente da quel che avviene negli Stati Uniti, quando ad esempio il presidente turco Recep Tayyip Erdogan decide di mettersi a stampare banconote, l'inflazione nel Paese semplicemente aumenta. Ecco perché oggi stanno facendo scalpore gli ultimi accordi di politica monetaria tra Cina, Russia e diversi Paesi della semi-periferia. A metà marzo, durante una visita di Stato a Riad, il presidente cinese Xi Jinping ha promosso un cambiamento relativo al commercio di petrolio con l'Arabia Saudita, che permetta di usare lo yuan cinese, in modo da contrastare così la «crescente trasformazione del dollaro in armi». Simili accordi bilaterali relativi alla valuta, sono in discussione anche tra Cina e Brasile, e tra Cina, Pakistan e Venezuela. A marzo il Financial Times ha avvisato i leader occidentali, dicendo che dovrebbero prepararsi a un futuro «ordine monetario mondiale multipolare», sebbene il dollaro rimanga chiaramente e comunque la valuta più utilizzata nel commercio internazionale. Questa tendenza alla de-dollarizzazione può essere ben compresa solo nel contesto del declino imperiale degli Stati Uniti, visto nell'ambito del processo di crisi globale. Tuttavia, ciò chiarisce anche perché la Cina, in quanto potenza egemone, difficilmente potrà succedere agli Stati Uniti.

Nel suo libro, "Adam Smith a Pechino", il sociologo italiano Giovanni Arrighi ha descritto la storia del sistema mondiale capitalista come una successione di cicli egemonici: una potenza in ascesa, in una fase di ascesa caratterizzata dall'industria produttrice di merci, conquista una posizione dominante nel sistema; in modo che così, dopo una «crisi di egemonia», inizia la discesa imperiale della potenza egemone. In questo processo, il settore finanziario acquista sempre più importanza. Finché, alla fine, la vecchia potenza egemone viene sostituita da una nuova, con maggiori mezzi di potere. Questa sequenza può essere tracciata empiricamente, sia riguardo al Regno Unito che agli Stati Uniti. Il Regno Unito e il suo impero, divenuti l'officina del mondo nel contesto dell'industrializzazione del XVIII secolo, nella seconda metà del XIX secolo sono poi diventati il centro finanziario mondiale, per essere sostituiti, nella prima metà del XX secolo, a causa dall'ascesa economica degli Stati Uniti, i quali a loro volta hanno vissuto la propria crisi egemonica durante la stagflazione degli anni Settanta. A ciò ha fatto seguito la deindustrializzazione degli Stati Uniti, cosa che ha portato al dominio economico del settore finanziario statunitense. L'indebitamento, della potenza egemone discendente nei confronti della potenza imperiale ascendente, del quale si è occupato anche lo stesso Arrighi, è visibile sia nella situazione dell'indebitamento della Gran Bretagna rispetto agli Stati Uniti, sia nel crescente disavanzo commerciale degli Stati Uniti rispetto alla Cina. Il dollaro americano aveva conquistato la sua posizione globale nel contesto del boom fordista del dopoguerra, quando il Piano Marshall stabilì l'egemonia degli Stati Uniti anche nella parte occidentale dell'Europa devastata. Ed è stata proprio questa fase duratura del boom fordista, che ha costituito la base economica dell'egemonia statunitense. Con la fine del boom postbellico - nella fase della stagflazione, della finanziarizzazione e dell'implementazione del neoliberismo - la base economica del sistema egemonico occidentale è cambiata. Nell'aggravarsi della crisi sistemica di sovrapproduzione, gli Stati Uniti, sempre più indebitati, sono diventati, in un certo senso, il «buco nero» del sistema mondiale, che ha finito così per assorbire tutta la produzione in eccesso di quegli Stati orientati all'esportazione, come la Cina e la Germania Ovest, attraverso i loro deficit commerciale; a spese dell'avanzamento della deindustrializzazione e dell'indebitamento. Il regime cinese (come il governo tedesco) aveva pertanto tutte le ragioni per tollerare l'egemonia statunitense, e il dollaro come valuta di riserva mondiale, dal momento che senza il mercato di vendita statunitense, l'ascesa della Cina fino a nuova «officina del mondo» non sarebbe stata possibile.

Tuttavia, a causa del dispiegarsi della crisi socio-ecologica globale del capitale, sembra assai poco probabile che il XXI secolo inauguri un'era di egemonia cinese, e che lo yuan possa succedere al dollaro statunitense. La fase ascendente della Repubblica Popolare, segnata dal dominio della produzione industriale di materie prime, si è svolta nell'ambito dei già menzionati circuiti di deficit globale, nei quali il debito in Occidente ha generato la domanda per l'economia di esportazione cinese. Questa fase si è conclusa con lo scoppio della crisi del 2008: con lo scoppio delle bolle immobiliari negli Stati Uniti e in Europa, le eccedenze estreme delle esportazioni cinesi sono diminuite (con l'eccezione del commercio con gli Stati Uniti), mentre i giganteschi pacchetti di stimolo, che il governo di Pechino ha lanciato in quel periodo per sostenere l'economia, hanno cambiato la natura dell'economia cinese: le esportazioni hanno finito per perdere importanza, mentre l'industria edilizia nazionale, e il settore immobiliare finanziato dal credito sono diventati i principali motori della crescita economica. In tal modo, è diventato pertanto evidente come la Cina si sia già lasciata alle spalle, nel 2008, la sua crisi che segnalava la transizione verso un modello di crescita guidato dai mercati finanziari. La crescita della Cina, ora dipende quindi anche dal credito, e la Repubblica Popolare è fortemente indebitata, allo stesso modo in cui lo sono i centri occidentali in declino del sistema globale. L'economia deficitaria cinese, produce degli eccessi speculativi anche maggiori di quelli degli Stati Uniti, o dell'Europa occidentale; come è stato dimostrato, nel 2021, dalle crisi del mercato immobiliare cinese gonfiato. Dal punto di vista economico, il declino dell'egemonia della Repubblica Popolare, a causa della crisi sistemica globale, è già iniziato, per quanto non sia ancora recuperato il ritardo sul piano geopolitico.

Ciò appare particolarmente evidente nelle ambizioni di politica estera della Cina, che con la «Nuova Via della Seta» ha avviato un ambizioso progetto di sviluppo globale, sul modello del Piano Marshall, e che ha causato alla Repubblica Popolare la prima crisi del debito internazionale. Secondo il Financial Times, dei circa 838 miliardi di dollari, che la Cina ha investito fino al 2021, per costruire un sistema economico e di alleanze - incentrato su di essa - nei Paesi in via di sviluppo ed emergenti, nel corso della crisi attuale (a causa della pandemia e della guerra in Ucraina) sono a rischio di default circa 118 miliardi di dollari. Al momento, non c'è alcuna ripresa economica globale in vista, ma solo sovra-indebitamento e inflazione. La Cina appare quindi essere in declino ancor prima di aver raggiunto l'egemonia, e questo a causa delle sue impressionanti montagne di debiti in patria e all'estero. A ciò si aggiunge il limite esterno ed ecologico del capitale, dal momento che nel corso della sua modernizzazione capitalistica di Stato, la Repubblica Popolare è diventata il maggior emettitore di gas serra; il che rende estremamente dubbio, dal punto di vista ecologico, un percorso di sviluppo analogo per gli altri Paesi del Sud Globale; e questo a causa della minaccia di una catastrofe climatica (e ciò sebbene sia assolutamente osceno predicare al Sud Globale la rinuncia, da parte dei centri, senza essere in grado di indicare un percorso di sviluppo alternativo). Al ciclo storico di egemonia del sistema globale capitalista, ora si sovrappone pertanto il processo di crisi socio-ecologica del capitale stesso, che interagisce con esso e mette in atto una fusione tra l'ascesa e il declino dell'egemonia cinese. Eppure, sullo sfondo della crisi socio-ecologica, il conflitto tra l'Eurasia russo-cinese e l'Oceania degli Stati Uniti, nella quale l'Ucraina e Taiwan costituiscono rispettivamente il campo di battaglia attuale e quello futuro, può certamente anche essere considerata come una contrapposizione tra il futuro e il passato. Si tratta di una lotta tra la fine dell'era della gestione neoliberale della crisi e l'imminente era del dominio apertamente dispotico e autoritario, in cui mobilitazione reazionaria e disintegrazione sociale interagiscono, già paradigmaticamente visibile nell'oligarchia statale russa e nel dominio mafioso.

- Tomasz Konicz - Pubblicato su Jungle World, 20.04.2023 -