sabato 25 giugno 2022

Abbiamo un problema !!

Lo sciopero della RMT fallirà... anche le loro richieste vinceranno
- di Jehu -

Secondo il Daily Mirror, i temi che motivano i lavoratori nello sciopero della RMT in Gran Bretagna sono questi:

«Essenzialmente si tratta di salari e condizioni di lavoro. L'RMT sostiene che il personale, che ha lavorato per tutta la durata della pandemia, dopo anni di blocco dei salari, si trova ora a dover fare i conti con aumenti salariali inferiori all'inflazione. Il sindacato vuole un aumento salariale di almeno il 7%, in vista del previsto aumento dell'inflazione dell'11% in autunno. L'RMT ha rifiutato un'offerta del 2%, con un ulteriore 1% legato a tagli di posti di lavoro. I sindacati sono preoccupati per i licenziamenti proposti e per le modifiche alle condizioni di lavoro, dopo che le ferrovie hanno proposto di realizzare delle efficienze in seguito alla pandemia, che ha portato più persone a lavorare da casa. I sindacati ritengono che potrebbero essere a rischio ben 2.500 posti di lavoro».

Ora, per i comunisti, c'è un problema: per quanto sostengano con forza lo sciopero della RMT, e molti comunisti vi prendono persino parte come membri dei sindacati, in realtà vogliono l'opposto di ciò per cui i sindacati stanno lottando. Suvvia, siamo onesti! Non è certo un segreto il fatto che tutti i comunisti che partecipano a questo sciopero, e tutti i comunisti che lo sostengono, vogliono che tutti i lavoratori, senza eccezione alcuna, compresi i membri della RMT, rimangano disoccupati e lavorino senza alcun salario!

Mentre la massa dei lavoratori vuole ottenere un'occupazione stabile e regolare, i comunisti invece vogliono il 100% di disoccupazione, e vogliono che nella produzione il lavoro umano diretto venga completamente sostituito da quello delle macchine. Laddove la massa dei lavoratori vuole ottenere un salario di sussistenza stabile e costante, i comunisti vogliono che i salari vadano a zero.

In gran misura, la differenza tra ciò che vuole il lavoratore medio e ciò che vuole il comunista medio riguarda piuttosto quella che è una questione di orizzonte temporale. Nel breve periodo, i comunisti vedono l'occupazione e i salari più o meno come li vede la massa dei lavoratori. La differenza tra la visione comunista e quella del lavoratore medio tende ad assumere una sua forma solo a partire da quel punto che potremmo definire l'orizzonte comunista, ovvero quel punto in cui, tra i comunisti, le ipotesi sull'occupazione e sui salari si invertono in maniera imprevedibile, di modo che sia l'occupazione che i salari si azzerano. Dico "imprevedibilmente" perché, se glielo si chiede, dubito che molti comunisti siano in grado di definire le condizioni in cui questo stato di cose emerge. -Alcuni potrebbero citare il commento di Marx al "Programma di Gotha", oppur qualche altro comunista classico, ma dubito che potrebbero fare niente più che ripetere a pappagallo quelle che sono le basi. E, dal momento che non siamo in grado di definire queste condizioni, allora non abbiamo davvero alcun modo di stabilire se 150 anni dopo il commento di Marx siamo riusciti a soddisfarle. Dopo tutto, Marx scrisse i suoi brevi commenti nel 1875. Siamo nel 2022. Nel 1875, il telegrafo era una killer app. E i tempi sono cambiati, no?

Quando Marx scrisse il suo commento, l'orizzonte comunista era - per usare un termine moderno ed educato - aspirazionale, cioè, era qualcosa cui i proletari miravano, ma che non potevano sperare di realizzare immediatamente, anche se avessero preso il potere. Le condizioni materiali non erano pronte per la completa abolizione del lavoro e del salario. La cosa più vicina a quell'ideale, che i lavoratori potevano sperare di ottenere, anche se avessero detenuto il potere statale, era una qualche forma di sistema in cui il loro consumo privato sarebbe stato legato al loro contributo lavorativo. Senza dare tale contributo, nessuno avrebbe potuto accedere ai mezzi di consumo comuni. Una situazione, in altre parole, nella quale chi viveva del lavoro degli altri sarebbe stato eliminato. E anche se la classe operaia avesse conquistato il potere, ci sarebbero voluti decenni di ulteriore sviluppo per poter raggiungere quelle condizioni materiali corrispondenti all'aspirazione comunista di una società in cui l'accesso ai mezzi di consumo non fosse più legato ad alcun contributo lavorativo.

Ma nel 2022 sono passati 150 anni, 15 decenni, dal momento in cui Marx scrisse il suo commento. In modo estremamente prudente e ipotizzando un aumento annuo della produttività tecnica del lavoro sociale non superiore al 5%, in questi 150 anni, il lavoro vivente oggi è forse 1800 volte più produttivo di quanto non fosse allorché Marx scrisse il suo commento. Ciò significa che un lavoratore di oggi può facilmente fare il lavoro di settecento lavoratori nel 1875! Questo dovrebbe darvi un'idea della capacità del capitale di aumentare il potere produttivo del lavoro sociale. Nel 1875 il divario tra la società e l'orizzonte comunista era un abisso che richiedeva almeno decenni per essere colmato. Marx sapeva che non l'avrebbe mai visto. Sapeva anche che i suoi figli, quelli con cui corrispondeva, così come i loro figli, probabilmente non l'avrebbero mai visto. Era in qualche modo comprensibile che ci fosse un divario altrettanto ampio tra ciò che i comunisti si prefiggevano in quanto obiettivo, e ciò che i lavoratori medi si prefiggevano come obiettivo. L'abisso tra le aspirazioni e la realtà era così grande che in pratica i comunisti potevano chiedere la fine di tutto il lavoro salariato, pur lottando a fianco della massa di lavoratori che volevano solo un buon lavoro con un buon salario. Ma oggi, 150 anni dopo, possiamo ancora dire che questo orizzonte sia rimasto così lontano, e l'abisso così vasto come all'epoca in cui Marx scrisse il suo commento? Quando oggi un'operaia può produrre letteralmente duemila volte la produzione creata dal suo trisnonno nella stessa giornata lavorativa, è possibile sostenere che l'orizzonte comunista rimanga così lontano come lo era quando il suo contemporaneo, Marx, scriveva la sua Critica? Supponendo che non sia così, abbiamo un problema.

Il lavoratore medio di oggi pensa al lavoro salariato più o meno nel modo in cui lo pensava il suo trisnonno 150 anni fa: come qualcosa di naturale ed eterno tipo la gravità. Rimangono perciò scioccati quando i capitalisti dicono che il loro lavoro è destinato a essere eliminato, e che i loro salari si ridurranno all’osso. Anche i comunisti, che continuano a lottare al fianco di questi lavoratori, sembrano non rendersi conto che i tempi sono cambiati. Sembrano davvero non riconoscere l'incongruenza di chiedere al capitale di smettere di cercare di eliminare i posti di lavoro quando sono proprio loro stessi a voler eliminare il lavoro salariato. Sembra quindi piuttosto strano che, mentre il capitale ha sviluppato il potere produttivo del lavoro sociale e, almeno teoricamente, ha avvicinato la società alla possibilità di una completa abolizione del lavoro necessario, la massa dei lavoratori si aggrappi invece in modo ostinato al lavoro salariato e continui a resistere a qualsiasi sforzo per far sì che i loro salari scendano a zero. Ed è ancora più bizzarro che i comunisti, i quali probabilmente dovrebbero essere ben consapevoli dei progressi compiuti dal capitale negli ultimi 150 anni - e quindi dovrebbero saperne di più - mostrino invece, sia nelle loro azioni che nella loro letteratura, una scarsissima consapevolezza della possibilità di abolire completamente il lavoro nella produzione di ricchezza materiale; cosa che è stata resa possibile da questi progressi. I comunisti di oggi agiscono con una consapevolezza delle reali potenzialità del nostro tempo che appare non superiore a quella di un operaio che non ha mai preso in mano un testo teoricamente più sofisticato di un opuscolo della campagna elettorale di Sanders.

Nello sciopero della RMT non c'è nulla che possa salvare il posto di lavoro e il salario di questi lavoratori. Inoltre, nessuno di noi dovrebbe voler salvare questi miseri posti di lavoro e salari. È un insulto alla dignità umana chiedere a chiunque di vivere come ci si aspetta da noi. I comunisti dovrebbero crescere e raggiungere il 21° secolo insieme al resto della società. Questo non è il capitalismo del vostro trisavolo. Non abbiamo bisogno di altre battaglie senza senso che non possono essere vinte.

- Jehu - Pubblicato il 24/6/2022 su The Real Movement

venerdì 24 giugno 2022

Funamboli della vita …

Joseph Marti viene dalle «profondità della società umana, dagli angoli bui, silenziosi, meschini della grande città» e si accinge a varcare la soglia di un’imponente villa sul lago per prendere servizio come assistente dell’eccentrico ingegner Tobler. Si immer­gerà in un microcosmo borghese dove «fa­miglia e lavoro sono tanto vicini da toccar­si», abitato dalla sussiegosa moglie di To­bler, dalla ruvida serva Pauline e dai quat­tro figli che lo guardano «di traverso come un oggetto strano e sconosciuto». Un mon­do, in realtà, destinato presto a sgretolarsi: nel volgere di una stagione Joseph – indimenticabile antieroe walseriano dall’esi­stenza simile a «una giacca provvisoria, un vestito che non calza bene» – assisterà al declino di «padron Toble», le cui dissennate invenzioni lo votano al fallimento. Co­me Joseph Marti, Walser sembra rivolgere il suo sguardo solo agli avvenimenti minu­scoli, alla vita sparpagliata, a tutto ciò che è trascurabile. Il suo tono è leggero, puerile o divagante, il tono delle parole che passa­no e si cancellano da sole. Tutta la sua esi­stenza ci riconduce al Bartleby di Melville, l’impeccabile scrivano che non rivelava nulla e non accettava nulla, se non biscotti allo zenzero. «Nulla mi fa più piacere del dare una falsa immagine di me a coloro che ho rinchiuso nel mio cuore» scrisse una volta. E difficilmente potrà evitare l’equivoco su di lui chi non riconosca che ogni sua fra­se sottintende una precedente catastrofe. È quello che accade in questo romanzo-­diario, «compendio di vita quotidiana svizzera», co­me egli stesso l’ha definito, dove Walser rie­sce miracolosamente a evocare l’abisso che all’improvviso può spalancarsi sulla liscia superficie di un placido lago, a raffigurarne l’orrore e insieme l’attrazione – raggiun­gendo uno dei vertici della sua arte.

(dal risvolto di copertina di: Robert Walser, "L’assistente". Adelphi. Traduzione Cesare De Marchi pagg. 237 euro 19)

L’uomo senza qualità
- di Melania Mazzucco -

L'assistente di Robert Walser, pubblicato nel 1908, tradotto in italiano nel 1961 dal grande germanista Ervino Pocar, viene riproposto ora da Adelphi, che già edita le altre sue opere, nella nuova cristallina traduzione di Cesare De Marchi: Walser - venerato da Canetti e Sebald, raffinatissimo e difficile nell’ingannevole levità - la merita. Il suo protagonista, smarrito nel disordine di un mondo indecifrabile, è l’impiegato più indifeso, l’inetto più convincente della letteratura novecentesca mitteleuropea (che pure ne abbonda). Joseph Marti è infatti un giovane di 24 anni, senza carattere e senza qualità: uno che «dava sempre l’impressione di non essere che un lembo, un’appendice fugace, un nodo stretto solo temporaneamente», «un bottone ciondolante che non ci si dà la briga di attaccare» (lui si definisce “ottuso”, “testa vuota”, “scervellato”, “impostore”). Nella prima pagina prende servizio a Villa della Stella vespertina, su una collina a dominio del lago, in quello che crede l’ufficio tecnico di una ditta commerciale fiorente, diretta dall’autoritario signor Tobler. Ingegnere meccanico, si è messo in proprio, con l’ambizione di completare la scalata sociale iniziata con l’acquisto della villa. Joseph ci arriva senza illusioni e senza volontà (lo manda l’ufficio di collocamento).
Ha solo una valigia e un ombrello, non ha radici, non ha legami (appena un’amica socialista, e genitori cui pensa di rado), un passato qualunque (un lavoro in una fabbrica di tessuti elastici, il servizio militare) e nessun futuro. Per sei mesi (dall’estate a Capodanno), lui che «non è mai stato di casa in nessun luogo», si assoggetta a un lavoro che lo mortifica ma via via lo appassiona (servire gli piace), e a una famiglia accogliente e apparentemente felice ma che invece sta cessando di essere tale (Tobler ha una bella moglie snob, quattro bambini e una domestica rozza e prepotente). Tuttavia questo non è un romanzo di formazione, e Joseph se ne andrà libero e inconsistente così come è venuto.
Walser scrisse L’assistente a Berlino, senza sforzo, senza disegno, con l’impareggiabile leggerezza che impresse in ogni pagina. A Carl Seelig, critico, amico e sostenitore, che nel 1957 riportò le loro conversazioni nel volume Passeggiate con Robert Walser, disse di considerarlo «un romanzo assolutamente realistico. Non ho dovuto inventare quasi nulla. La vita lo ha creato per me».
La trama - meno impalpabile di quanto sembra - ricalca in effetti l’esperienza dello scrittore svizzero, cui nel 1903 capitò di lavorare per un ingegnere meccanico, nella sua villa di Wädenswil, sul lago di Zurigo. E Joseph è indubbiamente una delle tante incarnazioni di Walser stesso. Però oggi il romanzo non ha per noi niente di realistico. L’atmosfera è minacciosa e claustrofobica come nel castello e nel tribunale di Kafka e nel collegio di Musil, che infatti ammiravano Walser. Incombe un senso di imminente rovina, riflesso dell’attitudine dell’assistente (e dell’autore) verso il mondo: una «afflizione spensierata e un’armoniosa fatalità». Le descrizioni della Svizzera sono di una precisione lancinante che anticipa quelle di Frisch e Dürrenmatt (si veda l’umorismo nero nel compiacimento per le belle case barocche, le fabbriche e la “brava gente di Bärenswil”, il racconto della festa nazionale del primo agosto o la miseria delle domeniche popolari). Ne è simbolo e correlativo oggettivo l’inquietante feticcio che rappresenta il sogno del padrone e l’ossessione dell’impiegato: l’orologio-réclame. Tobler vorrebbe venderlo a tutte le stazioni ferroviarie e gli uffici del paese. Quell’orologio svizzero con le ali d’aquila da decorare con la pubblicità segnerebbe con perfida precisione il vacuo
tempo degli altri. Ma il tempo di Joseph è un altro: e solo la natura – l’avvicendarsi delle stagioni – lo misura. Tra gli alberi del bosco e nei vicoli del capoluogo vagabonda in cerca del senso perduto delle cose. Niente è infatti come sembra, il lindore della villa e del paesaggio mascherano disamore, invidia, disprezzo e fallimento, i vicini sono mostri di insensibilità e ingratitudine, la brava madre borghese odia la figlia minore e permette alla serva di maltrattarla, pure se è solo una bambina. E il padrone cui si sottomette e che vorrebbe odiare, è anche un inventore visionario che rispetta. Tutti gli oggetti che brevetta, dall’orologio alla sedia ospedaliera, dalla trivella di profondità al distributore automatico di cartucce, nella loro inutilità sono perfetti per la brava gente là fuori, ma non verranno mai venduti. L’ordine e il decoro su cui s’impernia la vita dei Tobler vacillano, scricchiolano, rosicchiati dalle cambiali, dai debiti, dai meccanismi sociali e dall’assurdità. Walser non giudica: affida alle parole l’evanescenza del presente e la precarietà della vita.
Come il suo assistente, Walser attraversò con «perniciosa spensieratezza» la propria esistenza, indossandola «come una giacca provvisoria». Mai di casa in nessun luogo, traslocando sempre, senza legarsi a nessuno, lavorando se necessario, camminando senza tregua per sfuggire agli ingranaggi di un sistema cui era totalmente refrattario. Quando rinunciò al proprio Io, accettò di farsi ricoverare in manicomio, per «sparire fra la gente». Ma non smise di scrivere, perché solo le parole ormai erano reali. Si dileguò e si dissolse in esse, scrivendo a lapis migliaia di storie, versi e personaggi su biglietti e minuscoli pezzi di carta: quei muri di lettere indecifrabili dovevano proteggerlo e metterlo in salvo. Con L’assistente Adelphi completa il catalogo dei capolavori di questo elusivo maestro del Novecento. Mi auguro che traduca i Mikrogramme – ultimo enigmatico canto di un funambolo della vita.

- Melania Mazzucco - Pubblicato su Robinson del 7/5/2022 -

giovedì 23 giugno 2022

Auto-Araldica !!


Visto che sembra essere oggi all’ordine del giorno…

Nel nono secolo la Sicilia venne conquistata dagli Arabi, i quali vi rimasero per quasi trecento anni. Tra le altre cose, portarono nuove conoscenze e tecniche rivoluzionarie in tutti i campi. In agricoltura seppero essere fortemente innovativi per quanto riguardava l`irrigazione dei terreni, grazie alla cosiddetta «senia», uno strumento che serviva a tirare acqua dai pozzi: in un ampio pozzo veniva installata una macchina di legno costituita da un nastro trasportatore verticale (nel caso specifico si trattava di una fune) teso fra due tamburi rotanti e munito di numerose brocche (quartari); queste, una volta arrivate in fondo al pozzo, si riempivano d’acqua per poi risalire e versare il loro contenuto in un`ampia vasca (gebbia).

Il movimento rotatorio veniva generato da un animale da soma (asino o mulo) che veniva legato ad una trave orizzontale, la quale era direttamente collegata alla senia. L`animale, bendato, girava in continuazione attorno al pozzo e, grazie ad un sistema di ruote dentate, faceva ruotare i tamburi, e quindi la fune con le brocche. Si trattava di un ingegnoso sistema per procurarsi acqua in gran quantità, e con basso consumo di tempo e di energie. Una macchina di tal genere, in lingua italiana si chiama bindolo. La facilità d`irrigare i terreni permise ai siciliani la realizzazione di lussureggianti giardini. Ancor oggi in qualche parte della Sicilia per indicare un giardino si dice senia. E da senia deriva il verbo siniari, che significa lavorare in modo pesante e monotono. Sceccu di senia, a sua volta, è detto colui che viene sottoposto a dei lavori duri, sempre uguali e mal remunerati.

già pubblicato sul blog il 20/9/2007

mercoledì 22 giugno 2022

«Inerzia Tecnologica Persistente» !!

Il capitalismo stagnante e l'illusione della rottura tecnologica
- Jason E. Smith e Tony Smith -

In occasione della pubblicazione, nel novembre 2020, del libro di Jason E. Smith, "Smart Machines and Service Work" ["Macchine intelligenti e lavoro di servizio"], tradotto recentemente in francese dall'editore Grevis, con il titolo "Les capitalistes rêvent-ils de moutons électriques?" ["I capitalisti sognano pecore elettriche?"], Tony Smith ha avuto uno scambio con l'autore, al fine di spiegare il suo approccio alle innovazioni tecnologiche, e il modo in cui esse riconfigurano o meno il capitalismo. Né tecno-utopia né tecno-distopia, Jason E. Smith mostra quale sia la natura ampiamente illusoria dell'idea di «svolta tecnologica» - condivisa sia dagli apologeti che dai critici delle nuove tecnologie. Questo mito non solo serve a mascherare la stagnazione economica e il caos sociale, ma allo stesso tempi ci distrae anche dalla questione - che viene qui posta dall'autore - delle nuove forme di organizzazione e di lotta dei lavoratori.

Tony Smith:  Innanzitutto, congratulazioni per la pubblicazione di "Smart Machines and Service Work". È uno dei migliori libri sulle conseguenze sociali del cambiamento tecnologico, che abbia mai letto, molto più perspicace di quelli sulla tecnologia, i quali ricevono tanta attenzione dalla stampa mainstream. Molti di questi libri, difendono il tecno-utopismo, sostenendo che se aspettiamo ancora un po', e mettiamo in atto le politiche giuste, le tecnologie avanzate daranno il via a una nuova era di crescita e di prosperità. Altri, invece, assumono una posizione tecno-distopica, prevedendo livelli di disoccupazione tecnologica e di caos sociale senza precedenti. Come definirebbe la sua posizione rispetto a queste alternative?

Jason E. Smith: Si sbagliano entrambe. Entrambe partono dal presupposto secondo cui le economie capitalistiche avanzate stiano subendo, o stiano per subire, una profonda trasformazione guidata dalle macchine, il cui effetto principale sarà un improvviso aumento della produttività del lavoro e della crescita economica. I "tecno-distopisti" pongono l'accento sulle probabili conseguenze sociali, che vedono come catastrofiche per la stratificazione delle classi e i mercati del lavoro: un'esacerbazione della disuguaglianza di reddito e, soprattutto, una disoccupazione «di massa». Nel mio libro, mi concentro su quest'ultimo aspetto. Gli episodi di disoccupazione di massa non sono il risultato di un cambiamento tecnologico, ma piuttosto di un collasso economico. Se dovesse avvenire una rianimazione robusta e automatica delle economie ad alto reddito, l'evidenza storica suggerisce una traiettoria completamente diversa. Potremmo aspettarci temporanei sconvolgimenti del mercato del lavoro, con la revisione dei processi lavorativi, la ridefinizione dei posti di lavoro, la riallocazione della manodopera da settori ad alta produttività a settori a maggiore intensità di lavoro, la creazione di industrie completamente nuove e l'imposizione di nuove divisioni del lavoro (sia sociali che tecniche). Emergerebbe una nuova composizione di classe, con nuove stratificazioni di abilità, genere, razza o località. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, basta risalire al periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale e a quello fino a circa il 1965 o il 1970 - che io chiamo «Automazione 1.0» - per trovare questo modello. Certamente, nel lungo periodo, una tale trasformazione porterebbe molto probabilmente a un aumento della disoccupazione, con la maggior parte dei nuovi posti di lavoro costituiti da servizi a bassa retribuzione, in particolare servizi alla persona. Miseria e dislocazione per molti, di sicuro. Ma una trasformazione tecnologica radicale delle economie avanzate non è né in corso né imminente.
Le affermazioni secondo cui queste economie sarebbero sull'orlo di un'esplosione tecnologica, provengono principalmente dalle facoltà di economia o di "management", e dalla Silicon Valley. In seguito, vengono poi incanalate, riprese e ripetute da giornalisti e da commentatori. Vengono accompagnate da parole d'ordine del tipo: «seconda età della macchina», «terza rivoluzione industriale», «industria 4.0», ecc. Tutto questo battage mediatico, si riversa poi a sinistra ed è associato a dei piani speculativi per l'UBI (reddito di base universale), o addirittura a delle proposte di «nazionalizzazione» delle piattaforme dei social media. Tali proiezioni vengono fatte in un contesto di crisi inarrestabile (nel 2018 la Banca d'Inghilterra è arrivata ad annunciare che l'economia del Regno Unito ha «sofferto il peggior decennio, per quel che riguarda la crescita della produttività, dal XVIII secolo»). La retorica che ne è emersa, e che si è consolidata intorno all'automazione, può essere interpretata come parte di un'iniziativa più ampia volta ad alimentare una bolla del mercato azionario storicamente senza precedenti; alimentata principalmente da una manciata di titoli cosiddetti tecnologici o internet (i titoli giustamente denominati "FAANG": Facebook, Amazon, Apple, Netflix e Alphabet-Google). La storia dell'innovazione dell'ultimo decennio, si limita principalmente al settore finanziario e alla politica monetaria: riacquisti di azioni (800 miliardi di dollari nel 2018), tassi di prestito vicini allo zero, un massiccio indebitamento delle imprese private, ciclo dopo ciclo di quantitative easing [la cosiddetta politica monetaria non convenzionale]. Sulle economie più ricche del mondo, si è riversato uno tsunami di denaro a basso costo, che in gran parte è stato speso in immobili urbani. Con l'inizio della pandemia, ne abbiamo ricevuto una dose da King Kong, che ha portato i mercati azionari ai massimi storici, mentre interi settori economici chiudevano, e decine di milioni di lavoratori statunitensi perdevano il lavoro. Queste fantasie e simulazioni relative al cambiamento tecnologico, sono di vitale importanza per una classe capitalista che immagina sé stessa come una forza storica progressista, ma che però presiede a un'economia profondamente stagnante, passando da una crisi profonda all'altra. Questa classe si presenta come una forza storica dirompente, persino anarchica, le cui straordinarie innovazioni pongono problemi (la crescita esplosiva della produttività che rende superflua metà della forza lavoro, ecc.) che solo essa può comprendere e risolvere (con l'UBI, una garanzia di posti di lavoro, forse un New Deal verde). Non c'è da stupirsi che la parola d'ordine del decennio sia stata «smart» (telefoni intelligenti, case intelligenti, fabbriche intelligenti, automobili intelligenti e città intelligenti); un termine che riflette l'autostima di coloro che lo hanno inventato. Eppure queste persone si sono arricchite con le bolle del mercato immobiliare e azionario. Non mi si fraintenda, viviamo in un'epoca di «caos sociale», per usare i vostri termini: un'epoca di polarizzazione e frammentazione sociale, di aumento del debito e mancanza di crescita, di mercati del lavoro spezzati e di conflitti di classe forti ma frammentati e incoerenti. "Smart Machines and Service Work", cerca di analizzare e prendere le misure di questo crescente disordine, per offrire una spiegazione diversa del perché siamo rimasti intrappolati in quest'ingranaggio.

Tony Smith: La più parte delle persone pensa che viviamo in un'epoca di cambiamenti tecnologici senza precedenti. Eppure nel suo libro parla di «inerzia tecnologica persistente». Cosa intende con questa formula scioccante?

Jason E. Smith: Per lo più, i tipi di progressi tecnologici che si sono verificati negli ultimi dieci anni e oltre, sono irrilevanti dal punto di vista macroeconomico, sia in termini di crescita della produttività del lavoro, che di occupazione, tassi di investimento, crescita del PIL o altro. Non è un caso che il consolidamento di questa retorica dell'automazione imminente (machine learning, governance algoritmica, rivoluzione delle piattaforme, sharing economy) abbia coinciso poi con l'improvvisa ascesa di aziende come Facebook, Apple, Alphabet, Amazon, Alibaba e Tencent. A metà del decennio, queste aziende avevano consolidato il loro status di leader del mercato azionario - le loro valutazioni sovradimensionate superavano di gran lunga le precedenti transnazionali bancarie, petrolifere, farmaceutiche e automobilistiche - e allo stesso tempo esse si erano inserite nel tessuto della vita quotidiana dei consumatori, della classe operaia e della cosiddetta classe media. Le aziende dei social media come Facebook e le aziende monopoliste di Internet come Alphabet/Google hanno trascorso il decennio promettendo una rivoluzione nell'intelligenza artificiale, o nelle auto a guida autonoma, mentre oltre il 90% dei loro ricavi proveniva invece dalla vendita di spazi pubblicitari ad altre aziende (come banche e case automobilistiche). Nell'ultimo decennio, queste piattaforme hanno accumulato enormi profitti, creando e imponendo condizioni operative di tipo monopolistico. Sebbene si presentino come aziende tecnologiche, esse investono relativamente poco in Ricerca&Sviluppo, ma spendono molto per schiacciare i loro potenziali concorrenti, soprattutto acquistandoli tempestivamente.
Lo «smartphone» si è imposto come l'innovazione, o l'invenzione di punta del nostro tempo, la sua "star commodity". La sua onnipresenza, la sua presenza sui marciapiedi, nelle sale riunioni, nelle aule o a tavola, ne confermano lo status di emblema dell'epoca. Essenzialmente, si limita solo a riunire i dispositivi più vecchi (il telefono cellulare, il personal computer). Fornendo l'accesso a tutta una gamma di intrattenimenti - shopping, musica e video in streaming, comunicazione interpersonale - attraverso un unico schermo interattivo, questi dispositivi completano quella che è una confluenza in atto da decenni: la fusione di commercio e informazione, intrattenimento e socialità, affermazione di sé e vita civile su un unico schermo LCD (o OLED) sensibile al tocco. Il suo utilizzatore si trova combattuto tra tutti questi registri, pur praticandoli insieme e allo stesso tempo. Il suo umore oscilla tra l'inoffensivo divertimento e la rabbia inarticolata. Tuttavia, la mano pesante delle più grandi aziende tecnologiche sui mercati azionari, unita alla forza dell'influenza che hanno scatenato sull'intrattenimento, sul consumo, sull'identità personale e sul discorso pubblico - tutti elementi che si trovano già da tempo, da decenni, in fase di erosione e di decadenza - ha portato a delle rivendicazioni su questa tecnologia di base, le quali superano di gran lunga quello che è il suo impatto sul modo in cui facciamo acquisti, consumiamo i media o interagiamo con amici, familiari e sconosciuti. Sul posto di lavoro, queste innovazioni promettevano quello che Paul Mason ha definito un «decollo esponenziale della produttività» [nel suo libro "Postcapitalism a Guide To Our Future"]. Questo è esattamente ciò che non è accaduto. Invece, abbiamo ottenuto reti sempre più strette di sorveglianza e di tracciamento, nelle strade e sul posto di lavoro. È indicativo il fatto che gli smartphone e le piattaforme di social media siano decollati proprio nel bel mezzo di una profonda recessione che non si è mai veramente «risolta». L'iPhone è stato commercializzato per la prima volta alla vigilia della crisi finanziaria del 2008. Il modo in cui le persone corrispondono, ottengono informazioni, guardano film, fanno acquisti, o condividono foto, non sarà mai più lo stesso. Ma il «paradosso della produttività» di Robert Solow [premio Nobel per l'economia 1987; nato nel 1924], formulato per la prima volta nel 1987 - «L'era dei computer è visibile ovunque, salvo che nelle statistiche sulla produttività» - ha superato la prova del tempo. Nell'ultimo decennio si è registrata la crescita più lenta degli aumenti di produttività del lavoro degli ultimi decenni, anche nel settore manifatturiero. Tuttavia, il rallentamento della crescita della produttività del lavoro era già iniziata intorno al 1970, proprio quando ha fatto il suo debutto il primo microprocessore al mondo, l'Intel 4004.

Tony Smith: Questo ci porta a uno dei misteri più duraturi dell'economia contemporanea, il quale si trova racchiuso nell'espressione «stagnazione secolare». In che modo la sua spiegazione dello scollamento tra l'apparente dinamismo innovativo degli ultimi decenni e la relativa mancanza di dinamismo economico differisce da quella di altri che hanno richiamato l'attenzione su questo fenomeno?

Jason E. Smith: Già nel 2013, nel momento in cui si sta riscaldando la retorica che anticipa l'esplosione della produttività indotta dall'automazione, un'altra fazione della classe dirigente statunitense interviene con una prospettiva molto diversa. Larry Summers, ex segretario al Tesoro di Bill Clinton, sostiene che gli Stati Uniti e le altre economie capitalistiche mature si trovano di fronte alla prospettiva di una profonda stagnazione, nella quale l'alta disoccupazione, la bassa crescita del PIL e la stagnazione dei salari potrebbero protrarsi molto più a lungo delle brevi flessioni dei tipici cicli economici. Il rendimento dell'economia statunitense sembra dare ragione a Larry Summers. Il decollo promesso non è mai arrivato. Il decennio, nel quale libri con titoli come "Rise of the Robots. Technology and the Threat of a Jobless Future" (Basic Books, 2016) hanno occupato il centro del dibattito pubblico, è stato anche segnato da un'inesorabile crisi economica globale di dimensioni che non si erano più viste dagli anni Trenta. La prima fase di questa disfatta è stata segnata da una serie di fallimenti spettacolari nel settore finanziario, con banche d'investimento sovra-indebitate che sono crollate, o sono state acquistate per pochi centesimi di dollaro da aziende meno esposte. Quello che è successo dopo era tanto prevedibile quanto devastante: anni in perdita, con tassi di disoccupazione che non si vedevano da decenni, combinati con un crollo dei tassi di attività, dato che i lavoratori licenziati sono usciti dal mercato del lavoro (o, in alcuni casi, sono stati riclassificati come "disabili"). Con il calo della domanda di lavoro, i salari di molti lavoratori sono diminuiti. Con la perdita del lavoro da parte degli operai, anche il capitale ha perso il lavoro. Durante il decennio di crisi, i tassi di utilizzo della capacità installata, che misurano il divario tra ciò che un'economia può produrre e la sua produzione effettiva, hanno raggiunto i livelli più bassi della storia del dopoguerra, ben al di sotto di quelli degli anni di crisi degli anni Settanta. La crescita del PIL ha vacillato, anche se l'indebitamento delle imprese è aumentato in questo periodo. Sia negli Stati Uniti che in Europa, è emerso un fenomeno osservato per la prima volta durante il «decennio perduto» giapponese degli anni '90: la presenza spettrale di società «zombie», in grado di evitare la rovina rifinanziando costantemente il proprio debito, anche se le loro attività si contraevano. Ma soprattutto, nello stesso momento in cui tanti commentatori annunciavano la prospettiva di una nuova era delle macchine, gli investimenti in capitale fisso delle imprese private crollavano a tassi mai visti nel dopoguerra. I dati sulla produttività del lavoro negli Stati Uniti hanno mostrato, senza sorpresa, tassi di crescita negativi, con un aumento inferiore all'1% all'anno, anche nel settore manifatturiero, storicamente dinamico. La decrescita della spesa per investimenti è stata particolarmente marcata, ma non è affatto un'aberrazione rispetto al passato. A pochi anni dalla crisi, uno studio ha mostrato che, misurati come se fossero una «quota del PIL, gli investimenti delle imprese sono diminuiti di oltre tre punti percentuali dal 1980». Dagli anni '70, solo il decennio degli anni '90 si distingue, come un'anomalia, durante il quale un gruppo di indicatori economici (PIL, produttività del lavoro, investimenti delle imprese) è aumentato leggermente. Tuttavia, tra il 2000 e il 2011, il tasso di investimento delle imprese si è mosso a malapena, crescendo solo di un decimo rispetto al livello degli anni Novanta. Nella misura in cui sottolineano l'inaridimento degli investimenti delle imprese, gli «stagnazionisti» non hanno torto. Ma la loro spiegazione del perché le economie mondiali ad alto reddito si sono impantanate in una crisi apparentemente senza speranza - la risposta keynesiana, l'insufficienza della domanda - è debole. Vale la pena ricordare che Alvin Hansen [1887-1975], il principale sostenitore americano di Keynes, abbozzò per la prima volta la teoria della stagnazione secolare in risposta alla forte recessione del 1937, dopo che la strategia fiscale anticiclica di Roosevelt non era riuscita a sostenere il crollo della domanda e a stimolare gli investimenti privati.
Questo fallimento costrinse Alvin Hansen a considerare la possibilità di un letargo cronico e intrattabile, e a ipotizzare il motivo per cui le economie capitalistiche mature tendono alla stagnazione (stasi) e alla deriva (declino demografico? chiusura delle frontiere?). Tuttavia, oggi le ricette politiche di coloro che appartengono a questo campo si basano ancora su nuovi cicli di spesa in deficit su larga scala. Rimangono abbagliati dagli apparenti successi della gestione keynesiana della domanda, per alcuni decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale, per poi meglio reprimere il fallimento di quella scuola negli anni Settanta, quando quelle stesse politiche contribuirono alla nascita di un mostro macroeconomico - la «stagflazione» - di cui non riuscirono né a rendere conto teoricamente né a escogitare antidoti. Nel 1981, il rapporto tra debito pubblico e PIL degli Stati Uniti era solo del 31%; e anche prima della massiccia legge di spesa approvata nel marzo di quest'anno (2020), questa cifra era superiore al 100%, molto vicina a quella registrata nel 1945-46, quando erano in atto spese di difesa per una guerra mondiale. Oggi è sicuramente molto più alto. Allo stesso modo, la spesa pubblica in percentuale del PIL, è cresciuta costantemente dal 1970, raggiungendo un picco del 43% nel 2010, un anno dopo la «ripresa» dalla crisi del 2008. Le dimensioni dell'economia capitalistica privata continuano a ridursi rispetto all'attività economica totale. Ciò che gli economisti mainstream non riconoscono, siano essi keynesiani o neoclassici, è la distinzione fondamentale tra l'attività capitalistica privata e la spesa pubblica finanziata con fondi provenienti dal settore privato (sotto forma di tasse o debito). Quando i governi acquistano beni e servizi da imprese private per stimolare la domanda, il risultato può essere un aumento a breve termine dell'occupazione. Ma, come Paul Mattick [1904-1981] ha dimostrato con grande chiarezza qualche tempo fa in "Marx & Keynes. Les limites de l'économie mixte" (edizione francese, Gallimard 1972), questo tipo di spesa non è altro che una forma di consumo su larga scala, diretto dal governo e pagato con il monte profitti (o «plusvalore») generato dall'economia privata. La spesa pubblica di questo tipo non fa altro che ridistribuire questa quota del profitto totale a specifici capitalisti, come Raytheon, Pfizer o Purdue Pharma. Analogamente, quando i governi producono direttamente servizi, come l'istruzione pubblica, questi non vengono venduti sul mercato e non generano profitti da investire nell'espansione della produzione. Sebbene la spesa statale per l'istruzione o l'assistenza sanitaria risponda spesso a esigenze reali, dal punto di vista del sistema capitalistico stesso, si tratta di una spesa improduttiva. Non producono valore o plusvalore direttamente, ma sono pagati con il plusvalore estratto dal settore privato.

Tony Smith: Nell'economia tradizionale, non si trovano le categorie di lavoro «produttivo» e «improduttivo». Può dirci qualcosa di più su questa distinzione che gioca un ruolo cruciale nel suo libro?

Jason E. Smith: Questa distinzione è stata decisiva per l'economia politica classica, per Smith, Ricardo e Malthus, e per il grande critico di quella scuola di pensiero, Marx. Credo che sia anche molto sentito nell'esperienza quotidiana delle persone, ed è per questo che lo slogan spurio di David Graeber «lavori di merda» ha avuto la risonanza che ha avuto. Allo stesso modo, Adair Turner [ex capo della Confederazione dell'Industria Britannica] ha recentemente parlato di «attività a somma zero» per caratterizzare la crescente frazione di attività economica dedicata non alla produzione di ricchezza ma alla lotta per la sua distribuzione. Eppure questa fondamentale distinzione concettuale è completamente persa dagli economisti mainstream.
Gli economisti non distinguono tra le attività che producono valore e quelle che lo fanno circolare o lo distribuiscono. Né tantomeno vedono la necessità di rendere conto del modo in cui i profitti maturati da alcuni tipi di capitale - capitale bancario, imprese commerciali - rappresentano quote di quello che Marx chiamava «plusvalore» derivante da un impiego propriamente produttivo. Invece di distinguere tra le attività che producono valore e quelle che catturano il plusvalore redistribuito attraverso la competizione inter-capitalistica, gli economisti adottano più o meno la nozione di «produttività» che viene utilizzata dagli imprenditori e dalla stampa economica. Ogni attività economica che genera reddito viene detta produttiva. La produttività del lavoro si misura dividendo la produzione, espressa in termini monetari, per le unità di lavoro. Naturalmente, l'esistenza di un settore pubblico espansivo che non è soggetto ai rigori della concorrenza inter-capitalistica, e che fornisce beni e servizi non venduti sul mercato pone alcuni problemi a questa nozione semplicistica. Ma esistono sottili trucchi contabili per colmare le lacune.
Torniamo al «paradosso della produttività» di cui sopra. La soluzione a questo enigma è stata apparentemente proposta in un famoso articolo di William Baumol [1922-1987]. Egli sostiene che quando alcuni settori economici introducono innovazioni per il risparmio di manodopera, il cui effetto netto è una riduzione della domanda di lavoro, ecco che la nuova manodopera in esubero verrà riallocata in modo più o meno trasparente in quei settori a maggiore intensità di lavoro, e meno produttivi. Molti di questi lavoratori saranno spostati in quello che gli economisti chiamano il settore dei «servizi». Il modello di William Baumol prevede che, poiché gli aumenti di produttività sono distribuiti in modo diseguale tra quelli che egli chiama i settori tecnologici «progressivi» e quelli «stagnanti», ecco che sempre più manodopera si concentrerà nei lavori meno produttivi, con conseguenti minori aumenti di produttività per la forza lavoro nel suo complesso. Se estrapolata a lunghissimo termine, la crescente disparità degli aumenti di produttività tra i settori porterà a un'economia in cui la crescita della produttività sarà prossima allo zero. Ora, tutta questa storia è concettualmente sbagliata. Si basa su una nozione di produttività che è confusa o contraddittoria persino secondo i suoi stessi termini. Nel mio libro esploro alcune delle contraddizioni che emergono quando cerchiamo di confrontare la produttività del lavoro tra i vari settori, misurata a volte in unità fisiche e a volte in unità monetarie. Come si misura la produttività del settore finanziario, la cui produzione è difficile da caratterizzare in termini fisici? Ha senso misurare la produttività di un'attività che si limita a fare da intermediario tra altre attività economiche, senza produrre «valori d'uso» che vengono consumati dalle imprese o dalle famiglie? Gli economisti lo fanno di continuo. Come possiamo misurare la produttività degli insegnanti della scuola pubblica, che forniscono servizi che sono principalmente amministrati dai governi locali e non sono scambiati con denaro sul mercato? Nonostante i processi di lavoro e le funzioni sociali siano radicalmente diversi, questi esempi vengono entrambi raggruppati nell'unica e incoerente categoria dei «servizi». Cosa ancora più importante, William Baumol non distingue tra le attività che producono valore e quelle che non lo producono. Non fa distinzione tra i beni e i servizi forniti dal settore pubblico e quelli prodotti dall'economia capitalistica privata e, all'interno di quest'ultima, tra le attività che producono direttamente valore e quelle che si limitano a farlo circolare o a distribuirlo. L'esplorazione di queste distinzioni concettuali, è uno dei punti centrali di "Smart Machines and Service Work". Se utilizziamo queste categorie, arriviamo a una nozione di produttività molto diversa da quella su cui fanno affidamento economisti e dirigenti d'azienda. Ci sono numerose attività che impiegano persone e che generano reddito, ma non aumentano la ricchezza totale della società; molte attività che creano «valori d'uso» - fornite dallo Stato o dalle famiglie - non producono valore o valore di scambio. Un numero significativo di posti di lavoro del cosiddetto settore dei servizi produce valore, indipendentemente dalla loro intensità di lavoro e dalla loro resistenza ai cambiamenti tecnologici; altri non producono valore e comportano processi lavorativi che possono essere riformattati al fine di risparmiare manodopera. La distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo taglia questa categoria, rendendola analiticamente irrilevante. Questa distinzione è essenziale perché, come ho già detto, le attività improduttive devono essere pagate con il totale del plusvalore generato dall'economia privata: sono un costo sostenuto nel processo di accumulazione. Le convenzioni nazionali di contabilità del reddito registrano questi costi come entrate. Una delle tendenze di lungo periodo in un'economia capitalistica matura è l'aumento del numero di attività improduttive, in contrapposizione alle attività produttive necessarie per l'accumulazione: la realizzazione di parti del processo di scambio, la facilitazione delle attività capitalistiche attraverso le transazioni finanziarie, l'affitto di terreni ed edifici alle imprese produttive.
Questo crescente sovraccarico di attività lavorative che circolano, o che distribuiscono valore piuttosto che crearlo, è tanto una condizione per l'accumulazione di capitale quanto, con l'aumento del rapporto tra attività improduttive e produttive, un ostacolo a essa. Si tratta di una questione spinosa, il cui pensiero deve molto a Paul Mattick e al lavoro dell'economista Fred Moseley [autore, tra gli altri, di "The Falling Rate of Profit in the Postwar United States Economy", St. Martin Press, 1991; "Marx's Capital and Hegel's Logic: A Reexamination" - with Tony Smith - Haymarket Books, 2015]. Ne consegue un tasso di crescita della produttività differenziato tra la dimensione produttiva e quella improduttiva dell'economia; gli aumenti di produttività del lavoro nelle attività di produzione di valore, con importanti eccezioni, tendono a crescere più rapidamente di quelli nelle attività di circolazione o distribuzione del valore. La conseguente espansione relativa del settore improduttivo esercita una pressione negativa sul tasso di profitto complessivo. L'unica speranza di alleviare questa pressione è un aumento della produttività del lavoro nel "settore" improduttivo (termine fuorviante, poiché la distinzione tra attività produttive e improduttive si estende a tutti i settori e anche alle singole imprese). Ma per le ragioni che ho già spiegato, un simile scenario è altamente improbabile, anche perché la contrazione del tasso di profitto abbassa i tassi di investimento. Perfino tra le imprese che estraggono plusvalore direttamente nel processo lavorativo, non c'è corrispondenza tra la quantità di plusvalore che estraggono e il plusvalore che accolgono sotto forma di profitti; questi ultimi riflettono la quota massima del plusvalore totale prodotto dall'economia nel suo complesso che le imprese sono in grado di appropriarsi nel processo di distribuzione. Man mano che l'accumulazione rallenta e le imprese capitalistiche intensificano la competizione per un bacino sempre più ristretto di plusvalore, dedicheranno sempre più risorse a quelle che Adair Turner chiama «attività di distribuzione a somma zero».
Si tratta spesso di attività di supervisione, poiché l'aumento della disciplina sul posto di lavoro richiede personale aggiuntivo, per imporre l'accelerazione del lavoro in assenza di un perfezionamento delle tecniche di produzione. Ma altrettanto spesso assumono la forma dei cosiddetti «servizi alle imprese», dal momento che sempre più risorse vengono dedicate alla contabilità, alla pubblicità e alle operazioni finanziarie, oppure all'efficienza dei processi di marketing e di vendita. Sull'economia, l'effetto netto di questa guerra distributiva, è un ulteriore rallentamento dell'accumulazione, proprio perché queste attività rappresentano spese generali aggiuntive pagate dai capitalisti dal totale del plusvalore creato dallo sfruttamento nelle attività propriamente produttive. Quando il tasso di profitto si riduce, la diminuzione del plusvalore costringe le imprese a destinare ancora più risorse all'appropriazione di questo plusvalore, anziché alla sua produzione, abbassando ulteriormente il tasso di profitto. Questa è la dinamica simile a un vortice di un'economia inesorabilmente stagnante.

Tony Smith: Alla fine del suo libro lei sembra piuttosto pessimista riguardo ai sindacati e alle forme di lotta collettiva, invocando nuove forme di organizzazione. Qual è la base di questo pessimismo? Avete qualche idea su come potrebbero essere queste nuove forme?

Jason E. Smith: Sono pessimista solo riguardo a una rinascita del vecchio movimento operaio, una prospettiva a cui si aggrappano tanti esponenti della sinistra statunitense. Trovo promettente e stimolante il modo in cui si sta svolgendo il conflitto di classe, anche se il processo rimane frammentato, disorientato e pieno di sorprese. Dall'inizio del secolo, quasi tutta la crescita dei posti di lavoro negli Stati Uniti è avvenuta nei «servizi» a bassa produttività, e le recenti proiezioni del Bureau of Labor Statistics prevedono che il segmento del mercato del lavoro in più rapida crescita nel prossimo decennio sarà costituito da lavori a basso salario che non richiedono una formazione formale. Questa tendenza è disastrosa e aggrava una dinamica in atto da decenni. In un certo senso, siamo ancora coinvolti nel vortice creato dalla grande ondata di innovazione capitalistica che ha avuto luogo tra il 1920 e il 1960 circa. Io la chiamo «Automazione 1.0», ma questa ondata comprende lo sviluppo e la diffusione del motore a combustione interna, la costruzione di infrastrutture su scala capitalistica, le "promesse" e i pericoli dell'energia nucleare, oltre agli sviluppi più strettamente associati all'automazione delle fabbriche. Non è un segreto che, dalla metà degli anni '70, i salari reali dei lavoratori statunitensi si siano a malapena spostati. Molti attribuiscono questa stagnazione salariale di lungo periodo alla sconfitta dei sindacati avvenuta a partire dai primi anni Ottanta. È vero, i tassi di iscrizione ai sindacati si sono dimezzati negli anni successivi. Ma la sconfitta non è stata solo politica. Le condizioni materiali che hanno reso possibile il consolidamento del potere sindacale nei decenni del dopoguerra, hanno iniziato a erodersi a partire dalla metà degli anni Sessanta, con il cambiamento della composizione della classe operaia e della natura stessa del lavoro. La stagnazione salariale è stata strettamente legata all'inizio di un drammatico declino del tasso di crescita della produttività del lavoro. Il Bureau of Labor Statistics statunitense mostra che, nel periodo 1973-1990, la produttività dei lavoratori statunitensi è cresciuta a un tasso annuo di appena l'1,3%, una frazione dei guadagni registrati nei due decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale.
La crescita dei salari reali dei lavoratori richiede un aumento della produzione per ora lavorata. Per questo motivo gli accordi del dopoguerra tra capitale e lavoro negli Stati Uniti e in Europa collegavano esplicitamente gli aumenti salariali all'aumento della produttività: lavoratori e proprietari avrebbero "condiviso" i benefici dell'aumento della produzione oraria. Laddove tali guadagni sono difficili da ottenere, come da tempo accade in Europa, Nord America e Giappone, ogni potenziale aumento dei salari dei lavoratori porterebbe a un corrispondente calo dei profitti dei proprietari delle imprese. Questa prospettiva la classe capitalista l'ha combattuta e la combatterà con le unghie e con i denti. La natura mutevole del mercato del lavoro, della composizione di classe e del lavoro stesso ha avuto altri effetti paralizzanti sul movimento operaio. Poiché sempre più lavoratori sono assegnati a lavori nel processo di distribuzione piuttosto che in quello di produzione, o sono concentrati nei lavori a bassa retribuzione del cosiddetto settore dei servizi - nei negozi, nei call center, negli ospedali o nei centri di assistenza all'infanzia - essi sono dispersi in una miriade di industrie e, a differenza dei loro genitori e nonni, che erano spesso concentrati in grandi luoghi di lavoro, che riunivano migliaia di lavoratori, tendono a essere spazialmente dispersi, in luoghi di lavoro più piccoli, spesso lavorando con un capitale fisso molto ridotto. Se esiste un tratto caratteristico del vasto settore dei servizi, nel quale si concentra molto lavoro «improduttivo», si tratta di una caratteristica negativa: riunisce processi lavorativi concreti molto divergenti, il cui unico tratto comune è l'intensità del lavoro. Gli effetti «omogeneizzanti» della razionalizzazione capitalistica del nucleo produttivo sono stati una condizione materiale decisiva per la crescita delle dimensioni e del potere dei sindacati del dopoguerra.
Nei passati periodi di rapida industrializzazione, le scoperte tecnologiche in un settore industriale si sono rapidamente diffuse nelle linee di produzione, facendo convergere i processi di lavoro. I lavoratori, un tempo divisi per competenze, classe, regione, sesso e salari, si sono trovati a svolgere attività lavorative sempre più simili, con competenze e livelli salariali convergenti. Con l'erosione delle vecchie differenziazioni di competenze basate sull'artigianato, e la loro esternalizzazione nelle macchine su larga scala, e con la convergenza dei processi lavorativi e che ha portato a un aumento della produttività del lavoro, per i lavoratori è stato molto più facile definirsi come lavoratori in assoluto, definiti al di sopra e contro la classe capitalista, piuttosto che come dipendenti di una specifica azienda, le cui rimostranze erano espresse contro questo o quel padrone.
Con l'espulsione dei lavoratori dalle industrie centrali ad alta intensità di capitale, scompaiono le condizioni materiali essenziali per la coerenza di classe. Nonostante le speculazioni degli entusiasti dell'automazione, la maggior parte dei lavori del settore dei servizi rimane impermeabile - per sua stessa natura - alla meccanizzazione. E laddove sono suscettibili di meccanizzazione, i bassi salari prevalenti scoraggiano i proprietari di imprese dall'intraprendere grandi revisioni di queste attività (servizi di consegna, cassieri, guardie di sicurezza, pulizia di alberghi, corse di taxi). Gli scarsi incrementi di produttività, la persistenza di salari bassi, la natura stessa del lavoro (che per molti assume la forma di servizi alla persona), e soprattutto la mancanza di solidarietà, sono demoralizzanti per i lavoratori. Non danno l'impressione di formare una classe in senso positivo, di prefigurare una società futura da costruire a loro immagine e somiglianza. In queste condizioni, può prevalere tra loro un senso di conflitto accentuato, che si alimenta delle formazioni identitarie di lunga data (razza, etnia, genere) che li dividono. Durante la pandemia, queste divisioni si sono allargate fino a includere la distinzione tra coloro che sono considerati "essenziali", e quindi costretti a rischiare la vita per continuare a lavorare, coloro che hanno perso del tutto il lavoro e coloro, spesso dipendenti della classe media, che sono migrati facilmente verso le piattaforme online.
Nonostante l'erosione delle condizioni che avevano dato origine al vecchio movimento operaio, gli ultimi anni hanno visto iniziative straordinarie da parte dei lavoratori, sia nei luoghi di lavoro che nelle strade. Non dimentichiamo che nel 2019 è stata la minaccia reale di uno sciopero illegale dei lavoratori della TSA (Transportation Security Administration) - con i lavoratori delle compagnie aeree pronti a unirsi a loro - a porre fine allo shutdown del governo. Negli ultimi anni, anche gli insegnanti delle scuole pubbliche sono stati disposti a intraprendere azioni su larga scala; spesso hanno avuto luogo in Stati presumibilmente conservatori, ma hanno goduto di un sostegno popolare schiacciante. Gli insegnanti della scuola pubblica sono rimasti in gran parte estranei alla meccanizzazione che ha trasformato alcune industrie, e la loro posizione nella divisione sociale del lavoro conferisce loro uno straordinario potere sociale.
In Francia, di recente abbiamo avuto un assaggio di come può essere una rivolta in quello che Phil Neel chiama «l'entroterra», quando il movimento dei Gilets jaunes - con tutte le sue contraddizioni - ha preso di mira per mesi i centri cittadini e le rotonde. Dio aiuti la classe capitalista se i lavoratori dei centri di distribuzione e delle reti logistiche decidono di attaccare il flusso di merci nei porti e lungo le arterie delle reti just-in-time. Solo pochi mesi fa, le truppe della Guardia Nazionale pattugliavano le strade degli Stati Uniti sotto coprifuoco, mentre rivolte e manifestazioni contro la polizia si diffondevano in tutto il Paese in mezzo a una pandemia mortale. Il vero pessimismo, per concludere con una nota personale, è stato guardare centinaia di migliaia di persone manifestare contro l'imminente attacco all'Iraq nel 2002 e nel 2003, sapendo quanto queste "masse" fossero impotenti. Nonostante la miseria prevalente e persino il trauma inflitto dagli anni di crisi, oggi si ha la sensazione che potremmo essere sull'orlo di una vera e propria rottura. Ma qualunque siano le cifre della lotta nei prossimi anni, è improbabile che tornino ai modelli del movimento operaio al suo apice a metà del XX secolo. Nonostante tutto ciò che li ostacola, sia materialmente che politicamente, i lavoratori dovranno farsi strada a tentoni verso qualcosa di nuovo.

- Intervista pubblicata sul sito web di The Brooklyn Rail nel novembre 2020. -

fonte: CONTRETEMPS - REVUE DE CRITIQUE COMMUNISTE

martedì 21 giugno 2022

Nazisti in servizio !!

Dalle Fosse Ardeatine a Cinecittà, dalla divisa nazista indossata per uccidere alla divisa nazista indossata per fare cinema. Borante Domizlaff e Karl Hass, due ufficiali delle SS che il 24 marzo 1944 spararono agli ordini di Herbert Kappler, riappaiono, con altri ex ufficiali tedeschi, nella produzione di alcuni dei più celebri film italiani del dopoguerra. Il primo, assolto nel 1948, resterà negli anni fedele a Kappler, aiutandolo nella fuga dall’Italia nel 1977. Il secondo, sfuggito al primo processo arruolandosi nei servizi segreti americani e italiani, sarà raggiunto dalla giustizia solo cinquant’anni dopo e condannato all’ergastolo. Nel frattempo, fra gli anni Cinquanta e Sessanta, tutti e due sbarcarono il lunario anche intrepretando ‘sé stessi’, in parti da militare tedesco, in film come Una vita difficile di Dino Risi, La ciociara di Vittorio De Sica, Tutti a casa di Luigi Comencini, La caduta degli dei di Luchino Visconti. E non furono soli.
Nazisti a Cinecittà nasce da una scoperta casuale che ha dato il via a una lunga ricerca tra carte di servizi segreti, cineteche, archivi privati e interviste a famigliari. Un racconto che a tratti si tinge di giallo, una finestra su una realtà paradossalmente ‘normale’ dell’Italia del dopoguerra: il ‘nazista della porta accanto’ tornava utile per raccontare il nazismo.

(dal risvolto di copertina di: Mario Tedeschini Lalli, "Nazisti a Cinecittà", pp. 320, 16,15 €. Nutrimenti )

L’ufficiale delle SS non si è mai pentito e fa il nazista nei film con Alberto Sordi
- di Steve della Casa -

Alberto Sordi è visibilmente spaventato, un soldato nazista gli sta puntando contro l'arma, lo minaccia di morte. Ma dietro il nazista spunta determinata Lea Massari, che sarà poi la sua compagna di vita, e colpisce il nazista con un ferro da stiro. Iniziano così le avventure di Silvio Magnozzi, il protagonista di Una vita difficile di Dino Risi (1961), una delle commedie più belle e significative del dopoguerra italiano. Carla Gravina nel film di Luigi Comencini Tutti a casa (1960) è una bella ragazza, visibilmente impacciata, e porta con sé i libri di scuola. Sale su un traghetto in Romagna che deve portarla dall'altra parte del Po. Assieme a le ci sono i soldati guidati da Alberto Sordi che dopo l'8 settembre sono sbandati e stanno cercando di tornare a casa, tra loro spicca Nino Castelnuovo. Ma su quella zattera c'è anche un soldato tedesco che parla un po' di italiano e legge il nome Silvia Modena su uno dei libri della ragazza. Cerca di attaccare discorso con lei e a un certo punto si ricorda del suo ruolo e le chiede se Modena sia un cognome ebreo, dato che in Italia gli ebrei hanno spesso un cognome dove si evoca una città. La ragazza nega, e anche gli altri passeggeri negano che di aver mai sentito che ci sia una città che si chiama Modena. Sembra tutto finito ma scopriremo tragicamente che purtroppo non è così. Sono due momenti di due film molto famosi, nei quali i toni di commedia si sposano al livello più alto con le note del dramma, con due grandi registi che raccontano il loro punto di vista sull'occupazione nazista dell'Italia dopo che il re e Badoglio si sono vigliaccamente messi al sicuro nella parte d'Italia già in mano agli alleati. Tutto è credibile: lo sono i toni, che rifuggono dalla retorica ma che non fanno sconti sulla crudeltà dei nazisti e dei loro alleati fascisti. Lo sono anche gli attori, sia quelli principali (Alberto Sordi, ancora una volta capace di raccontare le contraddizioni dell'italiano medio) sia quelli secondari, ivi compresi coloro che interpretano i nazisti. E nel secondo caso, la credibilità ha origini ben precise.

In entrambi i film, infatti, il milite tedesco ha un nome e un cognome. Borante Domizlaff (in Una vita difficile lo si può leggere anche nei titoli di testa). Sembra un nome d'arte, ma non è così: chi si occupava di crimini di guerra lo conosceva molto bene, e da questo punto è partito Mario Tedeschini Lalli per il suo libro Nazisti a Cinecittà, uscito per Nutrimenti. Domizlaff, infatti, era un alto ufficiale delle SS che operava nel 1944 in quel di Roma, e che è stato tra coloro che spararono alla nuca uccidendoli gli ostaggi che furono portati alle Fosse Ardeatine. Per questo reato fu processato insieme al suo comandante Kappler nel dopoguerra, e fu assolto perché il tribunale credette alla tesi secondo cui aveva solo eseguito un ordine al quale non poteva ribellarsi. Sia Risi sia Comencini avevano idee non certo assimilabili al nazismo: come era possibile che avessero accolto nel loro film un nazista assassino di persone inermi? Come potevano ignorare quel nome che era comunque uscito abbondantemente sui giornali, all'epoca del processo? Oltretutto, come dimostra Tedeschini Lalli, non si trattava neanche di una persona che aveva manifestato pentimento e riconosciuto i propri errori, visto che nel 1977, quando Kappler evase da un carcere italiani il giorno di ferragosto fu proprio Domizlaff ad aiutarlo per una parte della latitanza. Il libro è la storia appassionata e documentatissima di un'indagine durata tanti anni, con l'autore che ricostruisce legami, nomi, relazioni con esponenti dell'estrema destra italiana, con alti prelati compromessi con il nazismo, con una sorta di «internazionale nera» che aiutò esplicitamente gli assassini nazisti nel secondo dopoguerra godendo di tante complicità, soprattutto da parte dei servizi segreti americani che nel frattempo si stavano organizzando contro il nuovo nemico, quello comunista. E, soprattutto, è l'ulteriore scoperta che Domizlaff non era un caso isolato, anche Karl Hass, a sua volta ufficiale SS e assassino alle Fosse Ardeatine, collabora con registi che non possono essere certo accusati di collusioni con la destra eversiva come Luchino Visconti e Carlo Lizzani. E anche Hass ha avuto relazioni non marginali con i servizi segreti, e il suo nome è circolato anche in occasione delle bombe di Piazza Fontana che sono il punto più intenso di relazione tra servizi segreti e neofascisti. Lo stesso Lizzani in un intervento avvenuto al Festival di Venezia nel 1995, ammette di averlo avuto nel suo film Il processo di Verona, un altro film antifascista che ha quindi nel suo cast un nazista autentico. È lo stesso Tedeschini Lalli a mettere in guardia: non si tratta di un complotto, non è la prova di chissà quali trame o infiltrazioni. È solamente (solamente?) la prova che a guerra finita in Italia si è scelto di stendere un velo su tutta la vicenda dei nazisti in Italia: troppo pericoloso, troppo «eversivo».

- Steve della Casa - Pubblicato su Tuttolibri del 7/5/2022 -

lunedì 20 giugno 2022

La lotta per la verità …

Nonostante abbia avuto una vita relativamente breve (1903 - 1950), George Orwell ha scritto molto, e lo ha fatto investendo una vasta gamma di argomenti, dalla guerra alla carestia, dagli elefanti al cricket, perfino sui libri e sulle librerie. Il suo "Orwell on Truth" [in italiano, edito dalla Mondadori con il titolo "Verità/Menzogna] è un libro ibrido, una sorta di taccuino realizzato a posteriori, con brani sul tema della verità tratti da tutta la sua opera, compilato da David Milner.

«Ognuno crede alle atrocità del nemico e dubita di quelle commesse dalla propria parte, senza nemmeno prendersi la briga di esaminare le prove», scrive Orwell nel 1943, in un saggio dal titolo "Looking back on the Spanish War", per poi aggiungere: «la gente crede o dubita delle atrocità solo sulla base delle proprie predilezioni politiche».

La lezione principale che ci proviene da questo saggio, e che risuona in tutte le voci di "On Truth" (così come nei principali romanzi di Orwell, quali "La fattoria degli animali" del 1945, o "1984" del 1949), consiste nel fatto che la verità finisce per essere sempre un processo di costruzione storica, un percorso che si costituisce su più livelli e attraverso vari strati, e che non si offre già bell'e pronto - quasi fosse per «combustione spontanea» - davanti agli occhi dell'osservatore.

Dal momento che essa è frutto di dibattito e di scambio di idee, ecco che nelle tirannie e nei regimi totalitari la verità è la prima ad essere attaccata. E il modo migliore per attaccarla è impedirne la sua circolazione: «La letteratura in prosa, così come la conosciamo, è il prodotto del razionalismo - di secoli di protestantesimo - dell'individuo autonomo», scrive Orwell nel 1946, e prosegue col dire che: «la distruzione della libertà di pensiero paralizza il giornalista, il sociologo, lo storico, il romanziere, il critico e il poeta; in quest'ordine». La verità è come un ecosistema, che viene condiviso nel contesto di una comunità, il cui benessere riguarda tutti.

domenica 19 giugno 2022

Nelle «mani giuste» ?!!??

Non c'è alcuna soluzione alla crisi energetica
- di Sandrine Aumercier -

Inizio dalla fine e arrivo subito alla conclusione dicendo che non c'è soluzione alla crisi energetica, neppure una «soluzione minima». Nel caso dovesse emergere una società post-capitalista emancipata, essa allora smetterebbe di preoccuparsi del problema energetico, semplicemente; non lo risolverebbe diventando «più razionale» e «più efficiente» in materia di energia. Una società che mette alla sua base la penuria - come fa il modo di produzione capitalista - si auto-impone di razionare sempre più il consumo di energia, a partire dal fatto che essa si sta avvicinando sempre più a un limite assoluto. Così facendo, si condanna a sprofondare in una gestione totalitaria delle risorse, scatenando delle guerre di stabilità, e a piombare in delle crisi socio-economiche che hanno un impatto sempre più crescente... Ma questo è un limite che fa parte di quelli che sono i principi fondanti di questa società, e non si riferiscono alla natura.
La categoria «energia», è astratta così come lo è quella di «lavoro», e una volta che viene posta a fondamento delle attività umane, non può fare altro che procedere in direzione di un abisso, per effetto della sua stessa logica. Mi ci è voluto molto tempo per capirlo, a causa del fatto che il discorso sui «limiti del pianeta» si impone nella sua falsa evidenza, come se si trattasse di un problema geofisico. Ma il vero problema riguarda le premesse del capitalismo, da cui anche i cosiddetti Paesi socialisti reali non si sono mai staccati. Se mettiamo in fila, uno dietro l'altro, i diversi scenari di «transizione energetica» che si stanno contendendo la palma di vincitore, diventa chiaro come sia proprio il discorso di fondo a combinare due tendenze contraddittorie, in quanto presuppone che: 1) L'impossibile è possibile e che, allo stesso tempo, 2) Se l'impossibile nonostante tutto è impossibile comunque, allora si deve trattare di un fatto di natura (di natura umana, di natura geofisica o di entropia universale). Così facendo, ecco che smette di essere necessario dover esaminare le specificità del modo di produzione capitalistico.
Innanzitutto, in questo dibattito, ciascuno ci viene a spiegare che, dal momento che il piano dell'altra parte è impossibile, ecco che il proprio allora deve necessariamente essere migliore. Questo ragionamento è erroneo: il fatto che tu abbia torto non significa che io abbia ragione. Ad esempio, Jean-Marc Jancovici spiega assai bene il perché coprire il pianeta con pannelli solari o mulini a vento non sia né economicamente né ecologicamente fattibile; mi sembra che su questo punto lo si possa anche seguire. Ma gli antinuclearisti, da parte loro, ci ricordano assai bene quali sono tutti i problemi economici ed ecologici legati all'estrazione dell'uranio, alla costruzione delle centrali nucleari, alla loro manutenzione, alla loro sicurezza, alla gestione delle scorie, ecc. In realtà, tutti cercano solo di proporre proprio quello scenario che salverebbe la civiltà, e che alcuni chiamano «termo-industriale». Visto il disastro globale in cui ci troviamo, chi ci dovesse riuscire sarebbe certamente una sorta di eroe. Ma non esiste niente in grado di cambiare il fatto che il petrolio sta diventando sempre più difficile da ottenere, e quindi sempre più costoso da estrarre. È sorprendente come la crisi energetica, improvvisamente attribuita alla guerra in Ucraina, fosse invece già in atto da molto tempo, e ogni volta sempre riferendola a ragioni diverse: ripresa post-pandemia, indicizzazione dei prezzi dell'elettricità ai prezzi del gas, ecc. L'isterismo della crisi climatica, e ora la demonizzazione della Russia stanno opportunamente coprendo la crisi energetica iniziata negli anni Settanta. È come se questa crisi fosse dovuta a ragioni geopolitiche, e perciò ora dovessimo cambiare le nostre abitudini per «salvare il clima», dato che è sempre più evidente - anche se nessuno lo dice apertamente - che nessuno scenario di transizione regge, e non perché siamo «troppo lenti» a mettere in atto la così tanto celebrata «transizione». Tutte queste spiegazioni esterne evitano di affrontare il problema della crisi strutturale dell'energia.
In secondo luogo, dato che siamo fondamentalmente incapaci di salvare questa civiltà, tutti quanti gli scenari hanno perciò finito per incorporare quella che chiamerei una «clausola di decrescita», la quale ora ci spiega che ora, ovviamente, la soluzione non potrà più arrivare nemmeno senza che vi siano dei risparmi energetici. Questo aspetto è relativamente nuovo, almeno nel discorso ufficiale. Venne formulato per la prima volta negli anni '70, con il famoso rapporto del Club di Roma, in concomitanza con il lavoro di Georgescu-Roegen, insieme a un certo successo dell'«ipotesi Gaia», la quale è ben in sintonia con le tendenze New Age e integra in sé anche il pensiero cibernetico. Ma fino a poco tempo fa questo approccio è rimasto relativamente confinato negli ambiti specialistici. La situazione deve essere effettivamente peggiorata, per far sì che la necessità di una «decrescita» (per quanto sia ancora solo selettiva) diventasse in così poco tempo - diciamo che ciò è avvenuto nei 15 anni circa in cui il petrolio convenzionale ha raggiunto il suo picco - un luogo comune. Tutt'a un tratto, la marmaglia ambientalista, decrescetista, ecosocialista, ecc. si è trovata improvvisamente a essere d'accordo coi tecnocrati di ogni risma, in quello che è il loro tentativo di fare entrare l'infinito dentro il finito. Questa è anche la chiave di volta di uno scenario come quello di Negawatt. Si ammette che con l'attuale livello di consumo è impossibile continuare così, ma però se miglioriamo l'efficienza energetica, se risparmiamo, se miniaturizziamo, se ricicliamo, se innoviamo e così via, allora - ci vengono a dire - ecco che tutto sarà possibile. Questa possibilità, non solo si incardina su delle congetture fantasiose e inverosimili [*1], ma rimane soprattutto interamente determinata da una concezione neoclassica della produzione, vista in termini di stock finiti soggetti all'allocazione delle risorse, e non in termini di processi produttivi [*2], i quali non sono solo dei processi fisici entropici che non possono essere dissociati dal processo globale di produzione capitalista.
In terzo luogo, la teoria che oggi viene chiamata Collassologia (dal primo libro di Pablo Servigne e Raphael Stevens del 2015) ci dice che siamo fottuti. Ma stranamente il riformismo più sfrontato e il cinismo del «se tutto va bene, siamo rovinati» vanno di pari passo. Questo approccio si basa su un'antropologia rudimentale inaugurata da Jared Diamond e basata sullo studio dei grandi imperi premoderni scomparsi, che i collassisti liberali e i socio-umanisti sono disposti a condividere.  Appare innegabile che questi imperi non possono certo costituire per noi un modello di emancipazione. Tuttavia, è altrettanto chiaro che nessuno di essi poneva al centro del proprio funzionamento un principio di moltiplicazione astratta, che avrebbe gradualmente trasformato l'intero mondo materiale in un rifiuto, alla stregua di una creatura che si autodistrugge (l'immagine è di Anselm Jappe). Il successo dei collassisti dimostra che è stato toccato un nervo scoperto: stanno dicendo senza mezzi termini che questa civiltà non se la caverà continuando ad armeggiare con degli accomodamenti. L'unica cosa che ci rimaner da fare, secondo loro, è collassare nella «solidarietà», insomma, nella gioia e nel buon umore [*3]. Tuttavia, questi autori non escono dal paradigma geofisico che essi denunciano, dal momento che ciò che non colgono è proprio il carattere astratto dei processi di combustione termo-industriale innescati dal modo di produzione capitalistico.
Il quarto ragionamento erroneo e tautologico, e che rappresenta la versione pessimistica del paradigma del collasso, è quello secondo cui le cose stanno così perché dovevano essere così, a causa dell'insaziabile natura umana. Questo presupposto è smentito da qualsiasi analisi storica e antropologica; ma soprattutto è proprio l'idea stessa di natura umana a essere teoricamente indifendibile. Non si può spiegare a partire dalla «natura umana» il perché qualcuno è cannibale, perché qualcuno è buddista o perché qualcun altro è un trader di Wall Street. Ciascun essere umano, in ogni epoca, assomiglia a quelle particolari relazioni sociali che una società si è data nel corso di un cieco processo storico. Tali relazioni sociali influenzano e configurano le motivazioni soggettive inconsce dell'individuo, vale a dire, la gamma limitata di posizioni che egli  può assumere, insieme a quella delle identificazioni che gli sono consentite. Se non esiste alcuna rivoluzione «chiavi in mano», ciò è dovuto al fatto che la crisi del capitalismo è globale e sistemica; e in quanto tale, è priva di un di fuori e quindi sembra non avere vie di d'uscita. Ma, come dice Marshall Sahlins nel suo testo "Un grosso sbaglio. L'idea occidentale di natura umana" [Eleuthera], questo non è dovuto alla natura umana; è tutt'al più il risultato di una storia contingente che ha prodotto le proprie condizioni di possibilità e impossibilità, condizioni che sono esse stesse in evoluzione e non ci permettono di prevedere il futuro.
Tutti questi discorsi hanno in comune il fatto di presupporre che dietro l'idea di una certa quantità finita, una certa riserva di materia ed energia, ci sia una realtà indiscutibile. Con i loro grafici e le loro statistiche, sembrano parlarci del mondo materiale. Ma questa realtà materiale proviene dall'astrazione posta all'inizio, e non viceversa. In altre parole: quando cominciamo a guardare il mondo con gli occhiali dell'energia, allora sì che siamo irrimediabilmente fottuti. Ma il problema non consiste nelle risorse energetiche, bensì proprio in questi occhiali. Cos'è che ci spinge a guardare il mondo con questi occhiali, e cos'è che ci spinge a considerare la natura come se fosse un'immensa riserva di materiali da trasformare, una riserva limitata che si sta ineluttabilmente esaurendo e che dovremmo risparmiare, oppure sulla quale dovremmo scommettere perché ci porterà quei miracolosi sconvolgimenti tecnologici che devono ancora arrivare, o addirittura per intraprendere una corsa contro il tempo? È questa qui la domanda più difficile di tutte, in quanto ci costringe a rivedere completamente le nostre categorie. Non si tratta più di mettere insieme delle soluzioni, e nemmeno di «solidarietà» o di «soddisfare i bisogni primari» (anch'essi esigenze astratte quanto i processi sociali da cui derivano), ma di capire come siamo arrivati a considerare l'intero mondo vivente come se fosse un serbatoio inesauribile di energia. Abbiamo creduto nella famosa generosità del sole, che alimentava l'euforia del progresso (insieme al suo triste gemello: il pessimismo culturale), ma allo stesso tempo abbiamo posto la scarsità come principio di tutte le attività umane. Questo principio non può che condurre l'intero mondo vivente verso un inesorabile esaurimento. In matematica, è possibile far convergere una serie infinita con una serie finita. Trasposto nel mondo reale, questo non significherebbe altro che un (relativo) prolungamento dell'agonia. Se prolunghiamo il processo di decomposizione, crediamo che la fine non arriverà. Ebbene, partendo dalle stesse premesse, la fine arriverà comunque, sia che avvenga tra 50 anni sia che avvenga tra 500 anni. L'unica differenza sarebbe che nel secondo caso io vengo personalmente risparmiato, mentre nel primo caso potrei essere colpito direttamente. Ma la durata della vita individuale non può essere un giusto metro di giudizio; in termini di tempo geologico e di durata dell'avventura umana, finisce per essere solo una fine folgorante. A ciò si aggiunge il fatto che un simile prolungamento è improbabile. Il capitalismo è caratterizzato da una crisi di fondo, la quale non fa altro che aggravarsi sempre più, e non ha nemmeno i mezzi per concedersi una tregua. Si trova a essere presa alla gola dalla realtà del suo stesso mito. È in questo che consiste la vera impossibilità,  ma negli scenari presentati nessuno lo dice.

Le osservazioni appena fatte si basano su analisi empiriche. Resta da spiegare in che modo si articoli l'astrazione «energia» con l'astrazione «lavoro», e perché, nelle parole di Marx, «la produzione capitalistica sviluppa l’innovazione tecnologica e, con essa, la combinazione dei fattori del processo di produzione sociale, ma solo con la lenta consunzione o con l’esaurimento, al contempo, delle fonti da cui sgorga ogni ricchezza: la terra e il lavoratore.» [*4]. Marx dimostra che il valore incarnato in una merce deriva dal tempo di lavoro medio socialmente necessario per la sua produzione. Questo lavoro è definito da lui come «lavoro astratto». Ma «il valore non porta scritto sulla fronte ciò che esso è» [*5]. Non è dato dalla qualità della cosa prodotta, dalla sua necessità o dal piacere del lavoro, ma dalla sussunzione di questo lavoro sotto la media sociale del tempo necessario alla sua produzione. Non è nemmeno dato dal prezzo della merce, che riflette solo parzialmente il lavoro che contiene, poiché altri fattori di produzione e vincoli di mercato entrano nella determinazione del prezzo. Infine, il valore non è dato dall'utilità di un bene (il suo valore d'uso). Si tratta quindi di una grandezza sociale che non può essere calcolata direttamente, ma che costituisce il centro di gravità di tutte le attività economiche sotto il vincolo della redditività competitiva. Per rimanere competitivi, i capitalisti sono obbligati ad appropriarsi di un surplus di lavoro non retribuito, per reinvestirlo nel processo produttivo. Questo surplus è chiamato da Marx plus-lavoro e permette di ottenere un plusvalore.
Robert Kurz dà una definizione di lavoro astratto che parla all'esperienza quotidiana: «Oggi la maggior parte delle persone sembra come paralizzata da questa definizione, il cui significato è tuttavia semplice. Il "lavoro astratto" si riferisce a qualsiasi attività che viene svolta per denaro, nella quale il guadagno di denaro è il fattore decisivo, e dove, quindi, la natura dei compiti da svolgere diventa relativamente irrilevante». [*6] Tutti gli agenti individuali del sistema capitalistico devono, in questo senso, contribuire al processo sociale combinato di accumulazione del capitale: diversamente, non possono sopravvivere individualmente e vengono immediatamente spazzati via da un agente più efficiente. Questo è il caso del capitalista, ma è anche il caso del lavoratore, la cui forza lavoro si trova a essere costantemente messa in concorrenza con tutte le altre. Questo modo di produzione funziona come uno sprone che non dà tregua a nessuno: un sacrificio insensato per una causa impersonale e astratta. È questa la novità del lavoro sotto il capitalismo rispetto a tutte le attività svolte dall'uomo in passato. Tutti credono che con il denaro guadagnato lavoreranno e acquisteranno beni «per soddisfare i propri bisogni». In realtà, le materie prime vengono prodotte per mantenere questo processo in movimento, senza alcun altro scopo se non sé stesso. Questo è anche il caso dei beni immateriali e intellettuali, i quali vengono facilmente percepiti come se si ponessero al di sopra del lotto comune, a partire dal fatto che si immagina che in essi entri una maggiore libertà, in linea con la promozione moderna dell'autocoscienza e del pensiero come sede della soggettività.
La teoria neoclassica abbandona la teoria del valore-lavoro formulata dai precursori dell'economia politica fino a Marx, per considerare il lavoro come una delle due variabili principali che entrano, per ogni unità di produzione, nella stima del «tasso marginale di sostituibilità tecnologica». Questo approccio presuppone una combinazione ottimale di fattori di produzione, da determinare in ogni caso, e che, dal punto di vista della funzione di produzione individuale, considera il «lavoro vivo» e il «lavoro morto» come sostituibili. Il ruolo specifico del lavoro nella produzione di valore viene ignorato. Non viene del tutto ignorato, altrimenti non si passerebbe il tempo a lamentarsi del tasso di disoccupazione, ma il suo ruolo è incluso nella categoria della creazione di potere d'acquisto. Tuttavia, in barba alle analisi marxiane sulla creazione di valore proveniente esclusivamente dal plus-lavoro nei settori produttivi, l'analisi economica standard ha sviluppato una sua cosiddetta teoria soggettiva del valore che lo fa dipendere dalla vendita della produzione sul mercato, e che Marx chiama realizzazione del valore creato nel processo produttivo. Il modello marxiano insiste quindi su una quantità sociale che organizza l'intera produzione capitalistica alle spalle degli individui. Il modello economico standard, invece, è incentrato sul modello dell'equilibrio tra domanda e offerta e sui meccanismi di formazione dei prezzi.

Ma cosa c'entra tutto questo con l'energia? Nato nel corso della prima rivoluzione industriale, il concetto di energia teorizza che se ne possa conservare una certa quantità durante la trasformazione in un sistema isolato (questa è la prima legge della termodinamica), insieme alla degradazione della qualità dell'energia, o della sua utilizzabilità, in sistemi reali aperti o chiusi (questa è la seconda legge). La sua scoperta ha segnato l'inizio della ricerca sul miglioramento dell'efficienza del motore a vapore. Il paradigma energetico presuppone l'affermazione monistica di «tutto uno spettro di forme di energia differenti, tutte reciprocamente convertibili» [*7] ma il cui substrato, che è una quantità astratta, non cambia. «Il lavoro fisico della macchina entra nella coscienza teorica, e viene codificato in quanto valore rilevante nel momento in cui questa macchina diventa tecnologicamente in grado di sostituire la forza lavoro umana.» [*8] Questa coincidenza storica, tra la promozione del lavoro economico e quella del  lavoro in fisica non è casuale. Tutto l'universo comincia a essere visto come se fosse una macchina da lavoro in cui tutti i processi lavorativi, umani e non, devono essere ottimizzati. Questa visione del mondo emerge dalla realtà dei rapporti di produzione che, come si è detto, implicano necessariamente la crescente sostituzione del lavoro umano con quello delle macchine, per far sì che il proprietario dei mezzi di produzione possa rimanere competitivo. Ci troviamo quindi di fronte a una contraddizione insormontabile: per rimanere sul mercato, il singolo capitalista è obbligato a essere sempre un passo avanti rispetto ai suoi concorrenti, in termini di innovazione tecnica, finché la nuova tecnologia non si diffonde. Questo spinge il capitalismo nel suo complesso a sostituire sempre più i settori chiave del lavoro produttivo con le macchine [*9]. Ma simultaneamente, questa logica porta allo stesso tempo all'esaurimento della creazione di valore, senza la quale la società nel suo complesso finisce per essere sempre meno in grado di riprodursi, creando così sempre più superflui che rimangono esclusi. La sostituzione del lavoro umano con quello delle macchine, e il conseguente panico tecnologico sono radicati in questa contraddizione. Non si tratta di un'inevitabilità antropica, ma è una caratteristica del capitale: «Le macchine sono un mezzo per produrre plusvalore.» [*10] La «contraddizione in processo» spinge il capitalismo sull'orlo del precipizio, innescando così la sua espansione planetaria, la distruzione di tutte le società precapitalistiche, l'estrazione sfrenata di risorse insieme a un ritmo di produzione folle. Al di là delle risorse limitate, che a volte fanno notizia, questo processo stesso ha di per sé un costo energetico; trasforma ogni vita e ogni cosa in rifiuti, vale a dire, in termini termodinamici, in elevata entropia (sempre meno energia utilizzabile). La termodinamica, comparsa all'interno del capitalismo, teorizza sia l'astratta sostituibilità su cui si basa questo modo di produzione, sia l'impossibilità del moto perpetuo, ossia il limite invalicabile contro il quale il sistema va a sbattere e si infrange. Il dispendio di energia astratta costituisce il momento unitario della sostituzione tecnica che opera nella contraddizione dinamica del capitale. La crisi energetica non è altro che la conseguenza diretta e ineluttabile di questa logica. Collocate nella relazione sociale che organizza entrambe, non è più possibile isolare l'astrazione «energia» dall'astrazione «lavoro», e bisogna ammettere che sono tutt'e due creazioni della modernità. Non è quindi possibile risolvere la crisi energetica, né all'interno né all'esterno del capitalismo, facendo riferimento alle categorie di limitazione morale e di risparmio delle risorse. Attualmente, tutto converge verso l'idea del razionamento dell'energia per i consumatori (smart cities, carbon card, credito sociale, ecc.). Questo sviluppo - che non risolverà nemmeno la crisi energetica ma che, nella migliore delle ipotesi, potrebbe prolungare l'agonia del sistema - non è affatto una soluzione, quanto piuttosto uno sprofondamento collettivo nella medesima impasse.
Le categorie di efficienza, razionalizzazione, sobrietà, ottimizzazione, ecc. derivano tutte dall'astrazione «energia» e sono indissociabili da un'altra astrazione, altrettanto legata alle due precedenti, quella della forma-soggetto moderna. Il marxismo tradizionale, il socialismo, l'ecologismo, l'eco-socialismo, mantengono l'idea di un soggetto che, liberato dalla logica dell'accumulazione, potrebbe, su identiche basi, riappropriarsi delle tecnologie sviluppate sotto il capitalismo e farne un «buon uso». Questo soggetto,  attraverso una pianificazione «comunista», potrebbe decidere «liberamente» quali sono le giuste soglie, le giuste quantità, i giusti bisogni, la giusta distribuzione, ecc.  Ma una cosa del genere non è mai esistita, e non esisterà mai. Se alcune società - e non tutte - hanno saputo fare un uso ragionevole delle loro risorse, ciò è avvenuto per due motivi: da un lato, perché erano mosse da altri scopi (simbolici e religiosi) rispetto a quelli del «bisogno» immediato e dell'accumulo di beni; dall'altro, perché producevano senza intermediari e su piccola scala tutto ciò che era necessario alla loro sussistenza; avevano pertanto un'esperienza diretta delle conseguenze delle loro attività: erano i primi a esserne colpiti. Queste due condizioni inquadrano la possibilità di un uso parsimonioso e responsabile delle risorse. Nel contesto odierno, la possibilità di tali condizioni sembra ci sia preclusa. Molti la vedono come un insopportabile ritorno al passato, anche se si svolgerebbe necessariamente in un contesto pratico e simbolico completamente cambiato. Ma questo ostacolo feticistico non dovrebbe in alcun modo giustificare la possibilità di credere che sia possibile uscire dal capitalismo e inventare un mondo emancipato mantenendo lo stesso modo di produzione solo messo «nelle mani giuste»: infrastrutture globalizzate, divisione internazionale del lavoro, scambi monetari, pianificazione statale o sovrastatale, tecnologie moderne e bisogni materiali (cioè determinati dallo stato di produzione capitalistico che abbiamo sotto gli occhi)...  Tra le innumerevoli proposte opache che si basano sui loro stessi presupposti, cito quella dell'eco-socialista Daniel Tanuro nel suo libro "E' Troppo Tardi Per Essere Pessimisti" (2020) [Hoepli]: si tratta di realizzare «la prospettiva socialista di una società libera dal denaro, dalla proprietà privata dei mezzi di produzione, dalla concorrenza, dagli Stati, dai loro eserciti, dalle loro polizie e dalle loro frontiere. Una società in cui il lavoro astratto, fatiscente e privo di qualità scompare a favore di un'attività concreta, che crea valori d'uso, porta con sé un significato, genera riconoscimento sociale e realizzazione personale. Una società che abolisce la distinzione tra lavoro manuale e intellettuale. Una società organizzata in comunità autogestite, coordinate in modo flessibile e democratico da delegati volontari e revocabili. Una società che ha il controllo del tempo, in cui il pensiero e le relazioni sociali - cooperazione, gioco, amore, cura - sono la vera ricchezza umana.»
Come si può realizzare questo formidabile progetto? In primo luogo, ci dice l'autore, attraverso la «conquista del potere politico» da parte degli sfruttati e degli oppressi. (Pensavamo che questa carta fosse già stata storicamente giocata e screditata per sempre, ma Tanuro si limita a mettere in guardia dalla burocrazia sovietica e dalla presa del potere da parte di uno strato di «privilegiati»). E a cosa dovrebbe servire questa conquista? «Pur riducendo la trasformazione e il trasporto di materiali, il piano deve saturare la domanda di beni e servizi che rispondono ai bisogni primari, il che implica necessariamente la condivisione della ricchezza e un profondo riorientamento dell'apparato produttivo. (...) La mobilitazione, la consapevolezza, l'empowerment, l'auto-attività e il diritto al controllo a livello globale, regionale, nazionale e locale sono una condizione per il successo (...) Da un lato, non c'è vera democrazia senza decentramento e lotta ai fenomeni burocratici. D'altra parte, la pianificazione deve essere globale... Le tecnologie per le energie rinnovabili possono aiutare a superare questa contraddizione: sono particolarmente adatte al decentramento, che è addirittura indispensabile per la loro efficace attuazione, e quindi a una gestione comunitaria.»
Pertanto, questa proposta definisce l'emancipazione sulla base delle «decisioni giuste» prese dalle «persone giuste»; così non fa altro che ribadire l'illusione soggettivista moderna (che è stata fatta a pezzi dalla psicoanalisi). Sebbene Tanuro analizzi la responsabilità del capitalismo rispetto alla situazione attuale, e castighi il capitalismo verde, la sua proposta negozia il mantenimento delle infrastrutture ereditate dal capitalismo, ma «riorientate» e senza mettere in discussione nel dettaglio la realtà concreta della produzione capitalista - tutta la colpa è dell'«accumulazione capitalista», la quale tuttavia è però costituita da una faccia astratta e da una concreta, inseparabili l'una dall'altra. Quando le categorie del capitale (merce, denaro, lavoro, Stato, valore) vengono criticate da Tanuro, sembrerebbe quasi come se esse potessero essere riprese in un ennesimo «scenario di transizione». Allorché dice che «non c'è energia nucleare o OGM eco-socialista», non è assolutamente chiaro il modo in cui i mulini a vento e il dentifricio sarebbero più eco-socialisti. È questo il motivo per cui alla fine la sua proposta si divide tra pianificazione globale e «democrazia» locale, ignorando il fatto che le energie rinnovabili - presentate ovunque come la nuova panacea - non sono né ecologiche, né eque, né decentralizzate, se si tiene conto dei problemi di produzione dei dispositivi di conversione, di dove installarli, di intermittenza, di stoccaggio, ecc. In contrasto con questa proposta, va detto che non esiste alcuna emancipazione sulla base di una giustizia distributiva astratta, universale e dall'alto verso il basso. Le energie rinnovabili sono infatti in perfetta armonia con la gestione cibernetica del mondo con cui il capitalismo, consapevole della sua inesorabile entropia, cerca di sopravvivere a sé stesso; la cosiddetta «decentralizzazione» finisce per essere proprio un'appendice della centralizzazione.

Invocare una razionalità spontanea degli esseri umani «liberati dal capitale» costituisce l'ultimo inganno della soggettività borghese, la quale non vuole rinunciare né alle promesse del capitalismo né alla promozione del soggetto come istanza immaginaria dell'organizzazione mondiale. In realtà, questa soggettività che crede di poter rifare il mondo a partire dal proprio apriori, viene essa stessa presa per il culo dal proprio mondo. Alcune condizioni sociali implicano determinate conseguenze che sono in gran parte fuori dal suo controllo. L'unica cosa che possiamo valutare concerne quali condizioni comportano quali conseguenze. Abbiamo sempre e solo accesso agli effetti (il che apre la strada a una teoria del sintomo). Un mondo emancipato sarebbe un mondo in cui le condizioni pratiche minime per l'emancipazione vengono soddisfatte, non un mondo in cui gli esseri umani sono improvvisamente migliori moralmente perché gli speculatori e i capitalisti sono stati cacciati via. Non si tratta di riconquistare una posizione di supremazia sul mondo e sulla natura, miracolosamente «liberata». Tale concezione si trova ancora a essere inconsapevolmente determinata dall'auto-dominio maschile, che sembra implicare che siamo in grado di prendere le «decisioni giuste» in astratto, se solo ci fosse permesso di partecipare a queste decisioni. Non sarei in grado di prendere una posizione informata su dei problemi globali che coinvolgono così tanti livelli compenetrati e che riguardano così tante persone e situazioni di cui non sono a conoscenza; questo è anche ciò che mi fa dire che non c'è soluzione al problema dell'energia, perché riflette l'impasse di una visione del mondo sistemica, in cui ogni individuo schiacciato mantiene l'idea di elevarsi al punto di vista globale mentre invece viene ridotto a un mero punto del sistema. Condivido questo limite radicale con i miei contemporanei e con tutti i politici, che evidentemente non sanno quello che fanno e non capiscono i problemi fondamentali della scienza e della società più di chiunque altro; né vedo come uno scienziato, impegnato tutto il tempo a perfezionare una ricerca dettagliata, possa ragionevolmente fare una dichiarazione sulle conseguenze globali della sua azione. Questo tipo di limitazione non può essere compensata da una migliore educazione popolare o dall'aggregazione esponenziale di dati attraverso i big data, poiché ha a che fare con la posizione del soggetto nel sistema. Suggerire che la partecipazione «democratica» alle decisioni politiche supererebbe questa limitazione, non è altro che demagogia populista. Si può solo «partecipare» utilmente alla discussione di ciò in cui si è già impegnati all'interno di relazioni materiali determinate. A differenza del dualismo moderno, la condizione dell'emancipazione non è quindi né morale o cognitiva, né materialista (nel senso di soddisfare bisogni astrattamente definiti), ma strettamente politica (nel senso di costituire un nuovo rapporto sociale): si tratta di riappropriarsi, su scala locale, delle condizioni che permettono il coinvolgimento sensibile e simbolico di ogni individuo nella riproduzione collettiva. Le forme sociali che verrebbero inventate sono necessariamente diverse, imprevedibili e non pianificabili. La produzione industriale verrebbe certamente resa di fatto obsoleta, e con essa l'energia come problema. Bisogna ammettere che siamo infinitamente lontani da un tale risultato e che non si può lottare astrattamente e frontalmente contro la produzione industriale senza passare per le sue categorie costitutive. Il compito principale sembra essere quello di dispiegare le sue articolazioni e di rivelare le sue contraddizioni e le sue intrinseche impossibilità.

- Sandrine Aumercier - 15 giugno 2022 - Pubblicato su  Grundrisse. Psychanalyse et capitalisme

Questo testo costituisce la versione scritta della presentazione del libro "Le mur énergétique du capital" (edizioni Crise & Critique), che si è tenuta presso Mille bâbords (61, rue Consolat, 13001 Marsiglia) il 5 giugno 2022.

NOTE:

[*1] Per una critica delle incoerenze di simili scenari, si veda:  https://cpdp.debatpublic.fr/cpdp-ppe/file/1596/analyse_negawatt.pdf

[*2] La novità essenziale apportata da Georgescu-Roegen è quella di mostrare l'intima articolazione dei processi economici con le leggi della termodinamica: tuttavia, egli non è stato in grado di storicizzare questa relazione, e quindi rimane dipendente da una concezione antistorica dell'economia e da una concezione «realistica» dell'energia.

[*3] Di fatto, la solidarietà non si può decretare, se non quando si vogliono evangelizzare le folle, e quello che osserviamo oggi è piuttosto l'imbarbarimento delle relazioni sociali e geopolitiche.

[*4] Karl Marx, Il Capitale, Libro I.

[*5] Ivi.

[*6] Robert Kurz, « Mit Moneten und Kanonen », jungle.world, 09/01/2002.

[*7] Werner Kutschmann, « Die Kategorie der Arbeit in Physik und Ökonomie », dans Leviathan, Sonderheft 11, 1990. Online : https://grundrissedotblog.wordpress.com/2022/06/01/la-categorie-de-travail-dans-la-physique-et-leconomie/

[*8] Ivi.

[*9] È importante distinguere tra lavoro produttivo e improduttivo, poiché la diminuzione del lavoro produttivo può essere accompagnata da un aumento delle attività logistiche o di assistenza che non creano necessariamente valore. Si veda una buona presentazione di questo problema in Jason E. Smith, "Les capitalistes rêvent-ils de moutons électriques", Éditions Grevis, 2021. 

[*10] Karl Marx, Il Capitale, Libro I.

fonte:  Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme