domenica 16 gennaio 2022

Un partito politico è una macchina per fabbricare passione collettiva

«Esistono numerose condizioni necessarie perché si possa ricorrere alla nozione di volontà generale. Due, in particolare, meritano attenzione. La prima è che nel momento in cui il popolo prende coscienza di una delle sue volontà e la esprime non sia presente alcuna specie di passione collettiva. [...] Se un’unica passione collettiva si impadronisce di tutto un Paese, il Paese intero è unanime nel crimine. Se due o quattro o cinque o dieci passioni collettive lo dividono, il Paese sarà spaccato in varie bande criminali. Le passioni divergenti non si neutralizzano, come avviene per la polvere delle passioni individuali fuse in una massa. Il loro numero è decisamente troppo piccolo, la forza di ognuna è decisamente troppo grande, perché sia possibile una neutralizzazione. La lotta le esaspera. Si urtano con un clangore infernale, che rende impossibile sentire anche per un secondo la voce della giustizia e della verità, sempre quasi impercettibile. Quando un Paese è in preda a una passione collettiva, è probabile che qualunque volontà particolare sia più vicina alla giustizia e alla ragione della volontà generale, o piuttosto di ciò che ne costituisce la caricatura.
La seconda condizione è che il popolo sia chiamato a esprimere il proprio volere riguardo ai problemi della vita pubblica, e non solamente a operare una scelta di persone. Meno ancora la scelta di collettività irresponsabili. Poiché la volontà generale non ha alcuna relazione con una scelta di questo genere. Se nel 1789 c’è stata una certa espressione della volontà generale, nonostante si fosse adottato il sistema rappresentativo non sapendone immaginare un altro, questo è accaduto perché si era verificato qualcosa di ben diverso da un’elezione. Tutto ciò che c’era di vivo nel Paese - e il Paese straripava, a quel tempo, di vita - aveva cercato di esprimere il proprio pensiero attraverso l’organo dei cahiers de revendications. I rappresentanti si erano in gran parte fatti conoscere nel corso di questa cooperazione del pensiero: ne serbavano il calore, sentivano il Paese attento alle loro parole, ansioso di controllare se queste traducessero con esattezza le sue aspirazioni. Per qualche tempo - poco tempo - furono veramente semplici organi di espressione del pensiero pubblico. Un simile fatto non si sarebbe prodotto mai più. La sola enunciazione di queste due condizioni indica che non abbiamo mai conosciuto nulla che assomigli, neppure da lontano, a una democrazia. Nella cosa a cui attribuiamo questo nome, in nessun caso il popolo ha l’occasione o i mezzi di esprimere un parere su alcun problema della vita pubblica. E tutto ciò che sfugge agli interessi particolari è dato in pasto alle passioni collettive, le quali sono sistematicamente, istituzionalmente incoraggiate.
»

(Simon Weil, da "Appunti sulla soppressione dei partiti politici". Castelvecchi)

venerdì 14 gennaio 2022

Videoclip …

« Lo sanno tutti che Céline, prima di qualsiasi orientamento politico, era una cantore del risentimento, di un risentimento al massimo grado, contro il mondo intero, un risentimento cosmico. Ecco qual era la sua terribile forza: esprimere senza alcuna mediazione, crudemente, quelle emozioni che la vita può effettivamente suscitare nella società moderna, borghese e capitalista . [...] La filosofia non può rinunciare a una logica e alla struttura argomentativa. Di conseguenza, il filosofo è responsabile di ogni affermazione che fa, poiché questa dev'essere il risultato di una catena argomentativa precedente. Lo scrittore, al contrario, può semplicemente dire ciò che vede o sente intorno a sé, senza per questo essere obbligato a difendere tutto ciò che dice in ogni momento. Ha un certo diritto a essere in contraddizione con se stesso. Ovviamente, esistono autori (come Nietzsche) che appartengono ai due generi, ma lo fanno a partire da una miscela che non abolisce la differenza di principio esistente tra i due generi. [...] I suoi libelli antisemiti non sono un'aberrazione passeggera, ma rappresentano il culmine di un odio che non è solo il risultato di una patologia personale, quanto piuttosto l'espressione concentrata di un fenomeno sociale. [...] La forza omicida dell'antisemitismo moderno proviene anche dal fatto che di essere quella che è più in grado, di qualsiasi altra ideologia, di esprimere quel rancore contro il mondo intero che è così diffuso nell'epoca moderna. Più che essere un simpatizzante politico dei nazisti -  egli si vantava anche di disprezzare tutte le "idee" - si trovava psicologicamente d'accordo con loro, a partire dal fatto che condivideva la stessa "pulsione di morte" e lo stesso desiderio di ripulire la terra da ciò che è "impuro". [...] Se Céline merita che ci si interessi ancora a lui, è a causa della sua innegabile capacità - ci si potrebbe vedere come una sorta di merito - di esprimere con forza un sentimento che purtroppo gioca un ruolo assai importante nella vita moderna: detestare il mondo senza che questo riesca a elevarsi a coscienza critica, e rimane quindi al livello di una confuso mugugno e borbottio. [...] Senza entrare nei dettagli della psicologia del risentimento, bisogna sempre ricordare che l'individuo percepisce i torti (reali o immaginari) che subisce sempre ed esclusivamente come offese alla propria persona. È l'Io quello che si crede vittima del "mondo", o degli "altri" presi nel loro insieme. L'invidia e il desiderio di vendetta ne costituiscono il presupposto e la conseguenza. Il risentimento è pertanto strettamente legato alla personalità narcisista, la quale nel profondo non conosce altro che sé stessa e nega l'autonomia del mondo esterno. [...] I puntini di sospensione, marchio di fabbrica dei suoi più recenti romanzi, insieme all'assenza di una vera e propria sintassi producono un flusso ininterrotto che non permette mai al lettore di fermarsi e interrogarsi su ciò che sta leggendo. Al fondo, Céline non intendeva elaborare delle idee, neppure in forma letteraria, ma suscitare delle emozioni. È quella che viene chiamata propaganda: suggerire anziché convincere. Per i nazisti, così come per Céline, il ragionamento - il quale spesso porta al dubbio - è "ebreo", mentre l'ariano i lascia guidare dalle "emozioni". Da questo punto di vista, i romanzi del dopoguerra di Céline (la Trilogia del Nord) giocano un interessante ruolo storico di transizione: l'incessante successione di frammenti pressoché senza senso, considerati isolatamente, e che fanno appello agli impulsi immediati, riprende le tecniche di Goebbels, ma allo stesso tempo annuncia una tecnica totalitaria che sarebbe apparsa solo qualche anno più tardi: il videoclip. Allo stesso modo, si potrebbe anche dire che la scrittura di Céline è una specie di rap letterario, in cui non si respira mai, per lasciarsi travolgere dal movimento senza domandarsi dove vada e cosa significhi, mentre le parole ci colpiscono allo stomaco. Non si discute: bisogna credere e obbedire. »

(Anselm Jappe, da "De Céline au vidéoclip", dans "Sous le Soleil noir du capital. Chroniques d'une ère de ténèbres", Albi, Crise & Critique, 2021.

Gentiluomini di fortuna !!

«Si può tranquillamente affermare che in queste lettere si ritrova ogni aspetto di Conrad, dalla più insignificante idiosincrasia – e ne aveva molte! – alla più impegnata presa di posizione sul mistero dell’universo e alla più vibrante difesa della sua arte e del suo metodo narrativo; dal mezzo sorriso ironico che, pur nella sua vita sostanzialmente tragica, gli fa riconquistare, ad ogni brusca svolta, il senso delle proporzioni, allo sconforto amarissimo e agli estenuanti calcoli economici nei lunghi anni di stenti fino al 1913-1914, quando il successo americano di Chance [Destino] gli portò un meritato sollievo. In esse, inoltre, si incontrano, in nuce, alcuni spunti che germoglieranno poi nella sua narrativa: aneddoti, discussioni politiche, dubbi e interrogativi sulle vaste zone d’ombra della realtà;  [...] Impegnato sempre in una estenuante ricerca formale nelle sue opere narrative, Conrad scriveva le sue lettere in fretta, spesso a notte tarda, dopo aver lavorato per lunghe ore alla sua maniera spasmodica, per un bisogno quasi fisico di aprire un colloquio con gli altri uscendo dal cerchio delle sue ossessioni. Perciò il tono di queste lettere è talvolta estenuato e rauco, la stesura frammentaria, il ritmo nervoso; ma, così a caldo, non è raro che gli escano di bocca delle frasi stupefacenti, che illuminano tutta una fase della sua vita o uno dei tanti angoli oscuri del suo mondo fantastico». Dall’Introduzione di Alessandro Serpieri

(dal risvolto di copertina di: Joseph Conrad, "Epistolario". Giometti & Antonello, pagg. 400 euro 36)

Cuore di Conrad
- di Piero Melati -

Ci mancò poco che Joseph Conrad non malmenasse — da rude marinaio — il premio Nobel per la letteratura George Bernard Shaw. In una lettera datata 1899 al critico Edward William Garnett, suo primo editor, lo stesso Conrad racconta: «Quattro o cinque mesi fa, rimorchiato da H.G. Wells, Shaw venne a trovarmi… e poco ci mancò che non lo picchiassi». L’incidente aveva avuto un precedente, rievocato da Wells: «La prima volta che Conrad incontrò Shaw in casa mia, Shaw gli parlò con la sua solita franchezza: sai, caro amico, i tuoi libri non vanno. Poi uscì dalla stanza e subito mi trovai Conrad alle calcagna, tutto pallido, che mi domanda: credi che quell’uomo voglia insultarmi?».
Come ogni gentiluomo di fortuna, non era troppo a suo agio nella civiltà. Nell’Epistolario 1885-1924, oggi riproposto dall’editore Giometti & Antonello di Macerata, a cura di Alessandro Serpieri, cui seguirà un secondo volume di lettere inedite, c’è tutto il tormento di vent’anni di precaria carriera letteraria, i conseguenti stenti economici, le incomprensioni (ma anche le amicizie) con i colleghi scrittori. Tedio e delusioni che, infine, si risolveranno appena agguantato il successo popolare (ma solo nel 1913) con Chance, che tradotto in italiano è diventato Destino o Il caso. Prima ancora, c’erano stati i due decenni da marinaio e comandante delle marine mercantili francese e inglese. E le avventure per mare.
Oggi Conrad ha sfondato le paratie dell’immaginario contemporaneo grazie alla trasposizione di Francis Ford Coppola, in chiave guerra del Vietnam, del suo “Cuore di tenebra” nel film di culto del 1979, Apocalypse Now, con la leggendaria interpretazione del comandante Kurtz (che nella saga conradiana è un trafficante d’avorio) da parte di Marlon Brando. E, seppure osteggiato dapprima dalla critica marxista in quanto “conservatore”, poi dalla cancel culture quale “colonialista misogino”, sempre oggi Conrad è considerato profeta indiscusso della narrativa d’avventura, insieme a London, Melville, Kipling e Stevenson. Ma ancora in vita (lo testimonia un patrimonio di cinquemila lettere) fu vittima di un interdetto, espresso in recensioni come quella di H.G. Wells: «Deve ancora imparare l’altra grande metà della sua arte, l’arte di lasciare non scritte delle cose».
Pedante come uno scrupoloso argonauta: questo gli avevano insegnato due oceani, Pacifico e Atlantico, la Malesia e il Congo, l’Estremo Oriente e l’India, il Sud America e le nevi d’Europa. Tutti lembi del globo toccati dapprima dall’avventuriero e poi rievocati in una narrativa che ha influenzato Faulkner, Hemingway, Greene, e suscitato l’amicizia da parte di Stephen Crane e Henry James. Discendente dall’aristocrazia terriera polacca, due genitori patrioti deportati in seguito all’insurrezione del 1862, dopo la loro morte adottato dallo zio, una fuga a Marsiglia per scampare alla proscrizione dell’esercito russo, e da qui la via del mare. Di più, la cattura di un sogno: «Da bambino toccavo la cartina dell’Africa, il luogo più sconosciuto tra quelli ancora sconosciuti, e mi dicevo: un giorno ci andrò». Garnett così lo descrive: «Mai visto un uomo tanto virilmente penetrante quanto femminilmente sensibile». Si incontravano nelle trattorie londinesi di Soho e in un caffè turco di Cheapside, a Londra. Il futuro autore consegnerà all’amico il primo manoscritto, La follia di Almayer. Confesserà che ci lavorava senza sosta durante le navigazioni, ma subito aggiungendo: «Non mi propongo di scrivere altro. Probabile che presto torni in mare».
E invece, tempestando Garnett di richieste di consigli, scriverà Un reietto delle isole e Il negro del Narciso, La linea d’ombra e Cuore di tenebra. Pur torturato da frequenti blocchi creativi, non perderà in carisma. Scriverà di lui il filosofo Bertrand Russell: «Conoscerlo è stata una esperienza diversa da qualsiasi altra. Ne venni via confuso, appena in grado di ritrovare la mia strada nelle questioni quotidiane».
Anche Garnett è sconvolto. Ma per altri motivi. A proposito di Cuore di tenebra annota: «Mi narrò la sua esperienza congolese una mattina. Quando la vidi stampata, un terzo dei fatti era stato rimpiazzato, come quello in cui era in fin di vita in una capanna. Ma era diventato artisticamente più maturo». Conrad aveva imparato a sottrarre. Da questo periodo in poi si infittiscono le lettere con l’editore William Blackwood di Liverpool, il futuro sodale Ford Madox Ford, gli amici polacchi. Sono gli anni di Nostromo: Conrad ritorna alla più oscura sequenza della vita, quando fu un gun runner (trafficante d’armi), naufragò col battello The Tremolino sulle coste spagnole, ebbe una relazione con l’avventuriera basca Donna Rita, venne ferito in duello con pistola da un certo capitano Blunt.
Fino a una delle ultime missive, alla signora Doubleday: «Ho ricevuto una lettera del Primo Ministro che mi offriva la dignità di cavaliere… ho rifiutato». Ormai il vecchio marinaio non era più un “reietto” a caccia di «cinque ghinee per mille parole».

- Piero Melati - Pubblicato su Robinson dell'11 dicembre 2021 -

giovedì 13 gennaio 2022

Dibattiti

Cos'è che viene chiamato Lockdown?
- Un dibattito sul modello cinese e quello europeo -
tra Sandrine Aumercier e Frank Grohman, da un lato, e il Gruppo di Critica Feticista di Karlsruhe, dall'altro

Dopo la pubblicazione di una versione tedesca (condensata e modificata) del libro "De virus illustribus"[in italiano, "Capitalismo in quarantena", Ombre Corte] col titolo "De virus illustribus un anno e mezzo dopo", oltre al testo dell'aprile 2020 "La Cina, è un esempio?", si è svolta una vivace discussione nella quale sono intervenute diverse persone del gruppo tedesco Exit!. D'accordo con le persone coinvolte, viene in parte proposto qui lo scambio di opinioni tra, da una parte, Sandrine Aumercier e Frank Grohman, e dall'altra Gruppo di Critica Feticista di Karlsruhe (GFK); una discussione centrata sulle diverse gestioni della crisi che abbiamo visto nel contesto della forma merce. Il dibattito è avvenuto nel periodo intercorso tra l'ultima settimana di dicembre 2021 e la prima settimana di gennaio 2022; e viene qui presentato in ordine cronologico.

1. La reazione del Gruppo di Critica Feticista di Karlsruhe.
Abbiamo letto e discusso l'articolo di Sandrine Aumercier e Frank Grohmann, pubblicato sulla homepage di EXIT!, e troviamo che dice molte cose interessanti, ma anche alcune cose preoccupanti e talvolta sconsiderate. Innanzitutto, ci sembra strano descrivere il primo lockdown come un qualcosa di «speciale, inaudito, storico» o arrivare perfino ad associarlo al sentimentalismo di «un primo momento di sbigottimento». Riteniamo inappropriate tali descrizioni, e non facciamo certamente parte di quei «molti» che, secondo gli autori, sarebbero d'accordo con esse.
Ma è la carenza di analisi a essere ancora più grave di questo sfogo sentimentale. Certo, «alcuni di noi sono stati liberati da ogni loro incarico», ma bisognerebbe essenzialmente riferirsi a quei settori di produzione che non sono mai stati fermati [*1], almeno per quella che ha riguardato l'area di influenza della «comunità democratica di bombardieri» occidentale (Robert Kurz). Si tratta del settore automobilistico e dei veicoli, del settore della costruzione di impianti e macchinari e di quello agroalimentare; tutti settori «orientati all'esportazione», come vengono chiamati nel gergo dell'economia politica, o più precisamente settori della concorrenza diretta sul mercato globale [*2].
In tal senso, gli ulteriori «episodi» che ci sono stati non sono gli unici a non meritare il nome di «lockdown». Contrariamente a quanto sostengono gli autori, ciò vale già per il primo episodio di marzo/aprile 2020. Mentre la concorrenza cinese attuava efficacemente misure di quarantena nelle province colpite dalla malattia infettiva, vale a dire, sospendeva tutti i settori della società, compresa la produzione, e provocava così l'eliminazione del virus, la «comunità democratica dei bombardieri» occidentale (Robert Kurz, che noi stimiamo molto, se non altro per questa magnifica formulazione) si aspettava di ottenere un vantaggio nella competizione sul mercato globale. Andrebbe rivisto anche il nostro precedente giudizio secondo cui la strategia cinese non solo salva migliaia di vite umane, ma è anche quella che si dimostra globalmente più vantaggiosa per quanto riguarda la razionalità interna della ricchezza astratta, se si considera che lo sforzo della Cina, negli ultimi due anni, per eliminare costantemente il virus continua a mobilitare risorse considerevoli, e grandi parti del «Progetto Via della Seta» cinese sono state sospese. La strategia del capitale occidentale (che nel frattempo ha ucciso milioni di persone) si è comunque rivelata fin dall'inizio - a partire dalle dichiarazioni rese dalle maschere caratteriali dello spettro politico, e dei loro cantanti di corte opinionisti - come una strategia di «contenimento del virus», di «appiattimento della curva», volta a non sovraccaricare il già disorganizzato sistema sanitario già provato da massicci tagli dei costi e dalle privatizzazioni. La possibilità un'eliminazione del virus - la quale non è solo teoricamente comprensibile, ma è stata effettivamente provata - non è stata nemmeno menzionata, solo per essere alla fine liquidata come «totalmente irrealistica» (come tra gli altri ha detto il ministro della salute tedesco Jens Spahn).
Siamo però pienamente d'accordo con gli autori sul fatto che «l'immagine trionfante del mercato e della democrazia si è incrinata». Ma se, secondo gli autori, gli episodi successivi [di «lockdown light»] non meritano nemmeno il nome di "lockdown", come si fa ad arrivare a supporre, nel contesto della pandemia, uno «stato di eccezione permanente»? Un simile stato può anche diventare una realtà sanguinosa nella decomposizione inesorabile e irreversibile dei rapporti di capitale, ma non c'è ragione di pensare che questo stato di eccezione, e la legge marziale che lo accompagna sarebbero legittimati in altro modo che non sia quello dell'affermazione della «legge e dell'ordine». Non è che finora questa strategia non abbia funzionato. In tal senso, le tesi dei piccolo-borghesi feticisti della democrazia, secondo i quali le misure pandemiche servono a imporre questo «stato di eccezione permanente», non vanno lasciate senza risposta.
Contrariamente a quanto sostengono Aumercier e Grohmann [*3], non esiste alcuna certezza che il modo di produzione capitalista non possa sopportare un'interruzione così lunga quanto quella che sarebbe necessaria a causa della pandemia. La «contraddizione in processo» (Marx sui rapporti di capitale) alla fine collasserà a causa delle sue autocontraddizioni immanenti. Tuttavia, associare un «altro modo di produzione» che potrebbe, «nel giro di un anno [come hanno fatto gli autori a stabilire questa lunghezza di tempo?], senza preoccupazioni, farci smettere completamente di produrre, di viaggiare e fabbricare lavatrici, automobili, gadget e partite di calcio», pur continuando a esserci «ricchi» e «poveri» suona come una barzelletta che non fa ridere. Inoltre, non bisogna sopravvalutare la dipendenza dei «poveri» dalla miseria. Se si è immersi nell'acqua fino alle caviglie, un aumento del livello dell'acqua di, diciamo, 20 cm non è un problema, ma se arriva al collo, un simile aumento è incompatibile con la vita.
Infatti, se la situazione è davvero «da pazzi», allora tutto rientra nella natura delle relazioni folli, accecate dal feticismo. Ecco che si arriva così alla mostruosa discussione sulla vaccinazione obbligatoria, fatta con dei prodotti i cui effetti collaterali sono ancora in gran parte sconosciuti, ma a proposito dei quali le maschere di carattere politico hanno promesso meraviglie parlando della loro efficacia, soprattutto pe quanto concerne l'immunità collettiva che avrebbero ottenuto. Si tratta chiaramente di una campagna di disinformazione volta a stabilire un nesso causale tra la persistenza e l'ulteriore diffusione esponenziale dell'infezione, da una parte, e il tasso di mancata vaccinazione, dall'altra,  dato che anche paesi con dei tassi di vaccinazione dell'85-90%, come il Portogallo o la Spagna, mostrano degli aumenti di incidenza e di mortalità simili a quelli della RFT. La lista delle carenze a livello sanitario è lunga, come l'autorizzazione di metodi di test manifestamente insufficienti o l'ignoranza riguardo la standardizzazione di una determinazione uniforme degli anticorpi e, di conseguenza, della definizione adeguata di un indice anticorpale.
Se la constatazione degli autori secondo cui non abbiamo una «risposta e una spiegazione migliore» [*4] è più di una civetteria retorica, vale a dire è seria, allora sarebbe solo una pietosa ammissione di fallimento. Noi, che rappresentiamo la posizione della critica categorica dei rapporti capitalistici, abbiamo una risposta e una spiegazione migliore alla pandemia, e sebbene consideriamo la sfera della politica come una delle sfere della socializzazione feticistica del capitale e della sua divisione in «interessi» - e quindi da abolire - gli esempi della Cina e della Nuova Zelanda dimostrano che la ragione materiale è assolutamente possibile ai fini del superamento della pandemia, anche all'interno della forma merce. Non è pertanto del tutto chiaro se «La fede feticistica nella sostenibilità di questo sistema sia più tenace della sopravvivenza di coloro che esso pretende di servire». Perché un simile fatalismo? Qualsiasi mostruosità può essere eliminata, ivi compreso il feticismo del capitale, tanto più che si trova ormai da tempo in una situazione di agonia che corrisponde a un processo di disintegrazione agonale. Il futuro è aperto.

2. La risposta di Aumercier e Grohmann
La nostra risposta qui consisterà di tre riflessioni.
Lo «sbigottimento» [*5] di cui noi parliamo in relazione al primo lockdown è un tentativo di voler dare un nome a qualcosa che in realtà non era mai accaduto nella storia. Quando è stato che la metà del mondo capitalistico è stata rinchiusa, messa volontariamente agli arresti - anche se non proprio in maniera consenziente - dai suoi guardiani? Mai. Sosteniamo anche che probabilmente ciò non accadrà mai più. Ma l'osservazione dei nostri interlocutori secondo la quale anche questo primo fermo è stato solo parziale è del tutto corretta. Noi abbiamo pensato soprattutto alle misure di blocco del lavoro (con un indennizzo a partire da un sussidio di disoccupazione parziale). È ovvio che anche questo shutdown è stato solo parziale. Non di meno si è trattato di un fatto nuovo. Noi lo attribuiamo all'irruzione da parte di una situazione che ha causato gravi preoccupazioni politiche, e che dice molto sulle relazioni che la Cina ha con il mondo occidentale: quando i governi occidentali hanno constatato che la Cina aveva inizialmente negato il comparire della Sars-Cov-2, ma si sono anche resi conto che la situazione stava loro chiaramente sfuggendo di mano, hanno dovuto fare ricorso a un blocco generale; fino a nuovo ordine. Non riusciamo a immaginare come una misura così enorme (dal punto di vista dell'economia capitalista) possa essere spiegata, se non a partire dalla sorpresa e dalla legittima diffidenza verso la Cina. Da questo punto di vista, le analisi che insistono sul fatto che esistono degli scenari pandemici di lunga data che non sono stati presi abbastanza sul serio,  sembrano retroproiettare gli effetti della pandemia reale su dei modelli teorici che, per definizione, non sono mai stati preparati per un evento reale. Dopo che il fatto è avvenuto, si è sempre più intelligenti! È assurdo attribuire alla sfera politica un simile margine di intervento, quasi onnipotente (vale a dire, essa potrebbe non solo prevedere, ma anche risolvere degli eventi che non hanno ancora avuto luogo), semplicemente perché sta effettivamente modellizzando in modo permanente i rischi crescenti ai quali siamo esposti a causa della corsa a capofitto del modo di produzione capitalista.
La nostra seconda osservazione riguarda poi lo strano sguardo rivolto al modello cinese, che gli autori del gruppo di Karlsruhe ritengono addirittura che abbia debellato la pandemia! Finora, nessun paese può affermare di aver debellato la pandemia, perché la pandemia è globale - ed è per questo che riappare sempre, nelle sue successive "varianti" e "ondate". In questo senso, la pandemia risulta essere l'esatto riflesso delle condizioni di produzione del capitalismo globalizzato, che, alla stregua del coronavirus, non può scomparire regione per regione, ma che potrebbe essere abolito solo da un movimento transnazionale, per così dire, e in un colpo solo (cfr. Robert Kurz, «Appropriazione universale di una totalità di forze produttive», in "Lire Marx") [*6]. Possiamo vedere qui la differenza con altre epidemie, che sono state altrettanto "preoccupanti" - una differenza che è probabilmente dovuta sia alle caratteristiche particolari del virus Sars-Cov-2 (soprattutto: contagiosità, letalità, modalità di trasmissione, periodo di incubazione, ecc) che ai fattori ambientali, politici e geopolitici di propagazione. Questo virus ha, per sua stessa natura (contingente), tutto per poter essere una risposta «su misura» al capitalismo del XXI secolo; e non perché esso sarebbe stato fabbricato in tal senso, come alcuni vorrebbero credere, ma piuttosto nel senso in cui Jacques Lacan dice che «ciò che viene respinto nell'ordine simbolico, fa ritorno nel reale» (Seminario "Le psicosi") [*7].
La Cina, non solo ha ostacolato le indagini sull'origine della Sars-Cov-2, ma, fin dall'inizio della pandemia, ha anche fatto sparire coloro che erano a conoscenza del rischio, e ha proibito qualsiasi comunicazione sull'argomento. Non appena non gli è stato più possibile nascondere la realtà, ha applicato metodi aggressivi di confinamento e di tracciamento dei contatti che si sono potuti anche rivelare (temporaneamente) efficaci, ma che si basano sull'uso di strumenti digitali totalitari già implementati in precedenza, i quali, in Europa non hanno (ancora) la medesima accettazione sociale. Il sistema capitalista ormai dispone dei mezzi tecnologici per cercare di interrompere (temporaneamente) sempre più aggressivamente le catene di trasmissione virale (e la Francia non è rimasta indietro, così abbiamo visto, per esempio, i droni che controllano coloro che violano il lockdown). Ma queste capacità tecnologiche non costituiscono una prova del successo - da un lato, perché il virus, riapparendo, ha sistematicamente contrastato tali risposte, e in parte perché, in Cina, per alcune settimane, un lockdown completo è stato fatto solo per poi riprendere la produzione il più rapidamente possibile, e dimostrare così arrogantemente la propria superiorità sulla scena internazionale. Non c'è alcun motivo di opporre la strategia cinese a quella europea; entrambe sono ugualmente dipendenti dal mercato globale ed entrambe sono impegnate in una gara tecnologica per il vertice; cosa che è una chiara indicazione del fatto che il sistema globale nel suo insieme è sempre più fuori controllo.
Il nostro terzo argomento intende giustificare la frase secondo cui non abbiamo una «risposta migliore» di coloro che devono affrontare le esigenze contrastanti della pandemia, da un lato, e dell'economia dall'altro. Senza dubbio abbiamo un'analisi diversa dalla loro, altrimenti non ci preoccuperemmo di parlare di questo argomento. Ma pensiamo tuttavia che il loro «margine di manovra» sia assai più piccolo di quello che alcuni sono inclini ad attribuire loro. È assolutamente infantile attribuire alla classe dirigente, non solo il potere di anticipare tutto, ma perfino anche il potere di risolvere tutto nelle condizioni esistenti. Se non abbiamo una «risposta migliore», ciò è perché sappiamo che esiste un enorme divario tra la «critica categoriale» e la pratica trasformativa. Riconoscere l'impasse di questa civiltà non fornisce affatto la chiave per la sua effettiva trasformazione. «Il futuro è aperto», scrivono i nostri interlocutori, sì, teoricamente per così dire, ma lo è anche la coscienza? Robert Kurz ha teorizzato instancabilmente questa fondamentale difficoltà. Non ha mai smesso di ripetere che il ruolo della critica è quello di teorizzare le relazioni esistenti, e mostrare la necessità della loro negazione. Ma tutto ciò non può essere trasformato in uno slogan «buono per tutte le occasioni» e neppure in «Facciamolo!». In questo senso, non sappiamo meglio di altri dov'è che deve iniziare in pratica la necessaria trasformazione sociale.

3. Prosegue la discussione, il Gruppo della Critica Feticista di Karlsruhe.
Contribuiamo volentieri al dibattito sulla «Cina», e proponiamo di assicurarci innanzitutto di partire dai medesimi fatti. La seguente sequenza di eventi è quella che abbiamo analizzato. Se avete informazioni diverse, correggetele, indicando ovviamente la fonte corrispondente.
A partire dal 17 novembre 2019, ogni giorno nella provincia cinese di Wuhan, sono stati segnalati da uno a cinque casi di una nuova malattia polmonare, per i quali fino a oggi non si è potuto diagnosticare alcun agente patogeno rilevabile. Il 15 dicembre, il numero totale di infezioni era di 27. Al 20 dicembre erano stati confermati 60 casi. Il 27 dicembre, Zhang Jixian, un medico dell'ospedale della vicina provincia di Hubei, ha informato le autorità sanitarie locali che la malattia era stata causata da un nuovo coronavirus. A quel punto, più di 180 persone erano state infettate. Il 28 e 29 dicembre, altri tre pazienti si sono presentati alla clinica del medico. L'ospedale ha informato le commissioni sanitarie provinciali e municipali di Hubei. Il 29 dicembre, le commissioni sanitarie hanno chiesto a Wuhan e a Jianghan, così come all'ospedale Jinyintan, di condurre indagini epidemiologiche su sette pazienti. Sei di loro sono stati trasferiti a Jinyintan, in una struttura specializzata in malattie infettive. Un paziente ha rifiutato di essere trasferito. La sera del 30 dicembre, la Commissione Municipale della Sanità di Wuhan ha pubblicato su Internet degli avvisi in cui chiedeva a tutti gli ospedali di Wuhan di segnalare qualsiasi paziente con una polmonite di causa sconosciuta che avesse visitato il mercato del pesce di Wuhan. La Commissione sanitaria di Wuhan ha detto in un'intervista che l'indagine non era completa, e che per supportare l'indagine stavano arrivando gli esperti della Commissione sanitaria nazionale. Le autorità sanitarie locali, il 27 dicembre sono state informate della scoperta di un agente patogeno simile alla SARS. In seguito all'esperienza della precedente pandemia di SARS, la Cina aveva istituito un sistema di allarme rapido al fine di garantire che le informazioni sulle epidemie fossero immediatamente trasmesse a Pechino, al Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie, indipendentemente dalle considerazioni politiche. Nel caso del nuovo virus corona, questo non è stato fatto immediatamente. Il 30 dicembre, in un gruppo WeChat con i colleghi, il medico Li Wenliang ha avvertito di un virus che al momento pensava essere la causa della sindrome respiratoria acuta grave (SARS), e questo a causa di un insolito accumulo di polmoniti nell'ospedale locale di Wuhan. Dopo che l'avvertimento di Li e dei suoi colleghi si è diffuso su Internet, lui e altri colleghi sono stati convocati dalla polizia locale. Sono stati accusati di «false dichiarazioni». Il 1° gennaio 2020, l'agenzia di stampa statale Xinhua ha riportato le presunte «false informazioni» dei medici, e ha ribadito che non c'era alcun segno di trasmissione inter-umano della nuova malattia. Li Wenliang, che era stato esposto a una notevole carica virale in quanto medico curante, è morto a causa della nuova malattia della SARS il 7 febbraio 2020 all'età di 33 anni.  Di propria iniziativa, i medici avevano continuato a inviare campioni dei pazienti ai laboratori di analisi, bypassando i canali ufficiali, per indagare da soli la causa della malattia. Sono stati riabilitati alla fine di gennaio dalla Corte Suprema del Popolo della Repubblica Popolare.
Secondo gli opinionisti occidentali, inizialmente le autorità cinesi hanno negato l'apparizione della malattia, permettendone così la sua rapida diffusione. Pertanto, nel testo di aprile 2020, "La Cina, un esempio?", si affermava: «Ricordiamo innanzitutto che la Cina ha iniziato col negare la comparsa del virus...» Questa critica alla politica di informazione della Cina del dicembre 2019, quando sono apparsi i primi casi di malattia, è giustificata. Ma di fronte a un numero iniziale di poche centinaia di casi di pazienti, fino alla fine di dicembre 2020, la dichiarazione di una situazione epidemica con tutte le conseguenze che ciò implica appare quanto meno problematica. Una società liberata dall'illusione della ricchezza astratta potrebbe in effetti agire con maggior cautela, ma la Cina, come tutti sanno, fa parte del sistema globale di produzione di merci della concorrenza. La risposta alla domanda circa quanti casi e quali dinamiche di sviluppo minaccino la popolazione con un'escalation epidemica - e quali misure radicali dovrebbero essere prese di conseguenza - è senza dubbio soggetta a delle influenze soggettive, e quindi alla possibilità di errore. Ogni volta che appaiono (nuovi) fenomeni patologici che indicano un'infezione, esiste un potenziale rischio di diffusione epidemica. Tuttavia, è solo a partire da un dato momento che la modalità di diffusione di una malattia, ad esempio per via aerea antropogenica, diviene identificabile e si può sospettare una possibile minaccia epizootica o pandemica. In che modo hanno proceduto le autorità cinesi? Dopo l'identificazione del nuovo ceppo del virus, il 7 gennaio 2020, l'OMS e tutti i suoi Stati membri ne sono stati immediatamente informati. Sulla base di questi dati, i virologi del Charité di Berlino, guidati da Christian Drosten, hanno sviluppato un test PCR, la cui specificità e sensibilità sono state oggetto di molte discussioni. Da quel momento in poi, e al più tardi con le misure drastiche prese in Cina il 23 gennaio (l'interdizione più ampia possibile delle attività di viaggio poco prima del Capodanno cinese, la quarantena mirata delle province colpite; soprattutto la provincia di Wuhan), non si può più parlare di minimizzazione da parte della Cina. Ancora una volta, nelle parole del testo "Cina, un esempio?" il governo cinese, che nel frattempo aveva ufficialmente ammesso l'esistenza del virus, alla fine di gennaio ha bruscamente preso delle misure di lockdown massicce, le quali sembravano essere in completa contraddizione con il discorso ufficiale. Che senso ha la scelta suggestiva delle parole «ufficialmente ammesso»? C'era qualcosa da nascondere, come ad esempio un guasto nel laboratorio di virologia di alta sicurezza BSL-4 a Wuhan? Questo non può essere escluso, ma è improbabile [*8].
Le misure che, secondo questa interpretazione, sono state prese «improvvisamente» alla fine di gennaio, erano già prima sotto gli occhi di tutti, non solo nel «discorso ufficiale» ma si potevano vedere anche nella costruzione di un ospedale di emergenza a Wuhan. Sono state il risultato dell'aumento esponenziale del numero di malattie, e soprattutto di morti. Per fermare un'epidemia imminente, è ovviamente necessario «isolare drasticamente le persone infette, rintracciare i loro contatti e confinare solo coloro che sono potenzialmente o effettivamente contagiati». Le misure di monitoraggio e sorveglianza digitale vengono così descritte: «Per isolare i casi positivi e i potenziali malati (e rimandare gli altri al lavoro il prima possibile), è infatti necessario essere in grado non solo di identificarli, ma anche di tracciarli»; queste misure non sono la conseguenza di una quarantena completa, di misure che sono state prese quindi nelle prime settimane, bensì da misure prese dopo, come possibilità di reagire in tempo reale a una nuova introduzione di un virus antropico. L'osservazione circa il "diktat" di un rapido ritorno al lavoro sembra piuttosto divertente. Ciò che la Cina ha effettivamente messo in atto per proteggersi dal contagio, cioè la sospensione (temporanea) della produzione, non è stata nemmeno presa in considerazione dalle maschere di carattere responsabili del «glorioso Occidente». Naturalmente, l'utilizzo del tracciamento digitale ai fini del controllo delle infezioni non prova «che questi nuovi sistemi verranno abbandonati una volta che l'epidemia sarà finita». Tenuto conto del sistema di credito sociale già adottato in precedenza, nel 2014, in Cina, non ce lo possiamo certo aspettare. In effetti, tali sistemi di controllo esistono a vari livelli anche nell'«Occidente democratico», come le verifiche normative sulla solidità politica e finanziaria (quale la Schufa in Germania), ecc. Facendo questa osservazione, non intendiamo relativizzare il controllo sociale (che disapproviamo anche in Cina). Ma piuttosto il fatto che il governo cinese ne postuli la necessità (vera o presunta) si riferisce in realtà all'instabilità dei rapporti sociali in Cina; un'instabilità la cui base poggia sui processi di trasformazione sociale che distruggono il capitalismo dello Stato in favore della creazione di particolari zone di concorrenza aperta orientata all'esportazione, il tutto in una relazione di capitale globalmente in decomposizione. Tuttavia, è interessante notare nel testo "La Cina, un esempio?" il piccolo accenno secondo cui «è previsto che le aziende stesse siano soggette al controllo sociale». Una piccola ma significativa differenza rispetto a ciò che accade in Occidente.
Veniamo ora a Li Wenliang. Riferendosi al suo caso, si afferma che «i giornalisti Chen Qiushi e Fang Bin, che avevano denunciato la gestione della crisi e sono scomparsi». Il medico Li Wenliang è morto il 7 febbraio all'inizio dell'epidemia (come molti altri operatori sanitari) a causa del Covid-19. Alla fine di gennaio, le autorità avevano presentato a Li le loro pubbliche scure, e lo avevano riabilitato insieme ai suoi colleghi [*9]. La sua morte, così come quella di numerosi altri, è stata particolarmente tragica nella misura in cui ci sono ancora alcuni di noi che pensano ancora di poter classificare il  Covid-19 come se fosse una semplice influenza [*10]. Per quanto riguarda Chen Qiushi, era arrivato a Wuhan il 23.1.2020 per rendersi conto delle condizioni lì esistenti. Era stato arrestato il 7 febbraio ed era stato messo in quarantena, a partire dal fatto che si trovava effettivamente nella zona di quarantena designata. In seguito è stato poi accusato di disinformazione e non è stato rilasciato fino a settembre del 2021. Fang Bin si trova ancora detenuto. Se questa azione delle autorità cinesi dev'essere fortemente criticata, a partire dal fatto che il termine "scomparsa", che tende a suggerire l'uccisione di individui, è discutibile
La reazione della Cina alle continue denunce di Trump («virus cinese»), che si è ad esempio riferita all'utilizzo di un'arma B «di basso livello», vista nel quadro di un'operazione di intelligence degli Stati Uniti, è parte di quella contro-strategia psicologica nel contesto di una «guerra fredda di propaganda», da tempo dichiarata dall'Occidente contro la crescente influenza globale della Cina (e della Russia) [*11]. Inoltre, tali utilizzi di armi B e C sono documentati, per esempio contro Cuba. Noi consideriamo le fonti cubane come credibili. Leggiamo inoltre nelle varie dichiarazioni degli autori:

1.  «Tutt'a un tratto, la Cina comincia a emergere come il campione universale della crisi del coronavirus ancor prima che l'epidemia venisse contenuta sul suo steso territorio.» (in "Cina, un esempio?") [*12]. Ciò significa che l'eliminazione del virus (e non il suo controllo, tra l'altro), purtroppo sempre temporaneo, viene riconosciuto come se fosse un fatto?

2. «Descrivere la politica cinese come un successo, ci sembra che faccia ancora una volta parte della strategia occidentale di rivendicare e giustificare questo tipo di gestione totalitaria delle crisi.» La «strategia occidentale» non è consistita nel «descrivere la politica cinese come un successo», ma piuttosto, al contrario, è stata quella di cominciare a «mettere in discussione le cifre cinesi», cosa che si ha naturalmente ben il diritto di fare (perché è così, a proposito? oh certo ovvio, sono dopo tutto dati statistici cinesi). «Meno morti» vorrebbe dire «soprattutto, se è così, un successo della propaganda cinese». Ciò che qui viene semplicemente respinto in quanto propaganda di «meno morti» e che nel frattempo non è stato più messo in discussione nemmeno dai media statali occidentali, sono 5.697 morti al 13.12.2021, e che rapportati alla popolazione della Germania corrisponderebbero a circa 400 morti. Se consideriamo le statistiche della Nuova Zelanda, che al 27.12.2021 parlano  di 51 (!) morti segnalate di Covid-19, ecco che otteniamo anche un ordine di grandezza non calcolato di qualche centinaia di morti (circa 600). Cosa possiamo concludere a partire da questo? O che le «cifre cinesi e neozelandesi» mentono allo stesso modo, oppure che entrambe riflettono la realtà. È interessante notare come le cifre neozelandesi non siano mai state messe in discussione, né dalle autorità occidentali e né da Aumercier e Grohmann.

3. Gli stessi continuano a scrivere: «Ora,  questo non è un "successo", ma piuttosto una guerra (principalmente contro la loro stessa propria popolazione) e una dimostrazione di forza sulla scena internazionale.» Noi, che abbiamo l'abitudine di associare la "guerra" alle morti in massa, piuttosto che al salvataggio in massa di vite, non possiamo e non vogliamo seguire questa retorica della "guerra" presentata con tutta questa verve emozionale.

4. L'assistenza fornita ad altri paesi da delle équipe non solo cinesi, ma anche russe e cubane, e che il testo "Cina, un esempio?", in maniera singolare tenta nuovamente di denunciare come una «dimostrazione di forza sulla scena internazionale»: «A partire dal mese di marzo, delle équipe mediche cinesi stavano già fornendo supporto in Italia, Iran, Iraq e Serbia, per non parlare dell'invio di attrezzature a molti paesi (tra cui un milione di maschere protettive alla Francia), e Xin Jinping stava facendo ampie promesse a Vladimir Putin e Angela Merkel di fornire il supporto e la competenza del suo paese. Questi gesti enfatici di solidarietà - in un contesto di accentuato sciovinismo statale - annunciano l'accettazione passiva di un modo totalitario di governo che pretende di essere l'unico in grado di tirare il mondo fuori dai guai». Considerato il mortale egoismo della «comunità degli Stati» europei all'epoca, non sarebbe più opportuno riconoscere l'aiuto di Cina, Russia e Cuba, o almeno tacere vergognosamente?

Ancora qualche altra osservazione sugli Uiguri, su Hong Kong e sulla politica estera (storica) della Cina. Uiguri: il conflitto cova con diversi gradi di intensità, dal 1949. Dagli anni 2000 in poi, ci sono stati numerosi attentati dinamitardi da parte di gruppi separatisti e islamisti uiguri (e non solo) nella regione autonoma dello Xinjiang Uyghur. Per contrastare la crescente influenza delle organizzazioni islamiste, le autorità cinesi ricorrono a delle "rieducazioni" che durano settimane o addirittura mesi. Dal momento che qualcuno ha menzionato anche Boko Haram, la questione fondamentale è come affrontare il problema dell'emergere di ideologie religiose pericolose per la società. Su un piano teorico critico, è decisivo decifrare la loro origine nella decomposizione della coerenza capitalista e comprenderle - a differenza dell'ideologia antidemocratica - come un prodotto originale della decomposizione della modernità capitalista, e non come un ritorno, o come una reliquia persistente della pre-modernità. Ma ciò comunque non ci esime dal rispondere alla domanda su come limitare un tale sviluppo omicida. D'altra parte, alcuni articoli sull'argomento mostrano una sconfinata euforia riguardo il «movimento democratico di Hong Kong». Questo ci sembra fuori luogo. Qualunque cosa si pensi della rivista Konkret, vale la pena menzionare le diverse visioni di questo "movimento" che vengono mostrate nella serie di articoli del numero 1/2020, e che, sotto il titolo "Trump, liberaci, la Pegida di Hong Kong", discute, tra l'altro, di pogrom razzisti commessi, da una parte di questo "movimento", contro i lavoratori migranti cinesi. Manca ancora, per relativizzare l'affermazione secondo cui noi staremmo «lodando il terrore di stato cinese» [*13], ma anche per prendere una posizione storica fondamentale, solo una piccola digressione storica. In Angola negli anni '60 e '70, la Cina ha sostenuto l'Unita, guidata da un certo Jonas Savimbi, che ha agito contro il MPLA, risultato alla fine vittorioso nella guerra contro il dominio coloniale portoghese. Secondo i documenti portoghesi dell'epoca, oggi disponibili al pubblico, l'Unita stipulò un accordo di collaborazione con il potere coloniale portoghese già nel 1970, nel pieno della guerra anticoloniale, contro il regime fascista di Salazar. Inizialmente, come già detto, aveva ricevuto l'aiuto della Repubblica Popolare Cinese, ma dopo il 1974 è stata sempre più recuperata, o si è fatta recuperare dalla Repubblica del Sudafrica (sotto il governo dell'apartheid dell'epoca), dagli ambienti conservatori di destra americani e dalla CIA, ma anche da agenti della Germania occidentale e dal Regno del Marocco, per scopi geo-strategici e regionali. Tra gli attori della Germania occidentale c'è stato Franz-Josef Strauß, il "maiale bavarese" ben noto ai più anziani di noi, che non solo forniva regolarmente armi allo stato fascista sudafricano dell'apartheid, la cui camarilla militare annetteva la Namibia e terrorizzava l'Angola meridionale con la cosiddetta Unita, ma che corteggiava letteralmente il suddetto Jonas Savimbi. Il ruolo avuto dalla Cina nel conflitto cambogiano, quando ha sostenuto i Khmer rossi di Pol Pot, i quali collaboravano con un certo Sihanouk, una pedina dell'imperialismo statunitense, non è ancora stato rivelato. Dopo che l'esercito vietnamita mise fine all'odioso regime di Pol Pot nel 1978, l'esercito cinese invase il Vietnam del Nord, ma venne fermato dalle forze vietnamite, che in seguito dichiararono una «azione punitiva limitata». In altre parole, noi non abbiamo molta simpatia per la Cina, ma un'analisi degli attuali processi geopolitici che non sia guidata dal risentimento deve concettualizzare la reale minaccia rappresentata dalla NATO nei confronti della Russia [*14] in particolare, ma anche della Cina.
Per concludere, torniamo al tema principale, cioè la pandemia, e riassumiamolo in una frase: riconosciamo i meriti materiali delle misure salvavita della Cina a questo proposito, né più né meno. 
Domanda finale: quale è lo Stato che conta di più a) in valore assoluto e ha il più grande numero di prigionieri b) in valore relativo? E quale Stato ha iniziato e condotto guerre ininterrottamente dal 1950? (Suggerimento: è la potenza leader della comunità democratica dei bombardieri).

4. Ultima risposta di Aumercier e Grohmann.
Entriamo volentieri in una discussione più dettagliata riguardo il caso cinese. Questa discussione è caratterizzata, in entrambe le parti, da una grande incertezza sui fatti in questione, come si è già detto. L'onere della prova può quindi essere nuovamente rinviato al servizio dei rispettivi pregiudizi e ideologie di entrambe le parti. Ovviamente, è questo quello che accade a livello internazionale. È a proposito di questo, che dobbiamo stare attenti tra di noi, e questa discussione dovrebbe servire a sfumare o chiarire le posizioni - almeno, si spera.
La vostra interpretazione riguardo l'inizio della pandemia in Cina, chiaramente sminuisce il fatto che il governo cinese abbia perseguitato, e persino fatto sparire delle persone, e abbia severamente censurato la diffusione di nuove informazioni. Questo fatto non può essere affrontato solo sulla base della questione di sapere «a partire da quanti casi e quali dinamiche di sviluppo» è il momento di intervenire. È quantomeno strano, a dir poco, rimandare tutto quanto a delle mere «valutazioni soggettive» e «possibilità di errore». Confondere quelli che sono stati degli interventi statali autoritari con delle «possibilità di errore» dimostra solo la vostra cecità. Attenzione: non stiamo dicendo che questo margine di errore non esista, neppure in Cina; stiamo dicendo che trattare queste incertezze di giudizio per mezzo della censura di Stato e il sequestro dei cittadini, non attiene più al regno dell'«errore». Nel momento in cui l'informazione viene fatta circolare, essa può anche essere negata, minimizzata, o la risposta può tardare (come è accaduto in altri paesi al momento dello scoppio della pandemia). Per esempio, l'allora ministro della sanità francese, Agnès Buzyn, nel settembre 2021, è stata incriminata per «aver messo in pericolo la vita altrui», avendo reagito in maniera troppo rassicurante e lassista ai primi segni della pandemia nel gennaio 2020. La Cina non ha esercitato questo tipo di negazione, ma lo ha fatto in quanto dittatura!
Per quel che riguarda la contestazione della parola «scomparsa», ci riferiamo a vari articoli della primavera del 2020: nessuno sapeva dove fossero quelle persone [*15] o se erano costrette alla "quarantena". Più di due persone sono "scomparse" in questo modo. Se alcuni di loro sono stati in seguito "riabilitati", come voi sottolineate due volte (che grande cosa il Partito comunista cinese e che meschinità da parte nostra averlo omesso!), ciò è avvenuto perché erano stati screditati pubblicamente, e fino a quel momento erano scomparsi dalla vita pubblica: sono stati messi in condizione di no "nuocere" fisicamente e socialmente alla propaganda di Stato. La vostra risposta è che Chen Qiushi è stato rilasciato nel settembre 2021 (un anno e mezzo dopo) e «Fang Bin è ancora detenuto» (dopo due anni): come dovremmo chiamare tutto questo? Cosa direste se si trattasse di un membro della vostra famiglia (perdonate il sentimentalismo fuori luogo)? Le detenzioni arbitrarie non sono mai cessate, e qualsiasi diffusione di informazioni che sfugge allo Stato viene ancora oggi duramente repressa. Nel 2020, Reporter sans Frontières ha dichiarato che la Cina è il paese con il più alto numero di giornalisti in prigione nel mondo [*16]. Cosa giustifica questo triste primato?   
Mentre il governo cinese, a partire dal 23 gennaio, cominciava a puntare tutto sul tentativo di fermare la pandemia, come voi scrivete, ecco cosa potrebbe ancora accadere: «In un discorso pronunciato il 3 febbraio 2020 - e pubblicato dodici giorni dopo dall'agenzia di stampa cinese - Xi Jinping ha annunciato che "il popolo sta conducendo una guerra" che si deve basare sulla "stabilità sociale". Il presidente cinese ha promesso di "reprimere tutti coloro che approfittano dell'epidemia per diffondere dicerie".» (La retorica della guerra contro il virus, l'abbiamo sentita altrove poco tempo dopo). Il discorso duplice consiste in questo: una reazione forte a livello dei servizi sanitari, e allo stesso tempo una reazione altrettanto massiccia di repressione di qualsiasi libero discorso libero su questo tema. Questo doppio discorso continua tuttora e le "riabilitazioni" non cambiano niente.
Riguardo la valutazione degli interventi dello Stato cinese in campo sanitario, riconosciamo che le testimonianze disponibili sono molto diverse e sembrano anche essere colorate dalle posizioni ideologiche dei testimoni in questione (proprio come accade per noi). Ad esempio, il collettivo comunista Chuang afferma che il «successo» sia dovuto all'auto-organizzazione comunitaria e popolare piuttosto che all'intervento statale, il quale è molto più caotico di quanto l'Occidente immagini. I "comitati dei residenti" formati ai tempi di Mao avrebbero giocato un ruolo importante. Lo Stato cinese non ha i mezzi per controllare questo immenso paese, se non delegando enormemente a livello locale. Quegli stessi autori rimproverano all'Occidente di diffondere la visione di uno Stato cinese totalitario che non corrisponderebbe alla realtà [*17]. Le loro priorità ideologiche sono ovviamente altre, visto che si concentrano sui sindacati e sulle lotte di classe. Gli attivisti dei diritti umani, naturalmente, suonano un'altra musica. Ognuno alla sua griglia ideologica. Non siamo lì per verificare di quale si tratta. Che il sistema di credito sociale non sia stato implementato in tutto il paese, ma è stato solo testato. è un fatto. Ed è anche un fatto che continui a esserci molta strada da fare prima che questo sistema arrivi a essere completamente centralizzato, e funzioni come previsto. Ma ciò non toglie niente alle prospettive a lungo termine di questo progetto, e allo sviluppo di una sorveglianza digitale senza alcuna restrizione. Ecco una descrizione eloquente (che, tra l'altro, non contraddice affatto quella fornita dal Collettivo Chuang): «Per esempio, nella città di Yichang nella provincia di Hubei, ogni manager è dotato di un apposito smartphone che viene utilizzato per raccogliere informazioni provenienti dai volontari e dai leader della comunità. I volontari, solitamente chiamati "informatori", vengono reclutati nella comunità, della quale rappresentano circa il 10% della popolazione. Inoltre, in molte città, la comunità ha creato una propria piattaforma di gestione delle informazioni online, che riunisce tutte le informazioni relative alla popolazione, agli alloggi, alla sicurezza sociale, alla pianificazione familiare e allo sviluppo economico. Queste informazioni possono essere condivise tra gli operatori della comunità ai fini di un'azione rapida; i residenti possono utilizzare la piattaforma anche per alcuni servizi. Questa combinazione di digitalizzazione e informatizzazione costituisce il cuore di ciò che viene ufficialmente chiamata "smart city". Infatti, come mostrano alcuni studi approfonditi sul sistema degli informatori, chiunque, non solo le persone reclutate dalla comunità, può (ed è incoraggiato dalle autorità a farlo) riferire informazioni su trasgressioni o su sospetti trasgressori, attraverso app mobili specializzate e piattaforme online; cosa che viene considerata conveniente.» [*18]
Siamo pienamente d'accordo con le osservazioni fatte dagli autori del GFK per quel che riguarda le «ispirazioni», e anche gli equivalenti americani ed europei di tali sistemi. Non stiamo dicendo niente di diverso! Noi pensiamo che la Cina, come potenza economica in ascesa, serva qui da paravento: è facile accusarla di «totalitarismo tecnologico», usando a cuor leggero e con le mani pulite le stesse tecnologie altrove. Ma questo non significa che non si tratti di totalitarismo tecnologico, anche se riconosciamo che una definizione di "totalitarismo" andrebbe concordata. Ripetiamo: solo perché l'Occidente usa la dittatura cinese come paravento, ciò non significa che la dittatura non esista.
Per quanto riguarda l'ipotesi del laboratorio, non ci ha mai appassionato molto, sia perché era l'ipotesi preferita dai teorici della cospirazione, e anche perché è stata confutata fin da subito. Oggi, però, è riemersa ufficialmente. Ci sono molte prove contro, ma anche alcune che non la escludono. La missione di esperti inviata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) a Wuhan per indagare sulle origini del virus è tornata senza alcuna certezza. Le autorità cinesi erano poco trasparenti, e per uno degli investigatori, Peter Daszak, c'erano dei conflitti d'interesse. Solo una cosa è chiara: il governo cinese ha fatto di tutto per impedire che l'indagine si svolgesse in modo trasparente e indipendente.
Non contestiamo (fino a prova contraria) che la Cina o la Nuova Zelanda abbiano evitato numerose morti, ma contestiamo che questa «efficacia» sia un argomento a favore di questa politica sanitaria. Innanzi tutto, un commento sulla nostra riserva («fino a prova contraria»): è perfettamente lecito avere dubbi in proposito per quel che riguarda la Cina, e nella primavera del 2020 molti osservatori li hanno espressi. Il confronto con i registri della mortalità sembra suggerire che nei primi tre mesi i rapporti ufficiali siano stati raddoppiati [*19]. Uno studio basato sul numero di urne funerarie, ha dato una stima dello stesso ordine [*20]. All'inizio del 2021, l'emittente Free Asia Radio ha anche rivelato l'inquietante scomparsa dei nomi di 150.000 anziani beneficiari di una pensione di Stato [*21]. Non abbiamo controllato se questa informazione sia vera o falsa, ma può essere verificata. Stranamente, sembra impossibile trovare informazioni più recenti o discussioni serie in proposito. L'unica cosa certa è che non c'è motivo, ancora oggi, di credere al discorso ufficiale, e che chiunque apra la bocca sul posto rischia per l'appunti di «scomparire». Possiamo supporre - ma è solo un'ipotesi - che alla fine, dopo i dubbi espressi dalla comunità internazionale nella primavera del 2020, questa situazione oggi vada bene a tutti. Poiché se la Cina esce vittoriosa - in maniera reale o presunta - dalla «guerra contro il virus», ecco che allora diviene lecito interessarsi ai suoi metodi - reali o presunti - e persino importarli, continuando a fare i gargarismi circa la superiorità dei nostri «valori europei», i quali, essi sì, sarebbero assolutamente immuni al virus della dittatura cinese.  La strategia occidentale è stata ambivalente fin dall'inizio: da una parte lodando il successo del lockdown cinese, dall'altra dubitando apertamente delle cifre che venivano comunicate. È questa ambivalenza, che stiamo cercando di spiegare.
Ora, passiamo alla natura della risposta dello Stato cinese. Il normale tasso di crescita ha certamente dato alla Cina un vantaggio nell'affrontare la crisi sanitaria, dato che si trattava di dirottare e rilanciare aggressivamente sé stessa a livello internazionale. Nel 2020, la Cina è stata l'unica grande potenza a mostrare una crescita positiva, sebbene in rallentamento.Una cosa è certa: «La Cina è guidata dal rimbalzo delle sue esportazioni, che a dicembre [2020] sono aumentate del 18%, soprattutto per i prodotti medici, e  beneficia delle difficoltà logistiche sofferte dai suoi concorrenti.» [*22] Ma non si può certo dire che la Cina abbia praticato il contenimento della produzione per due anni. La cosa è durata solamente dal 23 gennaio all'8 di aprile. Dopo il primo lockdown a Wuhan, è stato fatto di tutto per far sì che la gente continuasse a lavorare normalmente; l'attenzione principale è stata posta su un controllo molto rigoroso delle frontiere e del traffico aereo, oltre che su un atteggiamento estremamente reattivo su ogni minima segnalazione di un caso. Questo può essere lodevole, ma nel contesto della politica interna ed estera della Cina, è chiaro che questa forma di controllo non è diversa da quella che abbiamo in atto qui: concentrarsi sulla ricerca di contatti, test, maschere e vaccinazioni, ma toccare il meno possibile l'apparato produttivo. Una cosa che non è mai stata menzionata in questa discussione, è la generalizzazione del telelavoro (e della consegna a domicilio). Questo sembra offrire più "libertà" ai lavoratori che lo hanno scelto, ma offre anche più libertà ai datori di lavoro, che potranno risparmiare spazio negli uffici. La banalizzazione del telelavoro è una delle cose che distingue il primo lockdown europeo (nel quale sono state messe in atto misure di lavoro a orario ridotto, almeno in alcuni settori) da quelli successivi, dove c'era un telelavoro quanto meno parziale, e nessuna disoccupazione. Una tendenza questa, che non scomparirà. Secondo noi, tutti i paesi che hanno attuato la strategia Zero Covid hanno puntato sulla informatizzazione massiccia delle attività, accompagnata da tutto l'armamentario autoritario riguardo i contatti e la vita quotidiana. Lo spazio privato (la casa) si confonde con lo spazio di produzione, e il resto della vita sociale è controllato, monitorato o addirittura soppresso per motivi di salute. Simultaneamente, nessuno spazio sfugge alla connettività. Questo è esattamente ciò che noi, da parte nostra, esitiamo a definire come un «vero lockdown». Soggettivamente, sì, abbiamo tutti molte ragioni per sentirci confinati, e per una buona ragione! Ma dal punto di vista della riproduzione oggettiva del sistema? La produzione non è stata confinata, ma solo limitata. Secondo noi, soltanto un arresto completo della produzione (eccetto, diciamo, la produzione alimentare e medica) meriterebbe il nome di «vero lockdown». Per questo non crediamo che tutto ciò che si chiama contenimento nel mondo, sia in Asia che in Europa, meriti tale nome. Ma piuttosto ci sembra che quello che abbiamo chiamato il «momento iniziale di sbigottimento» abbia coinciso con quel breve momento in cui si è praticato qualcosa di enorme, come mandare a casa la gente e lasciarla senza lavoro. La critica del lavoro, svolta a partire dalla critica del valore, deve, a nostro avviso, affrontare questa piccola differenza che costituisce la differenza.
Quale che sia il «sentimentalismo» nella nostra stima comparativa del primo lockdown in Cina e nel resto del mondo, «salvare delle vite» potrà avvenire solo al prezzo di un crescente controllo in tutti i settori, e di un aumento dell'autoritarismo che colpisca tutta la vita sociale. Approfondendosi, la crisi ecologica non potrà fare altro che costringere i governi a prendere le misure più liberticide, la cui utopia è rappresentata dalla «smart grid», dalla «smart city» e dallo «smart planet». In tale senso, ora forse è arrivato il nostro turno di restituire agli autori di Karlsruhe il nostro di stupore. per quello che è il loro «sentimentalismo», allorché lodano il modello sanitario cinese - indipendentemente da tutte le zone d'ombra che abbiamo menzionato - per aver «salvato così tante vite», proprio nel momento in cui questo modello autoritario e biopolitico (per non dire totalitario) è proprio quello che è stato messo in atto sotto i nostri occhi, e che è proprio al servizio della distruzione accelerata di tutte le basi della vita. Vedendola così - in questo modo - le «vite salvate» nel corso della crisi del coronavirus non sono altro che altrettante «vite rovinate» nel perseguimento della macchina di morte planetaria. Contrariamente a quello di gran parte della sinistra critica, il nostro progetto non è discutere i meriti di questa o di quella misura sanitaria più o meno efficace - e forse ci siamo lasciati trascinare troppo in questa discussione - bensì capire in che modo i "lockdown" siano stati tutti altrettante versioni di un'unica mutazione del capitalismo di crisi in una società del controllo. E questo non è necessariamente avvenuto solo in virtù di ideologie autoritarie, ma soprattutto a partire dalla sua logica interna di decomposizione.
Le altre questioni geopolitiche sollevate in seguito dagli autori (Uiguri, Hong Kong, ecc.) fuoriescono dal campo della discussione specifica circa la gestione della pandemia, e richiederebbero molto più tempo e competenze. Tuttavia, gli autori ci sembrano ancora preferire un atteggiamento caritatevole, o relativistico, nei confronti dei gravi abusi commessi dalla Cina, e tutt'a un tratto anche verso Cuba e la Russia. C'è rimasto qualcosa da salvare in questi paesi? Non è che forse abbiamo a che fare con la sopravvivenza di una vecchia sinistra inguaribile, la quale non ha ancora voltato la pagina della guerra fredda? Questo genere di compiacenza la si può trovare nel Comitato Internazionale della Quarta Internazionale [*23]. Denunciare l'ipocrisia occidentale non può servire a coprire le forme che il capitalismo assume nei paesi ex socialisti. Si può rifiutare risolutamente di «scegliere» tra le diverse forme concorrenti che il capitalismo in crisi assume, se non altro perché le loro rivalità commerciali e geopolitiche sono solo epifenomeni della loro dipendenza reciproca e globale (pertanto a livello «categoriale» dell'analisi). Non c'è bisogno di salvare i sistemi dittatoriali per accusare le democrazie liberali, così come non è necessario salvare le democrazie per accusare le dittature, nel momento in cui si tratta di criticare la forma Stato e la forma Merce.
Questo dibattito tocca l'essenziale. È facile per noi criticare questa o quella politica sanitaria, e pretendere che un'altra politica sia più razionale. Da due anni a questa parte, tutti quanti danno la loro opinione circa la «migliore gestione della salute», e anche una certa sinistra ama questo genere di esercizio. Vedendolo dal punto di vista rigoroso della «ragione materiale» capitalista, non crediamo di avere da offrire uno scenario alternativo per una migliore gestione della salute; lo abbiamo detto e voi avete reagito male. Ciò si inscrive, in ogni caso, nella stessa razionalità capitalista, la quale non può essere ridotta a quei compromessi particolari che hanno luogo a livello nazionale. Pertanto, nel modello cinese, neozelandese, ecc., esiste anche un altro aspetto - quello della chiusura delle frontiere e della costruzione di enormi centri di quarantena - che dovrebbe entrare a far parte della discussione. Vale a dire, che ciò che questo potrebbe significare per i migranti e per i lavoratori stranieri non viene neanche menzionato. Serve a ricordarci come il ripiegamento nazionale (temporaneo o selettivo) costituisca sempre il rovescio invisibile della globalizzazione. Quando si protesta contro un eventuale obbligo di vaccinazione, ma si suppone simultaneamente che un'altra gestione sarebbe possibile, ecco che si ammette implicitamente che la chiusura delle frontiere, i controlli generalizzati, la digitalizzazione delle attività, sono una soluzione preferibile (a meno di negare la realtà della pandemia). Ecco che allora la «dimostrazione della riduzione del numero di morti» tende a giustificare questa tendenza di fondo, la quale ci sembra non meno barbara delle così tanto disprezzate e denigrate politiche europee di vaccinazione. A nostro avviso, fanno tutte parte dello stesso «pacchetto» biopolitico. Giustificare una di queste politiche nazionali solo a partire dal conteggio del numero di morti evitate, non può essere altro che un'ammissione di fallimento, oltre che una forma di compiacenza a fronte della tendenza all'aumento di morti che poi giustificherà necessariamente tutte quelle misure che verranno prese per la «protezione della vita» (questa è infatti la retorica con cui il ministro francese della salute Olivier Véran giustifica la pletora di misure fastidiose e talvolta inverosimili).
Non si tratta di «proteggere la vita» - rifiutiamo ogni forma di vitalismo ed ecologismo - si tratta di mettere fine a questa macchina di produzione perché è una macchina di morte. La distruzione della natura è solamente la conseguenza della distruzione della società. Porre fine a una macchina di morte non è simmetrico a «proteggere la vita» o «proteggere la natura», ma significa difendere la possibilità della società. (Questa sfumatura sfugge alla maggior parte degli ambientalisti). Porre fine a questa macchina di morte significa, a nostro avviso, rompere nel punto giusto con la ripugnante retorica vitalista che ne è la sua moderna propaggine. La «vita nuda», come dice l'altro, non è il bene supremo. Le società non si sono mai organizzate simbolicamente e materialmente in termini di «salvare la vita», ma per permettere la continuazione della società.

In seguito a questa risposta, gli autori del Gruppo di Critica Feticista di Karlsruhe ci hanno inviato un lungo saggio sul fallimento della NATO nel mantenere le sue promesse (soprattutto per quanto riguarda la sua estensione all'Europa orientale). Abbiamo ammesso di aver trascurato l'aspetto geopolitico nelle nostre risposte, e non volevamo entrare in un nuovo dibattito. Lo scambio finì lì.

- Fonte: Grundrisse. Psychanalyse et capitalisme - 8 gennaio 2022 -

NOTE:

[*1] - Per non parlare della perdita di produzione dovuta ai problemi presso i fornitori, ai quali mancavano appunto i prodotti intermedi forniti dalla Cina.

[*2] - L'orientamento all'esportazione è pertanto il criterio decisivo per sottoporre i settori economici al lockdow e non, come dicono erroneamente gli autori, «tutto ciò che ha importanza economica deve continuare a funzionare il più a lungo possibile, mentre la vita quotidiana "senza valore" viene sempre più tagliata».

[*3] - Sarebbe necessaria una quarantena da 4 a 6 settimane (sulla base di un periodo di incubazione di 6 giorni in media) e non certo un anno, e nemmeno un «periodo di tempo indefinito», come viene formulato dgli autori. [Il nostro testo in tedesco afferma: «Questo modo di produzione non è in grado di assumere una pausa nell'attività economica che sia lunga il necessario, anche quando l'attività economica viene descritta come "non essenziale". In un altro modo di produzione, si potrebbe, per esempio, smettere completamente di costruire, di viaggiare, di produrre lavatrici, automobili, gadget e partite di calcio per un anno: la penuria sarebbe abbastanza sopportabile per i ricchi, e i poveri sono abituati a farne a meno! Ma nel regime capitalista, anche due giorni di interruzione sono una catastrofe». (SA & FG)

[*4] - Il testo tedesco argomenta: «Ma possiamo essere perplessi sulla gestione di questa pandemia senza negarne la realtà, al contrario di alcuni antivaxers. Non perché pensiamo di avere una risposta migliore e una spiegazione migliore di chi comanda, ma perché riconosciamo, al contrario, che nessuna risposta politica può essere adeguata alla crisi attuale.» (SA & FG).

[*5] -  Come hanno notato alcuni partecipanti, alcuni malintesi sono nati da un'errata traduzione della parola "sbigottimento" (SA & FG).

[*6] - Commento aggiunto qui: questo è il problema irrisolto del "socialismo in un solo paese".

[*7] - Commento aggiunto qui: ciò per dire che riceviamo in un momento "nel reale" esattamente ciò che non vogliamo conoscere "nel simbolico".

[*8] - Vedi il programma radiofonico di Deutschlandfunk "The Virus Trail, Part 2, the Laboratory Hypothesis": l'ipotesi del laboratorio ha avuto un'ascesa fulminea a partire dalle profondità dei social network per arrivare al briefing della stampa della Casa Bianca: all'epoca, Donald Trump era in carica. Dice di avere le prove che il Sars-Cov-2 è stato creato in un laboratorio dai cinesi. Ma non vuole rivelarlo. «Non posso dirlo. Non mi è permesso dirlo. A differenza di Trump, la grande maggioranza degli scienziati non crede molto nell'ipotesi di laboratorio. Per gli esperti dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, rimane estremamente improbabile dopo una prima missione di indagine a Wuhan. Più su questo, nel programma Deutschlandfunk in questione.»

[*9] - Perché questo non è degno di nota da parte di Aumercier e Grohmann?

[*10] - Questa evoluzione verso una bassa patogenicità e quindi, si spera, la fine di questa pandemia, sta arrivando con la variante omicron. Ma si tratta di qualcosa di diverso dalla ristretta ignoranza di un pericolo che finora è stato molto reale.

[*11] - Parola chiave: progetto cinese della Via della Seta.

[*12] - Nel "campionato mondiale" di autocelebrazione, è proprio la Germania Ovest che gioca un ruolo di primo piano, ma senza alcun fondamento.

[*13] - C'è almeno un punto su cui il "terrore di Stato cinese" differisce chiaramente dall'Occidente, cioè la questione della vaccinazione. Contrariamente alle campagne di disinformazione e di denuncia contro i non vaccinati qui, non esiste una vaccinazione obbligatoria contro il Sars-CoV-2 in Cina. Le autorità sanitarie cinesi hanno notato e comunicato fin dall'inizio l'inadeguatezza dei vaccini in termini di immunità sterile, e quindi la loro utilità per il contenimento o l'eliminazione del virus. La vaccinazione è stata lasciata alla discrezione di ogni individuo, in modo perfettamente adeguato e razionale, con il solo scopo di migliorare la protezione individuale.

[*14] - Potrebbe essere questo il prossimo campo minato per "scioccare" la gente? In vista delle attuali aggressioni della NATO, un'analisi di questi eventi sarebbe davvero di grande rilevanza.

[*15] - Vedi: https://www.leparisien.fr/international/coronavirus-deux-citoyens-journalistes-disparaissent-a-wuhan-pekin-accuse-de-censure-11-02-2020-8257686.php : "sono segnalati come scomparsi dai loro parenti".

[*16] -  Vedi https://www.rfa.org/english/news/china/crackdown-01132021105640.html ; https://www.rfa.org/english/news/china/covid19-detentions-06102021104346.html ; vedi anche: https://www.rfa.org/english/news/china/covid-india-05042021083521.html : «Il 28 dicembre 2020, la giornalista cittadina Zhang Zhan è stata condannata a quattro anni di reclusione dal Tribunale del Popolo del distretto di Pudong, che l'ha ritenuta colpevole di "aver creato liti e fomentato problemi", un'accusa frequentemente usata per colpire i critici del governo. (...) Nel frattempo, Chen Mei e Cai Wei, che hanno cercato di preservare le informazioni censurate di COVID, sono ancora in detenzione, ha detto CHRD. (...) La Cina è stata tra i più grandi carcerieri di giornalisti al mondo nel 2020, continuando un modello di controllo statale totale sui media iniziato sotto Xi, con più di 100 giornalisti e blogger attualmente dietro le sbarre, secondo il gruppo per la libertà di stampa con sede a Parigi, Reporter senza frontiere» (RSF).

[*17] - Vedi: https://chuangcn.org/2020/11/interview-with-asia-art-tours/

[*18] - Vedi Jue Jiang, «Una questione di diritti umani o di sinistra umana? - la "guerra del popolo contro il COVID-19" sotto il sistema di "gestione a griglia" in Cina», Journal of Contemporary China, 2021.

[*19] Vedi: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7900645/

[*20] - See: https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.05.28.20116012v1

[*21] - Vedi: https://www.rfa.org/english/news/china/doubts-02172021092531.html

[*22] - Vedi: https://www.lefigaro.fr/flash-eco/malgre-le-covid-la-chine-signe-une-croissance-positive-en-2020-20210118

[*23] - https://www.wsws.org/en/articles/2021/12/14/hluo-d14.html

mercoledì 12 gennaio 2022

I miracoli di Sam !!

Un libro pubblicato nel 1998 raccoglie alcuni dei vari scritti sparsi di Harold Pinter, premio Nobel nel 2005: si intitola "Various voices : sixty years of prose, poetry, politics, 1948-2008".
Di tutti gli scritti, due sono dedicati a Samuel Beckett, il primo del 1954, intitolato "Samuel Beckett", e il secondo del 1990, intitolato "A Wake for Sam", ed è il testo di un omaggio televisivo trasmesso dalla BBC. «Quanto più lui mi sfrega il naso nella merda, tanto più io gli sono grato», scrive Pinter a proposito di Beckett nel 1954 (ricordando che "Aspettando Godot" venne pubblicato nel settembre del 1952 e fu rappresentato per la prima volta nel gennaio del 1953). «Non lasciava niente di intentato» (p. 55).

In quello che poi sarà il suo tributo del 1990, Pinter racconta di aver incontrato Beckett solo nel 1961, a Parigi: «era stato estremamente amichevole. Non immaginavo che guidasse così tanto velocemente», scrive Pinter: con la sua piccola Citroën lo aveva portato da un bar all'altro per tutta la notte, sempre molto velocemente. Alla fine verso le quattro del mattino si erano fermati in un posto a Les Halles, dove avevano mangiato una zuppa di cipolle. «Ero talmente stravolto», scrive Pinter, «che a un certo punto appoggiai la testa sul tavolo». Quando l'alzò, Beckett non c'era più; «forse era stato tutto un sogno», pensa Pinter. Quasi un'ora dopo, vede Beckett che torna con una borsa:«Ho girato tutta la città a cercarlo, e alla fine l'ho trovato», mi dice Sam. Dentro la borsa, aveva un barattolo di aspirina, scrive Pinter, che fece davvero dei miracoli. (p. 56).

fonte: Um túnel no fim da luz

martedì 11 gennaio 2022

Scriverci sopra …

Questo è un libro sulla storia dei libri: libri di fumo, di pietra, di argilla, di giunchi, di seta, di pelle, di alberi e, ultimi arrivati, di plastica e di luce. Ma è anche un libro di viaggio che percorrendo le rotte del mondo antico fa tappa tra i canneti di papiro lungo il Nilo, sui campi di battaglia di Alessandro, tra le stanze dei palazzi di Cleopatra, nella Villa dei papiri di Ercolano prima dell’eruzione del Vesuvio, sul luogo del delitto di Ipazia, e poi nelle scuole più antiche dove si insegnava l’alfabeto, nelle prime librerie e nei laboratori di copiatura manoscritta, fino ad arrivare davanti ai roghi dove sono stati bruciati i libri proibiti, ai gulag, all’incendio della biblioteca di Sarajevo e ai sotterranei labirintici di Oxford. Papyrus è un racconto personalissimo, dove l’esperienza autobiografica si intreccia a evocazioni letterarie e a storie antiche, e dove un filo invisibile collega i classici con il frenetico mondo contemporaneo e i dibattiti più attuali: Erodoto e i “fatti alternativi”, Aristofane e i processi agli umoristi, Tito Livio e il fenomeno dei fan, Saffo e la voce letteraria delle donne, Seneca e la post-verità. Ma questo libro è soprattutto una favolosa avventura collettiva che ha come protagoniste le migliaia di persone che nel corso del tempo hanno salvato e protetto i libri: cantori, scribi, miniatori, traduttori, venditori ambulanti, insegnanti, maestri, spie, ribelli, suore, schiavi, avventurieri... lettori al riparo delle montagne o di fronte al mare in tempesta, nelle grandi capitali dove l’energia si concentra o nelle comunità più remote dove il sapere si rifugia quando infuria il caos.

(dal risvolto di copertina di: Irene Vallejo, "Papyrus. L’infinito in un giunco. La grande avventura del libro nel mondo antico". Bompiani, pagg. 576, € 24)

L’avventura ebbe inizio in biblioteca
- «Papyrus» è un meraviglioso affresco su come l’umanità abbia tramandato memoria, sapere e pensieri attraverso rotoli e codici - 
di Luigi Sampietro

Niente di nuovo sotto il sole; ma è una bella, bellissima giornata. Fuor di metafora, di quel che si parla nel volumone di Irene Vallejo, Papyrus, tradotto dallo spagnolo in 30 lingue e in cima alla lista dei libri più venduti in diversi Paesi, credo che i professori di greco e di latino sappiano già tutto. Ma non i lettori. Ed è invece ai lettori che chiunque scriva si rivolge, o dovrebbe rivolgersi, in primo luogo. Sempreché, beninteso, non si tratti di materia scientifica, ovvero di ipotesi o nuove teorie da sottoporre al vaglio di chi se ne intende.
I lettori “comuni” - gli unici che abbiano diritto a questo nome, essendo gli altri, quelli “non comuni”, da noverare come compagni di viaggio o concorrenti di chi scrive - sono infatti quelli che pagando di tasca propria acquistano il diritto di essere informati in maniera adeguata.
Il guaio è che molto spesso un libro di saggistica, e cioè di riflessione su di un dato argomento, che non sia scritto nel gergo iniziatico di una qualche setta o corporazione - e magari con una sintassi che ha l’effetto di un diserbante - è visto come un sottoprodotto. Un’opera di divulgazione. Come se, da Bertrand Russell a Paul Tillich, e da Mario Praz a Panfilo Gentile e Cesco Vian non ci fossero esempi di libri di “haute culture” concepiti e messi in opera in un linguaggio comprensibile da chiunque sappia leggere e scrivere (con la riserva, beninteso, di andare poi a cercare sul dizionario le parole di uso non proprio comune).
Irene Vallejo è una filologa classica con tutti i quarti di nobiltà richiesti per parlare in maniera autorevole, e non per sentito dire, del mondo antico. Ed è anche particolarmente versata nell’arte della comunicazione. Si esprime in maniera elegante e soprattutto precisa, con garbo e talora quasi con civetteria; consapevole sempre che il compito di chi scrive non è di compiacere il lettore abbassandosi, bensì di conquistarlo elevandone la mente e lo spirito.
Papyrus non è un trattato e non ha una tesi da dimostrare, salvo il fatto che noi - a differenza, per fare un esempio, di importanti civiltà come quella degli inca che non conosceva la scrittura così come ora la si intende - siamo quel che siamo, nel bene e nel male, grazie alle biblioteche. Cioè, ai libri. Parola generica, dal latino librum, con la quale si indicava la parte più interna e morbida della corteccia, che nel papiro e nel lino si presenta sotto forma di lamina fibrosa. Adatta per scriverci sopra.
Il Papyrus della Vallejo è molte cose messe insieme, compreso un dialogo socratico tra sé e sé a proposito dei vari argomenti, ed è soprattutto un racconto. La storia meravigliosa di come, fin dalla notte dei tempi, i nostri antenati siano riusciti a serbare memoria di se stessi e poi a condividere, cioè comunicare, il visibile e l’invisibile - i pensieri e le emozioni - prima con la voce e poi per iscritto su una quantità di supporti diversi. Il fumo, la pietra, la terra, la terracotta, le foglie, i giunchi, la seta, la pelle, gli alberi e poi gli stracci che diventano carta; e, infine, la luce che proviene dall’interno del moderno e-book.
In principio fu Omero con i suoi canti epici. E tuttavia - precisa la Vallejo - «più che un inizio Omero è stato un finale». Appartiene a un’epoca in cui l’espressione letteraria era soltanto orale, «i poemi venivano recitati in pubblico e ogni poeta poteva servirsi in libertà dei miti e dei canti della tradizione, ritoccarli, sbarazzarsi di ciò che non piaceva, incorporarvi altri personaggi e avventure, e perfino versi che magari aveva ascoltato da altri cantori».
Non c’era il copyright e si può supporre che quei «poeti analfabeti abbiano creato centinaia di opere perdute per sempre». Ma con l’avvento della scrittura, nella seconda metà dell’VIII secolo a.C., «niente fu più come prima». A Socrate, per fare un esempio, la cosa non piacque; perché - diceva - avrebbe impedito al lettore di interloquire come a lui invece piaceva che facessero i suoi ascoltatori nelle taverne e sulla pubblica piazza. Ma tant’è. Quel che seguì alla fatale invenzione è un percorso che arriva fino a noi e che la Vallejo fa iniziare in medias res, con la costruzione della biblioteca di Alessandria. Il tentativo di accumulare lo scibile universale in un solo edificio e a un prezzo difficilmente immaginabile oggi, se solo si pensa che ogni rotolo di papiro, non esistendo la stampa, doveva essere copiato a mano da uno scrivano.
L’età della scrittura era cominciata, seppure per scopi non propriamente letterari, attorno al 5000 a.C. con i sumeri della Mesopotamia ed era continuata con gli antichi egizi. Ma entrambi i casi - scrittura cuneiforme e geroglifici - presentavano un inconveniente. Erano infatti migliaia i simboli che gli scribi dovevano tenere a mente e pochissimi erano in grado di farlo. La svolta avvenne con i fenici. Inventarono l’alfabeto. La trascrizione fonetica - i suoni di un certo numero di consonanti - in luogo dei segni che si rifacevano al disegno idealizzato dell’oggetto da rappresentare. La casta degli scribi perdette gran parte del suo potere e a copiare i libri furono adibiti gli schiavi. Sapienti ma inoffensivi. E però questo non è che il seme - il dato di partenza - di un libro ricco di informazioni e curiosità su di un mondo che la Vallejo ripulisce con sapida disinvoltura dalla polvere del pregiudizio; e del quale trarrà profitto sia chi, a scuola, i classici greci e latini non li ha studiati, sia chi, avendo frequentato il classico con tutt’altro per la testa, non si fosse reso conto della rara perla che aveva davanti a sé. Leggere per credere.

- Luigi Sampietro - Pubblicato su La Domenica del 5 dicembre 2021 -

lunedì 10 gennaio 2022

Tra il feticismo dell'azione e il trambusto etico !!

Dal Lockdown light, passando per la vaccinazione, fino alla morte da liberi nella certezza giuridica
- Osservazioni sul coronavirus fatte a partire dalla prospettiva della critica della dissociazione-valore -
di Herbert Böttcher

Nota preliminare:
Questo testo riunisce le riflessioni emerse durante la pandemia di coronavirus nell'ambito della Rete Ecumenica Rhein-Mosel-Saar e della rivista "exit!" [*1]. Queste riflessioni portano a una critica di ciò che sta accadendo durante la prevedibile quarta ondata. Mentre all'inizio della crisi del coronavirus, l'attenzione si concentrava principalmente sulle discussioni circa le misure statali per contenere il virus, nel decorso della crisi anche gli attori statali hanno sempre più seguito, o adottato, l'appello alla libertà nel quadro della normalità capitalista. Tuttavia, a causa della morte in massa delle persone, si è dovuto tornare a misure - ora ancora più diffuse - atte a proteggere la salute delle persone o, più precisamente, ad alleggerire il sistema sanitario, che sta raggiungendo i suoi limiti, senza però abbandonare la retorica della libertà e della normalità. La prima parte del testo ha costituito la base per un intervento fatto al seminario di "exit!" nell'ottobre 2021, nel fuoco della quarta ondata, ed è servito come base per una sua presentazione all'Assemblea della Rete Ecumenica, nel novembre 2021.

Sulla diffusione del coronavirus
Con il diffondersi del coronavirus, dappertutto nel mendo le persone soffrono e muoiono in condizioni indegne. I più colpiti sono coloro che sono "superflui" nelle condizioni capitalistiche. Ciò è vero sia per quanto riguarda la diffusione incontrollata del virus (senzatetto, alloggi angusti, lavoro precario e informale, case di riposo) sia per quanto riguarda le misure per contenerlo. Il virus «si intreccia con le "pandemie" di povertà, disuguaglianza, violenza patriarcale, militarizzazione, autoritarismo, isolamento» [*2]. Questa cosa non deve essere fatta scomparire nascondendola dietro i numeri, per evitare che le persone siano a loro volta ridotte ulteriormente anch’esse a dei numeri, e trasformate in campioni per i modelli delle statistiche. Il virus e le misure per contenerlo vengono, per così dire, sovrapposte alle relazioni capitalistiche di crisi, e agiscono come un loro acceleratore. Se le considerazioni sulla zoonosi sono corrette, il virus può aver avuto origine nel contesto dei rapporti di produzione capitalistici (sfruttamento eccessivo della terra, produzione animale, allevamento di massa, ecc. ai fini della produzione di carne), e delle relazioni naturali associate a tali rapporti di produzione [*3]. Dopo di che si è diffuso attraverso quelli che sono invece i rapporti di distribuzione capitalista. In tutto questo processo, si è andato a scontrare con dei sistemi sanitari inadeguati o parzialmente privatizzati, minati dall'austerità e, nelle regioni di crisi della periferia, dalla dissoluzione sia del mercato che delle strutture statali.

Il ritorno del primato della politica?
Si pretende che il virus venga affrontato da una politica che sta sempre più spegnendosi, man mano che diminuiscono i finanziamenti e le opzioni di azione nella crisi. Le somme astronomiche del debito - incluso il suo potenziale inflazionistico, ulteriormente potenziato proprio a causa degli aiuti economici adottati nel contesto della crisi del coronavirus - alimentano la formazione di bolle, senza che possano essere compensate dalla produzione di valore futuro. L'obiettivo delle misure statali, nella loro combinazione di aiuti, riduzione dei contatti e vaccinazione, è quello di assicurare il quadro del sistema capitalista e di ripristinarne la sua normalità. La politica non segue uno schema rigido. Prima dei lockdown, il virus è stato o ignorato o minimizzato. Le misure politiche che si sono susseguite dopo, sono state segnate da contraddizioni. Mentre alcuni settori come quelli orientati principalmente all'esportazione sono stati lasciati fuori, le restrizioni hanno riguardato soprattutto la ristorazione, l'industria degli eventi e del tempo libero, il settore culturale e la profilassi dei contatti sociali. Quest'ultima in particolare, ha colpito in maniera inaccettabile le persone che si trovavano nelle istituzioni sanitarie e di assistenza. Mentre alcuni settori economici "chiusi" hanno ricevuto degli aiuti statali, questo non è successo con le persone costrette a vivere in contesti sociali precari.
I problemi sociali e psicosociali associati ai "lockdown", come quello relativo all'isolamento degli anziani e dei malati; alla limitazione dei contatti sociali; alle conseguenze della chiusura delle scuole soprattutto per i bambini socialmente svantaggiati; all'aumento della violenza domestica; alla depressione e ai disturbi d'ansia ecc. tendono tutti a essere ignorati dai sostenitori delle «misure di contenimento» e vengono presentate dai critici come se fossero un argomento contro tali misure - senza, naturalmente, considerarle in quanto «malattie preesistenti» che vanno viste nel quadro della normalità capitalista, come ad esempio le divisioni sociali e gli svantaggi sociali nel sistema educativo; le condizioni abitative anguste; lo stress psicologico dovuto all'intensificazione del lavoro; le condizioni di lavoro precario ecc. Il virus ha attaccato le «condizioni preesistenti», soprattutto nel cosiddetto «mondo dei due terzi della popolazione  mondiale». Ha così avuto effetto su delle condizioni di vita già segnate da carestie e da guerre, distruzione di mezzi di sussistenza e fuga. Tutti questi problemi sono stati esacerbati dal virus. Ma le misure contro il suo propagarsi colpiscono però anche quelle persone che dipendono in modo particolarmente difficile dalle loro occupazioni informali, senza poter compensare nemmeno parzialmente le perdite attraverso gli aiuti statali.
A fronte degli aiuti statali e delle misure di protezione, alcuni sognano il ritorno del primato della politica. Tuttavia, nella realtà politica, quello cui abbiamo assistito è stato un confuso avanti e indietro tra "lockdown" e “allentamenti”. Ciò riflette i limiti dell'azione politica nel dover conciliare la proclamata protezione della salute con le necessità sistemiche della produzione e del consumo capitalista. Già durante la crisi del capitalismo - soprattutto nel collasso del sistema finanziario - era diventato evidente che, secondo quello che era il corso della crisi, si verificavano dei cambiamenti sempre più rapidi e diffusi tra le polarità del Mercato e dello Stato, dell'Economia e della Politica, in cui si passava dalla "libertà" alla regolamentazione. Ed è qui che diventa chiaro come ora anche questa "interazione" raggiunga i suoi limiti, e porti così a un'azione politica sempre più diffusa. Nell'intreccio di "allentamenti" e di "lockdown", la crisi del coronavirus non viene nemmeno «messa sotto controllo».
In alcuni settori di sinistra, o di sinistra-liberale, quello che viene supposto come un ritorno del primato della politica, è stato sospettato di usare il coronavirus per attuare degli obiettivi autoritari, fino allo stato di eccezione. Allorché si è fatto riferimento allo stato d'eccezione, ecco che il legame costitutivo tra capitalismo e democrazia, tra repressione e liberalismo, nel definire una critica alle misure relative al coronavirus (soprattutto tra i critici della sinistra liberale) è svanito [*4]. Non si è prestata quasi nessuna attenzione alle limitazioni del diritto di manifestare, che sono state approvate principalmente dal governo statale «liberale quanto il coronavirus» della Renania Settentrionale-Vestfalia, al fine di integrare la severa legge di polizia già in vigore dal 2018 (per esempio, limitazione della libertà di riunione, ampie possibilità di regolamentazione e sorveglianza da parte della polizia) [*5]. L'intensificazione della repressione contro i rifugiati, come nel caso delle deportazioni forzate collettive dalla Grecia alla Turchia, imposte sotto la pressione della crisi del coronavirus, e l'intensificarsi della persecuzione penale dell'asilo dato dalla Chiesa, in gran parte sono passate inosservate. La religione che viene vissuta in pratica attraverso l'asilo dato dalla Chiesa, ovviamente non rientra nella libertà (religiosa) che viene richiesta contro le misure del coronavirus. Negli ultimi decenni, lo stato di eccezione dei rifugiati è diventato il loro stato normale. Qui viene già eseguito ciò che minaccia tutti coloro che sono diventati "superflui". C'è da temere che le misure statali autoritarie, implementate tenendo d'occhio il coronavirus, o comunque nell'ombra del coronavirus, vengano applicate anche in altri contesti sociali, e siano accompagnate da un crescente inselvaggimento degli apparati di polizia e giudiziari (corruzione, connessioni mafiose, reti di estrema destra, ecc.) Nel processo, lo «stato d'eccezione», che difficilmente può essere imposto a lungo termine dalla politica, rischia di trasformarsi in un inselvaggimento politico e sociale, come si può osservare in quei governi politicamente autoritari che ignorano la pandemia, come in Brasile o in Ungheria.

Media
Il diffondersi della situazione sociale si riflette anche sul panorama mediatico. Non funziona in maniera uniforme. I media attraggono l'attenzione soprattutto quando gli opposti sono riprodotti o messi in scena nel modo più emozionante possibile. È quello che è avvenuto con le discussioni sul "lockdown" e con quelle sull'allentamento, soprattutto quando i sostenitori delle restrizioni e quelli che chiedono allentamenti sempre più ampi (soprattutto i rappresentanti dei singoli settori), insieme ai "periti" corrispondenti, sono stati messi l'uno contro l'altro. I talk show, nella loro ricerca di intrattenimento e di attenzione, non esitano a far sì che perfino le voci più bizzarre e assurde ottengano la parola.
Sotto il manto dell'equilibrio democratico, quella che viene inscenata è la disinformazione, insieme a una «cultura della discussione» talmente aperta da tutti i lati che - in quanto forma elevata del discorso democratico -  rende perfino possibile, dopo tutto, che si possa discutere se la Terra sia davvero una sfera oppure forse un disco. «È sbagliato dare la parola ai ciechi. Lo abbiamo fatto giornalisticamente fin dall'inizio e facendolo abbiamo causato enormi danni», sostiene Dirk Steffens, giornalista e presentatore di "Terra X", parlando a Redaktionsnetzwerk Deutschland (RND) circa il modo in cui i media trattano il coronavirus e i negazionisti del clima. Si è potuta osservare una campagna mediatica piuttosto uniforme - sebbene divisa in diverse fasi - sui media del gruppo Springer. Si sono opportunamente trasformati in difensori della libertà contro uno Stato autoritario e hanno mobilitato gli "esperti" corrispondenti a questo.

A proposito dell'etica e altre contraddizioni
I comitati e le commissioni etiche vengono richieste allorché si tratta di stabilire un'armonia con le condizioni della normalità capitalista. Tutto il «trambusto etico» (Roswitha Scholz) punta a stabilire delle norme etiche generali, come quella relativa alla «protezione della salute», oppure delle linee guida etiche del genere «la vita non è il bene supremo» (Schäuble), e lo fa a partire dalla loro funzionalità sistemica [*6]. I discorsi etici diventano un test sulla compatibilità che i valori e le norme supposte come universali hanno con quelle condizioni che vengono a loro volta presupposte come una norma indiscutibile (normalità). Sottolineando che la vita non è il bene supremo, ed è in un modo o nell'altro definita e delimitata, la crisi del coronavirus ha come scopo quello di aprire la strada alla normalità capitalista - anche a costo di aprire la strada al darwinismo sociale. In maniera analoga alla problematizzazione della mortalità della vita «in sé», l'illusione del controllo sulla natura è stato identificato, biopoliticamente, come un problema etico. Ma non è solo la mania biopolitica (controllo della natura) per la vita funzionale ed efficiente e il suo prolungamento a qualsiasi prezzo, a essere un problema biopolitico, ma lo è anche il lasciar morire in maniera sistematicamente funzionale; soprattutto, dati i costi associati alla conservazione della vita "superflua". Nella logica dell'etica kantiana, questo può perfino diventare un dovere. In un tale contesto, denunciare la recalcitranza rispetto al trapasso e al morire non è meno cinico del riferirsi alla mortalità della vita «in sé».
È improbabile che all'inizio della crisi del coronavirus, i politici si siano preoccupati di proteggere gli anziani e i fragili particolarmente vulnerabili. Probabilmente, era più facile che gli "anziani" venissero considerati come un serbatoio elettorale, ma si temeva anche lo scandalo che ci sarebbe stato nel caso del verificarsi di una «morte in massa». In maniera analoga, gli appelli alla solidarietà [*7] non erano credibili. Alla stessa stregua del sogno di un ritorno al primato della politica, ci sono stati alcuni che hanno sognato un ritorno a una società solidale, la quale mostrasse considerazione per i suoi "vulnerabili" e "fragili", e mostrasse "apprezzamento" per chi si prendeva cura di loro (per lo meno applaudendo dai balconi) o chi si metteva al servizio di altri durante il "lockdown". Una tale solidarietà, tuttavia, si è rivelata tanto più fragile quanto più grande era la pressione economica e psicologica che spingeva a tornare alla normalità capitalistica. Il fatto che i sentimenti di solidarietà esasperati si fermassero (almeno politicamente) alle frontiere del proprio paese, è stato dimostrato dalla lotta per la distribuzione globale dei vaccini. Qui impazza un «nazionalismo vaccinale» che inoltre rimane anche cieco alle conseguenze nei termini di  quella che è la propria situazione. A tal proposito, la cosiddetta legge sui brevetti serve a creare «sicurezza legale».
Così come è avvenuto per l'autoreferenzialità del capitale, anche gli individui formattati dall'autoreferenzialità vengono improvvisamente presunti come se fossero di nuovo solidali [*8]. Tuttavia, non è che si può improvvisamente girare l'interruttore, e convertire così l'autoreferenzialità in solidarietà! Con l'intensificarsi della concorrenza in regime di crisi, tuttavia, questo corrisponde esattamente alla quadratura del cerchio: «Le persone (devono) essere contemporaneamente egoiste e altruiste, simultaneamente assertive e cooperative; competitive e solidali [...] allo stesso tempo [...] devono essere [...] povere e ricche, [...] parsimoniose e sprecone, [...] grasse e magre, ascetiche ed edonistiche», come aveva già formulato Robert Kurz scrivendo in relazione agli sviluppi postmoderni [*9].
Il collasso dei sussidi capitalistici, nelle polarità tra economia e politica, soggetto e oggetto, si trova a essere ancora una volta accelerato a causa della crisi del coronavirus. Il confuso avanti e indietro tra le polarità diventa sempre più rapido e trasversale a quelli che sono i pacchetti di misure. La stessa cosa vale per i soggetti. Essi sono combattuti tra libertà e repressione, tra autoaffermazione e solidarietà, sentimento dell'io e sentimento del noi. Le contraddizioni si riversano in modo erratico e trasversale sui gruppi e sui soggetti individuali, e difficilmente possono essere risolte - soprattutto in una società formattata a partire dall'assenza di riflessione. I soggetti, resi vuoti e inconsistenti dal collasso del lavoro e dalla dissoluzione delle misure di sostegno capitalistiche, rischiano di precipitare - socialmente e nella loro "identità" - in un «vuoto metafisico». E questo è tanto più vero a partire dal fatto che le misure relative al coronavirus hanno ristretto i contatti sociali e hanno tagliato la compensazione attraverso gli eventi e i divertimenti, in modo che così le persone sono state rigettate più direttamente nel vuoto che si intensifica con la crisi della socializzazione capitalista.

Alla ricerca di certezze identitarie
La "incoerenza" della socializzazione della crisi capitalista e della sua mediazione con i soggetti, che con il coronavirus si è intensificata ancora una volta, porta a cercare rifugio nelle certezze identitarie. Menzioniamone brevemente alcune:

* - Di fronte alla minaccia di una crisi permanente, diventata ancora più acuta con il coronavirus - che va dalla paura di non avere successo a quella di morire, e arriva fino alla paura della crisi climatica - le esperienze e le paure legate alle necessità, all'impotenza e alla malattia vengono negate e represse, e la propria genialità viene immaginata nella megalomania narcisistica. L'individuo umiliato e offeso può ergersi gloriosamente di fronte al coronavirus - diventare un eroe della libertà, e nella sua illuminazione o nella sua scoperta esoterica della verità, tanto interiormente quanto in connessione con il cosmo, con «le stelle» - in piedi contro la ristrettezza mentale degli stupidi e/o dei manipolati. Le fantasie complottiste riducono la complessità, eliminano l'incertezza e tengono insieme la paura e l'aggressività.

* - Le misure per contenere il virus recano in sé anche delle offerte di certezza dell'identità - soprattutto per una classe media sempre più precaria. Le paure esistenziali, e persino il sospetto che tutta la riproduzione sociale e la normalità crollino, possono essere proiettate sulla lotta contro il coronavirus. Nelle misure contro il virus, così come nelle vaccinazioni, sembra esserci come un ritorno a una capacità d'azione che si scontra sempre più con i limiti immanenti alla crisi.

* - Quasi tutti concordano nel voler tornare alla libertà della normalità capitalistica: alcuni attraverso la via della protesta contro le misure, altri attraverso delle misure difensive che culminano nella vaccinazione, e che il ministro della salute Spahn loda con lo slogan: «Ci stiamo vaccinando per tornare alla libertà».

* - Da una presunto angolatura di sinistra liberale emancipatrice, l'appello alla libertà risuona come se fosse un appello alla democrazia, ai diritti liberali e ai diritti umani. Demirovic vuole negoziare democraticamente il modo in cui affrontare l'epidemia ed enfatizza, mettendolo in rilievo: «Manteniamo la nostra libertà, e prendiamo delle decisioni che possano essere autoritarie, liberali, social-darwiniste o autonomiste-socialiste». [*10] In termini di diritti umani democratici va tutto bene, inclusa una scelta a favore del darwinismo sociale.

Focus sulla quarta onda: il peggio è sempre possibile
Attualmente (21 novembre), siamo nella quarta ondata. In Germania,  tra il 23.10 e il 9.11.21 il numero di decessi da coronavirus registrati quotidianamente è aumentato di dieci volte, da 23 a 237, [*11] e ha continuato ad aumentare in seguito, e continuerà ancora ad aumentare drammaticamente. Il limite di centomila morti per coronavirus è stato appena superato. «La Germania non sta affatto vivendo un déjà vu con il secondo inverno da coronavirus. La Germania sta vivendo un disastro senza precedenti», commenta il Kölner Stadt-Anzeiger. [*12] In una situazione simile, il parlamento tedesco, su istigazione della nuova coalizione-semaforo, dichiara che l'emergenza epidemica è finita.
Nel nuovo disegno di legge della coalizione-semaforo circa le misure che possono essere prese, secondo Franz C. Meyer, professore di diritto pubblico, di diritto europeo e internazionale all'Università di Bielefeld, si può già pensare a rimuovere delle misure. Rimangono solo: i requisiti di distanziamento, le mascherine obbligatorie, i regolamenti per i vaccinati, per i guariti e quelli negativi al tampone, le misure igieniche, la tracciabilità dei contatti, i requisiti per frequentare scuole e università. [*13] La gestione della pandemia viene trasferita principalmente al livello degli stati federali, e la lista delle restrizioni che non sono più possibili è lunga: nessuna restrizione di uscire di casa o di contatto, nessun divieto o restrizione ai viaggi, iniziative culturali e gastronomiche, nessuna chiusura o restrizione alle imprese, università, scuole, asili .... [*14] Ai Länder rimane solo un elenco ancora più piccolo di misure che, «a causa del loro basso livello di intervento», possono anche essere decise dai governi statali senza il consenso dei parlamenti statali. Se i singoli Länder inaspriscono le loro misure di protezione contro la diffusione del virus, allora useranno la legge sulla protezione dalle infezioni, che, per farlo, è ancora in vigore fino al 15 dicembre.
L'emendamento è giustificato dalla creazione della certezza del diritto. Serve a garantire che le misure passino anche in tribunale. Tuttavia, le misure individuali non sono state annullate per mancanza di base giuridica - come sostenuto dai partiti della coalizione - ma perché i tribunali le hanno trovate sproporzionate nella loro applicazione. La critica non riguardava la mancanza di una base giuridica, ma si riferiva piuttosto alla loro applicazione nei casi singoli. Secondo Meyer, una sentenza del tribunale amministrativo bavarese (VGH), cui il politico FDP Buschmann ha fatto espressamente riferimento più volte, «rende molto chiaro che nel contesto dell'epidemia ci possono essere anche, forse addirittura dovrebbero esserci, basi legali molto aperte. Solo quando si tratta di misure concrete si pone la questione decisiva della loro proporzionalità nel caso specifico. ... L'argomento della certezza del diritto è quindi evidentemente sbagliato, soprattutto perché altra giurisprudenza non indica che le basi rilevanti siano messe in discussione». [*15] Nella nuova coalizione- semaforo, ha ovviamente prevalso la FDP, assistita dai Verdi, che si sono associati al liberalismo borghese, e - nella buona tradizione socialdemocratica adattata - apparentemente senza resistenza anche dalla SPD. Sono tutti a favore della "libertà" - nel quadro della normalità capitalista, naturalmente. Gli slogan di libertà si possono sentire, di conseguenza,  allorché si tratta di tornare il più rapidamente possibile alla normalità capitalista borghese. Ma quando si tratta di restrizioni al diritto di manifestare, di repressione contro i rifugiati ecc., l'FDP e i membri della coalizione che sono insieme a lei seguono l'autoritarismo, fino allo stato di eccezione alle frontiere europee e nei campi profughi. Libertà per i "normali", repressione e morte per coloro che sono diventati "superflui" nel quadro della libertà di mercato. È questa la logica neoliberale a partire dalla quale lo stato sociale è stato smantellato e lo stato di polizia è stato costruito, come ad esempio in Cile sotto Pinochet fin dai primi anni '70; secondo lo slogan liberale social-darwinista: lo stato sociale schiavizza, lo stato di polizia libera. Ciò dimostra quanto velocemente il liberalismo possa allearsi con sistemi autoritari e persino fascisti. [*16]
Contro le misure di protezione dal virus, l'ideologia individualista e antisociale della libertà viene ora propugnata dai liberali di varie tonalità. Questa ideologia intellettualmente semplicistica ha il suo prezzo. Secondo la logica della storia social-darwinista del liberalismo, essa è a carico di coloro che hanno in mano le carte peggiori nella lotta per l'esistenza. [*17] Non c'è bisogno di alcun «trambusto etico», dal momento che la libertà liberale è auto-evidente, e il soggetto autonomo e consapevole si trova al di sopra della mediazione sociale. Le crisi vengono ignorate e negate quando sono in conflitto con le coercizioni sistemiche, e quando contraddicono l'immagine liberale, che il soggetto responsabile e conforme al sistema ha di sé.

Libertà per il darwinismo sociale
In una società neoliberale, nella quale gli individui devono assumersi in prima persona la responsabilità della propria auto-ottimizzazione al fine di essere equipaggiati per affrontare la lotta per l'esistenza, una libertà con connotazioni darwiniste sociali diventa altamente plausibile. Tenendo conto del coronavirus, il prezzo di questa libertà è pagato da:
* - coloro che muoiono di coronavirus nelle unità di terapia intensiva, così come da coloro che non possono essere curati - o possono essere curati solo troppo tardi - per malattie acute, come ad esempio attacchi cardiaci o ictus, o lesioni gravi;
* - quelli che vengono sovraccaricati, come i medici e gli infermieri nelle unità di terapia intensiva;
* - tutti coloro che non possono essere protetti per mezzo della vaccinazione e, infine ma non meno importante;
* - i bambini sotto i 12 anni, che non possono (ancora) essere protetti grazie alla vaccinazione, e le cui condizioni mediche sono altrettanto gravi di quelle degli adulti, sebbene sembrino verificarsi meno frequentemente: sminuire questo come se fosse un «rischio generico per la vita», come il governo della Renania-Palatinato ha formulato anche a luglio, non corrisponde affatto alla realtà.

Secondo il Ministero della Salute della Renania Settentrionale-Vestfalia, l'incidenza del virus tra i bambini da zero a nove anni è di 276, rispetto alla più alta incidenza tra i giovani che vanno dai 10 ai 19 anni (344). [*18] Con l'aumento dell'incidenza, aumenta anche il pericolo, rispetto al quale Michael Hallek, un internista dell'ospedale universitario di Colonia, avverte: «Tutti i pazienti nel reparto di terapia intensiva soffrono terribilmente, e molti giovani muoiono davanti ai nostri occhi» [*19] Allo stesso tempo, è in aumento il pericolo di massicci effetti tardivi. Una delle ragioni principali dell'aumento dell'incidenza tra i bambini e gli adolescenti è quella della vaccinazione non possibile, o troppo tardiva. Invece di proteggere adeguatamente questi gruppi, per esempio negli asili e nelle scuole (filtri dell'aria, maschere, aumento dei test), questi gruppi restano esposti alla contaminazione, e lo strumento della chiusura generale di asili e scuole viene eliminato. Tuttavia, il presidente dell'Associazione tedesca degli insegnanti, Heinz Peter Meidinger, avverte che «la politica non dovrebbe semplicemente accettare il contagio delle scuole». [*20] Dopo che «i vecchi» sono stati protetti dalla vaccinazione per circa 5 mesi, in particolare ora sono i bambini e gli adolescenti a essere minacciati di diventare vittime di una politica di contaminazione, mentre i giovani vaccinati riconquistano la «loro libertà», e si pretende che i non vaccinati siano obbligati a vaccinarsi in nome della libertà. Il prezzo di tutto questo potrebbe essere pagato dai bambini e dai quei giovani che, senza sufficiente protezione, vengono "tenuti" in asili e scuole che sono «rilevanti per il sistema» a causa della "libertà" di lavoro dei loro genitori, e sono stati istruiti per la valorizzazione. E anche «gli anziani» stanno pagando di nuovo il loro prezzo, vale a dire quello di morire a centinaia, dal momento che, nonostante le prime indicazioni, i "booster" non sono stati messi a disposizione in tempo, e le infrastrutture necessarie, sotto forma di centri di vaccinazione, sono state in gran parte chiuse; e vengono riaperte solo ora, quando abbiamo oltre 300 morti al giorno.
I politici tedeschi mostrano di avere un occhio di riguardo per gli scettici della vaccinazione. Questo probabilmente non è dovuto solo al rispetto della "libertà", ma la cosa ha un'origine specificamente tedesca. Non è un caso che la volontà di vaccinarsi sembra essere particolarmente pronunciata nei paesi di lingua tedesca: uno studio della Fondazione Heinrich Böll nel Baden-Württemberg mostra il legame tra le paure esistenziali borghesi, quello che è il cosiddetto ambiente della sinistra alternativa verde e, soprattutto, l'antroposofia. [*21] Questa si trova anche a essere permeata da un "pensiero" esoterico che risale alla filosofia vitalista del XIX secolo, il cui contenuto è, tra l'altro, quello del superuomo di Nietzsche. Così, anche in questo caso, la strada verso il darwinismo sociale si trova a essere spianata e l'azione congiunta con gli estremisti di destra non è più una coincidenza.

Al posto del primato della politica, la politica diffusa
In definitiva, i percorsi social-darwinisti sono espressione dell'auto-abbandono della politica. Dissolvono la polarità esistente tra l'autoregolazione (social darwinista) conforme al mercato e la regolamentazione politica. Così facendo, assecondano l'aggravarsi della situazione di crisi, la quale non può più essere superata nelle polarità conosciute, facendo sì che l'inselvaggimento delle relazioni di crisi faccia il suo corso. Tuttavia, ciò non significa che non ci siano più le contraddizioni delle relazioni, quanto piuttosto che esse si ripresentano:

* - Il motto di Spahn, «Ci vacciniamo per tornare di nuovo alla libertà», si è trovato a essere rapidamente negato dal fatto che la vaccinazione protegge dalla gravità della malattia, ma lo fa sempre meno man mano che la protezione immunitaria diminuisce, e dal fatto che i vaccinati trasmettono il virus ai non vaccinati, cosa che può portare alla malattia nei non vaccinati - e sempre più anche nei vaccinati, soprattutto quelli con un sistema immunitario debole - e a quelle che ne sono le conseguenze. Il ritorno alla "normalità" non è così rapido come Spahn e i predicatori del FDP avevano immaginato. Le promesse di una fine della situazione epidemica, di sempre più allentamenti, «niente più Lockdown», niente più regole per i vaccinati, per i guariti e per i tamponati sul posto di lavoro, e niente più vaccini... si stanno dimostrando avventate e ignoranti della realtà. Hanno manovrato la politica in una situazione in cui i politici preferiscono attenersi a questi discorsi piuttosto che ammettere un errore che costa vite umane. Tuttavia, gli scienziati sono in gran parte d'accordo: ciò che è necessario è un approccio coordinato, che parte dalla vaccinazione, attraverso l'uso diffuso del vaccino o del certificato di vaccinazione, e arriva all'uso di mascherine e chiusure a livello nazionale per contenere o interrompere la quarta ondata. Nonostante tutta la prevedibilità, [*22] ancora una volta per questo non esiste un piano. Al suo posto,invece, la rimozione delle mascherine diventa una sfida alle promesse illusorie, e quindi un'illusione che, con le maschere, anche il virus sia scomparso. La lotta contro le maschere diventa una lotta contro il fatto che la minaccia si rende visibile nelle maschere. Secondo la logica arcaica che dice di uccidere il messaggero a causa delle cattive notizie che porta, la sparizione della maschera ha lo scopo di far sparire il suo messaggio negativo e la sua ragione di essere. La realtà repressa, tuttavia, ritorna con le minacce che stanno diventando di nuovo visibili, e che per legittimarsi metteranno la politica sotto pressione.

* - Insieme al divario tra vaccinazione e sicurezza, ritorna anche la contraddizione tra libertà liberale e responsabilità sociale. Un ritorno spensierato alla "normalità" sarà possibile, tra l'altro, solo quando più persone saranno vaccinate. La questione della vaccinazione non è quindi semplicemente una questione di libertà individuale, ma piuttosto di mediazione della vita dell'individuo con le circostanze. Questo vale anche per quei contesti globali in cui il nazionalismo vaccinale di chi è economicamente "forte" si infrange contro le filiere globali e le rotte commerciali che sono essenziali per il capitalismo globale. La produzione, il commercio e le catene di infezione sono interconnesse in modo tale che possono verificarsi delle carenze di approvvigionamento man mano che il virus si diffonde e che vengono prese misure per contenerlo. Questo ha alimentato contemporaneamente l'inflazione, poiché la scarsità dell'offerta porta a prezzi di mercato più alti. In altre parole, più libertà per il virus, significa meno libertà per l'economia. Il fatto che la diffusione incontrollata del virus sia anche minacciosa per l'economia a lungo termine, è stato nel frattempo riconosciuto dalle associazioni imprenditoriali che stanno di fatto chiedendo misure contro la diffusione del virus; in contrasto con i liberali politici che invece si aggrappano come niente fosse al loro corso di darwinismo sociale.

I politici hanno percepito un vantaggio a breve termine nel loro connettersi con i pensatori trasversali, con i liberali e con alcuni a sinistra che chiedevano libertà. In tale processo, le critiche degli scienziati sono state ignorate tanto quanto lo sono state quelle dei presunti allarmisti e moralizzatori. Tuttavia, sembra essere diventato chiaro agli economisti che pensano a lungo termine che l'economia potrebbe riprendersi solo nel caso riuscisse a domare il virus. In quel momento, la politica si troverà di nuovo di fronte alla situazione di dover cambiare cavallo, vale a dire polarità, con tutti i problemi che questo comporta: dalla perdita di credibilità e di fiducia, per arrivare a quelli che sono i limiti sempre meno manipolabili dell'azione nelle polarità note. Anche questa alternanza di polarità incontra i suoi limiti.
Non si tratta solo degli intervalli di tempo, sempre più piccoli, in cui c'è un confuso andare e venire. Ci sono sempre più segni che la confusione attraversa anche le persone coinvolte. Il co-presidente dell'SPD Esken raccomanda agli Stati di implementare delle misure di chiusura più rigorose, nel senso di un lockdown, finché è ancora possibile. Il ministro della sanità del Nord Reno-Westfalia, responsabile del risanamento neoliberale degli ospedali, cerca di relativizzare la situazione catastrofica degli ospedali, sottolineando che esiste una carenza di personale infermieristico perché troppi di loro stanno rinunciando al lavoro.
Nella politica diffusa, stiamo assistendo a una clamorosa perdita di realtà. Ciò è particolarmente evidente nella compiacente ignoranza delle scoperte scientifiche, che ha portato la politica a scivolare nell'evitabile quarta ondata del coronavirus, e a causare una situazione ancora più drammatica rispetto a quella dell'inverno scorso. Sollevare l'emergenza epidemica nel mezzo di questa ondata è un segno particolare di una tale ignoranza. Si tratta - e qui sta la sua dimensione profonda - di un'espressione della perdita dell'oggetto della politica, dovuta soprattutto al corso della crisi. Non cerca di affrontare un obiettivo, ma si perde nella sua stessa messa in scena. Non si tratta di assumere una posizione riguardo un problema fattuale relativamente all'oggetto, ed agire di conseguenza, ma di mettere in scena sé stesso in maniera attraente. La messa in scena mira ad attirare l'attenzione e l'approvazione. Nel processo, l'obiettivo viene perso di vista. Se la messa in scena manca il bersaglio, il problema non è un errore in materia, ma una comunicazione difettosa, che ha portato a un malinteso. Per esempio, il capo del FDP Linder - che è stato presentato nel "tema del giorno", dal presentatore Zamperoni a partire dalla sua affermazione secondo cui misure come le restrizioni a uscire di casa e per il distanziamento sono inefficaci, «secondo studi scientifici», e che è stato per questo rimproverato dalla scienziata Viola Priesemann - non ha corretto le sciocchezze fattuali che aveva detto, ma si è scusato per essersi espresso in modo equivoco. [*23]
Anche il segretario generale della FDP, Volker Wissing, ha fornito un esempio di una comunicazione simile: «Il nostro sistema sanitario è stabile, l'assistenza sanitaria dei cittadini viene assicurata, e l'emergenza epidemica nazionale può essere revocata», ha twittato - in una propaganda competitiva con quella della Pravda. Quando è stato accolto dall'indignazione di coloro che sottolineavano il numero crescente di contagi e di morti, ha cancellato il tweet, ma non il proposito politico, che era stato imposto in modo controfattuale e andava contro le conoscenze virologiche. Ciò che viene corretto è la comunicazione, non il problema. Questa marcia indietro ricorda le tattiche dell'AfD che, quando le loro tirate razziste e social-darwiniste causano indignazione, essi allora deviano e sostengono di «non aver detto niente del genere».

Il liberalismo politico come "ultimo grido"?
In questa situazione confusa segnata dalla perdita dell'oggetto, il liberalismo politico, con tutto il vuoto della sua fraseologia della libertà, sembra attualmente essere l'ultima ancora di salvezza del personale politico. Non è un caso che, nella crisi attuale, il liberalismo politico - attualmente, una sinistra famiglia spirituale che riunisce AfD, FDP e Verdi, insieme ai socialdemocratici, così come la precedente maggioranza democristiana - sia politicamente il treno preso. Il suo posto originale è stato quello dell'instaurazione del capitalismo. Il suo compito era quello di preparare la strada alla società capitalista, di promettere la libertà ai vincitori e di nascondere i cadaveri, o di giustificarli in quanto prezzo del progresso. Una breve fase occidentale di capitalismo socialmente temperato, è stata seguita dal capitalismo neoliberale allorché la crisi del capitalismo - in quanto crisi della valorizzazione del lavoro - si è intensificata. Quel che promuove è il passaggio dalla responsabilità sociale alla responsabilità personale, ivi compreso l'obbligo all'auto-ottimizzazione. Questa propaganda costituisce l'accompagnamento musicale di un adattamento sempre più aggressivo alle condizioni di valorizzazione dettate dal capitale e sempre più strette nella crisi, e la conseguente distruzione che ha luogo in ambito sociale ed ecologico. Quelli che nell'intensificarsi della concorrenza non pensano prima o solo a sé stessi corrono il rischio di essere buttati fuori dalla gara, vale a dire di essere gli esclusi nel darwinismo sociale... Il liberalismo promette libertà, attraverso la sottomissione ai vincoli delle condizioni capitalistiche, per coloro che possono avere successo in quelle condizioni. La libertà attraverso la sottomissione! Questo già dimostra come nel liberalismo libertà e repressione stiano insieme, come due facce della stessa medaglia. La libertà che viene propagandata di fronte al coronavirus, ha il suo rovescio nella medaglia della morte di coloro che non possono proteggersi a sufficienza, così come nel fardello sovraccarico del personale medico.
Laddove si parla di libertà, si parla anche di legge. Qui la promessa è l'uguaglianza davanti alla legge e la sicurezza giuridica. Ma al diritto manca anche un oggetto. Si tratta di un diritto formale che è indipendente dal suo oggetto sostanziale. La coalizione-semaforo si vanta del fatto che con la fine dell'emergenza epidemica e con la nuova Legge di Protezione contro i Contagi, le misure contro il virus coronavirus sono «giuridicamente sicure». Congratulazioni, ora il virus può espandersi «con certezza giuridica», la gente può ammalarsi gravemente «con certezza giuridica» e morire in unità di terapia intensiva «con certezza giuridica». I sintomi di un tale inselvaggimento sono riconoscibili anche nella crisi da coronavirus:
* - L'indicatore per valutare la gravità della crisi, è il funzionamento del sistema sanitario, non il numero di morti. Con una maggiore resilienza del sistema sanitario, "noi" potremmo permetterci più morti e quindi più libertà.
* - L'ignoranza della morte e dei decessi ora non si applica più "'solamente" a chi muore di fame e di cambiamento climatico, e a quelli che muoiono in fuga mentre tentano di emigrare, ma anche a chi muore di coronavirus nella nostra stessa società; sempre che non siano così tanti da alterare il tuo stato d'animo e rovinarlo. Ciò che viene praticato in termini di ignoranza e di aggressione verso coloro che, in quanto "superflui", sembrano essere "fuori" dalla società stessa, si riversa ora in quelli che sono dei presunti ambiti interni della società.
* - Nella crisi del coronavirus, l'ignoranza si trova a essere spesso combinata con l'aggressività verso coloro che impongono le misure di protezione. A Idar-Oberstein, un benzinaio è stato addirittura ucciso dopo aver fatto notare a un cliente la necessità di una mascherina. La violenza aumenta durante le proteste contro le misure contro il coronavirus. La follia cospirativa va di pari passo con l'irrazionalismo esoterico e con l'antisemitismo. La guerra nel corso della «lotta per l'esistenza» non viene più condotta solo alle frontiere esterne, difese contro i rifugiati, o per mantenere il funzionamento del sistema capitalista, ma anche all'interno della/e società e contro le persone che presumibilmente minacciano la libertà stessa, insieme alla megalomania narcisistica che spesso tale libertà accompagna. Queste persone sembrano essere identificabili a partire dalle maschere che sono diventate un simbolo di mancanza di libertà.
* - I soggetti autoreferenziali condizionati all'auto-responsabilità hanno delle difficoltà a riuscire a vedere l'altro e l'insieme delle relazioni, e ad agire in maniera solidale; cosa questa che potrebbe già trovare espressione nell'indossare le mascherine nella pandemia. La lamentata impotenza di fronte alle crisi capitalistiche - a seconda dello stato d'animo - o la così tanto invocata capacità d'azione sarebbero abbastanza facili e immediate da "adottare" come misura contro la diffusione del virus.
* - Persino dalle chiese - a parte gli appelli assai tardivi alla vaccinazione da parte dei vescovi Bode e Hanke (il 19.11.21) - non si sente alcun appello alla considerazione e alla solidarietà con le persone a rischio, e nemmeno le misure di protezione contro la diffusione del virus nella propria parrocchia e durante le funzioni religiose sono sufficienti. La Chiesa protestante della Sassonia sottolinea che non sta pianificando alcun certificato di vaccinazione o alcuna regola per accedere alle funzioni religiose. Il vescovo Bilz ha dichiarato categoricamente che questi eventi ecclesiastici devono essere tenuti aperti a tutti i costi. Mentre all'inizio della pandemia i teologi stavano ancora discutendo del coronavirus e della teodicea, e i pastori stavano discutendo sul significato più profondo del coronavirus, di fronte agli attuali drammatici sviluppi la preoccupazione maggiore sembra essere la questione relativa a se le funzioni natalizie possano essere celebrate e se, dato che il canto è così importante per lo spirito natalizio, sia meglio cantare due strofe piuttosto che cinque. [*24]
* - Il fatto per cui, né il contenuto della festa, in cui si ricorda la solidarietà di Dio con i deboli, né le grida di coloro che soffrono e periscono a causa della pandemia sembrano più penetrare nella coscienza. La perdita dell'oggetto non è da lamentare solo per la politica.

L'attuale fraseologia liberale - e socialmente molto ben accetta - della libertà, insieme alla sua "strategia" social-darwinista, sembra una fuga in avanti che viene attuata secondo il motto: Se non c'è rimedio contro la barbarie, allora quanto meno lo faremo da soli, o in modo altrettanto banale: Chiudi gli occhi e vai avanti. Ci sono molti esempi nella storia del liberalismo... Tra il liberalismo e gli interventi autoritari di crisi buttati a casaccio, la crisi continuerà il suo corso catastrofico [*25] di inselvaggimento social-darwinista.

Non solo il coronavirus
E last but not least: al fine di evitare di ridurre la discussione solo al coronavirus, questioni come la crisi del clima e la fuga dalla distruzione delle basi della vita, l'Afghanistan ecc. dovrebbero essere insistentemente incluse nella discussione, e ci si dovrebbe chiedere anche fino a che punto, in tali questioni, si possono vedere dei problemi simili a quelli del coronavirus; ad esempio, la negazione o la rimozione dei segnali della crisi, il rifiutarsi di percepire quelli che sono i legami con la socializzazione del valore-dissociazione, l'ignoranza per cui si «continua come prima» anche quando le catastrofi si trasformano in inselvaggimento, «continuando come prima» nel feticismo dell'azione, con o senza «trambusto etico» rispetto alle relazioni presupposte, sempre più disintegrate e confuse di fronte alla dissoluzione delle loro basi polari...
Tuttavia, tenendo conto delle diverse crisi legate come sono l'un l'altra attraverso il valore e la dissociazione, cesserà qualsiasi prospettiva di successo nella vita, anche per coloro che continuano essere i più forti nella lotta per l'esistenza. Inoltre, "scoppieranno" nuove pandemie. Questo verrà garantito soprattutto dal trattamento degli animali e dei loro pascoli nel contesto dell'agricoltura industrializzata, sommato alla fame insaziabile di carne nel contesto della normalità capitalista e delle sue coercizioni alla crescita. E questo anche senza nemmeno menzionare lo spostamento delle persone dalle proprio terre, che continuano a essere valorizzate nel quadro della produzione di carne, dell'abbattimento delle foreste, delle monocolture per l'alimentazione del bestiame, della contaminazione del suolo e del cambiamento climatico. Qui la questione dell'azione diventa ancora più complicata, perché deve procedere di pari passo con la questione di come può aver luogo una rottura categorica con le relazioni feticiste. Ma allorché l'azione di solidarietà minaccia già di fallire a partire da una questione banale e facilmente gestibile come quella di indossare una mascherina, e quando la politica - animata da coloro che alzano la voce a favore di un allentamento delle misure, e dal tumulto dei pensatori trasversali alleati ai maniaci della cospirazione - agisce in modo confuso e senza cervello, ecco che allora l'impotenza cresce esponenzialmente, in maniera simile ai numeri del contagio. E non ci vuole molta immaginazione per vedere quale aspetto assumeranno le lotte quando la crisi finale del capitalismo, e il modo in cui si manifesterà, si avvicinerà ancora di più alle società capitaliste normali del Nord globale...

- Herbert Böttcher - Pubblicato il 6/12/2021 su Exit! -

NOTE:

[*1] - www.exit-online.org e www.oekumenisches-netz.de .
[*2] - Jule Manek, Usche Merk, In Turbulenzen. Die Pandemie (über) fordert Einzelne und Gesellschaften. Eine psychosoziale Ringvorlesung erkundet die sozialen und affektiven Folgen [La pandemia esige (troppo) dagli individui. Una serie di letture psico-sociali sulle conseguenze sociali e affettive.
[*3] - Cfr. Rob Wallace, "Cosa ha a che fare il Covid-19 con la crisi ecologica, il sovra-sfruttamento della natura e l'agrobusiness", Köln 2/2021.
[*4] - Cfr. Roswitha Scholz, "Die Demokratie frisst immer noch ihre Kinder", online: http://www.obeco-online.org/roswitha_scholz32.htm
[*5] - Cfr. "Il disprezzo della partecipazione democratica. La prevista legge sull'assemblea del Nord Reno-Westfalia riduce i diritti fondamentali all'assurdo" in: Informationen Grundrechte Komitee.de 02/2021.
[*6] - Cfr. Herbert Böttcher (2020): Sulla discussione del coronavirus, https://www.oekumenisches-netz.de/2020/05/zurdiskussion-um-corona/
[*7] - Quanto siano insostenibili tali affermazioni, è già diventato chiaro nel contesto della cosiddetta cultura dell'accoglienza del 2015. Allora, si trasformò rapidamente in isolazionismo e in lotta contro i rifugiati. Cfr. David Goeßmann: Die Erfindung der bedrohten Republik - Wie Flüchtlinge und Demokratie entsorgen werden [L'invenzione della Repubblica minacciata - Come vengono eliminati i rifugiati e la democrazia], Berlino 2019.
[*8] - Si veda  Herbert Böttcher e Leni Wissen, "Zwischen Selbstbezüglichkeit und Solidarität? Corona in der Leere des Kapitalismus", in: exit! febbraio 2021,"Tra auto-referenzialità e solidarietà? Il  coronavírus nel vuoto del capitalismo, online: http://www.obeco-online.org/leni_wissen1.htm
[*9] - Robert Kurz, citato da Roswitha Scholz.
[*10] - Alex Demirovic, "Perché la richiesta di una chiusura dura è sbagliata. Per la crítica dell'appello allo ZeroCovid". https://www.akweb.de/bewegung/zerocovid-warum-die-Forderung-nach-einem-harten-shutdown-falsch-ist/
[*11] - Kölner Stadt-Anzeiger, 11.11.21.
[*12] - Kölner Stadt-Anzeiger del 23.11.21.
[*13] - Cfr. Franz C. Mayer, Besser Gesetze "Meglio non cambiare le leggi, se le devi cambiare male": https://verfassungsblog.de/besser-gesetzenicht-andern-als-schlecht-andern/  (12.11.21)
[*14] - Per un elenco ancora più lungo, si veda ivi.
[*15] - Ivi.
[*16] - Si veda anche Ishay Landa: "Der Lehrling und sein Meister - Liberale Tradition und Faschismus", Berlin 2021, originale "The Apprentice's Sorcerer: Liberal Tradition and Fascismus", Lieden/Boston 2010.
[*17] - Sul legame tra liberalismo e darwinismo sociale si veda: Robert Kurz, Schwarzbuch Kapitalismus. Ein Abgesang auf die Marktwirtschaft , Frankfurt am Main 1999, 273ss, 762ss ou na edição de 2009, 293ss., 782ss.
[*18] -  Landeszentrum für Gesundheit, citato inWDR: https://www1.wdr.de/nachrichten/themen/coronavirus/coronadaten-nrw-100.html (18.11.21).
[*19] - Kölner Stadt-Anzeiger vom 18.11.2021.
[*20] - Ivi.
[*21] - Si veda: Oliver Nachtwey, Nadine Frei, Quellen des "Querdenkertums". Eine politische Soziologie der Corona-Proteste in Baden-Württemberg [Fonti del "pensiero trasversale". Una sociologia politica delle proteste per il coronavirus nel Baden-Württemberg], https://boell-bw.de/de/2021/11/04/zusammenfassung-der-studie
[*22] - Christian Drosten aveva già avvertito in maggio che tutti i non vaccinati, e anche alcuni vaccinati, sarebbero stati infettati (sebbene la maggior parte di questi ultimi senza conseguenze) :  https://www.n-tv.de/panorama/Drosten-Ungeimpfte-werden-sich-infizieren-article22549310.html )
[*23] - Si veda:Priesemann contro Lindner: https://www.tagesspiegel.de/politik/priesemann-contra-lindner-wissenschaftlerinweist-fdp-chef-mit-klarstellungen-zurecht/27797088.html (13.11.21).
[*24] - Sull'argomento "teologia e la questione della teodiceia a fronte dell'epidemia di coronavirus", vedi Herbert Böttcher, "Herr Kant, Seien sie mir gnädig! Gott vor Gericht in der Corona-Krise", in exit! Crisi e critica della società delle merci 19/2022.
[*25] -Si veda: Herbert Böttcher, "Irgendetwas geht seinen Gang". Ovvero, il fischio che nessuno vuole sentire. Lettera aperta a chi è interessato a Exit! A cavallo dell'anno 2018/19, in: Exit! Krise und Kritik der Warengesellschaft 16/2019, 23 - 29. online: http://www.obeco-online.org/herbert_bottcher3.htm

fonte: Exit!