venerdì 23 novembre 2018

Afropolitismo

mbembe

Le relazioni contemporanee tra Africa ed Europa, l’integrazione degli immigrati, lo statuto ormai ibrido e liberato della lingua una volta coloniale, le opposizioni tra rigurgiti razzisti e rivendicazioni politiche fondate sul ribaltamento dello stigma della razza: queste sono solo alcune delle questioni attraversate dal fondamentale saggio di Achille Mbembe, tra i maggiori teorici del postcolonialismo. Impreziosito da uno stile incandescente e a tratti poetico, Emergere dalla lunga notte è una bussola per districarci nelle costrizioni del presente e pensare in modo nuovo la decolonizzazione: una faticosa emersione dalle zone più buie della storia, le cui ferite ancora oggi continuano a sanguinare.

(dal risvolto di copertina di: Achille Mbembe, Emergere dalla lunga notte. Studio sull’Africa decolonizzata. Meltemi)

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I tre sogni dell’Africa
- di Alessia Rastelli -

Sistemi democratici poco solidi, guerre civili, estremismo religioso, primavere arabe che non hanno prodotto i risultati sperati, dipendenza economica. Il filosofo e politologo camerunense Achille Mbembe, tra i più autorevoli esperti di studi postcoloniali, non nega i problemi che l’Africa deve affrontare ancora oggi e che spingono parte della popolazione a fuggire. Ma, è sicuro, «il mio continente si rialzerà, prima di quanto molti si aspettino». Docente a Johannesburg dopo la formazione alla Sorbona di Parigi e l’ insegnamento in atenei prestigiosi come la Columbia University di New York, Mbembe analizza con «la Lettura» il ruolo dell’Africa nell’attuale scacchiere geopolitico e in quello del futuro. Acquisire piena autonomia sciogliendo definitivamente i lacci coloniali, costruire un’alleanza con la Cina, concepirsi in relazione con il mondo, andando oltre la pur legittima rivendicazione dell’identità africana, sono le linee guida della possibile rinascita. Il filosofo ne parla in occasione della pubblicazione in italiano, per Meltemi, del suo saggio Emergere dalla lunga notte. Studio sull’Africa decolonizzata e in attesa che esca a marzo, per Laterza, la traduzione di Politiques de l’inimitié (La Découverte, 2016).

Oltre mezzo secolo dopo la decolonizzazione, l’Africa è ancora immersa nella «lunga notte»?

«L’alba potrebbe essere ancora lontana, ma il futuro non è segnato. La stessa percezione dell’Africa non è più solo quella di un focolaio di problemi irrisolvibili, ma di un laboratorio planetario. Il nostro continente è l’ultimo deposito di una ricchezza non sfruttata: minerali nel sottosuolo, piante e animali, acqua, sole, tutte le forme di energia sotto la crosta terrestre. Senza contare la rivoluzione demografica. In meno di trent’anni l’Africa rappresenterà il 26,6% della popolazione mondiale. Il futuro del pianeta si giocherà in larga misura nel nostro continente e questa svolta costituirà il principale evento economico, culturale e filosofico del XXI secolo. Dobbiamo accompagnarlo perché andrà a beneficio di tutta l’umanità. Solo l’Europa lo considera una minaccia».

Si vedono già segni di rinascita?

«Ovunque vada nel continente africano, sono testimone dell’emergere di una nuova coscienza storica e decolonizzata, specie tra le giovani generazioni. Si basa sulla convinzione che la storia non è una ripetizione. Non ci serve imitare gli altri. Molti di noi ora credono che, con l’auto-organizzazione e piccole aperture, si possa cambiare la direzione dei prossimi 25-30 anni».

Quanto alla memoria della colonizzazione, in «Emergere dalla lunga notte» lei osserva che l’atteggiamento delle potenze europee è stato «una miscela di laissez-faire, di indifferenza, di volontà di non saperne nulla e di prontezza nel disfarsi delle proprie responsabilità». Che cosa dovrebbero fare oggi?

«L’Europa non sarà mai in grado di restituire quanto ci ha sottratto. Noi vivremo con questa perdita. L’Europa, da parte sua, deve assumersi la responsabilità dei suoi atti, di quella parte oscura di storia condivisa di cui ha cercato di disfarsi. Per tessere nuovi legami, bisogna onorare la verità. Dovremmo imparare a ricordare insieme. La strada non è ritirarsi in sé stessi, ma contribuire al sorgere di un mondo in cui potremmo tutti abitare».

L’Europa si sta ritirando in sé stessa? In «Politiques de l’inimitié» lei ricorda che non è più un «centro di gravità» del mondo.

«Il contributo dell’Europa alla storia è stato oneroso, ma di grande valore. Ora non è più il luogo a cui rivolgersi per reinventare il mondo. Rimarrà un enorme archivio per chi vuole arrancare tra i detriti del passato».

Oggi uno dei temi più delicati in Europa è la gestione dei migranti dall’Africa. Come va affrontato?

«L’Europa progetta di trasformare il continente africano in un gigantesco Bantustan (i territori della Repubblica Sudafricana assegnati alle etnie nere nell’epoca dell’apartheid, ndr). Ora sta legando il cosiddetto “aiuto allo sviluppo” a condizioni inaccettabili. Corrompe i despoti africani. Li incoraggia a trattenere i migranti in campi improvvisati prima che siano deportati o abbandonati nel deserto. È come se i confini europei si fossero spostati in territorio africano: nel deserto del Sahara; in Marocco, Libia e Algeria, dove si è riattivato un secolare razzismo contro i neri; in Niger dove il governo francese ha istituito centri di smistamento per separare quei corpi che vale la pena considerare rifugiati e quelli che appartengono alla categoria criminalizzata dei migranti economici. La guardia costiera spagnola è sull’isola di Gorée in Senegal e pattuglia le coste. Questo “spostamento” del confine nei luoghi di origine della migrazione è politicamente e moralmente inaccettabile».

Perché prevale questa linea?

«In Europa assistiamo a una forte svolta isolazionista accompagnata da bugie e discorsi di paura. In parte hanno a che fare con l’ignoranza, in parte con il puro razzismo. Ancora più decisiva è l’annessione di categorie come la sicurezza, i rischi, le minacce e l’incertezza nel discorso della finanza e dell’economia, come fossero beni che possono essere scambiati. La paura fa parte di questa nuova economia speculativa, viene comprata e venduta. Questo suo incorporamento sia nei linguaggi culturali pubblici sia nell’economia produce quel tipo di politica viscerale che molti chiamano populismo. Forse abbiamo raggiunto il punto in cui la più grande minaccia alla democrazia è il capitalismo senza regole. L’Europa non può continuare a fomentare il caos in Africa e sperare di essere risparmiata dalle conseguenze. Ciò che viene chiamato “migrazione” o “crisi dei rifugiati” è in parte conseguenza delle politiche europee in Africa».

Lei è molto critico con la Francia: sostiene che non si è mai liberata delle categorie coloniali.

«Ci sono innumerevoli esempi, a cominciare dal sostegno che offre ad alcuni tra i tiranni più brutali, cinici e corrotti d’Africa. A questo si aggiunge la presenza di basi militari in numerose ex colonie. Potrei menzionare anche il franco Cfa (la valuta utilizzata da 14 Paesi africani, in passato legata al franco francese e oggi all’euro, ndr): uno strumento di stupro economico ed estorsione finanziaria. La politica africana francese ha, sin dai tempi coloniali, una combinazione di mercantilismo, militarismo e paternalismo razzista. Non cambierà fino a quando gli africani non si ribelleranno».

Theresa May ha compiuto un viaggio nell’Africa subsahariana per rinnovare le partnership dopo la Brexit. Il referendum ha cambiato i rapporti?

«La Gran Bretagna è stata una potenza imperiale. Grazie a Dio non ha più le risorse per colonizzare nessuno. E mentre acquisisce lo status di un nano, di una piccola e disorientata nazione insulare che soffre di sbornia coloniale, il resto del mondo non si ferma ad aspettare. La storia è piena di ex potenze diventate insignificanti, consumate dalla meschinità e dal bigottismo».

La Cina è invece il primo partner commerciale dell’Africa e ha assicurato anche collaborazione militare. Si rischia una forma di «neocolonialismo»?

«Il razzismo verso la popolazione nera ingolfa diverse parti del mondo, dunque l’Africa deve trovare in sé le risorse per sollevarsi. La più grande sfida è aprirsi a sé stessa, trasformarsi in uno spazio di scambio e circolazione, eliminando i vecchi confini coloniali. Per farlo è importante costruire le infrastrutture. La Cina è l’unico Paese al mondo disposto a contribuire con massicci investimenti in strade, autostrade, ferrovie. E questo ovviamente è vantaggioso per il nostro continente. La Cina ha capito che, a medio e lungo termine, la sua ascesa verso l’egemonia mondiale dipenderà dall’accesso alla ricchezza dell’Africa. Da un punto di vista geopolitico, uno dei cambiamenti chiave del XXI secolo sarà che l’Africa diventerà gradualmente una questione cinese, proprio come la Cina diventerà una questione africana».

Donald Trump ha annunciato una riduzione delle truppe nel vostro continente. Le relazioni Africa-Stati Uniti sono cambiate sotto la sua presidenza?

«C’è una diaspora africana potenzialmente influente negli Usa ma, sia durante la guerra fredda sia con Obama, l’America è stata un giocatore insignificante nel nostro continente. Ne ha un’idea antiquata e distorta».

A proposito di diaspora, lei propone la nozione di «afropolitismo» al posto di quella di «afrocentrismo». Che cosa vuol dire in termini pratici?

«Ci sono varie rappresentazioni dell’Africa. Alcune, forgiate nel crogiolo della schiavitù, della conquista coloniale, del brutale sfruttamento, hanno cancellato l’Africa: un continente fuori dalla storia. Ecco, abbiamo perso troppo tempo a confutare questi punti di vista. Non c’è un angolo del mondo che non abbia la sua parte di presenza africana e, allo stesso tempo, non c’è un angolo di Africa in cui il mondo e l’eredità dei non africani non sia presente. Il nostro è un continente mondiale piuttosto che tagliato fuori, è la quintessenza del movimento e della circolazione. Questo è ciò che ho chiamato afropolitismo. Ed è dal nuovo punto di vista del pianeta che dobbiamo riprogettare il discorso sull’Africa».

Non è utopistico oggi che si rialzano i muri?

«Non abbiamo altra scelta che creare un contro immaginario. Eravamo abituati a pensare in termini di locale, nazione-stato, regione. Ma, nonostante l’ attuale spinta a risorgere, alla fine lo Stato nazionale diventerà inadeguato a risolvere i problemi. Un numero senza precedenti di esseri umani è sempre più coinvolto all’interno di tecnologie complesse, su scala planetaria. La questione chiave sarà piuttosto se la nostra civiltà tecnologica, energetica e ad alta intensità di carbonio sarà la migliore garanzia per la sopravvivenza. In questo contesto, è il futuro stesso della vita, della Terra, dell’uomo e di altre specie a diventare il centro di ogni re-immaginazione delle relazioni internazionali, della democrazia, dell’umano nei nostri tempi».

- Alessia Rastelli - Pubblicato sulla Lettura del 18/11/2018 -

giovedì 22 novembre 2018

Mai guardare indietro!

Eduardo

La marcia di Eduardo verso il sogno americano
di Carlo Bonini

TIJUANA.
Eduardo Trochez, all’anagrafe Marcio Eduardo Trochez Ortiz, 24 anni, da Olanchito, nord ovest dell’Honduras, tra due settimane taglierà per sempre l’ultimo ponte che si è lasciato alle spalle alle due del pomeriggio di sei settimane fa. Perché, il prossimo 3 dicembre, Eduardo non si ripresenterà al battaglione della fanteria di Marina del suo Paese, di cui è ancora ufficialmente un sergente di prima classe, e verrà dichiarato disertore. Quel giorno, il suo capitano scoprirà che la licenza straordinaria che gli aveva concesso all’inizio di ottobre non era per motivi familiari, come lui gli aveva raccontato mentendo. Ma un biglietto di sola andata verso un’altra vita e un altro mondo. Anche per questo, tra due settimane, sarà più facile per Eduardo scacciare anche solo la tentazione di tornare indietro per riabbracciare tutto ciò che ha di più caro al mondo e che non sa se potrà mai rimettere insieme: sua madre Dunia, 49 anni, contadina in un campo di banani, sua moglie Devi, 24 anni come lui, disoccupata, e i suoi figli Elbin, 6 anni, Dilan, 4 anni, e Eithan, 3 mesi. «Non li rivedrei comunque. Da disertore finirei in un carcere», dice invitando ad allontanarsi di qualche centinaio di metri dall’ingresso del campo profughi "Benito Juarez", dove è arrivato giovedì della scorsa settimana, 15 novembre, dopo un viaggio di 4.500 chilometri, e dove consuma giornate senza fine. Tra il giaciglio che gli è stato assegnato, i bagni, la mensa. Già, ha voglia di raccontare, Eduardo, ma senza avere occhi addosso, soprattutto in questa mattina complicata, nervosa, con la polizia messicana che si è portata via in manette 34 migranti arrivati, come lui, con la Carovana della Vita e arrestati per spaccio.

AMBASCIATORI DI CRISTO
Ha lo sguardo, la forza e la spinta vitale del giovane uomo che è, Eduardo. Ma ha le cicatrici di un vecchio. Cui il destino ha bruciato troppo in fretta il tempo delle cose. E nel posto sbagliato, per giunta. Fin dal giorno in cui è nato, 24 anni fa, quando suo padre, Raphael, sparì da casa. «Non l’ho mai conosciuto. Non so come sia fatto. Ma conosco la sua voce. Quando ero già grande mi telefonò. Mi disse che viveva negli Stati Uniti da clandestino da quando ero venuto al mondo e lui aveva lasciato l’Honduras. Ma non mi ha mai voluto dire dove. L’ho chiamato al telefono nelle scorse settimane mentre risalivo il Messico con la Carovana. Gli ho detto che volevo entrare negli Stati Uniti. Gli ho chiesto aiuto. Speravo mi dicesse di raggiungerlo. E invece ha messo giù augurandomi buona fortuna. Poi, non ha più risposto neppure ai miei messaggi».
Funziona così in Honduras, un paradiso naturale stretto tra il Pacifico e il mar dei Caraibi e abitato da demoni. Il Paese più violento al mondo per percentuale di omicidi (42,8 ogni 100mila abitanti). La terra che, da un decennio, gronda del sangue dei colpi di Stato, degli squadroni della morte, e delle armi delle pandillas, le sue bande criminali — i "Maras Salbatrucha", gli "Ms", i "18" — e dove, tra il 2012 e il 2013, ci sono stati più morti che in Iraq. «Non devi mai guardarti indietro nel mio Paese. Perché quasi sempre non trovi più niente. E, soprattutto, non c’è nulla che valga la pena rimpiangere. L’unica cosa che conta è rimanere vivi e aggrappati al sogno di poter essere un giorno altrove». Quello che Eduardo aveva cominciato a coltivare da adolescente, quando era un promettente centrocampista degli "Embajadores de Cristo", gli Ambasciatori di Cristo, una delle squadre di calcio di Olanchito. «Io e i miei amici Victor, Herlin, Carlos giocavamo insieme. E ce lo ripetevamo sempre. "Un giorno andremo negli Stati Uniti". Ma, alla fine, ce l’ha fatta solo Carlos. Mi chiamò il giorno che riuscì a entrare da clandestino qualche anno fa. Poi, come mio padre, più nulla. Non si è più voltato indietro».

FUCILIERE DI MARINA
Victor, Herlin e Carlos sono ancora vivi. «E questa è una fortuna. Non succede mai che i tuoi amici di infanzia siano ancora tutti vivi alla nostra età». «Alla nostra età». Eduardo lo dice come fosse un’ovvietà che i ventiquattro anni, quanti lui ne ha, siano un’aspettativa tutto sommato decente per chi nasce in Honduras. Ma ha ragione. È una fortuna. E la sua ha avuto un nome: Marina Militare. «Facevo l’elettricista, mia madre lavorava nei campi di banani e non riuscivamo a mettere insieme il pranzo con la cena. L’alternativa era tra le pandillas e la Marina. Ringraziando Dio e l’educazione che mi ha dato mia madre, ho scelto la Marina. Mi sono arruolato a 18 anni. Mi ha cresciuto come avrebbe fatto un padre, se solo lo avessi avuto. Mi ha fatto diventare un uomo. Mi ha dato da vivere». Seimila lempiras (la moneta honduregna) al mese. Duecento euro. Poco più di 6 euro al giorno. «Mille e cinquecento lempiras le davo a mia madre per aiutarla a campare, 800 le pagavo per la casa della mia famiglia e il resto servivano per comprare da mangiare ai miei figli e a mia moglie. Ma non bastavano mai». La casa di Eduardo, due stanze, una macchina per cucinare, una latrina all’esterno, e niente acqua — «La compravamo e la scaldavamo in casa con le bombole del gas» — non può essere un posto dove far crescere decentemente cinque esseri umani. «Anche per questo la Marina è stata una fortuna. Io vivevo in caserma con turni di 45 giorni consecutivi, intervallati da 10 di permesso. In questo modo io risparmiavo sul cibo. E la mia famiglia aveva anche più spazio». Si capisce dunque perché per un po’ questa che Eduardo chiama "fortuna" le sia sembrata davvero tale. Anche quando, vestendo l’uniforme da fuciliere, ha ucciso il primo di una serie di uomini di cui non ha mai voluto tenere il conto. «Il governo usava il mio battaglione per combattere le gang. In città e in mare, dove davamo la caccia ai Narcos. La prima volta che mi spararono addosso capii che o uccidevo o sarei stato ucciso. E da allora non ci ho pensato più. Facevo fuoco sul bersaglio a cui mi veniva ordinato di tirare». Poi, un giorno, tornando a casa durante uno dei suoi permessi, Eduardo trovò Devi, sua moglie, che piangeva a dirotto. «Mi confessò che i soldi del mio stipendio, che le avevo fatto avere qualche giorno prima, erano finiti. Che da settimane, ormai, comprava tutto a credito. Anche i pannolini e il latte per Eithan. E allora decisi. Avrei colto la prima occasione che fosse capitata. La prima. Avrei realizzato il mio sogno di bambino. Gli Stati Uniti. Per me, per Devin, per i miei tre figli. Per dargli un futuro, un giorno. Si, sarei partito. E lo avrei fatto con Exell, mio cognato. Che la pensava come me».

UNA BIBBIA, DUE PANTALONI E TRE CAMICIE
Il 2 ottobre, il battaglione di Eduardo viene comandato di pattuglia nelle strade di Olanchito. «Ci era stato ordinato di garantire la sicurezza durante il passaggio di una carovana di migranti honduregni diretta verso il Messico. Mentre li vedevo passare, mi chiamò al telefono Exell. Mi spiegò che aveva parlato con gli organizzatori. Che potevamo unirci. Ma dovevamo farlo subito. Telefonai allora immediatamente al mio capitano dicendogli che avevo un’emergenza con la mia famiglia e avevo bisogno di una licenza straordinaria. Me la negò. Tornai a chiedergliela il giorno dopo e quello dopo ancora, finché non si convinse. Ero un buon sergente. E lui pensò me la meritassi. Così, arrivai di corsa a casa la sera del 4 ottobre e dissi a Devin che sarei partito con Exell. Passammo la notte in bianco. A piangere e baciarci. Poi, lei mi aiutò a fare la borsa. Ci mise dentro la Bibbia, due paia di pantaloni, due paia di scarpe e tre camicie. Alle due del pomeriggio, diedi l’ultimo bacio a lei e ai miei figli e uscii di casa con mille lempiras in tasca. Tutto quello che mi era rimasto. Ero vestito esattamente come sono vestito oggi».

INSEGUENDO LA CAROVANA
Quel pomeriggio del 5 ottobre, il ritardo di Eduardo e Exell sulla Carovana è di cinque giorni.
«Sapevamo quale itinerario avrebbe seguito e che avremmo dovuti riunirci da qualche parte nello Stato messicano del Chiapas. Ma dovevamo sbrigarci». Con un autobus raggiungono prima san Pedro Sula e quindi, in autostop, Santa Rosa de Copán, alla frontiera con il Guatemala, dove Eduardo e il cognato ottengono un permesso temporaneo di soggiorno di dieci giorni con l’obbligo di rientrare in Honduras alla scadenza. Le mille lempiras erano già finite.
«Incontrammo una signora guatemalteca. Le raccontammo perché stavamo scappando dal nostro Paese. E lei ci accolse in casa. Ci diede da mangiare, ci fece lavare e ci offrì anche di lavorare per la ditta di cui era impiegata. Ma la mattina dopo ci facemmo accompagnare sul ciglio dell’autostrada per continuare il nostro viaggio». La notte del 9 ottobre, Eduardo ed Exell sono sulla riva del fiume Suchiate, al confine con il Chiapas, Messico. Entrambi stanno per diventare ufficialmente clandestini. Per traghettare, i trafficanti di uomini gli chiedono 100 pesos. Che non hanno. Ma almeno hanno capito dove è possibile attraversare senza essere portati via dalla corrente. Lo fanno con il buio, immersi in un’acqua gelida e nera come l’inchiostro. Il 10 sono ad Arriaga, dove si riuniscono alla Carovana. Sono riusciti a rimontare lo svantaggio.

ALLUCINOGENI
Cominciano venti giorni in cui Eduardo perde anche la cognizione del tempo. La Carovana non ha mezzi propri per procedere di conserva. Ognuno deve arrangiarsi come può. Per tutti, l’appuntamento è fissato alla fine del mese a Città del Messico. In autostop, la rotta si fa spezzata e tortuosa. Dalla costa pacifica del Messico, i due ragazzi risalgono verso quella atlantica, attraversando lo stato di Veracruz: Acayucan, Veracruz, Tierra Blanca, Cordoba. Li carica per un lungo tratto un camionista di Monterey che, alla guida di un gigantesco tir, è in giro da una settimana per consegnare elettrodomestici. Il tipo è schizzato. Ha tempi stretti che gli impediscono di dormire troppe ore. Guida tenendosi su con la roba che ha nel cruscotto.
«Ci chiese se volevamo provare a fumare i suoi cristalli. Disse che erano più forti delle anfetamine e ci consigliò di provarli insieme alla sua erba. "Aiuta a non andare troppo su e a non sprofondare troppo giù", diceva. E intanto il camion viaggiava sbandando paurosamente. Gli dissi che non mi drogavo e che non avrei cominciato li sopra. Ma fu come farlo. Fumava tenendo tutti i finestrini chiusi e noi che eravamo in cabina finivamo per respirare quella roba. Quando scesi capii che il mio destino era che rimanessi vivo».

"TI AMO"
Eduardo e Exell arrivano a Città del Messico in tempo per l’appuntamento. Rimangono sei giorni in una struttura sportiva messa a disposizione dal governo Messicano. E, la prima settimana di novembre, a Santiago de Querétaro, salgono su un convoglio di quaranta tra camion e bus che li porterà a Tijuana lungo la costa del Pacifico, attraversando il Sinaloa. «Ora forse capisci perché non tornerò mai più indietro», dice con un sorriso Eduardo. «Aspetterò qui tutto il tempo che sarà necessario. Ma entrerò. Se necessario, anche clandestinamente. Troverò il modo». Non sa ancora che un giudice federale sembra leggergli nel pensiero e, di lì a poche ore, ordinerà alla Casa Bianca di ripristinare il riconoscimento del diritto di asilo anche se a chiederlo sono clandestini. Eduardo ora ha un’altra urgenza. Riuscire a parlare con Devin. Non la sente da settimane, da quando ha perso o gli hanno rubato il suo cellulare durante il viaggio. Sorride e scuote la testa con pudore quando gli viene offerto il telefono dalla persona che ha di fronte e a cui ha appena finito di raccontare la sua storia. Compone il numero: +504-961…. «Amore, amore mio… Sono io. Sono vivo. Sto bene, sì. E i bambini, come stanno i bambini?». Si accovaccia sul marciapiede. Ora bisbiglia. Spinge la visiera del suo cappellino Adidas sulla fronte a coprirsi il volto. Ha le guance rigate di lacrime. Marcio Eduardo Trochez Ortiz non tornerà indietro.

- Carlo Bonini - Pubblicato su Repubblica del 21/11/2018 -

È così che lo disegnavano…

borsa

Nel corso del medioevo scultori, predicatori, poeti e pittori hanno impiegato l’immagine di un uomo con la borsa attorno al collo punito all’inferno per rappresentare avari, usurai, peccatori, eretici, banditi e scomunicati. Il libro segue le tracce di questa raffigurazione infamante dalla Bisanzio del IX secolo all’Alvernia dell’XI, dalla Digione duecentesca ai comuni italiani dell’età di Dante e Giotto, ricostruendo la vicenda di una figura che, pur rimanendo fedele alla propria funzione, subì una costante evoluzione: un’immagine che, nell’alternarsi delle contingenze e dei contesti, assunse significati sempre più complessi e contribuì alla formazione di un modo condiviso di pensare il male.

(dal risvolto di copertina di: Giuliano Milani: L’uomo con la borsa al collo. Genealogia e uso di un'immagine medievale, Viella.)

L’avidità dei laici a misura degli interessi della Chiesa
- di Luca Fiorentini -

Racconta il domenicano Etienne de Bourbon che nel 1240 un usuraio di Digione dispose di sposarsi presso la chiesa di Notre-Dame. Pochi istanti prima di accedere al tempio, costui fu ucciso da una statua di pietra staccatasi all’improvviso dal portale. A schiacciarlo fu l’immagine scolpita di un uomo «con la borsa», ossia di un usuraio, effigiato «nell’atto di essere trascinato all’inferno dal diavolo». Così, conclude il predicatore, «l’usuraio di pietra escluse dalla chiesa quello vivente che i preti non escludevano».
In questo exemplum è stato riconosciuto il riverbero di una mentalità diffusa presso la Chiesa dell’epoca. La condanna del prestito a interesse mostrerebbe inoltre la sostanziale incompatibilità tra religione medievale ed economia moderna: un’incompatibilità che Jacques Le Goff ritenne di poter giudicare all’origine della lentezza con cui in Europa venne ad affermarsi una società di mercato basata sul denaro.

Un conflitto in scena
Che il quadro sia però più complesso, è suggerito da un recente studio di Giuliano Milani, L’uomo con la borsa al collo Genealogia e uso di un’immagine medievale (Viella, pp. 294, € 30,00), nel quale il pensiero economico della Chiesa è esaminato, come da titolo, attraverso la storia di un’immagine: quella appunto dell’uomo con la borsa al collo, evocata anche nell’aneddoto riassunto in apertura. Quali significati esprime questa immagine? A quale funzione assolve, e in quali contesti?
Ritorniamo all’exemplum del frate domenicano. Anzitutto, è facile osservare che nel racconto viene messo in scena un conflitto: la provvidenziale caduta della statua impedisce il compimento di un’azione che i «preti» digionesi avrebbero tollerato. La chiesa di Notre-Dame era strettamente legata alle istituzioni cittadine, tanto che il consiglio comunale si riuniva tra le sue mura. L’accusa che soggiace all’aneddoto sembra perciò indirizzarsi contro chi reggeva le sorti della città a discapito di altri gruppi di potere, quali ad esempio i duchi, a cui l’ordine domenicano era politicamente prossimo; e al contempo contro il clero parrocchiale, che ai rappresentanti del comune forniva supporto ricevendone in cambio favori economici. Così ripensata, la novella perde «l’aspetto teleologico di un conflitto tra i difensori del vecchio e i portatori del nuovo» per acquisire quello, più sottile, di uno scontro tra forze politiche concorrenti. Stando alla ricostruzione di Milani, la natura per così dire fluida delle accuse formulate dalla Chiesa circa l’uso improprio del denaro appartiene alle origini stesse dell’impiego politico della raffigurazione dell’uomo con la borsa al collo.
Fin dalle sue prime occorrenze, l’immagine serve a rappresentare l’avaro, colui che accumula ricchezze indotto dalla cupidigia. Ma è nell’Europa della metà dell’XI secolo, all’epoca della riforma della Chiesa promossa da Alessandro II, che la stessa immagine inizia a circolare per individuare un nemico preciso: il cattivo amministratore dei beni comuni.
Secondo la retorica riformista, i cattivi amministratori delle ricchezze erano quei laici che attentavano all’autonomia della Chiesa partecipando alla gestione dei suoi beni. Le attività mercantili, tra cui il prestito a interesse, non erano considerate riprovevoli in sé: i guadagni eccessivi potevano sempre essere espiati tramite le elemosine. L’essenziale era che l’avidità dei laici non travalicasse il perimetro degli scambi «leciti», cioè estranei allo spazio di azione della Chiesa. In caso di trasgressione, la reazione poteva essere l’anatema, la più radicale delle maledizioni.
Nell’XI secolo, la moltiplicazione delle scomuniche e la diffusione dell’immagine dell’uomo con la borsa al collo procedettero assieme. E non è escluso che le misure punitive fossero comminate tramite rituali svolti proprio nei pressi dei luoghi in cui erano effigiati i nemici della «nuova» Chiesa, capitelli scolpiti con le immagini di usurai e simoniaci.
Il concreto potere giuridico affidato all’iconografia dell’uomo con la borsa al collo è evidentissimo anche nel contesto dei primi comuni guelfi retti dal «Popolo», ossia dagli iscritti alle corporazioni che non facevano parte dell’aristocrazia dei milites. Gruppo politico sostanzialmente nuovo, il Popolo si approprierà di questa immagine per legittimarsi: il che avverrà, ancora una volta, attraverso l’individuazione di un nemico.
 
Lo schema di Digione
I casi di Mantova e di Brescia (metà del XIII secolo), accuratamente analizzati da Milani, appaiono emblematici. A essere ritratti sulle mura dei palazzi comunali come avidi attentatori del bene comune sono i cavalieri confluiti pochi anni prima sul fronte imperiale.

- Luca Fiorentini - Pubblicato su Alias dell'11-3-2018 -

mercoledì 21 novembre 2018

Arrotondare…

lavoretti

L come Lavoretti. Le occupazioni sottopagate di Uber, Airbnb e le altre piattaforme che camuffano le loro miserie dietro al racconto della modernità. Rischiando di consegnarci un futuro senza welfare.
La domanda da cui parte questo libro è: perché di colpo, è diventato necessario arrotondare? Staglianò racconta il progressivo e sin qui inesorabile svuotamento del lavoro. A partire dagli anni Ottanta il suo valore ha cominciato a degradare rispetto al capitale e da allora la caduta non si è mai arrestata. Dal racconto del presente l'autore individua i principali snodi di questo declino, dal pugno d'acciaio di Reagan contro i controllori di volo alla guerra della Thatcher ai sindacati. Dalla delocalizzazione alla moltiplicazione dei contratti atipici. Dall'automazione che affida alle macchine ciò che prima facevano gli uomini, fino alla gig economy , altro che sharing , che, sotto la maschera della flessibilità, sta istituzionalizzando i "lavoretti", distruggendo nel frattempo la società cosí come la conosciamo. Perché Uber, Airbnb e gli altri pagano tasse risibili nei Paesi dove producono ricchezza, impoverendoli ulteriormente e costringendoli – se non prendiamo radicali contromisure – a un futuro senza welfare. Che aumenterà il bisogno di lavoretti per arrotondare, in una spirale senza fine.

(dal risvolto di copertina di: Riccardo Staglianò: Lavoretti. Così la sharing economy ci rende tutti più poveri, Einaudi.)

Vite provvisorie dietro la spietatezza dell’algoritmo
- di Roberto Ciccarelli -

Il successo dell’economia delle piattaforme dipende dalla crisi dei redditi e dall’affermazione strutturale del lavoro povero. Non hai un’occupazione stabile, o lavori a intermittenza, ma hai una casa di proprietà? Airbnb mette a disposizione una piattaforma per affittare una stanza e diventare host. Un genitore si è ammalato e la sua pensione non basta a pagare la clinica, anche perché i tagli alla Sanità hanno imposto la cancellazione del presidio ospedaliero distante pochi chilometri. Allora è possibile integrare il reddito – o, in molti casi, farne una professione – facendo l’autista Uber, correndo in bicicletta per consegnare pranzo e cena con Deliveroo. In Lavoretti. Così la sharing economy ci rende tutti più poveri (Einaudi, pp. 232, euro 18) Riccardo Staglianò racconta la storia di Mary Joy, autista Uber a Chicago, nata nelle Filippine, emigrata negli Stati Uniti. Anche in stato avanzato di gravidanza Mary Joy ha continuato a guidare. Invece di assumerla, eventualità impossibile in un sistema in cui vige la «declassificazione» del lavoro dipendente in lavoro autonomo mascherato, Uber ha promosso Mary Joy a testimonial.
In questi casi il problema è duplice: il lavoro sottopagato e ultra-precario (il «lavoretto») è consustanziale al capitalismo digitale, in più la forza lavoro è caratterizzata dall’antropologia dell’imprenditore di se stesso che la porta a trasformarsi in un soggetto prestazionale che accumula micro-lavori e si ammala di stress, depressioni e precarietà. Il punto di non ritorno è il lavoro gratuito, l’elemento strutturale dell’economia delle piattaforme: si sta su Facebook per gioco e si produce ricchezza per il suo proprietario. Questo «lavoro» è un plusvalore assoluto prodotto dalla forza lavoro e non riconosciuto. In più sono i lavoratori a pagare le spese alle piattaforme quando mettono a disposizione la macchina, il telefono, la bicicletta. Tra evasione fiscale e occultamento delle persone al lavoro, il digitale – di cui la sharing economy è parte – è il paradiso dei capitalisti.
Lavorare senza un compenso propriamente detto, pagare per lavorare: questa è la condizione materiale dei lavoratori, e dei consumatori, che si scambiano i ruoli nel sistema di intermediazione e disintermediazione digitale. Questa condizione è rimossa in un sistema che Staglianò, ricorrendo alla psicoanalisi, definisce «incantatorio». Amazon sembra portare a casa un libro, o un frigorifero, grazie alla magia dei droni, non attraverso un sistema di appalti e subappalti che coinvolgono agenti sub-accomandatari. Lo stesso accade con le aziende di consegna di cibo a domicilio: le moto e le biciclette non sono guidate da un algoritmo, ma da esseri umani che obbediscono a un sistema di controllo a distanza in cambio di compensi tendenti al cottimo.
Dietro gli algoritmi c’è la forza lavoro dei clickworkers – i lavoratori del click – che taggano, categorizzano, riconoscono, moderano i commenti su Facebook, corrono in bici o in auto, rendono intelligenti le formule matematiche che aumentano la produttività e amplificano l’(auto)sfruttamento. In questa parabola del lavoro digitale c’è tutta la storia del lavoro contemporaneo: al netto della disoccupazione e della povertà assoluta, il salariato si trasforma in prestazione contingentata mentre si consolida l’illusione della libertà che coincide paradossalmente con lo sfruttamento. Non c’è nessuna magia, ma il prodotto di un sistema che sussume il lavoro vivo erogato da una forza lavoro dentro e soprattutto fuori dai rapporti di lavoro.
Nella macro-storia Staglianò inserisce la propria biografia. Il padre si è emancipato dalla povertà e ha fatto il bancario. Si ammala, la pensione più che dignitosa non basta tuttavia a pagare la clinica. Il giornalista affitta un appartamento su Airbnb e racconta quello che in moltissimi fanno in Italia. La rendita immobiliare è usata dal ceto medio impoverito per compensare il sotto-salario e integrare il reddito. Da popolo di proprietari di casa siamo diventati micro-imprenditori di immobili, attori poco consapevoli della lotta contro i monopoli dell’industria alberghiera o dei tassisti condotta dalle piattaforme digitali.
Molte sono le soluzioni, e non riguardano solo la regolazione fiscale della concorrenza inter-capitalistica tra nuovi e vecchi attori della mobilità, della distribuzione, del trasporto. Tutto resta da fare. Su questi aspetti la commissione Ue, e alcuni tribunali del lavoro, oltre che le corti europee sono intervenute, ancora in maniera del tutto insufficiente. Il rimedio principale consiste nel trovare una soluzione al drammatico problema del reddito. Anche Staglianò parla di reddito di base, sganciato dalla miserabile prestazione lavorativa capitalista. Non ne è convinto appieno, ma racconta una sperimentazione in Finlandia e intervista il suo teorico Philippe Van Parijs. Il reddito è un’approssimazione, non è un traguardo escatologico. Tuttavia resta uno strumento per restituire alle persone la facoltà più importante: l’autonomia che non è un bene o un servizio da acquistare attraverso una «app».

- Roberto Ciccarelli - Pubblicato sul Manifesto il 16.3.2018 -

martedì 20 novembre 2018

Senza via d’uscita!

quibe

I labirinti esistono dalla notte dei tempi, sono stati banco di prova di indimenticabili eroi e sfida dei più grandi viaggiatori, metafora di rinascita spirituale, ma anche simbolo di gioco e spettacolo fine a se stesso. Procedendo per analogie, aneddoti e suggestioni, Eliot sfida il lettore a intraprendere un viaggio attraverso dedali, reali e immaginari, che conducono alla scoperta di sé. Un’esperienza immersiva nella storia e nella mitologia, nella poesia, nel cinema e nella letteratura, alla scoperta di città, mondi e costellazioni sconosciute, raggiungibili soltanto da chi ha il coraggio di seguire quel sottile filo rosso.

(dal risvolto di copertina di: Henry Eliot - Segui questo filo - Il saggiatore)

Ho perso la direzione
- di Marco Bracconi -

Benvenuti nel libro-labirinto. C'è il rischio di perdersi, è vero, ma è altrettanto vero che bisogna necessariamente perdersi per potersi ritrovare. E allora accomodiamoci e seguiamo il filo che Henry Eliot dipana, attorciglia, scioglie, rimescola e nasconde. "Segui questo filo" è un libro particolarissimo, unico nel suo genere per struttura e impianto grafico; unico soprattutto perché determinato a voler essere un meta-libro che mentre narra il suo oggetto lo costruisce, costringendo il lettore a fare lo stesso.
L'oggetto in questione è il labirinto, appunto, protagonista assoluto del testo di Eliot e dei disegni di Quibe, illustratore abituato a tracciare le sue forme utilizzando una sola linea. Un oggetto che Eliot racconta per spunti, frammenti, suggestioni, tecniche e metafore, in un andirivieni disciplinare che tiene assieme Jorge Luis Borges e Umberto Eco, Pablo Picasso e Stanley Kubrick, matematica e mito, religione e architettura. Un percorso fatto di bivi, curve paraboliche e ingannevoli snodi, ricco di divagazioni erudite quanto di citazioni letterarie; qui le uniche strade che avanzano lineari sono il mito di Teseo e Arianna e la storia di Greg Bright, grande inventore di dedali e genio visionario votato alla realizzazione - prima di scomparire dalla scena - del labirinto "definitivo": quello dal quale non c'è via di uscita, perché ogni uscita conduce ad un altro bivio, e poi ad un altro ancora.
Un po' come in "Segui questo filo", dove l'autore ci porta sulle tracce di Dedalo, Minosse e Minotauro per poi continuamente deviarci, senza preavviso, verso le più diverse direzioni: biblioteche cunicolari e immaginarie, parchi rinascimentali, tradizioni e leggende, antropologia e storia, psicanalisi, arte, scienza.
Lo stesso vale per l'altro filo conduttore, la vicenda di Bright, anch'essa intrecciata ad un'infinità di rimandi ai labirinti di ogni dove e di ogni quando, tra un salto temporale ed uno scarto nello spazio. Risultato? Un dedalo di episodi, storie e interpretazioni che ricostruisce la vertiginosa complessità dell'idea di labirinto e prende esso stesso la forma di un percorso a ostacoli verso la (impossibile?) via d'uscita.
Quel che conta, sembra dirci Eliot nel suo saggio anomalo e gioco, non è la strada che ci porterà verso un fuori che forse non esiste, ma il movimento stesso di chi quella strada la cerca, perdendosi in essa. Sono gli autori della grande letteratura a convincerlo di questo, così come i molteplici significati che le culture hanno attribuito al dedalo o persino le sinapsi che governano la nostra intelligenza. Cos'è il cervello umano se non un labirinto di connessioni, biforcazioni, strade continuamente da scegliere o da evitare? E la scrittura, in tutto questo?
Poteva un libro simile resistere alla tentazione di inoltrarsi anche con quella nel dedalo? Certo che no, ed è qui che risiede l'ultima (e decisiva) anomalia del saggio, un format che in apparenza è solo "scherzo" grafico e invece si rivela struttura portante e significativa di tutta l'operazione. "Segui questo filo" ha infatti un suo comprensibile sviluppo, ma è un testo a "geometria variabile". scritto cioè senza alcun rispetto per l'impaginato lineare. Leggerlo vuol dire non solo voltare una pagina dopo l'altra, ma anche rovesciare o inclinare continuamente il libro stesso, invertirlo e rimetterlo sui suoi piedi, perché nessuna pagina comincia esattamente come e dove la precedente si è conclusa. In ognuna di esse, il tratto rosso di Quibe ci illumina o rende oscuro il passaggio, attraendoci in una rete nella quale, chissà, c'è perfino un anello che non tiene. Dove questo può essere non è poi così importante.
Se da Creta alla metropolitana londinese l'intero mondo è un labirinto, entrare e uscire allora è solo un gioco di specchi. E il Minotauro, a guardarlo dritto negli occhi, potrebbe non essere altro che noi.

- Marco Bracconi - Pubblicato su Robinson il 18/11/2018 -

labirinto

lunedì 19 novembre 2018

Nell'aria...

cast metropolis

Una critica del capitalismo per il XXI secolo
- Con Marx, oltre Marx: il progetto teorico del gruppo « Exit ! » -
Gruppo Exit! - 2004

A partire dalla fine degli anni '80, si assiste, su scala mondiale, all'agonia del marxismo, del socialismo, del movimento operaio e dei movimenti di liberazione nazionale. Per quel che riguarda il classico Stato sociale borghese, ormai è andato in rovina, e lo ha fatto nello stesso momento in cui il paradigma keynesiano è diventato solo una nostalgia insieme ai regimi dello «sviluppo» del Terzo Mondo , che crollano in quelle che sono le loro varianti filo-occidentali. Il vecchio antagonismo: riforma o rivoluzione, che è stato dominante in seno alla sinistra, non ha più senso, dal momento che lo sviluppo ed i movimenti sociali non condividono più alcun orizzonte comune. Dappertutto, i resti delle istituzioni rimaste a seguito delle vecchie lotte sociali rivendicative issano la bandiera bianca della capitolazione. Il concetto di «riforma sociale» si è trasformato nel suo contrario, ed è stato semanticamente investito dalla controriforma neoliberista che, poco a poco, liquida quelle che sono state le acquisizioni sociali, il sistema previdenziale ed i servizi pubblici. Il paradigma neoliberista non è più un punto di vista particolare, bensì costituisce un consenso che va al di là dei partiti e che penetra in gran misura la sinistra. E la resistenza diventa sempre più debole. Anche i grandi scioperi e i pochi movimenti sociali che esplodono qua e là si concludono regolarmente con la sconfitta e la rassegnazione. Sembra che il capitalismo abbia vinto su tutta la linea. E non solo in quanto potere repressivo esterno, ma anche all'interno dei soggetti stessi. La pretesa «legge naturale» del mercato, e l'universalità negativa della concorrenza, nonostante le loro devastanti conseguenze, umilianti ed insopportabili, vengono viste come se fossero delle condizioni insuperabili dell'esistenza umana. Più appare chiaro che quest'ordine sociale planetario equivale all'autodistruzione sociale ed ecologica, più gli individui si aggrappano con tutte le loro forze alle categorie ed ai criteri di questa forma negativa di socializzazione, che ormai hanno interiorizzato. Nella stessa misura in cui la ragione borghese si decompone, per diventare quella barbarie contro la quale Marx ci aveva messo in guardia, ecco che il pensiero sociale rifiuta ogni riflessione critica ed invoca una «civiltà» capitalista che, in quanto progresso positivo, è esistita solamente come apologia ideologica. La violenza militare della polizia capitalista globale non risolve il benché minimo problema, ma ingigantisce il caos distruttore e l'assenza di prospettiva. Il capitalismo è riuscito a vincere soltanto sotto la forma della propria crisi che, del resto, è diventata la crisi proprio del famoso «soggetto agente» stesso e che, proprio per tale ragione, non sembra più essere capace di aprire alcuna strada di una qualche emancipazione sociale. La nuova qualità della crisi, anziché mobilitarla, paralizza la critica.
Un simile paradosso esige di essere spiegato. A partire dalla fine degli anni '80, nel mondo di lingua tedesca si assiste allo sviluppo di una posizione teorica che affronta un problema del genere. Una tale posizione cerca di parlare apertamente, senza giri di parole, di quella che è la «storia della sinistra» in 150 anni di dominio del marxismo e del movimento operaio. Il gruppo « EXIT ! », riunito intorno alla rivista omonima, è il risultato di questo sforzo ed il promotore del suo attuale approfondimento. In un certo senso, è dall'interno che « EXIT ! » critica il marxismo, con lo scopo di dare alla teoria di Marx una forma nuova che sia pertinente rispetto all'orizzonte del XXI secolo. Per far questo, bisogna porre delle domande spietate alla teoria marxista. Il marxismo passa per essere la figura teorica per eccellenza della critica del capitalismo. E allora perché sta vivendo quella che è fino ad oggi la sua crisi più grave, e lo sta facendo proprio nello stesso momento in cui la stessa crisi la sta vivendo quello che è l'oggetto della sua critica? Perché, alla soglia del XXI secolo, non ha alcuna risposta da dare rispetto a quella che è la situazione mondiale? Perché tutto il suo apparato concettuale appare essere così disperatamente antiquato?
Questa problematica non è del tutto nuova, anche se si è aggravata solo a partire dal crollo dell'Unione Sovietica. Già dagli anni '60, si poteva vedere come il paradigma marxista tradizionale fosse già senza fiato ed incapace di tenere il passo con lo sviluppo capitalista. È vero che i movimenti di liberazione nazionale del Terzo Mondo, che si legittimavano in maniera più o meno marxista, sembrava che raggiungessero proprio allora il loro apice (in realtà, sarebbero morti poco tempo dopo). Ma era impossibile non vedere che all'Est il socialismo burocratico di Stato aveva già cominciato a perdere la capacità di sviluppo all'interno, e la sua forza di attrazione verso l'esterno. Allo stesso modo, diventava evidente che dopo più di un secolo di efficacia, il movimento operaio occidentale non aveva più forza e si stava trasformando nella «fine della serie» della storia. Per « Exit ! » la cosiddetta «nuova» sinistra (New Left), uscita dal movimento studentesco del 1968, non era ancora in grado di comprendere la portata della nuova problematica, per poter sviluppare un altro paradigma della critica del capitalismo, che potesse andare più lontano. Essenzialmente, si accontentava di fare l'inventario del materiale storico fornitole dal vecchio marxismo e dall'anarchismo, si accontentava di «rimettere in scena», come in una sorta di rassegna di fantasmi, alcune correnti e sotto-correnti del vecchio estremismo di sinistra, e di rimettere in gioco, sotto forma di mini-sette, tutta la panoplia delle tradizionali forme organizzative. La vasta letteratura marxista degli anni '70 è stata, in gran parte, senza originalità. Era poco più dell'eco - sotto forma di studi politici ed accademici - di una storia che era appena finita. E che oggi si trasforma in polvere nelle biblioteche.

debord al bar

È con la stessa fermezza che « EXIT ! » si distingue dal pensiero cosiddetto postmoderno che - parallelamente alla «nuova» sinistra (New Left) ed in stretta connessione con essa - ha cercato di superare il marxismo tradizionale «disarmandone la teoria» [*1]. Usando il concetto peggiorativo di «teoria generale» [*2], viene gettato il sospetto di totalitarismo sulla più importante struttura di pensiero del XX secolo, in special modo sul marxismo. Un relativismo fenomenologico non essenzialista, deve prendere il posto dei concetti rilevanti della totalità sociale, distinguendo fra essenza e fenomeno presumibilmente totalitario. La critica dell'economia politica è stata sostituita dal «culturalismo», l'analisi del reale dal culto del virtuale. Il postmodernismo diviene la teoria alla moda degli anni '80 e '90, e un'intera generazione di giovani di sinistra cresce con esso. Ma questa teoria è ancora meno adatta a portare la critica del capitalismo al livello del XXI secolo. Realmente totalitario, l'«orrore economico» ha finito per ridicolizzare il culturalismo postmoderno con la sua limitazione fenomenologica della teoria critica.
« EXIT ! » ha seguito una strada del tutto diversa: facendo ritorno alla critica dell'economia politica, ma non nel senso tradizionale del «marxismo del movimento operaio». Al contrario, ciò di cui si tratta è quella dimensione della teoria di Marx che la sinistra fino a tutt'oggi, o ha completamente annullato, oppure, come è avvenuto nel caso di una minoranza di sofisticate riflessioni teoriche, ha relegato nel migliore dei casi ad uno stato di ragionamento «filosofico» astratto ed esternalizzato in un avvenire immaginario per quanto riguarda la sua efficacia pratica: la critica del feticismo moderno, la critica della produzione di mercato in quanto sistema, la critica della «valorizzazione del valore» (Marx) in quanto «soggetto automatico» (Marx) della società. Il fatto di integrare nella riflessione questa dimensione profonda della modernità tutt'intera, porta a comprendere le categorie di base del sistema moderno della produzione di merci non più come oggetti ontologici positivi, alla stregua del marxismo tradizionale, ma a criticarli radicalmente in quanto oggetti negativi e storici. Questo vale innanzitutto per le categorie economiche in senso stretto, vale a dire la razionalità economica (d'impresa), il «lavoro astratto» (Marx) e le loro forme apparenti: il valore, la merce, il denaro ed il mercato. La liberazione può essere pensata solo al di là di queste categorie stesse: né «in», né «insieme a» loro. Il marxismo tradizionale intendeva che non si superassero le categorie del sistema della produzione di merci, ma voleva solo «politicizzarle». Ma la politica e le sue forme di esistenza istituzionale: lo Stato, la democrazia e la nazione, formano solamente l'altro polo del sistema moderno dei feticci; polo che è costituito dalla forma giuridica  dei soggetti borghesi. Le categorie economiche e giuridico-politiche sono le due facce della stessa medaglia. In tutte le classi, il soggetto moderno è un soggetto schizoide, diviso fra homo oeconomicus et homo politicus, in borghese ed in cittadino. Da sempre, la sinistra ha voluto solo domare la borghesia con l'aiuto del cittadino, dirigere il mercato con l'aiuto dello Stato, regolare l'economia del «lavoro astratto» con l'aiuto della politica, controllare il denaro con l'aiuto della nazione. Ma ciò che è necessario, è abolire tutt'e due facce del feticismo moderno , invece di giocarle sempre una contro l'altra.
Arriviamo così ad una prospettiva che non si limita più all'antagonismo sociologico immanente delle «classi», in cui abbiamo da una parte il lavoro salariato e dall'altra il rappresentante del capitale, ma che assume come bersaglio il sistema di riferimento comune a queste due classi. Mentre il tradizionale marxismo classista aveva tematizzato solamente l'appropriazione giuridica-esterna del plusvalore da parte dei capitalisti, « EXIT ! » se la prende con la forma sociale fondamentale del «soggetto automatico». Il plusvalore non è qualcosa di positivo. Al contrario, si tratta di un fine in sé irrazionale che va al di là dell'insieme dei soggetti agenti. La «valorizzazione del valore» è l'interconnessione cibernetica del valore con sé stesso, come se fosse una sorta di macchia sociale. Allo stesso modo in cui il valore è la forma dell'accumulazione infinita, il «lavoro astratto» - che è il contenuto del valore - è il fine in sé irrazionale indifferente ad ogni contenuto sociale e materiale. Il marxismo tradizionale ha elevato la forma ed il contenuto del moderno feticismo, in condizioni ontologiche, trans-storiche, ad una pretesa conditio humana. Invece, al contrario, storicizzare tali categorie. La critica del capitalismo fatta dal marxismo tradizionale si limitava alla critica dell'involucro giuridico esteriore che costituisce la proprietà provata, mentre sia la forma che il contenuto della riproduzione capitalistica venivano positivizzate in maniera acritica. Il valore ed il «lavoro astratto», visto come «lavoro» in generale, come «dispendio di nervi, muscoli, cervello» e come base ontologica, nel modo in cui lo suggerisce una critica del plusvalore che si limita alla forma giuridica e alla sfera della distribuzione. Il «lavoro» ed il «valore» sono, al contrario, la forma di esistenza del plusvalore, e perciò del capitale, o del «soggetto automatico» stesso. Il programma della critica non può essere il programma dell'equa distribuzione del valore, ma dev'essere quello della sua soppressione in quanto forma irrazionale di una «ricchezza astratta» (Marx) distruttrice. A portare oltre il capitalismo, non può essere né il «punto di vista del lavoro» né l'«orgoglio di creare valore», ma, al contrario, solo la critica radicale di quelle «astrazioni reali» che sono il lavoro ed il valore.

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In questo contesto, l'approccio teorico di « EXIT ! » il più delle volte si presenta sotto l'etichetta di «critica del valore» o di «critica del lavoro». Ma il feticismo moderno non può essere ridotto solo a questo: una critica che si limitasse solo alla forma valore e alla sostanza del lavoro, sarebbe essa stessa tronca e riduttrice. La critica si deve occupare anche di quel che è il carattere metafisico di tutte le società moderne e del loro «soggetto automatico». È il concetto marxiano di feticcio a darci indicazioni in tal senso. Come ha detto Marx, non è solo un'analogia, quella che il feticismo del moderno sistema produttore di merci costituisce con le rappresentazioni religiose: ma ha essa stessa delle radici religiose. La modernità non è mai andata oltre la religione, ma è passata dalla trascendenza all'immanenza terrena: non è affatto «post-metafisica», bensì «realmente metafisica». Il «soggetto automatico» del sistema della produzione di merci, non è la ragione umana liberata, ma è il «Dio che agisce» sotto forma dell'astrazione del valore, il peggiore degli dei, in quanto devastatore del mondo.
Decodificare criticamente la metafisica reale moderna, include una critica radicale dell'«Aufklärung» ["Illuminismo"] [*3], in quanto fondamento filosofico e ideologico di tutto il pensiero moderno. Come è stato mostrato da Foucault in maniera fenomenologica, l'Aufklärung, fornendo quelle idee che sono servite a disciplinare l'umanità in funzione del «lavoro astratto», è stato fondamentalmente repressivo. Inoltre, ha giocato un ruolo decisivo in quella che è stata la costituzione del soggetto schizoide moderno, elevando le forme «reali-metafisiche» al rango di ragione positiva, rappresentando lo sconvolgimento capitalista come la metafisica storica del «progresso».
Nei confronti del plusvalore, il marxismo tradizionale non è stato assai più che un'appendice dell'Illuminismo borghese, ed al pari di esso, in materia di pensiero, intendeva rivendicare anche l'«eredità borghese», al fine di poterla proseguire, anziché spezzarla. E quello che il marxismo ha «ereditato» dall'Illuminismo è stata proprio l'ontologizzazione erronea delle categorie fondamentali della socializzazione capitalistica. Essenzialmente, contro la realtà borghese, l'illusione politica della sinistra consisteva nel rivendicare gli ideali borghesi dell'illuminismo, invece di smascherarli come ideologia positiva di questa realtà negativa. Del resto, quello che era l'abbozzo, nelle teorie postmoderne, di una critica dell'Illuminismo e del soggetto, non poteva condurre oltre il marxismo, dal momento che non andava oltre il quadro culturalista, rifiutandosi di sviluppare la critica dell'economia politica. La critica postmoderna - volendo contrabbandare quelle categorie, escludendo proprio questa dimensione decisiva in quanto sarebbe stato un preteso «economicismo», anziché vedere la reale metafisica feticistica della modernità - rimaneva prigioniera di una fenomenologia e dell'ontologia capitalista. Tutto ciò spiega anche perché la più parte dei postmoderni sia ritornata al soggetto borghese ed una politica superficiale.
L'approfondimento della concezione positivista della teoria di Marx, contrapposta ad una concezione radicalmente critica della categorie sociali moderne e dei legami che esse intrattengono, non poteva essere lasciata ad una concezione realmente astratta. Questo non avrebbe fatto altro che riprodurre la stessa metafisica reale moderna. Si tratta, al contrario, di distruggere anche l'universalità positiva delle pretese dell'Illuminismo. Il sessismo, il razzismo e l'antisemitismo moderno si trovano fondamentalmente contenuti nel pensiero stesso dei Lumi, dal momento che esso affonda le proprie radici nella metafisica reale del sistema di produzione di merci e dei suoi soggetti.
Il «soggetto automatico» non è sessualmente neutro, tutt'altro; al contrario, è costituito essenzialmente da un preciso rapporto fra i sessi. Allo stesso modo in cui la modernità non supera la religione, ma la trasforma in metafisica reale, anch'essa a sua volta non va oltre quello che è il carattere patriarcale dell'«occidente cristiano», ma lo riconfigura e lo oggettivizza in maniera apparente. Non bisogna vedere il dominio patriarcale moderno come se fosse un rapporto sociologico esterno, opposto all'universalismo astratto della forma merce, e che potrebbe essere abolito nel quadro di quest'ultima. Ma al contrario, il patriarcato costituisce un momento centrale del rapporto feticistico stesso. Tutti gli aspetti della riproduzione sociale, della vita personale e delle relazioni sociali che non si lasciano ridurre alla logica astratta del valore (allevare i bambini, il «lavoro domestico», il «lavoro affettivo e relazionale», le funzioni socio-fisiche anti-stress, ecc.), sono stati dissociati dall'universo economico e politico, e sono stati definiti storicamente come «femminili». Quindi, il capitalismo non è solo l'insieme delle sue forme categoriali: è anche sempre un processo di dissociazione. La relazione di valore è allo stesso tempo una relazione della dissociazione di certi aspetti della vita, e un concetto critico della società moderna può essere costituito solamente legandosi a questi due momenti. Il valore ed il suo soggetto non sono affatto neutri, tutt'altro; al contrario, sono determinati strutturalmente come maschili. Quindi, il moderno rapporto sociale fra i sessi si pone, al di là di Marx, al medesimo livello concettuale del capitale stesso, e non ne costituisce una semplice appendice subordinata.

Corinne Calvet plays chess at the Cocoanut Grove in Los Angeles, California,  APRIL 26, 1957

In tal modo, l'universalismo astratto della modernità si rivela in realtà come un universalismo androcentrico. La supremazia maschile è inscritta nella forma valore e nella sostanza del lavoro, nella democrazia, nella politica e nel Diritto moderno. È vero che le donne non sono mai state limitate, in maniera esclusiva, alla sfera privata e ai momenti dissociati. Soprattutto dopo la globalizzazione, sono state integrate sempre più nelle sfere pubbliche del «lavoro astratto» e della politica. Ma si sono comunque trovate in una posizione inferiore. La dissociazione sessuale non opera solo rispetto alla vita privata borghese, ma anche nella vita pubblica borghese. Anche nei domini della politica e dell'economia, le donne sono in gran misura orientate verso delle funzioni tampone socio-psicologiche: anche qui, vengono considerate come se fossero dei «segni» culturali e simbolici di una natura che si tratterebbe di addomesticare. Generalmente vengono pagate meno, accedono più raramente a dei posti di direzione e devono lavorare il doppio degli uomini per poter ottenere la metà dei riconoscimenti. Allo stesso tempo, l'integrazione delle donne nella società ufficiale dell'economia e della politica non significa che nella sfera privata si rimetta in discussione il fatto che esse siano responsabili delle attività e delle relazioni dissociate, e che queste vengano equamente ripartite fra gli uomini e le donne. Invece, le donne generalmente subiscono un «doppio carico di lavoro», nella misura in cui sono sottomesse sia al «lavoro astratto» che alla dissociazione sessuale.
L'universalismo androcentrico della modernità, è allo stesso tempo un universalismo occidentale, dal momento che una gran parte dell'umanità non occidentale è rimasta ai margini nel sistema globale della produzione di merci, né poteva, a causa del ritardo storico, andare al di là delle prime tappe dello sviluppo capitalista, essendo la generalizzazione globale della forma soggetto legata ad una tendenza socio-culturale distruttrice e ad una «seconda zona» sia materiale che simbolica.
La concorrenza universale, in quanto inerente al sistema moderno della produzione di merci, induce nei soggetti agenti il bisogno di un nemico, Laddove il livello della critica della metafisica-reale moderna rimane invalicato, i soggetti trasferiscono la loro sofferenza su dei soggetti antagonisti costruiti sotto forma di «sub-umani» (le persone di colore) o su dei «superuomini negativi» (gli ebrei). In questo modo, le ideologie come il razzismo e l'antisemitismo sono strutturalmente ancorate nella moderna metafisica reale, così come lo è l'ideologia sessista. Essenzialmente, il soggetto universalista è un maschio occidentale bianco (MOB). La generalizzazione della forma del MOB innesca numerosi rifrazioni nella coscienza dell'umanità extra-europea e degli immigrati, facendo nascere dei nuovi miscugli di sessismo, di razzismo, di «etnicismo» e di antisemitismo. Pertanto, per quanto concerne il MOB e l'universalismo androcentrico, la sinistra tradizionale rimane prigioniere dell'orizzonte della moderna metafisica reale. Nella comprensione di sé stesso, il marxismo del movimento operaio era androcentrico e riproduceva sia la dissociazione sessuale che il «lavoro astratto». A causa della sua origine, era sia bianco che occidentale, e nei confronti delle persone di colore e degli extra-europei si mostrava tutt'al più paternalistico, ed era spesso permeabile agli ideologemi razzisti. E soprattutto, generalmente, il marxismo tradizionale rimane cieco nei confronti del pericolo dell'antisemitismo, incapace come è stato di vedere come esso fosse strutturalmente ancorato nella metafisica capitalista reale. La critica marxista del sessismo, del razzismo e dell'antisemitismo non potevano superare l'erroneo universalismo [*4] dell'Illuminismo borghese, e resta per tale motivo inefficace. Anche da questo punto di vista, il culturalismo postmoderno è stato incapace di compensare il deficit, ed al contrario è riuscito solo ad aggravarlo; la critica postmoderna del sessismo, del razzismo e dell'antisemitismo si è fermata ad un «culto delle differenze», senza elaborare le basi sociali di queste ideologie nelle contraddizioni del «soggetto automatico».

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La nuova posizione teorica di « EXIT ! » non sarebbe completa se non si potesse spiegare da sé sola. Ciò implica l'esigenza di determinare la propria posizione storica. In materia di critica del capitalismo, non siamo più intelligenti dei nostri predecessori, ma ci troviamo in un'altra situazione storica, più avanzata. Non si tratta di annunciare una qualche verità ultima, assoluta, «decontestualizzata», ma di tener conto di quale sia il nuovo contesto storico e sviluppare un nuovo paradigma teorico che sia adatto all'epoca che si apre davanti a noi. Visto sotto quest'angolatura, il vecchio movimento operaio occidentale, il marxismo tradizionale, la vecchia sinistra politica, il defunto «socialismo realmente esistente», burocratico di Stato, dell'Est, così come i movimenti ed i regimi di «liberazione nazionale» del Sud, appartengono tutti a questa parte della storia della penetrazione del sistema moderno della produzioni di merci, e alla sua metafisica reale. Nessuno di questi movimenti è andato oltre l'ontologia capitalista; tutti si sono limitati solo a riflettere l'asincronicità storica esistente all'interno di tale ontologia. Essenzialmente, si è trattato nient'altro che di processi di modernizzazione di recupero. La «sinistra» si fece carico di quelli che erano gli «aspetti incompleti» del sistema della produzione di merci che non erano stati ancora pienamente sviluppati: la sinistra divenne così il motore della modernizzazione capitalista stessa.
Ed è in tal senso che va compreso in un certo qual modo Ottobre come se fosse stata la «Rivoluzione francese dell'Est». Non si è trattato di superare le categorie capitaliste ma, al contrario, di procedere a quella che era la loro tardiva installazione sociale; e questo, d'altronde, è avvenuto con i metodi del capitalismo di Stato, i quali sono stati assai simili a quelli utilizzati ad Ovest qualche secolo prima. Quanto ai movimenti di liberazione nazionale del Terzo Mondo, anch'essi, più tardi, hanno dovuto seguire il medesimo modello. Questa interpretazione non dev'essere ridotta al suo aspetto scientifico-tecnico, visto nel senso di un'industrializzazione di recupero. Ciò che è stato messo ugualmente in gioco, è stata l'introduzione di forme sociali di un sistema di produzioni di merce, e quindi la sostituzione degli obblighi personali con la monetizzazione e l'economicizzazione di tutte le relazioni sociali. e quindi imporre il passaggio dalle tradizioni agrarie a delle forme soggettive e giuridiche borghesi, ed imporre di fatto il «lavoro astratto» e la dissociazione sessuale moderna (e non abolirla). L'orizzonte emancipatorio di un tale processo non è stato altro che quello della «lotta per il riconoscimento» all'interno dell'ontologia capitalista, per riconoscere come soggetti nazionali autonomi del mercato mondiale quelle che erano le regioni periferiche e sottomesse.
In ultima analisi, vale la stessa cosa anche per il movimento operaio occidentale. Qui, non si trattava di riconoscimento nazionale ma di riconoscimento sociale, ed in questo caso di riconoscimento giuridico del lavoratori salariati come soggetti formali all'interno del sistema della produzione di merci. La cittadinanza ufficiale, che fino alla seconda metà del XIX secolo era limitata alla borghesia benestante [*5], doveva essere estesa a tutti i membri della società. Per il «soggetto automatico», questa è stata la sola maniera di sottomettere ed incorporare l'insieme di tutta la riproduzione sociale. Al termine della lotta per la libertà di associazione e di riunione, per il diritto di sciopero, per un diritto di voto universale, il soggetto schizoide, del borghese e del cittadino venne trasferito ai lavoratori salariati.
In questo modo, il movimento operaio fu in grado di comportarsi come se fosse un «attore politico» e «amministratore dello Stato». Il prezzo da pagare fu quello dell'interiorizzazione del «lavoro astratto», la servitù volontaria [*6] integrale sotto il «soggetto automatico» e le sue leggi, così come la generalizzazione del rapporto di dissociazione sessuale. Fino ad oggi, il concetto di «socialismo», nella totalità delle sue varianti, si riferisce ad un «supplemento giuridico» di questa lotta storica «per il riconoscimento» all'interno delle categorie capitaliste. Ciò non significa che questa restrizione storica della critica fosse assolutamente necessaria. In realtà si è trattato solo di una limitazione nei fatti. Dopo la fine del XVIII secolo, i conflitti sociali hanno conosciuto, a più riprese, de momenti di tensione nei confronti di quelle che erano le esigenze del «lavoro astratto» e del rapporto di dissociazione sessuale. Ma questa tensione è stata sempre risolta sulla base di uno sviluppo continuo della moderna metafisica reale. Che cosa ci autorizza - in questo inizio di XXI secolo - non solo a sviluppare un nuovo paradigma teorico, ma anche ad aspettarci una mediazione con la pratica sociale? La risposta a questa domanda sta nel fatto che la posizione di « EXIT ! » contiene anche una nuova teoria della crisi del capitalismo.

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Fino ad oggi, tutte le crisi sono state delle crisi causate dalla penetrazione della relazione di capitale che aveva ancora davanti a sé uno spazio di sviluppo storico. È per questa ragione che i movimenti sociali potevano investire positivamente in ogni nuova spinta all'accumulazione, e non erano perciò costretti ad una critica categoriale delle forme sociali. Ma con la terza rivoluzione industriale della microelettronica, il capitale si scontra - come aveva predetto Marx - con il suo limite interno assoluto. È il processo capitalista stesso a rendere superfluo il «lavoro astratto», ad un punto tale che i vecchi meccanismi di compensazione spariscono [*7]. Ed è proprio questo il motivo per cui il marxismo tradizionale vive - insieme al soggetto della sua critica - una crisi qualitativamente nuova. I concetti della vecchia «lotta di classe» e del «punto di vista della classe operaia» non possono più costituire una risposta alla spinta globale verso la povertà e alla miseria, in un mondo in cui tale spinta è arrivata anche nei centri del capitalismo. Per la prima volta, la crisi categoriale esige una critica categoriale, e a tutto questo il pensiero marxista - prigioniero esso stesso dell'ideologia della modernizzazione - non è per niente preparato.
«Crisi categoriale», significa che non si tratta più solamente di una crisi economica, o di una rottura strutturale che porti ad un nuovo «modello di accumulazione». Il processo di crisi della globalizzazione, ci mostra che il limite immanente del «lavoro astratto» si trasforma ormai in crisi della politica e delle forme dello Stato, della democrazia e della nazione. Il borghese ed il cittadino, queste due anime che si trovano nel petto del soggetto schizoide, si separano [*8] in maniera irreversibile. E ciò include anche una crisi elementare dell'identità sessuale, e soprattutto dell'identità maschile. Insieme alla «valorizzazione del valore» smette di funzionare anche la dissociazione. La conseguenza, consiste in un'ondata di violenza sessista, di persecuzione morale nei confronti delle donne, e in una mobilitazione di ideologie androcentriche su scala planetaria. Nel momento in cui il risentimento razzista, «etnicistica» e antisemita si diffonde a macchia d'olio.
Sviluppare - nel contesto di questa crisi sociale globale - la critica delle categorie del sistema di produzione di merci e della sua metafisica reale, per « EXIT ! » non significa tuttavia elaborare dei concetti a breve termine per poter gestire la crisi per poi poterli offrire sul mercato ambulante delle idee. Occorre che innanzitutto la critica possa essere negativa, e una pratica alternativa può sorgere solo a partire dalla negazione fondamentale. Si tratta di organizzare in maniera cosciente l'utilizzo delle risorse e delle possibilità umane in quelle che sono le nuove istituzioni sociali, anziché eseguire ciecamente le «leggi» di una «seconda natura» feticista. Se, in passato, la critica è stata un'opportunità che non è stata colta, oggi diventa una necessità per la sopravvivenza.
Questa negatività è tanto più necessaria, in quanto la critica dell'ontologia moderna comprende la critica del pensiero ontologico in generale. Non esiste nessun terreno ontologico positivo su cui costruire. Qualsiasi ritorno all'Illuminismo, ai miti della borghesia e allo «Stato dei lavoratori» è diventato impossibile, e a maggior ragione è diventato impossibile il mito della premodernità idealizzata. La teoria di « EXIT ! » rifiuta ogni romanticismo agrario, nel modo in cui, per esempio, è fiorito in Francia nella sinistra post-situazionista, come reazione alla fine del marxismo tradizionale. Allo stesso modo, è diventato impossibile dare una connotazione positiva - come se fosse «tutt'altro» - alla dissociazione sessuale analizzata nel quadro di un nuovo paradigma teorico. Le donne non sono degli esseri umani migliori, e la relazione di dissociazione significa, così come la relazione di «lavoro astratto», una riduzione compulsiva delle possibilità umane.
Resta da porre la domanda circa la relazione che la nuova posizione di « EXIT ! » intrattiene con la teoria di Marx. Non si tratta né di «ortodossia» né di «revisionismo», bensì di un approfondimento eterodosso. In questa prospettiva, si deve parlare di un «duplice Marx», nella misura in cui possiamo trovare in lui due linee di argomentazione differenti e contraddittorie: da un lato, una teoria positiva della modernizzazione che comprende il capitale in quanto sviluppo «necessario» ancora incompiuto, ed al quale va assegnata una «missione civilizzatrice». Dall'altro, troviamo una teoria critica del feticismo moderno, vale a dire delle categorie che si trovano alla sua base. Il movimento operaio ed il movimento di liberazione nazionale possono appropriarsi solo del primo Marx, del Marx «positivista» e di una teoria della modernizzazione incompiuta dentro l'involucro delle categorie capitaliste; mentre tralasciavano praticamente del tutto, e in realtà non potevano comprendere l'altro Marx, il critico delle categorie. Al contrario, per « EXIT ! » quel che conta è proprio riprendere la seconda linea di argomentazione di Marx, e svilupparla insieme ai concetti di metafisica reale moderna e della relazione della dissociazione sessuale, vale a dire pensare con Marx oltre Marx.
Naturalmente, la nuova posizione teorica di « EXIT ! » suscita le più ardenti posizioni di difesa da parte di quel che rimane del marxismo tradizionale. Limitato al mondo di lingua tedesca, nel frattempo, il dibattito intorno alla «critica del valore», del «lavoro» e della «dissociazione» su è esteso ai paesi latini. Delle traduzioni di testi importanti degli autori di « EXIT ! » sono apparsi in Francia, in Italia, in Spagna ed in Portogallo, in Brasile, in Messico ed in Argentina, e recentemente anche in Cina ed in Giappone. Appare urgente e necessario far conoscere questa riformulazione e questo approfondimento della teoria marxiana anche nel mondo anglosassone. Il gruppo riunito intorno ad « EXIT ! » è convinto che il nuovo paradigma teorico «è nell'aria», e che ci saranno degli abbozzi e degli elementi di questa teorizzazione che si svilupperanno indipendentemente da esso, dappertutto nel mondo. Il dibattito è solamente appena iniziato, e dovrà essere altrettanto transnazionale del capitale stesso, se il pensiero critico vuole sconfiggere la propria paralisi.

- Gruppo Exit! - 2004 - Pubblicato sul n°1 della rivista Exit! -

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NOTE:

[*1] - Questa metafora militare rappresenta la preoccupazione del discorso postmoderno di voler rompere con le teorie il cui rigore viene paragonato alla violenza totalitaria. Per contrasto, il discorso postmoderno vuole essere flessibile, fluttuante, in breve: senza armi.

[*2] - In tedesco: «Grosstheorie»; concetto utilizzato da Niklas Luhmann per designare una teoria (sociale) con pretese di universalità.

[*3] - In tedesco « Aufklärung », che più spesso viene tradotto con «Illuminismo», e più raramente con «Ragione> (con la lettera maiuscola), come avviene nella traduzione francese del libro di Adorno, "La Dialettica della Ragione".

[*4] - In tedesco: «unwahr», letteralmente «non vero».

[*5] - In tedesco: « Besitzbürgertum ».

[*6] - In tedesco:  « Selbstunterwerfung », letteralmente «autosottomissione»; la traduzione libera, «servitù volontaria» (letteralmente « freiwillige Knechtschaft ») è un'allusione al testo di La Boétie: "Discorso sulla servitù volontaria" (1576).

[*7] - In tedesco: «erlöschen ».

[*8] – In tedesco: « auseinanderfallen ».

fonte:  Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

domenica 18 novembre 2018

Siliconati!

SADIN

Culla delle tecnologie digitali (si pensi a Google ed Apple), la Silicon Valley incarna l'insolente successo industriale della nostra epoca. Questa terra, nel dopoguerra centro di sviluppo dell'apparato militare e informatico, è oggi il luogo di una frenesia innovatrice che intende ridefinire ogni aspetto della nostra esistenza per fini privati, dichiarando tuttavia di agire per il bene dell'umanità. Ma la Silicon Valley non rinvia soltanto a un territorio; è oggi soprattutto una mentalità, che sta muovendosi per colonizzare il mondo. Una colonizzazione di un nuovo genere, portata avanti da numerosi missionari (industriali, università, think thank) e da una classe politica che incoraggia l'edificazione di diverse Valley sui cinque continenti, sotto forma di ecosistemi digitali e di incubatori di start-up. Sadin mostra come un capitalismo di tipo nuovo stia agendo per istituire un tecnoliberismo che, attraverso oggetti connessi e l'intelligenza artificiale, intende ottenere profitti dai piú semplici dei nostri gesti, inaugurando l'era dell'«industria della vita».

(dal risvolto di copertina di: La siliconizzazione del mondo, di Èric Sadin. Einaudi)

Silicon Valley, la nuova dottrina che vuole colonizzare il mondo
- di Luigi Ripamonti -

Internet minaccia la democrazia? Di più, ha nel mirino «i principi fondanti dell’umanesimo europeo, propugnatori dell’autonomia di giudizio e del libero arbitrio, con i loro corollari del principio di responsabilità e del diritto delle società a decidere insieme del proprio destino».
È il braccio armato dello spirito della Silicon Valley, che sta producendo «una colonizzazione planetaria salutata con entusiasmo e con forte volontà di sottomissione da parte dei colonizzati». Spietata l’analisi e brutali le conclusioni di Éric Sadin ne La silicolonizzazione del mondo (Einaudi). Secondo il filosofo francese, da sempre attento agli sviluppi del digitale, si è imposta l’idea secondo cui lo schema economico proposto dai «colonizzatori» è l’incarnazione di «una forma luminosa di capitalismo non più fondato sullo sfruttamento della maggioranza ma su “virtù egualitarie” che offrirebbero a tutti la possibilità di muoversi “liberamente” e di “realizzarsi” al suo interno».
Ma la realtà — smitizza Sadin — è invece quella di un modello industriale fondato sull’accompagnamento algoritmico ininterrotto della nostra esistenza. Lo scopo della Rete non è più, da tempo, la sola raccolta di dati, bensì il loro utilizzo per creare un ambiente soft che ci abitua a delegare sempre di più le nostre decisioni, con l’obiettivo di arrivare a controllare e indirizzare i nostri desideri. Persino il neuromarketing diventa primitivo se paragonato al cloud, capace, grazie all’unificazione di innumerevoli sistemi deterritorializzati, di determinare all’unisono il comportamento di miliardi di individui, realizzando il privilegio di un legame diretto e ininterrotto con gli utenti-consumatori. Un rapporto disintermediato grazie al quale lo spirito della Silicon Valley può far valere la sua visione del mondo, a beneficio del profitto di una casta di individui che hanno paradossalmente saputo cucirsi sulla felpa lo stemma di benefattori dell’umanità. Ma proprio di paradosso si tratta, perché il tecnolibertarismo consiste nel dequalificare l’agire umano a vantaggio di un «essere computazionale» giudicato superiore.
Il suo ethos economico vuole aggrapparsi alle nostre vite fino a capitalizzarne ogni fiato.
La sua filosofia politica funziona da a-politica o da tecno-politica e tende a sbarazzarsi del politico inteso come libera capacità di individui e popoli di decidere, in comune e nel contraddittorio, del proprio destino. A essere messa sull’altare è la sola, incondizionata, libertà individuale, senza tener conto dell’altro termine dell’equazione, ovvero la cosa pubblica.
Lo Stato sociale e il suo corollario — l’imposta — sono considerati abusivi, giacché fondano il bene comune su un prelevamento di risorse scaturite dall’iniziativa individuale, unica creatrice di ricchezza.
Sadin non ha paura ad azzardare paragoni estremi, affermando che: «Come i sistemi totalitari il siliconismo è portatore di un’energia rivoluzionaria intenzionata a opporsi all’“inerzia delle società”, alla loro “lenta e ineluttabile dissoluzione”, per costruire nuove fondamenta purificate da scorie e debolezze umane. Abbiamo qui un apparato retorico bene assemblato ma relativamente povero, che dovendosi indirizzare a tutti si rifà a un catalogo ristretto di idee e corrisponde a quanto va sotto il nome di propaganda. Ma la sottigliezza e la forza di questa propaganda, al pari di quella nazifascista, è di fondarsi su un impianto destinato alla formazione di truppe».

- Luigi Ripamonti - Pubblicato sul Corriere del 30 Agosto 2018 -

sabato 17 novembre 2018

Smettere di parlarne!

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Scritto nel novembre del 1914, In questa grande epoca è una durissima resa dei conti con la retorica patriottica e nazionalista, un assalto frontale alla mendacia del giornalismo, un j'accuse senza appello contro la viltà degli intellettuali schieratisi con il potere e, non per ultimo, un disperato mettersi a nudo dello scrittore, che espone se stesso e le proprie inestricabili contraddizioni di ebreo antisemita e fervido conservatore contrario alla guerra in nome dello stato di diritto. Kraus traccia il quadro di un'epoca chiamata «grande», che sacrifica la vita umana e lo stesso spirito agli idoli del progresso e del denaro, sostituendo la realtà con la sua rappresentazione mediatica.

(dal risvolto di copertina di: In questa grande epoca, a cura di Irene Fantappiè, Marsilio,)

Fenomenologia del filosofo-scrittore
di Alfonso Berardinelli

C’è, ci sarà mai, un posto per Karl Kraus nella letteratura, nella filosofia, nella sociologia del Novecento? Saremo mai capaci di imparare qualcosa da lui in una cultura dominata dalle specializzazioni e dalle professioni? Di che cosa era professionista Kraus?
Nato in Boemia nel 1874 in una famiglia dell’agiata borghesia ebraica, coetaneo di Rilke, Hofmannsthal e Thomas Mann, vissuto a Vienna fin dalla prima infanzia, una singolare vocazione di scrittore fece di Kraus il più famoso, odiato e amato polemista e critico sociale nella capitale dell’impero austroungarico. Un giornalista nemico del giornalismo, un borghese antiborghese, uno scrittore più che raffinato ma insofferente della raffinatezza puramente estetica, un moralista ostile al moralismo e un satirico dei linguaggi culturali in un centro della cultura europea come Vienna, nella quale la crisi della civiltà e dell’umanesimo borghesi produceva nuove forme artistiche, teoriche e filosofiche: la musica atonale di Schoenberg, la psicologia del profondo di Freud e più tardi l’analisi filosofico-linguistica di Wittgenstein (ammiratore di Kraus).
Nel 1899, a venticinque anni, dopo aver rifiutato di collaborare al più importante quotidiano viennese, la «Neue Freie Presse», Kraus decide di creare il proprio personale strumento di espressione letteraria e comunicazione pubblica, «Die Fackel» («La fiaccola»), scritta quasi interamente da lui e pubblicata a sue spese grazie al sostegno della famiglia. Figlio di un commerciante della carta, Kraus divenne con la sua rivista soprattutto un critico della carta quotidianamente stampata, del giornalismo, la forma scritta più frequentata e influente del Novecento. Così influente da fargli scrivere uno dei suoi più famosi aforismi: «In principio fu la stampa, poi comparve il mondo».
Scrivendo questo modesto articolo in lode di Kraus, devo essere consapevole di tradire Kraus partecipando alla sua “neutralizzazione” e riducendolo alla misura di un luogo comune e di una leggenda ormai ovvia. Il solo modo di evitare questo è leggere Kraus rischiando di condividere quello che scrive.
In Kraus la tradizione della satira incontra quella del sublime, dando forma a una comicità apocalittica. Il Novecento di Kraus si apre così, con la commedia che si trasforma in tragedia, perché una stupidità industrialmente iperprodotta produce piccoli orrori destinati a diventare grandi orrori. La Belle Époque partorì infatti nel 1914 la Grande guerra e la mancanza di immaginazione spalancò le porte a uno sterminio bellico inimmaginabile, o meglio colpevolmente non immaginato da coloro che lo provocarono e lo esaltarono, intellettuali e scrittori compresi.
L’estrema condensazione della scrittura di Kraus, ora lampante e ora labirintica, il fluviale virtuosismo dialettico del suo stile, la passione per la purezza e l’energia linguistica, la feroce gelosia con cui difese la propria autonomia e solitudine, mostrano che una rivista come la «Fackel» era stata inventata per difendere una verità circostanziale sempre da riformulare perché sempre a rischio. L’inconfondibile creatività polemica del linguaggio e del pensiero di Kraus rivela quanto in lui pensiero e linguaggio fossero una cosa sola. Per questo parafrasare Kraus è impossibile: è un filosofo-scrittore la cui filosofia non esisterebbe senza il suo modo di scrivere. La sua saggistica è aforistica e teatrale, gestuale e vocale, espone e coinvolge di continuo come attore la persona del suo autore.
Kraus si occupava di inezie con uno spirito profetico? Lo disse lui stesso: «Il mio rispetto per le cose irrilevanti sta assumendo proporzioni gigantesche». Veniva rimproverato per i suoi attacchi personali? E allora scrisse: «Non ho mai attaccato una persona per se stessa, neppure quando la nominavo. Se nomino qualcuno è solo perché il nome esalta l’effetto plastico della satira». Sul rapporto fra arte e borghesia: «L’idea di un’opera d’arte che nutre il filisteo mi fa orrore (...) Essere digerito dal borghese mi ripugna. Ma anche restargli sullo stomaco non mi attira. La cosa migliore è non servirgli a niente». Quanto alla letteratura, può bastare questo: «Ci sono due specie di scrittori. Quelli che lo sono e quelli che non lo sono». Questi ultimi «non hanno abbastanza carattere per non scrivere».
Ogni aspetto della vita quotidiana annunciava e rivelava per Kraus l’intero destino di una società: dalla morale sessuale alla pubblicità, dalle frasi fatte all’arte come ornamento, alla retorica del bene pubblico e della “necessità storica”. Forse il suo capolavoro saggistico è il monologo in pubblico In questa grande epoca, ora tradotto per la prima volta (con testo a fronte) da Irene Fantappiè, attualmente in Italia la più assidua e ispirata studiosa di Kraus. La sua introduzione si apre con queste parole: «La guerra si capisce solo comprendendo il modo in cui se ne parla. La guerra si evita solo smettendo di parlarne nel modo in cui al momento se ne parla». È questa la chiave delle «pagine irruenti, intricate, paradossali che Kraus legge il 19 novembre 1914 al Wiener Konzerthaus e pubblica un mese dopo sulla “Fackel” come pamphlet». Annunciano l’opera che avrebbe reso celebre Kraus, Gli ultimi giorni dell’umanità, una irrappresentabile opera teatrale, «dramma documentario» e «allegoria apocalittica» alla cui stesura l’autore lavorò dal 1915 al 1922. Nell’ibrido genere letterario praticato da Kraus, si tratta di un testo capitale del primo Novecento, da leggere accanto e a integrazione di opere come quelle di Proust, Joyce, Kafka, Eliot, Musil... Un testo sull’autodistruzione novecentesca della civiltà europea soffocata nella stretta tra frivolezza morale e violenza della tecnica.
Kraus è stato l’originale e consapevole epigono di una grande tradizione, quella del pessimismo culturale e sociale moderno, fra critica radicale illuminista e individualismo romantico. Il suo culto ossessivo della libertà di giudizio e la sua intolleranza per la commercializzazione dell’umano hanno fatto di lui uno dei prototipi del saggismo e pamphlettismo moderni dopo Kierkegaard, Baudelaire, Léon Bloy, Oscar Wilde. «Solo Baudelaire - secondo Benjamin - ha odiato come Kraus la saturazione del buon senso e il compromesso che gli intellettuali hanno concluso con esso» per avere un ruolo. Elias Canetti, che ventenne aveva assistito entusiasta alle sue letture pubbliche, lo descrive così: «Era l’uomo più severo e più grande che vivesse a Vienna (...) La ”Fackel” era come un tribunale in cui Kraus era l’unico accusatore e l’unico giudice (...) Tutto ciò che scriveva era esatto fino all’ultima virgola (...) chi avesse voluto trovare nella “Fackel” un errore di stampa avrebbe potuto rompersi il capo per settimane».
È ancora attuale Kraus? Direi che la sua attualità è a disposizione di chi la scopre. Dall’inizio del Novecento all’inizio del Duemila sono cambiate molte cose. Ma l’incapacità di immaginare quale futuro annuncia quello che siamo e che facciamo oggi, è rimasta la stessa.

- Alfonso Berardinelli - Pubblicato sul Sole del 7/10/2018 -

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