venerdì 23 dicembre 2016

L'ilarotragedia italiana

Pulcinella

Dal disastro ci salverà la viltà di Pulcinella
- Intervista di Alessandro Leogrande a Giorgio Agamben -

Tra il 1793 e il 1797 Giandomenico Tiepolo, figlio di Giambattista, realizza un ciclo di affreschi su Pulcinella nella villa di Zianigo che ha ereditato dal padre, e all'interno della quale si è rifugiato dopo aver abbandonato la città di Venezia. Proprio nel 1797, quando Tiepolo termina gli ultimi due affreschi, si estingue la millenaria Repubblica di Venezia. Mentre un antico mondo cade rovinosamente su sé stesso, Tiepolo appare ossessionato dalla figura di Pulcinella, dalla sua vita, dalle sue mille avventure, dalle sue morti e dalle sue incredibili riapparizioni, tanto da dedicarvi - oltre ai dipinti della villa, oggi conservati a Ca' Rezzonico - le 104 tavole di un album di disegni intitolato "Divertimento per li regazzi". La serie di tavole su Pulcinella, iniziata proprio nei giorni successivi alla fine della Repubblica, è la sua ultima fatica.
Ma chi è Pulcinella per Tiepolo? È una maschera o un uomo? Un dio o un demone? E che rapporto c'è tra la commedia e la critica di una società che cambia e si involve tumultuosamente? A queste e ad altre domande Giorgio Agamben prova a rispondere in un densissimo saggio che, accompagnato dalle tavole di Giambattista Tiepolo è stato da poco pubblicato dalla casa editrice Nottetempo: Pulcinella ovvero Divertimento per li ragazzi.
Attraverso Tiepolo, e andando oltre Tiepolo fino a tornare a Platone, Agamben si interroga sul rapporto intimo che lega la commedia alla filosofia, e sulle vie di fuga che all'interno di entrambe si possono aprire. In modo particolare, quelle vie di fuga che ci permettono di guardare il mondo che ci circonda, la nostra stessa esistenza, sotto una nuova luce. Con uno sguardo rinnovato.
Nel libro di Agamben, Pulcinella arriva quando la politica muore: non semplicemente nel senso che non riesce più a funzionare, o appare fragile nei confronti di altri poteri economici, oligarchici o addirittura imperiali, ma nel senso letterale del termine. Muore perché rinuncia al proprio ruolo, non potendo più garantire lo scopo ultimo per cui esiste: la sopravvivenza stessa della polis. Agamben ha in mente l'estinzione della Repubblica di Venezia del 1797, consegnatasi a Bonaparte, e da questo ceduta all'Austria, tanto da far dire a Ugo Foscolo nelle "Ultime lettere di Jacopo Ortis" che «la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia». Ma, allo stesso tempo, pone un esplicito parallelismo tra la fine di Venezia del 1797 e «l'eclissi della politica e il regno dell'economia planetaria» nel ventunesimo secolo.
"Pulcinella ovvero Divertimento per li ragazzi" è un libro che offre infiniti spunti di riflessione e suscita innumerevoli domande. Alcune abbiamo provato a rivolgerle all'autore.

Alessandro Leogrande: In che modo la maschera di Pulcinella può costituire una via di fuga da entrambe le eclissi?

Giorgio Agamben: Certamente Pulcinella è per Giandomenico Tiepolo ciò che sopravvive alla fine del suo mondo, alla morte della Venezia che aveva conosciuto e amato - in questo senso, alla fine della politica. Ma non è, malgrado tutto, soltanto una figura impolitica. È piuttosto, ai miei e forse ai suoi occhi, la figura di un'altra politica, per la quale ci mancano i nomi, la politica che comincia quando ogni azione è diventata impossibile. Ciò che i suoi lazzi e i suoi gesti mostrano è che cosa può un corpo quando non può più agire politicamente. Per questo m'interessa. Io penso che il modello della politica che abbiamo conosciuto, fondato sull'azione e sulla lotta, nel contesto del dominio dell'economia e dello stato di sicurezza in cui viviamo, sia divenuto obsoleto. Il paradigma della lotta, che ha monopolizzato l'immaginazione politica della modernità, dev'essere sostituito da quello della via d'uscita. Penso che in Grecia, Syriza ha dovuto capitolare proprio perché si era impegnata in una lotta senza sbocco, rinunciando alla sola via possibile: l'uscita dall'Europa. E questo non è vero soltanto nella politica, ma anche per l'esistenza individuale: l'essenziale in ogni caso, Kafka non si stanca di ricordarlo, non è lottare, ma trovare una via d'uscita. Come dice Pulcinella: «ubi fracassiorum, ibi fuggitorium», dove c'è una catastrofe, là c'è una via di fuga.

A.L.: I governi nazionali europei dei nostri giorni sono più o meno depoliticizzati della Repubblica veneziana che rinuncia alla sua indipendenza?

Agamben: Si tratta di due fenomeni diversi. L'eclisse della politica che noi conosciamo si iscrive nel dominio planetario del paradigma economico e tecnologico. L'abdicazione di Venezia davanti a Napoleone sembra invece soltanto il frutto di viltà e insensatezza. Naturalmente questo non significa che i nostri politici non siano stolidi e vili. Quello che mi affascina in Pulcinella è che egli esibisce nel suo stesso corpo i vizi del mondo in cui vive, è anche lui insensato e vile. Nello stesso tempo egli mostra, però, come, una volta liberati dalla loro iscrizione nel potere, questi stessi difetti possono diventare la cifra di un'altra umanità, di una superiore anarchia. Anche l'anarchia, infatti, può essere comprese solo se prima si libera dalla sua cattura nel potere, solo se si ricorda, come Pasolini fa dire ad uno dei gerarchi di Salò, che l'anarchia appartiene innanzitutto al potere.

A.L.: Più che servirsi del lazzo fine a sé stesso, Pulcinella usa il linguaggio in maniera destrutturata. Pulcinella sta sempre da un'altra parte, porta il discorso su un altro livello, lo fa implodere dopo averlo fatto avvitare in uno scambio di battute in cui la logica si perde. È sicuramente un modello destituente, eppure non è una figura propriamente umana. Se da una parte, la risposta di Pulcinella non è impolitica, dall'altra può costituire un modello politico di ciò che è al di là della vita, e quindi è anche altro da noi? Oppure rimane solo una splendida utopia teatrale?

Agamben: Fin dall'origine nella nostra cultura esiste un nesso costitutivo fra politica e teatro, che la deriva esclusivamente estetica della nostra concezione dell'arte ci impedisce di percepire. Senza la tragedia e la commedia non è possibile capire la vita pubblica della polis greca. Esse, insieme alla danza, appartenevano alla sfera che i Greci chiamavano musica, mousiké, la cui relazione con la politica era così stretta che nella "Repubblica", Platone può scrivere che non si possono cambiare i modi musicale senza cambiare le leggi fondamentali della politica. I Greci sapevano, cioè, che è possibile manipolare e controllare una società non solo attraverso la parola, ma anche e innanzitutto attraverso la musica. In questo senso, lo stato della musica (nel senso lato del termine) definisce la condizione politica di una determinata società meglio e prima di qualsiasi altro indice e, se si vuole mutare veramente l'ordinamento di una città, è innanzitutto necessario riformarne la musica. Pensi alla funzione dell'invadenza della musica nella nostra società in ogni luogo e in ogni momento, che serve essenzialmente a rendere impossibile il pensiero.

A.L.: Nel teatro contemporaneo ci sono stati alcuni tentativi di realizzare concretamente qualcosa che si avvicinasse a una dimensione utopica. È impossibile, ad esempio, non pensare a una corrente carsica che ha attraversato tutto il teatro del secondo Novecento, da Grotowski a Kantor, dal Living Theatre a Barba ed altri. Tale via di fuga - tesa a creare comunità teatrali e non solo a fare teatro - alle volte è stata una forma di abbandono radicale del campo della politica. Altre volte ha prodotto, implicitamente o esplicitamente, una radicale ridiscussione dei termini della politica...

Agamben: In questo senso, le maschere della Commedia dell'arte, come anche il teatro del secondo Novecento che lei cita, avevano un indubbio significato politico. Ma anche teologico (teologia e politica nella nostra cultura sono intimamente legate): il nostro termine "persona" deriva dalla teologia trinitaria (le tre "persone" divine), ma proviene in ultima analisi dal teatro e significa "maschera". Quando si parla di Pulcinella, occorre percepire dietro la sua maschera tutti questi significati.

A.L.: Nella commedia "Il figlio di Pulcinella" di Eduardo De Filippo, Pulcinella si toglie la maschera. Ciò avviene anche in una canzone del primo album di Pino Daniele, "Suonno d'ajere": qui Pulcinella si leva la maschera, non fa più ridere e pazziare, perché di fronte non c'è più una Napoli tragicomica, ma decisamente tragica. Di fronte a quel contesto radicalmente nuovo (l'incipiente Napoli di Gava e Cutolo...) non si può più ridere, quindi la sua azione è destituita di fondamento. Pulcinella disarticola il tragicomico, ma il tragico vero e proprio?

Agamben: Non bisogna dimenticare che Eduardo appartiene ad una tradizione antipulcinellesca, quella di Scarpetta, che fece rimuovere l'immagine di Pulcinella dal teatro di San Carlino. AL contrario, ho scritto questo libro proprio per provare che la commedia è fin dall'origine connessa alla politica e alla filosofia. Non si dovrebbe dimenticare che le commedie di Aristofane sono state scritte in un momento catastrofico della storia di Atene, ad esempio "Gli Arcanesi", quando il territorio è devastato dalla guerra con Sparta e i contadini sono ammassati nella città dove per due volte ha infuriato la peste. Ad Atene come a Napoli, e assai più della tragedia, la commedia ha sempre un intimo significato sovversivo o, come preferisco oggi dire, destituente. Pulcinella mostra che c'è ancora qualcosa da fare quando non è più possibile agire e ancora qualcosa da dire quando non è più possibile parlare.

A.L.: È la tragicommedia il vero carattere nazionale italiano?

Agamben: È stato Dante, scegliendo il titolo del suo poema, a porre la cultura italiana sotto il segno della commedia e non della tragedia. Si tratta di qualcosa di più profondo di un carattere, perché è in questione è la risposta che si dà ad alcune domande fondamentali che concernono l'etica e la politica, come l'innocenza e la colpa. Ma più che di tragicommedia, preferisco parlare, come piaceva a Manganelli, di "ilarotragedia". Pulcinella fa saltare i confini che separano i due generi, e lo spazio che si apre fra di essi, che non è più né tragico né comico, ma nemmeno tragicomico, è quello che m'interessa.

A.L.: Il "Divertimento" di Tiepolo è per li regazzi. È precluso quindi a chi non è piccolo o non sa farsi "piccolo come loro"? Il mondo adulto è intrinsecamente anti-pulcinellesco?

Agamben: Ovviamente i regazzi non vanno intesi in senso letterale. Il mondo adulto che Pulcinella mette in questione è il sistema dei luoghi comuni e dei valori prestabiliti che ci governano. Come ne "Lo cunto de li cunti" di Basile, i "piccirille" sono il simbolo di un'umanità più vera.

A.L.: Leggendo il suo Pulcinella è forte l'impressione che questo sia uno dei suoi libri più autobiografici, o quanto meno uno di quelli in cui maggiormente emerge l'Io di chi scrive, il Sé di chi scrive, accanto alla riflessione filosofica.

Agamben: "Il Divertimento per li regazzi" di Giandomenico Tiepolo è, in un certo senso, una biografia di Pulcinella ed è possibile che egli abbia inteso scrivervi fra le righe la sua autobiografia. Ma per me Pulcinella è l'impossibilità di una autobiografia. Vivere - questa è la sua lezione - si può solo al di qua o al di là della vita, cioè al di là o al qua della propria biografia.

- Pubblicato su Pagina99 del 21 novembre 2015 -

fonte: Nottetempo

giovedì 22 dicembre 2016

Il regime delle frontiere

migranti

Lavoratori di tutto il mondo, combattete fra di voi!
- Note sulla crisi dei rifugiati -
di Amiche e Amici della Società senza Classi

1.
Lo scorso autunno sembrava di essere di fronte ad una svolta politica. Un movimento di massa di migranti mostrava i limiti della fortezza Europa. Si trattava, ad ogni modo, di un movimento solamente nel senso letterale della parola e non era di certo il risveglio di una "moltitudine" che scuoteva le fondamenta dell'ordine dominante. I migranti non avevano altre richieste se non il diritto a rimanere in Europa, un diritto che avevano già temporaneamente affermato. In Germania, nella misura in cui lo Stato aveva fallito nel mobilitare risorse adeguate, la logistica coinvolta con l'arrivo dei rifugiati è stata lasciata per lo più ai volontari. Nel frattempo, la sinistra radicale ha cominciato a celebrare il collasso del regime della frontiera europea come se fosse un atto di "auto-potenziamento" o come "autonomia della migrazione".
Altri dietro la politica di Angela Merkel, di tenere temporaneamente aperti i confini, hanno visto in questo un sinistro progetto capitalista. Secondo quest'interpretazione, la politica ha cercato di usare i docili migranti a basso prezzo per ristrutturare il mercato europeo del lavoro. Alcuni, a sinistra, hanno visto tutto questo come una minaccia e si sono uniti all'appello di erigere un muro intorno all'Europa. Nel far questo, sono stati ulteriormente incoraggiati dall'assalto sessuale di massa avvenuto lo scorso capodanno a Colonia, dove centinaia di donne sono state palpeggiate, derubate e, in pochi casi, violentate da un folto gruppo di uomini "apparentemente arabi o nordafricani".
Alla luce dell'accordo fatto dall'Unione Europea con la Turchia e dell'attuale pianificazione di campi di internamento in Libia, entrambe le interpretazioni appaiono dubbie. Dopo essere stati colti di sorpresa, i poteri hanno riguadagnato il controllo della situazione e la loro necessità di manodopera a basso costo appare piuttosto limitata. Al contrario, gli eventi dello scorso anno hanno avuto come riflesso uno stragrande surplus di forza lavoro, sia nei paesi di origine che in Europa. Questo surplus ha intensificato all'interno della classe operaia la concorrenza, lo sciovinismo "nativista", la divisione e la paura della povertà. Se vogliamo capire una tale situazione, non possiamo limitarci a denunciare il razzismo.

2.
Qualcuno sostiene che le crepe che si sono aperte nel sistema del confine europeo non sarebbero state possibili se non fosse stato per l'instabilità risultante dalla cosiddetta "primavera araba". Helmut Dieterich, ad esempio, ha concluso che la conseguente migrazione di massa sia parte di quella rivolta. «I movimenti dei rifugiati e dei migranti hanno aperto nuove prospettive che nessuno in Europa avrebbe nemmeno osato sognare» [*1]. Infatti, il rovesciamento avvenuto nel 2011 dei despoti che si erano alleati con le agenzie europee di confine al fine di sigillare le rotte migratorie - con la tortura, con la schiavizzazione di fatto dei migranti che venivano bloccati e con il regolare bombardamento delle imbarcazioni dei profughi - ha creato un vuoto che ha permesso ai trafficanti di organizzare, con poche interferenze, il passaggio di decine di migliaia di emigranti. Ma questo ha aperto "nuove prospettive"?
Dieterich non è il solo ad avere questo punto di vista. Per anni, gli accademici critici e la sinistra hanno promosso il concetto di una "autonomia della migrazione". A prima vista, questo concetto si limita meramente ad evidenziare il fatto che a volte i migranti nel loro movimento sono in grado di superate le restrizioni statali. Come è avvenuto in questo caso. L'immigrazione illegale di massa sfida lo status quo, che viene in parte mantenuto dal regime di confini esistente. Seguendo la prospettiva operaista che assume la lotta come il motore della storia, i sostenitori di questa tesi pongono l'accenti sui migranti in quanto agenti autonomi che, nel muoversi verso un altro paese e nel lottare per una vita migliore, formano un collettivo.
Tale interpretazione sembra che in qualche modo stoni per quanto riguarda i rifugiati che scappano dalla sofferenza della guerra in Siria e in Iraq. Per loro, la "primavera arava" non ha aperto "nuove prospettive". Le persone che fuggono la guerra imbarcandosi su un gommone sulla costa turca, non diventano agenti di sovversione. Per quanto sia certamente drammatico, il loro viaggio attraverso i confini balcanici non è un assalto auto-determinato alla fortezza Europa, bensì un atto di pura disperazione. In quei paesi dove la decisione delle persone di andar via non è motivata dal terrore e dalla guerra civile, la ragione primaria è la necessità di trovare un mercato per la propria forza lavoro. L'esodo di massa non è il risultato della vittoria della primavera araba, ma della sua sconfitta.
A prescindere dalle differenze fra i singoli parsi, un sempre più crescente surplus di popolazione che lotta per "pane e libertà" ha avuto un ruolo significativo come parte dello scenario da cui sono emerse le rivolte del 2010 che si sono diffuse a macchia d'olio dalla Tunisia al Medio Oriente. Ma i governi rovesciati da queste rivolte sono stati ben presto rimpiazzati da nuovi governi altrettanto brutali, come in Egitto, oppure i rivoltosi si sono trasformati in bande di guerra civile, come in Siria ed in Libia. Per ora, la primavera araba ha portato ad un imbarbarimento sotto forma di guerra, ad arresti in massa degli attivisti, a tortura, e a regimi islamisti di terrore - ed è poco probabile che ci siano quei miglioramenti economici che desideravano i movimenti. Sebbene la maggior parte sfugga alla guerra in Siria ed in Iraq piuttosto che alla disoccupazione, la guerra stessa è legata al surplus di forza lavoro: la richiesta di sussistenza o di lavoro salariato indisponibile crea al potere dei problemi che diventano un'opportunità per i jihadisti [*2]. Romanticizzare il fatto che le persone fuggano da situazioni infernali contribuisce assai poco in termini di chiarificazione [*3].
L'altra faccia della medaglia è un semplicistico anti-imperialismo riempito di teorie cospirative. I movimenti dei migranti vengono interpretati come attacchi contro "l'asse anti-imperialista" e contro i lavoratori tedeschi. Secondo  Arnold Schölzer, capo editore del giornale Junge Welt, per esempio, l'imperialismo ha causato fin dal suo inizio delle ondate di migrazione, globalizzando così la guerra e la crisi. La "supermigrazione" genera "superprofitti", sostiene Schölzer, in quanto i rifugiati sono potenziali crumiri. Pertanto, il loro "import and export [...] dev'essere impedito"  (Junge Welt, 6 April 2016). Simili NazionalBolscevichi non sono un eccezione fra i nazionalisti di sinistra tedeschi. Per loro, i migranti non sono altro che pedine del capitale nella sua guerra contro la classe operaia nativa. Lo stesso giornale ha permesso a Werner Rügerner di esprimere le sue idee paranoiche, affermando che la migrazione dalla Siria fa parte della "politica del lavoro sponsorizzata dalla NATO" progettata per indebolire Assad e per peggiorare le condizioni lavorative in patria (Junge Welt, 22 September 2015).
Sebbene sia generalmente vero che i confini permeabili servono a spaventare più i lavoratori che il capitale, non c'è niente che suggerisca che dietro le porte aperte della Merkel, in questo caso particolare, ci sia la necessità di manodopera a basso costo. Solo pochi anni fa, il governo tedesco aveva posto bruscamente il vero rispetto al suggerimento, fatto da un'Italia afflitta dalla disoccupazione di massa, di reinsediare in tutta Europa i rifugiati che arrivavano sulle sue coste. Inoltre, sembra che nel prossimo futuro coloro che sono arrivati nel 2015 siano destinati a passare più tempo presso gli uffici di assistenza sociale che nelle fabbriche.
I rappresentanti del capitale sono di fronte ad una difficile scelta: la piena occupazione potrebbe incoraggiare i lavoratori a comportarsi male, ma bruciare una porzione di plusvalore per nutrire le masse non è affatto un'opzione attraente. Nonostante tutte le chiacchiere sulla carenza di manodopera in Germania, sono stati ben pochi i rifugiati appena arrivati in grado di trovare lavoro [*4] Dal momento che i tre quarti dei leader economici tedeschi a quanto pare non vedono nessuna possibilità che tutto questo possa cambiare, neanche a lungo termine, e sono sollevati dal fatto che il flusso di emigranti sia diminuito, sproloquiare di "politica del lavoro sponsorizzata dalla NATO" sembra abbastanza ridicolo [*5]. La situazione attuale è completamente diversa da quella dell'epoca post-bellica, quando le economie dell'Europa occidentale assorbivano milioni di lavoratori provenienti dalle loro ex colonie e ricercavano in maniera attiva "lavoratori ospiti".

3.
Se i rifugiati non sono portatori di forza lavoro che soddisfi le necessità degli amministratori dell'eurozona, questo lascia aperta la questione di cosa abbia spinto il governo tedesco a sospendere l'accordo di Dublino del 2003 - accordo secondo cui il paese dell'Unione Europea in cui entra un richiedente asili è responsabile del destino di quella persona - e ad aprire le frontiere nell'estate del 2015. Sembrerebbe un tentativo di stabilizzare una situazione sempre più caotica: con la crescita del numero di migranti che rimangono bloccati all'interno dei confini europei, i paesi dell'Europa dell'Est minacciano apertamente di rompere con la politica tedesca, e la Grecia non è più disposta, né è in grado, di far rispettare il regime dei confini europei.
Il caos è stato soprattutto il risultato della sopravvalutazione da parte della classe dirigente della propria abilità a guidare i flussi della nuova immigrazione e dalla sottovalutazione della determinazione dei migranti - in tal senso la tesi di una "autonomia della migrazione" è corretta. Proprio come aveva già fatto il governi italiano, il governo di Syriza in Grecia, nell'estate del 2015,  ha semplicemente smesso di registrare sistematicamente i rifugiati ed ha loro permesso di procedere verso la Macedonia. C'è dell'ironia nel fatto che, fra tutti i paesi, la Grecia, così facendo, abbia riaffermato la sua sovranità nazionale, che era stata messa in discussione dai programmi di austerità draconiana imposti ad essa dalla Germania [*6].
In patria, la Merkel ha lavorato per legittimare le sue politiche coprendo le zone di cui il governo aveva perso il controllo, e dando un'interpretazione positiva dell'assorbimento di un inatteso grande numero di migranti. Ma mentre la Germania veniva lodata internazionalmente per la sua "cultura del benvenuto", i rappresentanti del governo erano già al lavoro per risigillare i confini dell'Europa. Tutto questo ha raggiunto il suo culmine nell'accordo con la Turchia, che in pratica ha abolito il diritto individuale di asilo ed ha creato una situazione in cui alcuni rifugiati rischiano la propria vita affinché altri vengano accettati in Europa [*7]. Tale combinazione di pragmatismo, di umanesimo retorico e di durezza reale è riuscito a ridurre il numero di rifugiati che arrivano in Germania.
Dopo l'accordo con la Turchia, la Merkel, avendo ristabilito la normalità capitalista, assicurato l'egemonia tedesca e rallentato il trend di ri-nazionalizzazione dell'Europa, sembrava aver vinto il primo round. Soprattutto per l'export tedesco, mantenere gli Accordi di Schengen - che garantiscono frontiere aperte all'interno dell'Europa - è un fattore critico. Secondo la sintesi positiva di questa politica pragmatica fatta dal professor Herfried Münkler, «un'equa distribuzione all'interno dell'Europa, renderebbe più sicuri i suoi confini esterni, stabilizzando la periferia - tutto questo ha poco a che fare con l'idealismo o il sentimentalismo» [*8]. La debolezza della politica, ad ogni modo, consisteva nella sua incapacità a soddisfare i sentimenti "nativisti" ed il bisogno di un'identità nazionale all'interno del campo conservatore. Quel campo non è riuscito finora a riconoscere la sottile durezza della Merkel, e trarre la conclusione che il suo governo ha fallito.

4.
All'inizio del 2012 i rifugiati hanno dato il via ad una nuova ondata di proteste contro le restrizioni di soggiorno e contro i campi di confinamento, le condizioni di vita, il principio dei benefit al posto dei solfi, le deportazioni ed contro il regime di confine in generale. Influenzati dal movimento Occupy, i rifugiati auto.organizzati hanno deciso di occupare le piazze ed hanno creato campi di protesta in diverse città tedesche. Nell'autunno del 2012, i rifugiati hanno deciso di marciare, dalla città bavarese di Würzburg, su Berlino, arrivando ad occupare Oranienplatz a Kreuzberg. Questo campo di protesta avrebbe dovuto essere il punto di partenza per varie azioni nei successivi 18 mesi. Successivamente è stata occupata una scuola, la Gerhard-Hauptmann-Schule. Insieme alle diffuse proteste di Amburgo - in cui un'insolita coalizione di tifosi calcistici, partiti di sinistra e sinistra radicale ha guidato 15 mila persone per le strade - questo ha dato l'impressione che fosse incominciato un nuovo ciclo di lotte.
Ma queste speranze si sono dimostrate false. Senza accesso al mercato del lavoro o senza una solidarietà persistente da parte del pubblico in generale, ai rifugiati in ultima analisi è mancata la leva per affermare i loro interessi - una debolezza che esemplifica il problema del surplus del proletariato. Questo li ha spinti a ricorrere a mezzi estremi quali lo sciopero della fame, avendo lo Stato come unico destinatario delle loro richieste. Ma questi è riuscito a dividere ed a pacificare le proteste, facendo partecipare molti occupanti allo smantellamento del campo di protesta di Oranienplatz nell'aprile del 2014, dopo che il governo locale aveva fatto loro qualche vaga promessa.
In seguito all'afflusso massiccio di rifugiati nel 2015, le condizioni di lotta non sono migliorate, ma in realtà sono peggiorate. Domicilio nei campi, benefit e la restrizione della residenza, che in pratica era stata abolita come risultato delle recenti lotte, ora fanno nuovamente parte della vita quotidiana di centinaia di migliaia di persone. Ci sono state contestazioni qua e là, ma nessun movimento su larga scala.
Il supporto fornito ai rifugiati negli scorsi anni da considerevoli parti della popolazione tedesca è stato sorprendente per i tanti che avevano vissuto gli orrori degli anni 1990. In quel decennio, un'ondata di attacchi razzisti, rivolte, e progrom - alcuni mortali -avevano spazzato la Germania. Questo supporto ha avuto ogni genere di motivazione, dalla carità cristiana all'opposizione allo Stato. Condannati a svolgere i compiti più stupidi in cambio di un salario, molti possono aver ritenuto di voler fare qualcosa di utile tanto per cambiare. Migliaia di volontari hanno raccolto donazioni, distribuito cibo, hanno organizzato attività nei campi dei rifugiati, hanno aiutato i rifugiati ad attraversare il confine interagendo con le burocrazie statali o invitandoli a vivere nelle loro case. Questo è stato un piacevole contrappunto alle sedizioni demagogiche razziste, agli attacchi e alle mobilitazioni contro l'accoglienza ai rifugiati. Questa "cultura del benvenuto" è stata, per lo più, umanitaria, sebbene, in particolare nelle città più grandi, ci sono stati - ed in pochi casi ci sono ancora - dei tentativi di organizzarsi contro lo Stato.
Se si parla dei volontari che partecipano alle iniziative di supporto, la loro rabbia per le azioni del governo è inequivocabile. La maggior parte di loro vi dirà che lo Stato ignora la condizione dei rifugiati, e non è disposto a fornire nemmeno la più rudimentale infrastruttura. La "cultura del benvenuto" arriva quando lo Stato si rifiuta di aiutare, rischiando di diventare poco più di un lavoro sociale individualizzato. Questo è una sorta di problema familiare, e difficilmente si possono biasimare i partecipanti. Però solleva la questione della misura in cui sia ancora possibile lavorare in simili condizioni nella direzione collettiva di un auto-potenziamento.
Tenendo in mente tutto questo, non ci è chiaro come il movimento possa ritrovare slancio, specialmente alla luce del fatto che la maggior parte dei rifugiati ha comprensibilmente poco senso del conflitto con lo Stato. Molto sono solo contenti di essere arrivati in Germania prima che venissero chiuse le frontiere. Che gli emarginati che vivono nella miseria più nera siano più propensi a ribellarsi è uno dei miti della Nuova Sinistra. I rifugiati non hanno alcun interesse in una rivolta; per molti, attraversare il confine sarà il loro primo ed ultimo atto sovversivo. C'è da aspettarselo, dal momento che sperano ancora di essere ammessi nel sistema hanno più da guadagnare dal conformarsi. La lotta per arrivare nel paese di destinazione, attraverso confini e sfuggendo alle forze dell'ordine, è una lotta offensiva, ma dopo essere arrivati si tende a sostituirla con un modo di vita più quieto e più individualizzato, dal momento che si interrompe la marcia della collettività dei rifugiati. A quel punto, l'obiettivo diventa trovare riconoscimento in quanto rifugiato, partecipazione sociale, uno status legale, lavoro, e un alloggio dignitoso, piuttosto che fare pressione collettivamente sul regime del confine. A sinistra, le speranze di molti che le lotte lungo le rotte dell'EUropa sarebbero proseguite in Germania sono state deluse.

5.
La rivista Wildcat ha sottolineato, correttamente, che una lotta meramente culturale non è sufficiente, nonostante la necessità di un "taglio antifascista"; è necessario «sviluppare ulteriori idee su come mettere in relazione le nostre azioni con l'antagonismo sociale». Tuttavia, non ci è chiaro in che modo siano migliorate le probabilità che ciò avvenga come risultato del recente afflusso massiccio di migranti. Non vediamo come «possono rendere questioni come i salari, le condizioni di lavoro, la casa, ecc. questioni "pubbliche"» [*9] - nel migliore dei casi hanno causato una certa agitazione fra il proletariato nativo riguardo questi problemi. Il fatto che questo proletariato veda i suoi nuovi vicini soprattutto come concorrenti sul mercato del lavoro e su quello degli alloggi appare quasi come una cosa logica in tali condizioni. Lo slogan ampiamente diffuso di "Benvenuti Rifugiati" ha ignorato la questione di classe, che è tornata sotto forma nazionalista con i demagoghi come Pegida ed  Alternativ für Deutschland (AfD), i cui slogan sciovinisti li ritraggono come i sostenitori dell'uomo comune.
È questo il maggior talento di questi tedofori del buon senso: «Atteggiarsi in maniera spaccona... inscenare grandi spettacoli di rude vigore aggressivo, seppure istericamente sensibile ai problemi degli altri... predicare costantemente moralità e offenderla costantemente; il sentimento e la turpitudine coniugati insieme nella maniera più assurda» [*10] - per quanto tutto questo sia disgustoso e disprezzato da tutti, la destra populista è stata capace di incanalare il risentimento e la paura dei più bassi strati sociali, anche se attraverso la piattaforma neoliberista del AfD sarà difficile che riescano a migliorare le condizioni di vita dei suoi elettori proletari.
Completamente privi di autostima, temendo complotti dietro ogni angolo, e facendosi sempre bidonare: nello straniero che l'enigmatico corso della storia ha depositato sulle sue coste, il subalterno vede un riflesso sfuocato del suo proprio fallimento ad integrarsi nella società. Questo rende ancora più importante tracciare confini, difendersi anche contro la più tenue possibilità di identificarsi con lo straniero. Mentre le masse conformiste possono anche concordare superficialmente con gli slogan a proposito di nazione e di popolo, al suo interno queste masse sono frazionate in migliaia di egomaniaci scontenti, incapaci di maneggiare la complessità del mondo, esaltati dalla «autorità della rivelazione personale» (Hegel). Predicano sui forum di Internet, riempiendoli di frasi incoerenti ed incomprensibili, resistono ad ogni genere di comunicazione. Sotto questo strano travestimento, cambiano continuamente ruolo, dalla "voce solitaria nel deserto" fino  al "soldato delle masse popolari liberate". Se nell'era rivoluzionaria la religione è servita da oppio del popolo, nell'epoca della disperazione la teoria della cospirazione è il crack e la cocaina.

I militanti di sinistra che sono per una riabilitazione dei tossicodipendenti e per l'unità nella lotta antifascista contro l'AfD e tutto il resto diventano, intenzionalmente o involontariamente, nient'altro che insegnanti di educazione civica militante. La maggior parte dei media serrano i ranghi contro la Nuova Destra, contribuendo in tal modo a conferire alla sua immagine pseudo-ribelle una qualche sorta di credibilità; in una simile coalizione che include chiunque, dai giornali scandalistici di destra fino ai protestanti buonisti come  Margot Käßmann, non c'è posto per i rivoluzionari. Gli appelli antifascisti a fermare i "malviventi" - come il vice Cancelliere Sigmar Gabriel ha definito i razzisti che protestano contro di lui - possono sembrare duri, ma non danno alcuna risposta alla domanda decisiva su come possa essere superata la divisione nazionalista in seno al proletariato - divisione che, fra l'altro, ci può essere a prescindere dal razzismo, come dimostra la posizione anti-immigrazione di un certo numero di lavoratori turchi ed arabi.

L'antagonismo sistemico fra proletari in surplus e proletari potenzialmente in surplus determina il clima politico generale in tutto il mondo sviluppato: negli Stati Uniti, "spazzatura bianca" e operai a favore di Trump e contro i messicani, nel nord della Francia, lavoratori contro  "banlieusards", minatori post-comunisti dalla Siberia contro immigranti dal Caucaso, in Austria, il Partito della Libertà come partito della classe operaia austriaca - dovunque quelli che hanno ancora un lavoro hanno paura che quelli che lottano solo per sopravvivere rubino loro il posto di lavoro. I rivoluzionari sociali sono impotenti e sconcertati in questi tempi in cui la marcia della produttività crea sempre più surplus di proletari, in cui le maestranze rivolgono la loro rabbia più contro i concorrenti all'interno della loro classe che contro il nemico comune, e sperano più di ogni altra cosa di trovare un acquirente per la loro forza lavoro.

Che significato può mai avere, alla luce di questa divisione, «evidenziare e portare in primo piano gli interessi comuni a tutto il proletariato, indipendentemente dalla nazionalità»? [*11] La critica comunista ha sempre affermato di essere molto più che la mera proclamazione di un desiderio. Ha tentato di affrontare gli «interessi del movimento nel suo insieme» e le potenzialità esistenti per una società libera a partire da «obiettivi immediati» e «interessi momentanei della classe operaia». Le speranze che i rifugiati diventino l'avanguardia di nuove lotte di classe sono altrettanto infondate quanto è inutile la ricerca di un immediato interesse di classe comune. I proletari che si aggrappano al loro passaporto tedesco e fanno soffrire gli altri non si possono semplicemente convincere ad identificarsi con il loro interesse di classe. Si può solo contare sul fatto che il loro desiderio di pattuglie di frontiere che tengano fuori la miseria di un mondo che sta andando in pezzi non verrà soddisfatta a lungo termine. I comunisti hanno sostenuto per molto tempo che la paura di diventare superflui non è che l'altra faccia della possibilità di un mondo senza lavoro, che la sempre più crescente mancanza di posti di lavoro mostra le opportunità che una volta venivano considerate utopiche. Oggi questi concetti sono ancora del tutto astratti. Tuttavia, ciò non impedisce che l'afflusso continuo proveniente da parti completamente devastate del mercato mondiale richiami l'attenzione sulla necessità di una sollevazione concreta che renda possibili tali opportunità.

- Freundinnen und Freunden der klassenlosen Gesellschaft -
( Le amiche e gli amici della società senza classi )
Pubblicato nel mese di ottobre e novembre 2016 sulla rivista della sinistra tedesca Konkret -

Note:

[*1] - Dieterich, Analyse & Kritik, 12/15

[*2] - Come abbiamo scritto nel 2012: «la Siria è stata colpita dalla medesima crisi sociale che ha colpito il Nord Africa. Quasi metà della popolazione è al di sotto dei 15 anni di età; ogni anno, da 250 a 300 mila persone entrano nel mercato del lavoro, ma il settore pubblico, tradizionalmente importante, ha congelato le assunzioni per anni. Un paio di anni fa, un gruppo di esperti tedeschi aveva evidenziato come il problema "più pericoloso politicamente" in Siria era la "crescita della cintura di povertà intorno alle maggiori città siriane [...] Nelle campagne, dove le famiglie siriane non erano più in grado di provvedere al loro sostentamento». ( Postscript to “The Arab Spring in the Autumn of capital.”)

[*3] - Un simile tipo di romanticizzazione è stato prevalente nelle reazioni della sinistra riguardo alle aggressioni avvenute a Colonia per Capodanno. Temendo una reazione politica contro tutti i rifugiati, la sinistra si è limitata semplicemente a recitare il mantra per cui molti tedeschi sono anche sessisti; che tutti i sessisti, a prescindere dalla loro origine nazionale, sono stronzi; ed hanno diffuso la falsa affermazione secondo cui le aggressioni sessuali sono altrettanto diffusi nell'Oktoberfest di Monaco. Questo è servito ad oscurare le differenze nelle relazuìioni di genere fra le società dell'Europa dell'Ovest, del Medio Oriente e del Nord Africa ed il fatto che le aggressioni a Colonia sono state in realtà qualcosa di straordinario.

[*4] - Le statistiche più recenti mostrano questo abbastanza chiaramente. Dall'aprile 2015, 30 mila richiedenti asilo hanno trovato lavoro in Germania, per lo più lavori malpagati e part-time. Dall'altra parte, sono 130 mila quelli che stanno ricevendo assistenza sociale. Se aggiungiamo che sono circa mezzo milione di persone di quelle che hanno richiesto asilo stanno ancora aspettando una risposta, pur essendo dipendenti dai soldi dello Stato, il bilancio è abbastanza inequivocabile. (C.f. “Zehntausende finden Arbeit in Deutschland” (spiegel.de)).

[*5] - Il Frankfurter Allgemeine Zeitung ha riassunto un sondaggio su 500 "decision makers" tedeschi della politica e degli affari nel modo seguente: «Più dei due terzi dei leader economici vedono poche o nessuna possibilità che i rifugiati vengano assorbiti nella società tedesca, mentre i tre quarti non credono che possano essere integrati nel mercato del lavoro tedesco. Dall'altro lato, una maggioranza (56%) dei leader politici credono che le prospettive di integrazione sociale sia buone o molto buone, ma dubitano delle loro possibilità per quel che concerne il mercato del lavoro».  C.f. “Eliten befürchten neue Flüchtlingswelle”, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 19 July 2016.

[*6] - Prima della Grande Estate della Migrazione, dal 2006 al 2015, oltre 1,8 milioni di rifugiati ha attraversato il confine con la Grecia, ma la maggior parte è rimasta lì. Solo con l'intensificarsi della crisi economica la Grecia è diventata sempre più un paese di transito. A proposito di questo si veda il testo del gruppo greco Antithesi, “Vogelfrei: Migration, deportations, capital and its state”, July 2016.

[*7] - Una parte dell'accordo fra UE e Turchia consiste nel fatto che quest'ultima riprenderebbe indietro ogni richiedente asilo rifiutato dall'Europa. In cambio, l'EU deve accettare un equivalente numero di rifugiati provenienti dai campi turchi. Ciò doveva servire a scoraggiare le persone a cercare di entrare in Grecia.

[*8] - Herfried Münkler, “Wie ahnungslos kluge Leute doch sein können,” Die Zeit, 20 February 2016.

[*9] - vedi Wildcat, “Migration, refugees and labour”, Wildcat no. 99, winter 2016.

[*10] - Marx, “Moralising Criticism and Critical Morality” in the Deutsche-Brüsseler-Zeitung No. 86, 1847.

[*11] - Manifesto del Partito Comunista

fonte: Endnotes

mercoledì 21 dicembre 2016

Il colore preferito

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Nella civiltà occidentale, il rosso è il primo colore che viene usato sia in pittura che in tintoria. Probabilmente è per questo che è stato a lungo il colore per eccellenza, il più ricco dal punto di vista sociale, artistico e simbolico. Nell'Antichità è stato il simbolo della guerra, della ricchezza e del potere. Nel Medioevo ha assunto una forte connotazione religiosa, evocando sia il sangue di Cristo che le fiamme dell'Inferno, ma nella dimensione profana è stato anche il colore dell'amore, della gloria e della bellezza e la Rivoluzione francese lo farà diventare anche un colore ideologico e politico. Il primo colore che l'uomo abbia padroneggiato, fabbricato, riprodotto e dunque quello sul quale lo storico, il sociologo o l'antropologo hanno più cose da dire che su tutti gli altri. Rosso - quarto capitolo di un'opera di alto profilo che vede in libreria Blu, Nero, Verde e prevede il giallo come quinta e ultima tappa - è un testo ricchissimo, che considera il rosso lungo un orizzonte temporale molto ampio e sotto tutti i punti di vista: una bussola che ci permetterà di orientarci nel labirinto cromatico di questo colore archetipico della storia e della cultura occidentale.

(dal risvolto di copertina di: Michel Pastoureau: Rosso. Storia di un colore, Ponte alla Grazie, pagg. 213, euro 32)

Tra eros e potere le nostre vite in rosso
- Intervista a Michel Pastoureau di Anais Ginori -

È il colore archetipico, il primo che l’uomo abbia usato in pittura e poi padroneggiato in tintoria. Dal sangue di Cristo alle fiamme dell’Inferno, il rosso ha avuto sin dal Medioevo una connotazione religiosa, ma anche fortemente profana. Evoca seduzione, bellezza, trasgressione e rivolte politiche. «È stato a lungo il simbolo del potere e della guerra » ricorda Michel Pastoureau, autore di Rosso, storia di un colore (Ponte alle Grazie), che analizza il tema partendo dalle prime tracce risalenti a trentaduemila anni fa, con le pitture rupestri nelle grotte paleolitiche di Chauvet, in Ardèche. «Osserviamo già una forte varietà di toni rossi, ricavati per lo più dall’ematite, uno dei minerali di ferro più diffusi in Europa » racconta Pastoureau nella casa vicino al Bois de Boulogne, divani bianchi e un tavolo ricoperto da un telo verde, il suo colore preferito: «Non saprei spiegare perché, l’ho scelto da piccolo e non ho mai più cambiato».
Lo storico francese continua così un’opera originale e unica sviluppata in quasi mezzo secolo: raccontare l’evoluzione dell’umanità attraverso quella dei colori come filo conduttore culturale e sociale dell’Occidente. «Solo da noi il colore è diventato un’idea, qualcosa di astratto, da aggettivo a sostantivo, mentre in Africa o in Asia centrale resta solo materia». Dopo Blu, Nero, Verde e questo quarto volume, lo storico francese annuncia che finirà la serie con il giallo.

Se è il colore archetipico perché non aver incominciato il suo lavoro proprio dal rosso?
«La storia del blu era più semplice per iniziare. Oggi è il colore preferito in Occidente ma nell’antichità contava poco, al contrario del rosso che per millenni è stato dominante sia nella cultura materiale, che nei codici sociali e nei sistemi di pensiero».

Come nasce questa egemonia?
«Per questioni materiali visto che è il colore i cui pigmenti sono più facili da trovare in natura e da fabbricare, con una vasta gamma di tonalità. Come sempre, al dato materiale si aggiunge quello simbolico. È il colore ambivalente, ispirato al sangue, dunque alla vita ma anche alla morte, o a un elemento distruttore come il fuoco».

Quali sono le altre accezioni del rosso?
«Già durante il paleolitico viene considerato come un colore che protegge. I capi se lo cospargono sul corpo, viene messo nei sepolcri con blocchi d’argilla. Nell’antica Roma solo l’imperatore ha il diritto di vestirsi interamente di porpora. Anche i Papi per secoli sono stati ammantati di rosso, solo dopo il Medioevo è comparso il bianco. Ancora oggi la simbologia degli onori sociali è legata a questo colore: si dice per esempio “stendere il tappeto rosso”. È anche un accessorio della bellezza, dei primi trucchi, tra l’altro anche maschili. Fino al Diciottesimo secolo, i nobili si truccavano il viso di rosso».

È diventato anche il colore della contestazione.
«È l’evoluzione più recente, con la storia della bandiera rossa sventolata come simbolo di pace durante una manifestazione della Rivoluzione francese, nel 1791. Allora l’esercito sparò lo stesso e con i martiri quel drappo è diventato emblema politico della rivolta popolare, poi della sinistra. Quando ero giovane nelle sfilate del Maggio ’68 la bandiera rossa era scavalcata da quella nera degli anarchici, considerata ancora più estremista».

E poi c’è l’amore?
«In ogni sua forma, da Cristo che versa il suo sangue per salvare l’umanità, alla passione, l’erotismo, il peccato. Nel Medioevo, le prostitute dovevano portare qualcosa di rosso per farsi riconoscere».

In quale momento il blu prende il posto del rosso?
«A partire dal Dodicesimo secolo il blu soppianta il rosso nell’aristocrazia, nei tessuti più pregiati. Il colpo di grazia arriva però con la riforma protestante che mette al bando i colori troppo accesi, il giallo, il verde ma soprattutto il rosso, colore del Papa e dei cattolici all’epoca. Nella Ginevra di Calvino qualcuno che porta un abito porpora rischia la pena di morte. La controriforma non riuscirà più a riportare in auge questo colore soprattutto negli ambienti maschili. Il rosso che per secoli appariva virile, marziale, diventa più legato all’immagine femminile. Ma per esempio nelle battaglie femministe di inizio Novecento è il viola il colore prediletto».

Il rosa è stato a lungo un colore neutro?
«Per molto tempo gli uomini non sono riusciti a fabbricare questo colore che non aveva neppure un nome, si chiamava semplicemente incarnato, in italiano. Il rosa dei fiori veniva rappresentato in pittura come una sfumatura del giallo. Solo alla fine del Diciottesimo secolo è apparso un codice sociale secondo cui il rosa è per le bambine e l’azzurro per i maschi».

La percezione dei colori è cambiata nei secoli?
«Il dibattito è iniziato alla fine dell’Ottocento quando alcuni studiosi hanno osservato che i romani e i greci parlavano raramente del blu. Qualcuno allora ne ha dedotto che era un colore che vedevano male. Oggi quest’ipotesi è superata. Credo però che la percezione visiva non sia solo neurobiologica ma anche culturale. In Africa, le persone riconoscono diverse tonalità di marrone, con vocaboli appositi, che l’occhio francese o italiano fatica a distinguere. In Europa abbiamo modificato i nostri pregiudizi su alcuni abbinamenti. Nel Medioevo l’accoppiamento di rosso e verde era considerato abbastanza dolce mentre per noi oggi è violento».

- Pubblicato su Repubblica del 7 dicembre 2016 -

martedì 20 dicembre 2016

I cattivi. E i buoni?

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La perfidia del capitale finanziario
- di Robert Kurz -

Quando il teorico socialdemocratico Rudolf Hilferding pubblicò nel 1910 la sua principale opera, Il Capitale Finanziario, egli stesso non era cosciente della perfidia di questo termine. Per lui non si trattava di una critica ideologica, ma solamente di un'analisi del processo capitalista di riproduzione sotto delle (a quel tempo) nuove circostanze. Al centro della sua indagine si trovava il ruolo del cosiddetto capitale che rende interessi, ovvero la "sovrastruttura del credito" (Marx). Com'è noto, accanto al capitale industriale e commerciale esiste il capitale creditizio (descritto da Marx in particolare nel 3° Libro del Capitale).
Tutto il capitale è in primo luogo capitale denaro, ossia, denaro non speso nel consumo, ma "investito" in forma capitalistica. La forma di questi investimenti è tuttavia differente. Il capitale industriale e commerciale (anche nelle imprese di servizi) viene investito in forza lavoro, edifici, macchinari, ecc. affinché si valorizzi attraverso la produzione o la distribuzione di merci. L'utilizzo della forza lavoro aggiunge plusvalore al capitale denaro originario, e questo plusvalore viene realizzato per mezzo della vendita dei prodotti sul mercato. Il capitale creditizio è, da parte sua, capitale denaro che non si valorizza per mezzo della produzione di merci, ma che viene prestato al "prezzo" di interesse.
In realtà si tratta solo di una forma derivata di plusvalore, in quanto gli interessi (e naturalmente, il rimborso) del capitale denaro prestato può essere ricevuto solo se la domanda che richiede il credito, generalmente un capitale industriale o commerciale, utilizza questo denaro nella produzione capitalistica materiale di merci e se queste si realizzano sul mercato. Ciò significa solamente che il capitale produttivo deve condividere il "bottino", ossia il plusvalore, con il capitale del credito, o capitale che rende interessi. Il plusvalore viene diviso in profitto dell'imprenditore e in interessi, per cui alla fine l'interesse non è nient'altro che una parte che viene sottratta al profitto dell'imprenditore.

Il concetto di capitale finanziario
Uno dei risultati della ricerca di Hilferding è che ora il ruolo del capitale di credito nel corso dello sviluppo capitalista aumenta sempre più. Ciò può essere spiegato dal fatto che, con la scientifizzazione e la tecnicizzazione progressiva della produzione, i costi preliminari necessari, sotto forma di ricerca, sviluppo, macchinari, ecc., diventano sempre più elevati, ossia, un posto di lavoro redditizio diventa sempre più caro per il capitale. Questo porta a che, da un lato, il capitale individuale venga sempre più sostituito dalle società anonime; paradigmaticamente, nel 19° secolo questo avviene con la costruzione delle ferrovie. Molti azionisti utilizzano unitamente il loro denaro, di modo che i costi preliminari possano essere pagati; ma non si tratta di meri azionisti, in quanto la direzione reale dell'impresa viene assunta da una gestione contrattata. Inoltre, queste grandi società, sulla base della loro solvibilità, possono anche ottenere quantità di credito sostanzialmente maggiori rispetto ai capitali individuali, ed in tal modo aumentano conseguentemente la forza produttiva.
Il capitale di credito, che non consiste nella parte di capitale denaro messo da parte per non essere utilizzato come capitale produttivo, ma nell'economia di tutta la società, si concentra tuttavia nel sistema bancario. Naturalmente, con la crescente importanza del credito cresce anche l'importanza delle banche. Nella stessa misura in cui il capitale produttivo (cioè, quello che estrae realmente plusvalore) si socializza sempre più attraverso le azioni e diventa dipendente dal credito, le banche perdono il loro precedente ruolo passivo di fornitori di denaro e partecipano attivamente alla direzione del capitale produttivo, sia come proprietari di capitale in azioni, che come controllori del credito massicciamente concesso.
Il capitale denaro amministrato dalle banche assume così un doppio carattere: per i proprietari dei depositi bancari, ecc. "si mantiene nella forma del denaro, che viene utilizzato come capitale denaro che rende interessi" (Hilferding, Il capitale finanziario). Tuttavia, dal momento che gli investimenti bancari non vengono amministrati passivamente, ma si applicano realmente alla sfera della produzione sotto il controllo delle banche, di fatto "la maggior parte... del capitale investito dalle banche viene trasformato in capitale industriale, produttivo... fissato nel processo di produzione" (Hilferding, ivi). È "capitale corrente nelle banche e in uso nell'industria" (ivi). Hilferding chiama capitale finanziario questo capitale bancario che ha il duplice carattere di capitale che rende interesse (per i depositanti) e di capitale produttivo (sotto il controllo delle banche).

Preconcetti popolari, mistificazioni piccolo-borghesi ed antisemitismo
Con la crescente importanza del credito e delle banche, nasce una specifica piccolo-borghese "critica del capitalismo", che si concentra di per sé sul capitale-denaro che rende interessi e può così portare avanti un'avversione molto più antica contro la "imposizione di interessi" che si trova radicata nella maggioranza delle grandi religioni (nel cristianesimo, così come nell'ebraismo e nell'islam). Marx ha osservato che nel "pregiudizio popolare" il capitale che rende interessi viene considerato come il capitale reale, in quanto apparentemente gli è inerente la qualità mistica di creare più denaro a partire dal denaro (in economia politica ogni ricavo regolare viene considerato anche come un "interesse" del capitale denaro, di modo che in linea di principio non viene fatta distinzione fra i diversi tipi di rendimento e di forme del capitale). In quella pretesa espressione "critica" il capitalismo appare come una semplice organizzazione di usurai prestatori di denari, che sfruttano quella parte di umanità che produce.
Se il capitale che rende interessi non fosse altro che questo, come pensava più o meno Proudhon, allora non ci sarebbe capitalismo. Basterebbe introdurre un "denaro-lavoro" non mutuabile e che non possa dare interessi. Anche in seguito e fino ad oggi, la ripetuta utopia del denaro di Silvio Gesell si pone sulla medesima linea: Gesell voleva introdurre una "valuta riducibile", che perde costantemente valore, nel caso non venga spesa in un tempo prestabilito in mezzi di produzione o in consumo. In tal modo si impedirebbe la tesorizzazione del denaro e la sua trasformazione in capitale che rende interessi.

Questa ideologia mette a testa in giù le circostanze reali. Il capitale che rende interessi non è capitale autentico, ma solamente una sottofunzione secondaria, derivata dal capitale. Già nell'antichità, avvenivano occasionalmente prestiti di denaro e crisi del debito, ma solo ai margini di una riproduzione agraria che non era in alcun modo basata sostanzialmente sul denaro. Il moderno modo capitalista di produzione non è nato dal capitale che rende interessi, ma dalla fame di denaro della macchina militare proto-moderna ("l'economia politica delle armi da fuoco") che, con l'obiettivo di finanziare la produzione di cannoni, l'organizzazione degli eserciti, ecc., ha monetarizzato i tributi feudali, e attraverso la violenza della colonizzazione interna ed esterna (piantagioni basate sul lavoro degli schiavi, centri di detenzione e di lavoro, manifatture nazionali, ecc.) ha trasformato la popolazione in "materiale" del "lavoro astratto" (Marx) per la valorizzazione del denaro. La logica di questa macchina "produttiva" di denaro, emancipata alla fine dal suo obiettivo originale, era quella di "privatizzarsi" e trasformarsi nel contesto sistemico così come lo conosciamo e lo interiorizziamo oggi.
Il sistema di valorizzazione del denaro contiene l'imperativo della crescita incessante. Il fine in sé originale (sempre più denaro per la macchina insaziabile della "rivoluzione militare" proto-moderna) si è trasformato nell'auto-finalità sistemica astratta di fare sempre più denaro dal denaro, attraverso il processo di valorizzazione economica imprenditoriale. La riproduzione fisica e culturale della società è soltanto un'appendice di tale processo del fine in sé stesso. La quantità delle merci (che, essendo indifferente il contenuto, diventano sempre più distruttive, e la produzione originale di cannoni era già un punto di partenza distruttivo) deve crescere sempre più; non secondo le necessità, ma solo nella misura in cui "rappresenta" l'auto-finalità della valorizzazione del denaro.
Di conseguenza, dato che ciascun stato di avanzamento della produzione capitalista ha costituito soltanto un punto di partenza per una crescita addizionale, la riproduzione capitalista su scala costantemente aumentata deve muovere una massa totale sempre maggiore. Ad esempio, essendo sufficiente ad un livello ancora relativamente basso la produzione di, diciamo, mille frigoriferi (o qualsiasi altra merce), per ottenere una crescita dell'1%, ad un punto di partenza più elevato, per raggiungere la stessa crescita percentuale sarà allora necessaria la produzione di diecimila, centomila, un milione di frigoriferi.

Quel che si applica all'insieme della società appare anche sul piano dell'economia imprenditoriale, come il fatto che i crescenti costi preliminari possono essere coperti sempre meno con i profitti ottenuti, senza fare sempre più ricorso al denaro risparmiato. Pertanto non si tratta del fatto che il capitale che rende interessi arriva da fuori come un vampiro a succhiare puramente e semplicemente la base produttiva ma, esattamente al contrario, senza il sistema del credito la produzione capitalista sempre crescente si fermerebbe.
Questa costellazione sembra invertire la prospettiva di una produzione di nicchia piccolo-borghese, che cerca di mantenersi sul mercato totale (che rappresenta solamente la sfera della realizzazione del capitale, in cui il plusvalore deve riconvertirsi nella forma del denaro). Nel 19° secolo esisteva ancora una piccola borghesia classica di provenienza artigianale, che sarebbe stata progressivamente spazzata via dalle grandi imprese capitaliste; ma sono sempre rimaste forme di piccola produzione secondaria di nicchia, ed altre ne sono sorte (servizi di ogni specie, di gastronomia, ivi inclusi i negozi che vendono cibo per cani, piccole imprese di software...).
Le piccole imprese hanno normalmente così tanto poco capitale che in generale per poter produrre devono indebitarsi sul larga scala. Dopo il pagamento degli interessi e degli ammortamenti rimane ben poco per il loro profitto. In una situazione del genere è facile che si stabilisca la sensazione per cui ormai "si lavora solo per le banche". Si dimentica che non si sarebbe potuto cominciare senza le banche o che si sarebbe stati rapidamente sopraffatti sul mercato. L'idea secondo la quale senza il "vampiresco" capitale che rende interessi si potrebbe avere in breve la prosperità del "lavoro produttivo" onesto, è pura ideologia basata sulla mentalità della piccola impresa. Non è per caso che le utopie piccolo-borghesi alla moda del denaro di Proudhon o di Gesell considerano solo le imprese artigianali familiare, la piccola produzione secondaria di servizi, ecc., mentre la grande produzione socializzata capitalisticamente ed i suoi aggregati infrastrutturali rimangono fuori dall'orizzonte di questo anticapitalismo ridotto e pieno di risentimento.
Quest'ideologia rivolta soltanto contro il capitale che rende interessi, anziché contro il modo di produzione capitalista, è stata fin dall'inizio attraversata dal moderno antisemitismo. L'antigiudaismo motivato religiosamente fin dal cosiddetto Medioevo cristiano si è trasformato, con l'avvento della riproduzione socializzata attraverso la monetarizzazione, nella proto-moderna "economia politica delle armi da fuoco" e nell'origine del moderno sistema produttore di merci. Sebbene la proibizione degli interessi esistesse anche nella religione ebraica, nel Medioevo gli ebrei vennero costretti ad esercitare attività nella sfera (marginale) della circolazione, in certi casi anche come prestatori di denaro, a causa della moralistica esclusione dagli uffici legati alla produzione. Hanno sofferto pertanto una doppia discriminazione, in quanto sono stati anche demonizzati come sfruttatori ed usurai, a causa di questo modo di vita cui si sono visti costretti.
Nella prima tremenda ondata di monetarizzazione storica (cioè, dell'installazione del principio di valorizzazione), tale assegnazione poté essere strumentalizzata a vantaggio della costituzione ideologica. Lutero non è stato solamente un propagandista dei massacri dei contadini, ma ha anche creato l'antisemitismo moderno, con un espresso riferimento al capitale che rende interessi. La filosofia illuminista, come erede del protestantesimo, alla sua base ha adottato in una certa misura anche il sentimento antisemita. Con l'aiuto delle teorie pseudo-scientifiche del razzismo, nacque una irrazionale "teoria del capitalismo" che ebbe un'ampia diffusione fra l'intellighenzia del 19° secolo; la maggior parte dei socialisti utopici dell''inizio di quel secolo, e più tardi persone come Proudhon (e anche Bakunin) erano apertamente antisemiti. E questa sindrome antisemita legata alla falsa riduzione del concetto di capitale a capitale che rende interessi ha affondato le sue radici sociali soprattutto proprio negli strati piccolo-borghesi dell'epoca. In questo contesto, sono stati creati e condensati i cliché antisemiti che continuano a venire attuati fino ad oggi: anonimato del mercato mondiale come "cospirazione ebraica", dominio occulto della società, dei media, ecc. attraverso dei "colossi finanziari ebraici"  ("Rothschild"), indebolimento del sentimento nazionale da parte della "intellighenzia ebraica senza radici", ecc..

Il capitale finanziario ed il marxismo tradizionale
Marx ha criticato spietatamente la "teoria del capitalismo" ridotta e ha messo in ridicolo Proudhon. Il movimento operaio marxista ha preso chiaramente le distanze dall'ideologia piccolo-borghese e dalla sua malversazione del concetto di capitale. L'oggetto della critica era il capitale produttivo socialmente concentrato ad alto livello, e pertanto il modo di produzione capitalista in quanto tale. E ciò sulla base dell'esperienza degli operai di fabbrica, che comprendevano perfettamente che la logica capitalista, che dovevano sopportare nel corso delle loro vite, era quella del processo produttivo di valorizzazione e non quella di un vampiresco potere esterno del capitale che rende interessi.
In ogni caso anche la critica del capitalismo da parte del marxismo del movimento operaio è rimasta ridotta, sebbene in un modo diverso da quello della piccola-borghesia. Contrariamente a quello che era il cuore della teoria marxiana, le forme sociali del principio di valorizzazione (lavoro astratto, forma del valore, "economia imprenditoriale", forma del denaro come forma generale della riproduzione, mediazione del mercato, regolazione statale, ecc.) venivano comprese come fondamenti ontologici sovra-storici della socializzazione, e non come cose da superare. La critica non era realmente diretta contro la logica del fine in sé stesso del sistema ormai interiorizzato nelle sue forme, ma (sotto questo aspetto, molto alla maniera della critica piccolo-borghese) contro il gruppo sociologicamente determinato ("classe") dei beneficiari e dei rappresentanti. Non era il capitale, in quanto forma di riproduzione "oggettivata", ma i capitalisti, in quanto portatori della volontà sociale di sfruttamento soggettivamente intesa, che apparivano essere il male. Ma, contrariamente all'ideologia piccolo-borghese, sono gli stessi padroni delle fabbriche del capitale produttivo ad essere considerati
come tali, essendo i padroni del capitale che rende interessi soltanto una frazione periferica della "classe capitalista".

Quello che il movimento operaio chiamava socialismo in realtà era solo un'idea di "capitalismo organizzato" senza capitalisti, che erano considerati i proprietari giuridici del capitale produttivo. Gli operai di fabbrica da un lato aspiravano al riconoscimento giuridico, come soggetti integrali e autonomi del processo di valorizzazione (diritto di voto, diritto di sindacalizzazione, diritto al lavoro, status di impresa, ecc.); mentre, dall'altro lato il "plusvalore ottenuto" doveva essere distribuito secondo giustizia fra i lavoratori (secondo Lassalle), oppure secondo giustizia amministrata dai rappresentanti della "classe operaia" arrivati al potere dello Stato (secondo i marxisti del movimento operaio). Si trattava proprio di quello che Marx aveva sempre definito "illusione giuridica", ossia, il concetto ideologico per cui la logica della valorizzazione del capitale, ontologizzata e intatta in quanto tale, nel suo contesto di forma e nel suo carattere distruttivo del fine in sé, poteva essere trasformata in una società diversa, in qualche modo ridefinita come amica dell'umanità, attraverso una semplice mutazione delle relazioni giuridiche di proprietà e delle relazioni politiche di potere a favore dei lavoratori.

Alla falsa ontologia del marxismo del movimento operaio appartiene anche la pretesa astrazione naturale del "lavoro", vale a dire il "lavoro astratto", secondo Marx la sostanza del capitale. Ma la conseguente etica "protestante" del lavoro del marxismo tradizionale si differenzia ancora una volta dall'etica paternalistica dei piccoli-borghesi, imprese familiari, locandieri, artigiani, piccoli commercianti, ecc.. Si trattava di un un'etica del lavoro più "oggettivata" e astratta, nel contesto delle grandi strutture e processi funzionali scientificizzati molto più aggregati. Di certo era conseguenza dell'impulso primario contro "i redditi non provenienti dal lavoro" ("non c'è posto per gli oziosi"), così come proveniva dai piccolo-borghesi; ma era diretto anche contro i proprietari giuridici dei mezzi di produzione oggettivamente socializzati, anziché solamente contro gli "squali del denaro" del capital che rende interessi, ed in tale contesto in un rapporto completamente diverso con il ruolo crescente del credito.
Di certo, anche Engels fece coro con il proprio tempo, nel Anti-Duhring, con il falso attacco a "quelli che ritagliavano i buoni sconto" del capitale per azioni, e nel linguaggio dell'agitazione il marxismo del movimento operaio si è unito molto volte, in maniera preoccupante, alla musica piccolo-borghese contro le banche, i magnati della finanza, ecc.; ma, in fondo, dopo tutto si trattava di un rapporto totalmente differente con il ruolo della "sovrastruttura del credito". Dall'altro lato veniva ancora attaccato il ruolo, che si pretendeva soggettivo, della proprietà giuridica; la stessa espansione del sistema creditizio in ogni caso, e contrariamente alla piccolo-borghese "teoria del capitalismo", non veniva presentata come la causa di tutti i mali, ma al contrario come funzione di progresso e di socializzazione. Invocando Marx ed appoggiandosi alla sua analisi dello sviluppo del capitale finanziario, Hilferding ha creduto di poter constatare: "Il capitale finanziario esprime la sua tendenza a stabilire un controllo sociale sulla produzione. Si tratta tuttavia di una socializzazione nella forma dell'antagonismo; il dominio sulla produzione sociale nelle mani di un'oligarchia. La lotta per espropriare questa oligarchia costituisce l'ultima fase della lotta di classe fra la borghesia ed il proletariato. La funzione socializzante del capitale finanziario facilita in maniera straordinaria il superamento del capitalismo. Allorché il capitale finanziario avrà sotto il suo controllo i principali rami della produzione, e la società presa in mano dal suo corpo cosciente di esecuzione, sarà sufficiente che lo Stato conquistato dal proletariato si impadronisca del capitale finanziario per poter disporre immediatamente dei principali rami della produzione" (Hilferding, op.cit.). Hilferding parla qui a nome del marxismo del movimento operaio nel suo insieme (anche se c'erano delle differenze per quel che atteneva al potere proletario ed al concetto di Stato). La conseguenza formale riguardo al capitale finanziario è in ogni caso diametralmente opposta a quella dei piccoli-borghesi; dal momento che l'oggetto della critica è il capitale finanziario, e non solo il capitale che rende interessi, si tratta di amplificare ulteriormente l'effetto socializzante del capitale finanziario ed affidarsi al "controllo operaio", anziché immaginare una società di piccole imprese libere dalla "schiavitù degli interessi". Ma questo programma del marxismo del movimento operaio rimaneva ancora limitato all'illusione giuridica ed all'ontologia capitalistica del sistema produttore di merci. Quanto meno, l'antisemitismo non ha potuto far carriera nel movimento operaio classico, nonostante alcuni focolai periferici in tal senso (come l'influenza temporanea dell'antisemita Duhring). Esso appariva come una tipica deviazione piccolo-borghese che in ogni caso veniva del tutto sottovalutato. Si riteneva che quella mania sarebbe evaporata insieme agli strati piccolo-borghesi nella crescente socializzazione e "proletarizzazione" nel grande capitalismo.

Lavoro, credito e crisi
Ma questa previsione ottimistica doveva però rivelarsi infondata. Hilferding, in perfetto accordo con le illusioni giuridiche del movimento operaio, considerava il problema del capitale finanziario solo rispetto alle categorie del potere di disposizione e di influenza politico-economica dei gruppi sociali ("classi", frazioni del capitale): "La dipendenza dell'industria rispetto alle banche... è conseguenza del regime di proprietà" (op.cit.). Il problema della crisi appare solo come problema di importanza subordinata. Certo, Hilferding descrive il meccanismo della sovraccumulazione facendo ricorso a Marx, ma lo fa tuttavia solo sul piano dei cicli congiunturali: sovrainvestimento durante la prosperità, emergere di sovraccapacità, ulteriormente aumentata per mezzo delle bolle finanziarie di speculazione attraverso le azioni ed il "capitale fittizio" che da questo si sviluppa (ad esempio, Hilferding designa come "profitto fondante" la crisi seguita alla rivoluzione industriale tedesca avvenuta dopo il 1871), fino a quando avviene la contrazione nella depressione, scoppia la bolla finanziaria, vengono annullate le sovraccapacità e può così cominciare un nuovo ciclo su una base allargata.
In ogni caso, Hilferding voleva vedere una tendenza all'indebolimento delle crisi, grazie alla crescente importanza del capitale finanziario. Egli affermava che il capitale finanziario, in quanto "sviluppo del potere della banche sull'industria", agiva nel senso di "rendere difficile l'emergere di crisi bancarie" (op.cit.). Allo stesso tempo, avviene che "la concentrazione crescente ha reso le imprese industriali più resistenti agli effetti della crisi o alla completa bancarotta. Tale resistenza aumenta con le forme di organizzazione delle società anonime, che simultaneamente... aumenta in maniera straordinaria l'influenza delle banche sull'industria" (op.cit.). Diminuirebbe perfino il rischio di bolle finanziarie: "Con il crescente potere delle banche, i movimenti speculativi sono sempre più controllati dalle banche stesse... con l'importanza della Borsa diminuisce ancora più velocemente il suo ruolo in quanto causa dell'aggravarsi della crisi... Le psicosi di massa, prodotte dalla speculazione all'inizio dell'era capitalista, in quei tempi felici in cui ogni speculatore pensava di essere un dio che dal niente creava un mondo, a quanto pare se ne sono andate e ormai non torneranno più" (op.cit.).

Tuttavia, questa è stata una previsione gravemente sbagliata. L'ingenua teoria di Hilferding sull'addomesticamento delle crisi attraverso una mega-socializzazione finanziario-capitalista degli agglomerati bancari e industriali, si basava naturalmente sul riduzionismo politico-giuridico del mondo secondo le idee del marxismo del movimento operaio. Si trattava soprattutto del fatto che se la "trasformazione socialista" fosse stata realizzata in maniera altamente organizzata sul piano del lavoro astratto, della forma generale del denaro, della "produzione pianificata delle merci", ecc., attraverso il controllo politico del "partito operaio" sul potere socializzante del capitale finanziario avanzato, quello di cui meno c'era bisogno era una teoria nella quale il capitale finanziario potesse apparire come sintomo di aggravamento della crisi, anziché come sintomo del suo dominio. Hilferding preferiva scambiare i suoi desideri per realtà.
Inoltre il marxismo del movimento operaio non era per niente bravo neanche nella teoria della crisi. Cosa che si spiega facilmente, se si pongono il concetto e le funzioni del capitale finanziario in relazione allo sviluppo del lavoro astratto,che è la sostanza del capitale, e si fa derivare la teoria della crisi da questa relazione. Il valore economico del prodotto, che contiene il plusvalore come fine in sé del capitale, secondo Marx non è altro che un quantum feticizzato di lavoro astratto. Tuttavia, lo sviluppo delle forze produttive ottenuto dalla pressione della concorrenza diminuisce costantemente la quantità di lavoro per prodotto. Vale a dire, ciascun prodotto rappresenta sempre meno valore, e pertanto sempre meno plusvalore (nonostante le possibili modificazioni interne nella relazione fra valore dei costi di produzione e plusvalore).
Avviene così che non solo il processo di valorizzazione deve produrre e realizzare sul mercato una massa sempre maggiore di prodotti sulla base del plusvalore già ottenuto, ma che questo problema si aggrava ulteriormente per il fatto che, dall'altra parte, una massa data di prodotti può solo rappresentare sempre meno valore, o plusvalore, da cui esclusivamente dipende in senso capitalista. Perciò basta proiettare storicamente una crescita costante su una base inalterata di valore per evidenziarne la sua impossibilità logica, come è stato ripetutamente dimostrato. Ma postulare una crescita costante con il valore dei prodotti costantemente ridotto fino ad una dose ormai solo omeopatica, è da folli. Come conseguenza ultima e assurda, avverrebbe che tutto l'universo sarebbe disseminato di merci, solo per amore del plusvalore, sebbene queste merci diventano "sempre più senza valore" dal punto di vista puramente economico.

Al di là di tutti i cicli congiunturali ha luogo un processo secolare di svalorizzazione, attraverso lo sviluppo delle forze produttive. Ne consegue che esiste una dimensione più profonda della crisi che va al di là delle semplici fluttuazioni cicliche. Dietro la sovraccumulazione ciclica si nasconde la sovraccumulazione strutturale, attraverso la quale vengono raggiunti i limiti interni oggettivi del modo di produzione. L'importanza crescente strutturale della sovrastruttura del credito finanziario è la forma con cui il sistema reagisce al processo reale di svalorizzazione che avanza passo dopo passo. Il credito su larga scala significa solo anticipo del valore o del plusvalore non ancora prodotto, che viene dislocato in un futuro sempre più distante. È la capitalizzazione delle aspettative. Questo processo culmina con bolle finanziarie sempre più avanzate, essenzialmente attraverso l'aumento speculativo del valore delle azioni (cioè, del prezzo dei semplici titoli di proprietà) e del "capitale finanziario" (Marx) ad esse associato. Il rovescio della medaglia del processo secolare di svalorizzazione è la mancanza del potere sociale di acquisto, per realizzare il valore, cioè, il plusvalore (entrambi fittizi, solo in quanto aspettative future). Di conseguenza, nel 20° secolo è cominciata la "capitalizzazione del futuro" nella forma di credito privato al consumo.
In misura sempre più crescente, investimento e consumo non vengono più finanziati per mezzo di processi reali di produzione, passati, ma attraverso processi fittizi, futuri. Tutto questo può essere prolungato, mentre la produzione reale di valore continua ad un livello sufficiente, di modo che rimanga almeno la luce accesa. In questo modo può temporaneamente sembrare che ci sia un assorbimento della crisi, nel senso di Hilferding di cui sopra, dal momento che il ciclo reale viene finanziato, in maniera finanziario-capitalistica, alla testa. Però, in una dimensione più profonda, continua a maturare un enorme peggioramento della crisi. Di colpo si spezza la fragile catena finanziario-capitalista che lega il passato al futuro. Hilferding, così come l'insieme del marxismo del movimento operaio, non poteva né voleva vedere questa relazione, in quanto una simile constatazione avrebbe scatenato una crisi di identità ideologica. Poiché il processo secolare di svalorizzazione delle merci corrisponde ad una svalorizzazione della forza lavoro e ad un rendersi obsoleto del lavoro astratto. In questo modo la sacra ontologia del lavoro viene messa in discussione in termini fondamentali, insieme alla forma del sistema produttore di merci; e questo semplicemente non poteva essere.
L'ingenua concezione di Hilferding della mediazione finanziario-capitalista delle crisi sarebbe stata messa in ridicolo in modo più crudele nei vent'anni successivi alla pubblicazione della sua opera. In flagrante contraddizione con le sue previsioni, si era formata dalla fine degli anni 1920 in poi la più grande bolla finanziaria di tutti i tempi, che diede luogo a dei fallimenti bancari senza precedenti ed alla devastante crisi economica mondiale. Ma le previsioni del marxismo tradizionale topparono anche da un altro punto di vista. Lungi dall'assopirsi poco a poco, in quest'epoca di crisi l'antisemitismo cominciò ad inondare progressivamente il mondo intero, ed in Germania divenne dottrina di Stato ai fini di un assassinio di massa. Come è stato possibile?

Funzioni del capitale, credito statale e piccola borghesia secondaria
Il processo secolare di svalorizzazione, provvisoriamente culminato nella crisi economica mondiale, aveva portato a raggruppamenti sociali anche dal punto di vista sociologico. Nella stessa misura in cui lo sviluppo delle forze produttive svuotava di sostanza del valore i prodotti, veniva anche minata la posizione sociale del "proletariato unico creatore di valore" e del relativo concetto. Non solo perché avevano avuto luogo altri momenti di creazione del valore (come è stato affermato successivamente sempre più dalle teorie del valore fino ad Habermas), ma anche perché la forma feticistica del valore diventava obsoleta insieme alla sua sostanza di lavoro, e pertanto la stessa "creazione di valore" cominciava a rivelarsi un fine in sé e senza alcun senso. Indubbiamente, su scala mondiale aumentava sempre più il proletariato industriale creatore di plusvalore e quindi aumentava la sostanza del valore, ma ora questo non avveniva nella misura necessaria alla crescita, la quale doveva essere in gran parte alimentata attraverso l'anticipo della futura sostanza del valore, per mezzo del credito e del "capitale fittizio". In un tale contesto, si ampliavano già nella prima metà del 20° secolo le categorie sociali del capitale fino ad allora marginali, che ormai non si lasciavano più inquadrare in quello che era stato fino ad allora il vigente "schema delle classi".

Nel 19° secolo, il mondo delle classi e della lotta di classe (come involucro irriflesso del sistema produttore di merci e del lavoro astratto) aveva ancora in una certa misura uno scopo: i proprietari di capitale, ed i loro funzionari, affrontavano la classe operaia creatrice di valore, ossia di plusvalore, la piccola borghesia classica con mezzi di produzione propri vagava ancora come terza categoria, ma sembrava essere già in decadenza. E lo Stato era lo "Stato di classe della borghesia" - una concezione sociologisticamente ridotta, che ovviamente si trovava molto indietro rispetto agli inizi incompiuti della teoria marxiana dello Stato, dove lo Stato era considerato una "comunità astratta": pertanto come una forma politica comune di tutti i soggetti del lavoro astratto e del valore, così come d'altronde il denaro è la forma economica comune.

La teoria sociale del marxismo del movimento operaio, tessuta in maniera così semplice, sarebbe stata esasperata nel 20° secolo. Sviluppo delle forze produttive, svalorizzazione secolare, ascesa del capitale finanziario, insieme ai processi di socializzazione a tutto questo legati, promuovono massicce categorie di attività che dipendono dal salario, che non sono (o che lo sono solo in piccola misura) creatrici di plusvalore, e che sono alimentate dal capitale finanziario.
Da un lato, le funzioni di capitale sono state sempre più socializzate nel contesto delle grandi società anonime; non solo la gestione contrattata, ma una molteplicità di funzioni che originariamente venivano esercitate propriamente dal "soggetto capitalista". Già Marx parlava di "ufficiali e sottoufficiali del capitale", ma allora si trattava ancora di funzioni di direzione e controllo, senza carattere di massa. Ora però, per mantenere l'immagine, venivano formati su grande scala anche dei "soldati semplici" delle funzioni del capitale, soprattutto negli apparati sviluppati delle grandi società anonime: formalmente dipendenti dal salario, come i "lavoratori produttivi", ma senza essere (o quasi) creatori di plusvalore, piuttosto costi generali o "faux frais" (Marx) della produzione altamente socializzata, e pertanto in linea di principio da essere finanziati per mezzo del plusvalore, ossia, da pesare sui profitti anziché contribuirvi. Una ragione in più per l'espansione del capitale finanziario e per la formazione del "capitale fittizio", che trasferisce questo costi il più possibile nel futuro.
Dall'altro lato, il grado sempre più elevato di concentrazione capitalista ha richiesto, similmente alla socializzazione delle funzioni del capitale, anche un'espansione delle funzioni dello Stato. La crescente amministrazione delle persone sotto tutti i punti di vista, ad esempio la nascita di un'amministrazione sociale e del lavoro estesa a livello nazionale, la necessità di estese infrastrutture nella forma di servizi pubblici, l'industrializzazione dell'apparato militare, ecc., non solo ha fatto aumentare sempre più la quota di Stato nel prodotto sociale sempre più scarso in termini di valore, ma ha prodotto anche in parallelo con le moltitudini di eserciti di funzionari del capitale dipendenti dal salario, identiche moltitudini di funzionari di Stato dipendenti dal salario ma anche non creatori di plusvalore. Così come il finanziamento dei primi deve essere alimentato in linea di principio dal plusvalore, anche il finanziamento degli ultimi in linea di principio deve avvenire a partire dalla copertura delle imposte (ritirate dai profitti e dai salari). Di fatto, tuttavia, lo Stato si vede costretto fin dall'inizio a finanziare il proprio apparato in espansione per mezzo dell'indebitamento, sempre attraverso il capitale finanziario, quindi attraverso l'anticipo sempre più crescente delle sue future entrate fiscali. Secondo Marx, si tratta di "capitale fittizio" di per sé, dal momento che il credito preso in carico dallo Stato non fluisce verso le imprese del capitale produttivo, ma solo verso il consumo statale improduttivo dal punto di vista capitalista.

La trasformazione delle categorie sociali nel contesto della crescente socializzazione capitalista veniva percepita perfettamente dal marxismo del movimento operaio, ad esempio nella nota polemica Bernstein alla fine del 19° secolo, quindi alcuni anni prima che apparisse l'opera di Hilferding sul capitale finanziario. Ma proprio a causa della teoria ridotta del capitalismo, il problema si presentava solo come sociologico e politico, della classe o dell'organizzazione: arrivava solo al grado di appartenenza alla classe operaia della cosiddetta "nuova classe media" nella forma di dipendenza dal salario, e venivano discusse in questo contesto le diverse concezioni politico-sociologiche di alleanza; il risultato è stato quella di un'infinita terribilmente noiosa letteratura marxista tradizionale su questo argomento.
Tuttavia, rimase del tutto irriflesso l'aspetto cruciale della teoria della crisi e le sue conseguenze per una trasformazione socialista. Così come era stato ormai nascosto il processo secolare di svalorizzazione, anche riguardo alla "nuova classe media" non si doveva parlare della fine annunciata del pathos della "creazione di valore". Nelle nuove condizioni e nel costante sviluppo in tale direzione, ormai non poteva più essere messa in discussione la "giusta" distribuzione o amministrazione socialista del "plusvalore", se col farlo si annunciavano i limiti interni del "modo di produzione basato sul valore" (Marx). Così come il "lavoratore produttivo" del proletariato classico creatore di plusvalore sul piano materiale doveva fabbricare sempre più prodotti distruttivi anziché beni utili e necessari, anche il lavoro di questa nuova classe media salario-dipendente, in gran misura improduttiva dal punto di vista capitalista, si riferiva in gran parte unicamente ed esclusivamente alla manutenzione del sistema, e le sue funzioni erano pertanto semplicemente superflue dal punto di vista di una società post-capitalista. Alla fine, il marxismo positivista del lavoro e del plusvalore era storicamente spacciato; ma i marxisti del movimento operaio si sarebbero tagliati la lingua piuttosto che ammettere tale situazione.

Altrettanto poco chiarita era rimasta anche la dimensione ideologica dei cambiamenti nella struttura sociale capitalista. Questi "nuovi strati intermedi" potevano essere descritti anche come una sorta di piccola borghesia secondaria; laddove la qualità piccolo-borghese non era nel senso di piccoli proprietari dei mezzi di produzione, ma piuttosto nel senso del classico funzionalismo pubblico, ora però in una delle forme di massificazione salario-dipendente delle funzioni del capitale e dello Stato, attraverso il processo di socializzazione negativa capitalista. Dal momento che il marxismo del movimento operaio in tutte le sue frazioni non sapeva fornire una spiegazione sufficiente né formulare un corrispondente programma di trasformazione sociale emancipatrice, e piuttosto rimaneva fissato nella sua interpretazione diventata obsoleta, gli strati sociali legati allo sviluppo del capitale finanziario si trasformarono in un blocco promotore dell'ideologia piccolo-borghese del 19° secolo modificata.
Con l'espansione del credito al consumo e delle correlate crisi individuali del debito, la motivazione del vecchio sentimento piccolo-borghese contro il capitale che rende interessi si è potuto estendere fino alla classe operaia del capitale produttivo; in ogni caso, nella prima metà del 20° secolo si trattava ancora di un fenomeno marginale. Tuttavia, la stessa motivazione si estese con maggior forza fra gli strati della piccola borghesia secondaria. C'è da notare che non si tratta più di indebitamento delle imprese a conduzione familiare, ma piuttosto di sentire vagamente come minaccia la dipendenza strutturale della propria esistenza dalla sovrastruttura socializzata del credito del capitale finanziario. In questo modo, la relativa ideologia ha portato a termine l'inversione di causa ed effetto, come nella classica ideologia piccolo-borghese del 19° secolo: il capitale che rende interessi, senza la cui espansione si sarebbero già rivelati da tempo in maniera evidente i limiti interni della socializzazione capitalista ed il carattere obsoleto della maggioranza delle funzioni del capitale e dello Stato, veniva presentato come il motivo delle sofferenze e delle crisi nella forma del capitale, e la sua attività funzionale stessa, improduttiva dal punto di vista capitalista, è stata coperta dalla medesima etica del lavoro astratto, come era avvenuto con il lavoro produttivo del proletariato industriale.

Non si poteva omettere che l'antisemitismo, sempre associato strettamente al sentimento riduzionista contro il capitale che rende interessi, abbia avuto da un lato una fioritura insospettata, anziché assopirsi progressivamente. Accanto al marxismo del movimento operaio, che già allora reagiva al processo di sviluppo capitalista in maniera impotente e regressiva, si sono ampliati i movimenti di massa "nazionalsocialisti" impregnati di antisemitismo. Quest'ideologia ha inondato la società nella crisi economica mondiale e si è impossessata anche di una gran parte della massa dei lavoratori industriali disoccupati, sradicati dal processo di produzione creatore di valore. Il fatto che il nazionalsocialismo abbia potuto prendere il potere in Germania e spingere fino all'olocausto l'ideologia antisemita, è dovuto ad una storia specificamente tedesca; ma ha costituito un fenomeno capitalista generale, il fatto che abbia ottenuto maggior efficacia sociale ridurre (ora proporzionale ai più grandi aggregati sociali) della "teoria del capitalismo" al solo capitale finanziario, con tutti i relativi sviluppi antisemiti.

- Robert Kurz - Pubblicato sulla Rivista STREIFZÜGE, Vienna, nº 3/2003. -

fonte: EXIT!

lunedì 19 dicembre 2016

I labirinti di Brecht

Brecht

È in una Cina immaginaria che Brecht decise di trasporre narrativamente, con divertito coraggio, i tempi oscuri e turbolenti in cui la Storia gli diede in sorte di vivere. Cominciato durante l’esilio e rimasto frammentario dopo oltre un decennio di lavoro, Il romanzo dei tui e` una satira feroce degli intellettuali che affittano a cottimo al migliore offerente il proprio ingegno: i «tui». Dal mare dell’imbecillita` umana emerge qui un arcipelago di aneddoti, storielle, parabole e corrosivi esercizi di umorismo che mettono alla berlina tutti i grandi ideologi dell’Occidente e forniscono anche una diagnosi inaspettata e spiazzante dell’ascesa di Hitler. Un geniale e comico breviario sul cattivo uso dell’intelletto che zigzaga tra apologhi memorabili, trattati stravaganti (compreso uno sull’arte del leccapiedi) e racconti arguti, consegnandoci una requisitoria serrata e farsesca contro ogni pensiero fumoso e servile. Un tesoro di caustica comicita` proposto per la prima volta al pubblico italiano.

(dal risvolto di copertina di: Bertolt Brecht, Il Romanzo dei tui, L’orma, pp.250, euro 18,00)

Una tragica beffa contro l’euforia bellicista
- di Marco Bascetta -

Un’opera incompiuta è sempre, immancabilmente, un labirinto. Infestato di vicoli ciechi, di biforcazioni, di tornanti. Tutto è ancora aperto, esitante, indefinito e sospeso. Il Romanzo dei tui (L’orma, pp.250, euro 18,00) opera più che incompiuta, di Bertolt Brecht, di cui ci restano brani sparsi, appunti, indici e scalette è un puzzle in cui poche tessere si incastrano le une con le altre. Sullo sfondo, però, un disegno, chiaramente leggibile, che si propone, in forma satirica, una storia della Germania dalla prima guerra mondiale allo scoppio della seconda. Storia che avrebbe dovuto essere soprattutto quella della «falsa coscienza» che dall’imperialismo guglielmino, attraverso gli anni turbolenti della Repubblica di Weimar, conduce alla «resistibile» ascesa di Adolf Hitler e alla nuova, spaventosa catastrofe bellica.
I «tui», protagonisti di questa narrazione, sono infatti gli intellettuali, asserviti al potere o suoi velleitari oppositori, lontani dalla vita reale e dai bisogni delle masse sfruttate. Gli uni servilmente impegnati nel legittimare la guerra e l’oppressione, gli altri persi dietro l’acume delle proprie interpretazioni, o esitanti e interdetti di fronte alle scelte che si impongono con l’incalzare degli eventi.
In questi testi viene in luce quel paradosso, tipico dell’irriverenza brechtiana, che mette i più raffinati strumenti dell’intelletto al servizio di una polemica «antintellettuale». La posizione materialista, per quanto possa esibirsi nella maniera più ruvida («prima viene il cibo, dopo la morale», recita una celebre strofa del poeta) è pur sempre il risultato di una sintesi filosofica tutt’altro che elementare. Così come la ridicolizzazione dei «tui» reca comunque i tratti di un rigoroso esercizio critico, di un intento esplicativo, del «rischiarimento» illuminista e, dunque, della sua origine «intellettuale». Il talento comunicativo di Brecht, del resto, è tutto giocato sul paradosso , scelta che lo mette al riparo, anche se non sempre e in tutti i casi, dal rischio dell’appiattimento didascalico.
I frammenti e gli abbozzi di questa idea di romanzo si sono sedimentati lungo un intero terribile decennio dal 1931 al 1942, quello dell’esilio e dell’apocalisse bellica. Il progetto, ripreso, lasciato, poi ripreso ancora, mostra incertezze e discontinuità nella sua architettura e nel registro narrativo. L’ambientazione è però stabilita. Brecht trasporta la Germania guglielmina e la repubblica di Weimar in una Cina immaginaria, chiamata Cima, e i personaggi – politici, militari, intellettuali – evocati nella narrazione ricevono di conseguenza una denominazione «cimese», che rende assai faticosa la lettura, richiedendo il continuo ricorso alla consultazione di un piccolo dizionario dei nomi.
Alla scelta della Cina come teatro di storie e apologhi, Brecht è, del resto, notoriamente affezionato. Questa ambientazione remota e beffarda dei costumi e delle vicende germaniche, ricorda, per contrasto, La storia degli Abderiti, (1774) di Cristoph Martin Wieland, dove si narra della controversia sull’ombra di un somaro che condurrà gli abitanti di Abdera sull’orlo della guerra civile . Tanto ottimista e sereno era, però, lo spirito dell’illuminista tedesco fiducioso nell’avvento di una grandiosa rivoluzione pacifica, quanto sardonicamente pessimista è, nonostante il tono scanzonato e divertito, quello di Brecht nell’accingersi a raccontare la genesi ideologica della più grande catastrofe della storia. L’autore, è indubbio, si diverte, gioca, sbeffeggia, dissacra. E l’intero progetto non uscirà mai da questa dimensione ludica e perfino goliardica. Ma è di una goliardia tragica che si tratta.
La maggior parte dei testi prendono di mira l’euforia bellicista della Grande guerra, rispecchiando quell’ironia sdegnata, dissacratoria e «impertinenente» che il sedicenne Bertolt aveva già riversato nella stupefacente Ballata del soldato morto del 1918. Tra i brani più straordinari del libro, un vero e proprio racconto compiuto di inconfondibile sapore kafkiano, è la storia di un filosofo convocato dal Capo di stato maggiore dell’armata «cimese» (controfigura del generale Ludendorff) per redigere il proclama che dovrà sostenere la natura difensiva e umanitaria di quella che in realtà è una guerra d’aggressione. Il povero «tui», inseguendo l’armata attraverso le terre che essa ha devastato senza pietà, si contorce nello sforzo di adeguare le sue argomentazioni patriottiche all’atroce realtà che ha sotto gli occhi, mistificandola. Fino a quando quella realtà non avrà definitivamente ragione di lui.
Vi sono insomma delle pagine memorabili in questo prezioso relitto letterario. Pochi maneggiano l’apologo, la parabola, l’aneddoto con l’ironica maestria del poeta di Augusta. E nello scanzonato catalogo dei germanici «tui», tra tecnici, scienziati, storici e pensatori, non poteva certo mancare il più venerato e illustre tra loro: «Questa era la dottrina del filosofo Leh-geh. Il pensiero preesisteva alla testa. Per esprimersi gli mancava solo la testa. E la testa nacque per conformarsi a tale necessità». La traduzione dal cimese mi sembra, in questo caso, superflua.

- Marco Bascetta - pubblicato su Alias dell'11 dicembre 2016 -