venerdì 20 maggio 2016

Superlativi

Braudel

La dinamica del capitalismo
- Fernand Braudel -
(Conferenza tenuta all'Università John Hopkins nel 1976)

I Capitolo: Pensando alla vita materiale ed alla vita economica
Questo capitolo è dedicato alla spiegazione dell'interesse per la storia economica, in rapporto alla storia "nobile". Oggetto di questo studio è il periodo che va dal 15° al 18° secolo e che vede il considerevole sviluppo degli scambi e delle città, non solo in Europa, ma anche in altre parti del mondo.

II Capitolo: Il gioco dello scambio
È bene distinguere fra economia di mercato e capitalismo, senza dimenticare che fino al 18° secolo le azioni degli uomini rimangono per lo più parte circoscritte alla vita materiale.
L'economia di mercato assicura il collegamento fra la produzione ed il consumo. Fra il 15° ed il 18° secolo, si verifica un allargamento della sfera dell'economia di mercato, come si evidenzia a partire dalle variazioni dei prezzi di mercato, e questo non avviene soltanto in Europa, ma in tutto il mondo. I diversi mercati del mondo sono collegati fra loro attraverso lo scambio di alcune merci rare e di metallo prezioso. Ma il mercato ancora non si auto-regola: "Possiamo dimenticare tutte quelle volte in cui il mercato è stato pilotato o falsato, i prezzi fissati in maniera arbitraria da monopoli di fatto o di diritto? E soprattutto, assumendo le virtù concorrenziali del mercato (...) va segnalato quanto meno che il mercato, fra produzione e consumo, non è altro che un collegamento imperfetto, anche solo nella misura in cui rimane parziale".

Il capitalismo, da parte sua, si lascia definire solo dall'interazione fra capitale e capitalista. Non ci sono società senza capitale, ma la figura del capitalista non compare fino al tardo Medioevo.
Si possono distinguere due forme di economia di mercato:

- La forma A comprende "gli scambi quotidiani di mercato, il traffico locale o a breve distanza: come il grano, il legname, che si muovono verso la città più vicina, ed anche il commercio a più largo raggio. quand'è regolato, prevedibile, di routine, aperto tanto ai piccoli quanto ai grandi commercianti (...) - penso a quelle "flotte" di carri tedeschi che venivano a cercare, ogni anno, il vino bianco dell'Istria".
 
- La forma B è caratterizzata dal suo carattere aleatorio, "che sfugge alla trasparenza ed al controllo". Si può assumere come esempio il "mercato privato" delle campagne inglesi, la cui importanza rispetto al mercato tradizionale e controllato ("mercato pubblico") si accresce a partire dal 15° secolo: il commerciante acquista direttamente dal produttore, e si fanno perfino contratti a termine, si tratta di uno scambio ineguale, in quanto il mercante è il solo a conoscere il mercato su entrambi i fronti. Quanto più si accresce questo mercato, tanto più i prezzi sfuggono alle regole ed ai controlli abituali, al punto che si può parlare di un "contro-mercato". Questa forma B è riservata ad un classe di mercanti e di commercianti che si ritrovano sotto nomi diversi in tutto il mondo e che possono essere chiamati capitalisti, caratterizzati dalla massa di capitale che detengono e che possono investire a lungo termine.

Quindi, ci sono fra i partecipanti allo scambio due grandi categorie gerarchizzate e compartimentate. I partecipanti alla forma A vengono ben presto colpiti dalla divisione del lavoro: la loro attività viene limitata ad un solo settore. Al contrario, i capitalisti, fino al 20 secolo, non sono quasi mai specializzati (se non nel commercio esclusivo del denaro, ma senza un duraturo successo).
Questa mancanza di specializzazione dei capitalisti non appare dovuta ad una volontà di diversificazione volta a limitare i rischi, ma piuttosto alla limitazione ed al carattere fluttuante degli affari su cui poter investire un capitale eccedente. "Ma è significativo il fatto che, salvo eccezioni, non ci si interessi al processo di produzione, e ci si accontenti, attraverso il sistema di lavoro a domicilio, di controllare la produzione artigianale al fine di garantire la commercializzazione".
Per questi motivi, il capitalismo, nella società dell'Ancien Régime non è il motore dello sviluppo economico, il quale si basa piuttosto "sulle grandi spalle della vita materiale". La figura centrale del capitalista in quell'epoca non è quella dell'imprenditore schumpeteriano.
Al contrario, è un fatto che il capitalismo non poteva apparire e prosperare se non grazie al potere. La piccola élite dei mercanti capitalisti ha saputo utilizzare a suo profitto le proprie relazioni privilegiate con i governanti: "il capitalismo trionfa nel momento in cui si identifica con lo Stato, nel momento in cui è lo Stato". In realtà, per i suoi sviluppi, il capitalismo dipenderà dalle condizioni sociali, ma non quelle che pensa Max Weber quando fa del puritanesimo protestante un veicolo della sua diffusione: "Alla fine, l'errore di Max Weber mi sembra sia derivato essenzialmente, in partenza, da un'esagerazione del ruolo del capitalismo come promotore del mondo moderno".
In Europa ed in Giappone, il capitalismo si costruisce e si afferma per mezzo di uno sforzo continuamente rinnovato ad ogni generazione da parte delle "grandi famiglie" di commercianti parassite del feudalesimo fino ad assumere il loro ruolo di classe dominante, a beneficio della quale lo Stato organizza i rapporti sociali. Queste strategie familiari a lungo termine, sulla scala di più generazioni, possono emergere solo grazie ad un contesto di grande stabilità delle gerarchie sociali.
Contrariamente a questo, nei paesi dell'Islam e della Cina, dove lo Stato organizza l'instabilità delle élite e non permette la costituzione di un feudalesimo ereditario, non si osserva alcuna dinastia capitalista, tanto più che il Principe mostra volentieri di essere sospettoso nei confronti di quelli che hanno troppo successo, ed è spesso ben felice di provocarne la caduta.
L'ascesa del capitalismo, in definitiva dipende da due fattori: la stabilità dell'ordine sociale e la compiacenza ( o almeno la neutralità) dello Stato.

III Capitolo: I tempi del mondo

L'obiettivo di questo capitolo è quello di "legare il capitalismo, la sua evoluzione ed i suoi mezzi, ad una storia generale del mondo". Infatti, l'economia è in gran parte aperta al mondo; inoltre si osserva come le divisioni del 15° secolo fra paesi privilegiati e paesi poveri, riproducessero le gerarchia esistente all'interno di ogni società.
L'economia mondiale, secondo la formula di Sismondi, è "il mercato di tutto l'universo".
L'economia-mondo, può essere essa stessa definita come "l'economia di una porzione soltanto del nostro pianeta, nella misura in cui essa forma un tutto economico":
- Essa occupa uno spazio geografico determinato: si possono quindi tracciare le sue frontiere, anche se sono suscettibili di evolvere nel tempo;
- Essa possiede un centro, che è la citta che domina gli scambi economici e commerciali;
- Essa è gerarchizzata: si può distinguere un cuore, nella città-centro, delle zone intermedie e dei margini, ampi e subordinati.

Più economie-mondi possono coesistere simultaneamente su territori differenti. le quali intrattengono fra di loro solo scambi superficiali.
Dopo la fine del 14° secolo, l'economia-mondo occidentale ha conosciuto cinque cambiamenti di centro:
- Verso il 1500, in seguito alla scoperta del Nuovo Mondo, il Mediterraneo perde la sua influenza in favore dell'Atlantico: Venezia deve cedere il ruolo dominante, esercitato per più di un secolo, in favore di Anversa.
- Verso il 1550-1560, l'argento delle miniere dell'America passa da Genova, che lo distribuisce in tutta l'Europa.
- All'inizio del 17° secolo, è Amsterdam che arriva ad eclissare definitivamente il bacino mediterraneo, dopo che i mercanti nordici hanno inondato il mercato con merci di infima qualità e contraffazioni grossolane
- Sarà solo due secoli dopo che avrà luogo un nuovo progressivo trasferimento verso Londra.
- Infine, la crisi del 1929 trasferisce il centro a New York.

Ogni volta, il cambiamento di centro è il risultato di una crisi economica. Ma ciò non significa naturalmente che tutte le crisi portano ad un tale trasferimento: più spesso, al contrario, la metropoli è sufficientemente potente per ritorcere gli effetti verso l'esterno, e alla fine trarne profitto.
Infatti, l'economia-mondo si divide in zone concentriche, e lo scarto di sviluppo fra il cuore ed i suoi margini più lontani è considerevole: "In breve, l'economia-mondo europea, nel 1650, è la giustapposizione, la coesistenza di società che vanno dalla società ormai capitalistica, quella olandese, alle società servili e schiaviste, a livello più basso della scala".
Insomma, osserviamo non un modello diacronico di sviluppo, segnato dalla successione dalla schiavitù, al servaggio ed al capitalismo, bensì una coesistenza di questi differenti modi di produzione in senso ad una stessa economia-mondo, in cui i primi assicurano la soddisfazione dei bisogni dell'ultimo, il quale, da parte sua, organizza le zone periferiche in funzione di questi bisogni.
D'altronde, i capitalisti controllano il commercio, debole ma prestigioso, fra le diverse economie-mondi, ed in questo sono impegnati in una concorrenza accanita che non rientra per niente nelle relazioni fra i pretendenti a questo ruolo centrale.
Sul piano qualitativo, fino al Settecento il centro dell'economia-mondo europeo è sempre stata una città, ed il suo splendore si è riflesso assai poco sull'ambiente circostante.

Nel 13° secolo, l'Europa è divisa fra due poli che si neutralizzano a vicenda: l'Italia a sud e i Paesi Bassi a nord. Il centro di gravità del continente si situa a metà strada, a Parigi, che beneficia della sua vicinanza alle grandi fiere di Champagne e di Brie.
I cambiamenti che intervengono alla fine del secolo per quel che riguarda le principali vie commerciali, lo sviluppo dell'industria tessile in Italia e gli effetti della Peste Nera consacrano la supremazia della penisola, e soprattutto di Venezia, la cui supremazia militare le assicura il controllo del commercio del Levante. Anversa ne prende il posto nel 14° secolo, basandosi sul commercio del pepe, poi Genova, approfittando dell'instabilità venutasi a creare a causa della guerra fra gli spagnoli e le loro ex province, fonda le proprie fortune sugli scambi con il Nuovo Mondo. Infine le succede Amsterdam, grazie al commercio del Baltico e soprattutto al suo controllo di tutte le fonti di approvvigionamento di "fini spezie" dell'Estremo Oriente.

Il dominio di Londra negli ultimi decenni del 18° secolo segna una tappa importante, in quanto per la prima volta la città-centro dell'economia-mondo europea si basa sullo sviluppo del proprio mercato interno.
"Un'economia nazionale, è uno spazio politico trasformato dallo Stato, a partire dalle necessità e dalle innovazioni della vita materiale, in uno spazio economico coerente, unificato, le cui attività possono essere dirette in una stessa direzione". Il territorio delle Province Unite dei Paesi Bassi era troppo esiguo per poter rappresentare un interessa reale per i capitalisti di Amsterdam; quello della Francia, vista la situazione dei trasporti dell'epoca, era troppo grande e troppo diversificato, tanto che a causa della preminenza politica di Parigi soffriva la superiorità economica della capitale. L'Inghilterra, di contro, disponeva di un territorio sufficientemente esteso e di un centro unico fin dal 15° secolo. Inoltre, la sua posizione insulare le permetteva di fare più facilmente ricorso al protezionismo.
Il passaggio da una città-centro ad un'economia nazionale permette a Londra di candidarsi alla supremazia universale, aiutata in questo dal successo della rivoluzione industriale.
In realtà, quest'ultima si è installata piuttosto lentamente. Quel che è sorprendente, è che sia riuscita ad imporsi in maniera durevole, a superare tutte le crisi e le difficoltà, quando invece tanti tentativi di innovazioni tecniche precedenti si erano rivelati fallimentari. C'è senza dubbio il fatto che all'inizio si trattava di piccole unità a basso capitale installate nelle campagne, lontano dal grande capitale londinese, basate sull'innovazione, ma soprattutto sulla soddisfazione dei bisogni della vita materiale. Inoltre, la conquista incessante di nuovi mercati ha permesso di evitare il collo di bottiglia e di far fronte al reorientamento degli investimenti nel momento in cui un settore di attività entrava in crisi.

Quando si osserva il capitalismo di oggi alla luce del capitalismo di ieri, si vede che ha incontestabilmente cambiato di scala, ma indubbiamente non ha cambiato di natura:
- Resta più che mai rivolto verso lo scambio internazionale;
- Si basa sempre su dei monopoli, di fatto o di diritto;
- Infine, contrariamente all'idea generale, il capitalismo non occupa sempre tutto lo spazio sociale, perfino nei paesi industrializzati.
La tripartizione vita materiale-economia di mercato-economia capitalista rimane attuale.
Il capitalismo rimane un superlativo: il mondo della finanza d'alto bordo e dei grandi profitti. Non va sempre confuso con l'economia di mercato.

giovedì 19 maggio 2016

I fantasmi dell’ideologia

deleuse

Il fantasma di Deleuze in place de la République
- di Julius -

«La differenza fra le persone comuni ed i professori universitari consiste nel fatto che questi ultimi sono arrivati all'ignoranza dopo lunghi e difficili studi.»
- Oscar Wilde - Aforismi -

C'è qualcosa di profondamente corrotto nel regno del pensiero radicale alla francese. Non utilizzo il termine "corrotto" in senso morale, ma nel senso delle merci "andate a male" dal momento della loro produzione. Ovviamente, il fenomeno non attiene all'oggi e lo spettacolo politico-culturale che offre la place de la République ne è solo la manifestazione più recente. Nel supermercato delle ideologie che in quella piazza ha montato i suoi stand, il postmodernismo occupa il posto principale. In particolare il "deleuzismo", il quale, in maniera del tutto evidente, costituisce uno dei denominatori comuni al cittadinismo mille volte riciclato e aggiornato che regna ai piedi della statua della dea tutelare dello Stato esagonale, e che punteggia i discorsi dei politici alla moda, a cominciare da Lordon. Vista la mitologia favorevole che ha permesso di nobilitare il deleuzismo, di attribuirgli il titolo di pensiero sovversivo, e visto il ruolo che gioca attualmente, vale la pena di tornare brevemente sul percorso di Deleuze e dei suoi accoliti, senza pretendere esaustività ma mostrando quali sono state le sue prese di posizione durante i periodi chiave della storia con cui si sono confrontati. Deleuze fa parte di quei personaggi che, all'indomani del maggio 68, avevano la pretesa di essere dei filosofi impegnati in attività originali e di aprire dei percorsi di riflessione e di azione che andavano oltre i confini tracciati e bloccati dal militantismo tradizionale. Benché le sue prese di posizione non esauriscano la questione dell'analisi critica della sua "cassetta degli attrezzi" concettuale, le prime dipendono dalla seconda e in molti casi ne rivelano il senso. Cosa che i riciclatori di oggi preferiscono occultare.

Il ghetto universitario di Vincennes, prototipo di quello che attualmente si trova a Saint-Denis [Università Parigi VIII], venne istituito dal potere gollista per neutralizzare i tentativi di rivolta che scuotevano il mondo civilizzato delle facoltà e per offrire dei trapuntini a degli ideologhi in qualche modo atipici, quanto meno rispetto ai canoni che regolavano allora le attività dei cenacoli universitari. A Vincennes servivano quindi coloro che sarebbero diventati i messaggeri del postmodernismo: i Foucault, i Deleuze ed i Guattari, solo per nominare i più conosciuti, ed i più riconosciuti nell'ambiente della militanza polimorfica apparsa in seguito al maggio 68. Deleuze, fino ad allora un semplice storico della filosofia, partecipa quindi, dentro la guaina di contestatore in blue jeans che rifiuta i corsi magistrali, all'operazione di recupero.

Può dispiegare senza freni la sua concezione della "filosofia impegnata", riassunta in "Che cos'è la filosofia", opuscolo scritto insieme a Guattari: "I concetti, non sono affatto qualcosa di dato. O meglio, i concetti non sono la stessa cosa che il pensiero: si può benissimo pensare senza concetto e anche tutti quelli che non fanno filosofia, io credo che pensino, che pensino pienamente, ma che non pensino per concetti - se accettate l'idea che i concetti siano il termine di attività o delle creazioni originali. Direi piuttosto che i concetti siano dei sistemi di singolarità prelevati dalla cima del flusso di pensieri. Il filosofo, è qualcuno che fabbrica dei concetti. Questo è intellettuale? Credo di no."

Simili dichiarazioni, che appaiono diretti a prima vista contro il dottrinarismo che si pretende universale che regnava allora nell'università, non rimettono affatto in discussione il ruolo dei mandarini bensì lo rinnovano con il pretesto di accompagnare la proliferazione di "campi" particolari che, dopo il maggio 68, dovevano costituire l'oggetto delle loro ricerche. Perciò giustificazione del medesimo ruolo, ma più sottile ed apparentemente più modesto, grazie all'introduzione dei concetti di flusso e di singolarità, diventati dopo di loro i penosi luoghi comuni della filosofia postmoderna. Nell'ottica di Deleuze e Guattari, rimane il fatto che se i semplici mortali erano suscettibili di pensare, grazie a loro, non concettualizzavano nella misura in cui non filosofeggiavano! Bella sciocchezza, mentre i rivoluzionari dell'epoca sottolineavano che per pensare nel senso pieno del termine, pensare la trasformazione rivoluzionaria del mondo, bisognava abbandonare il terreno della filosofia, il terreno delle sole interpretazioni e reinterpretazioni successive del mondo, che costituivano l'essenza del lavoro svolto nelle facoltà prestigiose, come la Sorbona, e la fonte della loro notorietà. Quando i due compari in seguito affermavano, nell'introduzione a "Mille Plateaux", che "non c'è e non c'è mai stata dell'ideologia", in realtà difendevano il loro ruolo di ideologhi postmoderni. Svelavano ciò che erano e a che cosa corrispondeva la proliferazione concettuale a cui avevano essenzialmente consacrato la loro attività, nella pura tradizione dell'università francese, vera e propria gabbia per criceti che girano a ruota libera, in cui non bisognava entrare se non si voleva perdere il senso della realtà. Quel che è successo, purtroppo, a molti contestatori che eppure nel 68 avevano cominciato a disertare i corsi ufficiali. Riempendo le aule di Vincennes per ascoltare gli ultimi ciarlatani alla moda e per collaborare con loro alla fabbricazione e alla lucidatura della loro "macchina da guerra" concettuale, apparentemente opposta allo "apparato statale", accettavano di essere nuovamente rinchiusi nel recinto universitario, e abbandonavano qualsiasi attività critica, nella teoria come nella pratica.

In effetti, nei corsi tenuti da Deleuze appariva già chiaramente il nucleo dell'ideologia che era stata formattata in "Mille Plateaux" ed era stata annunciata nelle sue opere di gioventù consacrate alla storia della filosofia: la pretesa di avere superato la dialettica del negativo a beneficio di affermazioni plurali, portatrici a priori di rotture parziali, la cui messa in rete "orizzontale" e la convergenza dovevano facilitare l'emergere di qualcosa di nuovo, al di là dell'orizzonte "verticale", bloccato dalla gerarchizzazione tradizionale del pensiero e delle azioni, formalizzato per mezzo dell'azione e dell'organizzazione in partito. Un "rovesciamento di prospettiva" senza pari a sentire le proposte dei nostri due modesti inventori che "dimenticano" che, in materia di valutazione del ruolo dei partiti, Simone Weil aveva enunciato all'inizio degli anni 1940, nel "Manifesto per la soppressione dei partiti politici", delle critiche altrimenti ben più interessanti. In breve, nella loro ottica, questi "rizomi" sarebbero stati di per sé portatori di radicalità, senza che noi avessimo davvero bisogno di interrogarci sugli obiettivi perseguiti. Nel maggio 68, i rivoltosi avevano lanciato: "Siate realisti, esigete l'impossibile!" Incuranti, per mezzo della loro storia di "rizomi", Deleuze e Guattari regrediscono verso dei concetti che richiamano il "possibilismo" di una volta, difeso da riformisti come Bernstein, alla vigilia della Grande Guerra: "Il movimento è tutto, il fine ultimo è niente." Difatti, dalla fine degli anni 1960, i due compari, senza avere il coraggio di affermarlo senza mezzi termini, sono già piuttosto ostili ai tentativi di sovversione globale. Consideravano questi tentativi come generatori di totalitarismo, come eredi della "trascendenza" propria alla teologia, ripresa dal razionalismo, e poi dallo statalismo. Di conseguenza, si richiamavano alla creazione di "piani di immanenza", in breve a spazi, reti e cerchi che, vista la loro presunta positività radicale, non avevano nemmeno più bisogno di criticare l'universo dei partiti. Bastava loro ignorarli in qualche modo. Una postura che permetteva al celebre tandem di occultare il ruolo contro-rivoluzionario giocato nel maggio 68 dal PCF e dalle organizzazioni di massa che gli erano subordinate, la CGT in testa. Il seguito lo conferma.

In Francia, mentre la grottesca avventura di Vincennes non era ancora terminata, dalle parti di Bologna, in Italia, nella primavera del 1977, la situazione stava diventando esplosiva. Il potere dello Stato, nella persona del sindaco comunista della città, faceva intervenire i blindati dei carabinieri. Nell'autunno dello stesso anno, l'ordine viene sostanzialmente ristabilito, tutti i circoli, i gruppi ed i partiti ostili alla rivoluzione, PCI compreso, organizzano l'enorme spettacolo politico-culturale che sferra il colpo finale a tutto ciò che di sovversivo rimaneva nelle ancora vivaci opposizioni. Esistono da decenni numerosi testi critici sull'argomento, ad esempio "Proletari se voi sapeste" e, in seguito, l'articolo collettivo "Breve relazione sulla decomposizione della contro-cultura in Italia", che data a metà degli anni 1980 e che mostra il ruolo di freno giocato dall'ideologia deleuziana.

A tal proposito, "La dichiarazione degli intellettuali francesi" invita a partecipare allo spettacolo d'autunno, essenzialmente redatto da Deleuze, è rivelatore: "Noi non abbiamo mai paragonato l'Italia ed il Gulag. Noi non abbiamo mai preteso di condurre un'azione sistematica contro il PCI. Noi non abbiamo niente a che vedere con i nuovi filosofi né con il loro anti-marxismo, né con qualsiasi altro anti-marxismo. Noi constatiamo solamente che il PCI è il primo partito comunista in Europa dell'Ovest a non essere più all'opposizione. Noi non opponiamo lo spontaneismo delle masse all'organizzazione di partito, ma crediamo al carattere costruttivista di certe agitazioni di sinistra che non passano necessariamente per il compromesso storico."

Per anni, gli "untori" a Bologna ed altrove, hanno combattuto il PCI, partito d'ordine tanto più pericoloso in quanto beneficiava ancora della fiducia di numerosi proletari. Il "compromesso storico" aveva come funzione quella di facilitare la liquidazione dei focolai sovversivi endemici che scuotevano il paese, ivi compreso lo scatenare contro di essi la più implacabile coercizione di Stato. Ora, ne "La Dichiarazione", la funzione controrivoluzionaria del "compromesso storico" viene occultata. Il partito che la porta avanti, presumibilmente ignorato dagli apostoli della "rivoluzione molecolare", riappare brutalmente come forza imprescindibile con la quale viene consigliato di coesistere. Gli antagonismi reali vengono così repressi, perfino negati. A cominciare da quella esistente fra la gerarchia del partito e la spontaneità dei "seminatori di peste". A Bologna, l'ideologia costruttivista appena nata è già morta. I suoi promotori, Deleuze in testa, svolgono in realtà il ruolo di procacciatori per il PCI e per l'insieme dei gruppi che, come "Lotta Continua", tentano di evitare i ritorni di fiamma rivoluzionari. "Credo che Guattari ed io, siamo rimasti marxisti", dirà più tardi, in "Pourparler", Deleuze. Il termine "leninista" sarebbe stato più appropriato, viste le posizioni che adotteranno a Bologna ed in seguito, dopo il ritorno in Francia. È però durante il periodo bolognese che è apparso il mito per cui i meccanici delle varie "cassette degli attrezzi" postmoderni, Foucault, Deleuze, Guattari, perfino Derrida, fossero dei fari del pensiero sovversivo. Mito creato ed amplificato dai leader dell'autonomia come Negri.

Dal 1977 al 1981, Deleuze e Guattari volgeranno essenzialmente la loro critica contro il diritto al potere. Così nel 1977 accuseranno, su "Le Monde", il Ministro degli Interni, Bonnet, di preparare l'estradizione "di uomini di sinistra tedeschi", a cominciare da Croissant, l'avvocato della RAF, su richiesta di Bonn. Nel 1980, alla vigilia dell'elezione di Mitterand, dando il loro sostegno alla "scandalosa" candidatura di Coluche, faranno dietro le quinte campagna per la sinistra. Testimoniano in tal senso i "colloqui" avvenuti a Vincennes, così come gli adescamenti, durante le riunioni dell'estrema sinistra e degli ecologisti, effettuati da Guattari, assai più presente di Deleuze sul terreno della militanza. Nello stesso periodo, i rivoluzionari più lucidi, in perfetta contraddizione con l'attitudine al bricolage delle "rivoluzioni molecolari", stigmatizzavano l'arrivo programmato della sinistra al potere in quanto operazione destinata a facilitare la modernizzazione del capitale e dello Stato che la destra oramai in rotta non poteva più realizzare.

L'apice dell'opportunismo venne raggiunto con la presenza di Deleuze, entusiasta, all'incoronamento di Mitterand al Pantheon. Poi con la partecipazione di Guattari, con l'intermediazione del demagogo Lang, a spettacoli e mediazioni politico-culturali quali "La festa della musica", destinata ad intrattenere i supporter della sinistra e ad offrir loro, in mancanza delle brioche, dei giochi. Giusto per far loro ingurgitare la zuppa agra che si stava preparando. Nel 1981, Deleuze fa ancora sensazione rifiutando di firmare la petizione lanciata da alcuni "intellettuali impegnati" alla Bourdieu che denuncia la posizione "neutralista" di Mitterand rispetto al colpo di Stato fatto in Polonia dal generale Jaruzelski. L'instaurazione dello stato di emergenza doveva servire a schiacciare i dissidenti che cominciavano a trattare Walesa, il leader di Solidarnosc, da crumiro. L'Eliseo lo definì come un "affare interno polacco". Deleuze, attraverso "Liberation", conferma le sue intenzioni di non voler "mettere in imbarazzo il governo socialista che si era appena installato". Gli individui perseguitati in Polonia e che credevano al mito della Francia "Terra d'asilo" dovevano solo andarsene da un'altra parte! Lo si sa bene fin da Enrico IV: Parigi val bene qualche messa! E l'Eliseo val bene qualche ristrettezza mentale gesuitica e qualche adattamento dell'ideologia delle "rivoluzioni molecolari" alle ingiunzioni della ragion di Stato! Come ricompensa, Deleuze ottiene solo qualche smorfia di simpatia da parte di Mitterand. Guattari, di contro, più implicato nelle attività dei circoli vicini alla presidenza, riceve nel 1983 dalle mani di Lang la medagli di Commendatore delle Arti e delle Lettere. Accetta, "non a titolo di ricompensa per i servizi resi allo Stato", ma "perché è stato uno dei suoi amici più stretti a conferirgliela". La "soggettività" senza pari dei nostri nemici giurati de "l'oggettivismo della Ragione" ha raggiunto il suo stadio terminale: la pura ipocrisia che caratterizza i lacchè dello Stato.

All'entusiasmo subentra la delusione. Ma i bruciori di stomaco che si accompagnavano perfino ad accessi di indignazione morale, come ad esempio riguardo all'estradizione dei Baschi, erano dovuti al fatto che ai nostri incomparabili filosofi, che avevano favorito l'ascesa al potere del Partito Socialista, sostenuta dal PCF, non veniva riconosciuto il loro giusto valore, come consiglieri del principe. Nella loro filosofia, c'era sicuramente una vasta "gamma", di "variazioni" e di "ritornelli", tanto per riprendere le metafore musicologiche che essi utilizzavano per giustificare le giravolte opportuniste che negoziavano in funzione delle circostanze. Ma, per quel che concerne i loro apprezzamenti rispetto ai firmatari del "Programma comune", questi hanno suonato essenzialmente dello stesso suono ripetitivo di campana, nonostante le infamie che quelli avevano perpetrato all'opposizione, e poi al potere, in quattro anni.

Nel 1985, in un'intervista concessa a "L’Autre Journal", integrata in "Pourparler", Deleuze afferma ancora: « Da un regime socialista, molte persone si aspettano dei nuovi tipi di discorso. Dei discorsi assai vicini ai movimenti reali, e in grado di conciliarsi con tali movimenti, costituendo delle strutture compatibili con essi. La Nouvelle Calédonie, ad esempio. Quando Pisani ha detto: 'in ogni caso, sarà l'indipendenza', questo è già un nuovo tipo di discorso. Significava: invece di fingere di ignorare i movimenti reali per farne l'oggetto di negoziati, si va immediatamente a riconoscere il punto finale, i negoziati avvengono sotto l'angolatura di tale punto finale, accordato in anticipo. [...] Il ruolo della sinistra, che sia o no al potere, è quello di scoprire il tipo di problemi che la destra nasconde. Ora, purtroppo sembra che si possa parlare a tal riguardo di una vero e proprio fallimento nell'informare. Vi sono certamente delle cose che scusano molto la sinistra: il fatto è che il corpo dei funzionari, il corpo dei responsabili, è sempre stato di destra in Francia [...] I socialisti non hanno gli uomini per poter trasmettere ed elaborare le loro informazioni, i loro modi di porre i problemi. Avrebbero dovuto fare dei circuiti paralleli, dei circuiti adiacenti. Avrebbero avuto bisogno, come intercessori, di intellettuali. Ma tutto ciò che è stato fatto in questa direzione, è stato stabilire dei contatti amicali, ma molto vaghi. [...] La sinistra ha bisogno di intercessori liberi, a condizione che essi lo rendano possibile. Questo è stato svalorizzato, a causa del partito comunista, sotto il nome ridicolo di "compagni di strada" ».

Nel 1985 quindi Deleuze era ancora alla ricerca di "scuse" a sinistra, alla vigilia della prima "coabitazione" con la destra, sotto la presidenza di Mitterand, e a deplorare il fatto che il potere di Stato non faceva sufficientemente appello a lui ed ai suoi accoliti, ad esempio sulla questione coloniale in Nuova Caledonia. Non trovava niente di meglio da fare che sostenere il piano Pisani volto a negoziare l'autonomia con i capi opportunisti del FLNKS e ad isolare, e perfino a liquidare, i radicali che se ne allontanavano. Inoltre, passava sotto silenzio il gatto che Guattari continuava a giocare il ruolo di intercessore politico-culturale presso l'Eliseo. Cosa che nel 1877, quindi in piena "coabitazione", portava lo stesso Guattari a redigere - sulla falsariga di un "multiculturalismo" che si pretendeva fosse la "specificità" dello Stato nazionale alla francese - il discorso di Mitterand alla Sorbona sulla relazione fra cultura e potere, su "la cultura come fonte di potere" secondo il capo di Stato! Solo a qualche giorno dal caso Ouvéa, nel quale i commandos inviati dall'Eliseo erano stati accusati di aver messo in atto senza mezzi termini il terrore, per ricordare alle teste calde dell'arcipelago in che cosa consisteva la ragion di Stato repubblicana.

Durante gli ultimi anni della sua vita, Foucault aveva predetto che "un giorno, il secolo avrebbe potuto essere deleuziano", sperando che sarebbe stato foucaltiano. Purtroppo, ha avuto in gran parte ragione e nei decenni seguenti i sogni dei postmodernisti, che sono i nostri incubi, hanno preso corpo. L'utilizzo delle loro "cassette degli attrezzi" concettuali è andato ben oltre la cerchia delle università francesi. Sono stati riconosciuti e riciclati più volte non solo da un buon numero di pretesi contestatori in tutto il mondo, soprattutto negli ambienti universitari, con il marchio di fabbrica della "French Theory", ma anche dai gestori del capitale e dello Stato, ivi compresi alcuni generali membri della cerchia di riflessione militare. Tutto questo è logico in quanto il deleuzismo se l'è sempre presa solo con i modi di dominio più fossilizzati e più tradizionali ormai compromessi e, in parte, già obsoleti. In questo senso, ha annunciato piuttosto ciò che oggi costituisce uno dei modi di organizzazione del capitale e dello Stato più sofisticati, grazie alla creazione e alla moltiplicazione delle tecnologie miniaturizzate che permettono di collegare dei cittadini atomizzati e perfino delle istituzioni che li controllano secondo il modello della rete. Rete, la cui proliferazione alla base della piramide sociale e statale non scuote per niente né le fondamenta né la sommità della sede del potere. Al contrario.

Gli autori di "Mille Plateaux" ne avevano allora quasi coscienza, come dimostra la seguente nota: "Il carattere principale del sistema acentrico consiste nel fatto che le iniziative locali sono coordinate indipendentemente dall'istanza centrale. [...] Avviene perfino che dei generali, nel loro sogno di appropriarsi delle tecnologie di guerriglia, facciano appello a delle molteplicità di moduli sincroni, che richiedono solo un minimo di potere centrale e di scambi gerarchici." Ciò che hanno nascosto, è che Lenin, nel quadro della conquista insurrezionale del potere da parte del partito, aveva già preconizzato questo modo di organizzazione durante la rivoluzione del 1905, la cui importanza era già stata segnalata da Clausewitz nelle note a proposito della resistenza spagnola ai tempi dell'invasione napoleonica. Modo di organizzazione che fu generalizzato all'epoca della moltiplicazione delle guerriglie nazionaliste in tutto il mondo, a cominciare dalla guerriglia maoista in Cina alla fine degli anni 1920, "macchina da guerra nomade" per eccellenza come ci mostra "la lunga marcia".

In altri termini, contrariamente a quel che pretendevano i nostri due "bricoleur" di concetti, le "macchine da guerra" non costituiscono affatto delle "strutturazioni" precedenti alla costituzione degli "apparati di Stato" o a cui sarebbero estranei e che, in seguito, sarebbero loro preferibili. Cosa cui credeva Bataille, il principale creatore di miti sul guerriero selvaggio senza fede né legge, ostile alla civiltà e alla mirale di origine cristiana. Oggi, anche le teste pensanti del Tsahal [N.d.T.: Forze di Difesa Israeliane] sono furiosamente deleuziane, come il generale Yair Naveh: "Molti concetti elaborati in "Mille Plateaux" sono per noi divenuti essenziali. [...] Ci hanno permesso di comprendere delle situazioni contemporanee che diversamente non avremmo mai potuto spiegare. [...] La più importante è la distinzione che Deleuze e Guattari hanno stabilito fra i concetti di spazio striato e spazio liscio [...] che ci rimanda ai concetti organizzativi della macchina da guerra e dell'apparato di Stato. L'esercito israeliano adesso utilizza spesso l'espressione "lisciare lo spazio" per parlare del modo di affrontare delle operazioni in degli spazi come se non ci fosse alcuna frontiera." I palestinesi apprezzeranno.

In realtà, il deleuzismo non ha mai avuto il minimo carattere sovversivo. Contrariamente a ciò che afferma la mitologia favorevole odierna, e che viene riciclata e diffusa costantemente, come una poltiglia predigerita, destinata ad essere ingurgitata da parte di individui in rivolta, sicuramente sinceri ma in generale giovani ed ingenui, alla ricerca di idee e di esperienze al di fuori dei sentieri battuti. Questo lavaggio del cervello, volto a disinnescare in maniera preventiva ogni tentativo di effettiva rottura con il mondo del dominio e, al contrario, a facilitare il suo mantenimento sotto abiti più presentabili. Lordon, il filosofo da bazar ed i politici che lo circondano e contribuiscono, con piena cognizione di causa, a place de la République, nelle facoltà e nelle assemblee, insieme ai leader sindacali alla Borsa del Lavoro. Secondo gradi diversi, giocano il ruolo di procacciatori per la sinistra ufficiale, per dei politici come Mélenchon che, beninteso, restano dietro le quinte del teatro delle marionette. Il loro appello. "Perché sosteniamo la gioventù" apparso su "Lundi matin", criticato in "Hazan e la polizia, dal bolscevismo al postmodernismo", ne è la manifestazione più evidente.

Del resto "Lundi matin" è attualmente il sito che ripassa all'infinito i temi deleuziani al fine di giustificare l'ingiustificabile. La sua cattiva reputazione è del tutto usurpata, come quella della defunta rivista "Tiqqun" di cui ricicla in maniera evidente un sacco di tesi. Un esempio fra mille, tratto dall'articolo "Qualche assioma per le Nuits debout": "La moltitudine di Nuit debout non rivolge la sua azione ai media, alle istituzioni o al pubblico delle democrazie legali, al contrario essa tende a costituirsi in forza strategica immanente, alle varie pratiche, la cui organizzazione e le cui strutture affiorano poco a poco." Affermazione menzognera, nello spirito del maître à penser, il quale camuffa la sinistra realtà de a place de la République. Vale a dire che dominano, a titolo di "moltitudini" che "emergono", delle molteplici ideologie, una più indifendibile dell'altra, ivi compreso il razzismo del Parti des Indigènes de la République (PIR) e l'antisemitismo che ad esso si accompagna. Tutti coabitano e proliferano, proprio sotto il pretesto di non voler imporre niente di unico a nessuno, mentre anche i loro portavoce accettano e persino riportano spesso il discorso più condiviso, quello del sovranismo e dello statalismo, presentando lo Stato nazione esagonale come il baluardo contro le devastazioni attribuite al "neoliberismo", alla "finanza mondiale", ecc..

"Lundi matin" è la perfetta espressione, sotto copertura deleuziana, della ricetta di un piatto andato a male che intossica non poche teste, ivi compreso quel che concerne l'apprezzamento per le religioni, islam in testa. Bataille, l'amoralista adepto del misticismo "senza Dio" oscuro e crudele, rivisto per mezzo di Deleuze e Foucault, viene mobilitato anche ne "La vera Guerra", datata novembre 2015. Secondo l'autore, "noi qui non saremo i primi a difendere l'antica tesa secondo cui la libertà comincia con il non temere la morte, e che in questa materia sembra che gli attentatori di venerdì scorso siano un po' più liberi di 'noi'". "
"Viva la muerte!", ad immagine dei falangisti, in qualche modo. Per presentare i terroristi di Daesh, bardati di tecnologia, come gli eredi dei guerrieri di un tempo, estranei al culto della merce ala quale "noi" saremmo invece sottomessi in quanto ascoltiamo il rock o beviamo una birra sulla terrazza - si suppone che questi guerrieri siano esistiti solamente nell'immaginazione morbosa di Bataille - bisogna essere arditi!

Siccome la maggior parte degli articoli sembra che siano stati scritti da degli amanuensi che spulciano e ricopiano laboriosamente i manoscritti di Deleuze, i gestori di "Lundi matin" hanno fatto appello a qualche personalità specializzata nell'arte di menare il can per l'aia e conciliare i contrari, nel tentativo di innalzare il livello, quanto meno quello dello stile. Da qui, la presenza notevole di Colson, l'universitario lionese che tenta di rifondare l'anarchismo sulla filosofia, dove il deleuzismo occupa il posto d'onore, allo stesso modo in cui Marx fonda il marxismo sulla scienza newtoniana. Un ruolo di intercessore cui egli si presta con compiacenza, così come la rivista "Refraction", cui egli partecipa, faceva con "Tiqqun", ricoprendo dei suoi concetti a geometria variabile, usciti dal "piano di immanenza" concettuale, ivi compreso l'Islam, le enormità e perfino le infamie razziste che affliggono il sito.

Per concludere, so bene che la differenza fra l'epoca attuale e quella in cui esercitava Deleuze è notevole. In primo luogo, oggi, al potere c'è la sinistra del caviale che ha preso il posto della destra all'indomani del maggio 68 e, in secondo luogo, non ci sono spinte sovversive da liquidare, ma, tutt'al più delle manifestazioni di effervescenza da calmare e una piccola quantità di giovani riluttanti cui lo Stato ha deciso di inculcare il senso civico del dovere, con la forza se necessario, come abbiamo visto in queste ultime settimane. Tuttavia, senza fare delle facili analogie, è necessario ricordare ciò che il deleuzismo, il quale riappare in place de la République e altrove, rappresenta. Certo, "l'esperienza è la lanterna che illumina il cammino già percorso", secondo il proverbio cinese. Essa non può in nessun caso servire da sostituto all'immaginazione creatrice nel senso migliore del termine, all'immaginazione sovversiva, che oggi difetta. Ma, può almeno servire a non ricascare nelle buche già note, troppo note. È in questo spirito che ho scritto questi paragrafi. Sperando di poterli condividere con altri individui che non sopportano il mondo del dominio e che desiderano annientarlo.

- Julius ( julius75@free.fr ) - Maggio 2016 -

fonte: Non Fides

mercoledì 18 maggio 2016

Contratti

donne lavoro

Donne al lavoro nell'Italia e nell'Europa medievali (secoli XIII-XV): Si è sempre detto, e la maggior parte degli scritti sull'argomento non si stanca di ripeterlo, che le donne nel Medioevo lavoravano, ma lavoravano in casa, tessendo e filando, magari alla luce di una candela ricordando il passato, come ce le dipinge in una lirica Ronsard. Potevano al massimo aiutare il marito nella sua attività, e proseguirla se vedove, ma erano retribuite meno rispetto agli uomini e incapaci di sopravvivere col proprio lavoro. Tutto questo secondo l'opinione tradizionale, viziata da preconcetti e da schemi attuali proiettati sul passato. Questo libro mostra un quadro completamente diverso: donne che lavoravano in tutti i possibili settori, compresa l'edilizia, le miniere e le saline; imprenditrici che si autofinanziavano con propri capitali ottenuti dalla vendita di abiti e gioielli; retribuzioni commisurate "alle reali capacità" e quindi non dipendenti dal genere; donne che col proprio lavoro riuscivano a mantenere se stesse e familiari in difficoltà, o a saldare i debiti dei mariti; nobildonne impegnate nelle attività più varie: dall'organizzazione di laboratori per il ricamo, alla gestione di miniere, alla direzione di opere di bonifica, all'impianto di caseifici.

(dal risvolto di copertina di Maria Paola Zanoboni: Donne al lavoro nell'Italia e nell'Europa dal Duecento al Quattrocento, Jouvence Historica, 180 pagine, 16 euro)

donne lavoro libro

Il mondo dei più umili
- Uno studio sul lavoro salariato in età medievale rivela le complesse dinamiche che portarono alla stipula dei primi contratti di lavoro -
di Lorella Cecilia

In un periodo di grandi mutamenti socio-economici caratterizzato da un alto tasso di disoccupazione, dall’affermazione del precariato e da forze di lavoro “esterne”, può essere illuminante leggere l’interessante libro di Maria Paola Zanoboni sulla storia dei salariati nel Medioevo.
Zanoboni torna su un argomento che, a partire dagli anni Sessanta, ha appassionato molti storici; particolare, infatti, è stata, fino a un trentennio fa, l’attenzione rivolta al mondo dei più “umili”, degli artigiani e dei “salariati”, per meglio comprendere la società medievale e gli strati sociali che la componevano. Il lavoro salariato era già diffuso a partire dal Duecento e si andò rafforzando – nel corso del XIV secolo – nei grandi complessi produttivi, cantieri e aziende laniere, ma anche nelle botteghe artigiane fino a investire l’ambito della formazione professionale. L’opera offre una sintesi sul mondo dei salariati, esaminando una quantità vastissima di fonti e di ricerche storiografiche: la lettura fornisce informazioni sul tipo di ingaggio, sul lavoro salariato e su quello a cottimo, diffuso nelle imprese edilizie.
Significativa (e questo emerge dai libri contabili dell’epoca) è poi, la personalizzazione dei salari, più o meno alti, a seconda delle capacità individuali, e il tempo di durata della giornata di lavoro. La corporazione dei lanieri fiorentini, per esempio, aveva una legislazione in merito all’orario. Tra il 1317 e il 1319 gli statuti dell’arte dei lanieri riportano delle norme riguardo i giorni festivi, la durata della settimana lavorativa, le pause pranzo e i turni notturni, retribuiti a parte. A scandire il tempo di lavoro, oltre alle norme, erano gli orologi pubblici che nel corso del XIV secolo sostituirono le campane delle chiese.
Non mancavano forme di ribellione e scioperi motivati dallo scontento per la durata della giornata di lavoro e per le retribuzioni salariali.

I lanieri in rivolta
Frequenti furono, per esempio, gli scioperi – nel corso del Trecento – nelle drapperie fiamminghe che talvolta sfociarono in episodi violenti. Celebre nel nostro Paese fu, come ricorda l’autrice, il “tumulto dei Ciompi (così erano chiamali i lavoratori della lana)”, scoppiato a Firenze il 22 Giugno del 1378 con cui i salariati dell’Arte della lana (ben 13.000 persone su 55.000 abitanti) alleati con altre Corporazioni minori ottennero il governo della città per alcune settimane.
Altro tema affrontato dal volume di Maria Paola Zanoboni, ancora attualissimo, è quello degli infortuni sul lavoro. Dai pochi documenti che esistono sull’argomento si deduce che i lavoratori infortunati potevano ricevere un indennizzo; nella contabilità del cantiere del Duomo di Milano (XV secolo) sono menzionali numerosi risarcimenti alle vittime di infortuni. Altri documenti testimoniano, inoltre, scioperi e proteste per la sicurezza sul lavoro.
Una parte cospicua del libro è dedicata agli ambiti di diffusione del lavoro salariato: nella metallurgia, nelle zecche, nelle manifatture, nelle fornaci, nell’edilizia, negli arsenali, nelle cartiere, nelle tintorie e concerie, negli enti religiosi e assistenziali, nelle corti…
Il lavoro salariato ha, dunque, come emerge dalla lettura di quest’opera una storia lunghissima che risale all’epoca preindustriale e, nei secoli, si è andato via via regolamentando, diventando la forza motrice di importanti movimenti del Novecento.
Oggi la mobilità della forza lavoro internazionale impone altre regole ancora: il lavoro salariato, unico “reddito di cittadinanza” rischia infatti per gli stranieri di diventare ancora una volta una forma di schiavitù (senza salario niente permesso di soggiorno), dalla quale sarebbe auspicabile fuggire per riformulare una nuova costituzione del lavoro e di cooperazione sociale.

- Lorella Cecilia - da “Medioevo” – Ottobre 2009 -

martedì 17 maggio 2016

Il dubbio e la necessità

controtempo

"Lo spleen non è nient'altro che la quintessenza dell'esperienza storica". Spesso ripresa da Walter Benjamin, questa formula di Baudelaire ne richiama un'altra - di Pierre Neville stavolta - che postulava, a proposito dei surrealisti, che "una certa disperazione è la condizione delle menti serie". E aggiungeva: "L'organizzazione del pessimismo è davvero una delle 'parole d'ordine' più strane cui possa obbedire un uomo cosciente. Tuttavia è quello che pretendiamo da lui".
Applicato al nostro presente - il presente di un dominio talmente sicuro della propria forza da inventarsi, se necessario, delle opposizioni talmente decostruite che l'idea stessa di una critica della totalità nemmeno più le sfiora - questo pessimismo attivo deve operare come dialettica del dubbio e della necessità.
È questo l'approccio che si trova al cuore di questo testo estratto dall'ultimo numero del bollettino "Négatif", che abbiamo ripreso in quanto ci ha toccato, e in quanto fonda agli occhi dei nostri amici - ci è sembrato - una prospettiva critica che condividiamo e che vuole essere lontano sia dai sogni vuoti del cittadinismo dei bravi ragazzi che dalle povere esaltazioni insurrezionaliste di un dissenso quasi del tutto privo di capacità realmente critiche per poter ammettere che nessuna contestazione parziale può bastare a frenare la "corsa verso l'abisso". E quindi, se "è ormai tardi", non può esserlo troppo per "individuare e rifiutare la logica del capitale nelle sue diverse manifestazioni [...], liberandoci dalle farneticazioni a proposito dell'eterno ritorno dello stesso".

– À contretemps -

Noi non ci siamo mai riconosciuti nel mondo esistente. E allora da dove viene oggi questa sensazione vertiginosa di terreno che ci manca sotto i piedi? Forse abbiamo peccato di eccessiva leggerezza - in questi tempi situati fra ieri ed una volta - nel pensare che in avvenire, nel nostro presente non avremmo dovuto sopportare un'epoca peggiore di quella che avevamo trascorso nella nostra giovinezza. Oggi ci rendiamo conto che, contrariamente a quel che credevamo allora, le tenebre non sono una prerogativa del passato, sono con noi e davanti a noi, tanto più durature in quanto si insinuano piano piano dappertutto, come una malattia dopo un lungo periodo di incubazione.
Alla fine, non sarebbe né molto utile né molto originale fare qui il punto della situazione. Il più delle volte gli uomini hanno preferito cedere alla forza delle cose piuttosto che tentare di opporvisi, dal momento che è più facile, che "non serve a niente sbattere la testa contro il muro"; insomma per pigrizia, e paradossalmente, è proprio a causa di questa pigrizia che si sono ridotti a lavorare, a "vendersi". In ogni epoca il dominio ha saputo contare su questo genere di rinuncia, è questo il segreto essenziale della sua longevità. Quando ne hanno avuto la possibilità, in genere gli uomini si sono adattati ad ogni cambiamento apportato alla loro sopravvivenza. "Ai tempi della schiavitù, i sindacati avrebbero negoziato la lunghezza della catena", abbiamo avuto il piacere di leggere su uno striscione sorretto da dei manifestanti, qualche anno fa. Questo tipo di umorismo sembra ormai essere lontano, ed è lontano anche il fatto che un giorno c'era qualcosa da negoziare. Oggi, ci si adatta, o meno, ma assai più spesso si tace, si accetta, almeno nei fatti, nella quotidianeità della sopravvivenza. Gli esperti hanno "fatto pedagogia".
Frequentemente, la rinuncia trova origine nella constatazione incontestabile della sproporzione fra i mezzi di cui dispone il dominio e quelli di cui dispone la critica; nei danni già provocati nelle coscienze umane e nella natura; nell'avvento prossimo venturo di un'umanità "geneticamente modificata" che aveva fatto sognare i totalitarismi storici del ventesimo secolo e che questa democrazia, portata alla follia dalla razionalizzazione inerente alla logica del mercato, non tarderà a stabilire in quanto norma, come ha già fatto per gli animali.

Tuttavia, in ogni epoca gli uomini si sono ribellati. Nonostante alcuni successi parziali e limitati, hanno fallito. Il mondo del dominio è ancora al suo posto, e ormai è l'idea stessa di umanità, così come il pianeta dov'essa è nata, ad essere in pericolo. Tuttavia, i più coscienti fra questi uomini hanno prodotto una critica della società della loro epoca, ed è questa critica che bisogna continuare a portare avanti. Essa attraversa tutte le manifestazioni più disastrose della demente impresa di distruzione che ha dimostrato di essere il capitale, ma bisogna che vengano tutte riportate alla critica della totalità, aspetto troppo spesso occultato durante le diverse lotte, a volte volontariamente, nel desiderio consensuale di voler piacere a tutti, col rischio di perdere l'essenziale. La lotta diventa critica in azione solo quando coloro che la conducono hanno piena coscienza del rimettere tutto in discussione che essa implica. Diventa allora un via di accesso alla critica della totalità, un modo di afferrarla concretamente.
Ma è già tardi, ed il dominio non perde il suo tempo.
Noi fondiamo le nostre speranze su questa parte irriducibile sempre presente nel fondo degli esseri umani. Non è frutto della nostra immaginazione, si dispiega in certi momenti della storia, ma non ha mai saputo, non ha mai potuto trovare la sua strada. È ben lontana dall'avere illuminato tutte le coscienze. Questi momenti troppo rari di aspirazione alla libertà, ad una vita profondamente diversa, sono stati dei lampi nel cielo della rinuncia, ma hanno permesso di intravvedere dei continenti nascosti, dove sarebbe stato bello dirigersi, nell'abbondanza di una natura lussureggiante, nello scintillio dei colori, nella dolcezza di una sera. Ma sempre le sciabole del potere hanno colpito, i suoi fucili hanno sparato, oppure, più semplicemente, è la paura dell'ignoto, agitato come uno spauracchio che ha svolto il suo ruolo. La paura, che è l'altra faccia del dispositivo di seduzione messo in atto dal dominio, e che la pressione insistente e quotidiana tende ad istituire come modo di essere. La paura, madre di ogni ritorno all'ordine, ai nostri giorni così come nello scorso secolo, madre di tutte le aspirazioni ad un ordine forte. La paura, che conforta la falsa coscienza ed inquadra le masse nell'attesa religiosa del ritorno del Lavoro. Ma il Lavoro non tornerà mai, ed il capitale lascerà lungo il bordo della sua strada tutti coloro che, sempre più numerosi, non possono o non vogliono soddisfare alle esigenze di razionalizzazione e di controllo necessari a mantenere il suo regno.
La parte che oggi pressoché tutti giocano è l'attesa, l'attesa del momento in cui si troveranno espulsi dalla forza centrifuga del capitale; alla fine della corsa, a 65, a 67 anni, e dopo, se si ha beneficiato della fortunata possibilità di essere spremuti fino a quell'età; più spesso, prima, molto prima, in condizioni sempre più precarie. Dunque, l'alternativa è questa: consumarsi fino ad età avanzata nel giocare la commedia mortifera del Lavoro oppure unirsi, costretti a farlo, alla massa di quelli che non sono più utili al capitale. Il dispositivo di seduzione messo in atto da quest'ultimo mira a che questa nera alternativa si dissolva nel consumo o nella speranza di poter di nuovo consumare un giorno. Ma rappresenta anche, e forse soprattutto, la quota sempre più grande della produzione necessaria alla sua sopravvivenza. Più il capitale genera vuoto e miseria, più propone delle merci (smartphone ed altri gadget tecnologici, "viaggi", supervisione del tempo libero, ecc.) il cui acquisto dovrebbe dare a delle esistenze fantasmatiche la sensazione di essere ancora legate al turbo-mondo. Il vuoto, la miseria, la paura, il "senso di insicurezza" (video sorveglianza, tecnologie intrusive diverse, droni, ecc.) sono dei giacimenti da sfruttare; le vite, sono dei territori da colonizzare finché è possibile e da lasciare nell'abbandono quando non lo è più.
La strada del capitale non è la nostra, non più di quanto lo sia il Lavoro. È tanto tempo che l'accettiamo, questa strada, talmente tanto che non riusciamo a tracciarne un'altra. Questa preliminare e necessaria presa di coscienza implica un'azione politica che non sia più sovradeterminata dall'ideologia dominante o da dei fatti che vengono dati come compiuti. L'azione politica dev'essere, nella scelta delle sue modalità, disalienante. Non ci si deve focalizzare solamente sugli ultimi pedoni mossi dall'avversario. Come avviene sempre in simili casi, quest'ultimo cerca di attirarci su un terreno dove ha già disposto le sue forze, secondo una logica che è la sua. Il fatto che noi catturiamo un pedone o due, non cambierà in niente le cose. Coloro che ci incitano ad impegnare le nostre forze su questo terreno - di cui sono specialisti (della cattura di qualche pedone) e che per loro è un hobby come un altro destinato ad arredare la miseria delle loro vite - sono anch'essi nostri avversari. Lo hanno dimostrato a più riprese in numerose occasioni. Lo ribadiranno, non sanno e soprattutto non vogliono fare altrimenti. Sono troppo occupati ed avrebbero troppo da perdere.

Dobbiamo innanzitutto individuare e rifiutare la logica del capitale nelle sue diverse manifestazioni. Ciò non avverrà senza mettere in discussione la vita che vogliamo, la vita profondamente scolpita nel profondo della maggior parte di noi, alla quale a dire il vero non abbiamo mai rinunciato anche se abbiamo dovuto coniugarla con le necessità della sopravvivenza. È nella sensazione del dolore provocato dalla frattura fra la vita sognata e la vita subita, e liberandoci dalle farneticazioni a proposito dell'eterno ritorno dello stesso (il principio di realtà ha buone spalle), che protremo cominciare ad immaginare un'altra vita. Sarà la nostra. È stato istituito come necessario e desiderabile un modo di vita legato all'accelerazione frenetica delle cose ("un mondo che cambia", "un popolo in marcia", ma verso che cosa?). Si pretende di rendere obsoleto tutto quello che non può essere identificato come combustibile destinato ad alimentare la mega-macchina economica. Ma noi, non siamo d'accordo. Oggi, l'unica "urgenza", se si vuole fermare la corsa verso l'abisso, è quella di una pausa. Delle pause. Pause individuali, pause collettive. Dovremo gestirle. Sta a noi definirne le modalità, probabilmente più o meno compatibili, all'inizio, con le necessità di sopravvivenza in un ambiente ostile, e definirne il contenuto, in rottura con il mondo esistente.
È a questa condizione che potremo evitare di essere divorati dalla "rivoluzione barbarica" che oggi è quella del capitale.

- da: Négatif, bulletin irrégulier, avril 2016, n° 21, pp. 1-3 -
- Contact : Négatif c/o Échanges, BP 241, 75866 Cedex 18 -

fonte: A Contretemps

lunedì 16 maggio 2016

Principi e Principî

ciliberto

Il Rinascimento è uno dei miti essenziali del ‘mondo moderno’. Nato nel Quattrocento esso si è trasfigurato in un vero e proprio concetto che arriva fino al XX secolo, quando si trasforma e si ridefinisce secondo originali modelli critici e nuove prospettive storiografiche anche per impulso di antiche ‘fonti’ prima dimenticate o ignorate: magia, ermetismo, astrologia. Concentrandosi in modo specifico sull’esperienza umana e intellettuale di Niccolò Machiavelli e di Giordano Bruno, questo volume si propone di ripercorrere la lunga storia dell’Umanesimo e del Rinascimento, mostrando quali possano essere oggi il significato – e l’attualità – di un archetipo costitutivo della coscienza e della autobiografia dei ‘moderni’.

(dal risvolto di copertina di Michele Ciliberto: Rinascimento, Edizioni della Scuola Normale di Pisa, pagine 112, euro 10)

ciliberto libro

Niccolò Machiavelli, il repubblicano
- Esce per la collana «Codice europeo» il volume Rinascimento di Michele Ciliberto, in cui emerge la figura del filosofo fiorentino, descritto come nemico del potere assoluto -
di Luciano Canfora

È nata, per le Edizioni della Scuola Normale di Pisa, una nuova collana intitolata «Codice europeo». Sono monografie essenziali: perché riguardano temi e personaggi di primaria importanza, e perché la trattazione è asciutta, appunto essenziale. Il primo volumetto, Rinascimento (pagine 112, euro 10), è di Michele Ciliberto, che quelle edizioni dirige e, per esse, aveva già dato vita l’anno passato a una monumentale enciclopedia bruniana: Giordano Bruno. Parole concetti immagini (tre volumi, il terzo dei quali è interamente riservato agli apparati, anche iconografici). Il lemmario dà un’idea della vastità di orizzonti di questa enciclopedia: sia sul versante delle fonti (non solo antiche), sia sul versante degli interpreti moderni di Bruno; speciale cura è stata dedicata alla enucleazione delle realtà fisiche e concettuali che costituiscono la materia prima della riflessione bruniana. Giordano Bruno ritorna, in un breve capitolo conclusivo, anche all’interno di questo volumetto inaugurale della nuova collana. Esso si apre con un capitolo introduttivo che ruota intorno al concetto secondo cui l’idea illuministica di Rinascimento come rottura col passato è una generosa costruzione storiografica da archiviare.

Non faremo torto all’autore se diciamo che però è la rilettura di Machiavelli (pp. 39-84) il «cuore» del libro. Contro la consuetudine di porre al centro Il Principe, l’attenzione è rivolta quasi esclusivamente ai Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, e in particolare al libro III. Dunque un Machiavelli soprattutto «repubblicano» e nemico del potere assoluto o monarchico in qualunque forma esso si manifesti. Il Principe appare una sola volta (pagina 74), per la celebre, detestabile, immagine del XXV capitolo, sulla fortuna che va picchiata come si farebbe con una donna («la fortuna è donna, ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla»).
Per il resto il saggio elabora una chiave di interpretazione che investe l’intera concezione machiavelliana. Ciliberto la definisce «paradigma della vita». Ed è alla luce di tale «paradigma» — cioè della visione degli Stati come organismi viventi — che interpreta la molto discussa espressione che si trova subito al principio del libro III (capitolo 1,1): ricondurre le repubbliche «inverso i principî loro». Una densa nota di Corrado Vivanti (edizione Einaudi, 1983) dà conto delle molte interpretazioni di questo cruciale concetto: ritorno «ai principî», restaurazione del vecchio ordine, ritorno ad uno stato primitivo, ripigliare nuova vita e nuova virtù secondo una suggestione che Eugenio Garin volle riconoscere nel Politico di Platone, forse noto a Machiavelli nella traduzione di Ficino. Credo che abbia ragione Ciliberto nell’ancorare quel concetto al «paradigma della vita» ed a tentarne un inveramento proprio nella vicenda storica di Roma dalle origini alla deriva autocratica culminata nella vittoria di Cesare. È possibile che la suggestione sia di matrice ermetica, il Lamento di Asclepio da cui Machiavelli trarrebbe la nozione del ritorno a una condizione biologicamente originaria (ciclo che peraltro non può ripetersi indefinitamente).

Ma proprio perché l’inveramento del «paradigma della vita» è tutto calato nella storia e nella parabola di Roma antica, non andrebbe esclusa la fonte storica latina più apertamente — sin dal proemio — incentrata sul paradigma della vita umana come chiave per interpretare la storia di Roma, e cioè la Epitoma de Tito Livio di Anneo Floro.

- Luciano Canfora - Pubblicato il 25 aprile 2016 sul Corriere della Sera/Cultura -

domenica 15 maggio 2016

Fiori e magliette

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Estate 2016: 80° anniversario della rivoluzione spagnola.
In quest'occasione, assisteremo sicuramente a delle "commemorazioni" dove si mescoleranno reportage (colorati o meno), discorsi (storici ed agiografici), ritratti di "grandi figure" (eroi o canaglie), sfilate, concerti, libri, verranno poste lapidi e fiori, verranno vendute magliette ed altro merchandising...
Saremo tutti invitati a rivivere "Barcellona 36", a partecipare a seminari durante i quali si potrà immaginare "cosa sarebbe stata la vittoria della rivoluzione, se solo non fosse stata sconfitta", e ancora una volta verrà discusso l'oro di Mosca, la Morte di Durruti, la Ghepeù, la Retirada e l'esilio...

Mentre continuiamo ad aspettare che vengano resi pienamente accessibili gli archivi della CNT spagnola, il gruppo dei Giménologues continua intanto nel suo lavoro di ricerca e di analisi sulla rivoluzione spagnola, sugli anarchici e sugli anarcosindacalisti spagnoli, per poter "arrivare a discernere ciò che appartiene alle aberrazioni di un'epoca da ciò che può essere imputabile ai limiti intrinsechi al movimento".
In tale logica, che studia il passato per illuminare il presente, e che sottoscriviamo senza riserve in attesa di un futuro capitolo intitolato "Insegnamenti dell'esperienza rivoluzionaria spagnola", riportiamo il testo che segue, pubblicato inizialmente sul sito dei Giménologues. (Qui scaricabile per intero)

Da "La lotta per Barcellona" a "L'elogio del lavoro"
- L'anticapitalismo degli anarchici e degli anarcosindacalisti spagnoli degli anni trenta -

Presentazione:
Quando il 21 luglio 1936 a Barcellona, una buona parte dei leader anarchici stima che la situazione non è favorevole all'applicazione immediata del comunismo libertario, viene continuamente invocato l'argomento delle "circostanze": non è stata liberata tutta la Spagna dalle truppe ribelli; non bisogna spaventare le democrazie che potrebbero aiutare la Repubblica spagnola; bisogna innanzitutto riprendere Saragozza, ecc.. Ma la base già organizzata in comitati di quartiere e di difesa prende possesso della città senza aspettare alcuna consegna, e mette in moto la rete di approvvigionamento, il miglioramento delle condizioni di vita, l'espropriazione delle fabbriche e dei negozi ecc.. Alla stessa maniera, nelle località rurali, l'appropriazione delle terre dei grandi proprietari segue logicamente alla vittoria contro i militari ribelli. Tutto ciò rappresenta l'evidente fase preliminare a quella socializzazione promossa dalla CNT nel congresso di Saragozza del maggio 1936.
Come ricorda in suo recente libro [*1] Edouard Waintrop, "in questo contesto sorgono di nuovo le differenze teoriche che coesistevano da sempre all'interno della CNT e che riguardavano sia il modo di organizzare la lotta contro il capitalismo e lo Stato che la costruzione della società egualitaria dell'avvenire".
Nel corso delle settimane, la creazione e l'attività del Comitato Centrale delle Milizie Antifasciste non riesce veramente a mascherare il riflusso rivoluzionario in corso: lo Stato non sarebbe stato abolito, gli anarchici ne avrebbero fatto parte come ministri; il comunismo libertario non era ancora all'ordine del giorno e, nelle fabbriche più o meno collettivizzate, il controllo operaio si era trasformato in controllo degli operai.
Se una parte della militanza anarchica si sentiva tradita da una CNT sempre più verticalizzata, per la grande massa degli affiliati che combattevano nelle milizie o che lavoravano nelle fabbriche, il prestigio e la fiducia riposta nei valorosi ed apprezzati militanti contribuiva a rendere ancora più opaca la lettura della strategia circostanzialista, e più difficile la sua critica; tanto più che quelli che difendevano il mantenimento dello Stato e la collaborazione fra le classi continuavano a fare ricorso alla fraseologia rivoluzionaria.

Se ci immergiamo nella lettura del libro e del materiale utilizzato da Michael Seidman [*2], troviamo che c'è un dato importante che ci permette di meglio comprendere quest'apparente contraddizione: per la corrente anarcosindacalista, divenuta maggioritaria in seno al movimento libertario dopo il 1933 [*3], fare la rivoluzione significava adattare l'anarchismo alle esigenze della società industriale, al posto della borghesia che veniva considerata incapace di farlo. Perciò, è assai prima del luglio 1936 che il progetto di comunismo libertario viene rimesso in discussione, e non solo in funzione delle circostanze venutesi a creare nella guerra civile.
Nell'apparato critico e nella postfazione a "I figli della notte", abbiamo affrontato alcuni importanti conflitti interni che erano apparsi in seno al movimento libertario nel 1936 e nel 1937. Siamo anche risaliti ai fondamenti dell'anticapitalismo degli anarchici spagnoli dell'epoca, fra cui c'è anche quello di voler abolire il denaro salvando l'onore del lavoro, cosa che ha fatto parecchio infuriare alcuni:

"I Giménologues, incoraggiati dalla loro assidua frequentazione dei testi dei profeti dell'ipercritica, ci rifilano alcune pesanti riflessioni sul "valore", sul "lavoro" e sulla "merce" al fine di dimostrare che, malgrado la grandezza d'animo dei suoi militanti e al di là del tradimento dei suoi dirigenti, l'anarchismo spagnolo era anticapitalista in maniera troppo superficiale, per poter intraprendere un'autentica rivoluzione" (José Fergo, recensione de I figli della notte, in A Contretemps, n° 25, gennaio 2007).

Mentre il nostro approccio è stato ben accolto da altri:

"Nel loro testo i Giménologues attuano una lettura aperta che osserva i fatti nel loro svolgimento. [...] [questa] lettura aperta ci permette di interrogarci ancora sulla possibilità della rivoluzione, sul modo di cambiare le basi della nostra società capitalista: lavoro, denaro, Stato..." (Recensione apparsa sulla rivista Etcetera, n° 41, Barcellona, dicembre 2006).

Su invito dei nostri compari del bollettino "Sortir de l'economie", mi sono basato sull'emergere de "l'utopia della liberazione dal posto di lavoro" [*4] nella sua versione anarchica, non per dare delle lezioni ai rivoluzionari degli anni trenta, ma perché una tale mancanza di critica rimane attuale.
Se molte opere hanno trattato le questioni politiche e dottrinarie, ci sono pochi libri, per quanto ne sappiamo, che propongono una critica molto spinta delle scelte economiche della CNT, e soprattutto della sua gestione delle imprese, cosa sulla quale ha avuto mano libera fino alla fine della guerra.
Questo non viene fatto per recare offesa al movimento libertario spagnolo ma per procedere ancora e sempre a mettere sul tavolo le opzioni e le strategie, senza paura di rompere quell'eccesso di romanticismo [*5] che confonde le carte; e senza limitarsi alla spiegazione del tradimento o alla critica ad hominem dei leader della CNT-FAI. Tutto ciò per arrivare a discernere ciò che appartiene alle aberrazioni di un'epoca da ciò che può essere imputabile ai limiti intrinsechi al movimento

- Myrtille, Giménologue, 6 giugno 2012 (leggermente aggiornato al 2016) -

NOTE:

[*1] Les Anarchistes espagnols 1868-1981, Denoe¨l, 2012, p. 337.
[*2] Ouvriers contre le travail. Barcelone et Paris pendant les fronts populaires. Editions Senonevero, Marseille 2010
[*3] L'altra corrente, comunalista ed individualista, riteneva che il capitalismo e l'industrialismo fossero consustanziali, e che dovesse essere la comune, e non il sindacato, a farsi carico della socializzazione.
[*4] Secondo l'espressione di Michael Seidman.
[*5] Non si tratta pertanto di indulgere alla smitizzazione per la smitizzazione

fonte: AutreFuture

sabato 14 maggio 2016

Guai ai vinti, e anche ai vincitori!

bretton cover

"Quando i mercati monetari e finanziari del mondo sono in tempesta, gli addetti ai lavori generalmente invocano «una nuova Bretton Woods», per prevenire il disordine economico ed evitare conflitti politici. Nella remota cittadina del New Hampshire si riunirono nel luglio del 1944, ben prima della fine della seconda guerra mondiale, i rappresentanti di 44 paesi. Gli accordi che furono raggiunti in quella storica conferenza hanno fatto sì che il suo nome evochi gli anni di stabilità e progresso seguiti alla guerra. La storia di quegli accordi, però, è costellata di drammi, intrighi e rivalità che poco si conoscono, e che Benn Steil fa rivivere in modo straordinariamente vivido in questo libro. Accantonata l’immagine convenzionale secondo cui Bretton Woods fu il risultato di un’amabile collaborazione tra inglesi e americani, Steil mostra invece come la conferenza sia stata l’anello decisivo di un ben più ambizioso progetto geopolitico, messo a punto dal ministero del Tesoro degli Stati Uniti – presidente Roosevelt – e teso a ridimensionare drasticamente il Regno Unito, considerato come un rivale economico e politico. Al centro della vicenda si situano le due figure antitetiche di John Maynard Keynes, il grande economista inglese, e di Harry Dexter White, il tenace tecnocrate americano, ispirato al modello del self-made man. Utilizzando una massa impressionante di documenti d’archivio, Steil offre un appassionante ritratto della controversa figura di White, vero artefice della centralità del dollaro nel sistema monetario mondiale, che venne appunto sancita dagli accordi di Bretton Woods. Si scopre così che White fu – privatamente – un ammiratore dell’economia pianificata, e che aveva intrattenuto per molti anni rapporti clandestini con esponenti dello spionaggio sovietico. Costruito su un impianto narrativo di grande respiro e di piacevolissima lettura, La battaglia di Bretton Woods è destinato a diventare un classico della storia economica e politica contemporanea." (dal risvolto di copertina di Benn Steil, "La battaglia di Bretton Woods. John Maynard Keynes, Harry Dexter White e la nascita di un nuovo ordine mondiale", Donzelli Editore, pagg.XX-408, € 38,00)

DAL TESTO – "Centrali in questo dramma furono i caratteri antitetici di Keynes e White: il facondo e raffinato esponente dell'Università di Cambridge e lo spavaldo e ostinato tecnocrate cresciuto nella classe operaia di Boston e discendente da immigrati ebrei lituani.”
"A Bretton Woods Keynes era una celebrità di primo livello dell'economia internazionale. I media americani non smettevano di parlare dell'acuto ed eloquente gentiluomo inglese che era riverito e attaccato per le sue nuove e inedite idee sull'intervento pubblico nell'economia. Keynes aveva attaccato l'ortodossia del credo degli economisti nello stesso modo in cui, vent'anni prima, Einstein aveva attaccato quella dei fisici. Nella monumentale Teoria generale del 1936 Keynes aveva sostenuto, con la sua inimitabile arguzia e sicurezza di sé, che quella che i governi ritenevano l'unica politica proponibile era in realtà sconsiderata in periodi di depressione. L'elemento chiave - arguiva - era che l'esistenza stessa della moneta al cuore dell'economia entra in drammatico conflitto con i meccanismi di stabilizzazione automatica che gli economisti classici credevano sempre al lavoro. Keynes avrebbe voluto applicare le sue idee alla progettazione di una nuova architettura del sistema monetario mondiale, costruita a partire da una nuova moneta di riserva internazionale, che sarebbe stata una minaccia alla supremazia del dollaro Usa su scala mondiale e che White era determinato a eliminare subito."

L'AUTORE – Benn Steil ha studiato al Nuffield College di Oxford e poi alla Wharton School dell'Università della Pennsylvania. È direttore del programma di Economia internazionale del Council on Foreign Relations di New York. Con "La battaglia di Bretton Woods", Steil ha vinto nel 2013 lo Spear's Book Award per la storia finanziaria.

INDICE DELL'OPERA – Asimmetrie, ieri e oggi – Prefazione, di Pierluigi Ciocca - I. Introduzione - II. Il mondo arriva alle White Mountains - III. La resistibile ascesa di Harry White - IV. Maynard Keynes e la minaccia monetaria - V. «L'atto più generoso» - VI. Gli ottimi piani di White e di Keynes - VII. White fa en plein - VIII. La storia è fatta - IX. Implorando come Fala - X. Via il Vecchio Ordine, avanti con il Nuovo - XI. Epilogo – Note

venerdì 13 maggio 2016

Solvibili e ingenui

farma

Statine: l'apocalisse
- di Vila -

È dal 1950 e dal vasto studio epidemiologico di Framinghan che si sa (o si crede di sapere) che un tasso troppo elevato di colesterolo nel sangue aumenta il rischio di crisi cardiaca, allo stesso modo in cui lo fa l'obesità, l'inattività fisica ed il fumo. Ma cosa si intende per 'troppo elevato'?
Per molto tempo, gli specialisti hanno messo il paletto oltre i 300 mg di colesterolo per decilitro di sangue. Nell'ottobre del 1987, l'organizzazione statunitense che gestisce il colesterolo ha deciso di abbassare la soglia, prima a 240 mg e poi a 200 mg per decilitro, cosa che ha esteso la diagnosi di ipercolesterolemia a circa il 25% della popolazione mondiale. Il caso, che fa sempre le cose bene, ha voluto che queste raccomandazioni per una buona pratica salutistica venissero emesse solo un meso dopo che era stato messo sul mercato il primo farmaco della classe delle statine che abbassano in maniera efficace il tasso di colesterolo nel sangue.

Non contento di aver allargato la platea a milioni e milioni di potenziali pazienti, il medesimo organismo ha cominciato a distinguere il 'colesterolo buono' da quello 'cattivo'che aveva permesso loro di includere nella popolazione a rischio coloro il cui tasso era inferiore a 200 mg per decilitro di sangue. Queste misure porterebbero a circa 40milioni la popolazione "statinizzabile". C'è bisogno di precisare che sui 14 membri della commissione di esperti che ha fissato le direttive, cinque (fra cui il presidente) intrattenevano stretti e molteplici legami con i produttori di statine? Come al solito, gli esperti presi con le mani nella marmellata si difendono dicendo che non è colpa loro se i soli finanziamenti che hanno ottenuto provengono dalle imprese farmaceutiche.

Ovviamente, questi farmaci hanno un prezzo e dal momento che è Big Pharma ad averne il monopolio, è quest'azienda che ha fissato tali prezzi ("se è così caro, significa che è il migliore"). Nel 2011, due statine erano in cima alla lista di tutti i farmaci rimborsati: il Tahor (469 milioni di €) ed il Crestor (310 nilioni di €). In totale, 1,4 miliardi di € sono stati spesi solo per questi rimborsi. Ebbene, dopo tutto, in un sistema capitalista, non trovo che sia sconvolgente il fatto che lo Stato trasferisca denaro verso le grandi imprese. Del resto, non ci sconvolge anche per il fatto che regolarmente, attraverso le elezioni, prolunghiamo allegramente il contratto che benedice il saccheggio del bene comune. Ma purtroppo in questo caso ci sono dei danni collaterali di un'ampiezza che rischia di far passare la faccenda dei rimborsi per una passeggiata salutista. In quanto non solo le "statine" non sono efficaci al fine di ridurre la mortalità cardiovascolare, ma soprattutto sono tossiche. I più recenti studi scientifici indicano che questi farmaci anti-colesterolo:

- Aumentano il rischio di emorragia cerebrale;
- Aumentano il rischio di cancro, in particolare quello del seno;
- Aumentano il rischio di diabete di tipo 2, e il declino cognitivo legato all'età;
- Aumentano il rischio di problemi sessuali, soprattutto l'impotenza maschile;
- Aumentano il rischio di problemi renali in maniera proporzionale alle dosi di statine;
- Aumentano il rischio di problemi muscolari, ai tendini ed ai legamenti;
- Aumentano il rischio di patologie articolari infiammatorie.

E cosa ancora più preoccupante, Big Pharma ha esteso queste tecniche di vendita ad altre nicchie farmacologiche come quelle relative all'osteoporosi, all'ipertensione e molte altre. Tutte queste patologie sono assai apprezzate da Big Pharma, in quanto interessano persone solvibili (grazie alla previdenza sociale) e assai spesso ingenue (rispetto alla pubblicità e grazie alla complicità di alcuni medici). E soprattutto il trattamento è ... a vita...

- Vila - Pubblicato su Le Grand Soir - il 21/11/2015 -

fonte: Le Grand Soir - Journal Militant d'Information Alternative -

giovedì 12 maggio 2016

Si comincia col denaro e si finisce col denaro

money

Coerente, realistico, verificabile
- Recensione di: Fred Moseley, 'Money and totality', Brill, 2016, pp436, £102 -
- di Michael Roberts -

Negli ultimi due anni, una delle tendenze principali dell'economia mondiale è stata il crollo del prezzo del petrolio sul mercato globale. Da un picco che superava i $100 al barile, il prezzo è crollato fino al di sotto dei $30 e si trova ancora intorno ai $40. La spiegazione di questa caduta del prezzo, come era stato previsto dall'economia ufficiale, è semplice. C'è stato un mutamento nella domanda e nell'offerta di petrolio. Perciò gli economisti ora discutono su quale sia il fattore principale: l'incremento dell'offerta o la diminuzione della domanda.
Ma quest'analisi del prezzo di una merce e di quanto valga a livello della domanda e dell'offerta - come viene insegnato da tutti i libri di testo di economia all'università - nel migliore dei casi è superficiale. C'è una battuta che gira negli ambienti degli investitori finanziari, quando si discute sul perché il prezzo delle azioni di una qualche società sia improvvisamente crollato: "Be', c'erano più venditori che acquirenti" - talmente vero fino ad essere tautologico.
Cos'è che spiega perché un barile di petrolio costa $40 e non $1? Perché 100 graffette costano $1 ed un'automobile costa $20.000? In altre parole, dobbiamo capire cos'è che fa sì che qualcosa sul mercato venga valutato al di là della semplice domanda ed offerta; ci serve una teoria del valore. A partire da questo, possiamo cominciare a spiegare il funzionamento di un'economia capitalista, dove ogni cosa viene prodotta per essere venduta. E se possiamo misurare le variazioni di valore, possiamo cominciare a capire le leggi della dinamica dell'economia capitalista - e, gli economisti marxisti aggiungerebbero, le sue contraddizioni fondamentali, dal momento che agli economisti marxisti non importano tanto le variazioni nel prezzo di una merce quanto la natura delle cause delle tendenze generali e delle fluttuazioni in un'economia. Cioè, la macroeconomia - con una finalità.
La teoria del valore marxista si basa sull'idea che il prezzo delle merci sul mercato rifletta il tempo di lavoro che viene speso in esse. In effetti, il tempo di lavoro sta alla base di tutte le forme di produzione sociale da parte degli esseri umani. Come ha scritto Marx,
"Che sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa. E ogni bambino sa pure che la qualità di prodotti, corrispondenti ai diversi bisogni, richiedono qualità diverse, e qualitativamente definite, del lavoro sociale complessivo. Che questa necessità della distribuzione del lavoro sociale in proporzioni definite, non è affatto annullata dalla forma definita della produzione sociale, ma solo può cambiare il suo modo di apparire, è self-evident. Le leggi di natura non possono mai essere annullate." [*1]
Ma Marx va avanti:
"Ciò che può mutare in condizioni storiche diverse non è altro che la forma in cui questa distribuzione proporzionale del lavoro si afferma, in una data situazione sociale nella quale la connessione del lavoro sociale si fa valere come scambio privato dei prodotti individuali del lavoro, è appunto il valore di scambio di questi prodotti."
È per questo motivo che la teoria marxista del valore si applica al capitalismo, e non ai precedenti modi di organizzazione sociale.

Una teoria del valore alternativa potrebbe eventualmente basarsi sulla quantità di materiale che entra in una merce. Fisicamente, c'è molto più acciaio, altri materiali ed ingredienti, in peso, che entrano nella produzione di un'automobile rispetto a quanto ne entrino in quella di una graffetta. Questo può spiegare la differenza in valore o in prezzo? Difficilmente. L'effettivo contenuto qualitativo di un'automobile è differente da quello di una graffetta o di un cappello - e il peso non fornisce una misura astratta per tutti gli oggetti. Infatti, non c'è alcun attributo fisico comune che ci possa permettere di confrontare il loro valore.
Ma la quantità di tempo di lavoro che va in ciascuna cosa o in ciascun servizio fornisce una misura comune. È per questo che i grandi economisti classici della fine del 18° secolo e dell'inizio del 19° si sono subito aggrappati al tempo di lavoro in quanto misura astratta del valore che si sostituiva all'eterogeneità dei diversi materiali fisici, ed anche alle diverse competenze e tipi di lavoro. Il tempo di lavoro in astratto fornisce la base per il valore delle merci vendute sul mercato.
Certo, la cosa non è poi così semplice - purtroppo. Il capitalismo è un modo di produzione per la vendita di merci sul mercato (ivi inclusa la vendita di lavoro, o di forza lavoro). Il mercato decide in che misura una certa quantità di tempo di lavoro che viene speso per produrre delle particolari merci sia "socialmente necessario". Se si usasse la maggior parte del tempo di lavoro disponibile (in lavoratori ed in ore di lavoro) in un'economia, per fabbricare un'automobile per poi venderla, l'automobile sarebbe socialmente inutile, in quanto non rimarrebero ore per il cibo, l'alloggio, il vestiario, ecc..
Così l'automobile non viene fabbricata, ed una società del genere fa a meno delle automobili.
Tuttavia, se le automobili possono essere prodotte con molto meno tempo di lavoro grazie al miglioramento della tecnologia e grazie ad una migliore produttività del lavoro, allora possono avere un posto nel mercato. Alcuni produttori di automobili possono essere più efficienti e guadagnare in tal modo quote di mercato e forse anche a buttar fuori dal mercato altri produttori meno efficienti. Oppure altri imprenditori possono avere una tecnologia ancora migliore, o un prodotto differente (auto elettriche), ed entrare così nel mercato per minare la posizione dei produttori esistenti.
È questa la dinamica della concorrenza nella produzione capitalista. Qualcosa che impressionò molto Marx.
Il capitalismo è anche diverso rispetto ai precedenti modi di produzione e di sfruttamento. Il capitalismo è il modo di produzione in cui lo stesso lavoro viene sfruttato costringendo le persone a vendere la loro forza lavoro sul mercato a proprietari privati di mezzi di produzione (fabbriche, uffici, materie prime, finanze) in cambio di salari. Ed il capitalismo è un'economia monetaria, dove i lavoratori ottengono salari monetari mentre i capitalisti ottengono denaro dalla vendita dei beni e dei servizi prodotti dai lavoratori. I capitalisti utilizzano lavoratori e vendono sul mercato merci di cui le persone hanno bisogno (o pensano di avere bisogno) e solo facendo questo ottengono più denaro di quello con cui hanno cominciato. Questa è la forma particolare di sfruttamento di classe che chiamiamo capitalismo. Ciò che spinge alla concorrenza e alla produzione nel modo capitalista è il profitto. Il capitalismo è un modo di produzione per fare soldi, per fare profitto. Il denaro entra nell'equazione fin da subito.

Il circuito della moneta
Ed è qui, dove, alla fine, entra in scena il nuovo libro di Fred Moseley, "Money and Totality". Moseley è professore di economia presso il college femminile Mount Holyoake, in Massachusetts, da decenni. Oggi è uno dei più importanti studiosi al mondo di teoria economica marxiana (teoria del capitalismo). Ha scritto sette libri, fra cui "The falling rate of profit in the post-war United States economy"(1991), "Marx’s logical method: a re-examination" (1993), "Heterodox economic theories: true or false?" (1995), "New investigations of Marx’s method" (1997), e "Marx’s theory of money: modern appraisals" (2004) [*2]. Moseley ha detto di aver lavorato sul suo libro per più di vent'anni e, quindi, questo libro è l'opus magnum di Moseley. E merita abbondantemente una tale designazione.
In "Money and Totality", Moseley afferma che un'analisi marxista del circuito del capitale non inizia dalla misurazione del valore espresso in tempo di lavoro, il quale poi dovrebbe essere spiegato o trasformato in denaro. Una reale economia capitalista comincia col denaro, e così fa anche la teoria del valore di Marx. Dal punto di vista capitalista, il denaro che viene usato deve portare a più denaro, oppure dev'essere dimenticato. M diventa M'.
Marx parte da questo, ma si propone, con la teoria del valore, di spiegare come M diventi M'. Espande questa formula banale in M-C-P-C'-M'. Il denaro (M) viene usato dal capitalista per procurarsi materie prime e tecnologia (mezzi di produzione: C). Perciò il denaro viene dato ai lavoratori in cambio della loro forza lavoro (ore e competenze) usata nella produzione (P). Alla fine del processo di produzione, viene prodotta una nuova merce per la vendita che contiene più valore rispetto a prima (C'), la quale merce viene venduta sul mercato in cambio di più denaro (si spera) di quello originariamente speso: M'. Il denaro fa più denaro, ma lo fa per mezzo dello sfruttamento della forza lavoro e dell'appropriazione privata di plusvalore nel corso della vendita di merci.
Questo ci porta ad una delle intuizioni fondamentali del libro di Moseley. La teoria marxista del valore e la sua analisi delle leggi della dinamica capitalista è una teoria macro-monetaria. C'è un sistema capitalista reale, che usa denaro per fare più denaro - vale a dire, profitto (un surplus di valore) - sul denaro (ovvero valore in tempo di lavoro) pagato alla forza lavoro e sui mezzi di produzione (valore contenuto nel capitale costante). Non si comincia con un certo valore del tempo di lavoro o con una certa quantità di unità fisiche di lavoratori e di tecnologia, e poi si finisce con quello. Si comincia col denaro e si finisce col denaro.
Sì, al di sotto del processo in cui i soldi fanno soldi, possiamo mostrare che questo avviene attraverso lo sfruttamento del lavoro e che la quantità di sfruttamento, o di soldi extra fatti, può essere spiegata per mezzo dell'appropriazione di un surplus di tempo di lavoro (al di là di quello necessario a mantenere i lavoratori in vita ed in produzione). Quindi il denaro è il valore, ovvero è la forma del valore che noi vediamo.
Come mostra Moseley, in maniera così profonda e chiara, la teoria del valore di Marx significa che l'ammontare totale di denaro in un'economia (escludendo l'impatto dell'inflazione e le fluttuazioni a breve termine) corrisponde all'ammontare totale di valore ("socialmente necessario", lavoro "astratto, misurato dal tempo). I prezzi totali della produzione sono pari al valore totale ed i profitti monetari totali in questa economia mondo sono pari al plusvalore totale (in tempo di lavoro). Il valore spiega il denaro; il plusvalore spiega il profitto.

Dal Macro al micro
Questa è una macro teoria - come spiega Moseley - che guarda all'economia totale. Ma, quando andiamo sotto i macro aggregati e consideriamo i prezzi individuali di produzione per prodotti differenti e i tassi di profitto individuale per ciascun capitalista, allora i valori espressi in tempo di lavoro non corrispondono ai prezzi. Allo stesso tempo in cui i grandi economisti classici - Adam Smith, David Ricardo, James Steuart ed altri - riconoscevano che le merci prodotte dovevano essere valutate in tempo di lavoro, ovvero il lavoro globale speso in un'economia,  aprivano delle gravi falle nella loro versione della teoria del valore-lavoro. David Ricardo pensava che i prezzi individuali dovevano corrispondere ai valori individuali in tempo di lavoro; Adam Smith pensava che i prezzi consistessero dell'ingresso nel valore di "fattori di produzione" separati: profitto (valore del capitalista); salari (valore del lavoro) e rendita (valore della terra).
Ma Marx risolse questo problema del passaggio dal macro al micro mostrando che dal momento che i capitali individuali concorrono l'uno con l'altro, si ha come risultato che i settori con maggiore redditività vengono "invasi" dagli altri capitalisti che cercano di incrementare la loro redditività. Così facendo, i tassi di profitto tendono ad equalizzarsi fra i diversi settori. Come mostrato da Marx, questo non cambia il valore complessivo creato in un'economia, ma ridistribuisce semplicemente il plusvalore, al di là del costo del capitale anticipato, dai capitali meno efficienti a quelli più efficienti per mezzo dell'equalizzazione dei tassi di profitto nei vari settori. Di questa soluzione trasformativa, Marx era molto fiero.
In generale, l'analisi del capitalismo fatta da Marx nel Capitale veniva ignorata dagli economisti tradizionali. Ma quando si rivolgeva l'attenzione verso tale analisi, ecco che allora veniva immediatamente attaccata. Eugen Böhm von Bawerk [*3], un economista della "Scuola austriaca", lanciò l'argomento secondo cui la teoria del valore di Marx era contraddittoria, in quanto assumeva nel I e nel II volume del Capitale che i prezzi totali corrispondevano ai valori totali, però nel III volume affermava che i prezzi di produzione non corrispondevano al valore. Come potevano i prezzi corrispondere e allo stesso tempo non corrispondere al valore?
Come commenta Moseley,
"Böhm-Bawerk non comprendeva il metodo logico dei due livelli di astrazione di Marx: l'economia totale e le industrie individuali. Nella teoria di Marx, il prezzo totale è = al valore totale, tuttavia i valori individuali sono = ai prezzi di produzione. Non c'è contraddizione con la struttura logica dei due livelli di astrazione di Marx" (p.39, nota 13).
E questa conclusione è il primo e prioritario merito, oltre che la prima e prioritaria comprensione dell'interpretazione di Moseley dell'analisi del capitalismo fatta da Marx - una brillante intuizione che è per lo più di Moseley, sebbene essa abbia avuto dei precursori nell'opera di Roman Rosdolsky, Paul Mattick e David Yaffe, come riconosce Moseley stesso [*4](p.23). L'approccio logico di Marx consiste nel guardare per prima cosa al macro, al fine di mostrare come il denaro faccia più denaro; e poi guardare al micro per vedere come il denaro extra venga distribuito fra più industrie e capitali per mezzo della concorrenza e dell'equalizzazione della redditività. Il più efficiente acquisisce un trasferimento di valore dal meno efficiente grazie alla concorrenza capitalista. Ma i profitti provengono dal plusvalore generato dalla forza lavoro impiegata nell'insieme dell'economia e viene appropriata dal capitale come un intero.

Un unico sistema realistico
Moseley mostra come l'analisi di Marx sia basata su una visione realistica del capitalismo. Il circuito e la dinamica del capitale cominciano col denaro e finiscono col denaro. Non procede dal valore (tempo di lavoro) o da cose fisiche (lavoro e mezzi di produzione), e non finisce col valore o con le cose. Per cui non ha bisogno di valore o di cose da convertire o da trasformare in denaro. Non ci sono due "stati del capitalismo" (uno col valore ed uno con la moneta o con i prezzi). La visione di Marx comporta un "sistema a stato-singolo". Per cui non c'è "errore" o contraddizione logica nella spiegazione di Marx della trasformazione dei valori in prezzi. Il cosiddetto problema della trasformazione dei valori in prezzi ed in denaro non esiste.
Le critiche ufficiali dell'analisi di Marx fanno l'errore (deliberato o meno) di ritenere che in Marx ci siano due analisi logiche - la prima basata sui valori, che poi dovevano essere trasformati in prezzi. Dicono che se parti con gli "input" del lavoro e dei mezzi di produzioni misurati in valori (come loro sostengono che faccia Marx), devi per forza convertire questi valori in prezzi monetari. E se fai così, allora, usando equazioni simultanee, finisci per trovare che i valori totali non sono più uguali ai prezzi totali e/o che il plusvalore totale non è più uguale al profitto totale. Ciò avviene perché i tuoi "input" originali espressi in valore verranno convertiti in prezzi. Pertanto delle due l'una, o l'analisi di Marx è indeterminata oppure è logicamente inconsistente.

È questo il nocciolo della critica espressa per la prima volta da Ladislaus von Bortkiewicz all'inizio del 20° secolo - "la giustificazione più frequentemente citata al fine di rifiutare la teoria di Marx nel corso dell'ultimo secolo". Questa critica venne entusiasticamente adottata dagli economisti ufficiali in quanto finalmente faceva a pezzi la teoria del valore di Marx rispetto al capitalismo. È stata anche accettata da schiere di economisti marxisti come Paul Sweezy [*5], molti dei quali hanno trascorso anni ed anni a cercare di riconciliare "l'errore" di Marx con la teoria del capitalismo oppure a cercare un'interpretazione alternativa della teoria del valore - "una deviazione durata un secolo", come la definisce Moseley.
Nel periodo post-bellico, i cosiddetti marxisti "neo-ricardiani" sono tornati ad una versione della teoria di Ricardo; ossia alla versione secondo cui il valore era determinato dal tempo di lavoro, così come veniva misurato nella produzione fisica. Quindi, o il denaro non giocava alcun ruolo oppure si aveva una teoria monetaria del capitalismo (prezzi) e una teoria del valore del capitalismo (cose fisiche), ma le due cose però non potevano essere riconciliate.
Infatti, una delle conseguenze di tale "correzione" di Marx nel modello neo-ricardiano/von Bortkiewicz, era che il denaro veniva imbullettato sul sistema capitalista come se fosse un settore separato di produzione: quello dell'oro. In questo modo, il prezzo dell'oro, e pertanto il prezzo del denaro in un sistema monetario basato sul gold standard, divergeva dal suo valore. Così il "valore del denaro" cambiava, complicando ulteriormente e confondendo la connessione fra valore e prezzo - un altro errore di Marx, secondo questi critici.

Ma Moseley dimostra brillantemente che questo è un nonsense. L'oro in quanto denaro non ha un prezzo di produzione ed il plusvalore non viene distribuito dall'industria dell'oro verso altri settori. Così i prezzi totali di tutte le merci nella produzione capitalista rimangono ancora uguali al loro valore totale. Quando l'oro funziona come denaro, il prezzo di una quantità data di oro (dollari per oncia) funziona come misura monetaria del valore di una merce. L'oro non ha prezzo, ma serve meramente come misura del valore. Così l'oro in quanto denaro non entra nel processo di equalizzazione dei valori in prezzi di produzione. L'oro è già denaro (p.201).
Come risultato, il denaro è "l'espressione monetaria del tempo di lavoro" impiegato per produrre una quantità fisica di oro (per fondere [Melt], nel moderno gergo marxista). La fusione non è influenzata da nessun cambiamento nei prezzi di produzione in quanto è essa la misura di quei prezzi. Ma se la fusione cambia, essa allora influenzerà i prezzi di produzione, dal momento che il capitalismo è un'economia monetaria. In un mondo non-gold standard, dove il denaro è soltanto carta, o anche unità di conto in banca, la fusione varierà anche se la quantità di carta moneta eccede la quantità di denaro misurato in oro (merce denaro).
Ironicamente, come dice Moseley, l'attuale fine del gold standard e il denaro merce mettono fuori gioco gli argomenti neo-ricardiani riguardo all'oro che dev'essere incluso nell'equalizzazione dei tassi di profitto in tutta l'economia. Dal momento che il denaro non è più oro, nel modello neo-ricardiano il tasso di profitto nel settore dell'oro è irrilevante per i prezzi di produzione delle merci. La teoria monetaria di Marx si inserisce in un'analisi macro-monetaria del capitalismo - è un'analisi reale, e non un intruglio di critiche neo-ricardiane che cerca di inchiodare il denaro sulla trasformazione dei valori in prezzi.

"Interpretazione standard"
"L'interpretazione standard" Bortkiewicz-Sweezy, come la chiama Moseley, trova il suo culmine nella sua distruzione da parte di un testo fondamentale del principale economista ufficiale del periodo post-bellico, Paul Samuelson, autore del principale libro di testo accademico sull'economia nei miei giorni di università. Samuelson mostrava che se tu parti con due sistemi - uno centrato sul tempo di lavoro e l'altro sui prezzi - il valore-lavoro può essere cancellato e finisce per non giocare più alcun ruolo nel mondo reale dei prezzi. I prezzi sono quindi determinati dalla quantità di cose prodotte e dalla domanda rispetto ad esse (domanda ed offerta).

"In sintesi, la trasformazione da valori in prezzi può essere descritta per mezzo della seguente procedura: (1) si prende nota delle relazioni di valore; (2) si prende una gomma e si cancellano; (3) infine si prende nota delle relazioni di prezzo - completando così il processo di trasformazione" (p.229).

La battuta sarcastica di Samuelson può aver senz'altro sepolto "l'interpretazione standard", ma fatto sta che anche la sua teoria ufficiale dei prezzi era altrettanto irrilevante. Cosa determina se il prezzo di un'automobile è di $20.000 o di $2.000? - offerta e domanda. Ma perché $20.000 e non $2.000? - Be', perché il mercato dice così (una volta evidenziata la preferenza del singolo consumatore). Brillante!

Ma Samuelson, come dice Moseley, aveva ragione riguardo all'interpretazione standard. Se si interpreta come se Marx ci fossero due sistemi di capitalismo - uno basato sui valori (in tempo di lavoro o in unità fisiche) ed un altro sui prezzi - allora si devono trasformare i valori in prezzi. Ma perché preoccuparsi? - i valori possono essere cancellati. La teoria del valore di Marx diventa allora metafisicamente inutile, come il concetto di dio. Per quel che riguarda l'universo, possiamo spiegare tutto senza fare ricorso a dio, e dio non spiega niente.
Ma quel che mostra Moseley nel suo libro è che la "interpretazione standard" è un'interpretazione errata dell'analisi marxiana. Egli prende il lettore e lo porta attentamente e accuratamente per mano attraverso tutte le interpretazioni della teoria del valore e dei prezzi in Marx in concorrenza fra loro, cominciando dalla interpretazione standard così come viene espressa dalla teoria di Piero Sraffa, un epigone di Ricardo. Mostra non solo che il modo di Sraffa di guardare al capitalismo come "la produzione di merci per mezzo di merci" al limite non è realistico [*6]; ma dimostra anche che non ha niente a che vedere con l'analisi, fatta da Marx, del capitalismo come processo di capitale monetario che cerca di fare più capitale monetario (pp.230-43).
Sraffa finisce con una teoria che implica il fatto che il capitalismo può continuare a produrre più cose da cose senza che vi sia alcuna contraddizione o limite - l'esempio dell'automazione (p.223) lo mostra in modo chiaro. Ma la teoria di Marx mostra che nel capitalismo c'è una contraddizione essenziale fra la produzione di cose e servizi, da una parte, e la redditività nel fare questo per mezzo del capitale privato, dall'altra. Questa contraddizione è molto più reale, e spiega i cicli di boom e di crolli, le crisi e l'eventuale fine del capitalismo come sistema. Mentre la teoria di Sraffa implica l'universalità del capitalismo, Marx ne sostiene la specificità.

Moseley poi mostra che le altre interpretazioni (quella iterativa di Anwar Shaikh, la "new interpretation", "Rethinking Marxism", ecc.) falliscono tutte proprio nel rompere con l'interpretazione standard, e quindi non possono risolvere né l'apparente inconsistenza logica (Bortkiewicz) né l'irrilevanza (Samuelson) dell'analisi di Marx. Per far riflettere il lettore, Moseley entra in dettaglio in ciascuna di esse.

Temporale o storico?
Tuttavia, la cosa si fa un po' diversa con la TSSI (Temporal Single System Interpretation). I punti essenziali del gruppo degli economisti marxisti del TSSI [*7] è stato riassunto in un altro lavoro seminale sulle analisi di Marx scritto da Andrew Kliman nel 2007, "Reclaiming Marx's Capital" [*8]. Tali punti si riassumevano nel fatto che la teoria di Marx è temporale. Il denaro anticipato per i mezzi di produzione e per la forza lavoro, è il capitale iniziale, nel tempo; la produzione delle merci e la loro vendita sul mercato arriva dopo. Perciò non possiamo attribuire equazioni simultanee alla conversione dei valori in prezzi, come fanno l'interpretazione standard ed altre interpretazioni. In secondo luogo, la teoria di Marx è un sistema a stato-singolo. Non si tratta di convertire gli input iniziali (mezzi di produzione e lavoro), in quanto valori, nei prezzi di produzione della merce finale. I capitalisti cominciano con il denaro (prezzi di produzione) e finiscono con il denaro (prezzi di produzione). Ma finiscono però con un differente valore o prezzo di produzione, come viene spiegato dallo sfruttamento della forza lavoro, con il suo valore che in ultima analisi viene misurato in tempo di lavoro, nell'insieme dell'economia.
Ho evidenziato quella del TSSI, rispetto alle altre interpretazioni, in quanto ritengo che essa abbia fornito la rottura nel rifiutare l'interpretazione standard, riportando Marx alla logica ed alla realtà dell'economia monetaria. E in passato sono stato un forte sostenitore di tale interpretazione.
Moseley concorda sul fatto che TSSI in questo abbia fatto dei passi da gigante. Tuttavia, diverge con il TSSI riguardo a due importanti aspetti.
Ragionando sui prezzi di produzione, in quanto movimenti a breve termine che cambiano ad ogni ciclo di produzione equalizzando la produttività nei settori, Moseley ritiene che questo non può essere giusto, dal momento che i prezzi di produzione sono predeterminati sul lungo periodo dalla produttività del lavoro (nuovo valore) e dal tasso di plusvalore nella lotta di classe (che decide il livello del salario reale). Per cui i prezzi di produzione cambiano solo se la produttività e i salari reali si alterano. I prezzi delle merci individuali oscillano intorno ad un "centro di gravità" fissato dai prezzi di produzione.
Perciò, Moseley sostiene che, a meno di accettare la sua interpretazione dei prezzi di produzione in quanto centri di gravità a lungo termine per i singoli prezzi, risulta che l'uguaglianza dei due aggregati (prezzo totale = valore totale; e tasso di profitto = tasso di plusvalore)  non si manterrebbe nei successivi periodi di produzione, vanificando in tal modo l'obiettivo stesso del TSSI.
In secondo luogo, Moseley non è d'accordo sul fatto che un'interpretazione temporale del ciclo del capitale di Marx significhi che il prezzo di costo del capitale monetario anticipato (per i mezzi di produzione e per l'impiego di forza lavoro), dopo che è cominciata la produzione, sia fissa che storica. Egli calcola che, se cambia il prezzo delle attrezzature e degli altri mezzi di produzione, dopo che la produzione è cominciata (così come avviene), rimane ancora accettabile aggiornare il valore della merce prodotta includendo il costo corrente dei mezzi di produzione, e non il costo originale.
Quindi non è necessario né corretto usare il costo storico nel misurare il capitale costante o la redditività del capitale.

Peter Jones, economista marxista australiano, in un articolo molto interessante, cerca di conciliare, alla luce di questo dibattito, l'approccio storico ai costi con l'approccio corrente:
"La misurazione standard dei costi correnti del tasso di profitto confronta i profitti nel corso dell'anno con lo stock di capitale costante alla fine dell'anno. La misurazione del costo storico fatta da Kliman utilizza lo stock di capitale costante all'inizio dell'anno. Non riesco a vedere una buona ragione per scegliere una misurazione piuttosto che l'altra. Dal momento che i profitti vengono generati nel corso di un anno, una buona misurazione del tasso di profitto dovrebbe tener conto dei cambiamenti nello stock di capitale anticipato nel corso di quell'anno. In entrambi i casi, il tasso medio di profitto potrebbe essere pensato grosso modo come una media di una serie di "istantanee" del tasso di profitto nel corso dell'anno" [*9].
Cosa che sembra abbastanza vicina al punto di vista di Moseley sulla questione.
Quest'ultimo punto è molto importante per qualsiasi analisi empirica della redditività nelle moderne economie capitaliste. La visione di Andrew Kliman è quella per cui dev'essere usata la misurazione del costo storico, e qualsiasi altra cosa è una distorsione rispetto alla misurazione della redditività di Marx. E questo fa la differenza quando cerchiamo di misurare il movimento nel tasso di profitto in una grande economia capitalista come quella degli USA [*10]. La misurazione di Kliman mostra una "caduta persistente" nella redditività del capitale USA a partire dal 1945, senza alcuna crescita significativa, anche durante il cosiddetto periodo neoliberista che va dai primi anni 1980 ad oggi [*11]. Dall'altro lato, la misurazione del costo corrente mostra invece una depressione nei primi anni 1980 e poi una crescita significativa, almeno fino alla fine degli anni 1990. Il che porta a visioni differenti riguardo la salute del capitalismo USA, riguardo al ruolo del settore finanziario e riguardo le cause dei mutamenti nell'investimento di capitale. Tuttavia, forse le differenze fra le due misurazioni sono esagerate, dal momento che, come mostra Deepankar Basu, sul lungo termine, dal 1945, le due misurazioni hanno avuto la tendenza a convergere [*12].

Empiricamente verificabile
Fred Moseley ha dato un importante contributo ad una più chiara comprensione del metodo di analisi di Marx, mostrando come un'analisi marxista ci presenta il denaro, i prezzi ed i valori integrati in un solo realistico sistema capitalista.
Moseley mostra che Marx aveva due principali fasi di analisi o di astrazione teorica. In primo luogo, Marx analizza la produzione di plusvalore nel capitale nel suo complesso (I e II volume de Il Capitale) e poi analizza la sua distribuzione attraversi i settori concorrenti dei vari capitali (III volume). Marx parte dal denaro, cosicché non serve "trasformare" un sistema soggiacente basato sul valore in un sistema basato sui prezzi. All'inizio del circuito del capitale, il capitale monetario è dato, o "presupposto". Quindi il valore totale equivale ai prezzi totali nella "totalità" (è questo ciò cui il titolo del libro allude [*13]); e tutto quel che succede con molti capitali è che il valore extra (il plusvalore) creato in ciascun settore verrà equalizzato dal mercato, di modo che il tasso di profitto viene anch'esso equalizzato (o tende ad equalizzarsi) in tutti i settori. Il plusvalore totale è uguale al profitto totale, ma i prezzi di produzione variano in ciascun settore per equalizzare la redditività in tutti i settori. Ed il circuito del capitale nel suo insieme è tutto quello che ha luogo in tempo reale e che non si completa ipoteticamente e simultaneamente, come sostengono i critici.
Una delle implicazioni dell'interpretazione che Moseley fa dell'analisi di Marx come analisi macro-monetaria, che comincia col denaro e finisce col denaro, è che tale interpretazione è perfettamente aperta ad una verifica empirica. C'è una visione diffusa fra alcuni economisti marxisti - eminenti, come Paul Mattick Jr ad esempio [*14] - che sostiene sia impossibile misurare empiricamente un tasso marxiano di profitto sul capitale ed usare i dati ufficiali dei prezzi per valutare le tendenze nel moderno capitalismo. Ciò perché il valore non può essere calcolato a partire dai prezzi monetari e la teoria di Marx del capitalismo è una teoria del valore. Eravamo rimasti riconoscendo il fatto che Marx aveva ragione a causa del reale verificarsi dello sfruttamento e delle crisi. Questo è un po' come dire che non possiamo determinare l'esistenza dei buchi neri nell'universo in quanto la loro massa è talmente grande e la gravità talmente forte che da essi non emerge niente. Per cui possiamo soltanto dire che esistono a partire dalle oscillazioni che provocano negli altri oggetti nello spazio vicino.
Ma se interpretiamo quello di Marx come un singolo sistema - una vera e propria macro-economia monetaria capitalista - allora è perfettamente possibile (con tutti i limiti legati ai problemi di misuramento e di dati) effettuare un'analisi empirica per verificare o meno le leggi della dinamica del capitalismo di Marx. Infatti, Marx ha fatto proprio questo, come ci ricorda Tapia Granados in un prossimo articolo [*15].
Nel 1873, Marx scrisse a Frederick Engels di essersi "lambiccato il cervello" per qualche tempo analizzando "quei grafici in cui i movimenti dei prezzi, tassi di sconto, ecc., nel corso dell'anno ecc., vengono mostrati in salite e cadute a zig zag". Marx pensava che studiando quelle curve "sarebbe stato in grado di determinare matematicamente le leggi principali che governano le crisi". Ma aveva parlato di tutto questo con il suo consulente matematico, Samuel Moore, che riteneva che "al momento non si poteva fare". Marx aveva così deciso di "lasciar perdere per il momento".

È trascorso del tempo ed ora abbiamo un bel po' di dati in più, e metodi di analisi migliori. Tapia conclude:
"Per sviluppare la conoscenza scientifica bisogna utilizzare concetti che siano utili per descrivere la realtà, fare previsioni verificabili ed essere pronti a valutare qualsiasi ipotesi confutandola con dati empirici...Non c'era posto per il Phlogiston nella chimica e non ci deve essere posto nella scienza sociale per crisi economiche dal carattere indistinto."
Infatti.

- Michael Roberts - Pubblicato su WeeklyWorker il 28 aprile 2016 -

moseley libro

NOTE:

[*1] - Marx, lettera a Kugelmann, 11 luglio 1868, poco dopo la pubblicazione de Il Capitale.
[*2] - Vedi: http://www.mtholyoke.edu/acad/facultyprofiles/fred_moseley
[*3] - E. von Böhm-Bawerk Karl Marx and the close of his system(1896): https://mises.org/library/karl-marx-and-close-his-system
[*4] - R Rosdolsky The making of Marx’s ‘Capital’ London 1977; P Mattick Jr Some aspects of the value-price problem London 1983; D Yaffe Value and price in Marx’s ‘Capital’ (1974): http://www.marxists.org/subject/economy/authors/yaffed/1974/valueandpriceinmarxcapital.htm
[*5] - Vedi: P. Sweezy The theory of capitalist development Oxford 1942.
[*6] - Vedi: P. Sraffa Production of commodities by means of commodities Cambridge 1960.
[*7] - TSSI from Guiglelmo Carchedi, Alan Freeman, Andrew Kliman, Ted McGlone and several others: http://en.wikipedia.org/wiki/Temporal_single-system_interpretation
[*8]http://www.amazon.co.uk/Reclaiming-Marxs-Capital-Inconsistency-Dunayevskaya/dp/0739118528/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1323255230&sr=8-1
Vedi la mia recensione: http://www.amazon.co.uk/Great-Recession-Michael-Roberts/dp/144524408X/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1323255509&sr=1-1
[*9] - P. Jones Depreciation, devaluation and the rate of profit(2012): http://gesd.free.fr/jonesp12.pdf
[*10] - Vedi il mio articolo a https://thenextrecession.wordpress.com/2013/12/19/the-us-rate-of-profit-extending-the-debate
[*11] - A Kliman The failure of capitalist production (2012): http://www.amazon.co.uk/Failure-Capitalist-Production-Underlying-Recession/dp/0745332390/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1323254965&sr=8-1
[*12] - D Basu Replacement versus historic cost rates (2012): https://thenextrecession.files.wordpress.com/2012/11/basu-on-rc-versus-hc.pdf
[*13] - Il sottotitolo del libro di Moseley è: A macro-monetary interpretation of Marx’s logic in ‘Capital’ and the end of the transformation problem
[*14] - P Mattick Jr Business as usual (2011): http://www.amazon.com/Business-Usual-Economic-Failure-Capitalism/dp/1861898010
[*15] - J Tapia Investment, profits and crises – theories and evidence (di prossima pubblicazione)


fonte: WeeklyWorker A paper of Marxist polemic and Marxist unity