venerdì 5 giugno 2015

Lo sfruttamento della lealtà

confucio

Esiste un capitalismo confuciano?
- Note a proposito di un equivoco asiatico -
di Robert Kurz

Da tempo, l'influenza reciproca fra economia e cultura, nel senso più ampio del termine, è un tema delle scienze sociali. A tal proposito, si possono osservare, essenzialmente, due filoni di idee: uno, che parte dalle leggi generali del capitalismo e che mostra come le culture tradizionali vengono distrutte dall'economia moderna, e l'altro, che, inversamente, parte dalla diversità delle culture e mostra come il capitalismo sia culturalmente determinato e come i suoi ambiti culturali comportino versioni del tutto diverse dalla sua logica generale. Questo legame fra economia e storia culturale, coltivato particolarmente in Germania a partire da Werner Sombart e Max Weber, ha prodotto il concetto di "stile economico" (Bertram Schefold). Tale principio è oggi tenuto in grande considerazione in Occidente. Il sociologo francese Pierre Bourdieu parla di un "capitale culturale", e lo storico americano Samuel Huntington, dopo il collasso del socialismo di Stato, ha perfino visto l'inizio di una "guerra fra le culture". Allo stesso tempo, la nuova autocoscienza del capitalismo asiatico si riferisce ad una "identità culturale" propria, che sarebbe superiore a quella del "decadente Occidente".
Max Weber, che viene considerato volentieri come il precursore di questo pensiero economico nelle categorie culturali, certamente non aveva alcuna idea di un capitalismo culturalmente plurale quando incominciò a scrivere la sua Sociologia delle Religioni e ad investigare sulla relazione fra le culture, religiosamente definite, ed il capitalismo moderno. Gli interessava soprattutto la nascita storica del capitalismo stesso ed il problema della transizione alla modernità. Di fatto, in tutte le società pre-moderne, incluso in Europa, le motivazioni sociali ed economiche venivano definite per mezzo della religione, essendo così incompatibili col calcolo astratto dell'homo oeconomicus. Per la teoria si trattava di spiegare il perché la vera e propria nascita del capitalismo si verifica nel Nord dell'Europa Occidentale, mentre un tale modo di produzione verrà poi imposto nelle altre regioni del pianeta. Com'è noto, Weber arrivò alla conclusione che l'ideologia religiosa del protestantesimo fosse stata l'unica a garantire una transizione adeguata verso una mentalità capitalistica, mentre le altre culture religiose, incluse il buddismo ed il confucianesimo, si erano rivelate incapaci di costituire uno sfondo culturale adatto allo sviluppo del capitalismo.
La cosa interessante attiene a come Weber motivi una tale tesi. Egli era cosciente del fatto che tanto il protestantesimo puritano quanto l'etica confuciana favorissero una solida morale del lavoro ed un pensiero razionalista. Allora, perché il confucianesimo non sarebbe stato altrettanto adatto del protestantesimo all'avvento del capitalismo? Per Weber, come si può leggere nella sua Etica Economica delle Religioni Mondiali, la differenza fondamentale risiedeva nell'importanza delle relazioni sociali al di fuori del sistema economico in senso stretto: "L'etica confuciana, in forma del tutto deliberata, lasciava gli individui in balia delle loro relazioni naturali o personali, che erano determinate da vincoli sociali gerarchici. Essa trasfigurava queste ultime, e solo queste, e alla fine disconosceva ogni obbligo sociale diverso dai doveri di pietà umana creati per tali relazioni personali fra individuo ed individuo, fra padrone e servo, fra funzionario della gerarchia superiore ed inferiore, fra padre e figlio, fra fratello e fratello, fra maestro ed allievo e fra amico ed amico. Per l'etica puritana, al contrario, queste relazioni puramente personali - sebbene, naturalmente, venissero tollerate, se non erano contrarie a Dio e se erano eticamente regolari - erano leggermente sospette, in quanto valevano per le creature. La relazione con Dio veniva sempre per prima, in ogni circostanza. Le mere relazioni umane, come tali, troppo intense e che idolatravano la creatura, dovevano essere evitate completamente. Infatti, la fiducia negli uomini, anche in quelli con cui si aveva i legami di sangue più prossimi, erano pericolose per l'anima... Derivavano da questo delle importantissime differenze pratiche fra le due concezioni etiche, sebbene le designiamo come "razionaliste" nella loro applicazione pratica, e sebbene entrambe deducano conseguenze 'utilitaristiche'".
Se sostituiamo al "Dio" puritano il valore economico, o più semplicemente il denaro, ecco che si rende evidente la concezione occidentale e liberale dell'uomo come egoista isolato, il quale sacrifica tutti i legami personali e sociali sull'altare della razionalità economica astratta e del puro successo individuale. E, dal momento che il confucianesimo resiste fondamentalmente ad un simile impulso. Max Weber lo ritiene inadatto al capitalismo, a differenza dell'ideario protestante. E' controverso se la specifica religiosità protestante si secolarizzi e dia così origine al capitalismo, oppure se prima il capitalismo nascente si approfitti dell'ideologia protestante e la ritagli secondo la sua propria immagine mondana. Quel che è certo è che solo questo amalgama europeo di protestantesimo e capitalismo abbia dato alla luce il mondo moderno del mercato totale, mentre nelle culture più antiche della Cina, del Giappone e del resto dell'Asia, il capitalismo è stato importato insieme alle idee europee e non si è sviluppato a partire dall'interno.
In questo senso storico, Max Weber non può essere confutato. Tuttavia, la sua tesi circa la scarsa capacità di integrazione capitalistica del confucianesimo (così come del buddismo e di tutta la mentalità asiatica) viene assunta come falsa, giacché oggi la Cina, il Giappone e le "piccole tigri" sembrano aver creato un capitalismo specificamente asiatico, che sostanzialmente si discosta dalla versione occidentale, si riferisce alle proprie tradizioni culturali e viene considerato un successo straordinario. Sarà allora che l'individualismo economico - socialmente inflessibile e devoto soltanto al "Dio" denaro - ad essere non essenziale per il modo di produzione capitalistico? Sarà che oggi siamo testimoni della nascita, in Asia, di un capitalismo superiore, che si riferisce al "capitale culturale" della lealtà personale e sociale? E' stata questa l'ipotesi, difesa recentemente dal politologo nordamericano Francis Fukuyama, resosi celebre per la sua tesi della "fine della storia".
Credo che qui abbiamo a che fare con una grande illusione, la quale può essere chiarita per mezzo della non-simultaneità storica dello sviluppo. Il capitalismo asiatico non ha creato un nuovo modello, ma è soltanto arrivato ad una tappa dello sviluppo capitalistico, che in passato non è stata estranea all'Occidente.
Tutte le società pre-moderne all'inizio della modernità, ivi compresa l'Europa, erano impregnate da una struttura di reverenza autoritaria, da un sistema di lealtà e di sudditanza personale, così come anche da una rigorosa morale. Questa non è una specialità asiatica, ma uno stigma universale della transizione delle società agrarie verso il capitalismo. Ora, se soltanto l'ideologia individualistica del protestantesimo ha potuto dare alla luce un capitalismo proprio ed autentico, è difficile accettare che i paesi asiatici, meri importatori del capitalismo, possano conservare il livello di sottomissione autoritaria e di lealtà personale attraverso forme culturali che già in passato non hanno dato prova di benevolenza nei confronti del capitalismo. La nuova autocoscienza dell'Asia è un'auto-illusione, in quanto l'assorbimento del capitalismo è stato realizzato a spese della sua propria autonomia.
Il fatto per cui le strutture del capitalismo asiatico sono storicamente arretrate ed incapaci, a medio termine, di resistere economicamente al mercato mondiale, può essere dissimulato, nel presente, per mezzo della concessione di vantaggi concorrenziali a breve termine, che in una certa prospettiva costituiscono i (temporanei) profitti eccezionali della non-simultaneità storica - ma questo solo per delle minoranze e solo in alcuni pochi paesi. Il fattore principale, però, non sono le forme specificamente asiatiche del "capitale culturale", ma gli elevati indici di crescita a partire da delle basi ridotte, come già si è osservato prima in paesi recentemente industrializzati, tipo l'Unione Sovietica negli anni 1930, senza che questo ridondasse in un nuovo "modello di successo". Solo su questo sfondo economico, le relazioni autoritarie di lealtà possono svolgere, per qualche tempo, il ruolo di colonna portante del successo.
Se rispetto a questo, sia la relazione del cittadino con lo Stato che la relazione del salariato con l'imprenditore vengono reinterpretate quasi come un vincolo personale di lealtà fra "padrone e servo", questo non è altro che una maschera per la reificazione e l'anonimizzazione capitalistica di tutte le strutture sociali. Anche il pre-capitalismo europeo è stato testimone di imprenditorie patriarcali, nelle quali la dipendenza sociale si manifestava come relazione del "signore" col suo "seguito". Alla stessa maniera, l'intervento autoritario dello Stato nell'economia ed il patrocinio delle associazioni corporative al servizio della "nazione", dall'assolutismo fino alle dittature modernizzatrici del XX secolo, sono state solo una "fase di crisalide" della moderna democrazia capitalista e del suo individualismo astratto, corruttore di ogni tipo di lealtà sociale. Nella misura in cui favorisce una forte mediazione dello Stato sull'economia ed un pesante fardello dei mercati interni, il capitalismo asiatico ricrea l'epoca mercantilista dell'Occidente ed una certa uniformizzazione di tutti i cittadini, dove il costante intonare gli inni nazionali, ecc. costituisce al massimo un sottofondo musica superficialmente culturale di tale processo.
La trasposizione, nell'ambito dell'economia imprenditoriale, in Giappone, di esercizi rituali quali lo sport mattutino semi-militare praticato collettivamente dai dipendenti, oppure l'intonazione degli "inni dell'impresa", è stata ridicolmente interpretata, in Occidente, come una "nuova arma segreta" della filosofia amministrativa asiatica, mascherata dai progetti di "corporate identity", mentre si trattava in realtà di fenomeni di transizione dalla mentalità feudale a quella capitalistica. Sotto l'influsso della globalizzazione, in tutta l'Asia crolla il corporativismo mediato dallo Stato, così come crolla la lealtà patriarcale nell'economia di impresa. Nel mercato interno, si impone la logica della concorrenza, ed al posto della corporate identity asiatica nasce inarrestabile il principio iper-capitalista di assumere e licenziare (hire and fire).
Col tempo, questo sarà il destino anche dei legami e dei doveri fra consanguinei stretti, che non costituiscono, neanche essi, una specificità asiatica. Fino ad oggi, sparsi per tutto il mondo, "grandi famiglie" e clan, in numero considerevole, rimangono come fossili della storia della modernizzazione - in Arabia, in Africa ed in America Latina, così come in Cina e a Singapore - senza però rappresentare un "modello capitalista". Forse, il capitalismo confuciano e familiare, elaborato in miniatura in Cina, è oggi responsabile di una parte della crescita, ma le sue attività si limitano ai servizi secondari, ed esso è incapace di sostituire l'industria statale. Per l'industrializzazione volta all'esportazione, secondo i criteri del mercato mondiale, esso sarà innanzitutto un ostacolo - e questo già a medio termine. Gli stessi immigranti asiatici negli Stati Uniti, festeggiati come esempio di imprenditoria di successo, posseggono molto spesso delle mere nicchie economiche nel commercio, o piccoli ristoranti che non riflettono in nessun modo un capitalismo autonomo. Il principio di questo successo è semplice: lo sfruttamento brutale della lealtà familiare, a costo anche del lavoro infantile e non retribuito, per poter abbassare il prezzo del prodotto finale. Spesso lo stesso principio viene seguito dai migranti che arrivano sul suolo del Sud dell'Europa (Turchia, Grecia, Spagna) nei loro esercizi in Germania. Quante generazioni sopporteranno una simile struttura di schiavitù familiare? Poche, sicuramente.
Il processo di individualizzazione capitalistica, distruttore dei legami familiari, come scrivevano Marx ed Engels già nel "Manifesto Comunista", ha raggiunto ora anche i grandi centri metropolitani dell'Asia, e non sarà fermato dal codice confuciano di polizia morale . A Singapore, come si può leggere, sputare per strada e pisciare negli ascensori viene punito a colpi di frusta. Ci si chiede: gli abitanti di Singapore, prima, erano soliti pisciare negli ascensori? Simili precetti, fatalmente riportano alla memoria gli ordini della polizia tedesca del 16° secolo, quando il mondo europeo si trovava ancora sulla strada del "processo (capitalistico) di civilizzazione" (Norbert Elias) e perfino la vita intima era regolata dalla polizia. Gli individui, nel tardo capitalismo, non pisciano negli ascensori, anche senza la minaccia poliziesca; comunque, per il fatto che controllano i loro riflessi intimi, calcolano anche la loro vita sessuale al di là della rigida morale del vecchio patriarcato. Al posto di questa morale, in Occidente, non sono emersi l'estasi ed il rapimento, ma la commercializzazione della sessualità e degli stessi sentimenti. E' assurdo supporre che proprio questi paesi asiatici - i quali, come si sa, non vivono solo di esportazione di automobili e chip, ma anche di turismo sessuale - vogliano fondare un capitalismo sulla base della morale confuciana. Insieme al soggetto automatico del denaro, a McDonalds e ad Hollywood, è da tempo che gli asiatici sono stati contagiati dallo stesso virus della "decadenza occidentale".
In Europa, e soprattutto negli Stati Uniti, vediamo oggi che lo stadio finale di tutto il capitalismo è la perfetta dissoluzione della società in individui astratti ed autistici. Più di 150 anni fa,  Alexis de Tocqueville prevedeva già che la società moderna sarebbe finita così. Non è solo Bob Dole, candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti, ad evocare idee pre-moderne per cercare di scongiurare tale pericolo. Nel frattempo, Francis Fukuyama abbandona il campo in cerca di aiuto per il capitalismo sfrenato, guardando con sospetto "determinati aspetti della cultura tradizionale" asiatica. Il suo sogno è un capitalismo "imposto per mezzo di tradizioni culturali, che nasca da fonti non-liberali": una soavizzazione del puro mercato attraverso il "capitale sociale" delle corporazioni civili caritatevoli e per mezzo di una "fiducia reciproca universale". Parole folli, orecchie da mercante. Non vedremo mai nascere un capitalismo confuciano, pietoso e vegetariano, in quanto il dio puritano e secolarizzato del denaro in nessuna cultura tollera altri dei intorno a lui. La tesi di Weber circa la scarsa compatibilità capitalista del confucianesimo e del buddismo probabilmente continuerà a mantenere un posto di rilievo non solo nella storia, ma anche nel futuro.

- Robert Kurz - Pubblicato su "Folha de São Paulo" del 15.09.1996 col titolo "O mito do capitalismo confuciano" -

fonte: EXIT!

giovedì 4 giugno 2015

Vent’anni prima!

euro

Perché l'Unione Europea può diventare una 'rovina' nuova di zecca
- La disintegrazione statale e monetaria oggi si vede in molti paesi-
di Robert Kurz

Spesso il linguaggio politico utilizza concetti che, come nell'utopia negativa '1984' di George Orwell, significano esattamente il contrario di quello che sembrano indicare. In tutta Europa, si parla parecchio di integrazione europea. Il vecchio processo di auto-laceramento nazionalista del vecchio continente dev'essere alla fine risolto per mezzo dell'unità europea, che già sognavano i filosofi dell'Illuminismo. Questa è musica per le orecchie. E infatti ci sono l'Unione Europea (UE), la Commissione Europea a Bruxelles, il Tribunale Europeo in Lussemburgo ed altre istituzioni unitarie. Siamo, finalmente, sulla strada dell'integrazione?
In realtà, l'entusiasmo per l'Unione Europea è diminuito secondo il capriccio della situazione. L'ultimo rapporto della Commissione Europea dimostra che, negli ultimi due decenni, la crescita media nella UE è scesa dal 4% al 2,5%, mentre gli investimenti hanno sofferto di una decrescita del 5%. Sullo sfondo della fragilità economica, le contraddizioni della costruzione europea diventano sempre più chiari.
Gli architetti dell'integrazione hanno costruito una "rovina nuova di zecca". In Europa non c'è un potere politico in grado di attuare solo uno dei suoi piani. Il risultato degli innumerevoli compromessi ha assunto la forma di un essere ibrido, che non è un sistema di relazioni bilaterali né un vero Stato paneuropeo. La Commissione Europea non è stata investita dello status di governo, ma agisce come una sorta di governo parallelo, in quanto i ministri dei governi nazionali ancora esistenti si riuniscono in consiglio e raramente arrivano ad un accordo o a decisioni chiare.
Assistiamo allo stesso problema anche a livello di economia. Da un lato, le vecchie economie nazionali sono ancora vive; dall'altro, però, devono essere create delle istituzioni economiche e politico-finanziarie comuni che vadano oltre la mera zona del libero commercio, come il NAFTA o il Mercosur. Ciò vale soprattutto per l'installazione pianificata di una moneta europea unica. "Ecu" o "Euro"?
Il 10 dicembre del 1991, venne firmato a Maastricht l'accordo per creare una unione economica e monetaria europea. Tale accordo prevede che le monete nazionale siano sostituite dalla moneta europea in tre tappe, entro e non oltre il 1° gennaio del 1999. Ma, mentre il disegnatore traccia i primi schizzi della nuova valuta, e rimane ancora controversa la questione se il nome della moneta sarà "Ecu" oppure "Euro", viene messo in dubbio il progetto nel suo insieme, sotto ogni aspetto. Il disordine è grande; nessuno sa più per certo chi di fatto sia contro o a favore.
La confusione è stata causata dagli stessi autori del progetto. Il fatto che una Banca Centrale venga creata come istituzione politico-finanziaria senza che siano stati delineati i contorni di un corrispondente potere politico, è una contraddizione in termini. La moneta europea sarebbe la prima moneta nella storia a non essere vincolata ad un vero e proprio potere statale.
L'unione politica, come fattore di potere, rimane debole ed inefficace, ma anche così si vuole creare una moneta comune. Questo è promettente più o meno quanto dare inizio alla costruzione di una casa, non a partire dalle fondamenta, ma dal tetto. La mancanza di una base politica indica l'assenza corrispondente di una base economica.
Le diverse forme statali di moneta come il dollaro, il marco tedesco, ecc., non sono altro che "nomi" per designare un determinato livello di capacità economica nazionale. Una moneta rappresenta, sia in termini interni che esterni, la potenza reale dell'economia di una certa regione delimitata dallo Stato. Questo è possibile soltanto quando gli indicatori economici della regione delimitata dalla sua rispettiva moneta si situano approssimativamente allo stesso livello. Tali indicatori sono soprattutto la produttività, l'apporto di capitali e il livello salariale.
In ogni Stato dove si sviluppa una disuguaglianza economica molto accentuata, prima o poi la base dell'economia nazionale, l'unità dello Stato e infine la stessa moneta comunitaria vengono necessariamente messe in discussione. La Jugoslavia è un classico esempio per illustrare questo problema. Quando la disparità economica fra le repubbliche del nord (Slovenia e Croazia) e le repubbliche del sud (Serbia, Bosnia e Macedonia) sono diventate molto grandi, il movimento separatista ha avuto il suo primo impulso e lo Stato in quanto totalità è stato messo in discussione.
Le repubbliche più sviluppate del nord non erano d'accordo nel compensare la disparità e nel sopportare il peso della continua ripartizione dei redditi. Oggi, nella regione della vecchia Jugoslavia, non ci sono soltanto differenti Stati, ma anche differenti monete. La grande disparità di livello economica ha trovato espressione politica e monetaria. La moneta non può ostentare il medesimo nome per le differenti regioni economicamente devastate; ogni Stato ora possiede un nome specifico per la sua propria moneta. E, evidentemente, il nome della moneta nelle regioni con una maggior produttività è (relativamente) "migliore", come ad esempio il tallero sloveno; al contrario, il dinar serbo designa ora il nome "cattivo" di una moneta povera ed inflazionata.
Oggi, questo fenomeno di disintegrazione statale e monetaria si è verificato in molti paesi. La ragione è semplice: il processo di razionalizzazione e globalizzazione, oltre ad escludere ed "eliminare" un numero sempre maggiore di persone, fa sì che la questione si traduca anche in termini di conflitto regionale.
In maniera analoga alla Jugoslavia, in molti Stati esiste già una tradizionale disuguaglianza economica fra regioni contrastanti che tende ad aumentare con la recente evoluzione del mercato mondiale. In Italia, per esempio, la Lega Nord rappresenta lo sforzo di separazione fra le regioni industriali del Nord ed il modo di produzione agrario del Sud; cosa che ha portato il leader del movimento a proclamare, in tono perentorio: "A partire da Roma, per me inizia l'Africa".
Allo stesso modo, in Cina c'è la minaccia di un conflitto fra le province costiere, in cui si concentra la maggior parte dell'industria dei beni per l'esportazione, e le province dell'interno, sempre più arretrate economicamente. Vi è un nucleo di razionalità economica, nei movimenti "etnici" e separatisti di natura irrazionale che attualmente infestano il globo; il risultato non sono solo Stati sempre più piccoli, ma anche un numero sempre maggiore di monete, delle quali gran parte è estremamente debole.
La differenza delle valute costituisce una sorta di ammortizzatore, o valvola di sicurezza, per compensare (almeno in parte) la differenza di livello economico. La moneta di un paese a bassa produttività diminuisce il suo valore quando viene contrapposta alla moneta di un paese ad alta produttività e con un volume maggiore di capitale. Per mezzo del tasso di cambio, pertanto, le esportazioni dei paesi economicamente più forti mantengono elevati i loro prezzi, e quelle dei paesi economicamente più deboli mantengono ridotti i loro prezzi.
Questo permette che il paese più debole, nonostante la disuguaglianza economica, si mantenga concorrenziale nell'esportazione dei prodotti industriali. Allo stesso tempo, il suo mercato interno è parzialmente protetto contro l'importazione di merci dei paesi più forti. Sia nella produzione volta all'esportazione, quanto nella produzione per il proprio mercato interno, la valvola di sicurezza del tasso di cambio può garantire l'occupazione nei paesi a bassa produttività.
Ma il tasso di cambio assume una funzione di valvola compensatoria anche in senso opposto. I salari nei paesi economicamente deboli sono molto bassi. Sorge allora per gli imprenditori dei paesi con una grande importazione di capitali e con un livello elevato dei salari, lo stimolo a trasferire i settori di produzione la cui manodopera è intensiva per i paesi dove i salari sono minori. Questa tendenza è frenata, però, dal fatto che la moneta dei paesi con salari bassi soffrono di successive svalutazioni in rapporto alle monete dei paesi economicamente più forti e con salari elevati. Per le imprese multinazionali, questo significa che il guadagno dei salari può essere annullato per mezzo della perdita nel tasso di cambio. In questo modo, la valvola del tasso di cambio protegge anche una parte dei posti di lavoro nei paesi con salari alti.
Tutto ciò, ovviamente, ha una validità solamente relativa. La pressione della globalizzazione è forte abbastanza da minacciare il funzionamento del tasso di cambio. Ma è ancora peggio quando questa valvola di sicurezza viene distrutta apposta. E questo è proprio il caso dell'unione monetaria europea.
All'interno dell'Unione Europea, la disparità economica è grande. Il prodotto interno lordo pro capite, espresso in miglia di unità dall'ipotetica moneta europea, ha raggiunto nel 1994, in Germania, la cifra di 21,2, in Francia di 19,6, in Italia ed in Inghilterra di 14,7, di 7,7 in Grecia e di 7,5 in Portogallo.
Se i paesi dell'Est europeo come la Polonia, la Repubblica Ceca e l'Ungheria, in futuro si uniranno al gruppo, la disparità sarà ancora più evidente. E' un assurdo: mentre in diverse parti del mondo lo squilibrio economico porta alla disgregazione degli Stati ed alla loro disintegrazione in più regioni monetarie, l'Unione Europea - la cui esistenza politica è un'incognita - vuole imporre una moneta comune a più di una dozzina di paesi con livelli di sviluppo economico assolutamente diversi.
Un modello negativo di questo esperimento è stata l'unificazione delle due Germanie. La più debole economia della vecchia Repubblica Democratica Tedesca è stata incorporata dalla notte al giorno nel marco tedesco. Tutti i costi ed i prezzi hanno dovuto essere designati col nome della moneta vincolata ad un livello di produttività essenzialmente più alto. In pochi mesi, tutta la produzione del settore orientale ha perso circa l'80% del suo potere di concorrenza, sia nell'esportazione che nel proprio mercato interno. Si sono persi milioni di posti di lavoro.
Gli imprenditori occidentali, d'altro canto, hanno trasferito parte della produzione in Germania Orientale, al fine di approfittare di salari bassi e delle sovvenzioni del governo tedesco. Nel computo finale, entrambi i paesi hanno perso reddito e posti di lavoro, e la parte orientale è stata quella più compromessa. Per evitare una catastrofe economica, il governo è stato costretto a trasferire 150 miliardi di marchi l'anno alla Germania Orientale ed a gravare in tal modo sull'equilibrio dei mercati nazionali ed internazionali.
Ed ora intendono trasporre questo modello a tutta l'Europa! La moneta europea deve essere stabile almeno quanto il marco tedesco. Ciò significa che la nuova moneta dovrà riflettere un livello economico che la maggioranza dei paesi membri non possiede. Quali saranno le conseguenze? Lo stesso problema che è sorto nella moneta tedesca, con l'incorporazione dell'economia dell'Est, si ripeterebbe a livello di Unione Europea. La questione sarà ancora più delicata, in quanto la capacità economica di, ad esempio, l'Irlanda, il Portogallo o la Grecia è più basso del livello della vecchia Germania Orientale. Gran parte dell'economia europea vedrà minacciata la sua esistenza. Per evitare rivolte nelle varie regioni in difficoltà, la Commissione Europea dovrà distribuire fondi in proporzione inimmaginabile. L'emissione di crediti, oltre a sovraccaricare i mercati finanziari del mondo, destabilizzerà la stessa politica monetaria di una Banca centrale europea ed indebolirà rapidamente la nuova moneta. Anche in Germania, una politica che vuole implementare la stabilità delle finanze ed allo stesso tempo promuovere l'integrazione delle due regioni con livelli economici del tutto diversi, può portare soltanto all'assurdo.
Tranne che in Lussemburgo, entrambi gli intenti, simultaneamente sono impossibili. Ne è prova il fatto che nemmeno la Germania, a causa dei costi della sua unificazione, soddisfa più i "criteri di stabilità" richiesti dalla moneta europea. Tali criteri si limitano alla contrazione annua del debito al 3% e al debito totale al 60% del PIL. Nel 1995, con un importo del debito del 3,6%, la Germania non ha adempiuto né adempirà all'accordo nei prossimi anni. Sta qui l'ironia: ad eccezione del minuscolo Granducato del Lussemburgo, nessun paese è in grado oggi di rispondere ai criteri di stabilità imposti dall'UE.
Chi è interessato ad un esperimento così rischioso come quello dell'unità monetaria europea? In primo luogo, la casta politica che, come il cancelliere tedesco, è economicamente ignorante, ma che ha pretese storiche e proclama ai quattro venti che i numeri dimostrano la sua tesi.
In secondo luogo, i "global players" delle grandi imprese, che forse sperano, con l'aiuto della moneta europea, di trarre pieno vantaggio dai costi senza l'intralcio del tasso di cambio, al fine di unire le forze contro la concorrenza del mercato mondiale. La loro opzione, pertanto, sarebbe niente di meno che una "fortezza Europa" - nuova tappa della "globalizzazione verso l'interno", a spese di una segregazione economica e sociale ancora maggiore nei confini dell'UE.
Evidentemente, non è chiaro per gli imprenditori che sarà necessaria una dittatura militare europea per far valere una simile opzione. L'istanza politicamente debole della Commissione Europea non sarà mai in grado di manovrare una grave crisi economica, sociale o finanziaria come quella che verrà scatenata dalla moneta europea. I governi nazionali, tuttavia, devono affermare la loro presenza davanti agli elettori. Come reazione delle masse ad una crisi europea, c'è da temere una nuova ondata irrazionale del vecchio nazionalismo. Il sogno dell'integrazione europea, o rimane sterile sul terreno dell'economia di mercato oppure si trasforma in incubo.
E ora si capisce perché il linguaggio politico dell'unione economica e monetaria europea può essere soltanto un linguaggio orwelliano: "stabilità" significa destabilizzazione ed "integrazione" significa disintegrazione. Nel frattempo, molti hanno messo in guardia rispetto al pericolo. In realtà, la nascita della moneta europea è un aborto.

- Robert Kurz - pubblicato su "Folha de São Paulo" nel 1996 -

fonte: EXIT!

mercoledì 3 giugno 2015

L’Alzheimer e i Mercatini

amok

Götz Eisenberg è un osservatore critico della vita quotidiana nel capitalismo contemporaneo. Egli ha riassunto le sue osservazioni in un collage di frammenti saggistici. Con grande sensibilità, percepisce i fenomeni quotidiani che, categoricamente, si rifiuta di accettare. Si tratta di fenomeni diversi, come il disprezzo o la mancanza di rispetto nel traffico; il passaggio dal sistema sanitario pubblico ad un'industria sanitaria; l'attuale ossessione per i telefoni cellulari; la brutalità delle aggressioni fisiche (con armi bianche, massacri, frenetici attacchi omicidi in serie [quello che in tedesco si riassume nel termine 'amok'], ecc.); le pratiche clientelari per l'avvio di catene di fast food; o il ruolo della psichiatria nel nostro sistema neoliberista, così come la distruzione dei luoghi di incontro sociale, come i mercatini settimanali nella sua città natale, fenomeni tutti questi che avvalorano in quanto sintomo il crescente pericolo che corrono i nostri luoghi.

Tra la sindrome dell'Amok(*1) ed il morbo di Alzheimer.
La psicologia sociale ai tempi del capitalismo sfrenato (*2)
di Joke Frerichs

Per l'autore, il titolo del suo libro non è un mero gioco di parole, ma piuttosto un intento di suggerire un continuum di possibili reazioni per mezzo delle quali le persone possono rispondere alle imposizioni sociali del presente. Ad un estremo, c'è il ritirarsi in quella nebbia interiore che è la demenza; all'altro, il furioso attacco frontale che viene scaricato in omicidi in serie [amok] ed i cui autori pretendono di sprofondare insieme a loro tutto il mondo che li circonda. Chi si meraviglia nel leggere i termini 'amok' ed 'alzheimer', insieme, dal momento che vengono considerati come appartenenti a sfere incompatibili - l'amok, alla sfera sociologica, e l'Alzheimer, a quella biologica - deve tener conto che le malattie sono anche fenomeni sociali, che non si riferiscono a qualcosa al di sopra della società, quando diventano fenomeni di massa. La demenza non è solo una malattia peculiare in un ambiente sano, ma tende a diffondersi in una società la cui struttura di base è programmata per dimenticare.

L'autore non si limita a descrivere il fenomeni; in ogni momento si tratta di riflettere su quello che si percepisce ogni giorno, elaborando le possibile cause sociologiche relative alla loro comprensione nel quadro dello sviluppo di teorie nella tradizione di Peter Brückner, "il quale sosteneva che la teoria non deve svilupparsi esclusivamente e principalmente a tavolino, ma anche nella strada, attraverso l'osservazione critica della vita quotidiana. La penetrazione intellettuale dei fenomeni sociali non solo richiede la lettura e la determinazione dei concetti teorici, ma anche l'acutezza visiva dell'etnologo, nella sua osservazione empirica."

Facciamo qualche esempio al fine di documentare l'approccio fenomenologico dell'autore. La sua critica è rivolta, ad esempio, contro quello che suppone essere la "interconnessione/retificazione". L'essere ben interconnesso nel Web viene considerata una caratteristica positiva della persona, fino al punto di essere diventato un indicatore della sua rilevanza o importanza sociale e politica. L'autore è colpito da "la passione cui cui le persone attualmente partecipano e si scoprono, sulle reti sociali... Neanche nei suoi peggiori incubi, Orwell avrebbe mai potuto immaginare una simile esposizione e divulgazione volontaria di dati che arrivano gio ai difetti personali più intimi di ciascun individuo. Ed i grandi dittatori avrebbero solo potuto sognare una simile possibilità di sorveglianza, di controllo e di monitoraggio."

Per l'autore questa retificazione, intesa come immersione nelle reti sociali, quest'interconnessione, è l'aspetto centrale di un dominio morbido e flessibile, dal momento che il controllo e la vigilanza universale che esso stabilisce viene camuffata sotto un manto tecnico e pragmatico che si sottrae ad ogni critica. Si domanda quali conseguenze abbia sulla convivenza sociale delle persone, sul modo di comunicare e di collaborare gli uni con gli altri. Tutto è interconnesso, però le distanze fra le persone stanno aumentando, afferma Eisenberg citando Moritz Rinke. "Si potrebbe parlare di un'alienazione di secondo grado. Le persone non si rendono ormai conto di quest'alienazione, fino a sentirsi felici di essere accolti da essa. Ed in tal modo, l'alienazione viene cancellata in maniera cinica e perversa." Questa evoluzione si accompagna ad una crescente normalizzazione e ad un impoverimento delle espressioni, che si riflette nelle abituali formule e slogan della Neolingua, nella misura in cui già dominano e formano parte del repertorio dei politici e dei media. In questo senso, le reti sociali svolgono un effetto omogenizzante che rende uguali e standardizza ogni comunicazione.

Ad Eisenberg non sfugge che ultimamente anche i movimenti sociali vanno servendosi di questi media i quali hanno tanto contribuito ai loro successi. Tuttavia considera che la cosa dovrebbe funzionare anche senza questi media. "Non dovremmo ricevere come predeterminate, dalla mano di Facebook e di Twitter, le forme con cui vivere la nostra socialità. Le nuove forme di socializzazione, come vengono cristallizzandosi negli attuali movimenti sociali, e nei quali viene profilandosi qualcosa di qualitativamente nuovo, non devono consistere nel socializzare le reti digitali, ma devono basarsi su relazioni in carne ed ossa,  di presenza fisica. La fraternità e la solidarietà nascono faccia a faccia, quando ci si riconosce nell'altro, e tutti insieme si arriva a sperimentarsi come un'unica forza, della quale fino a ieri non sapevamo che fosse a nostra disposizione, che esisteva, e non nella solitudine davanti ad uno schermo e ad una tastiera. L'unica cosa che cresce, in tal modo, saranno le nuove forme di autismo, e mai una qualche forma di incontro solidale."

Eisenberg mostra come, in nome del neoliberismo, la crescente deregolazione, nelle sue molteplici manifestazioni per quanto riguarda il Welfare, l'economia e la società, va di pari passo con la deregolazione psicologica e morale delle persone. "La logica del mercato e del capitale, non solo sposta tutte le barriere ed i controlli esterni che possono ancora ostacolare il suo costante desiderio di espansione, ma anche le barriere ed i controlli interni all'individuo. L'uomo flessibile deve abbandonare tutti i suoi legami e le sue inibizioni per arrivare ad essere disposto a tutto. Di fatto lo è già. Risulta ovvio che non si possono ottenere entrambe le cose allo stesso tempo: l'uomo altamente flessibile, agile, universalmente in grado di connettersi e mantenere consolidato ed ancorato in una persona un contesto di norme e di valori che guidino la sua condotta. Chi cresce sotto l'egida del mercato sfrenato, impara a ridurre la normativa esigibile a quel minimo che serva a proteggerlo dalla persecuzione penale. Chi nella sua lotta per il successo vorrà osservare le norme etiche e morali, deve assumere un certo svantaggio dovuto al suo insolito punto di vista e la rapida caduta del prezzo del suo ego." Si sta formando un carattere sociale che già appare abituato ad accettare come indiscutibile e quasi consustanziale quello che il capitalismo flessibile esige dalla sua condotta; un carattere aperto e disposto al continuo cambiamento professionale e di luogo, ma soprattutto, un consumatore dipendente da tutto quello che gli suggerisce la pubblicità.

Fra i capitoli che mi hanno più colpito, ci sono quelli dove sta l'impegno dell'autore nel recuperare il termine ed il concetto di 'Heimat' (che potrebbe indicare il piccolo luogo in cui ci si sente a casa). Sebbene tale concetto non appaia essere del tutto libero da una certa carica e connotazione ideologica, come sangue e suolo, patria, razza, anima, confortevolezza, ecc., che consiglierebbero di usarlo in maniera prudente, per l'autore 'Heimat' continua ad essere un luogo di indiscutibile appartenenza ed accettazione, un ambito sociale, familiare e vicino, che permette di identificarsi un questo mondo fatto di un sempre più crescente anonimato, mobilità, vuoto e frenesia, che si riflette nella zona commerciale delle nostre città. "Quest'ambito sociale, familiare e vicino, come categoria della nostra emancipazione, significa e presuppone distruggere il ghetto di una vita subumana, soprattutto per i vecchi e i bambini; riavviare le relazioni fra vicini; umanizzare l'architettura urbana [...] trasformare le città, che sotto il giogo della speculazione del territorio [...] sono state del tutto mercificate, (ri)convertendole in uno spazio dove si possa dispiegare le nostre vite in tutta la loro pienezza sensuale e recuperare ed esprimere la loro dimensione pubblica e sociale."

Sarebbero luoghi dove la democrazia potrebbe essere vissuta e sperimentata al fine di stabilire e mantenere il legame fra l'individuo e la sua comunità. Con la scomparsa di questi luoghi, le persone si sono socialmente isolate ed è aumentato il pericolo che diventino apatiche e politicamente disinteressate; entrambi gli estremi sono fattori di rischio in una democrazia che cresce conformemente al mercato. L'autore ci riporta come esempio di ciò che intende per 'Heimat', il mercatino settimanale della sua città, che corre il pericolo di sparire. In contrasto con la sobria ed affollata uniformità dei supermercati, elogia i vantaggi del suo mercatino: "E' come entrare in un diverso fuso orario. Nei mercatini ci andiamo a perdere tempo, non per guadagnarlo o risparmiarlo. Nei mercatini si percepisce ancora la densa sensualità del mondo, la sua succosa pienezza ed abbondanza. E' anche un luogo di corteggiamento e di conquista. Uno passeggia, guarda, viene guardato, incrociando occhiate si creano delle relazioni, la cui attrattiva consiste nel fatto che le parti non possono essere del tutto sicure che tali relazioni siano reali o soltanto immaginarie. Inoltre abbondano le risa. Il mercatino genera un'atmosfera molto particolare che si può spiegare solamente in una tale nicchia/angolo economico e nella sua particolare struttura temporale. Riassumendo: il mercatino settimanale è un'enclave in differita (di non simultaneità), una colorata oasi nella vita urbana oramai desertificate e del tutto commercializzata. Fa parte del sistema immunitario sociale, di una rete di relazioni e contatti sociali, di cui la gente necessita quanto del sistema immunitario fisico [...] Una comunità democratica necessita di luoghi dove si possa materializzare e dispiegare tale democrazia e la vita pubblica, necessita di luoghi doce si possa manifestare la nostra libido intesa come pulsione vitale. Fra tali luoghi si possono contare i teatri, i parchi pubblici, le piscine, i giardini botanici, le biblioteche e le pubbliche piazze. Vorrei aggiungere che l'autore si riferisce a tutto quello che, nello sforzo di una prevalente austerità, sta correndo il rischio di scomparire."

Passaggi come questo, sono per me la cosa più bella e più potente di questo libro. Dimostrano la virtuosa espressività dell'autore e ci fanno scoprire la sua metodologia: quasi sempre parte di ciò che egli percepisce intorno a sé, nel suo quartiere, per riflettervi e consolidarlo con una varietà di fonti teoriche e letterarie che lo ispirano ed aumentano la vitalità ed il colore del suo racconto. Götz Eisenberg ci consegna un libro importante ed emozionante che ci aiuta fornendoci dei punti di orientamento e di prospettiva in un mondo lacerato e pieno di ambivalenze e conflitti. Ci aiuta, aumentando la nostra sensibilità verso i processi quotidiani che spesso ignoriamo e trascuriamo. Non ci si può aspettare di più, da un libro.

- Joke Frerichs - pubblicato il 13/2/2015 su nachdenkseiten.de amoklogo

NOTE:

(*1) - In psichiatria, la sindrome Amok è una sindrome culturale o sindrome legata alla cultura e consiste in un'improvvisa e spontanea esplosione di rabbia selvaggia, che fa sì che la persona che ne è colpita si mette a correre all'impazzata o attacchi, armato, ferisca o uccida indiscriminatamente gli esseri viventi che appaiono sul suo cammino, fino a quando il soggetto non venga immobilizzato, o si suicidi. La definizione venne resa nota dallo psichiatra statunitense Joseph Westermeyer, nel 1972. Secondo gli psichiatri, il selvaggio attacco omicida viene generalmente preceduto da un periodo di ansia, di angoscia e di depressione moderata. Dopo l'attacco, la persona rimane esausta, a volte con una completa amnesia ed eventualmente finisce per suicidarsi.

(*2) - Capitalismo sfrenato, in tedesco "entfesselter Kapitalismus". La traduzione ancora più letterale potrebbe essere "capitalismo scatenato". L'idea è quella di un capitalismo senza nessuna regola, restrizione, limite, controllo... Eisenberg si riferisce alla fase attuale del capitalismo, iniziata con la svolta neoliberista.

fonte: El Blog del Viejo Topo

martedì 2 giugno 2015

Puritani & Feticisti

iris

Sarà bene confrontare la concezione di Platone, così come viene espressa nel Filebo, con quelle di due altri grandi puritani, Tolstoj e Kant. Come quella di Platone, la loro paura nei confronti dell'arte è in certa misura una paura nei confronti del piacere.
Secondo Tolstoj l'arte dovrebbe definirsi non attraverso il piacere che procura, ma attraverso lo scopo cui serve. La bellezza è connessa al piacere, l'arte è propriamente connessa alla religione, dato che la sua funzione è quella di comunicare i più alti sentimenti religiosi del tempo. Il genere di arte che Tolstoj trovava particolarmente detestabile (e che criticava apertamente, definendola «roba senza capo né coda»), era l'interiorizzante «arte per l'arte» dei «tardoromantici» (Baudelaire, Mallarmé, Verlaine), volutamente oscura e «i sentimenti che il poeta trasmette sono deteriori». Tolstoj condannava anche Shakespeare per mancanza di chiarezza morale. L'arte elaborata tende a divenire una sorta di menzogna.
Tolstoj concorderebbe con il Filebo: l'intensità e l'eccesso non hanno relazione con la verità. Le teorie estetiche accademiche sono pericolose perché presentano l'arte come una qualche sorta di complesso ed elevato mistero. Ma non c'è alcun mistero. Purezza, semplicità, sincerità, e assenza di ogni pretesa o presunzione, sono i caratteri dell' arte autentica, e tale arte viene universalmente compresa, proprio come le leggende popolari e le storie morali. La gente comune sa istintivamente che l'arte si degrada se non conserva la sua semplicità.
In base a questi criteri Tolstoj era dispostissimo a sconfessare quasi tutta la sua opera (salvava solo "Il prigioniero del Caucaso" e "Dio vede e provvede"). Tolstoj detestava in modo particolare l'opera lirica. Anche Platone l'avrebbe detestata. L'arte complessa o «grande» ci colpisce in un modo che non comprendiamo, e anche l'artista non comprende la propria attività, come nota Socrate con particolare interesse nell'Apologia, e con tono beffardo nello Ione.
Sia Platone sia Kant, essendo entrambi ben consapevoli dello spaventoso e subdolo egoismo dell'anima umana, sono ansiosi di edificare delle barriere metafisiche che interrompano certi battuti sentieri verso la depravazione, e di salvaguardare certe idee che sono desiderose di mescolarvisi. La quasi fanatica insistenza di Kant a riguardo della più rigorosa sincerità ha in Platone il proprio corrispondente, in certa misura offuscato dal suo scaltro tono scherzoso.
Platone vuole separare l'arte dalla bellezza, poiché egli considera la bellezza una cosa troppo seria per lasciare che se ne occupi l'arte.
Come tutti i puritani Piatone detesta il teatro. Il teatro è la grande dimora della volgarità: buffonate dozzinali, emozioni istrionesche, battute calunniose come quelle di Aristofane dirette contro Socrate. Il buon gusto è scacciato da una spettacolarità alla moda, da orribili effetti sonori naturalistici, e dalla rauca partecipazione del pubblico. Ci viene detto nel Filebo che lo spettatore prova emozioni impure, piaceri avvilenti, e le delizie del ridicolo, che è una specie di vizio, in opposizione diretta al precetto Delfico, e tale piacere impuro è caratteristico non solo del teatro ma «dell'intera tragedia e commedia della vita». Anche nelle Leggi, il nostro spensierato divertimento teatrale è paragonato alla tolleranza dell'uomo che solo scherzosamente critica i costumi dei malvagi fra i quali si trova a vivere. Il serio e l'assurdo debbono essere appresi insieme, ma le ridicole buffonate teatrali sono fatte solo per gli stranieri e gli schiavi: la virtù non è comica.
Nelle Leggi, un trattato che descrive una società assolutamente stabile, Platone rivolge alle arti quell'elogio (ed è un elogio) che esse ricevono oggi in Europa Orientale. L'impiego didattico dell'arte è analizzato in dettaglio, anche sui giochi dei bambini occorre esercitare un controllo. La musica e il canto debbono essere di carattere sacro e resi immutabili, come in Egitto, dove i dipinti e le sculture di diecimila anni fa non sono né migliori né peggiori di quelle di oggi. Il più importante cittadino nello Stato sarebbe il ministro della Pubblica istruzione. Le Muse e gli dei del gioco e della gara presterebbero il loro aiuto alla paura, alla legge, e alla retta ragione, e la cittadinanza verrebbe «costretta a cantare volentieri». La gente dovrebbe essere educata sin dai primi anni a gioire solo dei piaceri sani, e i poeti verrebbero costretti a spiegare che l'uomo giusto è sempre felice.
Il miglior paradigma letterario che lo scrittore possa avere (qui c'è una risonanza kafkiana) è il libro stesso delle Leggi.

Iris Murdoch - da "Il fuoco e il sole - Perché Platone condannò gli artisti" -

lunedì 1 giugno 2015

Vantaggi comparati



Tane da topo per elefanti - Il dilemma dell'industrializzazione ai fini dell'esportazione e il caso della Cina - di Robert Kurz

Per molto tempo, la speranza sociale nei paesi del Terzo Mondo ha guardato verso il paradigma della "liberazione nazionale". La dipendenza dalle economie imperiali dei vecchi Stati industriali doveva essere superata a favore di un'industrializzazione nazionale autonoma. Il mezzo per conseguire tale fine è sempre stato quello di offrire una maggiore o una minore impermeabilità al mercato mondiale, al fine di concentrarsi sulla propria economia interna. Le importazioni dai paesi industrialmente avanzati dovevano essere sostituite per quanto possibile da una produzione propria. Questa strategia, che com'è noto ha prevalso per molto tempo nelle sue innumerevoli versioni, non è riuscita a sviluppare un'alternativa storica al capitalismo occidentale, ma è servita a rappresentare, in molti Stati, il tentativo di portare tutto il paese verso la "modernizzazione" e a distribuire a ciascuno i frutti dello sviluppo.
Sotto molti aspetti formali, si può paragonare un simile progetto al mercantilismo, la dottrina dell'assolutismo europeo nei secoli 17° e 18°. Ma nella teoria sviluppistica del Terzo Mondo si trattava soltanto di un "mercantilismo a metà". A somiglianza della politica economica dei vecchi principi assolutisti, l'importazione delle merci doveva essere limitata e lo Stato doveva essere responsabile della pianificazione dell'economia nazionale, o perfino agire esso stesso come imprenditore. A differenza del mercantilismo storico, però, l'obiettivo non era l'esportazione ad ogni costo, bensì, al contrario, la concentrazione sul proprio sviluppo interno.
Anche questa differenza può essere spiegata facilmente. La dottrina mercantilista si basava sull'esportazione perché, in primo luogo, non voleva sviluppare il proprio paese in quanto tale, ma piuttosto strappare agli altri paesi quanto più denaro possibile, al fine di ingrossare i fondi di guerra dei principi predoni. L'esercito e la sontuosità della corte assolutista erano insaziabilmente avidi di moneta. I regimi sviluppistici del Terzo Mondo possedevano anch'essi tratti "assolutisti": erano autoritari, non di rado anche propensi ad una rovinosa ambizione militare e ad un'irrazionale pompa burocratica. D'altro canto, tuttavia, erano vincolati ad un momento socialmente emancipatore che si era sedimentato nell'opzione dello sviluppo interno. Erano forse meno avvezzi all'esportazione perché, in quanto ritardatari storici, non potevano imporsi allo stesso modo dell'assolutismo europeo, che allora non aveva nulla da temere in quanto concorrenza più forte sul mercato mondiale.
Il modello politico dello sviluppo del Terzo Mondo è crollato. Già prima del suo plateale collasso, ha sofferto una lunga agonia. In quanto è apparso subito chiaro che l'impermeabilità al mercato mondiale era assolutamente impossibile, a meno che si volesse lasciare da parte l'obiettivo dello sviluppo industriale. La sostituzione delle importazioni venne imposta soltanto sui prodotti relativamente semplici e poco numerosi. Molti componenti necessari per una produzione industriale complessiva non potevano essere elaborati dai paesi del Terzo Mondo. Se volevano svilupparsi industrialmente, dovevano innanzitutto importare tali componenti dal mondo occidentale. Il che significava che dovevano essere ottenute la valuta per fare questo, attraverso le proprie esportazioni. Poco a poco, l'economia dello sviluppo si vide suo malgrado obbligata a piegarsi all'esportazione o perfino al "mercantilismo totale", spesso a discapito dell'offerta interna di beni di consumo e di generi di prima necessità. La povertà, che si voleva eliminare, bussava di nuovo alla porta.
Via via che la disparità fra i costi di importazione e i ricavi dalle esportazioni aumentava sempre più, i regimi decidevano la riduzione del debito sui mercati finanziari internazionali. Ora, con questo la prospettiva dello sviluppo interno veniva ancora una volta ad essere negata. Di fatto, ora appariva chiaro che già a medio termine i costi per il credito erano più elevati dei rendimenti degli investimenti finanziati per mezzo di questo stesso credito. Il saldo fu la crisi dell'indebitamento del Terzo Mondo, che da allora continua a gonfiarsi. In poche parole, i rendimenti provenienti dalle esportazioni non potevano continuare ad essere utilizzati per lo sviluppo interno dell'economia, ma servivano quasi esclusivamente per coprire i debiti sui mercati finanziari globali. Questo fino ad oggi non è cambiato in niente. La maggioranza dei paesi del Terzo Mondo viene dissanguata. I vecchi regimi sviluppisti sono diventati gli ispettori del capitale monetario transnazionale ed in tal modo hanno perso ogni momento emancipatore.
Di questa necessità hanno fatto virtù le istituzioni internazionali come la Banca mondiale ed il Fondo Monetario internazionale, sotto l'egida dell'apertura neoliberista al mercato globale. Esse promettono una nuova prospettiva, diametralmente opposta alla vecchia teoria dello sviluppo: ora lo sviluppo non corrisponde più alla sostituzione delle importazioni ed alla vasta industrializzazione interna, ma piuttosto ad una industrializzazione ai fini dell'esportazione. Ciò significa che non si aspira più ad un complesso industriale ampio e su scala, che inglobi tutti i settori essenziali, a partire dall'industria di base fino alla produzione di beni di consumo, e che garantisca la coesione dell'economia interna. Invece di tutto questo, ogni paese deve ritagliarsi la sua "nicchia di esportazione" specifica, secondo la teoria del libero scambio, e concentrarsi su quei prodotti che possono essere fabbricati a costi relativamente bassi e per i quali ci siano pertanto "vantaggi comparati" sul mercato mondiale.
Purtroppo, questa teoria dei "vantaggi comparati" di David Ricardo (1772-1823) non ha mai funzionato, neanche in passato. Al massimo avrebbe potuto funzionare quando si fosse trattato di uno scambio fra nazioni che, in primo luogo, promuovono il grosso della loro produzione per mezzo dell'economia interna ed esportano o importano relativamente pochi prodotti e che, in secondo luogo, hanno quasi lo stesso livello di sviluppo. Entrambe le condizioni si applicano assai meno che mai al mondo attuale. Non ci troviamo davanti a dei livelli comparabili di sviluppo e neppure davanti ad economie nazionali coerenti. La globalizzazione del capitale ormai è già una manifestazione della crisi storica che ha raggiunto anche i paesi centrali del capitalismo. Ecco perché il divario dello sviluppo nonè diminuito. La crisi, perciò, deve colpire con virulenza maggiore i vecchi "paesi in via di sviluppo". A rigore, i concetti di "esportazione" e di "importazione" sono diventati assurdi. Soltanto sul piano formale si tratta ancora di uno scambio fra economie nazionali indipendenti.
Per questo, anche l'espressione "vantaggi comparati" finisce per diventare assurda. Non avviene in alcun modo che le nazioni producano il grosso per sé e che importino ed esportino solamente i prodotti per i quali prevalgono i "vantaggi comparati". Il nuovo immediatismo del mercato mondiale impone la fabbricazione solo dei prodi capaci di trovare il loro posto al sole a prezzi relativamente più bassi, lasciando andare tutto il resto. Anche per Ricardo questo sarebbe stato folle ed impossibile. Ciascun paese può occupare soltanto qualche nicchia di esportazione, mentre il resto viene inondato e soffocato dall'offerta globalizzata. I paesi, smettono di essere paesi e diventano zone del mercato mondiale con densità differenti. E questo equivale ad affermare che la possibilità di esistenza si apre solo a chi è in grado di prendere possesso delle nicchie del mercato mondiale. Questo non riguarda soltanto i lavoratori, ma anche gli imprenditori.
In realtà, la cosiddetta strategia dell'industrializzazione rivolta all'esportazione selettiva non è un concetto economico, ma semplicemente imprenditoriale. Gli ideologhi del libero-scambismo, cui già nel 19° secolo si deve la rovina di diversi milioni di persone, sostengono ora che la situazione non è necessariamente questa. Come presunta prova, invocano le "piccole tigri" del Sudest asiatico. Ma ci sono molte ragioni per cui anche l'opzione delle "piccole tigri" non sia sostenibile a lungo termine. Non solo esse vivono dei circuiti globali del deficit, ma minacciano anche continuamente di ricadere in nuove crisi di indebitamento a causa dei costi delle infrastrutture e degli investimenti nel quadro della razionalizzazione. A parte questo, rimane la questione se il successo relativo e storicamente forse solo effimeto di questi pochi nuovi arrivati sia estendibile a tutti.
L'industrializzazione selettiva orientata all'esportazione significa occupare nicchie nel mercato mondiale. Il termine "nicchia" tuttavia ci dice già che si tratta di uno spazio abbastanza ristretto e limitato. Le "tigri" hanno da essere un po' piccole, se vogliono, come paesi, incastrarsi in quello spazio. O per meglio dire: in realtà devono essere dei topi, poiché solo i topi entrano nella tana di un topo. Da qui la validità della regola: quanto più piccolo un paese, e quanto più piccola la sua popolazione, tanto più la strategia imprenditoriale delle nicchie di esportazione si armonizza con tutto lo Stato. E viceversa: tanto più grande un paese e tanto maggiore il suo numero di abitanti, più assurda diventa l'opzione delle nicchie del mercato mondiale.
Su questo si dispone di prove sia assolute che relative. Le stelle del mercato globale nel sudest asiatico, Hong Kong e Singapore, sono minuscole città-stato che hanno mendo di un sesto di abitanti della città di São Paulo. Questi topi hanno almeno un posto temporaneo nella tana di topo del mercato mondiale. Già il caso di paesi come la Corea del Sud, Taiwan o la Thailandia, in Asia, di Argentina e Cile, in America Latina, e di Polonia, Repubblica Ceca o Ungheria, nell'Est europeo, è un caso più delicato. Questi paesi che hanno all'incirca fra i 15 e i 50 milioni di abitanti, sono per lo più della dimensione di un gatto che di quella di un topo. Per questo, possono allocare nella nicchia solo una parte dei loro uomini e donne, e devono sopportare le ferite dovute alla compressione. Indonesia o India, in Asia, Brasile, in America Latina, e Russia, nell'Est europeo, tutti paesi con più di 120 milioni di abitanti, somigliano, a loro volta, a degli elefanti, ai quali l'offerta di un posto nella tana del topo diventa soltanto derisione o cinismo.
C'è però un paese al mondo rispetto al quale l'opzione della nicchia di esportazione assume per così dire un effetto terribilmente mostruoso e osceno. Questo paese è la Cina. L'enorme massa che eccede oggi i 1.200 milioni di abitanti non è più nemmeno un elefante, è semmai un mammut o perfino un dinosauro. Cosa avverrà quando si offrirà a questa montagna umana un confortevole posto nella tana del topo? Gli ideologhi neoliberisti del libero-scambismo sono abbastanza pazzi da fare una simile offerta con la massima ingenuità. E, di fatto, il governo cinese ha tentato negli ultimi decenni di passare alla strategia dell'industrializzazione ai fini dell'esportazione.
Nelle provincie del Sud sono state erette "zone economiche privilegiate", come Shenzen, che sono diventate attraenti per gli investitori stranieri in virtù dei benefici fiscali, dei bassi salari e per l'esenzione da imposte sociali o ecologiche. In condizioni pre-capitalistiche, lì si fabbricano principalmente componenti per imprese globalizzate del Giappone, di Hong Kong o dei paesi occidentali. I lavoratori sono lì acquartierati e vivono come prigionieri, le giornate di lavoro sono estremamente lunghe e non esistono quasi precauzioni per la sicurezza. Nel 1995, numerosi giovani lavoratori di un'impresa tessile rimasero carbonizzati perché le porte delle fabbriche non vennero aperte in seguito ad un incendio.
Nonostante le condizioni brutali, i settori di industrializzazione per l'esportazione possono impiegare, secondo una stima ottimistica, fino a 200 milioni di persone. A lungo termine, è impossibile che la Cina detti il ritmo dei mercati mondiali e, simultaneamente, porti avanti il grosso della sua riproduzione secondo criteri che non siano quelli del settore dell'esportazione. Ciò vale soprattutto per tutto il sistema creditizio e monetario così come per il tasso di cambio. L'industrializzazione volta all'esportazione è praticabile soltanto se la moneta è convertibile. Una moneta convertibile esige a sua volta che la quantità di moneta rimanga sotto controllo e che i crediti siano concessi solamente secondo regole di redditività.
Questo comporta gravi conseguenze per l'economia interna. Gran parte di più dei 200 milioni di imprese statali cinesi con più di 150 milioni di dipendenti sarebbero costrette a chiudere. Innumerevoli microimprese del settore dei servizi , che dipendono dal potere d'acquisto dei lavoratori dipendenti dell'industria di Stato, dovrebbero ugualmente chiudere. Lo stesso lavoro di cui vive gran parte dei cinesi, considerato improduttivo secondo i criteri globali, verrebbe condannato alla rovina. Al fine di evitare tali conseguenze, l'amministrazione cinese ha adottato una contabilità doppia. Non solo quotazioni differenti della moneta, ma anche forme diverse di rilevazione statistica camminano fianco a fianco. Gli elevati tassi di crescita che hanno lasciato stupefatto il mondo intero constano di elementi assolutamente eterogenei. Contengono, non solo la crescita reale dei settori di esportazione, ma anche la crescita puramente fittizia di gran parte dell'economia interna, che dipende dalle iniezioni statali della Zecca. Confrontando la statistica cinese delle esportazioni con le corrispondenti statistiche dei partner commerciali, appare, inoltre, che una parte dei numeri consiste di mere "esportazioni fittizie" che non sono mai esistite e servono solo alle imprese esportatrici per corrompere la propria burocrazia.
Mentre in Occidente, la Cina viene lusingata come pilastro del grande boom del 21° secolo, la situazione reale è diventata critica da tempo. Secondo le dichiarazioni dell'agenzia ufficiale  "Xinhua", nel 1995 il numero dei disoccupati ha raggiunto i 230 milioni, più del 25% della popolazione attiva. 150 milioni di persone vagano per il paese in cerca di un salario. L'inflazione fa sì che anche il mantenimento di base sia diventato esorbitante per molti. Prima o poi la contabilità doppia fallirà. Spiegherà allora il governo cinese, a mille milioni di abitanti, che essi sono "superflui" per l'economia di mercato? In molti villaggi, i contadini insorti rispondono alle pallottole della polizia e dell'esercito. Le province costiere già da molto tempo on trasferiscono al governo centrale le imposte riscosse. I periti dell'Istituto per gli Studi Internazionali di Londra temono lo scoppio imminente di una guerra civile in Cina. La terra del sogno del grande boom potrebbe diventare un modello catastrofico dell'industrializzazione ai fini dell'esportazione.
- Robert KurzPubblicato il 01/12/96 su "Folha de São Paulo" -
fonte: EXIT!

domenica 31 maggio 2015

Il latte e i bambini




L'industriale, intervistato, spiegò al reporter che la situazione era grave.
Nel paese c'era eccedenza di latte, e il consumo non riusciva ad assorbire la produzione intensiva.

  • Una calamità. Si figuri che il giornale cittadino protesta contro l'inquinamento del fiume, che è coperto  da uno strato biancastro. Non è niente di strano, è latte. Si sta gettando il latte nel fiume perché non si sa più dove buttarlo. Gli scarichi sono ormai intasati. La popolazione, come lei saprà, è insufficiente a bere tutto quel latte o a mangiarlo sotto forma di burro, ricotta, formaggio o cose del genere.
  • Insufficiente? Sembra che la produzione di bambini sia ancora superiore a quella del latte.
  • Numericamente sì, ma sono bambini che non hanno la capacità economica per bere latte. Hanno appena la bocca, capisce? E quindi non servono a nulla. Se ai genitori dei bambini mancano i soldi per acquistare il prodotto, è già tanto che si butti via il latte invece di buttare i bambini.
- Carlos Drummond de Andrade - da "Racconti Plausibili" -

sabato 30 maggio 2015

A che serve la realtà


Organizzate una falsa rapina. Assicuratevi che le vostre armi siano innocue e prendete l'ostaggio più affidabile, in modo da non mettere in pericolo vite umane (altrimenti ci si trasforma in criminali). Chiedete un riscatto e fate in modo che tutta l'operazione provochi il maggior trambusto possibile: in breve, rimanete fedeli alla "verità", per verificare la reazione del sistema di fronte a un perfetto simulacro. Non ci riuscirete: la rete dei segni artificiali si mescolerà inestricabilmente con gli elementi reali (un poliziotto che spara a vista sul serio; un cliente della banca che sviene e muore d'infarto; il finto riscatto che viene consegnato), e in breve vi ritroverete ancora una volta, senza volerlo, nella realtà, la cui principale funzione, tra le altre, è precisamente quella di distruggere ogni tentativo di simulazione, di ridurre tutto al reale...

- JEAN BAUDRILLARD, "Simulacri e impostura" -

venerdì 29 maggio 2015

Il caffè dello Starbucks e la "fragranza finale"


L'antropocene come feticismo di Daniel Cunha

“Una società sempre piú malata, ma sempre piú potente, ha ricreato il mondo come ambiente e scenario della sua malattia, come pianeta malato” 

- Guy Debord - Il pianeta malato -
L'Antropocene è diventato un concetto di moda nelle scienze naturali e sociali. Esso descrive "l'epoca geologica dominata dall'uomo", in quanto in questo periodo della storia naturale è l'Uomo che controlla i cicli bio-geo-chimici del pianeta. Il risultato, tuttavia, è catastrofico: la distruzione del ciclo del carbonio, ad esempio, porta verso il riscaldamento globale che si sta avvicinando a dei punti critici che potrebbero diventare irreversibili. La crescita esponenziale della nostra libertà e del potere, cioè, della nostra capacità di trasformare la natura, si traduce ora in una limitazione alla nostra libertà, inclusa la destabilizzazione della struttura stessa della vita. Il grado più alto è stato raggiunto con il problema del riscaldamento globale. In questo contesto, diventa chiaro come l'Antropocene sia un concetto contraddittorio. Se "l'epoca geologica dominata dall'Uomo" ci sta portando verso una situazione in cui l'esistenza degli umani potrebbe essere a rischio, allora vuol dire che c'è qualcosa di assai problematico con questo tipo di dominio della Natura che si riduce ad un "substrato di dominio" il quale dovrebbe essere investigato. La premessa, banale, è che il dominio umano dovrebbe essere messo in discussione - dopo tutto, ci deve essere qualcosa di disumano o di oggettivato in un dominio il cui esito potrebbe essere l'estinzione della razza umana.

Quello che qui viene sostenuto è che, proprio come per la libertà, l'Antropocene è una promessa non mantenuta. Allo stesso modo in cui la libertà, nel capitalismo, è vincolata dal feticismo e dalle relazioni di classe - le dinamiche capitalistiche sono vincolate alla legge e fuori dal controllo degli individui; i lavoratori sono "liberi" nel senso che non sono "proprietà" come gli schiavi, ma anche nel senso che sono "liberi", separati dai mezzi di produzione, deprivati delle loro condizioni di esistenza; i capitalisti sono "liberi" nella misura in cui seguono le regole oggettivate dell'accumulazione del capitale, diversamente fanno bancarotta - lo è anche il metabolismo sociale con la natura. Pertanto, sostengo che l'Antropocene è la forma feticizzata dello scambio fra Uomo e Natura storicamente specifico al capitalismo, allo stesso modo in cui la "mano invisibile" (del mercato) è la forma feticizzata della "libertà" di scambio fra gli uomini.

Fin dall'accumulazione primitiva, il capitale ha causato una frattura metabolica fra Uomo e Natura. Empiricamente, è stato osservabile, quanto meno a partire dall'impoverimento del suolo causato dalla separazione fra città e campagna nell'Inghilterra del 19° secolo. Nel 21° secolo, tuttavia, questa frattura si è globalizzata, ed ha incluso le interruzioni critiche del ciclo del carbonio (riscaldamento globale), del ciclo dell'azoto, e la crescita del tasso di perdita di biodiversità che implica il fatto che l'umanità è già fuori da uno "spazio operativo sicuro" per quanto riguarda le condizioni ambientali globali. L'Antropocene appare , quindi, come la distruzione globalizzata dei cicli naturali globali - e, cosa ancora più importante, non in quanto (per una qualche ragione) distruzione pianificata, intenzionale e controllata, ma in quanto effetto collaterale non voluto del metabolismo sociale con la natura, che appare sempre più fuori controllo. Tutto questo può essere illustrato tramite esempi. Nel caso del ciclo del carbonio, la combustione di carburanti fossili avviene in quanto fonte di energia per il sistema industriale e per il sistema dei trasporti. L'estrazione massiccia di carbone ha avuto inizio in Inghilterra nel corso della rivoluzione industriale di modo che, con questa nuova forma di energia mobile, le industrie potessero muovere ed allontanarsi dalle dighe per andare verso le città dove il lavoro era più a buon mercato.

Non c'era alcuna intenzione di manipolare il ciclo del carbonio o di causare il riscaldamento globale, né alcuna coscienza di star facendo una cosa del genere. Il risultato, tuttavia, è che, nel 21° secolo, la concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera si trova già oltre il limite di sicurezza di 350 ppm, che consente uno sviluppo umano a lungo termine. Così come per il ciclo dell'azoto, che è stato distrutto dall'industrializzazione dell'agricoltura e dalla produzione di fertilizzanti, ivi inclusa la concentrazione di azoto atmosferico per mezzo del processo Haber-Bosch. Anche in questo caso, non c'era alcuna intenzione di pianificare il controllo del ciclo dell'azoto, di causare l'eutrofizzazione dei laghi, o di indurre il collasso degli ecosistemi. Anche qui, il limite di 62 milioni di tonnellate all'anno di azoto rimosso dall'atmosfera è stato ampiamente superato, con 150 milioni di tonnellate nel 2014. Una storia simile potrebbe essere raccontata a proposito del tasso di biodiversità perduta, e a proposito del ciclo del fosforo e dell'acidificazione oceanica, che seguono il medesimo schema. L'epoca geologica "dominata dall'Uomo", a questo proposito, appare assai più come un prodotto del caso e dell'incoscienza, piuttosto che un adeguato controllo dei cicli materiali globali, nonostante i riferimenti di Crutzen a Vernadsky e Chardin, allo "aumento di coscienza e pensiero" e al "mondo del pensiero" (Noosfera). "Loro non lo sanno, ma lo fanno" - questo è quel che Marx diceva a proposito dell'attività sociale feticizzata mediata dalle merci, e questa è la chiave per una comprensione critica dell'Antropocene.

Infatti, Crutzen colloca l'inizio dell'Antropocene nella progettazione della macchina a vapore durante la rivoluzione industriale. Tuttavia, anziché essere svolta come una mera osservazione empirica, si dovrebbero investigare concettualmente, nella forma capitalistica delle relazioni sociali, i fattori determinanti dell'epoca geologica "dominata dall'Uomo". Con la sua analisi del feticismo, Marx ha mostrato come il capitalismo sia una formazione sociale nella quale c'è una prevalenza di "relazioni materiali fra individui e relazioni sociali fra cose, " in cui "la circolazione del denaro come capitale è un fine in sé". Il capitale è l'inversione in cui il valore di scambio governa l'uso, il lavoro astratto governa il lavoro concreto: "una formazione sociale in cui il processo di produzione padroneggia l'uomo, invece del'opposto," e la sua circolazione sotto forma di denaro e di merci per amore dell'accumulazione costituisce il "soggetto automatico", "il valore che si auto-valorizza". Collocare l'Antropocene nel capitalismo, pertanto, implica un'indagine nel rapporto fra Antropocene ed alienazione, o, come è stato ulteriormente sviluppato da Marx, il feticismo. Questo è il nucleo delle contraddizioni dell'epoca geologica "dominata dall'Uomo". Secondo Marx, la forma mediata dal lavoro delle relazioni sociali del capitalismo acquisisce vita propria, indipendente dagli individui che partecipano alla sua costituzione, sviluppandosi in una sorta di sistema oggettivo, sopra e contro gli individui, e determinando sempre più gli scopi ed il significato dell'attività umana. Il lavoro alienato costituisce una struttura sociale di dominio astratto che aliena i legami sociali, in cui "dopo aver iniziato come il condottiero del valore d'uso, il valore di scambio finisce per condurre una guerra che è del tutto e solo sua". Tale struttura, tuttavia, non appare essere costituita socialmente, ma naturalmente. Il valore, la cui forma fenomenica di apparenza è il denaro, diviene in sé una forma dell'organizzazione sociale, una comunità perversa. Questo è l'opposto di quello che potrebbe essere chiamato "controllo sociale". Un sistema che diventa quasi-automatico, oltre il controllo cosciente di coloro che sono coinvolti, ed è guidato dalla compulsione di un'accumulazione senza limiti come fine in sé, ha necessariamente come conseguenza la distruzione dei cicli materiali della Terra. Chiamarlo "Antropocene", tuttavia, è chiaramente impreciso, da un lato, in quanto è il risultato di una forma storica specifica di metabolismo con la Natura, e non di un essere ontologico generico (antropo), e, dall'altro lato, perché il capitalismo costituisce un "dominio senza soggetto", cioè, in cui il soggetto non è l'Uomo (e nemmeno la classe dirigente), ma il capitale.

E' importante notare che il feticismo non è una mera illusione che dovrebbe essere decifrata, di modo che la classe "reale" e lo sfruttamento ambientale possa essere compreso. Come ha sottolineato lo stesso Marx, "per i produttori... le relazioni sociali fra i loro lavori privati appaiono per quello che sono, per esempio, come relazioni materiali fra persone e come relazioni sociali fra cose"; "il feticismo delle merci... non è situato nelle nostre menti, di modo che noi (non)percepiamo la realtà, ma nella nostra stessa realtà sociale." E' per questo che neanche le prove scientifiche della distruzione ecologica, sempre raccolte post festum, sono in grado di fermare la dinamica distruttiva del capitale, mostrandoci ad un livello caricaturale l'inutilità della conoscenza senza un utilizzo. Il fatto che ora "sanno molto bene che cosa stanno facendo, eppure continuano a farlo" non confuta, ma piuttosto conferma che le forme delle relazioni sociali sono oltre ogni controllo sociale, e semplicemente cambiando il nome di "Antropocene" (a "Capitolocene" o qualsiasi altro nome) non si risolverebbero le contraddizioni sociali e materiali inerenti. La produzione sociale diretta dal valore, cioè, la produzione determinata dalla minimizzazione del tempo di lavoro socialmente necessario, si traduce in modo oggettivato di produzione materiale e di vita sociale che può essere descritta da leggi "oggettive". Tempo, spazio e tecnologia vengono oggettivati dalla legge del valore. Certo, gli agenti della "valorizzazione del valore" sono esseri umani, ma essi svolgono la loro attività sociale come "maschere di carattere", "personificazioni delle relazioni economiche": il capitalista è il capitale personificato ed il lavoratore è il lavoro personificato. La valorizzazione, feticista, auto-referenziale, del valore per mezzo dello sfruttamento del lavoro (M-C-M') con le sue caratteristiche di espansione ed astrazione dal contenuto materiale implica il carattere ecologicamente distruttivo del capitalismo, cioè, che nel capitalismo "lo sviluppo delle forze produttive è simultaneamente lo sviluppo delle forze distruttive".

Il valore che si auto-valorizza crea un "sistema industriale a palla di neve" che non è consapevolmente controllato, "una forza indipendente da ogni volontà umana". In tale contesto, non sorprende che la distruzione dei cicli ecologici globali venga presentata come "l'Antropocene", cioè, come un concetto che allude ad un processo naturale. L'Uomo viene presentato come una forza geologica cieca, come un'eruzione vulcanica o come variazioni nella radiazione solare, è un'espressione della forma naturalizzata o feticizzata delle relazioni sociali prevalente nel capitalismo.

Quindi, le strutture tecniche con cui l'Uomo svolge il suo metabolismo con la Natura sono logicamente segnate dal feticismo. Come ha notato Marx, "la tecnologia rivela la relazione attiva dell'uomo con la natura, il processo diretto della produzione della sua vita, e con ciò mette anche a nudo il processo della produzione delle relazioni sociali della sua vira, e delle concezioni mentali che decorrono da queste relazioni." Nel capitalismo, i processi di produzione non vengono progettati secondo i desideri e le esigenze dei produttori, secondo le considerazioni ecologiche o sociali, ma secondo la legge del valore. Prendendo come esempio i sistemi energetici del mondo, è stato dimostrato che non c'è alcun vincolo tecnico che impedisca la completa transizione all'energia solare, nel giro di venti o trent'anni, se consideriamo il valore d'uso delle energie fossili e di quelle rinnovabili (il loro ritorno di energia e il fabbisogno materiale), cioè, è tecnicamente possibile utilizzare energia fossile per costruire un'infrastruttura solare per fornire al mondo energia in una quantità e qualità sufficiente allo sviluppo umano. Questa transizione, che è desiderabile, necessaria ed urgente (a causa del riscaldamento globale) dal punto di vista del valore d'uso o della ricchezza materiale, non avviene, tuttavia, perché l'energia fossile è assai più adatta all'accumulazione del capitale: il capitale è andato in Cina per sfruttare lavoro a buon mercato e carbone a buon mercato, provocando un forte picco nelle emissioni di carbone alla vigilia di un'emergenza climatica, in un chiaro sprazzo di irrazionalità feticistica. Più in generale, l'ecologista americano Barry Commoner ha mostrato come nel 20° secolo molti prodotti sintetici (come la plastica ed i fertilizzanti) siano stati sviluppati prendendo il posto dei prodotti naturali e biodegradabili. Tuttavia, i nuovi prodotti non erano meglio dei vecchi; la transizione era stata effettuata solo perché era più redditizio produrli, sebbene fossero molto più inquinanti e dannosi per l'ambiente - infatti viene mostrato che queste nuove tecnologie sono state il fattore principale per l'incremento dell'inquinamento negli Stati Uniti, superiore all'incremento della popolazione e dei consumi.

Naturalmente, la legge del valore non determina soltanto i prodotti finali, ma anche i processi di produzione, che devono essere costantemente intensificati sia in termini di ritmi che di efficienza materiale, se non in termini di estensione della giornata lavorativa. Già ai suoi tempi, Marx ha evidenziato il "fanatismo che il capitalista mostra per economizzare sui mezzi di produzione" arrivando fino a cercare i "rifiuti della produzione" al fine di riutilizzarsi e riciclarli. Tuttavia, sotto la forma capitalistica della produzione sociale, gli incrementi di produttività si traducono in una minore quantità di valore creato per ogni unità materiale, cosicché viene promosso un consumo allargato di materiale. Questa tendenza generale è osservabile empiricamente nel cosiddetto Paradosso di Jevons. quando l'efficienza cresce si produce eventualmente come effetto di rimbalzo un aumento della produzione materiale. E' stato dimostrato per la prima volta da William Stanley Jevons, il quale ha presentato dei dati che dimostravano come l'economia del carbone della macchina a vapore, durante la rivoluzione industriale, avesse determinato un aumento del consumo di carbone. Quello che in un produzione sociale consapevole avrebbe portato a dei benefici ecologici (un aumento di efficienza nell'utilizzo delle risorse), nel capitalismo incrementava il plusvalore relativo, e quando rafforzava l'accumulo distruttivo senza limiti del capitale e un sistema tecnologico che è soprattutto inappropriato. E' sorprendente che vi siano molti ambientalisti che ancora predicano l'efficienza come se fosse un rimedio ecologico, senza accorgersi che la forma sociale capitalistica di ricchezza (valore) trasforma la produttività in una forza distruttiva.
Anche la maniera in cui il capitalismo affronta il problema dell'inquinamento è configurato dall'alienazione: ogni cosa può essere discussa, tranne il modo di produzione basato sulla mercificazione e la massimizzazione dei profitti. Dal momento che la produzione viene portata avanti da unità produttive isolate, il controllo socio-tecnico si limita ad un controllo esterno, attraverso la regolazione statale che impone tecnologie di fine ciclo e meccanismi di mercato. Il Protocollo di Kyoto è il miglior esempio di meccanismo di mercato. Esso rappresenta la mercificazione del ciclo del carbonio, stabilendo il principio di equivalenza, la forma stessa del feticismo delle merci, in una sorta di Borsa del Carbonio. Pertanto, questo implica tutto un processo di astrazione dalla qualità ecologica, sociale e materiale al fine di rendere possibile l'equivalenza delle emissioni di carbonio, delle dislocazioni, e dei depositi situati in contesti ecologici e sociali molto differenti. Il processo di astrazione include la parificazione delle riduzioni di emissione in contesti ecologici e sociali differenti, la parificazione delle riduzioni di emissione attuate con tecnologie differenti, la parificazione del carbone di origine fossile con quello di origine biotica, la parificazione delle diverse molecole per mezzo del concetto di "carbonio equivalente" e della definizione di "foresta che non richiede alcun requisito di biodiversità.

Tuttavia, come avviene con ogni merce nel capitalismo, il valore d'uso (riduzione delle emissioni di carbonio) è governato dal valore di scambio. L'inversione feticistica fra valore d'uso e valore di scambio che caratterizza il capitalismo implica che l'obiettivo effettivo di tutto il processo di scambio di emissioni sia il denaro, non la riduzione delle emissioni. Gli esempi empirici abbondano. Lo schema di scambio non offre alcun incentivo per una transizione tecnologica a lungo termine, ma soltanto per guadagni finanziari (il tempo è moneta) a breve termine. Le correzioni permettono in pratica agli inquinatori di rimandare la transizione tecnologica, mentre il corrispondente progetto di CDM (Meccanismo di Sviluppo Pulito) probabilmente genera un effetto di rimbalzo che favorirà l'impiego di combustibili fossili nei paesi in via di sviluppo. Semplici riduzioni tecnologiche, come bruciare il metano nelle discariche, consentono alla prosecuzione delle emissioni di carbonio da parte delle grandi aziende. Alcune industrie hanno fatto più profitti mitigando le emissioni di HFC-23 di quanti ne abbiano fatti con le merci che producono, mentre hanno generato un'enorme quantità di correzioni che hanno permesso di nuovo agli inquinatori di continuare con le loro emissioni. E la comparazione di progetti sulla base di scenari "possibili" permettono tragicamente l'incremento diretto delle emissioni, ad esempio, finanziando miniere di carbone che mitigano le emissioni di metano. E potrebbero essere fatti molti altri esempi. Il fatto che il riscaldamento globale sia determinato dalle emissioni cumulative rivela, su qualsiasi significativa scala temporale umana, l'effetto perverso di questo schema guidato dal valore di scambio: oggi, i ritardi nella riduzione delle emissioni vincolano le possibilità del futuro. Ancora una volta, come avrebbe potuto essere compreso in anticipo con la semplice critica marxiana, il valore di scambio diviene dominante sul valore d'uso, così come la ripartizione delle emissioni di carbonio viene determinata non da criteri socio-ecologici, ma secondo le esigenze della valorizzazione o secondo "l'allocazione ottimizzata delle risorse" - quando il mercato globale de carbonio ha raggiunto il record di 176 miliardi di dollari nel 2011, La Banca Mondiale ha detto che "una considerevole porzione di scambi è motivata principalmente da operazioni di copertura, aggiustamenti di portafogli, profitti ed arbitraggio", tipico gergo da speculatori finanziari. Kyoto, con il suo approccio quantitativo, non affronta, ed ostacola, la transizione qualitativa necessaria ad evitare un catastrofico cambiamento climatico. Anche se notevoli quantità di capitale vengono mobilitate attraverso i sistemi di scambio, le emissioni di carbonio continuano ad aumentare.

In questo scenario, diventa sempre più probabile che si renda necessaria l'applicazione di una tecnologia fine-ciclo. Con l'avvento dello Stato sociale e della regolamentazione ambientale, una miriade di tali tecnologie sono state utilizzate al fine di mitigare le emissioni industriali nell'acqua nell'aria e nel suolo - filtri, impianti di depurazione, ecc.. Il problema è che queste tecnologie possono essere applicate solamente in particolari unità produttive, quando è fattibile, nel contesto delle produzione guidata dal valore, cioè, solo se non compromettono la redditività delle imprese. Avviene, però, che l'estrazione e lo stoccaggio del carbonio (CCS) sia ancora troppo costoso per essere utilizzato nelle unità di produzione e nel sistema dei trasporti. Pertanto, quella che è venuta alla ribalta è la geoingegneria, l'ultima tecnologia fine-ciclo, la manipolazione diretta del clima stesso - attraverso l'uso di processi quali l'emissione di aerosol nella stratosfera per riflettere le radiazioni solari, oppure la fertilizzazione degli oceani per mezzo del ferro per indurre la crescita delle alghe che assorbono il carbonio. La sua origine si può far risalire alla guerra del Vietnam ed ai progetti stalinisti, ed uno dei suoi primi sostenitori è stato Edward Teller, il padre della bomba atomica. Ci sono enormi rischi in un simile approccio, dal momento che il sistema climatico ed i suoi sottosistemi non sono stati ancora pienamente compresi e sono soggetti alla non-linearità, punti critici, trasformazioni improvvise, e caos. Inoltre, l'inerzia del sistema climatico implica l'irreversibilità del riscaldamento globale su una scala temporale di un millennio, cosicché le tecniche di geoingegneria dovrebbero essere applicate per la stessa quantità di tempo, cosa che sarebbe un onere per dozzine di generazioni future. In caso di fallimento tecnologico delle applicazioni di geoingegneria, il risultato potrebbe essere catastrofico, con un repentino cambio climatico.

Considerando però il suo relativo basso costo, è probabile che il capitalismo si assuma come al solito un tale rischio al fine di riuscire a preservare la sua ricerca feticistica del profitto, facendo della geoingegneria una sorta di pallottola d'argento da sparare sul riscaldamento globale. Certamente, c'è la spaventosa possibilità che si possano combinare geoingegneria e modelli commerciali, di modo che i progetti geoingeregnistici possano generare crediti di carbonio in un mercato concorrenziale. Era questa l'idea della Planktos Inc. con il suo controverso esperimento di fertilizzazione degli oceani che fa intravvedere un futuro distopico nel quale il clima mondiale viene manipolato secondo gli interessi dei profitti delle imprese. E' chiaro che il controllo capitalista dell'inquinamento, sia attraverso meccanismi di mercato che di regolamentazioni statali, assomiglia all'hegeliana civetta di Minerva: essa (re)agisce solo successivamente al processo alienato di produzione ed al processo generale di alienazione sociale. Tuttavia, se il nucleo della distruttività è il processo feticistico stesso che viene riprodotto nel sistema di scambio, e le tecnologie di fine-ciclo sono soggette al fallimento e alle complesse dinamiche che non sono razionalmente accessibili sulla scala temporale delle istituzioni umane (almeno nella loro forma attuale), sia il mercato che i meccanismi statali potrebbero fallire nell'evitare un catastrofico cambiamento climatico.

Le future proiezioni del riscaldamento globale da parte degli economisti neoclassici rivelano il nucleo alienato dell'Antropocene in tutta la sua essenza. Nei modelli integrati climatico-economici, come quelli sviluppati da William Nordhaus e Nicholas Stern, il tasso di interesse finale determina quello che è accettabile in termini di concentrazione atmosferica di gas serra e del suo rispettivo impatto (inondazioni costiere, perdita di biodiversità, distruzione dell'agricoltura, epidemie, ecc.), in quanto "l'analisi di costi-benefici" deduce l'impatto futuro dagli attuali guadagni composti. Ma come mostrato da Marx, l'interesse è la parte del profitto che il capitalista industriale paga al capitalista finanziario che precedentemente gli ha prestato il denaro-capitale, dopo che il processo di valorizzazione è andato a buon fine. L'interesse prodotto dal capitale è il valore è la capacità che possiede il valore d'uso di creare plusvalore o profitto. Pertanto, "nell'interesse prodotto dal capitale, la relazione di capitale raggiunge la sua forma più superficiale e feticizzata", "denaro che produce denaro", "valore che si auto-valorizza". L'interesse prodotto dal capitale è la perfetta rappresentazione feticistica del capitale, in quanto progressione geometrica automatica di produzione di plusvalore, un "puro automa". Conseguentemente, la determinazione, per mezzo del tasso di interesse, del metabolismo sociale futuro con la Natura è la massima espressione del carattere feticistico di questa forma storica di metabolismo sociale con la natura, cioè, del nucleo feticista del cosiddetto Antropocene, a prescindere dalla grandezza del tasso di interesse. Nel capitalismo, il tasso di interesse determina gli investimenti e le allocazioni di risorse, e superare tutto questo non è una questione moralistica (ed irrealistica) usando un abbassamento della grandezza dell'interesse, come fa Stern, ma si tratta di superare lo stesso modo di produzione capitalistica.

Gli scenari futuri determinati dal tasso di interesse, in fin dei conti, negano la storia, dal momento che soltanto nel capitalismo il tasso di interesse è socialmente determinante, dal momento che è capitale nella sua forma più pura. Mentre nel capitalismo l'interesse prodotto da capitale diviene assolutamente adatto alle condizioni della produzione capitalistica, e la promuove per mezzo dello sviluppo del sistema creditizio, nelle formazioni sociali pre-capitalistiche, "l'usura impoverisce il modo di produzione, paralizza le forze produttive". Questo avviene perché nel capitalismo il credito viene accordato nell'aspettativa che esso funzionerà come capitale, che il capitale prestato verrà usato per valorizzare il valore, verrà usato per appropriarsi di lavoro "free" non pagato, mentre nel Medioevo gli usurai sfruttavano i piccoli produttori ed i contadini che lavoravano per sé stessi. La determinazione della futura relazione sociale metabolica con la natura per mezzo del tasso di interesse è quindi un'estrapolazione del modo capitalistico di produzione e di tutte le sue categorie (valore, plusvalore, lavoro astratto, ecc.) riguardo al futuro, la feticizzazione della storia - ancora una volta, tutto questo è in linea con il termine Antropocene, che fa riferimento ad un Uomo astorico.

Inoltre, il tipo di analisi di costo-benefici che Nordhaus e Stern svolgono, tende a negare non solo la storia, ma la materia stessa, in quanto il compromesso fra degrado delle risorse materiali e crescita astratta implica l'assoluta intercambiabilità fra le diverse risorse materiali, e quindi fra la ricchezza astratta (capitale) e la ricchezza materiale, cosa che in pratica è un falso presupposto. Ad esempio, il più elementare processo di sintesi naturale necessario alla vita sulla Terra così come noi la conosciamo, la fotosintesi, non è tecnologicamente sostituibile, cioè, nessun ammontare di valore di scambio la potrebbe rimpiazzare. Inoltre, sintetizzare le complesse interazioni ed i flussi materiali e di energia che costituiscono ecosistemi con caratteristiche differenti e su scale diverse, con le loro storie che dipendono da percorsi naturali, non è affatto un compito banale - interazioni materiali e specificità sono esattamente ciò da cui il valore di scambio astrae. Quello che un tale tipo di analisi dà per scontato è che la forma merce stessa, con la sua sostanza comune (valore) che permette lo scambio fra differenti risorse materiali in quantità definite, sia staccata dal suo contesto materiale ed ambientale. Ma è proprio questo distacco, o astrazione, che porta alla distruttività. "Il sogno implicito del capitale è quello dell'illimitatezza assoluta, una fantasia di libertà in quanto completa liberazione dalla materia, dalla natura. Questo 'sogno' del capitale sta diventando l'incubo di quelli da cui il capitale si sforza di liberare sé stesso - il pianeta e i suoi abitanti" (Postone).

Da ultimo, ma non ultimo, il capitale sta provando ad incrementare i suoi profitti anche sfruttando la stessa ansietà causata dalla prospettiva di una catastrofe ecologica, estendendo la produzione di soggettività da parte dell'industria culturale. Per esempio, le caffetterie Starbucks offrono ai loro clienti un caffè che è un po' più caro, ma sostengono che parte del denaro va alle foreste del Congo, ai bambini poveri in Guatemala, ecc.. In tal modo, la coscienza politica viene depoliticizzata per mezzo di quello che viene chiamato "effetto Starbucks". Lo possiamo anche vedere nelle pubblicità commerciali. In una di queste, dopo delle scene che raffigurano un qualche genere di catastrofe naturale indefinita, intercalate con scene di un falegname che costruisce un'imprecisata struttura di legno e con scende di donne in quella che sembra una sfilata di moda, viene rivelato il vero contesto reale: le modella stanno andando verso una sorta di Arca di Noè costruita dal falegname, di modo che così potranno sopravvivere alla catastrofe ecologica. Lo scopo della pubblicità viene alla fine svelato: vendere deodorante - "la fragranza finale". Lo slogan - "Felice fine del mondo" - sfrutta esplicitamente il collasso ecologico al fine di vendere merci.
Opposizione e volontà politica sono state sedotte e si sono adattate alla forma merce, penetrando perfino nella stessa scienza climatica. Alcuni scienziati sembrano essersi accorti di questa pressione pervasiva, da parte del feticismo economico, sulla scienza, quando affermano: "l'obiettivo, per quanto scomodo, è quello di liberare la scienza dall'economia, dalla finanza, e dall'astrologia" oppure "la geoingegneria è come un tossicodipendente che trova un nuovo modo per lasciare i suoi figli senza un soldo". La decarbonizzazione viene sempre richiamata ad essere "economicamente sostenibile". Ciò che è necessario, tuttavia, è che emerga nel pubblico dibattito una critica più radicale, una posizione esplicitamente anticapitalistica che rifiuti le richieste di accumulazione di capitale nella definizione delle politiche socio-ambientali - non da ultimo perché pare sia già impossibile conciliare il limite di riscaldamento globale a due gradi celsius e allo stesso tempo mantenere la "crescita economica".

Bisogna sottolineare che la feticizzazione qui descritta e la sua distruttività ecologica sono uno sviluppo storico specifico al capitalismo, e che questo può essere superato: il metabolismo sociale con la natura non è necessariamente distruttivo. Il feticismo delle merci ed il lavoro come categoria sociale mediante (lavoro astratto) sono storicamente specifici al capitalismo, e sono cominciati con l'accumulazione primitiva. L'Antropocene in quanto distruzione globalizzata della natura è l'esternalizzazione del lavoro alienati, la sua logica conclusione materiale. Superarlo, richiede la riappropriazione di quello che è stato costituito sotto forma alienata, cioè, la demercificazione dell'attività sociale umana o il superamento del capitalismo. La tecnologia così riconfigurata e socializzata non verrebbe più determinata dalla redditività, ma sarebbe la traduzione tecnica di nuovo valori e tenderebbe a diventare arte. Anziché essere determinata dall'unidimensionale valorizzazione del valore, la produzione sociale sarebbe il risultato di una molteplicità di criteri comunemente discussi, che promanano da considerazioni sociali, ecologiche, estetiche ed etiche, ed oltre - in altre parole, la ricchezza materiale deve essere liberata dalla forma valore. Tecnologie come l'energia solare, la microelettronica e l'agroecologia, per esempio, potrebbero essere usate per dare forma ad un mondo di abbondante ricchezza materiale e ad un consapevole metabolismo sociale con la natura - un mondo con abbondante rinnovabile energia pulita, abbondante tempo libero sociale grazie alle forze produttive altamente automatizzate, ed abbondante cibo prodotto ecologicamente, sotto il controllo sociale.

Allora e solo allora l'Uomo potrebbe avere il controllo consapevole dei cicli materiali planetari e potrebbe usare questo controllo a scopi umani (anche decidendo di lasciarli nel loro stato "naturale). In realtà, questo significa prendere molto sul seria la promessa dell'Antropocene, cioè, l'Uomo dovrebbe avere il controllo consapevole dei cicli materiali planetari, estendere il territorio della politica finora lasciato ai ciechi meccanismi della natura e, nel capitalismo, al feticismo delle merci. E questo non solo perché le forze produttive sviluppate dal capitalismo lo permettono - sebbene finora è avvenuto senza un consapevole controllo sociale - ma anche perché potrebbe essere necessario. La civiltà si è adattata alle condizioni oloceniche che hanno prevalso negli ultimi diecimila anni, e dovremmo essere preparati ad agire per preservare queste condizioni cje permettono lo sviluppo umano, o mitigare i cambiamenti improvvisi, dal momento che potrebbero essere messe in pericolo non solo dall'attività umana (feticizzata), ma anche da cause naturali, cosa che è già accaduta molte volte nella storia naturale (come nel caso dei cicli glaciali-interglaciali attivati da perturbazioni nell'orbita della Terra, o la catastrofica estinzione dei dinosauri dovuta all'impatto di un meteorite). La "mano invisibile" (feticizzata) e l'Antropocene (feticizzato) sono le due facce della stessa medaglia, della stessa inconsapevole socializzazione, e dovrebbero essere entrambe superate per mezzo della comunalizzazione dell'attività sociale, cioè, il controllo reale dei cicli materiali planetari dipende dal controllo sociale consapevole della produzione mondiale.

Andrebbe  sottolineato che ciò che qui chiamiamo "feticismo" non è semplicemente la denominazione imprecisa dell'Antropocene, bensì la forma dell'interscambio materiale stesso. Ed ancora una volta ciò che emerge è una vera e propria prospettiva utopica, la promessa della realizzazione dell'Antropocene, non in quanto constante antropologica o forza "naturale", ma in quanto essenza della specie pienamente storica che controlla consapevolmente e da forma alle condizioni materiali del pianeta. Se, come affermava il giovane Marx, il lavoro alienato aliena la specie dell'Uomo, la riorganizzazione liberatrice dello scambio socio-materiale libererebbe il potenziale della specie in essa incorporato, sebbene socialmente negato, nell'Antropocene. La geoingegneria e la tecnologia avanzata in generale liberata dalla forma valore e dalla ragione strumentale potrebbe essere usata non solo per risolvere il problema climatico, ma anche, come ha scritto Adorno, "aiutare la natura ad aprire gli occhi", per aiutarla "sulla povera Terra a diventare quello che forse vorrebbe essere". Le forze avanzate della produzione implicano che la visione utopica poetica di Fourier, richiamata da Walter Benjamin, potrebbe materializzarsi:

"il lavoro cooperativo aumenterebbe l'efficienza a tal punto che ci sarebbero quattro lune, ad illuminare il cielo di notte, le calotte polari indietreggerebbero, l'acqua di mare perderebbe il suo gusto salato, e le bestie da preda eseguirebbero gli ordini dell'uomo. Tutto questo disegna un genere di lavoro che, lungi dallo sfruttare la natura, l'aiuterebbe a dare alla luce quello che giace dormiente nel suo ventre." (Walter Benjamin).

Anche l'eliminazione della brutalità (predazione), nella natura, e l'abolizione dei macelli per mezzo della produzione di carne sintetica appare oggi alla portata teorica attraverso la "riprogrammazione genetica" e la tecnologia delle cellule staminali. Questo va oltre i sogni più selvaggi delle utopie marcusiane. Certo, tutto questo richiede una lotta sociale che sovverta la produzione determinata dalla valorizzazione del valore e liberi, per prima cosa, il potenziale umano. D'altra parte, come al solito, siamo portati a vedere determinato il nostro futuro materiale sulla Terra dal tasso di interesse, dall'emergenza della geoingegneria, e dal caso.
- Daniel Cunha - pubblicato su Mediations, volume 28, n° 2, primavera 2015 -