lunedì 8 aprile 2013

Marcello Torre

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Pubblico una cosa che ho scritto anni fa, credo su una mailing list, e che stranamente non ho mai riportato su questo blog. Lo faccio ora perché un'amica me l'ha fatta tornare in mente questa cosa, magari anche dando un'importanza eccessiva al suo valore; una cosa che è e rimane parte di me.


E' una vecchia storia, risale al 1974 e ai mei vent'anni e poco più. A vent'anni la pensavo, più o meno, come la penso ora. Ero andato a Vallo della Lucania, un paese del Cilento, dove
si doveva svolgere un processo. Il processo a Giovanni Marini.
Molti di voi sono troppo giovani per ricordarsi queste cose.
Comunque si trattava di una storia di "antifascismo".
Io ero lì diciamo per una faccenda di "Soccorso Rosso".
Coordinare gli avvocati, preparare iniziative. Informare la cittadinanza locale su quello che avveniva, e così via.

Fra gli avvocati del collegio di difesa di Giovanni Marini, c'era anche un giovane avvocato di Pagani, amico della famiglia dell'imputato e, udite udite, democristiano.
Si chiamava Marcello Torre.
Ecco, io simpatizzai subito, con quel giovane avvocato e, lui con me.
Tant'è che una volta che mi portarono in manette al commissariato del paese, per una piccola storia d'effrazione di un edificio disabitato (allo scopo di stendere uno striscione), mentre mi trovavo nelle mani del famoso commissario Juliano (quello che si faceva fotografare con la pistola infilata nella cintola), che temporeggiava sul rilascio mio e di Franco Leggio (noto anarchico ed ex-partigiano), prima che arrivassero i "nostri" avvocati, Marcello era già lì, dieci minuti dopo, per tirarci fuori. E ci tirò fuori.
Quando un mese dopo, finito il processo, dovetti apprestarmi a lasciare quel paesino, con Marcello, ci furono strette di mano ed abbracci.
Come in quel mese c'erano state bevute e discussioni.
Marcello Torre era destinato a diventare, qualche tempo dopo, sindaco di Pagani, sempre da democristiano.
Così come era destinato ad essere ucciso dalla mafia.
Io mi onoro di essere stato suo amico, e se avesse chiesto il mio voto, io, che sono un convinto astensionista, glielo avrei dato, senza esitare un attimo.
Ma sono convinto che, se mai ne avessi avuto bisogno, anche lui non si sarebbe tirato indietro. Magari mi avrebbe rifornito di un qualcosa di poco lecito, che andava contro la sua morale tanto quanto il voto va contro la mia.

domenica 7 aprile 2013

Diario de campaña

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Sarà proprio lui, "El Viejo", "Il Vecchio", come lo chiamano a dispetto dei suoi soli 39 anni, lui, Cipriano Mera, antimilitarista fervente, il più convinto propugnatore della militarizzazione delle milizie; per poter affrontare una guerra civile spagnola, che non è più una rivoluzione ma una spietata carneficina.
Una decisione assai dura, per Cipriano, dettata dalla necessità di confrontarsi col nemico. La conosce assai bene, Cipriano, la necessità. Ci ha dovuto fare i conti da subito, nel corso della sua vita. E lo farà fino all'ultimo giorno, nel corso di quella guerra. Fino al 29 marzo del 1939. Sarà suo. l'ultimo fronte. Negrin, La Pasionaria, Modesto, Lister, El Campesino e Carrillo si trovano, già da un mese e più, in Francia, e sarà Largo Caballero in persona a congratularsi con Cipriano Mera per la sua resistenza in Spagna: le congratulazioni gli arrivano direttamente dall'esilio. Il giorno prima che lasciasse la Spagna, il 28 marzo, aveva ricevuto due valigie con gioielli e denaro - come tutti gli altri capi repubblicani. Le devolverà al Banco de España, accompagnate da una nota "Da parte di Cipriano Mera".

Cipriano Mera

Se ne può convenire o meno, ma Cipriano si rese conto che sottomettere i suoi uomini alla disciplina militare, era l'unica possibilità che avevano per uscire vivi dalla guerra contro un nemico disciplinato e ben equipaggiato. Uscirne vivi e vincere. Come aveva fatto a Guadalajara, sfruttando il fattore sorpresa, contro le truppe di Mussolini che subirono pesantissime perdite e fuggirono abbandonando gran parte dell'equipaggiamento. Degli uomini di Cipriano, invece, ne morì uno solo, di freddo; e un altro rimase ferito per essersi sparato, per sbaglio, un colpo al piede. Oppure, come aveva fatto a Cuenca, quando con 80 miliziani espugnò una caserma dove si erano barricate 300 guardie civili. "Mi chiamo Cipriano Mera e i miei uomini, qui fuori, vi distruggeranno" - lo disse con tale convinzione che le guardie si arresero, senza che venisse versata una sola goccia di sangue. Erano le sue doti: quelle di cacciatore di frodo nella tenuta del Palazzo Reale di El Pardo; quelle di attore, che aveva coltivato nei teatri sociali degli Atenei Libertari. Quante volte si travestì per attraversare il fronte, per infiltrarsi, per avere notizie di prima mano su quello che andava a succedere. Peccato che quel film di Otto Preminger, sulla sua vita, non arrivò mai ad essere girato!

Il documento scritto a macchina - che riporto qui sotto - sono i diari di guerra del IV Corpo dell'Esercito del Centro. E' un documento inedito, mai stampato né, tanto meno, tradotto dallo spagnolo. E' stato ritrovato in un armadio - insieme ad altri manoscritti, ricordi di quest'uomo - in una casa dove vivevano i suoi nipoti che non sapevano niente del passato di Cipriano Mera.

scienziati pazzi

Grindell-Matthews

E' la notte di natale del 1930, quando uno strano camion parcheggia ad Hampstead Heath, a nord di Londra. Dal suo rimorchio sporge quello che ha tutta l'aria di essere un cannone. In quella stessa notte, sopra la città appaiono, fluttuando, angeli spettrali di luce, provocando la fuga di moltissime persone atterrite, mentre altre si inginocchiano in mezzo alla strada, pensando di assistere ad un fenomeno soprannaturale.
Qualche giorno più tardi, lo stesso spettacolo celeste si ripete, questa volta a New York. Ma non si tratta di angeli, stavolta; quello che appare in cielo sono bandiere, con stelle e strisce.
Ben presto, si scoprì che si trattava di una sorta di dimostrazione: un proiettore capace di rendere visibili, sulle nuvole notturne, immagini di ogni tipo. Qualcosa di uguale, o di molto simile, al dispositivo usato da Batman per proiettare il suo bat-segnale nel cielo sopra Gotham City!
Il proiettore, ideato dall'inglese Harry Grindell Matthews, aveva funzionato alla perfezione, ed era stato capace di proiettare ogni genere di immagine, compreso un orologio che mostrava l'ora corrente agli attoniti testimoni, a diversi chilometri di distanza. C'è da aggiungere che, purtroppo per l'inventore, né questa, né altre delle sue invenzioni, arrivarono mai a diventare qualcosa di più di una notizia divertente da pubblicare sui giornali.

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Inventore, genio, pazzo, ciarlatano, imbroglione, avventuriero. Chi era Harry Grindell Matthews? Come definire qualcuno che, per decenni, ha sostenuto di aver inventato dispositivi geniali che non funzionavano mai? Truffatore, almeno! Ma il problema sta nel fatto che Harry Grindell Matthews, in effetti, brevettò e dimostrò il funzionamento di alcune delle sue invenzioni.
Era nato nel 1880, e mostrò, da sempre, un comportamento eccentrico e un'indole solitaria, sebbene questo non gli abbia mai impedito di essere un maestro della messinscena e della pubblicità. Studiò il fenomeno dell'elettricità, combatté nella guerra boera, in SudAfrica e, soprattutto, si dedicò ad ... inventare. Affascinato dal mondo della radio, realizzò alcuni dei primi esperimenti della trasmissione della voce, in Inghilterra. Nel 1909, brevettò il suo "aerofono", una sorta di telefono cellulare primitivo che doveva servire a comunicare, sugli aerei e persino sulle automobili. Certo, il dispositivo sembrava funzionare, però l'impresa che creò, per dargli uno sbocco commerciale, fallì ben presto, soprattutto a causa dei dissidi che ebbe con quello che avrebbe potuto essere il suo principale cliente: l'esercito inglese. Questi dissidi, erano dovuti al fatto che l'inventore si rifiutava di spiegare cosa ci fosse dietro la sua tecnologia e anche al fatto che le sue dimostrazioni insistevano a fallire, all'ultimo minuto. Questo era il motivo per cui le autorità lo consideravano un ciarlatano, e per cui la stampa lo adorava.

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Ad ogni modo come sia, come non sia, bisogna dire che inventò un sistema di controllo remoto per veicoli senza pilota con cui vinse un concorso del governo britannico, e questo in piena Prima guerra mondiale. Dopo aver pagato i debiti, frutto della sua avventura con l'aerofono, Grindell si dedico all'invenzione di ogni tipo di aggeggio: un radar molto primitivo, un detector di sottomarini, un sistema per girare pellicole sonore che venne ignorato dall'industria cinematografica inglese e, questo va detto, il suo famoso ... RAGGIO DELLA MORTE.
Nessuno ha mai visto come funzionava, questo raggio della morte, ma la pubblicità che riuscì ad ottenere con questa supposta invenzione, per mezzo di filmini pubblicitari, fu tale che divenne una celebrità. Con gli anni, certo, la sua figura è stata dimenticata, senza lasciare tracce per quello che è stato lo sviluppo della tecnologia, ed il suo nome non dice niente a nessuno, oramai, ma se si dovesse cercare un prototipo dell'inventore, uno "scienziato pazzo", qualcosa alla Dottor Zarro (Zarkov) di Flash Gordon, per intenderci, allora bisogna andare a ripescare Harry Grindell Matthews!

sabato 6 aprile 2013

c’è tempo

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Questo intervento sul tempo nel romanzo, venne pronunciato da Dashiell Hammett, a Parigi, nel giugno del 1935, nel corso del Congresso dell'Associazione Internazionale degli Scrittori per la Difesa della Cultura, cui parteciparono poeti e narratori provenienti da tutti gli angoli della Terra.

Il bisogno di "tempo" nel romanzo contemporaneo è profondamente vero, ma si sono dette e scritte in proposito molte sciocchezze. Una delle ragioni più spesso invocate è che siccome la vita ha un ritmo molto più rapido di una volta, lo scrittore deve cercare di adattarvisi. Sotto certi aspetti noi viviamo più velocemente, eppure avremmo bisogno, per morire di fame, di altrettanto tempo che i nostri antenati; Shakespeare riteneva l'amore altrettanto effimero di Edna Saint-Vincent Milley oggi; una giornata in prigione non è affatto più corta di quanto fosse una volta, e un soldato greco che scannava i persiani con il pugnale, alle Termopili, doveva muoversi altrettanto velocemente di un cinese col fucile mitragliatore, oggi a Tacheng. C'è l'automobile, certo, ma non riesco a trovare nessun collegamento tra la sua esistenza e i problemi dello scrittore moderno.
La questione non è di sapere quanti avvenimenti sia possibile provocare in un breve lasso di tempo. La pausa, per esempio, non è certamente contraria al "tempo", e tuttavia, finché essa dura, non succede niente. Molto è stato detto, e resta ancora da dire, sull'influenza reale e probabile del cinema sulla letteratura contemporanea.
Si è detto innanzitutto che il cinema ha abituato migliaia di eventuali lettori a esigere per il loro divertimento un movimento rapido, la varietà, un costante cambiamento di ritmo e che, di conseguenza, il romanziere che spera di vendere i suoi libri ad alcune di queste migliaia di persone dovrebbe studiare a fondo la tecnica cinematografica. Non discuto il primo argomento, ma il secondo è stato così esagerato che ha fatto, temo, molti danni.
Il romanzo e il film sono due mezzi d'espressione differenti; inutile negarlo col pretesto che la M.G.M. ha più clienti della Random House. Per la verità, le Poste e Telegrafi ne hanno ancora di più, e sono più vicini al romanzo. Un romanzo è un insieme di parole, e dovendo mettervi un po' di "tempo", è nelle parole che bisognerà introdurlo. Un film è una successione di immagini parlanti e per quanto riguarda il "tempo" il problema della parola non è stato ancora risolto. L'azione deve venir rallentata, le macchine da presa trattenute perché gli attori abbiano il tempo di dire le loro battute. Andando e venendo da una scena all'altra quel che principalmente si ottiene è un ritmo visivo. In un libro, questo procedimento dà nella maggior parte dei casi l'impressione di un gratuito saltellio e sfocia nell'oscurità e nella fiacchezza del disegno. Sarebbe stupido sostenere che il romanziere non ha nulla da imparare dal cinema. Ma potrebbe avere da imparare qualcosa anche dal teatro, dalla radio, dalla musica e dalla pittura. La mia intenzione è soltanto quella di dimostrare che non credo alla necessità di uno studio approfondito del cinema nella formazione del romanziere contemporaneo; a meno che, evidentemente, non miri al mercato hollywoodiano. Non penso che scrivendo una sceneggiatura e chiamandola romanzo, ci si metta sulla strada buona.
Quando un romanziere pensa alla sua opera secondo un'estetica, credo che per lui dovrebbe esistere soltanto l'estetica del romanzo. Mi rendo conto che, prima della fine di questa settimana, qualcuno potrebbe confutarmi pubblicando un eccellente romanzo, del tutto contemporaneo, sviluppato al massimo quanto al suo "tempo" e interamente influenzato dal cinema. Tutto quello che potrei dire sarebbe: "Tante felicitazioni, fratello, ma io continuo a pensare che non hai scelto la strada più giusta".
Il lavoro del romanziere contemporaneo è quello di prendere i suoi brandelli di vita e sistemarli sulla carta. Più il loro passaggio dalla strada alla carta è diretto, e più sembrano veri.
Il romanzo contemporaneo ha bisogno di "tempo", non per comprimere in ogni pagina il massimo possibile di cose, ma per dare l'impressione del veramente contemporaneo, di cose che accadono "qui e ora", per imporre al lettore la sensazione dell'"immediato".
Periodi equilibrati, scene cesellate, solidi capitoli che procedono deliberatamente vanno bene per lo scrittore che dice al suo lettore: "Ascolta, queste cose sono successe, ora te le racconto". Non vanno invece per colui che dice: "Guarda, ora ti mostro ciò che succede". Questo tipo di scrittore deve sapere come gli avvenimenti si producono, non come più tardi ci se ne ricorda, ed è in questo modo che deve narrarli.
Questo è, secondo me, il "tempo".

- Dashiel Hammett -

In Linea d’Ombra N.3, ottobre 1983 (traduzione di Goffredo Fofi)

venerdì 5 aprile 2013

Ambasciate e tunnel

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Prima che venissero creati il SIM (Servicio de investigación Militar) ed il DEDIDE (Departamento Especial de Información del Estado), quest'ultimo gestito da Partito Comunista, nel corso della guerra civile spagnola, c'erano i cosiddetti Servicios Especiales del Ministerio de la Guerra. Tali servizi vennero creati fra l'agosto ed il settembre del 1936, su consiglio degli alti ufficiali del Ministero della Guerra, fedeli alla Repubblica, e furono diretti, dapprima, da Prudencio Sayagües, un dirigente della Gioventù della Sinistra Repubblicana. I servizi contavano, fra i loro uomini di fiducia persone come Ferando Arias Parga, José María Jareño ed il cappellano militare Pablo Sarroca Tomás. Quest'ultimo era un personaggio degno di comparire in un romanzo di Pio Baroja; amico personale di Manuel Azaña, una volta affrancatosi dalla disciplina ecclesiastica, si guadagnò ben presto fama di gran bevitore e puttaniere. Aveva il compito di svolgere gli interrogatori e di ottenere, non importa come, le confessioni. Le detenzioni e le esecuzioni, decise da Sayagües, Arias Parga, Jareño y Sarroca, venivano portate a termine dai famosi fratelli Colina Quirós, affiliati al Partito Comunista.
Nel novembre del 1936, Prudencio e i suoi agenti scapparono a Valencia, ed il colonnello Rojo venne incaricato di riorganizzare i Servizi, i quali verranno rinominati "Segundo Negociado de la Segunda Sección de Estado Mayor". Alla riunione costitutiva, svoltasi nei sotterranei del Ministero delle Finanze, a Madrid, erano presenti, oltre al colonnello Rojo, il comandante Barceló, il comandante Pavón, il colonnello Piñeiros, il comandante Rolao, il capitano Lafuente, Manuel Salgado e Manuel González Marín. Gli ultimi due, erano gli unici civili, membri della CNT. E verrà deciso da tutti i presenti che sarà proprio Manuel Salgado Moreiras, membro del comitato di Difesa CNT-FAI di Madrid, a guidare i Servizi, e a renderne conto al colonnello Rojo.
Salgado decide di creare due sottosezioni di controspionaggio. La prima è diretta dall'asturiano Bernardino Alonso, “el ruso”, militante della CNT, così soprannominato per essere sopravvissuto al "biennio nero", a Mosca. Agli ordini di "el ruso", lavorano numerosi agenti affiliati alla CNT; uomini dei Comitati di Difesa confederali come Félix España, Celestino García López, Melchor Baztán, Antonio Prieto, Mariano García Cascales (segretario delle Juventudes Libertarias di Madrid e consigliere della Junta de Defensa del generale Miaja), Eloy de Miguel, Enrique Rufo, Felipe Sandoval, Miguel Ayala “el chato”; oppure provenienti dalla disciolta "checa de Atadell", come Ángel Pedrero ed il vecchio poliziotto Luis Omaña (futuro comissario di policía a Valencia); ed altri, che non si sa bene da dove vengano, come Horacio de Paz, Jesús “el canario” ed “el señorito”.

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Nella calle Fernández de la Hoz, al numero 57, si trova la seconda sottosezione del controspionaggio creato da Salgado. La dirige César Ordax Avecilla, pittore, scrittore e giornalista della CNT. In questa sezione si svolgono le azioni di controspionaggio più importanti. Il 20 dicembre del 1936, la spia di origine belga, Jaques Borchgrave, che usava il titolo di "barone", viene prelevato mentre esce dalla sede dell'ambasciata del Belgio. Avecilla ne comunica la detenzione a Eduardo Val, il quale decide che il barone venga immediatamente trasferito nella sede del Comitato di Difesa. Da lì, dopo un lungo interrogatorio, viene condotto nei pressi del cimitero di Fuencarral, dove viene giustiziato. La decisione era stata presa da Eduardo Val, da José García Pradas e da Manuel Salgado, senza che il colonnello Rojo ne venisse informato. Quando viene ritrovato il cadavere, senza documenti (sono state rimosse persino le iniziali, ricamate sulla camicia), il giudice di Fuencarral ne ordina la sepoltura, dandone comunicazione - come è prassi - anche al Consiglio di Madrid. Ma, allo stesso tempo, comunica anche - con enorme sorpresa di chi lo ha fatto fuori - l'esistenza di un'etichetta, all'interno dei pantaloni indossati dal morto, su cui si può leggere, scritto a mano, "“Barón de Borchgrave-Sr. Borchgrave”.
Le indagini, avviate dalla Direzione Generale per la Sicurezza, ben presto scoprono che lo status di diplomatico del barone è assolutamente falso, mentre viene alla luce la sua vera professione di affarista, e sembra che questi "affari" ... "non siano proprio di una rettitudine esemplare”. Il suo status di spia è più che evidente, sebbene non venga ufficializzato. Intanto, il Ministero della Guerra, nella sua ignoranza, incarica Salgado ed i suoi agenti di trovare urgentemente gli autori del delitto: Salgado se ne sta, ovviamente, ben zitto.
Lo scandalo diplomatico è enorme, ed è tutto un lanciarsi accuse fra il Ministero di Stato della Repubblica ed il governo belga. Allo stesso tempo, il governo spagnolo accetta di pagare alla famiglia della vittima, un milione di franchi, come risarcimento.
Nel frattempo, la sezione di controspionaggio diretta da Avecilla, non se ne sta certo con le mani in mano, e progetta addirittura l'apertura di una falsa ambasciata. La scelta cade sul ... Siam, di cui non esistono diplomatici in Spagna. Una villa al numero 12 della calle Juan Bravo, ospiterà la sede dell'ambasciata. L'operazione viene progettata nella sede del Comitato di Difesa, dai soliti Val, Salgado e Pradas.
Stavolta decidono di avvalersi della collaborazione di un professionista. Antonio Verardini Ferreti, CNTista occasionale, fornito di un dubbio titolo di "ingegnere" e con un turbolento passato di truffatore alle spalle. Scarcerato il 18 luglio 1936 insieme a Cipriano Mera, rimarrà sempre a fianco di quest'ultimo, con la qualifica di Capo di Stato Maggiore della Colonna di Mera. Sarà Verardini, l'ambasciatore del Siam!

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Lo scopo della finta ambasciata, è quello di ingannare gli "scontenti" ed i "quintacolunnisti", ed attrarli nel presunto rifugio dell'ambasciata. A far da amo, ci pensa Alfonso López de Letona, noto rampollo di una famosa famiglia madrilena, il quale è stato segretario di Antonio Goicoechea e membro occasionale della Falange, ed ha numerosi amici rifugiati nelle ambasciate ed in altri centri che battono bandiera diplomatica. Mentre ce ne sono moltissimi altri che se ne stanno nascosti. Lòpez de Letona è un vecchio amico di Verardini, si sono conosciuti in carcere - che è sempre un ottimo posto per forgiare stretti vincoli di amicizia. Preoccupato per la propria vita, Lòpez de Letona si è rivolto a Veradini, chiedendogli protezione. Verardini mette un prezzo, e lo ottiene: il prezzo è che faccia correre la buona novella dell'apertura dell'ambasciata del Siam. Che lo vengano a sapere i vecchi amici di destra, quelli che stanno nascosti ed hanno paura di essere scoperti. Che ci vadano, all'ambasciata del Siam, con i loro familiari e, soprattutto, con i gioielli ed il denaro che tengono nascosti. Verranno accolti e protetti, nell'ambasciata del Siam! Del resto, lui, Lòpez de Letona, lo ha già fatto, e ci si trova benissimo. E' un'occasione da non perdere.
Non passerà troppo tempo, ed i primi, incauti, si presentano. Vengono ricevuti con grande attenzione, vengono accolti ed alloggiati in accoglienti appartamenti, tutti dotati di microfoni nascosti, per registrare le conversazione che, poi, Salgado, veniva tutti i giorni ad ascoltare.
Ma si sa, i militari di carriera mancano di senso dell'umorismo, e così quando Luis Bonilla si lascia scappare, con il generale Miaja, un accenno all'ambasciata, quest'ultimo si indigna per la villania dello stratagemma, si arrabbia ed esige - ottenendolo – che l’ambasciata venga immediatamente chiusa. Così, i poveri pochi ospiti dell'ambasciata stessa, sconcertati, vengono condotti, per ordine del generale, nei locali della Brigada de Investigación Criminal.
Ah, dimenticavo, di loro non si saprà più niente!
Ma Ordax Avecilla non dorme, e se ne inventa un'altra: il tunnel di Usera.
E’ un altro trucco, simile a quello della falsa ambasciata. L'amo, stavolta, sempre a cura del povero Lòpez de Letona, sta in una voce che si doveva far correre perché raggiungesse le orecchie giuste, in luoghi adeguati, come il Bar Negresco o il Chicote. La storia raccontava che, ad Usera, esisteva un tunnel che portava alla zona franchista. Grazie ad esso - assicurava la voce - un gran numero di patrioti erano già riusciti a mettersi in salvo. C'è solo un problema, però, continuava la voce, costa denaro, e non poco, ma il risultato è garantito. Ovviamente il risultato era quello di venire uccisi, dopo essere stati spogliati di tutto, nel tunnel.

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Intanto nella sottosezione di Bernardino Alonso le cose cominciano a complicarsi quando si scopre che sia lui che uno dei suoi, sono agenti al servizio dei russi che hanno base presso l'Hotel Gaylord, dove hanno partecipato a frequenti riunioni. Salgado si sente tradito e sostituisce Alonso con un altro uomo della CNT, Vicente Santamaría, poi rimpiazza quasi tutti gli altri agenti e ne incorpora di nuovi. Felipe Sandoval diventa il braccio destro di Santamarìa.
Il primo problema che si presenta a Santamarìa, è quello della sparizione dell'archivio dei Servizi Speciali. Alonso se l'è portato via senza chiedere permesso e lo ha senza dubbio consegnato nelle mani di Alexander Orlov. L'ordine di arresto contro Alonso, richiesto da Salgado e dettato da Miaja, viene reso vano dai servizi sovietici che, con un'azione brillante e fantasiosa, nascondono Bernardino Alonso nel Palazio Nacional, il vecchio Palacio Real, residenza ufficiale del Presidente della repubblica, Manuel Azaña.
Nel marzo del 1937, i servizi verranno sciolti dal colonnello Rojo. Era arrivata l'ora di Galarza, e del Departamento Especial de Información del Estado (DEIDE)!

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giovedì 4 aprile 2013

L’amara vittoria di Guy Debord

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Certo, però, che se hai letto la Società dello Spettacolo non puoi trovare strana la mostra su Guy Debord, fatta dalla Biblioteca Nazionale di Francia! E' un'operazione che, minimo minimo, costituisce la prova della giustezza della sua analisi a proposito del processo di mercificazione delle nostre vite, di tutta la vita, il diventare merce di tutte le cose; tristemente, è anche una prova dell'alienazione spettacolare della cultura e, allo stesso tempo, del fallimento delle famose strategie - evidenziate nella mostra - che avrebbero dovuto permetterci di sfuggire a questo destino mortifero.
Per dirla con Baudrillard, "Come la società del Medioevo era fondata sull'equilibrio fra il consumo ed il diavolo, così la nostra società si fonda sull'equilibrio fra il consumo e la sua denuncia".

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Così, tutto quello per mezzo di cui Debord "denunciò" violentemente, gli effetti della mercificazione delle azioni della vita culturale, ci viene restituito sotto forma di merce, perché se ne soffra in pompa magna: le sue note di lettura, illeggibili scarabocchi, vengono esposti come dei trofei per gli occhi spalancati degli avventori; più lettori che spettatori: "iconoclasme situationniste oblige"; i suoi film vengono proiettati nei modi abituali delle mostre: panche scomode, angoli bui, riproduzione continua (solo che i suoi film vengono dati fuori dalla mostra, e gratis);

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le lettere, scritte di sua mano nel fuoco dell'azione tattica, diventano, dentro le teche di vetro, una sorta di reliquia - dei feticci - dell'onorato uomo di Lettere, e i suoi pensieri brevi, progettati come graffiti che si rivolgevano all'operaio, diventano lo spettacolo distaccato di un'espressione auto-referenziale, in un ambiente accogliente, dove i "flaneurs benjaminiani" li osservano con negligenza. E infine, ciliegina sulla torta, degli affascinanti inservienti (davvero!) si muovono a velocità vertiginosa attraverso le sale dell'esposizione per impedire ai fotografi amatoriali di catturare dei ricordi personali.

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Divertente, è il fatto che - come sottolinea Antonio Casilli, sul suo blog - questa mostra arrivi giusto una settimana dopo che la BNF ha presentato il suo progetto ReLire di digitalizzazione dei libri del XX secolo, per il quale è prevista una commercializzazione, secondo la quale "se i titolari dei diritti non si opporranno, questi libri entreranno in gestione collettiva nel settembre del 2013. Allora essi potranno essere rimessi in vendita sotto forma digitale."
Cosicché, come sottolinea Casilli, "E' qui che il copyright si fa spettacolo, nella misura in cui quest'ultimo - secondo Debord - non è altro che il veicolo del rapporto commerciale. All'occorrenza, il rapporto in cui la cultura si espone alla predazione ed al recupero commerciale di quella parte che non appartiene all'impresa privata, ma alle istituzioni dello Stato, le quali riescono nel colpo doppio di patrimonializzare e  capitalizzare il bene comune, rappresentato dall'opera stessa di uno dei primi intellettuali che ha teorizzato il superamento di ogni proprietà intellettuale."

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mercoledì 3 aprile 2013

la classe

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A quanto pare, devono essere decisamente sorpresi, capitalisti e banchieri, di tutta questa "tranquillità"! Devono essere sorpresi se George Magnus, della UBS Investment Bank - colosso finanziario svizzero - si interroga a proposito dell'eccessiva quiete delle strade europee.
Quindi - viene da dire - gli stati europei, i capitalisti ed i loro apologeti, si aspettavano sconvolgimenti politici di massa, ed adesso sembrano stupiti del fatto che non siano avvenuti. Ora, nonostante la completa mancanza di resistenza, da parte della classe operaia europea - non importa quali misure e restrizioni vengano imposte - fatto sta che attività economiche e profitti continuano a contrarsi. Ogni volta che viene tagliata una nuova pensione, o viene licenziato un altro lavoratore, l'economia dell'euro-zona declina in maniera assai più che proporzionale.
Dopo un'iniziale ondata di protesta, fra il 2008 ed il 2011, la classe operaia europea sembra essersi decisamente "calmata". A tal punto che il banchiere di cui sopra si chiede: "il tessuto sociale europeo è più robusto di quanto pensassimo ... o questa è solo una calma ingannevole?" (Per tessuto sociale, naturalmente, si intende il controllo politico esercitato dalla borghesia sulla classe operaia). Insomma, di fronte all'inefficacia - se non all'inesistenza - di una risposta operaia all'austerità, banchieri e funzionari governativi si domandano se la tregua attuale sia o meno, "reale".
Sostiene "lo svizzero"  che gli eventi hanno danneggiato seriamente la "fiducia" dei lavoratori nei confronti della socialdemocrazia europea: adesso, ognuno può guardare Cipro e realizza che, se "le condizioni lo richiederanno", l'Unione Europea arriverà e si prenderà i suoi risparmi e la sua pensione. Come dire che la mancanza di fiducia della classe operaia europea, nei confronti dei propri governi nazionali, è una bomba a orologeria che potrebbe scoppiare in qualsiasi momento. Nota "lo svizzero" che: "Ci siamo già passati!", suggerendo, in modo appropriato, che la crisi del 1930 ha portato ad Auschwitz e alla seconda guerra mondiale. Certo, ci sono differenze, ma: "... il problema oggi, come allora, è lo stesso, vale a dire l'inadeguatezza dei tradizionali canali politici in grado di affrontare la crescente preoccupazione per la perdita della sicurezza economica, della stabilità sociale e, sì, dell'identità culturale."; facendo così uso di alcuni eufemismi che si riferiscono, da una parte, alla crescita dei gruppi fascisti, già presenti in molti parlamenti dei paesi europei e, dall'altra, al sentimento anti-statalista che si era visto all'opera durante la guerra civile spagnola.
Di fronte ad una simile attualità, in cui si cerca di ripristinare il profitto in Europa, c'è anche la possibilità che non cambi niente. E' un ipotesi onesta, confessa "lo svizzero". Questa "ipotesi onesta" si basa sulla lezione - ben studiata - della Grande Crisi del 1929: un regime di austerità non funziona, e non può funzionare, nel bel mezzo di una depressione prodotta da una sovraccumulazione assoluta di capitale. Il solo risultato che produce, un regime di austerità durante una depressione, è una catastrofe politico-economica. L'austerità non fa male solo agli operai, fa male anche agli "affari". Vale a dire, se lo stato riduce le sue spese, nel quadro di un'economia in contrazione, ha come solo risultato l'accelerazione di tale contrazione.
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La cosa, dovrebbe portare ad un'intensificazione della lotta politica, e ad una crescita esponenziale di sommosse e rivolte. Eppure questo genere di processo, condiviso nell'analisi sia dai borghesi che dai marxisti, non si è verificato e non si verifica. La classe operaia continua a tollerare un incredibile livello di disoccupazione, e si arriva al paradosso che alle voci dei marxisti e degli anarchici, si aggiungono le voci dei banchieri che si domandano: "Come mai le strade sono così tranquille?" "Lo svizzero" risponde alla domanda, dicendo che non ne ha idea, e che nessuna delle cose che gli vengono in mente riesce a spiegare l'incapacità della classe operaia a difendere i propri interessi. La demografia? Forse le famiglie che compensano la mancanza di stato sociale? No, non sono risposte soddisfacenti. La questione è che finora, marxisti ed anti-capitalisti avevano scommesso sull'emergere di un movimento di opposizione al capitalismo che sarebbe stato innescato proprio da una grave crisi e da una sconcertante aggressione ai livelli di vita della classe operaia - quello cui stiamo assistendo. Tutti ci dicevamo che dovesse accadere, prima o poi. Un movimento anti-capitalista predetto da più di un secolo - perfino Marx, una volta, ha fatto una predizione in tal senso. Però, però ... l'unico esempio di risposta politica, ad una grave crisi di questo genere, non è affatto incoraggiante: la Grande Crisi ci regalò la barbarie, portandoci il fascismo, la guerra e cento milioni di morti.
La mancanza di una resistenza efficace alle politiche di austerità, può essere spiegata solo in due modi. a) le persone non stanno abbastanza male, in questa crisi. b) decenni di ideologia riformista riscuotono il pedaggio dalla classe operaia. Ma la questione rimane. Che fine ha fatto la classe operaia? Perché non difende i propri interessi?
Si potrebbe argomentare che l'incapacità di affrontare questa crisi europea, sia proprio dovuta al fatto che la crisi appaia in diverse forme; ad esempio come in Germania ed in Grecia. Per cui ogni classe operaia si è focalizzata sullo stato, come strumento per contrastare la crisi. Ma lo stato tedesco non è in grado di proteggere gli operai tedeschi dall'impatto della sovrapproduzione, più di quanto lo stato greco possa proteggere i suoi cittadini dagli effetti dell'austerità. Ogni via di uscita dalla crisi che propone che siano gli operai tedeschi a pagare per la prodigalità dello stato greco, non può decollare. Come, allo stesso tempo, è già stato dimostrato che facendo sì che i lavoratori greci paghino per la prodigalità dello stato greco, non si va da nessuna parte se non sulla strada del collasso dell'economia dell'euro-zona.
Insomma, a ben guardare, la classe operaia si trova alla guida, sia materiale che politica, in questa crisi, e senza che nessuno parli della sua missione storica! Gli operai tedeschi possono fottere gli obbligazionisti tedeschi, semplicemente rifiutandosi di salvare il debito della Grecia. Mentre, allo stesso tempo, ogni tentativo di far pagare i cittadini greci porterà ad un ulteriore aumento della depressione.
Nonostante la sua apparentemente inefficace resistenza politica, la classe operaia sta determinando tutti gli attuali eventi europei. Ora!

martedì 2 aprile 2013

ismi

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In mezzo alla follia collettiva che, nel 1916, si diffondeva per tutta Europa, mentre milioni di soldati morivano nelle trincee, inaugurando il sanguinoso Novecento; in mezzo a tutto questo, un variopinto gruppo di rifugiati politici, obiettori, più o meno artisti, più o meno letterati e poeti, esiliati, si trovava a condividere un medesimo destino per le strade neutrali della Svizzera, per le strade di Zurigo.
In mezzo a loro, in quella fucina di idee e di nuove concezioni della vita e dell'arte, risaltava, con maggior evidenza degli altri, il rumeno Tristan Tzara. Il luogo, di cui era abituale frequentatore, si trovava al numero 1 della Spielgasse, proprio di fronte al domicilio di Lenin; il cabaret Voltaire, fondato da uno sconosciuto tedesco, Hugo Ball. E' lì che sorge "il dadaismo", tra bicchieri e partite a scacchi che impegnano Tzara, Arp e Schwitters contro Lenin.
Tzara, marionetta isterica che fa la parodia di sé stesso, spacciando potenti dosi di assurdo, negando tutto, perfino il proprio dadaismo; ma è lui che ci ha consegnato quel concetto di "avanguardia" di cui ancora oggi, in qualche modo, facciamo uso. Ubriachi della vertigine che deriva dalla convinzione di star creando qualcosa di assolutamente nuovo, qualcosa in grado di rompere in modo radicale con tutto il bagaglio culturale accumulato fino a quel momento, i dadaisti si immersero in nuove forme di sperimentazione artistica, nel mentre che a non troppi chilometri da loro altri giovani sperimentavano altro, sperimentavano tutto il repertorio bellico che avrebbe caratterizzato il ventesimo secolo: gas, carri armati, bombardamenti aerei ...
Dinamismo, agilità, irriverenza, provocazione e irrazionalità; tutta una dichiarazione di princìpi anticonvenzionali e antiborghesi che si burlavano di quella grande orgia di morte e di follia che insanguinava tutto il vecchio continente. Il primo fuoco di un sorta di punk del secolo scorso, un lacerante "ismo" che poi farà da terreno fertile per quelle nuove sottoculture, da cui nasceranno nuove rivoluzioni.

lunedì 1 aprile 2013

il cervello del mutante

lenin
Vladimir Ilich Ulianov, Lenin, si trova imbalsamato nel mausoleo che porta il suo nome, nella Piazza Rossa di Mosca. Anzi, non proprio. I suo cervello lì non c'è. Appena dopo la sua morte, gli venne rimosso e messo sotto formaldeide, affinché gli scienziati potessero dimostrare che il leader della rivoluzione sovietica era un genio.
Però, questo stesso cervello potrebbe anche servire a chiarire, una volta per tutte, i dubbi a proposito della morte di Lenin. Ad esempio, se è vero che sia morto avvelenato per mano di Stalin, o se è vero che la sua amante gli trasmise la sifilide ... Adesso, invece, un gruppo di ricercatori sta suggerendo che tutto fu dovuto ad una mutazione genetica.
La causa clinica ufficiale della morte di Lenin, avvenuta nel gennaio del 1924, tre mesi prima che compisse 54 anni, fu un'arteriosclerosi generalizzata, con un alto grado di coinvolgimento dei vasi sanguigni cerebrali: l'infiltrazione di lipidi nelle arterie principali (arteriosclerosi cerebrale), avvenuta nel corso degli ultimi anni della sua vita, era arrivata a provocargli quattro infarti cerebrali. I medici che effettuarono l'autopsia, rilevarono che ampie parti dell'emisfero destro del suo cervello, se colpite con una pinzetta, risuonavano come se fossero di pietra. Ma che cosa uccise, davvero, Lenin?
Il suo cervello è stato uno dei più studiati, in assoluto, della storia. Sono stati fatti decine di studi, molti libri, e si parla anche di un film, con Di Caprio! Eppure i risultati ufficiali dell'autopsia non hanno indicato la causa della morte.
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Un recente lavoro, svolto dalla Scuola di Medicina dell'Università del Maryland, esclude una causa come la sifilide, dal momento che "la sifilide del sistema nervoso centrale attacca le piccole arterie delle meningi, e non i grandi vasi sanguigni del cervello, quelli che trasformarono in pietra il cervello di Lenin". Inoltre Lenin si era sottoposto a vari test per individuare la sifilide, e furono tutti negativi. Il leader rivoluzionario conduceva una vita sana: sport, pochissimo alcol, niente fumo. Eppure, nel novembre del 1921, a 51 anni, mentre si recava al IV Congresso del Partito Comunista, improvvisamente non riusciva a trovare le parole per esprimersi, e dovette schioccare più volte le dita, per farsele tornare in mente. Fu il primo sintomo. L'anno successivo, a maggio, ci fu il primo serio attacco.Sei mesi dopo, un altro, ed un terzo nel 1923. Il quarto attacco lo uccise.
Per i ricercatori americani, la possibile ischemia cerebrale che aveva cominciato ad attaccare il cervello di Lenin è abbastanza inusuale nelle persone della sua età e con il suo stile di vita. Essi rilevano che anche il padre di Lenin morì giovane, a 54 anni, per un ictus, e che due delle sue sorelle soffrivano di insonnia cronica e di forti emicranie, per tutto il corso della loro vita.
Nel 2011, un'equipe di scienziati ha pubblicato sul New England Journal of Medicine uno studio su dei nuovi strani casi di calcificazione estrema delle arterie che riguardano nove persone di famiglie differenti. Tutti i pazienti mostravano un'arteriosclerosi acuta agli arti inferiori, alle articolazioni e alle mani, fino a farle indurire. Dopo una serie di analisi, ed uno studio genetico sulle famiglie, venne provato che nei pazienti c'era una mutazione del gene NT5E, gene che è coinvolto nel metabolismo del calcio. Come per il cervello di Lenin, le loro gambe risuonavano come pietre.
"Se Lenin aveva ereditato la sua alterazione cerebro-vascolare dal padre, che aveva avuto simili attacchi prematuri, è possibile che una variante di quel disordine - se non lo stesso - colpisse i suoi vasi cerebrali anziché le estremità".
fonte: http://1977voltios.blogspot.it

domenica 31 marzo 2013

sabato 30 marzo 2013

moderno

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Nel 2002, Fredric Jameson pubblica un libro, "Una modernità singolare", nel quale discute la modernità a partire da alcune questioni sollevate, dieci anni prima, da Perry Anderson, nel suo libro "A Zone of Engagement". Anderson - commenta Jameson - propone la Modernità come "un campo di forza triangolato da tre coordinate principali":
a) Convenzionalismo e Accademicismo, nel campo delle Arti (norme di produzione e di condotta).
b) Innovazione tecnologica.
c) Prossimità (immaginata) di una rivoluzione sociale.

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Come ha fatto spesso, altre volte, Jameson recupera Balzac, per dar conto di questo campo di forza della Modernità, nel corso del diciannovesimo secolo - sebbene Anderson, invece, citi specialmente Manet, Baudelaire e Flaubert; così Jameson sottolinea la capacità di alcuni autori/opere (Balzac, Flaubert. Stendhal) di riuscire a captare una nuova dinamica non ancora visibile (o, geograficamente rappresentativa) ma che incideva direttamente sulle forma di vita allora nascenti. Ed è, in parte, quest'inquietudine della rottura imminente, a dare enfasi ad alcuni romanzi di questi autori: le contraddizioni della città, il divario tra i desideri dei personaggi e quello che vedono e vivono, la stupidità palese insita nei modi tradizionali di concepire il mondo, la letteratura, l'arte, il sesso, i corpi, ecc.
La Modernità non si risolve con le dicotomie, bensì nella fluidità delle contraddizioni nei casi specifici.
La città è la liberazione dalla mentalità provinciale, ma è anche il terreno delle illusioni, dell'inganno e dell'impotenza - insieme al sesso, che è sia liberatorio e fonte di conoscenza, quanto gioco di potere e assoggettamento. Il finale de "L'educazione sentimentale" di Flaubert rimane paradigmatico: nell'immagine dei due amici che si recano al postribolo, si condensa il sesso, la politica, la rivoluzione, la mappa della città e la temporizzazione delle aspettative e dei desideri. Dopo tutto, stanno solo ripetendo una scena precedente, ma la ripetizione della scena annuncia la ripetizione della Storia. La sua irreversibilità, la matrice autofagica della nostra concezione del tempo.

venerdì 29 marzo 2013

Liturgie

Aristotele-finalità-nella-natura

Il frammento che segue, è tratto da un pezzo, apparso sul manifesto, in cui Luciano Canfora recensisce "La politica nel mondo antico" di Moses Finley, pubblicato da Laterza nel 1985. Come potete leggere, si parla, fra le altre cose, di reddito di cittadinanza ...


" (...) Un punto cruciale è perciò, nella sua analisi, il concreto esplicarsi del potere popolare nella città democratica per eccellenza: la questione del salario assicurato a tutti dallo Stato e delle spese di utilità sociale imposte ai ricchi (che con parola greca, poi passata a significare altro, si chiamano liturgie). Finley combatte con efficace e brillante ricorso a documentazione recente e decisiva la agnostica tesi di Paul Veyne secondo cui il sistema delle liturgie non aveva implicazioni politiche. Le spese di utilità sociale — dimostra Finley — sono imposte dal demo per la soddisfazione di suoi precisi bisogni, ma sono anche di buon grado praticate dai possidenti, che proprio per questa via, accettando il sistema, di fatto se ne pongono alla testa.
Arthur Rosenberg — in uno splendido saggio scritto nel 1920 per le scuole operaie di Berlino (Democrazia e lotta di classe nell'Antichità: ora leggibile in traduzione italiana presso «La Memoria» di Sellerio, nel volume Il comunista senza partito) — aveva coniato una efficace immagine per descrivere questo fenomeno: il popolo mungeva i ricchi «come si fa con una mucca»; in questo modo, utilizzandoli e non espropriandoli, esercitava una «dittatura proletaria», il cui contrassegno moderno era il salario garantito dallo Stato (che — soggiungeva Rosenberg — trovò concreta applicazione nei mesi della Comune parigina del 1871). La prospettiva di Finley è però diversa. Mentre Rosenberg accentua l'originale forma di dittatura proletaria che venne a determinarsi, Finley vede il fenomeno soprattutto dal punto di vista di quella che chiama «la classe liturgica» e riconduce per certi versi il fenomeno sotto la categoria generale del «patronato» e della clientela (...).

- Luciano Canfora -

scarpe

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Atheist Shoes (Scarpe Atee), è un'azienda, con sede in Germania, che produce scarpe, come quelle che si vedono nella foto sopra, "per persone che non credono in dio/dei". Queste scarpe vengono spedite anche negli Stati Uniti, fra gli altri paesi. Le spedizioni vengono effettuate facendo uso di scatole sigillate  con un nastro adesivo che reca stampato il logo aziendale, un nastro come quello che si può vedere sotto.
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Sembra che - spiega l'azienda sul suo sito web - che le scarpe spedite negli Stati Uniti ci mettano un po' troppo tempo, ad essere recapitate; quando, addirittura, non scompaiono. "Quando alcuni dei nostri clienti ci hanno chiesto di non usare il nastro con il marchio "ATHEIST", abbiamo cominciato a chiederci se i ritardi fossero causati dal Servizio Postale degli Stati Uniti, che si riteneva offeso dalla nostra palese empietà".
Allora, l'azienda ha deciso di effettuare un esperimento, spedendo 178 pacchi ad 89 persone, in 49 diversi Stati americani. Tutti i pacchi sono stati spediti da Berlino, nello stesso giorno, ed a ciascuna persona sono stati inviati due pacchi. Il primo dei due, era sigillato con il nastro adesivo "ATHEIST"; mentre il secondo, con un nastro adesivo del tutto anonimo. Il risultato è stato che i "pacchi atei" ci hanno messo, ad arrivare, dieci volte il tempo che ci hanno messo i pacchi anonimi!

fonte: http://io9.com

giovedì 28 marzo 2013

un abbraccio

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Tutte le isole han trovato. Tranne una!

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Aprositus, l'inaccessibile. Così, pare l'avessero chiamata i romani, l'isola vagante nell'atlantico. Poi, Antilia, il nome che le diedero i portoghesi, prima che divenisse, ufficialmente l'isola di San Borondon, dal nome di Brendan from Clonfert, monaco irlandese che un bel giorno della sua vita (480-576) decide di imbarcarsi, insieme ad altri 14 monaci, alla ricerca del paradiso terrestre. E, a quanto pare, dopo 40 giorni di navigazione, lo trova!

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Da qualche parte, ad ovest delle Canarie, al largo dell’isola di El Hierro.
Leggenda o no, gli abitanti delle Canarie, per tutti questi secoli hanno continuato a credere fermamente nella sua esistenza, e continuano ad esserci dettagliati rapporti, da parte di marinai che hanno tentato di avvicinarsi all'isola, che ne hanno visto le coste, le montagne e le valli, prima che tornasse a sparire, inghiottita dalla nebbia. Qualcuno asserisce perfino di essere riuscito a sbarcarvi, per breve tempo.
Ad ogni modo, i trattati internazionali continuano a recare traccia della clausola apposta dal Regno di Castiglia, e risalente alla conquista delle Canarie, che parla di sovranità sopra "le isole Canarie, già scoperte o ancora da scoprire ... ": ché non si sa mai!

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Comunque, ancora nel 1958, la rivista ABC pubblicava a pagina 6 del numero del dieci agosto un articolo con una fotografia dell'isola vagante.
Poi, naturalmente, nel 2004, precisamente il 22 settembre, un aereo di linea della compagnia australiana Oceanic Airlines ...
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PaneAmaro

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All’inizio del Novecento arriva a New York l’ondata più numerosa di immigrati italiani. Nel 1906 sbarca ad Ellis Island una media di 980 italiani al giorno. Il totale per quell’anno tocca un record che non verrà mai superato: 358 mila. In quella grande ondata d’immigrazione appena finita, è arrivata dall’Italia anche una vasta gamma di militanti politici rivoluzionari.
“Il 16 settembre 1920, un minuto dopo mezzogiorno, mentre migliaia di impiegati escono dagli uffici per andare a pranzo, una bomba esplode al centro di Wall Street. Trentanove persone vengono uccise e centinaia rimangono ferite. E’ il più sanguinoso attentato terroristico nella storia della città di New York dopo l’attacco alle torri gemelle dell’ 11 settembre 2001. Ne è responsabile un gruppo clandestino di anarchici italiani in America”.
“Pane amaro” esplora i retroscena di quell’attentato e il legame fra chi mise la bomba e la vicenda di Sacco e Vanzetti. E’ un racconto con aspetti poco conosciuti, che lega una lunga serie di episodi di violenza politica alla storia della vasta comunità anarchica italiana della città di Paterson in New Jersey. Paterson era il centro dell’industria tessile americana dove oltre 25 mila operai lavoravano in condizioni particolarmente dure. Da Paterson era partito Gaetano Bresci, che aveva ucciso il re d’Italia Umberto I e gli anarchici che avrebbero assassinato il presidente degli Stati Uniti McKinley e numerosi leader europei.

Questo ed altro. è "Pane Amaro", di Gianfranco Norelli, un documentario che racconta l'avvincente epopea degli italiani d’America attraverso un ricco intreccio di rari filmati, foto d’epoca, documenti originali e interviste con storici e italoamericani la cui vita e’ stata profondamente influenzata dagli eventi narrati.

mercoledì 27 marzo 2013

il profumo del gelsomino

jazz
E' il 1897, quando a Storyville, quartiere a luci rosse di New Orleans, si legalizza la prostituzione che diventa la seconda industria della città, dopo il traffico portuale. Ma New Orleans ha un sistema fognario insufficiente e i vicoli, illuminati dalle fioche lampade a gas, la sera diventano un crogiolo di persone e di odori. La città si trova sotto il livello del mare e quando piove si allaga, e non è proprio una fragranza gradevole, quella che la pervade.
Così, nel tentativo di contrastarne la puzza paludosa, e con l'intento di accaparrarsi il maggior numero di clienti possibile, le prostitute cominciano ad usare un profumo di gelsomino (jazmin). Non fu una cattiva idea!
Cominciarono ad essere chiamate "jass-belles", loro, le puttane, e di quelli che uscivano dai bordelli, impregnati di quel profumo, si diceva che erano "jassed". Era, l'aggettivo, una sorta di sinonimo di "sexy"; ed anche ai musicisti che suonavano da quelle parti, si cominciò a chiedere di suonare in stile jassed. Uno stile che potesse muovere a ballare.
Se in città c'era un prepotente, be', allora questo era Jelly Roll Morton, l'uomo che si vantava di avere inventato il jazz. Suonava nei bordelli, e si dice che guardasse attraverso gli spioncini per vedere come si spogliavano le Jesse-bells al ritmo di come picchiava sui tasti del pianoforte. Un altro che non si tirava indietro, era Buddy Bolden, vero e proprio pioniere del jazz e bevitore famigerato. Chiedeva ai musicisti della sua banda - quando suonavano al Nancy Hank's Saloon - un tocco morbido, perché voleva riuscire a sentire "le puttane che strisciavano sul pavimento".
La maggior parte dei protettori erano anche musicisti e giocatori che, nei periodi di magra, andavano in questi tuguri per cercare di fare qualche soldo. Le serate andavano avanti per tutta la notte, e arrivavano pianisti da tutte le regioni del sud. Era difficile che non si lasciassero sedurre dal profumo di gelsomino. La musica era legata al sesso e al gioco d'azzardo. Alle porte dei bordelli, si annunciava su manifesti, a grandi caratteri, "Jass Music", con lo scopo di richiamare i passanti. Ma New Orleans era piena di teppistelli che si divertivano a cancellare la lettera J dai cartelli, di modo che si potesse leggere "ass music"; musica del culo. I proprietari si trovarono praticamente obbligati ... ad "inventare" il Jazz!

martedì 26 marzo 2013

Banda di Fratelli

shake

25 ottobre 1415, Campo di Agincourt; in un mondo che Shakespeare riuscì a descrivere in tutta la sua realtà. Ottomila inglesi, cenciosi, con il morale a terra, squassati dalla dissenteria, sono riusciti a percorrere ad una velocità impressionante i 150 chilometri che separano Harfleur, caduta dopo settimane di assedio, dal luogo in cui adesso si trovano. Sono davanti al Somme; dall'altra parte li aspettano i francesi, riposati e pronti a combattere. Sono almeno il doppio, qualcuno dirà che erano sei volte gli inglesi! Lo scontro è inevitabile, a questo punto. Enrico V, si aggira, in incognito, fra le sue truppe scoraggiate. Ha messo tutto in gioco, compreso sé stesso, per far valere la sua pretesa al trono di Francia. E' disorientato e confuso, e soffre a vedere quella desolazione fra i suoi uomini. Non sa come farà, ma troverà la forza. La tirerà fuori quella forza, e la metterà tutta dentro un discorso. Un discorso ai suoi uomini, e da quel discorso i suoi uomini trarranno la calma e l'eccitazione che serve. Il discorso di San Crispino.

Chi è mai che desidera questo?
Mio cugino Westmoreland? No, mio caro cugino.
Se è destino che si muoia, siamo già abbastanza, di cui privare il nostro paese
E se viviamo, meno siamo e più grande sarà la nostra parte di onore.
In nome di Dio, ti prego, non desiderare un solo uomo di più.
Piuttosto proclamalo, Westmoreland, a tutto l'esercito
Che chi non ha lo stomaco per questa battaglia
Venga lasciato partire. Gli sia dato un lasciapassare,
E soldi, nella sua borsa, per il viaggio
Non vogliamo morire in compagnia di uomini
Che temono di accompagnarsi nella morte con noi

Questo giorno viene chiamato la festa di Crispino.
Chi sopravvivrà in questo giorno e tornerà a casa salvo
Si alzerà in punta di piedi, sentendo nominare questo giorno,
per farsi più alto, al nome di Crispino.
Chi vedrà questo giorno, e arriverà alla vecchiaia,
Ogni anno, alla vigilia, festeggerà con i suoi vicini
e dirà, "Domani è San Crispino".
Poi si tirerà su le maniche e mostrerà le cicatrici,
e dirà, "Queste ferite le ho ricevute il giorno di San Crispino".

I vecchi dimenticano; tutto viene dimenticato
Ma si ricorderà con fierezza
Quali gesta ha compiuto quel giorno. Allora i nostri nomi
suoneranno familiari nella sua bocca, come parole domestiche,
Enrico il Re, Bedford ed Exetr,
Warvick e Talbot, Salisbury e Gloucester,
saranno ricordati nei brindisi.
Ogni brav'uomo insegnerà questa storia al figlio,
E il giorno di Crispino non passerà mai,
da ora fino alla fine del mondo,
senza che noi non veniamo ricordati.

Noi pochi, noi pochi felici, noi banda di fratelli;
Perché chi oggi verserà il suo sangue insieme a me
Sarà mio fratello; per quanto umile sia,
Questo giorno la sua condizione si innalzerà;
e i gentiluomini che sono adesso a letto in Inghilterra
Malediranno sé stessi per non essere stati qui,
con il loro coraggio da quattro soldi, a sentire tutti parlare
Di chi ha combattuto con noi il giorno di San Crispino.

lunedì 25 marzo 2013

La paura e la birra

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Durante la rivoluzione del 25 gennaio 2011, gli egiziani dicevano che il risultato principale della rivoluzione è stato quello di non aver più paura. Due anni e due mesi dopo, sotto il regime militare del CSFA, o quello dei Fratelli musulmani ed i loro alleati salafiti e jiadisti, malgrado l'uso regolare, da parte delle forze di polizia, di pallottole vere contro i manifestanti pacifici, che hanno fatto migliaia di feriti e centinaia di morti, malgrado le innumerevoli condanne alla prigione, malgrado i tribunali militari per i civili, le violenze delle milizie islamiche, le detenzioni illegali, la tortura anche nei confronti dei bambini,i centri di detenzione illegali dove si dà mano libera al sadismo dei torturatori, l'obbligo ai test di verginità nei confronti delle manifestanti, i loro frequenti stupri, malgrado gli arresti arbitrari, le menzogne, la fabbricazione di prove, i falsi esami medici, le varie leggi che restringono o proibiscono scioperi e manifestazioni, malgrado la legge marziale ed il coprifuoco, malgrado i carri armati nelle strade, davanti alle scuole e alle fabbriche, malgrado le minacce dei capi religiosi musulmani o cristiani nei confronti dei manifestanti che finiranno a bruciare all'inferno, malgrado gli appelli alla calma e alle manifestazioni pacifiche da parte dell'opposizione laica del FSN, malgrado la denuncia, da parte loro, dei manifestanti che si difendono come possono di fronte alla violenza istituzionale, malgrado i suoi progetti attuali di governare insieme ai salafiti e ai Fratelli musulmani, malgrado tutto questo, la violenza poliziesca del regime non fa più rientrare la gente, terrorizzata,a casa, ma, al contrario, li fa scendere in strada, ancora più numerosi, ancora più arrabbiati, ancora più determinati e coscienti.
Al punto che lo sport nazionale sta diventando l'incendio delle prefetture, dei commissariati, delle auto della polizia e di tutti gli edifici appartenenti alla polizia, ma anche ai Fratelli musulmani ed al loro partito, insieme al blocco delle strade e delle vie ferroviarie. E non si tratta solo del passatempo dei giovani militanti rivoluzionari, nelle grandi città, ma anche di quello di tutto un popolo perfino nel più piccolo villaggio del paese. Questo ora che - lo si è visto soprattutto nei mesi di febbraio e marzo 2013 -la paura ha cambiato di campo: i poliziotti e gli islamisti hanno paura e tutto il mondo lo può vedere. Fino a poco tempo fa, anche dopo la rivoluzione, contro le violenze dello stato o degli islamisti, si piegava la schiena, si sperava al più in un'inchiesta e si protestava pacificamente nella strada. La polizia usava la violenza contro queste manifestazioni ed ha ricominciato. Solo una minoranza osava alzare la testa e rispondere. La stampa, sempre più spesso, era d'accordo a denunciare la stanchezza del popolo egiziano che non avrebbe più sopportato le violenze esagerate dei suoi giovani rivoluzionari! Oggi, questo stato d'animo è ampiamente superato ed è tutto un popolo che esprime "sangue per sangue" e giustizia popolare diretta.
I poliziotti, umiliati, spaventati, incerti circa il loro avvenire, sotto gli ordini dei Fratelli musulmani di cui ieri erano a caccia, si sanno odiati da un popolo che non ha più paura di loro, riempiono gli ospedali psichiatrici o entrano in sciopero come a marzo, messi di fronte alle scelte dettate da una logica infernale:  continuare ad uccidere e torturare sempre di più; arrendersi, sventolando una bandiera bianca, come si è visto fare a certi poliziotti, a Port Said in febbraio; o fare ancora pressione sul governo, come hanno fatto a marzo, domandando le dimissioni del ministro dell'interno ed un'altra politica sociale che non faccia più di loro i capri espiatori della collera popolare. In ogni caso, lo stato di polizia è in bancarotta.

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Lo stesso vale per gli islamisti. Si vedono al Cairo dei taxi con la scritta "VIETATO AI FRATELLI MUSULMANI", i predicatori nelle moschee denunciano gli islamisti che sono dei falsi musulmani, i credenti nelle moschee cantano "A morte M.Badie" (Badie, il dirigente dei Fratelli musulmani), i manifestanti bruciano le bandiere del Qatar, delle donne hanno linciato dei salafiti che tentavano di molestarle, ancora delle donne hanno sfilato armate di coltelli da cucina minacciando tutti i molestatori, soprattutto islamisti, sempre delle donne si denudano davanti agli schermi di Internet, proclamando la libera disposizione dei propri corpi contro ogni religione, dei giovani conferenzieri di 18 anni fanno delle conferenze molto seguite sull'ateismo, dentro le moschee, centinaia di migliaia di manifestanti scandiscono slogan che identificano islamismo e fascismo.
La "Battaglia della collina" è stata la parte visibile di questo terremoto mentale. La religione di obbedienza saudita, concepita come una polizia dello spirito, è diventata insopportabile quanto lo stesso stato di polizia. Questo islam, imposto al popolo dai regimi militari di Sadat e Moubarak da tutta una serie di pressioni alle famiglie che mettevano il velo alle proprie figlie, e poi con i Fratelli musulmani, in un quadro di divisione dei poteri, dei sindacati professionali e della pubblica carità, ora tutta questa prigione mentale si disgrega.
Un aneddoto rivelatore: all'Università Al Ahzar del Cairo, prestigioso epicentro medio-orientale del conservatorismo religioso dominato dai Fratelli musulmani e dai Salafiti, dove le risate e la musica non sono ben visti, uno studente con la chitarra - come si immagina un hippie degli anni'60 - ha cominciato a suonare ed attorno a lui tutti quanti si sono messi a cantare, mentre in questo tempio della spiritualità e della misoginia c'è un movimento di sciopero che dura da più di una settimana ... per il miglioramento dei pasti, dei dormitori e per un maggior rispetto delle donne. Nell'Università britannica del Cairo, dove gli studi commerciali assumono per pochi soldi, gli studenti sono entrati in sciopero, chiedendo le dimissioni del direttore ed esigendo che si smetta di fare l'apologia del profitto all'interno degli studi. Il santo Corano o il santo Capitale ... tutti scappano!
Con la disgregazione della polizia e dell'autorità dei Fratelli musulmani e degli altri islamisti, è l'autorità stessa dello Stato che si disgrega, aprendo la porta alla democrazia diretta, come sperano alcuni, o al caos, come temono altri. Secondo Hani Shukrallah, uno degli editorialisti più letti del paese, l'Egitto è entrato in una nuova traiettoria storica, dello stesso tipo di quella che seguì alla disfatta di Napoleone sotto le piramidi, per Mohamed Ali, o dello stesso tipo di quella che seguì all'indipendenza, con Nasser. Con la disgregazione dell'autorità dello stato e della religione, l'emergere delle milizie islamiste, si può certo temere la possibilità di un'evoluzione di tipo somala, ma egli crede piuttosto a quell'Egitto dalla cultura multi-millenaria e ad una sorta di democrazia diretta dove il popolo prende più pienamente in mano il suo futuro.
Abbiamo visto, a febbraio e marzo, a Mahalla el Kubra o a Kafr el Sheikh, ma anche in certi villaggi, i tentativi da parte dei manifestanti di prendere in mano l'autorità municipale. Sembra che queste esperienze siano state più simboliche e momentanee, che reali e durevoli. Lo stesso è successo con la Polizia del Popolo a Port Said e con le sue prigioni per islamisti. Ma la strada è tracciata. Sicuramente, l'opposizione laica raggruppata nel FSN, dai liberali a certi facebookers trotskisti , si oppone con tutte le sue forze a questa democrazia diretta che assimilano al caos, mentre continuano a giurare sullo stato e sulle elezioni, anche se tutti gli egiziani hanno potuto verificare, con l'esperienza, che le elezioni non hanno niente di democratico e che improvvisamente la partecipazione alle elezioni è crollata.
Ma è quello che si è visto, soprattutto nella "battaglia delle colline", come si era già visto un poco nelle manifestazioni del dicembre 2012 e gennaio 2013, e che, come ha scritto un blogger (Bigpharaoh) , non avevamo più a che fare con "protestatari chic e con i facebookers di Heliopolis (quartiere chic del Cairo). Il quartiere di Moqattam, dove si trova la sede dei Fratelli musulmani, si è trovato circondato dai quartieri popolari e dalle bidonville, l'opposizione raffinata del FSN non è riuscita a controllare la rabbia della classe operaia ... Uno dei candidati socialisti di estrema sinistra alle presidenziali si è ritrovato con un braccio rotto dai manifestanti quando ha cercato di proteggere dei Fratelli musulmani, erano emerse delle milizie popolari di auto-difesa fra cui, la più mediatica fra di esse, i Black Bloc egiziani (...) Come ad Alessandria, dove quelli che avevano saccheggiato la sede dei Fratelli musulmani provenivano sempre dai quartieri popolari, e ne avevano abbastanza di vedere i Fratelli musulmani ed i Salafiti controllare la distribuzione del pane e del gas. (...) Questo è l'inizio di una rivoluzione della fame."

pistola

L'Egitto sta conoscendo, in effetti, una grave crisi del gas in bombola, del gasolio e del pane, tutti generi che stanno alla base della vita delle classi popolari. L'Egitto importa il 60% del suo gasolio e ne sovvenziona il suo costo, per due terzi, con il prezzo al consumo, sono circa 55 miliardi di lire egiziane ogni anno. Ora le riserve in dollari dello stato egiziano si sono prosciugate e non si trova più nelle condizioni di poter pagare l'importazione di gasolio. In cambio del suo aiuto, l'FMI ha chiesto un'ulteriore liberalizzazione dell'economia egiziana (in parte ancora dominata dallo Stato e, soprattutto, dall'esercito) e dei tagli drastici alle sovvenzioni per i prodotti di prima necessità. Per adesso, lo Stato, prima di abbassare le sovvenzioni, ha aumentato le tasso ed ha diminuito la distribuzione delle bombole di gas e del gasolio, provocando una grave penuria ed un innalzamento selvaggio dei prezzi al mercato nero.
A volte, occorre fare la fila per ore ed ore, se non una giornata intere, per fare il pieno di gasolio sovvenzionato. Molti camionisti, autisti di autobus e microbus, contadini con il trattore, non riescono più a trovare il carburante necessario per il loro lavoro. Il mercato nero si sviluppa sempre più. Qualcuno pensa che gli alti funzionari e le stazioni di servizio rubino, questi ultimi ricevendo, e rivendendo al mercato nero, più di quello che mettono in vendita a prezzo sovvenzionato. Le conseguenze sono dei significativi aumenti dei prezzi che investono tutti gli altri prodotti. Frutta e legumi, per esempio, il cui prezzo si è visto sovente moltiplicarsi in poco tempo per due o per tre. Ma ci sono anche i bus scolastici che fanno gasolio e non riescono ad assicurare il trasporto degli studenti, molti dei quali non riescono ad andare a scuola, soprattutto nei piccoli villaggi, ponendo numerosi problemi ai genitori. Nel mentre si avvicina il periodo degli esami, durante il quale 18 milioni di studenti hanno bisogno di spostarsi, nel paese.
I maggiori problemi derivano dalle interruzioni di elettricità, dovute al fatto che le centrali viaggiano a gasolio. Il ministero del petrolio ha già minacciato il ministero dell'elettricità di voler cessare di rifornire quest'ultimo di gasolio, se non paga più di 50 miliardi di debito. L'estate scorsa era già stata caratterizzata da delle significative interruzioni di corrente elettrica nei quartieri popolari (non in quelli ricchi), in un momento in cui le temperature arrivano a dei livelli altissimi e c'è pertanto bisogno di refrigeratori e climatizzatori. Questo aveva provocato, per tutta l'estate delle sommosse popolari e il rifiuto di pagare le bollette. Ora, già nelle ultime settimane, ci sono state di nuovo delle interruzioni di elettricità.
Ma il più grande di tutti i problemi è quello dei fornai e del pane. In effetti, i panifici pubblici, che producono e vendono il pane sovvenzionato, base dell'alimentazione dei più poveri, non hanno ricevuto la loro quota di gasolio sovvenzionato, cosa che ha già provocato penuria. Ma si teme soprattutto quello che il governo ha già annunciato: tessere di razionamento del pane sovvenzionato nel giro di due mesi, a partire da Port Said. Così, il ministero dell'alimentazione è stato saccheggiato per la seconda volta, la settimana scorsa, e ci sono state decine di piccole insurrezioni, blocchi stradali e ferroviari, assalti alle stazioni di servizio, che si sono succeduti nella stessa settimana, in tutto il paese, da sud a nord, per esigere il gasolio sovvenzionato.
A tutto questo, si aggiungono gli aumenti multipli delle tasse che hanno già alimentato la rabbia popolare nel dicembre 2012, davanti alla quale il governo ha fatto marcia indietro. Ma adesso tornano alla carica sotto la pressione del FMI. E' stato annunciato per questo mese un innalzamento delle tasse del 200% sulla birra, e del 100-150% sul vino. E, naturalmente, la cosa è stata spiegata con dei motivi religiosi. Lunedì scorso, il ministro dell'aviazione ha annunciato che verrà proibito la vendita di alcol, nei negozi duty-free degli aeroporti. Il governo, da parte sua, ha annunciato che le licenze per la vendita di alcolici non verranno più rinnovate facilmente, e che  ne sarà proibita la consumazione nei quartieri della periferia del Cairo. E già dal 6 ottobre, nella città del Cairo non si trova più, un solo negozio autorizzato alla vendita di alcolici che venda le birre locali (Sakara, Meister, Rex, Stella) e quelle straniere.
Ma l'Egitto non è per niente fondamentalista, ci sono decine di milioni di egiziani che bevono, soprattutto birra. Anche gli integralisti, islamici o copti, bevono segretamente, e anche no. Questo ha fatto sì che le distillerie e i fabbricanti di alcol, più o meno clandestini, imprese familiari o anche più grandi, si moltiplicassero. Questo non c'entra niente col rifiuto dell'islamismo rigoroso dei Fratelli musulmani, o dei salafiti e con l'incendio ed il saccheggio dello loro sedi. Dopo tutto, la rivoluzione francese è cominciata con le proteste e le sommosse, alle porte di Parigi, contro le tasse supplementari che si volevano imporre sul vino. Ed Engels ha descritto, ai suoi tempi, le sommosse della birra di Baviera.

brucia

In ogni caso, gli egiziani sanno che il governo non potrà più imporsi con la sua polizia della morale e della mente. Il fallimento totale del coprifuoco che ha voluto imporre in febbraio nelle città del canale di Suez, mostra che la sua perdita di autorità non fa altro che spingere sempre di più il popolo egiziano contro tutti i fondamentalismi, e verso quella che viene chiamata "la disobbedienza civile", e che invece dovrebbe essere chiamata "sciopero generale", dal momento che il rifiuto di pagare le tasse, le imposte e le bollette elettriche, il rifiuto di obbedire alle autorità statali si mescola al rifiuto di obbedire ai padroni, per mezzo di scioperi multipli che coinvolgono operai, impiegati, studenti, giornalisti, insegnanti, avvocati, medici, negozianti e artigiani, nella ricerca della loro propria amministrazione diretta.
Lo spostamento del nucleo centrale della rivoluzione, dalle questioni politiche verso le questioni economiche, la gestione progressiva della rivoluzione da parte dei più poveri non è altro che la trasformazione progressiva della rivoluzione democratica in rivoluzione sociale, la ricerca, non solo di una democrazia politica diretta, ma anche di una democrazia economica, la rimessa in discussione della proprietà.

La rivoluzione egiziana è appena cominciata.

Jacques Chastaing, le 25 mars 2013

fonte: http://juralib.noblogs.org

anonimi

violentacrez anonimo
La disindividualizzazione (termine difficile a pronunciarsi!) è un processo psicologico che si è cominciato a studiare, alla fine del 19° secolo, da parte di Gustave LeBon, e poi indagato, nel 20°, da Leon Festinger, Stanley Milgram e, soprattutto, da Philip Zimbardo. Significa, essenzialmente, la perdita dell'identità; l'essere umano disindividualizzato scompare dentro sé stesso. Le conseguenze possono variare, e si va da uno stato di pre-coscienza, o di iper-coscienza, fino alla sparizione del senso di responsabilità relativo ai propri atti. Parimenti, l'assenza dell'Io può anche essere uno stato che si consegue volutamente, attraverso la meditazione, per esempio, oppure un effetto inconscio causato da un'esperienza. A tal fine, l'esperienza dell'anonimato è la più significativa.
Dapprima, la disindividualizzazione venne considerata come una conseguenza dell'appartenenza ad un gruppo; tanto più grande è il gruppo, tanto più grandi sono i comportamenti disindividualizzati. La dissoluzione dell'identità dentro la massa provoca, fra gli altri fenomeni, una perdita graduale della capacità di auto-valutazione e delle inibizioni, e allo stesso tempo un aumento dei comportamenti anti-normativi, antisociali e, perfino, sociopatici. L'essere umano deindividualizzato non solo perde la sua coscienza in quanto persona ma, a volte, arriva a considerare i suoi compagni negli stessi termini: sottrae loro umanità, li "cosifica" (lo so, lo so che si dice “reifica”!).
violentacrezstanford
Nel 1971, Zimbardo condusse il suo famoso "Esperimento del Carcere di Stanford", nel quale 24 giovani universitari, tutti di classe media e di razza bianca, vennero selezionati per realizzare una simulazione delle condizioni di vita di una prigione. Per mezzo del lancio di una moneta, e senza stabilire nessuna differenza oggettiva, vennero divisi in due metà: guardiani e prigionieri. I guardiani potevano tornare a casa la sera, mentre i prigionieri dovevano rimanere nel seminterrato dell'Università di Stanford, dove aveva luogo l'esperimento, per i quattordici giorni e le quattordici notti di durata del test. Anche se tutti i partecipanti erano volontari, venivano pagati per la loro partecipazione ed avevano dovuto passare un esame psicologico mediante il quale erano stati considerati stabili ed in salute. Presto, i prigionieri cominciarono a mostrare una serie di comportamenti spersonalizzati che, in alcuni casi, diedero luogo a quelli che erano classificabili come "disturbi emotivi". Cosa ancora più notevole, i guardiani, armati di manganelli e vestiti con uniformi d'ispirazione militare, in opposizione ai pigiami bianchi dei prigionieri, svilupparono comportamenti violenti e sadici che, al di fuori dell'ambiente sperimentale, non avevano mai mostrato. E, non dimeno, tali comportamenti vennero accettati dai prigionieri. Dopo sei giorni, rendendosi conto che la situazione era diventata incontrollabile, Zimardo pose fine all'esperimento.
I comportamenti aggressivi, o sociopatici, di disindividualizzazione sembravano essere conseguenza dell'anonimato che derivava dall'appartenenza ad un gruppo; ad esempio, un linciaggio, o l'appartenenza ad un esercito. Nel caso di Stanford, Zimbardo affermò che i partecipanti erano diventati anonimi nell'appartenenza al "gruppo umano più grande possibile: il Sistema".
violentacrezking
Tuttavia, l'anonimato è il risultato di una situazione. Può essere anche un atto deliberato, per esempio per accedere ad un successo collettivo, senza personalizzarlo, oppure, come nel caso di Stephen King e del suo pseudonimo Richard Bachman, per vedere se il successo di un prodotto sia dovuto alla sua qualità intrinseca o alla firma (le vendite dei libri di Bachman si moltiplicarono quando si seppe che il vero autore era King!). Allo stesso modo, l'anonimato può essere l'unica scelta quando c'è di mezzo la paura, come avviene per un testimone protetto o per un informatore; oppure, quando vengono rilasciate delle opinioni che non si vuole siano ricondotte al proprio nome, alla propria persona. Ecco, quando l'unico obiettivo è la polemica insita in tali opinioni, quando cerchiamo di renderle più violente, più irritanti e più amorali possibile, mentre però, al contrario, ci vergogniamo di esse e abbiamo paura di far sapere che siamo noi, i responsabili, quando non siamo disposti ad assumercene le conseguenze, allora, la disindividualizzazione come l'anonimato non sono più risultati, bensì obiettivi.
Se mettiamo insieme la paura, il comportamento disindividualizzato e "cosificante", e le possibilità offerte da Internet, per nascondere qualsiasi comportamento dietro una maschera sconosciuta, ecco che abbiamo il famoso "troll" di Internet.
violentacrez
Era il 2007, quando, per la prima volta, Michael Brutsch entrò su reddit con il nickname di "violentacrez" che aveva preso da un blog che frequentava, e cominciò a scrivere. A differenza di altri forum, dove l'anonimato è reale e praticamente obbligatorio, su reddit gli utenti non sono realmente anonimi, e l'assunzione di uno pseudonimo costituisce una sorta di personalizzazione. Dapprima, violentacrez si comportò come un troll abituale: dava risposte aggressive, insulti, provocava e si eccitava a ricevere risposte ugualmente offensive. Ben presto imparò a sbarazzarsi degli elementi accessori e concretizzò i suoi interventi riducendoli all'essenziale: puri insulti ed immagini sgradevoli. Cominciò ad aprire sub-forum con nomi auto-esplicativi, come "Hitler", "America giudea", "Strangola una cagna", "Incesto", "misoginia"; in questi forum lanciava messaggi a favore della violenza e del razzismo e pubblicava foto di donne maltrattate, lodando tali comportamenti. Reddit, però, non è un forum dedicato alle polemiche, è un super-forum, una sorta di microcosmo della società digitale, vi si pubblicano articoli scientifici, link a notizie, ecc. I messaggi di violentacrez, e i sub-forum che apriva, irritavano gli altri frequentatori, provocando così una spirale di risposte, contro-risposte e denunce agli amministratori, generando un'enorme quantità di traffico. La pagina principale di reddit è la pagina principale di Internet. Nel 2012, reddit ha ospitato interviste a personaggi come Woody Harrelson e perfino a Barack Obama, e la rivista Forbes lo ha menzionato come una delle risorse più influenti della Rete.
Com'è possibile che un sito del genere permettesse contenuti come quelli che pubblicava violentacrez? Tra le ragioni c'era anche quella che Brutsch si era offerto, volontariamente e gratuitamente, di moderare i sub-forum più delicati, a cominciare dai suoi; scaricando così una gran quantità di lavoro agli amministratori del sito. Brutsch è arrivato a moderare più di 400 sub-forum. Ad esempio, nel 2011, la seconda risorsa più trafficata di tutta Internet, è stato il subforum Jailbait, su reddit. Qui, violentacrez pubblicava, ed incoraggiava gli altri utenti a pubblicare, foto erotiche di minorenni in pose lascive. Come moderatore, poi, si incaricava di eliminare tutte quelle fotografie che potevano essere pedo-pornografiche, preoccupandosi del fatto che le ragazze che apparivano nelle immagini avessero più di 15-16 anni di età, mantenendosi così all'interno della legalità statunitense. Indicato dalla rivista  "Tke Daily Dot" come l'utente più influente di reddit, violentacrez aveva praticamente carta  bianca. Si vantava della sua fama e faceva quello che voleva. Aprì un nuovo subforum, "Creepshots", con foto di donne anonime, questa volta adulte, scattate senza consenso in luoghi pubblici.
violentacrez logol
Se aveva ragione Sigmund Freud, quando disse che "Il primo essere umano che ha insultato il suo nemico, invece di scagliargli contro una pietra, ha fondato la civiltà.", allora violentacrez era diventato il civilizzatore più incivile dell'intera storia di Internet!
Ma c'era un problema; la persona Brutsch cominciava ad essere invidiosa dello pseudonimo violentacrez. Vilentacrez era sulla cresta dell'onda e Brutsch non voleva essergli secondo. Mise a punto un proprio simbolo (la versione zombificata del proprio logo come violentacrez) e se lo stampò su una maglietta che indossava orgogliosamente ogni volta che si riuniva con altri utenti della Rete, negli incontri che avvenivano regolarmente. Lì, Brutsch teneva un comportamento gradevole e cordiale , commentava argutamente i contenuti della pagina su cui si ritrovavano. Era amabile, divertente ed acuto. Stava al centro dell'attenzione.
E fu questo paradosso dell'ego deindividualizzato che permise ad Adrian Chen di scoprire la vera identità di violentacrez. Il 10 ottobre del 2012. Brutsch ricevette una telefonata nell'officina, in Texas, dove lavorava. Chen gli disse che sapeva che lui era violentacrez e che avrebbe rivelato la sua identità. L'uomo crollò. Supplicò Chen di non farlo, che aveva un mutuo da pagare, una moglie disabile; che se lo avesse incontrato per strada lo avrebbe massacrato di botte; che se fossero venuto a saperlo i suoi capi lo avrebbero licenziato; che era un ex-militare; che lui non era realmente così e lo faceva solo per rilassarsi dal lavoro. Gli offrì di diventare il suo burattino su reddit; avrebbe fatto quello che Chen voleva.
Una settimana dopo la pubblicazione dell'articolo, su Gawker, la CNN trasmise un'intervista, nel corso della quale Brutsch dichiarava che, effettivamente, era stato licenziato dal suo lavoro, che aveva perso la sua assicurazione medica e non era più in grado di pagare il mutuo. Mostrava di essere pentito per il suo comportamento su reddit. Niente però spiegava e il comportamento del troll - la sua eccitazione nel provocare reazioni - e il paradosso del suo anonimato. Per quanto Michael Brutsch desiderasse rimanere anonimo, violentacrez desiderava ed aveva bisogno della fama.
Reddit, incoraggiata da molti dei suoi utenti, lanciò un contrattacco contro Gawker, bloccando i link al suo sito, accusando Chen di essersi comportato come un serpente e di aver portato a termine un atto di "vigilantismo", contro il diritto alla libertà di espressione. La paura di essere scoperti avrebbe portato molti utenti anonimi ad  interrompere le loro pubblicazioni, facendoli così diventare docili strumenti del sistema e delle sue norme sociali. Sarebbe crollato tutto il sistema di Internet, fondato sul Libro Pensiero!
violentacrezorourke
L'obiezione, per dirla con P.J. O'Rourke, sarebbe che "C'è solo un vero diritto umano fondamentale, il diritto di fare quello che più ti piace. E da esso proviene l'unico dovere umano fondamentale, il dovere di assumersene le conseguenze".
Si può credere che tutto quello che passa dall'altra parte di uno schermo, non riguardi la vita reale. Ma se si pensa alla quantità di tempo che si passa, quotidianamente, davanti ad un computer, ad un tablet ad uno smartphone, se si pensa a quante relazioni abituali si svolgono attraverso questi mezzi, se ci si ricorda di quel commento letto da qualche parte, di quella notizia, e del tempo speso a pensare alla risposta che si avrebbe voluto dare, la frase per risolvere la discussione, la combinazione migliore di parole, per chiarire, una volta per tutte, senza sapere dell'interlocutore né il nome, né l'età, né l'aspetto, se si pensa a tutto questo, allora prende forma la consapevolezza di come ci interessi realmente quello che passa sullo schermo. La frontiera del monitor si dissolve e tutto quello che sta da un lato di esso, come quello che sta dall'altro, forma parte inevitabile della vita. Della vita dell'individuo.