giovedì 7 luglio 2011

Gastronomia Politica

orwell_card_image

"Un essere umano è innanzitutto un sacco per metterci il cibo dentro, le altre funzioni e facoltà possono anche essere più divine, ma in ordine di importanza vengono dopo. Un uomo muore e viene sepolto, e tutte le sue parole e le sue azioni vengono dimenticate, ma il cibo che ha mangiato continua a vivere dopo di lui nel suono dei suoi figli, o nelle sue ossa marcie. Penso che si potrebbe plausibilmente sostenere che i cambiamenti di dieta sono più importanti dei cambiamenti di dinastia o addirittura di religione .... Eppure è curioso come venga riconosciuta raramente l'importanza del cibo. Si vedono dappertutto statue erette ai politici, ai poeti, ai vescovi, ma nessuna ai cuochi o ai salumieri o agli ortolani."

- George Orwell, La strada di Wigan Pier -

mercoledì 6 luglio 2011

Hegel ed Haiti

arton564

Come ha dimostrato Susan Buck-Morss, nel suo saggio "Hegel e Haiti", la rivolta degli schiavi ad Haiti, che ebbe successo e che portò alla Libera Repubblica di Haiti, fu per Hegel il punto di riferimento muto (e proprio perché muto, tanto più efficace), o meglio la causa assente della sua dialettica fra Padrone e Schiavo, dapprima delineato nei suoi manoscritti di Jena, e poi sviluppato nel suo "La fenomenologia dello spirito".
Partendo da una semplice asserzione: - "Non c'è alcun dubbio che Hegel ed Haiti vanno di pari passo" - Susan Buck-Morss condensa il risultato esplosivo di un corto circuito tra due termini eterogenei - "Hegel ed Haiti" - ed è forse proprio questa la formula più succinta del comunismo.
"I filosofi europei del secolo dei Lumi tuonano contro la schiavitù, tranne laddove esiste realmente. Anche se deplorano il fatto che delle persone possano essere ridotte in schiavitù (metaforicamente parlando) da dei regni tirannici, ignorano con ostentata superbia la schiavitù vera e propria che sta esplodendo su larga scala nelle colonie, quando non la scusano per motivi razzisti-culturali. Oggi, facendo eco alla rivoluzione francese, gli schiavi neri di Haiti si sono ribellati nel nome degli stessi principi di libertà, uguaglianza e fraternità, che erano il test, il battesimo del fuoco per gli ideali dell'Illuminismo francese. E ciascun europeo che appartenga alla categoria degli studiosi borghese ne è informato. Oggi, gli occhi del mondo sono rivolti a Santo Domingo. Ad Haiti, si è verificato l'impensabile (per lo spirito europeo del secolo dei Lumi): la rivoluzione haitiana ha fatto il suo ingresso nella storia con questa caratteristica singolare, quella di essere impensabile, sebbene abbia avuto luogo".
Gli ex schiavi di Haiti si sono impossessati delle parole d'ordine dei rivoluzionarie francesi, prendendole più alla lettera degli stessi francesi. Ignorandone tutte le restrizioni implicite che abbondavano nell'illuminismo (libertà - ma solo per gli adulti, dotati di ragione, non certo per i barbari e per i selvaggi che prima avrebbero dovuto seguire un lungo processo educativo che facesse loro acquisire i meriti per la libertà e per l'uguaglianza).
Tutto questo ha dato luogo a momenti realmente "comunisti", come quella volta che i soldati francesi (inviati da Napoleone per schiacciare la ribellione e ripristinare la schiavitù) arrivando in prossimità dell'armata nera degli schiavi neri (auto)liberati, sentirono un mormorio indistinto sorgere dalla folla nera. Dapprima i soldati supposero che doveva trattarsi di qualche canto di guerra tribale, ma poi si avvicinarono, e si resero conto che gli haitiani stavano cantando "La Marsigliese", e cominciarono a chiedersi a voce alta se non stessero combattendo dalla parte sbagliata.

martedì 5 luglio 2011

Trotskisti su Marte

posadas

Anche "Incontri ravvicinati" e "dischi volanti" hanno un loro posto nella teoria socialista. I "posadistas" (sostenitori di Juan Posadas) in America Latina credevano che tale concetto fosse una logica estensione del materialismo dialettico marxista. Posadas ha guidato un gruppo della Quarta Internazionale trotskista in Argentina. Era particolarmente interessato ai programmi spaziali cinesi e russi, e nel 1971 scrisse un opuscolo dal titolo "La Ciencia Espacial", in cui prevedeva l'estensione della rivoluzione socialista allo spazio esterno.

fonte: International Institute of Social History

lunedì 4 luglio 2011

Coerenza

napolitano

1956 - "L´intervento sovietico in Ungheria, evitando che nel cuore d´Europa si creasse un focolaio di provocazioni e permettendo all´Urss di intervenire con decisione e con forza per fermare la aggressione imperialista nel Medio Oriente abbia contribuito, oltre che ad impedire che l´Ungheria cadesse nel caos della controrivoluzione, abbia contribuito in misura decisiva, non già  a difendere solo gli interessi militari e strategici dell´Urss ma a salvare la pace nel mondo“.

2011 - "Non si può tollerare che a legittime manifestazioni di dissenso cui partecipino pacificamente cittadini e famiglie si sovrappongano, provenienti dal di fuori, squadre militarizzate per condurre inaudite azioni aggressive contro i reparti di polizia chiamati a far rispettare la legge"

Giorgio Napolitano (autore della cosiddetta "legge Turco-Napolitano" che istituiva in Italia i "Centri di permanenza temporanea", luoghi di reclusione per persone che non hanno commesso alcun reato).

Fiume senza ritorno

marylin

L'ha scritto Guido Ceronetti, il pezzo che segue, a ricordo e a sugello di una persona che, come personaggio, è stata un'icona del secolo scorso, e che ancora dura. Pubblicato per Einaudi, insieme ad altri frammenti, in un libro collage, "Ti saluto mio secolo crudele", spesso duro, qualche volta ingeneroso, ha la forza di un grido e di una carezza. Tenero e impietoso. Vale più di una lettura.

Marilyn morì il 4 agosto 1962, un sabato sera, alle 22,30, quando si dice che a Los Angeles accadano morti strane, per restare mito erotico del secolo e vittima emblematica di un destino di sciagura. Era nata il 1° giugno 1926; aveva 36 anni. Cominciò a interessarmi quando divenne «un caso». I suoi film mi apparivano mediocri e noiosi, fatti soltanto per sfruttare la sua bellezza, eccetto il primo, Giungla d'Asfalto, del 1950, di John Huston, ricordo bellissimo di grande cinema, e La magnifica preda, di Otto Preminger, del 1954. Il titolo italiano voleva allettarci, noi popolo di predatori maschi, riempì le sale. L'originale era modesto: The River of No Return, la voce di lei lo percorreva, piena di seduzione staccata dal corpo, triste come un uccellino in gabbia solitario. Il ritornello cadeva come lacrime sul mondo incantato: No Return... No Return...
Il suo fiume-del-non-ritorno fu la corrente che la trascinò insieme ai fratelli Kennedy; la loro Ragione di Stato l'uccise.
Volle ricattare il potere, povera piccola scema, che per un certo tempo ebbe una linea speciale diretta con la Casa Bianca - finché non fu avvertita di non tentare più di comunicare col Presidente. Aveva lividi per parossismo erotico sulle chiappe, le braccia, l'interno delle gambe. Incontrava a turno i due Potenti nella casa di Peter Lawford, cognato di John, dove non mancavano le microspie, collocate per incarico del padrino mafioso Jimmy Hoffa.
Ce n'erano anche nella sua casa di Brentwood, 12305, 5th Helena Drive, dove nel pomeriggio di quel sabato piombò Bob Kennedy con due gorilla, per offrirle un milione di dollari in cambio di un quaderno rosso, dove Marilyn, credendosi furbissima, annotava tutto quel che succedeva, e ascoltava, durante i suoi convegni con quelle due altre leggende della giungla americana. Pretendeva, la tapina, che Bob divorziasse e la sposasse! Stufa di far da troia clandestina, lei già più volte divorziata, sognava ricevimenti di capi di Stato, con verginità di fenice, da First Lady. La sua arma ricattatoria erano quelle note arroventanti che aveva scritto sul quadernino rosso. Bob urlando e insultando frugò per ore, senza trovarlo.
Ma fu poi ritrovato, quel quaderno? Probabilmente Marilyn, donna senza lettere, l'aveva inventato e reso introvabile per inesistenza. Minacciò il Potere (legale e mafioso) con un'arma scarica. L'amante presidente temeva spiattellasse verità ultrasegrete su Cuba in specie, dove si stava profilando un crisone mondiale per la stupida sfida sovietica di puntare di là, complice il suo ignobile dittatore, batterie missilistiche sulla Florida. Metti che John le avesse detto, mentre le mordeva le irresistibili chiappe: - Oh, non mi preoccupa Fidel, ci penserà la Cia a farlo fuori, quel fottuto! -. Ce n'era abbastanza per togliere di mezzo una imprevedibile ragazza in grado di spargere una battuta simile, scoronando ferocemente il Mito opposto. Nessun uomo, sul punto di eiaculare, può restare abbottonato!
Il Quaderno Rosso vivente era una bocca bellissima, che cantava il fiume-senza-ritorno mentre lo discendeva, e su parecchie altre cose avrebbe potuto cantare convocando una conferenza stampa! Suicidio, si disse, quando il titolo MARILYN DEAD traboccò nei giornali e il corpo della piccola martire bionda era in attesa dell'ordine del Coroner per essere portato alla Morgue, dopo la rituale imbalsamazione. Non ingerì Nembutal: non se ne trovarono tracce nello stomaco e nell'intestino. Accanto a lei non c'era bicchiere né bottiglia d'acqua per ingoiare pastiglie nere. C'erano invece dosi del barbiturico e di cloralio idrato nel sangue e nel fegato, da provocare più d'una morte. Nessuno udì grida. Nuda fu trovata, come appariva nei calendari, distesa sulla pancia, infilata di supposte letali. Un anno e quattro mesi dopo qualcuno vendicò a Dallas quella triste carne che si aggrappava a un'anima disperata. E il 6 giugno 1968, sempre nella stravagante Los Angeles, anche Bob Kennedy incontrò il suo Fato, mentre, forse, stava per raggiungere anche lui il trono della Casa Bianca. D'indecifrato, resta parecchio. La certezza è questa: il mio secolo crudele prescrisse a Norma Jeane, figlia di una madre pazza e di un padre fotografo di nome Stanley Gifford, un destino dei peggiori. Punita per aver segnato l'epoca con la sua nociva bellezza, o cara agli Dei per non aver conosciuto vecchiaia? Un segno che fu dato, dentro un soffrire. «C'è una speciale Provvidenza nella caduta di un passero». Il Fiume Senza Ritorno risalirà alla sorgente.  
 
- Guido Ceronetti -

venerdì 1 luglio 2011

… e uno alla botte!

Heidegger

"L'agricoltura è ormai un'industria alimentare motorizzata, la stessa cosa nella sua essenza, come la produzione di cadaveri nelle camere a gas e nei campi di sterminio, la stessa cosa dei blocchi per la riduzione dei paesi alla fame, la stessa cosa della fabbricazione di bombe all'idrogeno."
                                                                               - Martin Heidegger -

Martin Heidegger paragonava la Shoah all'agricoltura meccanizzata. Un simpaticone!
Così, intanto, continua a venir omaggiato a "sinistra", Esce "L'ontologia politica di Martin Heidegger" (google book), di Pierre Bourdieu, tutto giocato sulla formazione culturale di Heidegger, la sua simpatia per tutte le cose völkisch (etniche), come i lederhosen (i tradizionali pantaloni corti di cuoio tedeschi), o le passeggiate nella Foresta Nera. Infatti Heidegger, come molti dei suoi contemporanei, come Ernst Junger, era un conservatore-rivoluzionario. Insomma un gran filosofo. Oppure, più sinteticamente, un porco!
Heidegger era stato testimone  di tutti i disordini verificatisi in Germania a partire dal 1918. Voleva l'ordine, e lo ottenne qualche anno dopo con Adolf Hitler, di cui fu un attivo sostenitore. Heidegger non amava il mondo moderno, preferiva una sorta primitiva di vecchia Germania con le sue antiche usanze. "Heimatkunde", come dire pedagogia del luogo natìo, era una frase che Heidegger spesso richiamava, in una sorta di esaltazione del "terroir", in altre parole il suolo tedesco. La "filosofia" di Heidegger è uno strano intruglio che ha ingannato molte persone, fino ad oggi ...Da Sartre, a Derrida, ad Agamben, e ancora oggi molte rivista di filosofia radicale sono piene di Heidegger. La puzza è terribile!

giovedì 30 giugno 2011

Un colpo al cerchio

Renouardexpressions

Ogni periodo storico sviluppa una sua propria ideologia pseudo-rivoluzionaria. Possono variare le sue forme, ma il contenuto essenziale è sempre lo stesso: questa ideologia, nonostante i suoi sempre nuovi abbellimenti rivoluzionari, non è altro che il riformismo spacciato per radicalismo. Coloro che lo praticano sono come sempre opportunisti e ciarlatani, le tattiche usate sono sempre volte ad ingannare e confondere. In questo particolare momento storico, diventa sempre più chiaro che il termine "anarchismo" si candida a rimpiazzare quelle ideologie diventate ormai inutili per la classe dominante. Con il crollo dell'autocrazia meglio conosciuta con il nome di Unione Sovietica, il "marxismo" non poteva più servire a continuare a svolgere il ruolo storico di ossificata ideologia "rivoluzionaria", e pertanto venne subito buttato nella pattumiera, per essere sostituito da un'altra forma di radicalismo di consumo. Il suo rimpiazzo non è nient'altro che l'anarchismo, fratello gemello del marxismo storico.
Un anarchismo che non è affatto la continuazione del pensiero e della pratica di quei milioni di uomini e donne che hanno combattuto sulle barricate, autogestite le loro fabbriche e le loro collettività, e piantato i semi per una forma nuova di società; non lo è più di quanto, quella mutazione, recentemente deceduta, conosciuta come "marxismo" fosse la continuazione del pensiero e della pratica di quei milioni di uomini e donne che hanno formato consigli operai, messo in atto scioperi generali, e combattuto per emanciparsi dalla loro esistenza di schiavi salariati.
Questo nuovo "anarchismo" non è nient'altro che il residuato di tutti i peggiori elementi dell'anarchismo: individualismo, primitivismo, anti-organizzativismo, riformismo, e terrorismo che si manifesta per mezzo di casuali atti di violenza che mancano di qualsiasi connessione organica con la lotta della classe operaia.
Nessuna teoria, se non quella di fare da appendice di sinistra ai partiti liberali del capitalismo. E nonostante le loro superficiali differenze e le loro dispute teoretiche (liberazione animale, liberazione della Terra ed altre simili assurdità), la pratica effettiva rivela chiaramente come tutti gli elementi di questa nuova ondata di finto radicalismo rappresentano una sola ed unica manifestazione di riformismo.
Il tipico neo-anarchico spesso è solo uno studente privilegiato dotato di un'intelligenza normale che un bel giorno ha trovato che il Partito Democratico non era sufficientemente radicale (anche se, in generale, lo era abbastanza per ottenere il suo voto nel corso delle elezioni capitaliste).
Invece di usare questo semi-risveglio come un trampolino di lancio verso una comprensione approfondita del pensiero radicale, della sua storia e della sua pratica, questo neofita ha immaginato che la sola strada che gli rimaneva era quella di mostrare al mondo lo pseudo-radicalismo appena scoperto. Ed il modo migliore per mostrarlo, e dimostrarlo, era quello di frequentare ed accompagnarsi ad una sottocultura locale e molto isolata. Una sottocultura priva di ogni coerenza teorica e pratica, ed unita solo da una sua estetica. In questo modo, il nostro giovane radicale impara la prima cosa sul neo-anarchismo: il bisogno di sostituire il radicalismo genuino con uno stile di vita 'rivoluzionario'. Così chi più ne ha più ne metta: il Dumpster-Diving (letteralmente "il tuffo nei cassonetti)e il veganesimo diventano rivoluzionari, e il desiderio di svolgere un'attività radicale si traduce in partecipazione ai black bloc (oggi, la caricatura di un'azione rivoluzionaria che si svolge in una situazione non-rivoluzionaria).
A parte vaghi riferimenti a termini come "autonomia" e "anti-autoritarismo", il neo-anarchico non sviluppa mai un'idea chiara a proposito di quale sia l'obiettivo finale, ed a causa di questa confusione a proposito dei fini sviluppa una serie distorta di mezzi. E questi mezzi si risolvono nelle stesse tattiche che hanno sempre usato i riformisti, quale che fosse la loro parvenza. Ragion per cui, il neo-anarchico vota, riciclando le solite trite banalità a proposito del minore dei due mali, senza mai riuscire a capire che la democrazia parlamentare serve solo alla borghesia. 
Parimenti, il neo-anarchico crede fermamente che qualsiasi sindacato sia meglio di nessun sindacato, e cerca attivamente di organizzare i lavoratori dentro i sindacati capitalisti, senza comprendere che la loro unica ragione di esistere è data dal cercare di integrare la classe operaia dentro un sistema sociale che è oramai fallito, e non di aiutarla ad emanciparsi.
Tutto questo lo porta anche ad essere contro la creazione di organizzazioni, dal momento che tali atti sarebbero contro i principi dell'anarchismo (così come loro li hanno interpretati), che l'autonomia degli individui ne verrebbe seriamente compromessa (rivelando così la loro prospettiva teorica borghese che parte sempre dall'individuo astratto, e mai dalla concreta società umana).
L'anarco-liberale tralascia qualsiasi analisi della società capitalistica, che sottolinei la sua composizione economica di base e la sostituisce con la sciocca nozione che tutte le oppressioni sono completamente uguali (aprendo così la strada a molteplici alleanze fra borghesia e proletariato).
Il neo-anarchico pensa meccanicamente che 'nessuna pubblicità è cattiva pubblicità' e che i media, un'entità che suppone neutra, possono essere usati come un alleato che simpatizza per la tua causa. Il nuovo 'anarchico' supporta l'idea reazionaria dell'autodeterminazione per le nazioni, senza pensarci, agitando una bandiera di Hezbollah o una bandiera dell'Iraq per una dimostrazione (in questo caso particolare, letteralmente, non è cambiato nulla dai tempi dell'"anti-imperialismo" dei leninisti).
Il neo-anarchico, come i suoi antenati socialdemocratici e leninisti, non ha mai realmente rotto con il liberalismo. Oggi, il nuovo 'anarchico' è semplicemente lo stesso vecchio riformista che indossa un abito diverso e parla una lingua leggermente diversa: un liberale che porta una bandana nera in modo da cercare di provare l'esistenza di una qualche sorta di radicalismo che non non c'è mai stato da quelle parti. Anche se il fatto che questo riformismo cerchi di farsi passare per radicalismo, può sembrare un fenomeno innocuo, è deleterio nei fatti. Quando insorgerà una situazione rivoluzionaria, saranno senza dubbio la tesi anarco-liberali che si batteranno per difendere il capitalismo e lo Stato, e faranno questo da sotto la maschera del radicalismo. Così come il 'marxismo' venne messo in campo per distruggere la rivoluzione e contenere il movimento spontaneo dei lavoratori, l'"anarchismo" è stato chiamato in vita per eseguire lo stesso compito in futuro. I suoi ranghi sono pieni di liberali che tentano di farsi passare per radicali. A causa di questo, tutta la natura dell'anarchismo oggi sta cambiando. Le tattiche rivoluzionarie sono state dismesse in favore delle tattiche riformiste - spesso con l'approvazione di alcuni cosiddetti leader dell'anarchismo contemporaneo, la critica rivoluzionaria è stata sostituita da uno stile di vita, l'analisi di classe è stata sostituita da un'identità politica settaria, e l'anarchismo, come già il marxismo prima di esso, si prepara a svolgere il compito di salvare il capitalismo.

- Gli amici di Debord -

( liberamente tradotto da http://www.notbored.org )

mercoledì 29 giugno 2011

Bakunin in America

bakunin young

Nel settembre del 1861, Bakunin si trova da quattro anni in Siberia, dove è stato esiliato dopo essere stato liberato dalla fortezza dove ha languito dal 1851. E' allora che gli si offre quell'opportunità di fuga che non manca di cogliere. Approfittando della scarsa vigilanza dei suoi sorveglianti (e forse anche della loro corruttibilità), riesce a raggiungere l'Oceano Pacifico, dove il capitano di una nave americana in partenza per il Giappone accetta di prenderlo a bordo. Arriva a Yokohama, e da lì si imbarca sul "Carrington", che lo porta fino a San Francisco. Un giro del mondo che si concluderà alla fine di dicembre 1861, quando Bakunin arriva a Londra, a casa del suo amico scrittore Alexander Herzen.
In America, Bakunin arriva in un paese che, negli ultimi mesi, è piombato in una guerra civile che durerà quattro anni e che farà quasi un milione di morti. Il conflitto lo costringe ad andare sulla East Coast facendo un lungo giro, di nuovo in nave, attraverso l'America Centrale e l'istmo di Panama. Ed è da Boston è che poi riuscirà ad imbarcarsi per l'Europa.
Del soggiorno di Bakunin in Nord America, si sa poco. La sua corrispondenza è notoriamente molto ellittica. La principale fonte di quello che pensava al suo arrivo in America è una lettera che egli inviò ad Herzen da San Francisco il 15 Ottobre, 1861, poi scrisse di nuovo il 3 novembre, dalla nave che lo sta portando a Panama, raccontando di non poter prendere la diligenza per attraversare il Missouri, dal momento che c'è una guerra. E, di nuovo, il 3 dicembre da New York, prima della sua partenza per Londra. Si sa, d'altronde, che Bakunin nutriva una profonda ammirazione per la libertà politica nord-americana, al punto che se avesse dovuto abbandonare la Svizzera, avrebbe cercato di ottenere la cittadinanza statunitense.
Tuttavia, esiste un'altra fonte, a proposito del suo soggiorno americano, che viene indicato dall'articolo di Robert Cutler, "Una Fonte ritrovata su Bakunin nel 1861: Il Diario di F.P. Koe", Canadian Slavonic Papers 35, nn. 1-2 (marzo-giugno 1993), p. 121-130. Questo articolo, insieme ad alcuni estratti dal diario di Koe è pubblicato dall'autore dell’articolo sul sito http://www.robertcutler.org/bakunin/ar93csp.htm .
Frederick Pemberton Koe (1829-1889) incontra Bakunin sulla nave che li porta dal Giappone a San Francisco. A quel tempo, Koe aveva portato a termine un giro del mondo che la sua famiglia aveva incitato ad intraprendere per allontanarlo da una giovane cattolica di cui si era innamorato (Koe e la sua famiglia erano protestanti). Bakunin, che nella sua giovinezza aveva dovuto confrontarsi con gli ostacoli che i suoi genitori frapponevano allo sviluppo personale delle sue sorelle, era stato senza dubbio assai sensibile alla storia di Koe, e il diario di quest'ultimo dice che lo incoraggiò a violare i divieti della famiglia (cosa che Koe fece, dal momento che avrebbe sposato la giovane donna l'anno seguente). Inoltre, durante il viaggio, Bakunin racconta a Koe la sua vita, gli parla della sua giovane moglie che ha lasciato in Siberia e che dovrebbe riunirsi a lui, gli canta delle canzoni russe tradizionali e, secondo le sue abitudini, chiede in prestito dei soldi al suo compagno di viaggio.Anche se, dal diario, emerge ben poco delle idee politiche di Bakunin, al tempo della sua fuga dall'esilio in Siberia, il documento ha il pregio di riuscire a presentarci come Bakunin poteva apparire a chi lo aveva incrociato.

martedì 28 giugno 2011

Cambio Tempo

super-heroes2

I tempi cambiano, e bisogna cambiare insieme ai tempi. Almeno, così sembra pensarla l'artista di strada che ha preso in mano il pennello ed i colori, per misurarsi con il monumento all'Armata Rossa che si vede nella foto. I soldati sovietici, grigi e marziali, si trasformano in un'allegra combriccola di cui fanno parte Superman e Capitan America, ma anche Babbo Natale e perfino Ronald McDonald, il personaggio simbolo della catena di "fast-food"! Già, i tempi cambiano, anche per le strade di Sofia, in Bulgaria.

super-heroes1

lunedì 27 giugno 2011

FC-START

partidodelamuerte5

Esiste una tendenza incorreggibile nel cinema, che prova, ogni volta che può, a dare un lieto fine alle sue storie, o ancora, a correggere mediante un lieto fine le storie della storia. A conti fatti, tutto l'impianto di un film come "Fuga per la vittoria" di John Huston ha molto poco a che fare con la storia vera cui si ispira, e che riguarda, anziché un aggregato internazionale guidato da Pelè, Ardiles e Bobby Moore, una squadra di calcio, la Dinamo di Kiev ed una partita contro una squadra composta da ufficiali tedeschi della Luftwaffe. Una partita che, in caso di vittoria della Dinamo, prevedeva l'esecuzione dei suoi giocatori.
La storia comincia nel settembre del 1941, quando Kiev, capitale dell'Ucraina, viene occupata dall'esercito nazista. Nei mesi successivi, nella città cominciano ad arrivare, a centinaia, i prigionieri di guerra, ai quali non viene permesso né di lavorare né di vivere dentro a delle case. Costretti ad un'indigenza assoluta, questi prigionieri si aggirano per le strade della città. Fra loro, c'è anche Nikolai Trusevich, che aveva giocato come portiere della Dinamo. 
A Kiev viveva Josef Kordik, panettiere di origine tedesca, e tifoso della Dinamo. Era trattato bene dai nazisti, proprio grazie alle sue origini. Un giorno, mentre camminava per strada, Kordik vede un mendicante e subito si rende conto che si tratta del suo idolo, il gigantesco portiere Trusevich.
Sebbene fosse illegale, il commerciante riesce ad assumere e a far lavorare il portiere nella sua panetteria. Trusevich gli è riconoscente. I due uomini parlano spesso e i discorsi vanno a finire sempre lì, il calcio e la Dinamo, fino a quando al fornaio non viene una brillante idea: anziché impastare il pane, Trusevich dedicherà il suo tempo a cercare di trovare i suoi compagni di squadra. Verrà pagato ugualmente e, allo stesso tempo, potranno salvare altri giocatori.
Il portiere comincia ad aggirarsi per quello che rimane della sua città, devastata, e, uno per uno, in mezzo ai mendicanti, trova i suoi ex-compagni di squadra. Kordik dà lavoro a tutti, cercando di non farsi scoprire. Per sovrammercato, Trusevich scopre in città anche dei rivali del campionato russo, tre calciatori del Lokomotiv che salva. Nel giro di poche settimane, una squadra intera si ritrova a lavorare nel panificio.
Riuniti dal panettiere, non passa molto tempo che i giocatori si ritrovano a fare il passo successivo e tornano a giocare, incoraggiati dal loro mecenate. Dal moneto che la Dinamo, come squadra, era stata sciolta e vietata, decisero di darsi un nome del tutto nuovo. Nasce l'FC START che, grazie a dei contatti tedeschi, comincia a giocare sfidando squadre di soldati nemici e selezioni di calcio che si muovono nell'ambito del Terzo Reich.
Il 7 giugno del 1942 giocano la loro prima partita, e benché denutriti e dopo aver lavorato per tutta la notte precedente nel forno della panetteria, vincono per 7 a 2. L'avversario successivo è una squadra della guarnigione ungherese, e anche qui vincono per 6 a 2. Dopo, infilano 11 gol ad una formazione rumena. Il problema viene fuori quando, il 17 luglio, battono per 6 a 2 una compagine dell'esercito tedesco. Molti nazisti cominciano ad essere infastiditi dalla fama crescente di questo gruppo di "fornai", e cercano di trovare una squadra migliore da mandare in campo. E' al MSG, squadra ungherese, che viene affidato il riscatto, solo che l'FC START vince per 5 a 1, all'andata, mentre la rivincita finisce per 3 a 2, sempre a favore dei fornai. 
Il 6 agosto, i tedeschi, convinti della loro superiorità, decidono di mettere in campo una squadra composta da ufficiali membri della Luftwaffe, il Flakelf (che era già stato usato da Hitler come strumento di propaganda). Volevano farla finita con l'FC START che aveva guadagnato un'enorme popolarità a Kiev e dintorni, presso la popolazione sottomessa dai nazisti. Niente da fare, nonostante i calci dei nazisti, l'FC START vince per 5 a 1.
Pochi giorni dopo la sconfitta della squadra tedesca, viene scoperta tutta storia del panettiere, la sua truffa ai danni dei nazisti. Da Berlino, arriva l'ordine di ucciderli tutti, la squadra e il panettiere. Ma i nazisti, occupanti Kiev, non si accontentano di questo, non vogliono che l'ultima immagine dei russi sia una vittoria sul campo di calcio, e pensano che uccidendoli sarebbe stata questa l'immagine che avrebbero consegnato alla storia. La superiorità della razza ariana, in particolare nello sport, è una sorta di ossessione per Hitler. Ragion per cui, prima di ucciderli, devono batterli sul campo.
Per il 9 agosto, viene annunciata la rivincita che avrà luogo nello stadio Zénit. Prima dell'incontro, un ufficiale delle SS entra negli spogliatoi e parla in russo, dice di essere l'arbitro e chiede che sul campo, i calciatori del'FC START rispettino le regole e salutino, prima dell'incontro, con il braccio alzato. I calciatori russi, maglia rossa e calzoncini bianchi, schierati in campo, alzano il braccio, ma al momento del saluto lo portano al petto e, anziché "Heil Hitler", urlano "Fizculthura" (uno slogan sovietico che proclama la cultura fisica).
I tedeschi, maglia bianca e calzoncini neri, vanno in vantaggio per primi ma, al momento di andare negli spogliatoi per la fine del primo tempo, il risultato è di 2 a 1 in favore dell'FC START.
Questa volta, ci sono più visite negli spogliatoi, e vengono affettuate con le armi al seguito e con disposizioni ben chiare e precise. Se vincono, non ne rimmarrà nessuno, vivo. I giocatori hanno paura e, da parte di molti, si manifesta l'intenzione di non giocare il secondo tempo. Poi, il pensiero corre alle famiglie massacrate, ai crimini subìti, alla gente in tribuna che soffre e che spera, per loro. Giocano. Una vera e propria danza. Alla fine della partita, quando hanno già vinto per 5 a 3, Klimenko si ritrova da solo davanti al portiere tedesco. Lo dribbla, e si ritrova da solo, con la palla, davanti alla porta. Quando tutti si aspettano il gol, si gira e calcia la palla al centro del campo. Un gesto di disprezzo, di burla, di superiorità totale. Lo stadio vene quasi giù per le grida di trionfo.
I nazisti permisero ai calciatori di lasciare il campo, come se nulla fosse accaduto. Un paio di giorni dopo, addirittura, l'FC START gioca contro il Rukh e lo batte per 8 a 0. Ma la fine era già stata scritta. Dopo questa ultima partita, la Gestapo andò a far visita al panificio.   Solo due sopravvissero, Goncharenko e Sviridovsky che non erano nella panetteria e che rimasero in clandestinità fino alla liberazione di Kiev, nel novembre del 1943. Il resto della squadra venne tortutato a morte.

sabato 25 giugno 2011

Passaggi

libyamar23

Alcuni giocatori della nazionale di calcio della Libia sono passati con i ribelli. Si vede che i calciatori libici non sono così stupidi come le loro controparti in altri paesi! Torna alla mente, l'Ungheria del 1956, quando i migliori giocatori scapparono in occidente. Da allora, il calcio ungherese non si è più ripreso, e non si sono più visti, nella nazionale ungherese, giocatori del calibro di Puskas o di Kocsis ...

Fonte: BBC Radio4, 24 giugno 2011.

venerdì 24 giugno 2011

Quando passi da queste parti …

john-cassavetes-husbands1

Peter Michael Falk (New York, 16 settembre 1927 – 24 giugno 2011)

come un gatto

gen_strike_english_hi-res


"Some day we'll take the good things of the earth
That the parasites hoard and sell;
We'll keep our products for ourselves,
And bosses can go to hell.
The earth is on the button that we Wobblies wear;
We'll turn the SAB CAT loose or get our share!

- Ralph Chaplin, The Harvest Song -

Era il 1913, quando Ralph Chaplin scrisse questa canzone, facendo assurgere il Gatto Nero, il gatto del sabotaggio, a simbolo degli IWW (Industrial Workers of the World) americani. La schiena arcuata, gli artigli e i denti scoperti, pronto a combattere, diverrà un'icona e da allora, fino ad oggi, riempirà manifesti, volantini, testate di giornali.
La scelta, a quanto pare, venne fatta a suo tempo proprio ... dal gatto! C'è una storia che racconta di uno sciopero che non stava andando proprio bene. La partecipazione era scarsa, e diversi membri del sindacato si trovavano in ospedale, picchiati brutalmente dai poliziotti. Nel campo degli scioperanti, fra le tende e il fuoco, il morale era basso, quando arrivò un gatto nero, secco e affamato. I lavoratori decisero di nutrirlo, considerato che stava assai peggio di loro, e man mano che il gatto riacquistava peso e salute, curiosamente la partecipazione allo sciopero aumentava, insieme alla combattività degli scioperanti. Alla fine, vennero accolte tutte le richieste fatte dagli operai. E il gatto rimase con i wobblies, e divenne la loro mascotte.

(Grazie a Salvatore ed al suo blog)

giovedì 23 giugno 2011

mafia

mafia


A seguire, la prefazione al libro "Mafia" di Henner Hess, scritta da Leonardo Sciascia. Una lettura interessante. Ieri come oggi.


Questo libro è stato scritto da un giovane tedesco dopo un lungo e attento soggiorno in Sicilia e attraverso una ricerca, archivistica e bibliografica, tanto minuziosa quanto precisa (mentre di solito la minuziosità è nemica della precisione, quando viene esercitata su una materia traboccante, sfuggente, contraddittoria e controversa). Credo sia una tesi di dottorato, come si dice oltralpe di quegli studi per cui si accede alla docenza e se si paragona (questa tesi, ma anche altre, di francesi e tedeschi, in cui ci siamo imbattuti in questi ultimi anni) a quel che da noi si produce per arrivare alla libera docenza (che in effetti è libera solo se non la si esercita) o alla cattedra, si è assaliti dalla malinconia, se non addirittura dalla disperazione. Ma lasciamo perdere.
A parte la mole della ricerca, quel che immediatamente colpisce il lettore di questo saggio è il buon senso, e cioè una specie di condizione a tabula rasa, senza pregiudizio, con cui l’autore ha voluto e saputo mettersi di fronte al fenomeno mafioso e sì che sarà stato difficile per lui, straniero, che prima di arrivare in Sicilia e agli archivi siciliani soltanto disponeva di tesi e schemi altrui, di teorie più o meno addentellate alla realtà, di impressioni più o meno false (i viaggiatori, gli “inviati”) e quasi sempre improntate ai romantici effetti che dà il vagheggiamento della “pianta uomo” di classificazione stendhaliana il brigante italiano nel secolo scorso, il mafioso siciliano nel nostro.
Già alla prima pagina, il buonsenso con cui il lavoro è stato condotto e il buonsenso della tesi cui è pervenuto appare evidente: “Contrariamente all’imputato Mini (Mini non è un famoso mafioso di cui ci si è dimenticati, ma sta per Tizio un tizio medio o grosso mafioso), la maggior parte della gente, in particolare fuori d’Italia (ma anche in Sicilia), si fa un’impressione abbastanza precisa della mafia un’associazione a delinquere centralizzata, retta duramente, con riti di iniziazione e statuti. Il pubblico è stato ampiamente informato sia dalla letteratura specializzata sia attraverso la stampa quotidiana, i romanzi polizieschi e del brivido e i gialli della televisione. Ma chi cerca di approfondire i fatti e di risalire lungo la catena delle fonti, ottiene un quadro completamente diverso e, come è accaduto a me nello svolgere questo lavoro, approderà alla convinzione che l’imputato Mini non mente affatto quando, alla domanda se fa parte della mafia, risponde ‘non so che significa’. In realtà egli conosce individui detti mafiosi non perché siano membri di una setta segreta ma perché si comportano in un determinato modo e cioè in maniera mafiosa”. A riscontro di questa affermazione, che il saggio svolge e dimostra, varrebbe la pena riportare per intero una intervista ai “presunti” (la sostantivazione dell’aggettivo ormai si impone mai l’opinione pubblica italiana è stata così convinta della colpevolezza di una persona o di un gruppo di persone come da quando sono state escogitate le espressioni “indiziato di reato” o “presunto colpevole” – e in quanto al “presunto mafioso”, la presunzione non resta tale ma si materializza in una limitazione della libertà personale abbastanza somigliante al carcere) pubblicata nel 1971 dal settimanale “L’europeo”. Ai “presunti” confinati nell’isola di Linosa.
Per cominciare, nessuno di loro ha mai sentito parlare di mafia se non dagli inquirenti e dai giornalisti. Ed ecco le sette risposte che il giornalista Magrì riscuote alle domande “cos’è la mafia, cosa vuol dire essere mafioso”: “Prima che i giornali sventolassero ai quattro canti questa parola mafia, nessuno ne sapeva niente”; “Secondo me è un tipico modo di vivere dei siciliani che non viene compreso in continente”; “E’ una gentilezza che si fa alla gente che merita rispetto; “Per loro, la mafia è la deformazione del prestigio” (e si sente l’eco della definizione del giurista Giuseppe Maggiore “una ipertrofia dell'io”); “Mafia è una parola antica che significa cava di pietra. Cava di pietra dove si riunivano le persone perseguitate dai dominatori della Sicilia; persone che si costruivano una loro giustizia. Ora, invece, i politicanti la tirano fuori per inserirla nella delinquenza”; “Ormai la mettono dovunque. Ma dei costruttori che si mettono insieme per costruire, o dei carrettieri che si mettono assieme per sfruttare la sabbia, che sono mafiosi? Sono industriali”. “Io, sul mio onore, non riesco a capire né il significato di mafia né quello di mafioso”.
Per coloro che credono di avere un’idea precisa della mafia, ma maturata sull’informazione della cronaca quotidiana e di qualche saggio tra i più inattendibili (pochissimi, per esempio, conoscono le illuminanti pagine di Hobsbawm), queste risposte suscitano ironica incredulità e danno addirittura nel comico. Invece esse sono, alla lettera, vere e il “presunto” che impegna il suo onore sulla dichiarazione che non riesce a capire che cosa significhi mafia, che cosa mafioso, non rischia poi molto – e non soltanto nel senso di una nozione dell’onore che più ha a che fare con l’omertà che con la verità. Per lui i termini mafia, mafioso non hanno senso indicano quel che per lui sono parentela, comparatico, amicizia, rapporti di affari; il saper tenere fede a questi rapporti e il rivolgerli a un fine di reciproco profitto, di miglioramento economico e sociale; un giudizio sulle cose del mondo, sulla necessità della forza, della legge e dell’ordine non dissimile da quello che vede realizzato nello Stato o nel sistema da cui emana lo Stato. Non hanno cioè, questi termini, quel senso di cui noi li carichiamo.
E ne abbiamo la controprova in questa dichiarazione che viene fuori dalla stessa intervista: “Io non sono ricco e non ho soldi. Anzi non so neppure come vivere. E anch’io sono mafioso. Io facevo il tosatore di cani insieme con mio padre. Avevamo una bella clientela, a Palermo. La migliore gente baroni, principi, avvocati, ingegneri. A ventotto anni entrai nei cantieri navali. Anzi, in una ditta appaltatrice dei cantieri navali. Prima che entrassi io c’era sempre disordini, scioperi, caos insomma. Ci sono andato io e ho sistemato tutto. Certo, uno si domanda ma com’è che ho potuto sistemare tutto? Bisogna vedere come l’ho sistemato. L’ho sistemato in maniera che gli operai avessero tutti i diritti. Ero, insomma, una specie di commissione interna, il tramite tra gli operai e il padrone. Poi successe che litigai con un operaio, la polizia lo fece suo…”. Ignorando la definizione - questa sì, a tutti gli effetti, precisa – che è stata data della mafia (“un’associazione per delinquere, con fini di illecito arricchimento per i propri associati, che si pone come intermediazione parassitaria, e imposta con mezzi di violenza, tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato”), il “presunto” candidamente ne offre la puntuale verifica meravigliato che si possa chiamare mafiosa un’idea e realizzazione dell’ordine, della pace sociale, del diritto tanto ovvia e per tutti soddisfacente.
Per tutti, tranne uno quell’uno che la polizia intrusa ha fatto suo. Ma davvero si deve far conto di uno, se tutti gli altri sono d’accordo? E quando mai si è vista rispettata l’opinione del singolo a Palermo, in Sicilia, in Italia? La polizia, si sa, è pagata per tenere l’ordine e quando c’è chi mette l’ordine senza scomodarla, spesso se ne appaga ma qualche volta, per dimostrare che non mangia a ufo, o per favorire qualche politicante, fa suo qualche scontento e comincia allora il disordine. Colui che diciamo mafioso si ritiene insomma delegato all’ordine più e meglio della polizia e per la semplice ragione che il sistema, nella versione siciliana, non consente alla polizia efficace penetrazione e controllo. In un certo senso, del sistema ci sono soltanto alcuni effetti e si conoscono soltanto due modi di controllo, due alternative. E valga come parabola questo episodio. Un commerciante subisce un furto, capisce da chi gli viene il colpo, gli si presenta, discorre del più e del meno, poi, entrato in confidenza, con non coperta allusione, gli dice “ma se avevi bisogno di soldi non potevi dirmelo? Che bisogno c’era di farmi uno sgarbo?”. Lo sgarbo sarebbe il furto il commerciante non ignora gli eufemismi e le metafore che si debbono usare, ma evidentemente sbaglia i tempi, se l’altro duramente gli risponde che questo non è il modo di parlare: “e quand’anche fossi stato io, a farle lo sgarbo, lei si presenta male”. La punizione piomba quasi immediata altro furto, questa volta in casa. Il commerciante ci si rode, soffre. Non sa che fare; e anzi sa di non poter fare proprio niente.
Ed ecco che gli si presenta un tale, che gli propone, senza mai spiegarsi nettamente, “di far finire la cosa”. Il prezzo sarebbe, per il commerciante, l’avallo di cambiali per due milioni. Il commerciante pensa mi faranno pagare le cambiali, ma mi restituiranno la roba. Firma. Paga. Ma la roba non gli ritorna. Dimagrisce, si ammala e quando racconta la ragione del suo male, come l’ha raccontata a noi, finisce così: “I casi sono due o mandano Mori o mettono in libertà quelli; qui non si ragiona più, non si vive più…”. “Quelli” cioè i “presunti” che stanno al confino. E in quanto alla polizia, niente da fare se non c’è uno come Mori i pieni poteri, gli arresti indiscriminati, le carceri piene di “quelli” e di “questi altri”. L’alternativa è netta, assoluta le infinite risorse dell’uomo d’ordine nell’Italia miracolosa miracolata miracolistica, in Sicilia si riducono a due.

- Leonardo Sciascia -

mercoledì 22 giugno 2011

Una luce violenta, senza compassione!

Nov_Reina_sofia_luz3

Durante la seconda metà degli anni venti, durante lo scorso secolo, comincia a diffondersi una corrente fotografica documentaria, espressione del movimento operaio legato alla Terza Internazionale Comunista.
Nel 1926, durante la Repubblica di Weimar, viene indetto un concorso di fotografia dalla rivista AIZ (Arbeiter Illustrierte Zeitung). Contemporaneamente, in Unione Sovietica, viene fondata la rivista "Sovetskoe Foto" che si propone di guidare e coordinare la cultura fotografica sovietica.
Nascono discussioni e dibattiti sul realismo, sul reportage fotografico, sulla "fattografia". Da queste sorgenti, la "fotografia operaia" comincia ad espandersi, fino ad articolarsi come un vero e proprio paradigma per tutti i movimenti di sinistra nel Centro e nel Nord Europa, e negli Stati Uniti. Le sue ramificazioni si stendono fino alle esperienze dei Fronti Popolari in Spagna ed in Francia.
Sergei Tretyakov, David Seymour, Robert Capa, Paul Strand, Tina Modotti, Walter Ballhause e Max Alpert, fra gli altri, se ne fanno carico.
Il teorico della "Fattografia", Sergei Tretyakov, sostiene un'arte giornalistica, descrittiva, oggettiva, che si fonda sulla stampa e che viene realizzata da un nuovo tipo di autore-produttore, che mette in pratica un programma materialista dell'arte circoscritto alla produzione industriale.
A partire dal 1929, cominciano a formarsi le prime associazioni di fotografi operai.
E' l'origine del foto-giornalismo. E' l'opposizione alla stampa borghese con i mezzi visivi. Alla fine del 1931, una rivista come AIZ, in Germania, tirava 500mila copie settimanali. Culmine, e punto finale, che coincide con la caduta della Repubblica di Weimar e con la fine di qualsiasi sperimentazione culturale in Unione Sovietica.
Nella prima metà degli anni '30 l'esperimento è oramai diventato un movimento politico che stende la sua rete nell'Europa Centrale e arriva negli Stati Uniti della Grande Crisi con la "Photo League", dove si incontrano Aaron Siskind, Harold Corsini, Morris Engel, Sid Grossman, e Tina Modotti.
L'esperienza si conclude nella seconda metà degli anni '30, quando l'operaio si trasforma dapprima in soldato e infine in sconfitto, tutto questo sugellato dalla fine della Guerra Civile Spagnola che aprirà le porte alla Seconda Guerra Mondiale. In questo periodo, si situa la rivista francese "Regards" che raccolse le opere di Robert Capa, Louis Aragon, Henri Cartier-Bresson, Josep Renau, ed Eli Lotar.
E' la fine di un'iconografia e di un movimento, la fotografia operaia, che è stato un momento chiave di tutta la storia della fotografia. Un movimento che è stato marginalizzato e dimenticato e che, invece, merita un posto centrale nel dibattito fotografico che ha avuto luogo fra le due guerre, dal momento che ha creato una sorta di sfera pubblica fotografica.

martedì 21 giugno 2011

Una vita

koestler

"Sono andato al comunismo come si va ad una sorgente di acqua fresca e sono uscito dal comunismo come chi striscia fuori dall'acqua avvelenata di un fiume coperto dai detriti delle città allagate e pieno dei cadaveri degli annegati. Questa è, in breve, la mia storia dal 1931 al 1938".
L'autobiografia di Arthur Koestler (1905-1983), riassume un secolo di ombre in due volumi, "La freccia blu" e "La scrittura invisibile".

Durante la Guerra civile spagnola, il 25 gennaio 1937 a Valencia, Koestler partecipò con il poeta W.H. Auden ad una festa. Quindici giorni dopo aspettava la morte in un carcere di Siviglia. Corrispondente del giornale britannico "News Chronicle", era stato arrestato a Malaga il 9 febbraio 1937, per ordine di un ufficiale, Luis Bolin, che lo accusava di pubblicare articoli contro il bando ribelle del generalissimo Franco, e che aveva giurato di ucciderlo "come un cane rabbioso". Le truppe repubblicane avevano lasciato la città e se lo erano lasciato alle spalle. Perché? La cosa non è mai stata chiarita. Uno dei suoi biografi, Michael Scammell, suggerisce diverse possibilità: la prima è la sua lealtà al console britannico, Sir Peter Chalmers Mitchell, con il quale aveva stretto amicizia. Era disgustato dalla codardia dei disertori nelle zone repubblicane, e voleva dimostrare che non era come gli altri e che non era disposto ad abbandonare la sua macchina da scrivere.
Visse in una cella di isolamento.Per diverse settimane, non gli venne permesso di lasciarla, un buco di sei passi e mezzo di lunghezza. Insultato dalle guardie, ignorato dalle autorità penitenziarie, arrivò a credere di essere stato condannato a morte. Di notte, udiva gli altri detenuti implorare le loro madri quando venivano prelevati dalle loro celle per essere fucilati.
Nel frattempo, Chalmers Mitchell aveva inviato un telegramma da Gibilterra al "News Chronicle" circa la detenzione di Koestler e da quel momento aveva iniziato una campagna internazionale per la sua liberazione. William Randolph Hearst definì l'arresto come una "violazione inaccettabile dei diritti dei giornalisti ad esercitare la loro professione". Intervenne il governo francese e, in Inghilterra, l'Unione nazionale dei giornalisti pretese la mediazione politica: Cinquantasei membri del Parlamento firmarono una lettera a sostegno di Koestler. Infine, dopo le trattative tra la Lega delle Nazioni Unite, la Croce Rossa ed il Vaticano, il rilascio fu organizzato per mezzo di uno scambio di prigionieri. Koestler venne trasferito a Gibilterra sotto la custodia delle autorità britanniche il 14 maggio, dopo 94 giorni di prigionia.

Nella Vienna tra le due guerre, Koestler lavorò come segretario di Vladimir Jabotinsky, uno degli ideologi del movimento sionista. Si recò in Turkmenistan, in qualità di govane e ardente simpatizzante del comunismo societico, dove incontrò Langston Hughes, poeta afroamericano del Rinascimento di Harlem, il movimento della poesia jazz. Nella Berlino della Repubblica di Weimar entrò nel cerchio dell'infame agente del Kommitern Willi Münzenberg e stabilì contatti con importanti artisti comunisti tedeschi dell'epoca: Johannes Becher, Bertolt Brecht e Hanns Eisler. Era solito pranzare con Thomas Mann ed ubriacarsi con Dylan Thomas e strinse una forte amicizia con George Orwell. Flirtò con Mary McCarthy, e convisse a Londra con Cyril Connolly. Nel 1940, Koestler venne liberato da un campo di prigionia francese, grazie anche all'intervento di Harold Nicholson e di Noël Coward.Nel 1950, contribuì a fondare il Congress for Cultural Freedom, insieme al giornalista Mel Lasky e al filosofo Sidney Hook.Nel 1960,  consumò LSD con Timothy Leary, e nel 1970, tenne conferenze che impressionarono i giovani scrittori del tempo, fra i quali Salman Rushdie.
E 'difficile trovare un altro importante intellettuale del ventesimo secolo che in vita non si sia incrociato con Koestler, o un movimento intellettuale del Novecento cui Koestler non si sia unito, od opposto. Dall'educazione progressista e dalla psicoanalisi freudiana attraverso il sionismo, il comunismo e l' esistenzialismo, le droghe psichedeliche, la parapsicologia e l'eutanasia, egli visse affascinato dai capricci filosofici, politici ed apolitici del suo tempo.
Le passioni di Koestler erano profonde. La sua fede nel comunismo lo ha portato a combattere in Spagna ed in viaggio attraverso l'URSS. Il suo sionismo, in un kibbutz vicino ad Haifa. In momenti diversi, ha sostenuto la violenza, sia per ottenere il trionfo dell'utopia comunista che per stabilire lo stato di Israele. Anche quando si è rivoltato contro le sue fedi precedenti (e contro i tuoi amici allora) lo ha fatto con sincerità. Il riconoscimento gli è arrivato più come anti-comunista che grazie al successo dei suoi libri, tra cui "Buio a mezzogiorno", una storia immaginaria sull'interrogatorio di un importante membro di un partito comunista senza nome. Il suo coinvolgimento con il sionismo revisionista è probabilmente meno noto; ne "La tredicesima tribù" sostiene che gli ebrei europei moderni discendono da i Khazari dell'Asia centrale, e non dagli ebrei che vivevano nella Palestina di un tempo. Tesi molto popolare fra i nemici del sionismo.Negli ultimi anni della sua vita, la sua passione per la telepatia e per altre pseudo-scienze arrivò al punto da fargli lasciare in eredità il suo patrimonio ad una cattedra di parapsicologia.

La mattina del 3 marzo 1983, Amelia Marino, la domestica spagnola dei Koestler, mentre si recava al lavoro, vide una nota scritta da Cynthia Koestler: "Per favore non salire. Telefona alla polizia e dì loro di venire a casa."
Trovarono Arthur, sulla sedia con la schiena al balcone ed un bicchiere vuoto in mano. Cynthia sul divano, alla sua sinistra. Erano morti da 36 ore. Un overdose di barbiturici.

lunedì 20 giugno 2011

Archivi

LesCaixdAmsteram

Siamo agli inizi del 1939, quando, nella Barcellona assediata dalle truppe fasciste, ad un gruppo di uomini viene assegnata una missione particolare: mettere in salvo gli archivi della CNT e della FAI, e trasferirli ad Amsterdam, all’Istituto Internazionale di Storia Sociale. Si tratta di ventidue casse, nei cui faldoni si trova, ben documentata, tutta la storia degli stretti legami esistenti fra la Confederaciò Nacional del Treball (CNT), che ha tentato la rivoluzione in Catalogna, e - ad esempio - il movimento makhnovista, che aveva lottato in Russia contro il regime zarista, fino a quando non venne liquidato dai bolscevichi. I collegamenti con i ribelli protagonisti della grandi rivolte in Patagonia, restituitici alla memoria dalla penna di Osvaldo Bayer. Documenti che permettono di coniugare le storie di quegli anni, nelle varie parti del mondo. Lettere manoscritte, fotografie, filmati. Una storia che parte da avvenimenti come la Comune di Parigi, passando  per Francisco Ferrer e Buenaventura Durruti, il cui significato arriva perfino a proporre una chiave di lettura degli ultimi avvenimenti di questo nuovo, ventunesimo, secolo.
Ora, tutto questo è un docu-film, “Les caixes d’Amsterdam”, prodotto dalla Televisió de Catalunya e diretto da Felip Solé. Interviste, vecchie e nuove, interventi, filmati, immagini, si succedono a cercare di ricostruire, di capire e proiettare sul futuro, un'opera -la rivoluzione - che lungi dall'essere morta e imbalsamata, si ripropone ancora col fuoco dell'attualità.

 

“Les caixes d’Amsterdam”
Un documental de Televisió de Catalunya dirigit per Felip Solé.

Fitxa tècnica:

Cap de Documentals: Joan Salvat
Productora executiva: Muntsa Tarrés
Direcció i realització: Felip Solé
Producció: Lluís Mabilon
Guió: Àngels Molina
Locució: Joan Massotkleiner
Ajudant de realització: David Burillo
Documentació: Mercè Bofill
Investigació: Àngels Molina i Roger Caubet
Assessorament històric : Josep Maria Solé i Sabaté i Octavio Alberola
Operador de càmera: Joaquim Murga
Disseny gràfic: Xavi Comas
Tècnic de so: Toni Garcia
Muntatge musical: Adolfo Pérez

venerdì 17 giugno 2011

Scavare la cenere

ceniza


Armato della sua macchina fotografica Leica, il fotografo Robert Capa è il protagonista di "Tristísima ceniza", il nuovo fumetto scritto da Mike Begoña, e disegnato da Iñaket, in un'opera che dà voce agli sconfitti della Guerra Civile Spagnola.
Dopo la distruzione di Guernika, giornalisti e fotografi di tutto il mondo si diressero verso il Paese Basco, dove nel maggio 1937 si era combattuta la battaglia di Sollube. Le truppe antifranchiste si difesero strenuamente su questo monte vicino a Bilbao, ma l'esercito ribelle, inarrestabile, riuscì ad avanzare fino alla capitale basca. In quei luoghi, in quei momenti della storia della Spagna e dell'Europa, si poteva incontrare il fotoreporter Robert Capa, che di lì a poco avrebbe sofferto per la sorte subita dalla sua amata Gerda Taro su un altro fronte della guerra, in Catalogna.
Insieme a Robert e a Gerda, si muovono altri eroi della resistenza contro la rivolta nazionalista: Francisco Artasánchez, membro delle brigate basche, Esther Zilberberg, militante delle organizzazioni operaie in Belgio che si trasferì in Spagna per difendere la Repubblica, oppure Luis Lezama Leguizamon, un membro della nobiltà basca che venne incarcerato per le sue simpatie franchiste.

"Quando ho scritto la sceneggiatura non sapevo se la storia di Robert e Gerda avrebbe preso molto o poco spazio. Le storie di amicizia, di solidarietà o di 'compagneria' possono essere importanti quanto le storie d'amore, e anche di più. In realtà, esse sono anche storie d'amore . E ci sono molte storie nel libro." - Assicura Begoña. Lo scrittore ha portato a termine un lavoro encomiabile di documentazione, abbeverandosi a fonti sia orali che scritte. "Le testimonianze orali del tempo sono, naturalmente, sempre più rare. I colloqui con Peter Artasánchez, fratello di uno dei protagonisti, sono state fondamentali,"
I disegni di Iñaket, si incentrano sulle emozioni e sulle espressioni dei personaggi. "Si trattava di vedere un epoca idealistica che lascia il posto ad un'altra più 'cenere', ma nella quale i suoi personaggi non si arrendono e lottano per una vita dove ci sia più libertà", dice l'illustratore.
"Vedere che stava prendendo forma, che cresceva, mentre andavamo avanti, che non sarebbe stata dimenticata in un cassetto. Imparare a raccontare una storia, completarla e vederlo finita, con la soddisfazione di aver imparato ... "

giovedì 16 giugno 2011

Irlanda e Spagna

jackwhite

Capitan Jack White, l'ideatore ed il fondatore, nel 1913, dell'Irish Citizens Army, la prima milizia operaia della storia, nata per proteggere i picchetti operai dagli assalti della polizia metropolitana di Dublino e dalle gang pagate dai padroni. Ha 57 anni, nel 1936, quando arriva in Spagna con una colonna di auto-ambulanze. Rimarrà affascinato dalla rivoluzione  spagnola e dalle collettività della CNT, arrivando, a battersi, in armi, contro gli stalinisti, nelle giornate del maggio 1937.

UN RIBELLE A BARCELLONA - Le prime impressioni spagnole -

Sono arrivato a Barcellona come amministratore della seconda unità della Croce Rossa inglese. Insieme a due infermieri, dovevo trovare un luogo adatto, da qualche parte sul fronte di Teruel, per impiantare un ospedale. Purtroppo l'unità è stata cancellata, eccetto per quattro ambulanze che ora sono in viaggio da qualche parte tra Parigi e Barcellona. Alcune di queste ambulanze andranno, credo, alla prima unità a Grañen. Finché non arrivano, in ogni caso,  non ho niente da amministrare e niente da fare, così un amico della CNT-FAI mi ha chiesto di scrivere le mie impressioni per la radio o per la stampa.

La mia prima e più profonda impressione che ho ricevuto, è stata quella della nobiltà naturale del popolo catalano. Ho avuto questa impressione fin da Port Bou, dove abbiamo dovuto passare sei ore in attesa del treno per Barcellona. Un sole splendente mi tentava a fare una nuotata nella baia. Dopo essermi spogliato, ho lasciato la mia giacca, con dentro circa 80 sterline inglesi in tasca, sugli scogli vicino ad una strada frequentata, con un senso di completa sicurezza. Mezz'ora in Catalogna, e qualche conversazione nel mio povero spagnolo, mi faceva già sentire che ero tra amici, che avevano apprezzato lo sforzo dei lavoratori e degli intellettuali inglesi venuti ad aiutare la loro causa. Non avrei mai rischiato una tale grossa somma di denaro, lasciandolo incustodito in un qualsiasi luogo per fare un bagno in Inghilterra. Qui ho sentito che era custodito dalla solidarietà rivoluzionaria della Catalogna e perfino della solidarietà internazionale della classe operaia, di cui ora la Catalogna è il baluardo.
Questa impressione di onore e di ordine rivoluzionario è stata confermata da tutto quello che ho visto, e vissuto, durante la settimana in cui sono stato a Barcellona. Una volta, dopo una mattinata passata a correre di qua e di là per compiere i passi necessari ad andare a Valencia - questo, prima della cancellazione dell'unità, quando dovevo andare al fronte per trovare un posto per il nostro ospedale, il più presto possibile - ho inavvertitamente pagato il tassista quattro pesetas più del dovuto. Me li ha restituiti, dicendomi "eso sobra". Questo è successo mentre stavo varcando la porta del Comitato Regionale della CNT-FAI, il quartier generale di quei terribili anarchici, dei cui misfatti si legge tanto oggi sulla stampa capitalista. Non intendo entrare in polemica, filosofica o politica, registro semplicemente le mie esperienze, senza paure o favoritismi. E 'un fatto, che le chiese di Barcellona sono state bruciate, e molte di esse, i cui tetti e i cui muri sono ancora in piedi, vengono usate come ambulatori o come spacci, anziché come fortezze, cosa che avevano fatto in precedenza i fascisti. Ho il sospetto che la loro funzione attuale sia più vicina ai fini di una religione basata dal suo fondatore sull'amore per Dio e per il prossimo. Comunque sia, la distruzione delle chiese non ha distrutto l'amore e l'onestà in Spagna. Se non ci si basa sull'amore di Dio, ci si basa sulla fratellanza, sull'altruismo ed il rispetto di sé, tutte cose che devono essere vissute, per poterci credere. Mai, finché non sono arrivato nella Barcellona della rivoluzione, avevo visto i camerieri, e perfino i lustrascarpe, rifiutare una mancia! Qui, il rifiuto di qualsiasi cosa che eccede il prezzo esatto di un servizio è invariabile, come la cortesia con cui viene svolto. Questa cortesia riesce a farti sentire, per la tua mancia, un borghese ottenebrato, incapace di cogliere il rispetto di sé dei lavoratori. Ho imparato la lezione fin dal primo giorno. Ed ora non li offendo più.

Avrete sentito parlare, senza alcun dubbio, della rivolta di Dublino del 1916. Quella rivolta è vista oggi come puramente nazionale, i cui obiettivi non sarebbero andati oltre l'indipendenza nazionale dell'Irlanda. E' stato convenientemente dimenticato che non solo c'era un programma sottoscritto dai leader "borghesi" che aveva uno spirito di estrema democrazia liberale, ma che anche, insieme ai leader borghese, c'era James Connolly, un socialista internazionalista, che alcuni considerano il più grande combattente ed organizzatore rivoluzionario del suo tempo. Al comando dell'Irish Citizen Army, che io avevo fondato, egli fece causa comune con i separatisti repubblicani contro il nemico imperiale. Si era nel mezzo di una grande guerra. La rivolta venne spietatamente soppressa dall'Inghilterra e sedici dei capi vennero giustiziati. Connolly stesso, nonostante fosse ancora gravemente ferito -  era nell'Ufficio Postale di Dublino quando venne colpito e raso al suolo da una cannoniera - fu legato ad una sedia e fucilato da un plotone di esecuzione.

Qui in Catalogna, l'unione della classe operaia e della nazione inizia sotto auspici migliori di quanto fossero possibili in Irlanda. In Catalogna la ricostruzione interna socialista va di pari passo con la lotta armata contro il fascismo spagnolo e internazionale. Siete più avanti di noi nel sindacalismo anarchico e nella costruzione socialista. Siete più avanti di noi nel trattare con la minaccia clerico-fascista. Spesso e ripetutamente in Irlanda, il movimento rivoluzionario repubblicano fa un po'di strada verso il socialismo, e subito corre indietro terrorizzato, quando la Chiesa cattolica romana smette il suo finto tuonare di condanna e di scomunica.
Io provengo da una famiglia protestante dell'Ulster. C'è un detto in Ulster (la provincia a nord-est dell'Irlanda) "Roma è un agnello nelle avversità, un serpente nella normalità ed un leone nella prosperità". Sono lieto che in Catalogna abbiate reso Roma un agnello. In Irlanda, Roma è ancora un leone, o meglio un lupo travestito da pecora. I sacerdoti infiammano la folla e poi fingono di deplorare la violenza di massa che hanno istigato. La scorsa Domenica di Pasqua, ho dovuto lottare per tre chilometri contro gli azionisti cattolici che ci hanno attaccato per le strade perché marciavamo per onorare la memoria dei morti repubblicani, caduti nella settimana di Pasqua del 1916.

In Irlanda, come in Spagna, sono stati i preti a dare inizio ai metodi di ferro e fuoco contro il popolo. Eppure, si lamentano amaramente quando le loro stesse armi vengono rivolte contro di loro.

Compagni della Catalogna! Nella vostra ora, quando tenete le barricate, non solo per voi stessi ma per tutti noi, vi saluto con la voce dell'Irlanda rivoluzionaria, un po' soffocata oggi, ma destinata a riconquistare la sua forza. Mi ritengo onorato di essere tra voi, per servire se posso essere utile in qualsiasi modo.

J. R. White

 

mercoledì 15 giugno 2011

Fortuna e Gloria

british

La morte di Sir Patrick Leigh Fermor, avvenuta pochi giorni fa, all'età di 96 anni, cala di fatto il sipario su tutto uno straordinario gruppo di guerrieri inglesi irregolari il cui contributo alla sconfitta di Hitler fu significativo in termini militari. Tutti questi uomini erano "scrittori di viaggio", a modo loro. Esploratori, archeologi, linguisti dilettanti, antropologi, al limite semplicemente avventurieri. Nel 1940, dopo il collasso delle forze armate convenzionali che aveva lasciato la maggior parte del continente europeo sotto il controllo nazista, e dopo che Winston Churchill aveva lanciato l'appello ad incendiare l'Europa per mezzo della guerriglia, questi uomini si misero all'opera.
Yomini brillanti e coraggiosi, "poco adatti alla mensa ufficiali", che tuttavia hanno delle competenze militari e che hanno, inoltre, una profonda conoscenza di molte "zone difficili", nei Balcani, nel Mediterraneo e in Medio Oriente.
Leigh Fermor ha vissuto in Grecia prima della guerra, ha preso parte alla rivoluzione del 1935, ed ha assistito all'invasione tedesca. Della Grecia, parla la lingua e ama la cultura, cosicché può essere infiltrato senza problemi nell'isola di Creta. Nel 1944, con l'aiuto di alcune forze speciali britanniche ed una squadra di partigiani cretesi, riesce a rapire il comandante dell'occupazione tedesca, il generale Heinrich Kreipe, e ad imbarcarlo, dopo una lunga marcia forzata, su un motoscafo che lo porta verso l'Egitto e la prigionia. L'umiliazione delle autorità tedesche non poteva essere più completa. Forse risentito per questi motivi, catturato, Kreipe aveva assunto un atteggiamento odioso ed auto-commiserevole. Fino a quando arrivarono sulla cresta del monte Ida e improvvisamente esplose un'alba brillante. Annota Leigh Fermor nelle sue memorie:
"Fumavamo in silenzio, quando il generale, quasi tra sé, disse lentamente: Vides et ulta stet nive candidum Soracte ("Vedi come il Monte Soratte spicca bianco di neve profonda). Era l'apertura di una delle poche odi di Orazio che conoscevo a memoria. Ho continuato a recitare dove lui si era interrotto. ... Gli occhi blu del generale si volsero, lontano dalla montagna, verso di me, e quando ebbi finito, dopo un lungo silenzio, disse: "Ach so, Herr Major!" Fu molto strano. "Ja, Herr General". Come se per un attimo la guerra avesse cessato di esistere. Ci eravamo abbeverati entrambi alla stessa fonte, tempo prima, e le cose furono diverse tra di noi, per il resto del nostro tempo insieme."
Ovviamente, questo non portò ad alcuna "riconciliazione", e molti dei commilitoni di Kreipe furono giustiziati, alla fine della guerra, per le atrocità commesse contro i civili cretesi. Uno dei "colleghi" di Leigh Fermor, un altro distinto classicista di nome Montague Woodhouse, una volta raccontò che gli abitanti dei villaggi greci lo incitavano a colpire più duramente possibile i nazisti, proprio in modo da rendere convenienti le inevitabili rappresaglie. Ma la brutalità del combattimento non nega il momento sul monte Ida, dove l'idea della cultura segna un breve trionfo sulla barbarie. (Woodhouse, dopo la guerra, divenne un politico conservatore, sostenitore della Guerra Fredda, ma mentre combatteva Hitler era molto felice di lavorare con i comunisti e con i combattenti nazionalisti, ed ha scritto nelle sue memorie che "l'unica guerra sopportabile è una guerra di liberazione nazionale".)
Questa "Lega di Gentiluomini" comprendeva un cast di personaggi da letteratura classica!
Bernard Knox, che era andato con il poeta John Cornford a combattere per la Repubblica spagnola, venne successivamente paracadutato in Francia e in Italia per organizzare la resistenza ed il sabotaggio contro la Repubblica di Vichy e Mussolini e poi, dopo la guerra, istituì ad Harvard il Centro per gli Studi Ellenici. Nicholas Hammond, che aveva percorso con il fucile in mano le montagne dell'Epiro e della Macedonia, in seguito, grazie ai suoi studi del terreno, riuscì a suggerire, a coloro che cercavano il tesoro della tomba di Filippo il Macedone, di prendere in considerazione lo scavo di Vergina (ed aveva ragione). Alcuni di quella fratellanza erano molto a sinistra: Basil Davidson contribuì ad organizzare i partigiani rossi di Tito, in Bosnia, e dopo la guerra andò a lavorare con i ribelli africani che combattevano contro l'impero fascista del Portogallo.
Frank Thompson, fratello dello storico marxista Edward Thompson, fu ufficiale di collegamento per la resistenza in Bulgaria prima di essere tradito e giustiziato.
Altri sono stati più ambivalenti: Sir Fitzroy Maclean era un aristocratico conservatore, ma contribuì a convincere Churchill che le forze di Tito in Jugoslavia erano combattenti migliori dei monarchici, quando si trattava di uccidere i nazisti. Sul lato più tradizionale della temerarietà, Billy McLean e Julian Amery vennero fuori dalla guerriglia di resistenza in Albania con un odio profondo per il comunismo, ed in seguito parteciparono a vari tentativi donchisciotteschi di violare la cortina di ferro. Il Colonnello David Smiley dopo aver partecipato ad azioni irregolari su quasi tutti i teatri bellici del mondo, negli anni 1960 e 1970 fu l'organizzatore dell'esercito dell'Oman.

Ora la tromba ha suonato per l'ultimo, e forse il più byroniano, di questa generazione, Leigh Fermor (era stato perfettamente interpretato da Dirk Bogarde nel film "L'agguato" o "Colpo di mano a Creta" - I'll Met by Moonlight - diretto da Michael Powell e Emeric Pressburger nel 1957, che raccontava l'operazione Kreipe).
Nel mezzo di una guerra che è stata totale, Patrick Leigh Fermor ha combattuto una lotta pulita ed ha tenuto fede alla parola data a coloro la cui causa egli aveva adottato.