lunedì 8 febbraio 2010

Proletari



Il defunto Huw Wheldon della BBC, una volta raccontò di una serie di trasmissioni, fatta nei primi giorni della radio, sugli esuli celebri che avevano vissuto a Londra. Ad un certo punto, c'era stata un'intervista ad un vecchio pensionato che aveva lavorato nella sala di lettura del British Museum durante l'epoca vittoriana. Alla domanda se riusciva a ricordare un certo Karl Marx, dapprima aveva manifestato il vuoto mentale più assoluto. Ma poi, sollecitato con diversi stimoli (monopolizzava lo stesso numero di sedia, sempre lì dall'apertura alla chiusura, assai barbuto, sofferente di pustole, pranzava al Museum, molto interessato alle opere di economia politica), ha cominciato a dissigillare la memoria. "Oh, il signor Marx, sì, certo. Ci ha dato un sacco di lavoro, con tutte le sue richieste di libri e giornali ... ".
L'intervistatore a questo punto era curioso di ascoltare, e sentì l'uomo che diceva:"E poi un giorno ha semplicemente smesso di venire. E voi sapete qual è la cosa divertente, signore? "Una lunga pausa. "Da allora nessuno ha più sentito parlare di lui!"

Questo, chiaramente, era uno di quei testardi proletari, per l'alleviamento della cui falsa coscienza Marx aveva lavorato invano.

domenica 7 febbraio 2010

La classe non è acqua!



Certi libri li compro come per una sorta d'inerzia, lo so! Non riesco a farne a meno, in un certo qual modo. Come se mi dicessi che se, magari me lo perdo, uno di questi libri, va a finire che mi perdo qualcosa di irrinunciabile che, forse, giace nelle sue pieghe, nascosto a tutti gli occhi, tranne che ai miei. Così - citando Brecht, mi pare, a braccio - finisce che sfoglio le pagine di certi libri come il rapinatore che fa scorrere fra le sue dita le mazzette dei biglietti di banca.
Lo so che è solo una sorta di patchwork, questo ultimo libretto di Mario Tronti, "Noi operaisti" (e credo che manchi la virgola, dopo il pronome!): consta dell'introduzione al corposo "L'operaismo degli anni sessanta", pubblicato dalla stessa DeriveApprodi e, in più, di altri tre brevi testi, più recenti, rilasciati dallo stesso Tronti in diverse occasioni. Non sto a dire altro del libro; chi vuole lo legga. Mi limito a riportare quella che ritengo essere il nodo ineludibile della questione:
"Ai capitalisti fa paura la storia degli operai, non fa paura la politica delle sinistre. La prima l'hanno spedita tra i demoni dell'inferno, la seconda l'hanno accolta nei palazzi di governo."
Ecco, questa frase, insieme alla dedica, fatta dallo stesso Tronti in apertura, a quanti più giovani si (s)battono (la "s" è mia) perché ritorni il tempo delle buone idee e delle buone pratiche; concludendo che, se non ritorna, "peggio per quelli che restano". Questa frase - dicevo - mi ha riconsegnato, in tutta la sua preziosità, il senso della classe così come l'ho conosciuta.
Io, che della classe sono solo stato figlio e, assai spesso, amico, che con la classe ci ho litigato e mi ci sono ubriacato, mi ci sono incazzato e ci ho pianto e ci ho riso. A me, non so perché (o, forse, lo so troppo bene) è tornato alla mente uno scambio avuto tanti anni fa, alla fine degli anni sessanta in una Siracusa da non molto ferocemente industrializzata. Allora le piazze era una sorta di assemblea permanente continua. Ai caffé di Piazza Archimede, si rimaneva a discutere fino a tarda notte. D'estate non era affatto raro che si arrivasse a far mattina! Studenti e operai, eravamo comunque tutti, in qualche modo, ex compagni, di scuola e/o d'infanzia. Chi si ostinava a rimanere nel Partito Comunista, e chi gli aveva già voltato le spalle. Non ricordo se, allora, Paolo lo avesse già fatto. Se non l'aveva fatto, lo avrebbe fatto di lì a poco. Era uno di quei tanti nuovi assunti da quel mostro di nome Montedison che aveva già cominciato a deturpare una delle più belle coste del mondo! Non ne ricordo il cognome, di Paolo, anche se continuo a rivederne la faccia: somigliava curiosamente a Gianni Magni, uno dei quattro Gufi. Così come ricordo, nettamente, le parole con cui chiuse una discussione che probabilmente - come tante altre - non portava da nessuna parte. "Io non so se sono più rivoluzionario io, che sono un operaio, oppure (rivolto a me) se è più rivoluzionario Franco, che è anarchico, ma so che dobbiamo far paura al padrone, se vogliamo vivere e, magari, vincere".
Di definirmi anarchico - che non ha alcun senso, per me - ho smesso da tempo.
Ma continuo a pensare che la classe non sia acqua.
Anche grazie a Paolo!

venerdì 5 febbraio 2010

scienza di polizia

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«Come le guerre vengono presentate come operazioni di polizia, così la democrazia diventa sinonimo di una mera pratica di governo dell’economia e della sicurezza. È quella che nel ‘700 si chiamava "scienza di polizia" per distinguerla dalla politica. Sempre più si afferma l’idea, equivalente a un vero e proprio suicidio del diritto, che sia possibile normare giuridicamente tutto, compreso ciò che riguarda l’etica, la religione e la sessualità. Una parte importante viene svolta dai media che, perdendo ogni funzione critica, sono sempre più a loro volta organo di governo»

Giorgio Agamben

giovedì 4 febbraio 2010

Consumare il mare

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"Che cosa è il Mediterraneo? Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre. Viaggiare nel Mediterraneo significa incontrare il mondo romano in Libano, la preistoria in Sardegna, le città greche in Sicilia, la presenza araba in Spagna, l'Islam turco in Iugoslavia. Significa sprofondare nell'abisso dei secoli, fino alle costruzioni megalitiche di Malta o alle piramidi d'Egitto. Significa incontrare realtà antichissime, ancora vive, a fianco dell'ultramoderno: accanto a Venezia, nella sua falsa immobilità, l'imponente agglomerato industriale di Mestre; accanto alla barca del pescatore, che è ancora quella di Ulisse, il peschereccio devastatore dei fondi marini o le enormi petroliere. Significa immergersi nell'arcaismo dei mondi insulari e nello stesso tempo stupire di fronte all'estrema giovinezza di città molto antiche, aperte a tutti i venti della cultura e del profitto, e che da secoli sorvegliano e consumano il mare."

Fernand Braudel

mercoledì 3 febbraio 2010

il tempo delle città

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« Beh, sì, le automobili sono uno dei motivi che hanno contribuito alla decadenza delle città, facendo scomparire la grande figura benjaminiana del flâneur, quello che passeggia senza scopo per la città. O anche un altro autore che mi interessa molto, Debord, il situazionista: questa idea della deriva, del lasciarsi andare alla deriva lungo le strade della città senza meta, per inseguire questo nostro dissiparci, perderci ed eventualmente ritrovarci. Però l’immagine più vera e concreta in cui si fa propria una città non è tanto quella della passeggiata, del vagare; ma è il muoversi in questa città nei momenti di rivolta, nella serie alternata delle fughe e degli attacchi. La città diventa più propria, l’esperienza della città è più intensa, proprio in quei momenti di rivolta. »

Giorgio Agamben

martedì 2 febbraio 2010

Bene!



"durante la depressione le famiglie proletarie preferivano spendersi i soldi del sussidio di disoccupazione al cinema piuttosto che in cibo"

Arthur Schlesinger - Storia degli STati Uniti - nota

lunedì 1 febbraio 2010

Ultimo tram ...

BONVI1

C'è una storia che nei giorni scorsi mi è tornata a mente, così, senza nessuna ragione precisa. Parlando di tram. Qualcuno parlava di tram, e ...
La storia, l'aveva scritta Bonvi, una di quelle sue storie senza Sturmtruppen!
Il titolo, se non sbaglio, era "... andiamo all'Havana!". Eccola!:


L'anno doveva essere il 1968, la città Milano. Di notte. L'ultimo tram sferragliante che tiene appena sveglia un'ultima quota della città che scivola piano nel sonno. Poca gente sul tram, oltre al manovratore e al bigliettaio. Umanità spicciola, normalmente banale, mediocre.
Una donna, giovane e già mutilata dalle delusioni e dagli abbandoni, già disposta alla rassegnazione, pronta a liberarsi dalle ultime fantasie romantiche. Un impiegato, finalmente rilasciato dal dispotico principale che lo costringe a straordinari e ad umiliazioni, che sta immaginando le parole che vorrebbe pronunciare e che non pronuncerà mai. Il terzo passeggero, un altro uomo, che ha rimandato il più possibile il suo ritorno a casa, da una donna e dei figli che vorrebbe non avere. Un 'altra fermata. Le porte si aprono e sale un uomo. giovane i capelli biondo sporco, gli occhi brillanti. Si avvicina al manovratore e, da sotto il giaccone, estrae una bomba a mano: - "Questo è un dirottamento! Fai rotta verso Cuba!”
Sbigottiti, i passeggeri si guardano tra loro, incapaci di credere a ciò che sta accadendo. Il manovratore tenta timidamente di spiegare che quello è un tram, non un aereo e che non crede che le rotaie possano proseguire sull’Atlantico… ma il giovane non lo ascolta neppure:
- “Tu pensa a guidare…”
Intanto, approfittando di un attimo di distrazione dello strano dirottatore, il bigliettaio riesce ad azionare una porta e a saltare giù , ma tutti gli altri a bordo sono ormai bloccati, nelle mani di un pazzo che vuole dirottare un tram su Cuba!
Mentre il panico inizia a serpeggiare, il giovane comincia a parlare, a voce bassa, del luogo dove, secondo lui, sarebbero diretti. Inizia a parlare di Cuba. Non la Cuba reale, ma quella che da tempo ha cominciato a sognare come via di fuga dalla realtà che l’opprime. Un luogo di sogno, con giorni di sole e notti profumate di frangipane. Un’isola dalle spiagge di candida sabbia, circondata da un mare di smeraldo che nasconde preziosi coralli d’ogni colore e relitti di galeoni spagnoli ancora ricolmi d’oro, perle e pietre preziose; un Paese popolato di donne bellissime, allegre e sorridenti, di uomini dallo sguardo franco ed onesto.
Di più: è il luogo dove ogni ingiustizia è stata sconfitta, dove non si conosce il razzismo od il disprezzo del diverso, dove gli esseri umani si sentono fratelli e si aiutano a vicenda nella difficoltà… è il paese in cui si sta costruendo una società di liberi e di uguali, profondamente diversa dalla triste burocrazia dei Paesi dell’Est.
Un socialismo solare, caraìbico, che ha il sapore del rum di canna ed il ritmo della rumba.
I passeggeri lo ascoltano, sanno bene che le sue sono le fantasie di un povero pazzo. Tuttavia… nella loro mente iniziano a farsi strada brandelli di sogno…
Ed al timido, supino impiegatuccio sfugge un sorriso mentre immagina a faccia del capufficio che riceve la cartolina dove lui è ritratto con due meravigliose mulatte sorridenti che lo abbracciano mentre sorseggia un mojito… ed arriva quasi alla risata nell’istante in cui gli sembra di vedere la rabbia che coglie il suo persecutore nel leggere il testo che lui ha vergato di sua mano sul retro della fotografia: “Buon lavoro, coglione!”
Il padre di famiglia, in quello stesso momento, sta pensando a Fidel Castro, al “Che”, alla Rivoluzione… a Marx che diceva. “Non avete altro da perdere che le vostre catene!” E riesce a vederle, le catene: bollette, ingiunzioni di pagamento, rate, il mutuo, avvisi bancari…e ancora, quelle più pesanti, le catene di un affetto rugginoso e greve, la moglie, i figli, le responsabilità…
“Un calcio a tutto” – pensa – “Certo, non si può fare, non si deve… ma, dio! Come sarei più leggero!” Improvvisamente si ricorda di quando aveva vent’anni e voleva scrivere. Gli bruciavano dentro, allora, mille storie che avrebbe voluto narrare e che seppellì da qualche parte, negli angoli più segreti della sua anima…perché… la famiglia, il lavoro… si deve crescere, che diamine!
“A Cuba” – pensa – “A Cuba riuscirei a scrivere… e non è colpa mia: è il tram che è stato dirottato…” e quasi gli viene da sperare che l’impossibile si realizzi.
Così, senza rendersene conto, iniziano a parlare tra loro di quanto potrebbero realizzare a Cuba, di cosa avranno abbandonato, una volta arrivati, di come siano felici di questa nuova occasione che la vita sta offrendo loro.
Intanto il bigliettaio fuggito ha dato l’allarme.
Polizia e Carabinieri, consapevoli di trovarsi di fronte ad un pazzo, organizzano un piano: dirigono il tram verso un deposito periferico che, nel frattempo, viene esteriormente trasformato e camuffato. Sulla sua facciata viene montata una grande insegna luminosa che reca la scritta: “Aeroporto de La Habana” e tutt’intorno molte bandierine di Cuba. E, tanto per non lasciare dubbi, qualcuno trova anche un grande ritratto di Ernesto “Che” Guevara e lo appiccica in bella vista. Così, agli occhi di un frastornato manovratore, ad un tratto la nebbiosa notte milanese si trasforma in un’esplosione di luci e colori ed i binari che il tram sta percorrendo finiscono, dritti-dritti, in un fantasmagorico aeroporto da favola.
Ed allora, sul tram, esplode l’entusiasmo: nessuno si chiede più come sia stato possibile realizzare l’impossibile; l’unica cosa che conta è che, ora, sono a Cuba, lontani dal grigiore della loro vita, pronti a ricominciare, a giocarsi al meglio le nuove carte che la sorte ha loro assegnate.
Ci si abbraccia, ci si congratula, ci si da appuntamento per il giorno dopo, sulla spiaggia… ed appena messo piede a terra gli agenti si lanciano sul giovane folle, gli sottraggono la bomba (che risulta finta), lo ammanettano e lo portano via…
E l’incanto, improvvisamente, si spezza, si frantuma. Le luci si spengono, si spengono le illusioni e le speranze. Ognuno dei passeggeri è pronto a compiere una veloce, radicale, capriola mentale a ritoso: da questo momento negherà anche a se stesso che, per un istante della sua grigia esistenza, ha avuto il coraggio di sognare l’irrealizzabile.

Solamente negli occhi della giovane donna, forse, la luce resta accesa per un secondo in più, mentre osserva il ragazzo dai biondi capelli spettinati che viene trascinato lontano… ma poi anche lei si stringe nelle spalle pensando: “Bèh…in fondo era solo un pazzo!”

venerdì 29 gennaio 2010

Minimo ...

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Ci ha pensato,il regista spagnolo Rodrigo Cortés, prima di mettersi a girare il suo primo lungometraggio. Ci ha pensato e, soprattutto, ha pensato a quale potesse essere il genere di film più economico e, quindi, con il minor numero di attori possibili ed una sola "location". Quindi si è rivolto a Chris Sparling, per la sceneggiatura ed ha interessato Ryan Reynolds a farsi mettere per novantaquattro minuti dentro una bara. Sepolto da qualche parte, nel deserto dell'Iraq, senza alcuna memoria di come abbia fatto ad essere messo lì dentro. Ovviamente, urla per i primi cinque minuti. Poi le sue mani cominciano a trovare un accendino, un telefono cellulare ....
Sembra davvero poco, per fare un film. Eppure al festival di Sundance, dove è stato proiettato in questi giorni, si è gridato al capolavoro.
Sul finale, che costituirebbe il trionfo della pellicola, nessuno osa aprire bocca. Massimo rispetto perfino sulla Rete, dove gli spoiler si sprecano sempre.
Soffro di claustrofobia, eppure non vedo l'ora di poterlo vedere!

giovedì 28 gennaio 2010

Il Giovane Holden

Howard Zinn, 24/8/1922 - 27/1/2010.

HZ

"I prigionieri del sistema continueranno a ribellarsi, come prima, in modi che non possono essere previsti, con tempi che non possono essere predetti."

Howard Zinn - Storia del Popolo Americano -

mercoledì 27 gennaio 2010

Non di solo pane ...




O.E. (1755 - 1819)

I

Molini vengono chiamate quelle macchine le quali si servono di un rotismo azionato da una qualche forza agente dall'esterno al fine di frantumare una determinata sostanza. Qualora si utilizzi il termine molino senza ulteriore aggiunta, in tal caso ci si riferisce senz'altro a molini per cereali ... I molini sono un'invenzione antichissima.

II

Una luminosa mattina di luglio ai primi del secolo scorso si offrì ai cittadini di Filadelfia, bucolico insediamento lungo il fiume Delaware, il seguente spettacolo. Un veicolo grande dodici volte trenta piedi comparve in Center Square; esso trasportava una caldaia di ferro protetta da un rivestimento in mattoni, un serbatio d'acqua e un fumaiolo; una macchina con stantuffi, alberi a gomito, valvole, una puleggia e un bilanciere; inoltre una pompa, una gigantesca ruota a pale e un interminabile nastro attrezzato di secchielli; e codesto veicolo, pesante quindici tonnellate, girò, senza cavalli da tiro, ansimante, parecchi giorni intorno all'aiulo con la fontana. Quindi, tra il giubilo degli astanti, si diresse cigolando, con le proprie forze, fino in fondo alla via del mercato per una distanza di un miglio e mezzo e, giunto all'attracco delle navi, depose le ruote, immerse le pale e vaporando giù per il fiume scomparve infine alla vista.

III

Il costruttore, un uomo tarchiato dal volto paonazzo, stava in piedi sulla riva e rideva. Oltre al fatto che fosse una persona collerica sappiamo ben poca cosa di lui. Tutte le sue opere sono marcite e arrugginite e le sue carte, i suoi disegni e i suoi progetti li ha in gran parte bruciati. Nella storia del pane egli ha un ruolo importante.

IV

Molte delle parole che adoperava (era carrozziere qualificato) sono estinte: boccole, pianale, pioli e cinghioni. Cos'è un cielo ben teso egli avrebbe saputo spiegarcelo.

V

... una specie che dirige sistematicamente il proprio sviluppo attraverso una serie di interventi funzionali sulle proprie condizioni di vita e sul proprio programma genetico. Questo processo è detto Autoevoluzione. (Esempio: il carrozziere che scompare come carrozziere in quanto inventa una macchina a vapore. Anche il mugnaio non si estingue da solo). Lo scopo ultimo perseguito da questa funzionalità rimane sconosciuto.

VI

Il grano è versato nella tramoggia, scende per la scarpa o coppo nell'occhio e si intramette alle mole; tra la macchina dormiente e la girante viene triturato, indi respinto alla periferia a mezzo della corritoja e dalla finestrella del corbello, tra rosta e scorbazzo, passa al frullone ove viene stacciato dal buratello e le parti più sottili attraversando le stamigne di cui è tappezzato in giro il buratello, cadono nel cassone e le più grossolane finiscono nella madia posta appiedi del frullone. Il molino pullula di mugnai grondanti di sudore; di mastri mugnai, aiutomugnai, aspiranti mugnai; incessantamente muovono il farricello, le ceneri, il tritello, la polvere, la crusca, la farina abburattata, la farina a glutine forte, la farina a impasto sabbioso, il fior di farina, sollevano e trasportano, spalano e spostano da un lato all'altro. Poi appare l'inventore e costruisce un mulino dal quale i mugnai sono scomparsi. Nell'edificio deserto si muovono soltanto le norie, i montacarichi, gli alimentatori a catena, le tramogge: apparecchi grazie ai quali il prodotto viene convogliato talora verticalmente talora orizzontalmente da un congegno all'altro, fino a traversare da parte a parte la macchina evitando sporcizia e mestieri manuali.

VII

Diagrammi di flusso, elaboratori; produzione a catena, metodologia tecnica. Un endogeno rotismo di antichissime invenzioni azionato da una qualche forza agente dall'intenro. Un molino, ma niente più mugnai.


H.M. Enzensberger - Mausoleum -

martedì 26 gennaio 2010

uomini

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Già, sul set di Queimada, Marlon Brando aveva chiamato il leader del Bpp Eldridge Cleaver. Voleva imparare meglio la parte dell'avventuriero colonialista William Walker, ed essere perfetto quando chiede a José Dolores (il rivoluzionario, interpretato nel film di Gillo Pontecorvo da un autentico leader dei lavoratori della canna da zucchero, Evaristo Marquez):
«Perché sacrificarsi per una lotta che può costarti la vita?»
Il 4 aprile 1968, quando venne assassinato ad Atlanta Martin Luther King, Brando mandò dei suoi rappresentanti ai funerali.Ma due giorni dopo, il 6 aprile, quando la vittima di anni ne aveva solo 17, capì che non poteva restare a casa.
E capì perché sacrificare la vita.

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Lo si vede in questa foto, mentre osserva con pudore, e rabbia, a lato del corteo all black che rende omaggio al co-fondatore del Partito della Pantere Nere, Bobby Hutton, che Brando aveva conosciuto ed apprezzato, e che era stato assassinato dalla polizia di Oakland (il municipio a sudest di San Francisco dove l'organizzazione rivoluzionaria era stata creata con Newton e Bobby Seale nell'ottobre '66).
Gli spararono a bruciapelo mentre usciva da una casa, disarmato e con le mani in alto, dopo un'aggressione armata durante la quale era stato gravemente ferito Eldridge Cleaver.
Marlon Brando in quell'occasione parlò ai militanti afro-americani come neanche Marc'Antonio sul cadavere di Cesare. E lo avrebbe fatto ancora, durante una manifestazione per la liberazione del leader delle Black Panthers, Huey P. Newton, partecipando al corteo di 2000 militanti che arrivò fin sotto i cancelli della prigione.
Chiese conto, ai suoi connazionali, del colpevole silenzio di fronte a 400 anni di oppressione, schiavismo, sfruttamento e razzismo.
Intanto l'Fbi perfezionava un piano di soluzione finale («Cointelpro») per mezzo di provocazioni, diffamazioni, infiltrazioni, sicari ed eliminazione fisica dei leader pericolosi:
Fred Hampton, Mark Clark, George Jackson e tanti, troppi altri.
Hendrix, legato al Bpp, fu ucciso dall'Fbi che inventò la storia della overdose d'eroina.
Avrebbe fatto scuola!

lunedì 25 gennaio 2010

Pericolo

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"E' pericoloso sfidare un sistema, se non sei sicuro che quando sarà crollato non ti mancherà!"

- "Little Murders" (Piccoli Omicidi) di Alan Arkin -

venerdì 22 gennaio 2010

1975

bordiga

"Io, attendo, in posizione sempre cocciuta e settaria che, come ho sempre preveduto, entro il 1975 giunga nel mondo la nostra rivoluzione, plurinazionale, monopartitica e monoclassista, ossia soprattutto senza la peggiore muffa interclassista: quella della gioventù così detta studente. Dal canto nostro quando avevamo quei verdi anni abbiamo fatto il meglio che si doveva. Io non torno in quella fetida metropoli di Napoli perché spero di arrivare alla guarigione in questo clima migliore ed avere, da vivo, ancora il tempo di ribadire quanto ho nel passato difeso. Vado infatti migliorando con sicurezza e conto che il mio cervello, non certo elettronico, avrà ancora da servire a qualche cosa"

(dalla lettera di Amedeo Bordiga a Umberto Terracini, 4 marzo 1969)

giovedì 21 gennaio 2010

Frammenti

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"Il capitalismo come religione è il titolo di uno dei più penetranti frammenti postumi di Benjamin. Secondo Benjamin, il capitalismo non rappresenta soltanto, come in Weber, una secolarizzazione della fede protestante, ma è esso stesso essenzialmente un fenomeno religioso, che si sviluppa in modo parassitario a partire dal Cristianesimo. Come tale, come religione della modernità, esso è definito da tre caratteri:
1. E’ una religione cultuale, forse la più estrema e assoluta che sia mai esistita. Tutto in essa ha significato solo in riferimento al compimento di un culto, non rispetto a un dogma o a un’idea.
2. Questo culto è permanente, è “la celebrazione di un culto sans trêve et sans merci”. Non è possibile distinguere, qui, tra giorni di festa e giorni lavorativi, ma vi è un unico, ininterrotto giorno di festa, in cui il lavoro coincide con la celebrazione del culto.
3. Il culto capitalista non è diretto alla redenzione o all’espiazione di una colpa, ma alla colpa stessa. “il capitalismo è forse l’unico caso di un culto non espiante, ma colpevolizzante…Una mostruosa coscienza colpevole che non conosce redenzione si trasforma in culto, non per espiare in questo la sua colpa, ma per renderla universale…e per catturare alla fine Dio stesso nella
colpa…Dio non è morto, ma è stato incorporato nel destino dell’uomo.”. Proprio perché tende con tutte le sue forze non alla redenzione, ma alla colpa, non alla speranza, ma alla disperazione, il capitalismo come religione non mira alla trasformazione del mondo, ma alla sua distruzione."

G. Agamben

mercoledì 20 gennaio 2010

Libri non tradotti

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Jordi Soler scrive di un soldato repubblicano catalano che ha lasciato la Spagna, per il Messico, in seguito alla vittoria di Franco. Ed è una scrittura, la sua, che va ben oltre la fiction, nella misura in cui lo scrittore di Veracruz è il nipote di quel soldato.
Nato a Portuguesa, un luogo sperduto nella giungla, da qualche parte vicino alla città di Veracruz, Soler è "tornato" a vivere a Barcellona, inseguendo il sangue catalano che porta nei suoi geni, nella sua letteratura e nella squadra di calcio per cui sospira ogni fine-settimana.
In quanto catalano, Jordi Soler sa bene che il derby Barcellona - Real Madrid va molto al di là dall'essere solo una partita di calcio, anche se preferisce che la cosa non esca fuori dallo stadio.
Si dice che i catalani in esilio abbiano due simboli che li uniscono: Joan Manuel Serrat e la squadra del Barcellona. E tale è anche il caso di Soler, sebbene egli stesso riferisca di aver allungato questi simboli con una fila di "Giovanni": Joan Manuel Serrat, Johan Cruyff e Juan Marsé
Nei suoi ultimi tre romanzi ((Los rojos de ultramar, La última hora del último día, La fiesta del oso) le storie raccontate accarezzano i ricordi della guerra civile spagnola.

martedì 19 gennaio 2010

Più grande e più bella che pria!

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«Finalmente siamo riusciti a ripulire il sistema della case popolari a New Orleans. Noi non sapevamo come fare, ma Dio l'ha fatto per noi», queste parole, dette al tempo di Katrina da un deputato della Louisiana, con ogni probabilità, si possono adattare anche ad Haiti, oggi!
Se poi, oltre e dopo il terremoto, arrivano in aiuto epidemie (lasciando i cadaveri a marcire) ed esecuzioni seduta stante (compiute dalle ingenti forze militari mandate in "aiuto") di tutti quelli che cercano di sopravvivere, bé allora il gioco è fatto.
E qui non ci sono nemmeno gli attori e i musicisti, a rompere i coglioni!

lunedì 18 gennaio 2010

Film mai girati



A proposito di Oliver Law, una volta Paul Robeson ebbe a dire: "Mi piacerebbe fare un film sulla vita di uno dei comandanti neri del Battaglione Lincoln morto in Spagna, ma verrebbe rifiutato dalle compagnie cinematografiche americane".
Oliver Law è passato alla storia per essere stato il primo afro-americano a comandare un reparto "integrato" di una forza militare formata da cittadini statunitensi. Venne ferito mortalmente nel corso dell'attacco a Mosquito Ridge, durante la Battaglia di Brunete, in Spagna, dove era accorso insieme a molti altri afro-americani e statunitensi che formarono la Brigata Lincoln nella lotta contro il Generale Franco.
Era nato in Texas e aveva servito nell'esercito "segregato" americano. Seguendo la sua carriera militare, era arrivato a Chicago ed era diventato un organizzatore, arrestato per aver preso la parola in una manifestazione antifascista contro l'invasione dell'Etiopia da parte dell'Italia di Mussolini.

venerdì 15 gennaio 2010

Haiti

TL Haiti

" (...) Ed è qui che il mondo gira attorno alla centralità di Haiti. Ricordiamoci: la Francia era allora padrona della ricca e fertile valle del Mississippi, da New Orleans (Orléans, appunto) al confine canadese (attraverso luoghi chiamati Saint Louis, Louisville, D'etroits, Sault Sainte Marie, Des Moines...) e non si era ancora rassegnata alla recente perdita del Canada. Il recupero di Santo Domingo è allora la pietra angolare di un disegno imperiale francese dai Caraibi al circolo polare artico, attraverso la valle del Mississippi e il Canada riconquistato nella guerra contro gli inglesi. Sono gli schiavi neri di Haiti a far saltare questa visione: senza la preziosa Santo Domingo, non ne vale più la pena. Guardate: nel 1802, Haiti è indipendente; nel 1803, Napoleone svende tutta la valle del Mississippi ai neonati Stati Uniti, per quattro centesimi l'acro. Sconfitta dai suoi schiavi, la Francia abbandona il Nord America. Il resto - la frontiera, l'espansione, l'egemonia degli Stati Uniti - è la storia dell'Occidente fino a noi. Ma attorno ad Haiti ruota una storia controfattuale che sarebbe piaciuta a Philip K. Dick: e se Haiti avesse perso, sarebbe il francese oggi la lingua egemone?Gli schiavi fuggiaschi della Georgia, gli schiavi rivoluzionari di Santo Domingo non hanno scritto episodi marginali, magari entusiasmanti, della nostra storia. L'hanno fatta loro."

(Alessandro Portelli)

giovedì 14 gennaio 2010

Il nipote di Virginia

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La guerra civile spagnola lasciò un segno profondo sulla scrittrice Virginia Woolf. La maggior parte dei compagni del suo gruppo di Bloomsbury decise di appoggiare la Repubblica. La Woolf considerava il nipote Julian come il suo erede letterario, una sorta di figlioccio, il più amato e favorito. Nel 1936, Julian è in Cina, in qualità di insegnante di inglese. Scrive Juan Antonio Diaz: "era una consuetudine quella di inviare i giovani inquieti in qualche paese straniero, come per fornire loro una sorta di esperienza atta a sviluppare la loro vocazione". Quando scoppiò la guerra civile, il nipote della scrittrice aveva una relazione con la moglie del capo del dipartimento. Quella vicenda amorosa lo costrinse a cercare una via d'uscita dalla Cina
"e questo, quando i suoi amici in Inghilterra gli scrivevano per dirgli di andare in Spagna, dal momento che era scoppiata la guerra civile, e chi non fosse stato in Spagna non sarebbe stato niente in futuro".
A quel tempo, l'intellighenzia britannica viveva una autentico fermento politico, con il supporto per la causa repubblicana, come Auden.
E' in quest'atmosfera che Julian si reca in Spagna. Non riesce ad entrare nelle famosa brigate internazionali, ma grazie ai contatti di Virginia Woolf trova un lavoro come autista di ambulanze. Un mese e mezzo più tardi, Julian viene ucciso durante un attacco aereo dell'aviazione franchista al convoglio sanitario in cui si trovava.
La morte di Julian fu un vero colpo emotivo sia per Virginia Woolf che tutta la famiglia. La scrittrice riempirà i suoi diari con riflessioni sulla guerra civile e con i suoi ricordi di quel giovane che voleva essere qualcuno nel futuro dell'intellighenzia di sinistra in Gran Bretagna.