Solo un blog (qualunque cosa esso possa voler dire). Niente di più, niente di meno!
lunedì 30 giugno 2008
oltre ogni confine
Attraverso il confine
di Ry Cooder
Mi hanno detto che c'è un posto passato il confine
Dove le strade sono tutte lastricate d'oro
E si trova proprio appena attraversato il confine
E quando arriva il tuo turno di giocare
C'è una lezione che devi imparare
Potresti perdere molto più di quanto speri di trovare
Quando arrivi nella terra delle promesse non mantenute
Ed ogni sogno scivola via attraverso le tue dita
Allora sai che ora è tardi per cambiare idea
Per arrivare così lontano hai pagato un prezzo
Ed ora non puoi tornare dov'eri prima
Ed hai proprio oltrepassato il confine
Su e giù lungo il Rio Grande
Migliaia di orme nella sabbia
Rivelano un segreto che nessuno può vedere
Il fiume è come un respiro
Che scandisce la vita e la morte
Dimmi chi sarà il prossimo ad attraversare il confine
Nell'oscurità piena di tristezza
Oggi dobbiamo attraversare
Questo fiume che ci chiama ad andare avanti
Ma la speranza rimane anche quando l'orgoglio svanisce
E ti fa continuare a muoverti
Chiamandoti ad attraversare il confine
Quando arrivi nella terra delle promesse non mantenute
E ogni sogno scivola via attraverso le tue dita
Allora sai che ora è tardi per cambiare idea
Per arrivare così lontano hai pagato un prezzo
Ed ora non puoi tornare dov'eri prima
Ed hai proprio oltrepassato il confine
venerdì 27 giugno 2008
Una generazione che ha dissipato i suoi ... scrittori
Somiglia molto, il borgo, Sassofrasso, alla cittadina senza nome del film di Scola, "Il commissario Pepe", in cui un inconsueto Ugo Tognazzi si muoveva fra i "veleni" del nord-est. Era solo preistoria, e il peggio aveva ancora da venire. Quarant'anni dopo, questo paese consiste sempre de "il popolo più analfabeta, e la borghesia più ignorante d'Europa". E' un fatto. Ed è questo fatto che, con ogni probabilità, comporta un cambio nel registro stilistico e narrativo del nuovo libro di Girolamo De Michele, "La visione del cieco".
Sono passati dieci anni, e in mezzo c'è stato di tutto, c'è stata Genova e l'altra gamba, nella strada accanto, correndo, si è allontanata dell'altro. Ce ne siamo scordati un po' tutti, della meta; i morti e i vivi. E le descrizioni si fanno sempre più grigie, scarne, essenziali. Quasi a dire che non ci va più bene niente, e nessuno; come ad Andrea Vannini, per principio. Tranne i gatti, che hanno un cuore sempre, e anche il cielo grigio che va bene per le ... anime tristi. Poi ci sono gli "scrittori", quelli col nome cambiato e quelli che protestano perché sono sardi, anzi barbaricini, e amici di De André, anzi di Faber, e protestano per l'uso indebito delle canzoni dell'amico defunto, anche se la canzone è di Brassens! E poi gli aneddoti. Non può essersela inventata, Girolamo, quella del politico che ha fatto carriera portandosi un formaggio avariato nella borsa, per distrarre i contendenti! E chi sarà mai il poeta-saggista-titolare di un corso di letteratura nell'università della citta "vituperio delle genti"? Troppo facile, e proprio per questo vero. E poi è troppo facile, anche, condividere con Andrea Vannini il suo concetto di umanità, quello che può fare a meno di alcuni!
Il resto è la vita, la realtà e il suo senso. Quelli che prima hanno fatto i soldi inquinando, e adesso li fanno ripulendo, quelli che l'orrore ce l'hanno dentro la loro bella casa tranquilla, quelli che bruciano i "negri", quelli che sono capaci di tutto pur di continuare ad avere il rottweiler, il fuoristrada e la villa accanto al capannone. Quelli. Ed hai voglia a cercare di "ingentilire lo scirocco". Certo, se ci fosse stata internet ai tempi del condor e dei suoi tre giorni, gli occhi "blu kennedyano" di Robert Redford, nella scena finale, avrebbero ammiccato ad un internet point, invece di lasciarci tutti nell'incertezza. Ma, nel frattempo, Jaco Pastorius è morto, come molti altri su cui adesso ci troviamo a contare i nostri passi. E forse è morto anche Andrea Vannini, ma il mondo ci appartiene. Ci sono le fotografie che continuano a proclamarlo, per sempre. E un gatto ... si chiama Merlino, come il gatto del mio amico Antonio ....
Girolamo De Michele - La visione del cieco - Einaudi Stile Libero - 16 euri
giovedì 26 giugno 2008
sterminateli, tutti!
Comincia bene, dalla copertina quasi kafkiana, il primo "trade paperback" del serial "The Exterminators" per la Vertigo della DC Comics. A Los Angeles i muri sono pieni di scarafaggi, oltre che di topi, ed Henry James è appena uscito di galera, dove si è fatto una cultura leggendo libri, i più grossi, Ed è preparato, ha imparato dalle 2.434 pagine della storia completa dell'impero romano che, ad un certo punto, si trova sempre una "buccia di banana" su cui si scivola, e che niente dura in eterno. Fuori di galera, incomincerà a lavorare, facendo l'unico lavoro che gli viene offerto dal nuovo compagno della madre, proprietario della "Bugs-Bee-Gone", una ditta di disinfestazione. La fidanzata, Laura, ha un impiego di alto profilo presso le Ocran Industries che producono il miglior insetticida mai esistito: il Draxx, che - come ha scoperto il Dr. Saloth Sar, scienziato della Bugs-Bee-Gone ed ex-Kmehr rosso - ha un curioso impiego collaterale come droga iniettabile, quello di fare esplodere letteralmente, ad un certo punto, l'incauto consumatore.
Henry detesta il suo lavoro, eppure prova a farlo al meglio, insieme ad una stralunata compagnia di "guerrieri del DDT" composta da cowboys zen, avanzi di galera e rifiuti sociali. Ma qualcosa sta cambiando e il piede è sempre più vicino alla sua "buccia di banana". E poi c'è una scatola, trovata da uno sterminatore quando era marine durante la guerra del golfo; sembra fatta di pietra e reca uno scarabeo in basso rilievo, da una parte, e quattro buchi di serratura e una svastica, dall'altra. Forse portata in Iraq dai soldati romani, a chiudere il cerchio. La storia ti prende e non ti lascia, infarcita di dialoghi da film di Tarantino in un contesto da X-Files. Dovranno essere gli Sterminatori a ... risolvere i problemi.
Inizialmente concepita per la televisione, la storia è disegnata sapientemente da Tony Moore che ha ideato la trama insieme a Simon Oliver che ne cura i testi.
The Exterminators - Vita da Scarafaggi - Planeta DeAgostini - 9.95 euri
mercoledì 25 giugno 2008
Succede
Un film, a volte, andrebbe guardato così come si legge un libro. Sfogliando le pagine, e tornando indietro a rileggere un dettaglio, a cercare un particolare che non si era ben fissato nella memoria. E poi andando di nuovo avanti. Inseguendo la trama. E la trama di "... e venne il giorno" ("The Happening") di M. Night Shyamalan comincia a muoversi fra le nuvole dei titoli iniziali, poi si sposta fra le panchine del Central Park e finisce sotto gli alberi degli Champs Elisées, tutto mettendo in comunicazione fra loro, così come realmente avviene, a dirci che non c'è, non ci sarà più, più un margine da oltrepassare, un posto dove rifugiarsi. Al sicuro.
Comincia un po' come "The Cell" di Stephen King, ma poi se ne va da un'altra parte, girando in tondo. E la salvezza, come nei versi di Holderlin, può essere solo proprio lì dove maggiore è il pericolo. L'unico modo per sconfiggere la morte consiste nello smettere di averne paura. Semplicemente. La casa, come in ogni film horror che si rispetti, è il luogo dell'orrore. Tale si rivela sempre, alla fine. E' come la morte, congela il tempo e lo costringe a scorrere in una spirale continua. Tutto precipita, nello spazio di pochissimo tempo, e non ci si salva insieme agli altri, ma non ci si salva nemmeno da soli. La morte si vince solo scegliendo e accettando di morire. Venendo fuori, dritti, in piedi contro il vento. Quasi tutta la retorica (buona?) del romanticismo. Morire per rinascere, come l'eroe dai mille volti.
"Perché nessuno vuole darmi un attimo per concentrarmi?" - urla Wahlberg ad un certo punto, in un certo spazio dove non c'è più dove andare. La comunità si consuma, si disgrega, da sola. Cerca di ridursi al minimo per interferire il meno possibile, per non interferire più. Ma non è possibile. Bisogna tornare indietro, smettere di scappare. Tornare a comunicare, alla comunicazione elementare. Dopo tutti i dialoghi da teatro dell'assurdo che scandiscono tutta la pellicola.
Non c'è più "campo", nel film, né in senso cinematografico né in senso telematico!
E il tempo, è il tempo, questo nostro tempo dove la morte sembra essere l'unica forma di vita.
Solo una dichiarazione di vita, di amore supremo, può sconfiggerla.
lunedì 23 giugno 2008
attestati

"Un epitaffio adeguato mi è stato spedito alcuni mesi fa. E' un manifesto, un metro per un metro e venti, stampato dal partito socialdemocratico tedesco. Ecco la traduzione del testo:
1933...
In quei giorni i roghi divampavano nelle città tedesche. Per ordine di Goebbels milioni di libri vennero distrutti dalle fiamme.
Il disegno sotto questo testo mostra Goebbels che scaglia un libro nel fuoco sotto lo sguardo di Hitler, sulla copertina del libro si legge il nome di Koestler.
1952
In questi giorni nuovi roghi sono divampati nelle città tedesche della zona sovietica. Di nuovo, nove milioni di libri sono periti nelle fiamme.
Il disegno mostra Pieck che getta un altro libro, di nuovo contrassegnato "Koestler", nel fuoco, sotto lo sguardo di Stalin.
Anche se si può obiettare che nel 1933 avevo pubblicato un solo libro di cui non erano disponibili grandi quantità da bruciare, trovo che il fatto che questi manifesti siano stati affissi nelle città tedesche sia comunque gratificante. Una copia ora è appesa fuori dal mio studio, incorniciata come un diploma professionale che certifica che il suo possessore ha superato l'esame ed è autorizzato ad esercitare la sua arte. Perché essere bruciato due volte nella vita è, dopotutto, una rara distinzione."
Arthur Koestler - Londra, Ottobre 1953
venerdì 20 giugno 2008
L'amica di Kafka
Milena Jesenska.
Fin da quando era una ragazzina, tutta Praga parlava di lei e si raccontavano storie folli: che sperperasse denaro a fiumi, che avesse attraversato a nuoto la Moldava per arrivare in tempo ad un appuntamento, che fosse stata arrestata alle quattro di mattino per aver raccolto magnolie "pubbliche". Vestiva abiti impalpabili e fluttuanti alla Isadora Duncan, preferibilmente nei toni dell'azzurro o del verde acqua, i capelli ondulati, sciolti, spesso intrecciati con dei fiori. Milena, figlia unica dell'eminente professor Jesensky, chirurgo di fama, mal sopportava i lacci di una vita borghese. Frequentava l'esclusivo Minerva, uno dei primi licei femminili in Europa. Era quello che si diceva una ragazza emancipata, una personalità molto forte, tanto da essere presa a modello da molte sue compagne. La madre morirà quando Milena ha 17 anni ed il rapporto con il padre, da sempre difficile, peggiorerà di giorno in giorno.
Sarà una donna generosa, sino all'eccesso; in amore e in amicizia, valori che anteponeva a tutto. Ma, soprattutto, una donna coraggiosa che si costringerà a trasformare il suo forte individualismo dei giorni migliori in responsabilità sociale e politica. Nel 1938 quando la sua Boemia verrà soggiogata, inciterà alla resistenza contro i nazisti, aiutando a fuggire all'estero ebrei e compatrioti cechi. Di lì a poco verrà arrestata dalla Gestapo e morirà, a 47 anni, nel campo di concentramento di Ravensbrück nel maggio del 1944 poche settimane prima dello sbarco in Normandia.
Alla morte di Kafka, avvenuta nel 1924, aveva scritto:
"L'altro ieri è morto nel sanatorio di Kierling a Klosterneuburg vicino Vienna, il dottor Franz Kafka, uno scrittore di lingua tedesca vissuto a Praga. Qui lo conoscevano in pochi, poiché era un eremita, un uomo sapiente spaventato dalla vita. Era lungimirante, troppo saggio per poter vivere e troppo debole per poter combattere. Vedeva il mondo con una tale chiarezza e precisione da non poterlo sopportare, da doverne morire, egli infatti, non si è concesso scappatoie, non si è salvato come tanti altri rifugiandosi in qualche equivoco intellettuale per nobile che fosse. Era un uomo e un artista dotato di una coscienza così scrupolosa che rimaneva vigile anche là dove gli altri, i sordi si sentivano al sicuro".
giovedì 19 giugno 2008
attualità politica

"Mentre si preparavano le elezioni per le Cortes, Heinz un giorno chiese al suo lustrascarpe quali risultati a suo avviso ci si potesse attendere dalla consultazione. L'uomo, di solito molto loquace, rimase un po' in silenzio, poi si drizzò e diede una lezione ad Heinz, una lezione che non ho mai potuto scordare. Quando incominciò a parlare la sua voce aveva un tono di velata ironia: "Senor, non comprendo come proprio lei possa rivolgermi una simile domanda. Suppongo sia tedesco e..." si interruppe e squadrò lentamente Heinz dal basso verso l'alto. Poi proseguì in un tono un poco incerto: "...se non sbaglio lei dovrebbe essere un oppositore di Hitler; dunque probabilmente un rifugiato politico socialista o comunista... La prego di scusarmi, signore, se mi permetto simili considerazioni, ma la sua domanda mi ci ha costretto. Lei sa meglio di me che alle elezioni politiche dell'anno scorso i socialisti e i comunisti assieme hanno ottenuto più di quattordici milioni di voti. Ma cosa è servito al movimento operaio? A nulla! Nonostante la sua vittoria elettorale il movimento operaio è stato schiacciato dai fascisti... Io non riesco a capire come lei, che è della sinistra tedesca, possa ancora credere che una decisione politica passi attraverso le elezioni o il parlamento...", poi soggiunse con una voce piena di dignitosa superiorità: "Senor, io sono anarchico e rifiuto sia le elezioni sia il parlamento. C'è solo una via che porta alla libertà e al comunismo: L'azione diretta!". Poi si piegò nuovamente sulle scarpe di Heinz e diede loro l'ultima lucidata."
Margarete Buber Neumann
Da Potsdam a Mosca, 1957
mercoledì 18 giugno 2008
un'altra musica

MIDDLE CLASS BLUES
di Hans Magnus Enzensberger
Non possiamo lamentarci.
Abbiamo da fare.
Siamo sazi.
Mangiamo.
Cresce l’erba,
il prodotto sociale,
l’unghia delle dita,
il passato.
Le strade sono vuote.
Le chiusure sono perfette.
Le sirene tacciono.
Questo passa.
I morti hanno fatto il loro testamento.
La pioggia è cessata.
La guerra non è stata dichiarata.
Questo non è urgente.
Noi mangiamo l’erba.
Noi mangiamo il prodotto sociale.
Noi mangiamo le unghie.
Noi mangiamo il passato.
Non abbiamo nulla da nascondere.
Non abbiamo nulla da perdere.
Non abbiamo nulla da dire.
Abbiamo.
L’orologio è caricato.
La vita è regolata.
I piatti sono lavati.
L’ultimo autobus sta passando.
È vuoto.
Non possiamo lamentarci.
Cosa aspettiamo ancora?
martedì 17 giugno 2008
Aspetta!
Aspetta
di Tom Waits
Hanno appeso un cartello appena fuori città
"Se fai la bella vita, non vorrai smettere"
Così lei se ne andò da Monte Rio, figlio,
Proprio come una pallottola sparata da un fucile
Con i suoi occhi color carbone e i suoi fianchi da Marilyn Monroe
Se ne andò verso la California
E la luna era d'oro, e i suoi capelli come il vento
Disse solo "Non voltarti indietro
Andiamo Jim"
Oh devi aspettare, aspetta, aspetta
Prendi la mia mano, sono qui
Devi aspettare
Bene, lui le diede un posto da custode di magazzino
E un anello intagliato da un cucchiaio
Cerchiamo tutti quanti qualcuno cui dare la colpa
Ma tu dividi il mio letto, e hai preso il mio nome
Allora va' avanti e chiama la polizia
Non ci vai a rimorchiare belle ragazze nei bar
Lei aggiunse "ti amo ancora"
A volte non c'è niente da aggiungere
Oh devi aspettare, aspetta, aspetta
Prendi la mia mano, sono qui
Devi aspettare
Bene, dio benedica il tuo piccolo cuore infedele
St. Louis ha preso i miei anni migliori
Mi manca la tua voce dal suono di porcellana rotta
Come vorrei che tu fossi ancora qui con me
Tu lo hai fatto e tu lo stai disfacendo
Brucia la tua casa fino alle fondamenta
Quando non c'è rimasto più niente a trattenerti
Quando cadi sulle ginocchia su questo grande mondo blu
Oh devi aspettare, aspetta, aspetta
Prendi la mia mano, sono qui
Devi aspettare
Dalle parti del Riverside Motel
Ci sono dieci gradi sottozero
Vicino ad un negozio "tutto a 99 cents" lei chiuse gli occhi
E comincio a dondolare
Ma è difficile ballare in quel modo
Quando fa freddo e non c'è musica
La tua casa è così lontana
Ma dentro la tua testa un disco gira
Sta suonando una canzone che dice
Oh devi aspettare, aspetta, aspetta
Prendi la mia mano, sono qui
Devi aspettare
lunedì 16 giugno 2008
Vent'anni fa ...
PAZ
Gang
Da quando non ci sei
la luna piange rosa
un corvo nero vola
sopra la città
il corvo ha un becco d’oro
un becco tutto d’oro
vedessi come splende
nell’oscurità
Bologna non c’è più
se l’hanno presa loro
è un cumulo di noia
che spendi e paghi caro
Bologna è una carogna
che non ti vuole vivo
da quando non ci sei
Bologna non c’è più
Non ti sei perso niente
non ti sei perso niente
non ti sei perso niente
PAZ
Per noi che siamo qui
nel letto del diavolo
noi che prendiamo tempo
e non vediamo l’ora
per noi quello che resta
è l’ombra di una vita
vuoi mettere risorgere
PAZ
Non ti sei perso niente
non ti sei perso niente
non ti sei perso niente
PAZ
domenica 15 giugno 2008
poltica...mente

"Molti errori, disse il signor K., nascono dal fatto che non si interrompono coloro che parlano, o lo si fa troppo poco. Così è facile che venga fuori un tutto illusorio, che, dato che è un tutto - ciò che nessuno può mettere in dubbio -, sembra che vada bene anche nelle sue singole parti, benché invece le singole parti vadano bene solo per quel tutto."
Bertolt Brecht - Storie del Signor Keuner
venerdì 13 giugno 2008
Il partito dell'insurrezione
Nella Spagna della seconda repubblica, nei primi anni trenta del secolo scorso, la lotta armata non era certo espressione di disperazione o impotenza politica! Lo scontro tra classe operaia e stato era all'ordine del giorno e la mediazione istituzionale veniva usata e superata ogni giorno dalla lotta operaia. Ed era proprio la connotazione anti-istituzionale della lotta operaia ad alimentare l'ipotesi che potesse verificarsi, quasi senza soluzione di continuità, la trasformazione della lotta stessa in scontro rivoluzionario. Magari poteva bastare un intervento audace che servisse da detonatore.
Così, la determinazione delle scadenze insurrezionali prescindeva dalla valutazione delle condizioni politiche generali.
E le insurrezioni non venivano neppure pensate come vincenti, ma erano concepite come momenti di rottura. L'alternativa fra fascismo e rivoluzione sottolineava l'incapacità del riformismo a rispondere allo scontro sociale che avrebbe ricevuto un'accelerazione dai tentativi insurrezionali, verificando allo stesso tempo la capacità di organizzazione e di attacco.
Nella fase insurrezionale del 1932-33, gli anarchici spagnoli espressero l'originalità del loro essere "partito dell'insurrezione", creando la "mentalità" che permetterà l'insurrezione delle Asturie nel 1934 e la risposta rivoluzionaria a Francisco Franco nel 1936.
Nel dicembre del 1933, dopo una campagna astensionista organizzata dagli anarchici con un impegno eccezionale, le destre vincono le elezioni e viene così sancita la fine del grande progetto riformista. La crisi del ridormismo, e l'attualizzazione della minaccia del fascismo, creano un'impressionante e inarrestabile spinta all'unità fra le masse. L'insurrezione delle Asturie - cui gli anarchici asturiani, da sempre favorevoli a rapporti di unità coi socialisti, parteciperanno in prima linea, dando un contributo determinante - è preparata ed organizzata dal Partito socialista ed ha una partecipazione di massa. La parola d'ordine "Unios Hermanos Proletarios" campeggia dappertutto e sottolinea la coscienza di essere entrati in una fase decisiva dello scontro di classe. Con ogni probabilità, l'insurrezione delle Asturie è stata l'ultima occasione in cui il proletariato ha giocato all'attacco, e non su terreni e scadenze imposte dal nemico.
La direzione insurrezionalista della CNT-FAI viene colta di sorpresa dal cambiamento di posizione del Partito socialista e dal processo unitario, che si svolge a livello di base, nelle fabbriche e nel paese e non riesce a svolgere una funzione trainante. Non riesce a garantire, con la sua forza ed esperienza di partito della lotta di strada, l'estensione a livello nazionale della Comune asturiana e si dimostra incapace di gestire la crisi del riformismo che pure essa stessa aveva contribuito a provocare. Il dopo Asturie coinciderà, per gli anarchici, con un periodo di crisi delle posizioni insurrezionaliste che, d'altronde però, non vennero mai superate per mezzo di altre ipotesi rivoluzionarie. Nelle battaglie in strada che, poi nel 1936, sconfissero, a Barcellona e in altre città della Spagna, l'esercito franchista, furono di nuovo capaci di esprimere tutta la loro forza ma, dopo il il 1934, non riuscirono più a proporsi come polo di elaborazione e direzione politica e saranno condannati ad essere subalterni, di fatto, al Fronte Popolare.
giovedì 12 giugno 2008
tenebre
"Io non ci credo in Dio. Lo capisce, questo? Si guardi intorno, amico mio. Non lo vede? Il frastuono e le grida della gente che soffre saranno musica per le orecchie di Dio. E io rifuggo queste discussioni. Il discorso dell'ateo del villaggio che ha come unica passione quella di vilipendere dalla mattina alla sera qualcosa di cui nega innanzitutto l'esistenza. La comunanza di cui lei parla è basata solo e soltanto sul dolore. E se quel dolore fosse veramente collettivo invece che soltanto ripetitivo, il suo peso basterebbe a staccare il mondo dalle pareti dell'universo e a farlo precipitare in fiamme in mezzo a quel po' di notte che saprebbe ancora generare prima di ridursi ad un nulla che non è neppure cenere. E la giustizia? La fratellanza? La vita eterna? Santo cielo, amico mio. Mi mostri una religione che prepari l'uomo alla morte. Al nulla. Quella sarebbe una chiesa in cui potrei entrare. La sua prepara solamente ad altra vita. Ad altri sogni, illusioni e bugie. Se si potesse bandire la paura della morte dal cuore degli uomini, non vivrebberoun giorno di più. Chi sarebbe disposto a sopportare questo incubo, se non per paura dell'incubo che lo seguirà? Sopra ogni gioia pende l'ombra dell'ascia. Ogni strada porta alla morte. O peggio. Ogni amicizia. Ogni amore. Tormenti, tradimenti, lutti, sofferenza, dolore, vecchiaia, umiliazione, malattie orrende e lunghissime. E alla fine di tutto una sola conclusione. Per lei e per ogni persona e ogni cosa a cui ha scelto di legarsi. Ecco la vera fratellanza. La vera comunità. Di cui tutti sono membri a vita. E lei mi viene a dire che nel mio fratello sta la mia salvezza? La mia salvezza? Be', allora lo maledico. Lo maledico sotto ogni forma e sembianza. Mi ci rivedo, in lui? Sì che mi ci rivedo. E quello che vedo mi disgusta. Mi capisce? Riesce a capirmi?"
Cormac McCarthy - Sunset Limited - Einaudi
mercoledì 11 giugno 2008
Nuove canzoni di ... protesta
Se Chip Taylor, che passerà sicuramente alla storia per canzoni come "Wild Thing" e "Angel of the Morning", ha scritto e cantato un capolavoro, beh allora questo capolavoro è stato "Black and Blue America", inciso nel 2001. Un concept con tutte le carte in regola per raccontare alle orecchie e al cuore l'America di John Wesley Voight, in arte Chip Taylor!
Adesso, a sette anni di distanza, riprende un paio di canzoni da quel disco e, strizzando l'occhio a Bob Marley, a partire dal titolo, ci consegna un altro concept. Un disco politico, intimo e arrabbiato fino allo spasimo. Un pugno di canzoni, un pugno di ballate taglienti come rasoi.
Ascoltate quella che dà il titolo al disco, e guardate il video dove si muove un cantautore che porta l'eskimo. Per due volte rubato alla canzone, prima dal golf, poi dal poker. E per due volte restituitoci. Grazie al cielo!
Una nuova canzone di libertà.....
martedì 10 giugno 2008
"Nella storia che non ama imperatori..."
Ho sempre pensato che la vita consista in un gioco di rimandi che possono servire a coprire la distanza di quei gradi di separazione che ci affliggono.
Che sia cinema, letteratura o musica è giocoforza, sempre, cercare quei riferimenti, in ciò che più ti colpisce e ti piace, che ti permettano di allargare gli orizzonti ...Leggi un libro - magari un saggio di quell'autore che adori - e cominci a sottolineare i nomi che lui fa. Come a crearti una mappa, un piano di viaggio che possa continuare a farti muovere. Così ascolti un disco e poi scopri che uno dei tre, che ha partecipato a quel disco che tanto ti è piaciuto, ha fatto qualcos'altro. Anzi, continua a farlo. Così mi è capitato di scoprire che Gianluca Bernardo, oltre ad aver preso parte, insieme a Fosca e Santese, a quel "Ballate di Fine Inverno" di cui ho parlato, è l'anima di un gruppo. I Rein. E questo gruppo ha già fatto uscire un singolo, un EP e - la notizia è di pochi giorni fa - un nuovo disco. Tutto rigorosamente copyleft.
Del gruppo, riporto la presentazione che i musicisti danno di sé stessi. Il singolo e l'Ep si possono scaricare dal sito myspace, e più sotto si può ascoltare "Est", la canzone che dà il titolo all'EP. Io dico che ne vale la pena!
"In una Babilonia di plastica e cemento, dal 1999 i Rein suonano e attraversano l'Italia in lungo e largo a bordo di una vecchia macchina diesel. Una storia lunga chilometri, fatta di autogrill sospesi nella nebbia, portapacchi strabordanti, pacchetti di sigarette accartocciati, bazar ai bordi della ss16 e binari ai lati della 106; una storia bruciata tra gli ultimi nei privè dei primi. Poche brandine e tanti sacchi a pelo che noi ci sappiamo adattare; caffè a portar via che magari poi ci viene sonno; che l'E45 è meglio dell'A1 perché non costa, mentre la Salerno-Reggio va bene comunque, tanto è l'unica. Qui, dove la periferia è anche il centro di tutto e la musica resta l'unico modo per parlare di felicità e di tristezza allo stesso tempo, i Rein, incrocio ferroviario tra Messico e Ungheria, Francia e Irlanda, prendono e partono con poche certezze, poca benzina e qualche punto fermo stampato ai cigli delle strade. Libri francesi, musica latina e risorse slave, futbol e chitarre spaccate, qualche bottiglia di birra messina, quando si trova. E se povertà e ricchezza si confondono, la multiculturalità è un dato di fatto e non un'opinione. Qualcosa resta, tra tanta storia e poca identità. Qualcosa resta. E allora questo qualcosa cerchi di farlo entrare in qualche modo nel portabagagli e di portarlo in giro, per raccontarlo. Per raccontare come avviene che da mille madri diverse nasca un solo figlio, triste come la soledad, fedele come le steppe del Connemara, feroce come il sud, poetico come l'est. Quaggiù, in provincia di Babele, qualcosa resta."
(I Rein)
EST
di Gianluca Bernardo
Nella storia che non ama imperatori
Si rimpasta il vecchio gioco del potere
E mi ricordo di altre bandiere
Altri slogan, altre facce ed altre idee
Sulle strade che entrano a Praga
C’è il trionfo della repressione
Sui carri armati dell’armata rossa
C’è una maschera di un altro colore
C’è chi maschera un altro colore
Sulla piana che solca l’Ungheria
Corre il treno di questa mia vita
Ma tu mi dici che è già finita
E non sai che dolore mi dai
Tu non sai il dolore che mi dai
Tu che mi dici: lascia stare
Sai che il tempo è un amico infedele
E come vedi, tutto cambia
E l’amore è fatto solo di poesia
E l’amore è fatto solo di poesia
Le mani sempre più tese
E gli occhi schiusi fin dentro un’ideale
E il vento sui nostri ricordi
Sulle promesse
Sulle certezze
Sulle speranze
Di questo sogno che chiamiamo libertà
Per la gloria dei moderni dittatori
Scorre il sangue di un popolo sovrano
E tu soldato americano
Con che pane questa sera mangerai
Di chi è il pane che stasera mangerai
Sui tamburi della propaganda
Il regime immola i suoi ideali
Tanto una bomba quando esplode
Fa gli uomini davvero tutti uguali
Fa gli uomini davvero tutti uguali
E in TV si accendono i roghi
Per il fiore della mia generazione
Ti ho aspettata una vita
Ma tu dov’eri sorella utopia?
Ma tu dov’eri sorella utopia?
Ma tu dov’eri sorella utopia?
Ma tu dov’eri sorella anarchia?
Le mani sempre più tese
E gli occhi schiusi fin dentro un’ideale
E il vento sui nostri ricordi
Sulle promesse
Sulle certezze
Sulle speranze
Di questo sogno che chiamiamo libertà
lunedì 9 giugno 2008
"Il fantasma di un angelo sulla scena del crimine"

Spesso John Hiatt ha affermato nelle sue interviste che Bob Dylan è stato il primo ad influenzare la sua musica e il suo modo di fare canzoni. Mi vien da dire, però, che non ricordo di aver mai sentito "molto" Dylan dentro le canzoni di John Hiatt. Fino ad ora, per lo meno. Fino a questo "Same Old Man", e alla sua ottava traccia. "Our Time".
La canzone è un piccolo gioiello cesellato di situazioni che costruiscono la trama dei fatti irrilevanti che costituiscono una storia d'amore, riaffioranti alla memoria senza quasi una logica. Di episodio in episodio. Saltando avanti e indietro. Prima risparmiando sui dettagli.
"Una domenica mattina a leggere i giornali in un loft a New York, e a mangiare a letto cibo cinese da asporto".
Poi riempiendo il rigo musicale di un eccesso di parole.
"Mi è tornato in mente di quando distribuivi soldi ai barboni su Bowery Street" canta in un crescendo "Non senza prima esserti lasciata convincere che i soldi servivano per un panino e non per il vino".
Le parole si distendono e vengono compresse, e vanno a fluire come un "talking-blues" che diventa una triste e sommessa ninna-nanna.
"Mi sono svegliato, madido di sudore freddo, ed ho realizzato che non avremmo più cucinato un pasto, insieme".
La voce roca di Hiatt aggiunge un'ombra di dolce nostalgia, cullata dal violino di Jim Luther Dickinson. E John Hiatt sa bene quando arriva il momento di lasciare sola la voce del violino!
Senza esagerare, una canzone che vale un disco.
domenica 8 giugno 2008
Il Fumo Degli Anni '70

Un disco di ballate. E, anche, un disco gratis, da scaricare. Un disco di ballate belle, coinvolgenti e, per me, legate ad un periodo della mia vita che, in qualche modo, non passa, non riesce a passare, non passa mai e che, adesso, grazie a queste canzoni torna a bussare, con dolcezza.
A dire che quel che eravamo, siamo. Una manciata di ballate nato al "vicolo dei musici", a Roma. Ci sono stato più d'una volta, al "vicolo", e anche se queste me le sono perse, adesso - grazie al cielo - le ritrovo. Nostalgia e speranza, certo, ma anche "fortuna e gloria"!
Non sono, di solito, troppo prodigo di parole, ma stavolta mi viene ancora meno d'aggiungere altro, ché continuo ad ascoltarmele e riascoltarmele, queste canzoni.
Scaricatevele, ascoltatele, leggetene i testi e riascoltate le canzoni. Poi leggetevi la storia del disco, e tutto il resto, sugli autori, sulle canzoni. E poi, ogni tanto, tornate sul sito, ché magari potrà capitare di trovare qualche nuova "vecchia" gemma.
IL FUMO DEGLI ANNI '70
(testo e musica di Franco Fosca)
Il fumo degli anni 70 aveva lo stesso colore del mare
da solo nella mia stanza pensavo vorrei navigare
mi tormentavo i capelli che mio padre mi costringeva a tagliare
credevo in Jimi Hendrix e in un vecchio giradischi che funzionava male.
L’Italia a ferro e fuoco sull’orlo della guerra civile
le bombe di Savona le grandi manifestazioni
mio padre mi regalò una chitarra una sera d’aprile
io la presi in mano come se fosse un fucile.
In un giorno di primavera scappai da casa di mio padre
ingoiai una piramide dove vivevano le fate
insieme ad un amico con le braccia rovinate
mentre la grande madre luna schiudeva le porte della nostra estate.
E poi giù negli anni 70 l’autostop sulle strade,
piazze colorate, odore di donna
lunghe notti d’estate nudi quasi senza vergogna
notti d’inverno incantate sognando l’India e la California.
Centomila corpi magri sotto masse di capelli
umili come rettili audaci come uccelli
dalle bianche sabbie del sud alle bianche nebbie del nord
tra Marx e Castaneda e i fumetti di Alan Ford.
Però poi ti guardavi intorno e mancava sempre qualcuno
cadevano tutti quanti si ritiravano ad uno ad uno
sotto i colpi dell’eroina sotto i colpi della polizia
e chi risucchiato indietro nell’esofago enorme della borghesia.
Venne il ’77 che ne sapevamo noi del punk
c’era ancora Carter presidente la mitica Persia dello Shaa
e noi eravamo in Italia la dolce Italia delle vacanze
noi sporchi buttati per terra con le nostre chitarre e le nostre speranze.
Passarono dieci anni, dieci anni in un momento
come un castello di carte spazzato via dal vento
e c’è chi ha seppellito i sogni in fondo alla memoria
e c’è chi ha strappato quelle pagine dal libro della storia.

