sabato 11 aprile 2020

Fine Corsa!!

La convergenza del terrore
  - di Marildo Menegat -

Sarà l'occasione a fare dell'eccezione una regola, definitivamente. Il covid-19 crea quella che è una mobilitazione relativa ad uno stato di guerra. Si tratta di un'emergenza, per quanto essa avrebbe potuto essere affrontata secondo un'altra prospettiva. La malattia richiede cure ed un'ampia divulgazione a proposito di quelle che sono le sue cause, e non soldati e leggi marziali. Non è affatto un caso che ad organizzare ed imporre l'ordine siano esercito e polizia, e che lo facciano unitamente alla conoscenza medica, la quale, fra tutte le discipline, è forse quella che si trova più delle altre in un rapporto di amicizia con il potere, accompagnandolo nelle sue manifestazioni militari. Ogni qual volta una situazione catastrofica viene gestita per mezzo della forza, è il moderno patriarcato che viene posto al comando.e che si organizza per i prossimi passi, perfino quando è assolutamente coinvolto in quelle che sono le cause della peste. Dalla Cina agli Stati Uniti, passando per l'Europa, in quelle leggi marziali che arrestano o multano chi lascia la quarantena non viene esercitata in alcun modo quell'autonomia che così tanto inorgogliva in passato i paladini del soggetto della modernità. In un suo romanzo, Albert Camus commenta quella che è la differenza tra una solitudine in quanto scelta (in questo caso, quella dell'isolamento visto come il miglior modo per preservare la vita) ed una solitudine imposta; che, come qualcuno ci ammonisce, in maniera subliminale, esercita un potere di morte su tutti. All'inizio, le leggi marziali mirano a salvare le vite umane, ma il motivo di fondo di queste imposizioni è quello di preservare le migliori condizioni per il ripristino e la prosecuzione del meccanismo di accumulazione del capitale. Quindi, non sono le vite umane a contare. È sempre lo stesso sistema, quello che ora per qualche momento si intenerisce è stato quello che qualche settimana fa perseguiva la sua politica di smantellamento di ogni servizio sanitario pubblico. Le masse di miserabili superflui che il capitalismo produce, da tempo sanno che per loro la loro vita non vale niente, e che se ora meritano qualche preoccupazione questo avviene per far sì che i loro corpi dannati non propaghino il virus. La società borghese non è stata costituita al fine di realizzare una qualche finalità più elevata della condizione umana, ma al contrario, la condizione in cui questa società dispone degli esseri umani è completamente orientata alle necessità del denaro, e a quello che è il suo dominio impersonale. La mobilitazione e l'elevazione dell'ansia fino a farla diventare totalità sociale, come un mezzo di azione in cui si passa da una stato nervoso all'altro, senza mai che si possa arrivare ad un'efficacia della riflessione, assolve proprio quella funzione che un tempo era dell'ideologia, la funzione di preservare il sistema dal caos che verrebbe causato dalle morti su larga scala, e questo avviene attraverso la vigilanza per mezzo dell'intelligenza artificiale. Tra la cecità del virus, il quale è un agente della natura, e la cecità del sistema produttore di merci si viene a produrre una convergenza a partire dalla quale ogni terrore sarà legittimo. Il battibecco tra i sostenitori della quarantena orizzontale, che viene promulgata per mezzo di leggi di eccezione, e i difensori della quarantena verticale, nella quale la peste viene affidata al volere di dio, mostra solo quelle che sono due facce della stessa medaglia. Voler dare una connotazione umana alla decisione impositiva della quarantena non nasconde quella che è la sua ipocrisia: gli stessi italiani, spagnoli, francesi ecc. che ora giustificano e difendono queste misure, qualche settimana non hanno esitato a respingere barconi stipati di africani che cercavano per l'appunto di sfuggire alla morte. D'altra parte, chi sostiene l'immediato ritorno alla produzione (anche se ora se ne stanno zitti, è bene ricordare che esistono e che non sono pochi) sta pensando che lo scenario di guerra che provocherà, con milioni di morti in tutto il mondo, sia un prezzo ragionevole da pagare in sacrifici, per far sì che il il capitalismo non crolli per sempre del tutto. A rendere infernale, un tale scenario non è il numero dei morti, ma i dati del mercato dello scorso anno (1919), pertanto prima del covid 19. La tendenza alla recessione globale è talmente evidente che se n'è accorto perfino il direttore del giornale di Ipiranga se ne è reso conto. Non è da oggi che l'economia cinese mostra una stanchezza crescente e irrecuperabile. Il livello di indebitamento dello Stato e di buona parte delle grandi imprese è tale che non sanno più come fare per essere finanziati dalla roulette speculativa delle borse. È la medesima realtà che toglie il terreno sotto i piedi dell'Europa e degli Stati Uniti; e di conseguenza sotto i piedi di tutto il resto del mondo. Il debito pubblico di tutti gli Stati messi insieme si aggira intorno ai 280 mila miliardi di dollari americani, e questo in un mondo in cui il PIL annuo non supera gli 80 mila milioni di dollari... Stiamo vivendo tutti al di sopra delle nostre possibilità. La questione sta nel fatto che era la Cina, insieme ai debiti di tutto il mondo, che portava sulle spalle la moribonda economia globale, e questo soprattutto dopo la crisi del 2008. In questo contesto, i pacchetti di salvataggio della Comunità Economica Europea e degli Stati Uniti servono essenzialmente a salvare i mercati nel momento in cui «la bolla delle bolle» (formatasi dopo la crisi del 2008) scoppierà: questo sarebbe, fra l'altro, l'avvenimento che gli esperti di turno hanno chiamato col nome di recessione. Ai margini di questa economia di guerra (anche se, a quanto pare, il nemico sia solo il virus) è cresciuta la povertà, e continuerà a crescere in maniera vertiginosa insieme alla disoccupazione (che recentemente aveva assunto le sembianze del lavoro precario), che tornerà nella sua vecchia forma di massa di soggetti monetari senza denaro. Anche le condizioni di salute delle persone, indipendentemente da quello che sarà il comportamento del covid 19, hanno registrato delle cifre allarmanti. Il consumo di ansiolitici in Brasile, per esempio, tocca il più alto livello in tutta l'America Latina. Già la vita era malata, anche prima dell'arrivo del virus. Il covid 19 è solo il controcanto che ci permette di comprendere che il capitalismo non ha più niente da offrire all'umanità.

- II -
Il problema è che, per quanti equilibrismi facciano le Banche Centrali e i governi, la crisi rimane nell'aria, e la crisi non è il covid 19. In breve tempo, i cambiamenti climatici produrranno [cfr.: David Wallace-Wells, "La terra inabitabile". Mondadori ] situazioni peggiori di quella attuale. E comunque, il cambiamento climatico, al contrario del virus, non potrà mai tornare alla normalità; ma potrebbe essere mitigato nel caso ci fosse un cambiamento radicale nel modo di produzione della vita sociale. Sulla sua scia arriveranno nuove pandemie, più letali del covid 19. Secondo gli esperti, un Ebola mutato, che rendesse possibile il contagio attraverso le vie respiratorie, sarebbe la "quasi" fine dell'umanità. La mortalità di questo virus arriverebbe ad uccidere il 90% dei contagiati. Nella misura in cui le mutazioni climatiche richiedono una lotta per la selezione naturale a partire da nuovi parametri, è prevedibile che molti parassiti subiranno delle mutazioni che li renderanno più aggressivi. Inoltre, ovviamente, ci sono quei fattori dell'intervento umano che hanno modificato (o che produrranno) artificialmente agenti patogeni; come è stato nel caso del H1N1 e delle sue mutazioni, delle quali abbiamo a malapena notizie. Era parte delle conoscenze di alcuni popoli del passato - presumibilmente saggi, visto che per quanto è noto non abbiamo notizie che essi siano passati per situazioni difficili come quella attuale, fino a quello che sappiamo ora circa gli indigeni che vivevano in Amazonia prima dell'arrivo degli "uomini della merce" - che nessuno doveva consumare la natura più di quanto fosse essenziale per poter continuare ad esistere nel pieno sviluppo delle proprie capacità e, inoltre, dovevano essere lasciate in eredità queste condizioni di esistenza per quello che sarebbe stato il futuro delle nuove generazioni. Il capitalismo, però, ha già consumato il pianeta in modo tale che le future generazioni dovranno vivere in condizioni di penuria. E questa penuria non ha niente a che vedere con la ricchezza astratta prodotta dal capitalismo, ma ha a che fare con le cose semplici che servono per la vita, come l'aria pulita, l'acqua e il cibo che non provenga da organismi geneticamente modificati. Il problema che si pone, pertanto, non è quello di tornare di già al lavoro infernale, oppure rimanere confinati in una quarantena imposta da uno stato di emergenza. Il punto è: che cosa faremo delle nostre vite durante questa fine corsa del capitalismo? Queste vite, verranno offerte ancora in dei sacrifici per l'assurdo fine di produrre ancora più distruzione, oppure verranno mobilitate per trasformare quelle che sono le forme della vita sociale?

- III -
In passato, quando quelli che allora erano i contemporanei vivevano in quel presente, si preparava anche qualcosa del futuro. La semina dell'avvenire è sempre dipesa da un presente che aveva più risorse del necessario, per poter realizzare quell'avvenire. Il futuro non è un risultato di un semplice evento, pe quanto esso sia in sospeso. Tuttavia, questo è avvenuto quando era possibile scegliere tra varianti differenti di forma sociale. Oggi, il presente è davvero solamente spegnere le luci che lo separano dal futuro. È diventato un'epoca che, essendosi occupata eccessivamente di sé stessa, ha visto sparire il futuro in quanto struttura del tempo. Nella misura in cui non operano più sulle relazioni e sulle azioni sociali, gli individui sono rimasti sorpresi da questa notte buia e densa che ha rivelato l'impensabile: senza una promessa del domani, l'umanità finirà per sprofondare completamente nel nulla. La depressione non sarà solo un fenomeno economico. Scoprire che il capitalismo è una società nichilista, non è certo una grande scoperta. In tale società, l'esistenza di qualsiasi persona acquista il suo elementare significato solamente a partire dalla sua sottomissione al feticismo delle merci, del denaro e del dispendio di energia in quella che è l'irrazionalità distruttiva dell'economia imprenditoriale. Ma le condizioni oggettive che fanno sì che questo miserabile senso di sopravvivenza funzioni ancora, adesso vengono compromesse senza alcuna pietà da quella che è la catastrofe attuale. A partire dalla grande crisi degli anni '70, quando il capitale ebbe raggiunto il suo limite interno assoluto, così com'è stato formulato da Robert Kurz nella sua teoria della crisi, il prolungamento del periodo di validità di questa società è avvenuto a spese del futuro. Il neoliberismo e il dominio dell'accumulazione fittizia di capitale attraverso l'ingegneria speculativa dei mercati finanziari, sono stati identici a questo esercizio che consiste nel trasferire nel futuro il pagamento del conto di un presente che ormai non soddisfa più la valorizzazione del valore. Detto in altre parole, il metro che misura la moderna società produttrice di merci, vale a dire il tempo di lavoro, è stato soppresso proprio dallo sviluppo della società stessa. Il folle presente che emerge da questo processo - che è letteralmente un'emergenza - ha paralizzato l'umanità nel bel mezzo di un processo di accelerazione della distruzione della natura, e di quella che è la propria autodistruzione. Nella misura in cui ciascuna merce individuale contiene sempre meno valore - poiché è il risultato di una produzione realizzata da un apparato tecnico che ormai non usa più, o usa solo marginalmente il lavoro vivente, il quale è l'unica fonte della produzione reale di plusvalore - diventa necessario produrre in quantità gigantesche, per simulare la creazione di un qualche valore. È questa una delle ragioni della convergenza tra la crisi del capitalismo ed il collasso ambientale, dal momento che si è invertita quella che è la proporzione tra quantità di valore e la materia prima che viene usata per la sua creazione, senza che con questo venisse superato il limite interno assoluto dell'accumulazione di capital. Oggi, questa proporzione presuppone enormi quantità di materia prima, e la cosa ha come conseguenza l'ampliamento dell'estrazione distruttiva delle risorse naturali, con risultati trascurabili in termini di produzione di ricchezza astratta. Il fatto che nel capitalismo la ricchezza obbedisca ad un principio astratto (il valore), in cui la materia è solo il mezzo (il valore d'uso) per la sua produzione, e che la realizzazione di questo principio (il consumo) consista nella distruzione di tale materia nel più breve tempo possibile, di modo che il ciclo possa tornare al punto di partenza e si ripeta così all'infinito, rende possibile il paradosso di una società ricca - nei termini astratti dell'accumulazione di capitale - senza che con questo essa possegga le risorse per poter soddisfare i propri bisogni, né realizzare la prospettiva di sviluppare le capacità umane.
Tuttavia, nessuna delle fughe in avanti messe in campo dal neoliberismo negli ultimi decenni ha risolto effettivamente la crisi del capitale. Dal momento che la vita sociale è mediata dal denaro e dalle merci, per far sì che quest'oggettivazione possa funzionare, sarebbe necessario che la sostanza del valore - che è il quantum di tempo di lavoro presente in ciascuna merce - venisse ancora creata. Come aveva osservato Marx, nei Grundrisse, il capitalismo è il processo sociale auto-contraddittorio che produce inconsciamente il proprio collasso. L'utilizzo intensivo di tecniche produttive che consentono di risparmiare lavoro umano rende impossibile l'oggettivazione del valore, e pertanto sopprime il meccanismo funzionale della mediazione sociale. Dal covid 19 in poi, sarà questo il vero mostro - insieme alle catastrofi causate dal cambiamento climatico - che tormenterà quotidianamente la vita di noi tutti. Non è più possibile vivere a spese del futuro. Il tempo storico-sociale massimo cui il capitalismo può arrivare, è questo presente prolungato per mezzo dell'accelerazione della sua autodistruzione.

- IV -
Ben lontano dal reliquario ideologico della pace universale, a partire dagli anni '80, quando la Guerra Fredda si raffreddò, il capitalismo, questa macchina per triturare esseri umani, cominciò a dedicarsi a nuove forme di guerra. La genealogia di questi accadimenti, che divennero frequenti, risale alla grande guerra del 1914, che inaugurò una relazione intima e ineludibile tra guerra ed economia. Per amor della verità, la guerra si trova all'origine di quella che è questa sfera astratta di calcolo chiamata economia imprenditoriale. È stato l'uso delle armi da fuoco a far crollare le antiche relazioni feudali, e a creare una forma politica incentrata sulla concorrenza e dipendente dal denaro, che ha coinciso con lo Stato moderno. Per questo, tutte le società nazionali che si sono formate hanno dovuto seguire simili imperativi. Fare guerra significa seminare il capitalismo. Ma è stato con la Guerra Mondiale che il capitalismo è diventato, definitivamente, un'economia di guerra. Il moderno patriarcato produttore di merci è quella figura selvaggia in cui si mescolano i mastini della guerra e l'imprenditore schumpeteriano distruttore-creatore. Il lavoro, pertanto è una cosa unica e tutto dev'essere modellato per fare in modo che passi attraverso il setaccio di una tale sintesi: creare e distruggere (il mondo); distruggere significa creare (più morti). Questa figura dello spirito è la verità stessa della società borghese, ed è perciò che appare razionale e beneficia di essere la realizzazione suprema di un principio di realtà che ha l'orrore come collante della sua natura. Senza l'economia di guerra, il capitale fittizio, già abbondante in quella fase del capitalismo, avrebbe strangolato la continuità del sistema ed avrebbe posto fine ad esso. Una delle sue abilità è stata quella di mobilitare i risparmi e le riserve creditizie - allora dormienti, derivanti da un processo di sovraccumulazione che avevano sempre più difficoltà a trovare investimenti redditizi - verso le grandi imprese statali:
«[Le potenze in guerra] cercarono (...) di coprire i loro deficit mediante lo strumento del prestito interno ed estero e, oltre a quello (...) stampando denaro se ricevevano crediti bancari non garantiti dalla banca centrale. Nelle condizioni del tempo di guerra nessuna banca centrale conservò molta indipendenza (...) In tutti i Paesi belligeranti nel1914 venne di fatto sospesa la parità aurea interna: la moneta cartacea non era più convertibile su richiesta o era fissata una percentuale minima delle riserve d'oro per sostenere l'emissione di valuta. Sgombrato così il campo, i governi poterono ottenere liquidità illimitata dalle banche centrali in cambio di obbligazioni a breve termine come i Buoni del Tesoro, di solito rimborsabili in un periodo da tre a sei mesi (...) La conseguenza fu un massiccio aumento della massa monetaria, che accelerò con il prosieguo della guerra (...)  Il potere d'indebitamento degli Stati si dimostrò uno dei fenomeni chiave della guerra (...) » (David Stevenson, "La Prima Guerra Mondiale". Edizione Corriere della Sera. pp.287-288).
Questo modello di organizzazione economica ha aperto le dighe dei debiti statali e li ha resi come una sorta di prospettiva lungimirante ( e ne ha fatto una sorta di deposito per un eccesso di capitale che si trovava sull'orlo di una svalutazione ) che, come avviene con tutti i vizi borghesi, è stato convertito in una virtù dal keynesismo. È stato questo modello di economia a rendere possibile il fordismo. Senza la gigantesca mole dei debiti - di cui la spesa bellica era prodiga e, simultaneamente, anche avanguardia in un territorio fino ad allora incontaminato - l'infrastruttura, sia produttiva che finanziaria, del fordismo, la quale esigeva un intervento statale diretto, non sarebbe mai stata realizzabile.
« Il successo francese presenta qualche parallelismo con quello sovietico nel 1941-45: regioni in precedenza isolate come il sud-ovest fecero il loro ingresso nella produzione militare. (...) Finanziamenti (...) e sussidi statali aiutarono, per esempio, la conversione da parte dei futuri giganti dell'auto Citroen e Renault, fabbricanti rispettivamente di munizioni e carri armati. » (David Stevenson, "La Prima Guerra Mondiale". Edizione Corriere della Sera. pp.296-297).
Da allora in poi, lo Stato assunse una centralità nella pianificazione e nel direzionamento economico, che era sconosciuto nel capitalismo classico del XIX secolo. Queste caratteristiche vennero mantenute ed integrate in tempi di pace. La relativa abbondanza dei cosiddetti trent'anni gloriosi, dopo il 1945, fu pertanto un prodotto diretto dell'ingegneria finanziaria-produttiva dell'economia di guerra. Uno degli aspetti occulti della Guerra Fredda è stata proprio la continuità (e la crescita) del debito pubblico. Queste spese potevano essere destinate sia al benessere sociale, così come alla continuità della spesa bellica: l'economia statunitense, per esempio, rimase un'economia rivolta alla guerra, a prescindere. Per questi motivi, il suo imponente complesso industriale-militare non è stato smantellato. La fine della Guerra Fredda nel 1989, fa parte del crollo della possibilità di continuare ad organizzare l'economia sotto questa forma. In un periodo in cui i profitti scendono a livelli tali da rendere dubbia la redditività di nuovi investimenti, nel momento in cui l'economia si trovava a dover scegliere tra stagnazione ed inflazione, l'espansione del debito cominciò ad essere un grosso problema. Non c'è nessun altro motivo perché le politiche keynesiane si siano concluse proprio in quel periodo.
Nei decenni successivi, il collasso della modernizzazione è stato nascosto sotto il tappeto. Per simulare il realismo dell'emissione contabile di denaro senza valore, che dopo la fine dell'accordo di Bretton Woods (1971) ha preso il posto delle attività delle Banche Centrali degli Stati Uniti e dell'Europa, è stato necessario organizzare l'accumulazione di capitale a partire dal sistema finanziario, e non più dalla produzione. Il keymesismo era ancora in grado di disporre del capitale fittizio per il finanziamento della produzione, ma con il neoliberismo questa logica ha dovuto essere rovesciata in modo da ritardare l'imminente rovina del sistema. È stato questo meccanismo di finanziarizzazione ad aver ereditato la dinamica dell'economia di guerra, sebbene ora non ci sia alcun tipo di guerra regolare da affrontare. Questa contraddizione di un'economia di guerra che funziona senza guerre generalizzate, come lo sono state la Prima e la Seconda Guerra Mondiale e, in un qualche modo, la Guerra Fredda, indica il limite al quale il sistema è arrivato, insieme alla fantasmagoria ideologica dello stato di guerra e di emergenza che viene stabilito nel presente.

- V -
Non appena la pandemia ha richiesto le quarantene sotto forma di leggi di eccezionale, la consapevolezza di trovarsi di fronte ad una crisi senza precedenti ci ha colpiti duramente. Le proiezioni per quel che riguarda l'economia prevedono perdite esorbitanti per il PIL mondiale. Di fronte alla catastrofe che ci ha colpito, gli economisti che ritenevano che i tagli alla spesa fossero un principio non negoziabile hanno ora cambiato strategia, e ora difendono, con una convinzione da veri keynesiani, il ritorno al passato di un'economia di guerra senza alcuna  restrizione di bilancio. Ma in che cosa consiste un'economia di guerra contro un virus? Due aspetti che tutti ripetono: aumento della spesa pubblica e re-orientamento della produzione industriale. Dopotutto, non era proprio questo il peccato mortale dell'economia di guerra che è stata mantenuta, dopo la prima e la seconda Guerra mondiale, sotto forma di stato sociale? Forse che Lula non è stato rovesciato a causa di questo? La contraddizione insita nella proposta può essere vista facilmente. Perfino il direttore del quotidiano di Ipiranga riesce a capirlo. È difficile giustificare il fatto che l'aumento della spesa per sostenere, in tempo di pace, un sistema pubblico di sanità e di istruzione, sia inflazionario e porti alla bancarotta dello Stato; e ora (chi pagherà?), nella guerra contro il virus(?), l'aumento del debito pubblico diventa il salvataggio della patria!
Sottraendo all'argomento quello che è il suo fascino ideologico, quel che rimane dell'equazione sarà difficile da digerire: come si possono sostenere debiti che arrivano ad essere tre volta il valore del PIL mondiale, si ci aggiungiamo anche questi? Il solo Trump parla già di spendere circa quattromila milioni di dollari, in un paese il cui debito arriva a sedicimila miliardi di dollari, vale a dire, all'incirca il 120% del PIL. Tutta la faccenda non rappresenta la fantasmagoria ideologica del modo di ragionare delle personificazioni del capitale. Se guardiamo bene, anche il resto di queste equazioni insostenibili parlano di uno stato di emergenza, che ha imposto la quarantena, e di un'economia di guerra senza guerra sull'orlo della più grande depressione dal 1929. Al limite, magari tutto questo ci sta mostrando quanto l'autodistruzione faccia parte del capitalismo, come se fosse una cieca compulsione pronta a scoppiare; anche sotto forma di bombe nucleari.  Quando si spengono tutte le luci, agli ideologhi del sistema (compresi quelli che fanno parte della sinistra tradizionale) non resta altra scelta se non quella del ritorno al passato. Per il neoliberismo, è sempre stato un luogo comune esorcizzare questo passato rappresentandolo sotto forma di un'epoca cui attribuire la colpa dei sacrifici del presente. Come possiamo pretendere che ora questo «crimine di responsabilità» ci possa restituire quel futuro che ci è stato tolto? La luce artificiale del capitalismo non illumina più niente. Siamo ormai senza futuro. E non è un mistero che questo sia avvenendo sotto forma di un miscuglio tra quella che è una catastrofe naturale (il coronavirus è una delle conseguenze della globalizzazione dell'economia avvenuta sotto il segno della cieca distruzione della natura) e la triste fine dell'economia di guerra. Ogni sforzo per tornare alla normalità, con le fanfare che annunciano un nuovo ciclo di economia di guerra, finirà per costare molte vite, e sarà uno sforzo vano.
Meglio sarebbe spendere tutta questa energia, e questo impegno, per riuscire a capire come il moderno sistema produttore di merci sia arrivato al collasso. Una simile comprensione, ora può essere facilmente percepita in maniera fenomenica attraverso le catastrofi del presente. Ma il segreto più nascosto di questi eventi può essere trovato nella logica aprioristica che organizza la vita sociale sotto l'imperativo di trasformare a qualsiasi costo il denaro in ancora più denaro. Capirlo, è una delle condizioni per far sì che si possa produrre una resistenza contro quelle che sono le due facce della medaglia che stanno lottando per precipitare la società nell'abisso. Entrambe vogliono tenere accese le fiamme dell'oscurità. E per riuscire a farlo, entrambe devono organizzare lo sterminio - che già di per sé è un impulso permanente e spontaneo del sistema - facendolo diventare un gigantesco genocidio, il quale, oltre tutto, è già in atto.
L'omicidio di massa fa parte del carattere del capitalismo, appartiene al suo intimo ed inevitabile legame con la guerra. Gli omicidi di miglia di neri, indios, donne, così come il confinamento nei campi di concentramento di migliaia di rifugiati e di immigrati continueranno ad esserci, così come continuerà l'eliminazione di coloro che sono vecchi e inutili per l'economia imprenditoriale. È questa la guerra a cui tutti stiamo assistendo. Le nuove forme di guerra sviluppate dal capitalismo dopo la fine della Guerra Fredda, sono guerre irregolari contro la grande massa di quelli che sono i vinti della globalizzazione. Il dispositivo che rende questi eventi delle realtà distanti, è lo stato di emergenza. Si tratta di un ordine che opera a partire dal falso ragionamento secondo il quale coloro che oggi vengono sterminati non sarete voi domani. La logica impersonale serve a sostenere quello che è l'errore della conclusione. Ma la legge che distrugge queste vite non è affatto soggettiva. Non è un totalitarismo che scaturisce da un ordinamento politico, ma è piuttosto la ratifica di un'oggettivazione dell'economia imprenditoriale che viene confermata dallo Stato: chi non è redditizio per il sistema deve morire. La vita ed il futuro dell'umanità non sono compatibili con il capitalismo. Eco quali sono i dati di questa crisi: dal momento che niente sarà più come prima, e poiché non esiste più un futuro che aspetta tutti noi, perché mai dovremmo continuare così?

- Marildo Menegat – Brasile, 8 aprile 2020 -

Bibliografia:

- David Stevenson, "La Prima Guerra Mondiale". Edizione Corriere della Sera.
- Robert Kurz, "Dinheiro sem valor". Lisboa: Antígona, 2014.
- David Wallace-Wells, "La terra inabitabile". Mondadori.

fonte: Bayerle & Co. Crisis Capitalism and Participatory Exclusion

Nessun commento: