venerdì 22 maggio 2020

Guardare il mondo dalla distanza

«Tutto il mondo è paese non vuol dire che tutto è uguale: vuol dire che tutti siamo spaesati rispetto a qualcosa e a qualcuno». Il libro indaga, da punti di vista diversi, le potenzialità cognitive e morali, costruttive e distruttive dello spaesamento e della distanza. Perché una lunga tradizione ha attribuito allo sguardo dell’estraneo – del selvaggio, del contadino, dell’animale – la capacità di svelare le menzogne della società? Perché la riflessione sul mito serve a distanziare la realtà, mentre il mito è spesso uno strumento politico per controllare gli ignari? Perché nel Medioevo, durante i funerali dei re di Francia e d’Inghilterra, veniva portato in processione un fantoccio detto «rappresentazione»? Perché il cristianesimo fece propria la proibizione mosaica delle immagini ma favorì da un certo momento in poi la diffusione di immagini devozionali? Perché lo stile è stato usato, a seconda dei casi, per includere o escludere la diversità culturale? Perché ricorriamo così spesso a metafore visive come «prospettiva» o «punto di vista»? Uccidereste un mandarino cinese sconosciuto se vi venisse offerta una grossa somma? Gesù era cristiano? Dieci sguardi sul mondo, da vicino e da lontano.

(dal risvolto di copertina di: Carlo Ginzburg, "Occhiacci di legno. Dieci riflessioni sulla distanza". Quodlibet)

La realtà? Si capisce meglio da lontano
- di Christian Raimo -

Qual è il saggista italiano contemporaneo che ha più influenzato il metodo della ricerca e dello stile saggistico? A partire dal suo esordio, "I benandanti", 1966, i libri di Carlo Ginzburg rivelano una forma classica, nonostante l'assoluta idiosincraticità dello stile. Sono modelli di scrittura, palinsesti eccezionali: avere a che fare con questi marchingegni intellettuali può modificare la stessa nostra esperienza di lettura. Qualche mese fa è tornato in libreria uno di quei testi spartiacque nella storia del Novecento, "Il formaggio e i vermi" di Carlo Ginzburg (1976), per Adelphi. E ora la casa editrice Quodlibet che insieme ad Adelphi sta rieditando tutti i suoi lavoro (precedentemente erano di Einaudi e Feltrinelli) adesso ripubblica una sua raccolta di saggi del 1998, "Occhiacci di legno", con un'aggiunta di un saggio che fa passare da nove a dieci il sottotitolo, «Riflessioni sulla distanza».
Le antologie di Ginzburg sono forse anche più impressionanti dei suoi testi monografici; mostrano qualcosa che va al di là della capacità critica di analisi, e che potremmo definire coraggio intellettuale: di attraversare le discipline in senso diacronico e sincronico, di affrontare le grandi questioni politiche contemporanee attraverso un grandangolo prospettico che ci fa sentire mai una comunità isolata ma sempre parti di una storia dell'umanità. Il processo conoscitivo che Ginzburg mette in atto è esemplare al di là dei temi trattati, che sono talmente macroscopici da spingerci spesso verso l'interrogazione sullo statuto stesso di alcune discipline: da una riflessione metastorica sullo stile che può essere letta come una specie di introduzione all'estetica, a saggi che aprono la raccolta che si concentrano invece più su una sorta di genetica del fare storia. E qui usa le espressioni «una sorta di» o «una specie di» perché è davvero impossibile etichettare, o tantomeno collocare, o tantomeno definire testi che dichiarano sfrontatamente la loro capacità di gettare ponti a lunghissima gittata tra ricerche di ambiti diversi, di tradizioni culturali lontane, di epoche distanziate millenni.
Per dimostrare la tenuta di questi ponti, Ginzburg opera un'attentissima selezione dei materiali da cui partire, in una tensione che vibra nel testo (ovviamente soprattutto in quei capolavori che sono gli apparati di note) che ha un che di occamista: i luoghi dove attingere sono l'intero scibile umano, ma l'attenzione a non moltiplicare gli entia praeter necessitatem è davvero il principio metodologico che diventa principio etico della ricerca. L'altro orizzonte etico, l'approdo che sarà un'altra partenza, è indicare come la relazione tra i testi sia figura, come dire, della relazione tra gli esseri umani. Le pagine sulla traduzione, sull'interpretazione sono, in questi giorno d'isolamento, commoventi in un modo quasi fisico. Quando, nel saggio sullo stile, accoglie nelle stesse due pagine Simone Weil, Theodor Adorno, Paul Valery e Roberto Longhi citando una riflessione di quest'ultimo («L'opera non sta mai da sola, è sempre un rapporto. Per cominciare: almeno un rapporto con un'altra opera d'arte. Un'opera sola al mondo, non sarebbe neppure intesa come produzione umana, ma guardata con reverenza o con orrore, come magia, come tabù, come opera di Dio o dello stregone, non dell'uomo») avviene una mise en abyme che vale anche come premessa al libro che stiamo leggendo. Più interessante ancora è provare a sbirciare la cassetta degli attrezzi ginzburghiana attraverso le righe, non tanto per capire la composizione di questa cassetta, e impossibilmente riprodurla! (anche se nelle pagine che ragionano su Michelangelo e Tiziano, ci sono osservazioni da tenere a mente sul senso dell'apprendistato), ma per provarne a rintracciare l'ordine e l'uso. E qui intendiamo forse un po' meglio la meraviglia che ci ispira questo rigore metodologico. Alla questione cruciale che innerva "Occhiacci di legno", ossia quale equilibrio cercare che possa darci più conoscenza possibile, attraverso le analogie e le distinzioni, gli accostamenti e le distanze, Ginzburg non risponde solo con le parole dei saggi, ma nel modo stesso in cui i saggi vengono scritti: l'impianto conta quanto gli elementi. Lo dice e lo mostra.
Tra le tante lezioni che fa proprie e che elabora riconoscendo l'importanza pedagogica della ricerca stessa, c'è quella di Wittgenstein. La sua idea delle rassomiglianze di famiglia, la cui genesi Ginzburg stesso ricostruisce ne "Il filo e le tracce" (dai ritratti compositi del fotografo Francis Galton) sembra un fondamento della sua euristica, accostata all'altra concezione sempre wittgensteiniana della filosofia come chiarificazione. Forse è per questa ragione che l'andamento dei suoi saggi alla fine assume un ritmo romanzesco, come se le evoluzioni e le digressioni ricalcassero quelle di gigantesche saghe famigliari.
E in questa dimensione famigliare pare vivere anche l'ossimorica fragile forza del passaggio tra le generazioni. Nel leggere il saggio luminoso "Uccidere un mandarino cinese", l'ottavo della raccolta, c’è nell'ultima pagina e va sottolineata una citazione di Walter Benjamin dalle "Tesi sul concetto di storia": «A noi, come a ogni generazione che fu prima di noi, è stata consegnata una debole forza messianica, a cui il passato ha diritto». In questo tempo sospeso può rischiararci come un mattino ogni volta imprevisto.

- Christian Raimo - Pubblicato su Tuttolibri del 25/4/2020 -

giovedì 21 maggio 2020

Contro-Decreti


Il testo che segue, di Raoul Vaneigem, è stato pensato come un'aggiunta all'ultimo minuto alla pubblicazione, da parte delle edizioni Grevis, del libro "Textes et entretiens sur l’insurrection de la vie quotidienne" ["Testi e interviste sull'Insurrezione della vita quotidiana"]. Ma le esigenze di stampa hanno impedito tale aggiunta, per cui Vaneigem si affida alla rete affinché « sia diffuso, per ogni scopo utile o inutile». Ecco fatto! (f.s.)

Decretiamo l'autodifesa sanitaria
- di Raoul Vaneigem -

La minaccia che il coronavirus rappresenta per la salute delle popolazioni del mondo intero, ha dimostrato che il vero pericolo proviene da quello che è un degrado del servizio sanitario. Non c'è alcun dubbio che gli imperativi del profitto, dominanti dappertutto, continueranno ad accelerare tale degrado. Gestire gli ospedali come se fossero delle imprese redditizie, implica che il personale venga sottopagato e sia super-sfruttato, riducendo il numero dei posti letto e le risorse tecniche. Le grandi case farmaceutiche paralizzano la vera ricerca, screditando quegli scienziati che da esse vengono stipendiati, vietando quei farmaci a basso costo che si sono dimostrati efficaci, per poter vendere dei vaccini di dubbia efficacia, la cui unica garanzia è quella di garantire gli interessi finanziari che produrranno.
Va da sé che gli Stati non esiteranno a ripetere la storia della limitazione delle libertà, che per loro ha avuto così tanto successo. Pur consentendo di espandersi a quei virus che si espandono a partire dallo scioglimento de permafrost, utilizzeranno senza alcuno scrupolo il medesimo pretesto epidemico per confinare preventivamente tutti coloro che si ribellano alla loro politica criminale. Ora, bisogna contrastare questa manovra. Ne va delle nostre vite e di quelle dei nostri figli: decretiamo l'autodifesa sanitaria. Nelle strade, nelle città, nelle campagne, indossiamo i camici bianchi del personale ospedaliero. Siamo tutti operatori sanitari, promuoviamo tutti la salute!
La morbosità patologica dello Stato e delle istituzioni sovra-nazionali è permanente. Contro un simile virus, imponiamo, con la fermezza e l'intransigenza delle nostre lotte, il diritto inviolabile alla vita.
Gilet gialli, neri, rossi, multicolore sono solo gli abiti che vengono indossati da una rivoluzione preoccupata per l'avvenire dell'umanità. Il camice bianco è, più che un simbolo, un mestiere. Se invaderà le strade, come si comporterà alla fine lo Stato di polizia?
Tocca ai popoli, le vittime principali delle misure coercitive e delle malversazioni di bilancio, creare delle condizioni che siano in grado di assicurare a tutti e a tutte la garanzia che venga sradicata quella malattia di cui il capitalismo è il virus più implacabile. Disobbedienza civile, resistenza all'oppressione, solidarietà festosa, ci sono migliori garanzie per la salute?
Siamo tutti operatori sanitari. La lotta è dappertutto, ovunque il potere delle Comuni proibisca i pesticidi e l'inquinamento, ovunque reinventa la scuola, i traporti, le strutture ospedaliere, l'esistenza quotidiana. C'è un famoso adagio medico assai ben noto, quello che dice che la maggior parte dei mali guarisce da sé solo, se solo gli viene dato abbastanza tempo. Quel tempo, siamo noi.

- Raoul Vaneigem - 17 maggio 2020 -

Fonte: A Contretemps

Ai tuoi cento anni …

« Quando più non ci fu, la posero nella terra.
Su di lei fiori sbocciano, scherzano le farfalle.
Era leggera lei, premeva la terra appena.
Quanto dolore ci volle per farla così leggera!
»

("A mia madre". Una poesia di Bertolt Brecht.)

mercoledì 20 maggio 2020

La Trappola del Debito

Il dilemma del debito
- di Michael Roberts -

Molte volte, ho accennato su questo blog a come l'aumento del debito globale riduca la capacità delle economie capitalistiche ad evitare collassi e a trovare un modo rapido per poter recuperare . Come ha spiegato Marx, il credito è una componente necessaria per oliare le ruote dell'accumulazione capitalistica, rendendo possibile il finanziamento relativo a progetti più ambiziosi e più ampi, nel momento in cui solo i profitti riciclati non sono più sufficienti; e a fare circolare il capitale in maniera più efficiente per gli investimenti e la produzione. Ma il credito diventa debito, e per quanto esso aiuti ad espandere l'accumulazione di capitale, se i profitti non si materializzano in una maniera che sia sufficiente a soddisfare quel debito (vale a dire, a ripagarlo insieme agli interessi per i finanziatori) ecco che allora il debito diventa un fardello che comincia a rosicchiare i profitti e la capacità di espandersi del capitale).
Per il resto, sono due le cose che accadono: per far fronte a quelli che sono gli obblighi per il debito esistente, le imprese più deboli sono costrette a chiedere più prestiti per coprire i servizi del debito, di modo che così il debito si impenna a dismisura. Inoltre, il ritorno per quello che è il rischio sul prestito per i creditori, ora può sembrare ancora più elevato, rispetto all'investimento in capitale produttivo, soprattutto se il beneficiario è il governo, un debitore molto più sicuro. In questo modo, la speculazione sulle attività finanziarie, fatta sotto forma di obbligazioni e di altri strumenti di debito, aumenta. Ma se c'è una crisi nella produzione e negli investimenti, questa forse è in parte causata dagli eccessivi costi dei servizi di debito, ed ecco che allora la capacità delle imprese capitaliste di riprendersi, e di dare inizio ad un nuovo boom, viene indebolita dall'onere del debito.
Nell'attuale corona-crisi, il collasso si accompagna ad un elevato indebitamento globale, tanto pubblico, quanto imprenditoriale e domestico. L' Institute of International Finance, un ente che si occupa di commercio, stima che il debito globale, sia pubblico che privato, alla fine del 2019 abbia superato 255 mila miliardi di dollari. Si tratta di 87 mila miliardi di dollari in più, rispetto a quanti erano all'inizio della crisi del 2008 ed è senza dubbio destinata a diventare molto più alto a causa della pandemia. Come ha detto Robert Armstrong sul Financial Times: «la pandemia comporta dei rischi particolarmente grandi per le aziende con bilanci fortemente indebitati, un gruppo questo che ora include gran parte del mondo delle imprese. Eppure l'unica soluzione praticabile a breve termine è quella di indebitarsi ancora di più, per poter sopravvivere fino al superamento della crisi. La conseguenza: le aziende arriveranno alla prossima crisi con una montagna di debiti ancora più a rischio.»
Come sottolinea Armstrong,: «negli Stati Uniti, all'inizio della crisi, il debito delle imprese non finanziarie ammontava a circa 10 mila miliardi di dollari. È arrivato ad essere il 47% del prodotto interno lordo e non è mai stato così grande. In condizioni normali, questo non sarebbe stato un problema, poiché i bassi tassi di interesse hanno reso il debito ancora più facile da sopportare. I dirigenti delle imprese, facendovi ricorso, non hanno fatto altro che seguire gli incentivi che venivano loro offerti. Il debito è a buon mercato ed è deducibile dalle tasse, di modo che utilizzarne una maggiore quantità fa crescere i guadagni. Ma in una crisi, qualunque sia il suo prezzo, il debito diventa radioattivo. Con il precipitare delle entrate, il pagamento degli interessi comincia ad incombere. Le scadenze si trasformano in minacce mortali. La possibilità di fallimenti contagiosi cresce, e il sistema comincia a scricchiolare.» E continua,: «questo sta succedendo ora e, come fanno sempre, le aziende stanno cercando ancora più debito per poter restare a galla. Nel mese di aprile, le aziende americane hanno venduto 32 miliardi di dollari in titoli spazzatura, il maggior ammontare in tre anni. » Armstrong ammette di non sapere che cosa si debba fare. «Anche contenere il debito aziendale attraverso la regolamentazione dei finanziatori, è improbabile che possa funzionare. Dopo la crisi finanziaria, i requisiti patrimoniali richiesti dalle banche per i prestiti, sono diventati più rigidi. La leva finanziaria non ha fatto altro che sgattaiolare fuori dai bilanci delle banche ed è risbucata fuori in quello che è il sistema bancario ombra. Un approccio più promettente sarebbe quello di porre fine alla deducibilità fiscale degli interessi. Privilegiare un gruppo di fornitore di capitale (finanziatori) a scapito di un altro (azionisti) non ha mai avuto senso ed incoraggia il debito.»
Martin Wolf, il guru dell'economia del Financial Times, ritiene di avere una risposta. Vedete, il problema è che nel mondo c'è troppo risparmio, e non c'è abbastanza spesa. E questo «eccesso di risparmio» significa che i debitori possono contrarre prestiti a tassi d'interesse molto bassi, in una spirale infinita verso l'alto. Wolf basa la sua analisi sul lavoro degli economisti mainstream Atif Mian e Amir Sufi, i quali hanno scritto un libro qualche anno fa dal titolo "House of Debt" e che stato ritenuto dal guru keynesiano Larry Summers come «il miglior libro di questo secolo»! Per gli autori, il debito è il problema principale delle economie capitalistiche, e perciò non ci rimane altro da fare che risolverlo. Quel che c'è di strano nella loro argomentazione è che, pur riconoscendo che il debito del settore pubblico non sia stato la causa della Grande Recessione - come cercano di dimostrare gli economisti neoliberisti dell'austerità - non assegnano tale causa né  al debito delle imprese né al panico finanziario, bensì all'indebitamento delle famiglie. Sostengono che «sia la Grande Recessione che la Grande Depressione sono state precedute da un'enorme rincorsa a quello che è stato il debito delle famiglie.» A partire da una serie di studi empirici, Mian e Sufi dimostrano che, in un'economia, quanto più grande è l'aumento del debito tanto è più brusca la caduta della spesa dei consumatori. Ma non riescono a notare che si tratta di un calo degli investimenti delle imprese che annuncia una crisi della produzione capitalistica, e non un crollo nella spesa delle famiglie. Io ed altri abbiamo fornito prove a riguardo.
Nel loro libro, Mian e Sufi non affrontano i motivi della crescita inesorabile del debito, sia delle imprese che delle famiglie, a partire dai primi anni '80 in poi. Ora, nei nuovi studi citati da Martin Wolf, Mian e Sufi offrono una spiegazione. La spirale del debito (familiare) è stata causata dal fatto che i ricchi diventano più ricchi e risparmiano di più, mentre in quello che è il fondo della scala del reddito diventa sempre più povero, e quindi risparmia meno. I ricchi non hanno investito i loro guadagni extra in investimenti produttivi, ma li hanno accumulati, o li hanno usati nella speculazione finanziaria, o le hanno prestati ai poveri attraverso i mutui. In questo modo, l'indebitamento delle famiglie è cresciuto a dismisura a causa dell'eccesso di risparmio da parte dei ricchi. I ricchi si sono arricchiti ed hanno risparmiato ancora di più, mentre gli investimenti in attività produttive sono diminuiti fino a scomparire. Quindi l'«eccesso di risparmio» dei ricchi è la causa dei bassi investimenti e della scarsa crescita di produttività delle principali economie capitalistiche.
Mian e Sufi sostengono nel loro secondo lavoro che dal momento che le famiglie più povere hanno preso più prestiti, costretti dal loro basso reddito ed incoraggiate di bassi tassi di interesse resi possibili dell'eccesso di risparmio dei ricchi, l'indebitamento delle famiglie è cresciuto a tal punto da ridurre la «domanda aggregata», facendo rallentare la crescita economica e trasformandola così in una sorta di «stagnazione secolare». Questa teoria della «domanda indebitata» sostiene che questo avviene quando «la domanda è sufficientemente indebitata, l'economia rimane bloccata in una trappola di liquidità a causa del debito, o trappola del debito». Sarebbe stato questo il costo del servizio del debito, se i tassi di interesse non fossero scesi dopo gli anni '80. Wolf cita un'altra versione dello stesso argomento, secondo la quale un debito eccessivo viene causato da un eccessivo risparmio ed è la causa di una crisi del capitalismo. Questo argomento proviene dalla scuola post-keynesiana di Minsky. David Levy, che è a capo del Jerome Levy Forecasting Center, sostiene in un suo articolo, «Bubble or Nothing» ["Bolla o Niente"], che «il debito aggregato è cresciuto più velocemente del reddito aggregato» rendendo così «l'attività finanziaria sempre più pericolosa e rischiosa». Il rischio, Levy non lo vede tanto nell'entità del debito quanto nella sua crescente fragilità, come sostiene Minsky. Ma a differenza di Mian e Sufi, tuttavia Levy sottolinea correttamente l'importanza del debito delle imprese, rispetto al debito delle famiglie. Il rapporto tra debito e PIL del settore delle imprese non finanziarie si avvicina ad un nuovo massimo storico.


«Inoltre, escludendo il 5% delle società quotate in borsa, il grafico che mostra il livello di indebitamento delle imprese diventa più estremo e preoccupante (grafico 45). Un indicatore del rischio associato a questo incremento della leva finanziaria è il forte aumento, negli ultimi 10 anni, della percentuale di compagnie con un rating appena al di sopra del livello di spazzatura.» Ancora una volta, Levy dimostra che «dalla metà degli anni '80, l'economia degli Stati Uniti è stata travolta da una serie di cicli sempre più dominati dal bilancio, ed ogni ciclo ha comportato in qualche misura prestiti sconsiderati e speculazioni che hanno portato a crisi finanziari, pressioni deflazionistiche e ad una prolungata debolezza economica.» In altre parole, piuttosto che investire in attività produttive, le società sono passate alle fusioni e alla speculazione finanziaria, al punto che una parte sempre maggiore di profitti proviene dai guadagni da capitale piuttosto che dai profitti derivanti dalla produzione. La redditività relativa al valore in borsa delle azioni delle compagnie è diminuita in maniera drastica; o più precisamente, il valore in borsa delle aziende è aumentato in maniera esponenziale rispetto ai dividendi annuali provenienti dalla produzione.
Levy conclude dicendo che «senza l'espansione del rendiconto finanziario (cioè, l'acquisto di attività finanziarie), diventa estremamente difficile realizzare i profitti necessari al funzionamento dell'economia. Inoltre, una vota realizzati questi profitti, anche impedire alle famiglie e alle imprese di rispondere prendendo a prestito ed investendo - riaccelerando in tal modo l'espansione delle attività finanziarie e vanificando gli obiettivi -  è estremamente difficile.»
Cosa impariamo da tutto questo? Mian e Sufi sottolineano le crescenti disuguaglianze degli anni '80, che è consistita in uno spostamento del reddito dai più poveri al top 1%, cosa che ha portato così ad un in indebitamento delle famiglie e ad un eccesso di risparmio. Però non spiegano il perché ci sia stata tale crescita delle disuguaglianze avvenuta negli anni '80, e ignorano la crescita del debito delle imprese, il quale, per l'accumulazione del capitale e per l'economia capitalista, è sicuramente assai più rilevante . L'indebitamento delle famiglie è aumentato a causa dei mutui ipotecari e dei tassi più bassi, ma a mio avviso è stato il risultato del cambiamento che c'è stato nella natura dell'accumulazione capitalistica a partire dagli anni '80, e non la causa. Ed attualmente anche Mian e Sufi fanno accenno a questo. Essi notano come l'aumento delle disuguaglianza, a partire dagli anni '80, abbia «riflettuto quelli che sono stati i cambiamenti avvenuti nella tecnologia e nella globalizzazione, che i quegli anni ha avuto inizio.» Esattamente. Cosa è successo all'inizio degli anni '80? La reddittività del capitale aveva raggiunto un nuovo minimo nella maggior parte  delle principali economie capitalistiche.
Il profondo collasso del 1980-2 aveva decimato i settori produttivi del nord del mondo e per una generazione aveva indebolito i sindacati. Vennero gettate le basi per le cosiddette politiche neoliberiste, per cercare di aumentare la redditività del capitale per mezzo di una crescita del tasso di sfruttamento. E questa fu la base per un re-orientamento del capitale, dai settori produttivi del "nord globale" al "sud globale" e verso il capitale fittizio del settore finanziario. Rastrellare i profitti ed il denaro prestato trasformandolo in obbligazioni ed in partecipazioni, servì a fare scendere i tassi di interesse e a far salire i rendimenti dei capitali ed i prezzi delle azioni. Le aziende avevano lanciato un programma infinito di riacquisto delle proprie azioni al fine di aumentarne i prezzi, ed aumentare così il volume dei prestiti che venivano fatti per acquistarle.
Ma tutto questo non aveva ridotto la "domanda complessiva"; al contrario, i consumi delle famiglie erano saliti fino a raggiungere nuovi record. Ciò che mise fine a questo boom di credito speculativo è stato il crollo della redditività del capitale, avvenuta alla fine degli anni '90, che portò nel 2001 allo scoppio di una piccola bolla "high-tech", e successivamente al collasso finanziario e alla Grande Recessione del 2008. Da un lato, un «eccesso di risparmio» consiste in una «carenza di investimenti». La bassa redditività delle attività produttive diventava una bolla speculativa alimenta dal debito attinente alle attività fittizie. Le crisi non sono il risultato di un deficit di "domanda indebitata"; ma sono causare da un deficit di redditività. Ma come fa il capitalismo ad uscire da questa trappola del debito? È questo il dilemma del debito.
Wolf e Mian e Sufi ritengono che si esca per mezzo di una redistribuzione dei redditi. Wolf cita Marriner Eccles, capo della Federal Reserve statunitense durante la Grande Depressione degli anni '30. Nel 1933, Eccles disse al Congresso: «È nell'interesse del bene fare ... che noi si prenda da loro una quantità sufficiente del loro surplus in modo che si possa permettere a consumatori di consumare e alle imprese di operare con profitto.» Come potete vedere, è nell'interesse dei ricchi lasciare che il governo si prenda un po' dei loro soldi per aiutare i poveri ad aumentare il loro consumo. Mian e Sufi dicono: «Per sfuggire alla trappola del debito, è necessario che si prendano in considerazione delle politiche macro-economiche meno convenzionali, come quelle incentrate sulla redistribuzione o come quelle che riducono le cause strutturali di una disuguaglianza così elevata.» Dobbiamo perciò ridurre l'elevata disuguaglianza, affrontando le «cause strutturali». A mio avviso, ciò significa affrontare caratteristiche strutturali quali la crescente concentrazione, e centralizzazione, dei mezzi di produzione e della finanza, e non solo quella che è una crescente disuguaglianza di reddito.
Infatti, Wolf sembra avere un punto di vista più radicale: «Oggi, con il Covid-19 abbiamo un'opportunità enorme per sostituire i prestiti governativi alle imprese con l'acquisto dei titoli azionari delle società stesse. Infatti, con gli attuali bassissimi tassi di interesse, i governi potrebbero creare degli istantanei fondi sovrani a bassissimo costo!» In questo modo lo Stato potrebbe intervenire ed acquistare le azioni di quelle società che hanno grossi debiti che non possono onorare. Ma in realtà, ciò potrebbe significare che i governi comprano le aziende deboli, che sono già «zombie», mentre quelle che sono le aziende potenti e redditizie rimangono intatte. Questo è un governo che punta a salvare il capitalismo, e non a sostituirlo. Qui Wolf segue da vicino quella che è la linea del Financial Times, per cui «Durante la pandemia, i liberi mercati devono essere protetti attraverso un intervento statale sensato e mirato, che possa aiutare il capitalismo a sopravvivere nella crisi.» Al contrario, Levy è pessimista circa il fatto che possa esistere una qualsiasi soluzione per evitare i crolli: «Non esiste alcun insieme realistico di politiche federali in grado di risolvere in maniera indolore il Grande Dilemma dell'Economia di Bilancio, e non esiste nemmeno un progetto di quali dovrebbero essere le politiche ottimali.»
Marx sarebbe d'accordo sul fatto che l'unica via d'uscita da questa crisi è attraverso la crisi. L'ex capo del FMI, il (famigerato) Dominic Strauss Kahn ritiene che gli strateghi del capitale devono limitarsi esclusivamente alla liquidazione degli zombie e a lasciar crescere la disoccupazione, poiché così «la crisi economica, distruggendo il capitale, potrà fornire una via d'uscita. Le opportunità di investimento che sono state create dal collasso di una parte dell'apparato produttivo - come l'effetto avuto sui prezzi delle misure di assistenza - possono riavviare il processo di distruzione creativa descritto da Schumpeter».
Per mettere fine alla spirale de debito e del capitale fittizio, sarà necessario molto più che tassare più i ricchi, o comprare le aziende più deboli pagandole con il debito pubblico. Come dice Wolf: «Dovremo adottare alternative più radicali. Una crisi è un eccellente momento per poter cambiare rotta. Cominciamo subito.» Naturalmente, quel che intende fare è cambiare il capitalismo, non sostituirlo.

- Michael Roberts - Pubblicato il 10/5/2020 su Michael Roberts Blog -

martedì 19 maggio 2020

Come stavamo dicendo l’ultima volta…

Tracce del mondo che verrà
- di Alessandro Barbera -

È innegabile che il titolo scelto per il Salone del Libro 2020, «Altre forme di vita», sia risultato suo malgrado sorprendentemente profetico. Ma se oggi parliamo di «Conseguenze inattese», è per ricordare che se i profeti talvolta casualmente ci azzeccano, in realtà all'uomo non è dato prevedere il futuro, e che le conseguenze dei più grandi avvenimenti sono per lo più inaspettate. Prevedere il futuro è uno dei grandi sogni dell'umanità: gli antichi credevano di leggerlo nel volo degli uccelli o nelle interiora delle galline; i chierici del Medioevo, già più ragionevolmente, nelle pagine della Bibbia. Noi tentiamo di prevedere il Pil dell'anno prossimo: e tutti quanti siamo egualmente indifesi e sgomenti quando si materializzano, completamente imprevisti, gli avvenimenti che ci attendevano in agguato dietro l'angolo. Ma come reagiamo, poi, alle catastrofi inattese? Proviamo a vedere qualche esempio, tratto dalla storia delle peggiori epidemie — molto peggiori, bisogna dirlo, di quella  che stiamo attraversando.
La peste Antonina, che era poi probabilmente il vaiolo o il morbillo, devastò l'impero romano all'epoca di Marco Aurelio; gli storici dell'epoca scrivono che, fra quelli che la contraevano, uno su quattro moriva, e che nella città di Roma si registravano duemila morti al giorno. Per la prima volta il mondo romano scoprì d'essere a corto di uomini, di contadini per lavorare la terra e di soldati nelle caserme. Avrebbe potuto reagire rilanciando la caccia agli schiavi, intraprendendo nuove campagne militari per sottomettere sempre nuovi barbari e ridurli in schiavitù; invece scoprì che si poteva aprire le frontiere, lasciar entrare più immigrati, mettere in piedi procedure di accoglienza e di integrazione. L'installazione sul suolo romano di intere tribù che chiedevano terra e lavoro divenne proprio a partire da Marco Aurelio un mezzo normale  per garantire a Roma i lavoratori e i soldati di cui aveva bisogno,e l'immigrazione garantì per generazioni la tenuta di un impero che intanto stava diventando cristiano.
La peste, quella vera, di cui gli scienziati dell'Ottocento hanno scoperto il bacillo, la Yersinia pestis, investì alla metà del Trecento un'Europa prospera, evoluta e popolosa, ma dove da tempo si manifestavano i sintomi inquietanti della sovrappopolazione e del mutamento climatico. Nessuno in quel mondo aveva mai immaginato la possibilità di un'epidemia come quella, che in certe zone avrebbe portato via in pochi mesi addirittura un terzo o metà degli abitanti. Nel pieno del contagio la vita normale rimase sospesa, l'attività politica interrotta, le abitudini sconvolte; ma appena il morbo languì i superstiti ricominciarono a lavorare e a fare figli, come se nulla fosse cambiato. Però chi assumeva manodopera, braccianti nelle campagne per la mietitura del grano, operai nelle città per l'industria tessile, scoprì che era diventato difficile trovarla: non c'era più la vasta riserva di disoccupati pronti ad affittarsi a giornata per un tozzo di pane, e per avere del lavoro bisognava pagare salari più alti. I padroni, che dovevano pagare quei salari, gridarono allo scandalo e denunciarono la crisi; ma i più accorti capirono che tanta povera gente con qualche soldo di più in tasca rappresentava anche un'opportunità. Chi continuava a produrre,come prima,tessuti di lusso per una clientela che s'era inesorabilmente rarefatta si dibatteva nelle difficoltà; ma chi imparò a produrre tessuti a poco prezzo scoprì che per i suoi prodotti la domanda era cresciuta, e intere città fecero la loro fortuna emanando regolamenti che obbligavano i loro industriali a produrre tessuti di scarsa qualità.
E i cambiamenti culturali? Non dobbiamo darli per scontati. A lungo si è creduto che gli affreschi del Trionfo della Morte nel Camposanto di Pisa fossero la risposta diretta alla grande peste. Quei mucchi di cadaveri abbattuti dalla falce esprimevano certamente l'angoscia di chi a quello spettacolo aveva assistito dal vero, il grande contagio aveva introdotto nella cultura della fine del Medioevo quell'ossessione della mortalità e del disfacimento che avrebbe fatto da contraltare all'amore pagano della vita lungo tutto il Rinascimento. E poi si è scoperto che quegli affreschi erano stati commissionati e compiuti qualche anno prima che l'epidemia cominciasse davvero a falciare i suoi morti nelle strade delle città medievali. Il loro messaggio non era di sgomento di fronte a qualcosa di incomprensibile: esprimeva invece la consapevolezza matura della fragilità dell'uomo e della caducità delle cose umane, una consapevolezza che la civiltà medievale, nonostante il suo ottimismo e la sua poderosa capacità di crescita, non aveva mai dimenticato. «Habet enim mundus iste noctes suas et non paucas» diceva san Bernardo di Chiaravalle: questo mondo ha le sue notti, e non poche. Non è inutile ricordarlo in questo tempo in cui abbiamo riscoperto che ci sono problemi più gravi cui le società e i governi debbono far fronte, rispetto alle oscillazioni dell'economia.
Ma la storia dimostra anche che l'umanità ha una straordinaria capacità di reagire, di imparare dalle catastrofi, di ricostruire ciò che viene distrutto e di imboccare strade nuove abbandonando le vecchie. Nel 1949, quattro anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, Gaetano Salvemini tornò in quell'Italia che aveva lasciato nel 1925, all'indomani del delitto Matteotti. L'Università di Firenze gli ridiede la cattedra che gli aveva tolto un quarto di secolo prima, e Salvemini cominciò così la sua prima lezione: «Come stavamo dicendo l'ultima volta...». Non intendeva suggerire che bisognava ignorare la parentesi, ma che era ora di ripartire. E quell'Italia distrutta dove ferveva la ricostruzione lo sorprese favorevolmente: questo Paese si riprenderà con una rapidità che nessuno avrebbe mai sospettato, disse: « il formicaio è in piena efficienza ». Era un'Italia che usciva dalla sconfitta e dalla guerra civile, che piangeva trecentomila morti, e dove l'amministrazione statale, non ripulita dal fascismo, non era certo più benevola ed efficiente di quella odierna: eppure era ripartita, e per molto tempo non si sarebbe più fermata. Ed è la stessa speranza che tutti abbiamo in cuore per l'Italia, e per il mondo, di oggi.

- Alessandro Barbera - Pubblicato sulla Stampa del 14/5/2020 -

lunedì 18 maggio 2020

Un debito con l'Homo sacer

Nel contesto di quella che è la discussione intorno alle considerazioni fatte da Agamben sulla crisi del coronavirus, riportiamo qui di seguito un estratto dal libro di Robert Kurz, "Imperialismo di esclusione e stato di eccezione", in cui vengono criticati alcuni aspetti dell'opera di Agamben. Qui, per mettere in discussione tutta quanta la sua problematica e la critica contenuta nella sua argomentazione, si fa uso di alcuni punti deboli del libro di Agamben. A renderlo suscettibile di essere attaccato, infatti, è una sua propensione all'ontologizzazione, quale la si può trovare, sotto altri aspetti, anche altrove - ad esempio in Hardt-Negri - e come, in maniera più generale, lo è tutta l'elaborazione teorica postmoderna, contaminata da Heidegger, e sulla quale si basa Agamben. Come dire, Agamben viene beccato nel mentre che mette in atto un modo anti-storico di vedere, laddove pone su un unico e medesimo piano quelle che sono differenti epoche della storia della modernizzazione e della storia (occidentale) in generale, facendo sì che in questo modo la struttura sociale specificamente moderna che egli intende trattare nella sostanza, venga ad essere occultata [*1].

«Liberare il nucleo della logica sviluppata da Agamben»
- Agamben, Foucault e la Critica del Valore -
di Robert Kurz

(...) Ciò riguarda, innanzi tutto «Un'oscura figura del diritto romano arcaico», secondo quelle che sono le parole dello stesso Agamben, l'«Homo sacer» che ha dato il titolo al suo libro. L'homo sacer poteva essere impunemente messo a morte, ma non poteva essere sacrificato. Per Agamben, egli simboleggia quindi la «nuda vita», gli esseri umani in quanto biomassa sottomessa, disponibile e sacrificabile, la tappa propedeutica alla «capacità giuridica» in cui la minaccia di poter essere uccisi impunemente - la minaccia dell'«esclusione inclusiva» - esiste allo stato latente, dal momento che è entrata a far parte del costituirsi della forma di legge. Ma, bisognerebbe mettere in evidenza che, tutt'al più, la figura dell'homo sacer può essere presa solo come metafora della costituzione moderna. Invece, Agamben mette letteralmente sullo stesso piano sia il problema di questa «oscura figura» sia quello della cittadinanza moderna, tracciando in questo modo una linea non-storica, in termini sia concettuali che socio-reali, che parte dai rapporti religiosi della prima antichità arcaica e arriva allo Stato costituzionale moderno. Alla riduzione non-storica operata dal pensiero postmoderno, corrisponde una riduzione fenomenologica, poiché in nessun momento esistono fatti storici - né fenomeni attuali - collegati ad una determinata forma storica della società; ed in tal senso anche Agamben rimane prigioniero del discorso postmoderno. Basandosi - ed affidandosi - sul concetto foucaultiano della «biopolitica», rispetto al quale, in qualche modo intende pensare la logica filosofica, ricade in qualche modo anche nel diffuso concetto positivista di «potere» di Foucault, il quale non consente più alcuna chiara analisi strutturale delle aree sociali e delle relazioni logiche che esse intrattengono [*2]. Ragion per cui, Agamben deve sviluppare quindi il carattere di sovranità, e quello di stato di eccezione, immediatamente a partire dalla sfera politica, senza riflettere sul rapporto politico-economico complessivo dell'era moderna [*3].
La sua esposizione scivola perciò in una mistificazione delle categorie politiche, e in questo senso questa antica figura «oscura» dell'homo sacer è adatta ad occupare un campo semantico altrettanto confuso. In questa nebulosa indeterminatezza, anche il carattere specifico dell'antisemitismo e dello sterminio degli ebrei svanisce in un concetto generale di «campo» nell'epoca moderna: un topos, questo, che per molti versi indica dei tratti apologetici (e banalizzanti del nazismo). Agamben ricade quindi nell'errore inverso rispetto a quello commesso dagli apologeti democratici e borghesi di sinistra, i quali non sottolineano quello che è il carattere specifico e singolare di Auschwitz, e lo fanno unicamente per eludere deliberatamente sia la logica della modernità capitalistica sul cui suolo non poteva crescere altro che Auschwitz, sia la forma coercitiva del «campo», che, nelle sue molteplici forme, è inerente a questa logica. L'unicità di Auschwitz può essere pensata solo insieme all'universalità del "campo di concentramento" nella modernità, e viceversa.
Anche così, l'incursione di Agamben finisce per non essere néapologetica, né minimizzatrice; al contrario, colpisce con precisione chirurgica il nervo dell'apologetica democratica, andando così molto al di là di tutte le costrizioni postmoderne e, non da ultimo, la falsa «immanenza» di Hardt/Negri (che, per questo, gli si riferiscono solo di sfuggita e con una certa riluttanza). Agamben evidenzia la medusa nascosta diete le frasi democratiche, dietro la promessa eternamente ruminata della «aspirazione alla felicità», della «salute e della soddisfazione dei bisogni», dal diritto umano alla «inviolabilità del corpo», ecc., che è una maniera in cui la «nuda vita» del bandito e dell'abbandonato viene rinchiusa nella presunta «vita qualificata» del cittadino dello Stato democratico. Tuttavia, per liberare il nucleo della logica sviluppata da Agamben dal postmodernismo fenomenologico non-storico è necessario rimetterla sui piedi solidi di una critica allargata dell'economia politica. Solamente dal punto di vista della macchina della valorizzazione capitalista «senza soggetto», dal punto di vista dell'irrazionale «soggetto automatico» (Marx) della modernità - il cui concetto in Agamben si trova sorprendentemente oscurato - la logica della sovranità e dello stato di eccezione, della «nuda vita», della messa al bando e dell'esclusione inclusiva comincia ad acquistare un senso discernibile.
Ciò che in un certo qual modo, «animalizza» gli esseri umani e li riduce a dei «semplici corpi viventi» - prima che venga loro permesso di qualificare la propria vita in una forma secondaria - non è la falsa ontologia foucaultiana del «potere» (astorico) del dominio in quanto tale, bensì la costituzione polare specificamente moderna della politica e dell'economia, del lavoro astratto e della macchina dello Stato..
La forma del valore o la relazione di valore, incarnata nella forma del denaro che si nutre di sé stesso attraverso il processo di valorizzazione, in fondo ha costituito fondamentalmente questo vuoto metafisico, l'assurda «mera forma di una legislazione universale», questa forma kantiana assurda e deprivata di qualsiasi contenuto, che in Agamben, appare come «validità senza significato» o  come «vuoto principio». Quest'essenza divina secolarizzata di quella che è un'inaudita forma vuota, un vuoto di contenuto che domina l'intero processo vitale, fa della modernità la più mostruosa relazione di dominio di tutta la storia umana. La sovranità, la corrispondente volontà generale vuota, non è altro che la relazione coercitiva politica di questa mostruosa forma vuota. E questo insieme globale di valorizzazione astratta e di sovranità, che ha alla sua origine nell'economia delle armi da fuoco dei primordi della modernità e del dispotismo militare cui si è accompagnato, rappresenta già in sé uno stato di eccezione permanente che, per così dire, si è insediato ed è rimasto incorporato nella società.
Stato d'eccezione non significa, in realtà, altro che la soggezione esacerbata - portata al di là della misura normale (comunque essa venga definita) - dei membri della società fino a delle misure che non dipendono dalla loro propria decisione. Sotto il dominio delle forme feticistiche interiorizzate, che trovano la loro espressione anche nelle istituzioni, nelle amministrazioni di persone, nelle relazioni compulsive di potere, ecc., evidentemente non esiste qualcosa che assomigli a delle "decisioni libere" da parte dei membri della società. Ma lo stato di eccezione significa proprio un intensificarsi, un indurimento ed un'acuta esacerbazione del dominio, al di là di una misura «abituale», divenuta «normale».

- Robert Kurz -

fonteCritique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

NOTE:

[*1] - Per approfondire la critica del riduzionismo a-storico di Agamben, fatta da Kurz, si può fare riferimento al I capitolo (« Absoluité et relativité dans l'histoire. Remarques critiques sur la réduction phénoménologique de la théorie sociale ») [qui tradotto, col titolo " L'Assoluto [Absolutheit] e la relatività nella Storia. Per la critica della riduzione fenomenologica della teoria sociale" ] dal suo libro "La Substance du capital" (L'Echappée, 2019) ["La sostanza del capitale", qui interamente tradotto]. Kurz attua una critica generale e dettagliata di questo problema e, implicitamente, insieme ad alcuni autori e correnti di pensiero, anche Agamben è oggetto di questa critica.

[*2] - Si veda qui, la critica dell'opera di Michel Foucault fatta da Robert Kurz, in « Grau ist des Lebens goldner Baum und grün die Theorie. Das Praxis-Problem als Evergreen verkürzter Gesellschaftskritik und die Geschichte der Linken » (Exit !, n°4, Horlemann Verlag, 2007) [« Grigio è l'albero d'oro della vita, e la teoria è verde » qui tradotto], in particolare la sezione 11, dal titolo  «Il pendolo di Foucault. Dal marxismo di partito all'ideologia di movimento» [ sempre qui tradotto].

[*3] - Su questo si veda, Robert Kurz, «La fine della politica».

sabato 16 maggio 2020

Tra la Peste e il Colera

Il dopo-coronavirus: una nuova Bretton Woods?
- di Sandrine Aumercier -

Via via che gli Stati si imbarcano nel de-confinamento, si comincia sempre più a parlare dei progetti che accompagneranno la crisi e che viene convenzionalmente chiamato rilancio economico. E questo, d'altronde, senza che nessuno abbia la benché minima idea se in autunno ci sarà una risorgenza del virus Sars-CoV-2 sotto forme eventualmente mutate. Sulle note di un falso «Grande cambiamento» (rilocalizzazione delle attività essenziali, sostegno ad un'economia senza carbone, ecc.), non si tratta solo di riprendere il più rapidamente possibile la «vita normale», ma di darsi un gran da fare, e mettercela tutta per tamponare una recessione che  recentemente la Commissione europea ha paragonato a quella del 1929. I governi liberali che, di fronte ad un futuro incerto ed in nome della salvezza di vite umane, si sono indebitati per miliardi sono ora sul punto, spesso con enormi precauzioni, di presentare il conto facendo marcia indietro su alcune delle promesse fatta troppo alla leggera quando il processo di confinamento si trovava al suo apice. Ma ci si può aspettare altro da loro, intrappolati come sono in una contraddizione irrisolvibile tra l'imperativo della sicurezza e quello della crescita?
Ancora più istruttivo è volgere la propria attenzione ai discorsi della sinistra che fanno appello ad un «mondo a venire» che sarà veramente libero da tutti i difetti di quello precedente. A tal fine, leggiamo l'edificante dialogo, pubblicato sul sito del "Guardian" il 6 maggio 2020, tra due economisti autoproclamatisi di sinistra, Yanis Varoufakis (ex ministro del governo Tsipras che si definisce marxista libertario, cosa che è tutto dire) e David McWilliams (economista irlandese senza nessuna appartenenza).  Entrambi fanno parte del Movimento per la Democrazia in Europa 2025 (DiEM25), un movimento trans-nazionale che propone una rifondazione democratica delle istituzioni europee, vicino all'alter-globalismo, all'eco-femminismo, all'ecologia sociale e alla critica della crescita. Un movimento talmente rivoluzionario da essere stato riconosciuto dalla maggioranza dei partiti di sinistra francesi, da numerose personalità di sinistra in Europa e dai «radicali» logorroici che vanno da Chomsky à Žižek, passando da Naomi Klein o da Julian Assange, i quali fanno parte del suo comitato di consulenza.
In questo dialogo, i due interlocutori concordano sul fatto che anche se, durante la fase di confinamento, il capitalismo è stato (secondo loro) messo in pausa, le regole del gioco sono rimaste le stesse. E questo (sempre secondo loro) avrebbe causato un «errore di categoria» generalizzato, che McWilliams descrive così: «Se si basa la propria politica economica sulla disposizione di persone che sono troppo traumatizzate e malate per contrarre prestiti - che è la logica fondamentale alla base del "quantitative easing" - ciò significa si ha un problema molto serio. Un'immagine diffusa di che cosa sia il "quantitative esasing" è quella di un tubo: un enorme tubo monetario, da dove sgorga dell'acqua che spegne il fuoco della crisi. Ma il tubo della politica monetaria viene limitato da quella che è una piccola valvola chiamata "Banche", da una piccola valvola chiamata il Comitato di Credito, una piccola valvola chiamata "volontà delle aziende di prendere denaro in prestito". E alla fine, quel getto di denaro diventa un rivolo, e anche quel rivolo finisce molto più nelle tasche dei ricchi, piuttosto che in quelle dei poveri.» Ed ecco che, di conseguenza, abbiamo un problema perché gli investimenti rischiano di essere sbagliati.
La soluzione sarebbe perciò una nuova Bretton Woods, così come vorrebbe la banale analogia tra la crisi del coronavirus ed un'economia di guerra. Secondo i nostri due interlocutori, questo rappresenterebbe lo scenario veramente alternativo che riuscirebbe a far pendere le sorti della crisi dal lato di un grande rinnovamento. Abbiamo tutto per quel che serve a questo grandioso e ambizioso programma: la lotta contro la povertà, la trasformazione ecologica... (è affascinante vedere come, tanto più crescono le disuguaglianze globali e tanto più si aggrava la crisi ecologica, più si parla dell'avvenire radioso e sempre più roseo che ci attenderebbe «se solo» si investisse finalmente con saggezza). Entrambi gli economisti sono lieti di vedere finalmente la Germania essere diventata economicamente piatta così come gli altri paesi europei, e vedono l'ostacolo ad un simile positivo scenario negli «ordoliberisti europei», i quali, in mancanza di investimenti virtuosi, diverrebbero fautori del neofascismo e ci farebbero entrare (scenario negativo) in un'economia globale «hobbesiana: malvagia, brutale e che impoverirebbe la maggior parte delle persone».
Il che vorrebbe dire che fino ad oggi abbiamo vissuto in un'economia dolce e clemente? Rimpiangendo il periodo - apparentemente favoloso - nel quale l'Irlanda è uscita dalla povertà grazie alla realizzazione della struttura europea, qui presentata come una «buona globalizzazione» che attrae capitali e permette alla gente di viaggiare, McWilliams versa una lacrima sul triste avvenire dei suoi figli, qualora tutto ciò non dovesse mai più tornare (dacché è noto che la globalizzazione è un bene fino a che va a beneficio della nazione, o dell'area commerciale che io rappresento; al contrario, la globalizzazione diventa ripugnante quando, nel gioco della concorrenza internazionale, sono io il perdente della storia!) Yanis Varoufakis - più a sinistra di me si muore –, che dice di essere d'accordo sull'essenziale, invece rispetto al suo interlocutore dissente su un dettaglio, vale a dire: «L'apertura che descrivi è sempre andata di pari passo con delle severe restrizioni: il Nafta ed il confine tra gli Stati Uniti ed il Messico; la libertà di circolazione in Europa ed il Frontex lungo le coste del Mediterraneo. Non si tratta di una contraddizione, ma è la logica di un sistema che privilegia la circolazione dei capitali a discapito della libertà degli esseri umani». L'ultima parola è inappellabile: «Se non riusciremo ad unirci subito, ora, intorno ad una nuova Bretton Woods, se non riusciremo a realizzare gli investimenti di cui l'umanità ed il pianeta hanno così disperatamente bisogno, temo che questo sistema non potrà fare altro che accrescere dell'altro la sua logica crudele. Surfando sulla liquidità che verrà liberata da delle politiche come il quantitative easing, il settore finanziario finirà per accrescere ancora di più la sua influenza sull'economia mondiale; i banchieri sono molto bravi ad arricchirsi a partire da questa instabilità. È quindi tempo per noi, tanto in Europa così come nel resto del mondo, di mobilitarsi a sostegno di questa visione comune di un nuovo ordine mondiale. Dal momento che senza di essa, i muri che ci separano  non faranno altro che aumentare di spessore e di altezza: potranno essere attraversati solo dal denaro». Ovviamente, è questo il progetto al quale stanno lavorano i diversi membri del Movimento per La Democrazia in Europa nel 2025. E ci hanno avvertito in anticipo che ancora una volta sarà tutta colpa dei banchieri.
Questo dialogo non è certo una sorpresa, visto che già nel 2008 era stata chiesta una nuova Bretton Woods, però ora enuncia abbastanza chiaramente quali sono le alternative che vengono presentate dalle sinistre di tutte le tendenze (a volte in maniera meno esplicita, di quanto avvenga in questo saggio di bravura): si tratta innanzitutto di promuovere un ritorno nostalgico a quell'ordine economico keynesiano che venne messo in atto dagli Alleati alla fine della seconda guerra mondiale. Qui sembra che ci si sia completamente dimenticati del fatto che, invocando gli Alleati alla conferenza di Bretton Woods, gli Stati Uniti intendevano consolidare quello che era la loro posizione di prima potenza economica mondiale di fronte alle potenze europee esangui, e mettere in piedi un sistema monetario stabile che avrebbe dovuto evitare una nuova crisi del 1929. Il sistema del Gold Standard aveva mostrato quella che era la sua instabilità durante il periodo tra le due guerre, e con l'accordo di Bretton Woods le valute nazionali erano state definite in relazione al dollaro, con un tasso di cambio fisso che veniva garantito dalle istituzioni che venivano create in quell'occasione (il particolar modo, il Fondo Monetario Internazionale - FMI ). Allora solo il dollaro era convertibile in oro. Non di meno, per poter porre fine all'inflazione galoppante del dollaro degli anni '60, dovuta alle spese militari e spaziali, e per evitare di dover rimborsare in oro quelli che erano i dollari eccedenti, Nixon, nel 1971 mette fine alla convertibilità del dollaro in oro. Da quel momento, a poco a poco si sviluppò un "regime dei cambi fluttuanti" che prevale ancora oggi e che venne teorizzato dalla Scuola di Chicago.
Da tutto ciò, si può trarre la conclusione che nell'ultimo secolo nessuno dei sistemi monetari sperimentati è stato in grado di evitare delle gravi crisi globali. La prima cosa da fare, in maniera drasticamente empirica, dovrebbe essere perciò quella di domandarsi come si possa continuare a fare affidamento in un sistema che - quali che siano le sue configurazioni istituzionali - non ha mai smesso di trovarsi sull'orlo del fallimento. L'argomentazione è la solita ed è del tutto scontata: se le cose si mettono sempre male, ciò è dovuto alla mancanza di buona volontà da parte degli Stati e all'avidità degli investitori. Insomma, l'intero sistema economico si basa su una psicologia rudimentale, dove sarebbe sufficiente applicare la volontà alla politica e la morale all'economia, per far sì che questa possa funzionare a meraviglia (si noti che, a questo punto, è sufficiente fare un passo in più, per arrivare a dichiarare incurabile la «natura umana»; salvo forse organizzare e monitorare implacabilmente il «parco umano», oppure intervenire geneticamente sulla specie umana in modo da migliorarla moralmente, come propongono alcuni trans-umanisti). Simili soluzioni, si possono trovare contenute nelle premesse della psicologia utilitaristica, che vede in ogni essere umano solo un individuo egoista e calcolatore. Logicamente, una volta stabilite, queste premesse di auto-conferma permanente non possono essere risolte solo con degli interventi drastici su questa «natura umana». Poiché i buoni moralisti appaiono sempre più come delle pallide figure idealiste a fronte di quella che è una crisi sempre più profonda.
Quando si tratta di cambiare le regole del gioco, la cosa avviene sempre nel contesto delle categorie fondamentali del capitalismo. Il «barlume di speranza», al quale McWilliams e Varoufakis pretendono di aggrapparsi per testimoniare la loro cieca ed incrollabile fede nelle virtù del capitalismo, a condizione però che essa venga messa in delle «buone mani» desiderose di fare solo «buoni investimenti». Gli occhi puntati sulle crisi cicliche, causate semplicemente da una cattiva gestione, ed escludendo quindi di parlare della crisi fondamentale del capitalismo che accompagna tutte le differenti tappe del suo sviluppo storico. Robert Kurz aveva evidenziato il fatto che la diminuzione inesorabile della massa totale di valore, dovuta all'automatizzazione del lavoro (che sostituiva il lavoro vivente), non poteva fare altro che sfociare nella soluzione «neoliberista» di quella che è la crisi finale del capitalismo. Il neoliberismo non è un problema attribuibile solamente a degli attori corrotti e disonesti, bensì è una tappa logica della contraddizione in processo del capitalismo. Offrire una soluzione di tipo keynesiano come se si trattasse dell'antidoto alla malattia neoliberista, non è solo un puro anacronismo, ma è anche la prova di quello che finisce per essere un ripiegamento verso delle ricette familiari che non sono meno disastrose a causa del fatto che rimangono intrappolate in una matrice capitalista. Non abbiamo dubbi circa il fatto che la rabbia, che ribolliva già prima della crisi del coronavirus, si intensificherà nei prossimi tempi, quando la crisi sanitaria sarà alle nostre spalle, e nel momento in cui le persone dovranno scegliere tra la peste neoliberista ed il colera socialdemocratico, che formano il quadro insuperabile della politica dei partiti (quanto meno in periodi che sono sufficientemente solidi da un punto di vista economico). Di fronte alla crescente disperazione popolare, si avrà ancora una volta buon gioco nell'accusare le forse politiche razziste e populiste di sfruttare la situazione. In questo modo, si potrà ancora una volta risparmiare ogni critica al capitalismo senza smettere di continuare a portare acqua al suo mulino.

- Sandrine Aumercier - 8 maggio 2020 -

Pubblicato su  Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

venerdì 15 maggio 2020

Enigma

Ancora il nuovo coronavirus e il nostro enigma civilizzatore
- di André Márcio Neves Soares -

Il divulgatore scientifico, e autore del libro "Spillover. L'evoluzione delle epidemie", David Quammen, un materialista darwiniano dichiarato, è assai chiaro a proposito di ciò che questa pandemia rappresenta: «Nella storia della Terra, gli esseri umani sono più numerosi di qualsiasi altro grande animale. E questo rappresenta una forma di squilibrio ecologico che non può continuare per sempre. Ad un certo punto, in qualsiasi momento, si verificherà una correzione naturale. Avviene con molte specie: quando sono troppo numerose per gli ecosistemi succede qualcosa. Restano senza cibo, o si evolvono dei nuovi predatori per divorarli, o vengono ridotti da pandemie virali. Per esempio, le pandemie virali interrompono le esplosioni di quelle popolazioni di insetti che parassitano gli alberi. Qui esiste un'analogia con gli esseri umani.» Gli è che, visto che siamo più di 7 miliardi di persone, nessun animale è paragonabile al nostro grado di evoluzione sulla Terra. Ma in un momento di pandemia, questo diventa un problema enorme. La straordinaria capacità riproduttiva della nostra specie, sia per i vantaggi biologici acquisiti sia per i progressi scientifici raggiunti nel corso della nostra esistenza, offre a questa ondata pandemica maggiori e migliori opportunità di auto-riproduzione. Di fatto, è avvenuto che quando siamo passati da un mero «essere er più» nella natura, al trovarci in cima alla catena alimentare tra tutti quelli che sono gli essere viventi, abbiamo innescato una sorta di bomba ad orologeria, senza però dotarci di un pulsante di «disattivazione» di tale bomba. In questo processo, la scienza ha la sua parte di colpa. È più che noto che la globalizzazione ha accelerato il ritmo del pianeta a tutti i livelli, anche quando ci si trova in tempi difficili come questi.
In tal senso, è poco intelligente immaginare che i grande scienziati, i grandi istituti di ricerca, i principali paesi sviluppati e l'élite che comanda la catena del sistema globale di produzione capitalistica non sapessero dell'imminenza di una pandemia come questa. Non occorre un indovino per sapere che è così, e che lo sapevano. Varie pubblicazioni (libri, articoli, rapporti prodotti dalle organizzazioni ecologiche e sanitare, ecc.) sono a disposizione di coloro che desiderano comprendere almeno un po' di quelle che sono le dinamiche di questo evento di proporzioni ancora poco conosciute. Salta inoltre agli occhi, poi, l'incapacità, o meglio ancora, l'inoperatività e l'inerzia di tutti coloro che sono stati citati nel tentativo di trovare la miglior forma di prevenzione possibile. Ora, non si tratta di parlare di quali siano gli strumenti per poter mitigare questa pandemia, cosa di cui parleremo più avanti, ma di quanto poco un simile tema sia stato trattato. In realtà, aspettarsi che un sistema economico come il capitalismo - nel quale l'avidità è sinonimo di fortuna, e la fortuna è sinonimo di successo - prestasse attenzione alla grave crisi sanitaria che si stava avvicinando, significa ignorare la famosa favola dello scorpione, il quale aveva bisogno di attraversare il fiume e convinse il traghettatore (fosse egli un pesce, una rana, o chiunque altro) ad aiutarlo e, nel bel mezzo del fiume, lo punse, pur sapendo che così sarebbe morto insieme a lui. L'istinto aveva avuto il sopravvento. Così avviene anche nel capitalismo: pur sapendo che nel lungo periodo sarà morto, si rinnova ogni giorni, per poter durare un po' di più.
Il pensatore francese Bruno Latour (antropologo, sociologo e filosofo) è uno dei maggiori critici di questo sistema parassitario. In uno suo breve testo, intitolato «Immaginare gesti-barriera contro il ritorno alla produzione pre-crisi», egli registra, sbalordito, quella che è la capacità del nuovo coronavirus, di riuscire a fare quello che nessuna ideologia, o lotta di classe, è mai riuscita a fare, vale a dire, a far rallentare fino a quasi fermare, sospendere, reindirizzare il sistema economico capitalistico. Effettivamente, non c'è mai stata nessuna critica, e nemmeno nessuna azione ecologica che sia stata capace di rovesciare il dogma neoliberista della locomotiva del progresso. Poi continua col dire - ancora affascinato dalla scoperta - che questo coronavirus ha indicato a tutti quale fosse la leva del freno, che si trova nelle mani di ogni capo di Stato, in grado di fermare questa locomotiva del progresso, ma che a noi, esseri umani ordinari, è sfuggita (nascosta?).
In definitiva, la globalizzazione ha come sceneggiatura finale la fuga totale dalle restrizioni planetarie. Il nuovo coronavirus, nonostante quello che è il discorso ufficiale generalizzato, può offrire ai proprietari di capitale un'occasione unica per poter neutralizzare qualsiasi ostacolo che si frapponga all'atto finale della deregolamentazione di ciò che rimane dello stato sociale, insieme alle briciole offerte dalla rete di protezione ai meno favoriti in quei paesi che non hanno mai conosciuto questo modello socialdemocratico del dopoguerra. In altri termini, l'eccesso di persone è pernicioso per il sistema capitalistico. Come dice Latour (2020): « Non dobbiamo dimenticare che ciò che rende i globalizzatori così pericolosi è che sanno evidentemente di aver perso, che la negazione del cambiamento climatico non può durare all’infinito, che non esiste più possibilità di conciliare il loro “sviluppo” con le varie sfere del pianeta in cui sarà necessario finire per inserire l’economia. Questo è ciò che li rende pronti a tentare qualsiasi cosa per ottenere, un’ultima volta, le condizioni che permetteranno loro di durare un po’ più a lungo, di proteggere se stessi e i loro bambini. Il “blocco del mondo”, questa frenata, questa pausa inaspettata, offre loro l’opportunità di fuggire più velocemente e più lontano di quanto abbiano mai immaginato. I rivoluzionari, al momento, sono loro.»
Qui, faccio un'importante critica al testo di Latour, vale a dire alla sua esplicita mancanza di riflessione sulla contraddizione tra il concetto di protezione dei capitalisti e dei loro figli, da una parte, e l'esplicita incapacità, da parte dell'economia, a continuare così com'è. Sono sicuro che ci ha pensato. Alla fine, nel dire che gli adepti della globalizzazione stanno per «costruire fortezze che possano garantire i loro privilegi, bastioni fortificati di privilegi che devono rimanere inaccessibili a tutti coloro che è bene lasciare in disparte», Latour riconosce che i capitalisti «non sono abbastanza ingenui da credere nel grande sogno modernista della condivisione universale dei "frutti del progresso"». Tuttavia, quando fa riferimento all'azione, ecco che questo teorico cade nel pozzo comune delle risposte che sono già state date da altri, nella lotta ai dettami dell'ordine capitalista. Per meglio spiegare, la retorica dell'emancipazione umana a fronte degli errori del vigente sistema economico è già scaduta.
Sotto questo aspetto, non basta più dire che dovremmo cominciare a pensare, o perfino che dovremmo trasformare il sistema produttivo ecc. È evidente che dobbiamo fare tutto questo, ma come? Come fare a cambiare, ipso facto, il nostro destino storico del quale «non abbiamo mai imparato a morire» (Mbembe, 2020)? Di fatto, questo pensatore camerunense, filosofo, teorico politico, storico, intellettuale e professore universitario, e forse uno dei grandi architetti di quello che potrei chiamare l'attuale «neoumanesimo», fa questa impressionante affermazione nel suo ultimo articolo dal titolo «Il diritto universale di respirare». Achille Mbembe sa che questa pandemia non metterà fine all'essere umano. La sua preoccupazione è riservata ai danni generali che il nuovo coronavirus causerà alla nostra specie, e di conseguenza alla biosfera, in un momento di propagazione esponenziale concomitante di un altro virus, quale è il neoliberismo brutale, o «Brutalismo», che non a caso è il titolo del suo più recente libro (ancora non tradotto in italiano). Infatti, se il peggio deve ancora venire, diventa allora interessante che egli commenti che molti non passeranno per la cruna dell'ago. Mi domando se Mbembe non abbia letto Robert Kurz, il filosofo tedesco originario della Scuola di Francoforte. Se così non è, si tratta di una grande coincidenza quando, nel suo articolo dal titolo «La commercializzazione dell'anima», Kurz scrive che: «È passato il tempo in cui le persone osavano ancora pensare, vergognandosene, a qualcosa di diverso da quella che era la propria venalità e quella del loro prodotto. L'individuo si trasforma sempre più in quel "homo oeconomicus" che una volta era una semplice immagine dell’economia politica classica. Con l’economizzazione di tutti gli ambiti della vita, anche l'economizzazione della coscienza ha raggiunto un livello inconcepibile fino a non molto tempo fa ;  e questo grazie alla globalizzazione allargatasi ai quattro angoli del mondo, e non solo nei centri capitalisti. Quando perfino l’amore e la sessualità, tanto nella scienza quanto nella vita quotidiana, vengono pensati in quanto categorie economiche, e valutate secondo criteri economici, "commercializzazione dell’anima" appare irresistibile.» Ora, Mebmbe dice la medesima cosa nel momento in cui definisce il nostro tempo «un tempo senza garanzie o promesse, in un mondo sempre più dominato dall’ossessione della fine.» In altre parole, la vulnerabilità di noi tutti è sempre più esposta ad una distribuzione sempre più disuguale, la quale, in questo processo di esaurimento fisico e psicologico, può portare solamente a nuove forme di brutale violenza. Arriva ad affermare che  nello «stadio estremo della nostra breve storia sulla Terra, l’essere umano potrebbe finalmente trasformarsi in un dispositivo plastico. La strada è stata spianata per il completamento del vecchio progetto di estensione di un mercato infinito.»
Con tutto ciò,  anche il teorico camerunense non ci fornisce una risposta concreta su come evitare questo nuovo ordine globale fatto di irrazionalità e di crisi sanitaria. Il massimo che arriva a mettere in evidenza, è il pericolo che questi due parametri del nuovo ordine rendano impossibile la continuazione di ogni e qualsiasi forma di vita. Ragion per cui, si rammarica del fatto che la nostra salvezza si collochi a metà strada tra il trasferimento della coscienza nelle macchine e la  nostra prossima prossima mutazione in quanto specie. E conclude dicendo: «Se, infatti, il Covid-19 è l’espressione spettacolare dell’impasse planetaria nella quale l’umanità si trova, allora si tratta, né più né meno, di ricomporre una Terra abitabile che ci possa offrire tutte la possibilità di una vita respirabile.»
Bene, abbiamo parlato di molte cose ma non abbiamo ancora detto niente sulle forme di mitigazione disponibili per contrastare questa pandemia, quanto meno per limitarne la diffusione. Forse sarebbe importante comprendere un po' la logica del capitale attraverso un approccio - diciamo - più avanzato dal punto di vista tecnologico. A tal fine, passiamo a far ricorso al filosofo bielorusso Evgeny Morozov. Nel suo ultimo articolo sul Guardian, dal titolo «The tech ‘solutions’ for coronavirus take the surveillance state to the next level» [«Le "soluzioni" tecnologiche per il coronavirus, ci portano al prossimo livello dello stato di sorveglianza»] mette in evidenza qualcosa di estremamente inquietante, vale a dire il fatto che questo circolo vizioso, il «Soluzionismo», creato nella Silicon Valley da quegli stessi che hanno accelerato il capitalismo classico, per trasformarlo in neoliberismo, ora puntano a degli innesti di tecnologia per evitare la politica. Si tratta di misure post-ideologiche che - senza spendere un centesimo - servono a mantenere in funzione la gigantesca ruota del capitalismo senza frontiere. Infatti, se il «Soluzionismo» è intrinsecamente legato al neoliberismo, al punto da lasciare intravvedere l'esistenza di un punto in comune in quello che è il loro cammino, allora non ci rimarrebbe altro da fare che aspettare che gli anticorpi presenti all'interno del sistema capitalistico stesso producano una specie di immunità nei confronti di questo sistema schiavista, della sua esistenza e della sua funzionalità. Proprio allo stesso modo in cui questa pandemia è arrivata a devastare l'intera umanità e, soprattutto, i meno privilegiati.
A tal fine, Morozov si interroga su qualcosa di sorprendente: se queste due ideologie, neoliberismo e soluzionismo, sono così interconnesse, come può la tecnologia diventare un ostacolo? La risposta, breve ma non semplice, consiste nel fatto che in un mondo dove c'è cosi tanta sovrabbondanza, la ricchezza può essere solo condivisa, e non ci se ne può appropriare. In altre parole -  nel mondo del capitalismo 24/7, della fine del sonno, che non si disconnette mai - l'appropriazione effettiva della ricchezza materiale potrebbe essere pericolosa per il mercato fisico, nel caso che che questo mondo virtuale si dovesse scollegare da ciò che conta realmente per il mercato: il consumo. La soluzione escogitata dai portatori di potere, secondo questo teorico, è stata semplice anch'essa: restringere e rimpicciolire l'immaginario collettivo. Vale a dire, vietare qualsiasi esperienza tecnologica che abbia sostanza politica. In questo modo, si evita che quei gruppi considerati più «sovversivi» possano far decollare una qualche forma di economia solidale, o delle nuove alternative di organizzazione sociale. Le democrazie tecno-autoritarie, così dipendenti da questo nuovo universo digitale, se non possono più nascondere il nuovo coronavirus (e ancor meno potranno nascondere la prossima pandemia), ecco che allora sovvertono l'ordine ponendolo sotto vigilanza totale.
Tuttavia - sebbene io consideri il testo suddetto come un'importante fonte di esposizione di quelli che sono i fili che connettono ciò che era già in atto, il neoliberismo, e ciò che si trova in fase di implementazione, il soluzionismo - ritengo che anche il teorico in questione non offra una via d'uscita pratica al problema che ora stiamo affrontando. Tutt'al più, egli arriva ad avvertire quella che è la necessità urgente di un nuovo pensiero «post-soluzionista», che miri a salvare la sovranità pubblica a fronte delle piattaforme digitali. In tal senso, l'enigma emancipatorio rimane e, nonostante quelli che sono qui tutti i tentativi frustrati di risolverlo, continuiamo a fallire. Tuttavia, rimangono possibili alcune forme di mitigazione e contenimento. [...]

- André Márcio Neves Soares - Pubblicato il 12/5/2020 su Ensaios e textos libertários -

mercoledì 13 maggio 2020

Dalla Necropolitica all'Immunocapitale!

In questo suo testo, pubblicato inizialmente su "Developing Economics", Alessandra Mezzadri illustra quella che ritiene sia la singolarità della crisi del coronavirus. In quanto crisi sanitaria, questa pandemia colpisce le modalità di svolgimento del lavoro riproduttivo. Più che in passato, in questi ultimi mesi, a farsi sentire è stata la necessità di un lavoro di  assistenza e di cura della riproduzione delle relazioni sociali capitaliste. Mezzadri affronta i vari aspetti di questa crisi della riproduzione che non ha precedenti: la confusione tra tempo tempo di lavoro salariato e tempo di lavoro riproduttivo per le classi medie che si trovano in situazioni di tele-lavoro, il ritorno alla campagna da parte delle popolazioni che erano venute in città in cerca di lavoro, senza trascurare le disuguaglianze di genere e di razza che sono state aggravate dalla pandemia. In sintesi, Mezzadri sostiene che l'impasse in cui si viene a trovare oggi l'economia si fonda in questa contraddizione tra la necessità di distanziamento sociale, per la sopravvivenza degli individui, la necessità di mantenere  le interazioni, per la sopravvivenza del capitale.

Al lavoro!
- di Alessandra Mezzadri -

Nella misura in cui la crisi sanitaria dovuta alla pandemia di Covid-19 si aggrava, appare sempre più chiaro che il collasso a breve termine della produzione globale  rischia di superare quello di qualsiasi altra recessione degli ultimi 150 anni; vale a dire, dell'intera storia del capitalismo. L' International Labour Organization (ILO) ha stimato che la crisi porterà alla distruzione di 195 milioni posti di lavoro. Pertanto, dopo aver discusso a fondo in merito all'epidemiologia del Covid-19, ora l'attenzione dei media si va sempre più focalizzando su come fare ripartire il motore economico globale. Per quanto si possa essere addolorati per i nostri morti, sembra che però sia giunto il momento di discutere su come garantire la sopravvivenza economica che, sotto il capitalismo, è basata sulla produzione e sul lavoro. Qui nel Regno Unito, dove sto scrivendo, «riportare la Gran Bretagna al lavoro», per il governo è diventato il nuovo mantra, anche se il suo stesso leader è ancora convalescente a causa del virus. Di simili preoccupazioni, si sta discutendo in tutto il mondo, dal momento che la pandemia si è ormai chiaramente trasformata, da minaccia per la salute a livello planetario, in una minaccia economica globale. Eppure, riportare «al lavoro» il mondo non è un'impresa facile, anche mantenendo il distanziamento sociale. Il capitalismo globale si basa sulle interazioni sociali. Infatti, quella che è la sua fase globale ha puntato a cancellare la distanza sociale, non solo tra i lavoratori, ma anche tra i paesi, tra i mercati, tra le merci ed i consumatori. Ma nel momento attuale, il modo in cui siamo soliti riprodurre la vita sotto il capitalismo ci potrebbe uccidere, letteralmente; e questo non è certo un piccolo dettaglio per spiegare l'impasse della crisi del Covid-19. Dovrebbe essere il punto di partenza per analizzarla. In sostanza, prima di diventare una crisi della produzione, l'attuale pandemia ha generato una crisi sistemica della riproduzione sociale. [*]. Come sostiene Tithi Bhattacharya, la pandemia ha rivelato la centralità delle attività riproduttive per il funzionamento del capitale. Inoltre, ha anche mostrato quale sia il valore dell'assistenza e delle cure sanitarie, nel momento in cui dalle diverse comunità e dai vari individui venivano esperite «disuguaglianze di assistenza sanitaria».

La pandemia come crisi della riproduzione sociale
La teorica femminista Nancy Fraser ha constatato come il capitalismo, nelle sue diverse fasi, sia sempre stato sostenuto da distinti regimi di riproduzione sociale; vale a dire, da un insieme di relazioni sociali riproduttive e di istituzioni in grado di rigenerare la vita capitalista nei suoi diversificati momenti storici. Ad esempio, in gran parte del mondo occidentale, la fase globale neoliberista ha visto l'emergere di un regime di riproduzione sociale basato sul mercato, mercificato; sebbene - come lo sta dimostrando chiaramente la pandemia - la minaccia per la vita che esso rappresenta, varia in maniera significativa con il variare di quelli che sono gli attuali sistemi sanitari nazionali in vigore, con grandi differenze tra il sistema sanitario privatizzato degli Stati Uniti e i sistemi pubblici dei paesi europei, come l'Italia, la Germania e la Francia. L'emergere e l'affermarsi del regime riproduttivo neoliberista non ha solo contribuito allo sviluppo del modello di produzione neoliberista - con, ad esempio, l'ingresso massiccio delle donne nel mercato del lavoro - ma ne è stato altresì co-costitutivo. Ne consegue che l'attuale crisi non è "solamente" una crisi di produzione; ma, molto più profondamente una crisi della riproduzione sociale. Le crisi capitalistiche hanno sempre portato all'emergere di nuovi regimi di riproduzione sociale. Ma in questo caso si tratta di una crisi straordinaria, dal momento che per proteggere la vita ci troviamo a dover minare, fondamentalmente la sua stessa base economica, senza che ci sia ancora alcuna alternativa in vista. È per questo che gli inviti a tornare «al lavoro» non riescono a chiarire come questo possa accadere. Questa crisi è inedita, per almeno tre fattori: l'impossibilità di sfruttare la forza lavoro; la confusione tra tempo di lavoro remunerato e tempo di riproduzione; e la gestione politica della morte su larga scala.

Non sfruttabilità
In primo luogo, la crisi attuale preclude la possibilità di uno sfruttamento capitalistico su larga scala. Il famigerato motto per cui sotto il capitalismo «è meglio essere sfruttati che non esserlo» non ha mai avuto tanto senso quanto ne ha in questo momento. Quando la maggioranza delle persone sulla Terra si assicura il proprio sostentamento vendendo la propria forza lavoro, ecco che allora l'impossibilità di farlo minaccia la vita stessa, anche se minacciata dal Covid-19. Inoltre, nelle crisi passate, in maniera decisiva il capitale è riuscito a socializzare le perdite economiche scaricandole sui lavoratori, sullo Stato o su entrambi. È quanto è accaduto nella crisi del 2008, quando le banche occidentali sono state di fatto salvate dai governi nazionali, mentre i lavoratori - sia nel Nord che nel Sud del mondo - hanno dovuto sobbarcarsi tutto il fardello della crisi economica; i più fortunati, pagando tasse più altre a fronte di salari più bassi e subendo tagli profondi nei servizi pubblici, e i meno fortunati, perdendo completamente il lavoro e possibilmente le loro case (pagate coi mutui sub-prime).  Migliaia di fabbriche sono state interamente chiuse, e in molti paesi la produzione della maggior pare dei beni e dei servizi non essenziali è stata fermata. Sia i datori di lavori che i lavoratori dovrebbero ritirarsi simultaneamente dal mercato e andare a starsene letteralmente a casa. Mai prima d'ora nella storia del capitalismo abbiamo avuto una crisi nella quale all'origine non venisse distrutta nessuna risorsa. fisicamente o finanziariamente - per esempio, non c'è stata nessuna guerra, nessun collasso iniziale del mercato, anche se ovviamente ora i mercati stanno reagendo - eppure il collasso economico è sembrato essere così totalizzante. È questo ciò che si ottiene quando si elimina lo sfruttamento da un sistema globale che di tale sfruttamento si nutre per poter sopravvivere. La pandemia ha dimostrato in maniera inconfutabile la centralità del lavoro umano per la produzione di tutto il valore. Come sostiene Silvia Federici, il corpo umano e la forza lavoro che in è contenuto è la più grande macchina che sia mai stata «inventata» dal capitalismo. Ironia della sorte, nella sua incapacità di sfruttare e superare la sua attuale crisi di riproduzione, il capitale mercifica la riproduzione sociale stessa per trovare delle nuove fonti di profitto, e un nuovo fronte politico che gli possa garantire consenso elettorale. Così, nel Regno Unito, la produzione dei così tanto necessari ventilatori sembra sia stata ritardata dal momento che il governo non riusciva a decidere quale compagnia sarebbe stata responsabile del mercato pubblico. Negli Stati Uniti, la promozione della Idrossiclorochina, come cura del Covid-19, fatta da Trump - senza alcuna prova scientifica - mira anch'essa a placare l'opinione pubblica spingendo a riaprire di nuovo l'economia. Fondamentalmente, questo gioco economico e politico viene giocato contro gli sforzi fatti per salvare la vita dei lavoratori della riproduzione; in particolare, gli operatori sanitari che, in tutto il mondo, nel Regno Unito, negli Stati Uniti, in Italia, Iran, India, e dovunque, sono privi dei necessari dispositivi di protezione.

Confusione tra lavoro retribuito e tempo per la riproduzione
Il secondo fattore che rende unica questa crisi, è la confusione che ci viene imposta tra quello che il lavoro retribuito ed il tempo che serve per la riproduzione. In effetti, questa è già una caratteristica dell'occupazione informale in ampie fasce del Sud del mondo, dove le case delle persone ospitano spesso una grande varietà di attività economiche destinate ai mercati nazionali, e spesso anche a quelli internazionali. Tuttavia, il modo in cui questa situazione ha accelerato e si è intensificata, per una massiccia percentuale della popolazione mondiale,  nelle condizioni del lockdown, non ha precedenti. L'imposizione del confinamento, ha messo ulteriormente a nudo quelle che sono le crude disuguaglianze del mondo capitalista in cui viviamo. Infatti, nella misura in cui ci viene ripetuto di restare a casa, la prima più evidente disuguaglianza che emerge è quella riguarda coloro i quali non hanno affatto una casa o un mezzo di trasporto. Le drammatiche immagini dei senzatetto americani a Las Vegas, spazialmente separati nei parcheggi, o quelle dei milioni di lavoratori immigrati indiani che tornano a piedi ai loro villaggi a causa della cancellazione dei trasporti pubblici, in seguito allo sfratto dai villaggi industriali, mostra come il messaggio «restate a casa» difficilmente produce risultati universali. E anche a coloro che si suppone abbiano la fortuna di avere una casa in cui ritirarsi, può succedere di trovarsi di fronte delle sfide assai diverse. Mentre i media occidentali parlano in maniera esagerata della lotta intrapresa dalla classe media per destreggiarsi tra il lavoro retribuito e la scuola a domicilio dei loro figli, ci sono molti altri che hanno già perso il loro lavoro. Altri ancora possono essere bloccati in ambienti domestici pericolosi - in tutto il mondo, durante la pandemia, il tasso di violenza domestica è salito alle stelle - oppure trovarsi semplicemente in case che sono inospitali e/o troppo piccole, e dove la sopravvivenza, piuttosto che coniugare lavoro retribuito e lavori domestici, diventa una vera e propria sfida. Come si poteva immaginare, l'esperienza del lockdown è ampiamente determinata dalla classe, dal genere e dalla razza e testimonia il fatto che non ci troviamo affatto  immersi in essa tutti insieme. Non siamo mai stati tutti sulla stessa barca. Il confinamento stesso è possibile solo in quanto escludente, discriminante; confinati al chiuso, dentro le case, difficilmente riusciamo a coltivare il nostro cibo o a soddisfare le nostre necessità, e possiamo sopravvivere solo grazie ai lavoratori dei supermercati, dei trasporti, delle consegne a domicilio, ai contadini ed ai lavoratori della catena alimentare. Molti di questi lavoratori-chiave guadagnano a malapena il salario minimo, eppure sono loro che assicurano quella che è la nostra riproduzione durante il lockdown.

La risposta politica ad un tragico tasso di mortalità
Il terzo, ma forse il più importante e terribile indicatore di come questa crisi differisca da qualsiasi altra cosa abbiamo visto prima, è la morte, le sue cifre e la sua politica. Si tratta una crisi unica nel suo genere di quella che è la riproduzione sociale in sé, letteralmente da morire. È vero, il capitalismo globale ha sempre mostrato disprezzo per la vita della maggioranza lavoratrice. Gli schiavi neri  lavoravano costantemente, fino a morire, e i lavoratori industriali non vivevano a lungo, e sviluppavano molte malattie. Eppure, questa è la prima pandemia di cui facciamo esperienza nell'era del capitalismo globalizzato - e nonostante le tante somiglianze la ben più letale influenza spagnola del 1918 si suppone che si sia verificata in un mondo assai meno interconnesso e meno avanzato dal punto di vista medico - dove l'annientamento su larga scala sembra colpire tutte le classi sociali. Voglio dire, Boris Johnson l'ha presa, giusto? Ciò nonostante gli alti tassi di mortalità non hanno cancellato l'orrore della divisione di classe in quello che è l'accesso alla sanità. Ancor più di quanto avviene durante l'ordinaria amministrazione, durante questa pandemia la Necropolitica del capitalismo stabilisce chi è che vive e chi è che muore. Negli Stati Uniti, per esempio, i neri hanno molte più probabilità di morire di Covid-19. Sono più poveri e più malati di quanto lo sia il resto della popolazione statunitense, hanno più probabilità di avere diabete, ipertensione o malattie cardiache - tutte comorbilità pericolose - e di venire allontanati dagli ospedali in quanto privi di un'assicurazione sanitaria privata. Il dibattito sulle condizioni di salute preesistenti è stato di per sé emarginante e discriminante nei confronti degli invalidi e degli anziani. Del resto, l'assistenza neoliberista interpreta il diritto alla vita solo come la sopravvivenza del più adatto e del più «meritevole».  Gli alti tassi di mortalità tra gli anziani sono stati presentati come se fossero inevitabili e dovuti a condizioni di salute preesistenti, piuttosto che agli effetti del virus. Ma un anziano che viene investito da un auto mentre sta attraversando una strada non muore di vecchiaia, anche se cammina lentamente. Gli è che in molti paesi la mancanza di ventilatori salvavita e di letti d'ospedale ha prodotto tutta una serie di politiche hobbesiane. Nel Regno Unito, ci sono stati dei medici che sono arrivati a suggerire apertamente di «non rianimare» [DNR (do not resuscitate)] per delle persone autistiche adulte o per dei bambini malati. Nella catastrofe della corsa per la vita, homo homini lupus. In tutto quanto il mondo, questa disparità nell'accesso all'assistenza sanitaria corrisponde ad un'esacerbazione delle disuguaglianze esistenziali. In tutto il Sud del mondo, l'evidenza suggerisce che la fame e le avversità, piuttosto che la pandemia in sé, rischiano di uccidere migliaia di persone. Per milioni di lavoratori indiani dell'economia informale, guadagnarsi da vivere durante la pandemia sarà impossibile. La pandemia sta aggravando anche ulteriormente la discriminazione di casta, le famiglie Dalit [gli Intoccabili] sono state attaccate per non aver seguito quelli che erano i consigli del governo circa le regole del lockdown. In Kenya, la chiusura dei mercati informali può causare povertà su ampia scala, e portare allo spreco e alla perdita delle risorse alimentari. Preoccupazioni per quelli che sono i mezzi di sussistenza informali, sono emerse anche in America Latina dove, ironia della sorte, i servizi essenziali nelle baraccopoli vengono attualmente garantiti dai signori della droga e dalle bande criminali del posto, che impongono altresì anche dei lockdown locali, per ridurre il tasso di mortalità tra i «loro» poveri.

Un nuovo mondo, o un nuovo incubo?
Nel suo complesso, la non sfruttabilità, il collasso del tempo di lavoro remunerato visto come distinto dal tempo di riproduzione - insieme alla Necropolitica della risposta alle sue centinaia di migliaia di vittime - sono le caratteristiche di quella che è una crisi della riproduzione che non si era mai vista prima nella storia del capitalismo recente. Di tutto questo non si vede ancora un gran finale; difficilmente riusciamo ad immaginarne uno. Arundhati Roy ritiene che le pandemie ci costringono a guardare il mondo in maniera nuova: esse sono un portale tra il vecchio ed il nuovo mondo e verso una prossima nuova era. Impareremo? Cambieremo? Il prossimo regime di riproduzione sociale adottato dal capitalismo sarà più compatibile con il sostentamento della vita, anche durante le crisi? Si può sperare che sia così. Tuttavia, gli attuali dibattiti su quelle che sono le possibili vie d'uscita dal lockdown - basati sull'«immunità di gregge» e sul rilascio di passaporti di immunità - sembrano suggerire in maniera agghiacciante un futuro di nuovo e ancora basato su confini e barriere ancora e sempre più marcate di  quella che è la mercificazione dei tratti riproduttivi degli individui e delle società, che potrebbero a loro volta innescare nuove disuguaglianze socio-economiche basate sull'«Immuno-capitale».

- Alessandra Mezzadri - Pubblicato il 20/4/2020 su Developing Economics -

N.d.T.:

[*] - Dobbiamo nutrirci, prenderci cura della nostra salute, avere un riparo, occuparci dei lavori domestici e, per inciso, rilassarci da una lunga giornata di lavoro crollando davanti a Netflix. Questo accumulo di compiti si chiama riproduzione della forza lavoro,  cosa che assicura che si sia pronti a lavorare ogni mattina. Questi compiti necessari non rispondono solo a bisogni fisiologici naturali e immutabili: qualche decennio fa potevamo tranquillamente fare a meno di uno smartphone o di una connessione a Internet per vivere, mentre oggi queste tecnologie sono quasi indispensabili, sia per il lavoro, sia per l'intrattenimento, sia per la socializzazione. La nozione di riproduzione della forza lavoro si riferisce quindi a una variabile che dipende dal paniere di beni (Marx) necessari per rigenerare la forza lavoro del proletario in una data società. Non si limita alla sopravvivenza biologica, ma include una dimensione sociale relativa al morale del lavoratore. Alla riproduzione della forza lavoro si accompagna anche la riproduzione della «razza dei lavoratori»: fare figli, crescerli, educarli, educarli, insomma, produrre la prossima generazione di lavoratori.