venerdì 24 aprile 2020

Il Leader prossimo venturo?!?

Vittorio Emanuele II, l'arcitaliano
di Alessandro Barbero

Generazioni di italiani si sono fatti un’idea di Vittorio Emanuele II leggendo il libro Cuore. Il 17 gennaio 1882, «per l’anniversario dei funerali di re Vittorio», il primo della classe, Derossi, tiene un discorso in memoria del primo re d’Italia. Erano passati quattro anni dal giorno in cui Vittorio era stato tumulato a Roma al Pantheon, e in tutte le classi del regno in quella data si continuava a tenere la sua commemorazione: l’Italietta di fine Ottocento sapeva come si fa a raccontare la storia patria e a garantire che la versione ufficiale si radichi a fondo nella memoria di tutti. E che versione! Il biondo Derossi, prediletto del maestro, celebra «un regno di ventinove anni ch’egli aveva fatto benefico col valore, con la lealtà, con l’ardimento nei pericoli, con la saggezza nei trionfi, con la costanza nelle sventure»; descrive l’Italia che dà «l’ultimo addio al suo re morto, al suo vecchio re, che l’aveva tanto amata, l’ultimo addio al suo soldato, al padre suo, ai ventinove anni più fortunati e più benedetti della sua storia», e conclude commosso: «Addio, buon re, prode re, leale re! Tu vivrai nel cuore del tuo popolo finché splenderà il sole sopra l’Italia».  Ancora oggi, rileggendo questa pagina si sente l'efficacia della penna di De Amicis, che all'epoca non aveva ancora scoperto il socialismo. Poi, certo, tutto è rimesso in prospettiva dall'avvio del capitolo seguente: «Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali del Re, e Franti rise». Se non sapessimo che Edmondo non poteva aver letto L'Elogio di Franti di Umberto Eco, verrebbe da chiedersi se non l'abbia fatto apposta, di introdurlo proprio in quel punto, per strizzare l'occhio su tutta la retorica che ha appena rifilato al lettore. Quanti, fra quelli che avevano conosciuto e servito il defunto re, sapevano che quella versione ufficiale faceva acqua da tutte le parti?
Se fossero stati ancora vivi, qualche dubbio lo avrebbero certo avuto i precettori che tanti anni prima erano stati incaricati della sua educazione e scrivevano nei loro rapporti che il principino «è sempre addormentato, lavora poco o nulla», e comunque «lavora con somma noia e indolenza». Qualche dubbio lo avrebbe avuto il conte di Cavour, che era stato per tanti anni il suo primo ministro, sperimentando tutte le gelosie e le meschinità di Vittorio, il quale lo chiamava «il maestro» e una volta ebbe a dire che gli avrebbe pagato un milione di franchi purché partisse per l'America. Camillo, da parte sua, faceva sapere in giro che lui era pronto anche a morire per il re, in quanto simbolo della monarchia e dell'Italia unita, ma «come uomo desidero da lui un solo favore, il rimanerne il più lontano possibile».
Avrà certamente avuto i suoi dubbi il generale Solaroli di Briona, aiutante di campo di Vittorio durante la guerra del '59, il quale giudicava così le qualità militari del re soldato: «il nostro re all'infuori del coraggio e dell'avventatezza non ha nulla; non ha occhio, né sangue freddo, non si ricorda mai il nome di un paese»; se per una volta avevamo vinto la guerra, era solo perché al comando c'era Napoleone III. E dovevano avere qualche dubbio i ministri del governo Rattazzi che nel 1867 confidarono all'ambasciatore inglese Lord Clarenton che il primo re d'Italia «era ipocrita e ignorante, un intrigante che nessun onest'uomo poteva servire senza danno per la sua reputazione... Tutti sono d'accordo nel giudicare il re un imbecille; è un disonesto che mente con tutti».
Tant'è che per la leggenda dell'eroe e del re galantuomo. Ma va anche detto che oggi Vittorio piacerebbe moltissimo. Sarebbe un sovrano populista, capace di fare pressione su una Camera non abbastanza docile minacciando, come fece davvero: «darò il suffragio universale e andrò io stesso a parlare agli elettori». Di lui piacerebbe la familiarità sgrammaticata che intratteneva con i ministri, come d'Azeglio a cui scriveva: «Mi voglia sempre tanto bene quanto io ce ne voglio a lei», ma anche: «a dire il vero non sono molto amatore di consigli. Quando ne avrò bisogno glielo chiederò. Con tutto ciò non mi voglia male. Ciao Massimo».
Piacerebbe l'allegra baldanza con cui prendeva di petto le difficoltà, come quando progettava insieme allo scomunicato Cavour di portar via al Papa mezzo Stato Pontificio: «Io e il maestro siamo pronti ad ogni cimento, anche a prendere il sole e a luna coi denti». Piacerebbe il disinvolto furfante che sempre a proposito dei ministri (ma Cavour e d'Azeglio erano morti e le nuove leve non erano all'altezza) garantiva alla figlia Maria Clotilde: «li tengo tutti in pugno: avendo conservato un intero archivio di lettere che essi mi hanno scritto in epoche diverse, li faccio star zitti e rigare dritto».
Piacerebbe anche il cattolico superstizioso capace d'infischiarsi del Papa e della scomunica («me ne fotto») ma spaventatissimo dalle profezie di Don Bosco, il peccatore gagliardo dalle mille amanti «che, se non di Dio come dovrebbe, ha una grande paura del diavolo», come riferiva malizioso un diplomatico francese. Piacerebbe l'uomo di gusti semplici che «preferisce i cibi grossolani e popolari», e ai pranzi di corte «non svolge nemmeno il tovagliolo, non tocca cibo: con le mani appoggiate sull'elsa della sciabola, esamina i convitati, senza cercar di nascondere l'impazienza e la noia».
Piacerebbe il padre cialtrone che dopo essere rimasto vedovo scrive a Maria Clotilde per informarla che sposerà la Rosina, in una lettera che meriterebbe di essere citata per intero. Comincia con una bugia spudorata: «Non ho mai amato al mondo che la tua santissima madre e poi questa»; poi infila uno dopo l'altro «un terribile destino», «un grande amore», e finalmente spara la cartuccia fatale: «ora, cara Kekina, sono pronto a sposarla». La Rosina, s'intende, è così delicata che non gliel’ha mai chiesto, e proprio per questo lui ha promesso, «quella promessa che come uomo onorato e soldato mi lega fino alla morte». Il buon papà prosegue implorando la figlia: «Non volermi male ed abbi un poco di carità per il tuo misero paparino. Ho bisogno, ho diritto di avere un poco di pace», e via seguitando. E come potrebbe non piacere? Era l'arcitaliano. Peccato che non ci sia più Alberto Sordi per interpretarlo in un film.

- Alessandro Barbero - Pubblicato sulla Stampa del 13/3/2020 -

giovedì 23 aprile 2020

Donne

Donne nera in prima linea nella transizione di cui abbiamo bisogno
- di Laura Astrolabio dos Santos -

L'Avenida Brasil in una Rio de Janeiro del 2020 ricorda abbastanza il futuro distopico che descriveva Octavia Butler nel suo romanzo di fantascienza "La parabola del seminatore" (Fanucci, 2000); il libro era stato scritto negli anni '90 del 20° secolo, ed era il primo volume di quella che sarebbe stata una trilogia se l'autrice non fosse morta prima di poter finire di scrivere il terzo libro.
Questo ci racconta il diario del personaggio Lauren Oya Olamina per mezzo di annotazioni relative agli anni che vanno dal 2024 al 2027, in uno scenario globale che si concluderà nel mezzo del caos sociale, con molta violenza e carenza di cibo e di acqua. Avevo cominciato questa lettura della Butler (non Judith, ma Octavia) in concomitanza con le letture relative alla teoria critica dell'economia politica della barbarie, del filosofo e professore Marildo Menegat. E le preoccupazioni da sempre presenti in me, si sono intensificate dell'altro. Le vite di coloro che vivono sotto i ponti, per lo più nere, hanno già ottenuto dallo Stato la loro umanità relativa, con il timbro di una società che ha naturalizzato quella che è la miseria dell'altro. Ci sono molti che dicono ancora «ma quello non è certo un posto per cui qualcuno ci possa vivere», oppure «vivono lì perché ci vogliono vivere». Ad ogni modo, che cosa si può rispondere a chi ha già introiettato la naturalizzazione della disumanizzazione, della povertà e del razzismo, persino quando questa povertà sta già bussando alla loro porta - soprattutto se consideriamo il "divenire-negro" di cui parla Achille Mbembe. Ci sono molti problemi, e tra questi le varie forme di violenza di Stato, insieme alla naturalizzazione di tutte queste violenze.
Perciò, le mie preoccupazioni hanno cominciato a dialogare con il futuro distopico della scrittrice Octavia Butler, così come lo hanno fatto con la teoria critica dell'economia politica della barbarie del filosofo Marildo Menegat, dal momento che è del tutto vero quando egli dice che «l'umanità non rientra più in quelli che sono i calcoli dell’economia», considerando che il sistema capitalistico sta collassando a causa delle proprie contraddizioni, ancora più evidenti se viste in un contesto di pandemia. Il collasso si intensifica con la crisi sanitaria globale che emerge con il Covid-19, soprattutto in quei paesi che trattano la salute come se fosse una merce, facendoci così vivere nel futuro dispotico della Butler. Ora, con il Covid-19, la popolazione nera sarà anche quella che verrà colpita, perché se in Brasile la classe ha un colore, come ci insegna la filosofa Sueli Carneiro, per cui è stata relegata nel lavoro informale e si vede costretta a bucare l'isolamento sociale se vuole tentare di guadagnarsi il pane, dal momento che il governo ritiene che il diritto di queste persone sia quello di ricevere solo delle briciole. E le domande continuano a fluire!
Chi è che pedala per Uber Eats, senza alcuna protezione, esponendosi al virus per andare a consegnare il pasto a chi vive isolato nelle propria casa? Che porta via la spazzatura delle persone che continuano a produrre senza fermarsi, anche mentre si trovano in isolamento sociale? Di che colore è la pelle della maggior parte di queste persone? E la loro vita non conta? Quando i dispositivi per respirare non sono abbastanza, quali vite sceglieranno di salvare? Riusciranno a vedere le persone che vivono in strada come esseri umani degni di respirate? E le donne nere, quelle che ricevono una dose minore di anestesia, quando stanno per partorire, poiché i medici dicono che sono più resistenti al dolore? Ora penseranno che possono resistere più tempo senza respirare? In quest'ultimo caso, ci si viene a trovare di fronte ad una questione di genere, di razza e di classe, tutte insieme.
È stato detto molto sul fatto che il Covid-19 non sceglierebbe la razza, il genere, la classe. Di certo, può uccidere «chiunque». Ma quali saranno le vite che cercheranno di salvare? Quali saranno le vite che verranno scartate in un sistema economico che mette in atto una politica di morte degli indesiderabili? Non a caso, vediamo il presidente della Repubblica trattare quella che, dopo il 1917, è la maggior pandemia mondiale, come se fosse una «influenzina», un «raffreddorino», mettendo l'economia al di sopra della vita, con un discorso per la fine dell'isolamento sociale. È come se il coronavirus, fosse stato un dono dal cielo per un governo che agisce sulla base della necropolitica. Il coronavirus fa la prima parte del lavoro, e lo Stato lo finisce. Come scrive il giudice e scrittore Rubens Casara in "Stato post-democratico: neo-oscurantismo e gestione degli indesiderabili” (Civilização Brasileira, 2018), i diritti e le garanzie individuali non sono più considerati da alcuni attori giuridici, dal momento che vengono visti come «ostacoli per l'efficienza repressiva dello Stato o ai fini del mercato». Il futuro distopico di Octavia Butler si concretizza e allarga la sfera dello stato di emergenza.
David Harvey ci ricorda che quando la crisi immobiliare ha colpito gli Stati Uniti, all'inizio del 21° secolo, per esempio, e  in prima linea si trovava la popolazione nera a basso reddito e le madri single, i media non hanno neanche riportato la notizia. Solo quando è stata colpita anche la classe media bianca statunitense, solo allora si sono mosse le autorità e i media. Ne "L'enigma del capitale" (Feltrinelli, 2011), Harvey scrive: «ancora una volta, come già accaduto in occasione dell’epidemia di Hiv/Aids scoppiata durante l’amministrazione Reagan, il disinteresse e il pregiudizio collettivo nei confronti delle persone più esposte fecero sì che quei chiari segnali di avvertimento venissero ignorati, provocando alla società costi umani e finanziari che si sarebbero rivelati incalcolabili».
È un dato di fatto che sostituire le persone con delle macchine sia causa di disoccupazione. Come si può consumare senza un lavoro e senza un salario? Questa è una delle contraddizioni del capitale. Ed nel bel mezzo di tali contraddizioni che nascono le crisi. Che dire, perciò, di questa contraddizione emersa in uno scenario di pandemia successivo all'approvazione della riforma della previdenza, una riforma lavorista dopo anni di smantellamento del servizio sanitario pubblico? Per poter gestire la crisi, lo Stato, da parte sua, non aiuta le persone come dovrebbe. Aiuta le banche e sacrifica le persone, con politiche di austerità economica che pregiudicano i servizi sociali, oltre a politiche di criminalizzazione della povertà, che comportano molta violenza da parte dello Stato, che a sua volta la intensifica maggiormente per poter garantire la protezione del patrimonio privato mentre le persone muoiono di fame. Questa violenza di Stato avviene  insieme ad una sospensione arbitraria dei diritti (come il diritto alla vita, alla dignità delle persona umana, il diritto di muoversi, il diritto alla difesa e ad un contraddittorio), come in quei casi in cui la polizia decide di giustiziare sommariamente le persone somministrando la pena di morte nei vicoli delle favelas, una procedura propria dello stato di eccezione, secondo Giorgio Agamben. Per quello che è stato il suo apparire iniziale, si pone in contrapposizione allo Stato democratico di diritto, e «dovrebbe servire per quelle che sono situazioni di emergenza, come prevedeva la costituzione di Weimar, ma con il tempo lo stato di eccezione è diventato la regola senza formalità alcuna per la sua dichiarazione.» Ora, la cosa si aggrava.
Se si considerano le analisi del professore e filosofo Marildo Menegat in merito alle teorie della crisi del capitalismo - che ribadiscono l'idea di Rosa Luxemburg, secondo cui la riproduzione allargata del capitale, non può avvenire all'infinito - allora può darsi che stiamo vivendo in una crisi che non potrà essere né superata né elusa, ma che finirà in una catastrofe se non troviamo nuove forme di socialità umana al di fuori del sistema capitalistico: « (...) potrebbe esserci un limite insormontabile per la continuità storica di questa società. Se fosse così, che cosa faremo? Si tratta di una domanda che ora, qui, ha molto senso: la rivoluzione russa è stata davvero un evento contro il sistema capitalistico, oppure è stata, come ha detto Gramsci, un evento contro Il Capitale di Marx e, pertanto, una sorta di rivoluzione modernizzatrice (ed in quel caso, tardiva), così come quella inglese del 1640, o quella francese del 1789? Penso che in Rosa Luxemburg, dal momento che c'è una certa rottura con la filosofia della storia dell'Illuminismo, si dia anche la possibilità di pensare il socialismo, non come un dover essere, vale a dire, come se fosse la realizzazione di un principio evolutivo mediante una società giusta ed egualitaria, ma piuttosto come una necessità di fronte alla catastrofe del capitalismo, come condizione per avere la possibilità che continui l'esistenza umana», scrive Menegat in "A Crítica do Capitalismo em Tempos de Catástrofe:  o giro dos ponteiros de um relógio no pulso de um morto" (Consequência, 2019).
Oltre a ritenere che quei «gloriosi 30 anni» siano stati solo un intervallo che ha preceduto quello che egli chiama «una tranquilla nuotata dell'umanità nella barbarie», Menegat crede nella tesi «o socialismo o barbarie», ma con alcune importanti critiche al modello di socialismo praticato in Unione Sovietica, il quale, a suo avviso non nega la barbarie, anzi. Sulla scia di questo pensiero, è bene ricordare come stiamo già vivendo con la barbarie, e che con la pandemia tale barbarie si approfondirà in maniera ancora più rapida e catastrofica, dove i bersagli principali saranno quegli indesiderabili, che in Brasile sono per lo più di colore, oltre ad essere donne e LGBT+, ma che oggi, con l'aiuto di un virus, impone a queste persone di dover scegliere se rimanere isolati in casa per con essere contagiati, o continuare a lavorare per non dover morire di fame. Di fronte ad un simile scenario e a quelle che sono le gravi previsioni apocalittiche, sottolineo l'importanza dell'intervista a Michael Löwy, realizzata da Menegat e Behring nel 2008: « Il marxismo, come pensiero e come azione, ha delle grandi potenzialità nell'America Latina di oggi. Per questo, bisogna superare l'eredità negativa del passato - l'autoritarismo burocratico stalinista, il "nazional-sviluppismo" - e recuperare la grande tradizione rivoluzionaria di  José Carlos Mariátegui, Julio Mella, Mario Pedrosa, Farabundo Marti, Ernesto Che Guevara, Camilo Torres e molti altri. Ma la cosa più importante è la capacità di integrare, nel programma marxista, l'esperienza dei movimenti sociali del continente: l'indigenismo, le comunità cristiane di base, l'ecologia, la Via Campesina, il femminismo. Un marxismo arricchito con questi contributi potrà essere un elemento decisivo nell'avanzare verso il "socialismo del 21° secolo". »
Sollecitata a pensare circa le possibilità di nuove forme di socialità umana al di fuori del capitalismo, così come alle forme di transizione verso tali socialità, ritengo sia possibile intravvedere delle vie d'uscita per mezzo di quelle donne di colore vittime delle agende politiche che hanno come mira il genocidio delle popolazioni nere e la detenzione di massa, e che rappresentano quelli che sono attacchi centrali condotti dal sistema capitalista, il quale promuove uno stato di eccezione, visto come regola per cercare di eludere le proprie contraddizioni attraverso lo sterminio degli indesiderabili. Ma non si tratta solo di questo. Mi sento anche portata a pensare come sia necessario recuperare la conoscenza ancestrale delle popolazioni indigene, poiché come ci insegna Ailton Krenak, in "Ideias para adiar o fim do mundo" (Companhia das Letras, 2019), « quel tipo di umanità zombie, in cui siamo chiamati ad integrarci, non tollera troppo piacere, un così tanto godimento della vita. E così predicano la fine del mondo in modo da far sì che le persone rinuncino ai propri sogni. E la mia provocazione è quella di rimandare la fine del mondo proprio perché così si possa raccontare un'altra storia. Se riusciamo a farlo, allontaneremo la fine ».
Con le donne nere, la questione consiste nel fatto che sono attraversate da tutte le forme di queste violenze, sia come donne imprigionate e assassinate dallo Stato, sia come mogli, sorelle, figlie e madri degli uomini e dei giovani neri che vengono assassinati e incarcerati. Scommettere sulla base della piramide, composta da donne di colore che portano sulle loro spalle tutto il fardello, che vivono le oppressioni di razza e di genere, oltre a quelle dello sfruttamento di classe (questo perché la povertà ha un colore ed un genere), forse è un modo possibile per costruire un nuovo progetto di società ed un'adeguata transizione in quella che dev'essere una rottura con il sistema capitalista, soprattutto nei paesi come il Brasile, che hanno una forte tradizione razzista, misogina ed elitaria. La popolazione nera brasiliana è sopravvissuta alla catastrofe dell'olocausto nero, con delle strategie che hanno loro permesso sia di affrontare la prigionia, sia di guadagnare la libertà. Scrive Solange Reimi Chagas in "A união faz a força: expressões do mito familiar em famílias negras" (Intermeios, 2014): «Queste lotte e queste strategie sono sorte attraverso l'associazione di schiavizzati e gruppi, alla ricerca di un certo grado di autonomia nella produzione, alla ricerca di tradizioni, di legami familiari stabiliti, per esempio, nelle consorterie. Vale la pena ricordare anche le fughe, le rivolte degli schiavi che ci sono state in tutto il Brasile, come la grande rivolta dei Malês, nel 1835 a Bahia; e la formazione e l'organizzazione dei     quilombos, come quella di Palmares, sotto la guida di Zumbi, all'epoca della sua distruzione avvenuta alla fine del 17° secolo». Oltretutto, nel periodo posteriore all'abolizione della schiavitù, le donne di colore sostenevano già tutta la famiglia, mentre le donne bianche stavano rivendicando il diritto ad avere un lavoro, ed è anche per questo motivo che nei dibattiti sul femminismo in Brasile, viene sottolineata la relatività del modello patriarcale nelle famiglie brasiliane di colore. Queste donne hanno ereditato delle conoscenze ancestrali, sotto forma di pratiche all'interno delle reti di solidarietà, che oltretutto consistevano nell'aggregarsi quando ce n'era bisogno, secondo la massima per cui «dove mangia uno, possono mangiare in cinque», una cultura che resiste fino al giorno d'oggi. Nelle favelas, con la pandemia,  queste reti di solidarietà si intensificano, e sono le donne di colore a trovarsi in prima linea nelle campagne per diffondere informazioni circa la prevenzione nei confronti del Covid-19, e anche per garantire che in questi posti arrivino donazioni di cibo e di prodotti per l'igiene. La dinamica di aggregazione delle persone alla famiglia viene naturalizzata senza che esista alcuna nota di debito relativa all'aiuto che viene dato per l'affitto o per il cibo. Queste reti di solidarietà, che possono verificarsi molto frequentemente fuori dal circuito della classe media, vengono accolte con favore per dei motivi che vanno dalla disoccupazione , passando per un reddito insufficiente e arrivano fino all'abbandono. Si può quindi affermare che fino ad oggi le famiglie nere e povere sopravvivono grazie a questo senso di comunità, di collettività, di solidarietà, assai spesso guidate e sostenute da donne di colore, come avveniva nel periodo successivo all'abolizione della schiavitù, dove gli uomini neri avevano difficoltà a trovare lavoro, dal momento che venivano preferite le donne nere, a causa della questione sessista. E allora perché non scommettere sulle donne di colore, viste come strada per costruire un progetto radicale di cambiamento, dal momento che gli uomini bianchi che sono sempre stati a capo dei governi in paesi come il Brasile hanno fallito persino nel processo di ri-democratizzazione. Di certo, in uno scenario pandemico, ci sono molte cose su cui riflettere, perché forse il mondo non sarà mai più lo stesso e avremo bisogno di un certo distanziamento fin dall'inizio, per poterne parlare con maggior proprietà, cosa che sarà possibile in un futuro, per quanto prossimo. Tutto il senso della teoria critica dell'economia politica della barbarie, ci spinge a mettere in discussione le vecchie idee, oltre a darci il modo di sottolineare la necessità del superamento certi vizi politici, come quelli che si propongono di gestire la barbarie, ma non lavorano per fermarla. Bisogna scommettere su nuove vie d'uscita, puntando su quelle persone che occupano un locus sociale che non ha mai consentito loro di avere la possibilità o il diritto di esprimere un'opinione e di contribuire; quelli che non hanno avuto modo «diritto alla parola», pur essendo stati i primi e i più colpiti nei cicli di barbarie; e la cosa non sarà certo diversa nello scenario della pandemia, in cui una parte della popolazione che avrebbe diritto a ricevere 600 Real [dollari brasiliani] dal governo, potrà averli solo facendo domanda per mezzo di un'App dal cellulare. Forse stiamo davvero vivendo in un momento di totale disperazione, in cui l'impossibilità a credere ci può confinare in un luogo di apatia. Ma tuttavia, è anche possibile che questa mancanza di fiducia in tutto quello che è già stato messo in atto, ci porti a pensare a dei mutamenti radicali da parte di chi è stato storicamente messo a tacere, le donne di colore, detentrici di quella conoscenza ed esperienza ancestrale  che possa permettere loro di guidare la transizione di cui abbiamo bisogno, vale a dire, per uscire da quel sistema di trituramento della carne umana che è il capitalismo.

- Laura Astrolabio dos Santos - Pubblicato il 14 aprile 2020 su Cult -

fonte: Cult

mercoledì 22 aprile 2020

Evergesìa

Nessun ricco era un'isola
- di Giorgio Ieranò -

Coppe d'oro e di cristallo, dipinti e statue di grandi artisti, persino gli abiti di seta della moglie; tutto questo e molto altro fu messo all'asta per ben due mesi nel Foro di Traiano dall'imperatore Marco Aurelio. Era gli anni in cui a Roma infuriava la grande epidemia passata alla storia come «peste antonina». I carri portavano via cumuli di cadaveri. L'imperatore aveva stabilito che per i morti più poveri, i funerali venissero pagati dallo Stato. Ma il tesoro pubblico non riusciva a far fronte a tutte le necessità del popolo. Tanto più che, incuranti della peste, i barbari Marcomanni premevano alle frontiere e bisognava riorganizzare l'esercito anch'esso decimato dall'epidemia. Marco vide una sola soluzione, per evitare di imporre nuove tasse a un impero già allo stremo: contribuire di tasca propria alle necessità dell'erario. Perciò mise all'asta il suo patrimonio privato, come riferiscono con ammirazione gli autori della Historia Augusta.

Ci sono cose antiche che stanno tornando ad esserci familiari. La forza violenta delle pandemie, innanzitutto. Ma anche il ricorso alla munificenza privata, specie in tempo di crisi, per coprire spese che lo Stato non riesce ad affrontare. Donald Trump ha donato parte del suo stipendio presidenziale per finanziare le misure contro il coronavirus. Non che il leader statunitense sia paragonabile all'imperatore filosofo (be’ lo immaginiamo accanito lettore della Historia Augusta). Peraltro con una donazione di soli 100 mila dollari, Trump si è mostrato meno generoso non solo di Marco Aurelio ma anche della cantante Rihanna, che ha offerto 5 milioni di dollari. Mentre, anche in Italia, singoli benestanti e grandi gruppi industriali hanno messo a disposizione fondi talvolta cospicui per finanziare gli ospedali o la Protezione civile. Sembra, comunque, che l'emergenza abbia fatto scattare di nuovo l'antico meccanismo della munificenza, quando i ricchi privati finanziavano i servizi pubblici con versamenti straordinari.

Nel mondo antico la liberalità privata si esprimeva essenzialmente in due modi. Il primo era quello che, con parola greca, si definiva evergesìa: l'evergete, cioè letteralmente «il benefattore», era appunto il sovrano o il ricco che si accollava le spese per iniziare le opere pubbliche. Un gesto come quello di Marco Aurelio si ispirava a quella virtù che già Aristotele, nell'Etica a Nicomaco, aveva definito megaloprépeia, «magnificenza». Una virtù dei ricchi, appunto: «Un povero non potrà essere magnifico, perché non ha di che fare grandi spese, e chi ci prova è sciocco», scriveva Aristotele: spendere «per l'interesse comune», aggiungeva, «conviene a coloro che posseggono adeguati mezzi, sia che li abbiano acquisiti personalmente, sia che li abbiano ricevuti in eredità dagli avi». Ovviamente, l'evergesia era al tempo stesso un modo per ribadire il primato sociale del benefattore e per accrescerne il prestigio: chi faceva del bene alla comunità lo faceva anche a sé stesso.

L'evergesia era diffusa soprattutto nei regni ellenistici e a Roma, dove includeva anche il panem et circenses, le distribuzioni di cibo e gli svaghi offerti dai ricchi alla plebe urbana. Ma già nel 412 a.C. il mercante di grano Epicerde si era conquistato il titolo di euergétes pagando a sue spese il sostentamento degli ateniesi prigionieri nelle latomie di Siracusa e salvandoli così dalla fame. Che fare pensò se i ricchi erano tirchi e non volevano spendere? Nel V secolo a.C. la democratica Atene aveva messo a punto un altro sistema, quello delle liturgie. Se l'evergesia era una liberalità spontanea, la liturgia (letteralmente «servizio») era una forma di beneficenza istituzionalizzata e, talvolta, forzata. I ricchi erano tenuti a pagare per la comunità: che ci fosse da allestire una flotta o da organizzare una festa pubblica, le spese toccavano a turno ai benestanti. Ci si poteva sottrarre all'obbligo ma si rischiava, oltre alla disistima collettiva, un processo in tribunale. Socrate, nell'Economico di Senofonte, ricordava ai ricchi cosa la polis si aspettava da loro: «In caso di guerra gli Ateniesi ti chiederanno di versare finanziamenti per la flotta e tasse così alte che ti sarà difficile pagarle. Ma se sembrerà che tu contribuisca alle spese in modo inadeguato, ti puniranno che ti avessero sorpreso a rubare».

In realtà, per far funzionare il sistema delle liturgie non era sempre necessario arrivare a minacciare punizioni. Molti ricchi ci si sottoponevano di buon grado. Come Pericle, che all'inizio della sua carriera politica, finanziò la messinscena dei Persiani di Eschilo: allestire una tragedia era cosa costosissima ma i ricavi in termini di prestigio e reputazione sicuramente valevano la spesa. Resta il fatto che come scriveva un secolo fa lo storico Arthur Rosenberg (in una frase su cui ha richiamato l'attenzione Luciano Canfora), per gli Ateniesi i ricchi erano «una mucca da mungere». Rosenberg era comunista, per cui l'idea che si mungessero i ricchi gli piaceva molto. Piaceva meno invece ad alcuni storici conservatori, ai quali la democrazia ateniese pareva quasi prefigurare il bolscevismo. Ma, a differenza dei bolscevichi, gli Ateniesi non espropriavano i ricchi: li lasciavano anzi prosperare, per poterli mungere meglio. Evergesia e liturgie erano in fondo due modi, seppure diversi, per redistribuire ricchezza e finanziare servizi pubblici. Forse il coronavirus ci sta, drammaticamente, offrendo un'occasione per verificare se questi sistemi antichi possono funzionare anche oggi.

- Giorgio Ieranò - Pubblicato sul Sole del 7/4/2020 -

martedì 21 aprile 2020

Sempre più lontano, sempre più veloce, sempre più niente!

Peste e Rabbia
- di Charles Reeve  -

Come possiamo incrociare e fare entrare in risonanza le riflessioni sullo strano e singolare periodo in cui viviamo? Un  periodo che, a causa del suo lato tragico, mostra in rilievo evidenziandole le debolezze e i limiti del sistema capitalista globalizzato che, solo ieri, venivano viste come se fossero espressione della sua forza e del suo potere. Sottoposti a un discorso tossico, come in un loop, siamo bloccati nel presente da un'atmosfera ansiogena, impotenti a causa del nostro stesso isolamento. Ci sentiamo come minacciati in un mondo in cui qualsiasi oggetto o individuo viene percepito come ostile, come causa di morte. Le  relazioni umane stesse vengono minate dal pericolo. Le statistiche e le curve degli «specialisti» della morte vengono seguite come quelle del mercato azionario, sommergendoci e sopraffacendoci; vengono ad aggiungersi alle spiegazioni complottistiche, alle speculazioni e alle presunte certezze che vorrebbero rassicurarci. È in una tale magma che lo spirito critico si deve aprire una strada. Solo cercando di esercitarlo, riusciremo a raggiungere l'unica via d'uscita verso l'aria libera e a superare così la rassegnazione del pensiero di fronte alla paura.
Sembrava che la rimozione dell'idea della morte fosse ben consolidata ormai nelle società ricche, cancellata dal culto del benessere e dal mito del progresso, dell'individuo che domina la natura. Ora, la tempesta del progresso non è altro che la distruzione di ciò che è vivente; qualcosa che era già temuto, anche un secolo fa, dai nemici dell'ideologia produttivistica, tra cui Walter Benjamin e altri emancipatori «pessimisti».
La fragilità della vita e della società era stata scaricata sui popoli della povertà, in quei territori colpiti incessantemente dalla barbarie bellica, in quelle società che rimanevano in attesa dei frutto di questo terribile progresso. La produzione di morte era diventata un'immagine consumabile, fonte di rivolta, certo, ma tuttavia lontana. Il consolidarsi del senso di sicurezza non aveva mai smesso di essere rafforzato dai muri della repressione e della xenofobia delle società ricche. L'immagine del rifugiato, le decine di migliaia di persone annegate nel Mediterraneo, stava lì a ricordarcelo ogni giorno che passava. Poi, senza alcun preavviso, il virus ha eluso i controlli di polizia, i muri e le frontiere. Alla fine ha preso quella che è la strada più moderna e la più facile, quella della circolazione commerciale delle merci e degli uomini, e anche quella che - ironia del presente - si era travestita da svago, da tempo libero, da turismo di massa. « Sempre più lontano, sempre più veloce, sempre più niente ! », recitava un graffito anarchico, tratteggiato sui muri di una grande città. Ecco, ci siamo: piombati nel niente. Tutto questo lo sapevamo già, eravamo stati avvertiti, stavamo andando a sbattere contro un muro. Stavolta, ci siamo: siamo andati dritti contro il muro! Lo scontro frontale ci ha stordito e ci paralizza. Eppure, ancora una volta nell'esperienza storica, è solamente prefiggendosi degli obiettivi di portata enorme che si può tentare di strapparci dalla paralisi e dalle paure, che possiamo riuscire ad attraversare questo periodo sorprendentemente strano.

Siamo usciti dalla normalità, quella normalità del capitalismo che rifiutavamo ma che alla quale eravamo comunque obbligati a sottometterci, talvolta anche al di là della nostra coscienza. Ecco, forse quello che è un primo forte insegnamento di tutto questo: noi facciamo tutti e tutte parte del sistema, al di là delle idee di rottura che possiamo condividere, al di là delle pratiche fuori dall'ordinario che possiamo sperimentare. Ma una tale uscita dalla normalità non è quella che abbiamo potuto vivere in altri momenti della storia, la rottura del tempo del capitalismo e il passaggio ad un altro tempo prodotto dall'attività sovversiva della collettività. Quello che stiamo vivendo oggi è un tempo sospeso che ci viene imposto, che non è il risultato di un'azione autonoma di opposizione al mondo. Questa stranezza è sicuramente una delle cause della nostra angoscia. Viviamo un'esperienza nuova che non poteva essere prevedibile in questa forma: « lo sciopero generale del virus », tanto per usare la formula appropriata che è stata enunciata da qualche parte. Il blocco del  business as usual  è stato fatto senza di noi, fuori da quegli schemi a noi noti che avevamo sempre immaginato, desiderato, e per i quali abbiamo combattuto. È uno sciopero generale di massa senza «masse» o, peggio ancora, senza la forza collettiva della sovversione. Probabilmente, sarebbe giusto dire che stiamo vivendo una prima scossa che preannuncia altre, in un processo di collasso generare di quella che è una società organizzata per perseguire il fine distruttore del profitto. Questo collasso, in quanto estraneo ad ogni consapevole azione collettiva, non è portatore di un mondo nuovo, di un progetto di riorganizzazione della società su basi nuove. Rimane sempre una creazione del capitalismo, nei limiti della sua barbarie, senza alcuna prospettiva se non quella del collasso. Finisce qui ogni somiglianza con lo sciopero generale, che era la creazione di una collettività che si riappropria della sua forza.
Tuttavia, lo shock che ci colpisce, che preannuncia una serie di rotture nell'ordine mondiale, non è estraneo al funzionamento del sistema sociale in cui viviamo, né può essere dissociato dalle sue contraddizioni. I recenti sviluppi della globalizzazione del capitalismo, l'accelerazione degli scambi, la concentrazione e la rapida e gigantesca urbanizzazione delle popolazioni hanno accelerato lo sconvolgimento ecologico, distrutto la fragile riproduzione del mondo vegetale, del mondo animale e di quello umano, abbattendo le ultime barriere esistenti tra tali mondi. L'avvento del capitalismo globale non ha coinciso affatto con la preannunciata fine della storia, ma ha inaugurato una nuova epoca di epidemie sempre più frequenti e ravvicinate nel tempo. Dopo l'influenza aviaria, dopo la SARS, c'era da temere l'arrivo imminente di una nuova epidemia, era pressoché prevedibile. Eppure la logica del profitto del modo di produzione capitalistico ha continuato per la sua strada, senza pietà, e il freno a cui si fa riferimento nel « Monologo del virus » non è stato azionato; avrebbe potuto essere tirato solo da delle forze sociali in opposizione a questa logica e che faticano a costituirsi. Le conseguenze di una tale logica, e dell'incapacità di bloccarla si trovano davanti a noi. Questa, mi sembra possa essere uno spunto di riflessione: quello di non separare la crisi virale dalla natura del sistema. Bisogna opporsi alla tentazione di facili spiegazioni che si accontentano di adattarsi ai limiti dell'esistente, e che nascondono malamente l'intenzione di far ripartire la macchina. Un buon esempio in tal senso è quello dei deliri complottisti di ogni sorta, tra i quali il seducente «virus creato in laboratorio». Ma anche se sappiamo che la guerra biologica fa parte dei progetti criminali delle classi dirigenti, se la disorganizzazione e l'incidente sono inerenti ad ogni burocrazia, militare o di altro tipo, il fatto è che la visione complottista ignora e trascura la logica mortifera del modo di produzione capitalistico. La spiegazione più inverosimile appare come se fosse la più ovvia. Questo virus è stato davvero fabbricato, ma non da dei poteri occulti, bensì dal processo distruttivo del capitalismo moderno. È abbastanza evidente che le misure di confinamento e di privazione delle libertà sociali ed individuali pongono in evidenza quelle che sono le relazioni di classe. Ancora una volta, stavolta in maniera macabra, l'uguaglianza formale svanisce di fronte alla palese disuguaglianza sociale. Una disuguaglianza che viene accelerata dalla crisi virale. Ma la crisi virale rivela anche quella che è la natura del capitalismo moderno, le sue contraddizioni. La realtà della vita quotidiana stravolta è ormai quella del collasso dei sistemi finanziari, del crolla dei mercati azionari, della precarietà generalizzata del lavoro salariato, del vertiginoso aumento della disoccupazioni, di un impoverimento di massa. Una boccata d'aria fresca: gli «economisti», i quali avevano relegato in fondo al cassetto degli oggetti superflui gli imbarazzanti concetti dello squilibrio del sistema, sono praticamente spariti, confusi da quello che non si aspettavano e rimasti a corto di previsioni. Mentre milioni di disoccupati vanno ad aggiungersi alle migliaia di morti provocati dalla pandemia, vediamo fortune gigantesche che sgomitano per trovare protezione tra le braccio dei loro Stati. Riparte la stampa di denaro e l'inflazione, che ci era stato detto che apparteneva al passato, rifà la sua comparsa. La conseguenza si annuncia già come una seconda scossa del collasso. Né può sorprendere il fatto che l'epidemia di Covid-19 e quelle che l'hanno preceduta siano state generate in una Cina diventata la fabbrica del mondo, in un territorio in preda ad una distruzione selvaggia, rapida e massiccia della natura. La Cina, fabbrica del mondo, è una produttrice di virus allo stesso modo in cui produce mascherine, apparecchiature di assistenza respiratoria, antidolorifici, ecc. Si tratta di un insieme. A partire da quella che è la sua ampiezza globale, planetaria, la contaminazione virale ha portato assai rapidamente ad un blocco del commercio e ad un crollo dell'economia. Una crisi ne innesca un'altra. Ciascuna rimanda all'altra, ognuna si intreccia con l'altra. Oramai, tutto è globale. E, nello spazio di un paio di settimane, ciò che era a malapena concepibile è diventato realtà: solo negli Stati Uniti d'America, in quello che è uno dei centri della macchina infernale, ci sono più di dieci milioni di lavoratori che dall'oggi al domani si sono ritrovati disoccupati.
Tra le domande che ci poniamo, che ci inquietano, c'è quella della risposta dei poteri politici sul terreno dei diritti formali, di queste costrizioni liberticide che sconvolgono il quadro giuridico della nostra esistenza. La prospettiva di adottare il «modello cinese» come riferimento in termini di stato di emergenza si è ben presto delineato nelle società europee per poi concretizzarsi nell'adozione di metodi, di tecniche repressive e di controllo della vita quotidiana. A tutto ciò, si sono aggiunte delle deroghe per mettere in discussione il diritto del lavoro. In alcuni paesi, come il Portogallo, il governo socialista è arrivato al punto di sospendere il diritto di sciopero, permettendo allo Stato di «avere i mezzi legali per obbligare le imprese a funzionare» [*1]. Abbiamo, per esperienza, motivo di temere che queste forme di stato di emergenza possano, una volta superata la crisi virale, essere «riversate nel diritto comune», se vogliamo riprendere la banale formula del «journal de tous les pouvoirs» [N.d.T.: Il quotidiano Le Monde]. Tanto più che questa «fine»,  il famoso «de-confinamento», rischia di essere lento e prolungato. L'urgenza - già proclamata da tutte le forze politiche - di un necessario ritorno al «business as usual» giustificherà senza dubbio il perpetuarsi di «costrizioni liberticide». Un nuovo quadro giuridico per quelle che saranno delle nuove forme di sfruttamento. Ciò vuol dire che l'unica opposizione a questo nuovo stato di diritto autoritario sarà indissociabile dalla capacità collettiva di opporsi alla riproduzione della logica produttiva della distruzione del mondo che ci ha condotto nella situazione in cui ci troviamo.

Stando così le cose, rimane ineludibile la questione di sapere se il capitalismo, sistema complesso, potente e capace di inaspettati colpi di scena possa adeguarsi, alla lunga, ad un funzionamento sociale regolato da delle misure e dei vincoli liberticidi estremi. Dall'esperienza storica, uno stato di emergenza è compatibile con la riproduzione di rapporti di sfruttamento e con il perseguimento della produzione di profitto, con un forte intervento dello Stato. Non è un caso che uno dei grandi teorici dello «stato di emergenza», Carl Schmitt, sia stato un abile ammiratore dell'ordine nazista, ed abbia fornito il quadro giuridico di una società moderna in Europa, per una decina d'anni, al prezzo di orrori terrificanti. Più vicino a noi, è indiscutibile che l'ordine totalitario ereditato dal maoismo abbia saputo creare un regime in grado di edificare una moderna potenza capitalistica, in seno alla quale l'esplosione delle disuguaglianze sociale e la crescita del conflitto di classe, siano stati finora superati per mezzo di misure dispotiche. Un'altra cosa è l'applicazione di questo modello alle società del vecchio capitalismo prevalentemente privato, in cui lo Stato deve regolare, attraverso la cogestione con le «parti sociali», tutto l'insieme delle relazioni sociali. Quantomeno in linea di principio, dal momento che è vero cha la direzione degli affari economici e pubblici avviene in maniera più autoritaria nelle attuali forme del capitalismo liberale. La tendenza era evidente già prima della pandemia e del prevedibile crollo dell'economia. L'evoluzione del capitalismo, la sua crisi di redditività e la necessità di massimizzare i profitti aveva progressivamente finito per ridurre lo spazio per la negoziazione e la cogestione, fondamento del consenso alla democrazia rappresentativa e alle sue organizzazioni. La crisi della rappresentatività politica in cui viviamo da anni ne è stata la conseguenza immediata. Ciò detto, possiamo domandarci se l'attuazione di queste misure liberticide sia legata ad un progetto cosciente del potere di costruire in maniera durevole, e basandosi su un'accettazione altrettanto duratura, uno stato di emergenza permanente. Oppure se l'adozione di queste misure non sia la sola risposta di cui dispone la classe politica per poter affrontare le conseguenze sociali della pandemia?
Come in ogni crisi, la classe dirigente deve destreggiarsi tra l'idea della difesa dell'interesse generale, che è alla base della sua egemonia ideologica, e quella che è la sua subordinazione ai veri committenti, la classe capitalista. In ogni situazione problematica, l'unico piano B disponibile è quello di un rafforzamento dell'autoritarismo, di un maggior ricorso alla paura in quanto modo di governare. Nell'attuale periodo, la portata delle costrizioni richieste dall'ampiezza della crisi virale globale pone, in ultima analisi, il problema di una paralisi del sistema produttivo in sé. Per adesso, il rallentamento dell'economia è solo al suo inizio e la continuazione della vita sociale dimostra in maniera indiscutibile quale sia la ricchezza e la potenza delle moderne società capitalistiche. Se le misure di blocco dovessero essere prolungate, si richiederebbe di assistere al collasso della macchia economica. Tuttavia, la rapida transizione, avvenuta in pochi giorni, da uno stato di stagnazione economica a quello di una vertiginosa recessione, con milioni di disoccupati, è un segno della fragilità dell'intero edificio. Ciò spiega la riluttanza di una parte della classe dirigente ad adottare delle misure di stato di emergenza sanitaria.
I discorsi contro il liberticidio sono giustificati, in quanto ci mettono in guardia contro la perdita dei diritti già abbastanza esigui. Ciononostante, e tenuto conto degli effetti disastrosi che queste misure eccezionali possono avere sugli squilibri della «loro» economia, si può considerare il fatto che i sistemi politici che le adottino, non tanto con lo scopo primario di dominare la maggioranza della popolazione, di sottomettere gli sfruttati a delle nuove condizioni di sfruttamento ma, innanzitutto, perché si trovano costretti a farlo dalle circostanze, a partire da una situazione che sfugge loro di mano. Sicuramente, le classi dirigenti sanno fare un buon uso di quelle che sono le misure dello stato di emergenza, approfittandone per accelerare lo smantellamento dei diritti cosiddetti «fondamentali», per trasformare così lo stato di diritto. Nondimeno, ci sono dei fatti che mostrano quale sia l'ambiguità della situazione. Le medesime classi politiche - in Europa e anche altrove, in quei paesi in cui l'equilibrio sociale è fragile - si vedono costrette a rimettere in discussione gli orientamenti e le decisioni prese in precedenza. Un esempio è quello della sospensione in Francia della detestata «riforma delle pensioni» e della «riforma dei diritti dei disoccupati», così come il timido progetto di liberazione di alcune categorie di detenuti, in Francia, negli Stati Uniti, in Marocco e altrove. Ciò significherebbe sopravvalutare la loro funzione, e perfino la loro intelligenza di classe, e ritenere che a dominare la situazione siano i leader, e che essi siano capaci di essere in grado di andare oltre quelle che sono delle misure per salvaguardare le leggi del profitto. Sono queste leggi, a guidare la loro iniziativa politica. Nell'attuale situazione di crisi sanitaria, la necessita di attuare il confinamento delle popolazioni, sembra essere stato il solo modo per tentare di evitare una situazione di disastro sociale ed economico. La popolazione viene confinata, non per affermare il dominio sociale ma come unico modo per poter decongestionare una servizio sanitario pubblico ridotto a brandelli, come conseguenza della scelta dell'austerità. Nel voler dimostrare di saper padroneggiare la situazione, il sistema politico cerca di nascondere quali sono le sue responsabilità nel disastro sanitario. Cerca di negare il suo fallimento dal punto di vista della difesa del famoso «interesse generale». Con un effetto perverso, il progressivo blocco dell'economia, dovuto a queste misure, indebolisce la governance.

Non c'è niente che garantisca che, e in che modo, l'uscita dal «confinamento» possa avvenire nella forma di un armonioso ritorno a quella che era la riproduzione del passato. È tale, senza dubbio, il progetto dei signori del profitto e dei loro servitori politici. Tutti quanti loro rischiano di trovarsi davanti all'uscita dallo stato di emergenza ancora più deboli di quanto non fossero prima che cominciasse la crisi. E con in più un'altra emergenza, quella di un crisi sociale generalizzata. La crisi del capitalismo sarà il secondo episodio della crisi virale. Ciò perché, da ora in poi, la classe politica cerca di preparare l'uscita come un lungo processo di integrazione delle misure di emergenza in un stato di diritto sempre più emergenziale.
La crisi della rappresentazione, già radicata in quella che è una società ricca e violentemente ineguale, non potrà che essere sempre più confermata dai devastanti effetti della crisi economica. Dopo il tempo sospeso del confinamento, le forze del capitalismo cercheranno di imporre un ritorno al modo di produzione del passato, e alla legge del profitto come unica alternativa. Ma noi non ci troviamo nel XVI secolo della peste nera e, almeno in Francia, si può sperare che la rivolta e la resistenza accumulata nel corso degli ultimi anni possa nutrirsi delle nuove solidarietà che si sono sviluppate durante il confinamento. Il collettivo, l'unica fonte di creazione liberatrice dovrà riguadagnare pienamente il suo posto, ed espandersi.
A partire dall'esperienza di questi mesi strani, emerge già quello che è un elemento fonte di speranza: l'esperienza della cura. Lavorando in delle condizioni estremamente difficili e con mezzi limitati a causa della scelta politica di quegli stessi che oggi si presentano come se fossero dei salvatori, le collettività di cura sono riuscite a farsi carico della sopravvivenza della società. Al di là delle gerarchie e delle burocrazie, hanno dato prova di organizzazione, di improvvisazione, di innovazione e di invenzione. Se l'orrore non si è diffuso ulteriormente e ancora di più, lo dobbiamo a loro. Questo mutuo soccorso delle collettività di lavoro, ha senza dubbio tratto energia da anni di esperienza nella lotta contro l'austerità e la scarsità, contro la distruzione delle loro condizioni lavorative, contro l'assalto predatorio portato avanti dal capitalismo privato. Di fronte all'ingiustizia della morte, accomunati dai valori dell'aiuto reciproco, il personale sanitario si è in tal modo riappropriato del proprio compito, riprendendo momentaneamente il controllo delle loro attività, sottraendolo agli amministratori finanziari. A partire dalla loro funzione, questi lavoratori sono consapevoli di quale sia la loro utilità sociale ai fini della sopravvivenza della collettività, una coscienza, questa, che rafforza il loro impegno e coinvolgimento, ma anche la forza della loro resistenza. Come si era già visto in altre catastrofi, è questa consapevolezza che può fornire un quadro di riferimento per un avvenire diverso. Noi viviamo l'epidemia, ma questo tempo sospeso può anche essere il tempo in cui coltiviamo e accumuliamo la rabbia. L'occasione per affermarla arriverà con la vita, dopo il tempo dei becchini. Nel frattempo, per le nostre paure e per la nostra angoscia, può servire leggere alcune righe di un caro amico di Karl Marx, Heinrich Heine, scritte in quegli anni di piombo che ci furono tra la rivoluzione del 1848 e la Comune: «Qui, attualmente, regna una grande calma. Una pace fatta di fiacchezza, di sonnolenza e di noia. È tutto silenzioso, come in una notta d'inverno avvolta nella nebbia. L'unico piccolo rumore che si sente, è misterioso e monotono, come quello di gocce che cadono. Si tratta degli interessi, delle rendite del capitale, che scendono senza mai smettere, goccia a goccia, dentro le casseforti dei capitalisti, fino a farle quasi traboccare; lo si sente distante il flusso continuo del diluvio della ricchezza dei ricchi. Di tanto in tanto, a quel sordo sciabordio si mescola un qualche singulto, un gemito emesso a bassa voce, il singhiozzo della miseria. A volte risuona anche un leggero crepitio, come un coltello che viene affilato.» [*2]. Qualcosa del genere ci coglie oggi, come se il silenzio non fosse sempre solo quella calma, ma anche il tempo in cui si affilano le armi dei conti da regolare.

- Charles Reeve - Pubblicato su Lundi Matin il 13 aprile 2020 -

NOTE:

[*1] - Antonio Costa, Premier ministre, déclaration à la télévision privée SIC, 20 mars 2020.

[*2] - Heinrich Heine, Lutèce. Lettres sur la vie politique, artistique et sociale de France (1855), précédé d’une présentation de Patricia Baudouin, La Fabrique, 2008.

lunedì 20 aprile 2020

Le colpe della chiesa

« Se ci si chiede senza pregiudizi come la scienza abbia assunto il suo aspetto attuale - cosa importante di per se stessa, perché la scienza regna su di noi e neppure un analfabeta si salva dal suo dominio giacché impara a convivere con innumerevoli cose che son nate dotte - s’ottiene un’immagine alquanto diversa. Secondo tradizioni attendibili s’è incominciato nel sedicesimo secolo, un periodo di fortissimo movimento spirituale, a non più sforzarsi di penetrare i segreti della natura, com’era successo fino allora in due millenni di speculazione religiosa e filosofica, bensì ad accontentarsi di esplorarne la superficie, in un modo che non si può fare a meno di chiamare superficiale. Il grande Galileo Galilei ad esempio, il primo nome che sempre si cita a questo proposito, tolse di mezzo il problema: per quale causa intrinseca la natura abbia orrore degli spazi vuoti, così da obbligare un corpo che cade ad attraversare spazi su spazi, finché esso giunge su un terreno solido; e s’accontentò di una constatazione molto più volgare: stabilì semplicemente la velocità di quel corpo che cade, la via che percorre, il tempo che impiega, e l’accelerazione della caduta. La chiesa cattolica ha commesso un grave errore minacciando di morte un tal uomo e costringendolo alla ritrattazione invece di ammazzarlo senza tanti complimenti; perché il suo modo, e quello dei suoi simili, di considerare le cose, ha poi dato origine - in brevissimo tempo, se usiamo le misure della storia - agli orari ferroviari, alle macchine utensili, alla psicologia fisiologica e alla corruzione morale del tempo presente, e ormai non può più porvi rimedio. Probabilmente ha commesso quest’errore per troppa prudenza, giacché Galileo non era soltanto lo scopritore del moto della terra e della legge della caduta dei gravi, ma era anche un inventore al quale s’interessava, come si direbbe oggi, il gran capitale; e inoltre non era l’unico che fosse pervaso allora dallo spirito nuovo; al contrario, la storia c’insegna come il freddo positivismo che lo animava si diffondesse violento e disordinato come un’epidemia e per quanto possa essere urtante sentir dire, quasi vanto, che uno era “animato dal freddo positivismo”, mentre ci sembra di averne già fin troppo, a quel tempo il risveglio della metafisica per darsi al severo esame delle cose secondo differenti testimonianze dev’essere stato addirittura un fuoco, un’ebrezza di positività!» (da Robert Musil, "L'uomo senza qualità".)

domenica 19 aprile 2020

Sempre meno!

I robot assumono il controllo, mentre la pandemia accelera l'automazione
- di Michael Corkery e David Gelles -

Il diffuso timore di perdere il lavoro a causa delle macchine potrebbe sparire nella misura in cui le persone si focalizzano sui vantaggi di ridurre al minimo i contatti umani.
L'industria del riciclaggio si trovava già in difficoltà prima della pandemia. Ora un numero crescente di città sta sospendendo i servizi di riciclaggio, in parte per timore che i lavoratori possano contrarre l'un l'altro il coronavirus mentre smistano bottiglie d'acqua usate, e selezionano contenitori e scatolette di cibo. C'è una soluzione: lasciare che il lavoro venga fatto dai robot.
Da quando, nello scorso mese il coronavirus ha cominciato a diffondersi negli Stati Uniti, l'AMP Robotics ha visto un "significativo" aumento in quelli che sono gli ordinativi per i suoi robot che per setacciare il materiale riciclato tra la spazzatura, fanno uso dell'Intelligenza Artificiale. «Alcune aziende che prima cercavano di procurarsi un paio di robot, ora stanno dicendo che gliene servono molti di più», ha detto l'amministratore di una società del Colorado, Matanya Horowitz. «Tutto si muove in maniera abbastanza veloce». Prima della pandemia, l'automazione stava sostituendo gradualmente il lavoro umano in tutta una serie di lavori, dai call center ai magazzini ed ai negozi di alimentari, nella misura in cui le aziende cercavano di ridurre i costi della manodopera e migliorare i profitti. Ma gli esperti di lavoro e di robotica sostengono che le direttive di distanziamento sociale, che probabilmente continueranno in qualche forma anche dopo che la crisi si sarà placata, potrebbero spingere molte più industrie ad accelerare il loro utilizzo dell'automazione. E le preoccupazioni, covate da tempo, circa la perdita di posti di lavoro, o il diffuso disagio legato al fatto di avere delle macchine che controllano aspetti vitali della vita quotidiana potrebbero scomparire man mano che la società vede i benefici derivanti dalla ristrutturazione dei posti di lavoro a partire dal fatto che riducono al minimo gli stretti contatti umani.
«Prima della pandemia, la gente potrebbe aver pensato che stavamo automatizzando troppo», ha detto Richard Park, un professore della Clemsom University che studia i fattori psicologici legati all'automazione. «Ma questo evento spingerà le persone a pensare a cosa dovrebbe essere automatizzato». L'industria alimentare si sta orientando maggiormente verso un automazione, in modo da liberare i dipendenti per far fronte all'impennata della domanda occorsa durante la pandemia.
La Brain Corp, un'azienda di San Diego che produce software per la pulizia automatica dei pavimenti, ha dichiarato che rispetto a due mesi fa i rivenditori stanno usando il 13% in più di detergenti. I «robot per la pulizia autonoma dei pavimenti» stanno facendo all'incirca 8.000 ore di lavoro al giorno «che, diversamente, avrebbe dovuto essere svolto da un lavoratore indispensabile», ha detto l'azienda.
Nei supermercati come il Giant Eagle, i robot stanno liberando i dipendenti che in precedenza passavano il tempo a fare l'inventario, per poi concentrarsi sulla disinfezione e la sanificazione delle strutture, e sulle consegne, per poter mantenere gli scaffali pieni. I rivenditori insistono sul fatto che i robot stanno facendo aumentare il lavoro dei dipendenti, e non li stanno sostituendo. Ma a causa del panico per il flusso degli acquisti e il calo delle vendite, nella recessione che si prevede seguirà, le aziende che hanno riassegnato i lavoratori durante la crisi potrebbero non averne più bisogno. Anche il ruolo di chi sta alla cassa sta cambiando. Per anni, i rivenditori hanno creato dei punti per la vendita automatica. Ma queste macchine richiedono spesso l'intervento di operatori per aiutare gli acquirenti a navigare in una tecnologia spesso capricciosa e frustante.
La pandemia sta spingendo alcuni negozi ad adottare opzioni "contactless" ancora più aggressive. Dai banchi delle aziende agricole ai macellai, i commercianti chiedono ai clienti, dove possibile, di usare servizi di pagamento elettronico, come PayPal o Venmo. In Europa, le autorità di regolamentazione bancaria, la scorsa settimana hanno incrementato la quantità di denaro che i clienti possono pagare attraverso i loro strumenti di pagamento elettronico, riducendo allo stesso tempo quelli che sono alcuni requisiti di identificazione.
Mentre alcuni negozi completamente automatizzati, come Amazon Go, alcuni mesi fa potevano sembrare una curiosità tecnologica, è probabile che ora diventino un'opzione praticabile per molti venditori. «Nessuno, finora, avrebbe probabilmente pensato che il lavoro di un cassiere fosse pericoloso», ha detto Mr. Pak. Mark Muro, un socio fondatore della Brookings Institution, che studia i mercati del lavoro, ha detto che per le aziende con problemi di contanti, la pressione a sostituire gli esseri umani con le macchine diventa sempre più intensa. «Via via che le entrate delle aziende diminuisco, le persone diventano sempre più costose», ha detto.
Una nuova ondata di automazione potrebbe significare che anche quando le imprese ricominceranno ad assumere, lo faranno comunque in numero minore. «Questa potrebbe essere una di quelle situazioni in cui l'automazione le riassunzioni in maniera sostanziale», ha detto Muro. «Quando arriverà il recupero, potreste vedere meno lavoratori». Vengono automatizzate anche alcune di quelle che sono le "conversazioni". Con la chiusura degli uffici, molti dipendenti vengono tenuti lontani. PayPal si è rivolta alle Chat bot, utilizzandole nelle ultime settimane fino ad un record del 65% , per quel che riguarda le richieste dei clienti attraverso la messagistica. Inoltre, la stessa PayPal sta utilizzando i servizi di traduzione automatica per fare in modo che i suoi agenti di lingua inglese possano aiutare i clienti che l'inglese non lo parlano. «Le risorse che siamo in grado di utilizzare attraverso l'Intelligenza Artificiale, ci stanno permettendo di essere più flessibili con il nostro personale, e dare così priorità alla loro sicurezza ed al loro benessere», ha dichiarato PayPal.
In un blog, YouTube ha detto che, con meno persone nei suoi uffici in tutto il mondo, le macchine stanno attuando la moderazione dei contenuti. «Cominceremo, temporaneamente, ad affidarci di più alla tecnologia per poter aiutare alcuni lavori che vengono normalmente svolti dai redattori», ha dichiarato la compagnia. «Ciò significa che i sistemi automatizzati cominceranno a rimuovere alcuni contenuti senza che ci sia la supervisione umana».
Il riciclaggio è un settore dell'industria che può essere modificato in maniera permanente dalla pandemia. Alcuni lavoratori, che guadagnano solamente 10 dollari l'ora, si sono preoccupati di andare a lavorare durante la crisi, ed alcune città si sono date da fare per trovare un adeguato equipaggiamento protettivo per tutti i loro dipendenti. Le autorità sanitarie federali hanno assicurato loro che i rischi di contagio dai rifiuti domestici è basso. Ma i lavoratori degli impianti di riciclaggio assai spesso lavorano gomito a gomito con quello che poi è lo smistamento del materiale, rendendo assai difficile il distanziamento sociale. Alla AMP Robotics, dirigenti come Mr. Horowitz sostengono che i loro robot consentiranno i impianti di riciclaggio in cui attuare il distanziamento sociale tra i dipendenti che lavorano ai nastri trasportatori che setacciano la platica usata e la carta. Un altro dei vantaggi dei robot: «Loro non possono prendere il virus», ha detto Horowitz.

Michael Corkery e David Gelles - Pubblicato il 10 aprile 2020 sul New York Times -

sabato 18 aprile 2020

Eccellenze italiane

Italia: cronaca di 18.000 morti stupide
- di Alba Sidera -

Ci sono immagini che segnano un'epoca, che restano impresse nell'immaginario collettivo di tutto un paese. L'immagine che gli italiani non potranno dimenticare per molti anni, è quella che gli abitanti di Bergamo hanno fotografato dalle loro finestre la notte del 18 marzo. Settanta camion militari hanno attraversato la città in un silenzio tombale, uno dietro l'altro, in una lenta marcia in segno di rispetto: trasportavano cadaveri.
Erano stati portati da altre città, fuori dalla Lombardia, poiché il cimitero, l'obitorio, la chiesa trasformata in un obitorio di emergenza ed il crematorio rimasto in funzione 24 ore al giorno non ce la facevano. L'immagine ha immortalato la portata della tragedia in corso nella regione italiana più colpita dal coronavirus. Il giorno dopo, il paese si è svegliato con la notizia di essere il primo nella lista mondiale dei decessi ufficiali a causa del covid-19. La maggior parte in Lombardia. Ma che cosa ha reso la situazione così drammatica proprio a Bergamo? Cosa è successo in quella regione per far sì che nel mese di marzo del 2020, il numero di morti sia stato del 400% rispetto a quelli dello stesso mese dell'anno precedente? Il 23 febbraio, nella provincia di Bergamo, c'erano stati solo due casi positivi di coronavirus. In una settimana il numero dei contagiati era salito a 220; quasi tutti nella valle del Serio. A Codogno, un'altra città lombarda, dove il primo caso di coronavirus era stato rilevato il 21 febbraio, erano bastati 50 casi positivi per far chiudere la città e dichiararla zona rossa (massimo rischio). Perché non si sono comportati allo stesso modo anche nella valle?
Perché in quella valle si concentra uno dei poli industriali più importanti d'Italia, e gli imprenditori industriali hanno fatto pressione su tutte le istituzioni per evitare di chiudere gli stabilimenti e perdere soldi. Per quanto incredibile possa sembrare, la regione campione di morte per coronavirus per abitanti di tutt'Italia, e d'Europa, non è mai stata dichiarata Zona Rossa, nonostante lo sconcerto dei sindaci che avevano richiesto tale provvedimento, e di quello dei cittadini, i quali ora esigono che vengano individuati i responsabili. I medici della Val Seriana sono stati i primi a dirlo: e assicurano, impotenti, che se la regione fossa stata dichiarata zona rossa, come consigliavano tutti gli esperti, sarebbero state salvate centina di vite.

La storia è alquanto confusa: quelli interessati a mantenere aperte le loro fabbriche, in alcuni casi, sono anche azionisti o soci di cliniche privati. La Lombardia è la regione italiana che meglio rappresenta quello che è un modello di commercializzazione della sanità, ed è stata vittima di un sistema di corruzione su ampia scala, guidato dal suo ex governatore Roberto Formigoni (che ha governato dal 1995 al 2013), che è stato un membro di spicco del partito di Comunione e Liberazione. Apparteneva allo stesso partito di Berlusconi, il quale lo sosteneva in quanto «governatore a vita della Lombardia», ma ha sempre potuto contare sull'appoggio della Lega, la quale governa nella Regione da quando è stato rimosso Formigoni, accusato e condannato pe corruzione in ambito sanitario. Il suo successore, Roberto Maroni, nel 2017 diede inizio ad una riforma della Sanità che ha portato ad ulteriori tagli degli investimenti pubblici, che hanno praticamente abolito i medici di famiglia, sostituendoli con dei «manager».  Inoltre, nei prossimi 5 anni spariranno circa 45.000 medici di base, ma «chi è che va ancora dal suo medico di famiglia?», ha sostenuto, convintamente, nel mese di agosto dello scorso anno, il politico della Lega Giancarlo Giorgetti, allora vice-segretario di Stato del governo Conte-Salvini.
Ufficialmente, l'epidemia nella regione di Bergamo, la cosiddetta Bergamasca, è cominciata la sera di domenica 23 febbraio, anche se i medici di famiglia e e i medici di base - in prima linea nel denunciare la situazione - hanno assicurato che alla fine di dicembre avevano già curato molti casi di polmonite anomala, anche in persone di 40 anni di età. Nell'Ospedale Pesenti Fenaroli, di Alzano Lombardo, un comune di 13.670 abitanti a pochi chilometri da Bergamo, sono risultati positivi i testi del coronavirus su due pazienti ricoverati. Dal momento che erano già stati in contatto con altri pazienti, oltre che con medici e infermieri, la direzione dell'ospedale decide di chiudere le porte. Ma, senza che venisse data alcuna spiegazione, viene riaperto poche ore dopo, senza disinfettare le strutture e senza isolare i pazienti con il Covid-19. Ancora peggio: tutti i lavoratori (medici, infermieri, ecc.) hanno continuato a lavorare senza protezione per un'intera settimana; la maggior parte di loro è rimasta contagiata ed ha finito per diffondere il virus tra la popolazione. Il numero dei contagi si è moltiplicato per tutta la valle. Pertanto l'ospedale è stato così il primo grande focolaio dell'infezione: i pazienti che erano entrati in ospedale per un banale doloro all'anca, sono morti di coronavirus. I sindaci dei due comuni più colpiti della Val di Serio, Nembro e Alzano Lombardo, hanno aspettato ogni giorno, alle 19:00, che arrivasse l'ordine di chiudere la citta, come avevano concordato.
Era tutto pronto: il regolamento era stato scritto, l'esercito mobilitato, il capo della polizia aveva organizzato i turni di guardia ed erano state già montate le tende. Ma l'ordine non è mai arrivato, e nessuno ha mai saputo loro spiegare perché. Sono arrivate invece molte, molte chiamate dagli imprenditori e dai padroni delle fabbriche della regione, preoccupatissimi di evitare a qualsiasi costo la serrata delle loro attività. Senza nemmeno cercare di nasconderlo. Senza alcun rimorso, il 28 febbraio, in piena emergenza a causa del coronavirus (che in 5 giorni contava nella regione 110 contagiati, andando così completamente fuori controllo), la Confindustria dava inizio a quella che era la sua campagna sui social network, con hashtag  #YesWeWork#noilavoriamo»). Il presidente della Confindustria della Lombardia, Marco Bonometti, dichiarava ai media: «Bisogna abbassare i toni, bisogna far capire all'opinione pubblica che la situazione sta per essere normalizzata, che la gente può tornare a vivere come prima». Nello stesso giorno, la Confindustria di Bergamo lanciava la propria campagna rivolta agli investitori stranieri per convincerli che lì non stava succedendo niente e che non avrebbero chiuso neanche per scherzo. Lo slogan non lasciava dubbi: «Bergamo non si ferma / Bergamo is running».
Il messaggio del video promozionale rivolto ai soci internazionale era un'assurdità: «In Italia sono stati diagnosticati casi di coronavirus, ma nello stesso modo in cui è avvenuto in altri paese», diceva, minimizzando la situazione. Inoltre, mentiva: «il rischio di infezione è basso». Veniva data ai media la colpa di un presunto allarmismo ingiustificato e, mentre mostravano che gli operai stavano lavorando nelle loro fabbriche, proclamavano vantandosene che tutte le fabbriche avrebbero continuato a rimanere «aperte e a pieno regime, come sempre».

Solo 5 giorni dopo, scoppierà l'enorme epidemia di contagi e morti che ha finito per essere la più grave d'Italia e d'Europa. Ma la campagna non è stata revocata, e eppure hanno mai pensato di chiudere le fabbriche. La Confindustria di Bergamo riunisce 1.200 imprese, che impiegano più di 80 mila lavoratori. Tutti quanti sono rimasti esposti al virus, sono stati obbligati a continuare a lavorare, in gran parte senza le misure appropriate - in gruppo, senza distanze di sicurezza e senza materiali protettivi - mettendo a rischio le loro vite e quelle di tutte le persone attorno. Il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, del PD, si è unito alle proteste contro la chiusura della città e, il 1° marzo, con lo slogan «Bergamo non si ferma» invitava le persone a riempire i negozi del centro. Poco dopo, di fronte a quella che era l'evidenza della catastrofe, se ne pentiva e riconosceva di aver messo in atto delle misure troppo deboli, con l'intenzione di non pregiudicare l'attività economica delle grandi aziende della regione. L'8 marzo, il numero ufficiale di contagi nella regione bergamasca erano passati, in una settimana, da 220 a 997. La sera, il governo ha fatto trapelare la notizia che intendeva isolare la Lombardia. Dopo ore di caos, durante le quali molte persone abbandonavano Milano in una gigantesca fuga, all'alba, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte appariva in una confusa conferenza stampa su Facebook, annunciando il decreto. Non era quello che si aspettavano i sindaci della Val di Serio: niente zona rossa, ma semmai arancione. Vale a dire, sarebbero stati limitati gli ingressi e le uscite dai comuni, ma tutti avrebbero potuto continuare ad andare sul proprio posto di lavoro. Dopo due giorni, il confinamento veniva esteso a tutta l'Italia. E nulla cambiava nella regione bergamasca, dove i contagi continuavano a crescere allo stesso inarrestabile ritmo delle sue fabbriche che continuavano a funzionare a tutto vapore.
«Quando nella regione tutti, soprattutto a Nembro e ad Alzano Lombardo, erano sicuri che avrebbero decretato la zona rossa, ci sono state alcune importanti imprese che hanno fatto pressione per ritardarla il più possibile», racconta Andrea Agazzi, segretario generale della FIOM di Bergamo, nel programma Report sul canale RAI. E aggiunge: «La Confindustria ha grosse colpe, ma è il governo che ha scelto da che parte stare». I contagi e i decessi sono aumentati, incessantemente, soprattutto nelle regioni industriali della Lombardia localizzate tra Bergamo e Brescia. Esattamente un mese dopo il primo caso ufficiale di coronavirus in Italia, sabato 21 marzo è stato raggiunto il triste record di quasi 800 morti al giorno. I governatori di Lombardia e Piemonte - l'altro grande polo industriale - dichiaravano che la situazione era insostenibile e che era necessario interrompere le attività produttive. Conte, che fino a quel momento era stato contrario ai provvedimenti, appariva in TV quella notte stessa piuttosto turbato, ed affermava che ora sì, sarebbero state fermate «tutte le attività economiche produttive non essenziali». La Confindustria reagiva immediatamente e dava inizio ad un'azione offensiva in modo da fare pressione sul governo. «Non possiamo chiudere tutte le attività non essenziali», scrivevano in una lettera al premier, illustrando quali erano le loro richieste. Gli industriali ottenevano in tal modo che il decreto richiedesse 24 ore per essere approvato, e che Conte accettasse quelle che erano le loro condizioni. Di fatto, il governo aveva scelto da che parte stare, e non sarebbe stata la parte dei lavoratori. I sindacati, in blocco, scendevano sul sentiero di guerra e minacciavano uno sciopero generale nel caso non si fosse proceduto alla chiusura reale delle attività produttive non essenziali. La Confindustria era riuscita ad inserire nella lista delle attività che potevano continuare a funzionare, molte di quelle che non erano affatto di prima necessità, come l'industria delle armi e delle munizioni. Inoltre, avevano incluso una sorta di clausola che consentiva in pratica a qualsiasi impresa, che dichiarava di essere «funzionale» per una qualche attività economica essenziale, di poter rimanere aperta. Questo ha fatto sì che a Brescia, l'altra provincia lombarda distrutta dal coronavirus, più di 600 aziende escluse dalla lista delle essenziali, avviassero le procedure per poter continuare a lavorare.

«Non capisco perché mai i sindacati vogliano uno sciopero. Il decreto è già abbastanza ristretto: che cos'altro dovremmo fare?», dichiarava il poco empatico presidente della Confindustria Vincenzo Boccia. E aggiungeva: «Stiamo già perdendo 100 miliardi di euro al mese. Non fermare l'economia è un bene per tutto il paese». Annamaria Furlan, segretaria generale della CISL ha cercato di spiegargli: «Sono sindacalista da 40 anni e non ho mai chiesto la chiusura di una fabbrica, ma qui ora è la vita delle persone ad essere a rischio». Gli operai delle fabbriche hanno cominciato a protestare e a scioperare, mentre i sindacati negoziavano con il governo, il quale alla fine ci ha ripensato. Dalla lista di più di 80 «essenziali» sono state eliminate alcune attività, come l'industria degli armamenti o i call center che vendono telefonicamente offerte non richieste. È stata fatta anche una restrizione per l'industria petrolchimica. Inoltre, è stato convenuto che l'autocertificazione non sarebbe bastata ad un'impresa per poter essere considerata funzionale per le attività essenziali, ed è stato preso l'impegno di proteggere il diritto alla salute di quei lavoratori rimasti a lavorare nelle fabbriche. Ciò nonostante, nel decreto rimangono ancora alcuni punti ambigui, ed esiste una zona grigia che consente a molte fabbriche di rimanere aperte. Allo stesso modo, molti operai continuano a lavorare senza distanza di sicurezza e senza un adeguato materiale protettivo. Fino al 23 marzo, quando i contagi ufficiali nella regione erano già arrivati alla cifra di 6.500 le fabbriche della regione bergamasca hanno continuato praticamente a rimanere tutte aperte. Una settimana dopo, il 30 marzo, nonostante il decreto di chiusura di «tutte le attività produttive non essenziali», restavano aperte nella regione ancora 1.800 fabbriche, e 8.670 contagiati.

Passiamo a dare i nomi delle fabbriche che non hanno voluto chiudere. Una delle aziende della regione è Tenaris, leader mondiale nella produzione di tubi e servizi per la produzione di petroli e gas, con una fatturato di 7,3 milioni di dollari e con sede legale in Lussemburgo. Impiega 1.700 operai in quella che è la sua fabbrica nella regione bergamasca, e appartiene alla famiglia Rocca, con Gianfelice Rocca, l'ottavo uomo più ricco d'Italia. Nella provincia di Bergamo, così come in tutta la Lombardia, le assicurazioni sanitarie private sono molto efficienti. È dimostrato che metà dei servizi sanitari passano per le mai dei privati. I due più importanti ospedali privati della regione, che fatturano 15 miliardi di euro l'anno ciascuno, appartengono al gruppo San Donato - il cui presidente è niente meno che il vice primo ministro italiano Angelino Alfano, ex successore di Berlusconi - e al gruppo Humanitas. Il presidente di Humanitas è Gianfelice Rocca, che è anche proprietario della Tenaris, industria che non ha voluto mandare a casa i suoi lavoratori. Fino all'8 marzo, la sanità privata bergamasca non è stata attivata per l'emergenza del coronavirus, quando, per decreto, tutti i servizi non urgenti hanno dovuto essere rinviati. Solo allora si è cominciato a fare spazio ai pazienti con il covid-19. L'altra grande impresa che ha fabbriche nella regione di Bergamo, si trova a Brembo. Appartiene alla potente famiglia Bombassei, anch'essa impegnata in politica: Alberto, il figlio del fondatore, è stato deputato per Scelta Civica, il partito di Mario Monti. Nelle sue fabbriche del bergamasco, ci sono 3.000 operai che producono freni per auto. Fattura 2,6 miliardi di euro. Non ha voluto chiudere. La Valle del Serio è stata industrializzata in gran parte oltre 100 anni fa delle aziende svizzere. Ecco perché la presenza di fabbriche legate alla Svizzera rimane importante. L'altra grande impresa che ha più di 6.000 lavoratori in Italia, più di 850 nella regione, è ABB, con capitali svizzero e svedese. Leader nella robotica, fattura 2 miliardidi euro. Il 30 marzo, in tutta normalità, era ancora aperta. Persico, impresa italiana che produce componenti per auto, con 400 operai e 159 miliardi di fatturato, ha sede a Nembro, il comune che in Italia ha avuto il maggior numero di morti per covid-19 per abitante. Pierino Persico, il proprietario, è stato uno di quelli che si è opposto più degli altri a dichiarare zona rossa la città. A Nembro, nel marzo del 2019 sono morte 14 persone. Nel medesimo mese di quest'anno i morti sono stati 123 (un aumento del 750%). E anche così, i contagiati ufficiali sono solo 200. Ad Alzano Lombardo, nel marzo del 2019, morirono 9 persone; in questo marzo, 101.Nella città di Bergamo (120.000 abitanti) il numero dei morti è stato di 553, mentre nel marzo del 20169, furono 125. I dati sui contagiati non sono affidabili in quanto non vengono fatti i test e la Protezione Civile italiana - che effettua il riconteggio - avverte sul fatto che i numeri devono essere moltiplicati almeno per dieci. Secondo uno studio pubblicato dal Giornale di Brescia, nella provincia lombarda la cifra dei contagiati sarebbe 20 volte superiore al dato ufficiale, che corrisponde a circa il 15% della popolazione. E la stessa cosa con il numero di decessi. Secondo questo studio, sarebbero il doppio di quelli ufficiali, vale a dire, tremila solo nella provincia di Brescia. La mancanza di test - sia sui vivi che sui morti - rende impossibile fare un conteggio affidabile. Quello che sappiamo è che l'Italia è il paese con più morti per il covid-19 nel mondo, circa 18.000, e la maggior parte sono della zona del nord industriale.

Ora, di fronte a migliaia di cadaveri e ad una popolazione che comincia a trasformare in rabbia quello che è il proprio dolore, vediamo che cercano tutti di fuggire dalle proprie responsabilità. Il governatore della Lombardia, il leghista Attilio Fontana, accusa il governo e assicura che non è stato più rigoroso perché non glielo hanno lasciato fare. In realtà, se avesse voluto, avrebbe potuto esserlo, come lo sono stati i governatori dell'Emilia Romagna, del Lazio e della Campania, che hanno decretato nelle loro regioni delle aree rosse. La verità è che nessuna autorità è stata all'altezza, tranne i sindaci dei piccoli centri, i quali sono stati gli unici che hanno ammesso - e hanno denunciato pubblicamente - le pressioni da parte degli industriali che li hanno tormentati facendo uso delle loro conoscenze per tentare in tutti i modi di evitare o rimandare la chiusura delle fabbriche. Ora, a partire da una Bergamo ferita e ancora sotto shock, i cittadini cominciano ad organizzarsi per chiedere che vengano chiariti i fatti e che, quanto meno, qualcuno si assuma la responsabilità di aver permesso che gli interessi economici prevalessero sulla salute - o, per meglio dire, sulla vita - dei lavoratori di Bergamo. Di cui molti sono tra l'altro addirittura precari.

- Alba Sidera - Pubblicato il 13/4/2020 su OutrasPalavras -

fonte: OutrasPalavras -

venerdì 17 aprile 2020

Senza speranza e senza paura

(Immagine: Nec spe nec metu [senza speranza e senza paura], 1984. Tempera di Gianfranco Sanguinetti)

L'approccio contro-insurrezionale, adottato immediatamente ed ovunque in quella che viene impropriamente chiamata la "guerra contro il virus", conferma l'intenzione che sottende le operazioni "umanitarie" di questa guerra...

IL DISPOTISMO OCCIDENTALE
- di Gianfranco Sanguinetti - 1° aprile 2020 - 


La conversione, delle democrazie rappresentative occidentali, a seguito del virus, ad un dispotismo del tutto nuovo ha assunto la forma giuridica della "forza maggiore" (in giurisprudenza, com'è noto, la forza maggiore è un caso di esonero dalla responsabilità). E dunque il nuovo virus è, allo stesso tempo, sia il catalizzatore dell'evento sia l'elemento di distrazione delle masse per mezzo della paura [1].

Per quante ipotesi io avessi formulato fin dal mio libro Del Terrorismo e dello Stato (1979), sul modo in cui sarebbe avvenuta una tale conversione, a mio parere ineluttabile, dalla democrazia formale al dispotismo reale, devo confessare che non avevo mai immaginato che sarebbe potuta avvenire col pretesto di un virus. Ma le vie del Signore sono davvero infinite. E lo sono anche quelle dell'astuzia della ragione hegeliana.

L'unico riferimento, se vogliamo, tanto profetico quanto inquietante, è quello che ho trovato in un articolo che Jacques Attali, ex presidente della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERD), scriveva su L'Express ai tempi dell'epidemia del 2009:

«Se l'epidemia si aggraverà un po', cosa possibile, dal momento che è trasmissibile dall'uomo, potrebbe avere delle vere e proprie conseguenze planetarie: economiche (i modelli suggeriscono che potrebbe causare una perdita di 3.000 miliardi di dollari, ossia un crollo del 5% del PIL mondiale) e politiche (dovute ai rischi di contagio...) Dovrà essere, pertanto, istituita una polizia mondiale, un sistema di scorte a livello mondiale e, di conseguenza, una fiscalità mondiale. In questo modo, arriveremo in breve, assai prima di quanto lo avrebbe consentito la sola ragione economica, a porre le basi di un vero e proprio governo mondiale.» [2]

Quindi, la pandemia era già stata prospettata: quante simulazioni saranno state fatte dalle maggiori compagnie di assicurazioni! E dai servizi di protezione degli Stati. Pochi giorni fa l'ex primo ministro britannico, Gordon Brown, è ritornato sulla necessità di un governo mondiale: «Gordon Brown ha esortato i leader mondiali a creare una forma temporanea di governo mondiale per affrontare le due crisi, quella sanitaria e quella economica, causate dalla pandemia di Covid-19.» [3].

Si può aggiungere che il fatto che una simile occasione possa essere o colta oppure creata, non cambia molto il risultato. Una volta che l'intenzione c'è, e che la strategia è stata delineata , basta avere il pretesto, e poi agire di conseguenza. Tra i capi di Stato, nessuno è stato preso alla sprovvista, se non proprio all'inizio, lasciandosi andare a questa o a quella stupidaggine. Subito dopo, da Giuseppe Conte a Orban, da Johnson a Trump, ecc., tutti questi politici, per quanto rozzi siano, hanno rapidamente capito che il virus li avrebbe autorizzati a fare carta straccia delle vecchie Costituzioni, regole e leggi. Lo Stato di necessità giustifica ogni illegalità.

Una volta che il terrorismo - del quale si converrà che se ne era un po' troppo abusato - aveva esaurito la maggior parte delle sue potenzialità, così bene sperimentate dappertutto nei primi quindici anni del nuovo secolo, è arrivato il momento di passare alla fase successiva, come avevo annunciato, già nel 2011, nel mio testo Dal Terrorismo al Dispotismo.

Del resto, l'approccio contro-insurrezionale, adottato immediatamente ed ovunque in quella che viene impropriamente chiamata la "guerra contro il virus", conferma l'intenzione che sta alla base delle operazioni "umanitarie" di questa guerra, la quale non è contro il virus, ma piuttosto contro tutte le regole, i diritti, le garanzie, le istituzioni e le popolazioni del vecchio mondo. Sto parlando del mondo e delle istituzioni che si erano formate a partire dalla Rivoluzione francese, e che ora stanno rapidamente scomparendo sotto i nostri occhi nel giro di qualche mese, come è sparita, in modo altrettanto repentino, l'Unione Sovietica. L'epidemia finirà, ma non altrettanto le misure, le possibilità e le conseguenze che ha scatenato e che stiamo ora vivendo. Ci troviamo in mezzo al doloroso parto di un nuovo mondo.

Noi assistiamo alla decomposizione e alla fine di un mondo e di una civiltà: quella della democrazia borghese con i suoi Parlamenti, i suoi diritti, i suoi poteri e contropoteri ormai perfettamente inutili, perché le leggi e le misure coercitive vengono dettate dall'esecutivo, senza essere ratificate immediatamente dai Parlamenti,  e il potere giudiziario, così come quello della libera opinione, perdono perfino l'apparenza di ogni indipendenza, quindi la loro funzione di contrappeso.

Si abituano così bruscamente e traumaticamente i popoli (come aveva stabilito Machiavelli, «Le iniurie si debbono fare tutte insieme, acciò che, assaporandosi meno, offendino meno»): il cittadino, essendo oramai già da tempo scomparso a beneficio del consumatore, ecco che quest'ultimo si vede ora ridotto al ruolo di  semplice paziente, sul quale si ha diritto di vita e di morte, a cui può essere somministrata qualsiasi cura, oppure decidere di sopprimerlo, a seconda della sua età (se è produttivo o improduttivo), oppure secondo qualsiasi altro criterio deciso arbitrariamente e senza appello, a discrezione del sanitario, o di altri. Una volta che è stato imprigionato ai domiciliari, o in ospedale, cosa può fare contro la coercizione, l'abuso, l'arbitrio?

La Carta Costituzionale viene sospesa, ad esempio in Italia, senza che venga sollevata la benché minima obiezione, neppure da parte di chi è "garante" delle istituzioni, il presidente Mattarella. I sudditi, divenuti delle semplici monadi anonime e isolate, non hanno più da far valere alcuna "uguaglianza", né diritti da rivendicare. È il diritto stesso che smette di essere normativo, e diventa già discrezionale, come la vita e la morte. Abbiamo visto che, con il pretesto del coronavirus, in Italia si possono uccidere immediatamente ed impunemente 13 o 14 detenuti disarmati, dei quali non ci si preoccupa neppure di elencare i nomi, né i loro eventuali crimini, né le circostanze in cui sono stati uccisi, e senza che di questo importi niente a nessuno. Si fa anche meglio di quanto fecero i tedeschi nella prigione di Stammheim. Almeno per i nostri crimini, dovrebbero ammirarci!

Non si discute più di niente, se non di soldi. E uno Stato come quello italiano si vede ridotto ad andare a mendicare dal sinistro ed illegittimo Eurogruppo i capitali necessari alla trasformazione della forma democratica nella forma dispotica. Quello stesso Eurogruppo che nel 2015 ha voluto espropriare tutto il patrimonio pubblico greco, ivi compreso il Partenone, e cederlo ad un fondo con sede in Lussemburgo, sotto controllo tedesco: perfino Der Spiegel definì allora i diktat dell'Eurogruppo come "un catalogo di atrocità" per mortificare la Grecia, e sul Telegraph  Ambrose Evans-Pritchard scrisse che se si fosse voluto datare la fine del progetto europeo, la data avrebbe dovuto essere quella. Ecco che ora la cosa è fatta. Rimane solo l'Euro, ma molto provvisoriamente.

Il neoliberismo non ha avuto a che fare con la vecchia lotta di classe, non ne ha neppure memoria, ritiene anzi di averla cancellata perfino dal dizionario. Si crede ancora onnipotente; questo non significa che non ne abbia paura: dal momento che sa bene ciò che si prepara ad infliggere ai popoli. È evidente che ben presto la gente avrà fame; è ovvio che i disoccupati aumenteranno senza limite; è chiaro che le persone che lavorano in nero (4 milioni in Italia) non avranno alcun aiuto. E chi ha un lavoro precario, e non ha niente da perdere, comincerà a lottare e a sabotare. Ciò spiega perché la strategia di risposta alla pandemia è innanzitutto una strategia di contro-insurrezione preventiva. In America ne vedremo delle belle. I campi di concentramento della FEMA si riempiranno presto.

Il nuovo dispotismo ha quindi almeno due ragioni forti per imporsi in Occidente: una è quella di far fronte alla sovversione interna che esso stesso provoca e si aspetta; l'altra è quella di prepararsi alla guerra esterna contro il nemico designato, che è anche il dispotismo più antico della storia, al quale non c'è niente da insegnare dai tempi de Il Libro del Signore di Shang (IV secolo a.C.) - libro che tutti gli strateghi occidentali dovrebbero affrettarsi a leggere con la massima attenzione. Se si decide di attaccare il dispotismo cinese, bisogna cominciare a dimostrargli di essere migliori di lui sul suo stesso terreno: vale a dire capaci di edificare un dispotismo più efficiente, meno costoso e più efficace. In breve, un dispotismo superiore. Ma questo resta da dimostrare.

Grazie al virus, si è rivelata alla luce del sole la fragilità del nostro mondo. Il gioco attualmente in corso è infinitamente più pericoloso del virus, e farà anche più morti. Eppure i contemporanei sembrano temere solo il virus...

Sembra che l'epoca attuale si sia assegnata il compito di contraddire ciò che diceva Hegel, a proposito della filosofia della storia: «La storia del mondo è il progresso della coscienza della libertà». Ma la libertà esiste solo in quanto essa stessa lotta contro quello che è il suo opposto, aggiungeva. Dove si trova oggi? Quando in Italia e in Francia la gente denuncia chi non obbedisce?

Se è bastato un semplice microbo a far precipitare il nostro mondo nell'obbedienza al più ripugnante dei dispotismi, ciò significa che il nostro mondo era già così pronto a questo dispotismo che un semplice microbo è stato sufficiente.

Gli storici chiameranno il tempo che sta incominciando ora l'epoca del Dispotismo Occidentale.


- Gianfranco Sanguinetti - Pubblicato su Mediapart il 15 aprile 2020
- Tradotto dal francese da Franco Senia -
- Revisione di Gianfranco Sanguinetti -

Note:

[1] - Vedo che nell'intervista, apparsa il 10 aprile, Edward Snowden arriva alle medesime conclusioni:  https://www.youtube.com/watch?v=k5OAjnveyJo

[2] - https://www.lexpress.fr/actualite/societe/sante/avancer-par-peur_758721.html

[3] - https://www.theguardian.com/politics/2020/mar/26/gordon-brown-calls-for-global-government-to-tackle-coronavirus