giovedì 26 marzo 2020

Non ancora: in fondo, c'è il mare...

Amburgo, 1932. Un uomo dall’aria stanca, abito scuro e ventiquattrore alla mano, si appresta a salire sulla passerella del cargo Catania, diretto a Ibiza. È Walter Benjamin, critico e scrittore ancora senza fama né opera, in fuga da una Germania sull’orlo della follia. Isolato e lontano da ogni forma di modernità, finirà per indagare il proprio tempo come nessun altro.
Losanna, 1980. A pochi giorni dall’attentato che ha ucciso ottantacinque persone nella stazione di Bologna, un uomo arruffato e infreddolito varca la soglia di un bar di periferia, terra franca di neonazisti e fanatici antisemiti. È Frédéric Pajak, scrittore e disegnatore inclassificabile, alla deriva per l’Europa inseguendo l’opera di una vita, «un libro fatto di parole e immagini, scene d’avventura, ricordi sparsi, aforismi, fantasmi, eroi dimenticati, alberi, la furia del mare».
Mescolando episodi autobiografici e affondi sulla straordinaria figura di Benjamin, Pajak ricostruisce con passione critica alcuni momenti fatali del Novecento europeo, tavola dopo tavola, frase dopo frase, muovendosi tra Parigi, Capri e una desolata Sicilia d’aprile. Entrare nelle pagine e perdersi fra i tratti a china degli oltre cento disegni di Manifesto incerto significa intraprendere un viaggio militante e commosso.

(dal risvolto di copertina di Frédéric Pajak, "Manifesto incerto. Con Walter Benjamin, sognatore sprofondato nel paesaggio". Edizioni L'Orma.)

Mussolini? Sembra un droghiere obeso
- di Elena Stancanelli -

«Chi non si annoia mai non sa raccontare» scrive Frédéric Pajak in quest’opera formidabile dal titolo Manifesto incerto. Con Walter Benjamin, sognatore sprofondato nel paesaggio. Definirla biografia è inesatto. Di più: definirla è un’impresa inutile e minuscola, bisognerebbe semplicemente godersela. Aiutati dall’edizione raffinatissima, stampata su carta spessa e ruvida come si deve, per non dire della riproduzione, miracolosa, dei disegni a china nerissimi, in cui appaiono persone, città e mari dentro tagli di luce e di buio.
C'è moltissimo mare in questa storia, come in tutti i romanzi d'avventura. Tale è la vita di Frédéric Pajak, nato in Francia nel 1955. Figlio di un pittore, viaggia per il mondo, si mette nei guai, diventa inserviente in un macello industriale, scrive libri, fa il cuccettista sui treni notturni, dipinge, finisce a chiedere l'elemosina nei boulevard parigini, si stabilisce in Svizzera, pubblica sette libri, ognuno dei quali dedicato alla vita di una persona diversa e ottiene finalmente successo.
Nel 2019, che hanno tutti per titolo "Manifesto incerto" vince il premio Goungourt per la biografia. Come molti biografi di questi anni (primo per notorietà Emmanuel Carrére), Frédéric Pajak infila la propria vita, avventurosa, dentro la vita, apparentemente più quieta di un altro. Senza troppo clamore, cerca somiglianze, binari di scambio, luoghi condivisi. E piano piano le due vite si sovrappongono, fino a che l'una rivela l'altra in filigrana.
Walter Benjamin ha dovuto scegliere tra la necessità di risiedere tra i suoi libri e nel suo tempo, e la lucidità che lo spingeva via, lontano dall'ascesa del nazismo, le persecuzioni, l'orrore della Storia che incalzava. Nel 1924 è in Italia, a Capri, dove il 16 settembre assiste a una parati di miliziani guidati da Mussolini. Non ne rimane molto colpito, «ha un aspetto diverso dal rubacuori che mostrano le cartoline illustrate», scrive Benjamin «torbido, pigro e di un orgoglio untuoso, come se fosse cosparso di olio rancido. Ha il corpo goffo e flaccido come il pugno di un droghiere obeso».
Pajak insegue Benjamin fin dentro le parole di lui, tra i suoi scritti. Si abbandona alle contraddittorie posizioni filosofiche  del filosofo, «marxista, nostalgico, anarchico e scettico nello stesso tempo». Sembra che provi a dargli un altro destino, che voglia tenerlo lontano dal dolore. Inquieto e irresoluto - per qualche ragione continua a non accettare l'offerta dell'amico di infanzia che vorrebbe si trasferisse con lui a Gerusalemme, per insegnare all'università - Benjamin finisce per innamorarsi di Ibiza, l'isola dell'oblio. Dove vive un amico, il filosofo Felix Noeggarth,a casa del quale si sistema per il primo periodo. Frequenta i bar. gioca a carte, legge Trotzky, si innamora. Proprio come Pajak nella Sicilia orientale, nel suo vagare tra Scicli e Noto, fino alle pendici dell'Etna.
Ma nel 1932, di ritorno dal suo secondo soggiorno sull'isola, Benjamin decide di togliersi la vita. Prende una stanza all'Hotel du Petit Parc a Nizza, scrive il suo testamento e invia lettere d'addio ai suoi cari. È reduce dalla rottura con Olga Parem, fuggita di fronte alla sua richiesta di sposarlo. È disperato, stanco, ma ha ancora da scrivere alcuni dei suoi capolavori e, forse proprio per questo, non si ucciderà. Non ancora. L'ultima parte del libro è, ovviamente, dedicata agli Spiriti. I disegni ancora più scuri e misteriosi, i paesaggi incomprensibili. In fondo, ovviamente, c'è il mare. E una donna. «Respiro il soffio dell'aperto. Poso la mano sulla nuca della donna: c'è una donna nascosta nella donna». Walter Benjamin si suicida il 26 settembre 1940, a Port Bou, con un'iniezione di morfina. Aveva 46 anni e non sapeva di aver ottenuto il permesso per imbarcarsi verso gli Stati Uniti, che gli sarebbe stato consegnato il giorno dopo.

- Elena Stancanelli - Pubblicato su Tuttolibri del 21/3/2020 -

mercoledì 25 marzo 2020

Un’allegra risata…

«Scherza con i fanti, lascia stare i santi…», ovvero sacro e profano non vanno mescolati. Ma è sempre vero? Ebraismo, cristianesimo e islam escludono che si possa ridere di Dio. Il monoteismo non ride. Originata da vignette che deridevano Allah, la strage di «Charlie Hebdo» è lì a ricordarcelo. Vi sono però religioni che danno spazio allo scherzo e alla comicità, in cui gli dèi ridono e anche gli uomini possono e sanno ridere degli dèi: sono le joking religions. Ponendole a raffronto con i tre monoteismi abramitici gli autori raccontano queste «religioni umoristiche»: il politeismo del mondo classico, le religioni orientali e in particolare del Giappone, le «religioni senza nome» dell’Africa e del Nordamerica. Desacralizzando gli dèi esse li avvicinano agli uomini e per ciò stesso, al contrario dei monoteismi di per sé esclusivi, sono inclusive e aperte ai valori della convivenza.

(dal risvolto di copertina di: Maurizio Bettini, Massimo Raveri, Francesco Remotti, "Ridere degli dèi, ridere con gli dèi. L'umorismo teologico". Il Mulino)

Anche gli dèi amavano lo scherzo ma non tutti possono ridere sugli dèi
- di Maurizio Assalto -

In un poema babilonese del II millennio a. C., Athrahasis, una sorta di incunabolo del racconto biblico della Genesi, si narra del diluvio universale mandato dagli dei irritati per il baccano provocato dagli uomini. Quando l’eponimo protagonista approda in salvo con la sua arca, e subito offre un sacrificio «per provvedere al nutrimento degli dei», quelli, famelici, «sentendo il buon odore, si radunano intorno al banchetto, come mosche!». Gli dei rappresentati come insetti (e pochi versi prima come montoni assetati «stretti intorno all'abbeveratoio, le labbra secche dall'angoscia, stremati dall'inedia»): una scena ridicola. Nella variante biblica, al posto di Athrahasis è Noè: anche lui, uscito dall'arca, offre sacrifici sull'altare, ma «il Signore ne odorò la soave fragranza e pensò: "Non maledirò più il suolo per causa dell'uomo"» La sintassi strutturale è identica, ancorché castigata, ma al Dio della Genesi ogni connotazione comica è preclusa.
Si può ridere della divinità? Alla nostra sensibilità risultante di due millenni di tradizione ebraico-cristiana sembrerebbe proprio di no. E lo stesso vale per l'islam, in modalità più estrema, fini a sconfinare in qualche caso in tragedia, come cinque anni fa nella strage di Charlie Hebdo. Ma non sempre, non in tutte le religioni e neppure nella maggior parte di esse è stato o è così. È quanto documentano con abbondanza di esemplificazioni Maurizio Bettini, Massimo Raveri e Francesco Remotti nel volume "Ridere degli dèi, ridere con gli dèi. L'umorismo teologico" (Il Mulino), ispirato dal tema di una passata edizione del Festival di antropologia di Ivrea, che ha alle spalle una letteratura tanto ricca quanto poco conosciuta.
«Anche gli dei amano lo scherzo», dice Socrate nel Cratilo di Platone. Degli dei ridono gli dei stessi (e con loro l'uditorio dell'aedo), quando nell'Odisseo accorrono a godersi lo spettacolo di Afrodite e Ares sul talamo dei loro amori adulterini, imprigionati nella rete fabbricata da Efesto. Ma anche del goffo Efesto si ride nell'antica Grecia, e dell'effemminato Dioniso che nelle Rane di Aristofane se la fa addosso, e di Hermes che nel Pluto dello stesso autore è trattato come un affamato cialtrone all'ufficio di collocamento, mentre a Roma lo stesso dio, divenuto Mercurio, è irriso nell'Anfitrione di Plauto come una specie di Leporello al servizio di un Giove «libertino», «donnaiolo» e «impostore».
In antropologia  si parla di joking relationship a proposito di quelle relazioni sociali che lo scherzo ritualizzato - talvolta addirittura l'insulto anche pesante, come attestato in diverse comunità africane - non solo non compromette ma anzi favorisce con lo stabilire un terreno comune di scambio e di vicendevole riconoscimento. Lo stesso avviene in quelle che gli autori, per analogia, propongono di chiamare joking religions, caratterizzate da un rapporto di vicinanza spaziale e caratteriale tra uomini e dei (che osserva Cicerone nel trattato Sulle leggi, «abitano nelle stesse città in cui abitiamo noi»), convalidato e intensificato dagli scherzi reciproci. In alcuni casi, come in uno dei miti di origine dello shintoismo giapponese, la risata di una divinità, la dea del sole Amaterasu davanti alla danza oscena di un'altra dea, è quanto basta a far tornare la luce nel mondo, caricandosi così di una valenza cosmologica. Che un testo gnostico del III secolo d.C. diventa esplicitamente creatrice: «Dio rise: cha cha cha cha cha cha, e avendo Dio riso nacquero i sette dei» e via via tutto il mondo.
Nelle religioni antiche come in quelle tribali più vicine a noi il riso possiede un'intrinseca potenza corrosiva, desacralizzante e antigerarchica che, stabilendo con il mondo divino un rapporto di condivisione nello stesso tempo ritaglia nei suoi confronti gli spazi della libertà umana. Non così nelle religioni monoteistiche, le tre abramitiche, in cui Dio è un Dio lontano, inafferrabile, astratto fin nel nome genericissimo, che non ammette se non la sottomissione e anche quando si fa uomo, nella figura di Cristo, pare poco propenso alle facezie. È emblematico l'episodio biblico del riso incredulo di Abramo e Sara, quando ormai quasi centenari vengono a sapere che il Signore ha concesso loro di avere una progenie: non solo non dovranno farlo mai più, ma anche il figlio che nascerà conserverà per sempre nel proprio nome (Isacco, ossia «ha riso») il ricordo di quello sgarbo e dell'interdetto che ne è derivato, si cui si fonderà il patto di Dio con Israele.
Su queste basi, alla mentalità cristiana l'umorismo teologico greco-romano non può che risultare incomprensibile: ne dà prova Agostino, laddove nella Città di Dio stigmatizza il fatto che gli stessi dei venerati nei templi siano oggetto di derisione nei teatri - «sconcezze indegne», «sudiciume della teologia mitica». In realtà la repressione del riso è funzionale a mantenere la distanza con il divino, a sua volta essenziale a riconoscerne l'essenzialità sia in termini quantitativi («non avrai altro Dio») sia in termini qualitativi (l'unico Dio è anche l'unico vero Dio, ossia non sono ammissibili «traduzioni» o assimilazioni da altre fedi, com'era d'uso presso i pagani). Bandito dalla sfera teologico-dottrinaria, con la rilevante eccezione, in ambito proto-cristiano, delle eresie gnostiche (nel Secondo discorso del Grande Seth il glorioso vanto con cui Dio proclama la propria unicità è accolto da una «allegra risata»), l'umorismo però non scompare: come un torrente carsico attraversa i secoli riaffiorando nei mille rivoli della religiosità popolare, dalle parole medievali all'ebraismo di ogni tempo, fino alle correnti New Age imbevute di buddismo zen. Spie di quel vitale bisogno di «alleggerimento» che, senza rinnegare la fede nella trascendenza, prova però a sfuggirne l'ossessività per abitare un mondo più tollerante e a misura d'uomo.

  - Maurizio Assalto - Pubblicato su Tuttolibri del 21/3/2020 -

martedì 24 marzo 2020

Arrivano i cinesi!!

L’emergenza virale di oggi e il mondo di domani
- di Byung-Chul Han -

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Posta in arrivo

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Maria Leonardi <maria.leonardi@edizioninottetempo.it>

13:36 (5 minuti fa)

a me

gentile Franco Senia,

le inoltro qui di seguito la richiesta dell’autore a rimuovere la traduzione non autorizzata pubblicata da Tlon che è stata successivamente ripresa dal suo blog.

Grazie per la collaborazione,

m.

_________________________
Maria Leonardi
edizioni nottetempo
Foro Buonaparte 46, 20121 Milano, Italy
T. +39.02.45381100

maria.leonardi@edizioninottetempo.it
www.edizioninottetempo.it

Inizio messaggio inoltrato:

Da: "Prof. Dr. Byung-Chul Han"

Oggetto: Please delete this article

Data: 23 marzo 2020 15:19:15 CET

A: redazione@tlon.it

Cc: maria.leonardi@edizioninottetempo.it

Dear Madam or Sir,
please delete this article of El Pais.
https://tlon.it/han/
You don't have the authorisation of me to publish it.
thank you.
best,
Byung-Chul Han



- Byung-Chul Hanarticolo apparso il 22 marzo su El Pais – (traduzione a cura di Tlon) 

Zombie cinesi?!?

Ecco come il Coronavirus distruggerà l'economia
- Imprese "zombie" piene di debiti e con sempre meno capacità di pagarli -
di Ruchir Sharma

Sebbene la Federal Reserve americana abbia ridotto i tassi di interesse ed il 15 marzo abbia annunciato l'acquisto di miliardi di dollari di buoni del tesoro, questo non ha impedito che il giorno successivo ci fosse in tutto il mondo un crollo dei mercati. Il Coronavirus minaccia di scatenare il contagio finanziario in quella che è un'economia globale che presenta vulnerabilità assai diverse da quelle esistenti alla vigilia della crisi finanziaria globale di 12 anni fa. Per molti versi, oggi il mondo è altrettanto indebitato, se non più, di quanto lo fosse quando nel 2008 c'è stata l'ultima grande crisi. Ma ciò che costituisce il debito, più grande e maggiormente a rischio, è cambiato; dalle famiglie e dalle banche, negli Stati Uniti, che dopo la crisi sono state sottoposte a dei vincoli da parte delle autorità di regolamentazione, fino a quelle che sono le imprese in tutto il mondo. Nella misura in cui le imprese devono fronteggiare la prospettiva di un improvviso arresto dei loro flussi di cassa, le più esposte sono quelle che costituiscono una generazione relativamente nuova di imprese, e che già fanno fatica a ripagare i loro debiti dovuti ai prestiti che hanno acceso. Questa classe di imprese include quelle cosiddette "zombie": imprese che guadagnano molto poco per poter riuscire a pagare gli interessi sui loro debiti e che sopravvivono solo grazie ad emissioni di nuovi debiti.
Aeroporti deserti, treni vuoti e ristoranti con pochi clienti stanno già pregiudicando gravemente l'attività economica. Quanto più a lungo durerà la pandemia, tanto più sarà maggiore il rischio che la crisi si trasformi all'improvviso in una crisi finanziaria, nella quale le aziende zombie possono dare inizio ad una catena di inadempienze, come quelle legate ai mutui subprime del 2008. Le banche centrali di tutto il mondo si trovano ad affrontare la prospettiva a partire dalla quale la crisi di liquidità potrebbe generare una crisi finanziaria, come nel 2008. Ed è per questo che la Fed ha recentemente adottato delle aggressive misure di flessibilizzazione, le quali non rientravano nel manuale di crisi del 2008. Ragion per cui vale la pena chiedersi: perché il sistema finanziario si sente di nuovo così tanto vulnerabile?
Intorno al 1980 circa, il debito globale ha cominciato a crescere rapidamente, nella misura in cui cominciavano a cadere i tassi di interesse e la deregolamentazione finanziaria facilitava l'indebitamento. Alla vigilia della crisi del 2008, il debito era triplicato fino a raggiungere un picco storico. Dopo di che, il debito, in quell'anno, cominciava a calare, ma i bassi tassi d'interesse avevano preso ad alimentare una nuova serie di prestiti. Le politiche monetarie del denaro facile, adottate dalla Fed e combinate con quelle delle banche centrali di tutto il mondo, sono state progettate per mantenere in crescita le economie, e per stimolare il recupero della crisi. Invece, gran parte di questo denaro è andato nell'economia finanziaria, compre le azioni, le obbligazioni ed il credito a basso costo per le aziende non redditizie. I creditori si sono rilassati sempre più, ed hanno concesso prestiti a basso costo ad imprese che avevano delle finanze discutibili. Oggi, l'onere del debito globale si trova di nuovo ad uno dei livelli più alti di tutti i tempi.
Il livello di indebitamento nel settore delle imprese statunitensi equivale al 75% del PIL del paese, superando così quello che era il record precedente stabilito nel 2008. Tra le grandi aziende statunitensi, il peso del debito si trova ad essere precariamente alto nei settori automobilisti, ospedalieri e dei trasporti; tutte industrie, che stanno già avvertendo l'impatto diretto del coronavirus. Nascosti nel mercato del debito aziendale, per un valore corrispondente a 16 mila miliardi di dollari, si trovano quelli che sono molti potenziali problemi, tra cui le imprese zombie, che rappresentano il 16% di tutte le società quotate in borsa negli Stati Uniti, e più del 10% in Europa, secondo quella che è la Bank for International Settlements, vale a dire, la banca delle banche centrali.
Ma le imprese zombie non sono l'unica fonte potenziale di problemi. Per evitare le normative imposte alle imprese pubbliche, a partire del 2008, molte di queste imprese sono diventate privvate attraverso degli accordi che di norma finiscono per sovraccaricare l'impresa con enormi debiti. L'impresa americana media di proprietà di un'impresa di "private equity", di norma ha dei debiti pari a sei volte quello che è il suo profitto annuo. Oggi, nei settori colpiti dal Coronavirus, inclusi trasporti e turismo, automobili e, forse peggio di tutti, petrolio, i segnali di stress da debito si stanno moltiplicando. Colpiti, da un lato, dalla paura che il Coronavirus faccia collassare la domanda, e dall'altro per timore di un'offerta insufficiente, il prezzo del petrolio è sceso a US€ 35 al barile; troppo basso per fare in modo che diverse imprese di petrolio riescano con quel prezzo a pagare i loro debiti e gli interessi. Mentre gli investitori chiedano sempre rendimenti più elevati per poter comprare titoli emessi da imprese finanziariamente instabili, gli interessi chiesti sul debito americano ad alto rischio, da metà febbraio è quasi raddoppiato. Nella prima metà di marzo, gli interessi su questo tipo di debito delle compagnie petrolifere erano vicini a quelli che si vedono nei periodi di recessione. Sebbene il mondo non abbia ancora vista una recessione indotta da un virus, quella di oggi è una rara pandemia. L'effetto diretto sull'attività economica verrà amplificato non solo dal suo impatto sui debitori, ma anche dall'impatto delle società fallite sui mercati finanziari inflazionati. Quando i mercati crollano, ci sono milioni di investitori che si sentono meno ricchi e che riducono le spese. L'economia rallenta.
Quanto più grandi sono i mercati, in relazione all'economia, tanto maggiore è questo «effetto della ricchezza negativa». E, ancora una volta, grazie alle promesse apparentemente infinite di denaro facile, i mercati non sono mai stati così grandi come lo sono adesso. A partire dal 1980, i mercati finanziari globali (principalmente, azioni e titoli) hanno quadruplicato quelle che sono le dimensioni dell'economia globale, portando a dei record superiori a tutti quelli stabiliti prima del 2008. A Wall Street, gli speculatori sperano ancora che il peggio possa passare in fretta e puntano a quelli che sono stati gli incoraggianti sviluppi della Cina. I primi casi erano stati registrati il 31 dicembre, ed il tasso di crescita dei nuovi casi ha raggiunto il picco il 13 febbraio, appena sette settimane dopo. E dopo le prime perdite, il mercato azionario cinese si è ripreso e l'economia sembra fare lo stesso. Tuttavia, i dati divulgati il 16 marzo a proposito delle vendite al dettaglio e sugli investimenti fissi suggeriscono che l'economia cinese in questo trimestre dovrebbe contrarsi. Anche se la Cina non è più l'unico punto focale nella misura in cui il virus si diffonde nel mondo, si teme che la crisi possa tornare nel paese, pregiudicando la domanda per le esportazioni. Nell'ultimo decennio, il debito d'impresa della Cina è aumentato di quattro volte e ha superato i 20 mila miliardi di dollari, uno dei più grandi del mondo. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) stima che un decimo di questo debito viene investito in aziende zombie, le quali dipendono dai prestiti diretti del governo che le mantengono in vita. In altre parti del mondo, aumentano gli inviti ai leader perché creino politiche che offrano un simile sostegno statale anche al fragile settore aziendale. Indipendentemente da quello che fanno i politici, ora il risultato dipende dal Coronavirus e da quanto tempo ci vorrà prima che la sua diffusione inizierà a rallentare. Quanto più il Coronavirus continuerà a diffondersi al ritmo attuale, tanto maggiore sarà la probabilità che le imprese zombie comincino ad estinguersi, deprimendo così ulteriormente i mercati ed aumentando il rischi di un contagio finanziario ancora più ampio.

- Ruchir Sharma - Pubblicato su The New York Times del 21 marzo 2020 -

lunedì 23 marzo 2020

Abbiamo finito le pile!

Il transito
- di  Joelton Nascimento e Silvia Ramos Bezerra -

Assistiamo oggi a quelli che sono dei processi estremi, nei quali raggiungiamo i limiti del nostro modo di vivere: limiti economici, limiti cognitivi. Sappiamo, tuttavia, che potranno essere raggiunti altri modi di vita, dopo, però, un incerto processo di trasformazione più o meno lungo, più o meno tortuoso, più o meno difficile. Marx ha dato a questo processo il nome di transizione. Ed è di questo che intendiamo occuparci qui.
Il comunismo, sosteneva Marx, può essere solo qualcosa che derivi dalle condizioni concrete attuali, e non una qualche idealizzazione. Allo stesso tempo, in relazione a quella che è una società che produce merci, il comunismo è una alterità. Dato che il comunismo è un'alterità derivata dall'esistente, allora bisogna dire della transizione, si deve parlare del passaggio tra l'esistente ed il comunismo.
Noi sosteniamo quanto segue: ci troviamo ad un punto di tracimazione di quelli che sono i limiti dei modi di vita esistenti, e tuttavia senza che ci sia alcuna garanzia che il futuro si traduca in comunismo; al contrario, ci sono delle prove contrarie a questo. Ci troviamo, pertanto, in un momento storico senza alcuna garanzia che si ottenga, come risposta, un'alternativa comunista. Stando così le cose, non possiamo perciò denominare questo momento come di transizione, ma piuttosto come di passaggio, di transito. Abbiamo elaborato quelle che sono tre provocazioni su ciò che chiamiamo transito e che vorremmo discutere con voi.

1 - L'impotenza della scienza ambientale
La prima provocazione riguarda la scienza ambientale. In uno strano opuscolo pubblicato nel 2014, gli storici della scienza Naomi Oreskes e Erik Conway hanno scritto un rapporto sul crollo della civiltà occidentale. La cosa curiosa di questa relazione è che essa è stata scritta come questo collasso fosse già avvenuto. La data della relazione è quella del 2327, in una comunità umana che ha già transitato ed è sorta dalle macerie della civiltà occidentale. In questa distopia, Oreskes e Conway realizzano l'ideale eroico di Günther Anders. Raccontava Anders (e questo, a sua volta, lo ha raccontato Jean-Pierre Dupuy) questa storia (Dupuy, 2015): «Un giorno Noè si era vestito di stracci e si era coperto il capo di cenere - e questo era permesso solo a coloro che avessero perso l'amata sposa, una figlia o un figlio - e si era recato nel centro della città per attirare l'attenzione dei suoi concittadini. Ben presto, intorno a lui si formò una piccola folla. Tutti cominciarono a porre domande, del tipo "chi è morto?", "per chi piangi?" ed egli rispose che era per tutti loro - per quelli che domandavano - che portava il lutto e stava piangendo, perché erano tutti morti. Ci fu subito eccitazione generale: "Quando saremmo morti, Noè?", domandarono. "Domani", rispose Noè. "Dopodomani", disse loro, "il diluvio è qualcosa che è già accaduto, e quando il diluvio è avvenuto, è come se non fosse esistito niente; domani sarà troppo tardi per ricordare, poiché non ci sarà più nessuno per poterlo fare. Quindi non ci sarà alcuna differenza tra i morti e quelli che sono a lutto. Se io vengo da voi anzi tempo, lo faccio per invertire il tempo, per celebrare oggi il lutto di domani". Subito dopo, se ne andò nel suo laboratorio per cominciare a costruire un'arca di salvezza. Di tanto in tanto, ci furono alcuni carpentieri che andavano da lui, e ciascuno unendosi a Noè diceva: "sono venuto per aiutarti affinché quello che hai detto possa diventare falso".».
Ed è esattamente quello che in questo libro fanno Oreskes e Conway. Nel libro, gli umani del futuro che è già avvenuto - o di come possiamo chiamare il futuro che è già passato, vale a dire, quel futuro che ha già fatto il transito - riflettono sul perché la scienza ambientale abbia previsto e abbia messo in guardia per tutto il tempo le persone circa le conseguenze catastrofiche dei cambiamenti climatici, eppure anche così facendo non abbia impedito tali esiti. «Nella preistoria della civiltà», scrivono gli storici del futuro nel libro di Oreskes e Conway, «molte società sono sorte sono crollate, ma poche hanno lasciate altrettante testimonianze di quello che è accaduto loro ed il perché, come hanno fatto gli Stati-nazione del XXI secolo, che si riferivano a sé stesse come Civiltà Occidentale. Perfino oggi, millenni dopo il collasso dell'impero romano e di quello dei Maya, ed un millennio dopo quello dell'impero bizantino e Inca, gli storici, gli archeologi e i paleo-analisti dei collassi non sono stati in grado di a mettersi d'accordo sulle cause primarie delle perdite di popolazione, di potere, di stabilità e di identità di queste società. Il caso della civiltà occidentale è diverso, perché le conseguenze di quelle che erano le sue azioni non solo erano prevedibili, ma sono state previste (...). Infatti, l'aspetto più saliente di questa storia è quanto le persone sapessero e quanto fossero incapaci di agire a partire da quello che sapevano. La conoscenza non si è tradotta in potere» (Oreskes e Conway, 2014).
Il fallimento della relazione tra conoscenza e potere che esperiamo in questo che chiamiamo passaggio, ci induce a ripensare questa relazione tra scienza e potere come un mezzo per una transizione comunista. In occasione di quest'evento, offriremo di certo delle riflessioni che saranno pertinenti in tal senso. In definitiva, perché la conoscenza dell'ambiente non è diventata un qualche tipo di scelta, o un'azione collettiva consapevole che si prestasse ad intervenire su questo ambiente? Questo ci riporta alla riflessione fatta da Slavoj Žižek a proposito del concetto di ideologia marxista: qui la questione non è più quella di «non lo sanno, ma lo fanno», ma piuttosto quella che «lo sanno, e anche così eppure lo fanno» (Zižek , 1997). E la cosa interessante è che per la psicoanalisi questa svolta corrisponde ad una struttura clinica della perversione: dietro questa relazione di impotenza tra il sapere ed il potere, esiste tutta un'intensa attività di negazione, una potente forma di rimozione. Un comunismo che si proponga effettivamente come ipotesi ha bisogno di pensare/agire su questa negazione, su questa rimozione, allo stesso modo in cui, in clinica, lo psicoanalista interviene nei casi di perversione.

2 - Il male senza cattiveria
La seconda provocazione riguarda la violenza. Perché non siamo felici, o non ci sentiamo confortati dopo che Steven Pinker nel suo libro "Il declino della violenza. Perché quella che stiamo vivendo è probabilmente l'epoca più pacifica della storia", ci ha mostrato, con non poca documentazione, che nel corso del tempo la violenza è diminuita? Sappiamo, e soprattutto sentiamo, che per il mondo gira libero un grande Male, ma non si discute con i numeri di Pinker - che mostrano che la malvagità è diminuita, che la violenza premeditata appare essere sempre meno. In questo non c'è alcuna contraddizione. In questo momento di passaggio, il Male si presenta sotto forma insondabile, il Male ci appare sempre più presente, sempre più vicino ed invincibile, in un altro senso, la malvagità, o come dice l'autore la violenza, si può presentare come se fosse in costante diminuzione. Da quando Hanna Arendt ed il suo concetto di "banalizzazione del male", così come Günther Anders ed il suo concetto di "vergogna prometeica" , abbiamo la consapevolezza che il Male, nella contemporaneità, si allontana dalla malvagità, nel senso che le categorie della socializzazione realizzano il Male indipendentemente dalla cattiveria di chiunque di coloro che vengono coinvolti. Non ci sono cattivi che ci permettano di identificarci nelle brave persone. Da qui, l'origine della nostra colpa. È nella Nuova Critica del Valore che tutto questo guadagna quello che è il suo potente substrato di critica dell'economia politica, e più precisamente nel concetto della relazione di feticcio. Le relazioni di feticcio realizzano il Male senza cattiveria e, in tal modo, sfumano e vengono meno le distinzioni tra catastrofi naturali e catastrofi create dalla mano dell'uomo, sfumano le differenze tra i cattivi e i buoni, tra le vittime e gli aguzzini.
Riflettiamoci sopra: i giapponesi hanno parlato di conseguenze della bomba atomica dello "tsunami"; gran parte della stampa ha affermato che il disastro dell'uragano Katrina, a New Orleans, è stato «opera di mani umane», tale era stato il ruolo svolto dalle omissioni nel contenimento dell'emergenza, tale era stato il fallimento dello Stato nelle misure post-catastrofe. Il fatto che il Male si produca al di là della nostra comprensione delle azioni malvagie, appartiene esclusivamente alla nostra epoca: il Male senza cattiveria è un problema del nostro tempo nel mondo. Alcune immagini possono servire ad aiutarci a comprendere cosa stiamo dicendo. Nel 2016, la giornalista ungherese Petra László venne filmata mentre faceva lo sgambetto ad una bambina rifugiata che attraversava correndo i confini del paese. La sua cattiveria ha causato indignazione, ma che cos'è un crudele sgambetto davanti a 6,3 milioni di rifugiati [secondo i dati dell'ultimo rapporto dell'ONU] provenienti dalla Siria nel quadro di una guerra di ordinamento mondiale complessa e sfaccettata? Cosa sarà mai quell'atteggiamento meschino a fronte di 600 immigranti morti nella traversata del Mediterraneo, solo nel mese scorso, secondo quelli che sono i dati dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni! Tuttavia, restiamo ipnotizzati di fronte alla malvagità della László, una radicale di destra, mentre restiamo impotenti di fronte al Male del collasso degli stati nazionali che oggi spingono nella condizione di rifugiati 68,5 milioni di persone.
Nel pluripremiato libro sulle vittime di Chernobyl, pubblicato alcuni anni fa da Svetlana Aleksiévitch, si può trovare il racconto delle ultime ore di Vassíli Ignátienko, raccontate dalla moglie Liudmilla, la quale gli è rimasta amorevolmente accanto mentre lui - fortemente colpito dalle radiazioni, in quanto è stato uno dei primi pompieri a rispondere alla chiamata di emergenza - letteralmente, si liquefaceva. Non esistono precedenti storici che avrebbero potuto preparare Liudmilla ad un Male come quello. Un Male senza alcuna cattiveria malvagia che riesca ad essere alla portata della nostra comprensione. Chernobyl è accaduta senza "malvagità", anche se, dall'altro lato, non è stato affatto un evento "naturale". È questo il Male al quale facciamo qui riferimento, ed è questo forse il motivo profondo del sottotitolo del libro della Aleksiévitch: «cronaca del futuro» ( Aleksiévitch, 2016).
Recentemente, l'amministrazione Trump ha promosso una politica carceraria che ha scioccato il mondo imprigionando i bambini separati dai loro genitori, immigrati clandestinamente. Le immagini dei bambini in gabbia hanno fatto il giro del mondo e hanno fatto sì che il presidente degli Stati Uniti tornasse sui suoi passi in quella che è la sua biopolitica carceraria. Come sappiamo a partire dai servizi del giornalista Michael Wolff, Donald Trump non è tanto un cattivo, quanto piuttosto un narcisista megalomane che vuole essere l'«uomo più famoso del mondo» grazie alle tecniche del "reality show" (Wolff, 2018). Il suo sogno, per quanto siamo portati a non crederci, non è quello di essere un super-cattivo, ma solo di essere famoso. L'esser tornato indietro sui suoi passi, indica questo: Trump ha ottenuto una delle copertine più interessanti di Times e ha portato a termine quello che è stato un "episodio" del suo reality. Un triste epilogo per l'espressione realpolitik. Ciò nonostante, la battuta di arresto biopolitica di Trump ha evidenziato qualcosa di ben reale: ci ha dato uno spoiler sul futuro, ed è in tal modo che dev'essere interpretato il grido lanciato dalla giornalista Rachel Maddow, di qualche settimana fa, che è anche arrivato in maniera virale sulle reti sociali, circa il fatto di non aver potuto dare notizie sui centri di detenzione per bambini e neonati. Non si tratta di un grido indignato a fronte di una malvagità, ma piuttosto di un grido simile a quello di Liudmila Ignátienko, davanti al marito che sta liquefando: un urlo dirompente dovuto al fatto di trovarsi davanti al Male, ma senza cattiveria.

3 - La scienza di fronte ai problemi ambientali, nessun problema, solo situazioni difficili.
Arriviamo così alla nostra terza ed ultima provocazione. Nel romanzo di Justin Cronin, "Il Passaggio", il primo di una trilogia, seguiamo la storia di un personaggio che pensiamo forse rappresenti il dramma della scienza di fronte al passaggio che percepiamo. Dopo un disastro biologico causato dal rilascio di un virus che trasforma uomini e donne in zombie-vampiri dotati di superpoteri fisici, le comunità umane vivono asserragliati in piccoli accampamenti militarizzati. Una delle esigenze di questi campi è quella di mantenere un'intensa luce notturna in modo da poter tenere lontani gli zombie-vampiri. Qui, uno dei personaggi cui ci riferiamo è quello di Michael, il responsabile delle batterie che alimentano le luci notturne catturando l'energia solare, dal momento che non ci sono più centrali idroelettriche in funzione. Michael si rende conto che le batterie hanno un ciclo sempre minore, e che in breve tempo non saranno più in grado di alimentare la luce notturna per tutto il tempo necessario, condannando così il campo. Al problema delle batterie non c'è più alcuna soluzione possibile, quindi non si tratta più di un problema, ma di una situazione difficile per quella comunità - nella distinzione che tra problema è contingenza fa John Michael Greer -  dal momento che non ci troviamo di fronte ad un problema cui dobbiamo trovare una delle soluzioni, bensì siamo davanti ad una contingenza, ad un destino del nostro tempo. A fronte di un problema, una soluzione, ma davanti ad una situazione, ad una contingenza c'è solo una risposta; davanti ai problemi, siamo risolutivi, ma di fronte ad una situazione siamo responsabili.
Il dramma di Michael "Circuito" è il seguente: «Ripararle era impossibile. Non erano fatte per essere riparate, ma per essere sostituite. Potevi cambiare tutte le guarnizioni che volevi, eliminare le parti corrose, sostituire i fili dei regolatori di carica, ma era fondamentalmente inutile, perché le membrane polimeriche erano cotte, irrimediabilmente incrostate di acido solfonico. Era questo che gli diceva il monitor con quei suoi singulti, giorno dopo giorno. A meno che non fosse arrivato l’esercito americano con un nuovo set di accumulatori freschi di fabbrica – “Oh, scusate, ci eravamo dimenticati di voi!” –, le luci si sarebbero spente. Un anno, due al massimo. E, a quel punto, sarebbe toccato a lui, Michael il Circuito, alzarsi e dire: “Statemi bene a sentire, tutti quanti, ho una notizia non tanto buona da darvi. Le previsioni meteo per stanotte? Buio, con urla diffuse. È stato bello tenere le luci accese, ma adesso è arrivata la mia ora: devo morire, come tutti voi”.» (Cronin, 2010).
Questo dramma, non corrisponde forse al dramma della scienza ambientale, che ogni giorno scopre che sono già in atto processi irreversibili di intensi mutamenti climatici? E che, perciò, ogni giorno, in sempre più zone di interesse umano, attraversiamo un punto di non ritorno? Che il momento degli allarmi per le soluzioni sta passando e che quindi ora rimangono solo i momenti di contingenza, di risposte, di responsabilità? Ma qui appare anche il dramma della comunità di destino, poiché lo scienziato si trova ad essere in una comunità di destino insieme a chi non è scienziato, dal momento che dopo tutto viviamo in un mondo comune, senza che questo possa essere negato in alcun modo, essendo la morte l'aspetto principale di questo destino - e non c'è da stupirsi che alcuni scienziati accarezzino il desiderio di «superare la barriera della morte». Il dramma sta nel fatto che sono nei momenti estremi appare evidente alla comunità il suo destino; solo di fronte ad un terribile incendio, viene finalmente compresa l'architettura dell'edificio.
Stando così le cose, laddove esiste il potenziale di/per una comunità di destino, si manifesta l'ipotesi comunista. Ed è in queste congiunzioni, che possiamo attribuire solo allo Spirito Santo [*1], che Michael deduce dall'ebraico Mi-kha-el, colui/quello (Mi), che è come (Kha) Dio (El). E non è forse questa l'esperienza fondamentale introdotta dal cristianesimo: che il figlio di Dio - colui che, in quanto figlio «è come» il padre, si è messo in comunità di destino con l'umanità, morendo insieme a tutti e a tutte?
Una delle domande importanti che rimane aperta è: potrebbe, il passaggio, dar luogo ad una realizzazione storica dell'idea di comunismo? Ciò dipende da quello che pensiamo e facciamo in quanto passeggeri.
E questo è tutto. Proprio come per Michael e le sue batterie della fine del mondo, è stato bello tenere accese le luci stando insieme a voi.

- Joelton Nascimento e Silvia Ramos Bezerra -
Conferenza tenuta il 3/7/2018 in occasione dell'evento "Scienza e Ipotesi Comunista"

NOTA:

[*1] - Qui, va ricordato che, per Lacan, lo Spirito Santo costituisce l'«ingresso del significante nel mondo» (Lacan, 1995).

Bibliografia:

- "Preghiera per Cernobyl'. Cronaca del futuro", di Svetlana Aleksievic. Edizioni E/O.
- "Il Passaggio", di Justin Cronin. Mondadori.
- "Piccola metafisica degli tsunami. Male e responsabilità nelle catastrofi del mondo", di Jean-Pierre Dupuy. Donzelli.
- "Il seminario. Libro IV. La relazione oggettuale 1956-1957", di Jacques Lacan. Einaudi.
- "Il crollo della civiltà occidentale", di Naomi Oreskes e Erik Conway. Edizioni Piano B.
- "L'epidemia dell'immaginario", di Slavoj Žižek. Meltemi.

fonte: LavraPalavra

domenica 22 marzo 2020

2019-NCov: la freddezza delle sigle...

Pubblichiamo qui di seguito le «note sul Coronavirus» del biologo dell'evoluzione e filo-geografo marxista Robert G. Wallace, autore di "Big Farms Make Big Flu" pubblicato nel 2016, libro abbondantemente citato dai compagni di Chuang, il cui intervento sulla «guerra di classe microbiologica» ha ormai fornito quello che è un nuovo classico della teoria della "comunizzazione". Datato 29 gennaio, questo testo costituisce la prima analisi che l'autore ha svolto nel contesto della congiuntura del Covid-19, ed è quindi precedente all'intervista del 13 marzo (disponibile in italiano qui) e alle sue nuove risposte alle domande fatte il 15 marzo [qui]. Quindi, malgrado alcune indicazioni statistiche divenute obsolete, quella che è l'analisi di fondo di Wallace trae la sua forza dal porsi al crocevia di molteplici campi, quali la biologia, l'ecologia e la critica dell'economia politica e dal rifiutare nettamente qualsiasi campismo politico tra la Cina ed il mondo occidentale. Nel criticare, da un lato, la sino-fobia dominante e, dall'altro, il produttivismo cinese, Wallace propone quella che è la strada di un «comunismo degli esseri viventi».

Note sul nuovo Coronavirus
- di Robert G. Wallace -

Un nuovo letale coronavirus, il 2019-nCoV, apparentato alla SARS e alla MERS, e che sembra abbia avuto origine nei mercati di animai vivi di Wuhan, in Cina, sta cominciando a diffondersi in tutto il mondo. Le autorità cinesi hanno segnalato, a livello nazionale, 5.974 casi in tutto il paese, di cui 1.000 gravi [dati del 29/1/2020. L'OMS ha parlato di 80.981 casi, di cui al 12 marzo i decessi sono stati 3.173]. I focolai infettivi si trovano in quasi tutte le province, e le autorità hanno avvertito che 2019-nCoV sembra diffondersi fuori dal suo epicentro. Questa valutazione sembra supportata da un primo modello. Il tasso di riproduzione di base del virus, che misura il numero dei nuovi casi per infezione senza limitarlo ai possibili casi di infezione, è salito a 3,11. Ciò significa che, a fronte di una tale dinamica, una campagna di controllo deve porre il limite di quasi il 75% di nuove infezioni, per poter sperare di contenere l'epidemia. Il team incaricato di impostare il modello, ha stimato in più di 21.000 il numero dei casi - identificati o meno - per la sola città di Wuhan [al 15 marzo, le stime dell'OMS parlano di 70.000 casi per la provincia di Hubei, di cui Wuhan è la capitale]. Il sequenziamento completo del genoma del virus, mostra solo poche differenze tra i campioni prelevati in tutto il paese. Se un virus RNA, con un'evoluzione così rapida, conosce una propagazione più lenta, si possono allora constatare delle disparità nelle mutazioni che si accumulano in alcuni luoghi. Il coronavirus comincia ad apparire all'estero. Ci sono dei viaggiatori portatori del 2019-nCoV che sono stati isolati in Australia, in Francia, a Hong Kong, in Giappone, in Malesia, in Vietnam, a Singapore, in Corea del Sud, Tahilandia, a Taiwan e negli Stati Uniti, con conseguenti epidemie locali in almeno sei di questi paesi. Dato che il contagio avviene tra esseri umani in cui il periodo di incubazione (presunto) è di 2 settimane, prima che la malattia si manifesti, la sua diffusione nel mondo intero non potrà che verificarsi. Il fatto di sapere se ci sarà «Wuhan dappertutto», rimane una questione aperta.
La diffusione massima del virus a livello globale, dipenderà dalla differenza tra tasso di infezione e tasso di escrezione dell'infezione, in seguito alla guarigione o al decesso. Se il tasso di infezione è molto più alto del tasso di escrezione, potrebbe venire infettata la quasi totalità della popolazione mondiale. Tuttavia, è probabile che questo scenario possa presentare delle ampie variazioni geografiche, sia per le differenze tra le reazioni dei diversi paesi che a causa delle probabilità di morte. Gli scettici circa l'ipotesi pandemica non credono in una simile possibilità. Il numero di pazienti deceduti a causa di un'infezione del 2019-nCoV è molto più basso di quello di una classica influenza stagionale. Ma l’errore consiste nel confondere il primo stadio di un'epidemia con quella che è la natura fondamentale di un virus. Le epidemie sono dinamiche. Certo, alcune vengono riassorbite, forse avverrà anche con il 2019-nCoV. Tuttavia, c'è bisogno che l'evoluzione giochi le carte giuste e serve un po' di fortuna per arrivare che avvenga un'eliminazione spontanea. Talvolta succede che non ci sono ospiti a sufficienza perché si possa mantenere il contagio. Altre epidemie, invece, esplodono. Quelle che riescono ad occupare il centro della scena mondiale possono anche arrivare a cambiare le regole del gioco, anche se alla fine si estinguono. Rompono la monotonia della vita quotidiana, anche quella di un mondo che si trova in crisi e in cui c'è la guerra.

Il punto cruciale della questione è la mortalità di ogni ceppo pandemico.
Se il virus si rivela essere meno contagioso o mortale di quanto si pensava all'inizio, la civiltà continuerà il suo corso, malgrado i morti. L'epidemia di influenza H1H1 del 2009, che più dieci anni fa ha terrorizzato così tante persone, si è rivelata meno virulenta di quanto si pensava inizialmente. Ma anche quel ceppo si diffuso tra la popolazione mondiale, uccidendo silenziosamente numerose persone malate, in una proporzione molto più grande di quanto lasciavano intendere le rettifiche che si sono allora succeduta. Il virus H1N1 (del 2009), il primo anno è stato responsabile della morte di 579.000 persone, causando delle complicazioni in un numero di casi che è stato 15 volte superiore a quello che era stato originariamente previsto dai test di laboratorio. Il pericolo risiede nell'interconnessione senza precedenti dell'umanità. L'influenza H1H1 del 2009 ha attraversato l'Oceano Pacifico in 9 giorni, superando di diversi mesi quella che era stata la rapidità prevista dai modelli più avanzati della rete globale di trasporto. I dati delle compagnie aeree mostravano una moltiplicazione per 10 volte dei voli interni cinesi rispetto a quelli risalenti al periodo dell'epidemia di SARS (2002-2003).  Con una simile "percolazione", la bassa mortalità di quello che è un gran numero di infezioni può tuttavia tradursi ancora in un gran numero di decessi. Se 4 miliardi di persone venissero infettate con un tasso di mortalità di solamente il 2% - meno della metà di quello che è stato il tasso della pandemia di influenza spagnola del 1918 - i morti sarebbero 80 milioni. E, contrariamente a quanto avviene per l'influenza stagionale, non disporremmo né dell'immunità collettiva di gregge, né del vaccino per poterla rallentare. Anche se ne acceleriamo il suo sviluppo, ci vorranno almeno 3 mesi per poter produrre un vaccino per il 2019-nCoV, ammesso che funzioni. I ricercatori sono stati in grado di mettere a punto un vaccino contro l'influenza aviaria H5N2 solo dopo che ha avuto fine l'epidemia negli Stati Uniti. Un parametro epidemiologico cruciale consisterà quindi nel rapporto esistente tra l'infettività ed il momento in cui insorgono i sintomi. La SARS e la MERS hanno dimostrato di essere contagiose solo dal momento in cui apparivano i sintomi. Se vale lo stesso anche per il Cov 2019, potremmo allora ritenere di essere sulla buona strada. Anche in assenza di un vaccino, o di adeguati antivirali, potremmo mettere i malati in quarantena, ponendo così fine alla catena di trasmissione grazie ad una politica sanitaria pubblica che risale al 19° secolo. Tuttavia, domenica [26 gennaio] il ministro della sanità cinese, Ma Xui, ha stupito il mondo intero annunciando che il 2019-nCoV si è rivelato infettivo ancor prima della comparsa dei sintomi. È a causa di questa inversione di tendenza che gli epidemiologi americani, infuriati, chiedono di avere accesso a quelli che sono i nuovi dati relativi all'infettività. Lo shock attiene al fatto che i ricercatori americani non si aspettavano che il virus evolvesse al di fuori di quello che loro consideravano l'alfa e l'omega dei modelli di sanità pubblica. Se le notizie riguardanti l'infettività vengono confermate, le autorità sanitarie non saranno in grado di riconoscere quali sono i nuovi casi attivi in base ai sintomi. Tutte queste incognite - la sorgente esatta, l'infettività, la penetrazione e i possibili trattamenti - spiegano il motivo per cui gli epidemiologhi e i responsabili della salute pubblica sono così preoccupati circa il 2019-nCoV. Contrariamente a quanto avviene con le influenze stagionali, alle quali si riferiscono gli scettici dello scenario pandemico, l'incertezza in materia destabilizza i medici. Essere preoccupati, è nella natura di questo lavoro. Una simile preoccupazione è parte integrante delle probabilità stesse, e gli errori sistemici sono in gran misura parte essi stessi parte integrante della professione medica. I danni causati dalla mancanza di preparazione nei confronti di un'epidemia che si rivela mortale, superano largamente l'imbarazzo causato da una preparazione, nei confronti di un'epidemia, che non è all'altezza del battage mediatico. Ma, in un'epoca che celebra l'austerità, sono pochi i governi desiderosi di pagare per un disastro di cui non sono certi - quali che siano i guadagni collaterali derivanti dalle precauzioni. In molti casi, la scelta della risposta non è comunque nelle mani degli epidemiologi. Le autorità statali che prendono le decisioni si destreggiano tra obiettivi multipli e assai spesso contraddittori. Il contenimento di un'epidemia, anche mortale, non sempre viene considerato decisivo. Mentre la autorità si sbattono per sapere come reagire, la portata del disastro può conoscere improvvisamente un'accelerazione. Come dimostra lo stesso 2019-nCoV - il quale in un mese è passato dall'essere presente su un solo mercato alimentare alla scena mondiale - le statistiche possono crescere così tanto e così velocemente da infliggere un colpo fatale ai migliori tentativi sul terreno degli epidemiologi sul campo; che sono la loro ragion d'essere. Le mie stesse reazioni viscerali a questa evoluzione della malattia sono passate dall'inquietudine all'impazienza, passando per la frustrazione.

Sono un biologo dell'evoluzione e uno specialista in filo-geografia della sanità pubblica. Ho lavorato per 25 anni, la più parte di quella che è stata la mia vita adulta, su diversi aspetti di queste nuove pandemie. Come ho già spiegato altrove e con l'aiuto di molti altri, ho tentato di mettere a frutto quanto ho investito dello stato delle conoscenze di questi agenti patogeni, che va dal sequenziamento genetico nel corso delle mie prime ricerche alla geografia economica dell'utilizzo del suolo, all'economia politica dell'agricoltura internazionale e all'epistemologia delle scienze. La lucidità a volte rende l'animo amaro. Nel momento in cui le reti sociali brulicano di domande sul 2019-nCoV, la mia prima reazione rasentava la provocazione e la stanchezza. Cosa vi aspettate che dica, esattamente? Cosa volete che faccia? Nel cercare di consigliare, sia sul piano personale che su quello professionale, amici e colleghi ho commesso diversi errori. Alla domanda di un mio amico agricoltore riguardante il fatto che stesse per andare all'estero, gli ho raccomandato di portarsi una maschera chirurgica, di lavarsi le mani prima di ogni pasto e di smettere di scoparsi il bestiame. L'umorismo nero macabro mi aiuta a superare l'ansia, ma nel sentire la sua risposta: «non devo più scopare il mio bestiame, sul serio?», mi sono reso conto di aver perso un'occasione per stare zitto. In maniera poco elegante, ho chiesto scusa. Dopo, il mio amico ci ha riso sopra. È uno dei rischi del mestiere. Siamo esposti alla paura esistenziale causata dall'inerzia politica con cui gli epidemiologi devono affrontare nel momento in cui preparano il mondo ad una pandemia quasi ineluttabile, un'epidemia per la quale gli elettori ritengono che non ci sarà una cura se non quando sarà troppo tardi. Se si scoprirà che il 2019-nCoV è la Gande Bestia - cosa che non è ancora sicura -, a questo stadio ormai non c'è più molto da fare, se non chiudere tutti i boccaporti sperando che il virus non uccida il 90% della popolazione mondiale, ma solo una piccola frazione. È evidente che l'umanità non dovrebbe cominciare a reagire ad una pandemia solo quando questa è già cominciata. In tal caso, si tratta di una rinuncia totale ad ogni prassi o teoria finalizzata ad anticiparla. E dire che i nostri leader, in qualità di allievi più istruiti, si richiamano a Prometeo!
Come ho scritto 7 anni fa: «Penso che ci vorrà molto tempo prima che si abbia l'occasione di parlare di un'epidemia di influenza umana, se non di sfuggita. Anche se la preoccupazione appare come una comprensibile reazione istintiva, essa è, in questa fase, leggermente tardiva. La bestia, da dove proviene, ha lasciato ormai da tempo il fienile, letteralmente». Nel corso di questo secolo abbiamo già identificato dei nuovi ceppi di peste suina africana, Campylobacter, Cryptosporidium, Cyclospora, Ebola, E. coli O157:H7, afta epizootica, epatite E, Listeria, virus Nipah, febbre Q, Salmonella, Vibrio, Yersinia, Zika e diverse nuove varianti del virus dell'influenza A, tra cui H1N1 (2009), H1N2v, H3N2v, H5N1, H5N2, H5Nx, H6N1, H7N1, H7N3, H7N7, H7N9 et H9N2. E poco o niente di concreto è stato intrapreso nei confronti di questi nuovi ceppi. Dopo ogni svolta favorevole agli eventi, le autorità hanno tirato un sospiro di sollievo: ripetendo ogni volta quel lancio di dadi che non riesce mai ad abolire il caso epidemiologico, si assumono il rischio di vedere uscire una combinazione fatale di massima virulenza e trasmissibilità. Il problema insito in un approccio del genere, va al di là della semplice mancanza di preveggenza o di decisione. Gli interventi di urgenza, per quanto necessari siano al fine di porre rimedio a ciascuno di questi inconvenienti, non possono fare altro che aggravare la situazione. In effetti, le modalità di questi interventi sono in concorrenza tra loro. E, come sosteniamo io ed i miei colleghi, i criteri di emergenza vengono utilizzati per imporre un'egemonia in senso gramsciano, per impedire che si possa parlare di interventi strutturali in materia di produzione o di potere. Proprio perché, lo sapete, ci viene detto: C'È UN'EMERGENZA!
In aggiunta a questo piccolo gioco di rimozione, l'incapacità di affrontare i problemi strutturali può annullare l'efficacia di questi stessi interventi di emergenza. La soglia, al di sotto della quale le misure profilattiche e di quarantena cercano di ridurre la popolazione di agenti patogeni (per fare in modo che quest'infezione si esaurisca da sé sola, per mancanza di nuovi soggetti di infezione), è essa stessa determinata da quelle che sono delle cause strutturali. Come ha scritto il nostro team a proposito dell'epidemia di Ebola in Africa occidentale: «La trasformazione della foresta in merce, ha probabilmente abbassato la soglia eco-sistemica della regione, a tal punto che nessun intervento di emergenza può fare scendere l'epidemia di Ebola ad un livello sufficientemente basso perché esso si estingua da solo. I nuovi contagi manifestano un maggior potere infettivo. All'altro estremo della curva epidemica, continua a circolare quella che è un'epidemia matura, con la possibilità che ci siano dei rimbalzi intermittenti. In breve, i cambiamenti strutturali del neoliberismo non costituiscono solo un semplice sfondo su cui si starebbe sviluppando la catastrofe chiamata Ebola. Questi cambiamenti sono altrettanto costitutivi della catastrofe quanto lo è il virus stesso[...] La deforestazione e l'agricoltura intensiva possono neutralizzare l'attrito stocastico dell'agro-foresteria tradizionale, la quale in genere impedisce al virus di trasmettersi in queste proporzioni significative».
Sebbene oggi esistano sia un vaccino efficace che un antivirale, il virus Ebola continua ad essere attualmente la più grande epidemia mai registrata nella Repubblica Democratica del Congo. Cosa è successo nel frattempo? Dov'è ora il Dio biomedico? Criticare i congolesi per aver nascosto questo loro fallimento è una dimostrazione di malafede coloniale, che se ne lava le mani dell'imperialismo e dei suoi decenni di aggiustamenti strutturali e di instaurazioni di regimi favorevoli agli interessi dei paesi del Nord. Non si può più dire che non c'è niente da fare, sebbene sia corretto criticare la tendenza a reagire solo alla comparsa di nuove malattie. In ogni angolo del mondo, esiste un programma progressista da applicare in caso di epidemia, che comprende la creazione di gruppi di mutuo appoggio in ogni quartiere, la rivendicazione della disponibilità gratuita dappertutto dei vaccini e degli antivirali, insieme alle forniture mediche e alla garanzia di sussidi di disoccupazione e di copertura medica nel caso che l'epidemia possa indebolire l'economia.
Ma questo modo di considerare ed organizzare le cose, che è parte integrante dell'eredità della sinistra, sembra che abbia lasciato campo libero ad un'attività più prosaica (e discorsiva). Sia sinistra che a destra, la propensione reazionaria favorevole al controllo delle malattie mi ha portato a sostenere gli sforzi per preservare e sostenere le agricolture anticapitaliste. Fermiamo le epidemie che non possiamo gestire prima ancora che si manifestino. A questo punto della mia carriere, visto il ritmo strutturale delle situazioni di emergenza, spesso scrivo delle malattie infettive solo in termini di tendenze.

Le cause strutturali delle malattie si trovano ad essere esse stesse oggetto di un acceso dibattito. Inoltre, permangono degli interrogativi circa le origine del 2019-nCoV. Innanzitutto si è fatto un caso del mercato alimentare di Wuhan, con la sua predilezione tutta orientalista per gli strani e sgradevoli regimi alimentari, che simboleggiano anche la fine di una biodiversità che l'Occidente, da parte sua, ha ridotto a niente e che avrebbe dato odiosa origine a delle terribili malattie: «Il tipico mercato cinese offre della frutta e dei legumi,  e nelle sue macellerie,  del manzo, del maiale e dell'agnello, dei polli interi spennati - la cui testa ed il becco sono annodati - dei granchi e dei pesci vivi che nuotano nel vortice dei loro acquari. Alcuni vendono dei prodotti più insoliti: tartarughe, serpenti, cicale, porcellini d'India, ratti del bambù, tassi, civette della palma, ricci, lontre e perfino lupacchiotti. Tutti vivi». I serpenti citati precedentemente, sono stati marchiati come significanti e significati, come fonte letteraria del 2019-nCoV, proclamati simultaneamente sia come se fossero un paradiso perduto che un peccato originale che viene tenuto nelle loro bocche. Ci sono prove epidemiologiche a sostegno di una tale ipotesi. 33 dei 585 esemplari del mercato di Wuhan si sono rivelati positivi al 2019-nCoV, 31 dei quali erano provenienti dall'estremo occidente del mercato, dove si concentra il commercio di animali selvaggi. Al contrario, solo il 41% di questi esemplari positivi è stato prelevato nelle vie dove ci sono in negozi nei quali gli animali vengono parcheggiati. Una quarto delle prime persone infette non aveva mai messo piede nel mercato di Wuhan, o non era mai stato esposto direttamente. Il caso più vecchio è stato identificato prima che il mercato fosse interessato dal contagio. Altri venditori infetti commerciavano solo maiali, un tipo di bestiame che possiede un ricettore molecolare comune che lo rende altrettanto vulnerabile, cosa che ha portato uno dei team di ricerca a credere che i suini fossero la potenziale origine del nuovo coronavirus. Combinata con la peste suina africana, la quale lo scorso anno ha ucciso la metà dei suini cinesi, quest'ultima ipotesi sarebbe stata disastrosa. Si è già assistito a simili convergenze di malattie, che portano anche ad un'attivazione reciproca interna, dove le proteine di ogni agente patogeno si catalizzano vicendevolmente, favorendo dei nuovi sviluppi clinici e delle trasmissioni dinamiche delle due malattie.
Tuttavia, la sino-fobia occidentale non assolve la politica cinese in materia di sanità pubblica. Di certo, la rabbia e la frustrazione manifestata dall'opinione pubblica cinese contro le autorità locali e federali per la loro lentezza nel reagire, non devono servire ad alimentare la xenofobia. Ma quelli che sono i nostri sforzi per non cadere in questa trappola, rischiano di farci trascurare l'essenziale simmetria agro-ecologica.
Se lasciamo da parte l'aspetto della guerra culturale, bisogna riconoscere che in Cina i mercati di prodotti freschi e di cibi esotici costituiscono degli alimenti di base, accanto alla produzione industriale esistente a partire dalla liberalizzazione economica post-Mao. In realtà, i due modi di alimentazione vanno compresi insieme attraverso il prisma dell'utilizzo del territorio. L'espansione della produzione industriale può spingere le specie selvatiche (sempre più capitalizzate) che entrano nell'alimentazione, ancora più profondamente in quelli che sono gli spazi primari, portando così alla comparsa di una più grande varietà di agenti patogeni potenzialmente proto-pandemici. Le circoscrizioni periurbane, la cui densità di popolazione ed estensione è sempre più crescente, potrebbe far crescere la zona di interazione (e i contagi) tra le popolazioni selvagge non umane e nella campagna recentemente urbanizzata. In tutto il mondo, perfino le specie più selvagge vengono incorporate nelle catene di valore agro-alimentari: tra queste, lo struzzo, l'istrice e il porcospino, il coccodrillo, il pipistrello della frutta e la civetta delle palme, i cui escrementi contengono delle bacche parzialmente digerite che vengono utilizzate per produrre il caffè più caro del mondo. Alcune specie selvagge si trovano sul piatto ancor prima di essere state identificate scientificamente, fra di essi un nuovo genere di squalo dal muso corto che è stato trovato in un mercato a Taiwan. Tutte queste specie vengono sempre più considerate come se fossero delle merci. Via via che la natura viene spogliata, un luogo dopo l'altro, specie dopo specie, ciò che ne rimane diventa ancora più prezioso. L'antropologo weberiano Lyle Fearnley ha osservato che gli agricoltori usano costantemente la distinzione tra natura selvaggia e addomesticata come se fosse un significante economico, producendo quindi dei nuovi valori e significati connessi ai loro animali, anche per rispondere a quelli che sono gli allarmi epidemiologici che sono stati diffusi nei loro settori. Un marxista potrebbe ribattere che questi significanti emergono in un contesto che va ben al di là del controllo dei piccoli proprietari, e che si estende al circuito mondiale del capitale.
In questo modo, benché la distinzione tra aziende agricole e mercati di prodotti freschi non è priva di conseguenze, si rischia di non cogliere quelle che sono le loro somiglianze ( e le loro relazioni dialettiche). Queste distinzioni si mescolano attraverso altri meccanismi. Molti agricoltori nel mondo, compresa la Cina, sono in realtà dei subappaltatori che, per esempio, allevano pulcini di un giorno destinati alla trasformazione industriale. Di modo che, ad esempio, nelle piccole fattorie di fornitori che si trovano ai margini di una foresta, ecco che un animale destinato all'alimentazione può essere contaminato da un agente patogeno già ancor prima di essere inviato verno un impianto di trasformazione situato nella periferia di una grande città. L'espansione delle aziende agricole industrializzate, d'altra parte, sta costringendo un settore agro-alimentare sempre più sottomesso al mercato a dislocarsi ancora più lontano nella foresta, aumentando così la probabilità di reintrodurre un nuovo agente patogeno, riducendo al contempo la complessità ambientale per mezzo della quale la foresta può interferire con le catene di trasmissione.

In seguito, il capitale strumentalizza queste indagini sulle malattie. Criminalizzare i piccoli proprietari terrieri, ormai fa parte dell'arsenale di amministrazione delle crisi agroalimentari, ma è chiaro che queste malattie attengono a dei sistemi di produzione, nel tempo, nello spazio e nel modo, e non solo a degli attori specifici, i quali a loro volta possono essere individuati. In quanto gruppo, i coronavirus sembrano superare queste distinzioni. Mentre la SARS ed il 2019-nCoV sono apparsi visibilmente sui mercati dei prodotti freschi - a parte i suini -, il MERS, l'altro coronavirus mortale, è venuto fuori direttamente dal settore dell'allevamento industriale di cammelli in Medio Oriente. Questa è una delle spiegazioni della virulenza di questi virus che viene ampiamente ignorata nelle discussioni scientifiche più ampie. Tutto questo dovrebbe servire a cambiare il nostro modo di pensare. Io raccomanderei di andare oltre la comprensione delle cause e degli interventi su queste malattie, come se fosse un soggetto biomedico, o perfino eco-sanitario, per avventurarci invece nel campo delle relazioni eco-sociali. Ci sono altri atteggiamenti, altri ethos che aprono altre strade. Alcuni ricercatori consigliano di modificare geneticamente il pollame e il bestiame in modo da renderli resistenti a queste malattie. Non si chiedono se gli animali che sono stati resi asintomatici e destinati al consumo non continuerebbero comunque a fare circolare questi virus fino a quando non contamineranno degli esseri umani, i quali non sono stati geneticamente modificati, loro.
Andando indietro nel tempo, a nove anni fa, all'origine del mio disappunto, quando scrivevo circa il principio essenziale, assente in questi tentativi di eliminazione degli agenti patogeni attraverso l'ingegneria genetica: «Al di là della questione finanziaria, il nuovo pollo Frankenstein, in particolare quello destinato ai paesi poveri, la performance dell'influenza è in parte dovuta alla sua capacità di superare e sopravvivere a simili pallottole d'argento. È facile confondere le ipotesi associate ad un modello che lucra sulla biologia attraverso quello che ci si aspetta dalla realtà materiale, in cui le aspettative vengono scambiate per proiezioni, e le proiezioni per predizioni. Una delle fonti di errore , è la pluridimensionalità del problema. Anche i ricercatori più convenzionali cominciano ad ammettere che l'influenza è più di un semplice virus o di una banale infezione; che essa oltrepassa i confini disciplinari (e i piani di sviluppo economico), sia in quelle che sono tanto le loro forme quanto il loro contenuto. Gli agenti patogeni sfruttano spesso quelli che sono dei processi accumulatisi a livello di organizzazione bio-culturale, per risolvere delle difficoltà incontrate su un'altra scale, soprattutto molecolare». Il business agro-alimentare ci spinge continuamente verso un futuro tecno-utopico per poterci mantenere i una passato confinato alle relazione capitalistiche. Siamo fatti per girare in tondo in quelli che sono i circuiti delle merci, proprio     quelli dove le malattie in arrivo fanno galoppare i loro esperimenti. Il brivido segreto (ed il terrore conclamato) che gli epidemiologi provano durante un'epidemia, non è altro che una sconfitta vestita di eroismo. La quasi totalità della professione si trova attualmente strutturata intorno a dei compiti post - festum, come quelli dello stalliere che con la sua pala e la sua spazzola segue gli elefanti del circo. Nel quadro del programma neoliberista, gli epidemiologi e le équipe sanitarie pubbliche sono finanziati solo per ripulire la merda del sistema, razionalizzando nel contempo le peggiori pratiche che in molti casi portano a delle pandemie mortali.
Nel suo commento a proposito del nuovo coronavirus, un certo Simon Reid, professore di Controllo delle malattie infettive all'Università del Queensland, ci fornisce un esempio di quella che è l'incongruenza che ne deriva. Reid salta da un soggetto ad un altro, senza mai riuscire a vedere, a partire da quelle che sono solo le sue osservazioni tecniche, quale sia il quadro generale. Queste divagazioni non sono dovute necessariamente alla sua incompetenza o alla sua malevolenza. Sono rivelatrici, piuttosto, delle contraddittorie richieste provenienti dall'università neoliberista. Di recente, nella sinistra radicale statunitense esiste un consenso per parlare di una classe di inquadramento manageriale (professional-managerial class, PMC). I socio-democratici di Jacobin detestano questi capitalisti della classe manageriale, i quali cercano - anche loro - di unirsi in un ipotetico governo Sanders, mentre gli statalisti ritengono questi quadri anch'essi dei proletari. Senza voler entrare in questo dibattito metafisico - quanti manager possono ballare sulla punta di una siringa - va notato che anche se in l'esistenza della PMC, in epidemiologia è teorica, devo dire che io li ho incontrati in carne ed ossa. Essi sono tra noi!
Reid e gli altri epidemiologi istituzionali devono farsi carico di sradicare quelle che sono le malattie di origine neoliberista - sì, anche quelle al di fuori della Cina - gratificandoci di tutta una serie di rassicuranti banalità sul sistema che li paga, e su come esso funziona bene. Si tratta di un mandato paradossale  che molti medici decidono di accettare, e perfino di sostenere, anche se le pratiche epidemiologiche che ne derivano minacciano milioni di persone. Reid capisce più o meno che il sistema di produzione e di conservazione degli alimenti spiega in parte il 2019-nCoV (così come hanno fatto alcuni dei suo predecessori, glorie dei programmi di tele-realtà epidemiologica che sono stati, fino ai giorni nostri, una caratteristica di questo secolo). Ma nel presentare questa proto-pandemia, egli aggiunge subito che «questo orrore totale è anche il nostro salvagente - Dio sia lodato!». Vale a dire che «la Cina è fonte di continue epidemie, ma, in collaborazione con una OMS, che ora l'ha conquistata al filantrocapitalismo, esercita un biocontrollo esemplare».
È possibile, simultaneamente, rifiutare la sino-fobia, offrire un sostegno materiale E ricordare che la Cina ha fatto passare sotto silenzio l'epidemia di SARS del 2003. Pechino aveva bloccato i reportage dei media e le inchieste sulla sanità pubblica, permettendo che il coronavirus si diffondesse in tutto il paese. Le autorità mediche delle province vicine a quelle delle persone colpite non sapevano che i pazienti stavano inondando i pronto soccorso. Alla fine la SARS si era diffusa in diversi paesi ed era arrivata fino in Canada, ed era ormai difficile da contenere. Il nuovo secolo è stato contraddistinto dall'incapacità o dal rifiuto della Cina di fronteggiare il torrente industriale quasi perfetto di riso, di anatre, di pollame e di suini che portava una molteplicità di nuovi ceppi di influenza. Si ritiene che questo debba essere il prezzo da pagare per la prosperità. Tuttavia, non si tratta di un'eccezione cinese. Anche gli Stati Uniti e l'Europa sono stati epicentri di nuovi ceppi influenzali - più recentemente H5N2 e H5Nx - e le loro multinazionali, con i loro intermediari neo-coloniali, hanno partecipato all'emergenza Ebola in Africa occidentale, o a quella della Zika in Brasile. I responsabili della sanità pubblica statunitense hanno fornito una copertura all'industria agroalimentare durante le epidemie di H1N1 (2009) e di H5N2.
Forse dovremmo astenerci dallo scegliere tra l'uno o l'altro di quelli che sono i cicli di accumulazione capitalistica: il ciclo statunitense arrivato alla fine, o il ciclo cinese in piena espansione (o, come fa Reid, sceglierli tutti e due). Un'altra opzione è quella di non difendere nessuno di questi due cicli, col rischio di essere accusati di assumere una posizione internazionalista del genere «terzo campo». Se dobbiamo prendere parte e schierarci in questo Grande Gioco, allora abbracciamo un eco-socialismo che superi la spaccatura metabolica tra ecologia ed economia, tra urbano e rurale e tra rurale e selvaggio, evitando fin da subito che appaiano i peggiori agenti patogeni. Scegliamo la solidarietà internazionale tra gli sfruttati di tutto il mondo.
Realizziamo un comunismo degli esseri viventi, lontano dal modello sovietico. Costruiamo insieme un nuovo sistema globale che possa coniugare la liberazione degli indigeni, l'autonomia degli agricoltori, il re-inselvatichimento strategico e l'agro-ecologia localistica che, ridefinendo la biosicurezza, possa reintrodurre nel bestiame, nel pollame e nelle colture dei firewall immunitari di ogni genere. Reintroduciamo la selezione naturale in quanto processo eco-sistemico, e lasciamo che bestiame e colture si riproducano in loco, in modo che possano trasmettere alla generazione successiva quell'immunogenetica che è stata testata nel fuoco epidemico.
Cerchiamo di considerare in maniera diversa quelle che sono tutte le opzioni. Forse sono stato troppo duro con tutti i Reid del mondo, i quali, per dovere professionale, sono costretti a credere alle loro stesse contraddizioni. Ma, come è stato dimostrato da 500 anni di guerre di e di pestilenza, il capitale - al cui servizio oggi sono gli epidemiologi - è più che disposto a proseguire la sua scalata su delle montagne di cadaveri.

- Robert G. Wallace - Pubblicato il 19 marzo 2020 su Agitations -

fonte: Agitations


venerdì 20 marzo 2020

La Bara e la Televisione

Coronavirus
- di Raoul Vaneigem -

Mettere in dubbio la pericolosità del Coronavirus, è sicuramente assurdo. D'altra parte, non è altrettanto assurdo che un'interruzione in quello che è il normale decorso delle malattie venga fatta oggetto di un simile sfruttamento emotivo, e che risvegli quell'arrogante incompetenza che anni fa era riuscita a spazzare via dalla Francia perfino la nube di Chernobyl? Ovviamente, sappiamo con quanta facilità lo spettro dell'apocalisse esca dalla sua scatola per impadronirsi del primo cataclisma che gli si offre, per giocare così con le rappresentazioni del diluvio universale, e spostare quella che è la griglia della colpa sul terreno sterile di Sodoma e Gomorra. La maledizione divina è sempre stata un utile complemento al potere. Almeno fino al terremo di Lisbona del 1755, quando il marchese di Pombal, amico di Voltaire, approfittò del sisma per massacrare i gesuiti, ricostruire la città secondo le sue idee e liquidare allegramente i suoi rivali politici attraverso degli esperimenti «proto-stalinisti». Eviteremo di insultare Pombal, per quanto odioso sia stato, paragonando il suo colpo di stato dittatoriale alle misere misure che il totalitarismo democratico sta applicando in tutto il mondo all'epidemia di Coronavirus.
Quant'è cinico dare la colpa del propagarsi del flagello alla deplorevole inadeguatezza delle risorse mediche impiegate! Per decenni il bene pubblico è stato minato e smantellato, vittima di una politica che favorisce gli interessi finanziari a spese della salute dei cittadini. Ci sono sempre più soldi per le banche e sempre meno letti e infermieri per gli ospedali. Quali buffonate useranno per nascondere ancora il fatto che questa gestione catastrofica del catastrofismo è inerente al capitalismo finanziario, globalmente dominante, e che è proprio lui che oggi lotta globalmente a nome della vita, del pianeta e delle specie da salvare. Senza cadere in questa recrudescenza del castigo divino per cui l'idea sarebbe quella che la Natura si sta sbarazzando dell'uomo come se fosse un parassita gradito e dannoso, non è però inutile ricordare che per millenni lo sfruttamento della natura umana e della natura terrestre ha imposto il dogma dell'anti-fisica, dell'anti-natura. Il libro di Éric Postaire, "Le epidemie del XXI secolo", pubblicato nel 1997, conferma quali sono stati gli effetti disastrosi della persistente denaturalizzazione, che vado denunciando da decenni. Facendo riferimento al dramma della «mucca pazza» (che era stato predetto da Rudolph Steiner già nel 1920), l'autore ci ricorda che, oltre ad essere indifesi contro alcune malattie, bisogna rendersi conto che a poterle causare è lo stesso progresso scientifico. Nel richiedere un approccio responsabile alle epidemie ed al loro trattamento, mette sotto accusa quella che Claude Gudin chiama la «filosofia del cassiere». Egli ci pone la seguente domanda: «Se subordiniamo la salute della popolazione alle leggi del profitto, fino al punto di trasformare in carnivori gli animali erbivori, non corriamo così forse il rischio di provocare delle catastrofi che saranno fatali per la Natura e per l'Umanità? I governi, com'è noto, hanno già risposto unanimamente SÌ. Ma che importa, visto che il NO degli interessi finanziari continua cinicamente a trionfare?»
E ci voleva il Coronavirus per dimostrare ai più miopi che la denaturalizzazione per ragioni di redditività può avere delle conseguenze disastrose per la salute universale (salute che viene gestita senza disinnescare un'Organizzazione Mondiale le cui preziose statistiche servono a giustificare la cancellazione degli ospedali pubblici)? Esiste una chiara correlazione tra il Coronavirus ed il collasso del capitalismo globale. Allo stesso tempo, non è meno ovvio che ciò che ci sta travolgendo e sopraffacendo, insieme all'epidemia del Coronavirus, è una peste emozionale, una paura isterica, un panico che nasconde quella che è la mancanza di terapie, e perpetua il male spaventando il paziente. Durante le grandi epidemie di peste del passato, la gente faceva penitenza e proclamava la propria colpa auto-flagellandosi. E non è forse interesse degli amministratori della disumanizzazione globale persuadere le persone che non c'è modo di uscire dal miserabile destino che viene loro inflitto? E che l'unico modo è quello della flagellazione della servitù volontaria? La formidabile macchina mediatica non fa altro che ripetere la vecchia menzogna dell'impentrabile ed ineluttabile decreto celeste, in cui il folle denaro ha soppiantato gli dei sanguinari e capricciosi del passato.
Lo scastenarsi della barbarie poliziesca contro pacifici manifestanti ha ampiamente dimostrato che la legge militare è l'unica cosa che funzioni efficacemente. Adesso confina donne, uomini e bambini nella quarantena. Là fuori, c'è la bara, dentro c'è la televisione: la finestra aperta su un mondo chiuso! Si tratta di un condizionamento capace di aggravare il malessere esistenziale appoggiandosi alle emozioni logorate dell'angoscia, ed esacerbate dalla cecità di una rabbia impotente. Perfino le bugie cedono il passo al collasso generale. Il cretinismo statale e populista ha raggiunto i propri limiti. Non si può negare che ci sia in corso un esperimento. La disobbedienza civile si sta diffondendo e sta sognando società che sono radicalmente nuove perché sono radicalmente umane. La solidarietà libera dalla loro scorza individualista gli individui che non hanno paura di pensare con la propria testa.
Il coronavirus si è trasformato nel marchio rilevatore del fallimento dello Stato. Almeno questo, per le vittime della reclusione forzata, è qualcosa cui pernsare. Quando ho pubbliccato le mie «Modeste proposte per gli scioperanti», ci sono stati alcuni amici che mi hanno parlato di quanto fosse difficile ricorrere al rifiuto collettivo, da me suggerito, di pagare tasse e imposte. Oggi, però, l'evidente bancarotta dello Stato corrotto è la prova di una declino economico e sociale che sta facendo sì che le piccole e medie imprese, il commercio locale, i bassi redditi, le aziende agricole familiari e perfino le cosiddette libere professioni siano assolutamente insostenibili. Il collasso del Leviatano è riuscito a convincerci in maniera più rapida di quanto avevano fatto i nostri sforzi per abbatterlo.
Il Coronavirus ha fatto di meglio ancora. La cessazione delle attività produttive nocive ha ridotto l'inquinamento del mondo, salvando da una morte programmata milioni di persone: la natura respira, i delfini tornano nuotare e a giocare in Sardegna, i canali di Venezia liberatisi del turismo di massa riscoprono l'acqua chiara, il mercato azionario crolla. La Spagna decide di nazionalizzare le cliniche private, come se avesse riscoperto la sicurezza sociale, come se lo Stato si ricordasse dello stato sociale che ha distrutto.
Niente viene dato per scontato, tutto comincia. L'utopia continua a gattonare a quattro zampe. Abbandoniamo alla loro celestiale inanità i miliardi di banconote e di idee vuote che circolano sulle nostre teste. Quel che importa è «farci gli affari nostri» lasciando che la bolla degli affari crolli e imploda. Stiamo attenti alla mancanza di audacia e fiducia in sé stessi!
Il nostro presente non consiste nel confinamento che ci viene imposto dalla sopravvivenza,  ma è l'apertura ad ogni possibilità. Quelle misure che lo Stato oligarghico è costretto ad adottare, e che fino a ieri aveva ritenuto impossibili, sono solo effetto del panico. Dobbiamo rispondere a quello che è il richiamo della vita e della terra da riconquistare. La quarantena favorisce la riflessione. Il confinamento non sopprime la presenza sulla strada, ma la reinventa. Permettetemi di pensare, cum grano salis, che l'insurrezione della vita quotidiana continua ad avere insospettabili virtù terapeutiche.

- Raoul Vaneigem - Pubblicato il 17/3/2020 -

fonte: lapeste.org