martedì 8 maggio 2018

Fine!

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La Terra inabitabile
- Carestia, collasso economico, un sole che ci cuoce: cosa possono infliggerci i cambiamenti climatici – più presto di quello che pensiamo. -
di David Wallace-Wells

1. Il giorno del giudizio -Sbirciando oltre le reticenze scientifiche -

Vi posso assicurare che è peggio di quello che pensate. L’ansia per il riscaldamento globale, perché vi fa paura l’innalzamento del livello del mare, scalfisce appena la superficie dei terrori possibili, che si realizzeranno talmente a breve da essere incidere nella vita di chi oggi è solo teenager. Certo l’innalzarsi dei mari – e l’inabissarsi delle città – predomina nel quadro del riscaldamento globale, travolgendo allo stesso tempo la nostra capacità di panico climatico al punto da impedirci di percepire altre minacce, parecchie veramente prossime. L’innalzamento degli oceani è una cosa brutta, anzi bruttissima, ma allontanarsi dalle coste non sarà sufficiente. Difatti, se miliardi di esseri umani non cambieranno significativamente il loro stile di vita, entro la fine di questo secolo molte parti della Terra probabilmente diverranno pressoché inabitabili e altre parti terribilmente inospitali. Anche con occhi abituati al cambiamento climatico, non riusciamo a comprenderne appieno la portata. Lo scorso inverno, una serie di giornate più calde di 60/70 gradi °F (15/20°C ndT) rispetto al normale, hanno letteralmente cotto il Polo Nord, sciogliendo il permafrost che ricopre il deposito blindato delle sementi delle Svalbard in Norvegia – una banca globale del cibo chiamata “Doomsday”, (Giorno del Giudizio, ndT), costruita per assicurare che la nostra agricoltura sopravviva ad ogni catastrofe e che sembra essere stata investita dal cambiamento climatico neanche dieci anni dopo essere stata costruita.

Il deposito Doomsday per ora non è in pericolo, la struttura è stata messa in sicurezza e le sementi sono salve. Ma considerare l’episodio come la parabola di un’imminente alluvione fa perdere di vista l’aspetto più importante della notizia. Fino a poco tempo fa, il permafrost non era una delle principali preoccupazioni dei climatologi, perché, come suggerisce il nome, si tratta di suolo che rimane permanentemente congelato. Ma il permafrost Artico contiene 1800 miliardi di tonnellate di carbonio (anidride carbonica, anche nel seguito, ndT), più del doppio di quanto è attualmente sospeso nell’atmosfera terrestre. Quando disgela e viene rilasciato, questo carbonio può evaporare come metano, che è un gas serra con potenzialità di riscaldamento globale 34 volte maggiori del biossido di carbonio, misurato su una scala temporale di un secolo; se misurato su una scala temporale di due decadi, è 86 volte più potente. In altre parole, intrappolato nel permafrost artico abbiamo due volte più carbonio di quanto ne stia attualmente circolando nell’atmosfera del pianeta e il cui rilascio in massa è schedulato per una data che continua ad avvicinarsi, in parte sotto forma di un altro gas che moltiplica il suo potere di riscaldamento di 86 volte.
Forse lo sapete già – ci sono storie allarmanti nei giornali tutti i giorni, come quelle del mese scorso, che sembravano suggerire che i dati satellitari mostravano che il riscaldamento globale a partire dal 1998 era stato due volte più veloce di quello che gli scienziati avevano stimato (di fatto, la storia che seguiva era molto meno allarmante del titolo). O le notizie dall’Antartide dello scorso maggio, quando una crepa nella banchisa è cresciuta di 11 miglia in sei giorni, e continua a progredire; ora mancano solo 3 miglia alla rottura – per quando leggerete queste righe, potrebbe avere già raggiunto il mare aperto, dove farebbe cadere nel mare uno dei più grandi iceberg di sempre, un processo poeticamente conosciuto con il nome di “calving” (filiazione, ndT). Ma per quanto siate bene informati, di sicuro non siete sufficientemente allarmati. Negli ultimi decenni, la nostra cultura ha sfornato apocalittici film zombie e distopie alla Mad Max, forse il risultato collettivo di un’ansia climatica rimossa, eppure quando si tratta di esaminare i pericoli del riscaldamento nel mondo reale, soffriamo di un incredibile carenza di immaginazione. Le ragioni di ciò sono molteplici: ad esempio il timido linguaggio delle probabilità scientifiche, una volta definito “reticenza scientifica” dal climatologo James Hansen che in un articolo rimproverava gli scienziati di adornare le proprie osservazioni in maniera così coscienziosa da non riuscire a comunicare quanto disastrosa fosse in realtà la minaccia; il fatto che il Paese è dominato da un gruppo di tecnocrati che credono che ogni problema possa essere risolto e una cultura opposta che non vede nemmeno il riscaldamento come un problema che valga la pena di affrontare; il modo in cui il negazionismo climatico ha reso gli scienziati ancor più cauti nel fornire previsioni e speculazioni; la semplice velocità dei cambiamenti, ma anche, la sua lentezza, che fa sì che solo ora si vedano gli effetti del riscaldamento dei decenni passati; la nostra incertezza sull’incertezza, che come ha suggerito in particolare la scrittrice sul clima Naomi Oreskes, ci impedisce di prepararci dato che pensiamo che potrebbe verificarsi anche qualcosa di peggio; il modo in cui noi assumiamo che il cambiamento climatico colpirà più forte altrove, ma non dovunque; la piccolezza (due gradi) e grandezza (1.8 milioni di miliardi di tonnellate) e astrattezza (400 parti per milione) dei numeri; lo sconforto nel considerare un problema che è molto difficile, se non impossibile, da risolvere; la scala del tutto incomprensibile del problema, che prospetta il nostro annientamento; semplice paura. Ma anche l’avversione che nasce dalla paura è una forma di rifiuto e negazione.

A metà tra la reticenza scientifica e la fantascienza troviamo la scienza stessa. Questo articolo è il risultato di decine di interviste e scambi con climatologi e ricercatori in settori correlati e riflette centinaia di articoli scientifici centrati sul cambiamento climatico. Ciò che segue non è una serie di previsioni di ciò che accadrà – cosa che invece sarà determinata in gran parte dalla scienza molto meno certa della risposta umana. Si tratta piuttosto del disegno della nostra migliore comprensione di dove il pianeta si stia dirigendo in mancanza di un’azione incisiva. È improbabile che tutti questi scenari di riscaldamento si realizzino completamente, essenzialmente perché la devastazione lungo la strada scuoterà la nostra compiacenza. Ma questi scenari, e non il clima attuale, costituiscono il punto di partenza. In realtà, sono il programma di quello che ci aspetta.
La situazione attuale del cambiamento climatico – la distruzione che abbiamo già “cucinato” per il nostro futuro – è abbastanza Terribile. La maggior parte delle persone parla come se Miami e il Bangladesh avessero ancora una possibilità di sopravvivenza; la maggior parte degli scienziati con cui ho parlato considera che le perderemo entro il secolo, anche se smettessimo di bruciare combustibili fossili entro il prossimo decennio. Due gradi di riscaldamento erano considerati la soglia della catastrofe: decine di milioni di rifugiati climatici alla deriva, vaganti in un mondo non preparato. Ora due gradi sono il nostro obiettivo, stante l’accordo sul clima di Parigi, e gli esperti ci forniscono solo esili possibilità di centrarlo. Il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (IPCC) redige una serie di rapporti, spesso definiti come il “gold standard” della ricerca sul clima; il più recente fa una proiezione di quattro gradi di riscaldamento per l’inizio del prossimo secolo, se dovessimo persistere con l’attuale andamento. Ma si tratta solo di una proiezione mediana. L’estremità superiore della curva di probabilità sale a otto gradi – e gli autori non hanno ancora capito come gestire la faccenda dello scioglimento del permafrost. Inoltre i rapporti IPCC non tengono completamente in conto l’effetto albedo (meno ghiaccio significa meno radiazione solare riflessa e più assorbita, quindi maggiore riscaldamento), la maggiore copertura nuvolosa (che intrappola il calore) o la scomparsa delle foreste e di altra flora (che estraggono carbone dall’atmosfera). Ognuno di questi fattori contribuisce ad accelerare il riscaldamento e la storia del pianeta mostra che la temperatura potrebbe salire fino a 5 gradi Celsius in più in tredici anni. L’ultima volte che il pianeta divenne più caldo di quattro gradi, come Peter Brannen ha sottolineato in “Le fini del Mondo“, la sua nuova storia della maggiore estinzione della storia recente del pianeta, gli oceani erano centinaia di piedi più alti.[ Articolo apparso il 10 luglio 2017 su New York Magazine]

La Terra ha sofferto cinque grandi estinzioni di massa prima di quella che stiamo attraversando adesso, ognuna ha fatto una pulizia così cospicua del tracciato evolutivo da agire come un reset dell’orologio planetario, e molti climatologi vi diranno che queste estinzioni sono il miglior analogo per il futuro ecologico in cui ci stiamo tuffando a capofitto. Se non siete teenager, probabilmente avrete appreso dai libri di scuola delle superiori che queste estinzioni sono state causate dagli asteroidi. In effetti, ad eccezione di quella che ha ucciso i dinosauri, sono state tutte causate dai cambiamenti climatici prodotti dai gas serra. La più nota avvenne 252 milioni di anni fa; cominciò col carbonio che riscaldò il pianeta di 5 gradi, accelerò quando il riscaldamento innescò il rilascio di metano nell’Artico e si concluse con la morte del 97% delle forme di vita sulla Terra. Noi attualmente stiamo aggiungendo carbonio all’atmosfera ad una velocità notevolmente più elevata, secondo la maggior parte delle stime, dieci volte più velocemente. E il tasso di crescita sta accelerando. Questo è ciò che Steven Hawking aveva in mente quando ha detto, questa primavera, che avremo bisogno di colonizzare altri pianeti nel prossimo secolo per sopravvivere, e ciò che ha guidato Elon Musk, lo scorso mese, nello svelare il suo piano di costruire un habitat su Marte entro 40-100 anni. Loro non sono specialisti, certo, e probabilmente sono inclini a paure irrazionali proprio come voi o me. Ma i molti, lucidi scienziati che ho intervistato negli ultimi mesi – i più accreditati e riconosciuti nel campo, pochi dei quali inclini all’allarmismo e molti collaboratori dell’IPCC che pur ne criticano l’approccio conservatore – hanno raggiunto tranquillamente una conclusione apocalittica anche loro: nessun plausibile programma di riduzione delle emissioni può da solo prevenire il disastro climatico.
Negli ultimi decenni, il termine “Antropocene”, fuoriuscito dai discorsi accademici, ha raggiunto l’immaginario collettivo – un nome dato all’era geologica in cui viviamo e un modo per indicare che si tratta di una nuova era, definita sul grafico della storia dall’intervento dell’uomo. Uno dei problemi del termine è che implica una conquista della natura (e addirittura echeggia il “dominio” biblico). E per quanto si possa essere ottimisti sul fatto che abbiamo già devastato il mondo naturale, cosa che sicuramente abbiamo fatto, è tutt’altra cosa considerare la possibilità che abbiamo solo provocato questa devastazione, progettando prima con ignoranza e poi con negazionismo un sistema climatico che ora farà la guerra contro di noi per molti secoli, forse fino a distruggerci. Questo è ciò che Wallace Smith Broecker, l’oceanografo che ha coniato il termine “riscaldamento globale”, intendeva quando chiamava il pianeta una “bestia arrabbiata”. Potreste anche usare “macchina da guerra”. Ogni giorno l’arricchiamo di nuove armi.

2. Morte termica - New York come il Bahrein. -

Gli umani, come tutti i mammiferi, sono motori termici; sopravvivere significa doversi continuamente raffreddare, come cani ansimanti. Per questo è necessario che la temperatura sia sufficientemente bassa da permettere all’aria di funzionare come una sorta di refrigerante, sottraendo calore dalla pelle così che il motore possa continuare a pompare. Con un riscaldamento di 7 gradi, questo diventerebbe impossibile per ampie porzioni della fascia equatoriale del pianeta e specialmente per i tropici, dove si aggiunge anche il problema dell’umidità; nella giungla del Costa Rica, per esempio, dove l’umidità raggiunge abitualmente punte del 90%, semplicemente farsi un giro fuori quando la temperatura è sopra i 105 gradi °F (circa 40°C, ndT) potrebbe essere letale. E l’effetto sarebbe veloce: nel giro di poche ore un corpo umano sarebbe cotto fino alla morte, sia fuori che dentro.
Gli scettici del cambiamento climatico puntualizzano che il pianeta si è riscaldato e raffreddato molte volte in passato, ma la finestra climatica che ha permesso la vita umana è molto stretta, anche per gli standard della storia planetaria. A 11 o 12 gradi di riscaldamento, più della metà della popolazione mondiale, così come è distribuita oggi, morirebbe direttamente per il calore. Quasi certamente in questo secolo le cose non saranno così scottanti, anche se i modelli che considerano le emissioni senza abbattimenti alla fine ci condurrebbero proprio lì. In questo secolo, e soprattutto ai tropici, la soglia del dolore sarà raggiunta molto prima di un aumento di sette gradi. Il fattore chiave è una cosa chiamata “temperatura a bulbo umido”, che è un termine di misura da kit di laboratorio domestico che può essere definito come il calore registrato da un termometro avvolto in un calzino umido mentre è fatto roteare in aria (siccome l’umidità evapora da un calzino più rapidamente nell’aria asciutta, questa singola misura riflette sia il calore che l’umidità). Attualmente, molte regioni raggiungono una temperatura massima a bulbo umido di 26 o 27 gradi Celsius; la vera linea rossa per l’abitabilità è di 35 gradi. Quello che chiamiamo stress da calore arriva molto prima.

In realtà, ci siamo quasi. Dal 1980, il pianeta ha visto aumentare di 50 volte il numero di posti con caldo pericoloso o estremo ed è in arrivo un ulteriore aumento. Le cinque estati più calde dal 1500 in Europa sono tutte capitate dal 2002, e presto, l’IPCC avverte, semplicemente stare fuori casa durante quel periodo dell’anno sarà insalubre nella maggior parte del globo. Anche se raggiungessimo gli obiettivi di Parigi dei due gradi di riscaldamento, città come Karachi e Kolkata diverrebbero quasi inabitabili, subendo annualmente ondate di calore mortali come quelle che le hanno colpite nel 2015. A 4 gradi, l’ondata di calore mortale Europea del 2003, che uccise 2000 persone al giorno, sarebbe un’estate nella norma. A sei gradi, secondo una valutazione incentrata solo sugli effetti negli USA fatta dal National Oceanic and Atmospheric Administration, fare qualsiasi lavoro in estate diventerebbe impossibile nella bassa Valle del Mississippi, e chiunque nel paese a est delle Montagne Rocciose sarebbe sottoposto ad uno stress di calore maggiore di chiunque, in qualunque posto del mondo oggi. Come ha detto Joseph Romm nel suo autorevole manuale di base “Cambiamenti Climatici: ciò che ognuno deve sapere”, lo stress da calore in New York City supererà quello attuale del Bahrain, uno dei punti più caldi del pianeta, e le temperature in Bahrain “indurranno ipertermia anche nelle persone addormentate”. Le stime IPCC dello scenario più elevato, ricordiamo, è di ulteriori due gradi più caldo. Entro la fine del secolo, ha stimato la Banca Mondiale, i mesi più freddi nei tropici del Sud America, Africa e nel Pacifico, è probabile che saranno ancor più caldi dei mesi più caldi della fine del ventesimo secolo. L’aria condizionata può aiutare ma alla fine aggiungerà solo carbonio al problema, inoltre, tralasciando i centri commerciali climaticamente controllati degli emirati arabi, non è nemmeno lontanamente plausibile usare l’aria condizionata su larga scala in tutte le parti più calde del mondo, molte delle quali sono anche le più povere. E infatti, la crisi sarà molto più drammatica nel Medi Oriente e nel Golfo Persico, dove nel 2015 l’indice di calore ha registrato temperature alte fino a 163 gradi Fahrenheit (ca 72°C, ndT). Nel giro di pochi decenni a partire da oggi, l’hajj (pellegrinaggio alla Mecca, ndT) diventerà fisicamente impossibile per i 2 milioni di Mussulmani che fanno il pellegrinaggio ogni anno.
Non è solo l’hajj e non è solo la Mecca; il calore ci sta già uccidendo. Nella regione della canna da zucchero di El Salvador, un quinto della popolazione ha malattie renali croniche, tra cui oltre un quarto degli uomini, presunto risultato della disidratazione conseguente al lavoro nei campi che erano in grado di svolgere comodamente fino a solo due decenni fa. Con la dialisi, che è costosa, quanti hanno problemi ai reni hanno un’aspettativa di vita di 5 anni; senza dialisi, l’aspettativa di vita è dell’ordine di settimane. Di certo, lo stress da calore promette di prenderci a cazzotti anche in posti differenti dai nostri reni. Mentre sto scrivendo questa frase, nel deserto della California a metà giugno, sono 121 gradi °F (ca 49 °C, ndT) fuori dalla mia porta. E non è un nuovo record.

3. La fine del cibo - Pregando per campi di mais nella tundra -

I climi sono differenti e le piante variano, ma la regola di base per la crescita ottimale delle principali colture di cereali è che per ogni grado di riscaldamento le rese scendono del 10%. Alcune stime si spingono fino al 15 o anche al 17%. Ciò significa che se il pianeta sarà 5 gradi più caldo alla fine del secolo, avremo circa il 50% di popolazione in più da sfamare e il 50% in meno di grano da dargli. E per le proteine sarà anche peggio: ci vogliono 16 calorie di grano per produrre una sola caloria di carne da hamburger, macellata da una mucca che ha passato tutta la sua vita ad inquinare emettendo peti di metano.
I fisiologi delle piante alla Polyanna ribatteranno che la matematica dei cereali si applica solo a quelle regioni che hanno già un picco di temperatura crescente, e hanno ragione – in teoria un clima più caldo renderebbe più semplice coltivare mais in Groenlandia. Ma come ha mostrato il lavoro pionieristico di Rosamond Naylor e David Battisti, i tropici sono già troppo caldi per far crescere i cereali in maniera efficiente e quei posti in cui oggi si produce grano sono già alla temperatura ottimale – il che significa che anche un piccolo aumento della temperatura potrebbe spingerli giù per la curva del declino di produttività. E non si possono spostare colture di cereali facilmente poche centinaia di miglia a nord perché i rendimenti in posti remoti come il Canada e la Russia sono limitati dalla qualità di quei suoli; ci vogliono diversi secoli al pianeta per produrre dell’ottimo terriccio fertile.
La siccità potrebbe essere un problema ancora peggiore del calore, con alcune delle migliori terre arabili trasformate rapidamente in deserto. È noto che le precipitazioni sono difficili da modellare, nonostante ciò le previsioni per questo secolo sono pressoché unanimi: siccità senza precedenti praticamente ovunque sia prodotto cibo oggi. Entro i 2080, senza drastiche riduzioni nelle emissioni, il sud Europa sarà in una situazione permanente di siccità estrema, molto peggio di quanto sia mai stata la conca di polvere americana [serie di tempeste di sabbia che colpirono gli Stati Uniti centrali e il Canada tra il 1931 e il 1939 (ndT)]. Lo stesso avverrà in Iraq e Siria e gran parte del Medio Oriente, in alcune delle aree più densamente popolate di Australia, Africa e Sud America e nelle regioni paniere della Cina. Nessuno di questi posti, che oggi fornisce la maggior parte del cibo mondiale, sarà in grado di fornirne in maniera affidabile. Come per la conca di polvere originale: la siccità nelle pianure americane e nel sud-est non sarà solo peggiore che negli anni ’30, come ha previsto uno studio della NASA; ma peggiore di qualsiasi siccità in mille anni, comprese quelle che hanno colpito fra il 1100 e il 1300, che “hanno asciugato tutti i fiumi ad est delle montagne della Sierra Nevada” e possono essere stati responsabili della morte della civiltà Anasazi.
Ricordiamo che già adesso non viviamo in un mondo senza fame. Ben diversamente, molte stime indicano che le persone sotto-nutrite a livello globale sono 800 milioni. Nel caso non lo sapeste, questa primavera ha già portato una carestia quadrupla senza precedenti in Africa e Medio Oriente: l’ONU ha riferito che eventi distinti di carestie in Somalia, Sudan, Nigeria e Yemen potrebbero uccidere 20 milioni di persone solo quest’anno.

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4. Piaghe climatiche - Cosa accade quando il ghiaccio “bubbonico” si scioglie? -

La roccia, nel punto giusto, è una registrazione della storia planetaria, ere lunghe milioni di anni appiattite dalle forze del tempo geologico in strati con ampiezze di appena pochi centimetri o solo un centimetro o addirittura meno. Anche il ghiaccio funziona così, da registro del clima, ma è anche storia congelata che può in parte riprendere vita quando si scongela. Ci sono ora, intrappolati nel gelo artico, malattie che non hanno circolato nell’aria per milioni di anni – in alcuni casi da prima che gli umani fossero in giro per incontrarle. Ciò significa che il nostro sistema immunitario non avrebbe idea di come reagire qualora queste piaghe preistoriche emergessero dal ghiaccio.
L’Artico conserva anche terribili microbi di epoche più recenti. In Alaska, i ricercatori hanno già scoperto tracce dell’influenza del 1918 che ha infettato 500 milioni di persone e ne ha uccise 100 milioni – circa il 5% della popolazione mondiale e circa sei volte quanti ne siano morti nella guerra mondiale per la quale la pandemia funzionò come una raccapricciante chiave di volta. Come ha riferito la BBC in maggio, gli scienziati sospettano che anche il vaiolo e la peste bubbonica siano intrappolati nel ghiaccio della Siberia, una storia condensata di una malattia umana devastante, lasciata fuori come un’insalata di uova nel sole artico.
Gli esperti mettono in guardia che molti di questi organismi alla fine non sopravvivrebbero allo scongelamento e indicano le meticolose condizioni di laboratorio sotto le quali ne hanno già rianimati molti – il batterio estremofilo vecchio di 32.000 anni resuscitato nel 2005, un batterio vecchio di 8 milioni di anni riportato alla vita nel 2007, quello di 3,5 milioni di anni che uno scienziato russo si è iniettato solo per curiosità – per suggerire che tali condizioni sono necessarie per il ritorno di queste antiche pestilenze. Ma già lo scorso anno, un ragazzo è stato ucciso e altri 20 infettati dall’antrace rilasciato quando il permafrost che si ritirava ha esposto la carcassa di una renna uccisa dal batterio almeno 75 anni prima; anche 2000 renne viventi sono state infettate, trasportando e disperdendo il morbo nella tundra.
Quello che preoccupa gli epidemiologi più delle antiche malattie, è il trasferimento, il rinnovamento o addirittura la ri-evoluzione delle malattie esistenti a causa del riscaldamento. Il primo effetto è di tipo geografico. Prima del periodo moderno, quando avventurieri in barca a vela hanno accelerato il mescolamento delle persone e delle loro malattie, il provincialismo umano fungeva da guardiano contro la pandemia. Oggi, specie con la globalizzazione e l’enorme rimescolamento di popolazioni umane, i nostri ecosistemi sono abbastanza stabili, e questo funziona come un altro limite, ma il riscaldamento globale sconvolgerà questi ecosistemi e aiuterà le malattie a oltrepassare questi limiti così come sicuramente ha fatto Cortés. Se vivete nel Maine o in Francia, non vi preoccupate molto di dengue o malaria. Ma man mano che i tropici si spostano verso nord e le zanzare con loro, dovreste iniziare a preoccuparvi. Neanche Zika vi preoccupava fino a un paio di anni fa.
Come talvolta accade, Zika può essere anche un buon modello per il secondo preoccupante effetto – la mutazione delle malattie. Uno dei motivi per cui non avevate sentito parlare di Zika fino a poco fa era che il morbo era intrappolato in Uganda. Un altro è che sembra che non avesse, fino ad ora, causato difetti di nascita. Gli scienziati non hanno ancora completamente capito cosa sia successo, o cosa hanno trascurato. Ma ci sono cose che conosciamo per certo su come il clima influisce sulle malattie: la Malaria, per esempio, prospera nelle regioni più calde non solo perché lì ci sono le zanzare che la trasportano ma anche perché per ogni grado di aumento di temperatura il parassita si riproduce dieci volte più velocemente. Che è una delle ragioni per la quale la banca Mondiale ha stimato che entro il 2050, 5,2 miliardi di persone avranno a che fare con la Malaria.

5. Aria irrespirabile - Uno smog mortale che avanza e soffoca milioni di persone -

I nostri polmoni hanno bisogno di ossigeno, ma l’ossigeno è solo una piccola parte di quello che respiriamo. La frazione di anidride carbonica sta aumentando: ha appena superato le 400 ppm (parti per milione), e le stime massime estrapolate dagli andamenti attuali suggeriscono che raggiungerà 1000 ppm entro il 2100. A quelle concentrazioni le abilità cognitive umane scendono del 21%.
Altre cose presenti nell’aria riscaldata sono anche più spaventose, dato che piccoli aumenti di inquinamento possono accorciare l’aspettativa di vita di 10 anni. Più il pianeta diventa caldo, più ozono si forma e per la metà del secolo è probabile che gli americani soffriranno di un aumento del 70% dell’insalubre smog di ozono, secondo le proiezioni del Centro Nazionale per le Ricerche Atmosferiche. Entro il 2090, ben 2 miliardi di persone a livello globale respirerà aria sopra il livello considerato “sicuro” dall’OMS; un articolo lo scorso mese ha mostrato che, tra gli altri effetti, l’esposizione di una madre incinta all’ozono aumenta il rischio di autismo per il bambino (fino a 10 volte in combinazione con altri fattori ambientali). Il che dovrebbe far riflettere sull’epidemia di autismo in Hollywood Ovest.
Più di 10.000 persone muoiono già ogni giorno per le piccole particelle emesse dalla combustione fossile; ogni anno 339.000 persone muoiono per il fumo di incendi, in parte perché i cambiamenti climatici hanno esteso la stagione degli incendi boschivi (negli USA, è aumentata di 78 giorni rispetto al 1970). Entro il 2050, secondo il Servizio Foreste statunitense, gli incendi boschivi saranno due volte più distruttivi di oggi; in alcuni posti, l’estensione delle aree incenerite potrebbe aumentare di 5 volte. Quello che preoccupa le persone ancora di più è l’effetto che ciò può avere sulle emissioni, soprattutto quando il fuoco distrugge le foreste nate sulla torba. Gli incendi nelle torbiere del 1997 in Indonesia, per esempio, hanno aggiunto al rilascio di CO2 globale fino al 40%, e più incendi significano più riscaldamento che a sua volta significa più incendi. C’è anche la terribile possibilità che le foreste pluviali come quella Amazzonica, che nel 2010 ha subito la sua seconda “siccità del secolo” nel giro di 5 anni, possano asciugarsi tanto da diventare vulnerabili a questo tipo di devastanti incendi boschivi che avanzano – che non solo emettono enormi quantità di carbonio in atmosfera, ma allo stesso tempo riducono le dimensioni della foresta. Questo è particolarmente grave perché l’Amazzonia da sola fornisce il 20% del nostro ossigeno.
Poi ci sono le forme più familiari di inquinamento. Nel 2013, lo scioglimento dell’Artico ha rimodellato le configurazioni climatiche in Asia, privando la Cina industriale del sistema di ventilazione naturale da cui dipendeva, il che ha soffocato gran parte del nord del paese in una coltre di smog irrespirabile. Letteralmente irrespirabile. Esiste una misura chiamato Indice di Qualità dell’Aria che categorizza i rischi e arriva nella parte alta della gamma fino all’intervallo da 301 a 500, indice di “serio aggravamento delle malattie cardiache o polmonari e mortalità prematura in persone con problemi cardiopolmonari e nelle persone anziane” e, per tutti gli altri, “seri rischi di problemi respiratori”. A quel livello “tutti dovrebbero evitare attività all’aperto”. L’ “apocalisse dell’aria” cinese del 2013 ha raggiunto quello che corrisponderebbe ad un indice di qualità dell’aria di oltre 800. Quell’anno, lo smog è stato responsabile di un terzo di tutte le morti nel paese.

6. Guerra senza fine - Violenza cucinata al caldo -

I climatologi sono molto cauti quando parlano della Siria. Vogliono che si sappia che anche se i cambiamenti climatici hanno prodotto una siccità che ha contribuito alla guerra civile, non è proprio corretto dire che il conflitto è il risultato del riscaldamento. Proprio lì accanto, per esempio, il Libano ha sofferto della stessa perdita dei raccolti. Ma alcuni ricercatori come Marshall Burke e Solomon Hsiang sono riusciti a quantificare alcune delle relazioni non ovvie tra temperatura e violenza: per ogni mezzo grado di riscaldamento, dicono, le società vedranno un aumento tra il 10% e il 20% della probabilità di conflitti armati. Nelle scienze del clima, nulla è semplice, ma l’aritmetica è spaventosa: un pianeta 5 gradi più caldo avrebbe in aggiunta almeno metà delle guerre che abbiamo oggi. Complessivamente, i conflitti sociali potrebbero più che raddoppiare per la fine del secolo.
Questo è uno dei motivi per cui, come mi sottolinea praticamente qualsiasi scienziato con cui parlo, le forze militari USA sono ossessionate dal cambiamento climatico. Il rischio che tutte le basi navali americane siano inondate dall’innalzamento del mare sarebbe già abbastanza, ma trattandosi del poliziotto del mondo diventa tutto un po’ più difficile se il tasso di criminalità raddoppia. Di sicuro, non è solo in Siria che il clima ha contribuito al conflitto. Alcuni ipotizzano che l’elevato livello di conflitti in Medio Oriente nella generazione passata rifletta la pressione del riscaldamento globale – un’ipotesi tra le più crudeli considerando che il riscaldamento ha iniziato ad accelerare quando il mondo industrializzato ha estratto e poi bruciato il petrolio dal suolo di quella regione.
Come si spiega la relazione tra clima e conflitto? Per rispondere, in parte bisogna andare all’agricoltura e all’economia; molto ha a che fare con le migrazioni forzate, già a numeri molto elevati, con almeno 65 milioni di persone sfollate che vagano per il pianeta già ora. Ma c’è anche il semplice fatto dell’irritabilità personale. Il caldo aumenta il tasso di criminalità delle città, e le imprecazioni sui social media, e la probabilità che un battitore della major-league, giunto sul monte di lancio dopo che il suo compagno di squadra è stato colpito, colpirà più duro per rappresaglia. E l’arrivo dell’aria condizionata nel mondo sviluppato, nella metà del secolo scorso, non ha risolto un granché il problema delle ondate estive di crimine.

7. Collasso economico permanente - Capitalismo scadente in un mondo più povero. -

Il mantra mormorato del neoliberismo globale, venuto alla ribalta tra la fine della Guerra Fredda e il principio della Grande Recessione, è che la crescita economica ci salverà da tutto e da tutti.
Ma all’indomani del crollo del 2008, un numero crescente di storici, considerando quello che loro chiamano “capitalismo fossile”, hanno iniziato a suggerire che l’intera storia della rapida crescita globale, che in qualche modo è iniziata repentinamente nel XVII secolo, non è il risultato dell’innovazione, del commercio o delle dinamiche del capitalismo globale, ma semplicemente della nostra scoperta dei combustibili fossili e della loro potenza grezza – un iniezione una tantum di nuovo “valore” in un sistema che era prima caratterizzato da un vivere di sussistenza a livello globale. Prima dei combustibili fossili, nessuno aveva vissuto meglio dei suoi genitori, nonni o antenati di 500 anni prima, eccetto che subito dopo una grande epidemia, come la Peste Nera, che permise ai fortunati sopravvissuti di trangugiare le risorse lasciate libere dalla massa di decessi. Dopo che avremo bruciato tutti i combustibili fossili, questi studiosi suggeriscono, forse torneremo ad uno “stato stazionario” dell’economia globale. Di certo questa iniezione una tantum ha un costo devastante a lungo termine: i cambiamenti climatici.
Anche la più eccitante ricerca sull’economia del riscaldamento è stata fatta da Hsiang e colleghi, che non sono storici del capitalismo fossile, ma che offrono una propria analisi molto tetra: ogni grado centigrado di riscaldamento costa, in media, 1.2% di PIL (un numero enorme, considerando che valutiamo crescite di una sola cifra decimale come “forti”). Questo è l’eccellente lavoro sul campo e la loro proiezione media è di un 23% di perdita media pro capite raggiunta globalmente alla fine di questo secolo (come risultato dei cambiamenti in agricoltura, malavita, tempeste, energia, mortalità e lavoro).
Tracciare la curva della probabilità fa ancora più paura: c’è una possibilità del 12% che i cambiamenti climatici riducano l’output globale di più del 50% entro il 2100, dicono, una possibilità del 51% che entro tale data il PIL pro-capite si abbassi del 20%, se le emissioni non diminuiranno. Al confronto, la Grande Recessione ha comportato l’abbassamento del PIL del 6% in un colpo solo; Hsiang e colleghi stimano una probabilità di 1 a 8 di un progressivo e irreversibile effetto otto volte peggiore per la fine del secolo.
La scala di tale devastazione economica è difficile da comprendere, ma possiamo iniziare ad immaginare come apparirebbe il mondo oggi con un’economia grande la metà, che produca solo metà del valore e generi solo metà dei beni da offrire ai lavoratori del mondo. Questo fa sembrare la perdita economica per i voli lasciati a terra a causa del caldo che ha colpito Phoenix lo scorso mese una piccola, patetica cosa. E, tra le altre cose, rende l’idea che posporre le azioni di governo sulla riduzione delle emissioni ed affidarsi solo alla crescita e alla tecnologia per risolvere il problema è un calcolo d’affari scentrato.
Teniamo a mente che ogni volo andata e ritorno da New York a Londra costa all’Artico la perdita di altri tre metri quadrati di ghiaccio.

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8. Oceani avvelenati - L’acido solfidrico gorgoglia al largo della “Costa Scheletro” -

Che il mare diventerà un killer è un dato di fatto. A meno che non ci sia una radicale riduzione delle emissioni, assisteremo ad un innalzamento del livello del mare di almeno 1,2 metri e forse addirittura di 3 m. entro la fine del secolo. Un terzo delle maggiori città del mondo sono sulla costa, senza menzionare gli impianti energetici, i porti, le basi navali, i terreni coltivati, le aree di pesca, i delta dei fiumi, i terreni paludosi e le distese delle risaie; anche i luoghi a più di 3 metri saranno allagati più facilmente e molto più regolarmente se l’acqua raggiungerà tale livello. Attualmente, almeno 600 milioni di persone vivono entro i 10 m di altezza sul livello del mare.
Ma l’allagamento di queste terre natie è solo l’inizio. Al momento, più di un terso del carbonio del mondo è catturato dagli oceani – grazie Dio, altrimenti avremo già molto più riscaldamento. Ma il risultato è quello che si chiama “acidificazione degli oceani”, che per conto suo, può aggiungere mezzo grado di riscaldamento in questo secolo. Sta già consumando i bacini d’acqua del pianeta – potreste ricordare che sono i luoghi in cui la vita sul pianeta si è sviluppata. Probabilmente avrete sentito parlare di “sbiancamento dei coralli” — che significa morte dei coralli — che è una pessima notizia perché le barriere coralline sostengono un quarto della vita marina e forniscono cibo a mezzo miliardo di persone. L’acidificazione degli oceani friggerà direttamente anche le popolazioni ittiche, anche se gli scienziati non sono ancora sicuri su come predire gli effetti sulle cose che peschiamo negli oceani per mangiare; sanno però che nelle acque acide le ostriche e i molluschi si sforzeranno di far crescere le proprie conchiglie e che quando il pH del sangue umano scende così tanto come ha fatto il pH degli oceani nella scorsa generazione, ciò comporta convulsioni, coma e morte improvvisa.
Questo non è tutto ciò che l’acidificazione degli oceani può fare. L’assorbimento del carbonio può iniziare un ciclo di feedback in cui le acque sotto-ossigenate nutrono diversi tipi di microbi che rendono le acque ancora più “anossiche”, prima nelle profonde “zone morte” dell’oceano, poi gradualmente risalendo fino in superficie. Qui, i piccoli pesci muoiono, incapaci di respirare, il che significa che i batteri mangia- ossigeno crescono e il ciclo di feedback si rafforza. Questo processo, in cui le zone morte crescono come cancri, soffocando la vita marina e spazzando via la pesca, è già abbastanza avanzato in parte del Golfo del Messico e appena al largo della Namibia, dove l’acido solfidrico sta gorgogliando fuori dal mare lungo una striscia di terra lunga mille miglia conosciuta come “Costa Scheletro”. Il nome originariamente si riferiva ai residui dell’industria della caccia alla balena, ma oggi è più adatto che mai. L’acido solfidrico è così tossico che l’evoluzione ci ha insegnato a riconoscerne le tracce più piccole, motivo per cui il nostro naso è così abile a rilevare le flatulenze. L’acido solfidrico è anche stato il responsabile quella volta in cui perì il 97% di tutta la vita sulla terra, quando tutti i cicli di feedback furono innescati e le correnti di getto di un oceano riscaldato giunsero a fermarsi – è il gas preferito dal pianeta per un olocausto naturale. Gradualmente, le zone morte si espansero, uccidendo specie marine che avevano dominato gli oceani per centinaia di milioni di anni, e il gas che le acque inerti immisero nell’atmosfera avvelenò ogni cosa sulla terra. Anche le piante. Ci vollero milioni di anni perché gli oceani si riprendessero.

9.  Il grande filtro - Questa sensazione di spavento non può durare -

Ma allora, perché non riusciamo a vederlo? Nel suo recente saggio, lungo quanto un libro, “Il grande squilibrio” [The Great Derangement], il romanziere indiano Amitav Ghosh si chiede perché il riscaldamento globale e i disastri naturali non siano diventati i principali soggetti della fiction contemporanea – perché sembriamo incapaci di immaginare catastrofi climatiche e perché non abbiamo già un’ondata di racconti di un genere che egli già in sostanza prefigura e battezza come “tragedia ambientale”. “Immaginate ad esempio le storie che si possono formare partendo da quesiti come ‘Dove eri quando il muro di Berlino è caduto?’ oppure ‘Dove eri l’11 settembre?’ “, scrive. “Sarà mai possibile scrivere, sulla stessa traccia, ‘Dove eri a 400 ppm?’ o ‘Dove eri quando l’iceberg Larsen B si è staccato?’ “. E risponde “probabilmente no” perché i dubbi e i drammi dei cambiamenti climatici sono semplicemente incompatibili con il tipo di storie che ci raccontiamo su noi stessi, specialmente nei romanzi, che tendono ad enfatizzare il viaggio di una coscienza individuale piuttosto che il velenoso miasma del destino sociale.
Sicuramente questa cecità non è destinata a durare – il mondo che andremo ad abitare non lo consentirà. In un globo più caldo di 6 gradi, gli ecosistemi terrestri ribolliranno di così tanti disastri naturali che finiremo per chiamarli semplicemente “il tempo”: un costante sciame di tifoni e tornado fuori controllo e inondazioni e siccità, il pianeta sotto l’assalto regolare di eventi climatici che non troppo tempo fa distrussero intere civiltà. Gli uragani più violenti arriveranno più spesso, e dovremo inventare nuove categorie per descriverli; i tornado diventeranno più duraturi e più estesi e colpiranno molto più spesso e i chicchi di grandine quadruplicheranno in dimensione. Gli umani erano soliti scrutare il tempo per prevedere il futuro; andando avanti, all’interno della sua ira, scorgeremo il castigo per il passato. I primi naturalisti parlavano spesso di “deep time”, (tempo profondo) – la percezione che avevano, contemplando la grandezza di una valle o di un bacino roccioso, della profonda lentezza della natura. Quello che giace in serbo per noi è più simile a ciò che gli antropologi vittoriani identificavano come “dreamtime” (tempo di sogno) o “everywhen” (ogniquando): l’esperienza quasi mitica, descritta dagli Aborigeni Australiani, di incontrare nel momento presente, un passato fuori dal tempo, quando gli antenati, eroi e semidei affollavano un palcoscenico epico. Lo possiamo incontrare ora, guardando il filmato di un iceberg che collassa nel mare – la sensazione della storia che accade all’istante.

È così. Molte persone percepiscono i cambiamenti climatici come una specie di debito morale ed economico, accumulato a partire dall’inizio della Rivoluzione Industriale e arrivato a riscossione dopo diversi secoli – una prospettiva utile, in un certo senso, dal momento che è l’utilizzo del carbone iniziato nel XVIII secolo in Inghilterra che diede il via a tutto quello che è seguito. Ma più della metà del carbonio che l’umanità ha immesso nell’atmosfera nella sua intera storia è stato creato solo negli ultimi tre decenni; se risaliamo alla fine della seconda guerra mondiale, il valore sale all’ 85%. Significa che, nell’arco di una singola generazione, il riscaldamento globale ci ha portato sull’orlo di una catastrofe planetaria, e che la storia della missione kamikaze del mondo industriale è una storia che si svolge nell’arco di una sola vita. Quella di mio padre, per esempio: nato nel 1938, tra i suoi primi ricordi le notizie di Pearl Harbor e i film di propaganda sulla mitica Air Force che seguirono, film che raddoppiarono come pubblicità per la potenza industriale imperiale Americana; e tra i suoi ultimi ricordi i resoconti della disperata firma degli accordi di Parigi nelle notizie trasmesse via cavo, dieci settimane prima di morire di cancro ai polmoni lo scorso luglio. O quella di mia madre: nata nel 1945, da ebrei tedeschi sfuggiti ai forni crematori in cui sono stati bruciati i loro parenti, che ora si gode il suo 72esimo anno di vita nelle comodità del paradiso americano, un paradiso supportato dalle catene di approvvigionamento di un mondo industrializzato in via di sviluppo. Ha continuato a fumare per 57 di quegli anni, senza filtro.
O quella degli scienziati. Alcuni degli uomini che per primi riconobbero un clima in cambiamento (e data la generazione, quelli che diventarono famosi erano uomini) sono ancora vivi, alcuni stanno perfino ancora lavorando. Wally Broecker ha 84 anni e guida per andare al lavoro nel Lamont-Doherty Earth Observatory attraverso l’Hudson ogni giorno dall’Upper West Side. Come la maggioranza di coloro che per primi diedero l’allarme, egli crede che non basti nessuna cifra di riduzione delle emissioni da sola per aiutare significativamente ad evitare il disastro. Invece, egli punta sul sequestro del carbonio – una tecnologia non testata per estrarre anidride carbonica dall’atmosfera, che Broecker, stima, costerà almeno diverse migliaia di miliardi di dollari –  e varie forme di “geo-ingegneria”, nome onnicomprensivo per una varietà di tecnologie stratosferiche sufficientemente inverosimili che alcuni climatologi preferiscono considerarle come sogni, o incubi, da fantascienza. In particolare egli è concentrato su quello che viene chiamato “approccio aerosol” – disperdere talmente tanto diossido di zolfo in atmosfera che quando si trasforma in acido solforico annebbierebbe un quinto dell’orizzonte e rifletterebbe verso lo spazio il 2% dei raggi solari, procurando al pianeta almeno un piccolo spazio di manovra per il calore. “Di certo ciò che rende i nostri tramonti così rossi, può sbiancare il cielo, può rendere più acida la pioggia”, dice. “Ma dovete considerare la grandezza del problema. Dovete capire che non si può dire che il problema grande non dovrebbe essere risolto perché la soluzione potrebbe creare qualche problema più piccolo.” Pensa che non sarà più qui per vederlo, mi ha confidato. “Ma nel corso della tua vita…

Jim Hansen è un altro membro di questa generazione di capostipiti. Nato nel 1941, è diventato un climatologo all’Università dell’Iowa, ha sviluppato il pionieristico “Modello Zero” per la proiezione dei cambiamenti climatici, e più tardi è diventato capo della ricerca sul clima alla NASA, per poi lasciare a seguito di pressioni quando, mentre era ancora un impiegato federale, presentò una denuncia contro il governo federale accusandolo di non fare niente per il riscaldamento (nel frattempo era stato anche arrestato un po’ di volte per proteste). La causa legale, portata avanti da un collettivo chiamato “La fiducia dei nostri figli” e spesso descritta come “ragazzi contro il cambiamento climatico”, si basa sull’appello alla clausola di uguale protezione: in altre parole, non prendendo provvedimenti per il riscaldamento, il governo viola tale clausola imponendo costi massicci alle generazioni future; è prevista un’udienza nel tribunale distrettuale dell’Oregon, questo inverno. Hansen ha recentemente rinunciato a risolvere il problema del clima solo con una carbon tax, finora il suo approccio preferito, e si è messo a calcolare il costo totale delle misure aggiuntive per estrarre carbonio dall’atmosfera.
Hansen ha iniziato la sua carriera studiando Venere, che una volta era un pianeta molto simile alla Terra, pieno di acqua che poteva sostenere la vita, prima che cambiamenti climatici fuori controllo lo trasformassero rapidamente in una arida ed inabitabile sfera avvolta da un gas irrespirabile; è passato a studiare il nostro pianeta dai 30 anni, domandandosi perché avrebbe dovuto sbirciare nel sistema solare per esplorare rapidi cambiamenti ambientali quando li poteva osservare tutto intorno a sé sullo stesso pianeta su cui si trovava. “Quando abbiamo scritto il nostro primo articolo sull’argomento, nel 1981,“ mi ha detto, “mi ricordo che ho detto ad uno dei miei coautori, ‘Tutto questo è destinato a diventare molto interessante. A un certo punto della nostra carriera, vedremo che queste cose cominceranno ad accadere’“.

Molti degli scienziati con cui ho parlato propongono il riscaldamento globale come soluzione al famoso paradosso di Fermi, che chiede, se l’universo è così grande, perché non vi abbiamo incontrato nessuna forma di vita intelligente? La risposta, suggeriscono, è che la durata naturale della vita di una civiltà può essere solo qualche migliaio di anni, e la durata di una civiltà industriale forse solo qualche centinaio. In un universo che ha molti miliardi di anni, con sistemi solari separati sia nel tempo che nello spazio, le civiltà possono emergere e progredire e bruciarsi semplicemente troppo in fretta perché una possa trovarne un’altra. Peter Ward, un carismatico paleontologo tra quelli responsabili della scoperta che le estinzioni di massa del pianeta erano state causate dai gas serra, chiama questo il “Grande Filtro”. “Le civiltà crescono, ma c’è un filtro ambientale che ne causa la morte e la scomparsa abbastanza rapidamente”, mi ha detto. “Se guardi il pianeta Terra, il filtro che abbiamo sperimentato nel passato è consistito nelle estinzioni di massa”. L’estinzione di massa che ora stiamo vivendo è appena agli esordi, molta morte ci aspetta.
Eppure, per quanto improbabile, Ward è un ottimista. E lo sono anche Broecker e Hansen e molti degli altri scienziati con cui ho parlato. Non abbiamo sviluppato una sorta di gnosi religiosa a riguardo dei cambiamenti climatici che possa confortarci, o darci uno scopo, di fronte ad un possibile annientamento. Ma gli scienziati del clima hanno uno strano tipo di fede: troveremo un modo per bloccare il riscaldamento radicale, dicono, perché dobbiamo farlo.
Non è facile capire quanto si possa essere rassicurati da questa fosca certezza, o quanto chiedersi se sia un’altra forma di delusione; affinché il riscaldamento globale assurga a parabola, qualcuno deve pur sopravvivere per raccontare la storia. Gli scienziati sanno che anche per raggiungere gli obiettivi di Parigi, entro il 2050, le emissioni di carbonio da fonti energetiche e industriali, che stanno ancora aumentando, devono dimezzarsi ogni decade; le emissioni derivanti dall’uso del suolo (deforestazione, emissioni dalle mucche, ecc.) dovranno essere azzerate e dovremmo inventarci tecnologie capaci di estrarre ogni anno il doppio del carbonio che le piante di tutto il pianeta estraggono ora. Tuttavia, in generale, gli scienziati hanno un enorme fiducia nella creatività degli umani — una fiducia forse rafforzata dalla loro valutazione dei cambiamenti climatici che, dopo tutto, sono pur sempre anche un’invenzione umana. Rammentano il progetto Apollo, il buco nell’ozono che abbiamo rattoppato negli anni ’80, la paura passata per la reciproca distruzione assicurata. Dato che abbiamo trovato un modo per ingegnerizzare il nostro giorno del giudizio, di sicuro troveremo un modo per ingegnerizzare anche la via d’uscita, in un modo o nell’altro. Il pianeta non è abituato ad essere provocato in questo modo e un sistema climatico programmato con cicli di retroazione lunghi secoli o millenni ci impedisce – anche a quelli che guardano più da vicino – di realizzare appieno il danno già inflitto al pianeta. Ma quando vedremo realmente il mondo che abbiamo creato, dicono gli scienziati, troveremo anche il modo di renderlo vivibile. Per loro, l’alternativa è semplicemente inimmaginabile.

- David Wallace-Wells - Pubblicato il 10 luglio 2017 su The New York Magazine -
[ Traduzione a cura di Stefano Pravato ]

lunedì 7 maggio 2018

Prodotti!

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«Pochi spettacoli sono più avvincenti - per chi è sensibile al fascino delle idee - di quello di un grande pensatore che per la prima volta appare essere alle prese con problemi nuovi, mentre è a caccia di prospettive e soluzioni inedite» scrivono Enrico Donaggio e Peter Kammerer, in questa nuova edizione dei Manoscritti economico filosofici che Feltrinelli manderà in libreria il prossimo 23 maggio (un’edizione arricchita di molti inediti rispetto alla prima edizione, anch’essa pubblicata postuma nel 1932).
Riprendo, qui di seguito, il passaggio in cui Marx formula per la prima volta la categoria di feticismo della merce. Una scoperta che cambierà radicalmente tutti i suoi interessi.
Sarà il concetto che motiverà Marx - fino a quel momento immerso nei problemi della filosofia - a scegliere l’economia come disciplina chiave per spiegare l’essenza dell’agire umano.
Una dinamica simultaneamente affascinante e terribile al tempo stesso, nella quale l’economia si manifesta per mezzo di quella che è la sua patologia: sono le merci che si impadroniscono degli uomini, fino a ridurli a cose. La critica dell’economia svolge il ruolo di farli tornare ad essere di nuovo persone.

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« Supponiamo di avere prodotto in quanto uomini: ciascuno di noi avrebbe nella sua produzione affermato se stesso e l’altro due volte. Io avrei:

1) oggettivato nella mia produzione la mia individualità, la sua peculiarità, e avrei quindi goduto, durante l’attività, di una manifestazione individuale della vita, così come nella contemplazione dell’oggetto avrei goduto della gioia individuale di sapere la mia personalità come un potere oggettivo, sensibilmente visibile e quindi elevato al di sopra di ogni dubbio.
2) Nel tuo godimento o nel tuo uso del mio prodotto io avrei immediatamente il godimento della consapevolezza di avere soddisfatto nel mio lavoro un bisogno umano, quindi di avere oggettivato l’essenza umana e avere quindi procurato il suo oggetto corrispondente al bisogno di un altro essere umano,
3) di essere stato per te il mediatore tra te e la specie, quindi di venire inteso e sentito da te stesso come un completamento del tuo proprio essere, come una parte necessaria di te stesso, di sapermi quindi confermato nel tuo pensiero come nel tuo amore,
4) di avere procurato immediatamente nella mia individuale manifestazione di vita la tua manifestazione di vita, dunque di avere confermato e realizzato immediatamente nella mia attività individuale la mia vera essenz a, la mia essenza comune, umana.

Le nostre produzioni sarebbero come altrettanti specchi dai quali la nostra essenza rilucerebbe a se stessa. Questo rapporto sarebbe dunque reciproco, dalla tua parte accadrebbe quel che accade dalla mia. Consideriamo i diversi momenti come compaiono nella supposizione:
Il mio lavoro sarebbe libera manifestazione della vita, quindi godimento della vita. Sotto il presupposto della proprietà privata esso è alienazione della vita, infatti io lavoro per vivere, per procurarmi mezzi per vivere.  Il mio lavorare non è vita.

In secondo luogo: nel lavoro sarebbe perciò affermata la peculiarità della mia individualità, poiché mia vita individuale. Il lavoro sarebbe dunque proprietà vera, attiva. Ma sotto il presupposto della proprietà privata la mia individualità è alienata fino al punto in cui questa attività mi è detestabile, è un tormento e piuttosto soltanto la parvenza di un’attività, perciò anche un’attività soltanto imposta è soltanto da un accidentale bisogno esteriore, non da un necessario bisogno interiore. Il mio lavoro può apparire nel mio oggetto solo come quel che è.

Non può apparire come quel che non è per sua essenza.
Quindi esso appare ancora soltanto come l’espressione oggettiva, sensibile, contemplata e perciò al di sopra di ogni dubbio, della mia perdita di me stesso e della mia impotenza.
»

( Testo estratto dalle pagine 210-211 di: Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, e altre pagine su lavoro e alienazione , a cura di Enrico Donaggio e Peter Kammerer, Feltrinelli, Milano, pagg. 272, in libreria dal 23 maggio 2018 )

Irrecuperabile!

debord

Nella situazione, più che mai
- di Anselm Jappe -

   Guy Debord ha detto spesso che, più di ogni altra cosa, egli si considerava come uno «stratega». E, in effetti, l'interesse che continua a suscitare, più di cinquant'anni dopo la pubblicazione della sua opera principale, La Società dello Spettacolo, ha molto a che fare con la sua capacità di ottenere con uno sforzo minimo quello che si proponeva. In questo modo, è riuscito a vincere la sua scommessa contro lo «spettacolo» senza apparire sulla scena, ed in modo che lo giudicassero indispensabile tutti gli altri nemici giurati dell'ordine esistente: Debord non si è mai esibito in pubblico, non ha mai concesso alcuna intervista, non ha mai scritto sulla stampa, ha comunicato unicamente attraverso i mezzi che egli stesso aveva scelto (la rivista Internazionale Situazionista, i suoi libri, i suoi film, promossi da produttori ed editori amici). In breve, era inaccessibile.
Tutto questo ha contribuito al mito che era riuscito a creare intorno a sé stesso. Fino al suo suicidio nel 1994, ha saputo difendere la sua «cattiva reputazione» (il titolo del suo ultimo libro, del 1993) di sovversivo infrequentabile. È stato un caso pressoché unico. Tuttavia, subito dopo la sua morte, ha avuto inizio una diffusione del suo pensiero che ha sfiorato perfino la "panteificazione", e che ha fatto di lui un «grande autore francese», in generale a spese del contenuto sovversivo della sua vita e della sua opera. Oggi, gli ambienti più diversi lo reclamano, o ripetono le sue idee, senza arrivare nemmeno a conoscerne le origini. Ci sono artisti di ogni tipo che praticano la «psico-geografia», oppure la «deriva» (ne esiste perfino un App per smartphone!), e gli hacker rivendicano il «detournement», e abbiamo avuto i primi politici che sbraitano contro la «società dello spettacolo». Allo stesso modo, le forme più varie di contestazione basata sui media, dagli Yes Men alle Pussy Riots o ad Act Up, vengono spesso intervistate come successori dei situazionisti.

Il Capitale della sua Epoca
Sarebbe davvero inutile decidere chi continua davvero a portare la fiaccola situazionista e chi è invece solo un volgare «recuperatore». Ovviamente, l'influenza di Guy Debord si ritrova in mille discorsi che egli non avrebbe mai approvato. Si dovrebbe perciò concludere che anche il "grande refrattario" ha finito per diventare una figura dello spettacolo come gli altri, un ottimo soggetto per un simposio accademico, che farà parte ben presto del programma di aggregazione? Oppure, gli andrebbe concesso un ruolo di "profeta"? Del resto, ha previsto l'onnipresenza della televisione già in un'epoca in cui esistevano solo tre canali in bianco e nero. Ha predetto il collasso dell'Unione Sovietica quando, in Occidente, l'URSSS passava ancora per essere un minaccioso antagonista, geopolitico e tecnologico, degli Stati Uniti. Ha anticipato la convergenza delle vecchie democrazie e delle dittature verso nuove forme di autoritarismo (ciò che alcuni oggi chiamano "democrature"), oppure, anche, il diffondersi ed il proliferare di informazioni false o non verificabili, le ormai celebri "Fake News". Un profeta? Un visionario? Evidentemente, sì. E questo non è niente. Ma limitarlo a questo ruolo di "precursore" implica anche, subdolamente, l'idea che, dopo di lui, altri abbiano detto le stesse cose, ma l'abbiano fatto meglio.
Ci sono inoltre dei domini nei quali Guy Debord ha ancora qualcosa di nuovo da dirci, o nei quali ci può aprire dei percorsi non ancora esplorati? Innanzitutto, bisogna sempre tener presente che lo spettacolo di cui egli parla non è limitato solo ai media. Esso riguarda ogni forma di vita in cui ha luogo una separazione strutturale fra attori e spettatori, fra organizzatori e organizzati. Lo spettacolo consiste nella passività della maggioranza delle persone che si limitano a contemplare le immagini, in senso lato, di quella vita che il sistema economico impedisce loro di vivere realmente. E questo è il caso non solo del cinema, ma anche della politica, rispetto alla quale noi lasciamo che altri agiscano al nostro posto. Noi consumiamo le merci, non per il loro valore d'uso, ma per quella felicità che esse ci promettono in maniera illusoria. Ed anche l'arte e la cultura non fanno altro che mostrarci delle passioni e delle "situazioni" che noi non viviamo direttamente - e ciò non perché sarebbe impossibile, ma perché l'economia capitalista ci obbliga a passare la nostra vita a lavorare e ad adattarci alle sue esigenze. Lo spettacolo è una "alienazione" in senso marxista: una proiezione inconscia delle forze collettive umane su un fattore esterno che governa gli uomini che lo hanno creato. E, sotto questo punto di vista, la società attuale è indubbiamente ancora più "spettacolare" di quella del 1967.
Si possono trovare oggi dei critici sociali radicali, come quelli della "critica del valore", i quali, pur senza discendere direttamente dalla teoria situazionista, ne riprendono l'esigenza di una critica della totalità sociale fatta senza concessioni. La sua categoria analitica centrale, il "feticismo della merce", si basa su un'interpretazione di Marx spesso simile a quella di Debord. Il Comitato Invisibile - che all'inizio è stato all'origine dell'opuscolo "L'Insurrection qui vient" (2007) - è un'altra delle forme contemporanee di critica globale che si propone di riprendere lo spirito situazionista, in particolare sul piano stilistico. Fatto sta che Debord porta avanti un'analisi della società capitalista a partire da una rilettura di Marx che rimane uno dei modi migliori per poter servirsi ancora dei suoi concetti. Apre La Società dello Spettacolo con la prima frase de Il Capitale, pubblicato esattamente un secolo prima, ma sostituendo alla parola "merce" quella di "spettacolo". Procede per mezzo di quello che egli definisce un « détournement ». In questo modo, si prefigge di attualizzare la teoria di Marx, addirittura di scrivere Il Capitale della sua epoca, tenendo conto dei cambiamenti intervenuti in quella che continua ad essere una società capitalista. Descrive le nuove forme di "lotta di classe", le quali non ruotano più necessariamente intorno a delle rivendicazioni economiche: i nuovi proletari vogliono riprendere il controllo sulle proprie vite. Si oppongono non solo allo sfruttamento classico, ma anche alle nuove gerarchie guidate dalle burocrazie; il che implica il rifiuto dei partiti e dei sindacati "operai".

Capitalismo Estetico
Debord si è dimostrato innovativo soprattutto nel porre al centro delle sue analisi le categorie marxiane della merce, del valore di scambio, del denaro e del lavoro che il marxismo tradizionale aveva quasi del tutto trascurato. Mentre i marxisti ortodossi pensavano in termini di distribuzione dei frutti del lavoro, Debord è tornato alla base produttiva dove tali frutti vengono creati. E, a partire da questo, svolge una critica senza concessioni della "società dei consumi" occidentale, dove l'abbondanza delle merci - siano esse materiali oppure assumano la forma dell'immagine - sostituisce la vita direttamente vissuta (lo «spettacolare diffuso»). Con una perspicacia rara per la sua epoca, ha potuto così dedurre che i regimi totalitari (fra i quali conta anche la Cina di Mao) erano solo delle versioni più povere dello spettacolo mondiale, e non erano poi così radicalmente diversi dal mondo "democratico" (lo «spettacolare concentrato»).
Naturalmente si potrebbe obiettare che, anche se ha evitato di poter essere "recuperato" sul piano personale, le sue idee, così come quelle di numerosi altri autori ed attori del Maggio '68, hanno contribuito allo sviluppo del capitalismo postmoderno. A posteriori, il movimento globale del '68 appare infatti soprattutto come una modernizzazione delle sovrastrutture arcaiche dell'epoca, soprattutto per quanto attiene al dominio dei "costumi" e della libertà individuale, e per il loro adattamento ai dati creati dalla fase "fordista" dell'economia. Negli anni '60, la sintesi situazionista fra una "critica artistica" ed una "critica politica" (le quali, per un secolo, avevano seguito piuttosto dei percorsi separati - da un lato il surrealismo e dall'altro il Partito Comunista, in quanto forme più tipiche) era rivoluzionaria e sembrava essere il risultato e la realizzazione di una lunga storie di avanguardie sia politiche che artistiche. Col senno di poi, avrebbe potuto essere visto come il precursore (in questo caso, involontario) del "capitalismo estetico" attuale, o del "terzo spirito del capitalismo" (secondo l'espressione dei sociologhi  Luc Boltanski e Éve Chiapello), basato su una valorizzazione della "creatività" e della "autonomia" individuale, che sostituiva le rigide gerarchie piramidali ormai obsolete.
Le idee di Guy Debord sono tuttavia troppo radicali, e riguardano troppo la totalità del capitalismo, per avere potuto contribuire alla sua modernizzazione. Già nel 1967, egli affermava che lo spettacolo lascia ai "lavoratori" solo «l'alternativa di rifiutare la totalità della propria miseria, o niente», e nelle sue opere successive il tono non è mai cambiato. Alcuni anni dopo questa pubblicazione, scoprirà l'importanza della questione e ecologica, e romperà definitivamente con la sua vecchia fede nel progresso tecnico come fondamento di una emancipazione sociale possibile. Fino alla fine della sua vita, denuncerà, soprattutto nei suoi Commentari alla Società dello Spettacolo (1988), l'insensatezza sempre più folle e sempre più autodistruttiva dello spettacolo. Fra gli aspetti più "profetici" del suo pensiero, c'è infatti la sua sensibilità riguardo la catastrofe ecologica. Nelle "61 tesi sull'IS e il suo tempo", pubblicato nel 1972 e che venne anticipato l'anno prima in un dibattito pubblico dal titolo Il Pianeta Malato. è fra i primi a comprendere che la logica capitalista conduce inevitabilmente alla devastazione delle basi naturali della vita. Secondo lui, nessun aggiustamento parziale, come quelli che venivano proposti dai movimenti ecologici emergenti, poteva porvi rimedio, ma poteva farlo solo un'uscita autonomizzata dall'economia. Dal momento che l'economia è fatalmente destinata a produrre il più possibile: "l'usura integrata" permette il rinnovamento ciclico della produzione e del consumo, ma «la realtà cumulativa di una simile produzione indifferente all'utilità o alla nocività, ed in realtà del tutto indifferente al proprio potere che vuole ignorare, fa sì che non ci si possa dimenticare di tutto questo e torna sotto forma di inquinamento».

Catastrofe Ecologica
Nel momento in cui, in seguito alla pubblicazione del rapporto del Club di Roma (1972), i media cominciano ad evocare appena quelli che sono i "limiti della crescita", Guy Debord in questi scritti traccia un quadro impressionante delle "nocività" prodotte dall'economia spettacolare, Ed afferma che sarà la lotta contro la catastrofe ecologica, il motore principale dei movimenti rivoluzionari, poiché si tratterà di una battaglia per la sopravvivenza dell'umanità stessa. Se nel 1972, egli attribuisce ancora al "proletariato" il ruolo storico di porre fine a tutto questo, negli anni e nei decenni che seguono, tuttavia non identifica più un attore specifico, un "soggetto rivoluzionario", capace di abolire lo spettacolo e i suoi disastri. Non è certamente arrivato a spingere le sue analisi fino a riprendere la formula marxiana del valore in quanto "soggetto automatico" che governa la società al posto dei soggetti umani, ma aveva tuttavia constatato la scomparsa delle forme sociali che potevano ostacolare lo spettacolo. Ecco perché le sue ultime opere spesso passano per essere "pessimiste". In lui, l'idea di catastrofe ecologica si avvicina ad una critica radicale delle tecnologie, come dimostrato fra l'altro, negli anni '80, dalla sua collaborazione con la rivista Encyclopédie des Nuisances. Secondo lui, è la scienza stessa ad aver abdicato al suo vecchio ruolo emancipatore per mettersi al servizio di un'economia diventata del tutto irrazionale ed incontrollabile, anche rispetto alle precedenti fasi del capitalismo. Da qui, ai suoi occhi, l'energia nucleare costituiva un esempio particolarmente impressionante.
Che cosa farne perciò di Guy Debord? Costruire una "ortodossia" a partire dalle sue intuizioni sarebbe controproducente, e ridurlo ad un accessorio sempre più da supermercato culturale della postmodernità sarebbe un insulto alla sua memoria. È meglio piuttosto pensare alla realtà contemporanea servendosi degli strumenti che egli ha preparato per noi. Il compito principale che egli assegnava all'umanità è stato quello di uscire da un'economia che si è staccata dagli uomini che l'avevano costruita. E questa esigenza sembra essere oggi più urgente che mai, in un tempo in cui la crisi economica, la crisi ecologica e la crisi energetica si sono unite in una sola vasta Crisi maiuscola che per il suo superamento richiede un pensiero radicale (in grado di andare profondamente, secondo l'etimologia, alla radice delle cose), come il suo. La grande attualità di Guy Debord deve ancora venire.

Anselm Jappe - Pubblicato sul n°4 del Nouveau magazine littéraire - Aprile 2018 -

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

domenica 6 maggio 2018

Dopo il dopo

amoroso

Critica della filosofia postmoderna e dei suoi effetti sul pensiero critico e sulla prassi rivoluzionaria
- di Miguel Amorós -

L'arretramento teorico, causato dalla scomparsa del vecchio movimento operaio, ha permesso l'egemonia di una sorprendente filosofia, la prima a non fondarsi sull'amore per la verità, oggetto primordiale del sapere. Il pensiero debole (o filosofia della postmodernità) relativizza un tale concetto, e lo fa derivare da un miscuglio di convenzioni, di pratiche e di costumi che sono instabili nel tempo, qualcosa di "costruito", e, di conseguenza, di artificiale, senza alcun fondamento. E su questa scia, relativizza ogni idea razionale di realtà, di natura, di etica, di linguaggio, di cultura, di memoria, ecc. Inoltre, alcune autorità del piccolo mondo postmoderno non hanno mancato di qualificare come "fasciste" alcune di queste idee. Alla fine, recuperando Nietzsche, non c'è più alcuna verità, ci sono solo interpretazioni. Infatti, una simile demolizione sistematica di un pensiero che nasce con l'Illuminismo e che rivendica la costituzione della libertà, e che darà alla luce, con la comparsa della moderna lotta di classe, alla critica sociale - e per coloro, principalmente professori e studenti, che piuttosto che bagnarsi nell'acqua limpida dell'autenticità, preferiscono sguazzare nel fango dell'impostura insieme alle ideologie rivoluzionarie - ha tutta l'apparenza di una demistificazione radicale portata avanti da dei veri pensatori incendiari, la cui finalità non sarebbe nient'altro che il caos liberatore dell'individualità esacerbata, la proliferazione di identità e l'abrogazione di ogni norma di condotta comune. All'indomani di una tale orgia di decostruzione, non resterebbe più in piedi nessun valore, né alcun concetto universale: essere, ragione, giustizia, uguaglianza, solidarietà, comunità, umanità, rivoluzione, emancipazione... verrebbero tutte definite come "essenzialiste", vale a dire come abomini "pro-natura". Tuttavia, l'estremismo negatore dei post-filosofi manifesta, su un piano spirituale, delle coincidenze sospette con l'attuale capitalismo. Un radicalismo di una tale intensità contrasta non solo con la vita e con le scelte politiche dei suoi autori, assai accademica la prima, e assai convenzionali le altre, ma sposa perfettamente la fase attuale della globalizzazione capitalistica, caratterizzata dalla colonizzazione tecnologica, dal presente perpetuo, dall'anomia e dallo spettacolo. Si tratta di un'integrazione per cui tutto viene facilitato. Nessuno li disturberà per quanto riguarda le loro cattedre universitarie. Grazie alla priorità che è stata concessa dal dominio alla conoscenza strumentale, e di conseguenza, grazie alla scarsa importanza che la mentalità dominante concede alla "umanità", sono nate senza alcun ostacolo delle bolle filosofiche pseudo-trasgressive ed ogni sorta di giocoleria speculativa del tutto estranea rispetto a quella che è la realtà circostante, creando così una vorticosa contraffazione del pensiero critico moderno, che ama essere accompagnata da un forte rumore mediatico. Le lodi postmoderne della trasgressione normativa corrispondo in un certo qual modo alla scomparsa della socievolezza negli agglomerati urbani. In linea con la nuova debolezza per quel che riguarda la debolezza in materia filosofica, niente è originale, tutto è costruito, e perciò ha le sue basi sulla sabbia. L'economia politica, le classi, la storia, il tessuto sociale, le opinioni... tutto. Quindi, se non esiste una relazione sociale che valga, se non c'è nessuna vera liberazione collettiva, né dialettica, nessun criterio definitivo da prendere in considerazione a tal riguardo, allora quale potrebbe mai essere il significato di norme, di mezzi e di fini? Si parte dal niente per non arrivare da nessuna parte.
Il nichilismo, è in armonia con i mercati, per i quali quel che non ha valore economico ha poca importanza. Né dovrebbe sorprendere che l'elogio della disumanizzazione ed il tipico caos dei de-costruttori va di pari passo con l'apologia della tecnica. Il pensiero debole, fra le altre cose, celebra l'ibridazione dell'uomo con la macchina. La natura meccanica, libera dalle costrizioni, non sarebbe forse superiore ad una natura umana, schiava delle leggi naturali?
Il nichilismo inerente alla logica meccanica, riflette e risponde all'abolizione della storia, alla soppressione dell'autenticità, alla liquidazione delle classi e alla consacrazione dell'individualità narcisistica; si tratta quindi di un prodotto della cultura del capitalismo tardivo - se possiamo ancora chiamarla cultura - e la sua funzione non sarebbe altro che quella di adattarsi ideologicamente al mondo della merce così come esso è diventato. In relazione all'esistente, la filosofia postmoderna è una filosofia di legittimazione. Ciò che è nato come una reazione alla rivolta del maggio '68 «nei bassifondi dello spirito del tempo» (Debord) è stato accolto nelle università americane, come se si trattasse di un paradigma della profondità critica. e a partire da questo la "French Theory" si è irradiata in tutti i laboratori pensanti della società capitalista, scendendo nei ghetti dei giovani sotto forma di una moda intellettuale trasgressiva. Dato il loro carattere ambivalente e malleabile, i sillogismi liquidi della postmodernità hanno riempito la cassetta degli attrezzi degli ideologhi del vuoto di ogni genere, dai cittadinisti più camaleontici agli anarchici più a la page. C'è anche un nuovo tipo di anarchismo, nato dal fallimento dei valori borghesi storici, incentrato sull'affermazione soggettivista, sull'attivismo senza oggetto né progetto e sulla mancanza di memoria, che ha sostituito nella maggior parte degli spazi quello vecchio, figlio della ragione, nato dalla lotta di classe, fondante un'etica universale ed il cui lavoro rivoluzionario era saldamente ancorato alla storia. Nella French Theory, o piuttosto nel "morbus gallicus", di cui il post-anarchismo è il figlio bastardo, i riferimenti non contano; rivelano la nostalgia per il passato, qualcosa che è molto riprovevole agli occhi di un decostruzionista. La questione sociale si dissolve in una moltitudine di questioni identitarie: le questioni di genere, di sesso, di età, di religione, di razza, di cultura, di nazione, di specie, di salute, di alimentazione, ecc. sono al centro del dibattito e danno luogo ad un singolare politicamente corretto che si traduce in un'ortografia torturata ed in un discorso pieno di storture e di confusione grammaticale. Una collezione di identità fluttuanti sostituisce il soggetto storico, il popolo, il collettivo sociale o la classe. La sua affermazione assolutista ignora la critica dello sfruttamento e dell'alienazione e, di conseguenza, un gioco "intersezionale di minoranze oppresse sostituisce la resistenza collettiva al potere stabilito. La liberazione arriverà da una trasgressione ludica di regole che ostacolano queste identità e che opprimono queste minoranze, e non da una "alternativa" globale o da un progetto rivoluzionario di cambiamento sociale, indubbiamente considerato come totalitario, dal momento che una volta "costituito", esso genererà delle nuove regole, più potere e quindi più oppressione. Il comunismo libertario, da questo punto di vista, non sarebbe altro che l'incarnazione di una dittatura. L'analisi critica e l'anticapitalismo stesso, grazie all'annullamento di ogni riferimento storico, lascia il posto alla messa in discussione della normatività, della contorsione del linguaggio e dell'ossessione per la differenza, del multiculturalismo e della singolarità. Non si può discutere della coerenza, dal momento che la categoria della contraddizione è stata relegata nell'oblio, così come quella dell'alienazione, del superamento e della totalità.
Costruire o decostruire, ecco il problema. Senza alcun dubbio, il proletariato non ha "realizzato" la filosofia, come sostengono Marx, Korsch o l'Internazionale Situazionista, vale a dire che non ha realizzato le sue aspirazioni di libertà, ed oggi noi ne paghiamo le conseguenze. È vero che, nello sviluppo della lotta di classe, si è manifestato un pensiero critico che poneva la classe operaia al centro della realtà storica, e che questo pensiero è stato denominato come marxista, anarchico, o semplicemente socialista. In realtà, si trattava di catturare la realtà nella maniera più fedele possibile, in quanto totalità che si sviluppa nella storia, al fine di elaborare delle strategie per poter vincere sul nemico di classe. La vittoria finale deve essere inscritta nella storia stessa. Nondimeno, gli attacchi proletari contro la società di classe, hanno fallito. E mentre il capitalismo superava le sue crisi, le contraddizioni divoravano i postulati di quel pensiero, e diventano necessarie delle nuove formulazioni.
I contributi sono stati molteplici e non è per niente necessario enumerarli. Quel che li caratterizzerebbe tutti, sarebbe la chiarezza aggiunta nella prospettiva della lotta liberatrice, ma immersa in un contesto di regressione, che poi si allontana progressivamente dalla pratica. Tuttavia, la sua lettura ha rafforzato la convinzione che una società libera sarebbe possibile, che la lotta è stata utile a qualcosa e che non bisognerebbe mai arrendersi, che la solidarietà mentre si resiste ci rende migliori e che la formazione ci rende lucidi... La lotta delle minoranze, lungi dallo smantellare la critica sociale, contribuisce ad arricchirla. Lungi dall'essere secondario, le questioni di identità sono diventate sempre più importanti man mano che il capitalismo penetrava nella vita quotidiana e distruggeva le strutture tradizionali. Denunciavano degli aspetti dello sfruttamento che fino a quel momento non erano stati presi in considerazione. Dapprima, l'universalità e l'identità convergevano; non si concepiva nessuna soluzione alla segregazione razziale, alla discriminazione sessuale, al patriarcato, ecc., separatamente, ma solo in vista di una trasformazione rivoluzionaria globale. Nessuno poteva immaginare come desiderabile un razzismo nero, una società di amazzoni, un capitalismo gay o uno stato di eccezione vegetariano. La rivoluzione sociale era l'unico ambito in cui tutte le questioni potevano veramente essere sollevate e risolte. Al di fuori, rimaneva solo la specializzazione elitaria, il settarismo dell'«ambito», il narcisismo attivista e lo stereotipo militante.
Si trattava dalla strada che era stata aperta dai postmoderni. Il pensiero debole sfrutta anche il filone della crisi ideologica, recuperando gli autori e le idee, ma con degli effetti e delle conclusioni opposte. Una volta che il soggetto rivoluzionario era stato neutralizzato nella pratica, bisognava sopprimerlo nella teoria, in modo che le lotte rimanessero isolate, marginali ed incomprensibili, avviluppate in una verbosità cretinizzante ed autoreferenziale, adatta solamente agli iniziati. È stato questo il compito della French Theory. Una escalation cominciata nella confusione sofisticata e criptica che ha consacrato, come se si trattasse di maghi privilegiati, la casta intellettuale, e come popolo eletto, i discepoli, principalmente universitari. Il "male francese" è stata la prima filosofia irrazionalista legata al modo di vita dei funzionari, relativamente ben retribuiti e a giusto titolo; la sua revisione della critica sociale del potere e la contestazione dell'idea rivoluzionaria hanno reso dei meravigliosi servizi alla causa del dominio. Il concetto di potere visto come un etere onnipresente che si estende a tutto, condanna ogni pratica collettiva al perseguimento di un ideale, in quanto viene vista come il rinnovamento o la ricostruzione del potere stesso, una sorta di serpente che si morde la coda. Il potere apparentemente non si incarna nello Stato, nel Capitale o nei Mercati  come avveniva quando il proletariato era la classe potenzialmente rivoluzionaria. Il potere ora siamo tutti; è il tutto.
La rivoluzione verrebbe quindi ridefinita come una menzogna del potere al fine di ricostruirsi, nei casi estremi, a partire da dei nuovi valori e da nuove norme altrettanto arbitrarie di quelli che essa stessa rifiuterebbe. Il discredito della rivoluzione sociale, per il potere reale è più utile in tempo di crisi, in quanto un'organizzazione sovversiva organizzata che tenti di formarsi (un soggetto sociale che tenta di costituirsi) verrebbe immediatamente denunciata come potere di esclusione.
In breve, una brutta "storia della modernità" - secondo la terminologia di Lyotard - come quella della lotta di classe. Il rifiuto del concetto di classe rivela così, involontariamente, un odio di classe, eredità del precedente dominio attivo nell'immaginario post-razionale. In poche parole, si abbandona ogni velleità comunista rivoluzionaria per trasmigrare verso i generi, il poli-amore, la trasversalità e il regime vegano. I problemi individuali vengono risolti in questo modo, perciò viene sgomberata la strada che porta ad una opposizione collaborativa e partecipativa, pronti ad entrare nel gioco, ed ovviamente a votare, ad occupare degli spazi di potere ed a gestire al suo interno l'ordine attuale attraverso un discorso radicalmente identitario, dunque politicamente assai corretto, e di riflesso, un discorso ipercittadinista che fa infuriare non solo la nuova sinistra, ma anche la sinistra integrata di sempre. La situazione critica, vittima del male francese, è quindi angosciosa, così angosciosa come la vita nel mondo occidentale ed urbano devastato dal capitalismo. È la fine della ragione, la chiusura spirituale di un mondo obsoleto in cui la resistenza al potere era possibile, l'evaporazione della coscienza di classe storica, l'apoteosi della relatività, il trionfo assoluto del bluff, il regno compiuto dello spettacolo... Potremmo chiamare questo fenomeno come vogliamo, ma è soprattutto l'effetto intellettuale della disfatta storica del proletariato nel corso degli anni '60 e '80, e, di conseguenza, della scomparsa di due o tre generazioni intere di combattenti sociali e dell'incapacità di quest'ultimi a trasmettere le loro esperienze e le loro conoscenze alle nuove generazioni, consegnandole così alla psicosi postmoderna ed al suo gergo incomprensibile.
C'è una netta linea di rottura generazionale che coincide più o meno con la comparsa dell'«ambito», o ghetto, della gioventù alla fine degli anni '80, ed una relazione dello stesso ambito con il processo di gentrificazione dei centri urbani; alla fine, si può stabilire con evidenza un rapporto fra l'estendersi della malattia postmoderna e lo sviluppo delle nuove classi medie. Il collasso del movimento sociale rivoluzionario e la catastrofe teorica, sono due aspetti del medesimo disastro, e quindi del doppio trionfo, pratico ed ideologico, del dominio capitalista, patriarcale e statale. Malgrado tutto, la sconfitta non è mai definitiva, in quanto gli antagonismi proliferano molto più delle identità, e la volontà di liberarsi insieme è più forte del desiderio narcisistico di distinguersi.
Dieci minuti di celebrità virtuale patetica sono una goccia d'acqua nell'oceano agitato della "conflittualità" permanente. La lotta di classe riappare nella critica del mondo della tecnologia e nella difesa del territorio, nei progetti comunitari di uscita dal capitalismo e nelle lotte delle classi contadine contro l'agricoltura industriale e la mercificazione della vita. Probabilmente, nei paesi turbo-capitalisti, questi conflitti non riusciranno a sfuggire agli approcci "intersezionali", al trattamento "di genere" e ad altri riduzionismi identitari, perfettamente compatibili con una casistica riformista derivante dalla "economia sociale", ma dovunque si cristallizzerà un vero e proprio fronte di lotta, simili inezie finiranno per girare in tondo e verranno consumate dal fuoco dell'universalità.

(Miguel Amorós, 2017) - Pubblicato su Le Moine Bleu il 2 febbraio 2018 -

sabato 5 maggio 2018

Filarsela

Lear Grasping a Sword


«La vita di Tolstoj si svolge tutta sotto il segno della fuga. Fuga dalla condizione sociale ed economica in cui è nato. Fuga dal destino di scrittore. Fuga da se stesso. Fuga dalla vita. Anche il suo matrimonio con Sofija Andreevna è una fuga: forse veramente amava Liza, la sorella di lei, come tutti in famiglia credevano. La precipitazione con cui ha dichiarato il suo amore a Sofija, la drammaticità in cui glielo ha posto («sarò costretto a spararmi»), la fretta con cui si sono sposati (il fidanzamento è durato dal 16 al 23 settembre del 1862): tutto fa pensare che Tolstoj stesse fuggendo da qualcosa. Forse dall'amore per Liza, forse dall'amore di sé.
Orwell ha scritto una bellissima pagina sull'ultima fuga di Tolstoj, quella da casa alla stazione di Astapovo. L'ha paragonata a quella del re Lear. In realtà non era l'ultima, ma la penultima fuga. L'ultima è quella che registra il medico che lo assiste nei giorni dell'agonia.
«Me ne vado da qualche parte, così nessuno mi troverà... Lasciatemi in pace... Bisogna filarsela via, filarsela da qualche parte»: sono le ultime parole di Tolstoj, nella notte dal 6 al 7 novembre del 1910. Filarsela dalla vita, non esserci più. Non ha voluto altro, vivendo; non ha pensato ad altro. Ed è da questa estraneità che ha visto limpidamente la vita, che l'ha come ripetuta nelle sue pagine.
»

- Leonardo Sciascia - Nero su Nero  - Immagine : Lear Grasping a Sword, William Blake, 1780 -

Alles Gute zum Geburtstag

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Buon Compleanno, Karl Marx. Avevi ragione tu!
- di Jason Barker -

   Il 5 maggio del 1818, a Treviri, una città della Germania Meridionale, nella pittoresca regione vinicola della Valle della Mosella, nacque Karl Marx. A quei tempi, Treviri era un decimo rispetto a quelle che sono le sue dimensioni attuali, con una popolazione di circa 12mila persone. Secondo Jürgen Neffe, uno dei più recenti biografi di Marx, Treviri è uno di quei posti dove «anche se tutti non conoscono tutti, molti sanno un pel po' di cose a proposito di molti.» Simili vincoli provinciali non potevano certo costituire un limite per lo sconfinato entusiasmo intellettuale di Marx. Sono stati assai rari i pensatori radicali delle principali capitali europee del suo tempo che egli non sia riuscito sia ad incontrare che a rompere polemicamente con loro per motivi teorici, compresi i suoi contemporanei tedeschi Wilhelm Weitling e Bruno Bauer; il "socialista borghese" francese Pierre-Joseph Proudhon (così come lo avrebbe etichettato Marx, insieme a Friedrich Engels, nel "Manifesto Comunista"; e l'anarchico russo Mikhail Bakunin. Nel 1837, Marx rinuncerà a seguire la carriera legale che il padre - anch'egli un avvocato - aveva tracciato per lui e si immergerà invece, all'Università di Berlino, nella filosofia speculativa di G.W.F. Hegel. Si potrebbe dire che da lì in poi sarebbe stato tutto in discesa. Il governo prussiano, profondamente conservatore, non vide per niente di buon occhio un simile pensiero rivoluzionario (la filosofia di Hegel promuoveva uno Stato liberale razionale), e dall'inizio del decennio successivo, la carriera di professore universitario scelta da Marx venne bloccata. Se mai c'è stato un esempio convincente che possa mettere in guardia rispetto ai pericoli della filosofia, allora sicuramente non può essere altro che quello della scoperta, fatta da Marx, di Hegel, la cui «gracchiante grottesca melodia» all'inizio aveva suscitato in lui repulsione, ma che ben presto lo aveva portato a ballare, in delirio, per le strade di Berlino. Come confesserà lo stesso Marx al proprio padre, in una lettera altrettanto delirante scritta nel novembre del 1837, «Avrei voluto abbracciare ogni singola persona che si trovava ritta in piedi all'angolo della strada.»

Arrivati al bicentenario della nascita di Marx, quali lezioni si potrebbero trarre dalla sua pericolosa e delirante eredità filosofica? Qual è, precisamente, il contributo durevole di Marx?
Oggi, l'eredità appare essere ben viva e vegeta. Fin dall'inizio del millennio, sono apparsi innumerevoli libri, sia opere accademiche che biografie popolari, che sostengono ampiamente quella che è la lettura del capitalismo fatta da Marx, e di come essa continui ad avere una durevole rilevanza attinente a quella che è la nostra epoca neoliberista.

Nel 2002, il filosofo francese Alain Badiou aveva dichiarato, nel corso di una conferenza a Londra alla quale ho partecipato, che Marx era diventato il filosofo della classe media. Cosa aveva voluto dire? Credo che intendesse dire che oggi esiste un'opinione liberale educata, più o meno unanime, secondo la quale la tesi di base di Marx - il capitalismo viene spinto da una lotta di classe profondamente divisiva, nella quale la minoranza della classe dirigente si appropria del plus-lavoro della maggioranza della classe lavoratrice, sotto forma di profitto - è corretta. Perfino economisti liberali con Nouriel Roubini concordano sul fatto che la convinzione di Marx, secondo la quale il capitalismo ha una tendenza intrinseca a distruggere sé stesso, rimane più predittiva che mai.
Ma è su questo punto che l'unanimità si interrompe bruscamente. Laddove sono molti ad essere d'accordo con la diagnosi sul capitalismo fatta da Marx, l'opinione riguardo al come si debba trattare il suo "disordine" è completamente divisiva. Ed è qui che risiede l'originalità e la profonda importanza di Marx come filosofo.

Per cominciare, cerchiamo di essere chiari: Marx non arriva ad avere nessuna formula magica per poter uscire da quelle che sono le enormi contraddizioni sociali ed economiche che implica il capitalismo globale (secondo Oxfarm, l'82% della ricchezza globale generata nel 2017 è finita nelle tasche dell'1% più ricco). Ad ogni modo, ciò che Marx riesce ad ottenere per mezzo del proprio sedicente pensiero materialista, sono state le armi critiche in grado di mettere in discussione la pretesa ideologica del capitalismo di essere l'unico gioco in città.
Nel "Manifesto Comunista", Marx ed Engels scrivono: «La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte quelle attività che prima erano considerate degne di venerazione e di rispetto. Ha trasformato il medico, il giurista, il prete,  il poeta, lo scienziato in suoi operai salariati.»
Marx era convinto che il capitalismo ben presto avrebbe reso tutti loro delle reliquie di sé stessi. Le incursioni che l'Intelligenza Artificiale sta attualmente portando a termine sia nella diagnostica che nella chirurgia, ad esempio, confermano le argomentazioni espresse nel "Manifesto", secondo le quali la tecnologia avrebbe di molto accelerato la «divisione del lavoro», vale a dire la "sprofessionalizzazione" di tali professioni.

Per meglio capire la maniera in cui Marx era arrivato a quella che era la sua impressione globale definitiva - un'impressione decisamente maggiore e più articolata di quella di qualsiasi altro filosofo venuto prima o dopo di lui - possiamo partire dalla sua relazione con Hegel. Cosa c'era di così affascinante per Marx, nel lavoro di Hegel? Come aveva scritto a suo padre, le prime volte che era entrato in contatto con il "Sistema" di Hegel - che era costruito su uno strato "a cipolla" di negazioni e di contraddizioni - non ne era rimasto del tutto convinto.
Marx aveva scoperto che gli idealismi del tardo XVIII secolo, quelli di Immanuel Kant e di Johann Gottlieb Fichte che avevano così tanto dominato il pensiero filosofico dell'inizio del XIX secolo, ciò a cui assegnavano priorità era il pensiero in sé stesso - fino al punto che la realtà avrebbe potuto essere desunta a partire dal ragionamento intellettuale. Ma Marx rifiutava di avallare la loro realtà. Attuando un ironico capovolgimento hegeliano, quello che avveniva era l'esatto contrario: era il mondo materiale quello che determinava tutto il pensiero. Come scrive Marx nella sua lettera: «Se un tempo gli dei, precedentemente, avevano stabilito la loro dimora al di sopra della terra, ora essi ne erano diventati il centro.»
L'idea che Dio - o "gli dei" - dimorassero in mezzo alle masse, o che essi si trovassero "in" loro, naturalmente non era affatto qualcosa di filosoficamente nuovo. Ma l'innovazione di Marx consisteva nel suo conferire idealistica deferenza - non tanto solo a Dio, o a qualsiasi divina autorità - alla sua propria testa. Laddove Hegel si era fermato e si era limitato a difendere e sostenere uno Stato liberale razionale, Marx avrebbe fatto un ulteriore passo in avanti: dal momento che gli dei non erano più divini, non c'era assolutamente alcun bisogno di uno Stato.
L'idea della società senza classi e senza Stato sarebbe servita a definire, allo stesso tempo, sia l'idea di comunismo di Marx ed Engels che, ovviamente e abbastanza ironicamente (!), la conseguente e travagliata storia degli "Stati" comunisti che si sono materializzati nel corso del XX secolo. C'è ancora molto da imparare dai loro disastri, ma la loro rilevanza filosofica rimane quanto meno ambigua, per usare un eufemismo.

Il fattore chiave nell'eredità intellettuale marxiana riferita alla nostra attuale società, non è la "filosofia", bensì la "critica", o quello che egli nel 1843 aveva descritto come «la critica spietata di tutto ciò che esiste: spietata, sia nel senso di non aver paura dei risultati cui arriva, sia nel senso di aver altrettanto poca paura del conflitto con i poteri esistenti.»
«I filosofi hanno solo interpretato il mondo, in vari modi; si tratta di cambiarlo,» aveva scritto nel 1845. Alla dinamica dello sfruttamento di classe, si è aggiunta l'oppressione razziale e sessuale. I movimenti per la giustizia sociale come Black Lives Matter e #MeToo, partecipano di un tacito debito nei confronti di Marx, attraverso il loro porre degli obiettivi senza scuse nei confronti delle "eterne verità" della nostra epoca. Tali movimenti riconoscono, come fece Marx, che le idee che governano ogni società sono le idee della sua classe dominante, e che il capovolgimento di tali idee è fondamentale ai fini di un vero progresso rivoluzionario.
Ci siamo abituati al mantra rampante secondo il quale per ottenere dei cambiamenti sociali dobbiamo prima cambiare noi stessi. Ma il pensiero illuminato o razionale non è abbastanza, dal momento che le norme del pensiero sono già distorte dalle strutture del privilegio maschile e della gerarchia sociale, perfino alla radice del linguaggio che usiamo. Cambiare tali norme, comporta dover cambiare le fondamenta stesse della società.
Per citare Marx, «Nessun ordine sociale viene mai distrutto prima che tutte le forze produttive, per le quali tale ordine basta, siano state sviluppate, e le nuove relazioni di produzione superiori non sostituiscono mai le più vecchie prima che le condizioni materiali per la loro esistenza siano maturate all'interno della struttura della vecchia società.»
La transizione verso una nuova società, laddove sono alla fine le relazioni fra le persone - piuttosto che le relazioni di capitale - che determinano il valore di un individuo, si sta rivelando indubbiamente come una cosa piuttosto difficile da fare. Marx, come ho detto prima, non offre una formula valida per tutte le situazioni per poter attuare un cambiamento sociale.
Offre, al contrario un potente Acid Test [acid test: Indicatore di bilancio (detto anche di liquidità) volto a determinare la capacità di un'azienda di far fronte ai propri debiti. È calcolato come il rapporto fra totale di cassa, crediti a breve, titoli liquidabili immediatamente e totale delle passività correnti] intellettuale di quel cambiamento. Su questa base, siamo destinati a continuare a citarlo ed a testare le sue idee fino a quando il genere di società per la quale ha lottato affinché si realizzasse, e che un numero crescente di noi ora desidera, sia finalmente realizzata.

- Jason Barker - Pubblicato il 30 aprile 2018 sul The New York Times -

venerdì 4 maggio 2018

Verità Letteraria

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“ Nel Vangelo di Giovanni, quando Gesù dice di essere venuto al mondo per render testimonianza alla verità, Pilato domanda: «Che cosa è la verità?».
È l'eterna domanda che può trovare risposta soltanto nella verità, non in una spiegazione o definizione della verità. La verità è. «Io sono colui che sono». E così la verità è colei che è. Il potere ne vuole spiegazione allo stesso modo che della menzogna in cui si inscrive può darne. Pilato domanda. Gesù non risponde.
Ma la domanda che oggi occupa me, nel rileggere il passo di Giovanni e nel cercarne inutilmente riscontro nei Vangeli di Matteo, Marco e Luca, è questa: perché soltanto Giovanni registra queste due battute che mi sembrano attingere al momento più alto del dramma della Passione?
La risposta può esser questa: perché sono vere, perché Giovanni c'era. Non so molto di esegesi e critica evangelica, ma nel Vangelo di Giovanni sento la verità della cosa vista, della cosa sentita. E attraverso un piccolo particolare topografico: lo spostarsi di Pilato dal pretorio alla corte detta «il lastricato». Anche se questa corte non fosse stata scoperta dagli archeologi nel 1932, il particolare è di quelli che si appartengono a una resa della verità che direi stendhaliana. Giovanni, il più letterato degli evangelisti, forse sapeva che quel particolare sarebbe valso a dar verità a tutto l'insieme.
E in conclusione: alla domanda di Pilato – «Che cosa è la verità?» – si sarebbe tentati di rispondere che è la letteratura. “

- Leonardo Sciascia, Nero su Nero - Immagine: Cosmè Tura, San Giovanni Evangelista a Patmos -

Capitalismo di Stato

ultimo stadio

L'ultimo stadio del capitalismo di Stato
- di Robert Kurz -

La crisi, quale crisi?
Così, con questa domanda, non troppo tempo fa, gli ideologi liberali sia di destra che di sinistra mostravano di essere convinti dell'immortalità del capitalismo.
Sia la gente comune che i poveri, così come le élite, nascondono sempre più il fatto che non solo questo tipo di società ha una storia, ma anche il fatto che questa società è essa stessa il prodotto di una dinamica cieca. In particolare, nel corso degli ultimi vent'anni, tutti quanto hanno voluto percepire puntualmente solo degli eventi che si verificavano in seno a delle forme sociali astoriche dell'economia capitalista. [*1]
Similmente a quanto avviene per Dorian Gray, nel romanzo di Oscar Wilde, quella che sembrava invecchiare e rivestirsi sempre più con gli stracci della miseria - mentre la logica del denaro continuava a risplendere con la freschezza di una falsa giovinezza - non era il capitalismo, bensì solo la sua immagine del mondo sociale. Il "lunedì nero" del più grande collasso finanziario di tutti i tempi ha brutalmente rivelato il vero volto del Dorian Gray capitalista. Ma in questa nuova spinta della crisi, non c'è nessuno che voglia percepire queste caratteristiche. La cieca fiducia nel capitalismo spinge unicamente a ricercare dei colpevoli. "La condotta discutibile" degli speculatori e la "politica economica anglosassone" vengono accusate di essere responsabili del disastro.
Questa spiegazione semplicistica e dai contorni antisemiti [*2] è già stata regolarmente usata in passato. Da oltre vent'anni, al processo di globalizzazione si accompagnano ondate di crisi finanziarie. Tutte le misure (apparentemente coronate da successo) che sono state prese per impedire una "fusione del nucleo" del sistema finanziario internazionale non hanno fatto altro che ristrutturarlo, senza mai affrontare il vero problema.
L'attuale evoluzione ha fatto saltare in aria tutti i vecchi concetti; la crisi non interessa solamente il settore creditizio ipotecario americano, ma si è innescata una reazione a catena che è ben lungi dall'essere arrivata alla fine. Le cause, non le si troveranno nei difetti personali e nelle carenze morali degli attori, ma nel nucleo economico del sistema stesso.
Il capitalismo non è altro che la ricerca dell'accumulazione di denaro come fine in sé. E la "sostanza" di questo denaro è l'utilizzo sempre più crescente della forza lavoro umana. Simultaneamente, la concorrenza comporta un aumento della produttività, che rende tale forza lavoro sempre più superflua. Nonostante tutte le crisi, questa contraddizione interna sembrava fosse stata sempre superata grazie al massiccio assorbimento di forza lavoro da parte delle nuove industrie. Il "miracolo economico" del periodo successivo al 1945 ha fatto diventare questa capacità del capitalismo una professione di fede. A partire dagli anni '80, dalla terza rivoluzione industriale, quella della microelettronica, si è giunti ad un nuovo livello di razionalizzazione che ha innescato, a sua volta, una svalorizzazione della forza lavoro umano, su una scala mai vista prima. È la "sostanza" stessa della valorizzazione del capitale che si dissolve, senza che vedano la luce dei nuovi settori in grado di generare una vera crescita economica. La fase neoliberista non era altro che il tentativo di gestire in maniera repressiva la crisi sociale derivante da questa circostanza, promuovendo al tempo stesso, per mezzo dell'espansione sfrenata del credito, per mezzo dell'indebitamento e per mezzo delle bolle finanziarie sui mercati finanziari ed immobiliari, una crescita "senza sostanza" del "capitale fittizio".
Ma, in particolare, il peccato originale del monetarismo è consistito nell'apertura mondiale delle valvole monetarie, e più in particolare nel fatto che la banca centrale americana abbia inondato di dollari i mercati internazionali. In effetti, tale dottrina postula la limitazione della massa monetaria, vista come fondamento della dottrina neoliberista. In realtà, è stato il flusso di denaro pubblico, privo di ogni sostanza, ad aver sovvenzionato una crescita del valore dei patrimoni finanziari, senza alcuna contropartita. Oggigiorno, questo "paradossale socialismo del denaro senza sostanza" è stato duramente sconfitto , come era prima avvenuto con il capitalismo di Stato, sia Est così come ad Ovest, con la versione keynesiana della crescita sovvenzionata dallo Stato. Negli Stati Uniti, la nazionalizzazione di fatto del sistema bancario americano, ed il piano del ministro delle finanze per arginare la crisi per mezzo di circa mille miliardi di dollari di denaro pubblico, non sono altro che dei gesti disperati. Dall'oggi al domani, la cosiddetta libertà di mercato ha rivelato il suo carattere intrinseco di capitalismo di Stato fino al punto che alcuni hanno già cominciato ad ironizzare a proposito della "Repubblica Popolare di Wall street". Ma tutto questo non ha risolto nulla. In un certo qual modo, ci troviamo di fronte a quello che è l'ultimo stadio del capitalismo di Stato; nel migliore dei casi, quest'ultimo può ritardare il crollo degli indici borsistici, azionando ancora una volta la macchina per stampare soldi. A differenza delle epoche precedenti, non esiste più alcun margine per alimentare l'emergere di nuovi settori economici trainanti.
Tutto questo ha avuto come conseguenza la fine degli Stati Uniti in quanto potenza mondiale. Le guerre di intervento non possono più essere finanziate ed il dollaro perde il suo status di riferimento monetario mondiale. Ma all'orizzonte non si vede nessun serio pretendente al trono. Il risentimento nei confronti del "dominio anglosassone" non rappresenta in alcun modo una critica del capitalismo e inoltre manca di serietà. Infatti, la congiuntura economica basata sul deficit si appoggiava sul flusso di esportazione verso gli Stati Uniti. Le capacità industriali in Asia, in Europa ed altrove non dipendono affatto dai benefici e dai salari reali, ma direttamente o indirettamente dall'indebitamento estero degli Stati Uniti. L'economia neoliberista delle bolle finanziarie è stata una sorta di "keynesismo globale" che oggi si sta disintegrando, come prima era avvenuto con il keynesismo nazionale. Le "potenze emergenti" non hanno la benché minima autonomia economica e sono legate mani e piedi alla catena globale dei deficit. La loro dinamica, così tanto ammirata, era un puro miraggio privo di qualsiasi fondamento interno. Perciò, non ci sarà, da nessuna parte, alcun ritorno ad un capitalismo "serio" con dei posti di lavoro "reali". Ci dovremo invece aspettare una sorta di effetto domino della crisi finanziaria sull'economia "reale", a cui nessuna regione del mondo può sfuggire. Il capitalismo di Stato ed il capitalismo della "libera" concorrenza rivelano di essere le due facce della stessa medaglia. A collassare, non è un "modello" che potrebbe essere rimpiazzato per mezzo di un altro. È il modo dominante di produzione e di vita, la base comune del mercato mondiale.

- Robert Kurz - Pubblicato il 28/9/2008 su "Folha de Sao Paulo" -

NOTE:

[*1] - Secondo l'ideologia capitalista, categorie come il denaro, il lavoro ecc. sono sempre esistite ed esisteranno sempre.
[*2] - Generalmente, l'antisemitismo si è sempre basato su una personificazione dei meccanismi capitalistici, dove l'Ebreo rappresenta il finanziere rapace che pervertirebbe la "buona" produzione di mercato.


fonte:  Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme