lunedì 9 aprile 2018

Nobel

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Bob Dylan
- di Marco Denti -

Premesso che Dylan ha trasformato il conferimento del premio Nobel in un happening della Beat Generation (compresa l’emozionantissima Patti Smith), nell’incredulità, nella meraviglia e nello stupore, con cui l’ha ricevuto va trovato il primo germe delle risposte ufficiali raccolte in The Nobel Lecture. Quando dice che si tratta di “una cosa che va al di là delle parole”, si rivela ancora una volta sorprendente in tutti i suoi amletici dubbi. Il tentativo di renderli pubblici, se non proprio di sviscerarli, nella “lecture” vera e propria, parte proprio da Shakespeare, perché come diceva Ralph Waldo Emerson “la sua mente è l’orizzonte oltre il quale, al momento attuale, non vediamo”. L’influenza, inevitabile, passa, secondo Dylan, nel distinguere   tutte le sfumature, nell’imparare i dettagli, e nel “concedersi” di sognare, un proposito che trova l’humus ideale per e con la letteratura. I tre libri messi al centro dell’attenzione da Dylan sottolineano un’idea di un conflitto continuo che va ben oltre il tentativo di ricondurlo su un piano intelligibile anzi, piuttosto con l’idea di espanderlo verso “nulla di davvero razionale”. Ed è contigua e parallela la condizione del viaggio, di un’eterna transazione, di un esilio mascherato che comincia con Moby Dick. Il motivo potrebbe spiegarlo Harold Bloom: “In Moby Dick e nel capitano Achab si scontrano a viso aperto due poteri, o agenti (per usare il termine di Angus Fletcher), demonici. L’intervento demonico è la tradizione nascosta della letteratura americana, un’affermazione più chiara se riferita alla narrativa (Poe, Melville, Hawthorne, Twain, James Faulkner) che alla scrittura sapienza (Emerson, Thoreau) o alla poesia (Whitman, Dickinson, Frost, Stevens, Eliot, Hart Crane). Nella narrativa, i personaggi sono posseduti da demoni, conquistatori che in qualche modo mettono ordine in un caos di altri io indisciplinati. La creazione lirica e saggistica di immagini diventa un metodo per ordinare l’io autobiografico in suoni più sottili, demarcazioni più spettrali”. L’idea del “demone” non gli è mai stata estranea, almeno quanto una vicinanza alla realtà del “political world” che nell’immenso songwriting dylaniano si è tradotto attraverso i suoi “principi, una sensibilità e una certa consapevolezza del mondo”. Un ruolo a maturare quella percezione che porterà Bob Dylan nei libri di storia (molto prima del Nobel) l’ha avuto Niente di nuovo sul fronte occidentale. Il romanzo  di Erich Paul Remark alias Erich Maria Remarque, ha convinto Dylan che  “la guerra non ha limiti”, ma per comprendere l’immane frattura del primo conflitto mondiale, che in La bellezza e l’orrore Peter Englund definisce “un universo emotivo”, occorre rileggere quello che, nelle stesse pagine, scriveva René Arnaud: “In tempo di guerra la sofferenza mentale peggiore è quando il pensiero precorre l’azione, il gioco irrefrenabile dell’immaginazione che dà forma in anticipo ai pericoli e li moltiplica. È noto che la paura del pericolo è più snervante del pericolo stesso, come il desiderio è più inebriante del suo appagamento”. I veri demoni del genere umano passano in quelle trincee. Rimane l’Odissea, che in sé riassume gli altri due volumi: c’è il mare, il viaggio, le battaglie, soprattutto l’idea omerica di una storia cantata, a cui Dylan si ricollega per una sua autobiografica esegesi. Sintetica e conclusiva quando dice, con molta semplicità: “Se una canzone ti commuove, questo è tutto ciò che importa. Io non so qual è il significato di una canzone, ho scritto qualunque cosa nelle mie canzoni e di sicuro non mi preoccupo di quale sia il loro significato”. Il discorso di The Nobel Lecture è un po’ tortuoso, ma ne vale la pena perché quello di Dylan è un canone a parte e chiedersi se è letteratura (o non lo è) è una speculazione limitante (certo che lo è), salvo voler relegare la letteratura all’accademia e ai topi da biblioteca e il Nobel a un ruolo di custodia che non ha mai avuto. La bizzarria imposta da Dylan a tutto il processo non è stata soltanto folklore, quanto un modo di liberarsi di un peso, di smaltire la sorpresa, di concedersi una via di fuga sempre nella convinzione “che la prima regola per chi vuole essere sovversivo è di non far sapere a nessuno che sei sovversivo”. Inafferrabile.

- Marco Denti - Pubblicato il 14/3/2018 su BooksHighway -

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Bob Dylan: The Nobel lecture
Traduzione di Silvano Cattaneo

Appena ho ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura, mi sono chiesto proprio come le mie canzoni fossero collegate alla letteratura. Volevo rifletterci e capire dov’era la connessione. Ora provo ad argomentarlo. Molto probabilmente sarà in un modo un po’ indiretto, ma spero che quello che dirò possa essere utile e significativo.
Se dovessi tornare all'alba di tutto, credo che dovrei iniziare con Buddy Holly. Buddy è morto quando io avevo circa diciott'anni e lui ventidue. Dal momento in cui l’ascoltai per la prima volta, mi sentii simile. Mi sentii legato, come se fosse un fratello maggiore. Pensai persino di assomigliargli. Buddy suonava la musica che amavo - la musica con cui ero cresciuto: country & western, rock 'n' roll e rhythm & blues. Tre filoni distinti di musica che lui intrecciò e fuse in un solo genere. Un marchio. E Buddy scrisse canzoni - canzoni che avevano belle melodie e testi fantasiosi. E cantava alla grande - cantava con buona voce anche in diverse tonalità. Era l'archetipo. Tutto quello che non ero io e che avrei voluto essere. Lo vidi una sola volta e fu pochi giorni prima che morisse. Dovetti percorrere un centinaio di miglia per vederlo esibirsi e non rimasi deluso. [*1] Era potente ed elettrizzante e aveva una grande presenza. Ero solo a pochi metri di distanza. Era ipnotizzante. Guardavo il suo volto, le sue mani, il modo in cui batteva il piede, i suoi grandi occhiali neri, gli occhi dietro gli occhiali, il modo in cui teneva la chitarra, la sua postura, il suo abito curato. Tutto di lui. Sembrava più vecchio dei suoi ventidue anni. Qualcosa di lui sembrava indelebile, e mi riempì di certezze. Poi, di punto in bianco, è successa la cosa più inspiegabile. Mi guardò proprio dritto negli occhi e mi trasmise qualcosa. Qualcosa che non capivo bene. E che mi diede i brividi.
Credo che fosse uno o due giorni prima che il suo aereo cadesse. Qualcuno - qualcuno che non avevo mai visto prima - mi passò un disco di Leadbelly in cui c'era la canzone "Cottonfields". E quel disco cambiò la mia vita, proprio in quel momento. Mi trasportò in un mondo che non avevo mai conosciuto. Fu come un'esplosione che si dissolveva. Come se fino ad allora avessi camminato nell'oscurità e all'improvviso l'oscurità si illuminasse. Era come qualcuno che mi imponeva le mani. Credo di aver ascoltato quel disco centinaia volte.
Era su un'etichetta di cui non avevo mai sentito parlare, all'interno c’era un opuscolo che pubblicizzava gli altri artisti dell'etichetta: Sonny Terry and Brownie McGhee, New Lost City Ramblers, Jean Ritchie, gruppi musicali con strumenti a corde. Non avevo nemmeno mai sentito parlare di nessuno di loro. Ma pensai che se erano su questa etichetta con Leadbelly, dovevano essere roba buona, quindi avevo bisogno di sentirli. Volevo sapere tutto e suonare quel genere di musica. Avevo ancora un certo feeling per la musica con cui ero cresciuto, ma a quel punto la dimenticai. Non ci pensai più. Da allora se ne andò per un bel po'.
Non me ne ero ancora andato da casa , ma non potevo aspettare. Volevo imparare quella musica e incontrare le persone che la suonavano. Infine me ne andai, e imparai a suonare quelle canzoni. Erano diverse dalle canzoni della radio che avevo ascoltato fino ad allora. Erano più vibranti e sincere nei confronti della vita. Con le canzoni della radio, un esecutore poteva ottenere il successo come con un lancio di dadi o una mano fortunata a poker, ma questo non aveva importanza nel mondo del folk. Tutto era un successo. Tutto quello che dovevi fare era essere ben preparato e in grado di suonare la melodia. Alcune di queste canzoni erano facili, altre no. Ebbi un feeling naturale per le antiche ballate e il country blues, ma tutto il resto dovetti impararlo da zero. Suonavo per un pubblico ristretto, a volte non più di quattro o cinque persone in una stanza o all'angolo di una strada. Dovevi avere un ampio repertorio, e dovevi sapere cosa suonare e quando. Alcune canzoni erano intime, altre dovevi urlare per farle sentire
Ascoltando tutti quei primi artisti folk e cantando tu stesso quelle canzoni, ne acquisisci il gergo. Lo interiorizzi. Lo canti nei ragtime blues, nei canti di lavoro, nei canti marinareschi della Georgia, nelle ballate degli Appalachi, nelle canzoni dei cowboy. Cogli le sottigliezze e impari i dettagli.
Capisci di cosa si tratta. Estrarre la pistola e rimetterla in tasca. Sfrecciare nel traffico, parlare al buio. Sai che Stagger Lee era un uomo cattivo e che Frankie era una brava ragazza. Sai che Washington è una città borghese e hai sentito la voce profonda di John the Revelator (John the Revelator è un tradizionale gospel con domande e risposte) e hai visto affondare il Titanic in un ruscello fangoso. E tu sei amico del selvaggio vagabondo irlandese e del selvaggio ragazzo delle colonie. Hai sentito i tamburi attutiti e i pifferi degli eserciti suonare sommessamente. Hai visto il vigoroso Lord Donald piantare un coltello nel corpo della moglie (altro traditional), e molti tuoi compagni avvolti nei bianchi sudari. [*2]
Avevo digerito tutto il gergo. Conoscevo la retorica. Niente di quel mondo mi era sfuggito - gli strumenti, le tecniche, i segreti, i misteri - e conoscevo anche tutte le strade deserte che aveva percorso. Potevo collegare il tutto e trasferirlo nell'attualità. Quando ho iniziato a scrivere le mie canzoni, il linguaggio popolare era l'unico vocabolario che conoscevo, e l'ho usato.
Ma io avevo anche qualcos'altro. Avevo fondamenta e sensibilità e una visione informata del mondo. E le avevo da un po'. Ho imparato tutto alla scuola secondaria. Don Chisciotte, Ivanhoe, Robinson Crusoe, I viaggi di Gulliver, Il racconto delle due città, e tutto il resto - tipiche letture scolastiche che ti davano un modo di guardare la vita, una comprensione della natura umana e un metro per misurare le cose. Avevo tutto con me quando ho iniziato a scrivere versi. E i temi di quei libri si sono ritrovati in molte delle mie canzoni, sia consapevolmente che inconsciamente. Volevo scrivere canzoni diverse da qualunque cosa che si fosse sentita prima e quei temi erano fondamentali. Libri specifici che mi avevano colpito fin da quando li avevo letti a scuola - e voglio parlarvi di tre di loro: Moby Dick, Niente di nuovo sul fronte occidentale e l’ Odissea.

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Moby Dick è un libro affascinante, un libro ricco di scene di grande dramma e di un dialogo drammatico. Il libro ti impone delle domande. La trama è semplice. Il misterioso capitano Ahab - capitano della nave chiamata Pequod - un egomaniaco con una gamba di legno che dà la caccia alla sua nemesi, la grande balena bianca Moby Dick che gli ha strappato una gamba. E le dà la caccia per tutto l'Atlantico, fino alla punta dell'Africa e nell'Oceano Indiano. Insegue la balena da un capo all'altro della Terra. È un obiettivo astratto, niente di concreto o preciso. Chiama Moby “l'Imperatore”, la vede come l'incarnazione del male. Ahab ha una moglie e un bambino a Nantucket, che ricorda di tanto in tanto. Potete già immaginare cosa succederà.
L'equipaggio della nave è composto da uomini di razze diverse e chiunque di loro avvisti la balena verrà ricompensato con una moneta d'oro. Molti simboli dello zodiaco, allegorie religiose, stereotipi. Ahab incontra altre baleniere, pressa i capitani per avere dettagli su Moby. L'hanno vista? C'è un profeta pazzo, Gabriele, su una delle navi che predice ad Ahab il suo destino. Dice che Moby è l'incarnazione del dio degli Shakers (Gli Shakers sono i membri di un ramo del calvinismo puritano dei quaccheri nati nel primo Settecento, conosciuti anche con il nome di Società Unita dei Credenti nella Seconda Apparizione del Cristo), e che qualsiasi relazione con lui porterà al disastro. Questo dice al capitano Ahab. Il capitano di un'altra nave – il capitano Boomer - ha perso un braccio per Moby. Ma ha accattato il fatto ed è felice di essere sopravvissuto. Non può accettare la brama di vendetta di Ahab.
Questo libro spiega come uomini diversi reagiscono in modi diversi posti davanti alla stessa esperienza. C'è molto del vecchio Testamento, allegorie bibliche: Gabriele, Rachele, Geroboamo, Bildah, Elia. E anche nomi pagani: Tashtego, Flask, Daggoo, Fleece, Starbuck, Stubb, Martha’s Vineyard. I pagani sono adoratori di idoli. Alcuni adorano piccole figure di cera, altri figure di legno. Alcuni adorano il fuoco. Pequod è il nome di una tribù di pellerossa.
Moby Dick è una storia di mare. Uno degli uomini, il narratore, dice: "Chiamatemi Ismaele". Qualcuno gli chiede da dove viene e lui risponde: "Il luogo non è su una mappa. I luoghi veri non lo sono mai." Stubb non dà importanza a nulla, dice che tutto è predestinato. Ismaele ha trascorso tutta la sua vita su un veliero. Chiama i velieri le sue Harvard e Yale. Si tiene a distanza dalle altre persone.
Un tifone colpisce il Pequod. Il capitano Ahab pensa che sia un buon auspicio. Starbuck pensa che sia un cattivo presagio, medita di uccidere Ahab. Appena finisce la tempesta, un membro dell'equipaggio cade dall'albero della nave e annega, prefigurando quello che succederà. Un pacifico prete quacchero, che in realtà è un uomo d'affari sanguinario, racconta a Flask: "Alcuni uomini che ricevono ferite arrivano a Dio, altri al rancore". [*3]
Tutto è mischiato. Tutti i miti: la bibbia giudeo-cristiana, miti indù, leggende britanniche, San Giorgio, Perseo, Ercole… sono tutti balenieri. Mitologia greca, la sanguinosa attività di macellare una balena. Un libro ricco di fatti, conoscenze geografiche, olio di balena – buono per l’incoronazione dei monarchi – famiglie nobili impegnate nell’industria delle balene. L’olio di balena è usato per ungere i re. Storia della balena, frenologia, filosofia classica, teorie pseudoscientifiche, giustificazione della discriminazione - tutto buttato lì e niente in modo particolarmente razionale. Intellettualismi e cultura popolare, inseguire le illusioni e inseguire morte, la grande balena bianca, bianca come l’orso polare, bianca come l’uomo bianco, l’imperatore, la nemesi, l’incarnazione del male. Il capitano demente che ha perso la gamba anni prima nel tentativo di assalire Moby con un coltello.
Noi vediamo solo la superficie delle cose. Possiamo interpretare quello che c'è sotto come ci aggrada. Gli uomini dell’equipaggio si muovono sul ponte cercando di sentire il canto delle sirene, mentre squali e avvoltoi inseguono la nave. Leggono teschi e volti come voi leggete un libro. Ecco un volto. Ve lo metterò di fronte. Leggetelo se ci riuscite.
Tasthego dice di essere morto e rinato. I suoi giorni in più sono un dono. Ma non è stato salvato da Cristo, dice di essere stato salvato da un compagno, e nemmeno cristiano. Fa la parodia della resurrezione.
Quando Starbuck dice ad Ahab che dovrebbe lasciare il passato al passato, il capitano arrabbiato replica seccamente: “Non dire bestemmie, uomo. Colpirei anche il sole se mi insultasse.” Anche Ahab è un poeta di eloquenza. Dice: “Il cammino verso il mio scopo fisso è steso su binari di ferro sui quali la mia anima è incanalata per correre.” O frasi come “Tutti gli oggetti visibili non sono altro che maschere di cartapesta.” Espressioni poetiche citabili che non possono essere superate.
Infine Ahab vede Moby, si tirano fuori gli arpioni. Vengono tirate giù le scialuppe. L’arpione di Ahab è stato battezzato nel sangue. Moby attacca la barca di Ahab e la distrugge. Il giorno dopo lui vede di nuovo Moby. Le scialuppe sono di nuovo abbassate. Moby attacca di nuovo la scialuppa di Ahab. Il terzo giorno un’altra barca entra in scena. Altra allegoria religiosa. Lui è risorto. Moby attacca ancora una volta, colpendo violentemente il Pequod e affondandolo. Ahab resta avviluppato nelle cime degli arpioni e viene gettato fuori dalla sua barca in una tomba d'acqua. Ismaele sopravvive. È in mare, galleggia su una bara. E questo è tutto. È tutta la storia. Quel tema e tutto ciò che implica si sarebbe fatto strada in parecchie delle mie canzoni.

*********

Niente di nuovo sul fronte occidentale è un altro libro che ha fatto lo stesso. È un racconto dell’orrore. Un libro dove perdi la tua giovinezza, la tua fede in un mondo che abbia un significato, il tuo interesse per le persone. Sei bloccato in un incubo. Risucchiato in un misterioso vortice di morte e dolore. Stai difendendo te stesso dall’eliminazione. Stai per essere cancellato dalla faccia della terra. Un tempo eri un giovane innocente con il grande sogno di diventare un pianista concertista. Un tempo hai amato la vita e il mondo, mentre ora lo stai facendo a pezzi.
Un giorno dopo l'altro, i calabroni ti pungono e i vermi leccano il tuo sangue. Sei un animale stretto in un angolo. Non puoi stare da nessuna parte. La pioggia cade monotona. Ci sono assalti interminabili, gas tossico, gas nervino, morfina, torrenti di benzina in fiamme, cerchi cibo tra i rifiuti, influenza, tifo, dissenteria. La vita crolla attorno a te e fischiano le pallottole. Questa è la regione più bassa dell’inferno. Fango, filo spinato, trincee invase dai topi, topi che mangiano gli intestini dei morti, trincee piene di sudiciume ed escrementi. Qualcuno grida: “Ehi, tu laggiù! Alzati e combatti."
Chi sa quanto durerà questo caos? La guerra non ha limiti. Sei annientato e quella tua gamba sta sanguinando troppo. Hai ucciso un uomo ieri e hai parlato al suo cadavere. Gli hai detto che dopo che tutto questo sarà finito, passerai il resto della vita a prenderti cura della sua famiglia. Chi guadagna qui? I capi e i generali acquisiscono fama e molti altri lucrano profitti finanziari. Ma sei tu che stai facendo il lavoro sporco. Uno dei tuoi compagni dice: “Aspetta un momento, dove stai andando?” E tu dici: “Lasciami stare. Torno tra un minuto”. Poi cammini nei boschi della morte in cerca di un pezzo di salsiccia. Non riesci proprio a capire come qualcuno nella vita civile possa avere un qualche scopo. Tutte le loro preoccupazioni, tutti i loro desideri... non riesci a capirlo.
Altre mitragliatrici crepitano, altre parti di corpi pendono dai fili di ferro, altri pezzi di braccia e gambe e crani dove le farfalle si posano sui denti, altre ferite orribili, pus che esce da ogni poro, ferite ai polmoni, ferite troppo grandi per il corpo, cadaveri che emettono gas e corpi morti che producono rumori vomitevoli. La morte è dappertutto. Nient'altro è possibile. Qualcuno ti ucciderà e userà il tuo corpo per esercitarsi al tiro al bersaglio. Scarponi. Sono la tua preziosa proprietà. Ma presto saranno ai piedi di qualcun altro.
Ci sono francesi in arrivo tra gli alberi. Bastardi impietosi. Partono i tuoi proiettili. “Non è leale tornare da noi così presto”, dici. Uno dei tuoi compagni è steso nel sudiciume e vuoi portarlo all’ospedale da campo. Qualcun altro dice: “Potresti risparmiarti il viaggio.” “Cosa vuoi dire?” “Giralo e vedrai cosa voglio dire”. Attendi di sentire le notizie. Non capisci perché la guerra non sia ancora finita. L’esercito è così a corto di rimpiazzi che arruola ragazzi di scarsa utilità militare, ma li arruolano comunque perché stanno esaurendo gli uomini. Nausea e umiliazione ti hanno spezzato il cuore. Sei stato tradito dai genitori, dai maestri di scuola, dai sacerdoti e persino dal tuo stesso governo.
Anche il generale che fuma sigari lentamente ti ha tradito, ti ha trasformato in un violento e in un assassino. Se potessi, gli pianteresti una pallottola in faccia. Anche al comandante. Fantastichi che se avessi soldi metteresti una taglia per chiunque lo uccida, con qualsiasi mezzo. E se dovesse perdere la vita nel farlo, che i soldi vadano ai suoi eredi. Un altro è il colonnello, con il suo caviale e il suo caffè. Passa tutto il suo tempo nel bordello per ufficiali. Vorresti veder lapidato a morte pure lui. E poi Tommy e Johnny con i loro whack fo’ me daddy-o e i loro whiskey in the jars [*3]. Ne uccidi venti e altri venti altri spunteranno al loro posto. È solo puzza nelle narici. Sei arrivato a detestare la vecchia generazione che ti ha mandato in questa follia, in questa camera di tortura. Attorno a te i tuoi compagni stanno morendo. Muoiono di ferite al ventre, di doppie amputazioni, di osso iliaco a pezzi e tu pensi “Ho solo vent’anni, ma sono in grado di uccidere chiunque. Persino mio padre se mi capitasse vicino”.
Ieri hai cercato di salvare un cane staffetta ferito e qualcuno ha urlato: “Non fare lo scemo!” Un francese farfuglia ai tuoi piedi. Lo colpisci allo stomaco con un pugnale ma il tipo è ancora vivo. Sai che dovresti finire il lavoro, ma non ci riesci. Sei sulla croce di ferro vera, e un soldato romano sta posando una spugna di aceto sulle tue labbra.
Passano i mesi. Vai a casa in permesso. Non riesci a comunicare con tuo padre. Aveva detto: “Saresti un vigliacco se non ti arruolassi”. Anche tua madre, mentre sei già fuori per andartene, dice: “Adesso attento a quelle ragazze francesi”. Altra pazzia. Combatti per una settimana o un mese e guadagni dieci metri. E poi il mese successivo se li sono ripresi.
E di tutta quella cultura di mille anni fa, quella filosofia, quella saggezza – Platone, Aristotele, Socrate – cosa ne è stato? Avrebbe dovuto evitare questo. I tuoi pensieri tornano a casa. E ancora una volta sei uno scolaro che cammina attraverso alti pioppi. È un ricordo piacevole. Altre bombe ti cadono addosso dai dirigibili. Adesso devi tornare in te. Non puoi nemmeno guardare qualcuno per paura che possa accadere qualcosa di imprevisto. La fossa comune. Non ci sono altre possibilità.
Poi noti i fiori di ciliegio e capisci che la natura non è toccata da tutto questo. I pioppi, le farfalle rosse, la fragile bellezza dei fiori, il sole. Vedi come la natura è indifferente a tutto questo, a tutta la violenza e alla sofferenza di tutto il genere umano. La natura nemmeno lo nota.
Sei così solo. Poi il frammento di un proiettile ti colpisce la testa di lato e sei morto. Sei stato fatto fuori, depennato. Sei stato sterminato. Ho messo giù questo libro e l’ho chiuso. Non ho mai più voluto leggere un romanzo di guerra, e non l’ho mai più fatto.
Charlie Poole, della North Carolina, aveva una canzone che collegava tutto questo. Si intitola “You Ain’t Talkin’ to Me” e i versi dicono:
Ho visto un cartello in una vetrina andando un giorno in città. “Entra nell’esercito, gira il mondo”, è quello che diceva “Vedrai posti eccitanti in allegra compagnia,
Incontrerai persone interessanti e imparerai anche a ucciderle”.
Oh, non stai parlando a me, non stai parlando a me.
Posso essere matto e tutto quanto, ma credimi, ho buonsenso.
Non stai parlando a me, non stai parlando a me.
Uccidere con un’arma non suona divertente.
Non stai parlando a me.

***********

L’Odissea è un grande libro i cui temi sono entrati nelle ballate di molti autori: “Homeward Bound”, “Green, Green Grass of Home”, “Home on the Range” e anche in canzoni mie.
L’Odissea è uno strano, avventuroso racconto di un uomo adulto che cerca di tornare a casa dopo aver combattuto in una guerra. È in un lungo viaggio verso casa, pieno di trappole e di insidie. L’uomo è condannato a vagare. È sempre in viaggio sul mare, sempre in situazioni difficili. Grandi macigni scuotono la sua nave. Fa arrabbiare chi non dovrebbe. Ci sono sobillatori nel suo equipaggio. Tradimenti. I suoi uomini sono trasformati in maiali e poi ritrasformati in uomini più giovani, più attraenti. Lui cerca sempre di salvare qualcuno. È un viaggiatore, costretto a troppe soste.
È spiaggiato su un’isola deserta. Trova caverne deserte e ci si nasconde. Incontra giganti che dicono: “Ti mangerò per ultimo”. E sfugge ai giganti. Cerca di tornare a casa ma è fatto girare e rigirare dai venti. Venti incessanti, venti gelidi, venti ostili. Viaggia per un lungo tratto e poi è risoffiato indietro.
È sempre messo in guardia su ciò che accadrà. Tocca cose che non dovrebbe. Ci sono due strade da prendere e sono entrambe sbagliate. Entrambe pericolose. Su una puoi annegare, sull’altra puoi morire di fame. Entra in piccoli stretti di mare con vortici schiumanti che lo inghiottono. Incontra mostri a sei teste con zanne affilate. Fulmini si scagliano su di lui. Fa un balzo per raggiungere dei rami e mettersi in salvo da un fiume furente. Dee e dei lo proteggono, ma altri vogliono ucciderlo. Cambia identità. È esausto. Cade addormentato ed è risvegliato dal suono di risate. Racconta la sua storia a stranieri. È stato via vent’anni. È stato portato da qualche parte e lasciato là. Sono state versate droghe nel suo vino. È stato un viaggio duro da fare.
Per molti aspetti, alcune di queste stesse cose sono capitate anche a te. Anche a te hanno messo droghe nel vino. Anche tu hai diviso un letto con la donna sbagliata. Anche tu sei stato ammaliato da voci magiche, voci dolci con strane melodie. Anche tu sei arrivato tanto lontano e sei stato risoffiato altrettanto lontano. E anche tu hai rischiato grosso. Hai fatto arrabbiare persone che non avresti dovuto. E hai vagato per questo Paese in lungo e in largo. E hai anche sentito quel vento contrario, quello che non porta nulla di buono. E non è ancora tutto.
Quando torna a casa, la situazione non è affatto migliore. Ci sono entrate canaglie e stanno approfittando dell’ospitalità di sua moglie. E ce ne sono troppi. E anche se lui è più grande di tutti loro e migliore in tutto – miglior falegname, miglior cacciatore, miglior esperto di animali, miglior marinaio – non lo salverà il suo coraggio, ma il suo inganno.
Tutti questi sbandati dovranno pagare per aver profanato il suo palazzo. Si traveste da sudicio mendicante, ma l’ultimo dei servi lo caccia a pedate dalle scale con arroganza e stupidità. L’arroganza del servo lo fa infuriare, ma lui controlla la sua rabbia. È uno contro cento, ma cadranno tutti, persino i più forti. Era Nessuno. E quando finalmente si ritrova a casa, si siede con sua moglie a raccontarle le storie.

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Dunque, che cosa significa tutto questo? Io e molti altri autori di canzoni siamo stati influenzati proprio da questi stessi temi. E possono significare un mucchio di cose differenti. Se una canzone vi tocca, questo è tutto quello che importa. Non occorre che io sappia cosa significhi una canzone. Ho scritto ogni sorta di cose nelle mie canzoni. E non sto a preoccuparmi di cosa significhi tutto questo. Quando Melville mise in un’unica storia tutti i suoi riferimenti biblici dell’antico testamento, teorie scientifiche, dottrine protestanti e tutta quella conoscenza del mare, dei velieri e delle balene, non penso che neppure lui se ne preoccupasse - cosa significa tutto questo.
John Donne, il poeta prete vissuto all’epoca di Shakespeare, scrisse queste parole: “Il Sesto e l’Abido dei suoi seni. Non di due amanti, ma di due amori, i nidi”. Non so che cosa significhi. Ma suona bene. E tu vuoi che le tue canzoni suonino bene.
Quando nell’Odissea, Odisseo incontra il famoso guerriero Achille nell’aldilà, Achille – che aveva scambiato una lunga vita piena di pace e contentezza per una breve vita ricca di onori e gloria – dice a Odisseo che era stato tutto un errore. “Sono solo morto e questo è tutto.” Non c’era stato alcun onore. Nessuna immortalità. E se avesse potuto, avrebbe scelto di tornare indietro e di essere l'umile schiavo di un fittavolo sulla terra piuttosto che essere quello che era – un re nella terra dei morti. E qualsiasi fossero le difficoltà di Odisseo nella vita, erano preferibili all’essere lì, in quel luogo morto.
Anche le canzoni sono questo. Le nostre canzoni sono vive nella terra dei vivi. Ma le canzoni sono diverse dalla letteratura. Sono fatte apposta per essere cantate, non lette. Le parole delle commedie di Shakespeare erano concepite per essere recitate sul palco. Proprio come i versi delle canzoni sono per essere cantati, non letti su una pagina. E spero che alcuni di voi coglieranno l’occasione per ascoltare quei versi nella forma in cui sono stati concepiti per essere ascoltati: in concerto, o su disco, o in qualsiasi modo oggi si ascoltano le canzoni. Torno ancora una volta a Omero, che dice: “Canta in me, o Musa, e attraverso me racconta la storia”.

Bob Dylan

NOTE
(1) Bob Dylan ha ricordato in altre occasioni il concerto di Buddy Holly cui assistette in gioventù. Ha sempre detto, però, di averlo visto a Duluth. In effetti, Buddy Holly si esibì al Duluth Nat’l Guard Armory il 31 gennaio 1959, un paio di giorni prima dell’incidente aereo in cui persero la vita anche Ritchie Valens, Big Bopper e il pilota. Qui un estratto dello speech di Dylan ai Grammy 1998, in cui ricorda appunto quell’episodio: https://www.youtube.com/watch?v=4yGh3S4wMLY

(2) In questa parte, Dylan cita alcuni famosi traditional che hanno fatto parte della sua educazione musicale. Nell’ordine, si riferisce a: “Stack a Lee”, “Frankie and Johnny”, “The Bourgeois Blues”, “John the Revelator”, “The Titanic”, “The Wild Rover”, “The Wild Colonial Boy”, T”he Unfortunate Rake”, “Matty Groves”, “Streets of Laredo”. “Stak a Lee” e “Frankie and Johnny” sono anche entrati nella sua discografia ufficiale.

(3) Nel testo originale: “Some men who receive injuries are led to God, others are led to bitterness.” Ma questa frase pare non ci sia nel libro di Melville. La citazione è quindi un falso inventato da Dylan. Fonte: https://newrepublic.com/minutes/143130/bob-dylan-fake-melville-quote-nobel-lecture

(4) Cita il ritornello del celebre traditional irlandese “Whiskey in the Jar”.


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Dylan's Nobel Lecture

5 June 2017

When I first received this Nobel Prize for Literature, I got to wondering exactly how my songs related to literature. I wanted to reflect on it and see where the connection was. I'm going to try to articulate that to you. And most likely it will go in a roundabout way, but I hope what I say will be worthwhile and purposeful.

If I was to go back to the dawning of it all, I guess I'd have to start with Buddy Holly. Buddy died when I was about eighteen and he was twenty-two. From the moment I first heard him, I felt akin. I felt related, like he was an older brother. I even thought I resembled him. Buddy played the music that I loved – the music I grew up on: country western, rock ‘n' roll, and rhythm and blues. Three separate strands of music that he intertwined and infused into one genre. One brand. And Buddy wrote songs – songs that had beautiful melodies and imaginative verses. And he sang great – sang in more than a few voices. He was the archetype. Everything I wasn't and wanted to be. I saw him only but once, and that was a few days before he was gone. I had to travel a hundred miles to get to see him play, and I wasn't disappointed.

He was powerful and electrifying and had a commanding presence. I was only six feet away. He was mesmerizing. I watched his face, his hands, the way he tapped his foot, his big black glasses, the eyes behind the glasses, the way he held his guitar, the way he stood, his neat suit. Everything about him. He looked older than twenty-two. Something about him seemed permanent, and he filled me with conviction. Then, out of the blue, the most uncanny thing happened. He looked me right straight dead in the eye, and he transmitted something. Something I didn't know what. And it gave me the chills.

I think it was a day or two after that that his plane went down. And somebody – somebody I'd never seen before – handed me a Leadbelly record with the song "Cottonfields" on it. And that record changed my life right then and there. Transported me into a world I'd never known. It was like an explosion went off. Like I'd been walking in darkness and all of the sudden the darkness was illuminated. It was like somebody laid hands on me. I must have played that record a hundred times.

It was on a label I'd never heard of with a booklet inside with advertisements for other artists on the label: Sonny Terry and Brownie McGhee, the New Lost City Ramblers, Jean Ritchie, string bands. I'd never heard of any of them. But I reckoned if they were on this label with Leadbelly, they had to be good, so I needed to hear them. I wanted to know all about it and play that kind of music. I still had a feeling for the music I'd grown up with, but for right now, I forgot about it. Didn't even think about it. For the time being, it was long gone.

I hadn't left home yet, but I couldn't wait to. I wanted to learn this music and meet the people who played it. Eventually, I did leave, and I did learn to play those songs. They were different than the radio songs that I'd been listening to all along. They were more vibrant and truthful to life. With radio songs, a performer might get a hit with a roll of the dice or a fall of the cards, but that didn't matter in the folk world. Everything was a hit. All you had to do was be well versed and be able to play the melody. Some of these songs were easy, some not. I had a natural feeling for the ancient ballads and country blues, but everything else I had to learn from scratch. I was playing for small crowds, sometimes no more than four or five people in a room or on a street corner. You had to have a wide repertoire, and you had to know what to play and when. Some songs were intimate, some you had to shout to be heard.

By listening to all the early folk artists and singing the songs yourself, you pick up the vernacular. You internalize it. You sing it in the ragtime blues, work songs, Georgia sea shanties, Appalachian ballads and cowboy songs. You hear all the finer points, and you learn the details.

You know what it's all about. Takin' the pistol out and puttin' it back in your pocket. Whippin' your way through traffic, talkin' in the dark. You know that Stagger Lee was a bad man and that Frankie was a good girl. You know that Washington is a bourgeois town and you've heard the deep-pitched voice of John the Revelator and you saw the Titanic sink in a boggy creek. And you're pals with the wild Irish rover and the wild colonial boy. You heard the muffled drums and the fifes that played lowly. You've seen the lusty Lord Donald stick a knife in his wife, and a lot of your comrades have been wrapped in white linen.

I had all the vernacular down. I knew the rhetoric. None of it went over my head – the devices, the techniques, the secrets, the mysteries – and I knew all the deserted roads that it traveled on, too. I could make it all connect and move with the current of the day. When I started writing my own songs, the folk lingo was the only vocabulary that I knew, and I used it.

But I had something else as well. I had principles and sensibilities and an informed view of the world. And I had had that for a while. Learned it all in grammar school. Don Quixote, Ivanhoe, Robinson Crusoe, Gulliver's Travels, Tale of Two Cities, all the rest – typical grammar school reading that gave you a way of looking at life, an understanding of human nature, and a standard to measure things by. I took all that with me when I started composing lyrics. And the themes from those books worked their way into many of my songs, either knowingly or unintentionally. I wanted to write songs unlike anything anybody ever heard, and these themes were fundamental.

Specific books that have stuck with me ever since I read them way back in grammar school – I want to tell you about three of them: Moby Dick, All Quiet on the Western Front and The Odyssey.

Moby Dick is a fascinating book, a book that's filled with scenes of high drama and dramatic dialogue. The book makes demands on you. The plot is straightforward. The mysterious Captain Ahab – captain of a ship called the Pequod – an egomaniac with a peg leg pursuing his nemesis, the great white whale Moby Dick who took his leg. And he pursues him all the way from the Atlantic around the tip of Africa and into the Indian Ocean. He pursues the whale around both sides of the earth. It's an abstract goal, nothing concrete or definite. He calls Moby the emperor, sees him as the embodiment of evil. Ahab's got a wife and child back in Nantucket that he reminisces about now and again. You can anticipate what will happen.

The ship's crew is made up of men of different races, and any one of them who sights the whale will be given the reward of a gold coin. A lot of Zodiac symbols, religious allegory, stereotypes. Ahab encounters other whaling vessels, presses the captains for details about Moby. Have they seen him? There's a crazy prophet, Gabriel, on one of the vessels, and he predicts Ahab's doom. Says Moby is the incarnate of a Shaker god, and that any dealings with him will lead to disaster. He says that to Captain Ahab. Another ship's captain – Captain Boomer – he lost an arm to Moby. But he tolerates that, and he's happy to have survived. He can't accept Ahab's lust for vengeance.

This book tells how different men react in different ways to the same experience. A lot of Old Testament, biblical allegory: Gabriel, Rachel, Jeroboam, Bildah, Elijah. Pagan names as well: Tashtego, Flask, Daggoo, Fleece, Starbuck, Stubb, Martha's Vineyard. The Pagans are idol worshippers. Some worship little wax figures, some wooden figures. Some worship fire. The Pequod is the name of an Indian tribe.

Moby Dick is a seafaring tale. One of the men, the narrator, says, "Call me Ishmael." Somebody asks him where he's from, and he says, "It's not down on any map. True places never are." Stubb gives no significance to anything, says everything is predestined. Ishmael's been on a sailing ship his entire life. Calls the sailing ships his Harvard and Yale. He keeps his distance from people.

A typhoon hits the Pequod. Captain Ahab thinks it's a good omen. Starbuck thinks it's a bad omen, considers killing Ahab. As soon as the storm ends, a crewmember falls from the ship's mast and drowns, foreshadowing what's to come. A Quaker pacifist priest, who is actually a bloodthirsty businessman, tells Flask, "Some men who receive injuries are led to God, others are led to bitterness."

Everything is mixed in. All the myths: the Judeo Christian bible, Hindu myths, British legends, Saint George, Perseus, Hercules – they're all whalers. Greek mythology, the gory business of cutting up a whale. Lots of facts in this book, geographical knowledge, whale oil – good for coronation of royalty – noble families in the whaling industry. Whale oil is used to anoint the kings. History of the whale, phrenology, classical philosophy, pseudo-scientific theories, justification for discrimination – everything thrown in and none of it hardly rational. Highbrow, lowbrow, chasing illusion, chasing death, the great white whale, white as polar bear, white as a white man, the emperor, the nemesis, the embodiment of evil. The demented captain who actually lost his leg years ago trying to attack Moby with a knife.

We see only the surface of things. We can interpret what lies below any way we see fit. Crewmen walk around on deck listening for mermaids, and sharks and vultures follow the ship. Reading skulls and faces like you read a book. Here's a face. I'll put it in front of you. Read it if you can.

Tashtego says that he died and was reborn. His extra days are a gift. He wasn't saved by Christ, though, he says he was saved by a fellow man and a non-Christian at that. He parodies the resurrection.

When Starbuck tells Ahab that he should let bygones be bygones, the angry captain snaps back, "Speak not to me of blasphemy, man, I'd strike the sun if it insulted me." Ahab, too, is a poet of eloquence. He says, "The path to my fixed purpose is laid with iron rails whereon my soul is grooved to run." Or these lines, "All visible objects are but pasteboard masks." Quotable poetic phrases that can't be beat.

Finally, Ahab spots Moby, and the harpoons come out. Boats are lowered. Ahab's harpoon has been baptized in blood. Moby attacks Ahab's boat and destroys it. Next day, he sights Moby again. Boats are lowered again. Moby attacks Ahab's boat again. On the third day, another boat goes in. More religious allegory. He has risen. Moby attacks one more time, ramming the Pequod and sinking it. Ahab gets tangled up in the harpoon lines and is thrown out of his boat into a watery grave.

Ishmael survives. He's in the sea floating on a coffin. And that's about it. That's the whole story. That theme and all that it implies would work its way into more than a few of my songs.

All Quiet on the Western Front was another book that did. All Quiet on the Western Front is a horror story. This is a book where you lose your childhood, your faith in a meaningful world, and your concern for individuals. You're stuck in a nightmare. Sucked up into a mysterious whirlpool of death and pain. You're defending yourself from elimination. You're being wiped off the face of the map. Once upon a time you were an innocent youth with big dreams about being a concert pianist. Once you loved life and the world, and now you're shooting it to pieces.

Day after day, the hornets bite you and worms lap your blood. You're a cornered animal. You don't fit anywhere. The falling rain is monotonous. There's endless assaults, poison gas, nerve gas, morphine, burning streams of gasoline, scavenging and scabbing for food, influenza, typhus, dysentery. Life is breaking down all around you, and the shells are whistling. This is the lower region of hell. Mud, barbed wire, rat-filled trenches, rats eating the intestines of dead men, trenches filled with filth and excrement. Someone shouts, "Hey, you there. Stand and fight."

Who knows how long this mess will go on? Warfare has no limits. You're being annihilated, and that leg of yours is bleeding too much. You killed a man yesterday, and you spoke to his corpse. You told him after this is over, you'll spend the rest of your life looking after his family. Who's profiting here? The leaders and the generals gain fame, and many others profit financially. But you're doing the dirty work. One of your comrades says, "Wait a minute, where are you going?" And you say, "Leave me alone, I'll be back in a minute." Then you walk out into the woods of death hunting for a piece of sausage. You can't see how anybody in civilian life has any kind of purpose at all. All their worries, all their desires – you can't comprehend it.

More machine guns rattle, more parts of bodies hanging from wires, more pieces of arms and legs and skulls where butterflies perch on teeth, more hideous wounds, pus coming out of every pore, lung wounds, wounds too big for the body, gas-blowing cadavers, and dead bodies making retching noises. Death is everywhere. Nothing else is possible. Someone will kill you and use your dead body for target practice. Boots, too. They're your prized possession. But soon they'll be on somebody else's feet.

There's Froggies coming through the trees. Merciless bastards. Your shells are running out. "It's not fair to come at us again so soon," you say. One of your companions is laying in the dirt, and you want to take him to the field hospital. Someone else says, "You might save yourself a trip." "What do you mean?" "Turn him over, you'll see what I mean."

You wait to hear the news. You don't understand why the war isn't over. The army is so strapped for replacement troops that they're drafting young boys who are of little military use, but they're draftin' ‘em anyway because they're running out of men. Sickness and humiliation have broken your heart. You were betrayed by your parents, your schoolmasters, your ministers, and even your own government.

The general with the slowly smoked cigar betrayed you too – turned you into a thug and a murderer. If you could, you'd put a bullet in his face. The commander as well. You fantasize that if you had the money, you'd put up a reward for any man who would take his life by any means necessary. And if he should lose his life by doing that, then let the money go to his heirs. The colonel, too, with his caviar and his coffee – he's another one. Spends all his time in the officers' brothel. You'd like to see him stoned dead too. More Tommies and Johnnies with their whack fo' me daddy-o and their whiskey in the jars. You kill twenty of ‘em and twenty more will spring up in their place. It just stinks in your nostrils.

You've come to despise that older generation that sent you out into this madness, into this torture chamber. All around you, your comrades are dying. Dying from abdominal wounds, double amputations, shattered hipbones, and you think, "I'm only twenty years old, but I'm capable of killing anybody. Even my father if he came at me."

Yesterday, you tried to save a wounded messenger dog, and somebody shouted, "Don't be a fool." One Froggy is laying gurgling at your feet. You stuck him with a dagger in his stomach, but the man still lives. You know you should finish the job, but you can't. You're on the real iron cross, and a Roman soldier's putting a sponge of vinegar to your lips.

Months pass by. You go home on leave. You can't communicate with your father. He said, "You'd be a coward if you don't enlist." Your mother, too, on your way back out the door, she says, "You be careful of those French girls now." More madness. You fight for a week or a month, and you gain ten yards. And then the next month it gets taken back.

All that culture from a thousand years ago, that philosophy, that wisdom – Plato, Aristotle, Socrates – what happened to it? It should have prevented this. Your thoughts turn homeward. And once again you're a schoolboy walking through the tall poplar trees. It's a pleasant memory. More bombs dropping on you from blimps. You got to get it together now. You can't even look at anybody for fear of some miscalculable thing that might happen. The common grave. There are no other possibilities.

Then you notice the cherry blossoms, and you see that nature is unaffected by all this. Poplar trees, the red butterflies, the fragile beauty of flowers, the sun – you see how nature is indifferent to it all. All the violence and suffering of all mankind. Nature doesn't even notice it.

You're so alone. Then a piece of shrapnel hits the side of your head and you're dead.
You've been ruled out, crossed out. You've been exterminated. I put this book down and closed it up. I never wanted to read another war novel again, and I never did.

Charlie Poole from North Carolina had a song that connected to all this. It's called "You Ain't Talkin' to Me," and the lyrics go like this:

I saw a sign in a window walking up town one day.
Join the army, see the world is what it had to say.
You'll see exciting places with a jolly crew,
You'll meet interesting people, and learn to kill them too.
Oh you ain't talkin' to me, you ain't talking to me.
I may be crazy and all that, but I got good sense you see.
You ain't talkin' to me, you ain't talkin' to me.
Killin' with a gun don't sound like fun.
You ain't talkin' to me.

The Odyssey is a great book whose themes have worked its way into the ballads of a lot of songwriters: "Homeward Bound, "Green, Green Grass of Home," "Home on the Range," and my songs as well.

The Odyssey is a strange, adventurous tale of a grown man trying to get home after fighting in a war. He's on that long journey home, and it's filled with traps and pitfalls. He's cursed to wander. He's always getting carried out to sea, always having close calls. Huge chunks of boulders rock his boat. He angers people he shouldn't. There's troublemakers in his crew. Treachery. His men are turned into pigs and then are turned back into younger, more handsome men. He's always trying to rescue somebody. He's a travelin' man, but he's making a lot of stops.

He's stranded on a desert island. He finds deserted caves, and he hides in them. He meets giants that say, "I'll eat you last." And he escapes from giants. He's trying to get back home, but he's tossed and turned by the winds. Restless winds, chilly winds, unfriendly winds. He travels far, and then he gets blown back.

He's always being warned of things to come. Touching things he's told not to. There's two roads to take, and they're both bad. Both hazardous. On one you could drown and on the other you could starve. He goes into the narrow straits with foaming whirlpools that swallow him. Meets six-headed monsters with sharp fangs. Thunderbolts strike at him. Overhanging branches that he makes a leap to reach for to save himself from a raging river. Goddesses and gods protect him, but some others want to kill him. He changes identities. He's exhausted. He falls asleep, and he's woken up by the sound of laughter. He tells his story to strangers. He's been gone twenty years. He was carried off somewhere and left there. Drugs have been dropped into his wine. It's been a hard road to travel.

In a lot of ways, some of these same things have happened to you. You too have had drugs dropped into your wine. You too have shared a bed with the wrong woman. You too have been spellbound by magical voices, sweet voices with strange melodies. You too have come so far and have been so far blown back. And you've had close calls as well. You have angered people you should not have. And you too have rambled this country all around. And you've also felt that ill wind, the one that blows you no good. And that's still not all of it.

When he gets back home, things aren't any better. Scoundrels have moved in and are taking advantage of his wife's hospitality. And there's too many of ‘em. And though he's greater than them all and the best at everything – best carpenter, best hunter, best expert on animals, best seaman – his courage won't save him, but his trickery will.

All these stragglers will have to pay for desecrating his palace. He'll disguise himself as a filthy beggar, and a lowly servant kicks him down the steps with arrogance and stupidity. The servant's arrogance revolts him, but he controls his anger. He's one against a hundred, but they'll all fall, even the strongest. He was nobody. And when it's all said and done, when he's home at last, he sits with his wife, and he tells her the stories.

So what does it all mean? Myself and a lot of other songwriters have been influenced by these very same themes. And they can mean a lot of different things. If a song moves you, that's all that's important. I don't have to know what a song means. I've written all kinds of things into my songs. And I'm not going to worry about it – what it all means. When Melville put all his old testament, biblical references, scientific theories, Protestant doctrines, and all that knowledge of the sea and sailing ships and whales into one story, I don't think he would have worried about it either – what it all means.

John Donne as well, the poet-priest who lived in the time of Shakespeare, wrote these words, "The Sestos and Abydos of her breasts. Not of two lovers, but two loves, the nests." I don't know what it means, either. But it sounds good. And you want your songs to sound good.

When Odysseus in The Odyssey visits the famed warrior Achilles in the underworld – Achilles, who traded a long life full of peace and contentment for a short one full of honor and glory – tells Odysseus it was all a mistake. "I just died, that's all." There was no honor. No immortality. And that if he could, he would choose to go back and be a lowly slave to a tenant farmer on Earth rather than be what he is – a king in the land of the dead – that whatever his struggles of life were, they were preferable to being here in this dead place.

That's what songs are too. Our songs are alive in the land of the living. But songs are unlike literature. They're meant to be sung, not read. The words in Shakespeare's plays were meant to be acted on the stage. Just as lyrics in songs are meant to be sung, not read on a page. And I hope some of you get the chance to listen to these lyrics the way they were intended to be heard: in concert or on record or however people are listening to songs these days. I return once again to Homer, who says, "Sing in me, oh Muse, and through me tell the story."

Bob Dylan

domenica 8 aprile 2018

Diari rubati

rita piglia

«La struttura del romanzo di Manuel Puig è faulkneriana, una narrazione corale dei narratori che interferiscono e sono testimoni dei fatti. È il lettore che deve ricostruire e sintetizzare un guazzabuglio di frasi inframmezzate, frammenti di dialoghi, lettere, diari, che arrivano fino a mettere insieme una storia che non si trova da nessuna parte, che non è mai stata narrata, ma alla quale piuttosto sono state fatte delle allusioni. Romanzo di formazione, una grande destrezza nell'utilizzo dell'oralità.

Giovedì, 6 Giugno

Nel "Tradimento di Rita Hayworth" di Puig si viene a produrre un fenomeno di stilizzazione, una sorta di distorsione apparente che può essere vista come un "difetto" di composizione (simile allo shock e all'affettazione stilistica di Onetti). E tuttavia è proprio questa la sua maggior virtù, poiché il romanzo rivela la natura estrema di un mondo che si muove all'interno di un linguaggio comune basato su forme di espressione che provengono dal cinema hollywoodiano, dal fotoromanzo e dalla corrispondenza sentimentale, che danno forma ad un'esperienza vissuta (e che sono al di fuori di qualsiasi formulazione letteraria, o al di fuori della cultura alta). La cosa notevole è che egli maneggia questa forma di realismo verbale con così tanta qualità da riuscire a convertire il linguaggio in un'espressione della vita vissuta. Questo linguaggio è già una forma di vita. Il romanzo perciò costruisce la realtà già narrata (dai mass media).»

(Ricardo Piglia, Los diarios de Emilio Renzi, Los años felices (vol. II), Barcelona, Anagrama, 2016, p. 32-33)

sabato 7 aprile 2018

Siamo tutti alieni!

oddi alieni

Dimenticate E.T.
- di Piergiorgio Odifreddi -

Nelle   “Ricerche   filosofiche” (1953) Ludwig Wittgenstein scrisse che se un leone potesse parlare non lo capiremmo, perché per capire qualcuno non basta parlare la sua stessa lingua: bisogna anche condividere il suo modo di vivere e di essere. Già gli uomini non capiscono le donne, i padri non capiscono i figli, gli occidentali non capiscono gli orientali, e gli umanisti non capiscono gli scientisti: figuriamoci se gli umani possono capire gli animali parlanti. O, peggio ancora, gli alieni. Eppure il programma Seti (Search for Extraterrestrial Intelligent Life) ricerca dal 1974 la “vita intelligente extraterrestre”. Finora non ha avuto alcun successo, ma il vero problema è sapere se abbia qualche senso. L’idea di ricevere o mandare messaggi radio da e nel cosmo tradisce infatti una visione più fantascientifica che scientifica della vita extraterrestre, e presuppone che gli alieni assomiglino alle ridicole caricature degli uomini che i romanzi e i film di fantascienza ci hanno inflitto negli ultimi cent’anni, da Herbert Wells a Steven Spielberg.
È quasi impossibile trovare accenni alla problematicità delle nozioni stesse di vita extraterrestre e di alieno, nella fantascienza: un genere che fu bollato da Primo Levi come “povera fantasia e cattiva scienza”, e i cui autori furono classificati da Stanislav Lem in “molti ciarlatani e pochi visionari”. È molto più stimolante e istruttivo rivolgersi invece al parere informato degli esobiologi, che studiano appunto gli ambienti favorevoli e le possibili forme di vita nel  cosmo: ad esempio, all’interessantissima raccolta di una ventina di saggi curata da Jim Al-Khalili, intitolata Alieni. C’è qualcuno là fuori? (Bollati Boringhieri).
L’esobiologia è complicata dal fatto che per ora conosciamo soltanto un’unica forma di vita: la nostra. Gli scienziati famosi ma di poca fantasia, da Carl Sagan a Steven Hawking, seguono le linee di minima resistenza e immaginano che gli alieni siano esattamente come noi. Dunque, sperano di trovarli simili a noi, e li ricercano su pianeti simili al nostro: fino a qualche decennio fa, su Marte, e ora, sugli esopianeti simili alla Terra che orbitano attorno a stelle simili al Sole, a distanze né troppo lontane né troppo vicine, in modo da permettere la presenza di acqua liquida e di altre condizioni favorevoli alla nostra vita.
In realtà, però, la speranza di trovare altri “uomini” nel cosmo è abbastanza peregrina. Anzitutto, la nostra storia evolutiva è in larga parte un prodotto del caso, e non c’è motivo di credere che anche altrove si sia verificata esattamente la stessa sequenza di eventi che ha portato fino a noi: dalla catastrofe dell’ossigeno di circa due miliardi e mezzo di anni fa, che ha sterminato gli organismi anaerobici e creato l’ambiente favorevole a quelli aerobici, al meteorite gigante di circa sessanta milioni di anni fa, che ha causato l’estinzione dei grandi dinosauri e liberato una nicchia favorevole ai piccoli mammiferi.
Come scrisse Stephen Jay Gould nella Vita meravigliosa (1989), non otterremmo lo stesso risultato neppure sulla Terra, se ripetessimo l’esperimento dell’evoluzione partendo dalle stesse condizioni iniziali, proprio a causa dell’imprevedibilità e della casualità degli eventi che si sono succeduti. Per lo stesso motivo, non possiamo aspettarci che anche solo in qualcuna delle innumerevoli simil-Terre sparse nelle centinaia di miliardi di sistemi solari presenti in ciascuna delle centinaia di miliardi di galassie dell’universo, si siano sviluppati dei simil-uomini in grado di ricevere o di inviare messaggi radio formulati in un simil-linguaggio reciprocamente percepibile e comprensibile da noi e da loro.
Ma se anche così fosse, per assurdo, il tempo e lo spazio impedirebbero comunque la comunicazione. Il tempo, perché fino a un secolo fa neppure noi conoscevamo e usavamo le onde radio, e non c’è motivo di credere che la civiltà tecnologica sopravvivrà molto più a lungo di quelle che l’hanno preceduta: cioè, qualche secolo, o al massimo di qualche millennio, che sono un’inezia rispetto ai quattro miliardi di anni di durata della vita sulla Terra. E lo spazio, perché l’universo noto ha un raggio di circa tredici miliardi e mezzo di anni luce: pur andando alla velocità della luce, le comunicazioni  elettromagnetiche potrebbero dunque richiedere milioni o miliardi di anni per arrivare a destinazione, e probabilmente non troverebbero più, o non troverebbero ancora, qualcuno interessato a riceverle e in grado di decifrarle.
Agli   ottusi   che   immaginano gli alieni simili agli uomini, si contrappongono gli acuti che notano come la vita unicellulare sia nata sulla Terra quasi subito, circa 500 milioni di anni dopo la formazione del pianeta, mentre la vita multicellulare abbia richiesto circa quattro miliardi di anni per evolversi, e la vita umana circa quattro miliardi e mezzo di anni: cioè, sia apparsa solo recentissimamente, qualche centinaio di migliaia di anni fa. Se dunque vogliamo estrapolare dall’unico caso conosciuto, possiamo attenderci che gli alieni siano molto diffusi nel cosmo nella forma di organismi unicellulari, poco diffusi nella forma di organismi pluricellulari, e praticamente inesistenti nella forma  di organismi analoghi a noi.
La ricerca degli alieni scientifici è comunque molto più stimolante e interessante di quella degli alieni hollywoodiani, per una serie di motivi. Anzitutto, perché già Publio Terenzio Afro notava che “nulla di umano ci è alieno”: meno che mai dei fantocci a sei dita o con un paio di antenne, eccetto che per i bambini e i registi. Ci sono invece letteralmente aliene molte specie terrestri, da quelle che si orientano non visivamente, ma con sistemi sonar o radar, a quelle che possiedono un sofisticato sistema neuronale, ma diffuso negli arti invece che concentrato nel cervello: non a caso Thomas Nagel si pose l’interessante problema filosofico di Come ci si sente a essere un pipistrello (1974), e uno dei saggi del libro di Al-Khalili studia quegli Alieni sulla Terra che sono i polpi.
Ma ci sono organismi terrestri ancora più alieni. In particolare, gli estremofili in grado di vivere in condizioni ambientali estreme di caldo, freddo, pressione, salinità, acidità, alcalinità, anaerobicità o, addirittura, radioattività. La vita la si trova dovunque, sulla  Terra: dai ghiacci dell’Antartide al deserto di sale di Atacama, dal lago di catrame di Trinidad ai geyser islandesi, dai depositi di scorie radioattive agli ambienti saturi di metano, dalle profondità sottomarine agli strati superiori dell’atmosfera. Non c’è motivo di pensare che non la si possa analogamente trovare dovunque nel cosmo: non solo sugli esopianeti distanti anni luce da noi, ma già sui vicini satelliti di Giove  o  Saturno,  come  Europa, Titano o Encelado.
Sorprendentemente, però, tutti gli organismi terrestri appartengono a un unico albero evolutivo, e posseggono un unico codice genetico. Se e quando trovassimo una vita aliena, la prima e massima curiosità sarebbe sapere se la sua chimica e la sua biologia sono le stesse delle nostre. Se lo fossero, ciò costituirebbe un forte indizio del fatto che la nostra vita è solo un esempio di necessità cosmica. E se non lo fossero, ci si aprirebbe dinanzi lo studio delle varie forme di vita possibili, di cui la nostra diventerebbe solo un esempio di contingenza locale.
Non dobbiamo comunque dimenticare che finora non solo l’unico esempio noto di vita è quello terrestre, ma gli unici esempi noti di astronavi in giro per il cosmo sono le nostre sonde: prima fra tutte il Voyager 1, che in quarant’anni ha finora percorso una distanza di 19 ore luce e sta lentamente abbandonando il sistema solare. Si tratta di “un piccolo passo per un’astronave, ma un passo da gigante per l’astronautica”. E non è detto che un giorno, magari quando ormai la Terra e il Sole saranno scomparsi, qualche extraterrestre la avvisti e la scambi per una misteriosa e incomprensibile forma di vita aliena. A conferma del fatto che, nell’universo, siamo tutti alieni: gli altri per noi, ma anche noi per gli altri.

- Piergiorgio Odifreddi - Pubblicato su Repubblica dell'11 ottobre 2017 -

venerdì 6 aprile 2018

Ultimo atto

berlino

Uno dei primi best-seller tedeschi pubblicato nel 1947 e poi dimenticato. Il racconto degli ultimi giorni della Germania nazista, attraverso gli occhi di un gruppo di clandestini oppositori del regime, nelle settimane che precedono la resa. Una testimonianza letteraria del crollo di una nazione.
«I nazisti» dice Lassehn il disertore «sono riusciti a equiparare il nazismo con la nazione tedesca, a diffondere l’opinione che la fine del nazismo debba significare anche la fine della Germania e del popolo tedesco. Ho avuto parecchi compagni d’armi che dichiaravano del tutto apertamente di non avere simpatie per il nazismo ma che si trovavano nella situazione d’emergenza di dover difendere la Germania».
Questo libro, pubblicato una prima volta nel 1947 poi dimenticato (forse non a caso), è per tanti versi sorprendente. Tratta infatti la questione controversa della resistenza dei tedeschi al nazismo. Giorno per giorno, ora per ora si descrivono le ultime settimane della Berlino di Hitler, dalla metà di aprile del 1945. I quartieri, le grandi strade, i luoghi pubblici, i parchi, i mezzi di trasporto, come si trovavano sotto i colpi distruttivi dell’avanzata degli alleati. E i contatti, i colloqui, e tutte le strane situazioni di socialità che si creano nel rimescolio della catastrofe imminente. E i discorsi davanti ai portoni e nei negozi, le file per il cibo, le tessere del razionamento. E gli amori concitati. Le famiglie sfasciate o ricomposte. Ma tutto questo visto dalla strada e con gli occhi di un gruppo di clandestini. Sono disertori che fuggono la guerra e vanno poco a poco prendendo coscienza, semplici disperati emarginati dal totalitarismo, vecchi socialdemocratici o comunisti da sempre oppositori che per un decennio sono usciti ed entrati da carceri e campi di concentramento, credenti la cui coscienza religiosa si ribella, ebrei scampati, comuni cittadini che non ne possono più. Aspettano la fine; girovagano per la città distrutta in una specie di viaggio al termine della notte. Ma intanto cercano di sfuggire alla caccia di Gestapo e di SS, di sottrarsi agli occhi delle spie e dei delatori; e operano, ognuno come può, con sabotaggi o azioni di propaganda, per accelerare la caduta del terrore. Portatori di valori diversi e di opinioni divergenti, sanno anche instancabilmente discutere tra di loro, costruendo – dentro la cronaca di una città che muore, dentro il resoconto storico di ciò che resta del nazismo, dentro lo spaccato di una società sconvolta dalla consapevolezza della fine di tutto – il romanzo delle idee degli antinazisti di cui forse le narrazioni dei nostri tempi hanno parlato troppo poco.

(dal risvolto di copertina di: Heinz Rein: Berlino. Ultimo atto, Sellerio)

Rein, dialoghi a caldo su una capitolazione
- di Cecilia Bello Minciacchi -

La carta geografica su cui studiare le imponenti manovre militari della Grande Germania è ormai ridotta alla mappa topografica di Berlino: nella legenda la scala è sensibilmente cambiata. E cambiate sono le forze in campo: ragazzi non addestrati ma indottrinati, vecchi, malati. Da quasi tre anni ormai, dalla fiera resistenza incontrata a Mosca e dalla penosa rovina subita a Stalingrado, la strategia tedesca si è fatta difensiva e, nonostante sforzi e dispendio di vite, ha continuato inesorabilmente ad arretrare. È l’aprile del 1945 e Berlino, che pure è sempre stata una città piena di soldati, «in guerra e in pace, in marcia di partenza e rimpatriati, soldati vittoriosi e sconfitti», impeccabili nelle parate, festeggiati tra fiori nel 1914, partiti «senza canti né suoni» nel 1939, è percorsa ora da un nuovo tipo di soldato, mai visto lì e neppure immaginato, «il soldato stanco, con la barba incolta, sudicio, esausto, affamato: la bestia da prima linea». Con l’ulteriore e terminale differenza che non si può arretrare più, non c’è più entroterra dove continuare a riparare: la prima linea è ora simbolicamente e concretamente anche la linea estrema. Sono le ultime stanche battute della sanguinosa pantomima che Heinz Rein generosamente racconta trascorsi pochi mesi dalla capitolazione in Berlino. Ultimo atto (a cura di Mario Rubino, Sellerio «La memoria», pp. 896, € 18,00). Che certi toni siano da farsa, in quella storia, è innegabile, sebbene da farsa nerissima. Mentre la popolazione civile e le milizie racimolate per coercizione soffrono, i bollettini ufficiali lavorano d’artificio sulla verità somministrando incongruenze: «L’attacco è stato vittoriosamente respinto, la località purtroppo è andata perduta». Inventano truppe di alleggerimento alle porte di Berlino, e per convincerne la popolazione stampano finti volantini destinati ai battaglioni in arrivo e come per caso, a demoniaca bella posta, smarriti nelle strade. La popolazione ha sentimenti alterni: è stanchissima, affamata, prostrata, ma ancora pronta a riaccendersi di speranza all’enfasi di Goebbels e alla fedeltà pretesa dal Führer. L’idolatria dell’uomo-massa non è ancora sopita, gli invasati persistono, benché tutti i segni – anche a non voler avere occhi per vedere – siano quelli di un’imminente, ignominiosa disfatta.
La «travagliata» città di razionamenti e rovine, di profughi, freddo e cenere, che Helga Schneider aveva conosciuto negli ultimi anni di guerra, quand’era bambina, e più tardi narrato attenta alla sua infanzia nel Rogo di Berlino (Adelphi, 1995), trova nelle pagine di Rein descrizioni ampie e minuziose, tremendamente adulte, dolentissime e didattiche, e scritte a caldo. Finale Berlin (questo il titolo originale) aveva visto la luce a puntate sulla Berliner Zeitung, tra la fine del 1946 e l’inizio del ’47. Il ritmo narrativo è lentissimo, caratterizzato da una commistione di articolati dialoghi (o riflessioni) e descrizioni del disfacimento, punteggiati dai bollettini radio e dai fogli informativi prodotti nel Führerbunker, testimonianze che da sole, avrebbe considerato Walter Benjamin, hanno il pregio dell’evidenza, della «cosa da mostrare» che parla da sé, tanto risultano accecanti (non solo oggi), e in nevrotica malafede, i contenuti offerti ai cittadini stremati.
Il racconto è al presente, eccetto alcune incursioni memoriali funzionali allo sviluppo. Il punto di vista è interno a una variegata cellula di resistenza in clandestinità, uno dei gruppi sabotatori che evitò di difendere la capitale per non prolungarne distruzione e martirio.
Berlino è un corpo dilaniato da due anni di bombardamenti: i puntoni dei tetti volati via sono «come costole a cui è stata strappata la pelle; le finestre sono occhi con le palpebre abbassate», le capriate «ossa fuori da un cadavere».
Heinz Rein, all’anagrafe Reinhard Andermann (Berlino 1906 – Baden Baden ’91), giornalista sportivo colpito sotto il nazismo dallo Schreibverbot e dall’internamento, poi vissuto fino agli anni cinquanta nella DDR, aveva realizzato un’opera esemplare animata sia dal bisogno di comprendere sia dalla finalità etica. L’ansia, l’ossessione di capire come un’intera nazione avesse potuto sacrificarsi a una «macchina totalitaria accumulatrice di potere e divoratrice di individui», per dirla con Hannah Arendt, è affidata a uno dei protagonisti, il disertore ventiduenne Joachim Lassehn. Nei dialoghi interiori e con i compagni – un oste mai corrotto dalla propaganda, un deputato di sinistra, perseguitato e torturato, e la sua coraggiosa moglie, un medico di rara solidarietà, un ex compagno di scuola soldato dubbioso e intristito – il giovane cerca di resistere «alla soluzione nichilista» che considera tutta la vita «un’assoluta insensatezza» e inizia a sviscerare questioni esistenziali, sociali e politiche.
Comprende, così, che le «divinità naziste» sono soltanto «borghesucci incarogniti, avidi sanguinari» e che codardi non sono i disertori «ma coloro che eseguono tutti gli ordini impartiti, per crudeli e brutali che siano».
Questo libro, che fonde documenti, esperienze di prima mano e invenzioni narrative, è insieme un osservatorio scrupoloso, un romanzo di formazione, un dramma e un’inchiesta etica. È un racconto retoricamente tenuto, addolorato e sontuoso. Ha passo e intenti di un dialogo platonico mentre giorno per giorno, dal 14 aprile al 2 maggio, mette in luce moventi di classe e discute la colpevolezza di «tutto il popolo tedesco», mostrando che «le forme della vita civilizzata si sono infrante», che sono crollate pure le facciate. Che le donne, sfinite dalle privazioni e dal terrore, hanno la saggezza di dirsi «meglio un russo sulla pancia che un palazzo sulla testa», e gli ideologi quella di ammettere che «soltanto una completa disfatta può eliminare la dittatura hitleriana».
Su tutto, e la si direbbe un’astuzia, un’efficacia del libro, «il tempo sgocciola con pesantezza plumbea», mentre ciò che resta dei civili languisce o muore nelle cantine, e «il piccolo borghese traviato di Braunau» cura la regia dell’«orribile e dozzinale operetta del suicidio».

- Cecilia Bello Minciacchi - Pubblicato su Alias del 24/9/2017 -

Interpretazioni e interpreti

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1 - Todorov, nel suo libro sulla conquista dell'America, si sofferma in maniera estesa sul rapporto, sia degli indios che degli invasori, con quello che chiama "segni", orali o scritti, materiali o immaginari.
I Maya sceglievano i loro sovrani tenendo conto della capacità di "interpretazione" che avevano i candidati, vale a dire, della loro capacità di risolvere degli enigmi che provenissero sia dalle stesse, sia dalle parole dei saggio, o dalla tradizione. Coloro che sostenevano che ci fosse una relazione fra gli indios ed il Paradiso (ed insieme a questo, che ci fosse una relazione con Adamo e con i personaggi biblici) avrebbero potuto dedurre da questo che ci fosse una relazione fra Montezuma e Giuseppe (colui che interpretava i sogni del faraone) oppure fra Montezuma e Daniele (colui che interpretava i sogni di Nabuccodonosor).
2 - La connessione fra i personaggi biblici e l'interpretazione dei sogni, non può che portarci direttamente a Freud. Ed al fatto che lo stesso Freud rea un profondo conoscitore della narrativa di "scoperta", oltre al fatto che aveva seguito da vicino il boom dell'archeologia che c'era stato nel XIX secolo (Schielmann, Troia, ecc.). Nel suo "Contributo alla storia del movimento psicoanalitico" (1914), Freud scrive di essere spesso paragonato a Colombo (e a Darwin e Keplero); qualcosa che egli non rifiuta ma neppure abbraccia; e che Freud approfondisce un poco quando cita un detto latino, motto della città di Parigi: Fluctuant nec mergitur (“È sbattuta dalle onde ma non affonda). Cosa che fa pensare ad un altro motto latino, "Flectere si nequeo superos, Acheronta movebo" ("Se non posso piegare gli dei superni, muoverò l’Acheronte"), frase usata da Freud stesso proprio nella "Interpretazione dei sogni".
3 - Colombo ritornerà, stavolta in una forma un po' più ampia e specifica, nell'esposizione di Freud pochi anni dopo, nel 1916-1917, nelle sue "Conferenze introduttive". Per Freud, qui la questione è quella che riguarda l'autorità e la denominazione (una relazione di termini che verrà esplorata da Derrida, sia seguendo la strada di Freud, sia quella di Benjamin), poiché egli sostiene che Colombo non dà il nome all'America - ricordando anche la preoccupazione espressa da Alessandro il Grande per non aver avuto un Omero a cantare le sue gesta. La conclusione è chiara: in ciò che Colombo ha fallito, Freud intende trionfare, mantenendo in maniera chiara la denominazione e l'autorità per quanto riguarda la circolazione della psicoanalisi (vale qui la pena ricordare che anche Todorov commenta in maniera estesa a proposito della mania della denominazione da parte di Colombo, a volte arrivando a denominare il medesimo punto geografico per due volte nello stesso giorno - un porto che prima era "Maria" e poi diventava "San Nicola").

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4 - Esistono, nello Stato azteco - scrive Todorov in "La conquista dell'America" -, due scuole, una per i guerrieri, e l'altra per i sacerdoti ed i giudici. La seconda, chiamata Calmecac, è dedicata in particolare al verbo: «vengono loro insegnati dei canti, chiamati canti divini, che si trovano scritti nei libri. E veniva insegnato loro anche a contare i giorni, e il libro dei sogni, e il libro degli anni», cita Todorov dal Codice Fiorentino, Il Calmecac - prosegue Todorov - è una scuola di interpretazione e di oratoria, di retorica e di ermeneutica.
5 - Il dettaglio importante, relativo a quest'ermeneutica azteca, consiste nel fatto che essa è sempre basata sulla tradizione; si basa su quello che è già precedentemente dato a livello sociale: «non si tratta di dover dare una risposta ingegnosa, ma una risposta giusta, vale a dire, tradizionale. In questo mondo dominato dalla tradizione, sopravviene la conquista: un evento assolutamente imprevedibile, unico». Ecco dove sta il paradosso: è proprio quest'unicità dell'evento (spagnolo) che genera la necessità di essere interpretato (dagli aztechi) come se fosse qualcosa che si ripete. Non è forse questo anche l'insegnamento socratico di Platone, secondo cui ogni conoscenza è riconoscimento? Non è forse anche questa, in larga misura, la giustificazione della "conquista": portare gli indios fuori dalle tenebre della caverna del paganesimo, verso la luce della cristianità? E del resto, è proprio contro Platone (e a partire da Nietzsche) che Deleuze propone la sua oscillazione fra differenza e ripetizione.
6 - Todorov sostiene che questa era anche la mentalità di Colombo, nei suoi viaggi verso il Nuovo Mondo: quello che si presentava davanti a lui era sempre ripetizione e doveva conformarsi a ciò che era tradizionale (i suoi riferimenti sono all'Asia, ai mori, alle Crociate, al fiume Tago, ecc.; è un uomo del Medioevo ad inaugurare la Modernità!). Questa resistenza da parte di Colombo forse giustifica l'osservazione di Freud secondo la quale, in fin dei conti, egli non dà nessun nome alla sua scoperta. È la stessa dinamica propria all'ermeneutica, come ripetizione da parte degli Aztechi (e di Colombo), a far pensare di nuovo alla psicoanalisi, in special modo relativamente alla definizione che viene data da Karl KrausLa psicanalisi è quella malattia mentale della quale essa stessa ritiene di essere la terapia. Vale a dire, la soluzione ad un problema che è stato posto per rispondere al desiderio di soluzione (è questa l'economia stessa della "scoperta" del Nuovo Mondo).

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7 - La questione della traduzione, è costante nel progetto europeo di conquista e devastazione delle Americhe.
Cortez - scrive Todorov ne "La conquista dell'America" - è «il primo a possedere una coscienza politica, e perfino storica, dei suoi atti», «in primo luogo, quel che gli interessa sono i segni, e non i referenti. La prima azione importante che esegue - il significato di un simile gesto è incalcolabile - è quella di procurarsi un interprete». Contrariamente a Colombo, Cortez cerca degli interpreti al fine di capire - per quanto possa essere possibile - il nuovo a parte dal suo contesto - l'Europa e l'America viste, non come derive indipendenti che collidono, ma come due linee che a partire da quel momento saranno intrecciate.
8 - L'inizio del progetto di interpretazione di Cortez comincia in forma tortuosa: un naufrago di una precedente spedizione, Jerónimo de Aguilar, domina la lingua dei Maya; in seguito, arriva Malinche, un'azteca venduta come schiava ai Maya, che viene data in dono agli spagnoli. Cortez parla con Aguilar, che traduce per Malinche quello che gli viene detto, la quale a sua volta si rivolge all'interlocutore azteco.
A proposito di Malinche, scrive Todorov: «lei è il primo esempio, e perciò il simbolo stesso del meticciamento delle culture; annuncia, in questo modo, lo Stato messicano moderno e, più ancora, l'attuale Stato di tutti noi, che, sebbene non siamo tutti bilingui, siamo inevitabilmente bi o tri-culturali». In questo si può vedere il possibile seme di uno scenario di attraversamenti linguistici e culturali, che recentemente (in letteratura) è stato esplorato e vissuto da Kundera, Aleksandar Hemon, Andrei Makine, Nabokov, Conrad e tanti altri.
9 - A sua volta, Serge Gruzinski (in "La guerra delle immagini: da Cristoforo Colombo a Blade Runner") racconta dello stupore di alcuni spagnoli quando arrivarono nel Nuovo Mondo: pensavano di trovarsi davanti a degli ebrei espulsi da Tito Vespasiano durante la distruzione di Gerusalemme, nell'anno 70 dell'Era Comune (Flavio Giuseppe, lo storico ebreo, afferma che l'assedio fu talmente terribile che una madre mangiò il proprio figlio). CI furono diversi fattori che contribuirono ad un simile equivoco:
a) scoprirono che anche gli indios erano circoncisi;
b) erano condizionati dalla lotta contro gli infedeli (nel 1492, Granada era stata riconquistata dai Mori);
c) confondevano le "piramidi" azteche con le moschee.
Quest'approssimazione apparentemente assurda costituisce una manifestazione della paranoia religiosa dell'epoca, e ci parla di un tentativo di omogeneizzazione della differenza, al fine di dominare, a partire da questo, le proprie paure. E una paura tipica di quell'epoca era: incontriamo nuovamente coloro che in un'altra epoca avevamo espulso, e questa volta la sorte forse potrebbe cambiare.

giovedì 5 aprile 2018

L'idiozia della realtà

rosset sileno

Inattuale, tragico, irresistibilmente gioviale, un ubriacone inveterato, questo è stato Clément Rosset, scomparso questo mercoledì 28 marzo 2018, all'età di 78 anni. La sua opera è un inno alla gioia, a quella gioia di vivere che scaturisce dall'amore incondizionato di un uomo che si è liberato di ogni contraffazione e che ha riportato tutto alla sua pura immanenza.

Clément Rosset (12 ottobre 1939 - 28 marzo 2018 )

Clément Rosset, scomparsa di un idiota
- di Robin Touillon -

È stato in un certo qual modo l'idiota del villaggio filosofico, una sorta di "babbo natale" provenzale, un irresponsabile monello panciuto dal volto generoso, i capelli arruffati, gli occhi vivaci e lo sguardo malizioso, il naso rosso ed il sorriso di un giocatore ubriaco ed allegro, l'aria di un bambino avido di facezie, sempre pronto a raccontare una qualche aneddoto gustoso o fare un qualche scherzo ribaldo. E tuttavia quando spalancò i suoi occhi blu di fronte alla sorpresa dell'eterna rinascita del reale, assunse il viso dell'antico saggio, se non del profeta illuminato.
In ogni caso, quel genere di giullare di cui le persone serie fanno volentieri a meno, e che, per una qualche buona ragione, è sempre rimasto ai margini del rispettabile sistema accademico. Cosa che non era spiacevole, che insegnò per 31 anni sotto il cielo azzurro di Nizza (che aveva così tanto ispirato il suo maestro Nietzsche), e che gli fece scrivere tutta la sua opera in spregio al formalismo della Sorbona, con uno stile attento ed elevato, leggero e divertente, che mescolava allegramente i riferimenti più eclettici, che andavano da Kant a Hergé, passando per il teatro di Courteline e per la musica di Offenbach

L'idiozia del reale
Trattarlo da idiota non significa affatto insultarlo, ma è al contrario un modo per rendergli omaggio, nella misura in cui tutti i suoi sforzi filosofici hanno consistito nell'inseguire i retro-mondi, al fine di restituire la sua «idiozia» al reale, la sua idiozia nel senso etimologico del termine, vale a dire il suo carattere «semplice, particolare, unico», «senza riflesso né doppio». Il reale, secondo la concezione nominalista di Clément Rosset, non rimanda ad alcuna esternalità. Ma è una tautologia insuperabile, sottomessa in maniera ineluttabile al principio di identità che vuole che A sia A, che un essere non sia altro che sé stesso, determinato ma fortuito, necessariamente qualunque, distinto da tutti gli altri al punto da essere assolutamente insignificante.
A dire il vero, sono rari coloro che possiedono una simile lucidità, la sensazione di essere autosufficienti. Fra questi eletti, bisogna annoverare chi è sbronzo. A volte i suoi occhi vedono doppio, eppure è lui quello che riesce a percepire la semplicità, mentre l'uomo sobrio recupera il reale dei suoi preconcetti. L'ubriachezza restituisce il reale in quanto permette che si possa nuovamente stupire, perfino meravigliare, permette di sorprendersi e di sbalordirsi, e non di una cosa e delle sue qualità, ma del fatto che una cosa esista, che questa cosa esista, del fatto che sia essa, e nient'altro che essa, né più né meno. «(...) guarda, guarda lì, c'è un fiore, è un fiore, ti sto dicendo che è un fiore...».
A prescindere, e qualunque sia l'inclinazione per il bere, Rosset non pretende affatto che l'ubriachezza sia l'unica via di accesso al reale. Ci si può ubriacare anche di poesia e di virtù, e perfino di filosofia. Ed è proprio in questo senso che il nostro autore reinterpreta Parmenide, l'antico pensatore presocratico, contrariamente a quel che fanno le solite letture che ne vorrebbero fare il precursore dell'ontologia platonica, dando invece alla sua celebre massima, una profondità inedita senza precedenti. «Bisogna dire e pensare che ciò che è è: in quanto ciò che esiste esiste, e ciò che non esiste non esiste». Quello che sembra essere nient'altro che un futile truismo, si rivela come una condanna, grave ed irrevocabile, come un salutare avvertimento: poco importa quali possono essere le velleità della nostra immaginazione, è impossibile sfuggire al reale!

rosset parmenide

L'illusione del Doppio
Eppure, è esattamente proprio questo, secondo Rosset, il difetto dell'uomo: «non esiste niente di più debole della capacità umana di ammettere la realtà, l'incapacità di accettare senza riserve l'imperiosa prerogativa del reale». Resistendo all'immanenza amara del reale, l'uomo tenta di duplicarlo, tenta di rivestirlo con un surrogato che egli suppone possa rivelare il suo vero significato. Secondo questa struttura del Doppio, «la realtà immediata può essere riconosciuta e compresa solo a condizione che possa essere considerata come l'espressione di un'altra realtà, l'unica che le possa conferire il suo senso e la sua realtà». Questo atteggiamento, lo si ritrova praticamente in tutta la tradizione metafisica occidentale, a partire da Platone che oppone il sensibile all'intellegibile, per arrivare fino ad Heidegger che distingue l'essente dall'essere. E dietro questo tentativo di svalutare l'apparente relativamente ad un "nascosto" giudicato più autentico, si nasconde il desiderio segreto di negare una realtà rispetto alla quale siamo incapaci di essere soddisfatti. Alla base del Doppio giace la duplicità dell'impotenza. E la tragedia sta nel fatto che il reale non si lascia congedare: messo alla porta, rientra dalla finestra. E questa la grande lezione di Edipo: il destino cui speravamo di sottrarci, immancabilmente torna a colpirci in pieno volto. «La profondità e la verità della parola dell'Oracolo, non consiste tanto nel predire il futuro, quanto nel sottolineare la necessità asfissiante del presente, il carattere ineluttabile di quel che sta accadendo adesso (...) Nessuna scappatoia - nessun Doppio: è questo quel che viene annunciato dall'Oracolo».
«Non c'è nulla di così bello e di così legittimo come far bene e dovutamente l'uomo, né scienza tanto ardua quanto quella di saper vivere bene e con naturalezza questa vita; e la più bestiale delle nostre malattie è disprezzare il nostro essere», ha scritto Montaigne, che era un altro importante riferimento di Rosset.
Ma le uniche vittime non sono i filosofi. L'illusione del Doppio, nel mondo, è la più condivisa, e vi soccombiamo tutti, nel momento in cui cerchiamo di scoprire la nostra identità personale; questo «vero sé», intimo, che non sarebbe affatto riassumibile nella nostra identità sociale. Vogliamo credere che il nostro censimento amministrativo, la nostra situazione professionale, e con essa tutto l'insieme delle nostre azioni, non esauriscano ciò che siamo. E così ci mettiamo alla ricerca di un vero sé, il quale precederebbe tutte queste contingenze, e sopravvivrebbe ad esse. E nel mentre soffriamo cercando di scoprirlo attraverso l'introspezione pura, chiediamo agli altri di confermare quella rappresentazione che di noi stessi intendiamo dare, ed ottenere così in prestito un'identità. Da qui, il giudizio cinico di Rosset, ovviamente estraneo al concetto di persona: «L'intercessione dell'amore non sfocia nel donare sé stesso all'altro ma nel ritrovare un sé che si affida all'altro, vale a dire, costringendo il mio pensiero, a suo danno». Ed in realtà è per disamore nei propri confronti che inventiamo un sé, il quale sarà sempre fittizio e deludente, dal momento che l'immagine di sé si riferisce sempre ad altri, e prima o poi contraddirà la rappresentazione di noi stessi che abbiamo. Ancora una volta, l'idiozia della realtà finirà per riprendersi i suoi diritti. In ultima analisi, non c’è niente che possa definire la nostra idiosincrasia meglio di quanto possa fare il codice fiscale della nostra tessera sanitaria, «e meno di noi ne sappiamo, meglio ce la passiamo».
Un'altra figura del Doppio, quella della nostalgia, oppure la sua controparte, quella dell'ottimismo. Vale a dire, non per accogliere la singolare presenza di ciò che esiste, bensì percepire l'essere solo come la rovina di ciò che è stato, oppure la promessa di ciò che sarà. «Le idee relative al cambiamento del mondo ed alla fine del mondo sono finalizzate ad un solo e medesimo esorcismo del reale, e a tal fine condividono lo stesso vantaggio: il prestigio affascinante e ambiguo che deriva da tutto ciò che non è in relazione con ciò che esiste, ma che è "altrimenti" rispetto a quello che c'è qui». Entrambi questi atteggiamenti condannano l'uomo ad inseguire una chimera e a mancare all'appuntamento con  il presente che gli si offre. Come conseguenza, si assiste, in Rosset, ad un incredibile distacco rispetto alla politica. Un disinteresse rivendicato, che viene presentato anche come se fosse una delle virtù della filosofia, «una virtù che da sé sola sarebbe sufficiente a far sì che venisse dichiarata di interesse pubblico (e privato): la funzione della smobilitazione - la smobilitazione generale». Il saggio, forse, è troppo vicino alla realtà per poter essere di questo mondo.

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La gioia, malgrado tutto
Oppure, per dirla diversamente, è troppo felice per preoccuparsi delle dispute mondane. Poiché, quello che non abbiamo ancora detto - e che tuttavia è essenziale - si riferisce  al fatto che questa attenzione nei confronti della realtà immanente - lungi dall'essere una sofferenza insopportabile rispetto alla quale solo un Doppio può darci sollievo - può rivelarsi fonte inesauribile di gioia. E inoltre Rosset sostiene che si tratta dell'unica vera gioia. L'allegria, infatti, non è mai completa se dipende dall'una o dall'altra circostanza, da questo o da quel bene posseduto o sperato; se è quindi suscettibile di estinguersi nel momento in cui cessa ciò che la motiva. La giova deve emanare da un'approvazione incondizionata della vita, da un amore per la realtà di per sé stessa, da un'esultanza gratuita nei confronti di ciò che esiste. In questo, essa rimane fondamentalmente illogica, irrazionale, totalitaria, brucia la candela da entrambi i lati, e di conseguenza è amorale fino alla crudeltà. Non nega affatto quelle che sono le tribolazioni dell'esistenza (che l'autore, grande conoscitore di Schopenhauer ed amico di Cioran, non può ignorare): tragico, le supera. Le ha già viste tutte, e se gli viene concessa la gioia, questa sarà «in aggiunta». Come dice Rosset, «la gioia ha questo in comune con la femminilità, che rimane indifferente ad ogni obiezione».
Come riconosce egli stesso, questa beatitudine non ha niente di simile alla grazia cristiana, un dono gratuito ed inspiegabile da parte di Dio che procura al credente una gioia incommensurabile che è indipendente da qualsiasi afflizione. Si sarebbe tentati di prolungare il suo pensiero - significherebbe tradirlo? - suggerendo che il Dio cristiano costituisce l'eccezione di un Doppio, o di un Altro, che realizza il reale senza abolirlo.
In ogni caso, voglio ricordare la carità di questo buon vecchio Rosset, che una sera invitò al suo tavolo uno studente sconosciuto che passava provvidenzialmente di là, e che gli offrì un po' del suo vino e che egli accettò con entusiasmo. Rimarrà per noi questo singolare e commovente mistero di un Sileno toccato dalla grazia.

- Robin Touillon - Pubblicato su Philitt - Revue de philosophie e del littérature -

mercoledì 4 aprile 2018

contemporanei

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«Penso a quella lettera scritta da Tolstoi a Turgenev agonizzante: "Le scrivo per dirle che sono stato felice di essere suo contemporaneo".
Mi sembra che, a causa della morte che ha abbattuto Camus - ed alla quale ora devo tristemente aggiungere: Elio Vittorini, George Bataille -, questa morte che ci ha avvolto, che riguarda una parte profonda di noi stessi, già moribondi, a causa di questa morte abbiamo sentito che eravamo stati felici di essere loro contemporanei, e in quale maniera gioiosa questa felicità veniva ad essere ancora di più, sia rivelata che offuscata: come se il potere di essere contemporanei di noi stessi, in questo tempo in cui insieme ad essi siamo appartenuti, fosse improvvisamente gravemente turbato.
»

(Maurice Blanchot - da "L'amicizia")

Alle radici dell'impero universale

Dante

La prima opera giovanile di Hans Kelsen in cui il teorico del diritto affronta e ripensa il De Monarchia di Dante e la sua grandiosa visione di una teologia politica posta a fondamento di un governo globale del mondo
Con questa importante pubblicazione si riscopre la prima opera giovanile di Hans Kelsen. Noto per la sua teoria generale dello Stato, che esclude ogni contaminazione con le altre discipline sociali, il Kelsen degli esordi si occupa invece proprio di Legge e Letteratura. In questa peculiare prospettiva, egli affronta e ripensa il De Monarchia di Dante e la sua grandiosa visione di una teologia politica posta a fondamento di un governo globale del mondo. Tutto ciò getta una luce completamente nuova e affascinante su un lato fondamentale del pensiero giuridico-politico del ’900, che supera di molto gli schemi in cui esso era stato imbrigliato e neutralizzato.
  

(dal risvolto di copertina di: Hans Kelsen: Lo stato in Dante. Una teologia politica per l'impero, Mimesis.)

Imperatore e papa, due soli indipendenti
- di Stefano Petrucciani -

Tra le opere meno note di Hans Kelsen, il massimo filosofo del diritto del Novecento, c’è la monografia che egli dedicò, giovanissimo, al pensiero politico dantesco, che ora Mimesis ripropone col titolo Lo Stato in Dante (pp. 220, euro 18, presentazione di Pier Giuseppe Monateri, postfazione di Tommaso Frosini). Pubblicato per la prima volta nel 1905, quando l’autore aveva solo ventiquattro anni, il libro precede, ovviamente, la elaborazione della teoria giuridica di Kelsen, che comincerà a prendere forma qualche anno dopo.
Il volume dantesco invece, come scriveva lo stesso autore in un saggio autobiografico, richiamato nella postfazione di Frosini, è fondamentalmente un «lavoro scolastico». Data però la imponente statura intellettuale dell’autore, anche questo suo esercizio giovanile si lascia leggere ancora con profitto e con interesse. In sostanza, il volume consta di un esame accurato e analitico (nel lucido stile kelseniano) della grande opera politica di Dante, la Monarchia, che viene commentata con ricchezza di riferimenti anche al Convivio e alla Commedia. Lo stato della ricerca sulla filosofia di Dante, e su quella politica in particolare, quando Kelsen scriveva, era naturalmente assai meno sviluppato di quanto non sia oggi.
Basti ricordare, per toccare solo un punto importante, che Kelsen non vede in alcun modo l’influenza su Dante del grande pensatore arabo Averroè, sulla quale invece molto hanno insistito e dibattuto gli studi danteschi più recenti. Ma il quadro che Kelsen traccia del pensiero politico di Dante ne coglie alcuni aspetti essenziali. Per Dante l’unica forma politica razionale, adatta a costituire il contesto nel quale si possono perseguire il bene e la felicità umana, è l’Impero universale, che deve sovrastare tutte le forme politiche «locali», come i regni e le città, che possono limitarsi a svolgere funzioni minori, di tipo circoscritto e amministrativo.
Dante non si limita a vagheggiare la restaurazione di un impero universale pensato come erede di quello romano; l’aspetto più rilevante, sul quale Kelsen giustamente insiste perché segna la modernità dell’autore della Commedia, sta nel fatto che, nella disputa teorica sul ruolo e sui rapporti tra i due poteri, papale e imperiale, che nel suo tempo si contendono il campo, Dante assume una posizione decisamente radicale: il potere politico dell’Imperatore (che va inteso come una sorta di incarnazione di una civile razionalità che dovrebbe reggere il mondo) non è in alcun modo subordinato a quello del Papa, né trae da esso la sua legittimazione. Perciò, alla metafora politica dominante, che paragonava i due poteri al Sole e alla Luna, assumendo che quello papale brillasse di luce propria, e quello laico solo di luce riflessa, Dante contrappone la metafora dei due Soli, espressa plasticamente nelle terzine del sedicesimo canto del Purgatorio (versi 106 e sgg.): «Soleva Roma, che il buon mondo feo / due Soli aver, che l’una e l’altra strada/ facean vedere, e del mondo e di Deo».
Nella visione di Dante, insomma, il potere politico e quello ecclesiastico sono rigorosamente indipendenti: l’uno deve curarsi della felicità terrena, l’altro di quella celeste. Certamente entrambi derivano dall’ordine divino del mondo, ma tutti e due lo incarnano con pari dignità, ciascuno nel suo ambito.
Se in questo libro giovanile vi è un aspetto tipicamente kelseniano, esso sta forse nella sottolineatura del ruolo del diritto, che lo porterà in prospettiva alla identificazione tra Stato e ordinamento giuridico. Anche la potenza dell’Impero, sottolinea Kelsen valorizzando questo punto dantesco, è vincolata dalla legge. E l’imperatore, lungi dall’essere titolare di un potere arbitrario, non è altro che il primo «servitore della collettività».

- Stefano Petrucciani - Pubblicato su Alias del 25.11.2017 -

Tiqqun e l'Anonimato

tarnac

Questo appena trascorso mese di marzo, dopo dieci anni dai “fatti” , è cominciato a Parigi il processo che dovrà esprimersi sul famoso “affaire de Tarnac”. Come molti ricorderanno, l’11 novembre 2008 una gigantesca operazione antiterrorismo svoltasi su tutto il territorio nazionale francese portò all’arresto di una decina di militanti, con l’accusa di aver sabotato alcune linee ferroviarie dell’Alta Velocità e di costituire un gruppo terroristico. All’indomani si formarono dei comitati di sostegno agli accusati, il primo promosso dagli abitanti di Tarnac, dove all’epoca alcuni degli attuali accusati conducevano la loro vita sperimentandola in una comune, poi seguito da decine e decine di altri dappertutto. Azioni in solidarietà furono compiute in vari paesi del mondo. Il libro del Comitato Invisibile, L’insurrezione che viene, dall’essere presentato dai giudici come prova di colpevolezza, divenne un best seller mondiale – tranne of course in Italia, dove nessun editore “illuminato” se ne interessò. Giorgio Agamben fu il primo intellettuale ad intervenire pubblicamente a difesa degli accusati, tra i quali conta dei buoni amici, con una tribuna sul quotidiano Liberation e poi presentando in una riunione pubblica la riedizione di alcuni scritti della rivista Tiqqun da parte della casa editrice La Fabrique, mentre Julien Coupat, che la polizia accusava di essere l’autore de L’insurrezione che viene oltre che dei sabotaggi, era ancora in stato di detenzione. Seguiremo con attenzione “il processo che viene”, per l’intanto pubblichiamo la trascrizione dell’intervento che Agamben svolse su Tiqqun e la vicenda nel quale furono coinvolti Coupat e i suoi amici.

Trascrizione di un intervento pronunciato al Lavoir moderne il 19 aprile 2009.
- di Giorgio Agamben -

Tra il 1975 e il 1984, nel momento in cui il pensiero politico conosceva una fase di stagnazione, i lavori di Michel Foucault hanno liberato il terreno dai falsi concetti che lo ingombravano. In un corso del 5 gennaio 1983, Foucault riassume la sua strategia in due punti:

sostituire alla storia del dominio l’analisi delle procedure e delle tecniche di governamentalità;

sostituire alla teoria del soggetto e alla storia della soggettività l’analisi storica dei processi di soggettivazione e delle pratiche del sé.

Era dunque un chiaro abbandono dei vuoti universali che monopolizzavano l’attenzione dei teorici della politica: la Legge, la Sovranità, la Volontà Generale, etc., a profitto di un’analisi dettagliata delle pratiche e dei dispositivi governamentali. Non più il potere come ipostasi separata, ma delle relazioni di potere, non più un soggetto in posizione fondatrice o trascendentale, ma un’analisi puntuale delle pratiche e dei processi di soggettivazione. Si si vuole comprendere cosa ha significato, quindici anni dopo Foucault, l’apparizione di Tiqqun nel pensiero politico, è da questo contesto che bisogna partire. Se in Foucault vi era un abbandono senza riserve di ogni prospettiva antropologica, all’incrocio tra tecniche di governamentalità e processi di soggettivazione, il suo posto restava quasi del tutto vuoto. O piuttosto, in questa zona vi sono forse queste figure che in un testo straordinario del 1983, La vita degli uomini infami, lui chiama le «vite infami», delle ombre senza volto estratte dagli archivi della polizia, dalle lettres de cachet, sulle quali l’incontro con il potere proietta improvvisamente la sua luce oscura. Credo che la novità di Tiqqun sia nel fatto che operi allo stesso tempo una radicalizzazione e un annodamento delle due strategie, l’analisi delle tecniche di governo e dei processi di soggettivazione che in Foucault forse non avevano trovato il loro punto di giunzione.

Così, se come Foucault ha mostrato in «Microfisica del potere», il potere circola e ha sempre circolato in dei dispositivi di ogni genere, giuridici, linguistici, materiali, per Tiqqun il potere non è altro che questo. Non si erge più di fronte alla società civile e alla vita come una ipostasi sovrana, ma coincide interamente con la società e la vita. Il potere non ha più centro, non è che un’immensa accumulazione di dispositivi nei quali si forma il soggetto, o meglio, come avrebbe detto Foucault, i processi di soggettivazione. Di fronte a questo, il gesto di Tiqqun è quello di legare, far coincidere senza riserva i due piani che le analisi di Foucault hanno separato. C’è un testo pubblicato nel libro [Tiqqun, Contribuiton a la guerre en cours, La Fabrique 2009, ndr], che si chiama «Una metafisica critica potrebbe nascere come scienza dei dispositivi», in cui è detto molto chiaramente: «Una teoria del soggetto è possibile solamente come teoria dei dispositivi». Se tutta la derisoria ricerca di nuovi soggetti politici, che paralizza ancora la tradizione della sinistra, è liquidata in un sol colpo, è in questa zona d’indifferenza tra teoria del soggetto e teoria dei dispositivi che si situano i testi che sono lì raccolti. Ciò vale tanto per la «Teoria del Bloom» in Tiqqun I quanto per i due maggiori testi raccolti in Tiqqun 2, cioè «Introduzione alla guerra civile» e «Una metafisica critica potrebbe nascere come scienza dei dispositivi». È evidente, mi sembra, che se tutti i concetti della politica classica – Stato, società civile, classe, cittadinanza, rappresentanza, etc. – vengono situati in questa zona d’indifferenza, essi perdono il loro senso. Ma, d’altra parte, è solo ponendosi in questa prospettiva, in questa zona d’indifferenza, che i concetti di Tiqqunil Bloom, la politica estatica, il Partito immaginario, la guerra civile – acquistano il loro senso. È a partire da questa situazione, da questa zona d’indifferenza, che bisogna comprendere, credo, le pratiche di scrittura, di pensiero e di azione che si giocano in Tiqqun. Quanto alla scrittura, non si tratta solamente di una scrittura anonima, ancor meno pseudonima o eteronima, per questo gli sforzi della polizia per attribuire ad ogni costo un testo a un autore o un autore a un testo non riescono ad arrivare ad alcuna conclusione. Non c’è autore possibile per questi testi, poiché si pongono in una zona in cui il concetto di autore non ha più senso. Il concetto di autore, Foucault stesso lo ha mostrato, ha funzionato nella nostra cultura in una doppia maniera. È, da un lato, una figura del soggetto, dall’altro è un dispositivo d’attribuzione di una responsabilità penale. Ora, Julien Coupat e i suoi amici non possono essere l’autore di nessuno dei testi pubblicati in Tiqqun o altrove poiché, giustamente, essi si situano in una zona in cui soggetto e dispositivi coincidono a tal punto che la categoria stessa di autore non può più funzionare, non ha più significato. Allo stesso modo credo che solamente se ci si pone nella prospettiva aperta da Tiqqun, per esempio a partire dalla constatazione della guerra civile permanente instaurata dallo Stato, che certi fatti macroscopici che avvengono nei paesi detti «democratici» nei quali viviamo acquisiscono il loro senso, altrimenti inestricabile. Per esempio, un fatto che si finge di ignorare: è sufficiente andare in una biblioteca e fare una piccola ricerca; sono testi pubblici; le leggi in vigore in Francia e in altri paesi detti «democratici» in Europa sono tre o quattro volte più repressive delle leggi in vigore in Italia durante il fascismo. È un fatto indiscutibile, tecnicamente, per la lunghezza della detenzione, etc. Un fatto del quale non si parla.

Un altro fatto: si è sempre rimproverato alle società e agli Stati totalitari l’istituzione dei tribunali speciali. Ora, quando si tratta dei tribunali o dei giudici che si occupano dell’«affare di Tarnac», non si impiega mai il termine di «tribunale speciale», allorché si tratta esattamente di un tribunale speciale. Sono dei giudici che sono stati scelti non si sa come e da chi – e che costituiscono un tribunale speciale. Voi sapete che per definizione un tribunale speciale è destituito di ogni legittimità, poiché attenta al principio dell’eguaglianza degli individui davanti la legge e anche al divieto di sottrarre un individuo al suo giudice naturale. Dal punto di vista dei principi del diritto della nostra società, dunque, quel tribunale è molto semplicemente destituito di ogni legittimità. Si accettano dei tribunali speciali, ma si rimprovera all’Italia fascista e alla Germania nazista di averne istituiti. Credo che è sempre in questa prospettiva che bisogna leggere ciò che Tiqqun chiama «la guerra civile in corso» – per esempio nell’estensione a tutta la popolazione delle misure biometriche che, all’inizio, erano state concepite per i criminali recidivi. Quindi, ogni cittadino è trattato come un criminale, come un potenziale terrorista. Se ogni uomo è, per lo Stato, un criminale o un terrorista in potenza, non ci si deve stupire che quelli che rifiutano di sottomettervisi o che lo denunciano, siano trattati a loro volta come terroristi.

Vorrei concludere ricordando una storia che mi fu raccontata da un mio amico che si chiamava José Bergamin e che accadde durante la guerra civile in Spagna, nel 1936. Il governo repubblicano lo aveva inviato, lui che era un poeta, un intellettuale, con un altro poeta, Rafael Alberti, negli Stati Uniti per cercare di ottenere un sostegno dal governo americano, ma furono bloccati all’entrata del territorio dalla polizia che cominciò a sottoporli a un interrogatorio infinito, accusandoli di essere di comunisti. Dopo 10 ore di interrogatorio ininterrotto, non li si lasciò entrare. Il mio amico mi ha raccontato che allora gli rispose: «Ascoltate, io non sono e non sono mai stato comunista, ma ciò che voi credete sia un comunista, ebbene, quello lo sono». E credo che oggi bisognerebbe dire egualmente: «Noi non siamo e non saremo mai dei terroristi, ma ciò che voi credete sia un terrorista, ebbene, quello noi lo siamo».

- Giorgio Agamben - Pubblicato su Qui e Ora (Beta) l'11 febbraio 2018 -

fonte: Qui e Ora (Beta)

martedì 3 aprile 2018

Calcoli sbagliati

global

La nuova sincronicità storica
- La fine della modernizzazione e l'inizio di un'altra storia mondiale -
di Robert Kurz

Attualmente, la discussione sulla globalizzazione sembra essere in una fase di esaurimento. Ciò non è dovuto al fatto che il processo sociale che lo sottende si sia esaurito, ma sono piuttosto i tentativi di interpretazione ad avere il fiato corto. Quasi nessuno osa dire che la storia della modernizzazione sia arrivata al capolinea. Ci sono ora intere biblioteche riguardo al fatto che la modernizzazione del capitale (la dispersione trans-nazionale delle funzioni che governano l'economia imprenditoriale) abbia dissolto la separazione esistente fra economia nazionale e mercato mondiale, dissolvendo così allo stesso modo anche il vecchio quadro di riferimento. Ma, a tutt'oggi, sono pochi coloro che a partire da questo ne abbiano assunto le conseguenze. Si continua a trascinarsi dietro i vecchi concetti, anche quelli che non corrispondono più alla nuova realtà.
Per molto tempo, l'apice della riflessione critica ha coinciso con l'affermare la particolarità nazionale in contrapposizione all'universalità astratta del modo di produzione capitalistico moderno. Negli anni '70, l'«eurocomunismo» affermava che la teoria marxista era rimasta generica per troppo tempo, e che quindi aveva bisogno di essere «concretizzata» a livello nazionale, al fine di creare un socialismo popolare «con i colori» della Francia, della Germania, dell'Italia, ecc. Ma quest'affermazione era già reazionaria nel momento stesso in cui veniva formulata. Nel processo di globalizzazione, il processo si è invertito. La particolarità nazionale è diventata essa stessa una vuota astrazione, del nostro tempo, certamente, ma solo in quanto sedimento di un'epoca che non esiste più. Si fa storia nazionale sono in quanto storia del futuro. Oramai, non ci sarà più una storia della Francia, del Brasile o della Cina. In futuro, la concretezza storica, nel suo quadro referenziale immediato formato dalla società mondiale, non si rapporterà più con delle particolarità e con dei contesti nazionali, ma trans-nazionali. La stessa cosa vale anche per le identità culturali, per i movimenti sociali e per i conflitti «post-politici».
Ma quella comunità forzata che è la «Nazione» non è l'unica caratteristica dell'epoca ad essere diventata obsoleta. Alla struttura spaziale dei particolarismi nazionali, separati gli uni dagli altri, corrisponde anche la struttura temporale dei differenti livelli di sviluppo capitalistico, essi stessi separati gli uni dagli altri. L'universo delle nazioni era un universo della non sincronicità storica. È avvenuto solo poco a poco che il sistema moderno di produzione delle merci si diffondesse a partire dall'Europa. Ciò perché, nel corso del XIX e del XX secolo, i diversi stati dello sviluppo capitalistico coesistevano, l'uno a fianco all'altro. Quello che, per gli uni, faceva ancora parte dell'avvenire, per altri costituiva il presente, se non il passato. Questa disparità del tempo storico ha generato in maniera quasi spontanea il paradigma dello "sviluppo", che si è tradotto nella folle corsa cui diedero inizio, all'interno delle categorie capitalistiche, i ritardatari storici per poter recuperare il ritardo. Nel corso del XIX secolo, la Germania e gli altri paesi dell'Europa continentale attraversavano una «modernizzazione di recupero» rispetto alla Gran Bretagna; nel corso del XX secolo, la Russia, la Cina e gli ex paesi coloniali del Sud globale hanno tentato di fare lo stesso in rapporto all'Occidente. Qui, la nazione è lo spazio specifico della non sincronicità storica.

Era un identico paradigma, quello che doveva determinare il movimento operaio classico in Occidente; salvo ce, in questo caso, la «modernizzazione di recupero» non si riferiva, o quanto meno non principalmente, alla posizione delle nazioni interessate in rapporto alle altre nazioni più avanzate, ma si riferiva soprattutto alla situazione giuridica e politica dei lavoratori in rapporto alle altre classi sociali, all'interno di una nazione. Qui, quel che era in gioco, era il «riconoscimento» dei lavoratori salariati in quanto soggetti giuridici della loro propria forza lavoro e in quanto cittadini a pieno titolo. Il suffragio universale ed egualitario, l'uguaglianza giuridica delle donne, il diritto di sciopero, il diritto di associazione, la libertà di riunione e l'autonomia contrattuale furono tutti aspetti importanti di questa «modernizzazione di recupero» che rimaneva legata alle relazioni interne della società e che, anche nei paesi occidentali più avanzati, venne completata solo nel corso del XX secolo. Al riconoscimento esterno dei ritardatari dell'Est e del Sud come nazioni sul mercato mondiale, corrispondeva il riconoscimento interno - a livello giuridico-politico - dei salariati come cittadini e come soggetti giuridici. Ma, in tal senso, questo riconoscimento di è rivelato una trappola storica. Poiché, nel momento stesso in essi accedevano al riconoscimento formale in quanto soggetti del capitalismo, le società delle diverse regioni del mondo si vedevano rinchiuse (proprio come ciascun lavoratore salariato preso individualmente), senza alcuna alternativa, nelle forme nazionali e sociale proprie del sistema moderno di produzione di merci. Le nazioni della «modernizzazione di recupero», così come i partiti ed i sindacati operai nazionali, si trasformarono in esecutori delle pseudo «leggi naturali» economiche di questo sistema. Al giorno d'oggi, nelle condizioni della globalizzazione, queste nazioni non hanno altra scelta se non quella di gestire la crisi del capitalismo in maniera più o meno repressiva. Quel che ha fatto la socialdemocrazia occidentale all'indomani della prima guerra mondiale, oggi si ripete su scala mondiale.
Si potrebbe pensare che questo sviluppo negativo abbia infangato la gloria esibita dalla «liberazione nazionale» e dai partiti operai nazionali. In un certo senso, è proprio così. In tutto il mondo, cresce il malcontento nei confronti delle istanze politiche della sinistra tradizionale. Con la nuova crisi globale, queste istanze hanno perso completamente il loro carattere oppositivo, dal momento che rimangono attaccati ai paradigmi ormai obsoleti della «modernizzazione di recupero». Tuttavia, questi paradigmi rimangono radicati in maniera così profonda da continuare a funzionare, anche rispetto agli scontenti. Ed il modo in cui - nella sua lotta contro la vecchia opposizione che ha scelto di rappresentare il sistema - la nuova opposizione si aggrappa ciecamente a dei modelli diventati obsoleti, i modelli dell'universo della non sincronicità storica ormai scomparsa; questo modo ha qualcosa di fantasmatico, di spettrale. Perciò, quando la nuova opposizione critica la cogestione della crisi da parte dei vecchi movimenti di liberazione nazionale e dei partiti operai tradizionali andati al potere, questa critica si rivela senza forza e non credibile, in quanto essa non fa altro che ripetere, ancora e sempre, nei suoi contenuti, ciò che oggettivamente ha fallito ormai da molto tempo.

Questo diventa particolarmente evidente nel caso del movimento planetario contro la globalizzazione capitalista e le sue manifestazioni, i suoi social forum e le sue conferenze, da Porto Alegre a Parigi, da Firenze a Berlino, ecc. Questo movimento è certamente organizzato a livello transnazionale, ma paradossalmente continua a contare fra i suoi membri - oltre ai gruppi che operano direttamente su scala transnazionale - altri gruppi politici che rimangono nazionali, e perfino, fra loro, alcuni le cui organizzazioni sono al potere ed applicano quelle «leggi economiche» i cui effetti vengono combattuti dal movimento sociale globalizzato.
Ma è soprattutto il contenuto della maggior parte delle rivendicazioni a rimanere completamente esterno al processo di globalizzazione. Il movimento, transnazionale almeno nella sua forma, lotta per una «regolamentazione politica» dei mercati finanziari e delle condizioni generali di produzione e di distribuzione delle merci, mentre la logica di una simile regolamentazione rimane legata al quadro costituito dallo Stato nazionale. Ed è proprio questo processo che ha storicamente fallito all'unico livello che gli corrispondeva - quello dello Stato nazionale -  che si vorrebbe far rivivere, nell'attualità della scala globale. Si tratta di un'opzione disperatamente anacronistica ed irrealistica.
Questa sottocritica parte sempre implicitamente dall'idea secondo cui le società potrebbero continuare a crescere finché non avranno "riempito" il quadro stabilito dalla modernità borghese, mentre la globalizzazione e la terza rivoluzione industriale hanno già fatto esplodere questo quadro. I presupposti economici e filosofici che ne costituiscono lo sfondo, si rivelano anch'essi ugualmente anacronistici.
Dal punto di vista economico, si spera che l'enorme massa che costituisce la forza lavoro a buon mercato continui a formare una riserva per la valorizzazione del capitale - oggi, non più sotto forma di uno sviluppo nazionale, ma sotto la forma del capitale transnazionale e globalizzato. Gli uni sperano e gli altri temono che, da tutto questo, possa emergere una nuova era di sfruttamento, nel senso tradizionale del termine. Quest'opzione si fonda in parte sull'idea della «produttività sociale media». Nei paesi capitalisti sviluppati, questo grado medio di scientificizzazione tecnologica della produzione è relativamente elevata; ed è relativamente bassa nei paesi periferici. Oramai ci si aspetta che, con il progredire della globalizzazione, si stabilisca una nuova media della produttività su scala globale. Questa media sarebbe inferiore alla media attuale dell'Occidente, ma sarebbe superiore alla media attuale dell'Est e del Sud. Questo nuovo standard deve permettere di riassorbire  nel processo di valorizzazione del capitale delle parti considerevoli della ricerca di forza lavoro mondiale attualmente inattiva.

Ma questo calcolo è sbagliato. Dal momento che come si fa a misurare la media della produttività? La si misura a partire dal grado medio della scientificizzazione tecnologica della produzione. Ma quello che è decisivo, è il quadro al quale si riferisce tale media, e questo quadro naturalmente è il livello economico della riproduzione sociale, raggiunta da ciascun paese. Dal momento che è solo all'interno di un'economia nazionale che esistono delle condizioni generali che possono costituire qualcosa che possa essere considerata come una «media sociale». Queste condizioni includono il livello di sviluppo delle infrastrutture, del sistema della formazione, ecc. Ma a livello del mercato mondiale, simili condizioni generali comuni non esistono affatto. È questo il motivo per cui non può esserci neppure una media globale della produttività. Non si possono paragonare i rapporti esistenti fra le nazioni, o le regioni, ed il mercato mondiale, con i rapporti che intrattengono le imprese all'interno di un'economia nazionale. Quindi, su scala mondiale, quello che si impone è necessariamente  lo standard di produttività dei vecchi paesi industrializzati occidentali, più sviluppati dal punto di vista capitalistico. Nella misura in cui la mondializzazione rende lo spazio nazionale oggettivamente obsoleto, questo standard costituisce, in maniera diretta e senza filtri, lo standard mondiale per tutti gli attori partecipanti al mercato. La speranza che si abbassi, all'interno del nuovo sistema transnazionale di riferimento, lo standard di produttività socialmente redditizio, e che questo faciliti la reintegrazione nella produzione della forza lavoro non utilizzata, è una speranza illusoria.
Da un punto di vista filosofico, è una speranza anacronistica assai simile quella che determina il pensiero degli insoddisfatti. La filosofia di quel che viene chiamato Illuminismo, le cui basi vennero gettate nel XVIII secolo, in effetti viene sempre considerata come un orizzonte intellettuale insormontabile. Anche qui, ci si comporta come se la società potesse ancora soddisfare le condizioni della modernità borghese . E, a questo proposito, la nuova opposizione non va molto al di là di quanto andasse quella vecchia; al contrario. Tuttavia, il paradigma dei Lumi non è meno esaurito di quanto lo sia l'economia del sistema di produzione di merci, di cui esso era solo l'espressione filosofica. Le idee centrali dell'illuminismo, vale a dire la «libertà», e l'«uguaglianza» dell'«individuo autonomo» e la sua «auto-responsabilità», sono, per quel che significano, fatte su misura per la forma capitalista del soggetto del «lavoro astratto» (Marx), dell'economia d'impresa, del mercato totalitario e della concorrenza universale. La libertà e l'uguaglianza nel senso dell'Illuminismo sono sempre state identiche alla sottomissione degli individui alle forme sociali del sistema capitalista.

La lotta del movimento operaio classico e dei movimenti di liberazione nazionale per il «riconoscimento» giuridico e politico poteva richiamarsi alla filosofia dei Lumi, poiché quella lotta aveva solamente un obiettivo: entrare e crescere nelle forme sociali generali che sono costituite, come nel dominio economico, dalla nazione. Il diritto borghese esiste solo nelle sue forme nazionali. Rompendo il quadro nazionale, la globalizzazione non solo rende obsoleta la forma economica del soggetto borghese, ma anche la sua forma giuridico-politica. Quindi, viene sancita anche storicamente la fine della filosofia dell'Illuminismo. Invocare ancora l'idealismo della libertà borghese non ha più senso in quanto, per questo tipo di libertà, non esiste più alcun margine di manovra emancipatrice possibile. Lo stesso avviene anche per quelle regioni del pianeta che non sono mai andate oltre l'inizio dittatoriale di una generalizzazione della forma soggetto moderna. Così come avviene per la produttività economica, anche la soggettività borghese viene misurata dallo standard globale unificato, al di fuori del quale standard ricade la maggior parte degli esseri umani.
Evidentemente, il nuovo movimento sociale, in tutto il mondo, non è cosciente di queste condizioni. La formazione delle strutture transnazionali del capitale coincide con un'epoca di sincronicità storica. Sebbene le situazioni di partenza, ereditate dal passato, siano differenti, i problemi dell'avvenire non possono più essere formulate che in quanto problemi comuni ad una società globale immediata. I vecchi paradigmi della sinistra (nazione, regolamentazione politica, riconoscimento borghese, illuminismo) sono oramai obsoleti, sia nella loro forma che nel loro contenuto. La critica dev'essere più radicale, se vuole cogliere i presupposti repressivi di questi stessi concetti, invece di rivendicarne gli ideali. Altrimenti, si rivelerà un buco nell'acqua.

- Robert Kurz - 2003 - Apparso in Avis aux naufragés. Chroniques de la crise, Lignes, 2005 -

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

lunedì 2 aprile 2018

Coincidenze

azzardo

C’è chi, nonostante i tentativi di una vita intera, non ha mai vinto alla lotteria, e chi invece ce l’ha fatta quattro volte. A qualcuno è capitato anche di ritrovare in una bancarella in riva alla Senna la copia di Moby Dick letta al college vent’anni prima, dall’altra parte dell’Atlantico. Oppure, come a Francesco e Manuela, di darsi un appuntamento al buio in un hotel in Sardegna, incrociando l’appuntamento al buio di un altro Francesco e un’altra Manuela. E che dire di Abraham Lincoln, che in sogno previde nel dettaglio il proprio assassinio?
Quante probabilità c’erano che queste piccole ma sbalorditive coincidenze si verificassero? Nell’ottica della matematica, i «casi della vita» che tanto ci affascinano e ci inquietano sono meno infrequenti di quanto si tenda a credere. Con la grazia, l’acume e l’irriverenza a cui ha abituato i suoi lettori, Joseph Mazur in questo libro invita a osservare tutte le sfumature dell’inverosimile, dalle più esilaranti alle più angosciose, accompagnandoci in un indimenticabile viaggio nella matematica della probabilità. Non solo apprenderemo leggi e paradossi, ma ci divertiremo con aneddoti irresistibili e sconvolgenti, rivedremo in un’altra prospettiva le coincidenze più incredibili della storia umana, rifletteremo sull’uso narrativo della casualità nel mito, nella letteratura e nel cinema, ci interrogheremo sui dilemmi che l’inesorabile esperienza del caso solleva tra i filosofi e gli scienziati, ma anche tra i giudici e gli avvocati. Scopriremo che sono soltanto le nostre aspettative psicologiche, e le nostre idee culturalmente acquisite di ordine e disordine, a farci sembrare così assurdi certi colpi di fortuna e certi scherzi del destino. E al termine del viaggio ci ritroveremo a contemplare la magnifica vastità dell’universo in cui viviamo, così complesso e interdipendente: la realtà imponderabile continuerà a sorprenderci, ma nella consapevolezza che, dopotutto, non è che una questione di numeri.
Grazie a prove persuasive e sorprendenti, Travolti dal caso convincerà anche i lettori più scettici dell’inevitabilità del sublime e dell’inatteso. Perché – come avverte Mazur – se esiste la benché minima probabilità che qualcosa accada, prima o poi, da qualche parte, è destinata ad accadere.

(dal risvolto di copertina di: Joseph Mazur, "Travolti dal caso. Matematica e mitologia delle coincidenze", Il Saggiatore, Pagine 238, € 22.00.)


Chi governa le coincidenze? Non il caso, ma la nostra ignoranza.
- Tra matematica e scienza, filosofia e letteratura, Joseph Mazur indaga un fenomeno alla base di superstizioni e fantasticherie -
- di Carlo Pizzati -

   «Un tale una volta perse un gemello di diamanti in alto mare e vent’anni dopo, nello stesso esatto giorno, a quanto pare un venerdì, mangiò un grosso pesce… dentro al quale però non c’era nessun diamante. Ecco quello che mi piace delle coincidenze». Questo spiritoso passo del romanzo Una risata nel buio di Vladimir Nabokov serve a capire ciò che ha spinto Joseph Mazur a scrivere il saggio Travolti dal caso. Matematica e mitologie delle coincidenze (il Saggiatore, pp. 238, € 22). Pensare che un progetto superiore governi le coincidenze inspiegabili cementa le basi di tante superstizioni, fantasticherie e irrazionalità. « Il vero problema è che gli esseri umani tendono naturalmente a creare connessioni dove non ce ne sono e a ignorare quelle che sono troppo difficili da prevedere », scrive il matematico americano. « Le coincidenze sono considerate come eventi misteriosamente predestinati da qualche disegno profondamente significativo. Ciò potrebbe essere vero, come non esserlo ».
    Quando cerchiamo una causa, potremmo non vederne alcuna, ma con una serie indagine e una decostruzione approfondita i punti si collegano. Ciò che risulta più convincente del libro è l'approccio scientifico e matematico, con assaggi di filosofia e letteratura, per dimostrare che « molti degli episodi che consideriamo strani sono semplicemente eventi che accadono negli stessi lassi temporali e in vaste popolazioni ». Il critico Neil Forsyth descrive le coincidenze in Charles Dickens come « il piacere dell'inatteso ». Ma è anche vero che nella realtà « le coincidenze sfortunate sono le cicatrici della vita », come scrive Mazur. Molto dipende dalla speranza collegata all'esito di un risultato. E Mazur riempie 70 pagine di algebra elementare che affascinerà fisici, ingegneri, matematici, investitori di borsa e giocatori d'azzardo appassionati all'analisi del calcolo delle probabilità e del rischio. Ma c'è anche una riflessione stuzzicante sugli elementi inconsci che gli scrittori seminano nei romanzi e che poi fioriscono in coincidenze credibili nella trama.
    Nel XX secolo la meccanica quantistica ha influenzato la filosofia occidentale stabilendo che gli oggetti osservabili sono guidati da eventi non osservabili del mondo quantistico, governato da semplici incredibili regole come quella che non esistono strade non imboccate. La prevedibilità nell'imboccarle dipende dal calcolo delle probabilità che si ottiene con l'osservazione esatta del passato. Anche se questo fornisce solo una probabilità incerta di ciò che può accadere nel futuro. Mazur ci accompagna in un viaggio che parla del peso dei dadi del casinò, dei giochi della carte, delle probabilità di investimenti di borsa azzardati e di scoperte scientifiche. Tutto ha inizio nel 1545 con Gerolamo Cardano, medico, matematico e giocatore d'azzardo milanese che con il "Libro sui giochi di fortuna" aprì le porte allo studio del caso, alla legge dei grandi numeri e poi alla legge debole dei grandi numeri.
    E se Einstein sosteneva che « Dio non gioca a dadi con l'universo », per criticare la meccanica quantistica, il fisico Robert Oerter dimostrò invece che « tirare i dadi non è intrinsecamente casuale. Il risultato sembra casuale soltanto per la nostra ignoranza dei dettagli più piccoli, delle variabili nascoste che determinano il risultato del lancio ». Diaconi, Holmes e Montgomery costruirono una macchina lancia-monete con cricchetto a molla che garantiva il 100% del risultato desiderato. L'esito del testa o croce dipende dalla mano umana che compie il lancio, più le molteplici variabili. Così i raggi X vennero scoperti per puro caso, ma anche perché nell'ambito di quella ricerca erano presenti più variabili concomitanti. Se ci si sorprende di un'americana che vince quattro volte alla lotteria in vent'anni, di trilioni di scimmie che battendo a caso su una tastiera scrivono una frase di Shakespeare (come dimostrato da una simulazione al computer), o che nel 1976 l'attore Anthony Hopkins abbia trovato su una panchina una copia del libro che stava cercando da giorni nelle librerie, in realtà si scoprirà che non sono necessariamente eventi dovuti ad un intervento divino, ma alle variabili della possibilità dell'improbabile.
    Indagare le sfumature dell'inverosimile significa anche, come nel caso di Hopkins, analizzare i numeri sui cercatori di libri, sulle librerie di Londra, valutare i percorsi degli autori e dei lettori per cercare le variabili nascoste e arrivare alla conclusione che un'incredibile coincidenza può rientrare nei margini della plausibilità matematica.

- Carlo Pizzati - Pubblicato sulla Stampa del 22/10/2017 -

domenica 1 aprile 2018

Vivere

jaegg

Come dovremmo vivere? Le odierne società capitalistiche permettono effettivamente alle nostre forme di vita di fiorire? O invece, esponendole a condizioni di dominazione e sfruttamento, cooperano ad arrestarne e inibirne i processi di sviluppo? Sono le domande di fondo a cui Rahel Jaeggi cerca di offrire una risposta in questo volume. Di contro alla neutralità etica liberale, viene rilanciato il tema della «vita offesa» e «alienata», caro alla tradizione della Scuola di Francoforte. Proseguendo e radicalizzando l'operazione critica e diagnostica intrapresa da Axel Honneth, di cui è stata allieva, Jaeggi insiste con decisione sul versante negativo: cioè sulle crisi e i problemi da cui si deve partire per sviluppare una critica delle forme di vita che risulti incisiva ed estranea a ogni paternalismo ed essenzialismo. Una posizione teorica che aggiorna il metodo della critica immanente di matrice hegeliana e, nel contempo, utilizza alcuni strumenti concettuali dell'attuale ontologia sociale per tentare di scardinare l'idea tradizionale dell'economia come qualcosa a sé stante, interpretando così il capitalismo come una forma di vita tra altre.

(dal risvolto di copertina di: Rahel Jaeggi - Forme di vita e capitalismo - Rosenberg & Sellier)

Le «forme di vita» figurate dal pensiero
- intervista di Gianpaolo Cherchi -

«Spesso si pensa che parlare di forme di vita sia un modo come un altro per parlare di cultura. Non è così. Non almeno nel modo in cui io intendo il concetto di forme di vita». Voce sempre più autorevole della nuova generazione (la quarta, ormai) della Scuola di Francoforte, nonché allieva di Axel Honneth, la filosofa tedesca Rahel Jaeggi (recentemente in Italia per la sua lectio magistralis al FestivalFilosofia), presenta la sua indagine come una riflessione interna alla Teoria Critica francofortese. In modo particolare a quella direzione intrapresa con Jurgen Habermas che ha orientato la discussione sul carattere costitutivo delle pratiche sociali e sul suo potenziale critico in termini di normatività. «Sembra così innocente parlare di pratiche, ma in realtà è piuttosto strano ed ambiguo»

Cosa intende dire? Può spiegare meglio?

A livello teorico si è spesso fatta troppa confusione nel diverso modo di intendere e di interpretare le pratiche sociali rispetto a quelle economiche. Habermas distingueva il mondo della vita, il mondo delle relazioni sociali spontanee, dal sistema, rigidamente disciplinato e regolato da dinamiche di tipo economico. Di fronte a questa distinzione io preferisco fare un passo indietro e considerare le pratiche economiche come pratiche in sé stesse sociali, nel senso che non appartengono ad un altro mondo, separato dal mondo sociale. Nel mercato noi abbiamo a che fare con un insieme di conseguenze inattese e non previste rispetto al modo in cui orientiamo, o pensiamo di orientare le nostre pratiche. Certamente gli individui agiscono, ma non è possibile parlare di un’intenzionalità spontanea del loro agire perché gli individui stessi si trovano all’interno di un insieme di pratiche che sono già date, e che orientano il loro agire. È elemento costitutivo ed essenziale delle pratiche umane che esse non siano mai del tutto trasparenti. Questo è ciò che caratterizza una forma di vita come un insieme di pratiche socialmente determinate.
 
In cosa consiste, però, questa determinazione? In che senso le pratiche sociali sono determinate? Forse che esse non debbano essere considerate a sé stanti, o contingenti…

Le pratiche sociali non sono mai dei meri fatti: possiedono una sorta di struttura teleologica che fa sì che siano connesse e intrecciate le une alle altre, e allo stesso tempo che siano dirette verso un certo obiettivo. E anche se si può essere in disaccordo con questo obiettivo, o se queste pratiche mirano a scopi diversi, ne condividiamo il medesimo contesto sociale di riferimento. Il reale concetto di pratica significa che queste hanno senso soltanto se riferite ad un contesto condiviso di significato sociale. La vita umana è sempre orientata in senso normativo, e una forma di vita è un qualcosa che assume diverse configurazioni attraverso l’azione e l’interazione umana.
 
Quindi possiamo dire che queste pratiche sociali che caratterizzano la vita umana, prendono il nome di «forme di vita» perché è costituivo del loro carattere normativo il poter assumere diverse «forme», e quindi andare incontro a diverse «ri-forme»?

È in questi termini che propongo di leggere le forme di vita come modelli di problem-solving. Ciò consente di giudicare se una forma di vita è buona o no, consente di comprendere in che modo e in che senso una determinata forma di vita è divenuta «inabitabile», per usare una bella espressione di Terry Pinkard. Che una forma di vita diventi «inabitabile» non significa soltanto che essa non è più sostenibile sul piano morale, ma che in realtà la sua evoluzione ha dato luogo a dei problemi all’interno delle pratiche sociali che costituiscono quella forma di vita stessa. Una forma di vita diventa inabitabile quando si trova di fronte a dei problemi. Che genere di problemi, ci si può chiedere. Ebbene, io faccio distinzione fra due differenti categorie di problemi, quelli di ordine primario e quelli di ordine secondario.
E sono questi ultimi che riguardano le forme di vita. Per fare un esempio: un problema di primo ordine può essere un disastro naturale in cui non è possibile contribuire al normale sostentamento di una comunità. Si tratta certamente di un problema, anche grave. Eppure io non lo considero un problema inerente ad una forma di vita, perché questa ha a che fare con problemi di secondo ordine. Ovvero si è in grado di produrre e distribuire beni di prima necessità? Si è in grado di disporre di un servizio di assistenza adeguato? E se sì, in che maniera lo si fa? Questo secondo ordine di problemi ha a che fare con la configurazione specifica che ha assunto una particolare forma di vita: si può per esempio pensare che il disastro naturale sia una vendetta divina e allora si reagirà in un modo; così come si può pensare che lo stesso disastro naturale dipenda dal particolare modo in cui una società organizza la produzione delle risorse, e quindi si adotterà un altro tipo di strategia per risolvere il problema.

Lei parla di problemi sociali e non di bisogni. Come mai?

In un certo senso avrei potuto dire che le forme di vita sono orientate a soddisfare determinati bisogni umani, e che la loro efficacia si può stabilire in termini di riuscita o meno di tale soddisfacimento. Tuttavia, invece di rifarmi ad un approccio aristotelico che fa appello alla natura umana, ai bisogni umani, ad un approccio basato su una concezione positiva dell’umano e della sua essenza, preferisco considerare questi stessi bisogni all’interno di una configurazione storica. Parlare di problemi ci pone ad un livello in cui i bisogni sono stati trasformati in qualcosa che ha a che fare con l’esistenza storica dell’essere umano. Permette di comprendere come certe forme di vita possano essere ri-formate, e come questo avvenga nei termini di un riconoscimento dialettico di tipo normativo.

È possibile parlare di forme di vita soltanto in un orizzonte normativo, quindi. Ma di che genere di normatività si parla?

La vita umana in un certo senso è già da sempre normativa. Tuttavia non si tratta di una normatività che si può riscontrare nell’ambito della moralità intersoggettiva. Non si tratta di una normatività kantiana: è un qualcosa di differente, direi che si tratta più di una normatività di tipo pragmatista-hegeliano, se vogliamo. Nel mio approccio, il concetto di normatività prende parte al processo storico, nel senso che la normatività è strettamente connessa al modo in cui la società riproduce socialmente sé stessa, modifica e riconfigura le proprie forme di vita.

Tuttavia, oltre che bisogni e problemi, l’essere umano possiede anche desideri. Il desiderio esprime una mancanza, un’assenza, un qualcosa che dev’essere liberato e messo in condizione di poter produrre il reale. Che ruolo è possibile attribuire al desiderio in una possibile considerazione critica delle forme di vita?

Non ho preso in considerazione il concetto di desiderio, in realtà. A prima vista il desiderio sembra essere collegato al bisogno, ma allo stesso tempo sembra possedere una sorta di trascendenza. C’è però una bella citazione di Adorno che dice che l’unico bisogno dell’essere umano è quello di avere un concetto della verità che non sia disgustoso e riprovevole. Trovo che sia molto bella questa immagine, perché ciò che ci appare come disgustoso o riprovevole è sempre un qualcosa che è veicolato da condizionamenti di carattere storico e culturale, qualcosa che può essere compreso soltanto in termini sociali, all’interno delle varie pratiche e istituzioni che danno forma all’esistenza umana. Per cui, il desiderio può essere interpretato come questo tentativo di produrre un concetto di verità che non sia appunto disgustoso o riprovevole.

- Gianpaolo Cherchi - Pubblicato sul Manifesto del 5/8/2017 -