mercoledì 7 marzo 2018

Grandi Idee

UBI


Contro il Reddito di Base
- di Daniel Zamora -

Nel suo libro di memorie sulla sua campagna presidenziale, "What Happened", Hillary Clinton ha scritto che l'idea di un reddito di base universale (UBI) per tutti gli americani l'aveva "affascinata". Riflettendo sulla sua campagna assolutamente noiosa, spiega che lei avrebbe voluto includerlo nella sua piattaforma ma «non è riuscita a far quadrare i conti», così ha lasciato perdere l'idea.
Aveva programmato di chiamarla «Alaska for America», riferendosi all'«Alaska Permanent Fund». Istituito nel 1982, questo programma assegna a ciascuno dei cittadini dello Stato dell'Alaska un dividendo annuale proveniente dai ricavi del petrolio. L'idea aveva acquisito popolarità verso la metà degli anni '60, e Nixon era quasi arrivato ad implementarla a livello nazionale. I ricercatori americano avevano portato avanti degli esperimenti su larga scala nel New Jersey, e c'era stato a tal proposito uno studio canadese a Winnipeg. A quel tempo, la proposta aveva causato accesi dibattiti sia in Nord America che nell'Europa continentale, ma i decenni successivi avevano portato ad un lento ma costante declino del sostegno a quell'idea. Le preferenze conservatrici per il "workfare" e per le politiche di "attivazione" che avevano caratterizzato le riforme del welfare negli anni '90 - portate avanti da un altro Clinton - avevano fatto diventare il reddito di base una fantasia utopica.
Ma come attesta l'interesse per l'UBI da parte di uno dei più potenti personaggi politici del pianeta, gli ultimi dieci anni hanno portato nuova linfa all'idea. In realtà, ora l'interesse per l'UBI si trova sull'agenda di molti movimenti e governi. Per Philippe Van Parijs e Yannick Vanderborght, due dei principali sostenitori dell'UBI, «la congiunzione di crescenti disuguaglianze, di una nuova ondata di automazione, ed una più acuta consapevolezza dei limiti ecologici imposti alla crescita ne ha fatto l'oggetto di interessi senza precedenti in tutto il mondo.»
Il governo di destra della Finlandia sta testando l'idea, sostituendo parte dei suoi sussidi di disoccupazione con un reddito di base distribuito a tutti i cittadini finlandesi. In Canada, il governo dell'Ontario ha condotto un esperimento su larga scala a partire dall'estate del 2017. I Paesi Bassi stanno portando avanti il programma di UBI più avanzato d'Europa. Diversi comuni stanno testando gli effetti del programma sui beneficiari. E in Francia, lo sfortunato candidato socialista alla presidenza, Benoît Hamon, aveva fatto del reddito di base la sua misura chiave.
In tutto il mondo, ci sono partiti politici che stanno discutendo apertamente dell'idea di distribuire un reddito incondizionato ad ogni cittadino. Ciascun lato dello spettro politico punta ad ottenere differenti presunti benefici: la destra approva l'UBI per sbarazzarsi di burocrazie statali obsolete; la sinistra per sradicare la povertà.
Apparendo allo stesso tempo come "liberale" e come "sociale", il reddito di base, secondo un punto di vista popolare, divide coloro i quali pensano ancora alla classe e alla rivoluzione industriale in termini antiquati da quelli che riconoscono che l'«economia della conoscenza» ha profondamente trasformato la nostra economia e la nostra società. Per quest'ultimo gruppo, la piena occupazione è utopica, il lavoro stabile è una richiesta obsoleta, e le vecchie istituzioni del lavoro salariato - sicurezza sociale, sindacati, e così via - sono obsolete, sono freni al progresso ed alla libertà individuale. Per i teorici "accelerazionisti" della sinistra radicale, Nick Srnicek e Alex Williams, il reddito di base costituisce un percorso di uscita "post-capitalista", mentre l'auto-proclamatosi imprenditore Peter Barnes - il cui bestseller "With Liberty and Dividends For All" ha ispirato Hillary Clinton . Lo vede come un modo per creare un «capitalismo più equilibrato - potremmo chiamarlo capitalismo-per-tutti.» Gli studi, gli esperimenti ed i dibattiti si stanno moltiplicando, rendendo l'UBI ancora una volta un'idea «per la quale è arrivato il suo momento.»
Paradossalmente, perciò, l'UBI sembra essere una domanda dovuta alla crisi, una domanda di crisi, che viene brandita in dei momenti di retrocessione sociale di austerità. Nel momento in cui la politica si sposta verso destra e i movimenti sociali si dispongono alla difensiva, l'UBI guadagna terreno. Più i guadagni sociali sembrano essere irraggiungibili, più l'UBI acquista senso. Si tratta di quello che i botanici chiamerebbero "bioindicatori": servono ad indicizzare il progresso del neoliberismo. Il sostegno ai redditi di base prolifera laddove le riforme neoliberiste sono state più devastanti.
In questo senso, l'UBI non è un'alternativa al neoliberismo, ma una capitolazione ideologica ad esso. Di fatto, le forme più praticabili di reddito di base dovrebbero universalizzare il lavoro precario ed estenderebbero la sfera del mercato - proprio come sperano i guru di Silicon Valley.

L'impossibilità di un Redito di Base di Sinistra
La questione della fattibilità economica dell'UBI, sebbene fondamentalmente tecnica, è vitale per poter determinare il suo carattere politico. Questo perché gli effetti dell'UBI dipendono dalla quantità che viene distribuita e dalle condizioni della sua implementazione.
Nick Srnicek e Alex Williams, nel loro manifesto accelerazionista, "Inventing the Future", scrivono che «il vero significato di UBI risiede nel modo in cui esso rovescia l'asimmetria del potere, fra lavoro e capitale, attualmente esistente.» La sua istituzione dovrebbe permette ai lavoratori di avere «l'opzione di poter scegliere di accettare un lavoro o meno... Quindi, un UBI libera dagli effetti coercitivi del lavoro salariato, de-mercificando parzialmente il lavoro, e quindi trasformando la relazione politica fra lavoro e capitale.»
Ma per fare questo, insistono gli autori, si «deve fornire una quantità sufficiente di reddito per poter vivere.» Se il pagamento non è abbastanza da permettere che le persone possano rifiutare il lavoro, l'UBI potrebbe spingere giù i salari e creare un maggior numero di "lavori-stronzata".
Nonostante l'importanza chiave dell'entità e dell'implementazione, gli innumerevoli testi dedicati all'istituzione dell'UBI - ivi incluso anche il lavoro di Srnicek e Williams  - raramente discutono i dettagli concreti di una tale politica. Molti dei benefici derivanti dal reddito di base proverrebbero solo da una generosa quota mensile; il che significherebbe che una sua versione con un importo moderato o basso, potrebbe avere dei potenziali effetti negativi.
Guy Standing, un pioniere del reddito di base nel Regno Unito, attualmente difende la versione a basso costo dell'UBI. Per portare avanti la sua proposta, scommette sul "Compass (think thank)", il quale ha prodotto diverse micro-simulazioni che permettono di valutare gli effetti e la fattibilità di una tale misura in un contesto inglese. Gli studi di Compass mostrano quali sono i rischi di qualsiasi schema di reddito di base che cerchi di sostituire i benefici già testati: un tale "schema completo" assegnerebbe, nella sua versione più semplice, ad ogni adulto 392 dollari (292 sterline) al mese, mentre gli esistenti programmi già testati verrebbero aboliti. Il risultato sarebbe catastrofico: la povertà infantile aumenterebbe del 10%, la povertà fra i pensionati del 4%, e la povertà fra la popolazione attiva del 3%.
Compass ha analizzato anche uno "schema modificato", con un reddito base mensile di 284£ (380$) per gli adulti in età lavorativa (e pagamenti più piccoli per gli altri) che affiancherebbe, piuttosto che rimpiazzare, la maggior parte dei programmi sociali esistenti. Ma conterebbe anche come reddito per calcolare l'ammissibilità dei beneficiari di tale programmi, così come ai fini fiscali; questa struttura di "add-on" renderebbe le misure meno costose di quanto altrimenti sarebbero, dal momento che una larga parte del costo è già inclusa nella spesa sociale esistente. Ma questo serve anche ad ammortizzare l'aumento totale del reddito netto dei poveri. Tuttavia, il costo totale di questa versione - l'ammontare totale di nuove tasse di cui ci sarebbe bisogno - è di £170 miliardi, o del 6,5% del PIL del Regno Unito. È questa la versione che viene ora sostenuta da Standing.
Nonostante lo sforzo fiscale che dovrebbe servire per poter implementare il nuovo sistema - 6,5% del PIL, o quasi il doppio della quota del PIL che gli Stati Uniti spendono attualmente per i loro militari - i risultati sono piuttosto deludenti. La povertà infantile si riduce dal 16 al 9%, ma per le persone in età lavorativa diminuisce di meno di 2 punti (dal 13,9 al 12%), e fra i pensionati scende solo di un punto (dal 14,9 al 14,1%). La considerevole somma di denaro mobilitata ha solo un modesto effetto sulla povertà, e non apporta un beneficio specifico a quelli che ne hanno più bisogno. Come scrive l'economista Ian Gough, l'idea appare essere come «un nuovo potente motore delle tasse» che «spinge un piccolo vagone.»
Tutto questo è ancora più sorprendente se consideriamo che il costo dell'eliminazione della povertà in ogni paese sviluppato è pari a circa l'1% del PIL. Un sussidio individuale di disoccupazione fissato sulla soglia di povertà (circa $1.200 al mese) e concesso a tutti gli individui disoccupati a prescindere dal loro ruolo nella struttura familiare, non solo porrebbe tutti al di fuori dalla povertà, ma metterebbe fine anche al "workfare", mettendo in discussione le dimensioni normative delle strutture familiari, e alterando fondamentalmente il mercato del lavoro. E tutto questo corrisponderebbe a qualcosa che verrebbe a costare da 6 a 35 volte meno denaro di quanto costa un redito di base universale.
La medesima critica si può applicare alla versione moderata di Philippe Van Parijs, uno de fondatori del "Basic Income Earth Network"(BIEN), che sta promuovendo l'UBI fin dalla metà degli anni '80. Van Parijs parla di un reddito per una "base" di €600 ($710), che, come nella versione di Standing, non viene completamente aggiunto ai benefici sociali esistenti. Questo programma costerebbe un po' di più del 6% del PIL, in un paese come il Belgio, che ha già un alto livello di spesa sociale di benefit - per un sistema che non riesce ad incrementare i magri guadagni della vasta maggioranza delle persone che dipendono dai servizi sociali. Questo è un fatto eccezionale circa una misura che viene spesso descritta come "rivoluzionaria" - un fatto che è stato reso esplicito nel processo sociale finlandese: cita come «obiettivo primario» quello di «promuovere l'occupazione " incentivando le persone " ad accettare pagamenti bassi e lavori poco produttivi
Certo, potremmo invocare un versione più generosa, più vicina a proposte anti-capitaliste o accelerazioniste, come quella dell'economista francese Yann Moulier-Boutang. La sua proposta per l'UBI ammonta a €1.100 ($1.302) al mese per ciascun cittadino e verrebbe aggiunta ai benefici già esistenti.
In Francia, verrebbe a costare €871 miliardi, o il 35% del PIL. Quando il gruppo di esperti del partito socialista francesi, la Fondation Jean Jaurès, ha studiato l'impatto che avrebbero avuto sul budget i €1000 mensili dell'UBI, ha stimato che sarebbero venuti a costare quanto tutte le attuali spese sociali - pensioni, disoccupazione, assistenza sociale, e così via - più il budget necessario per l'istruzione nazionale e quello per l'assistenza sanitaria. Basta dire che è improbabile che questa versione dell'UBI riesca a vedere la luce del giorno. Lo stesso Moulier-Boutang lo ha riconosciuto, scrivendo che sebbene «debba essere ancora elaborato un bilancio dettagliato», «una cosa è certa: l'attuale sistema di tassazione del reddito è in grado di finanziare solo una piccola parziale applicazione di questa misura.» Per risolvere questo problema, Moulier-Boutang suggerisce di cambiare l'attuale sistema fiscale (inclusa una tassa progressiva sul reddito) con una tassa del 5% sulle transazioni finanziarie - una «rivoluzione fiscale» che dovrebbe «ridurre il deficit di bilancio» mentre «mantiene l'attuale livello di spesa sociale e aggiungendo un'UBI di 871 miliardi di euro.»
I calcoli piuttosto fantastici dell'autore sembrano allettanti, ma una tassa sulle transazioni finanziarie potrebbe non arrivare a mettere insieme una simile cifra. Il volume delle transazioni finanziarie è grande - attualmente, dieci volte il PIL - ma è proprio per questo che non vengono tassate al 5%.
Dal momento che le transazioni finanziarie vengono generalmente eseguite per compravendere relativamente a profitti di poche decine di punti percentuali, se istituissimo la tassa suggerita da Moulier-Boutang, si limiterebbero semplicemente a cessare. A titolo di confronto, la "Tobin tax", l'unica tassa sulle transazioni finanziarie  che viene seriamente considerata oggi, viene generalmente prevista al massimo fra lo 0,05% e lo 0,2% - cento volte più piccola rispetto alla proposta di Moulier-Boutang - anche  se è stato specificamente progettato per ridurre la speculazione (e quindi le transazioni).
Nessuna economia esistente può pagare un generoso reddito di base senza de-finanziare tutto il resto. Dovremmo accontentarci della versione minimalista - i cui effetti sarebbero altamente sospetti - oppure dovremmo eliminare tutte le altre spese sociali, creando effettivamente il paradiso di Milton Friedman. Di fronte a questi fatti, dovremmo interrogarci sulla razionalità dell'UBI; come ha detto Luke Martinelli: «un UBI conveniente è inadeguato, ed un UBI adeguato non è conveniente.»
Fino a quando non avremo trasformato profondamente le nostre economie, non potremo mettere in atto una misura che ci costerebbe più del 35% del PIL, in economie nelle quali lo Stato spende già circa il 50% del PIL. Il rapporto di forza necessario a stabilire un simile livello dell'UBI verrebbe a costituire un'uscita dal capitalismo, puramente e semplicemente, che finirebbe per rendere un non sense la descrizione dell'UBI, vista come un "mezzo" di trasformazione sociale. In realtà, molte delle difese del reddito di base possono essere classificate come ciò che Raymond Geuss chiamava «filosofia politica non realista»: idee formulate facendo una completa astrazione dal mondo esistente e dalle persone reali, completamente «disgiunte dalla politica reale» - come avviene per il modello di giustizia di Rawls, che è servito da ispirazione a figure come Philippe Van Parijs. Se dovesse prendere forma l'UBI, le attuali relazioni di potere finiranno per favorire coloro che hanno hanno  il potere economico e che vorranno approfittarsene, indebolendo l'esistente sistema di protezione sociale e la regolamentazione del mercato del lavoro. Chi deciderà l'importo mensile e chi ne detterà i termini e le condizioni? Chi verrà avvantaggiato dalle attuali relazioni di potere? Di certo non saranno i lavoratori.

La crisi del lavoro?
A proposito del lavoro, Philippe Van Parijs ama citare Jan Pieter Kuiper, professore di medicina sociale, che negli anni '70, nei Paesi Bassi, ha lanciato il dibattito sul reddito di base: «Fra i miei pazienti ci sono persone che si sono ammalate perché lavorano troppo, e persone che si sono ammalate perché non riescono a trovare lavoro.» Questa contraddizione attraversa la storia del capitalismo, e costituisce una motivazione per Van Parijs e per molti dei suoi seguaci.
L'UBI dovrebbe creare una società nella quale «coloro che lavorano troppo...possano lavorare meno, per evitare l'esaurimento, tirare un po' il fiato, o occuparsi dei propri cari, ed i posti di lavoro così liberati potrebbero essere assunti da altri.» Vale a dire, non mira a «lavorare meno, in modo che così tutto possa funzionare,» come faceva il movimento operaio tradizionale, ma vuole lasciare che tutti scelgano quanto lavorare in un dato momento. I suoi fautori la presentano come un modo per arrivare ad avere una più armoniosa distribuzione del lavoro. Questo obiettivo può sembrare ragionevole, ma pone diverse domande. Cosa più importante, rischia di incrementare, da parte dei datori di lavoro, l'attuale corsa al ribasso dei salari.
L'attuale mercato del lavoro è molto stratificato: alcune persone godono dell'accesso ad un buon lavoro, mentre altri, soggetti ad una dura concorrenza, riescono a trovare solo lavori precari ed instabili. Un UBI basso e modesto - troppo basso perché le persone possano rifiutare le offerte di lavoro - potrebbe relegare le persone meno qualificate in situazioni assai più precarie. Come dice Luke Martinelli:
«La mancanza di un'opzione di uscita per tali lavoratori, e la loro debole posizione negoziale rispetto ai datori di lavoro, significa che il reddito di base potrebbe finire per esacerbare salari bassi e condizioni sfavorevoli qualora gli altri lavoratori fossero disposti a ridurre le loro richieste salariali a causa del pagamento incondizionato.»
Martinelli sottolinea «il pericolo per cui il reddito di base potrebbe aggravare il problema di una bassa retribuzione, e finire per sovvenzionare i datori di lavoro inefficienti, portando ad una proliferazione di "lavori-stronzate".» In questo scenario, coloro che hanno dei buoni lavori continueranno a condurre una vita soddisfacente, ora integrata da un reddito universale, mentre gli altri dovranno combinare il loro UBI con uno o più lavori-"stronzata", con uno scarso incremento del reddito. La proposta non fa alcun tentativo di aiutare coloro che oggi non hanno un lavoro, ad ottenerne uno domani, o a migliorare il lavoro per quelli che ce l'hanno. In realtà, tutto suggerisce che accadrà il contrario: l'UBI funzionerà come una macchina da guerra per abbassare i salari e per diffondere il lavoro precario.
Quest'aspetto del reddito di base non è una novità: spiega il motivo per cui era stato originariamente l'economista neoliberista George Stigler a proporre un'UBI, sotto forma di un'imposta negativa sul reddito. In maniera contraria a quella di Keynes - il quale, nella sua spiegazione della disoccupazione, minimizzava il ruolo che avevano i livelli salariali - il famoso articolo di Stigler del 1946 "The Economics of Minimum Wage Legislation” sosteneva che il salario minimo riduceva l'occupazione. Stigler invitava il governo ad abolire simili regolamentazioni in modo che tutti i lavoratori possano accettare salari che non superino il prezzo di mercato. L'imposta negativa sul reddito di Stigler, che servirebbe ad integrare i redditi fino ad un certo punto, permetterebbe ai lavoratori di accettare lavori a basso salario mentre continuano a vivere ancora al di sopra della soglia di povertà. In realtà, il sistema garantisce un reddito minimo senza incidere sul costo del salario. Come ha scritto Friedman nel 1956, il programma «mentre opera per mezzo del mercato, [fa sì che] non distorce il mercato e non ne impedisce il funzionamento», come fanno i programmi keynesiani.
Oggi, si può ancora vedere che comunemente i sostenitori dell'UBI ricorrono, per quel che riguarda la disoccupazione, a della banalità neoclassiche. Ad esempio, non si può che rimanere stupiti rispetto alle dubbie affermazioni fatte da Van Parijs e Vanderborgh nel loro recente libro " Basic Income: A Radical Proposal for a Free Society and a Sane Economy", del tipo: «laddove il livello della remunerazione è e rimane saldamente protetto dalla legislazione sui salari minimi, dalla contrattazione collettiva, e da un generoso sussidio di disoccupazione, il risultato tende ad essere quello di una massiccia perdita di posti di lavoro.»
Non si dovrebbe partire dalla premessa che salari troppo alti generano disoccupazione attraverso la distruzione dell'ottimale equilibrio dell'economia: che è proprio l'idea che va contesta con forza. In realtà, ci sono recenti studi che mettono seriamente in discussione queste affermazioni. Contrariamente alle predizioni neoclassiche, i paesi in cui le tasse funzionano hanno i più alti indici di occupazione in quanto le imposte sul reddito finanziano i servizi sociali, che a loro volta promuovono la partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto per le donne.

Chi lavora?
Eppure, immagina che sia matematicamente possibile stabilire un UBI abbastanza alto in modo che nessuno di noi debba avere un lavoro. Supponiamo di poter avere questo generoso reddito di base e di avere allo stesso tempo comunque un forte stato sociale. Sicuramente si tratterebbe di un punto di svolta. Tuttavia, anche quest'utopia riposa su due ipotesi di lavoro problematiche.
In primo luogo, presuppone che i disoccupati non vogliono lavorare o che si accontenterebbero semplicemente di ricevere un generoso assegno mensile. Ma che succede se non è così? L'idea secondo cui dovremmo ridurre la domanda di posti di lavoro anziché lottare per la piena occupazione, non considera il fatto che molte persone vogliono lavorare. Come ha sostenuto Seth Ackerman, si presuppone che la disperazione espressa dai disoccupati equivalga ad una falsa coscienza, un problema che può essere mitigato da delle campagne di propaganda che promuovano il non lavoro.
Si tratta di una spiegazione erronea di quello che è in gioco nella questione del lavoro. Si tratta di qualcosa di più profondo: il lavoro è qualcosa di più che un mezzo per guadagnare denaro. Si tratta di qualcosa che non è dovuto semplicemente alla "ideologia pro-lavoro", ma di qualcosa che è dovuto anche alle condizioni oggettiva di una società basata su una divisione del lavoro su larga scale, e nella quale ciascuno contribuisce  individualmente alla produzione collettiva. Questo sistema genera una certa distribuzione del reddito così come una certa distribuzione del lavoro. Ovviamente, le persone si preoccupano per la disparità di reddito, ma non sono forse preoccupate anche della disparità di lavoro? Come scrive Ackerman, «fino a quando la riproduzione sociale richiederà lavoro alienato, ci sarà sempre questa domanda sociale per la pari responsabilità di tutti rispetto al lavoro, ed una consapevolezza inquieta di ciò fra coloro che potrebbero lavorare ma che, per qualsivoglia ragione, non lo fanno.»
Ecco perché una garanzia universale di un posto di lavoro ed una riduzione delle ore di lavoro rappresentano ancora quelli che sono gli obiettivi più importanti per qualsiasi politica di sinistra. Ridurre collettivamente il tempo di lavoro è politicamente e socialmente preferibile rispetto alla creazione di una riserva, socialmente segmentata, di lavoratori disoccupati; una situazione che avrebbe delle gravi conseguenze per gli occupati. Non è difficile immaginare come questa situazione possa favorire le divisioni all'interno della classe operaia - come è già è avvenuto a partire dagli ultimi decenni.
In secondo luogo, una tale "utopica" UBI solleverebbe delle domande su come la distribuzione del lavoro - cioè, come la divisione del lavoro - avverrebbe in una società dove possiamo scegliere di non lavorare. Sotto il capitalismo, la divisione del lavoro avviene in maniera brutale, relegando ampi settori della popolazione in posti di lavoro  che sono molto duri e mal pagati, ma che spesso sono di grande valore per la società. Un UBI "utopico", al contrario, assume semplicemente il fatto che in una società liberata dall'imperativo del lavoro, l'aggregazione spontanea dei desideri individuali produrrebbe una divisione del lavoro tendente ad una società che funzioni correttamente; in cui i desideri degli individui nuovamente liberi di scegliere ciò che desiderano fare spontaneamente produce una divisione del lavoro perfettamente funzionale. Ma quest'aspettativa viene assunta, piuttosto che essere dimostrata.
Se vogliamo immaginare una società in cui la divisione del lavoro non è più determinata dalla costrizione, allora dovremo ripensare al lavoro stesso. Ed un ripensamento del lavoro indicherà una direzione di emancipazione solo se il lavoro viene reso più pieno di significato e più attraente. In una società dove la natura del lavoro è profondamente ineguale - non solo nella sua distribuzione ma anche nel suo contenuto - la sua trasformazione diventa fondamentale.

Denaro contante o de-mercificazione?
Al di là delle argomentazioni circa la sua fattibilità o gli effetti sul mercato del lavoro, dobbiamo porci una domanda fondamentale: distribuire €1.100 a tutta la popolazione, è l'uso migliore che si può fare del 35% del PIL? Il modo migliore di combattere il capitalismo non dovrebbe essere quello di limitare la sfera in cui esso opera? Al contrario, stabilire un reddito di base semplicemente consente a tutti di partecipare al mercato.
La nostra attuale crisi economica va al di là del problema della disuguaglianza dei redditi. Mentre la disuguaglianza guadagna sempre più maggior attenzione, continua ad essere un aspetto secondario del capitalismo. Uno dei risultati più notevoli del capitalismo (ma anche uno dei più violenti) è quello che ha reso lo scambio di mercato il mezzo quasi esclusivo per poter acquisire i beni necessari per la nostra riproduzione. Così facendo, ha trasformato il denaro in quasi l'unico mezzo di scambio valido ed ha reso dipendente dal capitale la maggioranza della popolazione, rafforzando una relazione di potere fondamentalmente asimmetrica fra il padrone ed il lavoratore. Questo rapporto profondamente disuguale non solo subordina le persone all'interno della sfera del lavoro, ma lo fa anche al di fuori di essa, attraverso la potente influenza che il potere economico esercita sulla politica, sull'ideologia, e sulla cultura.
Verso la fine del XIX secolo, la sinistra aveva compreso perfettamente questo problema. Lo stato sociale aveva cercato di limitare le aree in cui il mercato ed il potere economico potevano operare. Se l'industrializzazione aveva reso cittadini con pieni diritti solo i proprietari, allora la sicurezza sociale ed il sussidio di disoccupazione avevano stabilito quello che Robert Castell ha chiamato "proprietà sociale", che ha segnato «l'emergere di una nuova funzione dello Stato, di una nuova forma di diritto, ed una nuova concezione di proprietà.» Come ha spiegato il sociologo inglese T. H. Marshall, l'uguaglianza non è possibile «senza restringere la libertà dei mercati competitivi,» senza aprire spazi socializzati liberi dagli imperativi del mercato. In altre parole, per la Sinistra, gli effetti economici dell'estensione del mercato (così come gli effetti politici e culturali) non sono mai separati da una messa in discussione della logica stessa del mercato.
Sebbene questa prospettiva abbia subito enormi battute di arresto a partire dall'inizio degli anni '70, essa offre ancora una visione radicalmente differente da quella del nostro attuale consenso neoliberista. Lo scopo ultimo non è quello di rendere la competizione più "giusta", meno "discriminatoria", o meno "normativa". Cerca invece di ridurre lo spazio in cui la competizione esiste. In tal senso, libertà non significa la capacità di accedere al mercato, ma piuttosto la capacità di ridurre lo spazio in cui esso opera.
Hillary Clinton aveva ragione nel dire che aveva sottovalutato il potere delle "grandi idee". Ma questo non significa che l'UBI sia la grande idea di cui abbiamo bisogno. Dovremmo riconnetterci con l'eredità emancipatrice del periodo del dopoguerra. Le istituzioni per i lavoratori istituite dopo la seconda guerra mondiale fecero assai più che stabilizzare o correggere il capitalismo. Hanno costituito, in forma embrionale, gli elementi di una società realmente democratica ed egualitaria, in cui il mercato non ha il posto centrale che adesso occupa. E se i recenti successi di Bernie Sanders e di Jeremy Corbyn sono qualcosa su cui ci si può basare, la porta allora potrebbe aprirsi sulla rinascita della politica socialista.
L'utopia non è al di fuori della nostra portata - è più vicina di quanto si pensi.

- Daniel Zamora - Pubblicato su Jacobin il 28/12/2017 -

martedì 6 marzo 2018

Appuntamenti

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Le Idi di Marzo italiane
- di Michael Roberts -

I vincitori delle elezioni politiche che si sono tenute domenica sono stati i cosiddetti partiti "populisti". I 5 Stelle, fondati dall'ex comico televisivo Beppe Grillo ed ora guidati da Luigi Di Maio, hanno preso più del 30% dei voti e saranno il più grande partito del nuovo parlamento. Alle elezioni, si sono presentati come un partito anti-establishment e anti-corruzione. In passato erano stati a favore di un referendum per uscire dall'Unione Europea, ma recentemente hanno lasciato perdere questo genere di cose e si sono spostati sulle politiche sociali. Durante la campagna elettorale, hanno proposto un Reddito di Base Universale (UBI) per tutti, che ha ottenuto molti voti da parte dei giovani disoccupati e dei poveri, in particolare nel Sud.

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L'altro partito vincitore è stata la Lega Nord, la quale, come suggerisce il suo nome, era un partito separatista che si batteva per l'autonomia delle regioni più ricche del nord Italia e chiedeva che si ponesse fine all'assistenza statale nei confronti del Sud povero e "pigro". Ma sotto la leadership del suo nuovo segretario, Matteo Salvini, è diventato un partito anti-immigrazione e anti- Unione Europea, come il Fronte Nazionale francese o come l'UKIP in Gran Bretagna. Questo ha portato ad un netto aumento dei suoi voti, intorno a circa il 18%. Ora, nell'Eurozona, l'Italia, a livello di opinione, rappresenta la più alta percentuale anti-EU (sebbene tale visione rimanga minoritaria).
A perdere le elezioni, sono stati i tradizionali partiti di centro-sinistra e di centro-destra. L'attuale partito di centro-sinistra che era al governo, il PD, è stato umiliato. Nato come prodotto di una fusione, avvenuta negli anni '90, fra comunisti e socialisti, si è costantemente spostato a destra, per diventare un partito filo-capitalista "alla Blair". Con Matteo Renzi, ex presidente del consiglio, la sua percentuale di voti è scesa sotto il 20%, che in tal modo, in cinque anni, risulta essere dimezzata.
Il partito di centrodestra, Forza Italia, è una creatura del miliardario dei media, ed ex presidente del consiglio, Silvio Berlusconi. In queste elezioni, ci si aspettava che facesse di meglio, ma alla fine è stato votato soltanto dal 13%, molto meno di quanto abbia ottenuto il suo alleato nella coalizione, la Lega Nord.
L'altro vincitore è stato il partito del "non voto". L'aumento del numero di quelli che non votano affatto, è stata una delle caratteristiche delle elezioni nelle principali economie capitalistiche, nel periodo neoliberista ed in questa Lunga Depressione. Da quando l'Italia ha abolito l'obbligatorietà del voto, nel 1993, la percentuale dei votanti è diminuita costantemente. In queste elezioni ha raggiunto un nuovo minimo storico. Il "partito" del non voto ha ottenuto il 28% (anche se è ancora relativamente basso rispetto agli standard dell'astensione da parte degli elettori negli Stati Uniti e nel Regno Unito).

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Nessuno dei partiti delle coalizioni elettorali ha abbastanza seggi per poter formare una maggioranza di governo, e quindi cosa succederà adesso? Mi sembra che ci siano tre possibilità. La prima è che, nonostante abbiano perso le elezioni, il centro-destra e il centro-sinistra formeranno una coalizione, possibilmente con la Lega Nord. Una tale coalizione è stata la soluzione in Germania, dove le elezioni dello scorso settembre hanno visto un declino simile anche nei due principali partiti tedeschi. Sarebbe quello che il capitale italiano ed europeo preferirebbe che avvenisse. Ma una coalizione del genere sarebbe difficile da sostenere, dal momento che nella sua coalizione la Lega Nord ha avuto risultati elettorali migliori di quelli di Forza Italia, e dal momento che i Democratici sono stati schiacciati.
La seconda possibilità, per il capitale italiano è la peggiore. Vale a dire che i 5 Stelle e la Lega Nord formino un governo. Questo significherebbe la rottura delle politiche di austerità nei confronti delle finanze pubbliche, con possibili attacchi agli interessi delle grandi imprese commerciali e con una richiesta sempre più pressante di uscita dall'Eurozona. Ma anche questo appare improbabile, poiché la Lega Nord non vuole essere un partner di minoranza in una colazione in cui c'è un partito che trae il suo sostegno principale dal Sud povero.
La terza possibilità - assumendo che i 5 Stelle rimangano fermi nel loro rifiuto di formare una coalizione - è quella che il presidente della Repubblica nomini un governo temporaneo "tecnocratico" per, diciamo, la durata di sei mesi ed indica nuove elezioni a settembre.
Dal punto di vista politico è un casino. Ma questo casino politico rispecchia il casino che è l'economia italiana. Negli ultimi 18 mesi, l'economia dell'Eurozona ha goduto di una modesta ripresa, e tutta l'area dell'Eurozona, nel suo insieme, ora sta crescendo anche più velocemente di quanto crescano gli Stati Uniti ed il Regno Unito. Ma non l'Italia. L'Italia è ancora un membro del G7, delle sette economie più avanzate, ma la sua popolazione attiva è in caduta libera, nonostante l'afflusso di immigrati negli anni recenti, e la produttività della sua forza lavoro è stagnante.

italy-3La disoccupazione rimane alta, se comparata a quella esistente nelle altre economie dell'EU.

italy-4Essa mescola una bassa crescita occupazionale con una bassa crescita della produttività di quella forza lavoro, e l'economia italiana ha un basso tasso di crescita potenziale a lungo termine che non supera l'1% l'anno.

italy-5La crescita della produttività ristagna perché, produttivamente, il capitale italiano non sta investendo abbastanza.

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E questo perché avviene? Perché la redditività è bassa. La redditività del capitale italiano ha toccato il suo minimo storico all'inizio degli anni '80, come è avvenuto per la maggior parte delle altre grandi economie capitaliste. Durante il periodo neoliberista, la redditività è cresciuta in maniera significativa, e con l'inizio dell'Unione Europea la redditività italiana tornò al livello degli anni '60. Ma la sua adesione all'Eurozona ci mostra una brusca caduta verso il basso.

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A partire da quel momento, le imprese italiane sono rimaste direttamente scoperte rispetto al capitale franco-tedesco. L'Italia aveva un'alta percentuale di imprese di piccola e media dimensione, con mercati particolari, e che adesso si vengono a trovare nei guai. La Grande Recessione e la conseguente Lunga Depressione avevano aggravato questa debolezza, e molte imprese italiane avevano accumulato enormi debiti che non riuscivano più a pagare. Le banche italiane hanno cominciato a fallire e, nonostante i recenti salvataggi da parte del governo, le banche italiane continuano ancora ad avere nella loro contabilità più "debiti inesigibili" di quanti ne abbia tutto il resto dell'Eurozona messo insieme.
L'attuale ripresa delle economie dell'Eurozona può servire ad aiutare l'economia italiana a tenere la testa appena sopra l'acqua, ma lo può fare solo continuando a tenere in caduta il reddito pro capite, e a mantenere ancora alta la disoccupazione.

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Rispetto al PIL, il debito pubblico è il più alto in Europa, dopo la Grecia, ed il peso del debito societario delle imprese continua ad essere ancora enorme. Ragion per cui, qualsiasi nuova crisi globale sta per mettere di nuovo in seri guai il capitale italiano. L'attuale paralisi politica mostra come i politici non abbiano ancora nessuna soluzione. Con le Idi di Marzo che si avvicinano.

- Michael Roberts - Pubblicato il 5/3/2018 su Michael Roberts Blog - blogging from a marxist economist -

lunedì 5 marzo 2018

Super-Abbondante

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Robot: cosa significano per il lavoro ed il reddito?
- di Michael Roberts -

La recente apertura, da parte di Amazon, di un nuovo punto vendita nel seminterrato del suo quartier generale a Seattle, ha provocato più di una discussione sull'argomento di come il lavoro umano verrà ben presto spazzato via dall'espansione dei robot e dell'Intelligenza Artificiale.
Nel nuovo negozio, il quale è chiaramente un "pilot", i clienti entrano, controllano i loro smartphone, scelgono ciò che vogliono dagli scaffali ed escono di nuovo. Non ci sono né casse né cassieri. Al loro posto, invece, i clienti per prima cosa scaricano un'app sui loro smartphone e in questo modo le macchine che si trovano nel negozio capiscono di quale cliente si tratta e che cosa il cliente sta prelevando dagli scaffali. Nel giro di un minuto o due, prima che l'acquirente lasci il negozio, sul suo telefono appare un pop up, come ricevuta di tutti gli articoli che ha comprato. Questo genere di sviluppo della vendita "automatica" rispecchia quella che è un'altra automazione: negli uffici, nelle automobili senza conducente, nell'assistenza sociale e nel processo decisionale.
Tutto ciò significa che ben presto gli esseri umani verranno del tutto sostituiti da macchine intelligenti in grado di imparare e da algoritmi? In quanto ho scritto precedentemente, ho delineato una previsione di quelli che potrebbero essere i posti di lavoro che verranno perduti grazie ai robot, nel prossimo decennio o più. Sembra essere enorme: e non solo per quanto attiene al lavoro manuale nelle fabbriche, ma anche per quel che riguardano i cosiddetti lavori da colletti bianchi come il giornalismo, le banche e perfino gli economisti!
I tecno-futuristi pensano che ben presto i robot rimpiazzeranno gli esseri umani. Ma io penso che abbiano cominciato a correre prima di imparare a camminare - o per essere più precisi, finora, i robot riescono a malapena a correre e ad afferrare le cose. Si tratta del "paradosso di Moravec", vale a dire che «è relativamente facile far sì che i computer esibiscano prestazioni a livello di adulti per quanto riguarda test di intelligenza o giocare, ed è difficile o impossibile dare loro le abilità di un bambino di un anno quando invece si tratta di percezione o di mobilità» (Moravec). Quindi gli algoritmi possono servire a decidere se investire o meno per i fondi speculativi o per le banche, ma un robot non riesce nemmeno a colpire una pallina da tennis, per non parlare di battere un giocatore medio di club. In realtà, lo sviluppo dei robot si sta rivolgendo più ai "cobots", i quali agiscono come se fossero un'estensione del lavoratore, nelle fabbriche dove si svolge lavoro pesante, e negli ospedali e per l'assistenza sociale riguardo alle diagnosi. Insomma, in tutto quello che sostituisce direttamente il lavoratore.

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Il dibattito economico principale riguarda il fatto se la "tecnologia" creerà più posti di lavoro di quanti ne distrugge. Dopotutto, sembrerebbe che la nuova tecnologia possa eliminare alcuni lavori (i tessitori addetti al telaio a mano dell'inizio del XIX secolo), ma ne possa anche fornire di nuovi (le fabbriche tessili). Un esperimento mentale utile in tal senso è quello che vi viene fornito da Paul Krugman. Allo stesso modo in cui avviene nel famoso esempio di Krugman, immaginate che ci siano due merci, salsicce e panini, che vengono poi combinate una per una in modo da fare degli hot dog. 120 milioni di operai vengono divisi equamente fra le due industrie: 60 milioni producono salsicce, e gli altri 60 milioni producono panini, ed entrambi i lavori richiedono due giorni di tempo per poter produrre un'unità di produzione.
Ora supponiamo che la nuova tecnologia raddoppi la produttività nelle panetterie. Per fare panini, c'è bisogno di meno operai, ma questo aumento della produttività significherà che il consumatore riceverà il 33% di hot dog in più. Alla fine, l'economia avrà 40 milioni di operai che fanno panini e 80 milioni di operai che fabbricano salsicce. Nel frattempo, la transizione potrebbe portare alla disoccupazione, in particolare se le competenze per l'industria della panificazione sono molto specifiche. Ma nel lungo periodo, un cambiamento nella produttività relativa, finirebbe per riallocare l'occupazione, anziché distruggerla.
La storia degli sportelli bancari contro i bancomat è un altro esempio di innovazione tecnologica che sostituisce interamente il lavoro umano per quel che attiene ad un compito specifico. Questo ha portato ad una massiccia caduta del numero dei cassieri di banca? Fra il 1970 (quando venne installato il primo bancomat americano) ed il 2010, il numero di cassieri bancari si è raddoppiato. La riduzione del numero di cassieri per filiale, ha reso più economica la gestione di una filiale, così le banche hanno ampliato la loro rete bancaria. E la mansione si è gradualmente evoluta, passando sempre più dalla gestione del contante alle relazioni bancarie.
Questa è la visione ottimistica. Ma anche allora, come ha sottolineato Marx a proposito dell'avvento delle macchine nel XIX secolo, la perdita dei posti di lavoro in un settore e la loro ricreazione in un altro non è un processo di cambiamento senza soluzione di continuità. Come ha scritto Marx: «I fatti reali, che vengono travisati a causa dell'ottimismo degli economisti, sono questi: gli operai, quando vengono cacciati dalla fabbrica a causa dei macchinari, vengono gettati sul mercato del lavoro. La loro presenza sul mercato del lavoro fa sì che sia incrementata la forza lavoro a disposizione dello sfruttamento capitalista... l'effetto avuto dai macchinari rappresentato come una ricompensa per la classe operaia, è stato, al contrario, un flagello spaventoso. Al presente, dirò solo questo: i lavoratori che sono stati buttati fuori dal lavoro in un determinato settore dell'industria possono indubbiamente cercare un'occupazione in un altro settore... anche se trovano un lavoro, quale miserabile prospettiva avranno di fronte! Menomati, così come lo sono dalla divisione del lavoro, questi poveri diavoli valgono talmente poco al di fuori del loro vecchio posto di lavoro da non poter trovare un posto in nessuna industria, se non in alcuni settori inferiori, e quindi sovraffollati e sottopagati. Per di più, ogni branca dell'industria attrae ogni anno un nuovo flusso di uomini, i quali forniscono un contingente con cui riempire i posti vacanti, e costituiscono un'offerta ai fini dell'espansione. Nel momento in cui i macchinari hanno liberato una parte dei lavoratori occupati in un dato settore dell'industria, la riserva costituita da uomini viene anch'essa dirottata verso nuovi canali di occupazione, e viene ad essere assorbita da altri settori; nel frattempo, le vittime esistenti, durante il periodo di transizione, per la maggior parte soffrono la fame e muoiono.» (Grundrisse).

E poi c'è la redditività della tecnologia. I robot non verranno applicati in maniera ampia fino a quando non porteranno un maggior profitto ai proprietari ed agli investitori in applicazioni robotiche. Ma avere più robot e, relativamente, meno lavoro umano significherà avere relativamente meno valore creato per unità di capitale investito, poiché a causa della legge del valore di Marx noi sappiamo che il valore (così come viene incorporato nella vendita della produzione, a scopo di lucro) viene creato solamente dalla forza lavoro umana. E se questa diminuisce in relazione ai mezzi di produzione impiegati, allora abbiamo una tendenza della redditività a cadere. Perciò l'espansione dei robot e dell'Intelligenza Artificiale incrementa sia la possibilità che l'ampiezza della crisi di redditività. Quindi è assai probabile che nella produzione capitalista i crolli si intensificheranno  insieme all'aumentare della sostituzione del lavoro da parte delle macchine. È questa la grande contraddizione del capitalismo: incrementare la produttività del lavoro attraverso un maggior numero di macchine riduce la produttività del capitale.
L'economia mainstream, o nega la legge del valore, oppure la ignora. Già nel 1898, l'economista neoricardiano Vladimir Dmitriev, per confurare la teoria del valore di Marx, aveva presentato un'ipotetica economia nella quale le macchine (i robot) facevano tutto, e non c'era lavoro umano. Egli sosteneva che sarebbe comunque esistito un enorme surplus che sarebbe stato prodotto anche senza lavoro, per cui la teoria del valore di Marx sarebbe stata erronea.
Ma l'esperimento immaginario di Dmtriev è irrilevante poiché sia lui che gli altri economisti mainstream non comprendono il valore nel modo capitalistico di produzione. Il valore in una merce che viene venduta è duplice: nella merce o nel servizio venduto c'è un valore d'uso fisico, ma nel denaro e nel profitto che dev'essere realizzato c'è anche "valore di scambio". Senza quest'ultimo, la produzione capitalistica non avviene. E solo la forza lavoro crea un simile valore. Le macchine non creano valore (profitto) se non ci sono gli esseri umani a farle funzionare. In realtà, la sovrabbondante super economia di soli robot di Dmitriev non sarebbe più capitalistica, in quanto non ci sarebbe alcun profitto per i capitalisti individuali.
Ecco dov'è la grande contraddizione del capitalismo. Nel momento in cui le macchine soppiantano la forza lavoro umana, sotto il capitalismo, la redditività cade anche se la produttività del lavoro aumenta (vengono prodotti più cose e più servizi). E la redditività sempre più in calo distruggerà periodicamente la produzione dei capitalisti individuali poiché solo loro impiegano lavoro e macchine per realizzare profitti. Così le crisi si intensificano ben prima di poter arrivare all'ipotetico mondo robot di Dmitriev.

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Ma cosa fare, nel momento in cui si perdono posti di lavoro a causa dei robot? Alcuni economisti liberali parlano di una "tassa sui robot". Ma tutto ciò che questo farebbe sarebbe solo rallentare l'automazione - e difficilmente porterebbe a ridurre progressivamente il lavoro. L'idea del reddito di base universale (UBI) continua a guadagnare terreno fra gli economisti, sia mainstream che di sinistra. Io ho già discusso i meriti ed i demeriti dell'UBI. L'UBI viene sostenuto da molti strateghi economisti neoliberisti, che lo vedono come un modo per sostituire lo "stato sociale" della sanità gratuita, dell'istruzione e delle pensioni decenti attraverso un reddito di base. Ed esso viene proposto con lo scopo di mantenere bassi i salari per coloro che lavorano. Qualsiasi livello di reddito di base dignitoso sarebbe troppo costoso perché il capitalismo possa permetterselo. E anche se l'UBI venisse conquistata dai lavoratori in lotta, continuerebbe a non risolvere il problema di chi possiede sia i robot che i mezzi di produzione in generale.
Un'alternativa più eccitante, a mio avviso, è ad esempio quella dell'idea dei Servizi di Base Universali, ovvero i cosiddetti beni pubblici e servizi, gratis in dei punti di utilizzo. Una società super-abbondante è per definizione una società in cui i nostri bisogni vengono soddisfatti senza l'utilizzo del lavoro e dello sfruttamento, vale a dire una società socialista. Ma la transizione ad una simile società può avere inizio a partire dal dedicare il lavoro socialmente necessario alla produzione dei bisogni sociali di base come l'istruzione, la salute, l'alloggio, i trasporti e l'alimentazione e l'equipaggiamento di base.
Perché usare risorse per dare a ciascuno un reddito di base per comprare quel che serve a soddisfare i bisogni sociali? Perché non renderli gratuiti presso dei punti di utilizzo? Invece di tagliare via le persone che non stanno lavorando, rispetto a quelli che lavorano percependo un reddito minimo, dobbiamo costruire unità nel lavoro riducendo le ore di lavoro ed allargano (gratuitamente) i servizi pubblici ed i beni per tutti.
Certo, questo richiederebbe che molti posseggano e controllano i mezzi di produzione e pianifichino l'applicazione di quelle risorse per i bisogni sociali, e non per il profitto di pochi. Robot ed Intelligenza Artificiale diverrebbero perciò parte del progresso tecnologico che renderebbe possibile una società super-abbondante.

- Michael Roberts - Pubblicato il 26/2/2018 su Michael Roberts Blog - blogging from a marxist economist -

domenica 4 marzo 2018

Lacune ed Ellissi

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Nel suo ultimo libro, "L'innominabile attuale", Roberto Calasso parla di uno slittamento (semantico, simbolico) che dall'idea di sacrificio scivola verso l'idea dell'«esperimento». Da parte di Calasso, non si fa alcuna menzione del concetto di «biopolitica», ma questa oscillazione fra «sacrificio» ed «esperimento» appare essere in larga misura come un'oscillazione fra «politica» e «biopolitica». Calasso cita Karl Kraus e il suo monumentale lavoro "Gli ultimi giorni dell'umanità", scritto a partire da quel che si leggeva sui giornali e quello che si poteva sentir dire per strada all'epoca intorno alla prima guerra mondiale (Kraus moriva nel 1936). «C'è un tema costante che attraversa tutta la polifonia di Kraus», afferma Calasso: il sacrificio per la patria, per il paese, per gli usi e costumi «civilizzati». Poco dopo, scrive Calasso, emergeranno i «due maggiori sperimentatori sociali del XX secolo»: «Hitler e Stalin» (una sorta di ingegneri che avevano a disposizione milioni di corpi e di menti).

Roberto Calasso divide il suo ultimo libro ("L'innominabile attuale") in tre parti: «Turisti e terroristi», «La Società Viennese del Gas», e «Torri di Avvistamento». Le prime due parti sono attente alla loro lunghezza (70, 80 pagine), ma la terza parte è brevissima, si limita a riferire di un'annotazione fatta da Baudelaire, che parla di un sogno o di una visione, un documento che Calasso dichiara essere «indatabile». In questa annotazione, Baudelaire afferma di aver visto la caduta di una torre, un enorme edificio; una caduta, questa, che è stata ignorata dalle «nazioni» (Calasso fa un parallelo con le Torri Gemelle e con l'11 settembre, e su questo chiude il libro).

Nella prima parte del libro, Calasso cerca di analizzare la categoria di «Homo saecularis», vale a dire, la presenza del secolarismo nella società moderna, le possibili relazioni fra le categorie sociali e le categorie religiose, e di come questa tensione permanga e si intensifichi oggi (in special modo a partire dall'accostamento presente nel confronto del titolo, «Turisti e Terroristi», fra coloro che coltivano la mobilità e coloro che l'aborriscono, la mobilità - sia dei corpi, che dei costumi). «L'Homo saecularis è inevitabilmente turista», scrive Calasso. E continua: «Non solo quando viaggia. Zapping e Link costituiscono una vasta parte della sua vita mentale. Sono operazioni preesistenti, che un giorno hanno raggiunto la configurazione indicata nei due termini. Bouvard e Pécuchet la praticavano già, senza aver bisogno di ricorrere ad una qualche supporto tecnico.»

La seconda parte è una sorta di libro dei «Passages», di Benjamin, in miniatura: una collezione di citazioni (ma commentate e modificate). «Non si tratta di ricordi», scrive Calasso nella sua introduzione, «Ma di parole scritte, pubblicate, dette, riferite, registrate nel corso dei giorni fra l'inizio del gennaio 1933 ed il maggio del 1945. Tutte le immagini di quegli anni, da qualsiasi fonte provengano, trasudano qualcosa di ipnotico. Era l'apice del bianco e nero, sia nel cinema che nella vita. Quando appare il technicolor, sembra che si tratti di un'allucinazione. Era come se il tempo avesse formato una spirale sempre più stretta, che finiva con un restringimento.» Dalle varie fonti disponibili, Calasso seleziona, ad esempio, i diari di Ernst Jünger (il momento in cui egli viene a conoscenza dei campi di sterminio) e quelli di André Gide (la sua insistente difesa di Hitler e di Stalin), le lettere di Benjamin e quelle di Céline (le sue amanti, la sua fuga), le lettere di Beckett scritte nel corso del suo viaggio, durato mesi, attraverso la Germania, nel 1936.

Una delle principali attrattive della scrittura di Roberto Calasso consiste nella capacità di fare del lettore una sorta di partecipante. Ciò avviene - in larga misura la lezione proviene da Walter Benjamin - assai più in forza di quello che non viene detto, che di quello che viene presentato. Ossia, lavorando a partire da lacune ed ellissi, Calasso porta il lettore a riempire degli spazi vuoti, a partire dal proprio repertorio (come recita l'antica massima, secondo la quale la musica esiste a partire dai silenzi che avvengono fra una nota e l'altra).
Nel caso del suo ultimo libro, Calasso presenta questo collage di frammenti che vanno dal 1933 al 1945; una varietà di frammenti che, tuttavia, lasciano fuori tutta una serie di personaggi.
La scuola di Calasso è dialettica, i frammenti oscillano fra la disperazione (Joseph Roth, Walter Benjamin) e la celebrazione (Céline, André Gide), e finiscono con l'ingresso a Treblinka di Vassili Grossman e dell'Armata Rossa. Vale a dire, sebbene questo non venga dichiarato apertamente, Calasso finisce la seconda parte del suo libro mentre prepara la strada ad una rilettura della prima parte dello stesso libro (quella che mette in relazione il terrorismo ed il turismo negli ultimi decenni).

Se durante la Seconda Guerra, la notizia dei campi venne accolta con incredulità (Vedi la storia di Jan Karski), possiamo dire che parte della storia della seconda metà del XX secolo è la storia della revisione di questa incredulità e dell'assorbimento di tale «notizia». È proprio questo il problema che Calasso tocca nel suo libro quando parla di «turismo» e di «turisti», ed è questo anche il problema che affrontato da Georges Didi-Huberman in "Scorze": «Nel 2011, otto anni dopo la pubblicazione di "Immagini malgrado tutto", Georges Didi-Huberman si reca nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, come turista, con la sua macchina fotografica in pugno. Questo suo tour, o questo pellegrinaggio, nel cuore di quel che rimane della macchina di morte nazista, darà origine al saggio "Scorze", una sorta di quaderno di appunti, o di saggio autobiografico, scritto a partire dalle fotografie scattate dal filosofo.»

sabato 3 marzo 2018

Vedere

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In queste indimenticabili pagine, il grande pensatore francese critica col suo stile passionale e paradossale i dogmi della società delle macchine: il progressismo, la fede patetica nella scienza e nella tecnica, il mito del Benessere che ha generato una società nevrotica e alienata. La soluzione non è la distruzione delle macchine ma la costruzione dell’uomo, che deve riappropriarsi della sua dignità, affermando la propria libertà, caratteristica appunto dello spirito europeo. 

(dal risvolto di copertina di: Georges Bernanos, Lo spirito europeo e il mondo delle macchine. Oaks Editrice )

Gli uomini-macchina e senza libertà del "profeta" Bernanos
- di Alessandro Gnocchi -

Alla base della riflessione di Georges Bernanos (Parigi 1888 - Neuilly-sur-Seine 1948) sulla civiltà delle macchine, c’è la Prima guerra mondiale. Il conflitto totale, tanto crudele quanto anonimo, ha iniziato a forgiare un tipo d’uomo disponibile a tutte le forme di sottomissione e di violenza. La tempesta d’acciaio, che distribuisce a caso morte senza onore, ha reso evidente lo strapotere della macchina e l’insignificanza dell’uomo al suo cospetto. Nella guerra di Spagna, Bernanos ha trovato conferma della rabbia suicida impadronitasi dell’Europa intera. Il carnaio spagnolo annuncia altri orrori, altre decimazioni, altro odio tra fratelli. Altri carnai si avvicinano. La Seconda guerra mondiale non coglie alla sprovvista lo scrittore auto-esiliatosi in Brasile per disprezzo verso la vigliaccheria delle potenze europee. Lo spirito di Monaco non fa per Bernanos. Egli partecipa alla guerra a modo suo, cioè tirando bordate contro i traditori della Francia: il maresciallo Pétain e il governo di Vichy prostituito all’invasore tedesco. Le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki rafforzano la visione di un mondo futuro annichilito dalle macchine. Il dopoguerra è un’altra delusione. Bernanos vede nella pace lo stesso vuoto morale che ha condotto ai totalitarismi. Riprenderà a tirare bordate, questa volta contro la democrazia sia pure da una prospettiva diversa (e più alta) rispetto alla politica militante. Negli ultimi anni di vita, Bernanos pronuncia orazioni pubbliche che hanno il sapore della profezia. È banale affibbiare a questo o quello scrittore il titolo di profeta, «onorificenza» intellettuale concessa un po’ a tutti, perfino a chi non ne ha mai azzeccata una. Ma nel caso di Bernanos correremo il rischio di essere banali anche perché il tema è stato affrontato dall’autore stesso: «Non sono un profeta; ma potrebbe darsi che io veda ciò che gli altri vedono al pari di me, ma che non vogliono vedere». E va bene. Però queste conferenze hanno lo stile della profezia. Bernanos non dispiega un pensiero sistematico, ordinato, dogmatico. Procede per grandi temi e altrettanto grandi illuminazioni. Forse non sono profezie. Senz’altro, per usare le parole di un allievo, Roger Nimier, le parole del maestro sono spade puntate verso il nostro petto: «Così la vita è felice per chi ha un animo docile, un corpo aggraziato e in genere per chi ignora la vertigine, sia per mancanza di fermezza sia per mancanza di immaginazione. Ma ce ne sono altri, incuranti delle conseguenze, che non possono staccare gli occhi dal fremere di quelle spade» (Le spade). Bernanos era tra questi. Con fermezza sorretta da un amore cristiano ha immaginato un futuro disumano che potrebbe essere il nostro. Ne Lo spirito europeo e il mondo delle macchine (che uscì in prima edizione per Rusconi nel 1972) Alfredo Cattabiani ha riunito le conferenze risalenti agli ultimi anni di vita dello scrittore, morto nel 1948. Cattabiani riproponeva lo stesso lavoro già pubblicato con l’editore Borla nel 1963: Rivoluzione e libertà. Differente era il titolo, differente era la successione dei testi ma soprattutto differenti erano gli apparati. La breve premessa del 1963 diventa l’illuminante saggio introduttivo del 1972. In mezzo c’era stato Bernanos(Volpe, 1965), un’antologia di scritti politici con un’articolata premessa nella quale Cattabiani sottolineava la fedeltà di Bernanos a se stesso. Il giovane militante dell’Action française era maturato senza rinunciare all’essenza delle sue idee. Pur mancando di organicità, il suo pensiero politico passava indenne da un decennio all’altro, da La grande paura dei benpensanti (1931) alle conferenze del 1946-1947, Bernanos ha sempre posto un problema di civiltà. Non è una questione di regime o sistema economico. È una questione spirituale. La sua rivoluzione cristiana vuole sovvertire la modernità che ha umiliato Dio e di conseguenza l’uomo. Il cristianesimo divinizza l’uomo e lo rende sacro perché «fa partecipare ciascuno di noi alla Divinità, dà a ciascuno di noi, al più umile fra noi, un valore infinito, degno del sangue divino» (La rivoluzione della libertà, Cantagalli, 2012). Rimosso il cristianesimo, la società procede sempre più veloce su un pendio inclinato. A fine corsa, dopo aver schiacciato ogni forma di vita interiore, ridurrà l’uomo all’uomo di massa privo di individualità e libertà. Libertà è la parola che leggiamo con maggiore frequenza in queste pagine. La libertà si fonda sulla fede dell’uomo in se stesso e coincide, nella sua forma più nobile, col servizio, un atto volontario, un omaggio disinteressato dell’uomo libero verso chi ama o ritiene meritevole. Questo valore sarà cancellato. Noi assistiamo quindi alla nascita di una civiltà inumana, fondata su una definizione falsa dell’uomo, ridotto a pura funzione economica. Le macchine sono al servizio di questo progetto e forse ne diventeranno il fine ultimo: «I tecnici non hanno bisogno di noi. Si tratta di sapere se la Storia ha un significato oppure se è la tecnica a dargliene uno. Oppure, per parlare più chiaramente, si tratta di decidere se la Storia è la storia dell’uomo oppure soltanto la storia della tecnica». L’Europa de-cristianizzata è un cadavere. I sostenitori del progresso sono i vermi che lo divorano: «Sì, molte cose, enormi cose avvengono all’interno, o anche all’esterno di un cadavere; e se chiedeste ai vermi il loro parere ed essi fossero capaci di darvelo, si direbbero impegnati in una prodigiosa avventura, la più ardita, la più completa avventura, in un’esperienza irreversibile». L’errore del verme consiste nel confondere «una liquidazione per la Storia». Non c’è Europa senza cristianesimo. Allora il sogno europeo, che oggi molti definirebbero un incubo tecnocratico, era appena iniziato. Erano ancora di là da venire i dibattiti sulle radici dell’Unione europea, rimosse da ogni trattato. Bernanos intravedeva le crepe ora manifeste: «Non fatemi dire che esiste un “partito dell’Europa”, perché l’Europa non ha né più programma né dottrina; c’è ancora una specie di religione dell’Europa, nell’attesa che ci sia soltanto una superstizione, e poi più niente...». Insomma, l’Europa non è neppure una espressione geografica. È una espressione retorica.

- Alessandro Gnocchi - dalla Premessa alla nuova edizione del libro -

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venerdì 2 marzo 2018

Capire non basta!

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La Teoria radicale di sinistra secondo la quale il governo dispone illimitatamente di denaro
- Tutti sanno che i governi devono tassare, prima di poter spendere. Quello che presuppone la Teoria Monetaria Moderna è che forse non è così. -
di Tom Streithorst

Alto, barbuto, con gentili occhi nocciola, il veterano di Occupy Wall Street, Jesse Myerson passa le sue giornate a bussare alle porte delle case dei quartieri degradati del sud dell'Indiana per ricordare agli elettori l'enorme ricchezza del loro paese. Il suo messaggio, come organizzatore del gruppo di base, Hoosier Action [N.d.T.: Hoosier = Abitante dell'Indiana], è che gli Stati Uniti sono una nazione spettacolarmente ricca e che un po' di questa ricchezza potrebbe, e dovrebbe, essere distribuita fra i poveri del sud Indiana.
«Qui, le persone hanno sofferto terribilmente a livello economico, e questo ha portato alla morte spirituale delle comunità,» mi ha detto Myerson a proposito dei posti che frequenta. La dipendenza da oppiacei è molto diffusa, così come lo è il suicidio. «Per le persone non esiste alcun canale ben organizzato in grado di dare un senso alla loro sofferenza, tranne quelli che si legano ad iniziative xenofobe di destra.»
Dice che l'organizzazione maggiormente in competizione con il suo gruppo, per il cuore e la mente degli abitanti poveri dell'Indiana, è un gruppo di suprematisti bianchi chiamato "Traditionalist Workers’ Party". «Si stanno organizzando in una maniera simile alla nostra - questi oligarchi sono tirannici e ci sfruttano, mentre noi abbiamo bisogno di pace e di prosperità - tranne per il fatto che si organizzano a partire da un modello di scarsità,» ci spiega. «Loro dicono che non c'è abbastanza, per andare avanti, perciò i bianchi devono restare uniti e occuparsi di tutto quanto.»
Al contrario, per Myerson, «Noi ci organizziamo a partire dal valore dell'abbondanza, a partire dal fatto che per andare avanti c'è abbastanza per tutti, e che possiamo permetterci libertà e dignità.»
Da parte della politica americana mainstream, non si sente molto dire in giro «c'è abbastanza per poter andare avanti». I repubblicani criticano in particolare i programmi di sicurezza sociale e quelli di stimolo, sulla base del fatto che essi causerebbero l'incremento del debito pubblico; alcuni premono per una legge che taglierebbe radicalmente le spese. Ma qualche volta anche i democratici portano avanti degli argomenti anti-deficit, come hanno fatto quando i repubblicani hanno sostenuto un progetto di tagli alle imposte per 1500 miliardi di dollari. Proposte ambiziose che costerebbero un bel mucchio di soldi, come "Le cure mediche per tutti" di Bernie Sanders, vengono regolarmente derise a causa di quello che verrebbero a costare. Per ogni anno fiscale, dal 1970, il governo federale ha dovuto gestire un deficit che ha portato ad un debito nazionale (l'accumulo di tutti i deficit) di 20.600 miliardi di dollari. Alla domanda posta dai sondaggisti riguardo a tale deficit, la maggior parte degli elettori afferma che il paese si trova sulla strada sbagliata, dal punto di vista del debito, e vuole che il Congresso risolva il problema.
A Myerson, il deficit non dà noia. «Siamo il paese più ricco nella storia dei paesi, nella storia della ricchezza. Certo che ce lo possiamo permettere!» Egli osserva che a quanto pare non c'è nessuno che sembra preoccupato per il cartellino del prezzo quando il Congresso incrementa il bilancio del Pentagono, o quando decise di invadere un paese lontano.
Il suo ottimismo a proposito della spesa pubblica è dovuto all'essere entrato in contatto con la Moderna Teoria Monetaria, una scuola di economia la quale sostiene che il nostro panico riguardo al deficit di bilancio del governo sia un'illusione, un equivoco ed un avanzo atavico del Gold Standard. A sinistra, la MMT (Modern Monetary Theory) è diventata sempre più influente, dando ai progressisti come Myerson un motivo per credere che un costo elevato non dovrebbe impedire agli Stati Uniti di istituire riforme sociali ad ampio raggio, come la sanità per tutti.
Il principio di base della MMT sembra assolutamente ovvio: In un sistema monetario a corso forzoso, un governo può stampare quanti soldi vuole. Finché il paese può mobilitare le necessarie risorse reali di lavoro, macchinari, e materie prime, tale sistema può fornire pubblici servizi. Secondo la MMT, la nostra paura del deficit proviene da profondo fraintendimento che riguarda la natura del denaro.

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Qualsiasi bambino di cinque anni capisce i soldi. Si tratta di quello che dai alla signora in cambio del cono gelato - un oggetto con un valore intrinseco che può essere scambiato con beni o servizi. Attraverso le lenti della MMT, ad ogni modo, un dollaro non è altro che una passività emessa dal governo degli Stati Uniti, il quale promette di accettarlo come pagamento di tasse. Il dollaro nella tua tasca rappresenta un debito nei tuoi confronti da parte del governo federale. Il denaro non è un pezzetto d'oro, ma è piuttosto un "pagherò".
Questa distinzione leggermente metafisica finisce per avere delle enormi conseguenze pratiche. Significa che il governo federale, a differenza di me e di te, non può finire per trovarsi senza soldi. Possono finire le cose che il denaro può comprare - cosa che farà salire il loro prezzo e che si manifesterà attraverso l'inflazione - ma non possono finire i soldi. Come mi ha detto Sam Lewey, uno studente laureato in economia che twitta sotto il nome di "Deficit Owls", «Macy's non può restare senza buoni regalo di Macy's».
In special modo per coloro che vogliono che il governo fornisca più servizi ai cittadini, questo è un argomento convincente, ed è un argomento che può essere compreso da chi non è un economista. «Non ho mai sentito in vita mia un argomento più persuasivo riguardo a come funziona il denaro,» mi ha detto Myerson. «Ho visto questi ragazzi discutere con ogni genere di persone. E non ho mai visto nessuno picchiarli.»
«Questi ragazzi» si sono riuniti a Settembre nella prima Modern Monetary Theory Conference, un evento cha ha avuto luogo a Kansas City e che ha riunito 225 fra accademici, attivisti ed investitori e che ha visto la partecipazione in livestrim di migliaia di spettatori.
Nello UMKC Student Center Auditorium, Stephanie Kelton, una ex consigliera economica di Bernie Sanders, ha detto alla folla entusiasta che il problema fondamentale dell'attuale economia americana è «la mancanza di domanda aggregata» che porta ad una «disoccupazione cronica.» In altre parole, il problema dell'America non è l'incapacità a fare cose (offerta) ma piuttosto l'incapacità di potersi permettere tutte le cose che siamo in grado di fabbricare (domanda). Il nostro potenziale produttivo supera di gran lunga la nostra capacità di consumare.
«Il governo può permettersi di pagare qualsiasi programma esso voglia. Non ha bisogno di aumentare le tasse,» ha aggiunto Kelton. Ecco perché i politici, sia di destra che di sinistra, non ottengono altro che «Bambini che soffrono la fame - Ponti che non vengono costruiti.»
Sebbene lo abbia ascoltato raramente sui mass media, fra gli economisti questo punto di vista non è particolarmente controverso. L'economista di Oxford Simon Wren-Lewis mi ha scritto in una email, «La maggior parte del mainstream e degli economisti non ideologici, sarebbero d'accordo sul fatto che gli Stati Uniti hanno bisogno di maggiori investimenti nelle infrastrutture, e che il miglio modo per finanziare tutto questo è per mezzo del debito pubblico.» E ha continuato: «La maggior parte delle persone pensa che l'austerity sia il mainstream della macroeconomia, anche se non è così. Quelli che sono anti-austerity sono in cerca di una teoria alternativa, che viene fornita dalla MMT.»

soldi debito

La disoccupazione e la sottoccupazione causate da una spesa insufficiente è un problema che gli economisti sanno come risolvere. Ogni libro di testo di economia riconosce il fatto che il governo può incrementate a piacere la domanda, sia tagliano le tasse (lasciando che il settore privato abbia più soldi, che poi spenderà) sia incrementando direttamente la spesa (creando dollari e riversandoli nell'economia attraverso la spesa governativa).
Il problema è che ciascuna di queste politiche farà aumentare il deficit di bilancio, che viene considerato dalla maggior parte dei politici come qualcosa di negativo. I conservatori temono che l'aumento delle spese governative "ridurrà" gli investimenti nel settore privato. Un sostenitore del MMT potrebbe ribattere che una tale riduzione può avvenire solo quando l'economia sta già operando alla sua piena capacità. Oggi, la stagnazione dei salari ed i bassi tassi di interesse, indicano che l'economia ha ancora un bel po' di flessibilità prima che abbia effetto l'inflazione.
I sostenitore del MMT ritengono che il deficit spending potrebbe portare all'inflazione, e considerano questo l'unica controindicazione ad una maggiore spesa. Questo è quello che è successo negli anni '60, quando Lyndon Johnson si rifiutò di aumentare le tasse per pagare la guerra del Vietnam e la sua Great Society [N.d.T.: programma di welfare dell'amministrazione di Johnson], anche se il settore privato era in piena espansione. Il risultato fu un aumento dell'inflazione negli anni '70, e che fu uno dei numerosi fattori che portarono all'elezione di Ronald Reagan.
Ma negli ultimi 35 anni l'inflazione è stata trascurabile. La Federal Reserve è andata al di sotto, in maniera consistente, del suo obiettivo del 2% di inflazione, da quando è stato adottato nel 2012. In questo momento, la deflazione è la più grande minaccia per l'economia globale. Per coloro che sottoscrivono la MMT, sembra ovvio che si debba spendere di più, ed è frustante che non ci siano abbastanza persone che lo capiscano.
Il vero profeta della MMT è Warren Mosler, il quale 30 anni fa è stato un investitore di Wall Street che cercava di guadagnare un vantaggio competitivo sugli altri traders a partire dall'analisi profonda di come esattamente il governo tassava, prendeva in prestito e spendeva.
In forma, abbronzato e residente a St. Croix, in modo da poter pagare meno tasse, il multi-milionario sessantottenne è uno strano portavoce per un movimento economico progressista. Come mi ha detto il suo amico e socio investitore Sanjiv Sharma, «Warren politicamente è più un agnostico.»
Da ragazzo, era affascinato dai macchinari, dal modo in cui funzionavano, come si aggiustavano, come si assemblavano. Mosler mi ha detto che aveva in programma di specializzarsi in ingegneria, ma poi passò ad economia, dopo aver seguito un corso ed averla trovata assai più facile. Dopo essersi laureato all'Università del Connecticut nel 1971, venne assunto da un banca locale e fece rapidamente carriera. Ben presto, lasciò il New England per Wall Street. «Guardo le cose a livello elementare.» mi ha detto Mosler. Ha cercato di capire il modo in cui esattamente la Federal Reserve ed il Tesoro interagiscono con l'economia generale. Voleva capire che cosa succedeva ai bilanci quando il Tesoro riscuoteva le tasse, vendeva obbligazioni, spendeva e creava moneta. È arrivato a credere che sia la saggezza convenzionale a costituire la relazione fra il governo ed il settore privato arretrato.
La maggior parte di noi ritiene che il governo tassi prima di poter spendere; è questo il modo che  usiamo tu ed io, guadagnando denaro prima di acquistare merci. Se vuole spendere più di quanto tassa - e quasi sempre lo fa - deve prendere un prestito dal mercato delle obbligazioni. Ma esaminando nel dettaglio il modo in cui il governo contabilizza le spese, Mosler ha visto che in ogni caso la spesa viene prima. Quando ti deve dare il tuo assegno della Sicurezza Sociale, il Tesoro non controlla se ha abbastanza soldi per poterlo pagare. Batte semplicemente sui tasti l'importo della moneta direttamente sul tuo conto bancario e simultaneamente te li accredita, creando così in questo modo dal nulla i soldi che ti paga.
Quando tu paghi le tasse, avviene lo stesso processo, al contrario. Il governo federale sottrae dollari dal tuo conto ed elimina per lo stesso importo la passività del tuo debito dal suo libro mastro, distruggendo in tal modo effettivamente il denaro che gli hai pagato. A differenza da come avviene per le famiglie o per le aziende, o anche per gli stati ed i governi locali, il governo federale è autorizzato a creare dollari. Quando li crea, aggiunge denaro all'economia, e li toglie quando riscuote le tasse. «Non c'è niente che possa impedire al governo federale di creare quanto denaro vuole e di pagarlo a qualcuno,» è questo il modo in cui Alan Grennspan, allora presidente della FED, ha esposto la cosa al deputato al Congresso Paul Ryan nel corso di un'udienza avvenuta nel 2005.
Wren-Lewis, l'economista di Oxford, mi ha detto che in realtà la MMT sembra più radicale di quanto effettivamente sia. «A mio avviso, molto di quel che dicono è mainstream. Quando i tassi di interesse sono al loro limite inferiore, la loro politica anti-austerity è del tutto mainstream,» ha detto. «Per quato riguarda la loro cornice teorica, la descriverei come abbastanza vicina a quella keynesiana negli anni '70, con l'aggiunta di una comprensione assai moderna di come viene creata la moneta bancaria.» Kelton mi ha detto che la MMT non sta cercando di cambiare il modo in cui il governo spende e tassa, ma si limita meramente a descrivere la maniera in cui già lo fa.
La comprensione del denaro, da parte di Mosler, gli ha fornito un'intuizione: qualsiasi governo che stampi la propria moneta non può fare bancarotta. Questa intuizione gli ha reso milioni.
Nei primi anni '90, l'Italia era alle prese con un debito elevato e con basse entrate fiscali; economisti e traders temevano che si potesse arrivare al collasso. I rendimenti dei titoli del governo italiano erano inevitabilmente aumentati: Mosler si rese conto che l'Italia non avrebbe potuto essere costretta al default: avrebbe potuto stampare tutte le lire di cui aveva bisogno, (Erano i giorni precedenti all'euro). Prese in prestito delle lire dalle banche italiane, ad un tasso di interesse inferiore a quello che i titoli di Stato italiani stavano pagando , ed usò quei soldi per comprare il debito del governo italiano che gli altri investitori stavano scaricando. Nei pochi anni successivi, questo commercio rese a lui ed ai suoi clienti più di cento milioni di dollari.

soldi Mosler

Fu dopo questo che Mosler volle iniziare una dialogo con gli economisti accademici. Scrisse ad Harvard, a Princeton, e a Yale, esponendo la sua analisi relativa ai pagamenti della Federal Reserve e alle sue sorprendenti implicazioni, ma venne ignorato. Ma poi, usando i suoi contatti con Donald Rumsfeld, ebbe una discussione durante un pranzo con Arthur Laffer. Loffer disse a Mosler di non aspettarsi niente dai dipartimenti economici della "Ivy League", ma che c'era questo strano gruppo eterodosso chiamato "I post-keynesiani", e che avrebbero potuto essere interessati.
Questi economisti - tra cui Randy Wray, Bill Mitchell, e Stephanie Kelton - resero edotto Mosler circa i Cartalisti, un gruppo di economisti del XX secolo che come Mosler vedevano come sia la moneta che il debito venissero creati dallo Stato.  (MMT viene talvolta chiamato "neo-cartalismo"). Un altro precursore del MMT è la Finanza Funzionale di Abba Lerner. Lerner, un economista britannico della metà del secolo, insisteva sul fatto che i funzionari pubblici ignorano il deficit e invece si concentrano sul voler mantenere una domanda che sia sufficiente a mantenere l'economia in uno stato di piena occupazione. Se la disoccupazione era troppo alta, allora il governo avrebbe dovuto o spendere di più o tassare di meno. Per Lerner, come per la compagnia della MMT, non c'è alcun motivo di preoccuparsi delle dimensioni del deficit pubblico.
Mosler spiegò ai post-keynesiani che la tassazione e il debito non finanziano la spesa pubblica. Dapprima Kelton non gli credeva. «Warren sta facendo girare la fuori tutta questa roba. Ed è il contrario di ogni cosa che ci è stata insegnata,» mi disse. Lei aveva deciso di scrivere un articolo in cui disapprovava le teorie di Mosler, ma alla fine, dopo aver esaminato in profondità il modo in cui la Federal Reserve, il Tesoro, ed il sistema bancario privato interagiscono, aveva concluso, con sua sorpresa, che aveva ragione. «Ho esaminato tutte le sue ricerche», ha detto, «e sono arrivata esattamente alle stesse conclusioni di Warren, solo con un sacco di dettagli complicati.»  La tassazione e la vendita delle obbligazioni arriva dopo la spesa; il loro scopo non è quello di finanziare il governo ma è piuttosto quello di tenere il denaro fuori dal sistema per impedire che si surriscaldi.
Sebbene Mosler provenisse da fuori del mondo accademico, le sue teorie si sono incastrate perfettamente con alcuni lavori svolti da degli economisti. «In un certo senso, quello che Warren ha fatto è stato ricordare alle persone cose che noi avremmo dovuto sapere», mi ha detto. «Per essere sicuro, ha apportato contributi originali, ma ci ha anche ricordato quello che si trovava nella letteratura e che era comune 60, 80 fa, e poi noi abbiamo solo disimparato tutte quelle lezioni.»
Kelton e Wray hanno introdotto Mosler all'analisi settoriale del bilancio di Wynne Godley, la quale suggerisce che i deficit del governo non solo sono innocui, ma che in realtà sono utili. Per semplificare le teorie di Godley, ogni economia ha due settori: il settore privato ed il settore pubblico o governativo. Quando il governo spende più di quanto tassa, ha un deficit. E quel deficit nel settore pubblico inevitabilmente significa un surplus per il settore privato.
Kelton me lo ha spiegato in questo modo: Immagina che io sia tutto il governo, e tu sei tutto il settore privato. Ed io spendo 100$, o andando in guerra, o aggiustando ponti, o migliorando l'istruzione. Il settore privato fa il lavoro necessario a raggiungere questi obiettivi, ed il governo paga i suoi 100$. Quindi lo tassa per 90$, lasciando 10$ dollari nelle sue mani. Questo è il governo che ha un deficit. Esso spende più di quello che gli viene restituito in tasse. Ma tu, settore privato, hai 10$ che prima non avevi. Per poter accumulare moneta, il settore privato ha bisogno di un deficit pubblico.
Il fondo speculativo di Mosler ha beneficiato di questa teoria. Alla fine degli anni '90, quasi tutti pensavano che il surplus di bilancio di Clinton rafforzasse l'economia degli Stati Uniti. Ma Mosler si era reso conto che l'eccedenza di bilancio di Clinton significava che il governo stava prendendo, dal settore privato, più soldi in tasse di quanti esso ne mettesse spendendo. Mosler ragionava sul fatto che il deficit del settore privato (il rovescio della medaglia dell'eccedenza finanziaria) avrebbe inevitabilmente portato alla recessione, per cui egli scommise sulla caduta del tasso di interesse (che avvenne nel 2001) e fece il colpo, come un bandito.

soldi kelton

In questi giorni, i sostenitori della MMT sono interessati a questioni più importanti che a riempirsi le proprie tasche. Per Kelton, il problema più grande per l'economia americana è la disoccupazione e la sottoccupazione. Mi ha detto che 20 milioni di americano vogliono un lavoro a tempo pieno, ma che non riescono ad ottenerlo. E questo la colpisce in quanto si tratta di uno scioccante spreco di risorse e di talenti. Per creare posti di lavoro, afferma, dobbiamo aumentare la domanda aggregata, e l'unico modo per farlo è quello di aumentare la spesa. «Non può spendere la carta del nemico, in un'economia che dipende dalle vendite,» mi ha detto. «Il capitalismo gira sulle vendite. Quello che devi fare per rilanciare l'economia, per aumentare il PIL, devi aumentare la spesa.»
Un modo per stimolare la spesa è quello di tagliare le tasse, soprattutto quello che apporta benefici all'americano medio, piuttosto all'1% che sta al top. «Una riduzione delle tasse per i lavoratori ha lo stesso effetto sul portafogli che ha un aumento di stipendio,» mi dice la Kelton. «Quand'è stata l'ultima volta che il tuo datore di lavoro ti ha dato un aumento?»
Mentre i sostenitori della MMT favorirebbero quasi tutti gli stimoli fiscali, incluse le spese per le infrastrutture o il taglio delle tasse, la loro firma politica è la garanzia di un posto di lavoro finanziata a livello federale ma che dev'essere localmente amministrata. Chiunque voglia un lavoro, sia a tempo pieno che part-time, dev'essere pagato 15$ l'ora per progetti che devono essere ritenuti preziosi per la sua comunità locale. Ciò potrebbe significare costruire strade, ma potrebbe anche includere la cura e l'assistenza per gli anziani. I servici necessari verrebbero forniti e così disoccupati e sottoccupati troverebbero lavoro.
«Si tratta,» ha affermato Randy Wray nel corso di una conferenza « di un programma anti-povertà estremamente efficace.» A tempo pieno, quei lavori avrebbero dovuto essere pagati oltre 31.000$ l'anno, abbastanza per una famiglia di cinque persone che sia al di fuori della povertà. Wray e Kelton hanno detto durante la conferenza che questo programma creerebbe fra i 14 e i 19 milioni di posti di lavoro, aggiungendo al PIL dai 500 ai 600 miliardi di dollari, e porterebbe ad un'inflazione inferiore all'1%. Mosler lo definisce come un "programma di lavoro temporaneo" in quanto confida nel fatto che la domanda extra creata da questa spesa federale potrebbe innescare un'ondata di assunzioni nel settore privato.
Dieci anni dopo la crisi finanziaria, l'economia americano rimane depressa. Kelton la definisce "economia spazzatura". Anche se la disoccupazione ufficiale è relativamente bassa, essa maschera una stagnazione a lungo termine dei salari ed un enorme numero di lavoratori scoraggiati, che non vengono contati nelle statistiche della disoccupazione in quanto non cercano più lavoro. I salari medi reali, oggi sono più bassi rispetto a quelli quando era presidente Jimmy Carter. Per la prima volta nella storia, la maggior parte degli americani rischia di stare peggio dei propri genitori. Donald Trump l'anno scorso ha vinto, almeno in parte, perché ha saputo riconoscere che per molti di noi il sogno americano è morto e che la nostra economia è una schifezza.
MMT afferma che può aggiustarla, e che tutto ciò servirebbe a creare posti di lavoro e a costruire un'America migliore, e porrebbe fine alle preoccupazioni a proposito del deficit pubblico. «Sentite la gente dire continuamente che il governo sta vivendo al di sopra dei suoi mezzi,» dice Kelton. «Assolutamente no. Noi stiamo vivendo molto, molto al di sotto dei nostri mezzi.»
Mostler afferma che i politici sono ossessionati dal deficit perché gli elettori sono quelli per cui «Noi abbiamo creato un elettorato che crede che il deficit sia troppo alto e che debba scendere.» Gli accademici che supportano la MMT, e gli attivisti di sinistra, sperano di cambiare la mentalità delle persone di modo che possano trasformare l'America. Mosler ha fiducia nel fatto che una volta che le persone abbiano capito le intuizioni della MMT, non le dimenticheranno. «Nessuno torna indietro,» mi ha detto.
Myerson non è così ottimista. Egli non è convinto che riuscire a vincere il dibattito intellettuale sia sufficiente. «I miliardari hanno il potere, per cui sarà predominante quell'economia che supporta la loro agenda.» Se la MMT diventasse mainstream ed incrementare la spesa pubblica dovesse diventare la norma, il potere e la ricchezza verrebbero allontanati dalla classe dominante. Myerson ha il sospetto che questo non potrà avvenire senza una lotta. Si ricorda di qualcosa che Ann Larson e Laura Hanna del Gruppo Debt Collective avevano detto durante una conferenza: «Non ci sarà nessun trickle-down [Nota: Trattasi di una teorica economica in base alla quale, attraverso agevolazioni fiscali e incentivi alle grandi imprese e ai ceti sociali più abbienti, si favorisce la crescita economica della società nel suo complesso] MMT. Esso proverrà solo dall'organizzazione del popolo.»

- Tom Streithorst - Pubblicato su Vice il 28/2/2018 -

Fonte: Vice

giovedì 1 marzo 2018

Il lungo anniversario

68 mani

L’eredità di quanto si manifestò nel ’68 non è nelle risposte e nelle proposte che allora furono elaborate. È davvero nella ripresa di quel grido, profetico al di là di quel che allora si percepiva: questo non è che l’inizio. Il sistema scolastico, il lavoro, la cultura capitalista, la Chiesa, il ruolo della donna, la politica: come movimento di massa il Sessantotto intercettò i problemi innescati da un mondo che stava cambiando, e con la sua forte carica contestataria mise in discussione ogni singolo ambito della vita sociale. Se le risposte che diede furono spesso velleitarie o sbagliate, esso tuttavia registrò e accompagnò quella transizione di civiltà di dimensioni epocali che si sarebbe manifestata appieno più tardi e che oggi ci sfida prepotentemente.

( dal risvolto di copertina di: Paolo Pombeni, «Che cosa resta del ’68», il Mulino, Bologna, pagg. 128, € 12.)

68 libro

L’eredità (mancata) del ’68
–di Raffaele Liucci -

La densa riflessione di Paolo Pombeni sul Sessantotto si apre con la «primavera dei popoli» del 1848, quel vasto movimento che incrinò la Restaurazione e, benché sconfitto, gettò i semi del costituzionalismo e del principio di nazionalità, destinati a ridisegnare l’Europa in cui ancor oggi viviamo. Un parallelismo, quello tra 1848 e 1968, in apparenza sacrilego. Cosa hanno in comune i Cattaneo, i Manin, i Mazzini, i Montanelli, i Saffi con i ben più modesti Capanna, Sofri, Brandirali e Negri? Ma Pombeni – che pure ammette di aver partecipato, giovanissimo e «in quinta fila», al clima di quegli anni – ragiona ora da storico, non da testimone. Quarantotto e Sessantotto hanno più di un trait d’union: non furono soltanto fugaci eruzioni improvvise, bensì il risultato di una lunga incubazione i cui effetti si estenderanno ben oltre la conflagrazione del momento.
Per comprendere l’eredità del Sessantotto italiano, Pombeni ci invita a non soffermarci esclusivamente sugli slogan iperbolici, sugli esami di gruppo, sui vitalizi di Mario Capanna, sui tanti intellettuali di contropotere poi diventati mediocri uomini di potere. Meri epifenomeni, rispetto alla profondità delle correnti che agitavano la società, spesso sfuggendo alla percezione tanto dei contestatori quanto dei loro avversari. Del resto, il discorso pubblico sul Sessantotto è tuttora distorto dalle visioni di parte, apologetiche o denigratorie. Scandagliato invece con gli occhi dello storico, quell’annus mirabilis (o horribilis) rispecchia una mera «transizione di civiltà», né buona né cattiva in sé.
Il «mondo che abbiamo perduto» collassò come un castello di carte non soltanto a causa del «vento della protesta» o di un generico crollo dei valori, ma soprattutto perché edificato su un equilibrio precario. Quanti lo rimpiangono, dovrebbero interrogarsi sui motivi di questa débâcle: «Se fosse stato una solida costruzione di pietra avrebbe probabilmente resistito e costretto gli assalitori a conquistarlo davvero per trasformarlo dall’interno, piuttosto che bearsi della contemplazione delle sue rovine rase al suolo con troppa facilità».
In questa frase è forse racchiuso il senso dell’intero ragionamento di Pombeni. Da un lato, la società ingessata messa in crisi dal Sessantotto conteneva le premesse della propria disgregazione, perché incapace di adeguarsi alla modernità incalzante. Dalla morale sessuofobica al sistema educativo, dall’ottuso classismo alla famiglia autoritaria, il catalogo è fitto. Dall’altro lato, però, questa dissoluzione è stata talmente repentina e irreversibile che alla forza della pars destruens non è seguita una pars construens proporzionata alla sfida lanciata. Anche qui, gli esempi non mancano. L’idolatria della rivoluzione ha sdoganato «l’inclinazione alla violenza come (illusoria) levatrice della storia». Il sindacalismo ideologizzato ha gettato alle ortiche l’«interesse generale», trasformandosi nel «difensore dei soprusi e dei privilegi ingiustificati dei lavoratori». La demonizzazione preconcetta del libero mercato ha prodotto «un keynesismo volgare che riteneva si potesse operare in deficit sulle disponibilità presenti nel bilancio pubblico». Il radicalismo millenaristico ha privato il Paese di una salda cultura riformista. Lo spirito trasgressivo ha soffocato il rispetto delle regole. L’equiparazione dell’autorità all’autoritarismo ha finito col negare che «un principio di autorità sia necessario anche per l’organizzazione del sapere», pena l’anarchismo metodologico.
Quest’ultimo aspetto spicca anche nel campo degli studi storici. Prima del Sessantotto, era quello un milieu forse sin troppo polveroso e paludato. Svecchiandolo, si è però buttato via il bambino con l’acqua sporca. Oggi ci sono storici che non soltanto non hanno mai messo piede in vita loro in un archivio, ma che addirittura teorizzano un metodo del genere: prigionieri di un’ipertrofia interpretativa che ha privilegiato le fonti immaginifiche e messo da parte i capisaldi del mestiere, ossia il rispetto dei fatti e il rigore degli scavi documentari. Per non parlare dell’iperspecialismo trionfante. Cosicché gli antichi maestri di un tempo, capaci di muoversi agevolmente attraverso cinque o sei secoli di storia, ci appaiono figli di una stagione di studi irripetibile.
Il Sessantotto non è passato invano neppure sul versante religioso. In pagine fra le più ispirate del libro, Pombeni illustra gli influssi a lungo termine non soltanto sulla politica cattolica, ma anche sull’organizzazione istituzionale della Chiesa e sul modo di vivere la fede, riscoprendo i «temi più autenticamente religiosi, legati alle grandi domande della vita». Anche per merito del Sessantotto, l’attuale presenza cattolica nella società italiana è quanto mai lontana da quella restaurazione sognata dalle alte gerarchie all’indomani della Seconda guerra mondiale. Ma è pure vero che la modernizzazione delle istituzioni ecclesiastiche non ha sempre assunto fisionomie progressiste. Forse sarebbe esagerato reputare Giovanni Paolo II un figlio del Sessantotto, eppure, come sottolinea Pombeni, egli fu assai abile nel rivestire con un involucro comunicativo particolarmente moderno un messaggio tradizionalista.
In definitiva: il Sessantotto ha vinto o perso? È risultato vittorioso sul piano del costume, perché ha sancito ufficialmente una laicizzazione socioculturale da tempo latente. E tuttavia, conclude Pombeni, la nostra epoca è assai lontana da quella immaginata dai sessantottini e paventata dai loro nemici. Forse perché è il frutto di mutamenti che gli intellettuali del Sessantotto non avevano lontanamente immaginato, dall’avvento dell’informatica a un mondo del lavoro sempre più destrutturato. Si parla persino di fine della modernità, «qualcosa di più complesso della retorica sul postmoderno». Riusciranno le nuove generazioni, come si augura Pombeni, a concorrere per «dare uno sbocco costruttivo alla grande trasformazione in cui ci troviamo immersi»?

- Raffaele Liucci - Pubblicato sul Sole del 30/1/2018 -

68

La leggenda nera del Sessantotto
- di Marco Bascetta -

Cinquanta anni ci separano dal 1968, tanti quanti separano quell’anno dalla prima guerra mondiale e dalla rivoluzione di ottobre. Un abisso storico. Sufficiente a decretare la piena inattualità di quella stagione. Anche se, come i movimenti degli anni ’60 e ’70 non mancarono di fare, dal passato, anche il più inattuale, è pur sempre possibile trarre ispirazione. Dalla comune di Parigi e perfino dalla ribellione spartachista.
Gli anni della contestazione sono diventati insomma, di decennale in decennale, un periodo storico indagato, ricostruito, interpretato a più riprese e da diversi punti di vista. Oppure l’oggetto di nostalgie talora compiaciute, talaltra risentite. Non resterebbe dunque che mettersi nella scia della tradizione storiografica o memorialistica più vicina alla nostra sensibilità politica in cerca di qualche aspetto e significato rimasto fino ad oggi in ombra. Se non fosse che un riferimento costante a quell’anno pervade insistentemente tutta la più recente storia politica in buona parte del mondo. Si tratta dell’odio per il ’68, reale o immaginario, schiacciato su questa o quella lettura del suo «spirito», della «leggenda nera» che gli è stata ricamata addosso e che, più o meno manifestamente, sottende il discorso pubblico dominante e gran parte delle cosiddette «riforme» dell’ultimo trentennio. È dunque l’attualità di questa avversione che meriterebbe di essere presa in esame.
Ad ogni anniversario rifiorisce contrapponendosi alle celebrazioni, una pubblicistica alquanto mediocre che si vorrebbe «controcorrente» anche se, in realtà, asseconda pienamente il «revisionismo» dominante. Neanche un autore originale e acuto come Mario Perniola è sfuggito a questo vezzo con il suo Berlusconi o il ’68 realizzato del 2011, nel quale fa del rifiuto della cultura, delle competenze e di ogni limite oggettivo la cifra caratteristica del mondo sessantottino. Questa pubblicistica, non solo italiana, è accomunata dal guardare agli eventi, alle idee e agli stati d’animo dei movimenti dell’epoca in un ottica essenzialmente nazionale che, nel frammentare il fenomeno per poter emettere la propria sentenza, perde completamente d’occhio la complessità del passaggio storico nella sua dimensione globale.
Ad ogni buon conto i fustigatori del’68 si dispongono lungo due direttrici argomentative prevalenti. La prima imputa alla gioventù ribelle di quella stagione la responsabilità di aver aperto la strada, con il suo individualismo narcisistico e la sua insofferenza nei confronti di ogni regola, nonché con il suo radicale antistatalismo, alla deregulation neoliberista e al trionfo della competitività. Pionieri di un anticomunismo insidioso e vincente nel suo sventolare le bandiere rosse e brandire la falce e il martello. Un punto di vista non dissimile, in fondo, da quello espresso dai sovietici sulla Primavera di Praga.
La seconda corrente accusa invece i contestatori di aver coltivato germi totalitari (Unser Kampf dello storico tedesco Goetz Aly che stabiliva improbabili similitudini tra i giovani del ’68 e quelli ’33), o, tutto al contrario, di un anarchismo che minava ogni ordine sociale e disciplina produttiva. In sostanza di aver mandato a rotoli il buon funzionamento della vita in società. Attendiamo al varco chi farà risalire al 1968 l’origine delle molestie sessuali. Agli uni e agli altri presta ripetutamente i suoi servigi il sermone della psicoanalisi alla moda che, afflitto dall’eclissi della figura paterna, reclama regole, limiti e autorità. Talvolta a nome di un perbenismo anticapitalistico, talaltra del perbenismo punto e basta. La discreta confusione mentale che regna nei due campi, sovente contigui o intrecciati, impedisce di attribuirli univocamente alla destra o alla sinistra.
Ma non è tanto questa pubblicistica, tutto sommato marginale, quanto una teoria ininterrotta di scelte politiche concrete a incarnare l’avversione per il ’68 e a decretarne l’attualità. La lunga sequenza delle riforme della scuola e dell’università che di fallimento in fallimento le ha condotte alle misere condizioni in cui versano oggi non si spiegherebbe se non attraverso questo filo conduttore. Nessun’altra logica se non quella di cancellare lo spettro del Sessantotto può dar conto di un’insistenza così povera di risultati.
Irreggimentare i corsi di studio nell’incertezza crescente degli sbocchi professionali, moltiplicare gli sbarramenti e i numeri chiusi di fronte a un calo progressivo degli iscritti, burocratizzare le procedure, istituire pleonastici e gravosi apparati di controllo che spacciano l’arbitrio per «meritocrazia», affidarsi a una domanda delle aziende sempre più misera e aleatoria sono tutte scelte di natura squisitamente ideologica al servizio di un ordine astratto e irreale alle prese con i fantasmi del passato. Per non parlare del vertiginoso aumento delle tasse universitarie (che non colpiscono il numero insignificante dei ricchi, ma il vasto ceto medio impoverito) motivato da quella gretta concezione secondo cui lo studio non rappresenta una condizione generale di crescita dell’intera società ma un puro e semplice investimento di capitale a beneficio dei singoli in carriera.
Come spiegare, poi, il ritorno prepotente dell’etica del lavoro nell’epoca della sua crescente scarsità, precarietà, intermittenza? Quanto peggio pagato e povero di diritti tanto più esaltato nel suo «valore morale». Quanto più sostituito dalle moderne tecnologie, tanto più imposto come fattore di riconoscimento sociale da conquistarsi con fatica e abnegazione. Questa enfasi, in aperta contraddizione con la natura attuale delle forze produttive, non si spiega se non come una resa dei conti con chi pretendeva che il lavoro non dovesse più costituire il centro della vita, il principio di identità dei singoli e la base privilegiata della rappresentanza politica. Con chi ne considerava l’eclissi come una conquista di civiltà.
Il Sessantotto, insomma, contro «l’uomo a una dimensione». L’alternanza scuola-lavoro incarna perfettamente quel principio di «addestramento» (cosa ben diversa dall’acquisizione effettiva di competenze) che la cultura critica degli anni ‘60 aveva radicalmente preso di mira come grave minaccia alla libertà di scelta e modalità di integrazione subalterna nella gerarchia sociale. Alla critica del lavoro che c’era subentra l’esaltazione del lavoro che non c’è. Alla conquista del welfare, la disciplina punitiva del workfare.
La deregulation neoliberista assurdamente considerata, almeno sul piano antropologico, una conseguenza dell’individualismo libertario di fine anni ’60, in realtà di libertario non conteneva assolutamente nulla. Si è accompagnata infatti a una iper-regolamentazione della vita quotidiana, a un proliferare infinito di censure, divieti, diritti proprietari, motivati dalla volontà di porre fine alle pretese di autodeterminazione delle soggettività politiche emerse proprio in quegli anni e di ricondurre ogni esercizio di libertà alla dimensione privatistica dello scambio mercantile. Né servirebbe spendere troppe parole per spiegare come tutte le politiche condotte sotto la bandiera della «tolleranza zero» e della sicurezza non siano state semplicemente una crociata draconiana contro la criminalità o le cosiddette «classi pericolose», ma una criminalizzazione a tappeto di ogni devianza e ogni conflitto che il decennio dei movimenti avevano valorizzato.
Per concludere questa provvisoria ricognizione delle politiche e delle ideologie che continuano a fare della resa dei conti con il Sessantotto buona parte della loro ragion d’essere, non si può certo tralasciare la riscoperta dei «valori tradizionali» nella chiave di un conformismo xenofobo e identitario che rovescia nel suo contrario quella scoperta dell’Altro che negli anni ’60 e ’70 aveva rappresentato un principio critico nei confronti dell’autocelebrazione dell’Occidente e delle sue politiche di rapina mascherate da progresso.
La persistenza dello spettro sessantottino è una delle diverse spie che meglio rivelano la natura del capitalismo contemporaneo. Il neoliberismo, infatti, a differenza del suo antenato liberale, si manifesta nella forma della controrivoluzione. Caratteristica di una controrivoluzione non è tanto il ripristino delle condizioni che precedevano l’insorgenza rivoluzionaria ( a prescindere dal suo grado di radicalità o di successo) quanto la neutralizzazione o la messa sotto controllo dei possibili fattori di cambiamento, in un processo articolato di delegittimazione delle soggettività ribelli. Una controrivoluzione, in altre parole, non restaura un assetto ma un corso della storia ritenuto alterato e deviato dall’illusoria ricerca di un’alternativa. E imputa a quella ricerca effetti grotteschi o disastrosi. È dunque la facoltà stessa di ricercare che essa intende abrogare. Non è un caso che un controsenso come il «non ci sono alternative», sia diventato la colonna sonora preferita dall’establishment.
Sia chiaro, la controrivoluzione neoliberista si è trovata a fare i conti con una storia ben più lunga e potente della stagione a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, che tuttavia ha rappresentato l’ultimo momento in cui un diverso corso (diverso anche dal socialismo d’anteguerra e dalla sua discendenza) fu spasmodicamente sperimentato. Per questa ragione l’«odio per il ’68» occupa un posto così importante nel discorso pubblico e influenza ancora a distanza di mezzo secolo le riforme politiche destinate a garantire l’ordine del mercato e l’autorità dello stato che gli fa da cornice. Del 1968 si può insomma pensare tutto quello che si vuole, dilettarsi a celebrarne le virtù modernizzatrici o stigmatizzarne le distruttive illusioni, a patto di non perdere di vista gli effetti di quella demonizzazione implicita che ne sottende financo la celebrazione.
Ogni politica di «legge e ordine» ha assoluto bisogno di un tempo del caos con il quale misurarsi, del ricordo di un mondo turbolento e minaccioso che faccia risaltare la pacificazione che essa promette sorvolando sugli inconvenienti che comporta. Alla stagione dei movimenti è toccato in sorte questo compito. Il «libro nero» del Sessantotto ci rivela ciò che oggi i poteri costituiti aborriscono e temono. È la ragione per cui vale la pena di sfogliarlo tra un decennale e l’altro.

- Marco Bascetta - Pubblicato sul Manifesto del 28.1.2018 -

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