mercoledì 21 febbraio 2018

Una pentola che bolle

traverso

Fascismo: cosa vuol dire questa parola all'inizio del XXI secolo? La nostra memoria storica corre al passato, agli anni fra le due guerre mondiali, e vede un paesaggio fosco fatto di violenza, dittature, razzismo, genocidi. Questo ricordo riaffiora spontaneamente di fronte all'ascesa delle destre radicali, al proliferare del populismo, della xenofobia, e anche all'insorgere spaventoso del terrorismo, spesso definito "fascismo islamico". Al di là di alcune analogie superficiali, tuttavia, questo insieme di fenomeni presenta altrettante se non maggiori differenze con il fascismo storico. Ad alimentare la confusione contribuisce inoltre il fatto che la paura del terrore jihadista è una delle cause del successo delle destre populiste, antislamiche e razziste, da Marine Le Pen a Donald Trump. In una lunga conversazione con Régis Meyran, Enzo Traverso passa in rassegna questi fenomeni, dimostrando che lo sguardo dello storico può aiutarci a decifrare gli enigmi del presente. Suggerisce la nozione di "postfascismo", non più fascismo ma neppure qualcosa di completamente nuovo e diverso, per definire un insieme di esperienze transitorie, eterogenee, ancora mobili, in bilico tra un passato concluso ma ancora vivo nella nostra memoria e un futuro assolutamente incerto.

(Enzo Traverso / I NUOVI VOLTI DEL FASCISMO / Ombre Corte)

Il Ventennio che ha scosso la Francia
- di David Bidussa -

Con questo libro, inquieto, Enzo Traverso propone un laboratorio di analisi, ricco di contenuti, generoso negli spunti, non dogmatico, aperto alla curiosità. Traverso, infatti, si impegna prima di tutto a descrivere i contorni di una crisi complessiva (politica, culturale, sociale, ma anche intellettuale) in cui la parola fascismo risulta più deviante che non capace di dare risposte. È la Francia degli ultimi venti anni il luogo attraverso cui l’autore sviluppa le sue riflessioni: dai primi anni 90 all’inizio della seconda presidenza Mitterrand, fino al 2013 quando si avvia la presidenza triste di François Hollande. In quel ventennio molti degli elementi che segnano il linguaggio e lo scenario che hanno fatto tornare in auge la parola fascismo in Europa si presentano in forma più precisa che in altri Paesi europei. Sono gli anni dell’ascesa del Front National, prima di Jean-Marie e poi di Marine le Pen; gli anni della crisi del gollismo e dei socialisti francesi; gli anni della malinconia, e quelli della rabbia, prima delle banlieue tra il 2005 e il 2007 (ai tempi di Nicolas Sarkozy ministro degli Interni); poi della Francia profonda, contro la globalizzazione: ma anche gli anni della paura, del Paese scosso dalla trafila di terrorismo e di attentati a partire da quello del 7 gennaio 2015 (attacco alla redazione di «Charlie Hebdo») fino al Bataclan e alla promenade di Nizza. La Francia, per Traverso, è quello scenario (soprattutto nelle emozioni) in cui misurare il senso della crisi di questo nostro tempo. Uno scenario in cui la parola fascismo è molto abusata perché diventa uno strumento che le destre rovesciano sulle sinistre; un concetto che le destre e molti a sinistra assumono e propongono per leggere le pulsioni e i movimenti dei diversi mondi della propria immigrazione, soprattutto quella proveniente dai Paesi arabi; lo sfondo su cui si valutano tutti i fallimenti del processo di integrazione seguito alla decolonizzazione e all’arrivo di centinaia di migliaia di arabi delle ex colonie, mai davvero inclusi. Ne emerge un Paese che ha ripercorso la storia delle discriminazioni, del suo antisemitismo, con un profondo percorso di riflessione pubblica sul proprio passato, mentre non ha mai fatto davvero i conti con le discriminazioni nei confronti degli arabi e degli islamici. Un Paese che chiede l’integrazione, ma che non è capace di sopportare le differenze e che fa fatica a misurarsi con una società multiculturale. Allo stesso tempo è un Paese che ha visto negli ultimi quindici mesi saltare o modificare radicalmente il quadro politico strutturale della Quinta Repubblica, attraverso tre passaggi: 1) crisi del partito gollista; 2) lo smembramento del mondo variegato della sinistra, anche di quella tradizionale; 3) la nascita di «En Marche», contemporaneamente il segno di una stabilità e il suo contrario. «En Marche», infatti, da una parte conferma percorsi di formazione della classe dirigente (ovvero l’Ena; da lì viene Emmanuel Macron); dall’altro testimonia della crisi della forma partito (paradossalmente l’unico partito a mantenere questo aspetto è proprio il Fn di Marine Le Pen). In breve un’idea di politica diretta che ha i tratti della piazza, mentre conserva quella tradizionale della competenza dell’alta politica. Doppia dimensione in cui la disintermediazione s’incontra con la delega fiduciaria. Allo stesso tempo un movimento la cui piattaforma è centrata sui temi tradizionali della storia politica francese, come dimostra il testo fondativo del movimento «Mon contract avec la Nation». Ciascuno di questi diversi attori, osserva Traverso, oggi vien spesso ricondotto o assimilato al fascismo. La realtà, è più complicata, sostiene. «La mia sensazione – conclude – è quella di una grande incertezza. Non sappiamo ancora immaginare un mondo nuovo e diverso. Tuttavia sappiamo che la pentola bolle e rovescerà il coperchio. Ci saranno grandi cambiamenti; bisogna prepararsi. Poi le parole verranno da sole». Non è detto che la parola fascismo sia quella più adatta a descriverlo e a classificarlo.

- David Bidussa - Pubblicato sul Sole del 18/2/2018 -

martedì 20 febbraio 2018

Uscire dal lavoro? Intervista con Anselm Jappe *

Jappe

Domanda: Innanzitutto sgomberiamo il campo da un’ambiguità: i pensatori legati alla Critica del valore (Wertkritik) vengono spesso tacciati di “teoricismo”, forse per il testo seminale del gruppo Krisis, il Manifesto contro il lavoro (1999). Una facile obiezione consiste nel dire che, in teoria, si può certo congedare il lavoro, ma la realtà sociale ben presto ci rimette al lavoro. Che cosa rispondi a questo genere di critiche?

Jappe: Non si può dire che il Manifesto contro il lavoro sia stato “seminale”. In Germania è stato pubblicato nel 1999, una dozzina di anni dopo il primo numero della rivista Krisis. Piuttosto, è stato il primo testo del gruppo a raggiungere un vasto pubblico – e il primo a circolare in Francia. Secondo me, tuttavia, presenta qualche lacuna che riflette certe indecisioni di allora, soprattutto la propensione di una parte del gruppo a considerare la sostituzione del lavoro umano con le tecnologie come la base possibile dell’emancipazione sociale. Fin dall’inizio, quello che mi ha interessato nella Critica del valore è la volontà di assumere una posizione teorica che cerca di rifondare la critica sociale dalle sue stesse basi, mentre la tendenza più diffusa a sinistra consisteva nel sostenere che la teoria dovesse mantenersi in una posizione ancillare rispetto ai movimenti sociali (che si trattasse del movimento anti-nucleare, del femminismo, del terzo-mondismo, ecc.). I teorici come Kurz scommettevano invece sulla ricostruzione di una teoria dalle sue fondamenta. Certo, non partivano dal nulla: si basavano su un Marx “esoterico”, contrapposto al Marx “essoterico” del marxismo ortodosso. La Critica del valore non si definiva a priori per la sua iscrizione a una tradizione teorica già esistente: essa non era né “althusseriana”, né “gramsciana”, né “pro-situazionista” e neppure “francofortese”. Inoltre si partiva dall’assunto di doversi liberare da un certo accecamento pragmatico. Seguendo troppo il movimento reale, la “praxis”, ci si limita a un punto di vista parziale. Se si vuole pensare la totalità, una certa distanza è necessaria.
Tuttavia, non si tratta di ritirarsi in una torre d’avorio. La teoria deve essere in presa diretta sul dramma del nostro mondo contemporaneo: il divenire superfluo dell’umanità. Ciò significa che oltre lo sfruttamento classico, esiste un problema più grave ancora: quando gli uomini non sono più necessari per valorizzare il capitale tramite il loro lavoro, essi diventano superflui agli occhi del capitale stesso. Robert Kurz lo mostra molto bene nel suo Schwarzbuch Kapitalismus. Ein Abgesang auf die Markwirtschaft (Il Libro nero del capitalismo. Un addio alla società della merce). Lì Kurz evoca le sofferenze vissute dall’umanità sotto il capitalismo, senza cadere nel discorso della necessità storica di queste sofferenze, per giungere ad uno stadio superiore dello sviluppo delle forze produttive. Ciononostante, non si deve confondere questo approccio con quello del Manifeste des chômeurs heureux (pubblicato nel 1996 da un trio di disoccupati berlinesi) o con un documentario come Attention, danger, travail! di Pierre Carles. Sono degli esempi di ciò che definirei una critica superficiale del lavoro. Una critica che presuppone l’estensione infinita del capitalismo e che si limita a ipotizzare la redistribuzione di qualche briciola di ricchezza alle persone che non avrebbero “voglia” di lavorare (talvolta anche i sostenitori del reddito universale vanno in questa direzione). La critica “categoriale” del lavoro, invece, prende atto che il lavoro sta realmente andando verso la sua fine: il capitale ha sempre meno bisogno di lavoro vivo! Questo genere di critica è quindi molto realista, e si oppone alle proposte utopiche che mirano a “dare lavoro a tutti”. Questa situazione non si verificherà mai più nel capitalismo. Quando i politici di destra e di sinistra ipotizzano che si potrà ancora salvare la riproduzione capitalista attraverso il ciclo lavoro-denaro-capitale accumulato, sono irrealisti malgrado le loro pretese.

Domanda: Le tesi che sostieni si fondano su una lettura dell’opera di Marx, in particolare del Capitale e dei Grundrisse, influenzata dai lavori di Moishe Postone e di Robert Kurz. In generale, e per restare ai punti comuni delle vostre posizioni, si tratta di proporre una critica del capitalismo a partire dalle sue categorie fondamentali (lavoro astratto, denaro, merce, capitale). Secondo te questa critica “categoriale” rompe con una critica incentrata sulla lotta di classe. Puoi spiegare che cosa vuoi dire quando opponi una critica del lavoro sotto il capitalismo a una critica dal punto di vista del lavoro? Inoltre, se proletari e capitalisti partecipano entrambi a un processo feticista che, al tempo stesso, li oltrepassa e non cessa di essere costituito da loro, che ne è della categoria di sfruttamento?

Jappe: Lo sfruttamento resta un fatto evidente, anche se in grande misura è stato trasferito in regioni “periferiche”. Ma, appunto, che cosa si intende per sfruttamento? In termini marxisti, significa che esiste un plus-valore che risulta dalla differenza tra il capitale investito e il valore ottenuto (il profitto) e che è il frutto di un plus-lavoro non retribuito. Lo sfruttamento è dunque indispensabile al capitalismo. Ma questa estrazione di plus-valore non riveste necessariamente il volto classico dell’operaio dalle mani callose o quello dell’operaio tessile del Bangladesh (il cui plus-valore prodotto è in definitiva assai scarso sulla scala della concorrenza mondiale, in virtù dell’unificazione del tasso di profitto). Anche gli operai del settore high-tech, piuttosto ben pagati, producono comunque un plus-valore per i loro datori di lavoro.
Pur considerando con attenzione il fenomeno dello sfruttamento, bisogna anche prendere in considerazione la questione del limite interno del capitalismo: la produzione di plus-valore resta troppo ridotta. Non bisogna confondere il profitto individuale di certe imprese e il tasso di profitto medio del sistema nel suo insieme. Grazie allo sfruttamento, certe industrie generano enormi profitti soprattutto nelle regioni del Sud, ma questo non basta a fornire nuova linfa al capitalismo. Bisogna opporsi alle letture che considerano il capitalismo in piena salute perché ha delocalizzato le proprie fonti di plus-valore. Anche se è difficile da calcolare, le industrie europee – nelle quali gli operai sono relativamente ben pagati – contribuiscono all’accumulazione globale del capitale più che le operaie tessili delle Filippine. Ecco perché affermo che la lotta di classe esiste effettivamente, ma sotto la forma di una lotta tra interessi divergenti all’interno del quadro capitalista. D’altronde, questa non è una specificità della società capitalista. Se ne ritrovano esempi in tutte le cosiddette società “sviluppate”. Ma in una società capitalista pienamente sviluppata la lotta di classe non si dà tra una categoria di individui proprietari del capitale e un’altra collocata al di fuori del capitale. Questo potrebbe valere solamente per un periodo ridotto, in una fase di transizione. In una società capitalista realmente sviluppata, il capitale diventa un rapporto sociale nel quale tutti, o quasi, partecipano alla trasformazione globale del lavoro in denaro, poi in capitale accumulato. Evidentemente questa partecipazione si dà secondo retribuzioni e ruoli molto diversi. Ma non c’è una differenza “ontologica”, per esempio, tra quei capitalisti che Marx chiama i “luogotenenti” del capitale e quegli operai che ugualmente traggono interesse dalla riproduzione di questo sistema.
La sinistra ha sempre affermato che è “nell’interesse” degli operai fare sciopero, chiedere migliori condizioni di lavoro, ecc. e si è sempre meravigliata della loro scarsa sollecitudine nella difesa di questi interessi. La sinistra è allora passata a una critica della manipolazione attraverso, per esempio, la pubblicità o i media. Ma una volta che la popolazione, nella sua grande maggioranza, ha accettato l’idea che la vita si svolge dentro le categorie del denaro, del lavoro e della merce, diventa del tutto logico che gli operai possano preferire una riduzione del proprio salario alla perdita dell’impiego.

Domanda: Se il lavoro è la sostanza stessa dei rapporti sociali nel capitalismo, e se ricomprende il lavoro concreto, eterogeneo, entro un’astrazione puramente quantitativa (ogni lavoratore è produttore di valore e si vede misurato da un tempo di lavoro oggettivamente determinato), serve ancora a qualcosa evocare, come fanno certi sindacalisti rivoluzionari, la dignità del “lavoro ben fatto”, la difesa del “bel prodotto”, come fondamento di una critica anticapitalista? Non si tratta piuttosto di formule mistificatorie? Secondo te, non è a causa di questo genere di considerazioni che la maggior parte del movimento anarchico ha solo sfiorato la critica del lavoro?

Jappe: La critica del lavoro, sostenuta con argomenti teorici, si è sviluppata solo a partire dagli anni ‘80, almeno negli ambienti marxisti. Le critiche del lavoro precedenti erano avanzate soprattutto da ambienti con una certa componente “artistica”, come i situazionisti o i surrealisti. Negli anni ’60 e ’70 esisteva anche un certo rifiuto pratico del lavoro, nelle fabbriche in Italia o tra gli hippies. All’interno della critica del valore, diversi livelli analitici si intrecciavano all’inizio: un rifiuto dell’etica protestante del lavoro; una critica categoriale fondata sull’analisi del concetto marxiano di “lavoro astratto” (un concetto analizzato in modo corretto solo molto tardi dai marxisti); l’idea di una sostituzione del lavoro vivo con le tecnologie. La critica categoriale non rigetta il lavoro solo perché questo può rivelarsi sgradevole o faticoso. Lo scambio con la natura e la resistenza che essa può opporci restano di arricchimento per l’essere umano. Esiste anche una voluptas laborandi, un piacere tratto da un’attività di cui si possono vedere i risultati. Allo stesso modo, non sono necessariamente portato a un elogio dell’ozio come nel pamphlet (piuttosto sovrastimato ai miei occhi) di Paul Lafargue. Il problema su cui insiste la critica categoriale è che il lavoro astratto mette tutte le attività sul medesimo piano, interessandosi solo al fatto che esse servono all’accumulazione del capitale. Nel sistema capitalista si preferirà fabbricare una bomba piuttosto che un giocattolo nel caso che la prima permetta di realizzare un plus-valore superiore al secondo.
Bisogna rompere questo processo di omogeneizzazione totalitaria di tutte le attività, l’astrazione totale in rapporto al contenuto di tutti i lavori particolari. Questo regno del lavoro astratto ha d’altronde reso superfluo, e allo stesso tempo molto sgradevole, gran parte del lavoro concreto che si svolge al giorno d’oggi. Ma non per questo penso che ciò dovrebbe incoraggiare una sorta di pigrizia totale coadiuvata dai computer. Non condivido neanche l’entusiasmo recente per i fablabs: mi sembra preferibile fabbricare da sé una sedia in legno piuttosto che farla uscire da una stampante 3D. Su questo punto ci si può rifare all’opera di William Morris che, dopo Marx, mi sembra l’autore più penetrante della sua epoca. In News from Nowhere, immagina un futuro nel quale le persone sono molto attive, ma in settori come l’agricoltura e l’artigianato, dove quello che fanno è fatto per l’amore del bello e del piacere. Così, e parlo qui per me e non a nome della Critica del valore nel suo complesso, mi sembra che il superamento del capitalismo debba implicare una forte riduzione delle tecnologie e la riscoperta di una certa lentezza. Un esempio banale: si potrebbe certamente tornare a inviare lettere che impiegano una settimana ad arrivare a destinazione, piuttosto che consegnarsi all’istantaneità dell’e-mail. La difesa del lavoro ben fatto non mi sembra quindi sbagliata se si è attenti a non fare un feticcio del lavoro artigianale; dentro il capitalismo, anche il lavoro ben fatto prende la forma di una merce, il lavoro concreto è sempre subordinato al lavoro astratto. Uscire dal capitalismo significa potersi dedicare al lavoro ben fatto senza entrare in concorrenza con gli altri produttori, perché in questo caso il lavoratore artigiano sarebbe immediatamente schiacciato. Significa anche ripensare il senso del lavoro, ancorché ben fatto: senza dubbio un operaio che produce con grande cura una Ferrari ne trarrà probabilmente orgoglio, ma si può largamente dubitare dell’utilità sociale del suo lavoro.

Domanda: In un testo del 2003 (Au-dessous de toute critique), Robert Kurz sosteneva che l’uscita dalla “gabbia di ferro” delle categorie capitaliste sarebbe possibile solo attraverso una società dei consigli e dell’autogestione, oltre la forma-merce e la forma-denaro, oltre il mercato e lo Stato. Ma più recentemente Clément Homs (del quale il sito http://www.palim-psao.fr/ repertoria un certo numero di testi, interventi seminariali, conferenze sulla Critica del valore) ha scritto un saggio intitolato Autogestion, piège à cons?. Lo si potrebbe prendere come una provocazione relativa a una formula libertaria ormai diventata vuota. Per quale motivo l’autogestione sarebbe una trappola da coglioni? E a quali condizioni si può dare un nuovo senso alle parole d’ordine autogestionarie?

Jappe: A mio avviso l’idea dei consigli operai e quella di autogestione sono due cose ben distinte: A proposito dei consigli Kurz ricorda, giustamente, che una deliberazione collettiva è possibile, in linea di principio, su tutti gli aspetti della vita. E’ possibile interrogare le forme della produzione, l’urbanismo, la circolazione … D’altro canto, per come si è data storicamente l’autogestione rientra nell’idea che all’interno di un’unità di produzione (che resta quindi nel contesto capitalista) gli operai prendano essi stessi in carico la gestione della “cellula” interessata (come nel caso dei Lip, in Francia, negli anni ’70). In questo caso i rapporti gerarchici all’interno dell’unità produttiva sono stati modificati, ma non la dipendenza dal mercato esterno. Per resistere alla concorrenza, bisogna raggiungere lo stesso livello di produttività delle altre unità produttive. Questo significa anche che si deve produrre in base a un immutato rapporto tra capitale costante e capitale variabile. In altri termini, meglio non essere troppi! E, se non funziona, l’autogestione può arrivare a decidere democraticamente i licenziamenti o la riduzione salariale.
Secondo me l’infatuazione per l’autogestione, che ha colto quasi tutti negli anni ’70, si fondava su una lettura molto riduttiva dell’ordine esistente che riconduceva i rapporti capitalistici a rapporti gerarchici di dominio. Era ciò che proponeva, ad esempio, il gruppo Socialisme ou barbarie. Questo genere di critica costituiva una novità in rapporto a una fase precedente della critica del capitalismo che metteva l’accento solo sulla questione della proprietà giuridica. D’altronde, è vero che dopo la Seconda Guerra Mondiale la gestione delle imprese si era fortemente sviluppata attraverso il management, le strutture gerarchizzate (operai, capi-reparto), ecc. Molti anarchici hanno fatto allora l’errore di pensare che se tutti fossero stati messi gerarchicamente sullo stesso piano, la società si sarebbe immediatamente emancipata. Si può certo immaginare un’unità di produzione o una fabbrica la cui proprietà giuridica venga integralmente trasferita ai salariati, senza che questo muti nulla rispetto al fatto che una simile “cellula” debba svolgere la sua quota di lavoro astratto per valorizzare il proprio capitale. A tal proposito mi sembra che per troppo tempo si sia sottolineata la sola dimensione visibile o soggettiva del dominio, e non abbastanza il dominio del “soggetto automatico”, che è il modo in cui Marx qualifica il capitale. Se la necessità di servire gli imperativi automatizzati del sistema è già sempre presupposta o, detto altrimenti, se la necessità di investire e di valorizzare il capitale rimane tale, allora si giunge solo a una differente gestione dell’alienazione. Retrospettivamente stupisce che all’epoca tutto ciò sia stato visto così poco.
Tuttavia, quando esiste una rete di strutture produttive autogestite, come in Argentina all’inizio degli anni 2000, la situazione può essere diversa. Queste strutture produttive iniziano a scambiarsi tra di loro prodotti e servizi. Allora si può tentare di sottrarre intere aree alla produzione capitalista. Dove questo non accade, si corre sempre il rischio di ricadere in una semplice gestione alternativa dei meccanismi del mercato. Purtroppo non mi pare di ricordare che in Argentina si sia arrivati fino a questo punto. Ciò detto, simili situazioni sono pressoché inevitabili data l’estrema difficoltà di uscire dalla logica del denaro. Evidentemente bisognerebbe andare nella direzione di tentare scambi diretti dei prodotti, ma allora sarebbe necessario poter fare affidamento su numerose strutture produttive, per evitare che tutto si riduca alla semplice sopravvivenza.

Domanda: Bernard Friot, con il quale hai discusso, propone un salario a vita e un ampliamento delle conquiste della lotta di classe (in primo luogo della Sicurezza sociale). Afferma di basarsi su una “convenzione salariale del lavoro”, promuovendo la produzione di valore non-capitalista attraverso la qualificazione delle persone (fa l’esempio della funzione pubblica) e contributi sociali capaci di finanziare gli investimenti al posto del credito bancario. Così, l’eredità delle lotte renderebbe permanente, dentro il capitalismo, alcuni settori che gli sfuggono fin d’ora. Si tratterebbe di riprendere la lotta di classe per liberarsi dal mercato del lavoro e dalla condizione di persona in cerca di impiego. Ai tuoi occhi, la sua posizione è tipica di un “anticapitalismo a metà” (anticapitalisme tronqué, Verkürzter Antikapitalismus). A che cosa si riferisce esattamente quest’ultima espressione?

Jappe: In realtà le idee di Friot rappresentano solo una piccola parte, d’altronde assai strana, di questo “anticapitalismo a metà”. In generale, con “anticapitalismo a metà” richiamo una visione del mondo che denuncia alcuni misfatti del capitalismo ma si astiene da ogni critica del modo di produzione. La colpa è sistematicamente attribuita a ciò che nella terminologia dell’economia politica va sotto il nome di “sfera della circolazione”, più precisamente il commercio (se ne trova l’illustrazione ordinaria nell’attribuzione popolare dell’aumento dei prezzi alle manovre dei commercianti), e ancora più alla finanza. Si tratta di una tradizione dalla storia assai lunga, quella dell’odio dell’usuraio – con tutte le sue implicazioni antisemite -, che nel XIX secolo diventa una critica delle banche e della speculazione. Le disfunzioni del capitalismo sono imputate in modo pressoché sistematico alla sfera finanziaria, al “capitale fittizio”, in altri termini a quei meccanismi in virtù dei quali il denaro potrebbe direttamente “far figli” senza passare dalla sfera della produzione. Ora, Marx ha dimostrato molto bene che un’analisi di questo tipo non è ricevibile, poiché il capitale commerciale e il capitale usuraio (Wucherkapital)? non sono che deduzioni in rapporto al capitale produttivo. In realtà il capitalista deve condividere il proprio profitto con la sfera commerciale e quella usuraia-bancaria.
Per l’“anticapitalismo a metà” le cose si presentano esattamente al contrario: da una parte si troverebbero gli investitori industriosi che offrono lavoro e i lavoratori onesti, utili alla società, e dalla parte opposta quelli che rubano questo lavoro attraverso il credito, l’interesse e la speculazione. Questa griglia di analisi, che come ricordavo trova le sue radici nel XIX secolo, si sviluppa tra le due guerre mondiali con il movimento fascista e l’antisemitismo, che vi trovano un modello esplicativo molto comodo. Con l’epoca neoliberale e il decollo della finanza, questo “anticapitalismo a metà” è tornato in forza fornendo una lettura superficiale e semplificata dei profitti enormi realizzati dalle banche. Non si tratta di dubitare che i banchieri e gli speculatori siano brutta gente, ma è falso credere che siano all’origine della crisi. Piuttosto, essi hanno fornito le “stampelle” senza le quali il capitalismo sarebbe già crollato da molto tempo per deficit di redditività – e con esso tutti i posti di lavoro e gli investimenti “utili” ai quali anche le diverse posizioni di sinistra tengono tanto. È troppo semplicistico, nel migliore dei casi, e troppo pericoloso, nel peggiore – non si è lontani dall’opposizione stabilita dai nazisti tra il capitale “produttivo” e il capitale “rapace” -, ipotizzare che esista un 1% di cattivi speculatori e di politici corrotti in opposizione al 99% di lavoratori onesti. Così si confondono le conseguenze del problema con le sue cause.
Bisogna ancora richiamare il ruolo che l’“anticapitalismo a metà” assegna allo Stato e, a fortiori, alla Nazione. In molti casi – certo non sempre – l’“anticapitalismo a metà” tende verso qualche forma di sovranismo (di destra, di sinistra o trasversale). In Francia i suoi rappresentanti sotto la luce dei riflettori sono numerosi. Li si vede con Frédéric Lordon, gli “économistes atterrés”, le proposte di uscire dall’Unione europea per il recupero di una sovranità nazionale… Non difenderò certamente l’Unione europea, ma bisogna ricordare che una Francia sola sarebbe ancor più preda dei mercati finanziari internazionali. Nessuno Stato attuale si finanzia da sé, tutti vivono grazie ai prestiti che possono ottenere sui mercati internazionali, dipendendo in ciò dalle agenzie di rating.
Quanto a Friot, confesso di non comprendere ciò che immagina. Non intraprende alcuna critica del salariato né del lavoro, piuttosto auspica di estenderlo al mondo intero! Mi sembra che ciò somigli a quanto è accaduto nei paesi dell’Est, dove esisteva un obbligo di lavorare in cambio di una specie di salario minimo. Diciamo che proposte del genere, o anche quella sul reddito universale, eludono totalmente il fatto che esiste un limite interno al processo di valorizzazione del capitale. Si crede che si continuerà tranquillamente a produrre denaro che “vale” e che l’unico problema sia in fondo quello di assicurarne una diversa distribuzione. È un approccio simile a quello proposto dalla scuola della “regolazione”, l’idea keynesiana secondo cui bisogna dare più denaro ai salariati perché essi possano meglio riacquistare la paccottiglia che producono. E quasi tutto ciò a cui oggi si affibbia il nome di “sinistra” (sinistra “radicale”, sinistra “della sinistra”, sinistra “estrema”) è racchiuso all’interno di quest’ottica keynesiana, in difesa esplicita del lavoro.
Quanto al reddito universale è una proposta irrealista. Essa fa affidamento su un prolungamento indefinito della macchina capitalista. Non ha nulla di rivoluzionario. Non è un caso che il primo ad averla proposta fosse Milton Friedman. Storicamente, d’altronde, esisteva qualcosa di simile alla fine del XVIII secolo in Inghilterra, con il sussidio ai poveri assegnato, generalmente, dalla parrocchia. Ne La grande trasformazione Karl Polanyi ha mostrato bene come questo sussidio venisse in sostegno del capitalismo, favorendo la spinta al ribasso dei salari. Oggi anche la destra difende questa misura come uno strumento che permette di eliminare tutte le altre forme di aiuto. Non si tratta che di distribuire in un altro modo la stessa paccottiglia oggi suddivisa in forma di RSA (revenu de solidarité active). Se venisse instaurato, il reddito universale rinforzerebbe il funzionamento a due velocità della società: una parte vivrebbe piuttosto miseramente con il suo reddito universale, mentre l’altra lavorerebbe. Al prossimo aggravarsi della crisi economica, il primo taglio colpirebbe questo reddito. Il suo solo merito, ai miei occhi, è che permettere almeno di discutere della centralità dell’etica del lavoro.

Domanda: Una delle specificità della Critica del valore consiste nel prevedere il collasso del capitalismo, non tanto – come molti rivoluzionari hanno ripetuto – sotto i colpi dei suoi avversari, ma per autodistruzione. Il capitalismo avrebbe infatti attinto i limiti di valorizzazione del valore. L’onnipotenza della finanza, in questo senso, sarebbe il sintomo e non la causa della crisi profonda del capitalismo. Lungi dal perturbare un’economia sana, la speculazione avrebbe così permesso di continuare negli anni la finzione della società capitalista mentre si svuotavano le categorie di base del capitalismo stesso. Ma oggi se ne vedono i limiti. Allora, a quando questo crollo? E, soprattutto, cosa facciamo?

Jappe: Diciamo che il crollo era ieri! Nel senso che sta già prendendo forma, certo con grandi differenze e a diverse velocità, a seconda delle regioni del mondo e delle fasce sociali. Questo processo è iniziato verso il 1972. La crisi si manifesta sotto tre aspetti principali: con la fine del sistema aureo, nel 1971, il capitalismo inciampa su un limite interno alla valorizzazione. Questo scatena la finanza, ormai indipendente dalla produzione reale. Salta l’ultimo parapetto. Le economie occidentali entrano in una recessione da cui non sono praticamente più uscite, salvo in brevi momenti. Allo stesso tempo, nel 1972, compare il rapporto del Club di Roma, che fa entrare la crisi ecologica nella coscienza generale e illustra il secondo limite a cui il capitalismo deve far fronte. Infine c’è lo choc petrolifero che, pur inizialmente legato soprattutto a una posta in gioco geopolitica, suona la campana a morto dell’abbondanza energetica. Non è un caso se queste tre crisi compaiono nello stesso momento: sono i sintomi del crollo.
Oggi, anche nei paesi più ricchi il numero delle persone che vivono in condizioni peggiori che in precedenza aumenta. Prendiamo ad esempio il caso dei giovani: quando chiedo ai miei studenti se gli sembra di scivolare su un piano inclinato nel quale la sola cosa a cui si può aspirare è quella di scivolare un po’ meno velocemente degli altri, molti mi rispondono di sì. Senza dubbio ci sono differenze tra paesi e diverse velocità. Alcuni riescono a cavarsela arricchendosi a spese di altri. Il “miracolo economico” tedesco non è dovuto tanto al fatto che i tedeschi “lavorano sodo”, quanto al fatto che la Germania riesce a scaricare le proprie difficoltà sui partner europei. In Grecia, invece, il crollo ha già avuto largamente luogo. Continenti interi, come l’Africa, sono crollati. Non si tratta quindi assolutamente di una profezia per il futuro. D’altronde l’elezione di uno come Trump simboleggia bene una politica disperata: di fronte all’idea che tutto crolli, si porta al potere uno del quale si pensa che potrà provvisoriamente salvare qualche briciola per qualcuno.
Per quanto riguarda la parte “pratica” della questione, bisogna ricordare che l’idea che esista un interno del capitalismo era poco presente nella storia del movimento operaio e del marxismo classico. Si pensava che il capitalismo potesse svilupparsi all’infinito sulle sue stesse basi e che solo la volontà cosciente dei suoi avversari fosse in grado di porgli fine. Ora, il capitalismo ha minato alle fondamenta queste stesse basi perseguendo la propria logica cieca. Ciononostante non c’è alcuna garanzia che qualcosa di meglio prenda il suo posto. Oggi il problema non è tanto quello di sovvertire il sistema, ma di sapere come evitare che il suo crollo diventi una catastrofe definitiva. Come sviluppare delle alternative? Come sottrarre intere aree della produzione della vita ai settori capitalisti? Qui per fortuna le dimensioni “macro” e quella “micro” possono incontrarsi. Non si può fare sempre tutto su piccola scala (come nell’esempio citato dell’Argentina, in una situazione di crollo in cui inizia a generalizzarsi un’altra forma di vita), ma è possibile, per ciascuno, cominciare nell’immediato. Anche se non sono veramente d’accordo con i portavoce della decrescita, credo comunque che nell’idea ci sia del buono: si può, personalmente, iniziare a vivere con molto meno, rifiutare la logica consumista. Valori come la convivialità possono contribuire a ridurre forme di dipendenza quali la necessità di lavorare sempre di più per pagare il genere di confort vigente.

Domanda: Nel capitolo sulla “traiettoria di produzione” contenuto in Temps, travail et domination sociale, dopo aver analizzato la contraddizione interna del capitalismo tra incremento della massa di ricchezza reale e diminuzione della produzione del valore, Moishe Postone esamina una forma di vita sociale fondata sulla tecnologia avanzata, divenuta strumento a disposizione degli uomini e non più vettore di dominazione astratta. Quello che si prefigura qui sembra ambiguo: si potrebbe infatti immaginare una versione “tecnofila” della Critica del valore. Tu invece scegli un approccio più critico della tecnologia, perché?

Jappe: Storicamente l’automatismo tecnologico e l’automatismo del valore sono andati di pari passo. Il capitalismo ha spiccato veramente il volo solo nel XVIII secolo, quando si è alleato con lo sviluppo tecnologico. La dinamica del capitalismo è stata portata avanti da invenzioni tecnologiche che hanno permesso di risparmiare lavoro e ottenere un plus-valore supplementare o, ancora, di controllare le popolazioni. Inoltre queste tecnologie si sono sempre presentate come una specie di fatalità di fronte alla quale la società nel suo insieme doveva confessarsi impotente, come doveva farlo di fronte all’economia. Il detto “il progresso non si ferma” lo dice chiaramente! Questo non significa che, in assoluto, non esistano tecnologie di cui si potrebbe fare un uso differente, ma ciò sarebbe possibile solo in un contesto totalmente diverso e ricominciando da capo.
Le lotte sociali più promettenti sono spesso quelle che si battono contro gli aeroporti, contro i villaggi turistici, contro le dighe, la TAV o gli O.G.M. Non si tratta solo di preservare l’ambiente, ma anche di difendere altri modi di vivere, nuove forme di autonomia; di rompere con l’eteronomia totale nei confronti delle tecnologie e del mercato. L’autonomia è un’idea importante, che si concretizza nel fatto di dipendere nel modo minore possibile da tecnologie su cui non avremmo alcun controllo. Autonomia non significa autarchia, ma almeno possibilità di scegliere. Evidentemente è più comodo riscaldarsi spingendo un bottone che andando a tagliare la legna nella foresta per alimentare il camino, ma se spingiamo il bottone dobbiamo accettare le conseguenze. Essere autonomi è tanto più difficile quanto più ci si è asserviti a quella che Lewis Mumford chiamava la “Megamacchina”, dalla quale non è possibile astrarsi completamente, pena la ricaduta in posizioni primitiviste che non condivido in alcun modo. È comunque possibile ridurre considerevolmente la nostra dipendenza dalla “Megamacchina”, tanto nei suoi aspetti tecnologici quanto in quelli economici.
Ponendo i problemi della felicità individuale, del ritmo di vita, ecc., il discorso della decrescita va molto più lontano di quasi tutte le forme di marxismo tradizionale. Tuttavia non è esente da problemi – e anche facendo subito astrazione dai sostenitori di una decrescita che si limita, grosso modo, al fatto di raccattare gli ortaggi gettati dai commercianti alla fine del mercato. Ad esempio, raramente è il capitalismo in quanto tale ad essere criticato. Più spesso lo sono i suoi effetti più visibili: la “società dei consumi”, la pubblicità… Ora, per me l’essenziale è vedere come la logica del valore richieda che la quantità di valore sia sempre maggiore. Il capitalismo è quindi necessariamente produttivista: con l’aumento della produttività, un’ora di lavoro deve realizzare dieci camicie, poi venti camicie, ecc. Se non si attacca questo meccanismo di base, non è possibile uscire dalla logica della crescita. I “decrescenti” esitano, in generale, a farlo o lo ammettono solamente in linea teorica, ricercando molto velocemente una realizzazione politica immediata. Ecco perché finiscono spesso per flirtare con partiti come il Partito Socialista, per avanzare ricette neo-keynesiane o per proporre i loro servizi all’Unione europea. Tutto questo rischia di condurre a un’altra forma di “anticapitalismo a metà”, anche se la loro idea di convivialità è ben più simpatica di quella di Bernard Friot, che sembra voler ridurre la società a un’immensa cantina sociale dell’amministrazione comunale!


* Intervista pubblicata inizialmente sulla rivista “Réfractions. Recherches et expressions anarchistes”, 38, 2017 e rivista dall’autore per l’edizione italiana. La traduzione è di Alessandro Simoncini.

fonte:  tysm - philosophy and social criticism

lunedì 19 febbraio 2018

Demonocrazie

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La buona causa” era espressione ricorrente per chi, tra fine ’700 e ’800, combatteva contro la modernità, il laicismo e le nazionalità. Molto vaste le dimensioni di questa scrittura di reazione in Italia, quanto sostanzialmente ignote, tranne a pochi specialisti. Come sempre nella storia essere dalla parte sbagliata ha un prezzo, giustamente. Tuttavia compito di una storiografia non pregiudiziale è anche registrare i dati e non censurare o rimuovere. In particolare per l’Ottocento italiano occorre sempre più rivedere la prospettiva risorgimentale, per offrire un quadro con più chiaroscuri di quello finora conosciuto. E poi a volte la prospettiva controcorrente può aprire anche suggestivi contropeli alla vincente modernità. Particolarmente utile pertanto allestire con questo libro un concertato di voci, affini e diverse, dei principali nemici del tempo nuovo inaugurato con l’89 francese, da de Maistre a Leopardi padre, dal principe di Canosa a certo Belli, da vari animosi gesuiti (come il padre Bresciani) a don Bosco. Vari i registri (dall’apologia all’invettiva, dall’aulico al popolaresco dialetto) e le tipologie di scrittura: saggi, orazioni, lettere, dialoghi, narrazioni, versi, articoli di giornale, anche un libretto d’opera rossiniano.

(dal risvolto di copertina di: Stefano Verdino (a cura di): La buona causa. Storie e voci della Restaurazione, Aragno, pagg. 732, euro 40)

Reazione

Giacobino. Vocabolo energico, che in sé comprende l'Ateo, l'Assassino, il Libertino, il Traditore, il Crudele, il Ribelle, il Regicida, l'Oppressore, il Pazzo fanatico, e quanto sinora vi fu di scellerato nel Mondo, anzi che sorpassa tutto ciò che sinora si comprendeva sotto nome d'empio, e di scellerato.
Le Repubbliche Democratiche Filosofiche debbono la loro esistenza a questi illustri Fondatori, che possono considerarsi come i loro Platoni, Soloni e Licurghi non avendo i Rousseau, gli Alembert, i Raynal ec. dato che deboli abbozzi di ciò che i Giacobini seppero perfezionare in speculativa (...). Non a torto si lamentano i Giacobini della ingratitudine Repubblicana. Dopo avere i Giacobini, con tanto sudor proprio, e sangue altrui fondato, e stabilito le Repubbliche Democratiche, hanno dagli ingrati Figli provato odj, gelosie, e persecuzioni, e molti eziandio sono stati strascinati alla Guillottina in compenso del loro zelo patriotico. Ma si sono forse scordati i Giacobini che dalla Vipera non possono nascere che Viperini, i quali hanno per natura di lacerare la propria Genitrice?

(Dal Nuovo vocabolario filosofico-letterario - 1799 )

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Ecco le ragioni di chi si ribella alla Rivoluzione
- Reazionari, la "buona causa" è tornare al passato -
di Francesco Perfetti -

In piena età della Restaurazione, per iniziativa della Santa Alleanza creata all'indomani del Congresso di Vienna si riunì a Verona dal 9 al 14 ottobre 1822 un congresso, appunto il Congresso di Verona o Congresso dei Grandi, espressione della nuova diplomacy by conference, convocato per affrontare alcune questioni di politica internazionale e per autorizzare la Francia di Luigi XVIII a intervenire in Spagna contro il governo costituzionale.
Il principe Clemens Lotario von Metternich, cancelliere dell'impero asburgico, volle che i lavori fossero allietati dalle musiche di Gioacchino Rossini. Del grande e gaudente compositore aveva ammirato soprattutto un'opera, Zelmira, che gli sembrava funzionale al clima politico perché raccontava la storia della restaurazione di un legittimo sovrano dopo una fratricida lotta fra tiranni.
Il libretto dell'opera rossiniana è stato inserito in un corposo volume curato da Stefano Verdino e intitolato La buona causa. Storie e voci della Restaurazione (Aragno, pagg. 732, euro 40) che costituisce la più completa rassegna antologica del pensiero legittimista e reazionario italiano dell'Ottocento nel periodo compreso fra la Rivoluzione francese e il crepuscolo del potere temporale nel 1870. L'inclusione di Rossini potrebbe apparire forzata, poiché egli non fu un pensatore politico nel senso proprio del termine e le sue simpatie furono dettate, più che da una scelta ideologica, dalle circostanze che lo videro diventare - lui amante del buon cibo e delle belle donne - il beniamino delle principali corti aristocratiche del tempo. Tuttavia questa inclusione ha una logica in quanto testimonia della diffusione, a tutti i livelli della società, di quei sentimenti di devozione per la «civiltà aristocratica» e per l'«armonia politica e sociale» sulla quale essa si fondava e che era stata messa in discussione dagli eventi rivoluzionari, prima, e dai moti liberali, poi. Non è un caso che il testo riprodotto nel volume, Zelmira, appartenga proprio a quella stagione politica conosciuta come Restaurazione: la stagione, cioè, di un rinnovato equilibrio fra gli Stati dopo gli sconvolgimenti dell'età rivoluzionaria e napoleonica.
All'indomani della Rivoluzione francese che aveva messo in discussione l'Ancien Régime e la sua stessa legittimazione fondata sulla «unione del trono e dell'altare», la riflessione politica e la letteratura, satirica o allegorica o anche polemica, di scrittori italiani, legittimisti e reazionari, appartenenti agli antichi Stati della penisola si concentrarono soprattutto sulla denuncia della natura «perversa» della Rivoluzione e sulla condanna di quelle dottrine politiche - il liberalismo e la democrazia in primis - che ne erano, a loro dire, inevitabili e nefaste conseguenze.
Così, per esempio, il savoiardo Joseph de Maistre, l'autore del celebre Le serate di Pietroburgo, che spese la vita al servizio dei Savoia e che divenne uno dei più intransigenti esponenti del pensiero controrivoluzionario e uno dei più autorevoli sostenitori della Restaurazione, presentò la Rivoluzione francese come un'opera «satanica» frutto dei lati negativi propri della natura umana. Così, ancora, il gesuita Lorenzo Ignazio Thjulen - un luterano convertito di origini svedesi, autore di numerosi lavori tra cui un allegorico e allusivo poemetto eroicomico sulla ribellione degli animali contro gli uomini - in un gustoso Nuovo vocabolario filosofico letterario (1799) definì la democrazia come «Demonocrazia o governo dei Demoni». Un altro celebre personaggio, il napoletano Antonio Capece Minutolo principe di Canosa, «cattolico romano per convincimento», autore di I piffari di montagna (1820), sostenne che «lo spirito rivoluzionario» non poteva essere «represso da poteri ordinari» perché l'unico capace di vincerlo sarebbe stato un «dispotismo vigoroso ed estremamente attivo». Ormai anziano e divenuto quasi icona riconosciuta del legittimismo, il principe disse di sé: «Non ho mai corbellato il popolo dandogli ad intendere che esso era il sovrano di diritto, che potea far tutto ciò che gli gradiva, che sarebbe stato ricco ed eguale a' più gran signori dopo la rivoluzione con tutte quelle altre minchionature ed inganni che verso il popolo usano i falsi liberali».
Contro il dilagare del «pericolo rivoluzionario», durante tutto il periodo risorgimentale, le voci dei sostenitori dei diritti del trono e dell'altare, dei legittimisti e dei reazionari crebbero di intensità. Nelle Marche il conte Monaldo Leopardi, padre del poeta Giacomo, autore oltre che di una Autobiografia anche di arguti Dialoghetti (1832) e di altri sapidi scritti politici, rifiutando «le lusinghe della rivoluzione» fissò i capisaldi che avrebbero dovuto delimitare l'esercizio della libertà: «si può essere libero anzi deve esserlo chi non è vile, ma le basi e i confini della vera libertà sono la Fede di Gesù Cristo e la fedeltà al Sovrano legittimo. Fuori di questi limiti non si vive liberi, ma dissoluti». Nella Roma di Pio IX, il poeta Giuseppe Gioacchino Belli, spaventato e disgustato dal «fanatismo di bugiarda eguaglianza», scrisse versi corrosivi, sia in italiano sia in romanesco, «contro li ggiacobbini» e contro «er governo de li ggiacubbini» ma sempre in difesa de «lo Stato der Papa». In quello stesso periodo e sempre a Roma, il fratello di Massimo d'Azeglio, il gesuita Luigi Taparelli d'Azeglio, sulle pagine della rivista da lui diretta, La Civiltà Cattolica, disquisì di «libertà tirannia» e contestò l'idea romantica e risorgimentale della nazione e del principio di nazionalità. A Torino, l'intransigente conte Clemente Solaro della Margarita, grande uomo politico e fine diplomatico al servizio del Re di Sardegna, espose nel Memorandum storico-politico (1851) le ragioni della sua opposizione alle riforme costituzionali del Piemonte e, soprattutto, alla politica estera dello Stato sabaudo finalizzata al raggiungimento dell'unità: non a caso Solaro della Margarita, espressione tipica del «vecchio Piemonte» (proprio Addio, vecchio Piemonte! è intitolato un romanzo biografico dedicatogli da Salvator Gotta) e strenuo oppositore di Cavour, all'indomani della proclamazione del Regno d'Italia, divenuto bestia nera dei liberali, decise di ritirarsi dalla vita pubblica.
Si potrebbe proseguire a lungo ricordando, per esempio, la rilettura in chiave reazionaria della storia d'Italia fatta da San Giovanni Bosco che raccomandava ai suoi salesiani di «essere cittadini di fronte allo Stato; religiosi di fronte alla Chiesa». Ma è bene rinviare al volume, che presenta una selezione di testi di una trentina di scrittori, politici, sacerdoti. Ne emerge, per la prima volta, uno spaccato quanto mai articolato e interessante di quello che potrebbe essere chiamato il «vario legittimismo italiano». Il quale, peraltro, pur ricco di spessore speculativo, è rimasto ai margini della storia come testimonianza suggestiva o come rimpianto nostalgico di un passato ormai lontano e non riproponibile. A differenza, invece, di quanto accadde in Francia, dove le posizioni legittimiste e reazionarie finirono, con il tempo, per incontrare il conservatorismo persino nella sua versione più liberale. Ma lì, in Francia, c'era qualcosa da conservare, un patrimonio comune, uno Stato nazionale preesistente alla Rivoluzione.

- Francesco Perfetti - Pubblicato sul Giornale del 7/1/2018 -

domenica 18 febbraio 2018

Leggere d’azzardo!

zizek lenin

A un secolo dalla rivoluzione d’ottobre, Slavoj Žižek ci parla di Lenin e soprattutto lo fa parlare attraverso i suoi scritti. Colui che è stato definito il filosofo più pericoloso dei nostri giorni si confronta con il più celebre rivoluzionario dello scorso secolo, proponendoci di rileggerlo: il ricordo, la ripetizione e la rielaborazione del pensiero di Lenin forniscono ancora oggi importanti suggerimenti per la critica e la lotta al capitalismo.
Per questo Žižek ha selezionato alcuni testi scritti dal leader bolscevico non alla presa del potere, avvenuta nell 1917, ma negli ultimi anni di vita: Lenin doveva far coesistere gli obiettivi rivoluzionari con il governo di un paese la cui popolazione era stremata dalla guerra e dalla fame, nonché distribuita su un territorio enorme, e confrontarsi con i limiti pratici delle teorie comuniste, traendo però dal rischio del fallimento sempre nuove spinte per l’immaginazione di percorsi di rivoluzione. Oggi, dunque – sostiene Žižek – l’importanza fondamentale di Lenin risiede proprio nella sua volontà di confrontarsi lucidamente con la realtà, anche quando si rivela scomoda per i nostri ideali, senza ricette prefissate, unendo spirito pragmatico e immaginazione. È proprio di fronte a uno stallo come quello in cui la sinistra internazionale e la politica globale si trovano oggi – questa è la grande lezione di Lenin – che i rivoluzionari cercano nuove vie.

(dal risvolto di copertina di: Slavoj Žižek (a cura di ): Lenin oggi. Ricordare, ripetere, rielaborare, Ponte alle Grazie)

L’azzardo di una possibilità
- di Giso Amendola -

 

Ha senso leggere Lenin oggi, in un contesto in cui l’orizzonte neoliberale, pure se in mezzo a fortissime tensioni, appare, almeno in superficie, in grado di occupare stabilmente il nostro presente?
Tutto questo centenario del 1917, quando almeno non ci si dedichi semplicemente a fare un po’ di storia antiquaria, sottintende evidentemente la domanda sul senso che può avere oggi, sempre che ne abbia, pensare la Rivoluzione.
Slavoj Žižek ha curato, con sua introduzione e postfazione, un’antologia di scritti leniniani, Lenin oggi. Ricordare, ripetere, rielaborare (Ponte alle Grazie, pp. 295, euro 18), che intende combattere ogni rimozione del problema della Rivoluzione. E lo fa, come il sottotitolo dichiara chiaramente, usando le armi a lui più congeniali: un mix tra un ammirevole virtuosismo del paradosso intellettuale, un uso originale della tradizione filosofica dialettica, e, soprattutto, un costante riferimento alla psicoanalisi lacaniana, o meglio, per liberare Lacan da responsabilità in faccende che in fondo non lo riguardano troppo, a un certo «lacanismo politico», orami consolidatosi negli anni.
Ricordare Lenin significa qui, in coerenza con la generale intonazione psicoanalitica del discorso, evitare la rimozione che costringerebbe a subire passivamente il rimosso: i comunisti che rimuovono il passato sono costretti a ripeterlo anche nei suoi aspetti più orribili. Non bisogna rimuovere: ma, al tempo stesso, per Žižek, ogni possibile attualità di Lenin va iscritta nel segno dello scacco e della sconfitta.
Ripetere Lenin oggi, quindi, significa accettare che «Lenin è morto», che le sue soluzioni sono fallite, e che il modo di questo fallimento è stato persino atroce. Quello che invece va riportato in superficie, dai luoghi profondi dell’inconscio della storia, è invece proprio lo scarto tra quello che Lenin ha fatto e ciò che non è riuscito a fare: questo registro della disperazione è quello che dovremmo, per Žižek, importare e riapprendere oggi dall’esperienza leniniana.
Cos’era la rivoluzione, per Lenin, se non lo sporgersi verso una possibilità non assicurata, anzi assolutamente azzardata rispetto alle condizioni? Žižek traduce in lacanese questa idea di una rivoluzione sospesa sul vuoto: «in Lenin, come in Lacan, la rivoluzione ne s’autorise que d’elle-meme».
La rivoluzione è l’atto che si sottrae a ogni garanzia del grande Altro, in altre parole che si sottrae alle legittimità precostituite o al mito di una lineare necessità storica. E qui non si potrebbe che concordare, e anche il confronto con Lacan potrebbe risultare molto utile: la rivoluzione rompe con l’assicurazione del già dato e costruisce una nuova legittimità, deviando, attraverso la forza di nuovi processi di soggettivazione inediti, il corso prevedibile della storia.
Ma, in Žižek, la sottrazione al grande Altro non assume i tratti di un confronto duro, ma in qualche modo riarticolabile, produttivo di trasformazione, con il Reale, ma si traduce immediatamente in una esposizione sul vuoto, nell’affrontare «la paura dell’abisso dell’atto». E la soggettività è chiamata, più che a trasformarsi continuamente nel divenire storico e nelle relazioni che istituisce, a mantenersi fedele a un Evento «unico», inteso come irruzione di una Verità altrettanto assoluta.
Žižek si sofferma significativamente su uno scritto leniniano del 1922, A proposito dell’ascensione sulle alte montagne. Qui Lenin si concentra sul «negativo», su quanto non è stato fatto, sullo scarto dalle intenzioni iniziali: occorre saper «ricominciare daccapo», perché l’obiettivo di costruire una società socialista non è neanche sfiorato.
Ma tornare daccapo non significa qui indietreggiare a un mitologico inizio. Lenin vuole mettere in guardia le forze proletarie dal credere che l’obiettivo possa mai essere l’edificazione compiuta di uno stato «socialista», e ricorda che la transizione resta invece sempre un processo aperto, in cui si mantiene un dualismo immediatamente non richiudibile tra comando del capitale e istituzioni dell’autorganizzazione operaia.
Nella lettura che ci propone Žižek, invece, l’insegnamento leninista consisterebbe nel saper fino in fondo fare i conti con il proprio «fallimento» fino a giungere a «ripetere l’inizio».
E ripetere l’inizio oggi, significa, spiega Žižek, non solo separarsi da tutte le illusioni socialdemocratiche sulla tenuta dello stato sociale, esercizio che sarebbe effettivamente ragionevole e urgente, ma anche rinunciare all’idea di «una regolamentazione diretta e trasparente ’dal basso’ del processo sociale della produzione, quale corrispettivo economico del sogno di ‘democrazia diretta’ dei consigli operai».
Qui emerge il vero obiettivo della invenzione di questo strano Lenin disperato decisionista puro: liquidare quel nesso, complesso e mai assicurato, che in Lenin lega sempre autorganizzazione della produzione e azione politica. Davanti alla crisi, secondo questa lettura, dovremmo liberarci proprio da qualsiasi idea di far politica «dal basso»: rompere l’orizzonte neoliberale è possibile solo ritornando a celebrare una verticalità, un comando, un Padre o un Padrone.
Giocando ancora con Lacan, si tratterebbe, per Žižek, di spezzare il discorso del Capitale, ritornando appunto al discorso del Padrone: ci occorrerebbe ritrovare un’Autorità che, dall’esterno, sul modello del Terrore (Saint-Just, non a caso, è un eroe del libro), venga a rompere la forza con cui il neoliberalismo, celebrando la nostra autonomia, ci trasforma in servi volontari.
Il problema che questa logica del Padrone riprodurrebbe poi a un altro livello la stessa mancanza di autonomia e la stessa gerarchizzazione da cui sarebbe chiamata a liberarci, è completamente dimenticato, o, meglio, ce ne dovremmo forse fare una ragione nel segno di una permanenza del tragico, di una mai compiuta realizzazione dell’Idea nella storia.
Secondo questa logica, traducendola su un piano più direttamente organizzativo, dovremmo così rispondere alle difficoltà che i movimenti sociali reticolari e senza leadership hanno incontrato nel combattere con efficacia il comando finanziario, riconsegnandoli a un luogo della decisione politica fondato su uno scarto verticale, su una separazione netta dalle dinamiche di base: una soluzione in salsa leaderistica e nazionalpopulista che alcune sinistre nel mondo hanno abbondantemente sperimentato, senza per questo sortire grossi risultati espansivi.
Oggi avremmo, in realtà, bisogno di fare tutto il contrario di quanto predicano tutte queste nuove idolatrie del Politico puro: ripensare Lenin può servire a una nuova radicale rielaborazione per stringere, e non per abbandonare, il nesso tra politica e produzione, per superare la separatezza della rappresentanza e dell’azione politica e riconquistarle pienamente alle reti della cooperazione sociale e cognitiva.
Si comprende bene che la durezza della crisi dia spazio all’antichissima illusione di rimettere le cose a posto, sottoponendo le forze produttive a un comando del Padrone: ma quelli che pensano di poter affrontare il neoliberalismo facendolo indietreggiare a colpi di decisionismo e trascendenze, i tardo-giacobini nutriti sempre e solo di un triste scetticismo verso ogni momento di autorganizzazione democratica, farebbero meglio ad alzare questi inni alla Decisione pura e alle virtù eroiche del Terrore nel proprio nome, lasciando perdere Lenin.

- Giso Amendola - Pubblicato sul Manifesto dell'11.11.2017 -

sabato 17 febbraio 2018

simboli

9788816414099_0_0_0_75L'uomo fu sin dalla preistoria un creatore di simboli, i quali costituiscono un ponte rispetto alle proprie origini, al cosmo e al destino. Le voci di questo Dizionario, selezionate dall'amplissimo repertorio in 17 volumi dell'Enciclopedia delle Religioni diretta da Mircea Eliade in collaborazione con Ioan P. Couliano e curate da massimi esperti internazionali, sottolineano l'emergere e il persistere di tale creatività, non solo in solenni circostanze, ma soprattutto nelle osservazioni, nei gesti e negli oggetti quotidiani. Per secoli i simboli sono stati vissuti come portatori di un significato capace di sfondare gli orizzonti del limite umano per proiettarsi in una presenza che si poneva come «altra». Si scopre così che anche gli oggetti più usuali - una chiave, un tessuto, uno specchio, un gioiello - o i gesti più comuni come mangiare, dormire, offrire un dono, giocare, non sono aspetti scontati della nostra vita: nella storia dell'umanità, infatti, sono stati caricati di un senso che noi possiamo aver scordato, ma che attesta come la ricerca di un significato sia impressa nelle profondità del desiderio umano. Le grandi articolazioni di questa ricerca sono tratteggiate nel saggio dello storico delle religioni Jacques Vidal che introduce la nuova edizione.

(dal risvolto di copertina di: "Dizionario dei simboli", di Mircea Eliade,Ioan Petru Couliano. Editore: Jaca Book.)

Dietro ai Simboli
- di Silvia Ronchey -

« A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu », invocava Rimbaud in "Voyelles", una poesia in cui l'associazione di suoni, forme, colori da un lato, oggetti e fatti vissuti dall'altro viene definita da alcuni "simbolista" per una delle sue più immediate implicazioni: indicare i rapporti profondi che legano tutte le cose; le loro "corrispondances", per citare Baudelaire: «La natura è un tempio dove colonne viventi / talvolta emettono confuse parole; / l'uomo vi passa attraverso foreste di simboli / che lo osservano con sguardi familiari».
    Rimbaud non era certo il primo ad avere riflettuto sui colori in quanto simboli. Se Goethe nella "Teoria dei colori" aveva elaborato un sistema in cui la loro scala di luminosità aveva il suo massimo nel giallo (valore nove) e il minimo in quel viola (valore tre) in cui Rimbaud addita il rinserrarsi apocalittico del cosmo («suprema Tromba piena di strani stridori, / O l'Omega, raggio viola dei suoi Occhi!», Paul Klee aveva associato i colori primari a forme geometriche - l'azzurro al cerchio, il giallo al triangolo, il rosso al quadrato - e ancora più audacemente Kandinskij, visionario piccolo padre dell'astrattismo, aveva intuito gli effetti dinamici che i colori, associati alle geometrie, hanno sulla psiche, rifacendosi peraltro alla tradizione dei pittori bizantini di icone.
    Sapeva Rimbaud nell'evocare la U, « pace di rughe / che l'alchimia imprime nelle ampie fronti studiose », che i nostri antenati non conoscevano il verde? Che l'occhio dei cinesi e dei giapponesi, così come quello dei latini, non distingueva le sfumature dell'azzurro, il "coerules" del pigmento dell'azzurrite o del lapislazzulo, dal "glaucus" della malachite? O perfino da quel giallo terreo dei vasi Ming, che in greco si definisce "chloros" e a Bisanzio descrive l'incarnato degli asceti? Sapeva Klee, nell'associare il giallo all'emergenza del triangolo e il rosso alla stabilità del quadrato, che nel sanscrito vedico, così come in quell'enciclopedia sapienzale dell'antichità classica che sono le "Notti attiche" di Aulo Gellio, il rosso era equivalente al giallo oro? E per i greci era il colore del lutto? E per i cristiani quello, trionfale, del martirio?
    Quando Rimbaud parla della I, «sangue sputato, risata di belle labbra », ricorda che la porpora, estratta dai fenici dal secreto di un mollusco la cui conchiglia spinosa, così ben descritta da Plinio il Vecchio, « ha il colore grigiastro della schiuma del mare in tempesta », avrebbe simboleggiato per secoli il potere, disegnato la banda che orlava la toga senatoria romana, impregnato le vesti imperiali bizantine, contrassegnato la dignità cardinalizia della lunga tradizione cattolica, seguitando nel contempo a distinguere il processo essenziale ("rubedo") della sublimazione nell'immemoriale tradizione alchemica, che non a caso include solo il sistema di colori - nero, bianco, rosso e giallo - ritenuti ammissibili dai pitagorici?
    Goethe, Rimbaud, Klee, Kandinskij e dopo di loro molti altri (uno per tutti, nel secondo Novecento, Lévi-Strauss) continuavano, con le loro intuizioni, la millenaria storia del simbolismo del colore, che troviamo ripercorsa, con folgorante sintesi, in una delle novantanove voci selezionate con sagacia dai diciassette volumi della "Enciclopedia delle religioni" di Mircea Eliade e Ioan Petru Couliano e raccolte nel sorprendente, variegato polittico del "Dizionario dei simboli",  ora ristampato da Jaca Book, su cui incastona la gemma del saggio introduttivo di Jacques Vidal: "Alla scoperta del simbolo".
    Acqua, cielo, danza, deserto, dono. Drago, gatto, giada, luna piede. Ponto, sonno, tessuto, volo, voto. E così via, e ancora e ancora, oggetti astratti o concreti, reali o onirici, corpi geometrici celesti o terrestri, immagini animali o vegetali, minerali o eteree, figure ancestrali, incarnazioni totemiche, strumenti domestici, emblemi alchemici, soggetti mitici, archetipi psichici, elementi cosmici, segni ermetici, codici mistici si allineano nel gioco cabalistico dell'ordinamento alfabetico. Labirinto, lacrime, leone. Numeri, oro, ossa. Specchio, sputo, stelle.
    Il simbolo va distinto dall'allegoria (non è astratto, è concreto, è una realtà) così come dall'emblema o dal segno (non è artificiale o convenzionale, è naturale), come spiegava Gilbert Durand ne "L'immaginazione simbolica", sottolineando la « connaturalità del simbolo a ciò che vi è significato ». Come scriveva Eliade in "Immagini e simboli", « il simbolo non funziona su oggetti ma su immagini ». Apre il suo spazio all'esistenza quando le realtà che ci circondano o quelle che ci abitano cessano, scrive Vidal, di essere oggetti e diventano immagini. L'esperienza simbolica si inaugura quando, come già sosteneva Gaston Bachelard, cessiamo di considerare le realtà esterne o interne come oggetti e cominciamo a viverle come immagini. Una disposizione della coscienza o dello spirito che dona apertura e duttilità, dinamismo e libertà, perché l'oggetto è fisso mentre l'immagine espande. L'uno, secondo il significato etimologico, è "ob-iectum", ciò che viene proiettato davanti a noi. L'altra irradia luce, rimanda oltre, è una forma di invito. Il simbolo «risveglia in noi l'energia » per il suo legame con la radiazione dell'immagine, che si oppone alla fissità dell'oggetto.
    Il simbolo è « l'impensabile tra due termini », nella fulminante definizione di Michel de Certeau che Vidal dona ai lettori del suo magnifica saggio introduttivo. Il simbolo, scriveva André Lalande, «è qualunque segno concreto evochi, in un rapporto naturale, qualcosa di assente o che è impossibile percepire». Ora, se viene percepita l'assenza, è perché la presenza è già esistita. Il simbolo è un segno, come scrive Vidal, « che indica un'assenza ma connota un'esperienza di presenza ». E aggiunge: « La categoria dell'assenza, quando il segno è un simbolo, è inseparabile e indissociabile dalla categoria dell'amore ».
    Il che già di per sé proietta il simbolo in una dimensione religiosa, nel senso più ampio: la condizione di presenza-assenza che è tipica dell'amore e che ci unisce all'essenza in un'esperienza di vuoto simile a quella evocata da uno dei grandi simboli usati dall'umanità per definirla, il simbolo uranico, il "cielo". Come scriveva Durand, « il simbolo cela un contenuto nell'al di là ». Ma "aldilà" non è un luogo, è una categoria: quella che Vidal chiama categoria dell'orizzonte. « L'orizzonte è sempre al di là. Quando vedo l'orizzonte, fosse anche l'orizzonte di Parigi, lo contengo, eppure è sempre al di là. Non cesserà mai di allontanarsi man mano che avanzerò verso di lui. Così il contenuto del simbolo è sempre al di là ». Il simbolo è «un messaggio immanente di trascendenza ».
    Per questo, secondo Vidal, non c'è simbolo che non sia in qualche modo religioso, se per religione intendiamo il senso del legame ("religio" da "re-ligo", secondo Lattanzio) tra tutte le cose, l'esperienza psichica o la fantasia intellettuale di un'unità del mondo; ne è riprova il fatto che i mistici non possono non esprimersi in un linguaggio simbolico. Ma d'altra parte, osserva Vidal, il simbolo è anche il superamento delle religioni: perché è portatore di un afflato religioso più ampio di qualsiasi religione; perché se il pensiero è in grado di simbolizzare non è mai chiuso. Come scriveva Georges Morel a proposito di Giovanni della Croce, «il simbolo porta in sé sia il significato sia il cammino ».

- Silvia Ronchey - Pubblicato su Repubblica il 17/9/2017 -

mircea simboli

venerdì 16 febbraio 2018

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"Quali le ragioni per cui, nel breve volgere di un biennio, una proposta che suonava ai più come scandalosa e irritante, lontana dalle dinamiche sociali e dai processi economici, poco più che una provocazione di ambienti accademici radicali o di movimenti sociali minoritari e incapaci di alleanze credibili, è diventata il fulcro di un così intenso e appassionante dibattito? Una su tutte: perché il reddito di base sta diventando un principio di organizzazione sociale intuitivo e irrinunciabile così come lo sono diventati, in altre epoche storiche, l'abolizione della schiavitù o il voto alle donne".            

(dalla copertina di: Giuseppe Bronzini: Il diritto a un reddito di base. Il welfare nell'era dell'innovazione, Abele)

Il ritorno impossibile del lavoro per tutti
- di Marco Bascetta -

Durante le campagne elettorali la discussione attorno al reddito garantito è solita toccare livelli infimi, qualunque sia la forma o l’estensione nelle quali la proposta di un reddito di base venga formulata. Nel regno del pregiudizio e dei luoghi comuni lo spazio per le argomentazioni razionali è ridotto al minimo. Cosicché, messo da parte ogni sguardo d’insieme sulla struttura della società in cui viviamo e sui modi in cui essa produce e si riproduce, per non parlare delle sue tendenze di sviluppo, è un moralismo ottuso e stantio a dettare le regole del gioco.
Oscillando tra la denuncia di una presunta «incentivazione dell’ozio» e l’imperativo di dare una mano ai poveri e agli esclusi, purché versino in condizioni di indigenza estrema e incolpevole e si mostrino, soprattutto, meritevoli e grati dell’aiuto che il potere pubblico vorrà loro concedere. Un moralismo che poggia fondamentalmente su due elementi. Il primo consiste in una idealizzazione del passato (il mondo semplice e operoso dell’industrializzazione e del lavoro salariato); il secondo in quel diffuso risentimento che spinge gli uni contro gli altri a misurare e rinfacciarsi vicendevolmente presunti vantaggi e privilegi ottenuti senza sforzo. A completare il quadro, la giostra delle rilevazioni statistiche che vanamente si sforzano di dimostrare la ripresa dell’occupazione e di alludere, dunque, a un futuro ritorno del lavoro per tutti, o almeno per i più.
Per sottrarsi a questo miserevole contesto, converrà ricondurre la questione del reddito di base al suo reale spessore, alla sua storia e a un’analisi rigorosa delle trasformazioni che negli ultimi decenni hanno investito il modo di produzione e le forme di vita nel mondo dell’economia globalizzata e nelle sue articolazioni.
È quanto si propone Giuseppe Bronzini, nel suo recente Il diritto a un reddito di base (edizioni Gruppo Abele, pp.160, euro 12) che, in poche pagine ampiamente documentate, ricostruisce la storia e le ragioni di fondo del reddito di base, prende in esame la letteratura più recente sull’argomento, le iniziative politiche e le proposte legislative oggi in discussione in Italia e in Europa.
Il primo capitolo del libro si apre con una citazione di Jacques Le Goff che, se pur specificamente riferita all’automazione, illumina in generale il rapporto tra le categorie politiche dominanti e la realtà sociale: «Gli uomini si servono delle macchine che inventano conservando la mentalità dell’epoca precedente a queste macchine».
Per il mercato del lavoro, per il welfare agisce esattamente questo stesso scarto tra ciò che non più vero, resta tuttavia vigente. Non si tratta però di qualcosa di innocuo e inconsapevole. Quella «mentalità precedente» corrisponde infatti a rapporti di potere e strumenti di dominio che intendono conservarsi contro le potenzialità che l’innovazione potrebbe offrire.
Così il lavoro reso superfluo o rarefatto dall’automazione e dalle nuove forme di organizzazione produttiva non deve tradursi in uno spazio a disposizione di attività libere e autorganizzate, ma in un bacino di soggettività dipendenti, ricattabili, in perenne attesa di «inclusione» ai gradini più bassi della gerarchia sociale. Ecco perché in gran parte delle proposte di sostegno al reddito oggi in discussione l’elemento del controllo, della sanzione, della coazione al lavoro come valore in sé, prevale e sovrasta la libertà di scelta del singolo. Secondo un disegno prescrittivo, pateticamente affidato ai burocrati del pubblico impiego, chiamati a progettare «la vita degli altri».
I diversi progetti di reddito di «inserimento», di «inclusione», o di «dignità», limitati nel tempo e fortemente condizionati, muovono dal comune presupposto che la riduzione quantitativa del lavoro richiesto, la sua intermittenza e volatilità, costituiscano un malfunzionamento correggibile del sistema economico e non la sua realtà sistemica.
Così, i soggetti impoveriti, niente affatto «esclusi» ma pienamente inseriti in questa dimensione strutturale, vengono immaginati come figure incomplete, irrisolte, che devono essere accompagnate a realizzarsi nella dimensione «normale» e obbligatoriamente desiderabile del lavoro stabile a tempo indeterminato, sola condizione di solidi diritti e sicure tutele. Laddove è invece la realtà che il lavoro autonomo e intermittente vive concretamente a dover essere riempita di diritti e possibilità. A partire dalla garanzia di un reddito di base che la sottragga alla debolezza ricattabile in cui oggi versa. È su questo metro che Bronzini misura le diverse politiche di «riforma» in Italia, dal Jobs Act al Rei, e in Europa, dall’ormai lontana Carta di Nizza alle recenti proposte della Commissione sull’European social pillar.
L’aumento della povertà, anche tra quanti sono inclusi nelle reti produttive, il carattere strutturale della disoccupazione e della sottoccupazione, il numero crescente di individui cui il vecchio welfare, nonché un’architettura dei diritti costruita su base corporativa, non offrono ormai alcuna tutela, costituiscono un quadro che nessuno può più negare.
Ma la partita, politico-culturale prima ancora che economico-finanziaria, su come reagire a questa innegabile situazione, sul ruolo strategico del basic income, è tutta aperta. E il terreno più conveniente per giocarla è quello dell’Unione europea nella dimensione transnazionale dei processi di trasformazione e nella necessità urgente di colmare il deficit sociale della costruzione europea.

- Marco Bascetta - Pubblicato sul Manifesto del 14/2/2018 -

giovedì 15 febbraio 2018

Ereticamente

colletti libro

Le Lezioni di filosofia politica di Lucio Colletti, finora inedite, sono state tenute dall’autore nel 1958 all’Istituto Gramsci di Roma. Esse riflettono sia gli interessi del Colletti studioso di fama internazionale del pensiero marxista, sia le preoccupazioni e i temi vivi nel movimento operaio e più in generale nella sinistra italiana ed europea da poco uscita dalla guerra contro il nazifascismo e subito immersa nella Guerra fredda e nello scontro Est-Ovest. Vengono qui trattati il giusnaturalismo, Rousseau, Kant, il confronto fra liberalismo e democrazia, le trasformazioni del modo di produzione capitalistico, le trasformazioni dello Stato di diritto liberale. L’ultima lezione affronta anche il tema della rivoluzione, cercando di far emergere il vero pensiero di Lenin per distinguerlo accuratamente dalle interpretazioni “blanquiste”. Tema, questo, che tornerà di attualità negli anni di piombo.

(dal risvolto di: Lucio Colletti, "Lezioni di filosofia politica", A cura di Luciano Albanese. Rubettino)

colletti intro

Colletti, ritorno al passato
- di Sebastiano Maffettone -

L'ultima volta che recensii un libro di Lucio Colletti fu su     questo «Domenicale» il 30 marzo del 1997. Il libro si chiamava "Fine della filosofia ed altri saggi". Scrissi allora che il professor Colletti, avendo da un po' di tempo smesso di occuparsi di filosofia ed essendo piuttosto egocentrico, riteneva per ciò che la filosofia fosse finita... Ammetto ora di essere pentito di quell'eccesso di malizia, di cui peraltro Colletti stesso, che era uomo tollerante, mi perdonò bevendo un caffè al Bard della Pace a Roma. Però su una cosa avevo ragione: Il Colletti di quasi quaranta anni prima era un'altra cosa. Lo testimoniano i saggi raccolti di recente per Rubettino sotto il titolo "Lezioni di filosofia". Questi saggi, riprendono lezioni del 1958, tenute da Colletti al Gramsci, davanti a quadri del Pci.
Il testo scritto che ora leggiamo è l'esito di un complesso lavoro di editing e redazione attuale - ottimamente curato da Luciano Albanese - dato che le lezioni in questione erano orali e basate su appunti (vanno anche ringraziati Claudio Petruccioli e Ludovica Colletti per l'iniziativa). Detto in due parole, il contenuto di questi saggi è eccellente e la loro lettura va caldamente raccomandata a chiunque abbia interesse per il pensiero politico moderno e contemporaneo. L'interpretazione che dà Colletti di Rousseau, Kant e Marx è di primo livello internazionale, e la chiarezza e l'efficacia dei suoi giudizi teorico-politici sono straordinarie.
Nel libro, Colletti parte da un'esposizione critica del giusnaturalismo per arrivare a Kant, e, partendo da Kant, contrappone alla via liberale dello stato di diritto una sua versione originale democratico-rivoluzionaria ispirata a Rousseau e Marx. I tre capitoli su Kant ed il suo rapporto con stato di diritto, liberalismo e proprietà privata sono profondi e acuti quanto poco altro sul tema in questione, e aprono come meglio non si potrebbe la discussione su liberalismo e democrazia o socialdemocrazia.
Colletti è abile nel mostrare, leggendo i testi di Kant, l'equivoco liberale di fondo, che consiste nel separare troppo nettamente politica ed economia. Con il risultato che all'eguaglianza formale e legale non corrisponde a quella sostanziale di reddito e ricchezza. In questa ottica, la proprietà diviene la fonte della libertà e non viceversa. L'operaio, per esempio, non può essere propriamente libero perché non è proprietario.
Kant dice cose come queste con estremo candore e sincera convinzione, e Colletti ha buon gioco a mostrare come su questa base lo stato di diritto sia non lo stato di tutti ma lo stato di una classe sociale per eccellenza, la borghesia proprietaria. Che questo fatto sia all'origine di una ingiustizia robusta è difficile da negare. Che la terapia per questo male etico-politico la si possa ritrovare in un democraticismo a là Rousseau o in Marx, o in una congiunzione tra i due, è invece assai più controverso.

- Sebastiano Maffettone - pubblicato sul Sole del 4/2/2018 -

Posizioni scomode

guerra

Esiste una lingua per parlare della guerra? Uno stile per descriverla senza mai, neanche involontariamente, glorificarla? A una simile domanda etica il reduce Ludwig Renn rispose nel 1928 scrivendo questo romanzo autobiografico in cui riuscì a narrare con coinvolgente realismo tutta la cruda e impoetica verità del conflitto bellico, visto ad altezza di soldato semplice.
Partito per la Grande guerra imbevuto di nazionalismo e, come tanti giovani entusiasti, convinto che la vittoria arriderà ai tedeschi in un lampo, l’appuntato Renn rimane presto traumatizzato dalla brutalità delle battaglie e dall’abbrutimento nelle trincee e, dieci anni dopo, racconta il proprio vissuto in un resoconto di sconvolgente concretezza. Capolavoro di oggettività, diretto e velocissimo, Guerra fu salutato come il grande libro pacifista del suo tempo insieme a Niente di nuovo sul fronte occidentale di Remarque e divenne subito un best seller internazionale.
L’orma, dopo oltre settant’anni di oblio editoriale, lo ripropone nella mirabile versione dello scrittore e reduce Paolo Monelli, che trasformò la pratica della traduzione in opera di testimonianza.

(dal risvolto di copertina di: Ludwig Renn: Guerra, L’Orma Editore)

Un aristocratico sassone, poi militante comunista, assaggia la noia sul fronte
- di Marco Bascetta -


Della guerra siamo soliti elencare diversi aspetti tragici e ovvi, ma raramente si mette a fuoco una delle sue caratteristiche più proprie: l’essere terribilmente noiosa, nel senso letterale di un’espressione che combina, appunto, tedio e orrore. È questa combinazione che il lungo racconto di Ludwig Renn (pseudonimo di Arnold Friedrich Vieth von Golssenau), semplicemente intitolato Guerra (L’orma, pp. 312, euro 18,00) ci restituisce, pagina dopo pagina, con scarna precisione. E, tra tutte le guerre della storia, la prima guerra mondiale è forse proprio la più sanguinosamente noiosa.
Renn combatte sul fronte occidentale: i giorni, i mesi, si susseguono in una terrificante routine in cui nulla riesce a emergere davvero, a risaltare, ad assumere un contorno preciso. I personaggi appaiono e scompaiono – uccisi, trasferiti, fuggiti, catturati – con una breve annotazione senza enfasi. Nessun pathos, d’altronde, sarebbe in grado di misurarsi con la monotona enormità dell’orrore. Così il narratore procede e annota meticolosamente il frammento di realtà alla portata dei suoi occhi e soprattutto delle sue orecchie. Ripetutamente la parola si interrompe per lasciar posto alla voce onomatopeica delle armi. Ogni granata, ogni proiettile, cannone o mitraglia riceve il suo suono, il suo accento, il suo timbro più infantile che minaccioso. Paolo Monelli, giornalista saggista e narratore, riporta ciascuno di questi suoni con cura nella sua traduzione del romanzo di Renn del 1929, un anno dopo la pubblicazione in lingua tedesca.
Immaginiamo la radiocronaca di una partita di cui non si conoscano le regole, condotta non dall’alto di una tribuna, ma nel bel mezzo della mischia dove lo sguardo non riuscirà mai ad abbracciare l’interezza del campo, il senso del gioco e l’andamento della partita. Renn sviluppa il suo racconto da questa scomoda posizione, da questo orizzonte ristretto, immediato. Dove tutto diventa spettrale e sfuggente: il paesaggio, il nemico, i propri compagni e perfino il proprio corpo. Situazioni e azioni, gesti e parole, inedia e accelerazione si ripetono ossessivamente quasi senza varianti più e più volte. La stessa, costante minaccia di morte, che su tutto incombe, si mostra uniforme e indifferente come il cielo plumbeo che sovrasta la battaglia. Solo il carattere dei singoli, tratteggiato in poche battute, lascia intuire a sprazzi la varietà umana schiacciata dal rullo compressore della guerra.
Come il sibilo delle pallottole così frammenti di pensiero, brandelli di dialogo, domande senza risposta intervengono a tagliare l’aria immobile della trincea. Ma rimangono lì, interrotte e sospese nel vuoto, solo per il breve tempo necessario a formularle. La guerra si sottrae a qualunque commento. È, in fin dei conti, indiscutibile.
Nel suo riferire ogni dettaglio, ogni movimento, ogni zolla di fango e tronco calcinato, ogni cadavere d’uomo o di cavallo, nel misurare attentamente tempi e distanze, l’autore si cimenta nel più rigoroso realismo. Con un effetto paradossale (ma non così sconosciuto al realismo stesso): quello di trasmetterci un racconto assolutamente fantastico, irreale, metafisico, totalmente in balia dell’ignoto. Ed è proprio questo lato misterioso, questa irruzione dell’assurdo in una realtà che la realtà ha mandato in frantumi a catturare l’attenzione del lettore. E a inoltrarsi silenziosamente nelle viscere della guerra. Ma, probabilmente, all’epoca della sua uscita, il romanzo incontrò uno straordinario successo poiché riportava, senza schieramenti ideologici o interpretazioni troppo nette, una drammatica esperienza largamente condivisa.
Della disfatta, della rivoluzione solo un’eco lontana, ristretta in poche pagine. Eppure, dopo la fine della guerra, la storia di questo aristocratico sassone fu quella di un militante comunista. Iscritto al partito, arrestato dai nazisti, fuggiasco e combattente nella guerra di Spagna, esule in Messico e infine approdato agli onori conferitigli dalla Repubblica democratica tedesca.

- Marco Bascetta - Pubblicato su Alias del 12.11.2017 -

mercoledì 14 febbraio 2018

Una domanda!

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"One question" ["Una domanda"] è una rubrica mensile in cui viene chiesto ai principali pensatori di dare una breve risposta ad una singola domanda.
La domanda del mese di Gennaio 2018 è: «Stiamo andando verso un altro crollo economico?»

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Wolfgang Streeck:
(Professore emerito di Sociologia. Dal 1995 al 2014, è stato Direttore del Max Planck Institute per lo Studio delle Società, a Colonia, in Germania. Il suo ultimo libro è "Capitalism End? Essays on a Failing System" (Verso, 2016).)

«Non sono un profeta. Ma non esiste capitalismo senza crollo occasionale, ragion per cui se vogliamo continueremo sempre a cercarne uno. Negli anni '70, l'inflazione è finita nel 1980 con un ritorno alla "monera solida", la quale ha generato deindustrializzazione ed elevata disoccupazione, che insieme ai tagli fiscali per i ricchi hanno a loro volta generato un elevato debito pubblico. Quando il debito pubblico è diventato troppo alto, il consolidamento fiscale avvenuto negli anni '90 doveva essere compensato, per ragioni macro-economiche e politiche, per mezzo della deregolamentazione del mercato dei capitali e attraverso il debito privato delle famiglie, che ha poi provocato il crollo del 2008. Ora, quasi un decennio dopo, il debito pubblico è più alto che mai, cos' come lo è il debito privato; il volume globale di denaro, da decenni si trova ad essere in costante aumento; e le banche centrali stanno producendo denaro come se non ci fosse un domani, acquistando ogni sorta di debito per mezzo di denaro contante "creato dal nulla", che viene chiamato Quantitative Easing. Mentre tutti sanno che tutto questo non può andare avanti per sempre, nessuno ha idea di come fare per farlo finire - e la stessa cosa vale per quanto attiene al debito pubblico e privato, e lo stesso vale anche per la riserva monetaria. Qualcosa succederà, presumibilmente presto, e non sarà piacevole.»

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Cédric Durand:
(Professore associato in Economia all'Università di Paris Cite ed autore di "Fictitious Capital: How Finance Is Appropriating Our Future"(Verso, 2017).)

«Oggi, l'illusione secondo la quale gli asset finanziari possono creare valore "allo stesso modo in cui è proprio dei peri fare pere", è assai più scontata di quanto avvenisse ai tempi di Marx. Questa feticizzazione della finanza ed il suo potenziamento, sono le ragioni del perché, dopo il 2008, si è scelto, come modo principale per ridurre il pericolo di una spirale di deflazione, quello di uno stimolo monetario. Come ha riconosciuto Claudio Borio - una figura di spicco della Bank of International Settlement - le economi ricche sono diventate dipendenti dei bassi tassi di interesse e negli ultimi anni le banche centrali hanno dovuto incrementare la dose in maniera drammatica, anche abbassando a zero i tassi di interesse, e facendo uso di programmi di acquisto di asset. Il risultato di una sequenza del genere è una dinamica scandalosamente insostenibile: da un lato, la fragilità finanziaria è nuovamente in crescita, in particolare attraverso un eccessivo debito aziendale negli Stati Uniti, con una persistente fragilità bancaria in Europa, e con la sopravvalutazione dei mercati finanziari. Nell'economia reale, questo stimolo monetario non ha prodotto molto: i tassi di crescita sono anemici, la sottoccupazione è endemica, la produttività fiacca e gli investimenti appena sufficienti a prevenire un'involuzione produttiva in tutto il mondo sviluppato. Sembra, quindi, che non ci sia stato nessun recupero ma solo una rinnovata assertività finanziaria supportata da politiche altamente parziali. Le forme elementari di capitale finanziario - capitalizzazione borsistica, credito al settore privato non finanziario, e debito pubblico - ora mediamente rappresentano oltre il 350% del PIL dei principali paesi ad alto reddito, paragonato al 150% dell'inizio degli anni '80, ed al 330% di prima della crisi. Per essere sostenuto, il valore di queste pretese finanziarie richiede che i redditi finanziari attesi scendano nel tempo dovuto: il debito dev'essere onorato, gli interessi devono essere pagati, i dividenti devono essere erogati. Ma come può avvenire questo nelle economie stagnanti? La prima possibilità è che vengano ulteriormente "ponzificati": tanto più scorre il flusso di debito, tanto più tutto va avanti senza intoppi: Ma questo mette le banche centrali in una posizione di stallo. Se esse tornano a delle politiche monetarie più usuali, provocheranno una recessione e incrementeranno il pericolo finanziario. Il fatto che negli USA i tassi di interesse a lungo termine stiano ancora tendendo al ribasso nonostante i recenti aumenti della Federal Reserve, indica che i mercati non credono ad una normalizzazione della politica monetaria. Ad ogni modo, se le banche centrali non procedono, gli squilibri finanziari continueranno a crescere, favorendo una cattiva allocazione delle risorse e facendo aumentare l'ampiezza del prossimo crollo. L'egemonia finanziaria è stata in grado di sopravvivere qualche anno in più sotto terapia intensiva - ora è arrivato il momento dell'addio.
Il prossimo crollo non sarà una ripetizione di quello del 2008: stavolta quello che sarà in gioco sarà la credibilità delle banche centrali, col rischio di una crisi monetaria in forma acuta. Preparandosi a questo prevedibile svolgersi degli eventi, dovrebbe essere chiaro che la finanza privata non verrebbe salvata nuovamente, e che le deliranti richieste dei più ricchi nei confronti del lavoro di tutti noi non verranno più avallate dagli interventi governativi. Invece, è il momento di mettere all'ordine del giorno la socializzazione delle banche, la cancellazione del debito, la pensione universale, i sistemi di assistenza sanitari e d'istruzione, la pianificazione degli interventi ecologici e l'open data. Liberare la nostra società dagli obblighi di tempo finanziari richiederà una nuova capacità di progettare il futuro.»

susan newman

Susan Newman:
(Senior Lecturer in Economia alla University of the West of England, dove porta avanti il programma MSc in Economia Politica Globale)

«Stiamo andando verso un altro crollo economico dal momento che permangono le condizioni che hanno portato alla crisi finanziaria del 2007-8. Il crollo posteriore alla crisi ha visto la ristrutturazione del capitale, aiutato dalle politiche dei governi e delle banche centrali, al fine di ripristinare la redditività insieme ai redditi e alla ricchezza di quell'1% visto come premessa per un accumulazione fittizia.
La finanza speculativa continua a dominare le attività economiche nelle economie capitaliste avanzate. I profitti aziendali, la ricchezza personale, l'approvvigionamento pensionistico e i prezzi alimentari, continuano ad essere legati ai capricci della finanza. Le proiezioni di crescita per il 2018, fatte dal FMI, riconoscono il fatto che la crescita modesta sarà il risultato della spinta dei mercati finanziari con un impatto minimo sugli investimenti reali, sulla creazione di posti di lavoro, sulla produttività o sui salari. La capitalizzazione dei mercati azionari in rapporto al PIL è più alta rispetto a qualsiasi altro tempo tranne che nel periodo del fallimento dei dot.com, nel 2000, periodo che indica la più alta disconnessione fra investimenti finanziari e attività produttive. Nonostante Basilea III, il sistema finanziario continua ad essere caratterizzato da un elevato indebitamento e da una interconnessione globale dovuta alla crescita del sistema bancario ombra.
Dal 2010, l'austerità nel Regno Unito ha creato dei nuovi punti di innesco per le crisi. Nel Regno Unito, il debito personale ha raggiunto dei livelli allarmanti ed insostenibili superiori ai 200 miliardi di sterline. I tagli al welfare, i salari stagnanti ed il deterioramento dei contratti di lavoro hanno fatto sì che nel Regno Unito le famiglie a basso reddito hanno dovuto chiedere dei prestiti per le spese di base quotidiane. Ci ci possono aspettare molte più crepe nel sistema in cui emergerà la prossima crisi. Tuttavia, piuttosto che cercare di predire i tempi  e le origini delle crisi imminenti, sarebbe più producente che gli sforzi fossero orientati ad un cambiamento radicale del sistema economico. Riforme come quelle che sono state sostenute durante l'età dell'oro potrebbero contribuire a mitigare alcuni degli effetti collaterali più micidiali della crescita capitalista. Ma nel lungo periodo, dobbiamo trattare quegli effetti collaterali come gli obiettivi principali per la società: affinché ciascuno di noi raggiunga il pieno potenziale e viva in un conforto materiale libero dall'alienazione, gli uni dagli altri e dal nostro ambiente.
»

david m kotz

David M Kotz:
(Professore di Economia alla University of Massachusetts Amherst ed autore di "The Rise and Fall of Neoliberal Capitalism" (Harvard University Press, 2015).

«Sì e no. Cioè, è probabile, in un futuro non troppo lontano, che negli Stati Uniti abbia inizio una recessione. Tuttavia, oggi non ci sono le precondizioni per quel genere di crollo che abbiamo visto nel 2008-09.
Le attuali condizioni economiche negli Stati Uniti attuali, hanno alcune somiglianze con quello che abbiamo visto verso la metà degli anni 2000. Le disuguaglianze di reddito e di ricchezza sono ancora a livelli stratosferici. L'amministrazione Trump ha dato inizio ad un altro giro di deregolamentazione bancaria. Tuttavia, queste somiglianze non sono sufficienti a causare un altro grave crollo.
La crisi finanziaria e la Grande Recessione del 2008-09 sono state causate da tre tendenze insostenibili scatenate dalla forma neoliberista del capitalismo: una gigantesca bolla dei prezzi (nel settore immobiliare) che doveva collassare, il diffondersi di titoli derivati legati in tutto il sistema finanziario statunitense ed in gran parte del sistema finanziario globale, ed un incremento insostenibile del debito delle famiglie che aveva sostenuto la crescita del consumo.
Dopo il crollo, la Federal Reserve ha ripulito le banche dei loro titoli derivati falliti. Dopo il 2009, il debito delle famiglie è diminuito rispetto al loro reddito e dal 2015 si è stabilizzato ad un livello sicuro. E mentre i prezzi delle azioni del mercato statunitense stanno crescendo, questo non ha però le caratteristiche di una bolla che si auto-perpetua e che è in procinto di collassare - l'indice S&P 500, che dopo il 2011 è cresciuto costantemente per quattro anni, si è stabilizzato ad un livello assai lontano rispetto a quello della bolla azionaria della fine degli anni '90.
Tuttavia, è assai probabile che nel prossimo futuro abbia inizio una recessione più tipica, con i suoi costi legati all'aumento della disoccupazione, ai fallimenti delle piccole aziende, ed allo spremere le entrate ed i servizi statali e locali. L'attuale espansione economica degli Stati Uniti ora ha già 10 anni, e nel capitalismo ogni espansione finisce con una recessione. Il tasso di profitto sul capitale investito da parte delle imprese non finanziarie, sebbene elevato, è in calo a partire dal 2014, cosa che di solito indica una recessione in arrivo. Tuttavia, il grosso problema economico oggi è la recessione a lungo termine che ha afflitto l'economia degli USA e gran parte del sistema globale capitalista a partire dalla Grande Recessione finita nel 2009, che ha causato molte sofferenze economiche ed ha destabilizzato i sistemi politici in tutto il mondo

Ming li

Minqi Li:
(Professore di Economia all'Università dello Utah. Fra i suoi libri più recenti, "The Rise of China and the Demise of the Capitalist World Economy" (Monthly Review, 2009), "Peak Oil, Climate Change, and the Limits to China’s Economic Growth" (Routledge, 2014), e "China and the Twenty-first Century Crisis" (Pluto, 2015).)

«La risposta a questa domanda, dipende in parte da cosa si intende per "crollo economico". Se per questo si intende una di quelle "normali "recessioni che nell'economia capitalista globale accadono una volta ogni tot anni, allora, quasi certamente, entro i prossimi due o tre anni vedremo quasi certamente una recessione del genere.
La questione più interessante attiene a quanto grave sarà la prossima recessione. Dalla Grande Recessione del 2008-2009, il nucleo centrale dei paesi del sistema capitalista globale ha dovuto affrontare una stagnazione persistente. Dall'altro lato, il debito delle famiglie negli Stati Uniti è sceso a livelli relativamente normali e attualmente non esiste uno squilibrio evidente fra gli Stati Uniti ed il resto del mondo. Da un punto di vista puramente tecnico, la prossima recessione globale che avverrà intorno al 2020 non dovrebbe essere così dura come lo è stata la prima.
Appare essere molto più importante quello che è successo in Cina. L'industrializzazione della Cina ha trasformato la sua struttura sociale ed ha prodotto una numerosa classe operaia industriale simile a quella del XIX secolo. Nella misura in cui questa classe operaia comincia ad organizzarsi e ad esigere diritti economici e sociali, il suo crescente potere ha contribuito ad una caduta del tasso di profitto nell'economia cinese. Questo somiglia a quello che è successo alle economie capitaliste occidentali negli anni '70, e si tratta di qualcosa che nessuna economia importante ha più visto da allora. Sarà interessante vedere se negli anni 2020 un simile sviluppo porterà ad una trasformazione fondamentale delle relazioni fra lavoro e capitale, non solo in Cina, ma anche nell'intero sistema mondiale.
Qualsiasi cosa accadrà in termini di in "crollo economico", il mondo capitalista continua a dirigersi inesorabilmente verso un crollo climatico che minaccia di porre fine alla civiltà così come la conosciamo. Spetta alla lotta di classe globale nei prossimi decenni determinare se la catastrofe capitalista possa essere fermata prima che sia troppo tardi.
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Mary Mellor:
Professoressa emerita nel Dipartimento di Scienze Sociali, Northumbria University, UK. Fra i suoi lipri più recenti, "The Future of Money: From Financial Crisis to Public Resource" (Pluto, 2010), e "Debt or Democracy: Public Money for Sustainability and Social Justice" (Pluto, 2015).

«Se ci riferiamo al settore finanziario, si verificherà un altro crollo, dal momento che non è stato fatto niente per fronteggiare le contraddizioni soggiacenti ad una politica fondata sul debito e su un casinò finanziario in cui si cerca di massimizzare il guadagno sugli interessi di capitale. Ci sono segnali di instabilità e di "esuberanza irrazionale" a guidare una speculazione insostenibile, come quella sui Bitcoin. Il debito familiare e personale sta crescendo. La speculazione sul debito delle famiglie aveva innescato la crisi del 2008 ed oggi la situazione è altrettanto negativa, se non peggiore, dal momento che le persone hanno ancora meno resilienza finanziaria.
Ad ogni modo, la mia preoccupazione riguarda la crisi della giustizia sociale e della sostenibilità ecologica nell'economia dell'approvvigionamento: fornire i beni necessari e i servizi che creano ricchezza, il benessere delle persone e del pianeta. Ecologicamente, potremmo già essere oltre il punto di non ritorno: riscaldamento globale; contaminanti plastici; declino drastico nel numero degli insetti.
La crisi nella giustizia sociale sta facendo a pezzi la nostra società. Lungi dal portare ricchezza i benessere universale, il capitalismo globalizzato ha svuotato le comunità nelle economie più vecchie, mentre sta sfruttando il lavoro a buon mercato nelle economie più nuove. Le grida di dolore di coloro che vivono nelle comunità "abbandonate" sia nelle vecchie che nelle nuove economie stanno producendo leader populisti ed autoritari.
Il fondamentalismo di mercato sta distruggendo anche il patrimonio dell'economia pubblica. Gli stati del Welfare non possono più raggiungere i loro obiettivi di prendersi cura della persone dalla culla alla tomba. La "economia della borsa" neoliberista si oppone ideologicamente alle infrastrutture ed ai servizi basati sui fondi pubblici. Lo Stato viene considerato come l'equivalente di una famiglia, che dipende dai finanziamenti del settore privato. I programmi di austerità mirano a ridurre il settore pubblico al livello che il settore privato è disposto a sostenere. Questo viene aggravato dall'evasione e dall'elusione fiscale, e dalla delocalizzazione internazionale militante.
Viene ignorato il ruolo del denaro creato "sovranamente" dallo Stato. Il salvataggio pubblico della finanza privata attraverso il quantitative easing, rivela che è possibile creare a volontà nuovo denaro pubblico. Se per il settore finanziario può essere creato nuovo denaro pubblico, esso può essere usato per finanziare le persone, di modo che il benessere, la giustizia sociale e la sostenibilità ecologica divengano la priorità sia delle economie pubbliche che di quelle private.
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Andrew Ross:
Attivista sociale e Professore di Social and Cultural Analysis at NYU. Autore di molti libri, fra cui "Creditocracy and the Case for Debt Refusal. Bird On Fire: Lessons from the World’s Least Sustainable City" (OR Books, 2014), e "Nice Work if You Can Get It: Life and Labor in Precarious Times" (NYU, 2010).

«Nel 2007, il famoso Rapporto Stern definiva il "cambiamento climatico" come "il più grande fallimento del mercato che il mondo abbia mai visto." In alcuni ambiti, quest'osservazione è stata presa come una sfida a far meglio, per i capitalisti, piuttosto che come un'accusa riferita al prezzo di un sistema, la cui dipendenza dalla crescita aveva prodotto il suo inevitabile risultato culminato nel collasso ambientale planetario. Il costante deterioramento della vita biosferica ora è talmente normalizzato che molti attivisti temprati dalla lotta pregano per la prossima catastrofe climatica, solo per poter richiamare l'attenzione sulla loro causa contro le emissioni di carbone.
La diffusa angoscia che fa seguito al periodico crollo economico può far sì che ci si senta come se la cosa avvenisse in un universo parallelo, scollegato dallo scioglimento delle calotte polari ed alla morte delle specie, ma queste rispettive zone di disastro hanno le stesse identiche cause in un sistema economico soggetto alla crisi. La recente ascesa della speculazione finanziaria ad alto rischio ha solo acuito la tendenza, come direbbero i marxisti, a risolvere le contraddizioni interne al capitalismo per mezzo di episodiche catastrofi. L'eufemismo standard che viene usato per questo boom-economico-bancarotta è quello di "ciclo economico", quasi a suggerire che ci sarebbe una qualche sorta di condotta razionale che guida lo "spirito animale" degli investitori.
Come sempre, le possibilità possono essere evocate stimando quando e dove si verificherà il prossimo crollo. Quale bolla scoppierà per prima, innescando il collasso? I Bitcoin? Il mercato immobiliare cinese? il Tesoro degli Stati Uniti? Le Euro Obbligazioni ad alto rendimento? I prestiti studenteschi? Fate la vostra scelta! L'unico risvolto positivo è che le rovinose conseguenze offrono una possibilità, com'è successo dopo il 2008, di costruire un'economia ad emissioni zero, insieme ad un sacco di posti di lavoro verdi e sostenibili. Se vuoi davvero pregare per qualcosa, questo dovrebbe andare bene.
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tim di muzio

Tim Di Muzio:
(Professore associato in International Relations and Political Economy all'University of Wollongong, Australia.  Il suo ultimo libro è: "The Tragedy of Human Development" (Rowman & Littlefield, 2017). )

«La risposta concisa è sì. Tuttavia, la grande questione ha a che fare con il tempismo e con il modo in cui il crollo verrà esperito e da chi. Tipicamente, un crollo economico significa che il valore delle attività generatrici di reddito di proprietà, come le azioni (quote di società) viene radicalmente svalutato. Ad esempio, al culmine della crisi finanziaria globale, la capitalizzazione di mercato di tutte le società quotate in borsa era attestato a sopra 60 mila miliardi di dollari e nel giro di pochi mesi all'incirca si dimezzò. Ovviamente, come tutti sanno, la crisi era collegata al mercato immobiliare degli Stati Uniti, ma era di gran lunga più ampia, dal momento che portava gli investitori a sospettare che le banche avrebbero congelato il credito nel momento in cui i prezzi del petrolio si trovavano ad un livello record- E in un'economia capitalista, dove l'offerta di moneta aumenta con l'estensione del credito/debito alle società e agli individui, la mancanza di fiducia nell'espansione del credito è un vero e proprio killer degli attesi guadagni futuri.
Probabilmente, in futuro, ci sarà un'altra svalutazione del mercato azionario causata dal timore di una diminuzione dei guadagni attesi, ma l'imminente crisi che scuoterà il capitalismo fino alle fondamenta riguarda tre fattori. In primo luogo, secondo la BP ci rimangono circa 50 anni di petrolio, all'attuale tasso di produzione. Per cui ci possiamo aspettare che prezzi del petrolio vadano alle stelle, e dal momento che il petrolio riguarda ogni cosa, dai computer alla benzina, ci possiamo aspettare un'inflazione senza precedenti. In secondo luogo, il capitalismo è un sistema di contabilità ad alto costo (come se ne era accorto tempo fa C.H.Douglas), il che significa che nell'economia non c'è mai abbastanza potere d'acquisto per far fronte ai prezzi eccezionali di beni e servizi - da qui, la necessità di credito. Questo gap è strutturale e matematico, e non può essere superato internamente. In terzo luogo, in un incerto contesto inflazionistico, l'estensione del credito (nuovo denaro) verrà congelato o arriverà a tassi di interesse sempre più crescenti, servendo ad esacerbare ancora di più l'inflazione.
Le predizioni sono notoriamente errate, ma io sono preoccupato più per i tempi della prossima crisi, e quindi scelgo di focalizzarmi sui tre fattori che spingeranno avanti la catastrofe: il prezzo del petrolio, la natura della contabilità capitalista ed il modo in cui viene prodotto nuovo denaro.
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dario azzellini

Dario Azzellini:
(Ricercatore alla ILR School, Cornell University (Ithaca). fra le sue pubblicazioni, "Communes and Workers’ Control in Venezuela: Building 21st Century Socialism from Below" (Brill, 2017) e "An Alternative Labour History: Worker Control and Workplace Democracy" (edited, Zed Books, 2015). Insieme ad Oliver Ressler sta producendo "Occupy, Resist, Produce", una serie di documentari sulle fabbriche recuperate e poste sotto controllo operaio in Europa Maggiori informazioni su www.azzellini.net )

«Non c'è dubbio che ci stiamo dirigendo verso un altro crollo economico, poiché il capitalismo è sempre diretto verso un altro crollo economico. È nella natura del capitalismo incrementare il capitale in eccesso e poi distruggerlo nuovamente attraverso crolli e guerre, al fine di far ripartire ancora una volta il processo di accumulazione. Dopo ogni crisi, come ci mostrano i dati storici, il ricco diventa più ricco e la concentrazione di capitale cresce. Da crollo a crollo, i cicli diventano più brevi e si accorciano via via che l'accumulazione di capitale in eccesso diventa più veloce.
Ci sono due sviluppi che, nel futuro prossimo, rendono assai probabile un crollo economico. Analogamente a quando si è arrivati alla crisi del 2008, c'è di nuovo un'emergente crisi dei mutui subprime. Dall'ultima crisi, le banche (specialmente negli Usa e nel Regno Unito) non hanno cambiato il loro comportamento. Questo sta succedendo alla luce del più lungo e perdurante problema strutturale per cui il capital non può essere materialmente reinvestito in maniera produttiva. È questo il motivo per cui, ad esempio Uber, che sta producendo solo perdite finanziarie, nel dicembre del 2017 veniva valutato e stimato in 48 miliardi di dollari americani (da 68 miliardi di dollari di un paio di settimane prima!) o per cui i Bitcoin ha visto una vertiginosa crescita nel loro valore.
Quanto sarà disastroso il crollo, dipenderà dalla misura in cui una crisi dei mutui subprime provocherà anche lo scoppio della bolla creata dalle avventure capitaliste da casinò. La distruzione, non solo della classe media, ma anche più generalmente della capacità delle persone di soddisfare le loro esigenze di base, è una realtà mondiale. Tuttavia, gli Stati Uniti hanno abolito ogni salvagente sociale ed hanno ancor meno controllo finanziario di quanto ne hanno altri paesi. È perciò assai probabile che il prossimo crollo provenga dagli Stati Uniti, e/o dal Regno Unito (soprattutto, considerando la Brexit).»

ying chen

Ying Chen:
(Professoressa assistente di Economia alla New School for Social Research. Le sue attuali ricerche si focalizzano sullo sviluppo sostenibile nella Cina contemporanea visto dalla prospettiva della sostenibilità sociale, economica ed ambientale.)

«Attualmente, non siamo ancora usciti del tutto dall'ultima recessione. In Europa, rispetto allo scorso anno, la crescita è stata esperita solo dalle economie più forti, come la Germani e l'Olanda. Le persone, nei paesi duramente colpiti come la Grecia e l'Italia, stanno ancora soffrendo a causa della disoccupazione e delle misure di austerità varate all'indomani dell'ultima crisi. Negli Stati Uniti, da dove è partita la crisi finanziaria, il tasso di partecipazione della forza lavoro rimane di 4 punti percentuali al di sotto dei livelli pre-crisi. Ciò suggerisce un'immagine triste di persone in età lavorativa o più che non riescono a trovare un posto di lavora o che sono scoraggiate e non cercano nemmeno lavoro.
Dall'altro lato, la Cina, il paese la cui crescita rappresenta oltre il 30% della crescita economica globale, sta ora registrando un calo del tasso dei profitti ed una crescita del rapporto debito/PIL. Il primo potrebbe portare ad un rallentamento degli investimenti e ad una crisi economica, mentre il secondo potrebbe portare ad una crisi finanziaria.In entrambi i casi, la crisi della Cina avrebbe delle enormi implicazioni economiche a livello mondiale, dal momento che la sua quota di PIL mondiale è quasi quella del 20%.
La ripresa non solo è stata disomogenea, ma anche poco sostenibile, in quanto gli investimenti privati rimangono scarsi. È questo che preoccupa gli economisti: che nonostante una qualche temporanea ripresa spinta dagli stimoli, i paesi capitalisti avanzati stanno effettivamente entrando in una stagnazione secolare. Quando la crescita ristagna, la popolazione crescente e la produttività, nel caso, non vengono assorbiti dall'economia, con una conseguente crescita della disoccupazione e della disuguaglianza. Il capitalismo è stato più progressivo del feudalesimo perché i capitalisti investono capitale che porta alla crescita economica. Se gli investimenti si fermano, esso perderà la sua legittimità in quanto sistema. E a peggiorare le cose, i banchieri centrali stanno esprimendo preoccupazione per la politica monetaria che sarebbe di efficacia assai limitata, e la politica fiscale assai poco flessibile per la prossima recessione economica. Il prossimo giro di crisi economica nei paesi capitalisti porterà ad una crisi politica assai più grave.
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richard murphy

Richard Murphy:
​Professore di Practice in International Political Economy, City, University of London. È anche chartered accountant, e tax reform campaigner. Ha un blog sul sito di Tax Research UK a: http://www.taxresearch.org.uk/Blog/​ )

«La risposta a questa domanda non piò essere che sì: il capitalismo è stato edificato sul concetto di disastro, ragion per cui i crolli sono inevitabili. La vera domanda riguarda quanto tempo ci vorrà prima che ci sia il prossimo crollo?
La mia risposta è che ci vorrà molto poco. Le ragioni sono molteplici. Potrebbe accadere a causa di una Brexit difficile che crea una crisi di liquidità per le aziende nel mentre che i tir si mettono in coda nei porti, e il che significa che quelle stesse aziende falliranno nel momento in cui esauriranno le scorte, e non ci saranno più né ordini né contanti. Oppure potrebbe esserci il crollo dei mercati azionari sopravvalutati, soprattutto se le banche centrali provassero (scioccamente) ad aumentare i tassi di interesse, e contemporaneamente innescherebbero una crisi del debito delle famiglie. In alternativa, ci potrebbe essere il collasso del debito cinese. Oppure (il cielo non voglia) Trump che pigia il suo "grosso pulsante". O potrebbe essere qualcos'altro di completamente diverso.
Il fatto è che le economie vanno storicamente in recessione. E per questa siamo già in ritardo. La cosa non sarebbe nemmeno troppo preoccupante, senonché l'austerità e l'incapacità di affrontare la maggior parte dei disastri del capitalismo finanziario che hanno portato al 2008 e ci hanno lasciato disperatamente impreparati rispetto al prossimo crollo. Ed è questo il motivo per cui ci sarà una crisi, e non un urto gestibile.
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Michael-Roberts

Michael Roberts:
(Economista marxista che ha lavorato per più di 30 anni nella City di Londra. Autore di due libri: "The Great Recession: A Marxist View" (Lulu,2009) e "The Long Depression" (Haymarket, 2016).  Il suo blog: thenextrecession.wordpress.com )

«Sì, ci siamo. Ogni dieci anni, a partire dal 1945, c'è stata a vari gradi una recessione nella produzione e negli investimenti. Un simile ciclo, così regolare e ricorrente, è endemico di un'economia capitalista (produzione e investimenti per il profitto) ed il ciclo attuale, a cominciare dalla fine della Grande Recessione nel 2009 è oramai lungo più di otto anni, il terzo per lunghezza, negli ultimi 70 anni.
Il crollo economico potrebbe anche non avvenire nel 2018, poiché nella maggior parte delle maggiori economie i profitti delle imprese stanno ancora continuando a crescere, e la crescita è ricominciata in Europa ed in Giappone - ma al più tardi avverrà comunque prima della fine del decennio.
Quello che potrebbe succedere nel 2018, è un crollo del mercato azionario, dal momento che i prezzi delle azioni sono molto elevati in confronto ai guadagni che stanno generando le imprese negli Stati Uniti, in Europa ed in Giappone, per giustificare tale aumenti. Gli oneri finanziari a basso costo (bassi tassi di interesse) stanno per arrivare al termine, nel momento in cui le banche centrali, globalmente, cominciano ad invertire i loro facili schemi di credito ed alzano i tassi di interesse.
La forma di una crisi economica è sempre finanziaria, ma la causa soggiacente non lo è. Redditività e profitti nei settori produttivi economici, sono i fattori chiave. È probabile che la crisi abbia inizio negli Stati Uniti, poiché questa economia rimane la più grande e la più finanziaria. E questa volta la recessione economica comincerà nel settore aziendale, dove il debito continua a crescere. Gli utili societari potrebbero anche aumentare, ma la redditività di ciascuna unità di investimento è in caduta. E i costi dei servizi del debito aumenteranno nella misura in cui le banche centrali aumenteranno i tassi di interesse.
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Lena Rethel

Lena Rethel:
(Professoressa associata di International Political Economy all'University of Warwick e Visiting Fellow ll'Oxford Centre for Islamic Studies. Autrice di "The Problem with Banks", scritto insieme a Timothy J. Sinclair (Zed Books, 2012). Lena è membro della I-PEEL: the International Political Economy of Everyday Life pedagogic initiative.)

«La risposta concisa a questa domanda è: Sì. Da una prospettiva "inglese", sembra che sostanzialmente sia cambiato poco nel decennio trascorso dall'ultima crisi. L'attuale indebitamento delle famiglie è di nuovo a livelli che sono stati visti l'ultima volta all'inizio della crisi 2007-2009. I livelli dei prestiti personali e del debito studentesco - indicatori importanti dell'indebitamento, in quanto, a differenza dei mutui, essi non sono direttamente associati alla proprietà di un bene - negli ultimi anni hanno visto un forte aumento. Evitando di essere eccessivamente lugubri, bisogna dire che la questione non è se si verificherà un'altra crisi, ma quando si verificherà e chi ne soffrirà maggiormente le conseguenze.
Infatti, è importante riconoscere il fatto che per molti, è da un bel po' di tempo che l'economia è crollata. Nell'ultimo decennio, le disuguaglianze di reddito sono cambiate ben poco e la disuguaglianza della ricchezza nel Regno Unito è effettivamente aumentata. Per far quadrare i conti, bisogna considerare il numero dei senzatetto e di quelli che dipendono dalle mense dei poveri. La crescita del reddito di lavoro è stagnante e la povertà infantile è di nuovo in crescita. Dalla crisi del 2007-2009, per alcuni c'è stata una ripresa, ma non per tutti. Questa crisi è diversa da quelle precedenti, le quali- a prescindere dalle difficoltà che avevano causato - spesso hanno determinato anche una riduzione della disuguaglianza, se non addirittura degli sforzi diretti verso una politica distributiva progressiva. Invece, quello che vediamo ora è una stratificazione sociale ancora maggiore, esacerbata dalle politiche post-crisi, come la triplicazione delle tasse studentesche che hanno un impatto negativo sulla mobilità sociale.
È tempo di ripensare il ruolo del debito nella nostra vita quotidiana come misura di ripiego di politica economica. È grave vedere come alcuni considerino il debito personale come si trattasse di qualcosa che potrebbe perfino sostituire gli ammortizzatori sociali. Tutto questo richiede un ripensamento. Significa sovvenzioni, anziché prestiti, prodotti finanziari basati sulla condivisione, anziché sul debito, ed una cultura della condivisione del rischio, piuttosto che una cultura del trasferimento del rischio, dove il peso eccessivo troppo spesso viene sopportato da chi è meno in grado di assumersi dei rischi. Fino a quando tutto questo non sarà cambiato, le possibilità di evitare che avvenga un'altra crisi sono sempre più scarse - per non parlare del superamente della crisi attuale.
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heiki potomaki

Heikki Patomäki:
(Professore di World Politics alla University of Helsinki, autore di "Disintegrative Tendencies in Global Political Economy: Exits and Conflicts" (Routledge, 2018) e coeditore insieme a Jamie Morgan di: "Brexit and the Political Economy of Fragmentation" (Routledge, 2018).)

«I tassi di interesse sono vicini allo zero. È eccessivamente facile ottenere un credito per il consumo o per la speculazione. Le società stanno usando i loro profitti per comprare le loro azioni, anziché per investire. I mercati azionari sono in forte rialzo e i prezzi delle azioni sono ai massimi storici. Mentre l'economia mondiale è in crescita e si parla diffusamente di ripresa, soprattutto in Europa, i tassi di crescita pro capite rimangono al di sotto degli standard prevalenti prima della crisi finanziaria globale del 2008-9 - per non parlare dei decenni precedenti. La produttività cresce lentamente e gli investimenti reali sono in ritardo rispetto alle aspettative.
Questo genere di divergenza non è insolita per un'economia capitalista di mercato. Suona come una tendenza alla finanziarizzazione e alla crescita delle disuguaglianze, strettamente legati alla risposte contraddittorie degli Stati per quel che riguarda l'economia mondiale. La base di una vera crescita economica viene erosa, mentre cresce la soggiacente super bolla.
Lo schema dell'instabilità finanziaria di Minsky è semplice. L'indebitamento tende ad influenzare le valutazioni finanziarie soggiacenti, e favorisce quindi un ulteriore indebitamento grazie all'effetto-arricchimento, incrementando il valore delle garanzie e sostenendo l'ottimismo. Col tempo, il crescente coinvolgimento nel debito rende più caotico il sistema finanziario, vale a dire, lo rende sensibile ai più piccoli disturbi. Dal momento che la qualità del debito si deteriora gradualmente, e i rischi diventano sempre più grandi (per quanto ben nascosti possono essere), il sistema diventa più vulnerabile. Alla fine, qualcosa succede: emerge e si innesca una serie di sviluppi al ribasso, che genera una catena di panico, con un conseguente collasso.
Contrariamente al 2006-7, molti noti analisti ed organizzazioni internazionali, dalla Deutsche Bank al Fondo Monetario Internazionale, hanno messo in guardia contro una futura crisi che potrebbe verificarsi nel 2018, ma che è probabile si verifichi entro il 2020. Le anticipazioni creano dei riflessi e possono avere degli effetti sul futuro. Inoltre, alcuni economisti credono che le banche centrali abbiano imparato una nuova lezione dalle loro politiche non convenzionali, e sono ora pronte e disposte ad utilizzare le loro risorse - in line di principio, illimitate - per impedire che avvenga un collasso finanziario. Alla fine degli anni 2010, saremmo più sicuri di quanto mai lo siamo stati prima?
Le lezioni del passato ed i riflessi hanno effetto per quel che riguarda la trasformazione delle azioni e delle istituzioni. Tuttavia, non stiamo vedendo alcun tentativo di ri-regolare o di tassare la finanza globale, contrastando le crescenti disuguaglianze sociali, o dei nuovi programmi per stimolare gli investimenti privati e pubblici. L'amministrazione Trump sta creando enormi benefici fiscali ai super-ricchi e mira a deregolamentare la finanza. Anche nella cauta Unione Europea, il progetto di istituire una tassa sulle transazioni finanziarie sembra sia stato abbandonato, e l'unione europea finanziaria non dispone di risorse sufficienti. La crescita del livello del debito in Cina è motivo di una sempre maggiore preoccupazione globale. Nel frattempo, la bolla globale cresce.
Molto dipende dalle banche centrali, ma esse si trovano in una posizione contraddittoria. Potrebbe essere lo stesso tentativo, da parte della politica, di rallentare la crescita della bolla, a mettere in moto una spirale di recessione. In assenza di migliori politiche comuni, di regolamentazioni e di istituzioni, attualmente le banche centrali hanno meno potere di quanto spesso si pensi. Di conseguenza, la "cosa" di Minsky (il collasso del sistema economico e finanziario) sembra piuttosto probabile. Se ho ragione, probabilmente assisteremo al più grande crollo di sempre, accompagnato da una profonda depressione globale, all'incirca, più o meno, da qui al 2020.
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fonte: State of Nature