sabato 12 marzo 2016

Sull’orlo dell’abisso

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La tempesta bancaria che si avvicina
- di Francisco Louçã * -

Le grandi banche europee sono l'anello più debole della crisi prossima ventura. Dopo aver ricevuto, nel 2008, l'astronomica cifra di 661miliardi di euro di fondi pubblici, a titolo di salvataggio, oggi le banche sono decapitalizzate (una parte dei loro attivi vale meno di quello che viene dichiarato ovvero, in altre parole, sono attivi tossici) e sono in difficoltà a pagare a breve termine i loro passivi.
Le cifre sottolineano i sintomi più evidenti di tale difficoltà. Il valore dei cosiddetti "CoCos", I titoli di debiti di alcune delle principali banche europee, è sceso drammaticamente. Stiamo parlando di  Deutsche Bank, Santander, Unicredit e del Banco Popular (e la stessa cosa avviene con la BNP Paribas). Questo significa che le principali banche della Spagna, della Germania, della Francia e dell'Italia si trovano sull'orlo dell'abisso.

Questi CoCos, il capitale COntingente COnvertibile, sono uno strumento di debito creato nel 2013, come risposta alla nuova regolamentazione internazionale, al fine di eludere le restrizioni imposte ai capitali dopo l'ultima crisi del 2008. Sono titoli di debito che, nel caso dovesse avvenire una tragedia, possono convertirsi in capitale. Nel frattempo, ricevono un alto tasso di interesse, il quale corrisponde alla percezione del fatto che il rischio è molto grande.
Il valore di tali strumenti di debito è andato sempre più calando, e ora si trovano ad operare in una situazione in cui le perdite corrispondo fino ad un quarto del loro valore. Questo crollo registra la paura degli investitori, i quali temono che gli interessi su questi titoli saranno impossibili da essere pagati.
Il problema non è solo della Grecia. E' presente anche nelle principali economie del mondo, dagli Stati Uniti all'Europa. Le valutazioni borsistiche delle banche stanno crollando e a partire da questo si diffonde il panico nei mercati finanziari, in quanto anticipano quelli che sono i rischi a breve termine.

L'esposizione di alcune banche a tali operazioni considerate a rischio è assai grande, soprattutto per quel che riguarda le banche spagnole e tedesche. Le tre principali banche spagnole (BBVA, Popular e Santander) hanno emesso CoCos per circa 10miliardi di euro. Perciò, le difficoltà della Santander aiutano a comprendere il perché dell'intervento della Commissione Europea e della Banca Centrale Europea nel caso Banif (banca portoghese che si trova nei guai dal 2012, e che è stata comprata dalla Santander nel dicembre del 2015), con il consenso del governo portoghese, che ha permesso una ricapitalizzazione della banca spagnola.

Ma è la Deutsche Bank a trovarsi nelle peggiori condizioni. Dopo aver perso 6,7 miliardi durante lo scorso anno, vedendosi così obbligata ad aumentare le risorse al fine di affrontare i contenziosi, che tutti insieme assommano a più di 1,2 miliardi di dollari, ora la Deutsche Bank è diventata la banca europea più esposta, a breve termine.
E' questa la mappa che dobbiamo analizzare per comprendere che cosa avverrà nel settore bancario portoghese nei prossimi anni.

- Francisco Louça - 7 marzo 2016 -

* Francisco Louça, professore di economia all'Università di Lisbona, ex parlamentare e membro del "Bloco de Esquerda", è attualmente consigliere di Stato. Articolo pubblicato dal quotidiano uruguaiano "Bitácora".

fonte: Carta Maior

venerdì 11 marzo 2016

Accendete il capitalismo!

Argand

La madre dell’industria? Fu la «Repubblica delle Lettere»
- di Antonio Carioti -

Come mai lo svizzero Aimé Argand (1750-1803), inventore di una lampada a olio assai innovativa, dovette recarsi in Inghilterra, verso la fine del Settecento, per sviluppare la sua creazione? E se, per assurdo, la Gran Bretagna non fosse esistita, avrebbe avuto ugualmente luogo, in quella fase storica, la rivoluzione industriale?
Sono due delle questioni poste in uno dei contributi più interessanti inclusi nel nuovo numero della rivista «Il Mulino», diretta da Michele Salvati. Si tratta dell’intervista realizzata dall’economista Emanuele Felice con lo storico israelo-americano Joel Mokyr, docente alla Northwestern University, sul rapporto tra Illuminismo e nascita dell’industria. Una questione sulla quale Mokyr, vincitore del premio Balzan per il 2015, sta per pubblicare un libro intitolato A Culture of Growth («Una cultura dello sviluppo»).
Alle origini della rivoluzione industriale lo studioso non colloca in primo piano fattori economici o istituzionali, ma un sostrato culturale diffuso in tutta Europa: quindi a suo avviso, per rispondere a una delle domande iniziali, il capitalismo (ma Mokyr non ama questo termine) sarebbe sorto anche in assenza della Gran Bretagna, poiché avrebbe potuto svilupparsi sul continente, anche se probabilmente con ritmi e lineamenti diversi.
Base di partenza fu, nella sua ricostruzione, la «Repubblica delle Lettere», una comunità internazionale degli studiosi che si andò creando tra il Cinquecento e il Seicento grazie a varie forme di mecenatismo. Succedeva che un dotto capace di conquistarsi una reputazione per le sue ricerche trovasse qualcuno disposto a offrirgli una posizione per proseguirle in pace, garantito e ben remunerato. E tra i cervelli più brillanti si svolgevano discussioni accanite su argomenti di vario genere.
In questo ambito Mokyr individua una svolta cruciale, che collega alla figura dell’inglese Francis Bacon ( 15611626), noto in Italia come Francesco Bacone. Fu lui a introdurre il concetto della «conoscenza utile», cioè l’idea che il sapere non è finalizzato solo alla soddisfazione di chi lo consegue, ma «deve servire per calzare scarpe migliori ai piedi, per mettere più cibo a tavola e avere un tetto migliore sulla testa».
Oggi ci sembra un’ovvietà, osserva Mokyr, ma all’epoca l’impatto del pensiero di Bacone fu enorme e ispirò molti grandi scienziati, tra cui Isaac Newton. Si capì che la conoscenza applicata aveva un enorme «potere di liberazione»
Oltre all’intervista di Mokyr il nuovo numero del rivista diretta da Michele Salvati, contiene un dossier sui problemi del Sud dal bisogno. Ed è in questo clima intellettuale, sottolinea il docente, «che la possibilità di un illuminismo industriale prende corpo». Sulla base di tali premesse culturali non c’è da stupirsi che la patria di Bacone e Newton nel Settecento possedesse «un grande vantaggio», consistente soprattutto, nota Mokyr, «in una forza lavoro molto meglio qualificata», cioè tecnici in grado di risolvere i problemi relativi all’attuazione materiale di un progetto. Perciò Argand trovò appunto in Inghilterra le condizioni ideali per realizzare la sua lampada. E così abbiamo risposto anche all’altra domanda.

- Antonio Carioti - Pubblicato sul Corriere della Sera del 1° marzo 2016 -

giovedì 10 marzo 2016

Incendi

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Incendio sul camion dei pompieri
- di Ernst Lohoff -

Dopo il crollo della Lehman Brothers nell'autunno del 2008, i prezzi delle azioni sono scesi in maniera vertiginosa. Secondo "Welt Online", nelle ultime settimane in tutto il mondo sono spariti valori per circa cinque miliardi di dollari. Dopo il ribasso del punteggio di solvibilità dei titoli del governo degli Stati Uniti, effettuato dall'agenzia di rating Standard and Poor's, i mercati finanziari hanno perso ancora di più.
Da quando, negli anni 1980, è cominciata la sua ascesa come industria di base del sistema capitalista mondiale, l'industria finanziaria ha subito alcune dure battute d'arresto. Ma gli attuali eventi hanno una nuova qualità. In tutti gli episodi precedenti di crisi nei centri capitalisti, gli Stati hanno assunto in parte, attraverso il debito, il ruolo di camion dei pompieri. Stavolta è il camion dei pompieri che sta andando a fuoco.

Questo mutamento del punto di partenza della crisi non è un incidente, bensì il risultato logico delle implicazioni delle crisi precedenti. C'è stato il crollo della "new economy" ovvero la grande crisi finanziaria del 2008 - i mercati dei capitali sono crollati in quanto gli investitori, delusi per i tassi di rendimento basati sulla speranza nel settore privato, speranza che una volta era alta, hanno smesso di comprare i titoli delle "imprese del futuro", ossia di concedere a queste imprese prestiti ipotecari insicuri. Le agenzie statali sono state incaricate di impedire una minacciosa spirale al ribasso nell'economia mondiale. Le banche centrali hanno reso disponibile, attraverso una politica di denaro a basso costo, la materia prima per la formazione di nuove bolle finanziarie ancora più grandi. I poteri pubblici hanno frenato il declino della cosiddetta economia reale per mezzo di una politica di spesa espansiva ed hanno guadagnato tempo attraverso un'espansione accelerata del proprio debito, in attesa che la dinamica di creazione di capitale fittizio facesse emergere nuovi portatori di speranza nell'economia privata. Questa procedura aveva avuto successo dopo il crollo economico del 2000. Allora, la situazione economica mondiale si era indebolita nel corso di due o tre anni, per cui una serie di bolle, come la bolla immobiliare degli Stati Uniti, si rivelarono sufficientemente forti da permettere il ritorno della crescita dell'economia mondiale. Dopo la crisi finanziaria del 2008, non è venuto fuori nessun portatore di speranza nell'economia. Di fatto, la politica dei bassi tassi di interesse e la nazionalizzazione delle perdite speculative hanno impedito il collasso dei mercati finanziari. Tuttavia, la produzione dell'industria finanziaria privata è rimasta al di sotto del livello che aveva permesso una limitazione dell'indebitamento statale. Gli Stati di tutto il mondo, per affrontare la crisi del 2008, hanno dovuto sborsare 15 miliardi di dollari, aumentando di 39 miliardi di dollari l'indebitamento totale di tutti gli Stati.

Non si prevedono miglioramenti. L'indebitamento statale è diventato la più importante bolla dell'industria finanziaria, ed è proprio questa bolla che ora si trova sul punto di esplodere. La politica economica si trova ora di fronte ad un insolubile dilemma. Da una parte, l'indebitamento statale deve continuare, per evitare una deflazione. Allo stesso tempo, per simulare la solvibilità degli Stati, è indispensabile l'annuncio del pareggio di bilancio. Questo dilemma strutturale costituisce lo sfondo di panico che ha colpito i mercati finanziari la scorsa settimana. Non può essere stabilito, né per quanto riguarda l'Europa né per gli Stati Uniti, che cosa abbia più accelerato la caduta del prezzo delle azioni: la paura degli effetti deflazionari dovuti alle nuove misure, oppure le preoccupazioni che riguardano la solvibilità dei debitori statali.

E' chiaro che l'impasse continui a non avere vie d'uscita. La politica economica non ha più alcun margine di manovra, ma soltanto un'opzione di politica monetaria. Dal momento che le banche centrali non possono diminuire i tassi di interesse, che sono già estremamente bassi, esse comprano i titoli degli Stati in difficoltà. In questo modo, per gli Stati si apre una nuova possibilità di indebitamento e, dall'altro lato, si impedisce una svalutazione immediata dei titoli statale che circolano nell'industria finanziaria. Il capitalista totale ideale (lo Stato) fa quello che nessun altro potrebbe fare: fa prestiti a sé stesso.

Pochi anni fa, questo sarebbe stato considerato il più grande peccato contro la stabilità monetaria. E non senza ragione: una banca centrale che, anziché di titoli redditizi, fa scorta di titoli spazzatura usandoli come riserva monetaria, non fa altro che spostare la crisi su un nuovo terreno. La svalorizzaione del debito statale è rinviata, lasciando il posto ad una svalutazione latente del denaro. La prossima logica tappa del processo di crisi sarà il passaggio alla crisi dei bilanci statali con la mediazione del denaro. Il capitalismo supera le proprie crisi, preparandone altre ancora più grandi. Lo dice Marx. Ma non era mai successo che l'estintore dell'ultima crisi diventasse il combustibile della crisi successiva così rapidamente come avviene oggi.

- Ernst Lohoff - pubblicato su "Jungle World" n°32 del 2011 -

Nota: L'autore chiama "industria finanziaria" i mercati di capitali ed i mercati monetari.

fonte: Ensaios e textos libertários

mercoledì 9 marzo 2016

Mammaliturchi!

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Questo 7 marzo 2016 la Commissione Europea ha convocato a Bruxelles i capi di Stato e di governo dei 28 paesi membri, in onore della visita del primo ministro della Turchia, il cui presidente, come era avvenuto lo scorso ottobre, non poteva scindersi dalle proprie pesanti responsabilità, ma che trovava tuttavia il tempo per qualche arringa mediatica dalla Tracia .
Sembra che il vertice abbia avuto come scopo principale quello di informare la stampa a proposito di un nuovo pacchetto di decisioni prese a settembre dal direttorio germano-europeo, presentate dal presidente Juncker al presidente Erdogan il 5 ottobre, poi rivelate in parte ai capi di Stato  e di governo europei il 15 ottobre, e di cui alcune hanno fatto parte del trattato ufficiale firmato il 29 novembre.
La parte che ne viene rivelata questa volta concerne il rinnovo per il 2018 del tributo di 3 miliardi di euro, il cui principio i 28 governanti hanno dovuto accettare per il 2017, qualche giorno dopo che il presidente della Commissione aveva dichiarato al Parlamento Europeo che si trattava solamente di un miliardo non rinnovabile. Ma già dalla fine di novembre si sapeva che questo tributo sarebbe stato annuale, e ad ottobre la stampa turca aveva parlato di 12 milioni.
Uno dei punti meno importanti riguarda il nuovo cambiamento della data di abolizione dell'obbligo di visto per i titolari di un passaporto turco, abolizione dapprima promessa per il mese di gennaio, poi rinviata al primo ottobre per problemi incomprensibili di burocrazia, e alla fine sancito per il mese di giugno.
L'accordo per la fornitura di migranti che la Turchia è stata incaricata di selezionare, e che l'Unione Europea dovrà andare direttamente a prendere in Turchia, comincia ad emergere, pur sempre circondata da misteri che sembrano confermare i sospetti che si tratti di un numero ben superiore a quello del mezzo milione previsto all'epoca in cui si considerava di pagare un tributo di solo un miliardo di euro. Questa volta si parla, ma evidentemente è solo l'inizio, di un numero equivalente a quello dei clandestini che sono arrivati nelle isole greche, dei quali l'Unione Europea sarebbe riuscita a determinare identità e nazionalità e ad ottenere un (assai ipotetico) accordo di riammissione nei paesi di origine.

Questa formulazione che pretende improvvisamente di legare i "programmi che permettano ai rifugiati in TUrchia di entrare nell'Unione Europea in maniera ordinata" (secondo il testo del memo 15-5777 della Commissione Europea del 5 ottobre) ad un'ipotetica "gestione dei clandestini che sono passati dalla Turchia in Grecia è soprattutto l'occasione per mettere in atto un ritorno spettacolare: non solo non si tratta più di tentare di impedire le partenze di clandestini dalla Turchia, ma di gestire la destinazione degli intrusi in Grecia, ed inoltre è ormai previsto che, anziché negoziare il dispiegamento di controllori europei sulla costa (continentale e rettilinea) turca, venga imposto alla Grecia di accogliere dei controllori turchi su alcune delle sue migliaia di isole (frastagliate), le più importanti delle quali sono altresì rivendicate dalla Turchia. Il pretesto è quello del controllo della "reinviabilità" al momento dell'arrivo in Europa, al posto della proibizione delle partenze clandestine dall'Asia, ulteriore prova della ricerca da parte della Commissione Europea delle formule più complicate e meno efficaci possibili che assicurino sia la continuazione dell'intrusione illegale di massa che l'alibi di un'azione comunitaria che proibisca ogni azione nazionale suscettibile di dare una soluzione a ciò che l'Unione non considera un problema, bensì un programma. Sia il presidente Juncker che la cancelliera Merckel hanno di nuovo ripetuto oggi che non si tratta di "chiudere la rotta dei Balcani", come dicono alcuni.

Si può leggere in questo o in quel comunicato che si tratta di istituire un canale ufficiale di ammissione che possa cortocircuitare le reti illegali di tratta di esseri umani. De Iure, si tratta effettivamente di istituzionalizzare l'introduzione illegale di massa, a cura dell'Unione Europea, di persone che non rientrano in alcuna categoria migratoria legale e che non rivestono lo status di rifugiati così come è definito dalla Convenzione del 1951 o dai testi legali in vigore nei paesi in cui la Commissione intende imporre la loro installazione. Di fatto, si tratta di sperimentare e poi di mettere in pratica una procedura non degradante (a differenza dell'invito ad introdursi tramite effrazione) e che non dipenda dalla complicità del governo o della polizia, che verrà in seguito allargata non a centinaia di migliaia bensì a milioni di coloni.

Quanto alla Grecia, tutto questo non può non far tornare alla mente le altre sanzioni, le altre prepotenze e le sofferenze in corso di imposizione.

Quanto a Cipro, la riunione del 7 marzo ha ancora una volta rinnovato la tacita autorizzazione alla sua occupazione militare da parte della Turchia.

fonte: Stratediplo

martedì 8 marzo 2016

Talloni di Achille

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Imperialismo e super-sfruttamento
(Una recensione di "Imperialismo nel 21° secolo" di John Smith)
- di Michael Roberts -

Il libro di John Smith è un potente e bruciante atto d'accusa dello sfruttamenti di miliardi di persone in quello che veniva chiamato Terzo Mondo e che ora da parte dell'economia principale vengono denominate come economie "emergenti" o "in via di sviluppo" (e che da Smith viene chiamato "il Sud"). Ma il libro è molto, molto più di questo. Dopo anni di ricerche che includono anche una tesi di dottorato, John ha dato un importante ed originale contributo alla nostra comprensione del moderno imperialismo, sia a livello teorico che empirico. In tal senso il suo libro "Imperialismo" è un complemento a "The city" di Tony Norfield, già recensito qui - o potrei anche dire che è il libro di Tony ad essere un complemento di quello di John Smith. Mentre il libro di Tony Norfield mostra lo sviluppo del capitale finanziario nei moderni paesi imperialisti ed il dominio di potere finanziario del "Nord" (Stati Uniti e Gran Bretagna, ecc.), John Smith mostra come sia il "super-sfruttamento" dei lavoratori salariati nel "Sud" ad essere la base del moderno imperialismo nel 21° secolo.

Il libro comincia con alcuni esempi di come i lavoratori salariati nel Sud siano "super-sfruttati" per mezzo di salari al di sotto del valore della forza lavoro (i lavoratori tessili del Bangladesh): "I salari di fame, le fabbriche come trappole mortali, ed i fetidi slum del Bangladesh sono rappresentativi delle condizioni patite da centinaia di milioni di persone che lavorano in tutto il Sud globale, sono la fonte del plusvalore che sostiene i profitti ed alimenta un sovra-consumo insostenibile nei paesi capitalisti" (p.10)... e come il plusvalore creato da questi lavoratori super-sfruttati viene acquisito dalle corporazioni trans-nazionali e trasferito attraverso la "catena del valore" ai profitti dei paesi imperialisti del Nord (Apple, I-phone e Foxconn). "L'unica parte dei profitti della Apple che appare avere origine in Cina, è quella risultante dalla vendita dei suoi prodotti in quel paese. Come nel caso delle T-shirt made in Bangladesh, anche con gli ultimi gadget elettronici, il flusso di ricchezza proveniente dai salariati cinesi e da altri lavoratori a basso salario che sostiene i profitti e la prosperità delle aziende e delle nazioni del Nord, diventa invisibile sia nei dati economici che nei cervelli degli economisti" (p. 22).

Smith sottolinea come quel "circa 80% del commercio globale (in termini di esportazioni lorde) è legato alla produzione internazionale delle multinazionali". UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development) stima che "circa il 60& del commercio globale... consiste di scambio di beni e di servizi che sono incorporati nei diversi stadi del processo di produzione di beni e di servizi per il consumo finale." (p. 50). Smith sostiene che l'esternalizzazione sia stata un strategia consapevole dei capitalisti, un'arma potente contre le organizzazioni sindacali, per reprimere i salari ed intensificare lo sfruttamento dei lavoratori a domicilio, ed ha portato soprattutto ad un'enorme espansione dell'occupazione di lavoratori nei paesi a basso salario... " Una caratteristica sorprendente dell'attuale globalizzazione è che un quota molto grande e crescente di forza lavoro in molte catene globali di valore ora si trova nelle economie in via di sviluppo. In poche parole, il centro di gravità di gran parte della produzione industriale mondiale si è spostata dal Nord al Sud dell'economia globale", dice Smith citando Gary Gereffi.

Smith affronta il punto di vista neoclassico secondo il quale i salari sono bassi nel Sud perché lì è la produttività ad essere bassa. Questo punto di vista - sottolinea Smith - "non è mai stato criticato sistematicamente dai critici eterodossi e dai critici marxisti del neoliberismo... (e) contemporaneamente la scuola marxista,... con poche ma significative eccezioni... è sorprendentemente indifferente ed accetta l'argomento degli economisti borghesi secondo il quale le differenze internazionali di salario riflettono le differenze internazionali nella produttività del lavoro." C'è un tentativo deliberato da parta della teoria borghese neoclassica di identificare la crescita dei salari con la produttività del lavoro e molti marxisti sono d'accordo con questo in quanto confondono valore d'uso (la produzione di cose e di servizi) con il loro valore (i prezzi di produzione). Invece, "le differenze salariali sono influenzate in maniera significativa dalla soppressione coercitiva della mobilità del lavoro - in altre parole, da un fattore che, rispetto a questo, è del tutto indipendente dalla produttività". (p.240)

Ma la teoria economica ufficiale nega tale realtà. Ciò porta all'idea che i lavoratori in Cina ricevano la loro "quota equa" in salario, dato il loro livello di produttività. Smith cita Martin Wolf che nel 2005, nel suo libro "Why globalization works", lodava i benefici della globalizzazione (Adesso Wolf, nel suo ultimo libro, ha dimenticato quali fossero i benefici della globalizzazione che aveva percepito). "E' giusto dire che le imprese trans-nazionali sfruttano i loro lavoratori cinesi nella speranza di trarre profitto. E' altrettanto giusto dire che i lavoratori cinesi stanno sfruttando le multinazionali nella (quasi universalmente rispettata) speranza di ottenere paghe più alte, miglior formazione e maggiori opportunità." (Wolf).

In contrasto col punto di vista di Wolf, l'enorme proletariato a basso salario emerso negli ultimi 30 anni è la chiave per i profitti dell'imperialismo, trasferiti dal Sud al Nord. Smith fornisce la prova di tutto questo. Nel 2010, il 79%, ovvero 541milioni, di lavoratori industriali del mondo viveva nelle "regioni meno sviluppate", rispetto al 34% del 1950 ed il 53% del 1980, confrontato con i 145milioni di lavoratori industriali, ovvero il 21% del totale, che nel 2010 viveva nei paesi imperialisti (p.103). Per i lavoratori dell'industria manifatturiera, questo cambiamento è stato ancora più drammatico. Ora, l'83% della forza lavoro manifatturiera del mondo vive e lavora nelle nazioni del Sud globale.
La "popolazione economicamente attiva" (EAP) del mondo è cresciuta da 1,9 miliardi del 1980 a 3,1 miliardi del 2006, un incremento del 63%. La quasi totalità di questa crescita numerica è avvenuta nelle "nazioni emergenti", in cui ora risiede l'84% della forza lavoro globale, 1,6 miliardi dei quali lavoravano per un salario, il rimanente miliardo erano piccoli contadini ed una moltitudine di persone che lavorano nel mondo infinitamente variegato della "economia informale" (p.113)

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Il proletariato mondiale non è mai stato così grande sia nei numeri che nella sua quota di forza lavoro totale. E tuttavia la quota dei salari come parte del reddito nazionale è crollata, sia nel Sud che nel Nord. Secondo l'ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro), dai primi anni 1990 la "quota di reddito nazionale che va al lavoro... è diminuita in quasi tre quarti dei 69 paesi che dispongono di informazioni a questo proposito." Il calo è generalmente più pronunciato nelle economie emergenti e in via di sviluppo che in quelle avanzate. Il calo nella quota destinata al lavoro in queste economie è molto ripido - in Asia cade di circa il 20% fra il 1994 ed il 2010; inoltre, "Il ritmo del calo ha accelerato... negli anni recenti, con la quota dei salari che perdono più dell'11% fra il 2002 ed il 2006.

Come scrive Smith, "I salari pagati agli operai nel Sud sono influenzati da dei fattori che non hanno alcuna attinenza o rilevanza per quel che concerne la produttività di questi operai sul posto di lavoro, ma sono fattori che derivano dalle condizioni del mercato del lavoro e più in generale dalle strutture sociale e dalle relazioni che riguardano la riproduzione della forza lavoro, ivi inclusa la soppressione della libertà di movimento del lavoro a livello internazionale e l'emergere di un vasto surplus relativo di popolazione nel Sud globale. Questo crea una voragine nell'edificio traballante dell'economia principale".

Si arriva così ad uno principali punti teorici di Smith. Il capitalismo è iniziato a partire dalla sfruttamento del lavoro attraverso il plusvalore assoluto (una giornata lavorativa più lunga) e, naturalmente, portando sempre più persone a svolgere la funzione di forza lavoro. Poi, il capitalismo sviluppato - come viene mostrato da Marx, nel capitale, per l'Inghilterra - ha visto l'ascesa ed il dominio del plusvalore relativo, nello specifico attraverso la tecnologia che riduce il valore della forza lavoro nel corso della giornata lavorativa. Ma ora, nel 21° secolo, sostiene Smith, lo sfruttamento dei lavoratori del Sud avviene sempre meno attraverso l'espansione del plusvalore assoluto e relativo, e sempre più attraverso l'abbassamento dei salari al di sotto del valore della forza lavoro (super-sfruttamento).

Marx, nel Capitale, ha riconosciuto in questo un'importante forma di sfruttamento del lavoro, ma ha sostenuto che il capitalismo potrebbe sfruttare la forza lavoro ed appropriarsi del plusvalore anche senza di essa. Marx riteneva che i fattori che contrastano la tendenza alla caduta del saggio di profitto non fossero soltanto un crescente tasso di sfruttamento o una diminuzione dei costi della tecnologia, oppure anche un incremento del commercio con l'estero e la finanziarizzazione del capitale, ma anche la riduzione dei salari al di sotto del valore della forza lavoro (super-sfruttamento). Nella sua analisi astratta delle leggi della dinamica del capitale, Marx escludeva questo fattore, ma "Come molte altre cose che potrebbero essere introdotte, esso non ha niente a che fare con l'analisi generale del capitale, ma ha un suo ruolo in una situazione di concorrenza, che non viene trattata in questo lavoro. Ma rimane nondimeno uno dei fattori più importanti nell'arginare la tendenza del saggio di profitto a cadere". (p. 240)

Ma oggi, secondo Smith, tutt'e tre i modi di sfruttamento del lavoro sono all'opera. e il terzo modo è quello più significativo nel Sud, sostiene Smith, perché il Nord imperialista trova che questa sia il modo migliore e più facile per appropriarsi lì del plusvalore. Smith ritiene che questo sviluppo sia stato ignorato, trascurato o confuso da quelli che lui chiama gli "Euro-marxisti" i quali sostengono che i lavoratori del Nord sono più sfruttati di quelli del Sud perché sono più produttivi.

Smith conclude che tale confusione è sorta a causa dell'uso che l'economia ufficiale ha fatto del PIL e del "valore-aggiunto" e che è stato accettato quasi senza nessuna discussione dagli economisti marxisti. Si può vedere come il Prodotto Interno Lordo (PIL) nasconda il fatto che gran parte del valore, ad esempio nel PIL degli Stati Uniti, non sia valore creato dagli operai americani ma che esso viene appropriato per mezzo dello sfruttamento multinazionale ed i prezzi di trasferimento dei profitti creati dallo sfruttamento dei lavoratori del SUD. Il PIL confonde la creazione di valore con l'appropriazione di valore, e così facendo nasconde lo sfruttamento del SUd da parte del Nord imperialista: "PIL come misurazione di quella parte del prodotto globale che viene preso o appropriato da una nazione, non misura quello che viene prodott internamente. La 'I' di PIL, in altre parole, è una menzogna." (p.278).

Perciò, secondo Smith, la famosa analisi dell'imperialismo fatta da Lenin un centinaio di anni fa, e che ora viene rifiutata come inadeguata, è ancora giusta. Ci sono "nazioni che opprimono" e "nazioni oppresse" e quali che siano le une e le altre non è determinato solo dal potere finanziario (Norfield) ma anche dal super-sfruttamento attuato in maniera sistematica del proletariato del Sud oppresso . Quindi "Riguardo le questioni cruciali - il carattere di sfruttamento che hanno le relazioni fra nazioni centrali e periferiche, il più alto tasso di sfruttamento di quest'ultime, e la centralità politica delle lotte nel Sud globale - avevano ragione i sostenitori marxisti della Teoria della Dipendenza, ed i loro critici ortodossi avevano torto." (p. 223)

Ma perché l'imperialismo si è sviluppato in un modo tale da fare assumere allo sfruttamento la forma di super-sfruttamento? In parte è avvenuto perché in paesi con una forza lavoro, precedentemente rurale e contadina, in rapida crescita, i regimi autoritari del Sud e le potenti multinazionali del Nord sono stati in grado di aver ragione dei consueti limiti sociali che si oppongono a salari troppo bassi, orari e condizioni di lavoro, ecc. di modo che quei salari hanno potuto essere tenuti al di sotto del valore della forza lavoro (il costo delle necessità vitali). Inoltre, Smith insiste su come la soppressione della mobilità internazionale del lavoro da parte del Nord abbia contribuito, come possiamo vedere assai bene nell'attuale crisi migratoria in Europa.

Ed è anche una risposta ai cambiamenti (caduta) della redditività del capitale nelle economie imperialiste nordiste, in particolare a partire dalla metà degli anni 1970 in poi. Nel Nord, con la 'globalizzazione' del Sud, le politiche salariali neoliberiste, i servizi pubblici, i sindacati, così come il capitale delle maggiori potenze imperialiste, hanno sperimentato una netta caduta di redditività. Come sostengo nel mio prossimo libro, "The Long Depression" (in uscita a maggio), qualcosa di simile è successo durante l'ultimo periodo dell'espansione imperialista cominciato nel 1890, che portò all'esportazione di capitale verso il Sud (America Latina, Asia) e ad una crescente rivalità imperialista che aveva come oggetto le colonie e il profitto coloniale, culminata poi nella Prima guerra mondiale.

E' stato questo, ciò che ha descritto Lenin. Ma, come dice la citazione di Andy Higginbottom fatta da Smith, quel che c'è inadeguato nell'analisi fatta Lenin della nascita dell'imperialismo visto come fase suprema del capitalismo alla fine del 19° secolo, non è il fatto che lo sfruttamento attualmente sia minore nel Sud di quanto lo sia nel Nord o che non ci siano più realmente paesi oppressori ed oppressi, ma consiste nel fatto che "Lenin non teorizza l'imperialismo in relazione alla crescente composizione organica del capitale o alla tendenza alla caduta del saggio di profitto... Questa incompletezza teorica è atipica in Lenin, ed è anche in netto contrasto con le sue stesse analisi economiche dello sviluppo del capitalismo in Russia, che sono saldamente basate sulle categorie de Il Capitale." (p. 229).

Smith arriva a concludere che gli economisti marxisti del Nord, nel dibattere il ruolo della legge della tendenza alla caduta del saggio di profitto, non tengono conto delle variazioni internazionali del tasso di sfruttamento (s/v), come fanno invece con i cambiamenti nella composizione organica del capitale (c/v). Può essere vero che in questo dibattito gli economisti marxisti abbiano "ignorato il fatto che una parte consistente di plusvalore che viene appropriato dalle imprese nei paesi imperialisti e realizzato come profitto è stato estratto dai lavoratori nei paesi a basso salario". (p. 248). Però non sono stati ignorati i movimenti complessivi nel s/v. Infatti, una delle caratteristiche del periodo post-1945 è quella che nelle maggiori economie il tasso di plusvalore è cresciuto, mentre il tasso di profitto è caduto (nel corso del secolo). Nei miei lavori, ho mostrato che questo è il caso degli Stati Uniti, e in uno scritto recente sul tasso mondiale di profitto che questo include anche le economie del Sud del G20, come Brasile, Russia, Cina e India. Esteban Maito ha svolto un lavoro simile con simili risultati (Maito, Esteban – The historical transience of capital. The downward tren in the rate of profit since XIX century).

Non stiamo ignorando il movimento nel tasso globale di sfruttamento. Infatti ciò che questo libro mostra è che, sebbene il livello dei tassi di profitto siano più alti nel Sud, essi sono caduti nonostante la crescita ed il più alto s/v, a causa del plusvalore assoluto, del plusvalore relativo o del super-sfruttamento. Nella tabella successiva si vede il mio calcolo del tasso di profitto nel G7 e nelle economie del BRIC, nel corso degli ultimi 60 anni.

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Quindi la legge indica i limiti del futuro a lungo termine del capitale (e dell'imperialismo). Infatti, un nuovo libro mio e di G. Carched (in uscita quest'anno) raccoglie il lavoro degli economisti marxisti 'non-Euro' e mostra come la legge di redditività identificata da Marx operi sia nel Sud che nel Nord.

In effetti, non sono sicuro che Smith abbia dimostrato che il "super-sfruttamento" sia la caratteristica dominante del moderno imperialismo. Come fa vedere Smith, anche l'imperialismo del 19° secolo si basava sul super-sfruttamento delle masse nelle colonie (a livello di schiavitù) e nell'industrializzazione di paesi imperialisti come l'Inghilterra della fine del 18° e dell'inizio del 19° secolo i salari al di sotto del valore della forza lavoro erano un potente fattore nello sfruttamento del lavoro (vedi Engels, Le condizioni della classe operaia in Inghilterra).

Del resto, il super-sfruttamento è visibile anche nelle economie imperialiste. I contratti a 'Zero ore', in cui il lavoratori sono a completa disposizione dei datori di lavoro a tutte le ore per una paga minima, in Inghilterra ora riguardano due milioni di lavoratori. In tutta l'Europa meridionale, dove il tasso di disoccupazione giovanile è intorno al 40-50%, i giovani sono costretti a vivere con i loro genitori e a guadagnare somme ridicole in lavori a bassa retribuzione e temporanei. I dati mostrano come nel Nord (inclusi gli Stati Uniti) la povertà sia cresciuta a partire dagli anni 1980 e riguarda il 10% delle famiglie.

E l'altra faccia della medaglia è che, accanto al super-sfruttamento, c'è anche lo sfruttamento del proletariato del Sud attraverso il plusvalore assoluto e per mezzo delle ultime tecnologie volte a risparmiare lavoro (plusvalore relativo) così come avveniva durante lo sviluppo del capitalismo industriale dal 19° secolo in poi. Foxconn può super-sfruttare la sua forza lavoro, ma impiega anche la tecnologia più recente. Questo è un aspetto di quello che Trotsky amava chiamare sviluppo combinato ed irregolare del capitalismo in epoca imperialista.

Ed è in questo dibattito intorno alla relazione fra legge della redditività di Marx e le cause delle crisi economiche nel moderno imperialismo globale che non sono sicuro dove Smith si venga a trovare. Egli afferma, correttamente direi, che "Sia che il saggio di profitto si incrementi o declini, quel che importa è se la massa totale di plusvalore è sufficiente a retribuire tutti coloro che contano su di essa." Proprio così, quindi la massa totale di plusvalore a causa del funzionamento della legge di Marx diviene di regola insufficiente. E quando crolla la massa del profitto, non ci vuole molto perché investimento, occupazione e redditi seguano nella caduta.

Nel capitolo finale sulle cause della crisi, Smith respinge fermamente l'idea preminente fra gli economisti ufficiali ed eterodossi secondo la quale la crisi finanziaria globale e la Grande Recessione sono state finanziarie all'origine. In alternativa, suggerisce che la crisi sia stata ritardata grazie alla dislocazione a Sud delle imprese imperialiste a causa della 'sovrapproduzione' del Nord. Ma il concetto di sovrapproduzione serve a coprire una moltitudine di colpe. In Marx, la sovrapproduzione di merci è il risultato di sovraccumulazione di capitale, ma la sovraccumulazione di capitale è il risultato della caduta di redditività e profitto (sovraccumulazione assoluta).

Come mostra Smith in maniera brillante, il capitale del Nord ha recuperato gran parte del calo della sua redditività, sofferto negli anni 1970, per mezzo del super-sfruttamento del Sud: "il plusvalore estratto da queste nuove legioni di lavoratori sottopagati è servito a tirar fuori il capitalismo dal buco in cui era caduto negli anni 1970". Come nota Smith, l'incremento del debito si è aggiunto alla crisi finale di modo da conferirle una forma finanziaria. "Un incremento esponenziale dell'indebitamento è riuscito a contenere la crisi di sovrapproduzione, ma ha portato sul punto del collasso il sistema finanziario globale."
A questa frase, va presa la parola 'sovrapproduzione' e va sostituita con 'redditività'.

Ci può anche essere più spazio perché l'imperialismo possa sfruttare globalmente il proletariato e contrastare così di nuovo, per un po', la caduta della redditività. Ci sono ancora eserciti di riserva del lavoro nelle aree rurali di molti paesi che possono essere trascinati nella produzione globalizzata di merci (e sì, spesso con salari al di sotto del valore). Ma ci sono dei limiti alla capacità dell'imperialismo ad accrescere indefinitamente il tasso di sfruttamento, non da ultimo la lotta di questo nascente proletariato del Sud (e che è ancora sostanzialmente presente nel Nord).

La legge della redditività di Marx non viene e non verrà contrastata indefinitamente anche per mezzo del super-sfruttamento. La legge della redditività e la lotta del proletariato globale sono i talloni di Achille dell'imperialismo.

- Michael Roberts - pubblicato sul Michael Roberts Blog il 7/3/2016 -

fonte: Michael Roberts Blog

lunedì 7 marzo 2016

Marx, Engels e gli uranidi

Homo

Il 22 giugno 1969, Friedrich scrive da Manchester al suo amico Karl a Londra:

"Sta dunque tutto qui il successo di Wilhelm [*1], nell'ottenere che la linea androgina e la linea integralmente femminile dei lassalliani si sono riunite! [...] E' un 'invertito' davvero molto curioso quello che mi hai mandato [*2]. Sono davvero delle rivelazioni estremamente contro natura quelle che vi si trovano. I pederasti cominciano a contarsi e si accorgono di costituire una potenza contro lo Stato. Mancherebbe solo l'organizzazione, ma dopo quanto vi è detto, sembra che in segreto esista già. [...] «Guerre aux cons, paix aux trous-du-cul » [in francese nel testo], si dirà d'ora in poi. [...] Del resto è possibile solo in Germania che un tipo del genere si presenti in pubblico a tradurre in teoria quella porcheria e ad invitare: introite [entrate] ecc.. Purtroppo non ha ancora il coraggio di dichiararsi apertamente « tale », e coram pubblico deve ancora sempre operare « dal davanti », seppure non « dal davanti in dentro », come dice in un punto per sbaglio. Ma aspetta che la nuova legge penale della Germania settentrionale abbia riconosciuto i droits du cul [in francese], allora costui canterà un'altra canzone. Per noi, povera gente del davanti, con la nostra puerile inclinazione per le donne, le cose si metteranno ben male allora. Se Schweitzer fosse buono a qualcosa, si tratterebbe di cavare a quello strano galantuomo i nomi degli alti ed altissimi pederasti, cosa che a lui, spiritualmente loro affine, non riuscirebbe certo difficile". (da: Marx-Engels, "Carteggio" )

All'inizio del 21° secolo, anche se il lettore non capisce granché circa questa lettera, nondimeno ne rimane scioccato. Anche noi. Ma l'intelligenza teorica non consiste nel denunciare quei pregiudizi che allora erano moneta corrente, bensì nell'individuare quelli che dominano la nostra epoca. Il fine non è quello di giudicare, ma piuttosto quello di comprendere il presente facendo una piccola deviazione nel passato.
In Germania, intorno al 1860, il movimento operaio è costituito dai nascenti sindacati, ancora fragili, delle numerose associazioni assai effimere che agivano come alleati e come rivali di una borghesia liberale allora ancora priva di un potere politico che veniva esercitato da un regime autocratico.
Inoltre, la questione nazionale "sovradeterminava" la questione sociale. In una Germania non unificata, il Nord è dominato dall'autoritaria Prussia, mentre il resto è composto di piccoli Stati. Da una parte, l'Austria, è un impero "multinazionale", un gigante in declino: l'unità avverrà sotto la direzione prussiana oppure con l'Austria?
E' questo il contesto in cui nasce, nel 1863, la prima organizzazione operaia con una presenza effettiva in un grande partito del paese, l'Associazione Generale dei Lavoratori Tedeschi (d'ora in poi, ADAV), diretta da Ferdinand Lassalle. Il suo programma è quello del lavoro associato, "quando la classe operaia diventa il suo stesso imprenditore". Questi produttori associati estendono gradualmente la loro attività a tutta l'economia, senza la borghesia ma con l'aiuto dello Stato, il quale "ha [...] il dovere [...] di prendere nelle sue proprie mani, per incoraggiarla e svilupparla, la grande questione della libera associazione individuale della classe operaia e di attivarsi in quanto ha il sacro dovere di offrirvi [agli operai] i mezzi e la possibilità di auto-organizzarvi ed auto-associarvi." (Cfr. Lassalle, Lettera aperta agli operai, 1863).
L'ADAV cercava l'appoggio di Bismarck contro la borghesia, e Lassalle stimava talmente il "cancelliere di ferro" da inviargli copia di ciascuno dei propri scritti. Per Marx, "era un non senso credere che lo Stato prussiano potesse intraprendere un'azione socialista diretta" (Marx, Lettera a Kugelmann, 23/2/1865). Al contrario, i socialisti che sostenevano Marx (non senza criticarlo) affermavano di promuovere l'attività autonoma degli operai. Per August Bebel e per Wilhelm Liebknecht - fondatori nel 1869 del Partito Social-Democratico di Germania) - il suffragio universale serviva a rendere politicamente indipendente il proletariato, al fine di poter un giorno esercitare da sé solo il potere politico volto a realizzare il suo programma economico.
Alla morte di Lassalle (ucciso in duello nel 1864), alla guida dell'ADAV gli succede Johann-Baptist von Schweitzer [*3].
Schweitzer (1833-1875), dopo aver studiato diritto e pubblicato un libro sulla religione, si era reso attivo nei circoli operai di Francoforte, era presidente di un club di ginnastica, aveva fondato nel 1861 un'Associazione di Educazione Operaia, e lavorava per federare insieme questi circoli che c'erano in tutta la Germania. Il suo fine era duplice: rafforzare il sentimento nazionale... e favorire la lotta di classe, intesa come opposizione degli operai ai borghesi, cercando nel mentre l'appoggio dello Stato contro tali borghesi. Schweitzer ed i suoi amici non vedevano nessuna contraddizione fra promuovere l'unità e la capacità di difesa del popolo tedesco, e sostenere gli interessi specificamente operai.
Divenuto nel 1862 uno dei pionieri della socialdemocrazia nella regione di Francoforte, Schweitzer viene arrestato. Ci sono due testimoni che l'accusano di aver richiesto, in un parco, un "atto indecente" ad un ragazzo di 14 anni. L'adolescente (o il giovane uomo, dal momento che la sua vera età rimane incerta) è scomparso, di lui si ignora tutto, Schweitzer nega il fatto, tuttavia viene condannato a due settimane di prigione per attentato alla decenza. La società di ginnastica lo ostracizza, e nel 1863 la sezione dell'ADAV di Francoforte rifiuta la sua adesione. Su pressione di Lassalle, che vede in questo infrequentabile un buon acquisto, Schweitzer viene accettato nella sezione di Lipsia [*4]. Ma quando cerca di prendere la parola a Francoforte, Strauss, il responsabile locale dell'ADAV, sancisce:

"Benché molti di noi sappiano bene quali sono le sue capacità, non possiamo utilizzarlo. Qui, è morto!"

La risposta di Lassalle a Strauss:

"L'anormalità attribuita al Dr. von Schweitzer non ha assolutamente niente a che vedere con il suo comportamento politico. [...] Quale rapporto ci sarebbe fra la pratica politica e l'anomalia sessuale?"

Lassalle scrive a Schweitzer:

"Io so soltanto quello che ho letto sui giornali, e ignoro cosa sia vero e cosa non lo sia. Ma se è vero ciò che i giornali hanno detto all'epoca dei motivi della vostra condanna, io so soltanto una cosa: la deplorevole inclinazione, incomprensibile per i miei gusti, che vi viene imputata fa parte di quei delitti che non hanno assolutamente niente a che vedere con il carattere politico di un uomo. In un'organizzazione politica, una simile reazione, contro un uomo del vostro carattere e della vostra intelligenza, prova fino a che punto le idee politiche siano in noi ancora confuse e limitate. Ad ogni modo, per quel che mi riguarda, qualsiasi cosa possono dire i membri della nostra associazione a Francoforte, non nasconderò mai il fatto che ho per voi il più grande rispetto e la massima stima, e vi autorizzo perciò a mostrare questa lettera a chiunque voi desideriate. Ho scritto a Francoforte nel medesimo spirito, non ho per niente nascosto la mia disapprovazione, e spero che questa lettera possa ottenere il risultato desiderato."

Lassalle chiede a Schweitzer di rappresentarlo per l'anniversario dell'ADAV a Francoforte, mantiene con lui delle relazioni di amicizia e lo fa nominare nel comitato direttivo dell'ADAV.
Un anno più tardi, dopo la morte improvvisa di Lassalle, Schweitzer diviene il capo dell'organizzazione. Offre la presidenza a Marx, che ovviamente rifiuta. Tuttavia, Marx, Engels e Liebknecht accettano di collaborare al Social-Democratico, il giornale diretto da Schweitzer che non è l'organo dell'ADAV.
In una lettera a Marx del 15 febbraio 1865, Schweitzer afferma di riconoscere l'autorità di Marx "sulle questioni teoriche", ma non su "le questioni pratiche della tattica immediata", che non possono essere comprese se non a condizione di essere "al centro del movimento". Quando una settimana più tardi il Social-Democratico, con un articolo a firma di Schweitzer, fa l'elogio di Bismarck, Marx si ritira dal giornale, seguito da Liebknecht. Schweitzer, scrive  Marx il 18 febbraio 1865, è "incorreggibile (probabilmente in segreta intesa con Bismarck)". Quattro giorni dopo, Engels risponde: "Il gaglioffo ha il compito di comprometterci e quanto più uno pratica con lui, tanto più affonda nel letamaio". Marx rincara la dose il 10 marzo trattando Schweitzer da "merda di cane": "Devi far pervenire qualche motto di spirito su questo tipo a Siebel, che poi lui, da parte sua, dovrà propagare su diversi giornali" [*5]. Sapendo quali voci compromettevano Schweitzer dopo lo scandalo del 1862, non c'è alcun dubbio sulla natura dei "motti di spirito" sollecitati da Marx. Il capo dell'ADAV sentiva odor di zolfo, e la "questione" continuava a riemergere.
Nel novembre del 1865, Schweitzer viene condannato ad un anno di prigione per i suoi attacchi contro il governo: un'amnistia lo libererà il maggio successivo. Nel 1867, presidente dell'ADAV, eletto nel nuovo parlamento del Reichstag della Germania settentrionale, è uno dei primi deputati in Europa a richiamarsi al socialismo. Nel 1867, pubblica un riassunto del Capitale in dodici articoli. Marx scrive a Kugelmann il 17 marzo 1868 che il suo "nemico personale" lo copre di elogi, ed ammette con Engels che Schweitzer, "malgrado qualche errore qua e là, ha studiato le cose a fondo, e sa dove situare il centro di gravità." Tuttavia, quando Schweitzer dichiara a Marx di considerarlo come "il capo del movimento operaio europeo", l'autore del Capitale vede in questo una manovra. Quest'uomo ha bisogno, scrive ad Engels, "di un suo movimento operaio": non basta essere "incontestabilmente il dirigente operaio più intelligente e più energico attualmente in Germania", bisogna anche "scegliere fra la setta e la classe."
Come ha potuto un uomo - descritto da Franz Mehring, pur con indulgenza, come sofferente per una "grande impopolarità [...] nei circoli operai" e "molto poco amato dagli operai" - rimanere a capo di una delle prime organizzazioni di lavoratori in Germania, la più numerosa e meglio strutturata? Probabilmente perché il suo programma di cooperative sostenute dallo Stato, questo "socialismo dall'alto", rispondeva alle aspirazioni dei proletari di allora.

Marx scrive a Schweitzer il 13 ottobre del 1868:

"Io riconosco assolutamente l'intelligenza e l'energia con le quali agite nel movimento operaio [...] vi ho sempre trattato come un uomo del nostro partito, e non ho mai fatto parola sui nostri punti di divergenza. E pur tuttavia questi punti di divergenza esistono. [...] Dopo un sonno di quindici anni, il movimento operaio in Germania è stato svegliato dal suo torpore da Lassalle - ed è questo il suo merito imperituro. Nondimeno ha commesso dei grandi errori [...]Il [preso come] punto centrale della sua agitazione: l'aiuto dello Stato, al posto dell'azione autonoma del proletariato. [...] affermava che questa formula fosse realizzabile a breve termine. Or dunque, lo Stato in questione non era nient'altro che lo Stato prussiano. Cosa che lo obbligava a fare delle concessioni alla monarchia prussiana, alla reazione prussiana (partito feudale) e perfino ai clericali." (https://www.marxists.org/francais/marx/works/1868/10/km18681013.htm)

Nonostante la sua benevolenza, Mehring considera la direzione di Schweitzer dell'ADAV come una "dittatura morale", più che come una dittatura tout court, il cui presidente è "a capo di una setta limitata" di un partito che evolve sempre più in maniera negativa. Alla lunga, l'ADAV si rivela inadatto per la crescita di un movimento sempre più autonomo, spinto dalla logica della lotta di classe ad affrontare i borghesi e quindi uno Stato che reprime gli scioperi, proibisce le riunioni e persegue i militanti.
In particolare, anche quando favorisce la formazione dei sindacati, Schweitzer appoggia dei raggruppamenti dispersi o dissidenti senza cercare di ricomporre la classe in un blocco come farà in seguito la socialdemocrazia tedesca. Verso la fine degli anni 1860, l'ADAV comincia a trovarsi in stallo rispetto alla realtà del movimento sociale, subisce una scissione, seguita da una riunificazione nel giugno 1869.
E' questa la crisi di cui parla la lettera di Engels citata all'inizio. Egli definisce i dissidenti che sono ritornati nel partito come appartenenti alla "linea femminile" in quanto influenzata da Sophie von Hatzfeldt, detta "la contessa rossa" (1805-1881), in opposizione alla linea "androgina", quella di Schweitzer, alludendo alle voci sull'orientamento sessuale del dirigente dell'ADAV. Dopo il 1862, in effetti, l'incidente di Francoforte, arricchito ed aggravato, dà luogo a commenti e maldicenze che Engels gode a far circolare.
"Omofobia"? Sia l'accusa che il termine sarebbero anacronistici.

Scrive Marx, nel 1844:

"Nel rapporto con la donna, in quanto essa è la preda e la serva del piacere della comunità, si esprime l’infinita degradazione in cui vive l’uomo per se stesso: infatti il segreto di questo rapporto ha la sua espressione inequivocabile, decisa, manifesta, scoperta, nel rapporto del maschio con la femmina e nel modo in cui viene inteso il rapporto immediato e naturale della specie. Il rapporto immediato, naturale, necessario dell’uomo con l’uomo è il rapporto del maschio con la femmina." (K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844).

"Niente di quel che è umano mi è estraneo", amava citare Marx. Volendo trattare di cosa consista l'umanità, queste righe del 1844 ignorano qual che non veniva ancora chiamata omosessualità.
Quarant'anni più tardi, il testo di Engels è dichiaratamente ostile: nella famiglia ateniese, "[... ] ma le mogli, avvilite, si vendicarono sugli uomini e anche  li avvilirono a tal punto che essi sprofondarono nella ripugnante pederastia e avvilirono i loro dèi e sé stessi col mito di Ganimede." (F.Engels, "L'origine della famiglia, della proprietà private e dello Stato", 1884) [*6].

Quanto all' « invertito » di cui parla Engels, si tratta dell'autore di un opuscolo che Marx gli aveva inviato, Karl-Maria Ulrichs (1825-1895), uno dei primi difensori e teorici dell'omosessualità, intervenuto anche al processo di Schweitzer. Tra il 1864 ed il 1879, pubblica una serie di opuscoli che espongono la teoria del "terzo sesso", quello degli "Uranidi", caratterizzati da una "anima femminile in un corpo maschile". Nel 1867, presenta questa tesi al Congresso dei Giuristi Tedeschi, senza successo. Per quanto ci interessa qui, gli atteggiamenti di Marx e di Engels oscillano fra l'indifferenza e l'avversione.

La guerra del 1870 accelererà gli sviluppi politiche.
A partire dal fatto che l'ADAV faceva appello allo Stato per sostenere la causa operaio, era logico che se ne volesse il supporto in caso di conflitto militare. Il Partito Social-democratico di Germania reagì in maniera differente. Al Reichstag della Germania settentrionale, il 19 luglio, mentre gli eletti lassalliani (fra i quali Schweitzer) votavano i crediti di guerra, August Bebele e Wilhelm Liebknecht si astenevano, ma questa loro posizione viene censurata dal loro stesso partito. Entrambi vengono arrestati per tradimento nel dicembre del 1870. L'opposizione alla guerra varrà loro delle condanne alla prigione, così come ad altri socialisti e militanti operai. Alle successive elezioni, nel marzo 1871, tutti i candidati socialisti vengono battuti.
Dopo la guerra, il percorso dell'ADAV raggiunge la sua fine. Non c'è più posto per la speranza di una "economia operaia" in seno al capitalismo finanziata con i fondi pubblici. Schweitzer annuncia a marzo la sua decisione di non dirigere più l'ADAV. Dà le dimissioni, e verrà addirittura espulso dall'ADAV nel maggio 1872, ripudiato dai suoi.

Con l'avvio di una nuova carriera, Schweitzer diventa un drammaturgo stimato ed apprezzato. Già nel 1858, era stato l'autore di un "Alcibiade", in cui gli eroi preferiscono l'amore di uno schiavo a quello di una donna. Allo stesso modo dei suoi romanzi precedenti, le sue opere teatrali sono un "messaggio", ma scrive anche sia per scopi alimentari che propagandistici. Nel 1872, sposa Antonie Menschel, sua antica fidanzata. Sebbene si sia ritirato dalla vita politica, approva pubblicamente prima il riavvicinamento poi la fusione, a Gotha, fra l'ADAV ed il Partito Social-democratico di Germania [*7]. La direzione del nuovo Partito privilegia i lassalliani che sono tre sui cinque membri del comitato di direzione, ed il suo programma fa mostra di lassallismo, dal momento che rivendica la creazione di cooperative "sotto il controllo democratico del popolo dei lavoratori", ma sovvenzionato dallo Stato. Due mesi più tardi, Schweitzer muore di polmonite, lasciando la sua vedova in mezzo ai debiti. Nessun lavoratore partecipa ai suoi funerali.

Johann-Baptist von Schweitzer è un dimenticato della storia. La memoria militante e teorica ha mantenuto la Critica del programma di Gotha scritto da Marx, il suo successivo attacco alla "malattia parlamentare" che dilagava nel partito [*8], e la progressiva integrazione del SPD nella società tedesca, fino ad accettare nel 1914 la guerra.
Soltanto oggi appaiono sia la differenza che l'apparentamento fra l'ADACV e la socialdemocrazia "marxista": due modi opposti di promuovere il lavoro.
"Si abbandona il punto di vista dell'azione di classe per tornare a quello dell'azione della setta", rimprovera Marx al progetto del programma di Gotha. Marx ha sempre anteposto e contrapposto il "movimento reale" alla setta. Ma di cosa si tratta in realtà? La socialdemocrazia della fine del 19° secolo evitava il settarismo ed entrava in sintonia col "movimento reale" di una classe operaia... allora dominata dal riformismo.
Il suo programma minimo era quello di ottenere dal capitale il più possibile per il lavoro, eventualmente attraverso una cogestione sindacal-padronale. Il suo programma massimo era una società del lavoro associato, generalizzato, democratico e pianificato. L'ascesa della potenza del movimento operaio sindacale e politico, per Marx, preparava un tale avvenimento.
L'associazione autonoma del lavoro aveva conosciuto un inizio di messa in pratica nella prima metà del 19° secolo, soprattutto in Francia. Dopo il 1848, la pressione della grande industria rendeva obsoleto il sogno di "produttori associati" trionfanti in maniera progressiva sull'economia borghese, ed era assurdo volergli dar corpo grazie alle sovvenzioni statali. Quel che Marx non poteva prevedere, è che i socialisti post ed anti lassalliani si attendessero anch'essi il sostegno dello Stato: è nella logica riformista il domandare al potere pubblico di garantire (e di regolamentare) quello che le lotte operaie avranno vinto nella lotta contro i padroni.

In tutto questo, per tutti i protagonisti, che vedevano soltanto una questione sociale o politica, la "questione sessuale" rimaneva una cosa a parte. Nella persona di Schweitzer, Lassalle sosteneva uno dei suoi partigiani, e Marx ed Engels non avevano riguardi quando si trattava di scegliere le armi da usare contro un avversario. Affare privato per l'uno, fonte di scherno e di piccole calunnie per gli altri, per tutti loro un modo per negare una questione che allora non poteva essere posta. Il concetto di "omosessualità" non esisteva ancora.
In effetti, è proprio nel 1869 - data in cui Engels scrive la prima lettera qui citata - che vengono inventati e teorizzati, da Karl-Maria Kertbeny, i termini eterosessualità ed omosessualità. Ma questa è un'altra storia.

- G. D. - pubblicato nel febbraio del 2016 su DDT21 -

Note:

[*1] - Wilhelm Liebknecht (1826-1900), padre di Karl Liebknecht.
[*2] - Parlando di 'invertito', Engels allude ad un opuscolo di K.-M. Ulrichs che Marx gli ha inviato. Se ne dirà dopo.
[*3] - Hubert Kennedy, Johann Baptist von Schweitzer, The Queer Marx Loved to Hate, 1995: http://www.marxmail.org/schweitzer.pdf.
[*4] - Fra le sue qualità, Schweitzer aveva avuto quella di aver scritto un romanzo politico, giudicato da Lassalle come buona propaganda, che aveva pubblicato a sue spese.
[*5] - Karl Siebel (1836-1868), amico di Marx, contribuì alla diffusione de Il Capitale in Germania.
[*6] - In questo testo, come nel passaggio dei Manoscritti del 1844, la difesa delle donne serve come punto di partenza e di giustificazione per ignorare (o, in Engels, per denunciare) l'omosessualità maschile.
[*7] - Nel 1890, il SAPD diviene Partito Socialdemocratico di Germania (SPD), nome che porta ancora.
[*8] - Lettera circolare di Marx ed Engels ai dirigenti socialdemocratici del settembre 1879.

fonte: DDT21 Douter de tout… pour tenir l'essentiel

domenica 6 marzo 2016

Il ritorno della Storia

parigi emergenza

La guerra che si annuncia sotto la forma ipocrita delle misure di sicurezza ripetute e moltiplicate, la guerra che minaccia di sorgere dall'inestricabile conflitto degli interessi imperialistici che affligge l'Europa, non sarà la guerra per la democrazia, né la guerra per la giustizia, né la guerra per la libertà. Gli Stati che, per le esigenze dell'ora e per quelle della storia, pretendono di servirsi di queste nozioni come di una carta d'identità, hanno acquisito le loro ricchezze e consolidato il loro potere attraverso metodi fondati sulla tirannia, l'arbitrio e il sangue. Le prove più recenti dell'indegnità di questi Stati sono ancora vive nella memoria collettiva.
Hanno lasciato che l'Italia invadesse l'Etiopia, poiché una resistenza vittoriosa opposta all'invasore bianco avrebbe incoraggiato i popoli coloniali a liberarsi del giogo imperialista.
Hanno rifiutato alla Spagna, nel luglio 1936, le armi che essa era in diritto di esigere, e che le avrebbero permesso di sgominare il fascismo, poiché non potevano permettere che la vittoria dei lavoratori spagnoli aprisse nuove prospettive rivoluzionarie al proletariato mondiale.
Hanno abbandonato la Cina nelle mani dell'imperialismo giapponese.
Se oggi le potenze pseudo-democratiche si muovono, è allo scopo di distruggere uno Stato che esse hanno creato a propria immagine, uno Stato fondamentalmente capitalistico, centralizzato, poliziesco, statico.
Tradita da tutti, dimentica della sua funzione sovversiva, la classe operaia si appresta a partecipare al recupero del bottino di Versailles. In risposta a questo atteggiamento suicida, noi dichiariamo che la sola questione che interessi l'avvenire sociale dell'uomo, e che sia in grado di mobilitare la sua lucidità e la sua energia creativa, è quella della liquidazione del regime capitalistico, capace di sopravvivere, di superare i propri paradossi e le proprie contraddizioni, solo grazie alla scandalosa complicità della Seconda e della Terza Internazionale. Con i colpevoli e con i loro complici, con i giustificatori della guerra e con i falsificatori della pace, nessun compromesso è possibile. All'Europa insensata dei regimi totalitari, rifiutiamo di contrapporre l'Europa del passato, l'Europa del Trattato di Versailles, sia pure revisionato. Noi opponiamo a entrambe, in guerra come in pace, le forze chiamate a ricostruire dalle fondamenta l'Europa attraverso la rivoluzione proletaria.

Parigi, 27 settembre 1938.
Il Gruppo Surrealista

sabato 5 marzo 2016

La fine della storia

kojeve

Weltgeschichte ist Weltgericht” (“La storia del mondo è il tribunale che giudica il mondo" - Hegel).
E' la storia che giudica le persone, le loro azioni e le loro opinioni, e alla fine anche le loro opinioni filosofiche. A dire il vero, la storia è, se si vuole, una lunga "discussione" fra le persone. Ma questa "discussione storica reale è qualcosa di molto diverso da un dialogo o da una discussione filosofica. La "discussione" non avviene con argomenti verbali, ma con bastoni e spade o cannoni da un lato, e con falci e martelli o macchine dall'altro lato. Se si vuole parlare di un "metodo dialettico" che viene usato dalla storia, bisogna aver chiaro che si sta parlando di metodi di guerra e di lavoro. Questa reale, o meglio, attiva, dialettica storica è ciò che si riflette nella storia della filosofia. E se la scienza hegeliana è dialettica o sintetica, lo è solo in quanto descrive la dialettica reale nella sua totalità, così come la serie di filosofie consecutive che corrispondono alla realtà dialettica.
Ora, per inciso, la realtà è dialettica solo in quanto implica un elemento negativo o negante: vale a dire, la negazione attiva di ciò che è dato, negazione che sta alla base di ogni battaglia cruenta e del cosiddetto lavoro "fisico".

- Alexandre Kojève -

venerdì 4 marzo 2016

Una settimana come tante altre

valuta

Il capitalismo non crollerà di venerdì

A quanti sostengono che il capitalismo non può crollare si risponderà in seguito, in modo da perfezionare la risposta: ma una cosa è certa, non sarà un venerdì il giorno in cui il mondo capitalista si renderà conto della sua propria rovina. Ci saranno sicuramente dei cattivi lunedì, dei martedì catastrofici, dei mercoledì ancora peggiori e dei giovedì fatali. Ma non verrà permesso che ci sia un ultimo venerdì nero.

Sarà di lunedì quando avverrà che un nuovo paese, significativo a livello degli scambi economici mondiali, dichiarerà che da parte sua che non accetterà più pagamenti fatti con i dollari del Monopoli. Sarà un martedi quello in cui altri paesi seguiranno. I mercati finanziari - sui quali i raccoglitori di fondi statali ed i venditori privati dei titoli obbligazionari vendono i debiti di Stato, vale a dire ricevono fondi (il cui valore è noto) in cambio di una promessa di versamento di un interesse annuale e di un rimborso del capitale a termine (ad un valore futuro incerto) - si renderanno conto che i grandi speculatori capitalisti non vogliono più comprare obbligazioni espresse in dollari, comprese quelle emesse da quei governi che non hanno la possibilità di stampare dollari a volontà - e quindi svalutare la moneta per mezzo della quale dovrebbero più tardi effettuare i rimborsi - e che cercano anche di vendere le obbligazioni di cui sono in possesso.
Questo può anche avvenire durante un periodo di interessi negativi, come quello in cui ci troviamo in questo momento, dove l'economia mondiale è messa talmente male (tranne che sulla stampa economica, la quale sembra celebrare una qualche sorta di mistero positivo ogni qual volta il Baltic Dry Index infrange un nuovo record di immobilità del trasporto marittimo internazionale) che gli speculatori preferiscono pagare pur di prestare agli Stati, piuttosto che comprare dei prodotti finanziari (siano anche vere e proprie azioni di imprese) oppure semplicemente affidare i loro capitali ad una banca, sapendo che le banche continuano ad emettere estratti conto falsi, e legalmente non si deposita più del denaro su un conto ma si presta del denaro alla banca, denaro che entra a far parte delle sue spese di gestione allo stesso titolo delle commissioni bancarie.

A partire da martedì, l'alta finanza apolide cercherà in tutti i modi di sbarazzarsi di tutto ciò che viene definito "attivo" (assai spesso titoli passivi o certificati di debito) espresso in dollari; attivi, la cui grande svendita li farà precipitare. Parallelamente, cercherà di rimpiazzare i fondi superstiti per mezzo di titoli espressi in altre valute, in primo luogo i titoli espressi in una qualche grande moneta accettata a livello mondiale (euro, yuan, franco svizzero), poi quelli espressi nelle monete delle grandi potenze economiche dotate di valute più instabili (reale, rublo, lira), infine quelli di tutte le altre valute, dal momento che le cifre avranno superato le capacità di assorbimento da parte dei principali mercati valutari.
Ora, se il lunedì ed il martedì gli indicatori di cambio indicheranno che il corso del dollaro è basso in rapporto alle altre monete (o che il corso di queste, espresso in dollari, si impenna), a partire da mercoledì avverrà un riequilibrio delle monete del paniere principale in quanto le economie di tutti i grandi paesi - i cui governi emettano o meno obbligazioni in dollari - sono legate alla più grande economia debitrice di tutti i tempi. Anche i paesi che non esportano niente verso gli Stati Uniti - questo enorme acquirente deficitario mondiale - gli hanno fatto comunque credito in quanto gli Stati Uniti assorbono l'80% del prodotto dell'economia mondiale; il che significa, ad esempio, che le eccedenze finanziarie del commercio locale fra la Malesia e l'Indonesia, convertite in dollari, vengono piazzate negli Stati Uniti.
Così, anche se gli Stati Uniti, in questo momento, decidessero di non minare ogni alternativa al dollaro, e facessero scattare la rivoluzione verde in Europa o nella vetrificata Shangai, i fallimenti bancari e statali nel mondo intero, conseguentemente al ritorno del dollaro al suo vero valore, priverebbero di qualsiasi rifugio i capitali apolidi. Gli operatori responsabili del salvataggio di questi grandi capitali tenteranno allora di mettere le mani sulle materie prime, fino a questo momento disprezzate in quanto non importanti per la redditività di un prodotto finanziario (come il metallo), o che stanno conoscendo una flessione della loro domanda a causa del rallentamento di tutte le economie (come il petrolio).
I grandi intermediari - che avevano incoraggiato i loro clienti statali, istituzionali e privati a disfarsi subito dei loro metalli preziosi in quanto non servivano a niente dal momento che in questi ultimi anni bisognava soddisfare la Cina e allo stesso tempo ritardare il crollo del dollaro e del capitalismo dollarizzato - all'ultimo minuto si metteranno alla ricerca di ogni lingotto. Nonostante gli accordi per la manipolazione dei corsi, il cartello che detta il falso prezzo dell'oro e dell'argento dopo il 6 settembre 2011 non potrà impedire che un'istituzione o due mostrino un improvviso appetito per quel poco di metallo prezioso che rimane sui mercati occidentali, il cui volume di scambio è stato a poco a poco ridotto a qualche briciola, passando ormai la maggior parte delle vendite fra i paesi capitalisti e la Cina (tramite le fonderie svizzere, e un tempo per quelle sudafricane)  attraverso degli accordi facoltativi, fuori dal mercato visibile delle quotazioni ufficiali.

L'inquadramento del mercato dei metalli preziosi negli Stati Uniti, ha fatto sì che tale mercato ha cessato ufficialmente di essere un libero mercato dell'offerta e della domanda il 22 dicembre 2014, data a partire dalla quale ogni apprezzamento dell'oro (e lo stesso è avvenuto per gli altri metalli) superiore ai 200 dollari, ossia il 16% del corso attuale, avrebbe portato ad una sospensione seguita da una riapertura al corso precedente (acquirenti e venditori non hanno il diritto di concordare su un corso superiore), e poi la chiusura, se ciò dovesse avvenire per quattro volte durante la stessa giornata... e la riapertura l'indomani al corso del giorno precedente, di modo da vietare qualsiasi improvviso aumento dell'oro (in realtà qualsiasi crollo improvviso del dollaro) in quanto secondo questo sistema basterebbero tutt'al più quattro giorni per ritrovare semplicemente il corso del 6 settembre 2011.

Ora, è evidente che dopo quattro giorni consecutivi di abbassamento del dollaro si arriva a venerdì. Si farà tutto quello che serve a tal fine, conservando un'ultima cartuccia per sparare sulla plafoniera e spegnere così la luce prima della sconfitta. Un paese sull'orlo della bancarotta (il Venezuela, per esempio), o strettamente legato all'economia statunitense (il Canada, ad esempio), oppure un paese in cui si arriverà a corrompere o a minacciare il governo, dichiarerà improvvisamente la vendita di tutte le sue riserve auree, alleviando il mercato (considerato il volume che serve al Comex per giustificare la fissazione del corso, dieci piccole tonnellate cambierebbero tutto), dando così il pretesto alla stampa economica di spiegare che è stato un falso allarme, che c'era una "bolla speculativa" ingiustificata, ma che ora avremo sempre di che soddisfare la Cina, i prezzi ripartiranno al ribasso e ci saranno degli individui o delle piccole banche che si lasceranno convincere che i prezzi si abbasseranno ancora, e venderanno precipitosamente quello che loro rimane.
Quel venerdì, il prezzo dell'oro e degli altri metalli preziosi, dopo quattro giorni di un aumento affatto relativo (dal momento che ogni aumento superiore a 200 dollari porterà alla sospensione del mercato ed il ritorno al prezzo precedente) si abbasserà, in dollari.
Quel venerdì, il dollaro non si rivaluterà soltanto nei confronti dei metalli preziosi ma anche nei confronti di tutte le altre valute.

Poi, il sabato o la domenica, nel mondo accadrà qualcosa che servirà per potere scrivere la prima pagina del giornale del lunedì mattina. Quello stesso lunedì mattina, il mercato delle materie prime, il Commodities Exchange newyorkese non aprirà (basterà che riconosca che non c'è niente da vendere oppure che il palazzo è bruciato), il mercato londinese nemmeno, e gli ultimi acquirenti di oro e di argento riceveranno un indennizzo in dollari, secondo la valuta di venerdì. Certo, si verificherà un'altra nuova anomalia, ma avverrà negli ultimi giorni e su un mercato insignificante ed in una maniera relativamente saggia (in quanto manipolata). La Commissione Europea o la Banca Centrale (di sicuro non i ventotto capi di Stato) si vedrà proporre l'accelerazione del varo del grande mercato transatlantico che giustifica la "fusione" delle monete, quelle delle dodici stelle e quella del gigantesco buco nero, vale a dire il camuffamento (un salvataggio è impossibile) del debito statunitense per mezzo dell'economia europea e la compensazione del deficit statunitense per mezzo delle eccedenze europee, che vedrà gli Stati Uniti totalmente esenti da ogni obbligo di conformarsi ai criteri di convergenza dell'euro.
 
Se, a nome dei suoi popoli e dei suoi cittadini non consultati, l'Europa accetterà, il dollaro sarà definitivamente fissato ad un euro e trascinerà verso il basso il valore di quest'ultimo. Se l'Europa rifiuta, il dollaro rimarrà definitivamentre fissato intorno a circa due millesimi di oncia d'oro, ma in tal modo non verrà più accettato in pagamento per qualsivoglia cosa in tutto il resto del mondo, i suoi utilizzatori vedranno il suo valore dissolversi, rapidamente, al ritmo dell'iper-inflazione statunitense. In ogni caso, nell'ultimo giorno di esistenza dei mercati occidentali dei metalli preziosi, il dollaro avrà sperimentato un soprassalto artificiale volto a recuperare il suo corso.
Il capitalismo non collasserà un venerdì.

Delenda Carthago

fonte: Stratediplo

giovedì 3 marzo 2016

Bel suol d’amore !?!

tripoli

La sciagurata avventura coloniale dell’Italia in Africa raccontata come un romanzo avvincente: la presa di Adua, il viaggio "africano" di Curzio Malaparte, le due "visite" del Duce  in Libia, il giallo del cadavere di Italo Balbo, la lite Gambara-Rommel e la conseguente inchiesta della Gestapo, le esecuzioni dei ribelli senussi a Barce, il piroscafo dei reclusi italiani di Tripoli mandati a morire nel Mediterraneo. Sono alcuni degli episodi che l’ex Capo ufficio Stampa della Milizia Fascista in Africa Orientale racconta nel 1986 a un giovane giornalista di sinistra con il quale stringe una singolare amicizia. I due decidono di registrare questi preziosi e precisi ricordi, ma le registrazioni finiranno per essere dimenticate. Dopo venticinque anni il giornalista ritrova i nastri, li riascolta e si rende conto del loro valore, reso più evidente proprio dal lungo intervallo di tempo trascorso. Essi custodiscono la narrazione di una straordinaria vicenda umana, la parabola di un volontario fascista in Etiopia nel 1935 che termina con la sua condanna a morte in Libia nel 1943 (evitata all’ultimo momento) dopo aver compreso i piani del Regime e aver cercato di sventarli. 

- dal risvolto di copertina di: Angelo Angelastro: "Il bel tempo di Tripoli", edizioni e/o -

Una sanguinosa avventura coloniale
- di Mauro Trotta -

Ci sono libri che nascono da un incontro. Si conosce più o meno casualmente una persona, si rimane casomai affascinati dalla sua capacità affabulatoria e dal valore delle storie che racconta, ci si convince che quelle storie devono essere diffuse, trovare la loro strada per arrivare ai loro lettori. Questo percorso, praticamente, è all’origine de Il bel tempo di Tripoli (Edizioni e/o, pp. 235, euro 16) di Angelo Angelastro. Del resto Angelastro, giornalista Rai, caporedattore del Tg1, deve essere una persona che crede molto negli incontri, nel contatto diretto con le persone, dato che le due rubriche che ha ideato per la testata Rai si intitolano, appunto, «TG1 Incontri» e «TG1 Persone».
L’incontro in questione è quello con Filippo Salerno, avvocato che a Bari aveva goduto di una certa notorietà per le sue difese di braccianti contro latifondisti e per essere stato una delle voci di Radio Palermo, l’emittente creata dagli alleati dopo il loro sbarco in Sicilia nel 1943. Siamo a metà degli anni Ottanta e il giornalista decide di registrare i racconti del vecchio avvocato relativi alla sua esperienza come Centurione della Milizia durante la spedizione coloniale in Africa voluta dal fascismo. I nastri resteranno a lungo dimenticati, finché, venticinque anni dopo, troveranno finalmente la loro destinazione come libro.
Quello che innanzi tutto colpisce il lettore è la freschezza, l’immediatezza, la vivacità del racconto di Salerno. E subito viene spontaneo chiedersi fino a che punto queste caratteristiche siano da ascrivere alla capacità narrativa del vecchio avvocato piuttosto che al lavoro di montaggio e di costruzione svolto dall’autore del libro. Si procede nella lettura guidati da questo sguardo interno alle cose – tutto è rigorosamente raccontato in prima persona – che risulta assolutamente adatto a far emergere tutte le sensazioni, le emozioni, le disillusioni che si susseguono nell’animo del protagonista. Si parte dalla decisione di Salerno di arruolarsi come volontario nella Milizia per andare in Africa. E già alla sua sicurezza, al suo entusiasmo fa da controcanto la disillusione della giovane moglie che sembra essere ben consapevole della reale natura del regime e della sciagurata impresa. Una consapevolezza che a poco a poco si fa strada anche nella mente del protagonista e che lo portera ad affermazioni quali: «Anzi, per dirla tutta, il mio Paese aveva preso a farmi schifo per quanto era popolato di manigoldi e macchiette. Un baraccone che non smetteva di far chiasso neanche a guerra dichiarata».
Intanto si susseguono gli avvenimenti di cui Salerno è testimone diretto o indiretto, dall’attentato a Graziani con la sua reazione isterica e la conseguente mobilitazione di quasi tutta la truppa per sorvergliare l’ospedale in cui era stato portato, all’incontro con Mussolini arrivato in Libia e non più così certo dell’inevitabile vittoria. E poi ancora la rivalità tra esercito e milizia, la presa di Adua che non ha niente dell’epica vicenda raccontata dai giornali, l’incontro con Curzio Malaparte, i vari episodi di corruzione, lo scontro tra Rommel e Gambara con la conseguente inchiesta della Gestapo, la fine tremenda dei soldati italiani condannati dal tribunale militare e imbarcati su di un piroscafo ben sapendo che sarebbe stato affondato dagli inglesi. E anche la vita di Salerno cambia: diventa responsabile dell’ufficio stampa della milizia e poi, in seguito, anche difensore degli inquisiti dal tribunale militare. Un incarico, questo, che prenderà molto sul serio a differenza degli altri avvocati d’ufficio che arrivavano al massimo a rimettersi alla clemenza della corte. Impegno che gli costerà caro, attiratosi l’odio dei giudici militari verrà «incastrato» con false accuse e condannato a morte.
Tra l’uso criminale dei gas da parte dell’esercito italiano, la pusillanimità e l’arroganza di personaggi come Graziani, la dignità dei ribelli senussi il racconto vira dal tragico al comico, dalla leggerezza all’indignazione. Mentre sempre più si fa sostanza quell’indeterminata sensazione comunemente nota come “mal d’Africa” che non risparmia neppure il protagonista di questo romanzo.
Romanzo ricco, infine, di scene davvero indimenticabili come quella in cui si racconta del generale Passerone, comandante di tutte le forze della milizia in Africa Orientale, che, all’indomani della firma del patto Ribbentrop-Molotov, si presenta davanti a una folla di operai ad Addis Abeba pronunciando un vero e proprio panegerico dell’Unione Sovietica, alleata ormai della Germania e, quindi, dell’Italia, concludendo con uno stentoreo: «Evviva Stalin!». L’episodio si conclude con i lavoratori che, infiammati dal discorso, improvvisano un corteo tra le vie della città al grido di «viva Stalin» portando in trionfo il generale ancora inneggiante anche lui al leader sovietico.

- Mauro Trotta - Pubblicato su Il Manifesto del 24.2.2016 -

tripolilibro

mercoledì 2 marzo 2016

Con gli occhi bene aperti

suicidio

”Il mio ottimismo si fonda sulla certezza che questa civiltà crollerà. Il mio pessimismo su tutto ciò che essa farà per trascinarci nella sua caduta.”
- Guy Debord -

Il limite esistenziale della sinistra consiste nel fatto che vuole abolire tutte le contraddizioni del lavoro salariato senza abolire il lavoro. La sinistra crede, in qualche modo, di poter sbarazzarsi di ineguaglianza, povertà, razzismo e di tutta una serie di mali sociali connessi alla schiavitù salariale, mentre si continua la vendita di forza lavoro come se niente fosse. A sinistra, perfino le menti più brillanti ritengono che la vendita di forza lavoro non sia altro che un'innocente transazione commerciale e che non abbia niente a che vedere con i risultati che produce: non c'è niente che si possa fare a tal proposito, dal momento che la vendita di forza lavoro equivale in realtà alla vendita di qualsiasi altra merce - una mela, un'automobile o un paio di scarpe - e in ogni caso la transazione è identica.
La domanda che pone il tipico individuo di sinistra è del tutto logica: se vendere una mela o un'automobile non conduce necessariamente alla disuguaglianza ed alla povertà, perché le cose dovrebbero andare diversamente con la vendita di forza lavoro? Infatti, milioni di merci vengono acquistate e vendute ogni giorno senza che ci sia una sola prova che queste transazioni implichino necessariamente disuguaglianza e povertà. Quindi, l'individuo di sinistra ha assolutamente ragione a credere che la vendita di forza lavoro non sia causa della povertà più di quanto lo sia la vendita di qualsiasi altra merce.
E infatti la cosa ha perfettamente senso. Non si può fornire alcuna prova che dimostri il fatto che scambiare qualche moneta per un po' di forza lavoro abbia un effetto diverso da quello di scambiare quelle monete per un paio di chili di mele, in quanto, come semplice transazione commerciale, la prima è assolutamente identica alla seconda, dal momento che entrambe sono identiche sotto ogni aspetto, e perciò l'individuo di sinistra non riuscirà mai a trovare un motivo per cui una transazione porti all'ineguaglianza ed alla povertà, mentre l'altra non lo fa.
Certo, ciò che conta è quello che avviene dopo ciascuna di questa transazioni identiche, ma nessun individuo di sinistra di solito ha la pazienza o la voglia di aspettare e guardare oltre.
Invece, dal momento che la povertà esiste, l'individuo di sinistra assume che ciò dev'essere dovuto allora a qualche fattore esterno che non ha niente a che fare con la transazione in sé. E quest'atteggiamento dà luogo a tutta una serie di credenze superstiziose circa il fatto che la povertà possa essere affrontata pagando un prezzo più alto per la forza lavoro, oppure facendo una campagna di riforme, visto e considerato che la povertà potrebbe essere il risultato dei termini secondo i quali avviene la transazione, e quindi si dovrebbero fare degli interventi politici nei confronti del mercato sul quale avviene lo scambio.

E' bene a questo punto sottilineare come non ci sia niente che si possa dire o fare per convincere la sinistra  a proposito del fatto che sono altre le cause della povertà e della diseguaglianza. Le superstizioni di cui sopra non è che si creano da sole, non vengono inventate dalle teste, ma vengono propinate a quelle stesse teste giorno dopo giorno attraverso tutta una serie di esempi ad hoc: i salari sono sempre più bassi, e questo va così a costituire la prova che bassi salari causano povertà! La corruzione politica rampante, a sua volta, aggiunge alla prova dei salari l'evidenza che alcuni politici stanno lì apposta per truccare i conti dei ricchi. Ragion per cui, non ci può essere una quantità di fatti sufficiente per convincere la sinistra che la causa della povertà e della disuguaglianza è il lavoro salariato stesso, per il semplice fatto che è il capitalismo a nascondere a tutti la sua connessione con la povertà e con l'ineguaglianza.
Ma c'è una soluzione a questo limite esistenziale della sinistra? Credo proprio di no. Non ci può essere nessuna teoria, neppure una teoria sostenuta da montagne di prove, che possa mai riuscire ad aver ragione di come le cose appaiono nella società capitalista, e questo proprio perché è il capitalismo ad apparire del tutto naturale a tutti noi. Il che è come dire che le forze che ci impoveriscono sono anche le stesse forze che ci appaiono come lo strumento per superare la povertà; sono proprio le forze che producono la disuguaglianza ad apparirci anche come i soli mezzi che possono abolirla.
A questo punto, si è costretti a concludere che se il capitalismo non collassa da sé solo, senza che ci sia nessuna azione politica proletaria positiva, allora non abbiamo assolutamente alcuna speranza che un'eventuale azione politica positiva possa averne ragione.
E purtroppo è proprio questa la buona notizia!

Invece, la cattiva notizia è che il proletariato con ogni probabilità sta facendo e continuerà a fare tutto il possibile ed anche di più pur di evitare che il capitalismo collassi; dal momento che, come dovrebbe essere ovvio, il collasso del capitalismo significa che nessun proletario sarà più in grado di vendere la sua forza lavoro. Il collasso del capitalismo è essenzialmente un evento che avviene al livello di un'estinzione di classe per la classe operaia, e la classe operaia combatterà con le unghie e con i denti per evitare questo suo orribile destino.
Quindi, il lavoratore farà tutto ciò che è in suo potere per impedire che il capitalismo collassi, anche se questo significherà il dover accettare il suo stesso crescente impoverimento. E se non ci credete, andate a vedere cos'è successo negli Stati Uniti alla classe operaia della GM e della Boeing, per rendervi conto della verità di questo argomento. Per salvare sé stessi e per proteggere il loro lavoro, il settore più organizzato di tutta la classe operaia ha letteralmente sacrificato il futuro dei propri figli!
La tempesta di merda che sta per scatenarsi sulle nostre teste è assolutamente comprensibile. Infatti, il capitalismo si auto-distruggerà, ma questa distruzione avverrà, con ogni probabilità, proprio attraverso il suicidio della classe operaia, che alla fine renderà impossibile il capitalismo.
La classe operaia è disposta ad accettare di morire di fame pur di mantenere il proprio lavoro, e sarà proprio questo a dare il colpo finale al capitalismo.

L'idea marxiana secondo la quale la classe operaia deve commettere suicidio in quanto classe, può anche essere molto romantica come immagine. Ma non sarà certamente una simpatica esperienza!

martedì 1 marzo 2016

Torbide vicende

trelibri

Oggi come ai tempi di Omero la violenza bruta è una cifra essenziale degli eventi che narrano l’inizio di questo mondo
-di Maria Bettettini -

Il vento del Nord, Borea, si innamora delle tremila cavalle del re Erittonio, giace con loro, diventa padre di dodici puledre. Crono divora i suoi figli e Zeus ingoia la sposa incinta, Metis (ma poi Zeus divenne marito di Hera, che era anche sua sorella). Per questo Atena nasce dalla testa del padre, preceduta da una forte emicrania. Si sa, le vicende mitologiche non sono mai sdolcinate favole: la narrazione dell’inizio di questo mondo deve raccontare eventi che lo rispecchiano e lo superano, la violenza bruta ne è una cifra essenziale. Lo era ai tempi di Omero, lo è oggi. Oggi che ancora amiamo leggere Omero, Esiodo, Virgilio. Certo, avere una guida per quelle pagine così lontane così vicine, è sempre di grande aiuto. Quando poi la guida scrive bene ed è appassionata, diventa un piacere rileggere di Ulisse e di Achille, di Enea e delle torbide vicende dei numi. Alcuni libri usciti di recente hanno queste caratteristiche. Per esempio quello di Eva Cantarella, che da tempo ci ammalia raccontando storie che in fondo sono sempre le stesse, ma mutano colore col cambiare del punto di vista. L’ultimo lavoro studia il rapporto tra padre e figlio nel mondo greco, il prossimo farà lo stesso per quello latino. Come si diceva, gli antefatti mitologici sono un affresco di efferati eventi da cronaca nera. Neonati divorati o costretti a non nascere, incesti, padri evirati. Con la conquista del potere da parte di Zeus si stabilisce una certa pace, un certo ordine, nel rispetto di parentele e nascite. Traditore seriale, Zeus era tuttavia riconosciuto come giusto giudice, ai tempi in cui anche la Grecia si dava delle regole e scandiva diritti e doveri. Sorsero i tribunali, si scrissero le leggi, si costruì una mitologia comune, fondata sulla trasmissione orale dei poemi omerici. Ancora commuove Ettore che toglie l’elmo per prendere in braccio il suo bambino, spaventato dal cimiero: lo aspetta il duello con Achille, la morte certa. Telemaco, a confronto dell’avventuroso Ulisse, sembra un adolescente svogliato; Fenice racconta di aver sedotto l’amante del padre su ordine della madre. Ma sono eccezioni, i poemi devono educare, quindi presentare esempi di virtù. Nella storia è più difficile incontrarne, per esempio Alcibiade non dava certo retta a Pericle, suo zio e tutore.
Il libro di Cantarella prosegue poi studiando i padri raccontati dalle tragedie e dalle commedie, aggiungendo agli scarni dati mitologici aperture su temi molto dibattuti, come l’influenza dei costumi orientali, la trasmissione scritta e orale del sapere, il maschilismo che legalmente trasformava i padri in tiranni. Non è tutta bella né tutta cattiva, la cultura dei Greci, e dove leggiamo di un figlio ben poco affettuoso verso il padre, scorgiamo anche l’uomo che ci ha permesso di capire la nostalgia, parte costitutiva del nostro essere nel mondo. Ulisse infatti non ha grandi attenzioni per Laerte, però incarna con la sua vita l’insoddisfatto ed eterno vagare della nostra anima. Lo spiega bene Barbara Cassin in un libro che presenta un’altra possibile lettura del mondo antico, seguendo il tema della nostalgia. Ulisse è l’uomo che soffre per un ritorno a casa continuamente differito (nostalgia è infatti “dolore del ritorno”), che soffre anche nel ritorno, perché non viene riconosciuto e non riconosce, non subito, e soprattutto perché dopo la battaglia contro i Proci potrà godere ben poco della sua casa, della sposa, del letto scolpito in un albero antico. Come gli ha annunciato Tiresia negli Inferi, il re di Itaca deve subito ripartire, andare lontano dove non si conosce il mare, quindi il cibo è insipido e gli uomini confonderanno un remo per uno strumento agricolo. Là onorerà Poseidone, il dio del mare con cui è in lotta da quando gli ha accecato il figlio Polifemo, e poi potrà di nuovo tornare a casa. Ma noi sappiamo che non tornerà.
Molto diverso dal quasi divino Ulisse, dal mondo dove gli dèi sono simili ai mortali e a loro si mescolano, il pio Enea a sua volta affronta molte peripezie non per tornare in patria, ma per fondarne una nuova. Il vecchio padre che si porta sulle spalle e che sopravvive a parte del viaggio è tutto ciò che Enea ha con sé di Troia distrutta. In Lazio deve mescolare il suo sangue con quello latino, perché il suo discendente Romolo possa fondare Roma. Giunone non lo perseguiterà più, a patto che accetti di parlare solo la lingua latina, in una nuova patria di un nuovo popolo. Interessanti anche le riflessioni di Cassin sulla lingua come patria, applicate al caso specifico di Hanna Arendt e della lingua tedesca, l’unica appartenenza che sentisse sua. Infine, un brevissimo curioso saggio, in cui si presenta la diffusa credenza antica della capacità del vento di rendere gravidi alcuni animali, come i cavalli e gli avvoltoi. Omero diceva essere Zefiro il padre dei cavalli velocissimi Xanto e Balio, Aristotele dedusse questa legge di natura dall’osservazione degli uccelli e dei loro nidi. Qualche teologo riprese la credenza per rendere meno miracoloso il concepimento della Vergine per il soffio dello Spirito. Come se rispetto alla maternità di una vergine fosse più facile da accettare il vento del Nord che giace con le sue tremila cavalle.

- Maria Bettetini - Pubblicato il 13/12/2015, su "Il Sole 24 ore - Domenica" -