lunedì 11 gennaio 2016

Ecco perché lottiamo!

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Una “lettera” di Albert Camus

Il tempo della vostra sconfitta si avvicina. Le scrivo da una città famosa in tutto il mondo, intenta a preparare contro di voi un domani di libertà. Essa sa bene che non è facile e che, prima, dovrà attraversare una notte ancora più nera di quella iniziata quattro anni or sono, con la vostra venuta. Le scrivo da una città spogliata di tutto, senza luce né fuoco, affamata, eppur sempre indomita. Fra poco vi scoppierà una bufera di cui non avete ancora idea. Se avremo fortuna noi due ci troveremo allora uno di fronte all’altro. Allora potremo combatterci con conoscenza di causa: io ho un’idea chiara delle sue ragioni e lei può ben immaginare le mie.

Queste notti di luglio sono leggere e nello stesso tempo gravose. Leggere sulla Senna e fra le piante, gravose nel cuore di quanti attendono l’unica alba di cui ormai abbiano desiderio. Attendo e penso a lei: ho ancora una cosa da dirle e sarà l’ultima. Voglio spiegarle come è possibile esser stati così simili e oggi esser nemici, e come avrei potuto essere al suo fianco e perché oggi fra noi tutto è finito.

Per molto tempo, ambedue abbiamo creduto che questo mondo non avesse una finalità superiore e che noi fossimo dei frustrati. In un certo senso lo credo ancora. Ma sono giunto a trarne conclusioni differenti da quelle di cui lei mi parlava un tempo e che, da tanti anni, tentate di introdurre nella Storia. Oggi dico a me stesso che se l’avessi effettivamente seguita nei suoi ragionamenti, dovrei approvare la vostra condotta attuale. E la cosa è tanto grave che è necessario che mi arresti qui, nel cuore di questa notte d’estate tanto gonfia di promesse per noi e di minacce per voi.

Lei non ha mai creduto che questo mondo avesse un senso e ne ha dedotto la concezione che tutto si equivalesse e che il bene e il male si potessero stabilire ad arbitrio. Ha creduto che, nell’assenza di ogni morale umana o divina, gli unici valori fossero quelli che governano il mondo animale, cioè la violenza e l’astuzia. Ne ha concluso che l’uomo è nulla, che si poteva sopprimere la sua anima, che, nella più insensata delle storie, il compito dell’individuo non potesse essere altro che l’avventura della potenza, e la sua morale il realismo delle conquiste.

E, in verità, io che credevo allora di pensare come lei, non trovavo quasi argomenti abbastanza consistenti da opporle, se la passione ardente per la giustizia che, in definitiva, mi sembrava tanto poco meditata quanto la più improvvisa delle passioni.
In cosa consisteva la differenza? Nel fatto che lei accettava con animo leggero la disperazione, mentre io non ho mai potuto consentirvi. Nel fatto che lei considerava ammissibile l’ingiustizia della condizione umana tanto da risolversi ad aggravarla, mentre a me pareva evidente che l’uomo doveva proclamare la giustizia per lottare contro l’eterna ingiustizia, creare un po’ di felicità per protestare contro un universo di infelicità. Lei invece si è ubriacato della sua disperazione e se ne è liberato erigendola a principio; ha acconsentito a distruggere le opere dell’uomo e a lottare contro di lui per rendere più completa la sua sostanziale miseria. Io, rifiutandomi di ammettere questa disperazione e questo mondo straziato, volevo semplicemente che gli uomini ritrovassero la solidarietà necessaria per lottare contro il loro orribile destino.

Come vede, da un medesimo principio abbiamo tratto morali differenti. Lei, lungo la strada, ha abbandonato la lucidità e ha trovato più comodo (lei avrebbe detto: indifferente) che un altro pensasse per lei e per milioni di tedeschi. Eravate stanchi di lottare contro il cielo e vi siete riposati in questa avventura estenuante nella quale vi siete scelto il compito di mutilare le anime e di annientare la terra.
Per dire tutto, avete scelto l’ingiustizia, vi siete messi dalla parte degli dei. La vostra logica era soltanto apparente.
Io, al contrario, ho scelto la giustizia per restare fedele alla terra. Continuo a credere che questo mondo non abbia una finalità superiore. Ma so che in esso qualcosa ha un senso ed è l’uomo, perché è il solo essere vivente che esige di averlo. Questo mondo dunque ha, per lo meno, la verità dell’uomo e nostro dovere è di fornire all’uomo le ragioni per lottare contro il suo stesso destino. Non v’è altra ragione che l’uomo; è dunque lui che bisogna salvare se vogliamo salvare il concetto che ci si fa della vita.

Il suo sorriso sprezzante mi dirà: “Cosa vuol dire salvare l’uomo?” Ma le rispondo, e con tutto me stesso lo grido, che salvare l’uomo significa non mutilarlo, significa concedere tutte le possibilità alla giustizia che l’uomo è il solo essere capace di concepire.
Per questo stiamo lottando. Per questo abbiamo dovuto dapprima seguirvi per la strada che non era la nostra e in fondo alla quale, alla fine, abbiamo trovato la sconfitta: perché la vostra disperazione costituiva la vostra forza.

Dal momento stesso in cui si ritrova sola, nuda, sicura di sé, spietata nella sua logica, la disperazione acquista una potenza senza misericordia. Così ci ha schiacciati mentre eravamo indecisi e avevamo ancora lo sguardo rivolto a immagini felici. Concepivamo la felicità come la conquista più grande, la conquista che si raggiunge a dispetto dello stesso destino che ci è imposto.

Ma neppure nella sconfitta il rimpianto di essa ci lasciava.
Voi, invece, avete fatto ciò che dovevate, noi siamo entrati nella Storia. E per cinque anni non è stato più possibile godere del canto degli uccelli nel fresco della sera. Si è dovuto per forza disperare.
Eravamo isolati dal mondo perché ogni aspetto del mondo richiamava tutta una folla di immagini di morte. Da cinque anni, su questa terra, non ci sono più albe senza agonie, sere senza prigioni, meriggi senza massacri. Sì, abbiamo dovuto seguirvi. Ma il difficile della nostra impresa consisteva nel seguirvi scendendo in guerra, senza mai dimenticare la felicità. Così, in mezzo ai clamori e alla violenza tentavamo di conservare nel cuore il ricordo di un mare placido, di una collina indimenticabile, il sorriso di un volto caro. Era, infatti, la nostra arma migliore, quella che mai riporremo. Perché se un giorno la perdessimo, allora saremmo morti come voi.
Semplicemente, oggi sappiamo che le armi della felicità esigono, per essere forgiate, molto tempo e troppo sangue.

Abbiamo dovuto accettare la vostra filosofia, adattarci a somigliarvi un poco. Avevate scelto l’eroismo indiscriminato perché è il solo valore che resti in un mondo che ha perduto il suo significato. Avendo scelto l’eroismo per voi, l’avete scelto per tutti ed anche per noi.
Siamo stati costretti a imitarvi per non morire. Ma ci siamo accorti allora che la nostra superiorità su di voi consisteva nell’avere una direzione. Ora che tutto sta per finire, possiamo dirvi cosa abbiamo imparato e cioè che l’eroismo è ben poca cosa, più difficile è la felicità.

Ormai tutto deve esserle chiaro, così il fatto che siamo nemici. Lei è l’uomo dell’ingiustizia, che è la cosa al mondo che il mio cuore maggiormente detesta. Ma non era che una passione, adesso ne conosco le ragioni profonde. Vi combatto perché la vostra logica è criminale quanto il vostro cuore. E nell’orrore che ci avete prodigato per quattro anni la vostra ragione ha concorso in misura pari al vostro istinto. Per questo la mia condanna sarà assoluta: lei è già morto per me. Ma nel momento stesso in cui giudicherò la vostra atroce condotta, mi ricorderò che voi e noi siamo partiti dalla stessa solitudine, che voi e noi, insieme a tutta l’Europa, viviamo lo stesso dramma dell’intelligenza. A dispetto di voi stessi, vi conserverò il nome d’uomo. Per essere coerenti con la nostra fede, siamo costretti a rispettare in voi quello che voi non rispettate negli altri. Per molto tempo questo è stato il vostro immenso vantaggio, poiché uccidete con più facilità di noi. E fino alla fine dei tempi, noi, che non vi somigliamo, dovremo dare la nostra testimonianza affinché l’uomo riceva, al di sopra dei suoi peggiori errori, la giustificazione che gli spetta e il riconoscimento della sua innocenza.

Ecco perché alla fine della lotta, dal grembo di questa città che ha preso volto d’inferno, al di sopra di tutte le torture inflitte ai nostri, nonostante i morti sfigurati e i villaggi orfani, posso dirle che, nel momento stesso in cui stiamo per distruggervi senza pietà, non abbiamo, però, odio alcuno contro di voi. E se anche domani, come molti altri, ci occorresse di morire, saremmo ancora senz’odio. Non possiamo garantire di non aver paura, tenteremo semplicemente di essere ragionevoli. Ma possiamo garantire di non odiare proprio nulla.
E quanto alla sola cosa al mondo che oggi potrei detestare, le assicuro che siamo in regola con essa e vogliamo distruggervi nella vostra potenza, senza mutilarvi nell’anima.
Il vantaggio che avevate su di noi, come vede, continuate ad averlo.
Ma nasce proprio di qui la nostra superiorità. È grazie ad essa che questa notte mi è più leggera. La nostra forza è pensare come voi sull’abisso del mondo, non rifiutare nulla del dramma che è anche il nostro, ma nel tempo stesso tenere salva la nostra concezione dell’uomo sul limite estremo di questa sventura dell’intelligenza e poterne trarre l’infaticabile coraggio delle rinascite. Naturalmente l’accusa da noi lanciata al mondo non per questo è più leggera.

Abbiamo pagato troppo cara questa nuova consapevolezza perché la nostra condizione cessi di apparirci disperata. Le centinaia di migliaia d’uomini assassinati all’alba, i muri tremendi delle prigioni, un’Europa dalla terra fumante di milioni di cadaveri che un tempo furono suoi figli: tutto questo ci è stato necessario per pagare l’acquisizione di due o tre sottili sfumature che forse serviranno soltanto ad aiutare alcuni di noi a morire meglio. Sì, la condizione è disperante. Ma dobbiamo dare prova di non meritare tanta ingiustizia.
È l’impegno che abbiamo preso con noi stessi e che inizierà da domani.

In questa notte d’Europa, percossa dal soffio dell’estate, milioni di uomini, armati o disarmati, si preparano al combattimento. Sta per sbocciare l’alba in cui sarete finalmente vinti. So che il cielo che fu indifferente alle vostre atroci vittorie lo sarà anche di fronte alla vostra giusta sconfitta. Neppure oggi mi aspetto qualcosa da esso. Ma almeno avremo contribuito a salvare la creatura umana dalla solitudine nella quale volevate relegarla.
Per aver disprezzato la fedeltà dell’uomo, proprio voi, a migliaia, morirete in solitudine.
Ora posso dirle addio.

- Albert Camus - da “Lettere a un amico tedesco”,  Luglio 1944 – IV lettera -

sabato 9 gennaio 2016

Infinanziabili!

desperate teacher

La femminilità della povertà pubblica
- di Robert Kurz -

Nell'opposizione fra privacy borghese e pubblicità borghese si evidenzia come il capitalismo sia una contraddizione in sé a tutti i livelli; non solo sul piano dell'ideologia ma anche su quello della riproduzione materiale. Se da un lato, la socializzazione e la scientificizzazione esigono un aggregato sempre più grande di servizi pubblici, dall'altro lato tutto questo appare essere un ostacolo all'obiettivo stesso della creazione privata di plusvalore. Le infrastrutture pubbliche non rappresentano una parte autonoma della riproduizione sociale, ma hanno bisogno di essere alimentate dall'accumulazione reale. Nella terza rivoluzione industriale, è maturato anche questo aspetto della "contraddizione tra le forze produttive e le relazioni di produzione" (Marx). La povertà pubblica, relativa rispetto alla ricchezza privata, minaccia di diventare assoluta. Nella stessa misura in cui accumulazione reale ed investimento reale si prosciugano, il capitale si rifugia nella super-struttura finanziaria e diventa nichilista nei confronti dei servizi pubblici, sebbene questi facciano parte delle condizioni della sua esistenza stessa.

L'amministrazione della crisi non risolve una tale contraddizione, la esegue solamente. Le sovrastrutture vengono via via smantellate per mancanza di "sostenibilità finanziaria"; in particolare nei settori dell'educazione, della cultura, della sanità e dell'assistenza, che hanno diritto ad esistere solo in quanto sottoprodotto di lusso di una valorizzazione da conseguire, che ora è insufficiente. Un momento di questo sistematico progetto di smantellamento consiste nella squalificazione dei servizi pubblici. Le amministrazioni degli enti pubblici si riempiono sempre più di dipendenti a basso costo, i cosiddetti one-euro jobs, che vengono reclutati dalle amministrazioni locali che impongono loro obblighi coercitivi. Le vittime dell'Hartz-IV, formati in maniera sommaria o del tutto privi di qualifiche, entrano al posto degli impiegati più qualificati. Quel che era cominciato nei settori che si occupavano degli asili nido, dell'assistenza ai disabili, del supporto agli anziani ed ai malati, ora si estende a tutto il settore dell'istruzione. E' evidente che in futuro la mancanza di insegnanti verrà gestita nello stesso modo: gli insegnanti qualificati verranno limitati alle "scuole di élite", mentre nel declassato sistema scolastico pubblico verranno impiegati sempre più "insegnanti scalzi e ignudi" dequalificati e a buon mercato.

Questa dequalificazione ha essenzialmente a che vedere con la relazione borghese fra i sessi. Negli ultimi decenni, nei paesi occidentali, le donne sono state equiparate agli uomini, a livello accademico, e sono perfino arrivate ad essere una quota più elevata. Ma l'attività professionale delle donne si concentra in maniera sproporzionata proprio in quei settori pubblici che ora vengono degradati. Ne deriva il fatto che sono in maggioranza donne quelle che patiscono una svalorizzazione delle proprie qualifiche nell'insegnamento, nella sanità e nell'assistenza. D'altro canto, questi posti sono occupati da un numero elevato e sproporzionato di impiegati a basso costo, donne. In quanto sono proprio le ragazze madri quelle che in seguito all'Hartz-IV vengono coaptate con particolare durezza e reclutate in maniera coercitiva per attività pubbliche "infinanziabili". Durante il giorno, devono lasciare i propri figli in istituti dove per lo più lavorano migranti dell'Europa dell'Est, pagati ancora peggio. E' perfettamente evidente: la crisi dei servizi pubblici viene risolta a spese delle donne. La povertà privata è in maniera predominante femminile, è questo quello che venne detto ai tempi dell'inizio dello smantellamento sociale, al momento della constatazione della desolata condizione sociale delle ragazze madri e delle pensionate. Ora viene fatto un ulteriore passo avanti: anche la povertà pubblica è femminile in maniera predominante. Il discorso postmoderno circa la fine del patriarcato si rivela una pura menzogna.

- Robert Kurz - Pubblicato su  Neues Deutschland, 25.11.2005 -

fonte: EXIT!

venerdì 8 gennaio 2016

A ciascuno il suo!

fusaro

Rottura inaugurale (a proposito di Serge Latouche)
- di Anselm Jappe & Clément Homs -

Abbiamo discusso per anni, in dibattiti pubblici e privati, con Serge Latouche. Sembrava che ci fosse un terreno comune di discussione, al netto delle divergenze e delle convergenze su alcune questioni, e che la discussione potesse essere arricchente per entrambe le parti. Va sottolineato che la critica del valore a cui ci richiamiamo, su un piano molto generale, condivide con la decrescita la convinzione che bisogna uscire dalla crescita economica, e perfino dall'economia in quanto tale, in quanto "realtà" ad un tempo pratica ed ideologica, ma che noi non condividiamo del tutto le ricette proposte da Latouche e dagli altri autori della decrescita: ritorno alle monete nazionali o complementari ed alle sovranità nazionali, rilancio keynesiano, "soluzioni politiche" che presuppongono lo Stato, rilocalizzazione dell'economia, riduzione del tempo di lavoro, alternativismo, semplicità volontaristica, ecc.. L'ultimo riepilogo di tutti questi dibattiti - dopo gli articoli "Decrescenti, ancora uno sforzo!" e "Critica del sostantivismo economico di Karl Polanyi" - è stato il libro "Per farla finita con l'economia".

Ma oggi dobbiamo constatare che il proseguimento di tale dibattito non ha più alcun senso. Latouche, per quel che gli riguarda, invece di migliorarsi ha intrapreso un cammino per cui dimostra - è il minimo che si possa dire - una mancanza di vigilanza riguardo al recupero della decrescita messo in atto dalla "Nuova Destra". Sembra che Latouche abbia intenzione di "rastrellare tutto il possibile" e di costruire una sorta di "fronte decrescente" cui tutti possano aderire, indipendentemente dalle loro posizioni politiche rispetto ad altre questioni - perfino Alain De Benoist, cui è stata lasciata chiaramente la porta aperta nel corso di un'intervista del Luglio 2013 al sito "Reporterre" [*1]. Mentre in Italia non esita a comparire al fianco di un tale Diego Fusaro - un allievo di quel sudiciume di Costanzo Preve - il quale mangia a tutti i trogoli dei fascisti italiani quando non concede un'intervista in Francia alla rivista Eléments di De Benoist del luglio-settembre 2015 (n°156).

In un momento storico in cui il nuovo "populismo trasversale" avanza dappertutto e si propone come una vera e propria spiegazione ideologica della crisi del capitalismo, destinata a distogliere la rabbia delle sue vittime, il rifiuto di partecipare, pur indirettamente e da lontano, ad una simile impresa "rossobruna" è la condizione minima perché ci possa essere un dialogo con noi. Ci impegniamo pubblicamente a sputare sul viso dei vari De Benoist, Soral, Onfray, Diego Fusaro, ecc., non appena ci troveremo in loro presenza, e ci aspettiamo lo stesso atteggiamento da parte dei nostri interlocutori. Latouche non riuscirà mai ad arruolare la critica del valore nelle sue truppe ausiliarie! I rari approcci contemporanei che rimangono fedeli all'idea dell'emancipazione sociale, ovviamente combatteranno con tutte le loro forze i nuovi reazionari del populismo trasversale - ma senza dare necessariamente ragione alla sinistra modernista. Piuttosto, la critica del valore continuerà a dimostrare che ciò che unisce questi due campi, al di là delle loro differenze, è l'anticapitalismo tronco e la riduzione della critica sociale ad una critica della sola sfera finanziaria.

- Anselm Jappe & Clément Homs -

NOTA:
[*1]
- Latouche scrive: "devo proibire ad Alain de Benoist di richiamarsi alla decrescita, col pretesto che è schierato a destra? Lo si deve condannare ad vitam aeternam ad essere incatenato a tale categoria? La sua posizione può essere rivalutata, ridiscussa" (vedi: http://www.reporterre.net/La-decroissance-permet-de-s )

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

giovedì 7 gennaio 2016

A vita!

pensionati

Lavoro perpetuo?
- di Robert Kurz -

Si può vedere fino a che punto sia malata la riproduzione capitalista della società, a partire dai suoi due imperativi diametralmente opposti: "noi" dobbiamo essere sempre di di più e, allo stesso tempo, sempre meno di quanto "noi" dobbiamo essere. Sempre di più, sennò chi pagherà mai le pensioni dei vecchi malvagi che campano così tanto? E sempre meno, sennò da dove potranno mai provenire tutti quei posti di lavoro per la nuova generazione del baby-boom, nelle condizioni della terza rivoluzione industriale e della globalizzazione? Le pensioni ed il mercato del lavoro si trovano in un'opposizione inconciliabile. E' da tempo che questa schizo-argomentazione si è impadronita della coscienza delle masse. Le coppie eterosessuali senza figli vengono guardate male dai vicini in quanto non contribuiscono, come gli altri, con la loro discendenza, alla sicurezza sociale. Simultaneamente, i genitori sono amareggiati perché i loro figli non dispongono di un posto da apprendista, nemmeno per un lavoro non qualificato, e cresceranno in un futuro precarizzato. La base del lavoro produttivo si squaglia, mentre si gonfia la massa dei beneficiari di prestazioni sociali, il che non può funzionare e rivela la contraddizione interna al modo capitalistico di vita e di produzione.

Uno dei principi per la quadratura del cerchio politico-sociale consiste nell'aumento dell'età pensionabile; per ora fino a 67 anni, e poi, il prima possibile, fino a 70, come è stato preannunciato dal discorso neoliberista. Questa soluzione grandiosa, da tempo oggetto di negoziati, ora, con gli accordi della grande coalizione, è stata attuata, seppure con il mal di pancia dei socialdemocratici. Cosa che, a dire il vero, non è ma stato motivo di impedimento alcuno, dal momento che la socialdemocrazia vive benissimo con il mal di pancia. Il fatto che una società con la più alta produttività di tutta la storia mondiale trattenga a lavorare gli anziani per più tempo di quanto avveniva nel Medioevo, non indigna quasi nessuno. Le persone si sono già abituate ai paradossi di quello che è il migliore dei mondi. In ogni caso si tratta solo di un rinvio del problema. Poiché è la produttività stessa che ora rende il lavoro superfluo in larga misura, nel mentre che, ciò nonostante, dovrebbe mangiare soltanto chi lavora. Se, in preda alla disperazione, si continua a far giocare i pensionati, questi ovviamente finiscono per bloccare l'accesso alla generazione successiva, ai rari posti di lavoro. L'amministrazione di crisi tappa i buchi solo per aprirne altri. Il pragmatismo politico si riduce all'assurdo.

Ufficialmente, le associazioni degli imprenditori esprimono il loro consenso cosciente e responsabile. In realtà, però, per motivi di costo e di efficienza, le imprese non voglio dare formazione né assumere persone che abbiano più di 40 anni di età. Ad essere richiesti sono i famigerati campioni olimpici di dinamismo ed alta motivazione, intorno ai 25 anni di età e con un'esperienza professionale. Da dove vengano e chi paghi la loro formazione, è un problema della società, non degli imprenditori. Nella globalizzazione, ad un acquirente di forza lavoro, in una situazione di abbondanza di offerta, un tale atteggiamento esigente "deve" essere consentito. Gli anziani, obbligati alla produzione in maniera coercitiva, sono solo dei modelli alla fine del ciclo e dei pesi morti, sono qualcosa da abbattere quanto prima. Esiste qui di fatto un conflitto di interessi fra l'amministrazione della crisi sociale e la razionalità dell'economia imprenditoriale. Fino a poco tempo fa, nella variante di lusso, gli "escrementi della produzione" umani venivano esonerati per mezzo delle pensioni anticipate; invece, nella variante di miseria, abbiamo i licenziamenti causati dalla chiusura delle imprese ed il viaggio verso il destino della Harz-IV. E questo continuerà così, nei casi dubbi, per mezzo della dislocazione della produzione verso l'Europa Orientale o verso la Cina. Inoltre, in questo modo, verranno eliminate non solo le persone che sono state decisive nel corso del miracolo economico, ma anche i carissimi campioni olimpici locali.

In generale, l'Eldorado del capitalismo selvaggio si colloca chiaramente ad Est. Lì ci sono a disposizione gruppi di uomini e donne altamente motivati, giovani e a buon mercato, mentre la loro speranza di vita decresce drasticamente e i vecchi tirano il calzino senza un lamento. E' questo il modello del futuro. L'aumento dell'età pensionabile, qui da noi, può essere considerato un programma di transizione. Quando si devono trascinare i vecchi dentro il processo di produzione, essi vengono esposti alla pressione del servizio ed alla vessazione permanente. Cosa che nessuno sopporta per molto tempo se non dispone di un corpo in piena forma. L'assistenza medica di seconda classe fa il resto. Il discorso per cui "morire prima è socialmente compatibile", che un presidente dell'ordine dei medici si è lasciato scappare, segna tutta un'epoca. La fine della vita verrà anticipata e verrà collocata all'interno della quotidianità dell'attività professionale. Non più pensionati edonisti, ma soldati della valorizzazione, che, in un certo qual modo, moriranno con gli stivali ai piedi. COsa c'è di più bello per un tedesco? In questo modo si risolve il dilemma sociale, almeno per quel che riguarda l'amministrazione statale della crisi. Le giovani generazioni non guadagneranno niente da questa situazione, in quanto è proprio tale situazione a razionalizzare ancora di più i loro potenziali posti di lavoro; a loro volta, gli occupanti i vecchi posti di lavoro fordisti sono condannati a "vita". E' questa la giustizia capitalista.

- Robert Kurz - Pubblicato sul settimanale Freitag, Berlino 4/11/2005 -

fonte: EXIT!

mercoledì 6 gennaio 2016

La voce dello sguardo

riis

L'anno in cui muore Edgar Allan Poe, il 1849, in Danimarca nasce il fotografo e scrittore Jacob Riis.
Riis morirà nel 1914 a Barre, Massachusetts, a meno di cento chilometri da Boston, dov'era morto Poe.
Non era uno scrittore di storie fantastiche, Riis, ma in un certo qual modo seppe dare continuità alla maniera in cui Poe guardava e sentiva la folla e quei suoi personaggi che vengono negati dalla società e dai suoi discorsi. Ragion per cui non sorprende che Riis abbia perfezionato il suo inglese leggendo Dickens. Riis fu il primo a fotografare, alla fine dell'800, i bassifondi ed i fetidi vicoli di Manhattan destinati ad accogliere gli immigrati.

E' il 1870 quando Riis arriva negli Stati Uniti. Dapprima lavora come carpentiere e come venditore ambulante, e viene imbrogliato e derubato innumerevoli volte.
Poi, poco alla volta, riesce ad antrare nell'ambiente giornalistico, finché, nel 1887, viene a conoscenza di quella che è allora un'invenzione recente, il flash fotografico, che gli permetterà di registrare tutto quello che vede durante i suoi giri nelle zone più miserabili della città.
Nel 1888, riesce finalmente a mettere insieme un'apparecchiatura fotografica decente e comincia a pubblicare articoli corredati da illustrazioni.
L'anno successivo pubblica un lungo articolo di 18 pagine corredato da 19 delle sue fotografie; un articolo che sarà alla base, fin dal titolo, di quello che diventerà il suo primo libro: Come vive l'altra metà.
Tuttavia, in quegli anni il flusso dei migranti era ancora lontano dal raggiungere la sua massima intensità. Sarà poi, nel periodo che va dal 1895 al 1914, che arriveranno a New York, passando per Ellis Island, milioni di persone, provenienti soprattutto dall'Europa dell'Est.
Le famiglie di tedeschi ed irlandesi - che si erano già stabilite lì da tempo - si sposteranno verso il nord dell'isola di Manhattan, facendo così posto ai russi, ai polacchi, agli ungheresi, in maggioranza ebrei in fuga dai progrom.

martedì 5 gennaio 2016

Miseria dell'autogestione e autogestione della miseria

autogest

Autogestione, trappola per idioti?
- L'autogestione della produzione di merci come impossibilità logica -
di Clément Homs

Si possono fare due discorsi a proposito del fallimento della prospettiva autogestionaria. Quello per cui la colpa del fallimento attiene alle circostanze storiche, e quello per cui sono le idee autogestionarie stesse ad aver dimostrato la loro incapacità a comprendere veramente quello che si trova alla base della società capitalista. E' su questo secondo punto di vista che, seppur brevemente, ci concentreremo qui. [*1]
Il fallimento dell'esperienza autogestionaria nel corso del 20° secolo ed in quest'inizio del 21° (in particolare, in Argentina con il movimento dei piqueteros), rimanda ad un fallimento ancora più profondo, quello della strategia delle organizzazioni operaie che a partire dal 19° secolo si basano sul principio che il Lavoro si opponga al Capitale. Cosa che ci porta a sottolineare l'incapacità teorica, comune al marxismo tradizionale ed alle numerose corrente anarchiche, di comprendere quale veramente sia il nucleo delle forme sociali categoriali del capitalismo e della sua forma dinamica. In quanto il pensiero autogestionario ha sempre discusso solamente circa la gestione collettiva dei mezzi di produzione e della distribuzione dei salari ("lavoriamo e paghiamo"), vale a dire che ha posto l'accento soltanto sulla redistribuzione delle sempiterne categorie sociali capitalistiche (lavoro, valore, denaro e merce). Il fulcro di un tale pensiero consiste nel promuovere il ruolo della democrazia in seno a delle aziende nelle quali alla fine rimangono degli attori economici che devono produrre ancora delle merci nelle quali si cristallizza il valore. La pratica autogestionaria rimane in tal modo prigioniera di una naturalizzazione delle forme sociali capitalistiche, dei quattro cavalieri dell'apocalisse capitalista - il lavoro, il valore, il denaro e la merce -, e quindi, necessariamente, non può rappresentare altro che una pretesa "alternativa" che rimane murata in una strada piastrellata dal processo di valorizzazione.
Pertanto, il lavoro non è quell'attività dell'uomo per mezzo della quale, come troppo spesso si crede, egli cerca di riprodursi, ma è quell'attività specifica consacrata alla produzione di merci. Come tale, è un'attività specificamente capitalista che è emersa nel corso degli ultimi tre secoli. Ogni lavoro ha un duplice carattere, cioè a dire due facce che esistono sempre insieme, e mai separatamente. Una faccia concreta, in cui il lavoro è un'attività che trasforma un materiale in "qualcosa di utile" - ed è questa sola dimensione ad essere l'oggetto del controllo operaio in un impresa autogestita. Una faccia astratta, la quale corrisponde al ruolo del lavoro nella società capitalista, nel senso che serve, strutturalmente, da legame sociale per gli individui i quali si rapportano gli uni agli altri attraverso un dispendio di lavoro che permette loro di ottenere una somma di denaro, ecc.. Questa faccia astratta del lavoro - indipendentemente da quello che può essere deciso all'interno di un'impresa autogestita - media una nuova forma di interdipendenza sociale, una forma di sintesi sociale specificamente capitalistica. Stiamo parlando qui di "lavoro astratto", in quanto è a partire da questo carattere di mediazione sociale che il lavoro è l'astrazione della sua faccia concreta [*2]. Ora, questa funzione di mediazione sociale di ogni lavoro fa sì che l'individuo che lo esercita [*3] è, ed allo stesso tempo non è, il suo proprio posto di lavoro. Poiché il lavoro che egli svolge lo rinvia, per mezzo del ruolo di mediazione sociale della totalità del lavoro, alla totalità sociale in tal modo costituita, ben oltre quello che sul luogo di lavoro possono decidere i padroni, la gestione, la volontà di autodeterminazione o gli ideali artigianali del "controllo" della propria attività.

Il lavoro che socializza gli individui e li mette in rapporto gli uni con gli altri costituisce parimenti la sua faccia astratta, una forma di ricchezza sociale intrinseca a questa sola forma di vita capitalistica, una ricchezza che non è sensibile bensì astratta, non osservabile empiricamente né misurabile, il valore, che viene fenomenicamente rappresentato in una pura somma di denaro. Le merci, in quanto risultato di un tale lavoro, non vengono trattate socialmente come dei semplici beni e non hanno, in alcun modo, come finalità la soddisfazione dei bisogni. Sono piuttosto una sorta di male necessario (di supporto) per tale ricchezza astratta capitalista, la quale per esistere deve passare attraverso questi contenitori materiali in cui il valore si cristallizza in maniera transitoria. Certo, questo contenitore materiale e sensibile avrà dapprima la realtà di essere il ricettacolo della "gelatina del lavoro astratto" (Marx), in altre parole un ammasso di valore e di plusvalore, che si è installato provvisoriamente nella merce, per poi emergere meglio sotto un'altra forma, la forma-denaro. La faccia concreta del lavoro (che si seghino della assi ad Ambiances Bois sull'altopiano di Millevaches, o che si fabbrichi un paio di jeans nella Lifeng Textile in un sobborgo di Canton) esisterà sempre soltanto come supporto del lato astratto del lavoro. Il passaggio al controllo operaio del processo di produzione non impedisce in alcun modo alla nuova faccia, ora "autogestita", del lavoro concreto di essere soltanto il semplice supporto della logica tautologica del lavoro astratto. E' sempre il lavoro astratto (una delle due facce del lavoro) ad assumere forme diverse nel corso dei cicli del capitale, passando dal lavoro vivo alla sua cristallizzazione nella merce in quanto forma-valore, passando poi alla forma-denaro quando questa merce verrà venduta sul mercato, per poi in seguito tornare sotto forma di capitale-denaro alla fine della catena ed essere quindi reinvestito all'interno di un nuovo ciclo di rotazione del capitale, allargando la base del lavoro vivo impiegato. Il capitale non è affatto il contrario del lavoro, bensì la sua forma accumulata; il lavoro vivo ed il lavoro morto non sono affatto due entità antagoniste, ma sono due diversi "stati di aggregazione" della medesima sostanza del lavoro. Fintanto che il lavoro costituirà il legame sociale per mezzo del quale ci rapportiamo gli uni agli altri - a prescindere dal fatto che la gestione sia padronale, artigianale o autogestita - ogni individuo che lavora sarà sempre un aggregato di tale lavoro astratto da cui si dovrà trarre il massimo (ciò che Marx chiamerà lo sfruttamento del pluslavoro). Ciò che costituisce la sostanza del capitale non è il fatto che la fabbrica non si trova sotto il controllo operaio, come crede il marxismo tradizionale, ma il fatto che il lavoro, nella sua doppia natura (astratta e concreta) continua ad esistere socialmente. In tale processo metamorfico - in cui l'accumulazione del plusvalore è allo stesso tempo risultato e presupposto - gli individui e le classi non sono altro che i funzionari (i supporti) di questa logica feticistica. I capitalisti esercitano il potere non in quanto dei "signori politici o teocratici", ma perché "personificano il lavoro di fronte al lavoro" (Marx), essi sono i "funzionari del capitale", una "élite di funzione" (Kurz) del sistema feticistico della merce, che non lo domina, ma che ne costituisce la classe che ne trae profitto. Non è mai il dispendio particolare di lavoro a cristallizzarsi nella forma valore di una merce. A causa del suo carattere di mediazione sociale, è lo standard di produttività socialmente medio a determinare - al di fuori della particolarità-lavoro e al di fuori da ogni possibilità di autogestione dei compiti all'interno di una particolare cooperativa - la grandezza del valore cristallizzato dentro la "merce prodotta in regime di autogestione". In un'impresa autogestita, gli ordinativi esterni costituiti dalla doppia natura del lavoro - lo standard sociale di produttività e quindi la totalità sociale costituita dalla mediazione che a suo volta costituisce ciò che è il lavoro - retroagiscono sugli operai che devono decidere democraticamente, se vogliono sopravvivere sul mercato in quanto entità economica, di auto-sfruttarsi, di auto-sostituirsi con delle macchine o di auto-licenziarsi [*4], nella gioia autogestionaria per alzata di mano. Sotto il loro "controllo", gli operai saranno essi stessi i loro propri "funzionari del capitale". E l'auto-sfruttamento senza padroni non è affato meglio dello sfruttamento ordinario.

Senza dover qui evocare le drammatiche esperienze di questi ultimi anni in Argentina, nel corso del 20° secolo si sono visti riemergere nelle esperienze autogestionarie gli stessi percorsi obbligati, come nelle fabbriche autogestite della Spagna rivoluzionaria del 1936-37 dove la forma-denaro riemerse sotto forma di "buoni di lavoro" in quanto il lavoro come tale non era stato superato [*5]. Ma su una scala più piccola, i ricordi degli operai della LIP, nelle loro interviste, dimostrano chiaramente l'amarezza e la fine del mito autogestionario [*6]. Quello che noi ora dobbiamo conferire alla rivoluzione, è una nuova qualità, mettendo in atto la "rottura categoriale ed ontologica" (Kurz): non più liberare il lavoro dal capitale, ma liberarsi dal lavoro in quanto tale, cioè a dire porre fine ad ogni forma possibile di economia.

- Clément Homs - Pubblicato sulla rivista L'An02 - Maggio 2015 -

NOTE:

[*1] - A tal proposito, sul sito "infokiosque", per approfondire si può leggere l'opuscolo "Contro il mito autogestionario"

[*2] - Moishe Postone, Tempo, lavoro e dominio sociale. Una reinterpretazione della teoria critica di Marx.

[*3] - Poco importa qui che la faccia concreta di questo lavoro sia gestita in maniera padronale o sia autogestita, o persino se si parli di un luddista del 19° secolo oppure di un piccolo allevatore del 21° secolo che si oppone all'utilizzo dei microchip.

[*4] - Tutto questo è ben espresso nel libro di Michel Lulek, "Ambiance Bois, l’aventure d’un collectif autogéré", Repas, 2003, che racconta di quando "Ambiance Bois" ha dovuto licenziare.

[*5] - Michael Seidman, "Ouvriers contre le travail. Paris et Barcelone pendant les Fronts populaires"; Myrtille Gonzalbo, « L’anticapitalisme des anarchistes et des anarcho-syndicalistes espagnols des années trente », in Sortir de l’économie, n°4, 2012.

[*6] -  Joëlle Beurier, « La mémoire Lip ou la fin du mythe autogestionnaire ? », in Frank Georgi (dir.), L’autogestion, la dernière utopie, Presses de la Sorbonne, 2003, pp. 451-465.

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

lunedì 4 gennaio 2016

La morte del soggetto

trenkle

Lotta senza classe: perché nel processo di crisi capitalista non risorge il proletariato?
di Norbert Trenkle

Dalla lotta di classe al declassamento
1.
Mentre avanza la precarizzazione della vita, unitamente alla precarizzazione delle condizioni di lavoro, e coinvolge settori sempre più ampi della popolazione, ritorna con forza il discorso sulla lotta di classe, la quale negli ultimi decenni sembra essere quasi scomparsa. Dapprima, data la crescente polarizzazione sociale, questo può sembrare plausibile. Tuttavia, come di solito avviene quando si ricorre a modelli interpretativi ed esplicativi del passato, questi non servono a chiarire il presente. Al contrario di quel che appare a prima vista, le categorie dell'antagonismo di classe non spiegano adeguatamente la crescente diseguaglianza sociale. Né, tantomeno, i conflitti di interessi derivanti da tale diseguaglianza coincidono con quello che, storicamente, è stato designato come lotta di classe.

2. Il grande conflitto sociale che ha modellato in maniera decisiva la società capitalista nel corso di tutto il periodo storico della sua formazione ed imposizione è stato, com'è noto, il conflitto fra capitale e lavoro. In questo conflitto si è espressa l'opposizione di interessi fra le due categorie immanenti alla società produttrice di merci: tra i rappresentanti del capitale che governano ed organizzano il processo di produzione con l'obiettivo di conseguire la valorizzazione del capitale ed i salariati, i quali con il loro lavoro "generano" il plusvalore necessario a questo obiettivo. In quanto tale, si tratta di un conflitto interno al sistema capitalista in merito alle condizioni in cui il valore viene prodotto (condizioni di lavoro, orario di lavoro, ecc.) ed alle modalità della sua distribuzione (salari, profitti, prestazioni sociali, ecc.). Questo conflitto di interessi si è espresso storicamente come lotta di classe in quanto, sulla base di determinate condizioni storiche, i salariati si erano costituiti come soggetto collettivo. Nella difesa dei loro interessi, avevano sviluppato un'identità ed una soggettività collettiva di "classe operaia" e, come tale, erano riusciti ad essere riconosciuti come cittadini e come soggetti del mercato, ossia: come proprietari e venditori di una merce assai specifica, la merce forza lavoro.

3. Ora, se nella seconda metà del 20° secolo la lotta di classe è andata perdendo sempre più la sua propria dinamica, ciò non è successo, ovviamente, perché la società capitalista prescinde dalla produzione di plusvalore. La contraddizione oggettiva fra le categorie funzionali del capitale e del lavoro è ancora valida, sebbene nel corso dello sviluppo capitalista sia cambiata la sua fisionomia concreta. Tuttavia i salariati hanno perso il loro carattere di classe, nella misura in cui sono stati integrati nell'universo della società capitalista come cittadini e soggetti del mercato. Vale a dire: via via che l'esistenza sociale basata sul lavoro astratto si generalizzava, e praticamente tutti i membri della società si convertivano in proprietari e venditori di forza lavoro, si diluiva l'idea per cui i salariati rappresentavano un soggetto rivoluzionario.

4. Questa trasformazione del conflitto fra capitale e lavoro, che una volta appariva come un antagonismo irriducibile, si è riflessa nel fatto che oggigiorno i conflitti lavorativi per lo più non avvengono sulla base della premessa di un confronto fondamentale, di un'incompatibilità oggettiva fra gli interessi del venditore di forza lavoro e quelli del capitale. Ma piuttosto, quella che viene enfatizzata, in generale, è la base comune agli interessi opposti, quale il rafforzamento della domanda interna sul mercato nazionale oppure l'aumento della produttività imprenditoriale attraverso migliori condizioni di lavoro. Non viene criticato il profitto in quanto tale, ma vengono piuttosto criticati i "guadagni esorbitanti", la "inutile rilocalizzazione industriale" o ciò che viene designato come "avvoltoi del capitale finanziario". Tutto questo non deve sorprendere, dal momento che i soggetti moderni sanno che il loro benessere nella società produttrice di merci, pur se precario, dipende dal fatto che continuino a marciare i processi della valorizzazione del capitale, dell'incremento della produttività e della crescita forzata.

5. Questa percezione è dovuta certamente al fatto che la società produttrice di merci si sia ormai imposta in maniera quasi totale, assumendo le apparenze di una legge naturale irrevocabile. Allo stesso tempo, le modificazioni nella relazione capitale-lavoro, introdotte nell'era post-fordista, hanno contribuito a stabilire un'estrema polarizzazione sociale, che ha senza dubbio non ha formato la base di una nuova costituzione di classe, ma piuttosto ha avviato un processo generale di "declassamento" che si è espresso in almeno quattro tendenze.

6. In primo luogo, già nella fase finale del fordismo, il lavoro diretto sul prodotto aveva ceduto il passo alle funzioni di supervisione e controllo, nonché aveva dato luogo a mansioni di pre e post produzione. Ciò aveva implicato il fatto che la mano d'opera industriale produttrice di valore, che era sempre stata considerata come il nucleo della classe operaia, perdesse importanza rispetto alle altre categorie di salariati, quali i lavoratoti impiegati nella circolazione, nell'apparato statale e nei diversi "settori dei servizi". Allo stesso tempo, una parte significativa di funzioni direttive e di controllo a basso e medio livello venivano integrate nelle attività lavorative; in questo modo, la contraddizione fra lavoro e capitale veniva trasferita direttamente all'interno degli individui (ed eufemisticamente designata come "responsabilità personale", "arricchimento della mansione", "orizzontalità gerarchica", ecc.). Tale tendenza venne ad essere esacerbata dalla crescente pressione della concorrenza e dalla precarizzazione generalizzata delle condizioni di lavoro. Il caso più lampante è quello dei "lavoratori autonomi", i quali sono obbligati a svolgere lo stesso lavoro che svolge un dipendente, pagandosi però i contributi ed a proprio rischio. Ma anche dentro le piccole imprese si acutizza la tendenza ad organizzare le mansioni in modo tale che i lavoratori "gestiscano" sé stessi e la propria area di lavoro (ad esempio, attraverso l'installazione dei cosiddetti "centri di profitto"). E infine, l'amministrazione statale della disoccupazione elogia la "autogestione" e la "responsabilità personale", tanto più quando è evidente l'incapacità del mercato del lavoro a riassorbire tutti quelli che ne sono stati espulsi.

7. In secondo luogo, si aggiunge la flessibilizzazione forzata nel mercato del lavoro. Com'è ben noto, oggi il peccato peggiore che si può commettere contro la legge capitalista è quello di continuare ad essere collegato ad una determinata funzione o attività lavorativa. Per sopravvivere uno deve essere disposto a cambiare continuamente fra diverse attività e categorie di lavoro salariato ed autonomo (ivi incluse forme di lavoro non remunerate come i tirocini ed il "lavoro in prova") senza identificarsi con nessuna di esse, secondo l'oscillazione di domanda ed offerta. Questo chiaramente porta ad una competitività generalizzata e mina le basi di qualsiasi solidarietà lavorativa.

8. Terzo, le nuove gerarchie e divisioni sociali non sono segnate da una delimitazione fra le categorie di capitale e di lavoro, ma tali categorie vi si sovrappongono. Detta in maniera più specifica: tra gli stessi salariati le differenze sociali sono talmente abissali quanto lo sono nell'insieme della società. Questo può essere osservato già all'interno delle stesse imprese, dove il personale in pianta stabile (in diminuzione) ed anche assicurato dal contratto nazionale di lavoro svolge gli stessi compiti di un numero sempre più crescente di lavoratori a contratto, temporanei ed autonomi, in condizioni lavorative precarizzate. Anche maggiori sono le differenze fra i diversi settori industriali, segmenti di produzione e sedi regionali. Ed infine, le discrepanze in termini di reddito e di condizioni di lavoro fra i differenti paesi e regioni che concorrono sul mercato globale sono enormi.

9. In quarto ed ultimo luogo, il declassamento significa che un numero crescente di persone a livello mondiale sono escluse, nel senso che per loro non c'è più alcun posto nel sistema produttore di merci, il quale ha sempre meno capacità di integrare forza lavoro produttiva. Devono fare i conti con la situazione per cui non solo sono sostituibili in qualsiasi momento, ma anche col fatto di essere "superflui" per il capitalismo in  misura sempre più crescente. I "privilegiati" oggigiorno sono quelli che vengono ancora richiesti per svolgere una qualche funzione sistemica. Ma dal momento che queste stesse funzioni sono diventate precarie, anche mantenersi in equilibrio su una corda allentata diventa sempre più difficile. Nella misura in cui le strutture funzionali si disintegrano, si incrementa anche il numero degli individui esclusi. La loro quantità differisce a seconda del posto che un paese o una regione occupa sulla scala della concorrenza globale, ma quella che aleggia è soprattutto la minaccia di cadere nel nulla sociale. La tendenza è chiara ed inequivocabile: a livello mondiale è andato conformandosi un segmento crescente di nuove classi basse, le quali non hanno niente in comune con il vecchio proletariato, dal momento che non formano un nuovo soggetto sociale né oggettivamente (per la loro funzione e posizione nel processo di produzione) né soggettivamente (per la loro coscienza). Relativamente alla valorizzazione del capitale, questo segmento sociale è nettamente negativo, in quanto è superfluo come forza lavoro. Ciò impone di riformulare in maniera del tutto nuova la questione di un possibile movimento emancipatorio.

I tentativi di salvare il soggetto morto
10.
Il resuscitato discorso sulla lotta di classe contribuisce ben poco a far chiarezza sulla questione. Nonostante il fatto che tale discorso, in qualche modo, tiene conto delle trasformazioni sociali che hanno avuto luogo, alla fine non riesce a rompere con il concetto metafisico di lotta di classe del marxismo tradizionale. Questo concetto si riproduce costantemente, benché il soggetto evocato ormai non esista più. In un altro testo ho cercato di dimostrare che tanto Hardt/Negri quanto John Holloway nelle loro teorie riproducono tale concetto metafisico- [*1] Qui cerco di volgere lo sguardo verso altri approcci la cui inclinazione metafisica non è così tanto ovvia e che argomentano in maniera più sociologica ed empirica. Voglio dimostrare che sono proprio i risultati empirici delle loro indagini a smentire il paradigma della lotta di classe. Nel tentativo di preservare questo paradigma per mezzo di ogni tipo di aggregato, gli autori, nel loro ragionamento, restano impigliati in contraddizioni insolubili che mettono in evidenza il fallimento di tale operazione di salvataggio. Pertanto solo una demolizione dell'edificio del pensiero tradizional-marxista può aprire la strada ad una rinnovata prospettiva dell'agire emancipatorio.

11. Per cominciare, ascoltiamo il teorico gramsciano Frank Deppe: "La classe operaia", scrive la rivista Fantômas [*2], "non è sparita in alcun modo, il capitalismo si basa ancora sullo sfruttamento del lavoro salariato, risorse naturali e condizioni sociali e politiche di produzione ed appropriazione del plusvalore. Il numero di lavoratori in relazione di dipendenza lavorativa è quasi raddoppiato fra il 1970 ed il 2000 e comprende circa la metà della popolazione mondiale. Ciò è dovuto principalmente allo sviluppo in Cina ed in altre parti dell'Asia, dove in seguito all'industrializzazione una grande parte della popolazione rurale è entrata nel mercato del lavoro. Nei paesi capitalisti sviluppati, la proporzione di lavoratori salariati è ora del 90% e più" (Deppe, 2003, p.11). Quel che colpisce a prima vista in questo argomento è il fatto che si muova su almeno due significati fluttuanti in relazione al concetto di classe operaia. Dapprima, sembra che Deppe identifichi la classa operaia, in maniera abbastanza tradizionale, con i lavoratori salariati che producono plusvalore in senso stretto, che viene estratto direttamente dal loro pluslavoro ai fini della valorizzazione del capitale. Tuttavia, questo concetto di classe sfocia in un altro concetto molto più ampio, quello di tutti i "lavoratoti in relazione di dipendenza lavorativa", per mezzo del quale si abbraccia la "metà della popolazione mondiale" e nelle metropoli capitaliste quasi la totalità della popolazione (cioè, oltre il 90%).

12. In quest'oscillazione argomentativa si esprime già il dilemma dei teorici della classe. Se la categoria di classe operaia viene interpretata secondo il primo significato (conforme alla teoria marxista così come afferma esplicitamente Deppe), allora dobbiamo riconoscere che si tratta di una minoranza globale che perde sempre più importanza nella misura in cui, nei settori della produzione di valore, vanno avanti i processi di razionalizzazione e rendono superfluo il lavoro nella produzione immediata. Nel secondo significato accennato, si può dire che l'ampliamento della categoria di classe operaia a tutti i "lavoratori in relazione di dipendenza lavorativa" si converte in un non-concetto dal momento che manca assolutamente di capacità di discriminazione. E' solamente un'altra parola per descrivere il modo di esistenza generalizzato nella società capitalista, laddove le condizioni di vita sono mediate dal lavoro e dalla produzione di merci. Per la gran parte della popolazione, questo significa essere obbligata a vendere la propria forza lavoro per poter sopravvivere. Senza dubbio, questo rappresenta un aspetto chiave della società capitalistica, però proprio per questo non fornisce la base concettuale per poter determinare una divisione di classe; in quanto il fatto di possedere soltanto una merce da offrire sul mercato, la merce forza lavoro, non è il segno distintivo di una determinata parte della popolazione (la "classe operaia"), bensì una compulsione generalizzata, rispetto alla quale tutte le persone si trovano sostanzialmente sottomesse, indipendentemente dalla loro situazione sociale, così come anche dalle circostanze concrete della loro vita.

13. Le aporie della teoria della classe sono evidenti anche nel caso dello storico Marcel van der Linden, il cui concetto di classe è ancora più ampio di quello di Deppe: Secondo van der Linden: "appartiene alla classe dei lavoratori subalterni ogni portatore/portatrice di forza lavoro la cui forza viene venduta oppure affittata ad un'altra persona sotto pressione economica o meno. E' irrilevante se tale forza viene offerta dal portatore o dalla portatrice stessa o se i mezzi di produzione appartengono loro" (van del Linden, 2003, p. 34). Con questa definizione, van der Linden vuole dar conto del fatto che nella società produttrice di merci globalizzata è sorta un'enorme varietà di situazioni lavorative differenziate e gerarchizzate che non si adattano (più) al classico schema di lavoro salariato, quali le forme di lavoro schiavista o semi-schiavista, ma anche il lavoro riproduttivo e di sussistenza non remunerato delle donne. Di conseguenza, van der Linden non parla più della classe di "lavoratori salariati liberi", ma opta piuttosto per il concetto più ampio di "lavoratori subalterni" (cf. van der Linden, 2003, p. 31-33). Tuttavia, questo non risolve il problema; anzi, lo rende ancora più complicato di quanto faccia Deppe, elevando il concetto di classe ad una metacategoria la quale, in linea di principio ricopre quasi la totalità delle persone che vivono nella società capitalista e cioè: a quasi tutta l'umanità.

14. E' logico che un concetto di classe in quanto metacategoria generalizzata perda ogni potere di determinazione. Rappresenta la parodia di un concetto di totalità capitalista che non riesce a captare adeguatamente questa totalità, dal momento che da un lato riflette indirettamente il fatto che il lavoro rappresenta il principio universale di mediazione sociale nel capitalismo; dall'altro lato, van der Linden non arriva ad analizzare questo principio per quel che è, in quanto lo identifica da subito con una categoria sociale particolare, la categoria della classe.
Il marxismo tradizionale ha sempre considerato la mediazione sociale attraverso il lavoro visto come una costante trans-storica comune a tutte le società, mentre vedeva nel dominio di classe, basato sull'estrazione del plusvalore e sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, la caratteristica specifica del capitalismo. Se tuttavia riconosciamo che il capitalismo è essenzialmente una società produttrice di merci e, pertanto, una società nella quale gli esseri umani stabiliscono le loro relazioni sociali attraverso la forma della merce e del denaro, la sua caratteristica storica-specifica che lo differenzia da tutte le altre formazioni sociali precedenti, consiste nel fatto che il lavoro (astratto), ossia l'attività che produce le merci ed il valore di scambio, costituisce e consente la sintesi della società [*3].
Da questo punto di vista, il conflitto fra capitale e lavoro non rappresenta un antagonismo fondamentale, bensì un conflitto immanente fra differenti categorie sociali corrispondenti al sistema della produzione generalizzata di merci. E quanto più si stabiliscono forme differenti di vendita della forza lavoro, tanto meno si può parlare di un conflitto, dal momento che questo si diluisce in una molteplicità di conflitti il cui unico denominatore comune è quello di essere localizzati dentro una totalità sociale costituita sal principio universalistico del lavoro astratto.

15. Tuttavia, l'idea per cui l'antagonismo di classe sia l'essenza del capitalismo è talmente radicata che viene sostenuta anche laddove dimostra di essere completamente inadeguata per l'analisi. Questo diventa evidente proprio nei tentativi di recuperare il concetto di lotta di classe a fronte dell'attuale situazione globale. Un esempio di questo ce lo fornisce lo stesso van der Linden quando cerca di delimitare e precisare il suo concetto di classe, il quale ovviamente appare insufficiente a lui stesso, e pone la domanda: "Che cosa hanno realmente in comune tutte le diversità dei subalterni?" (van der Linden, 2003, p.33) e risponde che "tutti i lavoratori subalterni vivono in maniera alienata", vale a dire in uno "stato di eteronomia istituzionalizzata" (ivi). Per spiegare tale concetto, fa riferimento a Cornelius Castoriadis: "eteronomia istituzionalizzata significa una divisione antagonistica della società, ossia, il dominio di una determinata categoria sociale su tutto l'insieme. (...) pertanto, l'economia capitalista ci aliena perché coincide con la divisione di classe fra proletari e capitalisti" (ivi).

16. Il fatto che Castoriadis derivi la "eteronomia istituzionalizzata" immediatamente dalla relazione di classe, attira l'attenzione. Questa definizione, nel suo essere semplificatrice, aveva un certo qual senso nel contesto della teoria delle classi del marxismo tradizionale, con la sua solita fissazione sul proletariato. Ma perde ogni forza esplicativa se, come avviene in van der Linden, si estende il concetto di classe fino all'infinito e si finisce per sussumervi in misura maggiore o minore tutta l'umanità. Implicitamente, van der Linden non dice altro se non che l'alienazione è una caratteristica di base universale della società capitalistica. Però non arriva ad analizzare questa caratteristica in maniera coerente, in quanto non si libera dal paradigma del marxismo tradizionale. Ancora una volta, l'intento di voler salvare questo paradigma per mezzo della sua estensione ne rivela le contraddizioni ed i limiti. Già Marx aveva dimostrato che l'alienazione ed il feticismo della merce non possono essere dedotti dal dominio di classe, ma piuttosto essi costituiscono le caratteristiche essenziali di una società basata sulla produzione di merci e sul lavoro astratto. Per il movimento operaio tradizionale, nella sua lotta lotta per ottenere il riconoscimento all'interno della società capitalista, questo poteva sembrare un problema secondario. Oggi, però, questo dev'essere l'obiettivo principale di una critica del capitalismo che sia all'altezza dei tempi; e l'adesione anacronistica al paradigma della lotta di classe ostacola questa comprensione.

La "classe" come totalità positiva
17.
Come ho cercato di dimostrare, anche gli stessi difensori di quel paradigma devono implicitamente ammettere che il concetto di classe si è svuotato. Tuttavia questo non li induce ad un cambio di prospettiva, bensì a cercare ogni genere di scappatoia e a cancellare le stesse prove. Di conseguenza si spalanca un abisso incolmabile fra l'obiettivo teorico e l'analisi empirica. Da un lato, si mantiene il concetto di classe, ampliandolo fino a farlo diventare una metacategoria astratta vuota di contenuto la quale, proprio per questo, diventa immune a qualsiasi critica. Dall'altro lato, viene furtivamente eliminato questo stesso concetto dal momento che non svolge più alcun ruolo reale nelle analisi empiriche, se non come un'istanza diffusa di evocazione che pervade la prospettiva della ricerca e colora i risultati in una determinata maniera.

18. C'è dell'ironia inconscia quando van der Linden conclude la sua introduzione con il seguente commento: "Occorre osservare che questa grande teoria è empiricamente vuota" (ivi, p.34), perché è proprio questo ciò che caratterizza esattamente il suo approccio e quello di tutti i nuovi protagonisti del discorso di classe: la sua teoria rimane empiricamente vuota mentre allo stesso tempo la sua analisi empirica non ha base teorica; si aggrappa al mito della lotta di classe nonostante il fatto che nella realtà sociale non si trovi né soggetto né movimento che la rivendichi, senza fare delle grandi acrobazie argomentative. Autori come Deppe e van der Linden descrivono in maniera empiricamente corretta le gerarchie e le disuguaglianze sociali che si attuano e si acutizzano nel contesto del capitalismo globale in crisi; ma riassumere tutti questi risultati sotto il titolo di "Frammentazione della classe operaia" implica una prospettiva forzata, del tutto intrinseca alla loro analisi. Viene qui presunta un'unità fondamentale, precedentemente presupposta a tutte queste "frammentazioni", ivi incluso anche quando non è possibile spiegare in che cosa consiste. Perché il fatto che tutti i gruppi e tutte le persone cui si riferisce l'analisi in qualche forma sono obbligati a vendere la loro forza lavoro non costituisce alcuna base comune se non quella che tutti partecipano alla competizione del mercato del lavoro. Deppe e van der Linden, invece, implicitamente presuppongono un soggetto collettivo, il quale successivamente è stato "frammentato"; vale a dire, secondo loro esiste qualcosa come una sostanziale unità di classe, essenzialmente anticapitalista, che seppure attualmente non appare a livello empirico, può e dev'essere ricostituita.

19. Anche Deppe estende questo costrutto esistenzialista, allorché, riferendosi a Gramsci, parla di un "nuovo blocco di subalterni" che, insieme alla "classe operaia", include tutti i movimenti sociali degli ultimi anni ("le proteste dei sem tierra in Brasile, il sollevamento nel Chapas, le manifestazioni di massa che a livello mondiale si sono pronunciate contro la guerra o la sua minaccia"). Tuttavia, questo blocco non è ancora articolato "politicamente, a causa dell'assenza di un programma e di una prassi adeguata per affrontare il neoliberismo in modo tale da poter far confluire le diverse fazioni" (ivi, p.11). Vale a dire, questo blocco già esiste "in sé" però non si è ancora espresso politicamente come tale.
Non è un caso che in questo modo si evochi la costruzione forzata della "coscienza di classe attribuita", inventata dal filosofo leninista Georg Luckàcs negli anni 1920 per spiegare perché la maggioranza degli operai non disponeva di una coscienza rivoluzionaria, in contrasto con quanto predicava la dottrina marxista. Proviene da qui l'idea metafisica di una "classe in sé" che dev'essere coscientizzata per poter arrivare ad essere "classe per sé", cosa che giustificava tutte le misure "educative" messe in campo dai partiti comunisti definiti come rappresentanti di una "coscienza avanzata di classe", e pertanto "avanguardia del proletariato [*4]. Deppe non si eleva all'altezza di simili speculazioni metafisiche (ed autoritarie), ma non in quanto le abbia superate, bensì perché se le porta implicitamente dietro senza mai metterle in discussione. Solo a partire da questo si può ridurre il problema di come superare la "frammentazione" alla domanda superficiale di un "programma alternativo, che potrebbe saldare le differenti "frazioni" di quel "blocco" già in sostanza presupposto.

20. In tal modo, Depp, senza rifletterci sopra, riproduce simultaneamente un'altra delle classiche figure argomentative del marxismo tradizionale, secondo cui la classe operaia rappresenterebbe, in sostanza, l'universalità sociale, la quale, secondo il marxismo tradizionale, era costituita dal lavoro. Quindi, la classe operaia aveva ricevuto l'eredità dalla borghesia, la quale nel corso del suo periodo rivoluzionario pretendeva di rappresentare l'intera società, per poi tradire questo punto di vista in favore dei suoi interessi particolari di classe [*5]. Di conseguenza, l'obiettivo rivoluzionario della classe operaia doveva consistere nel realizzare finalmente l'obiettivo della rivoluzione francese e generare una totalità sociale, mediata in maniera "cosciente" dal lavoro. Come ha esaustivamente dimostrato Moishe Postone nel suo libro "Tempo, lavoro e dominio sociale", quest'idea equivale doppiamente ad una proiezione deformata delle relazioni capitaliste. In primo luogo, è una contraddizione in sé voler configurare come "cosciente" la mediazione attraverso il lavoro, in quanto questa di per sé è identica alla mediazione attraverso la produzione di merci, la quale obbedisce alle sue proprie leggi reificate, che si impongono sulla società come se fossero leggi naturali; ogni tentativo di "maneggiare" in maniera cosciente questa dinamica reificata è condannata al fallimento. Piuttosto, si dovrebbero creare nuove forme di mediazione diretta al di là della forma merce-denaro.
In secondo luogo, la costituzione dell'insieme sociale in quanto totalità è anche una caratteristica storica assai specifica della società capitalista, la quale, a differenza di qualsiasi altra configurazione sociale mai esistita, è mediata da un unico principio. Per questo l'emancipazione sociale non può consistere nel realizzare la totalità sociale (suppostamente mediata in maniera cosciente), bensì nel superarla, per poter aprire la strada ad una società di individui liberamente associati. Moishe Postone ha spiegato molto chiaramente perché ed in che modo la società capitalista può essere considerata come totalità in un senso storico-specifico: "La formazione sociale capitalistica, secondo Marx, è unica in quanto è costituita da una "sostanza" sociale qualitativamente omogenea, e quindi esiste come totalità sociale. Altre formazioni sociali non sono totalizzate in tale forma, le loro relazioni sociali fondamentali non sono qualitativamente omogenee. Non possono essere concepite secondo il concetto di "sostanza", né possono svilupparsi a partire da un unico principio strutturante. Né, tanto meno, presentano una logica storica immanente e necessaria che è loro propria" (Postone, 2003, p.133). La conseguenza logica di questa determinazione è "che la negazione storica del capitalismo non implica la realizzazione,  bensì l'abolizione della totalità" (ivi, p.133).

21. Sebbene il nuovo discorso classista pretenda di criticare le false unificazioni attuate dal marxismo tradizionale, tuttavia si contraddice a causa della sua persistente fissazione sulla categoria de "la classe". Inoltre e di più: la tendenza a sovradimensionare tale categoria particolare fino a fare di essa una metacategoria della società come un tutto, esagera l'affermazione della totalità ad un tal punto che ricade nell'assurdo. Poiché se una maggioranza quasi assoluta dell'umanità appartiene a "la classe" (o al "blocco dei subalterni"), la totalità sociale che il marxismo tradizionale tratteggiava nell'orizzonte del futuro sarebbe allora già potenzialmente realizzata. Ma così si perde la base per una critica adeguata del capitalismo. La totalità costituita attraverso la merce ed il lavoro astratto non dovrebbe essere superata, ma dovrebbe solo prendere coscienza di sé. Pochi dicono questo nella maniera esplicita in cui lo affermano Hardt e Negri, i quali vedono ormai emergere il comunismo dappertutto, coperto dal mantello sottile del capitalismo, ma questo, da parte loro, non è un capriccio individuale, ma piuttosto una conseguenza logica dell'approccio teorico che essi fondamentalmente condividono con tutto il nuovo discorso sulla classe.

22. Questo discorso pretende di situarsi al di là del marxismo tradizionale, in quanto rompe con l'idea di unità del soggetto ed al suo posto evoca in maniera permanente l'eterogeneità della presunta classe operaia. Però con questo, in effetti, ci si riferisce solamente alla rottura interna nella società produttrice di merci, la quale a causa delle sue contraddizioni interne si disintegra in innumerevoli soggetti particolare, in competizione fra loro. Se questa totalità frammentata si identifica con la "classe operaia" definita come soggetto collettivo essenzialmente anticapitalista, allora risulta quasi impossibile criticare le dinamiche regressive e distruttive scatenate dalla concorrenza generalizzata e gli effetti della crisi globale, e questo si manifesta sotto forma di violenza razzista e sessista, deliri antisemiti, etnicismi aggressivi o fondamentalismi religiosi. A partire dal punto di vista di classe, queste dinamiche non possono essere decifrate come una prassi inerente alla soggettività moderna, ossia, alla forma della soggettività propria di tutti gli individui membri della società capitalista, qualunque sia la loro posizione sociale. Nella misura in cui questa critica non concorda con il riferimento positivo al presunto soggetto di classe, tutto quello che perturba tale prospettiva viene trattato come una sorta di fattore esterno che in un maniera o nell'altra può frazionare quel soggetto, ma che non ha niente a che vedere con quello che viene in segreto supposto come "essenza della classe".
Pertanto, in ultima analisi rimarrebbe più o meno come una faccenda di gusto personale se movimenti etnicisti come il separatismo catalano o organizzazioni fondamentaliste come Hamas vengono incluse o meno nel grande consesso della lotta anticapitalista.

No more Making of the Working Class
23.
In contrasto con i tentativi di salvare la classe operaia per mezzo dell'estensione eccessiva delle sue determinazioni oggettive, si trovano coloro che argomentano fondamentalmente dal punto di vista soggettivo. Secondo quest'impostazione, la classe non si definisce a partire dalla sua posizione nel processo di produzione e valorizzazione, bensì a partire dal fatto che si costituisce costantemente e nuovamente attraverso variazioni permanenti che sono essenzialmente soggetti alla dinamica della lotta di classe. Tale prospettiva è molto più aperta, in quanto si concentra principalmente sui conflitti, sul carattere di processo e sulle possibilità di sviluppo soggettivo in essi contenute. Tuttavia, anche così si basa su un assioma aprioristico, il quale precede tutte le analisi specifiche e ne restringe la prospettiva: come qualcosa di autoevidente, la lotta di classe viene presupposta come un principio trans-storico valido, da cui a sua volta può essere derivata la classe. "Sempre già presente in tutte le relazioni sociali, la lotta di classe precede le classi storiche", scrive la redazione della rivista Fantômas nell'editoriale di un numero già qui citato (N°4, 2003, p.4). Ma quest'argomento diventa circolare. Sia il concetto di classe che quello di lotta di classe vengono definiti in maniera arbitraria. Secondo quest'approccio, tutti i conflitti sociali sarebbero suscettibili, in linea di principio, di essere dichiarati lotta di classe, e tutti coloro che lottano in qualsiasi forma essere dichiarati soggetti di classe, senza che venga reso chiaro quali sono i criteri per distinguere fra i diversi tipi di lotta e di soggettività.
In questo modo, il paradigma soggettivista della classe perviene, in linea di principio, a risultati uguali a quelli della sua controparte oggettivista. Poiché dal momento che ovviamente hanno luogo lotte di ogni tipo in ogni momento in qualche parte del mondo, secondo questa prospettiva esiste una dinamica permanente di "lotta di classe" e, pertanto, di "formazione di classe". Il concetto applicato è talmente ampio che in una maniera o nell'altra può sempre essere suppostamente verificato. Ma tale "verifica empirica" è sempre determinata dall'assioma che la precede. Il risultato è noto in anticipo: l'insieme sociale non è altro che un insieme di lotte di classe. Non sorprende allora che i vecchi avversari teorici, "oggettivisti" e "soggettivisti", vadano sempre più riconciliandosi e coesistano in pace (come, ad esempio nel numero di Fantômas). Infatti, quando si perde ogni precisione concettuale, e la "classe" può essere questo o quello e si trova sempre dappertutto, le vecchie differenze teoriche non svolgono più alcun ruolo significativo.

24. Fondamentalmente il problema consiste nel fatto che qui il concetto di lotta di classe è slegato dal suo contesto storico specifico, nel quale aveva senso: le lotte del movimento operaio nel 19° e nel 20° secolo. Con tale decontestualizzazione viene a mancare non solo il vigore concettuale ma, insieme ad esso, anche la capacità di differenziare fra lotte anticapitaliste ed emancipatorie in un senso più ampio, da un lato, e conflitti che corrispondono piuttosto a quello che Hobbes ha chiamato la "guerra di tutti contro tutti". Questo, ancora una volta, è evidente specialmente in Hardt e Negri, i quali glorificano la lotta quotidiana per l'esistenza individuale come una forma di espressione della lotta di classe e mancano di qualsiasi criterio per distinguere la violenza puramente regressiva, la concorrenza generalizzata ed i movimenti fondamentalisti. Il concetto della "lotta di classe" diventa così una formula astratta e, in ultima analisi affermativa, che comprende sia lo stato di guerra permanente della società capitalistica e la sua disintegrazione provocata dalla crisi globale, che gli sforzi per opporvisi.
Naturalmente, molti rappresentanti della prospettiva soggettivista della classe, nella loro analisi empirica, cercano di distinguere fra diversi tipi di lotta; tuttavia questi sforzi fluttuano nell'aria dacché non coincidono con la base teorica in sé. Il paradigma decontestualizzato della lotta di classe non fornisce alcun strumento concettuale per poter attuare queste distinzioni. Perciò per salvare quel paradigma devono ricorrere ad ogni genere di argomenti addizionali, provenienti da altri contesti teorici, come ad esempio teorie postmoderne. Ciò spiega il carattere del tutto eclettico soprattutto dei concetti post-operaisti, ma dimostra anche quanto ben poco possono contribuire a chiarire le dinamiche sociali scatenate dalla crisi globale del sistema produttore di merci.

25. Uno dei testimoni chiave della teoria soggettivista di classe è lo storico inglese E.P. Thompson, il quale ha sempre enfatizzato l'aspetto attivo nell'origine della classe operaia. Nel prologo al suo studio storico più importante, che originalmente aveva il titolo di "The Making of the English Working Class" ("La formazione della classe operaia in Inghilterra"), scrive: " Formazione in quanto è lo studio di un processo attivo, dovuto tanto all'azione quanto al condizionamento. La classe operaia non sorse come il sole, ad un'ora determinata. Era presente alla sua propria formazione". Ma di certo l'analisi di Thompson si riferisce a processi che sono inquadrati in una situazione storica assai specifica: lo sviluppo della società capitalista in Inghilterra fra l'ultimo terzo del 18° secolo ed il primo terzo del 19° secolo. E' ovvio che quella situazione differisse in maniera fondamentale dalla situazione attuale. Si trovava caratterizzata da una dinamica di emarginazione e distruzione delle condizioni di vita e lavoro relativamente eterogenee pre e proto-capitaliste. Questo si verificò sotto la pressione unificatrice sempre maggiore delle forme di produzione e di vita capitalistica; ciò diede luogo alla generazione di massa di "lavoratori doppiamente liberi", obbligati a vendere la loro forza lavoro se volevano sopravvivere. Nella sua ricerca, Thompson si è concentrato sulle rivolte e sulle lotte difensive, provocate da questo processo, ed ha mostrato come, a partire da esse (ed anche a partire dall'esperienza delle sconfitte), abbia potuto cominciare a formarsi una sorta di coscienza di classe.

26. E' stato, senza alcun dubbio, un contributo molto importante quello di evidenziare questi processi soggettivi trascurati dal marxismo ortodosso. Tanto più per il fatto di evitare di trarre conclusioni a partire dalle conoscenze acquisite da Thompson nel proprio contesto storico, in quanto la solo cosa che si ottiene in questo modo sono delle astrazioni astoriche che hanno alcun senso. Anche se la costituzione di una coscienza di classe non è sorta in maniera automatica dal processo di valorizzazione del capitale che arrivò ad imporsi, tuttavia questo processo segna il contesto oggettivo di tale costituzione. Fu la subordinazione di tutte le relazioni sociali al principio universalista del lavoro astratto e della produzione di merci che provocò quelle lotte sociali, le quali contribuirono alla formazione della classe operaia come soggetto collettivo, a difesa dei propri interessi, per un periodo storico durato più o meno 150 anni. I momenti oggettivi e soggettivi di tale costituzione di classe si intrecciano strettamente con le influenze reciproche. E' Thompson stesso a segnalare: "L'esperienza di classe è in gran parte determinata dalle relazioni di produzione dentro le quali nei quali si nasce - o in cui si entra contro la propria volontà. La coscienza di classe è la forma secondo la quale quest'esperienza viene interpretata e mediata culturalmente: è incarnata nelle tradizioni, sistemi di valori, idee e forme istituzionali. L'esperienza di classe è determinata, in contrasto con la coscienza di classe".

27. Se applichiamo quest'affermazione alla situazione attuale, la prima cosa che richiama l'attenzione è il fatto che il quadro oggettivo dentro il quale hanno luogo le esperienze ed i conflitti sociali è fondamentalmente differente rispetto al contesto storico analizzato da Thompson. Oggi non ci troviamo in una situazione in cui il modo di produzione e di vita capitalistica ha appena cominciato ad imporsi violentemente nella società, distruggendo tutto un tessuto eterogeneo di forme di vita tradizionali, rette da norme del tutto diverse (Thompson parla della "economia morale"). Piuttosto: il sistema produttore di merci si è generalizzato nel mondo ed ha sottomesso tutte le relazioni sociali sotto i suoi principi universali; ma allo stesso tempo è subentrato un processo di crisi globale, una crisi che non è solo di carattere economico, ma che mina anche le basi della società fondata sulla valorizzazione del capitale ed innesca un'enorme dinamica di disintegrazione sociale.
Questa tendenza è esattamente l'opposto dei processi che nel 19° secolo portarono alla formazione della società capitalista. La crescente precarizzazione delle condizioni di lavoro e di vita non indica l'esistenza di un esercito industriale di riserva che in un futuro verrà integrato nella produzione di massa in funzione dell'accumulazione di capitale; al contrario, in essa si riflette il fatto che sempre più persone in tutto il mondo diventano superflue per la produzione del valore e pertanto vengono escluse in senso economico, sociale e politico. Pertanto non ci troviamo di fronte alla ricostituzione di una nuova classe operaia globale, bensì davanti alla crescente decomposizione di una società basata sul lavoro astratto. Quello che si sta imponendo non è una forma sociale universale a fronte di una pluralità di modi di vita precapitalista; ma piuttosto questa forma universale si disintegra attraverso una molteplicità di conflitti e di scontri assai spesso violenti e fa sì che gli individui atomizzati perdano ogni base solida sotto i piedi. Questa tendenza è universale solo nel senso per cui equivale ad un generale declassamento; ma questo è di per sé un processo meramente negativo che non genera una nuova sintesi sociale di lotte solidali.

28. I movimenti sociali del prima metà del 19° secolo in Inghilterra analizzati da Thompson sorsero a partire dall'esperienza dell'essersi confrontati con l'emarginazione delle condizioni di vita non capitaliste e proto-capitaliste, incompatibili con il modo di produzione del capitalismo industriale. A fronte di quest'esperienza collettiva e davanti alla tremenda imposizione del lavoro in fabbrica, si svilupparono forme di solidarietà pratica e modelli culturali comuni, ed allo stesso tempo so costituì un'identità collettiva della classe operaia. Tuttavia, un simile processo non può più avere luogo, in quanto manca il centro gravitazionale necessario a focalizzare ed unificare le lotte eterogenee. Ma questa decentralizzazione del campo sociale non solo ha aperto la strada ad una pluralità di movimenti emancipatori al di là della questione del lavoro, come i movimenti femministi ed ecologisti, ma ha anche promosso la massiccia proliferazione di correnti settarie, fondamentaliste e reazionarie di ogni genere. Sono proprio queste correnti quelle che, a livello globale, hanno esercitato un'attrazione enorme, in quanto offrono non solo appoggio materiale alla loro clientela ma soprattutto anche un sostegno soggettivo agli individui esposti alla concorrenza totale, oppure emarginati come superflui dal capitalismo.
Ma tale sostegno non è per niente emancipatorio. Piuttosto riproduce e rafforza i momenti più regressivi e repressivi della soggettività moderna anziché superarla. Qui non sorge una nuova Working Class, bensì si formano collettivi sociali che offrono un modello dentro il quale gli individui vengono formattati, secondo le condizioni della società capitalista, affinché possano continuare a funzionare a livello precario, senza alcuna auto-riflessione critica.

29. Tuttavia, la frammentazione sociale causata dalla crisi capitalista non solo innesca i momenti regressivi della soggettività moderna, ma attiva anche una molteplicità di impulsi e di aspirazioni di emancipazione. Ma dal momento che questi hanno perduto il loro centro di gravità, costituito storicamente dalla lotta di classe, si trovano continuamente esposti al pericolo di riprodurre essi stessi le tendenze centrifughe del processo della crisi capitalistica. Si pone pertanto la sfida di riformulare una prospettiva di lotta anticapitalista globale, che sia capace di collegare tutte le diverse lotte di carattere emancipatorio senza false unificazioni né gerarchizzazioni. Una prospettiva comune deve senza dubbio essere quella di affrontare le tendenze alla disintegrazione sociale dovute alla crisi e ai movimenti e alle correnti regressive, che si generano a partire da questi processi. Ma questo collegamento non risulta a partire da determinazioni oggettive e soggettive presupposte (quali il punto di vista della classe, o della lotta di classe). Può emergere soltanto dalla cooperazione cosciente dei movimenti sociali che aspirano all'abolizione del dominio in tutte le sue manifestazioni, e non solo come una meta astratta e distante, ma anche dentro le loro stesse strutture e relazioni interne.

30. Ciò che può contribuire alla teoria critica ed all'analisi della crisi globale, è dare un nome ai possibili punti di partenza per poter realizzare tali collegamenti. Se possiamo imparare qualcosa dalla ricerca di Thompson, questa è l'importanza dell'esperienza pratica-concreta al fine di costituire i movimenti sociali. Perciò sono di speciale importanza tutti questi processi in cui ha luogo la resistenza alle imposizioni del capitalismo, sottraendosi ai tentativi gerarchici, populisti ed autoritari di integrazione, come le lotte rivendicative che aspirano a generare strutture auto-organizzate. Tali movimenti (come i zapatisti, la corrente autonoma dei piqueteros ed altri movimenti di base) ovviamente sono minoritari a livello mondiale e sono costantemente minacciati dall'emarginazione e dalla cooptazione. Tuttavia, seppur contraddittori sotto molti aspetti, in essi si trovano quei momenti embrionali che puntano alla prospettiva di una liberazione dalla totalità capitalista. Il futuro non appartiene alla lotta di classe, ma ad una lotta emancipatrice senza classi.

- Norbert Trenkle - 

Questo testo è la traduzione di un articolo pubblicato sul numero 30 della rivista Krisis, nel 2006          (www.krisis.org/2006/kampf-ohne-klassen). Per questa versione, destinata alla rivista Herramienta, quell'articolo è stato rivisto e parzialmente modificato dall'autore. Va sottolineato che il testo si riferisce al discorso marxista in Germania ed in Europa, dove il concetto di lotta di classe ha perso importanza per quasi vent'anni, per poi rinascere parzialmente nel primo decennio del nuovo secolo. Il testo si pone nei confronti di questa tendenza ed auspica una ridefinizione della critica anticapitalista che vada oltre quell'approccio tradizionale.

NOTE:

[*1] - Vedere Trenkle (2005). Parlo di una sorta di metafisica, in quanto il concetto di lotta di classe da sempre si fonda sulla costruzione teorica essenzialista (ed in un certo modo idealista) di una sostanziale unità di classe, anteposta ad ogni analisi empirica. L'espressione filosofica più elaborata di tale costruzione di trova nel famoso testo di Georg Lukàcs, "La reificazione e la coscienza del proletariato" (1922), dove inventa il concetto di "classe in sé" e di "classe per sé", al fine di spiegare perché non abbia avuto luogo la rivoluzione mondiale. Più avanti tornerò su questa critica. Per ora voglio sottolineare come Holloway o Hardt/Negri, sebbene sotto molti aspetti si siano staccati dal marxismo tradizionale e soprattutto dal marxismo ortodosso leninista, continuano a trascinare inconsciamente con loro quel concetto metafisico di classe.

[*2] - Rivista pubblicata ad Amburgo negli anni dal 2002 al 2008.

[*3] - Spiego più dettagliatamente quest'aspetto in un altro testo: "Il lavoro astratto è il principio centrale dell'organizzazione e del dominio della società capitalista. Lo affermiamo non solo per il fatto che la realizzazione del capitale dipende dall'applicazione della forza lavoro viva nel processo di produzione, ma anche per una ragione più fondamentale: il lavoro astratto costituisce e consente la sintesi della società capitalista. Dal momento che questa è, in sostanza, una società produttrice di merci e, pertanto, una società nella quale gli esseri umani stabiliscono le loro relazioni sociali attraverso la forma delle merci e del denaro. Però, dato che una merce, considerata sotto l'aspetto del valore di scambio non è altro che portatrice di valore - ossia di "lavoro morto" - la mediazione o la trasmissione sociale che viene conferita dalla merce è identica alla mediazione o trasmissione sociale che avviene per mezzo del lavoro astratto. L'espressione più diretta ed evidente di questo è l'obbligatorietà generalizzata a dover vendere la propria forza lavoro per poter sopravvivere. Pertanto uno deve convertire sé stesso in merce per avere accesso, attraverso l'acquisto di beni di consumo, alla ricchezza della società. La sintesi o la mediazione sociale attraverso le merci ed il lavoro è, in sostanza, mediazione cosificata. Ossia: le relazioni sociali (relazioni fra esseri umani) si stabiliscono per mezzo delle cose (merci) ed in tal maniera assumono una forma del tutto demenziale. In un certo senso, le cose comunicano dall'alto come devono vivere gli esseri umani. Detto in altro modo: nella società capitalista, i prodotti del lavoro umano acquisiscono vita propria e si presentano alle persone come configurazione di costrizioni apparentemente aliene. Per un simile stato di cose, Marx coniò l'espressione di feticismo della merce (Trenkle, 2007, p. 1). Si veda anche a tal proposito Postone (2003, soprattutto p. 229-245).

[*4] - Si veda Trenkle, 2005.

[*5] - L'abate Joseph Sieyés (1748-1836), alla vigilia della Rivoluzione francese, scrisse un opuscolo intitolato "Cos'è il Terzo Stato?", il quale ebbe una grande risonanza. Nelle sue prime righe, al fine di spiegarne il contenuto, si poteva leggere: "Il piano di questo scritto è abbastanza semplice. Dobbiamo porci tre domande: 1°) Cos'è il Terzo Stato? Tutto. 2°) Cos'è stato finora nell'ordine politico? Niente. 3°) Cosa chiede? Arrivare ad essere qualcosa".

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

venerdì 1 gennaio 2016

Sapere le cose in anticipo?

exit

Rivista EXIT! n°13, gennaio 2016
- Sommario ed Editoriale -

"Tempi d'oro per i teorici della crisi!" si potrebbe pensare, dal momento che dopo tutto si dispone di qualcosa che somiglia all'avere i mezzi teorici per valutare la situazione sociale, o persino con il "sapere le cose in anticipo". In ultima analisi, tuttavia, a fronte della violenza delle circostanze della decadenza, si rimane più o meno altrettanto impotenti di quanto lo sono tutte le altre persone. Eppure, il potere analitico di una teoria critica della società insieme all'intenzione irriconciliabile di rivoluzionare questa società, che a tale critica attiene, forse può aiutare a mantenere una visione "realistica", nel senso migliore del termine, delle attuali distorsioni; visione che, di fatto, non sia determinata né dai termini pratici delle situazioni, percepite in maniera giustificativa come minaccia o coercizione, né dalle illusioni di strategie volte a ridurre il superamento.
Fin dall'inizio della crisi del mercato ipotecario e finanziario, nel 2007, lo stock della ricchezza capitalistica si trova chiaramente in pericolo, facendo in tal modo apparire in tutta la sua chiarezza il processo della sua desustanzializzazione, che ormai dura da decenni. Gli Stati, nella misura in cui hanno potuto, sono intervenuti sulla situazione del mercato più del solito, e lo hanno fatto guidati dal puro panico, al fine di frenare il pocesso di svalorizzazione che si era venuto improvvisamente a verificare negli stessi capitali nazionali, e di deviarlo verso i loro concorrenti. Oltre ai salvataggi bancari, nella politica di crisi della Repubblica Federale Tedesca si sono viste misure quali l'allargamento della riduzione del tempo di lavoro e gli "incentivi alla rottamazione" delle automobili. In questo modo, i "crediti inesigibili", nei quali diventa evidente il carattere meramente virtuale dell'accumullazione degli ultimi decenni, viene dislocato verso i bilanci statali, e la concorrenza di crisi si rivela un boomerang anche per i vincitori, quanto meno nell'Unione Europea. Dal momento che non è possibile semplicemente spostare la pressione della svalorizzazione altrove, sul capitale straniero, in quanto questo è già diventato capitale proprio, attraverso il successo nella concorrenza (cf. Justin Monday, in Konkret, 4/2015). Come risultato delle interconnessioni e delle dipendenze dei capitali fra di loro - che sono generalizzate e coprono gli spazi di tutte le economie nazionali - e dell'importanza assunta da molto tempo dai titoli del debito sovrano, in quanto opportunità di investimento per l'eccesso di capitale monetario, ora nell'Eurozona bisogna "salvare" i bilanci dello Stato allo stesso modo in cui prima sono state "salvate" le banche. Le montagne di debiti sovrani della periferia europea sono solamente l'altra faccia dei profitti generati nel centro proprio grazie al debito. La pressione che spinge ad onorare il debito si trova in chiara e manifesta contraddizione con l'assoluta impossibilità a farlo. L'accumulazione necessaria per farlo, auto-sostenibile e non indotta dal credito, ormai, all'attuale livello di produttività, non è più possibile. D'altra parte, un taglio del debito porterebbe a svalorizzare la ricchezza accumulata sulla base dell'indebitamento e ad aggravare la crisi."

SOMMARIO:

Daniel Cunha: L'antropocene come feticismo.
Scientificamente, viene chiamato "antropocene" il periodo della storia della Terra dominato dall'uomo, dove l'uomo esercita un controllo sempre più grande sui cicli naturali.  Daniel Cunha, nel saggio "L'antropocene come feticismo", dimostra l'insostenibilità di tale concetto: non è l'uomo in sé, bensì il capitalismo, nella sua dinamica distruttiva che porta alla distruzione dell'ambiente su scala planetaria. Quindi non si può parlare in alcun modo di controllo, in quanto la dinamica cieca della valorizzazione capitalista è esattamente il contrario di un controllo sociale cosciente. E' nella "geo-ingegneria" che diventa particolarmente chiara la follia della "razionalità" capitalista, o il moderno dominio della natura, il quale intende la natura sempre come un substrato per la valorizzazione del capitale (almeno nel senso della scienza applicata all'economia di impresa) e vuole ipotecare un ambiente abitabile domani agli interessi lucrativi oggi. L'autore mostra le perturbazioni del cicli globali del capitalismo e delinea diverse "contromisure" ormai inutili (come il regime di controllo delle emissioni) che, di fatto, hanno fallito completamente, in quanto non affrontano il problema reale né le sue cause. E' proprio questo fine in sé della valorizzazione del capitale che bisogna far saltare, se l'umanità vuole vivere un futuro in termini di ambiente naturale degno di esser vissuto.

Roswitha Scholz: Cristoforo Colombo forever? - Per una critica delle attuali teorie della colonizzazione nel contesto del "Collasso della modernità" -
Roswitha Scholz, nell'articolo "Cristoforo Colombo forever?", discute le recenti teorie della colonizzazione nel contesto del "Collasso della modernità". Tali teorie hanno guadagnato slancio nel dibattito della sinistra, quanto meno a partire dal crash del 2007/2008. Secondo Klaus Dörre, il presupposto di base, nonostante tutte le differenze in ciascun approccio, è che il capitalismo ha bisogno di un esterno per continuare ad esistere. Spesso viene presupposta una "accumulazione primitiva" che si ripete continuamente. Non viene considerata come limitata ai primordi del capitalismo, ma viene dichiarata come la legge centrale eterna del capitalismo. Scholz, in questo saggio, contrappone al teorema della colonizzazione, e alle corrispondenti ipotesi di una "accumulazione primitiva" permanente, la dinamica nucleare del capitale in quanto "contraddizione in processo". Al fine di evidenziare le differenze relative alla critica della dissociazione-valore, Scholz si focalizza sul concetto di colonizzazione di Klaus Dörre e Silvia Federici, egemone non solo in Germania, dal momento che si può attribuire a Dörre un orientamento più sindacale, e a Silvia Federici un orientamento più femminista-operaista. In tale contesto, l'articolo procede ad affrontare anche una dimensione trascurata da Dörre e Federici rispetto alle guerre civili mondiali attuali. Ma Scholze mostra anche come non sia sufficiente mettere al centro la "contraddizione in processo" ma che, al contrario, la dissociazione-valore va intesa come contesto dinamico di base. Per poter, fra le altre cose, fare giustizia delle differenti disparità sociali (economiche, razziali, antisemite, ecc.) secondo le loro proprie qualità, Scholz tiene conto della dialettica negativa di Adorno, la quale, senza formalismi, si trova conforme alla logica del non identico della critica della dissociazione-valore.

Gerd Bedszent: Nigeria - Dal paradiso del petrolio allo Stato in disfacimento
Gerd Bedszent, nel suo articolo sulla Nigeria, continua la descrizione - che aveva già cominciato con l'antologia "Zusammenbruch der Peripherie" (Il collasso della periferia) - degli orribili scenari della dissoluzione nelle zone periferiche della modernità capitalista. Questo paese dell'Africa Occidentale di fatto è estremamente ricco di risorse naturali, soprattutto petrolio. Tuttavia, i ricavi dovuti alle esportazioni di materie prime non hanno portato ad un qualche programma di modernizzazione dello Stato-nazione, ma sono completamenti spariti nelle tasche di un'élite che si arricchisce in maniera criminale. Quel che ancora rimaneva dei progetti di modernizzazione, spuntati dal giorno alla notte nel decennio 1970, è stato sempre più smantellato sotto la pressione delle riforme strutturali neoliberiste. Bedszent constata, come risultato di questo sviluppo e del simultaneo declino della tradizionale produzione agricola, una base crescente e non riducibile di povertà strutturale e di disoccupazione di massa. Come conseguenza, menziona i sanguinosi conflitti fra le élite dei diversi gruppi etnici per la distribuzione della maggior parte possibile dei profitti dovuti all'esportazione, così come il sorgere di gruppi e movimenti ideologici oscuri. L'attuale furiosa guerra civile nel nord della Nigeria e nelle regioni vicine, fra esercito e militanti islamici, è in ultima analisi una lotta fra gang di taglieggiatori armati che saccheggiano con successo quel che rimane del fallito progetto di modernizzazione. Alla popolazione non rimane altro che la fuga da una regione diventata inabitabile.

Robert Kurz: Imperialismo di esclusione e Stato di eccezione
Nel momento in cui la crisi fondamentale si va sempre più acutizzando, in crack finanziari, bancarotte nazionali, conflitti armati, movimenti di rifugiati, fame e miseria e non solo, pubblichiamo nuovamente in questo numero alcune parti del libro di Robert Kurz, ormai esaurito, "Weltordnungskrieg" (La guerra per l'ordinamento mondiale). Considerata la miseria dei rifugiati, nel contesto di un essere superflui generalizzato dentro il discorso per cui il lavoro astratto diventa obsoleto, cui corrisponde il terrore dell'esclusione ed un'espansione globale sempre più visibile dello stato di eccezione, intendiamo combattere una (nuova) mancanza di idee, che si esprime nella sua forma più aperta, più brutale e e più immediata, attraverso la costruzione di muri e di atti di violenza razzista, ma che che può assumere forme assai più sottili e più ipocrite (ad esempio, con la restrizione del diritto di asilo) ed esprimersi per mezzo di una sospetta e troppo "amichevole" cultura di accoglienza. Bisogna mostrare come lo stato di eccezione abbia una lunga storia, la quale è anche decisamente costitutiva del capitalismo fin dal suo sorgere, e che è necessaria una critica radicale e categoriale al fine di abolire le rispettive strutture. In tal senso, selezioniamo dal libro di Kurz capitoli e passaggi che hanno come tema "imperialismo di esclusione" e "stato di eccezione".

Richard Aabromeit: Valore senza crisi - Crisi senza valore? - Sulla mancanza di una teoria della crisi in Moishe Postone -
Il circolo di lettura della critica di dissociazione-valore di Dresda ha organizzato nel maggio del 2014 un seminario sul tema "Moishe Postone fra critica del valore e marxismo tradizionale". Come sintesi dei risultati, dovevano apparire su EXIT! in tutto tre articoli: ha cominciato Roswitha Scholz su EXIT! n°12 ("Dopo Postone"); sul numero attuale, Richard Aabromeit continua questa serie con il testo "Valore senza crisi - Crisi senza valore?", e nel prossimo numero è previsto un articolo di Bernd Czorny sul concetto di tempo in Postone. Richard Aabromeit affronta la questione di sapere perché Postone non formuli alcuna teoria della crisi e neppure ne tratteggi alcuna, né nella sua opera principale, "Tempo, lavoro e dominio sociale", né nei testi successivi. Aabromeit cerca di trovare una spiegazione a partire da quattro possibili cause. In primo luogo, fa notare come per Postone la dialettica di trasformazione (cioè, la trasformazione dei mezzi di produzione, forzata dalla concorrenza, ai fini una produttività sempre maggiore) e di ricostituzione (ossia, la forma del valore ricostituira alla fine di questo processo) rappresenti, nella nostra formazione sociale, una forma di movimento continuo, un movimento quasi senza fine, che è di fatto inadeguato come fondamento per una teoria della crisi. In secondo luogo, secondo Aabromeit, il concetto di "lavoro" in Postone non è percepito con sufficiente chiarezza, il che si riflette anche sul concetto di valore, senza il quale, a sua volta, non può funzionare una teoria della crisi. In terzo luogo, bisogna vedere nel fatto che Postone abbandoni quasi del tutto il livello diagnostico socialmente critico del presente, e la mediazione fra teoria ed empirismo storico, un altro ostacolo all'accesso ad una teoria della crisi. Un quarto problema è dovuto alla posizione di Postone, secondo la quale il valore è soltanto una relazione di mediazione sociale ed è, quindi, senza sostanza. A prescindere da queste osservazioni critiche, i meriti di Postone riguardo alla ricostruzione di un concetto di valore in Marx non devono essere negati; tuttavia, non gli si può risparmiare la critica per aver osato portare la sua ricostruzione di Marx fino alla riformulazione di una teoria radicale della crisi.

fonte: EXIT!