martedì 10 novembre 2015

La ragion di movimento, e quella di Stato

gaza gerusalemme

Gli assassini dei bambini di Gaza (6 di 15)
- Un'operazione "piombo fuso" per cuori sensibili -
di Robert Kurz

SINTESI
Nella sua analisi critica dell'ideologia, "Gli assassini dei bambini di Gaza", Robert Kurz affronta i modelli di percezione della sinistra riguardo al conflitto in Medio Oriente. Dopo che negli ultimi anni, le guerre capitaliste di ordinamento mondiale, e la loro affermazione da parte dell'ideologia "anti-tedesca", sono state fondamentalmente criticate dalla "Critica della dissociazione-valore", adesso è tempo di considerare anche il rovescio di tale interpretazione ideologica, i cui portatori sono inoltre schierati positivamente con la socializzazione globale del valore e dei suoi prodotti in decomposizione. Queste interpretazioni della situazione mondiale sono impregnate di un "anti-israelismo" affettivo, alimentato anche da un "odio inconscio per gli ebrei" (Micha Brumlik), in quanto lo Stato ebraico e la sua azione militare contro Hamas e Hezbollah  vengono di per sé sussunti al capitale mondiale ed al suo imperialismo securitario. Di conseguenza, la barbarie islamica contro Israele non viene vista come l'altra faccia della medesima medaglia dell'imperialismo di crisi, ma come "resistenza", in maniera quasi romantica. In questo contesto, la base del raffronto col vecchio "anti-imperialismo" impallidisce, ed il conflitto in Medio Oriente diventa un conflitto per procura, al servizio di una "critica del capitalismo" della nuova piccola borghesia, che digerisce regressivamente la crisi mondiale del capitalismo.
(Presentazione del testo nell'Editoriale di EXIT! n° 6 dell'agosto del 2009)

SOMMARIO
* Asimmetria morale ed analisi storica * La violenta emozione dell'inconscio collettivo antiebraico * Il duplice carattere dello Stato d'Israele * L'identificazione positiva e negativa di Israele con il capitale mondiale * Le impossibili richieste di un paradosso reale * La ragion di Stato di Israele nelle guerre contro Hamas e Hezbollah * L'opinione pubblica mondiale anti-israelita e la decomposizione ideologica della sinistra * Una "terza posizione" che non è una posizione * Delitto e castigo o critica radicale mediata storicamente? * Un cuore dalla parte del regime della Sharia * Il determinismo della coscienza e il ruolo degli eroi * Il conflitto per procura e la demoralizzazione della critica del capitalismo * Anti-israelismo - la matrice di un nuovo antisemitismo * La sinistra come Dr. Jeckill e Mr. Hyde *

* Le impossibili richieste di un paradosso reale *
La falsa identificazione e la falsa contro-identificazione derivano sistematicamente dalla non comprensione del duplice carattere di Israele, che rappresenta in un certo senso un paradosso reale. Poiché l'esistenza come Stato capitalista, come unica cosa possibile nelle condizioni date, da un lato, e l'esistenza come reazione all'antisemitismo globale, dall'altro lato, non costituiscono in alcun modo un fatto comprensibile e "definibile" in maniera positivista - costituendo, al contrario, una contraddizione in sé. La costituzione in quanto Stato capitalista include necessariamente tutti gli attributi, le condizioni ed i procedimenti che sono un bersaglio nella prospettiva emancipatrice della critica radicale. Allo stesso tempo, questa critica comprende anche, necessariamente, la lotta contro qualsiasi forma di antisemitismo che è, a sua volta, costitutiva dell'esistenza di questo Stato. Per poter far fronte a questa difficoltà, si richiede un approccio che tenga conto di entrambi i momenti, senza cadere nell'identificazione; e la solidarietà con Israele in quanto Stato, contro l'antisemitismo globale, può essere efficace solo riconoscendo la contraddizione della sua esistenza.
Questo richiede anche un secondo riconoscimento, allo stesso livello di coscienza in cui è in qualche modo possibile questo primo riconoscimento del carattere duplice di Israele. In quanto Stato capitalista, Israele ha necessariamente alla sua base una corrispondente ragion di Stato. In questa ragion di Stato, tuttavia, il suo carattere duplice, mediato storicamente e socialmente su scala mondiale, può emergere solo attraverso un'ulteriore mediazione, se può emergere. Per le agenzie di questa ragion di Stato, l'antisemitismo viene di fatto percepito, in qualche modo, come condizione costitutiva; ma soltanto superficialmente, e non come momento di una critica emancipatrice, e quindi non può determinare la sua azione come portatrice di conoscenza. La conoscenza concettuale dello statuto contraddittorio di Israele proviene da una riflessione difficilmente possibile per i rappresentanti di una macchina statale capitalista - riflessione che anche per questo, pure in Israele, deve rimanere limitata alla sfera teorica. Né qui, né in alcun altro posto del mondo esiste una forza sociale nella cui azione sia potuto entrare questo punto di vista in quanto tale. Perché questo sia possibile, bisogna costituire un movimento transnazionale, e con potere di intervento, il cui obiettivo pratico sia una società mondiale al di là delle relazioni moderne di feticcio; ma siamo assai lontani da questo.
Così, il carattere duplice di Israele, dato in sé storicamente e socialmente a livello mondiale, si frantuma in due momenti contraddittori della coscienza. Per le agenzie e per i rappresentanti di Israele in quanto Stato, nella pratica esiste soltanto l'abituale ragion di Stato capitalista, con tutte le sue conseguenze che, tuttavia, e contrariamente a tutte le altre ragioni di Stato, deve affrontare la sindrome antisemita come determinazione esterna del nemico. Per la riflessione critica, al contrario, esiste soltanto il riconoscimento teorico del carattere duplice di Israele, che non può dissolversi immediatamente in quella ragion di Stato, ma che a sua volta si confronta con essa come condizione esterna. Da questo deriva, pertanto, che questi due momenti contraddittori ed opposti - nei quali lo statuto di Israele in ogni caso appare diverso alla coscienza - non possono essere scagliati l'uno contro l'altro.
Il che significa che qui abbiamo una relazione di tensione che non si può dissolvere in maniera identitaria. Né si deve appoggiare, a scatola chiusa, qualsiasi azione conforme alla ragion di Stato israeliana, di per sé, in nome della lotta contro l'antisemitismo globale; né, inversamente, si può semplicemente sussumere quest'azione alla sua qualità capitalista, e sottometterla così alla critica. Sono precisamente questi i punti estremi fra i quali oscilla l'analisi critica, la quale, o si trasforma nell'identificazione con la relazione di capitale, in quanto solidarietà meramente identitaria con Israele, oppure, in quanto critica dell'azione capitalista dello Stato israeliano, diventa una pura e semplice "critica di Israele", ed in questa misura diventa suscettibile di essere annessa allo "odio inconscio per gli ebrei" e alle attribuzioni ideologiche antisemite.
Il riconoscimento critico del carattere duplice di Israele include il momento in cui quella ragion di Stato capitalista è essa stessa nuovamente contraddittoria in sé, ivi compreso il pericolo dell'auto-distruzione. Israele è pertanto minacciata anche a partire dall'interno, nel senso relativo al suo significato di contrappeso all'antisemitismo ed alle sue cause, dal momento che Israele, come qualsiasi Stato, sviluppa in particolare quelle tendenze già menzionate, oggi bene in vista e con effetti aggravatisi - tendenze autoritarie, social-darwiniste, radicali di destra, nazionaliste, militariste, ecc. - e, nelle aggravate condizioni di crisi globale, crea perciò la sua propria potenzialità di imbarbarimento. Un procedimento critico-emancipatore non può evitare il confronto con tali inevitabili avvenimenti, se vuole che il potenziale di critica sociale non venga divorato dal paradosso reale dello statuto di Israele, e che questo a sua volta non si dissolva in un'affermazione cieca delle peggiori situazioni e dei peggiori modi di procedere capitalista, solo perché sono israeliani. In questo modo si perderebbe proprio la giustificazione della solidarietà con Israele contro l'antisemitismo e, insieme ad essa, anche il riconoscimento del duplice carattere di questo Stato.
Ma la contraddizione può essere risolta anche unilateralmente, in senso contrario, e così, mal risolta. Così come, non raggiuggendo la comprensione del carattere duplice di Israele, il punto di vista critico-emancipatorio si estingue; mentre, quando invece tutte le conseguenze della condizione capitalista di questo Stato sono oggetto di un'affermazione immediata, a maggior ragione non si riesce ad afferrare questo duplice carattere, anche se, inversamente, Israele è obbligato a soddisfare immediatamente il criterio di un modo di pensare e di agire proprio della critica emancipatrice. Allora il paradosso reale si trasforma in quelle che sono esigenze impossibili per una ragion di Stato capitalista, la quale non sarebbe più nemmeno ragion di Stato, senza che, d'altra parte, le condizioni storico-sociali fossero state soppiantate. Consciamente o inconsciamente, si vorrebbe che Israele agisse non come uno Stato, ma come un movimento di critica radicale.
La solidarietà con Israele si trasforma così nel suo contrario, poiché proprio a questo Stato, più che a qualsiasi altro Stato, è assegnata la funzione abituale di Stato nel campo delle relazioni mondiali politico-economiche di crisi. Tutte le manifestazioni capitaliste di Israele, dal punto di vista sociale, politico ed ideologico, appaiono allora anche in maniera dissimulata, come ragioni molteplici contro l'esistenza di questo Stato, in quanto esso non soddisfa alle esigenze impossibili di una coscienza critico-emancipatoria ipocrita.
La solidarietà astratta, e quindi dichiarata solo in maniera legittimatrice, a favore di Israele contro l'antisemitismo, diventa così, in ciascun scontro concreto del conflitto in Medio Oriente, la ragione per pronunciare l'anatema contro la vera Israele. Ad esempio, l'azione di Stato per cui Israele, in una tipica valutazione del nemico, abbia inizialmente promosso Hamas conto Fatah allora dominante, per ragioni tattiche, funziona come colpa fondamentale e si riflette nell'accusa di alleanze tattiche con la Turchia autoritaria, ed in generale di coinvolgimento politico nelle opache relazioni di caos nel Medio Oriente; per non parlare dell'alleanza strategica con gli Stati Uniti e con il mondo capitalista occidentale. Mentre, da molto tempo, il posizionamento anti-israeliano di gran parte delle sinistra globale viene assunto quasi come principio condizionale, la falsa coscienza critica denuncia la politica israeliana come generalmente reazionaria e alleata di tutti i regimi autoritari, appoggiata dal capitale mondiale; come se la ragion di Stato israeliana fosse obbligata a cercare la sua auto-affermazione solo in connessione con le forze deboli, per non dire patetiche, della critica tronca del capitalismo, sia nella regione che in tutto il mondo. In Medio Oriente, la critica di ispirazione marxista è stata in gran parte distrutta ed i movimenti laici dell'ideologia della modernizzazione si sono posizionati, fin dalla loro genesi, anche come antisemiti (ad esempio, l'organizzazione del vecchio Partito Bath, in Siria ed in Iraq). Seriamente, lo Stato di Israele non può essere obbligato ad un "progressismo" borghese ormai obsoleto nella regione, o ad un'azione che debba procedere d'accordo con la sinistra globale ideologicamente regressiva.
Queste esigenze assurde si acutizzano sempre più ogni qual volta ci sono interventi militari. Se non è bene considerare ciecamente l'azione militare della macchina statale israeliana di per sé come espressione di autodifesa contro l'antisemitismo, tanto meno tale azione può essere negata, in quanto espressione di politica repressiva e reazionaria, se il riconoscimento del duplice carattere di Israele, in generale, deve avere un qualche significato. Indipendentemente dalla situazione concreta e dalle sue modificazioni, gli attacchi militari israeliani vengono sempre considerati come autentiche misure di auto-distruzione. Si consuma così quell'esigenza impossibile che pretende di obbligare Israele ad un comportamento che vada oltre la ragion di Stato e che, proprio per questo, perde la pretesa di una critica emancipatoria, pretesa che vorrebbe imporsi proprio allo Stato stesso.
La dialettica di questa falsa pretesa porta anche alla liquidazione della condizione statale ebraica, ad esempio fra i nemici di Israele e fra gli antisemiti notori, poiché, nelle condizioni reali del conflitto in Medio Oriente, nel mondo del capitalismo in crisi, la dimensione militare di autodifesa non può essere mantenuta meramente latente. Una volta che il riconoscimento astratto del diritto all'esistenza di Israele nega la condizione concreta della ragion di Stato israeliana, la definizione aggettivata di una "solidarietà critica" con Israele si trasforma in una formula vuota, e la critica specifica a determinate forme di manifestazioni capitaliste si trasforma in una fondamentale "critica ad Israele", la quale critica non deve più essere differenziata da un'ostilità fondamentale contro Israele e che, come quest'ultima, viene alla fine legittimata dall'emozione morale asimmetrica.

- Robert Kurz – 6 di 15 – (continua…)

fonte:EXIT!

lunedì 9 novembre 2015

La critica del cadavere ed il cadavere della critica

gaza

Gli assassini dei bambini di Gaza (5 di 15)
- Un'operazione "piombo fuso" per cuori sensibili -
di Robert Kurz

SINTESI
Nella sua analisi critica dell'ideologia, "Gli assassini dei bambini di Gaza", Robert Kurz affronta i modelli di percezione della sinistra riguardo al conflitto in Medio Oriente. Dopo che negli ultimi anni, le guerre capitaliste di ordinamento mondiale, e la loro affermazione da parte dell'ideologia "anti-tedesca", sono state fondamentalmente criticate dalla "Critica della dissociazione-valore", adesso è tempo di considerare anche il rovescio di tale interpretazione ideologica, i cui portatori sono inoltre schierati positivamente con la socializzazione globale del valore e dei suoi prodotti in decomposizione. Queste interpretazioni della situazione mondiale sono impregnate di un "anti-israelismo" affettivo, alimentato anche da un "odio inconscio per gli ebrei" (Micha Brumlik), in quanto lo Stato ebraico e la sua azione militare contro Hamas e Hezbollah  vengono di per sé sussunti al capitale mondiale ed al suo imperialismo securitario. Di conseguenza, la barbarie islamica contro Israele non viene vista come l'altra faccia della medesima medaglia dell'imperialismo di crisi, ma come "resistenza", in maniera quasi romantica. In questo contesto, la base del raffronto col vecchio "anti-imperialismo" impallidisce, ed il conflitto in Medio Oriente diventa un conflitto per procura, al servizio di una "critica del capitalismo" della nuova piccola borghesia, che digerisce regressivamente la crisi mondiale del capitalismo.
(Presentazione del testo nell'Editoriale di EXIT! n° 6 dell'agosto del 2009)

SOMMARIO
* Asimmetria morale ed analisi storica * La violenta emozione dell'inconscio collettivo antiebraico * Il duplice carattere dello Stato d'Israele * L'identificazione positiva e negativa di Israele con il capitale mondiale * Le impossibili richieste di un paradosso reale * La ragion di Stato di Israele nelle guerre contro Hamas e Hezbollah * L'opinione pubblica mondiale anti-israelita e la decomposizione ideologica della sinistra * Una "terza posizione" che non è una posizione * Delitto e castigo o critica radicale mediata storicamente? * Un cuore dalla parte del regime della Sharia * Il determinismo della coscienza e il ruolo degli eroi * Il conflitto per procura e la demoralizzazione della critica del capitalismo * Anti-israelismo - la matrice di un nuovo antisemitismo * La sinistra come Dr. Jeckill e Mr. Hyde *

* L'identificazione positiva e negativa di Israele con il capitale mondiale *
Per il pensiero che si muove nella logica dell'identità, ed è positivista, è quasi impossibile accettare le contraddizioni oggettive del tema in sé, contraddizioni che sono mediate soggettivamente fino al profondo dell'inconscio. Si incrementa altresì una formazione affettiva, che non solo deriva da una lunga storia, così come è anche inscritta nel conflitto per procura, nell'attuale modo acutizzato, ma che ha tanto più la tendenza a dissolvere la contraddizione dentro una classificazione meramente definitoria. Semplicemente, non si può ammettere che lo statuto di Israele sia trasversale ai conflitti che fioriscono nel capitalismo di crisi globale, anche se esso si trova forzatamente incorporato in questi conflitti, ed in essi ha già una storia. Quindi, questo statuto non viene separato analiticamente da tali conflitti, né viene posto in relazione alle loro forme di sviluppo, ma viene equiparato immediatamente ai conflitti. Cosa che avviene più di una volta in maniera doppia e contraddittoria.
Da un lato, Israele viene identificata, positivamente ed unidimensionalmente, con il suo carattere di Stato capitalista e di parte integrante del capitale mondiale, anche nella misura in cui ottiene la protezione da parte degli Stati centrali occidentali, nel contesto delle costellazioni di interessi strategici. Eppure questa protezione fondamentalmente non si alimenta a partire dal riconoscimento del duplice carattere dello Stato ebraico, ma viene strumentalizzata dalle élite e dai media occidentali per legittimare il capitale mondiale - nella forma dello sviluppo della crisi mondiale a partire dalla terza rivoluzione industriale - al fine di poter denunciare qualsiasi critica del capitalismo come di per sé antisemita; il che, tuttavia, non impedisce alle tendenze populiste della classe politica e mediatica di fare appello, per necessità, simultaneamente ed in maniera malcelata sia allo "odio inconscio per gli ebrei" che agli stereotipi antisemiti, al fine di rendere eventualmente accettabili le contraddizioni dell'amministrazione della crisi. L'identificazione positiva di Israele con il capitale mondiale ha trovato accoglienza, negli ultimi anni, anche in una parte della sinistra che, inizialmente, aveva preteso di dichiararsi solidale con l'auto-affermazione di Israele, anche a partire dal punto di vista esterno al carattere duplice di quello Stato, ma che con tale identificazione veniva meno alla dialettica di relazione.
Dall'altro lato, Israele viene anche unidimensionalmente identificata, da una parte della sinistra e del movimento di critica della globalizzazione, in maniera negativa, come Stato del capitale mondiale, ed a maggior ragione viene nascosto il suo duplice carattere, solo che questa volta avviene in senso opposto. Detto in altre parole: la legittimazione ideologica del capitalismo di crisi, percepito come dominante ed irreversibile, che fa passare per antisemita qualsiasi critica in sé, inversamente, sorge come contro-legittimazione per volgersi contro Israele fondamentalmente in nome dello "anticapitalismo", e definisce integralmente il suo potere armato come momento di amministrazione della crisi militare del capitale mondiale. Una critica del capitalismo in ogni caso già tronca, che nella maggior parte dei casi rimane fenomenologicamente ridotta, si accompagna così allo "odio inconscio per gli ebrei" o agli stereotipi antisemiti, in fondo proprio come fa il populismo politico e mediatico, o addirittura quasi come sua parte integrante.
Qui, l'accusa di antisemitismo viene respinta; ma solo perché essa nasce già quasi esclusivamente come affermazione legittimatoria dell'ordine dominante. Il fatto che l'analisi e la critica dell'esistenza di un inconscio collettivo antiebraico, e dei cliché dell'ideologia antisemita, nella sinistra politica e nei movimenti sociali, sia possibile ed anche necessaria, proprio a partire dal punto di vista di una critica radicale del feticcio del capitale, non viene più ammesso nel discorso; ed ultimamente questo avviene al coperto dell'emozione morale contro gli assassini dei bambini di Gaza, cosa che già di per sé appartiene alla sindrome della rimozione del contesto reale.
Le due identificazioni di Israele - quella positiva e quella negativa - con il capitale mondiale, si convalidano reciprocamente. In questo modo, il conflitto in Medio Oriente, nell'acutizzarsi della crisi capitalista mondiale, diventa più che mai conflitto per procura, alla base del quale, però, non c'è più la costellazione storica del dopoguerra successivo al 1945. Le posizioni apparentemente ben definite della società mondiale, sono state in gran parte dissolte, e si sono fuse nel processo di crisi. La polarizzazione è diventata diffusa politico-economicamente, in quanto è il sistema stesso produttore di merci ad essere in decomposizione. Da questo, i conflitti vengono formulati più in maniera culturalista piuttosto che politico-economica, senza che nella realtà sia così; ad esempio, nei modi di dire di Samuel Huntington, ma anche, inversamente, da parte dell'Islam postmoderno.
In generale, il pensiero postmoderno fornisce la matrice ideologica di interpretazione dei conflitti proprio nell'esatta misura in cui il loro fondo sociale reale, nell'immagine dell'economia delle bolle finanziarie, si dissolve, con l'entrare della crisi finanziaria in una situazione del tutto nuova. Una volta che la svolta postmoderna della sinistra ha abbandonato la critica dell'economia politica, ormai quasi priva di oggetto, anche "l'anticapitalismo" si virtualizza in una costruzione diffusa ed ampiamente aconcettuale, ideologicamente suscettibile di adesioni di vario tipo, oppure che applica ideologie di epoche passate come retroversioni, in miscele quanto meno bizzarre. Tanto più il conflitto in Medio Oriente viene caricato come conflitto per procura, in quanto esso, nella "nuova mancanza di trasparenza" (Habermas), sembra offrire una presunta base pratica, alla quale si può incollare la polarizzazione diffusa.
Nella modificata costellazione di crisi, il confronto fra un "imperialismo globale ideale" occidentale di amministrazione della crisi globale, ed un cosiddetto terrorismo, che si può vedere soprattutto nelle manifestazioni di barbarie islamica, costituisce un aspetto centrale della polarizzazione all'interno del capitale mondiale in decomposizione; nel mentre che nascono altri conflitti "multipolari". Nella misura in cui l'attenzione sul conflitto in Medio Oriente sembra ridurre ulteriormente la complessità distruttiva ad un'identificazione univoca, a maggior ragione lo statuto dello Stato d'Israele diventa fatalmente il centro delle attenzioni. Qui si muovono ancora una volta i modelli di interpretazione, nella misura in cui sono in un certo qual modo limitati allo scontro locale. Il carattere del conflitto per procura si inverte; ormai non appare più come espressione di un contesto capitalista mondiale prefissato, il quale è anche diventato opaco, ma è proprio questo contesto che a sua volta emerge come espressione del conflitto diretto di Israele con i suoi vicini, o quello che viene percepito sotto questa forma, al fine di salvare delle identità politiche altrimenti insostenibili, riformulandosi e risolvendosi su questo piano dell'immediatezza.

- Robert Kurz – 5 di 13 – (continua …)

fonte: EXIT!

domenica 8 novembre 2015

La sofferenza e la colpa

MIDEAST ISRAEL PALESTINIANS

Gli assassini dei bambini di Gaza (4 di 15)
- Un'operazione "piombo fuso" per cuori sensibili -
di Robert Kurz

SINTESI
Nella sua analisi critica dell'ideologia, "Gli assassini dei bambini di Gaza", Robert Kurz affronta i modelli di percezione della sinistra riguardo al conflitto in Medio Oriente. Dopo che negli ultimi anni, le guerre capitaliste di ordinamento mondiale, e la loro affermazione da parte dell'ideologia "anti-tedesca", sono state fondamentalmente criticate dalla "Critica della dissociazione-valore", adesso è tempo di considerare anche il rovescio di tale interpretazione ideologica, i cui portatori sono inoltre schierati positivamente con la socializzazione globale del valore e dei suoi prodotti in decomposizione. Queste interpretazioni della situazione mondiale sono impregnate di un "anti-israelismo" affettivo, alimentato anche da un "odio inconscio per gli ebrei" (Micha Brumlik), in quanto lo Stato ebraico e la sua azione militare contro Hamas e Hezbollah  vengono di per sé sussunti al capitale mondiale ed al suo imperialismo securitario. Di conseguenza, la barbarie islamica contro Israele non viene vista come l'altra faccia della medesima medaglia dell'imperialismo di crisi, ma come "resistenza", in maniera quasi romantica. In questo contesto, la base del raffronto col vecchio "anti-imperialismo" impallidisce, ed il conflitto in Medio Oriente diventa un conflitto per procura, al servizio di una "critica del capitalismo" della nuova piccola borghesia, che digerisce regressivamente la crisi mondiale del capitalismo.
(Presentazione del testo nell'Editoriale di EXIT! n° 6 dell'agosto del 2009)

SOMMARIO
* Asimmetria morale ed analisi storica * La violenta emozione del inconscio collettivo antiebraico * Il duplice carattere dello Stato d'Israele * L'identificazione positiva e negativa di Israele con il capitale mondiale * Le impossibili richieste di un paradosso reale * La ragion di Stato di Israele nelle guerre contro Hamas e Hezbollah * L'opinione pubblica mondiale anti-israelita e la decomposizione ideologica della sinistra * Una "terza posizione" che non è una posizione * Delitto e castigo o critica radicale mediata storicamente? * Un cuore dalla parte del regime della Sharia * Il determinismo della coscienza e il ruolo degli eroi * Il conflitto per procura e la demoralizzazione della critica del capitalismo * Anti-israelismo - la matrice di un nuovo antisemitismo * La sinistra come Dr. Jeckill e Mr. Hyde *

* Il duplice carattere dello Stato d'Israele *
Mostrare l'asimmetria morale e "l'odio inconscio per gli ebrei" inscritto nella società, di per sé non fornisce ancora alcuna valutazione storico-analitica del conflitto in quanto tale, aiuta solamente a chiarire i particolari modi di reagire alla questione. Decisivo per un'analisi, è lo statuto dello Stato d'Israele e la sua polarizzazione critica. Qui, l'elaborazione ideologica cosciente svolge, sia storicamente che attualmente, il suo ruolo relativamente autonomo dentro le forme di evoluzione dello sviluppo capitalista. La nascita dello Stato d'Israele non è avvenuta nel quadro di una costruzione nazionale fra le tante, con gli abituali conflitti per le frontiere, ma è stata simultaneamente un reazione degli ebrei all'antisemitismo mondiale, e particolarmente europeo. Quest'ideologia presenta una differenza rispetto al razzismo "abituale", dal momento che non si riferisce semplicemente ad una relazione immanente di esclusione.
Tanto il razzismo moderno quanto l'antisemitismo moderno, si alimentano originariamente dell'ideologia dell'Illuminismo europeo del 18° secolo. Il razzismo si è formato, in connessione con la storia della colonizzazione esterna, come costruzione di un sub-umano non bianco, cui bisognava fin da subito fare assumere modi civilizzati; nella colonizzazione interna, questo si manifestava nella costruzione del "negro pigro", come proiezione e come educazione al "lavoro". Questa proiezione era segnata, non universalmente, ma particolarmente, dall'attribuire alla contro-immagine qualità indesiderate e suppostamente arretrate, come avveniva, in maniera differente, anche con l'antiziganismo. Elementi di queste attribuzioni razziste, sotto forma particolare, sono riuscite ad universalizzarsi nella storia della modernizzazione. In questo modo, a partire dal razzismo europeo dell'Illuminismo, si sono sviluppati in tutto il mondo razzismi fatti di molteplici divisioni, non solo contro le popolazioni vicine o i migranti di ogni tipo, ma perfino sul piano interno degli Stati, in connessione con le relazioni di concorrenza o con i livelli di sviluppo; com'è avvenuto, per esempio, con il Nord Italia contro il Sud dell'Italia. Anche in Israele si è venuto a creare un razzismo degli ebrei europei contro quelli non europei, così come degli ebrei nel loro insieme contro gli arabi israeliani.
Al contrario, il moderno antisemitismo ha acquisito un carattere sempre più universale in sé, attraverso un'attribuzione proiettiva della negatività della relazione di capitale in generale. Sta qui la sua relazione complementare con le ideologie razziste differenziate in maniera molteplice. Nella misura in cui le categorie reali della "ricchezza astratta" venivano interiorizzate, ergendosi come condizioni naturali, cominciava la costruzione ideologica del moderno antisemitismo che, in connessione con i pogrom cristiani premoderni contro gli ebrei, incolpava "il giudeo" in generale della violenza dell'astrazione reale sociale, e delle sofferenze a questa legate. Seppure questa proiezione poteva anche essere stata mobilitata per le relazioni di concorrenza immanente, essa germogliava simultaneamente nella totalità della costituzione sociale; per cui non c'era un fantasma della cospirazione razzista mondiale particolarizzata, bensì un fantasma della cospirazione mondiale antisemita universale. La proiezione antisemita faceva degli ebrei, in quanto "altri", non dei sub-valorizzatori bensì dei sovra-valorizzatori, l'oggetto di ripulsa della formazione nazionale e di un'interpretazione fantasmaticamente aggressiva della modernizzazione capitalista, in Europa e oltre. Proprio per questo, l'odio contro gli ebrei, sulla strada dello sviluppo del mercato mondiale, ha potuto ancorarsi nell'inconscio collettivo, anche per mezzo di contesti culturali completamente differenti.
A causa di questa storia, la relazione con il capitalismo della costituzione dello Stato e della nazione ebrea, inclusi i momenti inconsci, è una relazione oggettivamente frazionata. Lo Stato d'Israele ha assunto un duplice carattere. Da un lato, in quanto Stato, può soltanto riprodurre la relazione di capitale, come fa qualsiasi altro Stato, e sviluppare le relative contraddizioni all'interno ed all'esterno; dall'altro lato, come "ebreo fra gli Stati", esso rappresenta la contraddizione immanente alla sindrome antisemita della modernità, nonostante che gli stessi ebrei, nella loro esistenza statale, pretendano di essere solo normali fra i normali, nel senso della soggettività capitalista. Questa costituzione statale, con il suo carattere duplice, ha guadagnato pieno vigore solo attraverso l'Olocausto.
Lo statuto dello Stato d'Israele nella società mondiale, determinato a partire da questo, include diversi aspetti, non tutti di pari importanza. Così, appartiene alla storia della fondazione il ruolo dei Kibbutz, la cui forma cooperativa si deve alle idee emancipatrici nel contesto dei movimenti sociali del 19° secolo e dell'inizio del 20°. Questo paradigma non poteva mantenersi nello sviluppo capitalista posteriore; non è avvenuta la sua trasformazione in una critica pratica della forma merce sul piano della sintesi sociale. Non c'è dubbio che i kibbutz siano collassati e che oggi non svolgono alcun ruolo in Israele, oppure si sono trasformati in imprese sul mercato. Ma, né questo crollo dev'essere imputato soprattutto allo sviluppo avvenuto in Israele, né il carattere duplice di questo Stato dipende da ciò. E' di maggior importanza per questo carattere, Israele come luogo di rifugio sempre aperto per gli ebrei perseguitati dall'antisemitismo globale. Questo aspetto rimane, ma viene messo in discussione da due lati. Da un lato, gli attentatori suicidi, il lancio sempre più frequente di razzi, ed in generale la coscienza di essere circondato da forze fondamentalmente nemiche trasforma simultaneamente lo Stato-rifugio  in luogo di insicurezza vitale. Tuttavia, sarebbe paradossale, contro il carattere duplice dello Stato d'Israele, addurre proprio quest'insicurezza fondamentale; al contrario, proprio da qui deriva la giustificazione e la necessità di un'azione anche militare conto questa minaccia.
Dall'altro lato, il conflitto permanente è legato ad un indurimento della situazione interna di Israele, nella quale i fanatici nazionalisti e gli ultra-ortodossi vanno guadagnando forza. Per i migranti ebrei su posizioni di sinistra e laiche, questa tendenza può diventare un requisito poco ragionevole; fa crescere l'insicurezza sociale ed economica in rapporto al peso dei costi di auto-affermazione in un ambiente nemico, cosa che si aggrava con la crisi mondiale. Se, quindi, per alcuni ebrei la vita in Israele appare più insicura che negli Stati Uniti o in Europa occidentale, tale situazione evidenzia lo statuto sempre più precario di questo Stato, ma fondamentalmente non ne smentisce il suo carattere duplice, che consiste proprio nel fatto che la ragione della sua costituzione è in contraddizione con la sua forma capitalista (non consistendo, quindi, soltanto nella precarietà della sua funzione di luogo di rifugio). Del resto, anche in Europa occidentale ed in altri luoghi, la situazione può mutare rapidamente se i gravi attacchi della crisi risveglieranno l'ideologia assassina dell'antisemitismo; già si sono verificati attacchi a sinagoghe e ad abitazioni di residenti ebrei (ad esempio, in Francia).
Il carattere duplice dello Stato d'Israele non può, tuttavia, essere messo in discussione per ragioni pragmatiche di insicurezza empirica; esso deriva dall'opposizione alla violenza materiale dell'ideologia antisemita di crisi del capitalismo mondiale in generale e, in tal misura, permane in quanto permane questa relazione mondiale. Se questa relazione sociale si dissolve in maniera catastrofica, e l'universalità astratta degli Stati si trasforma dappertutto in Stati falliti, anche Israele non può restare indenne. E' possibile che nella crisi mondiale Israele venga distrutta, sia a partire dall'esterno che a partire dal di dentro; il che significherebbe, tuttavia, che il suo carattere duplice non può resistere al processo di crisi, ma questo in nessun modo significherebbe che non sia esistito in sé. Purtroppo vi sono buone possibilità di una caduta nella barbarie generale; ma negare per questo tale carattere duplice, senza mediazione e a priori, sarebbe appoggiare implicitamente il punto di vista dei nemici di Israele, i quali pretendono di legare il problema generale all'esistenza dello Stato ebraico, in quanto rappresentante di questo duplice carattere. Dal punto di vista della critica radicale, la minaccia di una caduta in relazioni barbarizzate non può essere affermata, in primo luogo ed in maniera esemplare, contro il carattere duplice di Israele. Questo contesto è stato da tempo, teoricamente e storicamente, esposto sotto diversi aspetti, e con più insistenza nel corso della polarizzazione globale della crisi degli ultimi dieci anni; ma continua ad essere evitato per classificare invece Israele, in questa polarizzazione, in maniera identitaria.

- Robert Kurz – 4 di 15 – (continua…)

fonte:EXIT!

sabato 7 novembre 2015

Lo scandalo dell'esistenza e le inimicizie a sinistra

gaza jesural

Gli assassini dei bambini di Gaza (3 di 15)
- Un'operazione "piombo fuso" per cuori sensibili -
di Robert Kurz

SINTESI
Nella sua analisi critica dell'ideologia, "Gli assassini dei bambini di Gaza", Robert Kurz affronta i modelli di percezione della sinistra riguardo al conflitto in Medio Oriente. Dopo che negli ultimi anni, le guerre capitaliste di ordinamento mondiale, e la loro affermazione da parte dell'ideologia "anti-tedesca", sono state fondamentalmente criticate dalla "Critica della dissociazione-valore", adesso è tempo di considerare anche il rovescio di tale interpretazione ideologica, i cui portatori sono inoltre schierati positivamente con la socializzazione globale del valore e dei suoi prodotti in decomposizione. Queste interpretazioni della situazione mondiale sono impregnate di un "anti-israelismo" affettivo, alimentato anche da un "odio inconscio per gli ebrei" (Micha Brumlik), in quanto lo Stato ebraico e la sua azione militare contro Hamas e Hezbollah  vengono di per sé sussunti al capitale mondiale ed al suo imperialismo securitario. Di conseguenza, la barbarie islamica contro Israele non viene vista come l'altra faccia della medesima medaglia dell'imperialismo di crisi, ma come "resistenza", in maniera quasi romantica. In questo contesto, la base del raffronto col vecchio "anti-imperialismo" impallidisce, ed il conflitto in Medio Oriente diventa un conflitto per procura, al servizio di una "critica del capitalismo" della nuova piccola borghesia, che digerisce regressivamente la crisi mondiale del capitalismo.
(Presentazione del testo nell'Editoriale di EXIT! n° 6 dell'agosto del 2009)

SOMMARIO
* Asimmetria morale ed analisi storica * La violenta emozione dell’inconscio collettivo antiebraico * Il duplice carattere dello Stato d'Israele * L'identificazione positiva e negativa di Israele con il capitale mondiale * Le impossibili richieste di un paradosso reale * La ragion di Stato di Israele nelle guerre contro Hamas e Hezbollah * L'opinione pubblica mondiale anti-israelita e la decomposizione ideologica della sinistra * Una "terza posizione" che non è una posizione * Delitto e castigo o critica radicale mediata storicamente? * Un cuore dalla parte del regime della Sharia * Il determinismo della coscienza e il ruolo degli eroi * Il conflitto per procura e la demoralizzazione della critica del capitalismo * Anti-israelismo - la matrice di un nuovo antisemitismo * La sinistra come Dr. Jeckill e Mr. Hyde *

* La violenta emozione dell’inconscio collettivo antiebraico *
Per un certo inconscio collettivo, c'è uno scandalo ovviamente maggiore dell'oppressione, della guerra e della violenza in generale, ossia, lo scandalo dell'esistenza di Israele in quanto potenza fortemente armata. Il fatto che siano gli ebrei a bombardare i loro nemici ed a sparare con i cannoni dei carriarmati genera, a quanto pare, una qualità differente di disgusto morale, che si manifesta ampiamente prima ancora di qualsiasi inquadramento storico del conflitto. Non è possibile chiarire in altro modo la differenza di emozione. E questa emozione si situa ancora più al di sotto di qualsiasi ideologia antisemita ordinaria, che appaia direttamente o indirettamente in superficie, ragion per cui l'accusa di antisemitismo viene respinta con indignazione, sebbene si tratti di una sindrome globale, a diversi livelli.
La dimensione profonda di questa sindrome si mostra nell'assenza di mediazione con la quale si consumano, lungo questa linea, rotture o divisioni e si costituiscono amare inimicizie proprio a sinistra, divisioni che, in occasione della guerra di Gaza - ancora più tempestosamente di quanto avvenne in occasione dei precedenti conflitti in Medio Oriente - hanno superato, nello spazio di giorni o perfino di ore, tutti i precedenti fronteggiamenti; e non si fermano davanti a nessun tipo di relazione. Così, un articolo, da me scritto per un giornale brasiliano, con una conclusione filo-israeliana, che non era affatto privo di mediazione nei contenuti, ha trovato prontamente eco presso alcune persone di sinistra che si erano mostrate interessate all'elaborazione teorica della critica del valore, anche da me rappresentata. Un sottoscrittore dell'associazione di appoggio mi comunicò che aveva dirottato a "Medico International" il suo ultimo contributo, dopo aver letto "inorridito" questo articolo. Un lettore cancellò per precauzione la sua firma dalla rivista teorica EXIT!, anche se "non parte dal principio" che quest'articolo rappresenti l'opinione di tutti gli autori di EXIT!, e spera in una "presa di distanza" da parte della redazione. Infine, un autore brasiliano dell'editore che pubblica EXIT! suggerì indirettamente, in una lettera che stillava veleno e bile. che sarebbe stato meglio escludere la rivista dal programma editoriale.
Numericamente, queste reazioni non hanno peso, e non vale la pena spenderci emozioni; dobbiamo accettare l'ostilità che ci viene proposta. E' notevole, in ogni caso, che 4.000 caratteri di un articolo di giornale su un avvenimento attuale siano sufficienti a mandare all'aria tutto un contenuto teorico voluminosamente formulato. Si subordina così, ad un'unica conclusione filo-israeliana, tutta una posizione teorica elaborata nel corso di 20 anni, tutta una rivista teorica e anche perfino il carattere personale dell'autore, con riferimenti ai precedenti conflitti. Se poi si va a vedere che il diffuso malessere relativo all'interpretazione delle categorie politico-economiche non ha mai causato alcuna fuoriuscita, e che invece per una fuoriuscita sono state sufficienti alcune frasi del citato articolo, ecco allora che si rivela tutta la forza emotiva che si scatena intorno a questo argomento.
Tutto il dibattito teorico sullo sviluppo sociale del capitalismo diventa nullo e di nessun peso quando il sangue entra in ebollizione contro lo Stato ebraico assassino di bambini. Questi casi isolati sono sintomatici di tutto il dibattito sulla guerra di Gaza, che indica soprattutto un dislocamento emozionale, a partire dal 2001, relativamente alla precedente costellazione di lotta. La base di contenuti storici e di analisi, sempre più sottoilluminata, si sfalda quasi del tutto, per cedere ad una sorta di giustizia ai sensi dello stato di eccezione morale, che reagisce a partire dalla pancia e fa pensare alla decisione infondata ed infondabile di un Carl Schmitt. Più precisamente: la disposizione emozionale, in sé non mediata, è sufficiente, nella coscienza, a legittimare il proprio prender partito, in una situazione di crisi ideologica mondiale difficile da dominare; un prender partito che il più delle volte non dovrebbe nemmeno avvenire, in quanto, a causa dell'apparente indipendenza dell'oggetto condizionato del conflitto, cerca di creare spazio per sé e pretende di trascendere quell'oggetto.
La ragione di questa disposizione dev'essere repressa: per questo essa appare come emozione cieca, che diventa tanto più rigorosa ed insuscettibile di tollerare qualsiasi contestazione, quanto più penosamente si riveste di un'argomentazione ridotta a morale, ma in nessun modo generale ed unanime. Può qui esprimersi un inconscio collettivo simile a quel "odio inconscio per gli ebrei" di cui parla Micha Brumlik, odio che attraversa la società fin dentro la sinistra. La digestione proiettiva antiebraica delle sofferenze e delle offese della storia della modernizzazione, cui in Europa corrisponde una preistoria cristiana, ha lasciato i suoi sedimenti nell'inconscio; ad esempio, attraverso delle trasformazioni perfino nell'orizzonte della percezione infantile. Quest'emozione inconscia non coincide in alcun modo con la razionalizzazione ideologica ugualmente proiettiva, e può anche essere contraria a questa. Il topos ideologico, ma anche inconscio, dell'ebreo come superuomo negativo, è complementare a quello dei negri come subumani, nel contesto coloniale, e a quello degli zingari come contro-immagine di "espulso-rinchiuso", nelle stesse società occidentali; e che sono tutti ugualmente ancorati nell'inconscio, anche prima di emergere alla superficie della coscienza, in determinate situazioni.
C'è da aspettarsi che elementi di questi topos - nel processo di costituzione di una società capitalista mondiale dal colonialismo storico e attraverso lo sviluppo del mercato mondiale - si siano riversati anche in altre regioni del mondo come deformazioni proiettive nell'inconscio collettivo. Così, nei principi della cosiddetta Tricontinental e altrove, la contro-commozione relativa al "essere bianco" mediata colonialmente o post-colonialmente, razzisticamente, può assumere anche la forma di un "odio inconscio per gli ebrei", se questo "essere bianco", in un trasferimento per così dire osmotico di proiezioni originariamente endo-europee, viene identificato in maniera inconscia con la figura, caricata psico-storicamente, dell'ebreo. Il rapporto, spesso teso, negli Stati Uniti, fra neri discriminati ed ebrei discriminati, indica questa direzione. In Medio Oriente e nel cosiddetto spazio islamico, un "odio inconscio per gli ebrei", così mediato, si amalgama assai facilmente con l'abituale opposizione di interessi capitalisti, con il fardello storico ed i modelli ideologici dell'antisemitismo, da molto tempo diffusi per tutto il mondo, ed assunti fin dall'inizio dell'età moderna, e che sono diversamente colorati dal punto di vista culturale e storico.
Così come i tedeschi non possono perdonare Auschwitz agli ebrei, anche gli arabi ed altri non possono perdonare agli ebrei il colonialismo europeo. Non è la stessa cosa, ma in entrambi i casi ci troviamo davanti ad una fluttuazione sociale mondiale dell'inconscio collettivo antiebraico che, secondo la situazione, emerge ripetutamente alla superficie degli atteggiamenti e delle opinioni. Mediato dall'esistenza di Israele, il "giudeo" può diventare il simbolo per eccellenza dell'oppressione colonialista occidentale "bianca". Ci si aspetta, inconsciamente, che gli stessi ebrei non possano perdonare a sé stessi la propria esistenza, in quanto questa esistenza, nella profondità di un sentimento difficilmente accessibile, è diventata la rappresentante di una storia di offese interiorizzata da oltre 200 anni. Se gli ebrei, invece, affermano tale esistenza in quanto Stato - in quanto potenza capitalista armata, inclusi i peggiori deficit sociali, le azioni sporche ed i dilemmi morali, il tutto nelle condizioni della concorrenza universale considerate di per sé insopportabili - allora eco che si scarica "l'odio inconscio per gli ebrei", ancor prima del suo passaggio ad ideologia cosciente, come violenza emozionale della proiezione morale, come sostituto della critica alle relazioni mondiali soggiacenti, che sono anche le proprie.
Pertanto, in questo caso, si usa un'unità di misura morale diversa rispetto ad altre situazioni, o anche rispetto all'unità di misura astratta, ma con maggior enfasi e maggior forza emotiva. Per l'inconscio, è indifferente che le cause delle condizioni storiche siano differenti, o perfino opposte, perché esso è soltanto quel che è, ossia, non è mai preoccupato delle contraddizioni; meno ancora di quanto lo sia la costruzione ideologica aperta. Così si arriva, nell'immediatezza del confronto armato, alla grande colazione morale contro gli assassini dei bambini di Gaza, su trincee storiche, sociali, politiche, teoriche ed ideologiche.
La difficoltà sta nel capire la dimensione profonda del "odio inconscio per gli ebrei", nella sua differenza rispetto all'ideologia antisemita e nel suo simultaneo incrociarsi con questa e, allo stesso tempo, nel portare entrambe allo scoperto nei loro ripudi, implicazioni e relazioni contraddittorie. Una valutazione storica, e del contenuto del conflitto così come si è determinato, esige, tuttavia, un distanziamento dall'immediatezza moralistica, la quale non va al di là dell'empatia con le vittime umane. La differenza fra "odio inconscio per gli ebrei" e ideologia antisemita non può costituire, ovviamente, alcuna base di minimizzazione o di giustificazione. Essa chiarisce, però, per quale ragione l'emozione morale contro gli assassini dei bambini di Gaza, il più delle volte vada di pari passo con un'emozione altrettanto furiosa contro l'accusa di antisemitismo. L'agitazione anti-israeliana occupa un momento che non sempre esclude una critica, quanto meno astratta, dell'antisemitismo ideologico e della sua fondamentazione razionalizzatrice, per esempio nell'aspetto economico. L'incrocio con "l'odio inconscio per gli ebrei" indica però una gradazione flessibile del passaggio allo stereotipo antisemita ed al modello ideologico, i quali, in quanto diga morale contro gli atti di guerra di Israele, vengono tacitamente accettati, oppure irrompono repentinamente nell'agitazione.
Sia ben chiaro: Se, e nella misura in cui, l'asimmetria morale, nei modi di reagire a questo specifico conflitto, si alimenta di un inconscio collettivo, essa non è aperta ad alcun tipo di argomentazione, assai meno ancora di quanto lo siano le ideologie antisemite, razziste, antiziganiste o sessiste, le quali antepongono sempre l'inconscio. Tale asimmetria può essere soltanto individuata e combattuta nel suo contenuto proiettivo. E' proprio questo a far arrabbiare coloro i quali se ne lasciano stritolare e trasportare. Fa parte del lavoro più maturo di una condotta mediatrice di appello alla calma, avvertire i più furiosi che non si dovrebbero irritare, mentre si analizza il loro status, affinché non vadano completamente di fuori. Il controllo del comportamento è già andato a farsi benedire; è anche inutile guardare al momento inconscio dell'eccesso emotivo, nel preciso momento in cui questo, come contro-reazione, rivela al riconoscimento il contenuto ideologico posizionato in maniera immanente. In questo caso, quanto meno prevalgono relazioni coscienti chiare. O forse i pacificatori pretendono di affermare che la forza comunicativa di un'analisi dell'inconscio antiebraico potrebbe gettare degli innocenti moralisti nelle braccia dell'antisemitismo?

- Robert Kurz – 3 di 15 – Continua…

fonte: EXIT!

venerdì 6 novembre 2015

La morale della contabilità e la sfortuna dei curdi

gaza

Gli assassini dei bambini di Gaza - 2 -
- Un'operazione "piombo fuso" per cuori sensibili -
di Robert Kurz

SINTESI
Nella sua analisi critica dell'ideologia, "Gli assassini dei bambini di Gaza", Robert Kurz affronta i modelli di percezione della sinistra riguardo al conflitto in Medio Oriente. Dopo che negli ultimi anni, le guerre capitaliste di ordinamento mondiale, e la loro affermazione da parte dell'ideologia "anti-tedesca", sono state fondamentalmente criticate dalla "Critica della dissociazione-valore", adesso è tempo di considerare anche il rovescio di tale interpretazione ideologica, i cui portatori sono inoltre schierati positivamente con la socializzazione globale del valore e dei suoi prodotti in decomposizione. Queste interpretazioni della situazione mondiale sono impregnate di un "anti-israelismo" affettivo, alimentato anche da un "odio inconscio per gli ebrei" (Micha Brumlik), in quanto lo Stato ebraico e la sua azione militare contro Hamas e Hezbollah  vengono di per sé sussunti al capitale mondiale ed al suo imperialismo securitario. Di conseguenza, la barbarie islamica contro Israele non viene vista come l'altra faccia della medesima medaglia dell'imperialismo di crisi, ma come "resistenza", in maniera quasi romantica. In questo contesto, la base del raffronto col vecchio "anti-imperialismo" impallidisce, ed il conflitto in Medio Oriente diventa un conflitto per procura, al servizio di una "critica del capitalismo" della nuova piccola borghesia, che digerisce regressivamente la crisi mondiale del capitalismo.
(Presentazione del testo nell'Editoriale di EXIT! n° 6 dell'agosto del 2009)

SOMMARIO
* Asimmetria morale ed analisi storica *
La violenta emozione del inconscio collettivo antiebraico * Il duplice carattere dello Stato d'Israele * L'identificazione positiva e negativa di Israele con il capitale mondiale * Le impossibili richieste di un paradosso reale * La ragion di Stato di Israele nelle guerre contro Hamas e Hezbollah * L'opinione pubblica mondiale anti-israelita e la decomposizione ideologica della sinistra * Una "terza posizione" che non è una posizione * Delitto e castigo o critica radicale mediata storicamente? * Un cuore dalla parte del regime della Sharia * Il determinismo della coscienza e il ruolo degli eroi * Il conflitto per procura e la demoralizzazione della critica del capitalismo * Anti-israelismo - la matrice di un nuovo antisemitismo * La sinistra come Dr. Jeckill e Mr. Hyde *

* Asimmetria morale ed analisi storica *
Se la guerra di Israele contro Hamas e Hezbollah viene ridotta a fatto morale di cadaveri di bambini e a topos di una catastrofe umanitaria in generale, allora tale criterio deve essere preso sul serio. Se qui la questione fosse quella di imporre qualcosa come un'etica pacifista, questo meriterebbe ogni rispetto, anche se dovrebbe essere sottoposto ad una critica filosofica. Gli oppositori alla guerra per principio, in Israele sono diminuiti ed oggi, nella loro maggioranza, sono dei pacifisti motivati etico-moralmente, così come altrove. Ma è comunque ipocrita se proprio la cosiddetta sinistra radicale pretende di riconoscere in loro l'unica voce ebraica legittima, e dare solo a loro la parola. Dal momento che nella sinistra del movimento - che intende sé stessa come militante - così come nel marxismo tradizionale di partito, fuori da Israele e fuori dall'orchestrazione morale immediata di questo specifico conflitto, tale posizione etica sarebbe stata considerata, non senza ragione, dalla maggioranza degli attualmente eccitati anti-israeliti, come umanitarismo astratto o inconseguente. La critica sociale radicale non è mai stata semplicemente pacifista.
Questo si applica non solo ai sollevamenti sociali storici, alle rivoluzioni e alle lotte armate, ma anche alla valutazione delle guerre, in cui le vittime sono sempre i cosiddetti civili innocenti, ed a maggior ragione i bambini, ancora più innocenti. Le moderne guerre industrializzate non conoscono più un campo di battaglia esterno alle orde dei combattenti. Senza rifiutare la compassione davanti alla sofferenza, senza indulgere ad una "lotta come vita interiore" o, inversamente, in opposizione ad un umanitarismo astratto, lodare in modo altrettanto astratto la violenza; per la teoria critica e per i movimenti sociali, è stata sempre decisiva l'analisi storica concreta, per quel che attiene al posizionamento riguardo ai conflitti armati. Sulla posizione etico-morale delle élite e dei media capitalisti su questo tema, non vale la pena di parlare.
E' naturale che in tutto il conflitto nel Medio Oriente non vi sia una qualche parte disarmata o pacifista. Non sono bambini innocenti quelli che affrontano la macchina militare israeliana a Gaza; e neppure, in generale, persone amanti della pace. La brigata Kassam, l'organizzazione militare di Hamas, è orgogliosa di portare alla morte e di procurare morte; fanno parte di essa gli attentatori suicidi nelle città israeliane. Inversamente, non sarebbe difficile indicare i bambini israeliani fatti a pezzi dalle cariche esplosive o colpiti dai razzi. Ma con una simile contro-contabilità moralista non si chiarisce niente; tale contabilità si colloca sullo stesso piano. Possibilmente, il saldo di una contabilità reciproca di cadaveri di bambini, potrebbe risolversi a favore di Hamas, ma questo solo perché i suoi razzi sono in generale più primitivi, cosa che non dovrebbe rappresentare un vantaggio morale. La comparazione fra 20 e 200 cadaveri non ha alcuna ragione di essere, in senso morale.
Gli amanti della pace di sinistra non intendono arrivare a questo. In ogni caso sono contro il lancio di razzi da parte di Hamas, dicono; anche se hanno la sfrontatezza di riportare la quantità rispettiva di cadaveri, quanto meno come argomento per valutare. La motivazione rimane nella terra di nessuno dei moralisti. E la questione primordiale di sapere chi ha cominciato può essere chiarita altrettanto poco quanto può esserlo nel caso di una lite nel cortile di una scuola. Ma simili discussioni che non portano a niente, non possono distrarci dalla questione fondamentale: per quale ragione soltanto il sentimento morale diventa seriamente travolgente, soltanto le immagini arrivano nel profondo del cuore e provocano un grido insopprimibile quando si tratta di bambini morti per il fuoco ebraico; e per quale ragione la morale concentrata di persone che hanno la pretesa di una valutazione critica tramite un'analisi storica concreta, quest’ultima viene qui preferibilmente messa da parte, stigmatizzando come cinismo e come disumanità la richiesta di attenzione in questo senso. Così, il proprio prendere partito contro Israele non ha bisogno di essere motivato, ma inoltre, esso non viene neppure considerato tale.
Si può facilmente verificare come la guerra di Gaza e tutto il conflitto in Medio Oriente sia un conflitto per procura, caricato non solo ideologicamente, ma anche psico-storicamente, confrontandolo con le valutazioni di contenuto e di morale che si fanno delle altre guerre del passato e del presente. La maggioranza della sinistra e dei liberali considerano, e considerano giusto, il fatto che gli alleati abbiano ridotto la Germania nazista ad un cumulo di macere e cenere nella seconda guerra mondiale, nonostante che, in tale circostanza, siano stati senza dubbio uccisi o gravemente feriti centinaia di migliaia di civili, compresi i bambini. Tuttavia, nella misura in cui anche i tedeschi si trovano ad essere vittime innocenti, il contenuto legittimatorio di questa nuova valutazione è abbastanza trasparente. Sottolineare il problema della legittimazione non deve costituire un'analogia fra il contenuto storico della seconda guerra mondiale e quello del conflitto in Medio Oriente. Si tratta, semmai, di caratterizzare la messinscena associativa dell'impulso morale, sulla base della fattualità preparata a partire dalla costellazione storica, segnatamente al fatto che è stata tolta la vita a dei bambini nel corso di operazioni di guerra, un modo di procedere del tutto discutibile. Forse neppure le lacrime ideologiche delle vittime tedesche hanno osato sussumere le truppe alleate, a partire dal 1944, semplicemente sotto il punto di vista dell'assassinio di bambini.
Ovviamente, un tale criterio fallisce nel caso di guerre considerate ingiuste, almeno dalla comune sinistra. Ad esempio, l'intervento dell'esercito turco nelle zone curde ha causato sempre più vittime fra la popolazione civile, inclusi i bambini. Ogni settimana, vengono colpiti da bombe e da missili americani villaggi sulle montagne dell'Afghanistan dove si sospetta che si nascondano soldati talebani; e normalmente le vittime civili sono in numero superiore e si possono esaminare le foto dei cadaveri accusatori dei bambini. In questi casi, tali immagini delle vittime vengono invocate nel quadro della critica dell'etno-nazionalismo turco o dell'imperialismo di crisi della guerra di ordinamento mondiale occidentale, ma solo nel contesto di un'argomentazione che si riferisce ad un quadro superiore del conflitto o alla sua valutazione, ossia, il problema non si riduce alla rappresentazione morale delle immagini delle vittime; per quanto tronca possa essere tale analisi, nella misura in cui si fa valere contro la ragione autoritaria dello Stato turco solamente un etno-nazionalismo curdo complementare, o, contro la guerra in Afghanistan soltanto un vecchio antimperialismo obsoleto. Tuttavia, qui non prevale mai un'emozione così violenta e focalizzata che, senza rappresentare un riferimento di contenuto alla costellazione del conflitto, esibisce ripetutamente con trionfalismo morale le immagini dei cadaveri dei bambini, immagini che corrono per il mondo servendo da base alla valutazione di Israele in quanto parte del conflitto.
Lo stesso è avvenuto con la guerra in Iraq del 2003, dove sono morti sicuramente cento volte più bambini che a Gaza. Anche la stessa critica che si basava più sull'anti-americanismo che sulla critica del capitalismo, allora non ha mai ridotto la sua valutazione all'assassinio di bambini ed ai crimini di guerra contro la popolazione civile innocente. Per non parlare delle opache guerre civili negli Stati africani in disgregazione, come il Congo o il Ruanda, dove vengono massacrati bambini a colpi di arma da fuoco o di machete, com’è ben noto. Questi avvenimenti vengono percepiti come se avvenissero su un altro pianeta; qui non esiste alcuna presa di posizione preformata storicamente o ideologicamente. Tuttavia, o forse proprio per questo, l'empatia in questi casi è certamente assai più smussata, quando queste immagini attraversano i media come le immagini provenienti da Gaza; soprattutto qui non esiste alcuna definizione di colpevole con imputazioni politico-moraliste.
Se, quindi, in tutti gli altri casi il ruolo della violenza nella storia non viene astrattamente negato, mostrando, al contrario, la sofferenza immediata e la compassione in un contesto di valutazione mediato storicamente, oppure nemmeno affrontata in maniera particolare, quantomeno non sulla scena politica, allora, nel caso della condanna degli attacchi israeliani a Gaza, deve trattarsi di un altro criterio che, però, non viene allo scoperto, o almeno non completamente. L'immediatezza morale copre un impulso, che proviene dalla mediazione sociale mondiale del conflitto per procura, ma che si mantiene sotto copertura ed è solo inibito, e che può sorgere obliquamente nella coscienza. Quest'impulso è stato prontamente chiarito da un'affermazione di Anselm Jappe, nel contesto dei dibattiti in seno alla sinistra dopo l'11 settembre, ed il cui senso è: "I curdi hanno la sfortuna di non essere oppressi da Israele". Non si poteva andare al cuore della questione della differenza nella valutazione dei conflitti con maggior precisione. Quest'asimmetria morale necessita di essere chiarita.

- Robert Kurz – 2 di 15 – continua…

fonte: EXIT!

giovedì 5 novembre 2015

La guerra per procura e l’odio inconscio per gli ebrei

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Gli assassini dei bambini di Gaza
- Un'operazione "piombo fuso" per cuori sensibili -
di Robert Kurz

SINTESI
Nella sua analisi critica dell'ideologia, "Gli assassini dei bambini di Gaza", Robert Kurz affronta i modelli di percezione della sinistra riguardo al conflitto in Medio Oriente. Dopo che negli ultimi anni, le guerre capitaliste di ordinamento mondiale, e la loro affermazione da parte dell'ideologia "anti-tedesca", sono state fondamentalmente criticate dalla "Critica della dissociazione-valore", adesso è tempo di considerare anche il rovescio di tale interpretazione ideologica, i cui portatori sono inoltre schierati positivamente con la socializzazione globale del valore e dei suoi prodotti in decomposizione. Queste interpretazioni della situazione mondiale sono impregnate di un "anti-israelismo" affettivo, alimentato anche da un "odio inconscio per gli ebrei" (Micha Brumlik), in quanto lo Stato ebraico e la sua azione militare contro Hamas e Hezbollah  vengono di per sé sussunti al capitale mondiale ed al suo imperialismo securitario. Di conseguenza, la barbarie islamica contro Israele non viene vista come l'altra faccia della medesima medaglia dell'imperialismo di crisi, ma come "resistenza", in maniera quasi romantica. In questo contesto, la base del raffronto col vecchio "anti-imperialismo" impallidisce, ed il conflitto in Medio Oriente diventa un conflitto per procura, al servizio di una "critica del capitalismo" della nuova piccola borghesia, che digerisce regressivamente la crisi mondiale del capitalismo.
(Presentazione del testo nell'Editoriale di EXIT! n° 6 dell'agosto del 2009)

SOMMARIO
* Asimmetria morale ed analisi storica * La violenta emozione del inconscio collettivo antiebraico * Il duplice carattere dello Stato d'Israele * L'identificazione positiva e negativa di Israele con il capitale mondiale * Le impossibili richieste di un paradosso reale * La ragion di Stato di Israele nelle guerre contro Hamas e Hezbollah * L'opinione pubblica mondiale anti-israelita e la decomposizione ideologica della sinistra * Una "terza posizione" che non è una posizione * Delitto e castigo o critica radicale mediata storicamente? * Un cuore dalla parte del regime della Sharia * Il determinismo della coscienza e il ruolo degli eroi * Il conflitto per procura e la demoralizzazione della critica del capitalismo * Anti-israelismo - la matrice di un nuovo antisemitismo * La sinistra come Dr. Jeckill e Mr. Hyde *

Le immagini non ingannano, soprattutto le immagini di cadaveri di bambini. Bambini morti, bambini mutilati, bambini terrorizzati e in lacrime, con i grandi occhi che guardano nell'obiettivo attraverso le bende, piccole bare sollevate in alto in mezzo ad una folla che grida, le madri che urlano al cielo il loro dolore - in questa visione, tremolante sugli schermi, si condensa un'enorme atto d'accusa contro gli ebrei assassini dei bambini di Gaza. La percezione della guerra fra Israele e Hamas si riassume, come in nessun altro precedente conflitto, in questa prova estremamente chiara: gli ebrei sono assassini di bambini. Già si sospettava da più di mille anni che fosse così; adesso è diventato evidente, agli occhi dell'opinione pubblica mondiale. Non da ultimo, una determinata parte della sinistra è stata presa e trascinata da un sentimento travolgente contro lo Stato d'Israele assassino di bambini, un sentimento che non ammette alcun altro pensiero. Sei a favore o contro gli israeliti assassini dei bambini di Gaza? E allora. Ora si tratta di sapere fono a che punto arrivano, moralmente, gli amici degli ebrei.
Simultaneamente, in parallelo, come se niente fosse, si svolge la discussione sulla guerra del 21° secolo come guerra mediatica di immagini. Esiste una chiara coscienza del fatto che nel fondo del nostro cuore potremmo essere stati abbagliati da immagini che hanno potuto uscire all'esterno sotto il controllo del regime di Hamas. E si afferma, quasi strizzando l'occhio, che questo regime, trincerato nei pori della popolazione di Gaza, abbia già vinto la guerra per immagini. Se il cuore e l'anima danno il loro assenso, ci si convince. Senza dubbio, sono morti dei bambini reali, o non è così? E i pochi ebrei buoni, lo dicono loro stessi, gli ultimi onesti amici della pace in Israele, le cui prese di posizione passano in certi segmenti della stampa di sinistra, e non solo. Sono ridotti ad una piccola minoranza, proprio negli ambienti intellettuali della sinistra israeliana. Ma come possono condividere e sopportare il peso morale dell'indignazione contro gli ebrei assassini di bambini, una volta che in questo caso non si tratta assolutamente di antisemitismo? Ci può essere un alibi più perfetto?
Ci troviamo chiaramente davanti ad una sindrome di ambiguità, o addirittura di senso multiplo, di fronte al fatto che niente è ciò che sembra. Qui la questione è e non è che dei bambini sono morti in atti di guerra. I fatti hanno qualcosa di orribile; e l'orrore si nutre di qualsiasi considerazione morale fatta a partire dalle immagini di sofferenza, le quali rappresentano un'esperienza reale e suscitano empatia, almeno dacché ancora non è morto ogni sentimento. Un sentimento così empatico può essere tradotto in imperativo astratto: non uccidere i bambini. Se si parte dal principio di ciò che rappresenta veramente un consenso generale, allora ci si domanda perché continuino ad accadere queste cose; anche come effetto collaterale di conflitti violenti. E' qui che comincia l'ambiguità, in quanto niente avviene senza un contesto condizionale; e allora empatia ed imperativo morale assumono un'importanza niente affatto evidente, che bisogna fare emergere, in quanto stanno ad indicare qualcosa di completamente diverso. La sproporzione fra sentimento e coinvolgimento, fra morale e storia, minaccia di dislocarsi in un certo qual modo in un contesto strumentale fatale, proprio nel caso di questo conflitto permanente, che costituisce un punto centrale della situazione della società capitalista mondiale tesa fino alla rottura.
L'ambiguità dell'oggetto, il suo carattere sociale simultaneamente locale e mondiale, storico ed attuale, trasversale a piani diversi, e una sorta di relazione fra tutte queste cose, lasciano intendere che si tratta di un conflitto per procura, mediato in maniera multidimensionale, la cui percezione globale è in un certo qual modo filtrata e caricata, cosa per cui assume anche una forza esplosiva propria, a prescindere dagli avvenimenti, e nella quale si esprime, fra le parti direttamente coinvolte nel conflitto, più di quanto si può osservare negli abituali scontri di forze nemiche nelle regioni di crisi del capitale mondiale. Il conflitto per procura ha le sue radici nella Guerra Fredda, e in quel contesto significava precisamente l'inquadramento delle guerre "calde", e dei conflitti armati limitati a livello regionale, nell'antagonismo Est-Ovest, in cui le "super-potenze" , Stati Uniti ed Unione Sovietica, agivano nella platea diplomatica mondiale come fornitori di armi e come potenze di appoggio a ciascuna delle parti. Già allora, il conflitto in Medio Oriente si integrava in questa costellazione mondiale, con una addizionale qualità mediata storicamente.
Dopo il collasso dell'Unione Sovietica e la fine della Guerra Fredda, il carattere del conflitto per procura in Medio Oriente si è dislocato e si è posizionato in maniera specifica, non solo in una nuova interpretazione della costellazione globale, ma anche nella percezione e nella interpretazione del processo di crisi che si aggrava a vista d'occhio. Entrambe le parti si presentano non solo per sé, ma simultaneamente per qualcosa di differente che, più che mai, non si riduce all'inquadramento in una relazione esterna di potere, ma è legata a posizioni sociali e ad identità politiche o teoriche; non da ultimo, all'interno del conflitti della critica del capitalismo, che ha perso il suo vecchio sistema di riferimento. Nella sinistra, ora si affrontano una posizione più o meno violentemente "critica di Israele" ed un'accusa di antisemitismo limitata alle analogie storiche e meccanicamente definitoria. Questo confronto ha rotto da molto tempo il vecchio quadro di "antimperialismo", sebbene gli attori per lo più non sono coscienti di questo.
Diverse volte, Roswitha Scholz ha richiamato l'attenzione sulla nuova qualità del conflitto per procura, riferendosi alla violenta polemica all'interno della sinistra dopo gli attacchi terroristici dell'11 settembre. in vari testi che rapidamente sono sempre caduti nel dimenticatoio. Così, afferma, nel suo libro "Differenze della crisi - Crisi delle differenze" (2005), che "è noto da tempo che il conflitto israelo-palestinese ha assunto in un certo modo una posizione di sostituto, nel contesto del malessere nella globalizzazione spersonalizzata. La discriminazione dei palestinesi viene qui utilizzata come area di attrito, per poter essere, con apparente legittimità, 'coraggiosamente' antisionisti/antisemiti e simultaneamente denunciare, in quanto persone buone, i mali e gli abusi della globalizzazione. Qui, si suppone che né una cosa né l'altra - secondo la propria auto-comprensione - ha niente a che fare con l'antisemitismo"; ci mette così in guardia anche rispetto alle "accuse moraliste". Tuttavia, sono nuovamente cambiati sia la costellazione globale che il conflitto in Medio Oriente, acutizzandosi nel contesto di collasso dell'attuale crisi. Nel corso del conflitto a Gaza, tutta questa problematica mal digerita ritorna in mente, in una maniera così emotivamente marcata, che non fa sperare niente di buono.
Per le ragioni dette, il presente testo si occupa meno della situazione del conflitto in Medio Oriente e del dislocamento dei fronti nella guerra di ordinamento mondiale, anche se questi aspetti vengono naturalmente affrontati (un'analisi più dettagliata del contesto di crisi economica mondiale e del cambiamento di posizione degli Stati Uniti sotto l'amministrazione Obama deve essere oggetto di uno studio specifico). Qui si tratta, in primo luogo, della percezione del conflitto in Medio Oriente, e in particolare della guerra di Gaza, nella sinistra globale e soprattutto in quella tedesca, sullo sfondo di una digestione emozionale ed ideologica della nuova crisi mondiale. Mi sono in gran parte astenuto dal fare citazioni, e mi sono limitato all'analisi delle strutture di argomentazione. Il materiale è costituito dalle espressioni che vengono pronunciata in maniera esacerbata contro Israele e contro il conflitto di Gaza, nella stampa di sinistra (come anche in quella della borghesia) e in numerosi blog.

- Robert Kurz – 1 di 15 – continua …

fonte:  EXIT!

mercoledì 4 novembre 2015

Ho sonno!

sonno

L'ultimo lavoro di Jonathan Crary, professore di Teoria dell'Arte alla Columbia University, dal titolo "24/7 - Capitalismo tardio e os fins do sono" (NdT: Ora tradotto da Einaudi, col titolo "Il capitalismo all'assalto del sonno"), in un denso percorso, costellato di commenti a testi e ad immagini, ci offre una critica abbastanza pessimista di quelle che sono le strategie di convivenza sociali nel mondo contemporaneo. Crary sostiene che tutti gli elementi che servono a contenere e ad impoverire le nostre esperienze e la nostra esistenza vengono, paradossalmente, esaltate come "progressi" o come "segni civilizzatori" - a cominciare dalla disponibilità permanente del "funzionario" nei servizi, passando per l'illuminazione pubblica costante e fino all'offerta ininterrotta di prodotti e servizi.
Questo scenario, sempre più forzato, di disponibilità permanente ha come conseguenza una rivendicazione critica del sonno, ossia, il sonno viene considerato a partire dalla sua capacità di ricordarci che è possibile fermarsi e riflettere. Dal momento che il sonno ormai non è più riposo, sfera della coltivazione della soggettività, ma è perdita di tempo, peso morto rispetto alla vita produttivo del modello "24/7", senza alcuna sosta o riflessione. 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana.
"Il sonno è un ricordo ubiquo, tuttavia ignorato", scrive Jonathan Crary, "di una pre-modernità che è stata ormai completamente superata, di un universo agricolo che ha cominciato a svanire quattrocento anni fa". Pertanto, il sonno viene presentato da Crary come uno spazio di resistenza, come interruzione del processo di modellamento dell'individuo. L'aspetto più perverso di tale contesto, tuttavia, è però il fatto che è lo stesso individuo che contribuisce, volontariamente, al mantenimento di questo processo. Per Crary, il soggetto che afferma di essere integrato nelle tendenze e che si definisce come qualcosa di "connesso", o sempre "attualizzato", che ha come priorità della propria vita l'esteriorizzazione e la mediatizzazione permanente di tale vita, è inserito in uno "stato di transizione continua", nell'angoscia inesorabile di non poter/essere/fare abbastanza. Dietro il desiderio di attualizzazione e dietro la frenesia dell'espressione "a cosa stai pensando?" si trova la "perpetuazione del medesimo esercizio banale di consumo ininterrotto, di isolamento sociale e di impotenza politica".
Crary difende l'idea per cui non esiste alcuna possibilità di un uso "creativo" o "emancipato" dei dispositivi, in quanto, esaminando il periodo recente della costituzione di Internet, "quello che era stato celebrato come interattività, era invece, più precisamente, la mobilitazione e l'assuefazione dell'individuo ad un insieme aperto di compiti e di routine", che si incamminava verso uno scenario 24/7 di abolizione dello spazio della differenza e della riflessione. Su questo punto, seguendo Hannah Arendt, l'autore afferma che si la creatività che l'emancipazione sono incoraggiate da "silenzio e solitudine", momenti "essenziali ai fini del mantenimento degli individui politici". Secondo un paradosso che la dice lunga sull'attuale configurazione del capitalismo tardivo, il sonno ormai non serve più da metafora del risveglio, del passaggio da uno stato d'inerzia ad uno stato d'azione, ma serve per indicare un'esistenza che non si conforma del tutto al modo produttivo ininterrotto, per quanto si sforzi.
Sminuire il sonno, il suo spazio nella vita e le sue proprietà significa volere la fine della "introspezione distratta", dal momento che il contesto tecnologico del presente punta il dito contro la "profonda incompatibilità fra qualsiasi cosa che assomigli al sognare e quelle che sono le priorità dell'efficienza, della funzionalità, della velocità." Non si tratta solamente del sonno in quanto atto del dormire, ma del sonno come stato di sospensione e di allontanamento, come suggestione permanente per un ritmo alternativo che si estende oltre l'atto del dormire - perché il sonno è "la reiterazione, nelle nostre vite, di un'attesa, di una pausa", un'attesa che dev'essere esercitata.
Il sonno, e la sua temporalità alternativa appaiono essere fra i campi principali di indagine e di rivendicazione dell'individuo nel mondo contemporaneo.

martedì 3 novembre 2015

Gli Orologiai

orologio

All'inizio di "Austerlitz", di W.G. Sebald, quando il narratore incontra Jacques Austerlitz nel ristorante della stazione di Anversa, si legge di un "enorme orologio, che dominava la sala del buffet, in cui una lancetta di circa due metri compiva il suo giro intorno ad un quadrante che un tempo era stato dorato, ma che ora appariva nerastro per la fuliggine della stazione ed il fumo del tabacco". E qualche pagina dopo, Austerlitz dichiara: "Non ho mai posseduto alcun tipo di orologio, né un orologio a pendolo, né una sveglia o un orologio da taschino, per non parlare di un orologio da polso. Un orologio, mi è sempre parso come qualcosa di ridicolo, qualcosa di assolutamente mendace, forse perché ho sempre saputo resistere alla tirannia del tempo grazie ad un impulso interno che io stesso non ho mai capito, e che mi ha escluso dai cosiddetti avvenimenti di attualità, nella speranza, che ho ancora oggi, che il tempo non passi."

Il tempo come orologio e come calendario - un tema che Walter Benjamin elabora a partire da Marx e da Baudelaire. La sua XV Tesi sul concetto di storia parla del calendario della Rivoluzione francese e della distruzione degli orologi all'inizio della Rivoluzione (fallita) del 1830; nel suo Libro dei Passaggi, Benjamin include una serie di citazioni e di commenti sull'uniformizzazione del tempo, che avviene con il capitalismo, seguendo in particolare la traccia di una lettera ad Engels, nella quale Marx parla del fatto che "tutta la teoria della produzione su larga scala" venne sviluppata a partire dall'invenzione e dal perfezionamento dell'orologio; nella poesia di Baudelaire - scrive Benjamin, sempre nel Libro dei Passaggi - l'orologio grida di essere la vita, la vita implacabile. E inoltre, lo stesso Baudelaire aveva rimosso dal suo orologio le lancette, e sul quadrante aveva scritto: E' più tardi di quanto immagini!

Invece, andando a leggere un altro scritto di Sebald, possiamo trovare l'esempio opposto: un personaggio che collezionava orologi in maniera maniacale. Il personaggio è niente meno che Joseph Roth. In "Un kaddish in Austria", Sebald scrive: "Quadranti ed orologi di ogni tipo, hanno un significato particolare nell'opera di di Roth", e continua: "Ci sono troppi detti irrefutabili a proposito del tempo e della fine. L'ultima ora uccide, fra gli altri. Bronsen racconta che Roth collezionava orologi senza alcun criterio, e che nei suoi ultimi anni, prendersi cura degli orologi era diventata una mania."
Uno degli ultimi testi di Roth, fra quelli pubblicati in vita - nell'aprile del 1939, sul  Pariser Tageszeitung - si intitolava proprio "L'Orologiaio".

lunedì 2 novembre 2015

Il cerchio e la forza

archimede

La morte di Archimede
- di Karel Čapek -

Gli è che la storia di Archimede non andò proprio così come è stata scritta; sì, è vero che fu ucciso quando i romani presero Siracusa, ma non è esatto dire che entrò in casa sua un soldato romano per saccheggiarla e che Archimede, intento a disegnare una qualche costruzione geometrica, gli ringhiò con aria scontrosa: «Non mi rovinare i miei cerchi!».
In primo luogo Archimede non era affatto un distratto professore che non sa quel che gli succede intorno; anzi, era per natura un autentico soldato, che aveva progettato per Siracusa delle valide macchine da guerra, destinate alla difesa della città; in secondo luogo poi, il soldatino romano non era affatto un predone ubriaco, bensì il colto e ambizioso capitano di stato maggiore Lucius, il quale sapeva bene con chi aveva l'onore di parlare, e non era venuto per saccheggiare, ma sulla soglia fece il saluto militare e disse: «Salute a te, Archimede».
Archimede alzò gli occhi dalla tavoletta di cera, sulla quale stava davvero disegnando qualcosa, e disse:
— Che c'è?
— Archimede — fece Lucius — noi sappiamo che senza le tue valide macchine da guerra, Siracusa non avrebbe retto nemmeno un mese; invece abbiamo dovuto lottare due anni. Cosa credi, noi soldati ce ne intendiamo. Magnifiche macchine. Complimenti.
Archimede fece un gesto con la mano.
— Per favore, non sono niente di straordinario. Normali meccanismi da lancio... una specie di giochetto insomma. Scientificamente non ha grande importanza.
— Ma militarmente sì — osservò Lucius — Ascolta, Archimede, sono venuto a chiederti di lavorare con noi.
— Con chi?
— Con noi romani. Devi pure sapere che Cartagine è in rovina. Perché aiutarli ancora!? Ora daremo una bella lezione a Cartagine, vedrai. Sarebbe meglio che vi metteste con noi, voi tutti.
— Perché? — borbottò Archimede — Casualmente, noi siracusani siamo greci. Perché dovremmo venire con voi?
— Perché vivete in Sicilia, e noi abbiamo bisogno della Sicilia.
— E perché ne avete bisogno?
— Perché vogliamo avere il dominio sul mar Mediterraneo.
— Ma — fece Archimede e guardò pensoso la sua tavoletta — e perché lo volete?
— Chi domina il mar Mediterraneo — disse Lucius — domina il mondo. Eppure è chiaro.
— E che, dovete dominare il mondo?
— Sì. La missione di Roma è di avere il dominio del mondo. E ti dico che lo avrà.
— Forse — disse Archimede mentre cancellava qualcosa dalla tavoletta di cera — Ma non ve lo consiglierei, Lucius. Ascolta, dominare il mondo: questo vi porterà un giorno atroci lotte per difendervi. Non pensi all'inutile fatica che ve ne verrà?
— Non importa; ma avremo un grande impero.
— Un grande impero — bofonchiò Archimede — Se disegno un cerchio piccolo o uno grande, è sempre e solo un cerchio. Le frontiere ci sono sempre; non potrete mai non avere delle frontiere, Lucius. Pensi che un cerchio grande sia più perfetto di uno piccolo? Pensi di essere un miglior geometra se disegni un cerchio più grande?
— Voi greci giocate sempre con le parole — obiettò il capitano Lucius — Allora vi dimostreremo che siamo nel giusto altrimenti.
— Come?
— Coi fatti. Per esempio, abbiamo preso la vostra Siracusa. Ergo Siracusa ci appartiene. È una prova chiara?
— Sì — disse Archimede grattandosi la testa con lo stilo — Sì, avete preso Siracusa; solo che ormai Siracusa non è né sarà mai più quello che è stata fino ad oggi. Era una grande e gloriosa città, ragazzo; ora non sarà mai più grande. Peccato per Siracusa!
— Invece Roma sarà grande. Roma deve essere la più forte di tutto il mondo.
— Perché?
— Per resistere. Più siamo forti, più avremo nemici. Per questo dobbiamo essere i più forti.
— Per quanto riguarda la forza — bofonchiò Archimede — Io sono anche un po' fisico, Lucius, e ti dico qualcosa. La forza si applica.
— Che significa?
— È una specie di legge, Lucius. Una forza che agisce deve applicarsi. Quanto più sarete forti, tanto più consumerete per questo la vostra forza; e un giorno verrà il momento...
— Che hai voluto dire?
— Ma niente. Non sono un profeta, ragazzo; sono solo un fisico. La forza si applica. Di più non so.
— Senti, Archimede, non vorresti lavorare con noi? Non hai idea di quali enormi possibilità ti si aprirebbero a Roma. Potresti costruire le migliori macchine da guerra del mondo...
— Mi devi scusare, Lucius; sono un vecchio, ma vorrei ancora sviluppare un paio di mie idee... Come vedi, sto proprio disegnando qualcosa.
— Archimede, non ti attira raggiungere con noi il dominio del mondo? Perché non parli?
— Scusa — borbottò Archimede chino sulla sua tavoletta — Cosa hai detto?
— Che un uomo come te potrebbe raggiungere il dominio del mondo.
— Hmm, il dominio del mondo — fece Archimede assorto — Non arrabbiarti, ma ora ho qualcosa di più importante da fare. Sai, qualcosa di più durevole. Qualcosa che davvero rimarrà.
— Che cos'è?
— Attento, non mi cancellare i miei cerchi! È il metodo con cui si può calcolare l'area di un settore circolare.
 
Più tardi fu tramandata la storia che il dotto Archimede perse la vita per caso.

- Karel Čapek - 1938 -

domenica 1 novembre 2015

Imbiancati con il gesso

cicero

Votate Cicerone!
- di Lidia Storoni -

Nel corso dell' incessante lotta di classe che costituisce la storia di Roma repubblicana, la plebe ottenne gradatamente di partecipare al governo, prima eleggendo i magistrati e poi assumendone, a sua volta, i poteri: questura, pretura, censura, edilizia, tribunato, consolato, cariche tutte annuali e tutte collegiali. Poté anche esprimere il suo parere, per referendum, su proposte di legge che restavano affisse vari giorni affinché tutti potessero prenderne conoscenza e il presentatore avesse il tempo di illustrarle. Esercitava infine le funzioni di Corte d'Appello, essendo in sua facoltà commutare la pena di morte in esilio se il reo, valendosi della provocatio, si appellava al popolo.
Al di sotto dei grandi - i Metelli, gli Scipioni, i Claudi -, una maggioranza silenziosa esercitava quello che Nicolet ha definito il mestiere di cittadino: una vasta base anonima di coloni, artigiani, commercianti, imprenditori, che forniva alla classe dirigente il suo consenso per mezzo del voto. Ciò avveniva in due assemblee. Nella prima, residuo dell' antica struttura militare, in cui i cittadini erano raggruppati per censo e per età, essi venivano suddivisi in unità elettorali dette centurie (e votavano nei comizi centuriati); la seconda comprendeva tutti gli italiani, divisi in quattro tribù urbane e trentuno rurali, che votavano nei comizi tributi, attraverso rappresentanti residenti a Roma.
Contava il voto non dei singoli, ma delle tribù. I rappresentanti degli elettori si recavano l'uno dopo l'altro, separati da corde, a deporre in una cesta controllata da un custode la tavoletta di legno cerato sulla quale avevano tracciato il loro consenso (o diniego) ad una legge o ad una sentenza, oppure il nome d'un candidato. L' ultimo tratto lo percorrevano su una passerella collocata bene in vista affinché tutti potessero controllare che non ricevevano suggerimenti, pressioni o bustarelle. Il candidato attendeva poco lontano che l' araldo proclamasse il nome del vincitore; la sua toga di lana quel giorno era stata imbiancata con il gesso, affinché fosse riconoscibile da lontano (donde il nome candidato).
Durante le campagne elettorali, naturalmente, si verificavano attacchi ai rivali, lusinghe, promesse, e magari nonostante i divieti largizioni agli elettori: le analogie tra i costumi dell'antica Roma e i nostri sono più spiccate che quelle con momenti del passato più vicini a noi. L'editore Salerno ha pubblicato il Manualetto di campagna elettorale (a cura di Paolo Fedeli, pagg. 217, lire 16.000), che contiene sagaci consigli inviati dal fratello Quinto a Cicerone, quando costui si presentò alle elezioni per il consolato del 63 a.C.
Siamo nell'anno precedente, il 64 e fors'anche il 65 a.C., alla vigilia del memorabile consolato durante il quale, quasi allo scadere del mandato (novembre del 63 a.C.), Cicerone sventerà la congiura di Catilina, pronunciando le famose quattro orazioni dette Catilinarie (fino a quando, Catilina...). Fu il momento più alto della sua carriera, instancabilmente rievocato e celebrato. Gli costò l' esilio e la distruzione della casa l'aver condannato a morte i congiurati senza appello, ma conquistò anche una gloria che egli riteneva pari o addirittura superiore a quella di Pompeo: cedant arma togae, si inchinino le armi davanti alla toga, scrisse nell' unico suo verso pervenuto fino a noi.
La presentazione di questo breve testo porta la firma d'un autorevole personaggio che di successi elettorali se ne intende: l'on. Giulio Andreotti. Nel fratello di Cicerone, Andreotti riconosce un agente elettorale accorto, fantasioso, intraprendente, spregiudicato fino al cinismo: niente, direi, rispetto a Cicerone stesso, il quale, alla vigilia di decadere dal mandato, quando uno dei candidati alla sua successione era Catilina, già sconfitto in due precedenti elezioni, assunse la difesa dell'altro, Lucio Murena, il quale rischiava d'esser escluso dalla candidatura per una denuncia di brogli elettorali: proprio il reato di cui Cicerone aveva aggravato la pena con una legge (la Lex Tullia de Ambitu) che porta il suo nome.
Quell' arringa richiedeva una spregiudicatezza non comune. Il curatore del manualetto, Paolo Fedeli, ne offre una eccellente illustrazione e ne chiarisce le finalità. Secondo lui, Quinto si sarebbe proposto di fornire una serie di istruzioni da un lato a Cicerone stesso sulla tattica da tenere durante la campagna elettorale, e dall' altro ai suoi fiancheggiatori, affinché potessero aiutarlo efficacemente... Al di là del destinatario immediato, Quinto ha in mente un pubblico più ampio: i membri dell' aristocrazia che, in un momento di estremo pericolo per lo Stato, devono sentir l'obbligo di sostenere l'unico candidato capace di offrire solide garanzie ai fini del mantenimento del quadro istituzionale e della lotta per la salvaguardia della Repubblica: anche se tale candidato è un homo novus, cioè il primo della sua famiglia che, diventando console, sarebbe entrato a far parte della nobilitas. Era questa la cerchia esclusiva, composta di superbi possessores, detentori di cariche lucrose; la classe alla quale, abbandonato l' atteggiamento popolare che sembrava il suo quando aveva pronunciato le orazioni contro Verre, Cicerone era ormai totalmente devoto (eppure, con il passare degli anni, denuncerà l'edonismo, l'insensibilità morale di quei nobili: non pensano ad altro, scriverà, che alle loro ville, ai poderi, alle collezioni d' arte.... E, amaramente consapevole della propria acquiescenza: non sono più libero di pensare, neppure di odiare...).
Secondo Paolo Fedeli, dunque, più ancora che al candidato l'opera è indirizzata ai suoi sostenitori influenti; e, nel riferire le opinioni di quegli studiosi che ne mettono in dubbio l'autenticità e la ritengono un centone composto uno o più secoli più tardi, si allinea al giudizio di quanti la credono effettivamente ciò che appare: una serie di consigli utili al candidato di quegli anni turbolenti, come del resto a quelli di tutti i tempi: esser sempre accessibile, affabile, generoso, largo di promesse, disposto a frequentare persone che da privato non si sognerebbe di praticare (ma il candidato, risulta chiaro, è una specie umana diversa dall'uomo comune); evitare invece tutti coloro che non servono al fine supremo, riuscire eletto. Ragioni validissime da ambo le parti, fondate su approfondite analisi storiche e filologiche, dalle quali si ricavano argomenti pro e contro l' autenticità dello scritto.
Ebbene, ragioniamo da profani, semplicemente col buon senso: che un fratello si faccia zelante consigliere d'un candidato è plausibile; ma c'è bisogno di pubblicare i propri consigli? Che gli suggerisca di tener d'occhio determinati ambienti e non compromettersi con altri, di non sbilanciarsi con programmi troppo circostanziati, di circondarsi di gente che lo accompagni al foro e si affolli nella sua casa, sempre aperta, anche nel cuor della notte; che lo esorti a viaggiare nelle province e a parlare con tutti, e rammentando ad alcuni il debito di gratitudine che hanno verso di lui, ad altri promettendo benefizi futuri, sta bene, è possibile. Ma non è chiaro che giovi alla sua causa mettere in piazza tutte queste manovre; e ancor meno che serva a convincere i notabili che Cicerone, lui solo, saprà salvarli, nell' imminenza del golpe (che per la verità Catilina, messo alle strette, tenterà solo un anno e mezzo dopo). Che il console fermo, deciso, provvidenziale sarà lui lo si vedrà a cose fatte, non prima, e il colpo di Stato, un anno o due prima, non era prevedibile. Del resto, Cicerone aveva proprio bisogno d' essere guidato? A parte la sua notevole disponibilità, non c'è candidato che non sia preparato, ancora oggi, a lunghi mesi di fatiche sfibranti: fare buon viso a persone d'ogni risma, stringere migliaia di mani, baciare centinaia di bambini, ingollare innumerevoli caffè e aperitivi, presenziare a inaugurazioni, funerali e battesimi, esser testimone a nozze, promettere posti, scrivere raccomandazioni che sa perfettamente inutili, subire, infine, i ricordi di scuola di ex compagni di classe: classe che, a giudicare dal loro numero, doveva essere composta di duemila alunni.

- Lidia Storoni - 10 maggio 1988 -

fonte: La Repubblica