giovedì 18 febbraio 2016

Maldicenza

ronson

Twitter e Facebook hanno un lato oscuro: spesso alimentano i peggiori istinti moralizzatori delle persone, dando vita a una versione moderna e violentissima della gogna pubblica. Il bersaglio può essere chiunque, il perfetto sconosciuto come il personaggio famoso: Justine Sacco, che per un tweet di cattivo gusto ha perso il lavoro; Jonah Lehrer, star della divulgazione scientifica che si è visto rovinare la carriera per una citazione (inventata) di Bob Dylan; Lindsey Stone, che per una foto su Facebook si è dovuta quasi nascondere in casa per un anno; sono solo alcune delle vittime della violenza cieca e anonima dei giustizieri della rete. Dopo i paranoici cospirazionisti di "Loro" e gli insospettabili "Psicopatici al potere", Ronson ci accompagna ancora una volta nelle pieghe nascoste della nostra "sana" e "normale" società.

(dal risvolto di copertina di - Jon Ronson: I giustizieri della rete. La pubblica umiliazione ai tempi di Internet, Codice edizione)

Il potere oscuro delle folle
- di Benedetto Vecchi -

Umiliazione, vergogna. Due sentimenti squisitamente privati, ma che acquistano una dimensione pubblica se c’è un malcapitato che ha commesso forse errori, leggerezza nei comportamenti, ma mai azioni che abbiano a che fare con la bibbia dell’ordine costituito (il codice di procedura penale) e che per questo viene messo all’indice in Rete. A quel punto, l’umiliazione diventa pubblica e non lascia vie di fuga.
Jon Ronson è un giornalista, scrittore e sceneggiatore inglese. È noto per aver scritto L’uomo che fissa le capre, reportage romanzato sulle strategie statunitensi di intelligence non ortodosse che ha ispirato un film con George Clooney. È anche un attento frequentatore della Rete. Spulciando Facebook o Twitter, si è imbattuto in alcuni casi che ha qualificato come una riedizione digitale della «gogna» che colpisce chi ha inviato un post ironico, una foto irriverente o di cattivo gusto. Leggendo i commenti ha constatato il crescendo di violenza verbale e di turpiloquio, fino a quando i messaggi diventano uno tsunami che ha una sola vittima e tanti carnefici.

L’artefatto dell’oblio
Il racconto della decisione di scrivere il libro I giustizieri della rete (Codice edizione, pp. 238, euro 21) potrebbe ridursi a una catena ininterrotta di aneddoti che, d’altronde, l’autore dispensa a piene mani, ma a che fare con la riduzione della comunicazione on line in un inferno. L’oggetto di questo libro non è però il furto di identità digitali, fenomeno molto diffuso che ha alimentato racconti di gruppi di smanettoni dal cuore d’oro che si danno da fare per recuperarla e mettere all’indice i «rapinatori». Ciò che a Ronson preme indagare sono le inedite forme di ripristino della gogna, che non ha un ceppo, né un pubblico ghignante raccolto in una piazza, bensì piattaforme digitali, social network e una platea potenzialmente illimitata.
Così viene descritto il caso dello scrittore di successo messo alla berlina perché scoperto a inventarsi episodi e frasi di un mito della musica statunitense (Bob Dylan). O quello della ragazza che posta una foto corredata da un commento critico verso due nerd, accusati di frasi machiste a sfondo sessuale mentre parlavano in uno slang tecnicista che solo loro capiscono. La giovane viene letteralmente investita di insulti perché quel post ha provocato il licenziamento dei due nerd. C’è poi il caso di un boss della formula 1 accusato di organizzare orge in stile nazista, che reagisce e riesce a uscire indenne dalle accuse.
Le storie raccontate risultano sempre uguali nel loro esito: disperazione del malcapitato o della malcapitata. Interessante è tuttavia la descrizione delle imprese che lavorano, dietro lauti compensi, per «produrre» l’oblio di chi è rimasto intrappolato dentro il rapporto tra vittima e carnefici. Così apprendiamo che ci sono imprese che inventano notizie positive sulla vittima, facendo retrocedere nel dimenticatoio le sciocchezze che ha postato in passato. Ma più i casi aumentano, meno chiaro è il punto di vista dell’autore. L’unica cosa chiara è che I giustizieri della rete sono seduti davanti al computer e amano attivare e diffondere campagne denigratorie verso chi è colpevole di leggerezza o di messaggi, appunto, di cattivo gusto. La prima conclusione a cui si giunge leggendo il libro è che il giustizialismo cresce proprio nel regno del verosimile che è la Rete.

La viralità dell’insulto
Internet è da sempre il luogo del dileggio, degli insulti, della violenza verbale. Da sempre ci sono troll e flame che disturbano la comunicazione on line. Non è quindi una novità che nei social network possano accendersi discussioni violente o che persone vengano messe all’indice perché hanno detto o fatto cose che stridono con la morale dominante o perché lesive di un atteggiamento politicamente corretto. Quel che colpisce stando in rete è semmai la diffusione virale di un messaggio o la rapidità nella formazione di una tweet storm che può propagarsi e diventare tsunami. Per spiegare tutto ciò forse vale la pena ricordare il vecchio adagio su una farfalla che ha preso il volo in qualche punto dell’emisfero e il vento provocato si è trasformato in un uragano in qualche altra parte del pianeta.
Jon Ronson si propone di tenere sotto controllo la materia incandescente che ha tra le mani. Ha sperimentato come la Rete possa diventare una gabbia per limitare la libertà di espressione, scoprendo che gli strumenti di autodifesa individuali sono limitati e spesso inefficaci. Ma alla fine non riesce a dare una spiegazione plausibile sul perché questo accada.
I giustizieri della rete non hanno volto, possono diventare folle che mettono all’indice il malcapitato di turno. Non è un caso che un capitolo sia dedicato all’analisi di Gustave le Bon, lo spregiudicato autore francese de La psicologia delle folle, strampalato pamphlet scritto a fine Ottocento per spiegare lo spirito gregario nella società di massa e nelle nascenti organizzazioni del movimento operaio. Un volume giustamente dimenticato, ma che Ronson invece utilizza per segnalare un salto di qualità nelle capacità di manipolazione e di propaganda in una realtà dove la Rete è una pervasiva e invasiva tecnologia del controllo. Non c’è un «grande fratello», ma un synopticon che vede i singoli diventare parti attive nel fustigare comportamenti eterodossi, ma non criminali, alimentando così il flusso di dati che, oltre a definire l’opinione pubblica dominante, sono le materie prime del sempre fiorente settore produttivo dei Big Data.

Lo spirito gregario
I case study di questo libro sono però storie di licenziamenti, di cancellazione coatta della socialità, di personalità andate in frantumi dopo la gogna on line. Ma più che per l’analisi della vergogna e dell’umiliazione, il libro di Ronson è significativo perché aggiunge un tassello nel puzzle che ha come oggetto le forme di produzione dell’opinione pubblica nell’era di Internet. Da buon liberale, Ronson ritiene che nella produzione dell’opinione pubblica ci siano antidoti alla gogna mediatica. È cioè convinto che alla fine la verità si faccia strada nel labirinto delle falsità e nella foresta del verosimile. La diffusione delle «bufale» e il loro «svelamento» da parte degli internauti è sicuramente una conferma di questa fiducia illuministica nel potere della folla. Ma ciò che è rilevante è il fatto che la denigrazione, gli insulti, i troll e i flame sono elementi fondanti della comunicazione on line, perché hanno la capacità di catturare l’attenzione di un pubblico distratto, sovraccarico di stimoli e informazioni.
L’opinione pubblica dentro e fuori la Rete – la televisione è stata l’apripista di questa modalità «gridata» della comunicazione – non si forma attraverso un agire discorsivo «razionale» ma facendo leva su reattività primarie. In altri termini, il giustizialismo in rete è fratello gemello del giustizialismo politico. Sono cioè i due volti del populismo dentro e fuori la rete, dove l’essere connessi a «ciclo continuo» è la condizione necessaria alla presenza di una opinione pubblica sempre in divenire, dove il verosimile è preferito alla verità. Con buona pace di Aristotele, Platone e Jürgen Habermas.

Le fabbriche del consenso
I giustizieri della rete più che funzionare come paladini della verità sono i guerrieri dell’ordine costituito, anche se a parole si scagliano contro i potenti. Fanno leva sul verosimile per legittimare punti di vista che di sovversivo hanno ben poco, come testimonia l’esperienza on line di movimenti politici come gli italiani pentastellati o i blog legati alla destra evangelica negli Stati Uniti. La radice del problema – la gogna mediatica – sta dunque nel modo di produzione dell’opinione pubblica, cioè in quel dispositivo che produce consenso all’ordine costituito.
Noam Chomsky ha scritto molto sulla fabbrica del consenso, riferendosi a come gli stati nazionali hanno usato la comunicazione per legittimare la propria volontà di potenza. Come è noto, nella Rete la produzione di opinione pubblica non ha solo a che fare con il consenso, ma anche con un settore economico specifico, quello dei Big Data. Jon Ronson non affronta tutto ciò. Relega i suoi case studies delle distorsioni della comunicazione pubblica. Ma più che una eccezione, le azioni dei giustizieri della rete sono dunque la norma. Perché contribuiscono a una sovrapproduzione di informazione, fattore fondamentale alla crescita dei Big Data e delle cloud che devono puntare a saturare l’infosfera per produrre accumulo dei dati da elaborare e trasformare in merci. Il conflitto, come suggerisce una giovane radical intervistata da Ronson, riguarda proprio questo modo di produzione.
La ricerca della verità sta quindi nella messa a critica del modo di produzione capitalistica dell’opinione pubblica. È su questo tornante che i giustizieri della rete possono perdere l’aura dei ribelli a favore dell’ordine costituito per indossare, finalmente, gli abiti dei militanti politici contro l’ordine costituito.

- Benedetto Vecchi - Pubblicato su Il Manifesto del 9/12/2015 -

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fonte: Il Manifesto

mercoledì 17 febbraio 2016

Deriva/ti

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La dérive: superamento dell’arte o opera d’arte?
- di Anselm Jappe -

Tracciare i confini tra la «deriva» di origine situazionista, la flânerie, la passeggiata, la città come soggetto artistico e l’urbanismo sembra facile. Ecco allora il passare comodamente da un tema all’altro, da Debord a Walter Benjamin, da Baudelaire all’arte razionale, dall’esplorazione delle catacombe parigine alla Land Art. In questo testo propongo di concentrarmi sul rapporto tra deriva situazionista ed alcune pratiche artistiche contemporanee e di interrogarmi sulla filiazione.
Quando oggi parliamo di artisti che fanno appello all’esperienza situazionista, li collochiamo, in effetti, affianco al «détournement», alla «deriva» e alla «psicogeografia», all’esplorazione urbana. A tale proposito vengono citati dei gruppi come quello italiano, Stalker (1), e artisti del calibro di Philippe Vassort, Gabriel Orozco, Francis Alys, oltre a coloro le cui opere sono state esposte, nel 2003, al Palais di Tokyo in occasione della mostra «Global Navigation System». Le derive psicogeografiche, insieme al détournement, in Italia, negli anni Novanta, erano ugualmente al centro delle prime attività del gruppo Luther Blisset. Al di là del contesto artistico, sembra che la psicogeografia sia diventata, soprattutto in Gran Bretagna, un punto di riferimento nel campo dell’arte, della letteratura, dell’architettura, delle manifestazioni, del cinema e del militantismo politico-sociale; come dimostra Will Self, autore di romanzi popolari con la sua rubrica PsychoGeography, pubblicata inizialmente sulla rivista della British Airways, adesso sul quotidiano The Indipendent. (2)

Parlando di esperienze simili, il riferimento ai situazionisti, ai lettristi e alla deriva che hanno inventato, appare quasi inevitabile, è d’obbligo. Ma è appropriata questa filiazione, è giustificata? Il fatto stesso di porsi la domanda potrebbe stupire. Sarebbe in effetti paradossale ricorrere al principio di autorialità e giudicare gli artisti di oggi sulla base della loro fedeltà allo spirito situazionista – tanto più che, in genere, questi artisti non pretendono affatto di riprodurre l’esperienza situazionista. Vogliono semplicemente prenderla come punto di partenza per farne qualcos’altro. Senza contare che spesso sono i critici d’arte o i media ad attribuire l’appellativo «situazionista» a degli artisti che non immaginano di farlo di propria iniziativa. Il valore delle pratiche artistiche che si vogliono figlie della deriva situazionista, o che sono considerate tali dalla critica, non si discute.
Tuttavia è possibile analizzare le innegabili differenze tra la deriva originale e le pratiche contemporanee – non per distribuire il marchio di autenticità, bensì per evitare di far annegare la specificità situazionista nel calderone. A parte camminare in città, siamo di fronte allo stesso progetto? Oppure, in altre parole, l’esperienza situazionista è stata necessaria affinché esista oggi la passeggiata come attività artistica? Possiamo dire che, nonostante un certo rigoglio di artisti contemporanei che passeggiano, la deriva dei situazionisti e dei lettristi è rimasta priva di eredi, così come molte altre cose che hanno fatto? Se un simile approccio non dirà niente sul valore delle pratiche comparate, aiuterà forse a comprendere un po’ meglio la differenza tra due epoche, e di conseguenza anche tra le pratiche culturali nate nel mentre.

La deriva, così come è stata sviluppata a partire dal 1953 dai «giovani lettristi» (e soprattutto da Guy Debord e Ivan Chtcheglov), non era concepita come una forma artistica. Si trattava di inventare un nuovo tipo di vita, e in questo senso la deriva si collocava all’interno della tradizione surrealista – del primo surrealismo, quello degli anni venti, che voleva inventare un nuovo modo di esistere nel quotidiano, anziché produrre degli oggetti artistici. Tutt’al più i protagonisti scrivevano sulle proprie esperienze. Per Debord ed i suoi amici, la deriva era un modo di vita permanente, piuttosto che un’esplorazione temporanea della città. Poteva durare dieci giorni o qualche mese. Ecco allora che acquista un senso diverso, ovvero quello di una fetta di vita errabonda, estremamente intensa. Nel 1954, sulla rivista dell’Internazionale lettrista Potlatch si leggeva: «Arthur Cravan è psicogeografico nella pressante deriva» (3), nella sua deriva durata quasi per tutta la sua breve vita, soprattutto in quanto «disertore di diciassette nazioni», come lo ricorderà in seguito Debord (4). Allo stesso modo, i giovani lettristi vedevano nel romanzo Sotto il vulcano di Malcom Lowry, molto ammirato, il racconto di una deriva su un fondo d’alcool. (5) La loro attività, nell’insieme, era una deriva, e Debord stesso lo affermò venticinque anni dopo: «La formula per capovolgere il mondo non l’abbiamo cercata nei libri, bensì errando. Era la deriva delle grandi giornate, quando niente assomigliava al giorno prima, e non si arrestava mai. Incontri sorprendenti, ostacoli significativi, tradimenti grandiosi, incantesimi pericolosi, non mancava niente nella ricerca di un altro Graal funesto, voluto da nessuno» (6).
La deriva porta molto meno all’esplorazione di qualcosa di completamente nuovo, e un po’ più verso un’osservazione diversa di ciò che si conosce già, al limite può consistere nel passare da un bar a quello accanto, o nel limitarsi in uno spazio stretto come quello della stazione di Saint-Lazare (7). Il nomadismo è al contempo mentale, e possono farne parte delle letture, delle discussioni, delle fantasticherie e soprattutto delle bevute. Si potrebbe dire che le derive «esplicite», con un inizio ed una fine, come quelle raccontate da Debord nei «Due resoconti di una deriva» (8), non sono che i punti culminanti di un’esistenza condotta come un’eterna deriva. Nel 1959, Debord afferma che «le esperienze di deriva, di fatto, sono state fatte, e sono state lo stile di vita dominante di qualche individuo per diverse settimane o mesi» (9). In seguito, Constant, membro dell’I.S. dal 1958 al 1960, ha elaborato il progetto per la sua ben nota città utopica Nuova Babilonia, all’epoca fortemente influenzato da Debord. Si pensava dovesse servire per una «deriva continua» degli abitanti su scala mondiale. Si sarebbe dovuta chiamare infatti Deriveville. (10)
La deriva lettrista non era compatibile con uno stile di vita borghese e «il sentimento della deriva si ricollega naturalmente ad un modo più generale di affrontare la vita» (11). Faceva parte di un progetto di vita globale, non lo si poteva esercitare soltanto durante delle ore prestabilite per poi ritornare a lavoro. Non generava alcuna rendita economica, non era soggetta a ricevere l’ammirazione «del mondo dell’arte» e non si sottoponevano i risultati raggiunti alla commissione urbanistica del comune. L’esplorazione urbana non era che una parte della «ricerca del passaggio a nord-est» che avrebbe dovuto condurre alla «vera vita» – metafora utilizzata a più riprese da Debord, tratta a sua volta dalle opere dello scrittore inglese Thomas de Quincey. La deriva fa parte di un’attitudine sovversiva permanente che, tra le altre cose, vuole uscire dall’arte così come da ogni altra forma di alienazione della società borghese. Era anzitutto una condizione d’animo che acconsentiva a delle esplorazioni urbane che non erano soltanto delle semplici passeggiate o flâneries. Nel suo testo programmatico «Teoria della deriva», pubblicato nel 1956, Debord in effetti si preoccupa di stabilire questa distinzione fin dall’inizio: «tra le diverse norme situazioniste, la deriva si definisce come tecnica di passaggio prematuro attraverso vari ambienti. Il concetto di deriva è indissolubilmente legato al riconoscimento degli effetti della natura psicogeografica e all’affermazione di un comportamento ludico-creativo, cosa che si oppone totalmente alle nozioni classiche di viaggio e passeggiata» (12). Questi ultimi infatti, contrariamente alla deriva, non portano ad un atteggiamento ludico-creativo, restano piuttosto nella pura contemplazione, nell’inattività, nel godimento estetico. Tutti gli sforzi situazionisti miravano invece ad uscire dalla contemplazione socialmente organizzata – che chiamano spettacolo – per andare verso la realizzazione di quel contenuto che l’arte si limita a guardare impotente. La città rappresentava per loro un «teatro delle operazioni» (13), un terreno d’intervento.

La deriva non era soltanto un’osservazione di ciò che esiste già. I deriveurs si consideravano piuttosto degli esploratori, dei «giovani persi» sempre pronti a lanciare un attacco, e proprio quell’attacco diventava la trasformazione di ciò che esiste già. Le metafore militari – tanto care a Debord – rivelano un rapporto aggressivo con il mondo circostante e il desiderio di intervenire in maniera forte. Il centro d’interesse era piuttosto la città così come potrebbe essere, oppure, come sostenevano i situazionisti, un «paesaggio da inventare» (14). Del resto, le proposte utopiche come il Formulario per un nuovo urbanismo si Ivan Chtcheglov (15) e l’idea di Urbanismo unitario rivelavano, affianco al loro innegabile lato ludico, il progetto di ricostruire in lungo e in largo le città, poiché quelle esistenti sono il testimone di una cattiva storia, scritta dai poteri del posto. La critica risoluta all’urbanismo, che ha costituito uno degli elementi più caratteristici dell’agitazione situazionista negli anni ’60, era evidentemente una conseguenza delle perlustrazioni psicogeografiche degli anni ’50, oramai private della parte «costruttivista» e ludica.
Si può constatare che tra i situazionisti, e già tra i giovani lettristi, l’aspetto «poetico», vale a dire «magico» della città e della sua scoperta era nettamente meno importante rispetto ai surrealisti. Per Debord e i suoi, il contesto doveva essere ben più «materialista»: è l’ambiente a fare gli uomini, bisogna dunque agire sui luoghi per creare delle nuove situazioni – in un primo tempo a piccoli gruppi, in seguito a livello della società intera. Ecco il rimprovero generale che i situazionisti indirizzavano ad altri situazionisti: di meravigliarsi troppo davanti al mondo, anziché intervenire.
A partire già dal 1954, Debord parla di un’«etica della deriva» (16). Non è dunque né «un’esperienza estetica» («il nostro tempo vede morire l’Estetica» scrive Debord in uno dei suoi primi testi (17)), né una «tecnica» applicabile a qualsiasi ambiente o contesto. Quando nel 1960 un gallerista tedesco propose ai situazionisti di organizzare una deriva nella città di Essen – una città industriale della Ruhr, senza memoria né storia – Debord rispose sostenendo che quella città era «inappropriata per la deriva» (18). Il misero piano psicogeografico di Parigi che concepì poco più tardi, nel 1988, indica che perfino la Ville-Lumière non è più adatta alla deriva, o quasi, e da oramai tanto tempo (19). Amsterdam, al contrario, almeno negli anni ’60, era considerata dai situazionisti una città degna di essere esplorata da gruppi di deriveurs muniti di strumenti tecnologici come dei walkie-talkies. Tuttavia il progetto della deriva che si sarebbe dovuta tenere nel 1960 in occasione di un’esposizione sul labirinto progettata dai situazionisti in un museo di Amsterdam fu infine annullato – probabilmente anche perché avrebbero corso il rischio di far entrare la deriva nel mondo dell’arte (20). Ed è stato proprio a partire da quel momento – da quel pericolo scampato – che Debord ha spinto definitivamente verso una rottura con ogni pratica artistica, consacrata dall’I.S. nel 1962.
Sebbene non si situasse in una prospettiva artistica, la deriva non era totalmente estranea all’arte: si trattava fin dall’inizio di praticare il «superamento dell’arte», anche se Debord non utilizzava ancora questa parola di origine hegeliana. L’idea era tuttavia presente già nel 1954: la storia dell’arte si è conclusa, si tratta adesso di realizzarne il contenuto nella vita quotidiana, nella situazione costruita, in nuovi comportamenti e negli ambienti propizi a stimolarli. Le arti tradizionali, dal teatro all’architettura, dovevano contribuire a creare le condizioni materiali e spirituali di un’altra vita. La deriva trae dunque il proprio senso inserendosi in questo progetto grandioso.
La deriva lettrista e situazionista non era artistica in senso abituale, la sua forza risiedeva piuttosto nella combinazione di due aspetti. Da un lato, quello che si potrebbe dire «scientifico» e che si esprimeva attraverso delle osservazioni sistematiche e si ripeteva nella produzione di piani psicogeografici. Dall’altro lato, la componente «avventura», più prossima allo spirito surrealista. Qui come altrove, i lettristi ed i situazionisti volevano essere dei surrealisti più «razionali», materialisti e politici, come lo erano nei loro «progetti di abbellimento razionale della città di Parigi» (21), détournement delle possibilità di «abbellimento irrazionale di una città» proposta venticinque anni prima dal gruppo surrealista. Vediamo qui la capacità di trasfigurare la realtà, che può ricordare quella dei bambini per i quali un colore diventa un passo di montagna pericoloso e la cantina di un palazzo si trasforma nella grotta di Ali Babà. La carta di Parigi di Ivan Chtcheglov (22)– o dei pezzi di carte geografiche di paesi esotici come l’Alaska o l’Africa vengono incollati su un piano di Parigi – lo dice chiaramente: si trattava di attraversare i diversi luoghi di Parigi come se fossero il paese più esteso e avventuroso del mondo. Senza alcun bisogno di incorrere in avventure pericolose in senso tradizionale e letterale del termine (come fanno ad esempio gli speleologi(23)): chi sa vedere la città in maniera differente – e lo sa fare poiché vive in maniera differente – può percorrere le strade attorno a Place Contrescarpe nel V arrondissement come se si trattasse di un continente i cui contorni si scoprono man mano (24). La rivolta dei sensi, ottenuta soprattutto grazie all’alcool, aiutava a mettersi nella giusta predisposizione d’animo. Ma fino ad ora non si è sottolineato abbastanza il lato «infantile» di questa trasfigurazione della realtà, al quale i surrealisti erano forse più sensibili («Ogni mattina dei bambini escono tranquilli. Tutto è vicino, le peggiori condizioni materiali sono eccellenti. I boschi sono bianchi o neri, non si dormirà mai […].Lo spirito che si immerge nel surrealismo rivive con esaltazione la parte migliore della propria infanzia. […] È forse l’infanzia che più si avvicina alla “vera vita” […] Grazie al surrealismo, sembra che ritornino le sue possibilità. È come se si corresse ancora per salvarla, o perderla. Si rivive, nell’ombra, un terrore prezioso […]. Si attraversa con un trasalimento ciò che gli occultisti chiamano dei «paesaggi pericolosi» (25) si legge nel primo Manifesto Surrealista – le parole paesaggio pericoloso sono sottolineate da Breton). I situazionisti, al contrario, non hanno mai fatto riferimenti positivi all’infanzia.
I lettristi e i situazionisti non sono stati gli inventori di quello sguardo trasfiguratore che «raddoppia» la realtà. Lo si ritrova, ad esempio, in un racconto di Edgar Allan Poe, I ricordi di M. Auguste Bedloe, che Debord amava molto (26) così come in alcune poesie di Rimbaud. Ma i situazionisti ritenevano possibile passare alla realizzazione di quei sogni diurni – e non soltanto in quanto destino individuale, bensì sotto forma di rivoluzione sociale, o di un’altra forma di avventura collettiva. Ecco perché avevano vissuto le loro derive, fin dall’inizio, come una ripresa delle erranze dei cavalieri nella foresta, di cui parlano i racconti medioevali. Deriva non significa abbandonarsi al caso, ma calcolare verso quali impressioni e quali situazioni si vuole andare, l’avventura per loro non era da subire bensì da costruire. In uno dei suoi primi testi, Per una costruzione delle situazioni, scritta nel 1953, a 21 anni, Debord proclama: «la nostra influenza nelle arti non è che l’abbozzo della superiorità che intendiamo avere sulle nostre avventure, destinate a degli azzardi comuni» (27). La deriva doveva vivere dell’unità contraddittoria della sregolatezza e della sovranità.
Tuttavia Debord, ben presto, accantona le inclinazioni mistiche nonché sentimentali – diciamo troppo «poetiche» – di Chtcheglov per dare un carattere più sistematico, razionale e «scientifico» alla deriva, senza tuttavia dimenticare l’effetto di «spaesamento» personale. Nel 1959 scrive per Constant delle note sul rapporto tra ecologia e psicogeografia (per ecologia all’epoca si intendeva una sociologia urbana di origine americana, rappresentata in Francia soprattutto dalle ricerche del sociologo Chombard de Lauwe, citato a più riprese nelle pubblicazioni situazioniste). Scrive Debord: «l’ecologia propone lo studio della realtà urbana di oggi e ipotizza qualche riforma necessaria per armonizzare il contesto sociale che conosciamo. La psicogeografia, che non ha senso se non come dettaglio di un’impresa di rovesciamento di tutti i valori della vita attuale, si colloca sul terreno della trasformazione radicale dell’ambiente. Lo studio di una “realtà urbana psicogeografica” non è che un punto di partenza per le costruzioni più degne di noi». E ancora: «leghiamo l’urbanismo ad una nuova idea di piacere e, più in generale, esaminiamo l’unità di tutti i problemi di trasformazione del mondo; non riconosciamo la rivoluzione se non nella sua totalità». È dunque, a ragione, la prospettiva della totalità a distinguere la psicogeografia dall’ecologia, o meglio dalla sociologia urbana. Ed è legata al proseguo della società esistente, con il lavoro e i divertimenti, senza riuscire a immaginarne un cambiamento radicale. Scrive di nuovo Debord: «l’ecologia è rigorosamente prigioniera dell’habitat e dell’universo del lavoro […] l’ecologia coglie infatti soltanto la pseudo-libertà del divertimento che è il sottoprodotto necessario al mondo del lavoro» (28). Frasi che suonano ancora attuali!
Lo spaesamento personale e la ricerca di un urbanismo psicogeografico sono dunque due aspetti della deriva. In «Teoria della deriva», Debord fa l’esempio del taxi: prenderlo durante una deriva significa che il deriveur «si affeziona soltanto ad uno spaesamento personale. Se si tiene all’esplorazione diretta di un territorio, si mette al primo posto la ricerca di un urbanismo psicogeografico» (29). Questi due aspetti sono spesso uniti, ma nel corso degli anni è stato possibile osservare tra le derive proposte dai lettristi e successivamente dai situazionisti uno spostamento in favore del secondo aspetto. L’ultimo articolo consacrato esplicitamente alla psicogeografia è il «Saggio di descrizione psicogeografica del quartiere parigino Les Halles» dovuto a Abdelhafid Khatib e pubblicato nel 1958 sul primo numero dell’Internazionale Situazionista. Tende piuttosto all’aspetto «ecologico».
Ci si potrebbe quasi sorprendere del fatto che già da piccolo Debord combinasse l’aspirazione a elaborare una nuova vita su scala globale – a un’altra civilizzazione – con delle preoccupazioni psicogeografiche talvolta davvero minuziose. Ma per lui, come spesso sosteneva, tutto serve a «elaborare comportamenti totalmente nuovi» (30). È proprio questa coesione tra l’azione concreta e la prospettiva universale ad essere cambiata nel tempo. La deriva, all’epoca, non era una pratica artistica né anti-artistica o semplicemente sociologica, non era neppure soltanto un divertissement, ma costituiva un primo abbozzo di superamento dell’arte, di quella soppressione e realizzazione dell’arte per tutto il tempo creduto possibile dai situazionisti.

- Anselm Jappe - Pubblicato su Millepiani/Urban n°5 del 2013 -


Note

1. Vedi in proposito Anselm Jappe, «Stalker: l’Art en marche», in LAURA n.8, cttobre 2009.
2. Secondo http://en.wikipedia.org/wiki/Psycogeography, visitato il 3.11.2010
3. Potlatch n.2 (1954), in Guy Debord, Oeuvres, Gallimard, collection Quarto, Parigi, 2006, p. 136
4. In Girum imus nocte et consumimur igni (1978), in Oeuvres, p. 1362
5. Si veda la lettera di Guy Debord a Patrick Straram del 31.10.1960 in Guy Debord, Correspondance, vol. II, Fayard A., parigi, 2001, pp. 37-42
6. In Girum imus nocte et consumimur igni (1978), in Oeuvres, p. 1378
7. Théorie de la dérive, pubblicata in “Les lèvres nues” n. 9, (1956), in Oeuvres, p. 254
8. Deux compte-rendusde dérive, pubblicati in “Les lèvres nues” n. 9, (1956), in Oeuvres, p. 257-263
9. “Écologie, psychogèographie et transformation du milieu humain”, (1959), in Oeuvres, p. 457
10. Guy Debord, Correspondance, vol I, A. Fayard, Paris, 1999, p. 336
11. “Théorie de la dérive”, in Oeuvres, p. 257
12. “Théorie de la dérive”, in Oeuvres, p. 251
13. Titolo di un passo della sezione francese dell’I.S. (1958), in Oeuvres, p. 354
14. Cahiers pour un paysage à inventer era il nome di una rivista nella quale Patrick Staram, ex membro dell’Internazionale Lettrista, ha pubblicato in Canada, nel 1960, una serie di testi situazionisti (c.f. Internationale Situationniste n.5, p.10)
15. Riprodotto in Internationale Situationniste n. 1 (1958)
16. «Risposte dell’Internazionale lettrista a due inchieste del gruppo surrealista belga» (1954), in Oeuvres, p. 121
17. “Manifeste pour une construction de situations”, (1953), in Oeuvres, p.105
18. Die Welt als Labyrinth, in “Internationale Situationniste”, n. 4 (1960), p. 7
19. In Oeuvres, p. 1652-53
20. Die Welt als Labyrinth, in “Internationale Situationniste”, n. 4
21. Progetto d’abbellimento razionale della città di Parigi, (1955) in “Potlatch” n. 23, in Oeuvres, pp.213-216
22. Riprodotto in Figures de la négation. Avant-gardes du dépassement de l’art (organizzazione Yan Ciret), Museo d’arte moderna Saint-Étienne, 2004, p.23
23. Progetto d’abbellimento razionale della città di Parigi, (1955) in “Potlatch” n. 23, in Oeuvres, pp.213
24. Guy Debord Position du Continent Contrescarpe, in “Les Lèvres nues” n. 9 (1956), in Oeuvres, p. 264
25. André Breton, Manifeste du surrealisme (1924), Gallimard, collection Folio, Paris, 1988, pp.13-14 e 52
26. Lettera a Ivan Chtcheglov del 1954, in Guy Debord, Le Marquis de Sade a des yeux de fille, Fayard A., Parigi, 2004, p. 173
27. In Oeuvres, p. 107
28. “Écologie, psychogéographie et transformation du milieu humain” (1959), in Oeuvres, p. 457- 462
29. In Oeuvres, p. 254
30. “Risposte dell’Internazionale lettrista a due inchieste del gruppo surrealista belga” (1954), in Oeuvres, p. 119.

Traduzione a cura di Martina Tempestini

fonte: Undo.net

martedì 16 febbraio 2016

Guerra e Capitalismo

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Che relazione c’è tra guerra e capitalismo? Storicamente la guerra è stata considerata figlia del capitalismo. È il caso della concezione materialistica della storia nell’ottica dell’imperialismo come fase suprema del capitalismo. Ma la guerra è anche, se non soprattutto, madre del capitalismo. Innovando completamente lo scibile sociologico dell’epoca come quello dei nostri giorni, e invertendo l’ordine della relazione tra i due fenomeni, con questa opera Werner Sombart documenta tutti i processi sociali che hanno portato il mondo militare ad essere una delle fonti principali del capitalismo. Unica nel suo genere per intuizioni originali e capacità di dimostrazione dei relativi assunti, allora come oggi quest’opera costituisce un riferimento imprescindibile per comprendere la storia economica e militare di tutte le società moderne (se non la modernità tout court) e sopratutto le origini del capitalismo. L’analisi minuziosa di un patrimonio enorme di dati rende inoltre il lavoro uno tra i più autorevoli studi classici della (allora nascente) sociologia, quale scienza sociale empirica. - ( dal risvolto di copertina) -

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Werner Sombart e il militare costituente
- di Massimiliano Guareschi -

Nel 1895 Friedrich Engels indirizzò una missiva al giovane Werner Sombart in cui si congratulava per un articolo da questi pubblicato definendolo come il primo serio tentativo di comprendere Marx da parte di un accademico tedesco. Al tempo il destinatario era un convinto marxista e militante socialista. Il suo percorso politico lo avrebbe portato altrove. La critica al capitalismo si sarebbe trasformata in nostalgia antimoderna, sempre più venata di tinte razziste, nazionaliste e antisemite. Con l’avvento del nazismo, Sombart pensò che fosse venuto il suo momento e il nuovo regime avrebbe guardato alle sue idee e alla sua persona come fonte di ispirazione. Non fu così, da parte di un regime allo stesso tempo troppo moderato, sul versante dell’ordine proprietario, e radicale, al livello della politica razziale, per farsi influenzare da un autore che, nonostante il suo riorientamento a destra, continuava a citare Marx come autore di riferimento. Se l’itinerario politico di Sombart è assai movimentato non lo stesso si può dire dei suoi interessi teorici che tenderanno costantemente a gravitare intorno a un tema: il capitalismo. La prima edizione del suo Il capitalismo moderno può essere vista come il punto di avvio in Germania di un ampio dibattito sull’origine, la logica e il futuro del capitalismo che nei primi decenni del secolo avrebbe coinvolto, in un gioco di rimandi reciproci, figure come Max Weber, Lujo Brentano o il Georg Simmel della Filosofia del denaro.

Le idee del 1914
Il capitalismo moderno pubblicato in prima edizione nel 1902 sarà riproposto in edizione ampliata e rielaborata nel 1927. Il percorso che conduce da un’edizione all’altra è scandito da una serie di altri volumi volti a sviluppare singoli snodi tematici riguardanti la questione principe della riflessione sombartiana. Fra essi si possono ricordare Gli ebrei e la vita economica (1911) che, in dialogo critico con le posizioni weberiane, enfatizza il ruolo degli ebrei nella genesi del capitalismo, o Il borghese (1913) sull’origine e le componenti antropologiche dell’imprenditore. Sempre nel 1913 escono i due volumi degli Studi sulla storia dello sviluppo del capitalismo: Il primo, Lusso e capitalismo, incentrato sulla funzione della domanda di beni suntuari da parte delle corti nel decollo dell’economia capitalista, il secondo, Guerra e capitalismo, di cui mimesis manda in libreria la prima traduzione italiana (pp. 265, euro 24, a cura di Roberta Iannone).
Allo scoppio della Prima guerra mondiale, Sombart avrebbe aderito attivamente alle «idee del 1914», a una prospettiva che vedeva nella guerra un momento di rigenerazione collettiva contro l’individualismo utilitaristico nello scenario di una lotta fra la Kultur e le tendenze uniformanti della Zivilisation anglo-francese. In tale contesto si colloca la stesura di Händler und Helden, incentrato su una lettura del passato e del presente in termini, appunto, di contrapposizione fra mercanti ed eroi, con la prima tipologia che farebbe capo agli inglesi e la seconda ai tedeschi. Anche all’interno della dimensione capitalistica, da questo punto di vista, si esprimerebbe una dicotomia fra una modalità da mercante, incentrata parassitariamente sul prelievo e la speculazione finanziaria, tipica di una linea che dagli ebrei conduce agli inglesi, e una forma di imprenditoria più «eroica», incentrata sull’assunzione di responsabilità e correlata a quella che talvolta oggi si definisce, fra non pochi equivoci, «economia reale».
Un classico mancato
La guerra è un tema scarsamente considerato dalla sociologia, sia da coloro che, saranno riconosciuti come i padri fondatori della disciplina, Weber e Durkheim, sia dalla ricerca successiva, in genere poco propensa a tematizzare il carattere sociale di quella che a prima vista appare come la manifestazione per eccellenza dell’asocialità. Di conseguenza, non si può che guardare con curiosità a un’opera come Capitalismo e guerra in cui un «classico mancato» della sociologia come Sombart pone il fatto bellico al centro della sua analisi, attraverso la mediazione della sua ossessione teorica, il capitalismo.
Il volume del 1913, ancora lontano dagli schemi militanti di Mercanti ed eroi, si incentra su un arco storico che dal tardo Medioevo giunge alla fine dell’Ancien régime e mira a tematizzare il contributo offerto dalla guerra e, in particolare, dall’organizzazione militare alla strutturazione di un’economia di tipo capitalista. Di contro all’idea positivistica secondo cui guerra e società industriale corrisponderebbero a due matrici fra loro incompatibili, Sombart evidenzia come la dimensione militare, lungi dal porsi come antitetica, risulti costitutiva dell’impresa rivolta al profitto. Per verificare tale ipotesi le prime analisi sono dedicate all’impatto del reclutamento militare sulle finanze di città e stati in via di consolidamento. Si tratta di un tema che sarebbe stato caro al Braudel di Civiltà materiale, economia e capitalismo, non a caso fra i pochi autori del dopoguerra a esprimere un giudizio favorevole su Sombart, ulteriormente approfondito dalla storiografia militare più avvertita, in particolare Geoffrey Parker, e da grandi sintesi di sociologia storica come quelle di Charles Tilly o Michael Mann. Se all’interno di tale linea di ricerca l’accento è posto soprattutto sui processi di consolidamento istituzionale indotti dall’esigenza di razionalizzare il prelievo fiscale, in Sombart l’attenzione è rivolta soprattutto agli strumenti finanziari elaborati al fine di garantire a sovrani e città il reclutamento di eserciti sempre più costosi e sull’accumulazione (originaria?) dei profitti derivanti da tali attività presso i negoziatori privati.
A parere di Sombart la comprensione della genesi del capitalismo è stata viziata dall’abitudine di assumere come punto di osservazione l’industria tessile. Ciò ha spinto a tralasciare l’impatto avuto dai settori connessi con la guerra, ossia la fabbricazione di armi, la cantieristica navale e le forniture alle truppe, con tutto l’indotto che ne conseguiva.

Modelli produttivi
A ciascuno di questi ambiti Guerra e capitalismo dedica ampi capitoli che, con grande sfoggio di dati, evidenziano il ruolo pionieristico da essi svolto in termini di superamento delle forme artigianali di produzione per rispondere alle esigenze di una domanda di prodotti standardizzati quantitativamente senza precedenti proveniente da eserciti e marine sempre più grandi. L’indagine sombartiana, tuttavia, non si svolge solo sul terreno della storia economica. Nel testo emergono significative variazioni rispetto al tema dello spirito del capitalismo. In tal senso, si evidenzia come le qualità di ascesi intramondana attribuite all’imprenditore capitalista, che nella tesi di Weber erano prioritariamente associate all’etica calvinista, caratterizzino anche l’universo degli eserciti moderni. In tal senso, nelle parole di Sombart, puritanesimo e new model army procedono di pari passo, manifestando una gemellarità all’insegna del disciplinamento.
A più di un secolo di distanza dall’uscita Guerra e capitalismo può essere assunto come una tessera di quel ricco dibattito sul Kapitalismus sviluppatosi in Germania all’inizio del secolo passato oppure come un momento inaugurale di prospettive di ricerca sviluppatesi in seguito su tematiche quali le strategie di disciplinamento o gli effetti costituenti della guerra nella prima modernità. Ma il libro ci consegna anche un problema. Quali sono oggi gli effetti costituenti della guerra, in senso sia politico sia economico? In proposito, le risposte valide per il passato non appaiono proiettabili sul presente.
La questione del complesso digitale-militare-industriale, per esempio, non può essere considerata come una semplice variante high tech di dinamiche precedenti. Se per secoli il militare è apparso come l’incubatore di innovazioni sia tecnologiche sia organizzative destinate in seguito a essere trasferite in ambito civile, oggi il percorso non appare così rettilineo. Anche i maggiori contractor del settore militare, nonostante le ricche commesse, non risultano in grado di tenere il passo con il tasso di innovazione che sono in grado di captare le grandi corporation «civili». Da qui il crescente ricorso dell’industria militare alle tecnologie duali e all’approvvigionamento on-the-shelf. Ne consegue che il complesso digitale-militare-industriale si presenta come una realtà sempre meno autosufficiente e più difficilmente isolabile a fronte del proliferare di filiere che intrecciano militare e civile e in cui la prima dimensione non sempre svolge la dimensione trainante riscontrabile in passato.

Fallimenti statali
Una ricca letteratura ha evidenziato come gli eserciti abbiano svolto un ruolo chiave nell’elaborazione di modalità organizzative e disciplinari, a partire dalla scomposizione e sincronizzazione delle mansioni o dall’articolazione delle gerarchie di comando, che si sarebbero in seguito riversate nell’universo industriale e burocratico. Oggi, diversamente, sembra di assistere al processo inverso, con il tentativo di adeguare gli eserciti alle modalità di organizzazione del lavoro tipiche del management postfordista. Lo mostrano i processi di ristrutturazione che in questi decenni hanno interessato i dispositivi militari, in cui emergono tendenze al downsizing, al just-in time, al subappalto e all’esternalizzazione per molti tratti analoghe a quelle che hanno rimodellato il settore industriale e dei servizi. Se dal terreno economico si passa a quello politico, invece, l’interrogativo riguarda il tipo di spazialità politiche di cui oggi le guerre sono costituenti.
Generalizzando, si può notare come gli esiti di un ampio spettro di conflitti armati, dai regimi presidiati scaturiti dagli interventi a guida statunitense al carattere endemico delle guerre africane passando per lo stallo istituzionalizzato in Israele/Palestina o la morfologia di Daesh, rimandino al fallimento di ogni progetto di state building e stabilizzazione regionale a favore della strutturazione di una cifra territoriale selettiva incentrata sulla securizzazione di determinate aree, circuiti e popolazioni. Si tratta di una matrice ad arcipelaghi ed enclave che emerge non solo nei contesti bellici ma all’interno di una pluralità di processi di ristrutturazione spaziale all’insegna della multiscalarità, del rescaling, della riconfigurazione dei dispositivi confinari, dell’attivazione di dinamiche selettive di connessione/deconnessione.
La guerra nella modernità europea ha svolto un ruolo fondamentale nell’omogeneizzazione dei territori e le popolazioni all’interno del perimetro statale. Negli scenari attuali, invece, essa ci appare costituente di altre forme di spazialità politica, meritevoli di essere analizzate per quello che sono e non solo per la mancata conformità ai canoni dell’ordine nazionale-internazionale.

- Massimiliano Guareschi - Pubblicato su Il Manifesto, il 5/1/2016 -

fonte: Il Manifesto

lunedì 15 febbraio 2016

La contraddizione in movimento

container

Con "Il container e l'algoritmo" di Moritz Altenried, do inizio ad una serie di traduzioni di alcuni scritti apparsi in rete che individuano a mio avviso le principali tendenze presenti nell'attuale situazione socio-economica; scritti che non condivido necessariamente in toto, almeno per quanto riguarda presupposti e consclusioni - oppure categorie come quelle del lavoro e della "lotta di classe" ivi utilizzate - ma che tuttavia credo siano nondimeno degne di discussione nel quadro della necessaria emancipazione e fuoriuscita dal capitalismo. Uno sguardo acuto sulla "contraddizione in processo" del "soggetto automatico", così come si svolge economicamente e socialmente nella produzione, nella circolazione e nel consumo, dentro la crisi.

Il container e l'algoritmo: la logistica nel capitalismo globale
- di Moritz Altenried -

Voglio cominciare, riportando un'interessante osservazione di Thomas Reifer, secondo la quale oggi Marx comincerebbe Il Capitale sottolineando come la ricchezza delle nazioni contemporanee appaia sempre più come un'immensa collezione di container (Reifer, 2007). Anche se si può obiettare che un container ed una merce fanno parte di due categorie concettuali diverse, questa affermazione provocatoria è molto rivelatrice in quanto evidenzia l'importanza della logistica non solo in quanto industria ma in quanto prospettiva per comprendere il capitalismo contemporaneo.
Di conseguenza, propongo di differenziare tre significati del termine "logistica". In primo luogo, la logistica è un settore industriale o di mercato specializzato nello spostamento di cose che è cresciuta in importanza e che costituisce in quanto tale un oggetto di ricerca affascinante. In secondo luogo, la logistica è diventata in qualche modo una logica - o un dispositivo in senso foucaltiano - che è andata oltre il suo settore in senso stretto e che fonda il capitalismo contemporaneo. Per cui, quest'ultimo può essere compreso come un capitalismo di "catena di distribuzione", per riprendere l'espressione di Anna Tsing (Tsing, 2009). Se ciò è vero, allora la logistica, in terzo luogo, diviene una prospettiva di ricerca. Intendo difendere l'idea che la logistica può servire come una sorta di prisma che ci aiuta a comprendere in maniera critica la trasformazione in corso nel capitalismo globale. Questo senza tuttavia affermare che essa costituisca - o dovrebbe costituire - l'unica prospettiva possibile.
Ai fini del presente articolo, intendo mobilitare questa prospettiva basandomi su due tecnologie che hanno drasticamente cambiato sia la logistica che, come ho premesso, il capitalismo globale: il container e l'algoritmo.

Il container ovvero la rivoluzione logistica
Gli sviluppi della logistica o del trasporto dopo la seconda guerra mondiale sono stati spesso denominati "rivoluzione logistica", "la rivoluzione più sotto-studiata del XX secolo", come sostiene Deborah Cowen (Cowen, 2014, p.33). L'espressione "rivoluzione logistica" vuole descrivere il modo in cui il settore è drammaticamente cambiato dopo la seconda guerra mondiale, diventando a tutti gli effetti il centro di un nuovo regime di accumulazione globalizzata.
Ci sono molti modi di raccontare la storia della rivoluzione logistica - per esempio, a partire dal modo in cui il pensiero manageriale, concentrato soprattutto sulla produzione, abbia evoluto verso la gestione di tutta la catena di approvvigionamento, ivi incluso la progettazione ed il controllo, il trasporto e lo stoccaggio, le vendite, la riprogettazione ed il nuovo comando, oppure illustrando il modo in cui la logistica si è allo stesso tempo trasformata in una disciplina accademica. Ma ora vorrei concentrarmi su un oggetto tecnologico che incarna forse meglio di ogni altro l'avvento della logistica moderna: il container.
L'attuale sistema di container ha le sue origini negli Stati Uniti. Nell'ottobre del 1957, il primo porta-container salpa dal porto di Newark, New Jersey, diretto a sud di Miami, carico di grosse scatole d'acciaio standardizzate ai fini del trasporto intermodale e sviluppate da due imprenditori logistici, Malcom Mc Lean e Roy Fruehauf. Era da più di cent'anni che esistevano dei sistemi di contenitori e che venivano fatti dei tentativi di standardizzazione, ma fu il sistema di Mc Lean e Fruehauf che mise radici, se non altro in ragione del fatto che venne adottato dall'esercito americano al fine di rispondere alle necessità logistiche della guerra del Vietnam. Il loro modello di contenitore si riduceva ad una scatola di acciaio impilabile che poteva essere trasferita, per mezzo di speciali gru, dai treni o dai camion sulle navi. Questa scatola diede però inizio ad un cambiamento spettacolare: permise non solo di economizzare molto tempo e molto spazio, richiesti per caricare e scaricare in ciascun porto, ma consentì anche di fare a meno di un enorme numero di lavoratori portuali. In tutto il mondo, i sindacati tentarono di opporsi a questo processo; nel 1980, il Sindacato internazionale degli scaricatori difese davanti alla Corte Suprema ciò che considerava come un suo diritto: scaricare merci sulle banchine. Naturalmente, non ci riuscì.
Oggi, la circolazione globale delle merci si basa sul container marittimo standardizzato. Il 90% delle merci d'esportazione circola in container. L'unità standard è l'EVP (equivalente a 6, 096 metri). Wal-Mart importa circa 700mila EVP ogni anno, ovvero, detto in altri termini, circa 30mila tonnellate al giorno (Bonacich & Wilson, 2008 , p. 25). Un grande porto come Amburgo o Rotterdam gestisce ogni giorno più di 25mila di questi container. Quest'industria genera degli enormi profitti, ad esempio un porto come Amburgo nel 2014 ha prodotto un valore aggiunto lordo di 20miliardi di euro. L'impresa di contenitori danese Maersk rappresenta da sola circa il 20% del PIL della Danimarca. Maersk opera con più di 600 navi per una capacità totale di 2,6 milioni di EVP, e dispone di uffici in più di 100 paesi utilizzando un numero enorme di dipendenti. Malgrado il suo statuto di gigantesca impresa multinazionale, rimane sconosciuta, come lo sono molte delle imprese logistiche. Nonostante il fatto che coprano numerosi spazi, le operazioni e le infrastrutture logistiche sono molto raramente note alla maggior parte delle persone (anche se una volta che si conosce il nome Maersk, allora ci si accorge che i suoi container sono dappertutto). La logistica può quindi essere considerata, prendendo in prestito un concetto di Nigel Thrift (Thrift, 2005, p. 213), come una parte dello "inconscio politico" del capitalismo globale.

Anche se l'avvento della logistica non può essere spiegato a partire dal solo container, questo ha giocato un ruolo immenso. Il potere combinato della standardizzazione e dell'intermodalità ha sbaragliato il lavoro sulle banchine, ed ha permesso enormi risparmi di costi e di tempi ed un'accelerazione massiccia della circolazione. In questo modo, il container e la sua infrastruttura globale costituiscono dei presupposti della globalizzazione così come noi oggi la conosciamo. L'osservazione della tecnologia e dell'infrastruttura ci può aiutare a comprendere che cosa c'è in gioco nel capitalismo globale (nella narrazione della globalizzazione, l'accento tende ad essere messo piuttosto sugli accordi di libero scambio e sui programmi di adeguamento strutturale). Oppure, per parlare come Marx: "perciò, mentre il capitale tende, da una parte, necessariamente ad abbattere ogni barriera spaziale che si oppone alla circolazione, vale a dire allo scambio, ed a conquistare tutta la terra come suo mercato, dall'altra parte tende ad annientare lo spazio per mezzo del tempo, cioè a dire a ridurre al minimo il tempo che comporta il movimento da un luogo ad un altro. Più il capitale è sviluppato - e quindi più è esteso il mercato su cui esso circola e che costituisce l'itinerario spaziale della sua circolazione - più esso ricerca allo stesso tempo un'ancora più grande estensione spaziale del mercato ed un maggiore annullamento dello spazio per mezzo del tempo" (Marx, 2011, p. 500).
Le conseguenze della rivoluzione logistica sono spettacolari e troppo varie per poter essere discusse approfonditamente qui. Bisogna però, quanto meno, menzionare due dimensioni. La prima è il trasferimento del potere dai produttori ai venditori. La società Wal-Mart costituisce l'esempio più lampante. Il suo potere di mercato deriva in gran parte dal fatto che non solo è un gigante della logistica ma dal fatto che forse beneficia anche dell'orientamento logistico della sua strategia. La sua pianificazione spaziale organizzata intorno ai suoi centri di distribuzione, il suo innovativo management informatizzato dell'inventario ed il suo modo di configurare tutto al fine di accelerare la circolazione dei beni e di minimizzare i costi di magazzinaggio costituiscono dei fattori decisivi che fanno di Wal-Mart una delle più grandi aziende del mondo.
La seconda dimensione attiene all'evoluzione del modo in cui il capitale considera la logistica. Concepita inizialmente nei termini di una minimizzazione dei costi di post-produzione, diventa un settore dove possono essere generati enormi profitti. Naturalmente non si tratta di una novità nella misura in cui Marx sapeva già che il cambiamento di localizzazione di una merce data può esso stesso essere una merce in sé. Tuttavia, la riconcettualizzazione capitalista del trasporto, la sua evoluzione da processo post-produzione in cui i costi devono essere ridotti al massimo ad integrazione della produzione, della circolazione e, in maniera crescente, del consumo si rivela centrale per la rivoluzione logistica.
Questo porta ad una confusione nella distinzione fra produzione e circolazione, manifattura e trasporto o realizzazione e circolazione. Oggi, le merci vengono sempre più "prodotte su tutta l'estensione dello spazio logistico, piuttosto che in un solo luogo." (Cowen 2014a ;  p. 2). Questa tendenza si esprime in modelli come quello della produzione "just-in time". Ovvero, per parlare di nuovo con Marx, la logistica diventa sempre più un "presupposto comprensivo ed un momento della produzione" (Marx, 2011, p. 388).

L'algoritmo, ovvero la seconda rivoluzione
Per semplificare, si potrebbe affermare che l'informatizzazione della logistica implica una seconda rivoluzione logistica che ha scosso nuovamente l'industria, ed insieme ad essa il capitalismo globalizzato, in maniera spettacolare. La digitalizzazione della logistica coinvolge una moltitudine di dimensioni quali il software di spedizione, i pacchetti di gestione integrata (PGI), il GPS, il codice a barre, le più recenti tecnologie di radio-identificazione (RFID) e le infrastrutture associare. Tutti questi elementi costituiscono altrettante tecnologie volte ad organizzare, catturare e controllare il movimento delle persone, della finanza e delle cose. Nel processo crescente di integrazione, comprese le catene di distribuzione, vanno ad interessare anche la produzione. I media logistici, concepiti al fine di sorvegliare, misurare ed ottimizzare la produttività del lavoro e le operazioni delle catene di distribuzione, "tentano di standardizzare l'accumulazione capitalista dal livello micro dei dispositivi algoritmici al livello macro delle infrastrutture globali" (Rossiter, 2014, p. 64). Questi sistemi rimangono relativamente chiusi ed opachi, anche per le persone che li gestiscono. Sebbene le architetture sistemiche siano a volte incredibilmente complesse, seguono una certa logica che tende ad astrarre ed a standardizzare. I protocolli, i parametri, gli standard, le norme ed i riferimenti giocano un ruolo chiave nell'organizzazione delle merci e del lavoro vivo  per mezzo di sistemi di management semi-automatizzato. Quindi, dobbiamo comprendere questi sistemi in quanto "scatole nere algoritmiche" che allo stesso tempo hanno una moltitudine di implicazioni per l'organizzazione della politica e del lavoro.
I pacchetti di gestione integrata (PGI) illustrano assai bene l'importanza della governance algoritmica. Si tratta di piattaforme digitali in tempo reale che integrano un un programma tutte le funzioni di un'impresa quali la gestione finanziaria, la logistica, le vendite e la distribuzione, le risorse umane, la gestione delle materie prime e la pianificazione del flusso di lavoro. Questo genere di software specializzato ai fini della gestione della catena di approvvigionamento è generalmente un software proprietario estremamente caro che viene prodotto soltanto da una manciata di imprese. L'azienda tedesca SAP è una delle più importanti. Dichiara di fornire i suoi diversi programmi informatici all'87% delle imprese entrate nella classifica di Forbes Global 2000. Secondo Martin Campbell-Kelly, se i PGI prodotti dalla SAP dovessero sparire, "l'economia industriale del mondo occidentale ne risulterebbe immobilizzata, e ci vorrebbero degli anni prima di vedere  dei sostituti in grado di poter colmare il vuoto venutosi a creare nell'economia in rete. Se i prodotti di Microsoft dovessero vaporizzarsi nel giro di una notte, basterebbe solo qualche giorno o qualche settimana per trovare dei sostituti, e le perturbazioni economiche sarebbero modeste" ( Campbell-Kelly 2003 : 197).
Possiamo qui osservare un'importante contraddizione del settore della logistica, del software, e, secondo me, del capitalismo digitale in generale: in quanto, mentre un PGI aperto e comunicativo permetterebbe una comunicazione ininterrotta senza conflitti di protocolli fra imprese e soluzioni software, metterebbe però anche in pericolo il potere di mercato della SAP. Da qui la scelta della SAP di avere sistemi proprietari chiusi, e le sue ambizioni monopolistiche. Si tratta di una strategia pericolosa che dev'essere rivalutata continuamente e gestita in maniera flessibile in modo da non mettere in pericolo la funzionalità complessiva dell'insieme dei programmi della SAP. Si evidenzia qui un problema generale del software, e nel caso della logistica vediamo come si tratti anche di una questione materiale: le decisioni in materia di protocolli standardizzati e di parametri, che si tratti del codice o delle dimensioni del container, possono portare a delle relazioni di dipendenza che riguardano tutta l'industria. Vediamo qui una contraddizione, che va sottolineata, fra la cooperazione e la concorrenza che è profondamente inscritta sia nella logica della logistica capitalista che in quella del software. Essa costituisce forse una delle più importanti contraddizioni del capitalismo contemporaneo.
Il software come quello dei PGI incorpora una massiccia quantità di dati che a loro volta riguardano sia i processi interni come il lavoro, gli stock, le finanze, ecc., che i fattori esterni come il meteo, il costo del carburante o le fluttuazioni delle valute. Il programma che gestisce il "Worldport", un hub che si trova a Louisville nel Kentucky, costa centinaia di milioni di dollari e in un'ora effettua il doppio dei calcoli che effettua la Borsa di New York in un giorno di intensi scambi borsistici (Kasarda & Lindsay, 2011). Le infrastrutture in rete ed i programmi seguono e tengono traccia di ogni movimento di merce e di lavoro vivente. Oggi, ogni merce inviata non solo viene codificata digitalmente ma viene anche resa sempre più tracciabile, soprattutto grazie alla tecnologia RFID. I computer di Wal-Mart identificano più di 20milioni di transazioni al giorno ed il suo centro dati traccia quotidianamente più di 680milioni di prodotti distinti (Dyer-Witheford, 2015, p.84). Grazie a questo, Wal-Mart esercita sui suoi fornitori una pressione al fine di equipaggiare tutti i prodotti con delle cimici RFID che permettano di tracciare il prodotto dal campo alla tavola del cliente. Mentre il codice a barre standard autorizza soltanto il trasferimento di informazioni relativamente semplici che riguardano delle classi di oggetti (Pasta, 1,95 €), la radio-identificazione (RFID) rende possibile l'identificazione di ciascun oggetto. Inventata negli anni 1990, la RFID può trasferire informazioni importanti sulla storia e sulle proprietà di un oggetto dato (a distanza, nella misura in cui l'etichetta non ha affatto bisogno di essere sulla linea di visione del lettore). Combinata con l'infrastruttura informatica e con il centro dati, permette di seguire in maniera inedita la traiettoria degli oggetti attraverso il tempo e lo spazio. La tendenza allo sviluppo di oggetti intelligenti RFID lascia presagire un'intensificazione della comunicazione e dell'interazione oggetto-oggetto che avrà come risultato un "enorme accrescimento della produzione di conoscenza inter-macchine impostato sullo status e sulla posizione nel tempo e nello spazio di milioni di oggetti fisici" (Kitchin & Dodge 2011 : 51). Questo sviluppo costituisce la base di una nuova generazione di tecnologie logistiche automatizzate che non funzionano più solamente sulla modalità del "just-in-time", ma diventano anche sempre più speculativi.
La produzione e la logistica controllate da infrastrutture algoritmiche che incorporano dei grandi insiemi di dati e la misurazione in tempo reale di ogni movimento di merci e di lavoro vivente generano un enorme accelerazione della circolazione. Naturalmente, questo influisce enormemente sulle condizioni del lavoro vivente. Se parlate con dei vecchi lavoratori della logistica, di qualsiasi settore, tutti vi diranno dell'accelerazione ininterrotta della velocità della circolazione che ha cambiato l'industria della logistica negli ultimi trent'anni e, conseguentemente, le condizioni del lavoro in quel campo.

Il lavoro, quello morto e quello vivente
Quando si tratta di logistica, è assai facile dimenticare il lavoro, in particolare se ci si lascia affascinare dalle sue infrastrutture e dalle sue gigantesche tecnologie. La quantità di lavoro morto incorporato nel capitale costante, come le gru, le navi, i porti ed i container sembrano ridurre ad un nano il lavoro vivente. Tuttavia, come tutti sappiamo, il capitale non può vivere senza sfruttare il lavoro vivente, e nella logistica il lavoro rimane un fattore importante. Ad esempio, UPS impiega 395mila persone, che sono quasi quanti ne impiega l'esercito americano. In ultima analisi, la logistica contemporanea incarna sicuramente "l'illusione per cui il capitale potrebbe esistere senza il lavoro", come affermano Harney e Moten (Harney & Moten, 2013, p.90). Ma così non può essere, e non lo sarà mai.
Il container così come l'algoritmo costituiscono delle innovazioni tecnologiche che esercitano sul lavoro (e sul lavoro organizzato) un'enorme pressione. Le innovazioni tecnologiche al servizio delle infrastrutture logistiche del capitale "non producono soltanto un'immagine materiale della configurazione contemporanea della lotta di classe. Ma sono anche un'espressione delle passate vittorie del capitale" (Williams, 2013). Il container, in particolare, ha causato un'enorme perdita di posti di lavoro ed ha schiacciato i sindacati più militanti negli Stati Uniti. Nel caso della digitalizzazione , sorprende vedere come l'organizzazione algoritmica della logistica intensifichi il controllo dei lavoratori individuali al fine di aumentare il plusvalore relativo. Gli autisti dell'UPS vedono tutti i loro spostamenti tracciati da una moltitudine di sensori collocati sui loro camion per le consegne e vengono messi in concorrenza gli uni con gli altri. Ciascun movimento, ogni pausa, può essere scrutato. I lavoratori dei magazzini di Amazon lavorano equipaggiati con un apparecchiatura portatile che li guida attraverso il magazzino. Questo dispositivo traccia ogni passo e può far partire un allarme presso i "leader di equipe", nel caso che un lavoratore rimane inattivo per un periodo prolungato di tempo. Ci sono degli obiettivi quotidiani e degli standard da raggiungere, il tutto controllato ed organizzato da un programma. Questi sono soltanto due degli esempi di tecnologia digitale utilizzata per accelerare la circolazione e sfruttare in maniera più efficace il lavoro vivente. L'ottimizzazione del processo del lavoro informatizzato produce un sistema di sorveglianza in tempo reale e lo organizza attraverso diverse forme di riferimento, di procedure operazionali standardizzate, di obiettivi e di meccanismi istantanei di feedback informatico. Brett Neilson afferma che un tale processo in materia di logistica digitalizzata mira all'eliminazione della distinzione fra lavoro concreto e lavoro astratto: "La tensione fra lavoro vivente e lavoro astratto, che deriva dal fatto che la molteplicità e l'aspetto concreto del primo non può essere totalmente ridotta al secondo, nel capitalismo contemporaneo si è intensificata. La logistica, attraverso dei processi tecnici di coordinamento e misurazione, accende l'illusione di un'eliminazione di tale distinzione" (Neilson, 2014, p. 88).

Tutto tranne che ininterrotta
La circolazione ininterrotta e trasparente può forse essere il fine della logistica ma si tratta più di un'illusione produttiva che di una realtà. Vi è una moltitudine di mancanze di funzionamenti, ostacoli e numerose forme di differenza che fanno sì che la logistica globale sia tutto tranne che una macchina che funziona in maniera ininterrotta. L'attività della logistica non è la produzione di uno spazio globale liscio, "il suo obiettivo non è di eliminare le differenze ma è quello di operare per mezzo di tali differenze, di costruire dei passaggi e delle connessioni in un mondo sempre più frammentato. I fossati, le divergenze, i conflitti e gli incontri così come le frontiere sono intese non in quanto ostacoli ma come dei parametri a partire dai quali si possono generare dei guadagni di efficacia" (Mezzadra & Neilson, 2013). Di conseguenza, la produzione dello spazio per mezzo della circolazione logistica globale delle merci evolve e si frammenta in permanenza e viene costantemente attraversato da contraddizioni, sia interne che esterne alla relazione capitalista.
La più importante di queste contraddizioni, quella fra capitale e lavoro, recentemente ha riguadagnato visibilità. Negli ultimi anni il settore logistico è stato colpito da un'ondata di conflitti operai. Dal blocco del porto di Oakland - si può affermare che si sia trattato del momento più alto di tutto il movimento Occupy - ad Hong Kong o Valparaiso. In Europa, può essere menzionata la lotta dei lavoratori di Amazon in Germania, Polonia o Francia, o le lotte militanti e potenti dei lavoratori migranti della logistica nel Nord Italia. Se la mia tesi è corretta, e cioè che la circolazione delle merci non è mai stata così importante e che la logistica è un settore più cruciale che mai per l'accumulazione globale del capitale, questa è anche una buona notizia per i lavoratori dei dock, delle navi, dei magazzini e dei camion. In effetti, in parallelo con la crescente importanza del loro lavoro per il capitale, il loro potere contrattuale si è accresciuto in maniera significativa.

- Moritz Altenried - 11 Febbraio 2016 -

Bibliografia

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fonte: Revue Période

sabato 13 febbraio 2016

L’incubo residenziale

villette

Nel suo libro "L'incubo residenziale", pubblicato per le edizioni L’échappée, Jean Luc Debry, già autore di "Tutti proprietari", decifra le questioni economiche, sociali e politiche che a partire dal 19° secolo hanno motivato la promozione di un habitat individuale e della proprietà di tale habitat. Così, le lottizzazioni che invadono in maniera inesorabile i dintorni delle città e delle cittadine, secondo un modello amministrativo ed economico che, incurante dei luoghi, si riproduce in maniera dovunque identica ed incarna un modello di vita ed un idea fondati sull'alienazione desiderata. Una servitù volontaria che si traduce nell'ossessione per la pulizia e per la sicurezza, dove il culto della merce e della proprietà privata si sono sostituiti alla solidarietà e alla cultura di resistenza delle classe popolari. L'esperienza del rapporto con gli altri si riduce al desiderio mimetico di possedere gli stessi simboli di successo individuale. Quest'universo, perfettamente strutturato, rinchiude l'immaginario in uno spazio angusto, accentua il ripiegamento su di sé ed impoverisce la vita sociale. Lo spazio, squadrato, ritagliato secondo gli schemi del traffico, si basa su una logica del flusso. Il concetto di "città" - e quindi di "campagna" - si dissolve. Ridotte oramai al loro centro storico, le città sono circondate da zone specializzate: industriali, commerciali, residenziali, verdi, per il tempo libero... Da sempre, i problemi del potere si traducono nell'organizzazione dello spazio sociale. Ogni sistema politico può essere analizzato per mezzo della sua architettura. Questo libro permette di comprendere quello in cui viviamo. Con uno stile vivace, a volte poetico, e soprattutto ricco di umorismo - feroce, all'occasione - l'autore ci dimostra come il piacere di scrivere non tolga niente al rigore dell'analisi.

fonte: Pensée radicale

giovedì 11 febbraio 2016

Il genere del capitalismo

piqueteros

Il capitalismo come patriarcato produttore di merci ed il protagonismo delle donne nel Movimento dei Lavoratori Disoccupati
- di Facundo Nahuel Martín -

Contesto
La possibilità di quest'articolo nasce dall'incrociarsi di esperienze teoriche e pratiche [*1]. Da un lato, ovviamente, questo lavoro non sarebbe stato possibile senza le opere di Roswitha Scholz, Norbert Trenkle ed il gruppo Krisis [*2]. Se non fosse stato per tali letture, non sarei arrivato a comprendere la natura specifica del patriarcato nel capitalismo ed il suo legame con la costruzione delle identità operaie maschili. Dall'altro lato, quest'elaborazione nasce come riflessione in seno alla pratica politica. Durante un seminario di formazione politica insieme ad un vecchio compagno del Movimento dei Lavoratori Disoccupati di fine anno novanta, ho imparato che, per organizzare assemblee di base, per creare mense, cooperative, ecc., era fondamentale convocare "le donne" dei quartieri. L'osservazione a proposito dell'importanza di convocare "le donne" (madri, che sono spesso anche capifamiglia) nella militanza territoriale e generale, venne fatta più di una volta. Mentre la maggior parte dei "referenti" pubblici e mediatici del movimento continuavano ad essere uomini, nella quotidianità dell'organizzazione di base, erano le donne degli slum che si erano organizzate e politicizzate fin dall'inizio e con decisione.
La storia del rapporto fra la politica femminista e le organizzazioni sociali che provengono dalla militanza territoriale, inoltre, è complessa e richiederebbe di per sé uno o più studi. Questi raggruppamenti sociali e politici si caratterizzano in generale per una speciale enfasi sulle problematiche di genere. In questo lavoro, tuttavia, non intendo riportare le elaborazioni (in sé ricche ed ampie) delle organizzazioni stesse. Invece, cercherò di riflettere sul legame fra protagonismo delle donne, crisi del lavoro salariato (e i suoi modelli maschile di soggettività) e sperimentazione di forme autogestionarie dell'organizzazione della produzione. Sosterrò che si può stabilire una relazione interna fra il lavoro senza padrone svolto dal MLD e la crisi della soggettività operaia ereditata, costruita sulla divisione capitalista fra un lavoro salariato mascolinizzato, gerarchizzato, ed un lavoro riproduttivo femminilizzato, svalorizzato.

Patriarcato produttore di merci e divisione del valore
Dobbiamo sbarazzarci della solita rappresentazione secondo la quale la svalutazione sociale della donna è innanzitutto un residuo feudale, un resto delle forme di dominio precapitalista che la modernità del capitale verrebbe a bandire. Questa rappresentazione da noi ereditata suppone, più o meno, che la società capitalista è egualitaria nelle sue fondamenta, per cui la sparizione finale del dominio di genere è in definitiva solo una questione di tempo: lo "sviluppo" del capitale porrebbe, a lungo termine, le condizioni per la liberazione femminile. Il patriarcato sarebbe semplicemente un residuo dei tempi passati in via di sparizione. Pensarla in tal modo è abbastanza comune: questa lettura si basa, seppure in maniera ideologica, su determinazioni reali della logica capitalista che, a differenza di altre forme storiche di dominio, è compatibile - paradossalmente - con l'uguaglianza formale delle persone. Secondo Moishe Postone, con il capitalismo avviene un passaggio da forme di dominio personali o dirette a forme di dominio impersonali e quasi-oggettive. La società assume in tal modo la forma di una totalità semovente, che si oppone ai singoli come se fosse un'oggettività aliena, dotata di un movimento automatico: "la società, come un altro quasi-indipendente, astratto ed universale che si oppone agli individui ed esercita una coazione impersonale su di essi, si costituisce come una struttura alienata per mezzo del carattere duplice del lavoro nel capitalismo" (Postone). Queste strutture quasi-oggettive, mediate dal lavoro astratto, si costituiscono sulla base della dissoluzione delle forme precapitaliste di dominio, basate su gerarchie dirette o personali di gruppi o di individui su altri. La trasformazione della logica fondamentale del dominio fa sì che l'uguaglianza si converta in un principio giuridico normale nel capitalismo. In altre parole, il dominio specifico del capitale appare come il dominio per mezzo di strutture universali ed anonime che sopprimono le forme dirette di potere personale. "Il sistema monetario [capitalista], è in ogni caso il sistema dell'uguaglianza e della libertà" (Marx).

Malgrado la correlazione fra le forme di socialità del capitale e la diffusione dell'uguaglianza formale fra le persone, il dominio patriarcale appare insistere decisamente sulle nostre società. Il patriarcato, apparentemente "premoderno e precapitalista", sembra persistere nonostante la supposta tendenza del capitale all'uguaglianza formale, garantita dalla dissoluzione dei legami tradizionali di dipendenza personale. E' proprio il femminismo marxiano di Roswitha Scholz che permette di interpretare questa "persistenza" tenace del dominio sulle donne, mostrando che non si tratta di una reliquia del passato, ma che il capitale genera una forma di patriarcato che gli è caratteristica. Roswitha Scholz, basandosi a sua volta sulle proposte di Frigga Haug ed articolandole con la critica del valore, sostiene che il capitalismo è una forma storicamente specifica del patriarcato, che potremmo chiamare "patriarcato produttore di merci". Il suo punto di partenza coincide con quello di Postone, circa la mutazione storica delle forme di dominio nel capitalismo: "Nelle società premoderne, al contrario, si produceva nel contesto di altre relazioni di dominio (personali anziché reificate dalla forma merce) e soprattutto ai fini dell'uso" (Scholz). Nel capitalismo, il dominio si fonda sulla subordinazione delle persone alla dinamica "tautologica" del capitale che si autovalorizza, come "soggetto automatico" basato su "ciechi meccanismi anonimi" (Scholz), piuttosto che sulla violenza fisica diretta esercitata da un gruppo. La peculiarità femminista della sua analisi si radica nella critica del valore e nella critica della scissione del valore [Wert-Abspaltung]:

Con il valore o con il lavoro astratto non viene specificata a sufficienza la forma fondamentale del capitalismo in quanto relazione feticista. Bisogna anche dare conto del fatto che nel capitalismo hanno luogo attività riproduttive che vengono realizzate soprattutto dalle donne. Di conseguenza, la scissione del valore si riferisce al fatto che le attività riproduttive identificate sostanzialmente come femminili, così come i sentimenti, le caratteristiche e le attitudini ad essi associate (emotività, sensualità, cura, ecc.), rimangono scisse proprio dal valore/lavoro astratto. Pertanto, il contesto di vita femminile, le attività riproduttive femminili hanno nel capitalismo un carattere diverso da quello che ha il lavoro astratto; quindi non possono essere sussunte sotto il concetto di lavoro. (Scholz)

La costituzione della logica "astratta", anonima e quasi-oggettiva del dominio nel capitalismo, che può essere collegata alla proclamazione universale dell'uguaglianza formale nella modernità, tuttavia, viene montata su una forma specificamente capitalista di dominio patriarcale. Questo dominio si struttura a partire dalla "scissione del valore", che maschilizza e gerarchizza il lavoro salariato nel mentre che femminizza e svalorizza le attività riproduttive. Marx ed Engels, da parte loro, gettarono le basi della critica del valore ma ignorarono la sua articolazione in questa divisione, che è alla base della riproduzione della forza lavoro e pertanto fa parte delle condizioni di possibilità dell'accumulazione di capitale. Il dominio patriarcale ha, chiaramente, una storia premoderna, però "con l'universalità della forma merce raggiunse una qualità del tutto nuova" (Scholz). Il capitalismo si costruisce su una divisione patriarcale delle attività umane, che associa il lavoro creatore del valore alla mascolinità (e ad una serie di valori socialmente maschilizzati, come l'efficienza, la competitività, l'aggressività); mentre degrada e femminilizza le attività riproduttive, le quali contribuiscono in maniera indiretta alla riproduzione di capitale e si associano ad una serie di valori considerati femminili, come la cura, la tenerezza, l'affetto e perfino l'irrazionalità. Il capitalismo può così essere considerato come un patriarcato produttore di merci, che costruisce un completo progetto civilizzatore di dominio maschile:

Si potrebbe parlare in maniera piuttosto esagerata del genere maschile come del "genere del capitalismo"; e, partendo da questa premessa, si potrebbe dire che la concezione dominante che si ha del genere nella modernità, è una comprensione dualistica della mascolinità e della femminilità. Il modello civilizzatore produttore di merci ha la sua condizione di possibilità nell'oppressione delle donne (Scholz).

La divisione del valore, principio strutturante della società capitalista, evidentemente non è statica, ma assume una serie di forme storiche variabili. Negli attuali tempi "postmoderni", ad esempio, le donne si vedono sottomesse ad una "doppia socializzazione": pur essendo responsabili delle cure e delle attività riproduttive in casa, partecipano anche al lavoro salariato fuori di casa. Questo non mette in discussione la radice delle relazioni capitaliste di genere, ma la flessibilizza in un quadro che non altera le basi formali della scissione strutturale del valore [*3].

Identità maschili e lavoro salariato.
Nella sezione precedente ho cercato di ricostruire la relazione interna fra la costituzione del valore (basato sul lavoro astratto) come mediatore sociale e la scissione del valore che femminizza le attività riproduttive, degradandole, e mascolinizza il lavoro salariato, gerarchizzandolo come superiore. Ora cercherò di delineare alcune considerazioni sulla relazione fra il lavoro salariato e la costruzione moderna del genere maschile.

La critica del valore, a differenza del marxismo tradizionale, mette al centro la forma capitalista del lavoro, come lavoro creatore di valore e come lavoro diviso in un aspetto concreto ed uno astratto. Questa categoria viene quindi compresa come specificamente capitalista e non come trans-storica. La critica del capitale, in questo contesto, è la critica della forma capitalista del lavoro, ovvero del lavoro non più visto come attività umana in generale ma come una categoria sociale capitalista (Kurz e Trenkle, 1999). Il lavoro capitalista si caratterizza come attività separata dal resto, in cui il lavoratore deve disporsi alla sottomissione agli obiettivi imposti dalle esigenze di auto-riproduzione del capitale (vale a dire, non determinate in maniera cosciente e collettiva). "Lavorare", in senso capitalista, non è trasformare la natura secondo fini umani o modellare le materie prime affinché soddisfino necessità delle persone, ma sottomettere le proprie capacità e la propria attività agli scopi e alle necessità del capitale. La critica del capitale, in questo quadro, coincide con la critica del lavoro, inteso come lavoro specificamente capitalista, diviso in un aspetto concreto ed uno astratto, e costitutivamente sottomesso agli imperativi feticisti della riproduzione del valore.
Liberarsi dal capitale, secondo questo modo di porsi, significa liberarsi dal lavoro creatore del valore. Ciò mette in discussione un'identificazione immediata fra il movimento operaio, storicamente auto-costituito, e la critica del capitale. In effetti, la critica del capitale non è volta ad assicurare la posizione dei lavoratori in seno al capitalismo, ad affermare la loro identità ed a rafforzare la loro posizione socialmente costituita [*4]. L'affermazione del lavoro aspira in quanto tale alla - fragile, non sempre possibile, però spesso desiderata - complementarità fra lavoro e capitale. Questa complementarità non è meramente contingente (secondo la critica del valore) ma si basa sulla "identità interna fra lavoro e capitale" (Kurz e Trenkle, 1999: 1), cioè, sul fatto che la categoria moderna del lavoro (e, insieme ad essa, la "classe lavoratrice") è costituita sotto i parametri storici e logici del capitalismo. Ne consegue, quindi, che la critica del capitale non aspira alla "realizzazione del proletariato" ma al suo superamento storico, ai fini di una società senza lavoro capitalista [*5].

La costituzione delle identità e soggettività maschili nella modernità, a sua volta, ha a che fare con la gestazione del lavoro capitalista. "La crisi del lavoro è la crisi della mascolinità moderna. In quanto l'uomo borghese moderno è costituito e strutturato nella sua identità, in maniera fondamentale, come uomo lavoratore" (Trenkle, 2008: 1). "Crisi del lavoro" si riferisce alla crescente incapacità della società capitalista a riprodurre i suoi stessi fondamenti nel valore e nel lavoro. Nei fenomeni della disoccupazione di massa si manifesta, quindi, la coincidenza fra crisi del capitale (disallineamento della valorizzazione rispetto alle condizioni che essa stessa genera) e crisi del lavoro.
Trenkle spiega il legame fra la costruzione della soggettività maschile moderna e le esigenze del lavoro capitalista. Come abbiamo visto, nel cuore del dominio del capitale c'è una scissione del valore fra il lavoro (maschile e che produce valore) e le attività riproduttive (femminili e che non valorizzano direttamente il capitale). Quindi, le determinazioni simboliche e soggettive della mascolinità moderna si costituiscono a partire dalle esigenze del lavoro salariato. La mascolinità si definisce attraverso la disciplina sul proprio corpo, l'oggettivazione distanziata degli altri; la natura, e i propri sentimenti e l'assunzione di una razionalità strumentale che massimizza il calcolo mezzi-fini, trattando la realtà esterna ed il proprio soggetto come oggetto di una manipolazione fredda e distanziata. "Un 'vero uomo' dev'essere duro, con sé stesso e con gli altri" (Trenkle, 2008: 2). L'autodisciplina sul corpo e sulle emozioni, ma anche la disposizione ad imporsi in maniera competitiva sugli altri, costituiscono la spina dorsale della configurazione moderna della mascolinità, corrispondentemente alle esigenze soggettive del lavoro sottomesso al capitale. "La moderna identità maschile corrisponde esattamente alle esigenze del lavoro nella società capitalista, basata sulla produzione universale di merci. In quanto il lavoro nel capitalismo è essenzialmente un'attività desensualizzata e desensualizzante" (Trenkle, 2008: 2). In altre parole, nel corso delle mutazioni storiche della divisione del lavoro, si è data una costruzione correlativa fra le esigenze soggettive del lavoro capitalista (predisposizione a trattare il proprio corpo come uno strumento, disciplina per scopi alieni, violenza contro la propria sensibilità, tendenza alla concorrenza rispetto agli altri) e la costruzione delle identificazioni moderne della mascolinità.

Infine, la scissione del valore costruisce le determinazioni della soggettività femminile in opposizione simmetrica (e complementare) alla mascolinità dominante. Ragion per cui il femminile, così come è costituito in termini capitalisti, non è in quanto tale un serbatoio di valori di emancipazione, ma il complemento svalorizzato della mascolinità borghese. La costruzione della mascolinità moderna "non poteva trionfare senza la creazione di una contro-identità femminile" basata su "la costruzione di un 'altro' femminile, nella donna sensuale, emotiva ed impulsiva che non può pensare logicamente" (Trenkle, 2008: 5). L'identificazione maschile con le qualità dominanti nella società del lavoro salariato corrisponde all'identificazione del femminile con la sensibilità, l'irrazionalità, la suscettibilità emotiva, la debolezza a fronte degli impulsi e perfino l'animalità o la ricaduta nella natura. Queste qualità, allo stesso tempo, corrispondono alla divisione del valore, che soggettivizza le donne per le attività riproduttive e l'erogazione sensibile di cure per gli altri: "L'uomo viene così visto come uomo/spirituale/vincitore del corpo; la donna al contrario, come non-uomo, come corpo" (Scholz, 2014: 7).

Lavoratori disoccupati: mettere in discussione le soggettività ereditate
Ora, che cosa ha a vedere tutto questo con la storia delle donne e con il movimento piquetero? Se la costruzione delle soggettività maschili e femminili non è estranea alla logica del capitale, ma è strutturalmente articolata con essa; allora i movimenti che cercano di mettere in discussione il lavoro capitalista sono irrimediabilmente attraversati dalle problematiche di genere.

L'espressione "lavoratori disoccupati" contiene un evidente contraddizione nei termini: se sono disoccupati, non sono lavoratori. Evidentemente, la persistenza del significante "lavoratore" rimanda ad un'ascrizione di classe: sebbene siano disoccupati, appartengono alla classe operaia, nel senso ampio di coloro che sono privi dei mezzi di produzione, quelli che non sono proprietari di capitale. L'espressione inoltre si complica se aggiungiamo "lavoro senza padrone". Secondo l'analisi precedente, il lavoro senza padrone, non orientato alla logica del profitto che riproduce valore, non è lavoro nel senso capitalista. Effettivamente, possiamo dire che il lavoro senza padrone è un tentativo (socialmente minoritario) di mettere in discussione qui ed ora il lavoro capitalista come tale. Le organizzazioni cooperative, che praticano il lavoro senza padrone, politicizzano questo concetto quando parlano di prefigurazione del socialismo nella costruzione del potere popolare [*6]. Prefigurazione, si riferisce al tentativo, parziale, limitato e tronco nei limiti dell'esistente, di organizzare l'attività umana in un modo che non sia quello del lavoro capitalista. Il lavoro senza padrone si installa, quindi, come un tentativo, un'anticipazione o un desiderio - necessariamente incompleto, dato il contesto in cui nasce - di superare il lavoro capitalista. La contraddizione fra la persistenza dell'identità operaia (costituita in termini capitalisti) e il suo superamento possibile (con un'attività "senza padrone" che non sarebbe più lavoro nel senso moderno) segna la tensione costitutiva di ogni tentativo di autogestione della produzione che prefigura il socialismo [*7]. Da una parte, si tratta di un'attività svolta da lavoratori (separati dai mezzi di produzione). Dall'altro lato, mette in discussione la forma capitalista del lavoro (creatore di valore) ed esplora la possibilità di un'attività umana che non sia più lavoro in senso capitalista.

Infine, è possibile abbozzare un'ipotesi a proposito del protagonismo delle "donne" nella costruzione storica del Movimento dei Lavoratori Disoccupati. Se c'è una relazione interne, come abbiamo visto, tra soggettivazione maschile e lavoro salariato, possiamo immaginare il fatto che i maschi abbiano più difficoltà rispetto alle donne ad assumere sé stessi come disoccupati. Infatti, assumere l'identità del lavoratore disoccupato implica l'accettazione traumatica del proprio fallimento come uomo in senso capitalista. Non essere impiegato, non poter vendere la nostra forza lavoro, non è bene per "l'uomo" in quanto mette in discussione un pilastro dell'identificazione maschile moderna come tale. Se le identificazioni maschili borghesi si costituiscono a partire dal lavoro e dalle sue esigenze, assumere sé stesso come "lavoratore disoccupato" implica l'abbandono di una parte di tali identificazioni costitutive e della quota di potere sociale che ne deriva. Un maschio senza lavoro è un maschio fallito, non solamente in senso economico ma nel nocciolo della sua mascolinità. Da qui l'ipotesi che l'assunzione militante e la politicizzazione dell'identità di "disoccupato" comporta un capovolgimento, un mettere in crisi la soggettività maschile capitalista.

La depatriarcalizzazione dei soggetti non ha una relazione causale con l'autogestione della produzione, con il lavoro senza padrone e con i movimenti dei lavoratori disoccupati. Si tratta, tuttavia, di un'esigenza politica e di una potenzialità di emancipazione che sono implicite nella messa in discussione del lavoro salariato visto come garanzia di sussistenza, ma anche come veicolo di integrazione sociale e di dignità personale. Ne consegue che è obbligatorio che il movimento del lavoro senza padrone si assuma in pieno come anti-patriarcale e combatta tutti gli elementi del dominio maschile che persistono o riappaiono al suo interno. Senza femminismo, non v0è prefigurazione del socialismo: il legame fra le due cose è interno, non casuale. Comprendere la logica della scissione del valore nel patriarcato capitalista dovrebbe permetterci di fare luce su questo legame.
Nel contesto qui descritto è comprensibile, anche, come le donne assumano un protagonismo speciale al momento di organizzare il Movimento dei Lavoratori Disoccupati nei quartieri. La doppia socializzazione contemporanea delle donne (che impone loro i lavori riproduttivi a casa ed il lavoro salariato) le aveva obbligate a sostenere economicamente le loro famiglie, mentre veniva meno il fatto che si esperisse l'assunzione della propria identità di "disoccupata" come fallimento sociale e soggettivo. Le donne erano soggettivamente meglio preparate ad organizzarsi attivamente come disoccupate e a lanciarsi nella critica pratica del lavoro salariato, anche quando i loro motivi immediati avevano a che fare più con la sussistenza familiare che con il mettere in discussione il capitale e le sue relazioni di genere. Per i maschi, l'accettazione della condizione di "disoccupato" e, in più, la politicizzazione conflittuale, implicava un processo difficile a partire dalla loro identità maschile; processo che per le donne non avveniva alla stessa maniera. Ne consegue che, per condurre un'assemblea o organizzare una cooperativa, le "donne" risultavano essere più ricettive: preoccupate per il sostentamento della famiglia, erano allo stesso tempo meno provate a causa della destituzione soggettiva implicita alla disoccupazione.

Le donne, per la loro preesistente posizione sociale, sono state in grado di svolgere il ruolo di avanguardia di un movimento sociale le cui possibilità liberatorie non vanno a riaffermare il maschile ed il femminile così come esistono, ma mettono in discussione la divisione dei generi attualmente costituita (legata al lavoro capitalista). La critica del capitale, teorica e pratica, oggi non può esistere senza critica del lavoro salariato che sia simultaneamente critica della gerarchia dei generi. I movimenti che, come quello del lavoro senza padrone, esplorano alternative di esistenza e di socialità a fornte delle forme di capitale e di lavoro, mobilitano questo spazio di contraddizione fra la possibilità di una modernità futura, oltre il capitalismo ed il patriarcato, e la persistenza del capitale, della scissione del valore e della sua logica totalizzante di dominio.

- Facundo Nahuel Martín - Pubblicato su "Revista Herramienta" N° 57 Trabajo - Primavera 2015 -

NOTE:

[*1] - Un ringraziamento speciale a Gabriela Mittidieri, Adriana Pascielli, Norbert Trenkle e Marcela Zangaro per i loro commenti al manoscritto originale.

[*2] - Per questo devo ringraziare soprattutto José Antonio Zamora e Jordi Maiso. Studiando con loro nel seminario  “En el horizonte de la crisis: nuevas lecturas de Marx y crítica radical del capitalismo”, nel  2014 all'Università Complutense di Madrid, ho conosciuto per la prima volta i lavori che cito in quest'articolo, che sono stati indispensabili per la mia stessa formazione teorica e politica.

[*3] - Evidentemente, si può dire che il capitalismo ha fatto ricorso a diverse forme di lavoro salariato femminile assai prima dell'attuale "doppia socializzazione" postmoderna. Questo non toglie che esista una scissione del valore, e che normalmente il lavoro delle donne è stato meno valorizzato (e peggio pagato) in rapporto a quello degli uomini.

[*4] - In questo articolo, non è possibile discutere in maniera approfondita la "critica del lavoro" e la sua relazione con la lotta di classe. Ho sviluppato una discussione dettagliata di tale problema in "Marx de vuelta. Hacia una teoría crítica de la modernidad" (Martín, 2014: cap. 7).

[*5] - Lo stesso Lukàcs, nonostante sia stato sotto vari aspetti il principale teorico del "mito" del proletariato come soggetto-oggetto identico della storia, in "Storia e coscienza di classe" avverte che la peculiarità della lotta contro il capitale ha le sue radici nella dissoluzione della classe proletaria, e non nel consolidamento della sua posizione storica.

[*6] - Per un'elaborazione sul potere popolare nelle recenti lotte in Argentina, vedi Mazzeo (2007).

[*7] - Per non deformare l'esperienza da cui parto e per non arrogarmi attribuzioni che non mi competono, devo fare la seguente avvertenza. Non si può dire che il movimento dei disoccupati abbia realizzato in ogni caso, e neppure in maniera dominante, una critica cosciente ed articolata del lavoro che converge con quella del gruppo Krisis o con quella di Postone. Al contrario, assai spesso ha mantenuto una richiesta "per il lavoro" ed un'identità affermativa come lavoratori. Da qui la mia proposta (il lavoro senza padrone non è propriamente lavoro) non può essere presa come una rappresentazione di accordi collettivi, ma come un'elaborazione individuale, che cerca di introdurre categorie teoriche a partire dalla pratica militante, ma che però non ha pretese usurpatrici di rappresentare i movimenti, i quali in ogni caso non hanno bisogno di rappresentanti intellettuali.

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme