martedì 6 ottobre 2015

Il signor Mill

mills

Marx, nella sua vita, ha steso una vasta gamma di taccuini. Spesso li ha usati per aiutarsi nello studio di altri autori. Una sua prassi abituale, era quella di trascrivere lunghi passaggi di un libro in particolare, e poi commentare in maniera approfondita i periodi trascritti.
Nel corso del suo soggiorno a Parigi, Marx ha tenuto nove taccuini - in gran parte dedicati al suo interesse crescente per l'economia - che datano dalla fine del 1843 al gennaio del 1845. I "taccuini di Parigi" hanno a che fare con J. B. Say, Adam Smith, David Ricardo, McCulloch, James Mill, Destott de Tracy, Sismondi, Jeremy Bentham, Boisguillebert, Lauderdale, Schütz, List, Skarbek e Buret. Gran parte dei commenti svolti da Marx su questi autori sono molto frammentari, e le idee hanno dovuto assai spesso essere riformulate, successivamente, nei Manoscritti economico-filosofici del 1844. Fa eccezione il materiale dedicato al libro di James Mill, "Elementi di Economia Politica" (Londra, 1821). Marx utilizza una traduzione francese del 1823, del libro di Mill, e la parte che gli viene dedicata nei taccuini è abbastanza estesa: da pagina 25 del quarto taccuino, continua anche nel quinto. Facendo seguito ad un'ampia selezione di citazioni dal libro di Mill, improvvisamente Marx cambia direzione e comincia a sviluppare una sorta di pensiero tangenziale; dopo aver messo nero su bianco, velocemente, i suoi pensieri, Marx ritorna alla trascrizione. Ma ben presto, ecco che seguono altre digressioni. Questo documento - che riporta solo le tre parti centrali della sezione su Mill, dei taccuini parigini, e che omette gran parte delle trascrizioni di Mill - è assai vicino, nella sua natura, ai Manoscritti del 1844, e potrebbe contenere in sé la parte che manca al secondo Manoscritto economico-filosofico.

Commenti sugli Elementi di Economia Politica, di James Mill
- di Karl Marx -

"... Un mezzo di scambio... è in qualche modo una merce, la quale, per effettuare uno scambio fra due altre merci, viene prima ricevuta in cambio di una, e poi viene data in cambio dell'altra." (p.93) Oro, argento, moneta.
"Per valore della moneta, qui dev'essere intesa la proporzione in cui essa si scambia con altre merci, o la quantità di essa che viene scambiata per una data quantità di altre cose."
"Questa proporzione è determinata dall'ammontare totale di moneta esistente in un dato paese." (p.95)
"Che cosa regola la quantità di moneta?"
"La moneta viene creata sotto due serie di circostanze: O il governo lascia libero l'incremento o la diminuzione di essa; oppure esso controlla la quantità, accrescendola o diminuendola a suo piacere."
"Quando l'aumento o la diminuzione della moneta viene lasciato libero, il governo apre la mente al pubblico, coniando denaro dai lingotti per quanti lo richiedono. Gli individui possessori di lingotti desidereranno convertirli in moneta solo quando è loro interesse farlo; cioè, quando i loro lingotti, convertiti in moneta, avranno più valore di quanto ne avevano nella forma originale. Questo può avvenire soltanto quando la moneta è particolarmente preziosa, e quando la stessa quantità di metallo, allo stato di conio, verrà scambiata per una quantità più grande di altri articoli, rispetto a quando era nello stato di lingotto... Dal momento che il valore della moneta dipende dalla sua quantità, essa ha un valore più grande quando scarseggia. E' allora che il lingotto viene trasformato in moneta. Ma proprio a causa di questa sua conversione, viene ripristinato il precedente rapporto. Pertanto, se il valore della moneta cresce al di sopra di quello del metallo di cui è fatta, l'interesse degli individui agiscono immediatamente, in una condizione di libertà, a ripristinare l'equilibrio aumentando la quantità di moneta." (Pp.99-101)
"Pertanto, ogni qual volta il conio della moneta è libero, la sua quantità è regolata dal valore del metallo, essendo l'interesse degli individui quello di incrementare o diminuire la quantità, in proporzione al fatto che il valore del metallo in moneta sia maggiore o minore del valore in lingotti."
"Ma se la quantità di moneta è determinata dal valore del metallo, è ancora necessario chiedersi che cosa è che determina il valore del metallo... Oro e argento sono in realtà merci. Esse sono merci, per ottenere le quali dev'essere impiegato lavoro e capitale. E' il costo di produzione, pertanto, che ne determina il valore, come quello delle altre produzioni ordinarie." (P.101)

Nel compromesso fra denaro e valore del metallo, come nella sua descrizione del costo di produzione in quanto unico fattore che ne determina il valore, Mill commette l'errore - come avviene con la Scuola di Ricardo in generale - di enunciare la legge astratta senza quel cambiamento o quel continuo superamento attraverso cui solo così tale legge si pone in essere. Se, ad esempio, è una legge costante il fatto che il costo di produzione, in ultima istanza - o piuttosto quando domanda ed offerta sono in equilibrio, e pertanto valore e costo di produzione non si trovano necessariamente in relazione. Infatti, c'è sempre soltanto un momentaneo equilibrio di domanda ed offerta a causa della precedente fluttuazione di domanda ed offerta, dovuta alla sproporzione fra costo di produzione e valore di scambio, proprio perché questa fluttuazione e questa sproporzione analogamente seguono il momentaneo stato di equilibrio. Questo movimento reale, di cui quella legge è solo un fattore astratto, fortuito ed unilaterale, viene considerato dalla recente economia politica come qualcosa di accidentale e di inessenziale. Perché? Perché nelle acute e precise formule cui riducono l'economia politica, la formula di base, se vogliono esprimere astrattamente quel movimento, dovrebbe essere: Nell'economia politica, la legge è determinata dal suo contrario, dall'assenza di legge. La vera legge dell'economia politica è il caso, dai cui movimenti noi, gli scienziati, isoliamo arbitrariamente alcuni fattori sotto forma di leggi.
Mill esprime molto bene l'essenza della questione nella forma di un concetto che caratterizza il denaro come mezzo di scambio. L'essenza del denaro non consiste, in primo luogo, nel fatto che in esso viene alienata la proprietà, ma nel fatto che viene estraniata l'attività o il movimento che media, viene alienato l'atto umano, sociale, attraverso il quale i prodotti dell'uomo si integrano scambievolmente, e la qualità di una cosa materiale esterna all'uomo diviene una qualità del denaro. In quanto è l'uomo stesso che aliena quest'attività mediatrice, in essa egli è attivo solamente come uomo che ha perduto sé stesso, come uomo disumanizzato; la stessa relazione delle cose, l'operazione dell'uomo su di esse diviene l'operazione di un ente che sta al di fuori ed al di sopra dell'uomo. Attraverso questo intermediario estraneo - mentre è l'uomo stesso che dovrebbe essere l'intermediario per l'uomo - l'uomo vede la sua volontà, la sua attività ed il suo rapporto con altri come una potenza indipendente da lui e dagli altri. Dunque, la sua schiavitù giunge al culmine. E' chiaro che questo mediatore diventa ora un vero e proprio Dio, perché il mediatore è il potere reale su quello che esso media per me. Il suo culto diventa un fine in sé. Gli oggetti separati da questo mediatore hanno perso il loro valore. Pertanto gli oggetti hanno valore solo in quanto rappresentano il mediatore, laddove originariamente sembrava che il mediatore aveva valore solo in quanto esso rappresentava tali oggetti. Questo capovolgimento della relazione originale è inevitabile. Questo mediatore è quindi la perduta, estraniata essenza della proprietà privata, proprietà privata la quale è diventata alienata, esterna a sé stessa, proprio come è alienata l'attività dell'uomo, la mediazione esternalizzata fra produzione dell'uomo e produzione dell'uomo. Tutte le qualità che emergono nel corso di quest'attività vengono, pertanto, trasferite a questo mediatore. Perciò l'uomo diventa più povero come uomo, cioè, separato da questo mediatore, questo mediatore diventa più ricco.

In origine, Cristo rappresenta: 1) gli uomini davanti a Dio; 2) Dio per gli uomini; 3) gli uomini per l'uomo.
Similmente, il denaro in origine rappresenta, secondo l'idea di denaro: 1) la proprietà privata per la proprietà privata; 2) la società per la proprietà privata; 3) la proprietà privata per la società.
Ma Cristo è Dio alienato ed uomo alienato. Dio ha valore solo nella misura in cui egli rappresenta Cristo, e l'uomo ha valore solamente nella misura in cui egli rappresenta Cristo. Lo stesso avviene con il denaro.

Perché la proprietà priva si deve sviluppare in sistema monetario? Perché l'uomo come essere sociale deve scambiare e perché lo scambio - presupponendo la proprietà privata - deve evolvere in valore. Il processo di mediazione fra gli uomini impegnati nello scambio, non è un processo sociale o umano, non è una relazione umana; è la relazione astratta fra la proprietà privata e la proprietà privata, e l'espressione di questa astratta relazione è il valore, la cui attuale esistenza come vale costituisce il denaro. Dacché gli uomini si sono impegnati nello scambio, non rapportandosi gli uni con gli altri in quanto uomini, le cose hanno perduto il loro significato di proprietà umana, personale. La relazione sociale fra proprietà privata e proprietà privata è già una relazione in cui la proprietà privata è estraniata rispetto a sé stessa. La forma di esistenza in sé di tale relazione, il denaro, è perciò l'alienazione della proprietà privata, l'astrazione dalla sua specifica, personale natura.

Perciò, l'opposizione della moderna economia politica al sistema monetario, il "système monétaire" [*1], nonostante tutta la sua bravura, non può ottenere alcuna vittoria decisiva. Poiché, se la cruda superstizione economica delle persone e dei governi si aggrappa alla palpabile, tangibile, cospicua borsa di denaro, e quindi crede che il valore assoluto del prezioso metallo ed il suo possesso siano l'unica realtà della ricchezza - e se poi l'illuminato, saggio economista se ne viene fuori e prova loro che il denaro è una merce come tutte le altre, il cui valore, come quello di qualsiasi altra merce, dipende dal rapporto del costo di produzione con la domanda, con la concorrenza, e l'offerta, dalla quantità o dalla concorrenza delle altre merci - allora quest'economista ha dato la risposta corretta per cui il valore reale delle cose è il loro valore di scambio e che questo in ultima analisi esiste nel denaro, nella misura in cui questo si scambia con i metalli preziosi, e che di conseguenza il denaro rappresenta il vero valore delle cose, e per questa ragione il denaro è la cosa più desiderabile. In effetti, in ultima analisi la stessa teoria dell'economista equivale alla sua saggezza, dal momento che l'unica differenza consiste nel fatto che egli possiede la capacità di astrazione, la capacità di riconoscere l'esistenza del denaro in tutte le forme di merce e quindi nel non credere nel valore esclusivo del suo ufficiale, metallico, modo di esistenza. L'esistenza metallica del denaro è soltanto l'espressione ufficiale palpabile dell'anima del denaro, la quale è presente in tutti i rami della produzione ed in tutte le attività della società borghese.

L'opposizione degli economisti moderni al sistema monetario è dovuto meramente al fatto che essi concepiscono l'essenza del denaro nella sua astratta universalità, e sono quindi consapevoli della superstizione sensuale che crede che quest'essenza esista esclusivamente nel metallo prezioso. Essi sostituiscono alla cruda superstizione una superstizione raffinata. Dacché, comunque, nella loro essenza hanno entrambe la stessa radice, la forma illuminata di superstizione non può avere successo nel soppiantare completamente la forma cruda e sensuale, dal momento che la prima non attacca l'essenza dell'ultima, ma soltanto la forma particolare di tale essenza.

Il modo personale dell'esistenza del denaro come denaro - e non solo come l'interno, implicito, nascosto rapporto sociale di classe fra merci - questo modo di esistenza corrisponde più all'essenza del denaro, a quella più astratta, di quanto corrisponda alla relazione naturale con le altre merci, in quanto più appare come il prodotto - e non ancora come il non-prodotto dell'uomo - meno primitiva è la sfera della sua esistenza, più è creato dall'uomo o, in termini economici, e più grande è la relazione inversa del suo valore in quanto denaro rispetto al valore di scambio, o al valore monetario del materiale dentro il quale esiste. Perciò, le banconote e il numero totale delle rappresentazioni cartacee del denaro (quali cambiali, pagherò, titoli, ecc.) sono la maniera più perfetta dell'esistenza del denaro in quanto denaro e come fattore necessario allo sviluppo progressivo del sistema monetario. Nel sistema creditizio, di cui l'attività bancaria è l'espressione perfetta, sembra che il potere della forza aliena, materiale sia stato spezzato, il rapporto di auto-estraniamento abolito, e che l'uomo abbia ancora una volta delle relazioni umane con l'uomo. I sansimonisti, ingannati da questa apparenza, hanno guardato allo sviluppo del denaro, titoli cambiari, banconote, rappresentazioni cartacee della moneta, credito, operazioni bancarie, come ad una graduale abolizione della separazione dell'uomo dalle cose, del capitale dal lavoro, della proprietà privata dal denaro e del denaro dall'uomo, e come all'abolizione della separazione dell'uomo dall'uomo. Un sistema bancario organizzato, è dunque il loro ideale. Ma quest'abolizione dello straniamento, questo ritorno dell'uomo a sé stesso, e perciò agli altri uomini, è soltanto un'apparenza; l'auto-straniamento, la disumanizzazione, è tanto più infame ed estrema dal momento che i suoi elementi non sono più la merce, il metallo, la carta, ma l'esistenza morale dell'uomo, l'esistenza sociale dell'uomo, il profondo intimo del suo cuore, e poiché sotto l'apparenza della fiducia dell'uomo nell'uomo c'è la sfiducia ed il completo straniamento. Cosa costituisce l'essenza del credito? Lasciamo qui del tutto fuori il contenuto del credito, che è ancora di nuovo il denaro. Lasciamo fuori, quindi, il contenuto di questa fiducia in base alla quale un uomo riconosce un altro uomo portandolo ad una certa quantità di valore e - nella migliore delle ipotesi, vale a dire, quando non domanda interessi esosi per il credito, cioè, non è un usuraio e non dimostra di ritenere il suo prossimo un truffatore, ma bensì è un uomo "buono". Come uomo "buono", per lui quello che merita la sua fiducia è, come per Shylock, un uomo che è "in grado di pagare".

Il credito è concepibile secondo due relazioni e sotto due diverse condizioni. Le due relazioni sono: primo, un ricco concede credito ad un povero che egli considera laborioso e dignitoso. Questo genere di credito appartiene al lato romantico, sentimentale dell'economia politica, alle sue aberrazioni, eccessi, eccezioni, e non alla regola. Ma anche assumendo una tale eccezione ed ammettendo questa romantica possibilità, la vita del povero ed il suo talento e la sua attività servono al ricco come garanzie della restituzione del denaro prestato. Ciò significa, dunque, che tutte le virtù sociali del povero, il contenuto della sua attività vitale, la sua esistenza stessa, rappresentano per il ricco il rimborso del suo capitale insieme al consueto interesse. Perciò, la morte del povero è l'eventualità peggiore per il suo creditore. E' la morte del suo capitale insieme a quella del suo interesse. Andrebbe considerato quanto sia vile stimare il valore di un uomo in denaro, come avviene nelle relazioni di credito. Normalmente, il creditore possiede, oltre alle garanzie morali, anche le garanzie per una costrizione legale e anche altre garanzie più o meno reali, rispetto al suo uomo. Se l'uomo cui si concede credito è egli stesso un uomo dotato di mezzi, il credito diventa semplicemente un mezzo per facilitare lo scambio, che è come dire che il denaro stesso viene innalzato alla sua forma completamente ideale. Il credito è il giudizio economico sulla moralità di un uomo. Nel credito, al posto del metallo o della carte, l'uomo stesso è diventato l'intermediario dello scambio, non però in quanto uomo, ma in quanto modo di esistenza del capitale e del suo interesse. Il medium dello scambio è dunque veramente ritornato e si è trasferito dalla sua figura materiale nell'uomo, ma solo perché l'uomo stesso si è trasferito fuori di sé ed è diventato egli stesso una figura materiale. Entro il rapporto di credito, non è il denaro che viene superato dall'uomo, ma è l'uomo stesso che viene trasformato in denaro, ossia il denaro si è incorporato nell'uomo. L'individualità umana, la moralità umana è diventata essa stessa articolo di commercio, un materiale per l'esistenza del denaro. Non è più moneta e carta, ma la mia propria personale esistenza, la mia carne e sangue, le mie virtù sociali e il mio valore, sono la materia, il corpo dello spirito del denaro. Il credito distingue il valore del denaro, non più in denaro, ma in carne umana ed in cuore umano. Dentro un falso sistema, ogni progresso è il più alto regresso, ogni inconseguenza è l'estrema conseguenza dell'infamia.

All'interno del sistema creditizio, la sua natura, estraniata dall'uomo, sotto l'apparenza di un apprezzamento economico estremo dell'uomo, opera in duplice modo:
1) L'antitesi fra capitalista e lavoratore, fra grandi e piccoli capitalisti, diviene ancora più grande in quanto il credito viene concesso solo a chi ha già, ed è una nuova opportunità di accumulazione per il ricco, o in quanto il povero ritiene che la discrezione arbitraria del ricco, ed il giudizio di quest'ultimo su di lui, conferma o nega la sua intera esistenza  e che questa sua esistenza è totalmente dipendente da tale contingenza.
2) La mutua dissimulazione, l'ipocrisia ed il bigottismo vengono spinte fino all'estrema grandezza, cosicché l'uomo senza credito sottostà non solo al semplice giudizio che lui è povero, ma in aggiunta subisce un giudizio morale peggiorativo per cui non è degno di fiducia, di riconoscimento, e quindi è un paria sociale, un uomo cattivo, ed oltre alle sue privazioni, il povero subisce quest'umiliazione e l'umiliante necessità di dover chiedere credito al ricco.
3) Dal momento che, essendoci questa esistenza del tutto nominale del denaro, la contraffazione non può essere intrapresa dall'uomo se non a partire dal materiale della sua stessa persona, egli deve diventare moneta falsa, ottenere credito di nascosto, mentendo, ecc., e questa relazione di credito - sia da parte dell'uomo che si fida e si da parte dell'uomo che necessita di fiducia - diventa oggetto di commercio, oggetto di inganno reciproco e di abuso. Qui diventa anche palesamente evidente che ad essere distrutte sono le basi della fiducia economia; si calcola con diffidenza se il credito possa essere dato o no; si spia nei segreti della vita privata, ecc., di chi richiede credito; si rendono note le ristrettezze temporanee al fine di recare danno ad un rivale per mezzo di un improvviso crollo dei suoi crediti, ecc. Tutto un sistema di fallimenti, di bancarotta, ecc.... Per quanto riguarda i prestiti pubblici, lo Stato occupa esattamente lo stesso posto che occupa l'uomo negli altri esempi... Nel gioco dei titoli di Stato, si vede come lo Stato sia diventato il balocco degli uomini d'affari.
4) Il sistema di credito ha infine il suo compimento nella banca. La creazione dei banchieri, il dominio dello Stato da parte della banca, la concentrazione del potere in queste mani, questo Aeropago economico della nazione, è il degno perfezionamento del denaro.

Nel sistema di credito, il riconoscimento morale di un uomo, come fiducia nello Stato ecc., assume la forma del credito; si svela così il segreto e si mostra per quello che realmente è, la menzogna del riconoscimento morale, l'infamia immorale di questa moralità, l'ipocrisia e l'egoismo che c'è nella fiducia dello Stato.

Lo scambio, sia di attività umana nella produzione stessa che del prodotto umano uno contro l'altro, equivale all'attività di specie e allo spirito della specie, al reale, cosciente e vero modo di esistenza cui attiene l'attività sociale ed il godimento sociale. Dal momento che la natura umana è la vera comunità degli uomini, manifestando la loro natura gli uomini creano, producono la comunità umana, l'entità sociale, che non è potere universale astratto opposto al potere singolo individuale, ma è la natura essenziale di ciascun individuo, la sua propria attività, la sua propria vita, il suo proprio spirito, il suo proprio benessere. Perciò questa vera comunità non viene in essere attraverso la riflessione. essa appare avere necessità egoistiche ed individuali, vale a dire, essa è direttamente prodotta dalla sua stessa attività vitale.

La comunità degli uomini, ovvero la manifestazione della natura degli uomini, il loro mutuo completamento del risultato di cui sono specie-vita, la vita veramente umana - questa comunità è concepita dall'economia politica sotto forma di scambio e di commercio. La società, dice Destutt de Tracy, è una serie di scambi reciproci. E' precisamente questo processo di reciproca integrazione. La società, dice Adam Smith, è una società commerciale. Ciascuno dei suoi membri è un mercante.
Abbiamo visto che l'economia politica stabilisce la forma straniata del rapporto sociale come la forma essenziale ed originale corrispondente alla natura dell'uomo.

L'economia politica - come processo reale - parte dalla relazione fra uomo ed uomo come relazione fra proprietario e proprietario. Se viene presupposto l'uomo in quanto proprietario, ossia, quindi come proprietario esclusivo, che dimostra la sua personalità e distingue sé stesso e, allo stesso tempo, entra in relazione con gli altri uomini per mezzo del suo essere proprietario esclusivo - la proprietà privata è la sua personale, distintiva, e quindi essenziale forma di esistenza - allora la perdita o la cessione della proprietà privata è un'alienazione dell'uomo, in quanto è proprietà privata esso stesso. Qui dovremmo preoccuparci soltanto dell'ultima definizione. Se do la mia proprietà privata a qualcun altro, essa cessa di essere mia; diventa qualcosa di indipendente da me, si trova fuori dalla mia sfera, una cosa a me esterna. Perciò io ho alienato la mia proprietà privata. Riguardo a me, quindi, io l'ho trasformata in proprietà privata alienata. Ma l'ho soltanto fatta diventare una cosa alienata in generale, ho solo abolito la mia relazione personale con essa, l'ho restituita alle potenze elementari della natura se ho alienato soltanto rispetto a me stesso. E' diventata proprietà privata alienata solo se, pur cessando di essere mia proprietà privata, per questo non ha smesso di essere proprietà privata in quanto tale, vale a dire, se essa entra nella stessa relazione con un altro uomo, a parte me, come ciò che essa aveva avuto con me; detto in breve, se essa diventa la proprietà privata di un altro uomo. Escluso il caso di violenza - che cosa mi porta ad alienare ad un altro uomo la mia proprietà? L'economia politica risponde correttamente: la necessità, il bisogno. Anche l'altro uomo è un proprietario, ma è il proprietario di un'altra cosa, che a me manca e di cui non posso e non voglio fare senza, che mi appare come una necessità per il completamento della mia esistenza e la realizzazione della mia natura.

Il legame che unisce due proprietari l'uno con l'altro è il tipo specifico di oggetto che costituisce la sostanza della loro proprietà privata. Il desiderio per questi due oggetti, cioè, il bisogno di essi, indica ciascuno dei proprietari, e lo rende conscio di non essere l'essere particolare che egli ritiene di essere, ma un essere totale i cui bisogni sono in relazione alla proprietà interna a tutti i prodotti, inclusi quelli del lavoro di un altro. Poiché il bisogno di una cosa è la più evidente, irrefutabile prova che la cosa appartiene alla mia essenza, che la sua esistenza è per me, che la sua proprietà è la proprietà, la peculiarità, della mia essenza. Di conseguenza, entrambi i proprietari sono costretti a cedere la loro proprietà privata, ma a farlo in maniera tale che allo stesso tempo confermano la proprietà privata, ovvero a cedere la proprietà privata dentro quella relazione di proprietari privati. Di conseguenza, ciascuno aliena una parte della sua proprietà privata all'altro.

La connessione sociale o la relazione sociale fra i due proprietari è quindi quella della reciprocità nell'alienazione, postulando la relazione di alienazione su entrambe le parti, o l'alienazione come la relazione dei entrambi i proprietari, mentre nella semplice proprietà privata, l'alienazione avviene solo in relazione a sé stessi, unilateralmente.

Lo scambio o il baratto è perciò l'atto sociale, l'atto della specie, la comunità, il rapporto sociale e l'integrazione degli uomini all'interno della proprietà privata, e quindi l'atto alienato della specie. E' proprio per questa ragione che esso appare come baratto. Per questa ragione, ugualmente, è l'opposto della relazione sociale.

Attraverso l'alienazione reciproca o lo straniamento della proprietà privata, la proprietà privata stessa ricade nella categoria della proprietà privata alienata. Poiché, in primo luogo, essa ha cessato di essere il prodotto del lavoro del suo proprietario, la sua esclusiva, distintiva personalità. In quanto è stata alienata, essa è venuta via dal proprietario di cui era il prodotto ed ha acquisito un significato personale per qualcuno di cui non è il prodotto. Essa ha perduto il suo personale significato per il proprietario. In secondo luogo, essa è stata portata in relazione con un'altra proprietà privata, e si è messa alla pari con quest'ultima. Il suo posto è stato preso da una proprietà privata di tipo diversa, così come essa prende il posto di una proprietà di tipo diverso. Da entrambe le parti, di conseguenza, la proprietà privata appare come il rappresentante di un tipo diverso di proprietà privata, come l'equivalente di un diverso prodotto naturale, ed entrambe le parti sono relazionate all'altra in maniera tale che ciascuna rappresenta il modo di esistenza dell'altra, ed entrambi si riferiscono all'altro come al sostituto, di un equivalente. Invece della sua immediata unità con sé stessa, essa esiste ora solamente come relazione a qualcos'altro. Il suo modo di esistenza come equivalente non è più il suo specifico modo di esistenza. Essa è così diventata un valore, ed immediatamente un valore di scambio. Il suo modo di esistenza come valore è una designazione alienata di sé stessa, diversa dalla sua immediata esistenza, esterna alla sua specifica natura, un modo meramente relativo di esistenza.

Come questo valore viene più precisamente determinato dovrà essere descritto altrove, e anche come esso diventa prezzo.

Essendo presupposta la relazione di scambio, il lavoro diventa direttamente lavoro per guadagnarsi da vivere. Questa relazione di lavoro alienato raggiunge il suo punto più alto quando 1) da un lato il lavoro per guadagnarsi da vivere ed il prodotto del lavoratore non hanno alcuna relazione diretta con il suo bisogno e con la sua funzione di lavoratore, ma entrambi gli aspetti sono determinati da combinazioni sociali aliene al lavoratore; 2) chi compra il prodotto non è egli stesso un produttore, ma dà in cambio quello che qualcun altro ha prodotto. Nella cruda forma di proprietà privata alienata, nel baratto, ciascuno dei proprietari ha prodotto ciò di cui ha immediatamente bisogno, ciò che il suo talento e la materia prima disponibile lo hanno spinto a fare. Ciascuno, quindi, scambia con l'altro solo il surplus della sua produzione. E' vero che il lavoro era la sua fonte immediata di sussistenza, ma allo stesso tempo era anche la manifestazione della sua esistenza individuale. Attraverso lo scambio, il suo lavoro è diventato parzialmente fonte di reddito. Il suo scopo ora differisce dal suo modo di esistenza. Il prodotto viene prodotto come valore, come valore di scambio, come un equivalente, e non più a causa della sua diretta, personale relazione con il produttore. Più si differenzia la produzione, e qui più si differenziano i bisogni, da una parte, e più diventano unilaterali le attività del produttore, dall'altra parte, più il suo lavoro ricade nella categoria di lavoro per guadagnarsi da vivere, finché alla fine esso ha solo questo significato e diventa abbastanza accidentale ed inessenziale che la relazione del produttore con il suo prodotto sia di immediato godimento e di bisogno personale, ed anche che la sua attività, l'atto stesso del lavoro, sia per lui godimento della sua personalità e realizzazione delle sue abilità naturali e delle sue finalità spirituali.

Nel lavoro retribuito sono contenute: 1) l'estraneazione e l'accidentalità del lavoro rispetto al soggetto che lavora; 2) l'estraneazione e l'accidentalità del lavoro rispetto al suo oggetto: 3) la determinazione del lavoratore da parte dei bisogni sociali, che per lui sono tuttavia estranei e rappresentano una coercizione alla quale egli si assoggetta spinto dal suo bisogno egoistico e dalla necessità, e che per lui hanno solo il significato di una fonte di soddisfacimento del suo bisogno, così come, rispetto ad essi, egli esiste solamente come uno schiavo dei bisogni; 4) il fatto che il mantenimento della sua esistenza individuale appaia al lavoratore come lo scopo della sua attività, mentre il suo agire reale viene da lui considerato soltanto un mezzo; che egli viva per procacciarsi alimenti.
Quanto più grande ed evoluta appare dunque la potenza della società, all'interno del rapporto della proprietà privata, tanto più egoista, asociale e reso estraneo alla sua propria essenza diviene l'uomo.
Così come lo scambio reciproco dei prodotti dell'attività umana si presenta come baratto, come traffico, anche l'integrazione e lo scambio reciproco dell'attività appare come: divisione del lavoro, che fa dell'uomo un'essenza la più astratta possibile, un tornio ecc., e lo trasforma in un aborto spirituale e fisico.

E' proprio l'unità del lavoro umano che viene considerata meramente come divisione del lavoro, poiché la natura sociale nasce come il suo opposto, sotto forma di straniamento. La divisione del lavoro cresce con la civilizzazione.

Nel presupposto della divisione del lavoro, il prodotto, il materiale della proprietà privata, acquisisce per l'individuo sempre più il significato di un equivalente, ed in quanto egli non scambia più solo il suo surplus, e l'oggetto della sua produzione gli può essere semplicemente indifferente, di modo che egli non scambia più il suo prodotto per qualcosa di cui ha direttamente bisogno. L'equivalente nasce come equivalente in denaro, che è ora il risultato immediato del lavoro per guadagnare da vivere ed il mezzo di scambio (vedi sopra).

Il dominio completo della cosa straniata sull'uomo è diventato evidente nel denaro, il quale è del tutto indifferente sia alla natura del materiale, vale a dire alla natura specifica della proprietà privata, che alla personalità del proprietario. Quello che prima era il dominio della persona sulla persona, è ora il dominio generale della cosa sulla persona, del prodotto sul produttore. Proprio come il concetto di equivalente, il valore, implica già l'alienazione della proprietà privata, ragion per cui il denaro è sensuale, in quanto esistenza oggettiva di tale alienazione.

Non serve dire che l'economia politica è in grado di cogliere questo sviluppo solo in quanto fatto, in quanto risultato di una necessità fortuita.

La separazione del lavoro da sé stesso - separazione del lavoratore dal capitalista - separazione di lavoro e capitale, la forma originale di cui è fatta la proprietà fondiaria e di cui sono fatti i beni mobili... La caratteristica determinante originale della proprietà privata è il monopolio; dal momento in cui si crea una costituzione politica, essa è quella del monopolio. Il monopolio perfetto è la concorrenza.

Per l'economista, produzione, consumo e, come mediatore di entrambi, scambio o distribuzione, sono [attività] separate. La separazione di produzione e consumo, di spirito ed azione, nei diversi individui e nello stesso individuo, è la separazione del lavoro dal suo oggetto e da sé stesso come qualcosa di spirituale. La distribuzione è il potere della proprietà privata che si manifesta.

La separazione di lavoro, capitale e proprietà fondiaria, gli uni dagli altri, come quella del lavoro dal lavoro, del capitale dal capitale, e della proprietà fondiaria dalla proprietà fondiaria, e infine la separazione del lavoro dai salari, del capitale dal profitto, e del profitto dall'interesse, e ultimo di tutti, della proprietà fondiaria dalla rendita fondiaria, dimostra auto-estraniazione sia sotto forma di auto-estraniazione che di estraniazione reciproca.

"Dobbiamo esaminare gli effetti causati dai tentativi del governo di controllare l'aumento o la diminuzione del denaro [...] Quando esso si sforza di mantenere la quantità di denaro inferiore a quelle che ci dovrebbe essere, se le cose venissero lasciate libere, aumenta il valore del metallo nella moneta, e fa diventare interesse di ognuno, [chi può], convertire i suoi lingotti in denaro."
Le persone "fanno ricorso al conio privato. E questo il governo deve impedirlo punendolo. Da un altro lato, quando lo scopo del governo è quello di far aumentare la quantità di denaro, più di quanto ce ne sarebbe se fosse lasciato in libertà, dovrebbe ridurre il valore del metallo nel denaro, al di sotto del suo valore in lingotti, e far sì che sia interesse di ognuno fondere le monete. Anche questo, il governo dovrebbe impedirlo con la punizione. Ma la prospettiva del castigo avrà prevalenza sulla prospettiva di profitto [, solo se il profitto è piccolo]." (Pp. 101, 102 ).

Sezione IX. "Se ci sono due individui, uno dei quali deve all'altro £100, e l'altro deve a lui £100," invece di pagare ciascuno questa somma "tutto quello che devono fare è scambiare i loro obblighi reciproci. Il caso "è lo stesso che fra due nazioni... Da qui i titoli di cambio." Il loro uso era raccomandato da una necessità ancora più forte [...], perché il grossolano sistema politico di questi tempi proibiva l'esportazione di metalli preziosi, e puniva con la massima severità ogni violazione... ." PP.104-05, 106.

Sezione X. Limitazione del consumo improduttivo per mezzo della carta monete. P. 108.

Sezione XI. "Gli inconvenienti" della carta moneta sono... "In primo luogo, - Il fallimento delle parti, dalle quali vengono emesse le note, ad adempiere ai loro impegni. In secondo luogo - Contraffazione. In terzo luogo, - L'alterazione del valore della valuta." P. 110.

Sezione XII. "... i metalli preziosi, sono [...] quella merce [la quale viene in generale comprata e venduta...]. Tali merci possono soltanto essere esportate, quando sono meno costose nel paese da cui provengono, rispetto al paese cui vengono inviate; e che tali merci possono essere importate soltanto, laddove sono più care nel paese cui vanno, rispetto al paese da cui vengono spedite." Di conseguenza dipende dal valore dei metalli preziosi in un paese che esse vengano importate od esportate. Pp. 128, 129.

Sezione XIII. "Quando parliamo di valore del metallo prezioso, intendiamo la quantità di altre cose con cui verrà scambiato." Questa relazione è differente in paesi differenti e perfino in parti differenti del paese. "Diciamo che vivere è più a buon mercato; in altre parole, le merci possono essere acquistate per mezzo di una più piccola quantità di denaro." P. 133.

Sezione XVI. La relazione fra nazioni è come quella fra commerciati... "I commercianti [...] compreranno sempre sul mercato meno caro, e venderanno in quello più caro." P. 159.

IV. Consumo

"Produzione, Distribuzione, Scambio [...] sono mezzi. Nessun uomo produce per la vendita del produrre [...] distribuzione e scambio sono solamente le operazioni intermedie [per portare le cose che sono state prodotte nelle mani di coloro che sono] per consumarle." P. 177.

Sezione I. "Di consumo, esistono due specie." 1) Produttivo. Esso include ogni cosa "spesa al fine della produzione di qualcosa" e comprende "i mezzi di sussistenza del lavoratore..." La seconda classe poi [...] "macchinari; ivi inclusi gli utensili [...], gli edifici necessari alle operazioni produttive, e perfino il bestiame. La terza è, il materiale di cui devono essere costituite le merci che devono essere prodotte, o dal quale esse devono derivare". Pp. 178, 179. "[Di queste tre classi di cose,] è solo la seconda, il cui consumo non viene completato nel corso delle operazioni produttive." P.179.

2) Consumo improduttivo. "Il salario" dato al "valletto" e "tutti i consumi, che non avvengono per il fine che qualcosa, che può essere un equivalente, possa essere prodotto per mezzo di essi, è consumo improduttivo" Pp. 179, 180. "Il consumo produttivo è di per sé un mezzo; è un mezzo di produzione. Il consumo improduttivo [...] non è un mezzo. Esso "è il fine. Questi o il godimento insito in esso, è il bene che costituisce il motivo per tutte le operazioni che lo precesono." P. 180, "Con il consumo produttivo, niente viene perduto [...] Qualsiasi cosa venga consumata improduttivamente, è perduta." P. 180. "Quello che viene consumato produttivamente è sempre capitale. Questa è una proprietà del consumo produttivo che merita di essere sottolineata [...] Qualsiasi cosa venga consumata produttivamente" è capitale e "diventa capitale." P. 181. "L'insieme di siò che le forze produttive del paese hanno creato nel corso di un anno, viene chiamato il prodotto annuo lordo. Di questo la più parte serve a rimpiazzare il capitale che è stato consumato [...] Quello che rimane del prodotto lordo, dopo che ha rimpiazzato il capitale che è stato consumato, viene chiamato prodotto netto; e viene sempre distribuito o come profitto di borsa, o come rendita." Pp. 181, 182. "Questo prodotto netto è il fondo a partire dal quale vengono comunemente fatti tutti i calcoli sul capitale nazionale". "... le due specie di consumo" sono accompagnate da "le due specie di lavoro, produttivo ed improduttivo..." p. 182.

Sezione II. "... l'insieme di ciò che viene annualmente prodotto, viene annualmente consumato; o [...] ciò che viene prodotto in un anno, viene consumato nell'anno successivo." Sia produttivamente che improduttivamente. P. 184.

Sezione III. "Il consumo è coestensivo con la produzione." " Un uomo produce, solamente perché egli desidera avere. Se la merce che egli produce è la merce che desiderava avere, smette quando ha prodotto quanto desiderava avere [...] Quando un uomo produce una quantità maggiore [...] di quello che desidera per sé stesso, questo può avvenire solo per un motivo; vale a dire, che egli desidera qualche altra merce, la quale si può ottenere in cambio del surplus di quello che egli stesso ha prodotto... Se un uomo desidera una cosa, e ne produce un'altra, ciò può avvenire solo perché la cosa che egli desidera può essere ottenuta per mezzo della cosa che egli produce, e viene ottenuta meglio di quanto sarebbe avvenuto se egli stesso avesse cercato di produrla. Dopo che il lavoro è stato diviso [...] ciascun produttore confina sé stesso a una qualche merce o a parte di una merce, solo una piccola porzione di quello che egli produce viene usato per il suo proprio consumo. Il rimanente egli lo destina allo scopo di potersi rifornire con tutte le altre merci che egli desidera; e quando ciascun uomo confina sé stesso ad una merce, e scambia quello che egli produce per quello che viene prodotto da altre persone, si constata che ciascuno ottiene più delle diverse cose che desidera, più di quello che avrebbe ottenuto se avesse cercato di produrre tutte queste cose da sé stesso."

"Nel caso dell'uomo che produce per sé stesso, non c'è alcun scambio. Egli non si offre di comprare niente, né di vendere qualcosa. Egli ha la proprietà; egli l'ha prodotta; e non significa che ne fa parte. Se noi applichiamo, come una sorta di metafora, i termini domanda ed offerta a questo caso, è implicito [...] che la domanda e l'offerta sono proporzionate esattamente l'una all'altra. Se guardiamo alla domanda ed all'offerta del mercato, possiamo lasciare la porzione di prodotto annuo, che ciascuno dei proprietari consuma sotto la forma di quello che produce o riceve, del tutto fuori dalla questione." Pp. 186, 187.

"Parlando qui di domanda e di offerta, è evidente che parliamo di aggregati. Quando diciamo di una nazione particolare, in un dato tempo, che la sua offerta è uguale alla domanda, non intendiamo in ogni merce, o riferito a due merci. Noi intendiamo, che l'ammontare della sua domanda di tutte le merci prese insieme, è uguale all'ammontare della sua offerta di tutte le merci prese insieme. Può benissimo accadere, nonostante questa uguaglianza nella somma delle domande e delle offerte, che una o più merci possano essere state prodotte in una quantità maggiore o minore rispetto alla domanda per quelle particolari merci". P.118. "Per costituire una domanda sono necessarie due cose. Queste sono - Un desiderio per la merce, ed Un Equivalente da dare per essa. Una domanda significa, la volontà di acquisire, ed il mezzo per acquisire. Se manca una delle due cose, l'acquisizione non ha luogo. Un equivalente è il fondamento necessario di ogni domanda. E' inutile che un uomo desidera delle merci, se non ha da dare niente per esse. L'equivalente che un uomo porta è lo strumento della domanda. Il limite della sua domanda viene misurato per mezzo del limite del suo equivalente. Domanda ed equivalente sono termini convertibili, ed uno può essere sostituito dall'altro [...]. Abbiamo già visto, che ogni uomo, che produce, ha un desiderio di altre merci, rispetto a quelle che egli ha prodotto, misurate da tutto quello che ha prodotto in più rispetto a ciò che desidera tenere per il proprio consumo. Ed è evidente, che qualunque cosa un uomo abbia prodotto e non desideri tenere per il proprio consumo, costituisce uno stock che egli può dare in cambio di altre merci. Di conseguenza, la sua volontà di acquisire, ed i suoi mezzi per acquisire - in altre parole, la sua domanda, è esattamente uguale all'ammontare di quello che egli ha prodotto e non intende consumare." Pp. 188-89.

Con il suo consueto cinico acume e con la sua abituale chiarezza, Mill analizza qui lo scambio sulla base della proprietà privata.
L'uomo produce solo al fine di avere - è questo il presupposto di base della proprietà privata. Lo scopo della produzione è quello di avere. E la produzione non si limita solamente a questo tipo di scopo utile; ha anche uno scopo egoistico; l'uomo produce soltanto al fine di possedere per sé; l'oggetto che egli produce è l'oggettivazione del suo immediato, egoistico bisogno. Per l'uomo stesso - in una condizione selvaggia, barbarica - pertanto, è la misura della sua immediata necessità a determinare la quantità della sua produzione, il cui contenuto è direttamente l'oggetto prodotto.
In queste condizioni, quindi, niente di più di quello che egli immediatamente richiede. Il limite del suo bisogno costituisce il limite della sua produzione. Perciò domanda ed offerta coincidono in maniera esatta. L'entità della sua produzione è misurata dal suo bisogno. In questo caso non avviene alcuno scambio, ovvero lo scambio si limita allo scambiare il suo lavoro con il prodotto del lavoro, e questo scambio è la forma latente, il germe, dello scambio reale.
Nel momento in cui avviene lo scambio, viene prodotto un surplus che va oltre il limite immediato del possesso. Ma questo non vuol dire che tale surplus di produzione si innalzi al di sopra del bisogno egoistico. Al contrario, è solamente una maniera indiretta di soddisfare un bisogno che trova la sua oggettivazione non nella produzione, ma nella produzione di qualcos'altro. La produzione è diventato un mezzo per guadagnarsi da vivere, si lavora per guadagnarsi da vivere. Quindi, mentre, sotto il primo stato delle cose, il bisogno è la misura della produzione, sotto il secondo stato di cose, la produzione, o piuttosto la proprietà del prodotto, è la misura di quanti bisogni possono essere soddisfatti.

Io ho prodotto per me stesso e non per te, proprio come tu hai prodotto per te stesso e non per me. Di per sé, il risultato della mia produzione ha altrettanto pochi collegamenti con te di quanti ne abbia con me il risultato della tua produzione. Vale a dire, la nostra produzione non è la produzione dell'uomo per l'uomo in quanto uomo, ossia, non è produzione sociale. Nessuno di noi, quindi, nel godimento del prodotto di un altro si pone come uomo. Come uomini, nella misura in cui sono coinvolti i nostri rispetti prodotti, non esistiamo. Perciò, il nostro scambio, inoltre, non può essere il processo di mediazione attraverso il quale viene confermato che il mio prodotto è [per] te, perché si tratta di un'oggettivazione della tua propria natura, del tuo bisogno. Ragion per cui non è la natura dell'uomo a costituire il collegamento fra i prodotti che realizziamo gli uni per gli altri. Lo scambio può essere soltanto in processo, può solo confermare il carattere della relazione che ciascuno di noi ha con il suo proprio prodotto, e quindi con il prodotto dell'altro. Ciascuno di noi vede nel suo prodotto solo l'oggettivazione del suo proprio bisogno egoistico, e quindi vede nel prodotto dell'altro l'oggettivazione di un diverso bisogno egoistico, indipendente da lui ed a lui alieno.

Naturalmente, come uomo, tu hai una relazione umana con il mio prodotto: hai bisogno del mio prodotto. Perciò esso esiste per te come oggetto del tuo desiderio e della tua volontà. Ma il tuo bisogno, il tuo desiderio, sono impotenti riguardo al mio prodotto. Ciò significa, quindi, che la tua natura umana, la quale è conseguentemente obbligata a stare in intima relazione con il mio prodotto umano, non è il tuo potere su questa produzione, il tuo possesso di essa, perché non è il carattere specifico, non è il potere, della natura dell'uomo ad essere riconosciuto nella mia produzione. Essi [il tuo bisogno, il tuo desiderio, ecc.] costituiscono piuttosto il legame che ti rendono dipendente da me, in quanto ti mettono in una posizione di dipendenza dal mio prodotto. Lungi dall'essere il mezzo che potrebbe darti il potere sulla mia produzione, sono invece i mezzi che mi danno potere su di te.

Quando produco più oggetti di quanti io ne possa direttamente usare, il mio surplus produttivo viene astutamente calcolato per il tuo bisogno. Produco solo apparentemente un surplus di questo oggetto. In realtà io produco un oggetto differente, l'oggetto della tua produzione, che io intendo scambiare con questo surplus, uno scambio che è già stato portato a termine nella mia mente. La relazione sociale che intrattengo con te, il mio lavoro per il tuo bisogno, è quindi una mera parvenza, ed il nostro essere complementari l'uno all'altro è una mera apparenza, la base del nostro reciproco saccheggio. L'intenzione di depredare, ingannare, è necessariamente presente sullo sfondo, dal momento che il nostro scambio è egoistico, sia dalla tua parte che dalla mia, e dal momento che l'egoismo di ciascuno cerca di avere la meglio su quello dell'altro, noi cerchiamo necessariamente di ingannarci a vicenda. E' vero però che il potere che io attribuisco al mio oggetto sul tuo, richiede il tuo riconoscimento per poter diventare un potere reale. Il nostro reciproco riconoscimento dei rispettivi poteri dei nostri oggetti, ad ogni modo, è una lotta, ed in una lotta la vittoria è di chi ha più energia, forza, intuizione, o destrezza. Se io ho forza fisica sufficiente, ti depredo direttamente. Se la forza fisica non può essere usata, proviamo ad imporci l'uno sull'altro, bluffando, ed il più abile riuscirà a sopraffare l'altro. Per la totalità delle relazioni, chi sopraffà chi è un affare di scambio. L'ideale prevede che la sopraffazione abbia luogo da entrambe le parti, cioè, ciascuno ritiene di aver sopraffatto l'altro.

Da entrambe le parti, di conseguenza, lo scambio viene mediato attraverso l'oggetto che ciascuna parte produce e possiede. La relazione ideale per i rispettivi oggetti di nostra produzione è, naturalmente, il nostro reciproco bisogno. Ma la vera relazione reale, che attualmente si verifica ed ha effetto, è solo quella del possesso, reciprocamente esclusivo, dei nostri rispettivi prodotti. Quello che conferisce al tuo bisogno del mio oggetto il suo valore, che vale ed ha importanza per me, è soltanto il tuo oggetto, l'equivalente del mio oggetto. I nostri rispetti prodotti, quindi, sono i mezzi, il mediatore, lo strumento, il potere riconosciuto, dei nostri reciproci bisogni. La tua domanda e l'equivalenza del tuo possesso, perciò, sono per me termini che sono uguali per significato e per validità, e la tua domanda acquisisce un significato, ha un effetto, solo quando ha significato ed effetto in relazione a me. Come mero essere umano, senza questo strumento, la tua domanda è un'aspirazione insoddisfatta da parte tua, ed un'idea che per me non esiste. Come essere umano, quindi, tu non stai in alcuna relazione con il mio oggetto, in quanto io stesso non ho alcuna relazione umana con esso. Ma il vero potere sta nell'oggetto e quindi noi consideriamo vicendevolmente i nostri prodotti come il potere di ciascuno di noi sull'altro e su sé stesso. Vale a dire, il nostro proprio prodotto si è sollevato contro di noi; sembrava che fosse di nostra proprietà, ma in realtà siamo noi la sua proprietà. Noi stessi siamo esclusi dalla vera proprietà perché la nostra proprietà esclude altri uomini.

Il solo linguaggio intellegibile in cui conversiamo, gli uni con gli altri, consiste dei nostri oggetti nella loro relazione gli uni con gli altri. Noi non capiremmo un linguaggio umano ed esso non avrebbe alcun effetto. Da un lato verrebbe riconosciuto e sentito come una richiesta, una supplica, e quindi un'umiliazione, e di conseguenza espresso con un senso di vergogna, di degrado. Dall'altro lato, verrebbe considerato come impudenza o follia e rifiutato come tale. Siamo estraniati a tal punto dalla natura essenziale dell'uomo che il linguaggio diretto di quest'essenziale natura ci appare come una violazione della dignità umana, mentre il linguaggio straniato del valore materiale ci appare come un'asserzione pienamente giustificata della dignità umana, sicura e consapevole di sé.

Sebbene ai tuoi occhi il tuo prodotto sia uno strumento, un mezzo, per prendere possesso del mio prodotto e quindi per soddisfare il tuo bisogno; ai miei occhi esso è ancora lo scopo del nostro scambio. Per me, sei tu piuttosto il mezzo e lo strumento per produrre quest'oggetto che è il mio obiettivo, proprio come, inversamente, tu ti trovi nella stessa relazione rispetto al mio oggetto. Ma 1) attualmente, ciascuno di noi si comporta nel modo in cui viene considerato dall'altro. Tu hai fatto di te stesso il mezzo, lo strumento, il produttore del tuo proprio oggetto al fine di poter prendere possesso del mio; 2) il tuo oggetto è per te soltanto l'involucro sensualmente percettibile, la forma nascosta, del mio oggetto; perché la sua produzione significa, e cerca di esprimere, l'acquisizione del mio oggetto. DI fatto, quindi, tu sei diventato per te stesso un mezzo, uno strumento del tuo oggetto, del quale il tuo desiderio è il servo, ed hai eseguito i servizi più umili per far sì che l'oggetto non debba mai più assecondare il tuo desiderio. Se allora il nostro mutuo asservimento all'oggetto, all'inizio del processo, viene ora visto in realtà come la relazione fra padrone e schiavo, questa è semplicemente l'espressione nuda e cruda della nostra essenziale relazione.

Il nostro reciproco valore è per noi il valore dei nostri reciproci oggetti. In quanto per noi l'uomo stesso è reciprocamente senza valore.

Supponiamo di avere eseguito la produzione come esseri umani. Ciascuno di noi avrebbe affermato in due modi sé stesso e l'altra persona. 1) Nella mia produzione avrei oggettivato la mia individualità, il suo carattere specifico, e quindi avrei goduto non solo della manifestazione individuale della mia vita nel corso dell'attività, ma, anche quando avrei guardato all'oggetto, avrei provato il piacere individuale di conoscere la mia personalità come oggettiva e visibile ai sensi e quindi come un potere al di là di ogni dubbio. 2) Nel tuo godimento dell'utilizzo del mio prodotto avrei avuto il godimento diretto sia di essere conscio di aver soddisfatto un essere umano attraverso il mio lavoro, cioè di avere oggettivato la natura essenziale dell'uomo, sia di aver così creato un oggetto che corrisponde al bisogno della natura essenziale di un altro uomo. 3) Sarei stato per te il mediatore fra te e la specie, e quindi sarei stato riconosciuto e sentito da te come un completamento della tua essenziale natura e come una parte necessaria di te, e di conseguenza mi sarei sentito confermato nel tuo pensiero e nel tuo amore. 4) Nell'espressione individuale della mia vita avrei direttamente creato la tua espressione della tua vita, e quindi nella mia attività individuale avrei direttamente confermato e realizzato la mia vera natura, la mia natura umana, la mia natura comunitaria.

Così, i nostri prodotti sarebbero tanti specchi in cu vedere riflessa la nostra natura essenziale.
Questa relazione dovrebbe inoltre essere reciproca; quello che avviene da parte mia, si verifica anche dalla tua.

Rivediamo i diversi fattori come espressi nella mia supposizione:
Il mio lavoro dovrebbe essere una libera manifestazione della vita. Presupponendo la proprietà privata, il mio lavoro è un'alienazione della ita, perché io lavoro per vivere, per ottenere per me i mezzi della vita. Il mio lavoro non è la mia vita.

In secondo luogo, la natura specifica della mia individualità, perciò, dovrebbe essere affermata nel mio lavoro, dacché quest'ultimo dovrebbe essere un'affermazione della mia vita individuale. Quindi, il lavoro dovrebbe essere vera, attiva proprietà. Presupponendo la proprietà privata, la mia individualità viene alienata ad un tale grado che questa attività mi è invece odiosa, un tormento, ed è piuttosto l'apparenza di un'attività. Perciò, inoltre, è anche un'attività forzata e mi viene imposta solo per mezzo di un bisogno fortuito esterno, non attraverso un bisogno interno, essenziale.
Il mio lavoro può apparire dentro il mio oggetto solo per quello che è. Non può apparire come qualcosa che non è per sua natura. Perciò appare soltanto come espressione della perdita di me stesso e della mia impotenza che è oggettiva, sensualmente percettibile, ovvia e quindi al di là di ogni dubbio.

(Il resto del manoscritto contiene ulteriori brani tratti dal libro di Mill. Dopo gli estratti che affrontano la questione della rendita fondiaria, del profitto del capitale e dei salari come fonte di tassazione di Stato, Marx scrive:

"Inutile dire che Mill, come Ricardo, nega di voler imprimere ai governi l'idea che si dovrebbe fare della rendita fondiaria l'unica fonte di tassazione, dal momento che questa sarebbe una misura di parte che assegnerebbe un onere eccessivo ad una particolare classe di individui. Ma - e questo è di grande importanza, sebbene insidioso - l'imposta sulla rendita fondiaria è la sola tassa che non è dannosa dal punto di vista dell'economia politica, ed è quindi l'unica tassa giusta dal punto di vista dell'economia politica. Infatti, l'unico dubbio che viene sollevato dall'economia politica è più un punto di interesse che un motivo di apprensione, vale a dire, che anche in un paese con un quantità normale di popolazione, e una grandezza normale, l'ammontare risultante dalla rendita fondiaria eccederebbe i bisogni del governo".)

NOTA:

[*1] - Tradotto come "Sistema Monetario": si tratta di un "credo" specifico dei primi mercantilisti. Essi sostenevano che la ricchezza consisteva nel denaro stesso, nella costruzione di depositi di lingotti. Era per questo motivo che non era permessa l'esportazione di oro o di argento, costringendo le nazioni ad avere saldi commerciali attivi.

lunedì 5 ottobre 2015

E' il capitalismo, amico!

corri compagno

Il capitalismo è cambiato. E quando l'oggetto della critica cambia, anche la critica deve cambiare sé stessa.
Oggi, la rottura avvenuta nella nostra epoca esige una trasformazione eccezionale.
Le nuove forze produttive della microelettronica hanno scatenato il vero potenziale di crisi. Per la prima volta nella storia, la ricchezza materiale viene prodotta più dall'utilizzo tecnologico della scienza, che dal dispendio di lavoro umano astratto.
Prima, è stato il fordismo a segnare il periodo di massimo splendore del sistema. Ora, l'informatizzazione ne segna il suo definitivo ingresso nella crisi! Non solo per quel che riguarda una qualche suo aspetto particolare, ma nel suo aspetto centrale. Si tratta della contraddizione fra il contenuto materiale della produzione e la forma che ad esso viene imposto dal valore, dalla valorizzazione del denaro. L'aumento incessante della produttività del lavoro ha raggiunto una situazione in cui il nuovo valore aggiunto a ciascuna unità di prodotto è insignificante.
Il capitalismo, a causa della concorrenza, ha spinto questa produttività all'infinito. In tal modo, ha finito per causare una drastica riduzione del valore (espresso in denaro) e del plusvalore (il maggior valore che si esprime nel profitto), che si stanno azzerando.
E questa sovversione capitalista sta sbaragliando il capitalismo stesso.
Ora, la capacità di razionalizzazione del lavoro è superiore alla capacità di espansione del mercato. Pertanto, la misurazione della ricchezza per mezzo del criterio del valore, ossia, per mezzo della valorizzazione del denaro, è diventata insostenibile. Il lavoro smette di essere la fonte principale della ricchezza, ed il tempo di lavoro smette di esserne la misura. Oggi, la riduzione al minimo del tempo di lavoro si trova in contraddizione antagonistica con il tempo di lavoro in quanto misura e criterio della produzione. Ecco, gli aspetti fondamentali che spiegano la causa e la natura della crisi attuale del mondo globalizzato,
In questo modo, il capitale ha perso la sua dinamica.
La sua sostanza, il lavoro, è svanita.
La sua espressione, il denaro, diventa denaro senza valore.
Le sue forme di pensiero e le sue forme di esistenza sono diventate obsolete.
Le sue relazioni capitaliste patriarcali mostrano come il suo tempo storico si sia esaurito.
La sua crisi non è più crisi di espansione. Il suo sistema sopravvive sull'orlo del collasso.
Oggi, il capitalismo si comporta come un sistema condannato a morte.
Ma la sua esecuzione, tuttavia, continua ad essere rinviata.
Il rimpallo fra mercato e Stato continua a rinviarla.
E ad ogni rinvio il sistema fa un profondo respiro.
Il sollievo, tuttavia, dura poco.
Ora, il rinvio si configura come arretramento della civiltà. La sua ragione illuminista ha cominciato a gestire la tenebra. Il suo albero d'oro della vita, appassisce. Oggi, ci confrontiamo quotidianamente con il genocidio, l'ecocidio, le stragi, la repressione e gli omicidi dei migranti, la corruzione, la disoccupazione, l'austerità, l'irrazionalità, la barbarie, l'insicurezza, i fallimenti dell'economia e della politica e con un intrigante paradosso che consiste nel fatto che utilizziamo ancora la tecnologia affinché l'umanità, ed il pianeta,  possano raggiungere orizzonti infiniti.
Il permanere di tale rinvio sta impedendo la costruzione di una risposta che sia all'altezza delle sfide della critica radicale alla crisi del capitalismo, con la sua politica e la sua economia al collasso.

La crisi attuale, come abbiamo visto, viene dalla frontiera storica della valorizzazione della base della produzione capitalista. Quando si cerca di ovviare a tale limite interno, con la fuga verso la finanziarizzazione e verso il credito pubblico, il capitalismo fa acqua da tutte le parti. Questa crisi non permette più alcuna uscita all'interno del capitalismo.
La risposta alle problematiche globali della crisi della società capitalista trova la sua espressione nella questione femminile. Il superamento del valore è anche il superamento della sua identità maschile. Superare il patriarcato significa superare il moderno sistema feticista produttore di merci. Per questo, la critica radicale del valore, della dissociazione sessuale, del soggetto, dell'estinzione dell'umanità e del pianeta, e la critica dell'illuminismo, costituiscono un tutto indivisibile.
Questa crisi, d'altra parte, mostra in maniera cristallina il limite esterno ecologico del moderno sistema feticista patriarcale produttore di merci. Oggi ci troviamo di fronte alla scomparsa di varie specie su tutto il pianeta Terra.
Quotidianamente, la distruzione dell'equilibrio dei sistemi natura dimostra la sua espansione. La diversità della vita sul pianeta è stata drasticamente ridotta. Sia la vita sulla Terra che la sopravvivenza dell'umanità si trovano in pericolo. Siamo di fronte ad un evento più devastante dell'impatto dell'asteroide che 65 milioni di anni fa sterminò i dinosauri.
Ora, l'asteroide siamo noi - gli esseri umani - che attraverso le relazioni patriarcali capitalistiche abbiamo costruito il moderno sistema feticista produttore di merci che provoca distruzioni impressionanti; che altera la composizione dell'atmosfera attraverso le emissioni di CO2; che aumenta l'acidità degli oceani; che innalza la temperatura media del pianeta; che riduce drasticamente le risorse idriche provocando siccità; che inquina l'aria; che provoca inondazioni; che ha già compromesso più del 50% della superficie della terra; che distrugge un'enorme estensione di foreste tropicali; che espelle le specie dal loro habitat naturale; che provoca danni irreparabili all'ecosistema globale; che produce alimenti che uccidono gli esseri umani; che degrada sempre più i servizi sanitari; che ha già provocato l'estinzione di 1/4 di tutti i mammiferi, di più del 40% degli anfibi, di 1/3 dei coralli, di 1/3 degli squali, di 175 dei rettili, di 1/6 degli uccelli, ... secondo i dati divulgati dagli scienziati di tutto il mondo.
Ora, noi, gli esseri umani, possiamo renderci conto che stiamo davanti alla minaccia dell'estinzione dell'umanità e del pianeta.
Ma, c'è una questione decisiva per affrontare tutte queste situazioni. Questa crisi mostra che il limite della nostra costituzione, in quanto soggetto formattato dalla matrice feticista, ci ha reso impotenti nei confronti della nostra creatura - il capitalismo - che è diventata superiore al suo creatore - l'essere umano. Se non saremo in grado di superare la nostra maschera di carattere, di soggetto postmoderno della decadenza, costituendoci come anti-soggetti al fine di poter uscire dalla camicia di forza che abbiamo indossato, finiremo per affondare nei suoi orrori. Orrori che sono la conseguenza del funzionamento della logica stessa della società dello spettacolo.
Come conseguenza dell'esaurimento di questa logica, si sta vivendo con il potere di d'acquisto delle persone polverizzato dalla disoccupazione di massa, dall'inflazione, dagli interessi, dall'aumentato carico fiscale, dalla riduzione dei servizi pubblici e degli investimenti statali. Evidentemente, ciò che qui è in gioco non è soltanto la riproduzione, ma la capacità stessa di esistenza e di funzionamento del capitalismo. Sono manifestazioni che segnano i suoi confini. Indicano un programma suicida del modo di produzione capitalista. Questa situazione rende ingiustificabile che i partiti di sinistra, i sindacati ed i movimenti sociali continuino a rimanere legati al mercato, allo Stato, alla politica ed all'economia. Commetteranno suicidio insieme al capitalismo?
Non si è mai avuto un periodo della storia dell'umanità nel quale la volontà cosciente degli esseri umani abbia rivestito un'importanza così decisiva, come quella che ha ora, nel tempo dell'esecuzione della condanna della società capitalista.

critica

Per tentare di rispondere a tutte queste sfide, stiamo lanciando delle giornate di emancipazione, nelle quali pretendiamo di rispondere ai complessi problemi che vanno dal possibile aumento dei tassi di interesse negli Stati Uniti, alla Conferenza del Clima a Parigi, dalla barbarie contro gli emigranti in Europa, alla confusa messa in scena dell'impeachment in Brasile.
In quanto anti-soggetti, riuniremo tutte le condizioni indispensabili per porre fine al cantico delle merci ed alle sue passioni. D'ora in avanti, possiamo già cominciare a cantare l'essere umano e la sua emancipazione.
La nostra lotta è ora per la rottura con il moderno sistema feticista patriarcale produttore di merci, per sostituirlo con una società umanamente diversa e defeticizzata, socialmente uguale e creativa, ecologicamente esuberante e bella, gratificante nell'ozio produttivo e completamente libera.

Un abbraccio
Crítica Radical

fonte: Crítica Radical

domenica 4 ottobre 2015

Panta Rei

scorre

Che scelta rimane alla Grecia dopo le elezioni?
- Tutto scorre - non solo in Grecia? -
di Richard Aabromeit

Le posizioni
"... E' stato proprio come se nessuno avesse detto niente
". Nella traduzione tedesca di una conversazione fra Yanis Varoufakis con il "New Statesman", riportata su Neues Deutschland del 16 luglio del 2015, l'ex ministro greco delle finanze esprime il proprio stupore per il fatto che i suoi colleghi e le sue colleghe dell'eurogruppo, nel corso dei negoziati sul debito sovrano della Grecia e su un possibile terzo pacchetto di salvataggio, non hanno voluto avere con lui alcuna discussione sulle questioni economiche ed hanno semplicemente ignorato le sue osservazioni sul risultato finale. Tutti i suoi argomenti ed analisi sono stati in qualche modo recepiti dalle competenza e dai poteri riuniti della politica finanziaria europea, soprattutto dal Dr. Wolfgang Schäuble, ma anche così effettivamente ignorati. Questo indica quando fosse isolato il governo greco di Syriza, e personalmente Varoufakis, fin dall'inizio di questi negoziati con gli altri 18 membri del cosiddetto Eurogruppo, con la Commissione Europea e con l'FMI. Questo eurogruppo è una raggruppamento unico il quale, secondo il giudizio del parlamento tedesco, "fondamentalmente non alcun potere di prendere una decisione indipendente". Questo dev'essere visto in rapporto alla discussione attualmente in corso sui media, e fra il pubblico in generale, circa il tema della Grecia e del suo debito pubblico, in generale, e sopra le condizioni per ottenere il terzo pacchetto di aiuti recentemente approvato, in particolare.
Sebbene Syriza si sia di nuovo chiaramente imposto nelle elezioni del 20 settembre, non cambierà niente di decisivo, salvo rivelarsi, Alex Tsipras, definitivamente dome il Gerard Schröder greco, in quanto la situazione nella zona euro, circa il tema della Grecia, ed anche in generale, è innanzitutto segnata essenzialmente da due posizioni a prima vista fondamentalmente diverse:
da un lato ci sono quelli che, partendo dalle idee neoliberiste o economicamente conservatrici, considerano adeguata e promettente la politica dell'austerità. Le loro posizioni ed esigenze hanno finora essenzialmente prevalso , come si sperava: dev'essere promossa la privatizzazione delle imprese pubbliche (e redditizie) così come di porti ed aeroporti; il bilancio dello Stato deve prensetare, a medio termine, un avanzo primario del 3,5%, che può essere raggiunto solamente per mezzo di tagli, soprattutto nell'area sociale; la riformulazione del sistema pensionistico deve garantire che in seguito alla riforma l'età venga aumentata a 67 anni e che il pensionamento anticipato verrà significativamente penalizzato; l'IVA verrà aumentata dal 13% al 23%; le regole per la contrattazione collettiva dei salari verranno riviste.
Dall'altro lato ci sono quelli che rifiutano queste misure di austerità a scapito della maggioranza della popolazione e a favore degli istituti di credito della Grecia. A questo campo appartengono, in prima linea, tutti quelli che si inquadrano in senso ampio nelle posizioni del giornale TAZ, cioè, persone e gruppi che insistono nel difendere posizioni solidali, critiche della crescita e diffusamente anticapitaliste. Come esempio potremmo qui prendere i commenti pubblicati da TAZ sul suo sito (http:/taz.de) il 6 settembre 2015: "Allo stesso tempo, la crisi obbliga a trovare nuove forme di vivere e di lavorare insieme ed aumenta gli spazi dove applicarle. Progetti che da anni sono stati promossi da gruppi anarchici, antifascisti e di solidarietà, sperimentano ora una grande affluenza, nascono nuove idee. Gli spazi di autogestione ed i progetti di vicinato, cliniche di solidarietà, isole senza economia monetaria, negozi gratuiti, economia del dono, cooperative, laboratori e progetti di auto-aiuto. Modelli democratici di base con decisioni consensuali e lavoro collettivo diventano più conosciuti e più familiari. Alcuni greci quindi sono obbligati ad unirsi per costruire una società solidaria e pacifica a partire dal basso." A rigore, pensando allo spettro politico convenzione, anche i neo-keynesiani ne fanno parte; tuttavia, da parte loro, al di là dell'esigenza di un esteso, ma non specificato, programma di investimenti, così come di aumento della spesa pubblica, si sente dire ben poco, soprattutto nell'area sociale, anche per questo li lascerò sussunti in maniera indifferenziata dentro le posizioni di economia solidale di TAZ.
Una terza posizione che appare più marginale, archeomarxista da cima a fondo, si può trovare in Junge Welt del 18/19 luglio del 2015: "Una volta che tanto gli interessi della classe dominante quanto quelli delle classi dominate sono contraddittorie e la lotta di classe può sempre prendere direzioni differenti, non è chiaro in alcun modo, fin dall'inizio, come finirà il processo di negoziato fra il governo greco ed i creditori".
Un'altra argomentazione più periferica, costruita sulla base di una pura politica di potere, afferma che la posizione intransigente e la linea dura della troika e, in particolare del ministro tedesco delle finanze, ha solo due obiettivi: in primo luogo, il chiaro rifiuto del primo governo di sinistra radicale dell'Unione Europea e, in secondo luogo, impedire che si crei un precedente. Tuttavia, possiamo riconoscere frammenti di quest'ultima posizione, più o meno attenuata, in quasi tutte le posizioni.
Detto riassumendo, e leggermente semplificato, quindi, in prima linea si trovano i difensori di una ferrea politica di austerità, grandi privatizzazioni e drastici aggiustamenti strutturali, contro quello che difendono un aumento della spesa pubblica, un alleggerimento del debito e l'inizio di un programma di investimenti, così come l'esplorazione di possibili metodi alternativi di gestione attraverso misure più efficaci. Né i marxisti della lotta di classe né chiunque altro presenta proposte che debbano essere seriamente discusse. L'ultima delle posizioni di cui si è detto, ossia, quella della politica del potere, somigliando quasi ad una teoria della cospirazione, è diffusa in dosi più o meno forti un po' su tutti gli altri punti di vista e al di là di questo è difficilmente percepibile, di modo che preferisco concentrarmi sulle prime altre due. Dal momento che nessuno degli esperti presenti nella sfera pubblica, alla fine ha insistito sul tema del "Grexit", non metterò a fuoco neanche questo tema; di fatto finisce per essere di secondaria importanza, il che si deduce anche dalla mia argomentazione.

Ciò che queste posizioni dimenticano
Le somiglianze fra i punti di vista che ho brevemente delineato molto probabilmente non sono riconosciuti dai loro rispettivi rappresentanti, dal momento che le discussioni sulle misure da prendere e sulle cause delle disgrazie greche sono a volte talmente violente che si ha l'impressione di differenze inconciliabili. Queste somiglianze possono essere riassunte dicendo che dappertutto si verifica una situazione assolutamente statica e difficile da considerare, ma le ragioni perché avviene questo, inclusa la storia cronologica della formazione di questa miseria, vengono ignorate per una questione di semplicità. Anche la negazione o l'occultamento dei principali problemi con cui la Grecia si confronta sempre più a partire dal suo ingresso nell'eurogruppo, ossia, il suo forte ritardo nella produttività del capitale e del lavoro, secondo i criteri dell'economia politica - per non dire dei criteri marxisti - riunisce involontariamente la grande maggioranza dei commenti e delle ricette. Così, le differenti proposte per migliorare la situazione greca non si basano sulla percezione dei problemi reali, e neppure sul considerare tutti i dati empirici rilevanti, ma unicamente sul punto di vista politico di ciascuno dei partecipanti alla discussione.
Si è potuto ripetutamente vedere in quasi tutti i commenti, relazioni e dibattiti sul tema della Grecia un'incredibile mancanza di riconoscimento dei fatti - reale o simulata - e l'adesione a vecchi pregiudizi insieme alla creazione di nuovi, e assai spesso anche una semplice proiezione di altre situazioni sulla situazione greca. In alcuni casi, aggiungiamo pure dei patetici risentimenti e molta demagogia da bar. La domanda sarebbe: è questo un processo di occultamento e di negazione, e questo è davvero incredibile, ed è questa una condotta dei media cui da oggi dobbiamo abituarci - se non lo abbiamo già fatto? Forse, i rappresentanti dei media non possono o non vogliono "riferire" in maniera diversa, perché altrimenti avrebbero dovuto descrivere e spiegare nei loro giornali, nei loro blog e nelle loro trasmissioni, una situazione molto complicata, che probabilmente avrebbe infastidito i consumatori di questi media, ed avrebbe potuto rovinare le edizioni. il numero dei click e l'audience. Poiché è sufficientemente più semplice, più promettente e non ultimo, più redditizio, denunciare genericamente, arricchendo la cosa con un paio di episodio a proposito della presunta pigrizia di tutto un popolo, oppure, in alternativa, flagellare la presunta mancanza di fermezza dell'ex premier Alexis Tsipras.
Ma, indipendentemente dal fatto che si preferisca la politica repressiva di austerità completamente fallita oppure la politica del completamente disperato postulato neo-keynesiano unita ad un'idea illusoria di economia solidale, da entrambi i lati, alcuni fatti realmente complicati, ma abbastanza ovvi, non vengono affrontati, o quanto meno non vengono affrontati sufficientemente. Il gioco più recente, è quello di notare che in qualche modo tutte le parti esistenti nello spettro di sinistra sono segretamente a favore di una sorta di Grexit di sinistra - in maniera simile a quella della posizione di Schäuble - o quanto meno lo prendono in considerazione, come recentemente si è chiesto, sul Neues Deutschland del 14/8/2015, Tom Strohschneider: "Grexit di sinistra?"

La situazione
Anche la comparazione di principio - non espressa e spesso negligente, sia fatta consciamente che inconsciamente - fra l'economia greca e quella delle nazioni industriali tradizionali, come la Germania, il Regno Unito, l'Olanda, o la Francia, e perfino con gli Stati Uniti e con il Giappone, dimostra chiaramente che qualsiasi approccio differenziato, al di fuori delle idee dei due punti di vista principali, degli specialisti, continua a non essere preso in esame. A partire da questo confronto implicito, generalmente si trae la conclusione che la Grecia di oggi, semplicemente e senza penalizzazioni, non dovrebbe nemmeno poter essere liberata dalla sua situazione complicata. Se la Grecia aveva un debito così elevato, allora "i greci" non ne devono evitare le conseguenze e, in fin dei conti, devono prendere sul serio il risparmio, l'auto-regolamentazione, il rimborso, ecc..
Uno sguardo ai numeri dell'econometria già ci rivela alcune differenze in rapporto ai centri capitalisti dei paesi pienamente industrializzati: il settore terziario greco, ossia, il settore dei servizi, rappresenta attualmente circa il 71% del PIL, soltanto il settore del turismo contribuisce con il 16%, senza confronti con qualsiasi altro paese dell'Unione Europea in termini di percentuali del PIL. Il settore secondario, cioè l'industria, contribuisce in Grecia con circa il 16%, il settore primario (estrattivo), ossia, soprattutto l'agricoltura e la pesca, con circa il 6%, ancora una volta senza confronti con qualsiasi altro paese dell'Unione Europea. Questo significa: l'agricoltura ed il turismo contribuiscono per quasi un quarto del PIL; ora, se teniamo conto di una parte del settore secondario, ossia, la trasformazione industriale dei prodotti agricoli prodotti nel paese, allora ci avviciniamo ad un terzo del PIL che non ha niente a che vedere con l'industria classica; ma è solo qui che avvengono i guadagni di produttività rilevanti, e perciò si creano ancora - seppure in grado minore rispetto a prima - muovi posti di lavoro. Per non parlare del ritardo dell'economia greca sul tema della produttività industriale nel suo insieme; il livello di tale produttività è una categoria globale ed esige che tutti coloro che vogliono partecipare al mercato mondiale, o al mercato europeo, raggiungano almeno questo livello. E' proprio qui che la Grecia ha il suo problema centrale. E' vero che i dati dell'econometria borghese forniscono soltanto informazioni limitate e, soprattutto, solo indirette, a proposito della realtà economica; ma, come prima evidenza empirica, servono di certo: Mentre i greci lavorano in media 2.034 ore l'anno, in confronto in Germania si lavora solo 1.393 ore l'anno; tuttavia, in tutto questo tempo, in Grecia è stato prodotto un PIL per ora lavorata di solamente 36$ circa; in confronto, la media europea è di circa 50$, ed in Germania è di 62$. Viene quindi smentito il concetto dei greci "pigri", ma si dimostra anche che i problemi strutturali in Grecia consistono di fatto essenzialmente nella quasi irrecuperabile bassa produttività dell'economia. E' solo un'illusione credere che questa situazione possa cambiare in meglio per mezzo di risparmi e privatizzazioni.
Attualmente, il debito pubblico greco ammonta a più di 310 miliardi di euro, ossia circa il 177% del PIL, che nel 2103 è stato di circa 182 miliardi di euro. A titolo di confronto, nel 2007, ossia poco prima del crollo globale, il debito pubblico era solo poco più del 100% del PIL, e nel 1987 solo del 50%. L'aumento, che si è accentuato in particolare dopo il 2007, è dovuto al grande sforzo effettuato dallo Stato greco e dalle istituzioni (BCE, FMI, Commissione Europea) per il salvataggio delle banche (private) greche, e non alla stravaganza o alla dissolutezza di quello Stato. Con il salvataggio delle banche nel 2010, i debiti, prima privati (delle banche private greche) sono stati in gran parte nazionalizzati - ed ora è esattamente questa censura che viene fatta allo Stato stesso. A confronto, in Germania lo stesso rapporto del debito pubblico rispetto al PIL è aumentato, anche nel 2013, di circa il 78%, negli Stati Uniti di circa il 100%, in Spagna quasi dell'85%, in Cina soltanto del 25%. Il tasso di disoccupazione in Grecia, nel marzo del 2015, è stato del 26%, in Spagna quasi del 25% - in qualsiasi altro posto dell'Unione Europea (NB: includendo il Portogallo) significativamente meno. Questi dati verranno analizzati più in dettaglio.
Chiunque guardi queste cifre con ragionevole attenzione e le interpreti attraverso un minimo di cognizione di causa, sa che la Grecia non sarà mai in grado di ripagare il debito, ed è poco probabile che possa continuare a pagare gli interessi senza una ristrutturazione permanente e senza differimenti. Col terzo programma di aiuto recentemente adottato, di cui è il numero maggiore di misure di austerità che costituisce allegramente l'obiettivo principale, tutto questo non cambierà. Stranamente, il peso del debito in Grecia è stato quasi completamente nazionalizzato, e sono stati i governi di Tsipras che hanno dato inizio alle prime azioni nell'ambito delle richieste di austerità - tuttavia: i debiti praticamente non sono diminuiti. Anche così, i neoliberisti dicono ostinatamente che c'è solo bisogno di aspettare e si vedranno gli effetti benefici delle loro misure!
Nonostante sia minima la probabilità di pagamento del debito della Grecia, c'è stato, più implicitamente che esplicitamente, come un consenso fra tutti i partecipanti al dibattito, dai teppisti neoliberisti, passando per i codardi neo-keynesiani e per i sognatori dell'economia solidale, fino ai truffatori archeo-marxisti, procedendo tutti come se la Grecia dovesse in qualche modo per mezzo dei suoi contribuenti effettuare realmente questo pagamento. Solo così, può essere più o meno inteso il motivo per cui la rigidità di Schäuble e della "Troika" abbia assunto simili proporzioni, e su questo punto non ci sia stata una resistenza apprezzabile. E naturalmente: se si (cioè, il resto di Eurolandia) mostrasse tolleranza con la Grecia, in seguito anche tutti gli altri paesi con problemi vorrebbero un qualche sollievo o aiuto (finanziario)!
Ora, qui, bisogna insistere di nuovo vigorosamente sul fatto che i dati ed i commenti precedenti (ed anche quelli che seguiranno) si basano esclusivamente sui numeri borghesi dell'econometria. Se teniamo in considerazione il fatto che tra il 1986 ed il giugno del 2010, c'è stato in Grecia soltanto un istituto di statistica, alle dipendenze del Ministero dell'Economia e delle Finanze (ossia immediatamente influenzabile politicamente) e che soltanto nel luglio del 2010 è stato creato un istituto di statistica indipendente dal governo, sorgerà certamente qualche dubbio sulla validità dei numeri. Ma quello che, nonostante tutto, decorre dalla situazione incerta dei dati è duplice: in primo luogo, la Grecia, a causa del peso degli interessi e dei rimborsi, non disporrà di nessun margine di manovra per qualsivoglia sviluppo economico in un futuro prevedibile. In secondo luogo, il ritardo della Grecia rispetto alla produttività industriale relativamente agli altri paesi della UE e della zona euro è troppo grande per poter essere colmato nel medio periodo, ed ancor meno nel breve periodo. D'altra parte, e questo in generale non viene realmente silenziato, però viene poco riferito, la situazione sociale di una gran parte della popolazione greca non è soltanto di miseria, ma diventa ogni anno più miserabile a causa delle misure introdotte con la crisi economica avvenuta nel 2008. Ad esempio, il PIL in Grecia è crollato, in termini reali, dal 2008 al 2013, di più di un quarto del suo valore. Le conseguenze della crisi economica e finanziaria e delle misure imposte sono devastanti, come viene sottolineato, a titolo di esempio, da alcuni numeri:

- Dal 2011 al 2013, circa 70mila imprese hanno presentato istanza di fallimento, mentre sono a rischio di fallire un numero stimato di più di 180mila;
- Il reddito medio, tra il 2009 ed il 2013, è crollato di circa il 22%; assieme all'aumento dei prezzi, nello stesso periodo, di più del 10%, questo risulta in una perdita del potere di acquisto della maggioranza della popolazione di quasi un terzo, in quattro anni;
- Quasi metà dei pensionati ricevono al massimo 500 euro al mese;
- Il 38% dei greci vive sotto il limite di povertà;
- Quasi due terzi delle persone che hanno meno di 25 anni sono disoccupate;
- Circa 800mila persone (su circa 11 milioni, ossia, il 7% della popolazione greca, inclusi neonati e bambini) non hanno accesso al servizio sanitario.

Se Angela Merkel e Wolfgang Schäuble volevano fare realmente della Grecia un esempio, costi quel che costi, allora è proprio questo che fino ad oggi sono riusciti a fare molto bene - solo che la situazione da allora non è migliorata, né andrà a migliorare in futuro. Non si è (ancora?) aggravata drammaticamente solo perché in Grecia le famiglie e i clan (proprio grazie alle loro relazioni sociali tradizionali, ossia arretrate, dal punto di vista dei centri capitalisti) sono ancora in grado non solo di salvare i bisognosi (disoccupati, poveri, vedove, giovani, anziani, ecc.) dalla rovina finale e di mantenerli nel cerchio di coloro che sono ancora socialmente riconosciuti, ma anche di considerare questo una cosa del tutto naturale.

Le ragioni
Le ragioni della miseria in Grecia sono molto citate da tutti e da tutte le parti; la maggior parte delle volte servono a giustificare il fatto che la Grecia deve fare i conti con la sua situazione attuale, ma purtroppo sono pieni di calcolo, di preconcetti e di paura. Delle due posizioni principali sulla crisi della Grecia summenzionate, ossia, quella neoliberista e quella neo-keynesiana/dell'economia solidale, sono state di fatto immesse nella discussione alcune proposte per porre rimedio a questa crisi (vedi sopra); ma per quanto riguarda le ragioni dell'emergere della crisi, al di là delle banalità, c'è poco di cui tener conto. Ora, quasi nessuno vuol prendere seriamente atto di queste ragioni nel quadro della problematica della Grecia. Queste ragioni, di fatto, possono già essere lette nelle statistiche e nelle relazioni conosciute; ma possono essere comprese (quasi euristicamente) soltanto con l'aiuto di una riflessione ragionevolmente intensiva e che abbia la sua base su tutti i dati, quindi non solo sulla base di gradevoli dati empirici. A chi è riuscito ad innescare questo processo di riflessione in forma propositiva e consistente non sfuggirà che lo sviluppo della crisi del capitalismo contemporaneo porta problemi enormi anche nei centri del processo di valorizzazione; nelle estremità dei centri, ad esempio in Grecia, questi problemi si mostrano già in forma chiaramente aggravata; della situazione nelle periferie, qui non parleremo. Ora, questa propensione alla crisi consiste nel fatto che, per circa 50 anni, sono stati globalmente vittime dell'aumento della produttività più lavoratori di quanti hanno avuto accesso, di nuovo grazie all'espansione dei mercati, a nuovi prodotti,  o per effetto della riduzione del costo del lavoro. Se questo ha portato già nei centri ad effetti secondari molto spiacevoli, ad esempio, in Germania, le relazioni di lavoro sempre più precarie, ed in paesi economicamente molto più deboli, come la Grecia, lo stesso meccanismo di azione poteva portare soltanto a conseguenza ancora peggiori. Purtroppo - e questo semplicemente non viene notato né preso in considerazione dalla cosiddetta sinistra o dai progressisti - le correnti principali summenzionate (neoliberisti e neokeynesiani/difensori dell'economia solidale) rispetto a questo non differiscono fra di loro. Ma esse lottano ancora fra di loro con molta forza - mi domando: a che scopo?

Quale dev'essere la direzione?
Misure politiche significative non possono essere misure strutturali o di austerità pseudo-realista, dal momento che in ogni caso non arrivano a niente, tranne che ad aumentare la sofferenza di una gran parte della popolazione ellenica. Al contrario, esse dovrebbero assumente un carattere che accetta l'affermazione della formazione sociale esistente, in quanto che, con qualsiasi altra misura a breve o a medio termine presa in Grecia, non può essere modificato niente nella valorizzazione del capitale, lì o altrove, o addirittura globalmente. Pertanto, misure significative che abbiano successo devono essere specifiche esclusivamente al fine di alleviare la sofferenza di circa un terzo della popolazione greca e, simultaneamente, mostrare a tutti quelli che ancora credono nel miracolo greco od europeo, che tali misure sono l'unica cosa che rimane da fare per le persone che non trovano il coraggio di mettere in discussione il tutto, la totalità sociale.

Conclusione
La vera conclusione può essere resa in maniera relativamente breve sotto forma di una semplice tabella, che contiene solo 6 punti e che può rappresentare un esempio di tipo diverso:

1 - La Grecia, a medio e a lungo termine, non potrà pagare gli interessi del suo debito, senza subire un danno economico e sociale ancora più massiccio;
2 - La Grecia è il paese della zona euro che ha mostrato la minore produttività economica;
3 - La Grecia è il paese della zona euro in cui possono essere avvertiti più chiaramente gli effetti della crisi generale e globale, soprattutto nella "popolazione media"
4 - Nel quadro di valorizzazione del valore capitalista, non vi è alcuna possibilità di offrire alla Grecia una prospettiva soddisfacente di un miglioramento sostenibile della situazione, sia in campo economico che in campo sociale;
5 - Solo il miglioramento della situazione sociale e finanziaria delle persone più colpite, può essere un obiettivo ragionevole delle proposte politiche da parte che si considera critico della società:
6 - Da tutto ciò ne consegue che una riduzione generale o una moratoria del debito, e la preparazione di un pacchetto sociale per quel terzo di più bisognosi dei residenti greci, sarebbe l'unica esigenza realista per non soccombere ad una qualche fantasmagoria neoliberista o neo-keynesiana, o perfino all'economia solidale.

Bisogna mettere in chiaro che le posizioni neoliberiste-conservatrici (parola chiave: austerità) devono essere criticate di fatto a causa delle loro conseguenze profondamente anti-sociali; e bisogna anche chiarire che le richieste neo-keynesiane (parola chiave: programma di investimenti) non possono che rimanere tanto irrealistiche quanto disperate ed inefficaci; non da ultimo, bisogna sottolineare, in particolare, che le possibilità indicate dai rappresentanti dell'economia solidale (parola chiave: autogestione e progetti di quartiere) non rappresentano affatto un contributo alla soluzione del problema globale, e devono essere classificate dagli interessati come ciniche ed arroganti. Ad ogni modo, dopo le recenti elezioni, alla Grecia non rimane alcuna scelta...

Quelli che, nella discussione sul problema Grecia, dovessero per caso avere delle fantasie grandiose circa la trasformazione, o addirittura circa il rovesciamento del capitalismo, devono considerare che il miglioramento della situazione degli svantaggiati va accolto come un atto umanitario e dev'essere appoggiato, ma anche che non si tratta di qualcosa in grado di contribuire in alcun modo a superare la nostra formazione sociale.

- Richard Aabromeit - Pubblicato su Exit! il 25/9/2015

fonte: EXIT!

venerdì 2 ottobre 2015

Paleopolitica

paleopolitica

Quello che c'è di naturale nell'uomo non è altro che mancanza di capacità di adattamento e vulnerabilità.
Con la remota vita dell'orda, o dei clan, nel periodo più antico e più nebuloso della storia della specie, comincia per gli uomini la storia sociale della domesticazione umana: la distinzione fra natura e cultura  dev'essere eliminata. L'orda può essere intesa come un'incubazione di quell'anti-naturalità che serve a tenere lontana l'oppressione dell'antica natura attraverso il predominio del fattore storico-culturale.
Con la protezione dell'orda, l'homo sapiens evita i conflitti. In contrapposizione alla natura ostile, l'orda, modernizzata in tribù - in una comunità umana precedente alla polis, alla civitas, all'impero: tutte figure dell'era agraria -, funziona come un'incubatrice dell'homo sapiens. A partire dal punto di vista della domesticazione umana, il pericoloso va fuori dall'orda, e la natura umana - a fronte della quale l'orda generava uno spazio comunitario - si converte gradualmente, a partire dall'era agraria, in un dentro ominizzato per mezzo di un dominio che si esprime attraverso la costruzione - in un primo momento, spontanea, e dopo, pianificata - di abitacoli finalizzati all'insediamento finale.
L'utilizzo e la conoscenza della storia dei cicli agrari, a partire dai primi insediamenti delle ex tribù nomadi, costituisce la forza immaginaria per poter vincolare in maniera progressiva, attraverso livelli sempre maggiori di coesione sociali, i grandi gruppi, fino a formare un insieme su grande scala, chiamato popolo, nazione, stato, società, comunità.
Lo strumento più potente, nell'epoca dei grandi imperi, è la politica classica, la quale ha come obiettivo quello di formare un insieme di uomini coesi intorno ad una sfera di cose comuni. Riunire i cittadini sotto il vincolo sociale, è l'elemento primordiale per la trasformazione su grande scala di gruppi umani relativamente dispersi, bande nomadi di cacciatori-raccoglitori, in sistemi comunitari di animali politici sedentari. Lo Stato è l'involucro che, in quanto spirito comune della città, si estende su tutta la polis. L'uomo comincia ad avere una posizione dominante nei centri urbani degli antichi imperi, dove si forma una élite esperta nell'arte di saper comandare: si conclude così una secessione dalla vecchia natura, che darà luogo all'attuale secessione degli uomini dall'uomo.

Quaderni di lettura (per organizzare il pessimismo)

fonte: Materia construida

giovedì 1 ottobre 2015

Babelizzazioni

ponti

Ponti e diavoli, ovvero la demonizzazione del sapere tecnico
- Note per una storia delle ombre -
di Andrés Martinez Reche

"La parola, ombra dell'atto" - Democrito di Abdera -

La diffidenza nei confronti del sapere scientifico in generale, e del sapere tecnologico in particolare, è una costante storica che può essere rintracciata nella letteratura e nel folklore. Alcune opere tecniche, come i ponti, hanno prodotto un ricco repertorio di leggende e di significati simbolici. Parliamo dei ponti, e delle leggende, assai spesso diaboliche, costruite intorno ad essi. Con l'espressione "ponti del diavolo", uniamo due termini che, presi singolarmente, godono già di una vastissima presenza in differenti tradizioni, epoche e geografie.
Dacché c'è memoria di un'invenzione umana, ci sono anche storie di rappresaglie divine. L'uomo non inventa impunemente. La conoscenza in grado di trasformare il mondo (nel bene o nel male, a seconda delle capacità), nasce accompagnata da un diffuso senso di colpa: basti ricordare come la scelta dell'albero della conoscenza implichi la rinuncia ai frutti dell'albero della vita.
La diffidenza, il sospetto, anche la paura, della maggioranza delle persone nei confronti di determinate opere tecniche (di architettura, di ingegneria...), così come nei confronti delle conoscenze tecniche e scientifiche che tali opere implicano, è una costante della storia dell'uomo. Tra il sapere degli specialisti ed il suo riflesso e la sua ricezione da parte di una cittadinanza che ha sempre più paura di una scienza che non comprende, si innalzano dei muri che sono sempre più difficili da abbattere. Il risultato può essere, ancora una volta, la riproposizione di quelle quelle paure ancestrali che hanno sempre accompagnato ogni nuova invenzione: oggi, le scienze che "spaventano" sono solo alcune (la biologia, per l'incertezza del suo utilizzo nella genetica umana, nell'alimentazione..., la fisica, per la questione nucleare...); in altri tempi erano altre: la medicina (insieme temuta e riverita), l'architettura, l'ingegneria... Tracciare la storia di questi timori, può essere utile per poterli superare, per gettare ponti fra gli specialisti che generano nuove conoscenze e l'uomo della strada, ovvero tutti noi in quanto non specialisti.
Innumerevoli leggende, tradizioni mitico-religiose, folkloriche, letterarie... ci consegnano la memoria del timore, della tensione conflittuale fra l'impulso faustiano (l'avidità di sapere) ed il timore colpevole degli apprendisti stregoni. Le parole, le storie che persistono come leggende sono l'ombra che fa seguito all'azione faustiana e all'atto che risulta da quest'azione. Seguire le tracce di questi racconti significa, in realtà, fare la storia speculare della scienza e della tecnologia; significa fare la storia del suo specchio oscuro, della sua "babelizzazione", se si accetta il termini che proponiamo per definire la visione ombrosa che spesso suscita ogni sapere specialistico.
Con "babelizzazione", inoltre intendiamo l'incriminazione di un'opera tecnologica complessa in quanto "delitto" sacrilego di sfida alla divinità (quello che i greci chiamavano "Hybris"). Nell'esposizione di questa babelizzazione, utilizzeremo l'esempio dei ponti come filo conduttore, ma senza necessariamente limitarci ad essi.

Ponti e diavoli
Per molto tempo si è ritenuto che il Medioevo si fosse limitato ad utilizzare il patrimonio viario romano; cosicché molti dei ponti di pietra venivano assegnati all'epoca romana. I testi e le prove documentali dimostrano che i ponti, soprattutto quelli costruiti con grosse pietre, erano ancora rari in epoca romanica. Tuttavia, si può essere sicuri che la continuità nella tecnica di costruzione dei ponti, dall'epoca romana fino alla fine del 18° secolo, abbia subito ben poche variazioni. Nicolas Bergier [che nel 1662 pubblicò il primo studio generale ed esaustivo sulle strade romane] era molto sorpreso circa la grande ignoranza sulla questione: "... nonostante il fatto che queste grandi strade romane si trovino sotto i nostri occhi (...), noi ci comportiamo rispetto ad esse come fanno i contadini, i quali le ritengono opere del demonio, di giganti o fate che usarono le loro arti magiche...".
Avviene anche che l'aspetto vetusto, patinato e muschioso che queste opere, esposte alle inclemenze del tempo, hanno acquisito, contribuisca alla difficoltà di datarle, anche se la loro qualità architettonica, la loro utilità sociale ed economica inducano ad attribuirle ad illustri personaggi... o, frequentemente, al diavolo in persona, ingegnere ed architetto prolifico a giudicare dall'abbondanza delle opere che gli vengono attribuite.
Il diavolo è una potente figura del Vecchio Testamento: nel Libro di Giobbe dà del tu a Dio stesso (non per niente è Stana: "l'Avversario"). E nei Vangeli, a Cristo. Per questo non è irragionevole onorarlo con pratiche stregonesche (anche semplicemente accendendo una candela, come raccomanda la cautela contadina). Sono pratiche che si ricollegano ai culti pagani in generale e al culto del dio Pan in particolare.
Tuttavia, conviene sottolineare l'importanza del concetto di patto, di relazione contrattuale che si stabilisce con il demonio cristiano. Esso appare nella tentazione di Cristo: "Ti darò tutto questo, se prostrandoti mi adorerai"; lo ripetono i testi patristici: "I prodigi dei maghi sono frutto della loro alleanza con Satana", afferma San Cipriano di Antiochia. "Hanno la loro origine nel pestifero commercio dell'uomo con il demonio", dice Sant'Agostino. Il gesuita Martin Antonio del Rio, nel suo trattato "Disquisitionum magicarum", riassumeva la questione per mezzo dell'affermazione per cui "... quando un fatto non può essere spiegato né come miracolo, né attraverso le forze della natura, né per mezzo dell'abilità dell'ingegno, ecco che abbiamo il patto con il diavolo". Con questo fantastico ragionamento, si risolveva qualsiasi preoccupazione circa l'origine delle abilità tecniche o scientifiche che non erano comprese dalla maggioranza. La strada che da Cipriano di Antiochia (che prima di arrivare ad essere santo era stato un negromante) arriva fino al Faust di Goethe, è stata molto frequentata. Per il fatto di possedere una conoscenza straordinaria, ed atipica per i loro contemporanei, si videro imputati come maghi, nel migliore dei casi, personalità come Democrito o Arias Montano, del quale si disse "che comprendeva il linguaggio degli uccelli", e, nel peggiore dei casi, si videro accusa di aver patteggiato col demonio persone quali San Basilio Magno, Ruggero Bacone, il papa Silvestro II, o, in Spagna, il marchese di Villena, il signore di Torralba...
Appariva ovvio che per le élite del pensiero, per molti secoli, un patto fra le forze infernali e l'uomo fosse qualcosa di reale e naturale: era una buona risposta al timore ancestrale provocato da ogni nuova conoscenza. A maggior ragione, veniva accettato dalle persone comuni. E' ovvio che la diffidenza nei confronti di un individuo che conosce troppa matematica (Gerberto di Aurillac, poi papa, col nome di Silvestro II) difficilmente produrrà una leggenda comparabile a quella di un'opera tecnica, fisica, tanto concreta e palpabile quanto incompresa o incomprensibile. E poniamo, ad esempio, che si stia parlando di un ponte.
Il diavolo era un essere della cui esistenza non si dubitava. Faceva il suo mestiere: raccoglieva anime per l'inferno. Le sue prede preferite erano i santi, con cui intraprendeva delle lotte furibonde che lasciavano segni su tutta le geografia del cristianesimo: il paesaggio appare pieno delle impronte dei suoi piedi, delle sue ginocchia, delle sue corna... Frequenta zone solitarie e pericolose: Picchi dell'Inferno o del Diavolo, Sedie del Diavolo, Gole del Diavolo...
Però, nelle favole, leggende e proverbi popolari, il demonio non è così terribile come ce lo mostra la Teologia. Il diavolo si presenta in molteplici forme, convertito in un simbolo dell'onnipresenza del male, in venditore al dettaglio del male; un male, una malvagità quotidiana con cui bisogna imparare a convivere. Ma è anche lo stesso demonio che svolge, come avviene spesso nei racconti popolari, il ruolo di "povero diavolo", stupidotto, ingenuo, sempre ingannato dalle sue potenziali vittime, che arriva ad umanizzarsi fino al punto da non potergli negare una punta di simpatia.
A volte, per inganno, o per appropriarsi di un'anima, costruisce edifici meravigliosi, ponti sopra qualsiasi cosa. L'attribuzione al diavolo di un'opera architettonica è qualcosa di comune laddove emerge stupore ed incomprensione per il modo o per la tecnica di costruzione; e questo stupore è rappresentato in un'infinità di esempi: il repertorio di ponti che si vedono "appiccicato" il diavolo alla loro leggenda, è incalcolabile. Ma non sono meno numerosi i ponti che ricevono il loro nome dai santi, e che sono protetti dai pericoli per mezzo di una piccola cappella posta sul ponte stesso. In maniera indiretta, in questi casi assistiamo ad una manifestazione della credenza nel potere diabolico: non sarebbe necessario esorcizzare il ponte per mezzo di immagini di santi, se non si credesse che il rischio diabolico è reale.
(D'altra parte, questa strategia propiziatoria non ha fatto altro se non continuare quella romana, che dotava i ponti di epigrafi e di edicole che reclamavano la protezione degli dei, o avevano incisi sopra simboli di buona fortuna, come gli enormi falli sulle pietre del ponte di Mérida, sul torrente Albarregas, sulla Via Delapidata.)
Ricordiamo alcuni esempi di questa tendenza a spiegare per mezzo dell'intervento diabolico qualsiasi opera complessa: Garcilaso de la Vega, l'Inca (1539-1616), parlando di una fortezza come Sacsayhuamán (a meno di un chilometro da Cuzco), nei suoi "Commentari reali", afferma: "Sembra come se una qualche specie di magia abbia presieduto alla sua costruzione; che sia stato il lavoro di demoni, invece che di esseri umani".
Un caso ancora più esemplare: lo stesso Vitruvio, il pater architecturae occidentale, è stato sul punto di venire assimilato al diavolo; la cosa avviene in un opera teatrale portoghese messa in scena nel 1587, anche se scritta nel 1565, intitolata "Auto da Ave Maria", di Antonio Prestes: Vitruvio viene trasformato in una delle apparizioni del diavolo. L'architetto romano era demonizzato, i suoi attributi erano quello di essere vestito all'italiana, di parlare una lingua con modi di dire castigliani e di proporre un linguaggio architettonico basato sulla Antichità e sulle mode rinascimentali italiane. Al "vitruvianismo" del diavolo, l'autore oppone un Caballero difensore delle virtù cristiane e delle tradizioni architettoniche nazionali portoghesi.

Leggende dei ponti del diavolo
La maggior parte delle leggende presenta uno schema semplice, alcuni elementi fissi intorno ai quali si muovono alcune piccole varianti secondo il seguente schema:

I   -  Qualcuno: Una vecchia / una giovane / un nobile / un santo...
II -  Deve    :
              A) attraversare: un fiume / un burrone
              a) per prendere l'acqua
              b) per sfuggire da qualcuno o a qualcosa...
              B) Portare il rifornimento di acqua
              C) Costruire una qualche costruzione
III - Ed invoca il diavolo, che appare e si offre di fare il ponte, l'acquedotto o la costruzione richiesta.
IV - C'è un prezzo:
              A) L'anima del richiedente "committente"; si va allora al punto V (condizioni che limitano il diavolo).
              B) L'anima della prima creatura che utilizza l'opera del diavolo (il primo che passa, che beve ...).
V   -  E, a volte, delle condizioni che limitano il tempo di costruzione;
              A) prima dell'alba.
              B) prima del canto del gallo.
VI  - Inganno finale:
              A) Il "committente" fa passare un animale come primo utilizzatore dell'opera. L'anima dell'animale è il prezzo.
              B) Si fa cantare prematuramente il gallo. L'opera rimane quindi incompiuta.

Un'opera eccessivamente complessa per essere compresa e, soprattutto, per le diminuite necessità di una popolazione scarsa e con poca mobilità, può benissimo essere percepita come assurda e venire attribuita al demonio. Ma questo non impedisce che il ponte diabolico rimanga decisamente comodo. Come si risolve l'incongruenza di utilizzare con piacere l'opera precedentemente satanizzata? E' l'omogeneità delle leggende a suggerire la risposta: se la malvagità è la caratteristica morale del diavolo, l'assurdo è la sua caratteristica intellettuale. Ebbene, l'inganno fatto al diavolo sarebbe l'esorcismo necessario che permette, dopo averlo sconfitto, di servirsi della sua opera (che oltre tutto, essendo spesso incompiuta, sebbene già utilizzabile, sarebbe "incompletamente diabolica").

"Babelizzazione"
Crediamo che l'esempio di Babele sia talmente chiaro da poter dare il suo nome a questo tipo di miti o leggende; è forse il più antico esempio, in cui il tentativo di unire il cielo alla terra appare relazionato con un'opera di architettura, qualcosa che fino ad allora era concepibile soltanto per mezzo di "ponti" naturali, come l'arcobaleno; vediamone lo sviluppo:

Il precedente biblico
Nella Genesi, cap.4, 17: il primo costruttore di una città è Caino: "Ed egli edificò una città cui diede il nome di Enoc, suo figlio". La successiva menzione della fondazione di una città la troviamo, sempre nella Genesi, cap. 10, 8 e ss.: i fondatori risultano tutti essere discendenti di Cam, il figlio maledetto di Noé. Figlio di Cam fu Cus, e questi du padre di Nemrod; e di Nemrod dice: "Fu l'inizio del suo regno Babilonia, Erec e Acad e Calane nella terra di Sinar". Gli viene poi attribuita la condizione di fondatore di città.
Vale la pena ricordare che altri creatori di strumenti o di tecnologia sono stati ascritti alla stirpe maledetta di Caino: Jubal è l'inventore degli strumenti musicali: l'arpa e la cetra; Tubalcain "...fu maestro nel lavorare di martello ogni cosa di rame e di ferro". E la sorella di questi, Naama, secondo una tradizione raccolta da Scio de San Miguel, fu l'inventrice dell'arte di filare la lana e tessere la tela.
Appare chiara l'avversione suscitata da inventori e costruttori nel redattore del testo biblico. Ma concentriamoci sui costruttori:
Genesi, cap.11, 1 w ss.: Viene rappresentata una sorprendente diffusione di popoli che sembra ripetere inutilmente quella del cap.10 (quella dei popoli che discendono da Noé): "C'era in tutta la terra una sola lingua ed una sola parola. Nella loro marcia verso oriente trovarono una pianura nella terra di Sinar, e si stabilirono lì. Poi dissero gli uni agli altri: Andiamo a fare mattoni e cuociamoli al fuoco. E si servirono di mattoni come se fosse pietra, ed il bitume servì loro da cemento; e dissero: andiamo ad edificare una città ed una torre la cui cima tocchi il cielo e ci renda famosi, per non disperderci su tutta la terra".
Il testo enfatizza in maniera significativa l'arroganza di un popolo che osa voler unire la terra con il cielo, e che lo fa, oltretutto, manipolando e trasformando gli elementi fondamentali della natura (come sono stati registrati dalla filosofia ionica in quella stessa epoca): terra e acqua (che formano l'argilla dei mattoni) e fuoco. E insiste su questo, avvertendo che lo utilizzarono come se si trattasse di pietre. Appare evidente che ci troviamo davanti ad un manifestazione di diffidenza e sospetto timorosi da parte di un popolo di nomadi, i pastori semiti dei bordi del deserto, impressionati davanti allo splendore e alla complessità urbana, per loro incomprensibili, di Babilonia. Non è quindi sorprendente che la pretesa, sacrilega secondo il loro parere, di unire il cielo e la terra attiri il castigo della separazione, della dispersione dei popoli, e della confusione delle lingue (giocando oltretutto con l'etimologia popolare di Babilonia che la relaziona con il verbo ebraico "balal", che significa "mescolare, confondere" (in realtà Babilonia proviene da Bab-ilâni - "porta degli dei", che, a sua volta, traduce il sumero Ka-dingir-ra-ki).
Inoltre, la ciclopica costruzione dello ziggurat veniva chiamata enfaticamente dagli stessi babilonesi "E-temen-an-ki" ("fondamento del cielo e della terra"), cosa che agli occhi dei nomadi israeliti aggiungeva il peccato di superbia al sacrilegio. E se ascoltiamo l'oracolo di Isaia contro Babilonia, troviamo nel cuore della città, già in rovina, presenze visibili di demoni, sotto forma di caproni che vivono fra le rovine e nel deserto: l'elemento diabolico, sempre presente nella costruzione babelica, semplicemente, diviene visibile nel momento della sua rovina.

Grecia
Nel mondo greco troviamo alcuni interessanti esempi di "babelizzazione"; quello ovvio del Labirinto di Creta: l'intricata struttura urbana delle città e palazzi minoici porta i più arretrati greci ad attribuire ad essa una perversità graficamente incarnata nell'esistenza di un mostro, un ibrido di animale ed uomo, nel cuore del labirinto: il Minotauro. L'essere umano, creatura intermedia fra la bestia e dio, quando crede di emulare gli dei (e diventare forse uno di loro) finisce per liberare la bestia che è in lui, ed il suo castigo è quello di essere divorato dalla sua creazione. Lo stesso Dedalo, prototipo mitico del costruttore-ingegnere, creatore del Labirinto, pagherà un prezzo terribile per la sua ardita costruzione: la morte del figlio Icaro, il quale, inebriato dal potere dell'ingegno di suo padre, si dimentica dei limiti "tecnici" delle sue ali, tenute insieme con la cera; si avvicina troppo al sole, la cera si fonde ed il ragazzo precipita in una caduta mortale.
Decisamente, agli dei non piace che i mortali utilizzino il proprio ingegno per modificare ciò che essi hanno fatto: l'opposizione della Pizia, dell'Oracolo fi Delfi, fu determinate per fermare il progetto di canale dei cittadini di Cnido (in Caria, Asia Minore) che voleva separare la loro penisola dal continente. In Luciano di Samosata (Pseudologista,  32), troviamo la frase proverbiale “Mè kineîn Kamarínan” ("Non muovere Camarina"): fu questa la risposta dell'Oracolo agli abitanti di Camarina (Sicilia) che pretendevano di drenare e prosciugare la laguna paludosa dallo stesso nome, vicina alla loro città. La risposta, diventata proverbio (nel senso di non rimuovere le acque fangose), e che si è conservata nella tradizione paremiografica, esprime la tendenza a non ostacolare il corso della natura, e venne utilizzata anche in epoca imperiale per appoggiare "l'opposizione spirituale" alle grandi opere pubbliche.
Più relazionato al tema dei ponti, è il caso, sorprendentemente elaborato, della sfida sacrilega alla divinità lanciata dai persiani Dario e Serse, così come interpretata da Erodoto, e soprattutto da Eschilo nella sua tragedia "I Persiani". In entrambi i casi, l'oggetto materiale su cui si basa la sfida è proprio un ponte.
Come parte dei preparativi della campagna contro gli Sciti, Dario ordina di costruire un ponte sul Bosforo, fra Calcedonia e Bisanzio. Erodoto si sofferma su quel ponte, quasi cupamente, come se la costruzione, superba, eccessiva, fosse un dato chiarificatore per capire il fallimento finale di Dario. Nell VII libro delle Storie, è Serse, dopo la morte di suo padre Dario, che annuncia una spedizione punitiva conto la Grecia, e soprattutto Atene, con queste parole: "Mi propongo, dopo aver gettato un ponte sull'Ellesponto, di condurre l'esercito in Europa, contro la Grecia, per punire gli ateniesi".
Ne I Persiani, opera rappresentata nel 472 a.C., il coro degli anziani persiani esprime la sua ansietà per la sorte della spedizione di Serse del 480 contro la Grecia, e Atossa, madre di Serse, parla di sogni sinistri e di prodigi... il coro invoca lo spirito del defunto re Dario, padre di Serse, il quale vede nella catastrofe il compimento degli oracoli ed il castigo imposto dagli dei a causa della iattanza del figlio. Serse sfida la divinità unendo con un artificio, con un ponte sacrilego, quello che gli dei hanno creato separato. Se a questo aggiungiamo il racconto di Erodoto, dove narra come Serse apra un canale nella penisola di Athos, abbiamo a che fare con un'ulteriore colpa: separare quello che gli dei hanno creato unito. Tutto questo colma la misura con "hybris", provocando l'irrimediabile "ate", la vendetta-castigo da parte della divinità sfidata.

Roma
A Roma vediamo che uno dei collegi sacerdotali più prestigiosi è proprio quello dei pontefici, a proposito del quale dice Varrón: ”... Opino che provenga da ponte. In effetti il ponte Sublicio venne costruito per loro volere". Il ponte Sublicio era il più antico di Roma, e per vari secoli l'unico. La costruzione viene attribuita al re Anco Marzio, e venne proibito in maniera assoluta che per la sua struttura venisse impiegato metallo. Pare che la riparazione o la ricostruzione del ponte esigesse riti sacrificali. Ovidio riferisce che il 14 di maggio, in processione, si trasportavano bambole fatte di canne che imitavano figure di uomini legati mani e piedi, e che procedevano da 27 santuari distribuiti per tutta la città. Queste bambole venivano poi scagliate nel Tevere, dalle vestali, dal ponte Sublicio. Era un'offerta sostitutiva degli antichi sacrifici umani, che venivano offerti al fiume per placarlo e per indurlo a tollerare che il ponte attraversasse e sottomettesse il suo letto. Era stato Ercole, a sostituire le vittime umane con "uomini di paglia". Ma Ovidio racconta anche che "il vecchio indovino" (forse Proteo?) "pronunciò le seguenti parole: Offrite come sacrificio in onore dell'antico portatore di falce [Cronos-Saturno] la vita delle persone della vostra città, che saranno gettate nelle acque del fiume etrusco". Il tempo-Cronos ed il fiume, recettori dell'offerta, vengono così inaspettatamente associati, in una metafora chiamata ad avere ampio successo letterario: il tempo, come l vita, è un fiume.

In conclusione
Fin dal tempo delle nostre civiltà classiche (greca, romana ed ebraica) rileviamo testimonianze della "babelizzazione" delle opere tecnologiche. Questa "babelizzazione" è stata ripresa dal cristianesimo: la demonizzazione di certe opere tecnologiche (ponti, acquedotti...) non sarebbe altro che la sua versione. Alla caduta dell'Impero Romano, il sistema di relazioni a grande distanza sprofonda. Si perde di vista la logica che spiega le grandi reti viarie, e contemplandole in termini preferibilmente locali, determinate opere appaiono come eccessive, superbe, una sfida gratuita alla natura o alla divinità. Se un'ipotetica catastrofe globale della nostra civiltà ci retrocedesse in una sorta di nuovo Medioevo (con comunità rurali, co scarsa mobilità...) i sopravvissuti che contemplassero il viadotto di un'autostrada, e che non conoscono le autostrade, potrebbero pensare razionalmente che, come semplice ponte per attraversare un fiume, è sotto ogni aspetto eccessivo.
Attribuire tale eccesso all'orgoglio sacrilego delle popolazioni antiche, ivi incluso il patto diabolico, dipenderebbe dalla belligeranza dimostrata da una religione che ha la necessità di affermare il proprio potere nei confronti di un modello del passato. Nell'antichità si produsse tale belligeranza: fin dai primi inizi del cristianesimo, troviamo un ambito generale di confronto di modelli di società: quella civile romana e quella teologica cristiana, che si pretende superiore alla prima. In un certo qual modo, l'ingegneria viaria romana (in quanto testimonianza di un sapere tecnologico utile e benefico) è un ostacolo - in quanto lo confuta - al discorso progressivamente elaborato delle cosiddette due città: quella degli uomini (Roma) e quella superiore, quella di Dio (la Chiesa). In ogni caso, seguire dettagliatamente i passi del processo di demonizzazione ed il suo riflesso sulle tradizioni o sulla letteratura popolare, sarà oggetto di altri lavori distinti da questo, e tutti serviranno per cominciare a costruire la storia dello specchio scuro della scienza e della tecnologia che qui abbiamo solo voluto presentare.

- Andrés Martinez Reche -

fonte: Colegio de Ingenieros de Caminos, Canales y Puertos