venerdì 22 gennaio 2016

Interessi folli

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Interessi folli
- Le metamorfosi dell'imperialismo e la crisi delle interpretazioni -
di Robert Kurz

Quanto più il mondo capitalista si trasforma, tanto maggiore appare essere la propensione generale alla nostalgia. Ancora non si è diffusa l'idea secondo la quale il capitalismo non è in nessun modo la ripetizione del sempre uguale, dentro una storia meramente esteriore degli avvenimenti, ma è semmai un processo storico irreversibile e dinamico, che passa per stadi di sviluppo qualitativamente diversi. Ciò si applica non solo al sistema economico mondiale, ma anche al sistema politico mondiale.

L'ultimo potere mondiale
A partire dal momento in cui è scomparsa la costellazione familiare della guerra fredda, il pensiero analitico si è smarrito nel passato piuccheperfetto dell'imperialismo. Guidatori contromano di ogni colore cercano di far rivivere il "discorso" geopolitico della storia precedente e successiva alla prima guerra mondiale, sul cui sfondo c'era la lotta dei poteri imperiali nazionali per il dominio globale e per l'espansione territoriale. Si procede come se fosse possibile cancellare il fatto avvenuto che il conflitto bipolare fra le superpotenze, Stati Uniti ed Unione Sovietica, si sia risolto a favore della supremazia occidentale. Ma la lotta policentrica per l'egemonia mondiale si limita all'epoca della concorrenza politica degli Stati nazionali europei. Tale relazione è stata superata in maniera irrevocabile sul piano economico, con il fordismo, e sul piano politico, con l'ascesa delle due superpotenze continentali extraeuropee.
Ormai il conflitto fra le superpotenze si era trasformato in un conflitto fra sistemi che non si limitava essenzialmente alle annessioni territoriali, nel senso di un un calcolo di interessi limitato all'economia nazionale. Al contrario, gli Stati Uniti si muovevano verso un sistema di difesa del capitalismo concorrenziale dell'Occidente, contro gli inopportuni e indesiderati sopravvissuti del sistema del capitalismo di Stato delle modernizzazione in ritardo dell'Est e del Sud. E' vero che gli Stati Uniti tenevano d'occhio anche le sfere d'influenza definite in termini di economia nazionale, soprattutto per quel che riguardava il loro "cortile di casa" in America Latina. Ma la Pax Americana era determinata in primo luogo dalla logica di riprendere e completare la tendenza che si era interrotta dopo la prima guerra mondiale, per la costruzione di un mercato mondiale globale e di un sistema capitalista mondiale unitario.
Dopo il fallimento del capitalismo di Stato dell'Unione Sovietica, la struttura politica bipolare mondiale si è trasformata nel monocentrismo dell'ultima potenza mondiale. La lotta per l'egemonia globale sul terreno del moderno sistema produttore di merci era decisa. Gli Stati europei non avrebbero mai potuto avere il vantaggio militare degli Stati Uniti, né separati né uniti, in quanto Unione Europea. Tale opzione era semplicemente infinanziabile; per non parlare del fatto che un'inversione dei flussi unilaterali di capitale che scorrevano verso gli Stati Uniti avrebbe rovinato il già precario sistema finanziario globale. Perfino se la Repubblica Federale Tedesca avesse indirizzato verso gli armamenti tutti i 200mila milioni di marchi annualmente spesi per la fallita integrazione economica della Germania Orientale, non avrebbe mai potuto raggiungere gli Stati Uniti. Per fare un confronto: fra il 1935 ed il 1939, le spese militari tedesche sono state maggiori di quelle degli Stati Uniti e dei due più importanti Stati europei insieme. La Germania nazista non aveva soltanto un'ideologia di conquista mondiale, ma anche capacità politiche, economiche e militari per attuarla, e per questo doveva essere sconfitta nella più grande guerra della storia.
Oggi, la situazione è ben diversa. Il novanta per cento degli interventi nella guerra di ordinamento globale sono stati guidati dagli Stati Uniti, senza cui non si fa niente. La convergenza dei sognatori della grandezza francese e dei "politici mondiali interni" [Weltinnenpolitik, concetto coniato da Willy Brandt nel 1973, durante un discorso all'Assemblea dell'ONU] tedeschi sulla "identità di sicurezza" europea non convince per niente. Ed è una vera e propria sciocchezza la saga- in stile mitologia Edda - che parla dell'inizio dell'ultima battaglia, nel Kosovo, per l'egemonia mondiale fra una grande Germania resuscitata e gli Stati Uniti.
Infatti, alcuni rappresentanti della sinistra radicale, come Thoma Ebermann, dimostrano quanto meno ragione analitica sufficiente per rifiutare le peggiori distorsioni anti-tedesche della realtà in quanto rinuncia "ad ogni analisi delle relazioni fra il potere economico e la forza di combattimento militare" (Jungle World 13/01). Ma Eberman non mette fondamentalmente in discussione l'interpretazione di un presunto ritorno della lotta per il potere imperiale nazionale. Così sembra che la Grande Germania o l'Unione Europea da sole non sarebbero "ancora" capaci di sfidare l'egemonia mondiale (ma questo potrebbe avvenire). La comprensione empirica parziale riporta senza alcuna mediazione al paradigma teorico anacronistico.

La NATO contro i fantasmi della crisi
Ovviamente gli interessi individuali delle economia nazionali ed i poteri propri degli Stati nazionali continuano ad esistere, ma hanno un'importanza secondaria, senza alcun ruolo strategico reale. Si tratta di rivalità subordinate e di "lotte fra dipartimenti" all'interno dello "imperialismo globale ideale". La NATO forma il quadro politico e militare in cui sono integrare le subpotenze degli Stati Uniti. E così rimane anche dopo la fine della Guerra Fredda. Non si può parlare in alcun modo di un nuovo antagonismo di interessi intra-imperiali, che si svilupperà fino ad un confronto aperto, e che dovrebbe creare anche un'immagine del nemico che corrisponda culturalmente alla formazione ideologica delle società, così come è stata costruita nel passato.
C'è una nuova immagine del nemico, ma è ad un livello completamente diverso. In contrasto con le costellazioni del passato, non si tratta di una potenza uguale o di un sistema avversario, bensì di crescenti "potenziali di perturbazione" del mercato globale. Diffusa in maniera corrispondente è l'immagine del nemico: i cosiddetti Stati canaglia, i regimi cleptocratici di crisi, i potentati al collasso, i guerrieri religiosi e gli etno-banditi postmoderni vanno ad occupare il posto di contropoteri chiaramente definiti allo stesso livello di concorrenza. Quello che si pretende di catturare sono i fantasmi della crisi mondiale generati nel momento in cui la logica della valorizzazione raggiunge i propri limiti. La produzione globale di "superflui" e di generazioni perdute crea anche eclettiche ideologie di crisi, milizie, il proseguimento della concorrenza con altri mezzi ed un'economia globale di saccheggio che segue come un'ombra il processo capitalista di globalizzazione.
Il fatto che si tratti di lottare contro i fantasmi della crisi e non contro poteri concorrenti è visibilmente chiaro a partire dal reorientamento della strategia militare della NATO come polizia mondiale. La guerra democratica di ordinamento mondiale persegue il paradossale obiettivo di salvare il mondo nella forma in cui la maggioranza è ormai diventata oggettivamente incapace di riprodursi; si legittima a partire dal fatto che questa maggioranza non reagisce in forma emancipatrice, ma come divoratrice di esseri umani. Ma è proprio perché la NATO combatte contro le conseguenze del suo stesso modo di produzione, al livello dello sviluppo della terza rivoluzione industriale, che non può vincere questa guerra. Infatti l'esercito high-tech degli Stati Uniti e le sue truppe ausiliarie sono in grado di sconfiggere regolarmente gli apparati militari degli Stati canaglia, con il loro equipaggiamento bellico che risale al più al vecchio fordismo, ma al di là di questo continua inesorabilmente la violenza endemica degli inesorabili processi di crisi, che portano a sempre nuove perdite del controllo. Non solo economico e politico, ma anche con il fatto che le forze armate diventano polizia globale deriva il "solito modo di fare" con cui "l'imperialismo globale ideale" si lascia trascinare dai processi globali di distruzione del proprio modo di produzione.

La globalizzazione e la perdita della sovranità statale
Né i democratici mondiali né la maggioranza dei loro critici della sinistra radicale vogliono ammettere il carattere del conflitto. Dove non c'è altro che la terra bruciata delle regioni al collasso devastate dal mercato mondiale, gli uni vedono l'inizio di una rapida "costruzione dell'economia di mercato", gli altri vedono una disputa per "zone di influenza" abbandonate dalla valorizzazione del capitale. E' la stessa illusione, solo con riferimenti ideologici differenti. Noti negazionisti della globalizzazione, come Ebermann & Co., pensano in tutta serietà che la guerra contro la Jugoslavia avrebbe portato a "seppellire le teorie di perdita di significato da parte dello Stato", in quanto "i consorzi mondiali hanno bisogno dello Stato per portare avanti le loro attività e per sbarrare l'accesso su base nazionale agli altri concorrenti" (Jungle World 13/01).
In realtà non si tratta affatto di bloccare l'accesso di qualche "altro capitale a livello nazionale", al contrario, l'obiettivo dichiarato è quello di "mantenere aperto" il mondo alle multinazionali e non più al capitale "su base nazionale". E' proprio in questo che si riflette la distruzione della "sovranità". Lo Stato non è più il "capitalista globale ideale" di uno "stock di capitale nazionale", ma il capitale e lo Stato si separano sempre di più nel processo di crisi della globalizzazione. Gli interessi dei consorzi transnazionali non sono territoriali, ma mirati; lo Stato, al contrario, rimane basato sul paradigma territoriale. Gli Stati non possono più agire come istanze globali nell'arena capitalistica mondiale, ma solo reagire come pilastro riparatore e come polizia ausiliaria nei processi indipendenti dei capitali transnazionali, dal cui processo di valorizzazione rimangono dipendenti.
Questo nuovo livello di contraddizione diviene percettibile anche in relazione alle aree problematiche. Il concetto di politica estera diventa obsoleto, poiché non si tratta più di delimitare le aree di interesse fra Stati nazionali imperiali sovrani, né di una relazione con le sovranità territoriali subordinate. Come un'immagine allo specchio delle "guerre di formazione degli Stati" dell'inizio dei tempi moderni, come li ha chiamati lo storico Jacob Burckhard, dobbiamo confrontarci con un nuovo tipo di "guerre di destatizzazione" nelle regioni del collasso globale, man mano che si sbriciolano le fondamenta dell'economia nazionale. Tuttavia, diplomazia di crisi e truppe di intervento mobili non riescono a sostituire il dominio territoriale. Lungi dal preparare annessioni ecc., secondo il modello imperiale della concorrenza "geopolitica", la NATO cerca, in maniera abbastanza disperata, di erigere facciate di sovranità statale e di trovare sicuri partner "politici" interessati, per poi ritrovarsi sempre solo con protettorati post-politici che devono essere pacificati.

Materialismo volgare ed irrazionalità capitalista
Naturalmente si pone sempre la questione degli interessi che sono alla base delle motivazioni dell'azione. La risposta del pensiero del marxismo del movimento operaio puntava sempre nel senso di supporre un materialismo di un interesse razionale trasformato in azione politico-militare. Il carattere della valorizzazione del valore in quanto fine in sé irrazionale rimaneva fuori dalla riflessione dal momento che si pensava ancora secondo le categorie dell'ontologia capitalista. Quanto poco sia stato superato un simile pensiero riduttivo, è dimostrato dal dibattito della sinistra radicale e degli anti-tedeschi circa i motivi delle guerre democratiche di ordinamento mondiale.
Sia i materialisti volgari classici che i geo-materialisti come Trampert/Ebermann vedono una sorta di corsa all'oro nel Mar Caspio da parte degli imperi nazionali, dove la Grande Germania e gli Stati Uniti ecc. lottano per i metalli non-ferrosi e per i percorsi degli oleodotti, in una "moderna via della seta", mentre il Kosovo, abbandonato da Dio, viene innalzato a "trampolino strategico" per tali opzioni. E' in questa razionalità grossolana che si risolve per loro tutto l'insieme del problema. Dal momento che una simile interpretazione rimane evidentemente insufficiente, gli anti-tedeschi, da parte loro, alla maniera postmoderna, non vogliono nemmeno riconoscere un qualsivoglia interesse materiale. Per Matthias Küntzel, ad esempio, sembra che si tratti dell'espansione del solito politicismo di sinistra in un quadro autonomizzato di puro "desiderio di potere". Per gli autori di "Bahamas", come Uli Krug, la guerra di ordinamento mondiale è diventata una mera "guerra di coscienza", che potrebbe essere spiegata solo per mezzo dell'economia psichica dei suoi protagonisti.
Il materialismo volgare e lo psicologismo volgare disprezzano in egual misura il fatto che, per natura, la materialità degli interessi capitalistici sia irrazionale e che l'irrazionalità della relazione del capitale sia materialista. L'essenza della guerra capitalista non consiste nel fatto che interessi razionali controllati collidano fra di loro, ma nel fatto che esplodono contraddizioni sociali incontrollate. Pertanto, necessita un'analisi attuale delle contraddizioni, invece di accontentarsi di un positivismo lineare degli interessi o di un'astrologia della coscienza ridotta a critica dell'ideologia.
La libertà di accesso alle riserve strategiche di materie prime costituisce sicuramente un momento di interesse, ma soltanto uno fra i tanti, il quale, fra l'altro, non può più essere espresso nella forma di un potere territoriale imperiale nazionale, ma soltanto nella forma di un imperialismo collettivo di sicurezza. Proprio in queste condizioni di globalizzazione, inoltre, l'isolamento delle regioni di crisi e il contenimento del flusso di rifugiati costituisce un interesse materiale concorrenziale perfettamente autonomo dello sciovinismo del benessere collettivo dei lavoratori salariati, dei dirigenti e della classe politica dell'Occidente. Nei limiti del modo di produzione capitalista, fa semplicemente parte dell'interesse superiore dello "imperialismo globale ideale" mantenere con la forza la forma capitalista dell'interesse in quanto tale, insieme ai suoi presupposti (prevedibilità delle relazioni giuridiche ecc.), benché, per la maggioranza dell'umanità, tale forma sia diventata impossibile da vivere o possa esprimersi ormai solo nella forma dell'economia di saccheggio. In questo modo si acutizzano i paradossi della relazione del capitale come relazione mondiale immediata; tuttavia, la razionalità interna capitalista e le motivazioni del suo interesse non scompaiono, ma assumono soltanto nuove forme.

L'etnicizzazione della crisi
In tutto il mondo, si può osservare come il collasso economico di intere regioni e di segmenti di popolazione si traduca in una etnicizzazione della concorrenza dall'interno verso l'esterno. Questo vale non solo per le società in collasso, ma, fino ad un certo punto, anche per il centro stesso. Nella loro ricerca di modelli di interpretazione e di intervento, la NATO ed i governi occidentali hanno adottato positivamente questo meccanismo, al fine di mettere in atto strategie di sicurezza e di esclusione. In questo si continua ad esprimere la specificità storica tedesca: la variante anglosassone dell'ideologia di crisi etnico-culturalista ha un orientamento più utilitaristico (come in Huntington), mentre la variante tedesca è orientata in modo più sostanzialista. Ma tale differenziazione non agisce come legittimazione esternamente concorrente rispetto ai poteri imperiali nazionali, bensì all'interno del processo contraddittorio di interpretazione e decisione della NATO. Allo stesso tempo, il costrutto etnico-culturalista non si riferisce più, neppure fra i neo-nazisti, ad una strategia di espansione territoriale ("spazio vitale"), che è diventata controproducente in termini capitalisti, ma a "tenere fuori" o ad "espellere" gli indesiderabili, che devono cadere, tranquilli, nella miseria nei loro rispettivi paesi di origine.
Non deve sorprendere il fatto che la strumentalizzazione del costrutto etnico da parte della politica di sicurezza non funzioni, ma sia solo in grado di innescare nuove cariche esplosive. Tuttavia, la sinistra radicale anti-tedesca, invece di intonare le sue brutte melodie, ha preferito reinterpretare il processo reale come se fosse uno spettrale combattimento fra una Pax Americana ed una Pax Germanica, perfino una fantasmatica resurrezione della coalizione anti-Hitler.E' del tutto legittimo sottolineare i momenti di "ideologia tedesca", le sue manifestazioni istituzionale nella Repubblica Federale Tedesca e la sua continua influenza sulle menti. Ma è un errore capitale voler derivare le relazioni capitaliste mondiali dai cattivi sentimenti dei cuori tedeschi. Ironicamente, è stato proprio per questo che è mancato un legame specificamente tedesco fra il coinvolgimento esterno nella guerra di ordinamento mondiale e la discussione interna per i diritti dell'immigrazione e la cittadinanza. Con il suo fissarsi sulla teoria della cospirazione di un presunto piano di dominio mondiale realizzato dalla longa mano della grande Germania, la sinistra radicale non è riuscita a portare la discussione sull'esplosiva contraddizione interna.

- Robert Kurz - Pubblicato su EXIT! il 25/4/2001 -

fonte: EXIT!

mercoledì 20 gennaio 2016

Naufragi

Apostolides

La menzogna paga. Paga e vende, almeno così spera l'industria culturale. Non stupisce, quindi, il fatto che si tenti di fare, su Guy Debord, la medesima operazione che anni fa si cercò di portare a termine nei confronti dello stesso Karl Marx, volta a calunniare, infamare ed infangare la persona al fine di svilirne le idee e cancellare ogni aspirazione all'emancipazione che, in questo quadro, non diventa altro che una patologia. E' "Debord, il provocatore di naufragi", di Jean-Marie Apostolidès, il libro incaricato di svolgere questo sporco lavoro - e che ha ovviamente ricevuto gli elogi degli stalinisti de "l'Humanité" - ritenendo magari che sia passato abbastanza tempo da poterla fare franca.
E invece è andata male. Puntualmente, sono apparsi sui muri di Parigi una serie di manifesti anonimi a svolgere quella dovuta critica che ha poi trovato espressione compiuta nello scritto di Gianfranco Sanguinetti, qui di seguito pubblicato.

Denaro, sesso e potere: a proposito di una falsa biografia di Guy Debord
- di Gianfranco Sanguinetti -

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Fra tutte le epoche, la nostra è la prima nella storia universale a pretendere di avere soltanto quei nemici che si è fabbricata da sola, a sua misura e per il proprio uso spettacolare. Questo nuovo secolo, nel proiettare su tali simulacri di nemico tutte le sue proprie infamie e tutte le sue peculiari crudeltà, finge di opporvisi risolutamente: finge perfino di combatterli con le armi, il tempo necessario a convincere gli elettori, per poi alla fine far trionfare le proprie "buone" qualità su questi "nemici", tanto malvagi quanto finti, che hanno il volto di Bin Laden o dello Stato Islamico.

Affinché possa combattere solamente i nemici artificiali che mette in scena, il nostro mondo deve impegnarsi a far sparire e distruggere per sempre, perfino nel ricordo, i suoi veri vecchi nemici dichiarati, in modo da evitare così al nuovo secolo qualsiasi rischio di contagio indesiderato. E' lo stato di emergenza permanente che lo richiede: questo stato di emergenza, dichiarato contro la società, sostiene di esserlo contro quel nuovo nemico oscuro e non ben definito che lo spettacolo stesso ha fabbricato, il terrorismo artificiale. Esso è stato creato e messo in scena per convincerci che lo Stato combatte il "male" per il nostro "bene", e per persuaderci che chi combatte il "male" assoluto è quindi già di per sé il "bene" assoluto. Il Ministero della Verità cura giorno per giorno la "correzione della storia", che si tratti di quella del Bataclan o di altro, aggiornandola settimanalmente con maggiori dettagli, senza curarsi di eventuali contraddizioni, che poi verranno corrette di nuovo.

Per farla finita con ogni residuo di opposizione reale, bisogna quindi che questo dominio dia degli esempi, che bruci delle streghe, che giustizi, anche in effigie, ogni nemico diverso da quello ufficiale, il quale viene designato giorno dopo giorno. Bisogna non solo distruggere ogni vero oppositore, ma anche tutti quelli che sono esistiti precedentemente, e dei quali è necessario sbarazzarsi, demolirli oppure infangarne la memoria ed il modello. Bisogna che le nuove generazioni vengano spinte alla disperazione e perdano ogni aspirazione alla rivolta ed al cambiamento, occultare i precedenti e il ricordo stesso. Bisogna prevenire ogni possibile emulazione. Bisogna spingere al suicidio tutti i Walter Benjamin. Stilare delle liste di proscrizione. Le vere rivolte, così come i veri rivoltosi, devono essere annientate per sempre, eliminate, censurate, calunniate, messe alla gogna, vista la necessita assoluta di mettere in scena soltanto il feticcio dei falsi nemici che si sono voluti fabbricare.

E' proprio ad una tale necessità fondamentale ed urgente che risponde l'ultimo lavoro di Jean-Marie Apostolidès, appena editato da Flammarion: un volume di oltre 500 pagine, più altre 90 pagine di note, praticamente un chilo, a 28 euro, dal titolo "Debord Le Naufrageur", pubblicato in una collana che si autodefinisce Grandes Biographies.

Va detto subito che questo libro, oltre ad essere mortalmente noioso, non è affatto una biografia, come dimostrerò, e che gli ho concesso solamente tre ore di lettura - poiché si converrà che non è necessario bere 500 litri di vino per decidere se sia buono o cattivo, o per stabilire che non si tratta neppure di vino, come in questo caso.

Il compito che l'autore dichiara esplicitamente di essersi dato, è quello di "Rivelare un'immagine diversa, 'negativa' di Debord", per poi assicurarci orgogliosamente che questa "non è un'impresa scontata, che va da sé" [*1]

Che "vada da sé" o meno, io sostengo che non è mai esistita una vera biografia che si sia data come compito e come fine quello di rivelare un'immagine "negativa", o "positiva", della vita della persona di cui si occupa, dato che questo è piuttosto il compito della propaganda. In quest'autore, il negativo non ha alcuna nobile connotazione dialettica: per lui negativo significa volgarmente: infamante, moralmente disonorevole. Per quanto banale sia. Ecco tutto.

Una biografia è un lavoro da archivista, da filologo, da erudito e da storico, e non è mai un lavoro da tifoso, favorevole od ostile. Non si tratta di una partita di calcio. Ed è ancor meno un lavoro da psicoanalista, sempre arbitrario. A partire dal Rinascimento sono stati stabiliti i termini secondo i quali si affronta la storia di un uomo: che cos'ha detto? Che cosa ha fatto? [*2]

Il principe dei biografi moderni, Roberto Ridolfi, che ci ha lasciato delle opere definitive su Machiavelli, Guicciardini e Savonarola, aveva perfino stabilito che sicuramente "l'amore e le affinità aiutano a intendere... Se fosse promulgata (ma speriamo di no) una costituzione della repubblica letteraria, essa dovrebbe fare obbligo ai biografi di ritrarre soltanto uomini a loro in qualche parte affini o congeneri: si eviterebbero in tal modo una quantità di libri fiacchi e falsi". [*3]

Ora, con il libro di Apostolidès, ci troviamo davanti al paradigma stesso di un cattivo lavoro, "fiacco e falso", e voglio precisare: cattivo nelle intenzioni, cattivo nel metodo e quindi ancora più cattivo nel risultato.

Cattivo nelle intenzioni, in quanto non è affatto una biografia di Debord, ma è piuttosto un articolo prolisso da giornalismo d'inchiesta contro Debord, in cui vengono prodotte solo delle "testimonianze" a carico, in cui non viene detto niente della sua opera, della sua arte e del suo tempo, del suo cinema, del suo coraggio, pressoché solitario a quei tempi. Perciò questo libro non ha alcun valore per gli storici, e soprattutto non è un documento. E l'uso che l'autore fa dei documenti è del tutto disonesto, in quanto sceglie solo quelli che potrebbero essere a carico. Qui il vero diventa immediatamente un momento del falso, come a provare ancora una volta ciò che Debord ha detto a coloro che sapevano intenderlo. Per non parlare della vigliaccheria che lo porta a cercare di assassinare in maniera così maldestra un uomo morto. I cadaveri, si sa, attraggono gli avvoltoi. E quindi questo libro puzza di morte. L'autore è animato da quello che Spinoza definiva "le passioni tristi", ed in questo egli si trova perfettamente in sintonia con i tempi neocon in cui viviamo, tempi nei quali d'altronde sembra essere perfettamente a suo agio: e infatti questo libro è stato scritto per questo tempo, non per durare. Sarà presto dimenticato.

Peggiore nel metodo, in quanto giudica un periodo passato con lo sguardo e con i "valori" di oggi. Mentre il primo dovere di un biografo è quello di calarsi completamente nel contesto storico, e coglierne i meccanismi, le dinamiche e le problematiche conflittuali che hanno spinto i protagonisti all'azione: ad esempio, non ho trovato niente che dimostri il coraggio ed il valore dei situazionisti in generale, e di Debord in particolare, che sono stati i soli, ai loro tempi, a combattere lo spettacolo dominante delle opposte menzogne della sinistra e della destra, quelle della "libertà" occidentale insieme a quelle della "uguaglianza" orientale, mentre per parte loro tutti gli Apostolidès se ne andavano in giro a riverire il papa, Lenin, Trotsky, Mao o Castro.

Il lavoro di archivio che qui viene svolto è del tutto erroneo e tendenzioso, quello filologico assume piuttosto l'aspetto di un'inchiesta di polizia, l'erudizione è di parte e corta, la storiografia e l'onestà mancano.

Avrei voluto parlare qui solamente dell'opera, e non del suo autore: ma mi è impossibile, dal momento che è la sua opera a non parlare altro che di lui, dello spirito, dell'intenzione e dello scopo con cui ha portato a termine il suo lavoro, durato dieci anni, dopo quarant'anni di letture, come ci rassicura egli stesso.

Pessimo quindi nel risultato, in quanto il personaggio che ne emerge non assomiglia per niente a Debord, che posso dire di aver conosciuto bene. Infatti questa presunta biografia ci illumina assai di più sulle ossessioni, sulle meschinità e sulle bassezze del suo stesso autore che su quelle che pretende di scoprire in Debord. Al di là di questo non vede né cerca niente, ed al di qua non si vede altro che la sua deplorevole ostilità, il suo risentimento e la sua ciarliera animosità. La quale legge male - attraverso occhiali ideologici, deformanti ed acritici, propri del nostro tempo ignorante - le vicissitudini, il senso, la posta in gioco ed i valori dell'epoca in questione, valori che d'altra parte noi rifiutavamo. E' del tutto antistorico giudicare il secolo precedente, o la posizione radicalmente conflittuale che ci animava, alla luce sinistra del "politically correct" o della "gender theory". Se Apostolidès leggesse la ricca corrispondenza di Machiavelli, dove si tratta pesantemente di questioni di donne e di pederasti, di pedofili e di prostitute, ecc., della vita così come in realtà è, rimarrebbe scandalizzato, e scriverebbe un grosso tomo per avvertirci del fatto che Machiavelli non è stato affatto "un grand'uomo". Lo si lascia volentieri alle sue opinioni adipose e appiccicose, ma tali opinioni ci parlano solamente di lui.

Si deve dare a Cesare quel che è di Cesare, e a Bruto quel che è di Bruto: bisogna riconoscere che senza la teoria dello spettacolo elaborata da Debord questo mondo rimarrebbe del tutto incomprensibile ed incerto, come coloro che lo dominano vorrebbero che fosse, e come effettivamente rimane per Apostolidès. Ma non per quelli che hanno pesanti responsabilità militari o economiche. Se un capo di Stato Maggiore non capisce velocemente che cosa si nasconde dietro lo Stato Islamico, la cosa ha delle conseguenze più gravi di quelle dovute al fatto che a sbagliarsi sia un professore universitario. E per capirlo è utile, perfino essenziale, conoscere la teoria dello spettacolo. Dopo cinquant'anni, la teoria dello spettacolo rimane la Stele di Rosetta indispensabile per decodificare i geroglifici del mondo attuale. Ma tutto ciò è al di là degli interessi del professore.

La Società dello Spettacolo, insieme a 1984 di George Orwell ed Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley, è uno dei tre libri che continuano ad essere essenziali per la comprensione del 21° secolo.

Di contro, a proposito di cose che interessano al professore, vi sono in questo libro delle falsificazioni evidenti che saltano agli occhi: per esempio è assolutamente falso che Debord abbia mai violentato la sorella: si amavano e basta, ecco il crimine! E allora? La polvere e le ragnatele che avvolgono la testa e l'anima ossessionate dell'autore, lo imprigionano in un moralismo ipocrita ed in una disonestà politicamente corretta che sono sparsi per tutto il libro. Non ho contato - in quanto non ho letto tutti i riferimenti, ma ne ho visti abbastanza - tutte le falsificazioni, gli errori fattuali, di ermeneutica, e perfino di data, né il grande arbitrio interpretativo, imbevuto di salsa psicoanalitica nella quale l'autore inzuppa il suo discorso noioso, ripetitivo, offensivo, condito con il deodorante pseudo neutrale della ricerca universitaria.

Infatti, questa sedicente biografia ci informa soprattutto circa quello che il mitografo narratore ritiene significativo in Debord, ed è proprio soltanto di tali inezie utili a dimostrare la sua tesi preconcetta che ci parla. Tutto il pensiero, l'opera e l'azione di Debord, e dei gruppi che ha animato, così come il contesto storico generale nel quale e contro il quale si agiva, tutto questo scompare completamente. Ignora perfino lo Scandalo di Stasburgo e la sua influenza determinante nell'innescare l'esplosione del maggio '68. La lotta, e le sue problematiche, la sua serietà, in questo libro sono assenti. L'autore ignora completamente anche l'influenza e tutto quello cui hanno dato seguito le teorie e le pratiche situazioniste: la prima opera di street art e di guerrilla art è stata la nostra installazione della statua di Charles Fourier, in Place Clichy, nel 1969; egli ignora le creazioni di situazioni magnificamente riuscite degli Yes Men; i gruppi russi di Voina e delle Pussy Riot, che facevano riferimento a Debord e ai situazionisti, il gruppo ceco di Stohoven, Banksy, la Kommunikation guerrilla, gli Hacktivistes e mille altre varianti, che qui non cito, che hanno messo in pratica questa eredità. Per non dire dell'influenza esercitata sulla teoria critica, su certe forme di détournement e di lotta di classe e di sabotaggio praticati nelle fabbriche, in Italia ed altrove. Ecco in che cosa l'Internazionale Situazionista è stata un'avanguardia. Tutto ciò, per il professore, non esiste: dov'è la sua erudizione?

Infine, secondo l'autore, tutto quello che Debord ha fatto è dovuto al fatto che non aveva avuto una presenza virile, a causa della perdita del padre, con cui confrontarsi: cosa che, secondo lui, ha impedito che diventasse un uomo. E' rimasto sempre immaturo, non è mai uscito dall'infanzia. Ecco tutto, ed ecco la tesi centrale del libro. Se è per questo, Debord è un orfano in buona compagnia, fra l'altro di Nietzsche, Platone, Aristotele, Schopenhauer, Rimbaud, Baudelaire, Dostoevskij, Swift ed io stesso, si parva licet componere magnis: Leopardi a tal riguardo, osservava che se "Scorri le vite degli uomini illustri, e se guarderai a quelli che sono tali, non per iscrivere, ma per fare, troverai a gran fatica pochissimi veramente grandi, ai quali non sia mancato il padre nella prima età." [*4]

A più riprese Hegel si è fatto magnificamente beffe di quella che definiva "la meschinità psicologica" o "la pedanteria psicologica, questo cosiddetto esame psicologico che sa spiegare ogni azione": "il punto di vista psicologico sulla storia, volto a diminuire e a degradare la grandezza delle azioni degli individui... Ignora l'aspetto sostanziale degli individui. E' il punto di vista psicologico del cameriere per il quale non ci sono eroi, non perché questi non sono eroi, ma perché quelli sono soltanto camerieri". E ancora: "Quale maestro di scuola non ha dimostrato, a proposito di Alessandro Magno e Giulio Cesare, che essi agirono spinti dalle passioni, e che per questo erano degli uomini immorali? Da cui ne consegue che lui, il maestro di scuola, è un uomo migliore di loro... Nella storiografia, i personaggi storici serviti da simili domestici psicologici ne escono male: vengono livellati, e messi sullo stesso piano morale; perfino qualche grado più in basso rispetto a quei sottili conoscitori di uomini." "Questa coscienza giudicante è quindi a sua volta bassa... Inoltre, è ipocrisia..." [*5]

C'è qui da notare come lo stesso autore si sia già prodotto nel 1999 in un libro elogiativo, seppure sbagliato, dal titolo Les Tombeaux de Guy Debord.

Il percorso obbligato di queste menti ristrette, invariabilmente intellettuali, è sempre lo stesso - è per così dire come scritto nel loro DNA, ed è facile capire in che cosa consista. Funziona così: 1) partono dalla celebrazione e dall'adulazione sfacciata; 2) si costruiscono un re mitologico; 3) cercano di trovare una collocazione nella sua corte o nel suo seguito; 4) alla fine, quando il rischiodiminuisce, vogliono uccidere il re, azionano la ghigliottina e commettono il regicidio, per cancellare le proprie bassezze e la loro ignominia di cortigiani o di parassiti. Con Debord è avvenuta la stessa cosa. Oggi, è significativo il silenzio degli apologeti di ieri: dove si sono nascosti? E' bastato un Apostolidès perché si sciogliessero come neve al sole? Ecco, alla fine, un beneficio che proviene da questo libro. Meglio la loro scomparsa silenziosa, piuttosto che la loro precedente caciara. E' vero, il vento è cambiato: è cominciato il tempo del Terrore. E per loro, quello della vigliaccheria non finirà mai.

Come ho già detto, in questo libro sono del tutto assenti le grandi avventure, le passioni e le forti amicizie, la generosità virile, le persecuzioni, il disprezzo per il rischio, l'arte, il gioco, la poesia, gli imprevisti, il coraggio, l'invenzione, la creazione, il divertimento e la fantasia. In breve, tutto quello che manca nella vita del professore è assente anche nel suo libro, com'è normale che sia. Ecco un'ulteriore prova del fatto che quest'opera è una proiezione, un ritratto dell'autore, dei suoi problemi con le donne,il denaro e il potere, dei suoi molteplici rancori e umiliazioni, del suo piccolo desiderio di rivalsa, e non è per niente il ritratto di Debord. L'autore si scandalizza per il fatto che Gérard Lebovici ed io stesso, oltre naturalmente a Michèle Bernstein, abbiamo sostenuto finanziariamente Debord: secondo lui Debord ci avrebbe truffato. La sua piccineria gli impedisce di concepire delle motivazioni più alte: a questo punto si potrebbero accusare tutti i grandi artisti di aver frodato tutti i loro mecenati. Non considera il fatto che questi grandi hanno dato all'umanità infinitamente di più rispetto a quanto hanno preso, e che è l'umanità intera ad essere in debito con loro. L'unica vera frode concreta che vedo qui è proprio il libro di Apostolidès.

Dal momento che l'autore ci concede la grazia di non nascondere mai, in nessuna pagina del suo libro, l'intenzione di denigrare - il solo momento in cui gli riconosco di essere rigoroso e sincero - egli riduce a volgarità tutto ciò che tocca, e questo ancora una volta ce la dice lunga su di lui: in questo libro, dovunque si guardi, non si vedono altro che delle cose profondamente sordide, meschine, oscene. Henry Miller aveva smascherato questo genere di spirito: "l'oscenità esiste soltanto nella mente di chi la detesta e la proietta sugli altri" [*6].

Quindi per l'autore ci sono solo questioni di denaro, di sesso e di potere. Le tre grandi questioni che l'ossessionano, allo stesso modo in cui ossessionano i nostri contemporanei perché ne sono privati.

Ai nostri tempi queste cose esistevano, naturalmente, ma non erano affatto separate dalla vita, come attualmente. Le si vivevano direttamente. E Debord diceva che non si poteva ammettere nessun altro problema rispetto al denaro se non quello della sua eventuale mancanza. C'era solidarietà e ci si aiutava: un'altra cosa inconcepibile per questo professore. E' così ossessionato da considerarci degli stupratori di ragazze, poiché, se eravamo i mostri che lui dipinge, quale altra maniera avremmo mai avuto per poterne sedurre tante? Strano che nessuna se ne sia lamentata: hanno tutte atteso pazientemente che il professore giustiziere rendesse loro giustizia?

Se questo professore dovesse parlare dell'Odissea, vedrebbe solo i pidocchi sulla testa di Ulisse: perché non vede le cose che sono superiori alla sua dimensione, e le riduce tutte quante alla propria misura. Credo che un simile professore, da solo, se gli fosse possibile, vorrebbe rovinare la reputazione dell'Università di Stanford: dimostra infatti qui tutto il suo cinismo distruttore di tutto ciò che prima rispettava: sembra afflitto da un complesso di Tersite. E ricordandoci continuamente dove egli insegna - come se questo fosse un'autorizzazione ed un lasciapassare per tutti i suoi abusi - non si fa alcuno scrupolo a trascinare nel suo cupio dissolvi anche l'Università che gli dà da mangiare. Il suo cinismo non si vergogna di ingannare il suo pubblico ed i suoi studenti: se fosse in suo potere ingannerebbe tutta la posterità, dalla quale si aspetta ciecamente la gloria, se non per il resto, almeno per questo libro. Ecco un vero e proprio provocatori di naufragi [N.d.T.: naufraugeur in francese ha questo senso: è una figura quasi mitologica di chi anticamente si pensava provocasse naufragi, con fuochi che mandavano le navi sugli scogli, per poi rubare la mercanzia].

Come se scrivesse su Wikipedia, il professore aggiunge, con pedanteria ed in maniera puntigliosa, note con riferimenti per dare una parvenza di serietà al suo ritratto arbitrario ed ai suoi acidi vomiti. Ma le sue note non gli servono altro che a dimostrare con la frode le sue ipotesi abusive, e gli sfugge tutto il resto. Si sa, con dei riferimenti selezionati accuratamente si può dimostrare tutto ed il contrario di tutto, e rendere verosimile ciò che è falso. Il fine dell'autore appare essere il rovescio dell'antica regola "Omnes homines honorare". Sembra come spinto da una forza irresistibile a disonorare con la saliva della sua lingua infetta tutti quelli, e tutto quello, di cui parla a ruota libera. Abbassando tutti gli altri, crede forse di poter elevare sé stesso? Anche in questo caso, fallisce, dal momento che la favola che ci racconta non ci parla d'altro che di lui e della sua disgrazia.

In realtà si tratta di un vero e proprio libro pornografico, ma di una pornografia a buon mercato, degna di una rivista scandalistica, una pornografia che non avrebbe alcun posto nella mia collezione d'arte erotica, che pure contiene non pochi pezzi di pornografia eccellente. E' un libro fabbricato nello stile morboso di una pagina di Facebook: ecco in cosa consiste la sua "modernità". Con il suo occhio da cameriere, guarda attraverso il buco della serratura della casa dei padroni. Per questo nuovo Erostrato, i miei archivi di Yale diventano nient'altro che un altro buco della serratura da cui spiare, con occhio da poliziotto, dal momento che vede solo quello che cerca, tutto il resto gli sfugge, e ciò che cerca non ha niente a che vedere con la libertà, la critica, la lotta, né con la poesia, né con qualsiasi altra cosa che non sia la sua piccola furia infamante.

Avevo già avuto modo di citare questo Apostolidés in una lettera a Mustapha Khayati del 10 dicembre del 2012, poi pubblicata su Internet da altri. Eccola:

«...Fra questi apologeti [di Debord] troviamo delle vere e proprie perle, ad esempio in un certo Apostolidès, il quale, nella foga di farmi scomparire, tocca delle vette filologiche mai raggiunte neppure dal KGB: per dimostrare che Censor non è Sanguinetti, bensì Debord, dopo aver stabilito che la versione francese è più "elegante" di quella italiana (!?), ci toglie ogni dubbio con la seguente acuta lezione: "Si noteranno le affinità fra i due nomi, Censor e Debord: ciascuno possiede due sillabe, le identiche vocali ed uno stesso numero di lettere".

La "affinità" per cui avevo scelto lo pseudonimo di Censor è invece quella con Bancor, la divisa monetaria sovranazionale inventata da Keynes, ma anche lo pseudonimo dell'allora governatore della Banca d'Italia, Guido Carli. Siamo ben lontani dalla furiosa finezza dimostrativa di un Apostolidès, infelice orfano di Papa Pio XII, di Mao e di Lenin che dimostra solamente la sua ricerca spasmodica di un culto spettacolare della personalità ».

E aggiungevo:

« Questa prima ondata di "storici" improvvisati si è allegramente bruciata e sacrificata sull'altare dell'elogio cortigiano, che - come Guy si compiaceva di ricordare, citando Swift - è il figlio del potere istituito. Se avesse avuto sentore di questo monumento funebre, credo che piuttosto avrebbe concluso, con Schopenauer: "Che di qui a poco i vermi consumino il mio corpo, è un pensiero che posso tollerare, ma che lo facciano i professori con la mia filosofia, questo mi fa orrore" ».

Questo genere di persone per quanto possano insegnare in una rinomata università, sono incapaci di concepire una vera, rigorosa e seria analisi storico-critica: per loro c'è solo il servo encomio od il codardo oltraggio. Questo professore in ogni caso rimarrà un fulgido esempio di tutto ciò che un ricercatore onesto e rigoroso dovrebbe evitare, un esempio concreto, da indicare ad ogni studente, dell'infelice unione di queste due disonestà che qui si realizzano senza vergogna, in un pezzo di cronaca poliziesca, che si vorrebbe travestire da opera storica. Ci si può chiedere anche che cosa sia mai diventata, con simili professori, oggi l'Università? Uno sporco affare come tanti altri, per obbligare gli studenti ad indebitarsi e a rendersi schiavi e sottomessi fin dall'inizio della loro vita adulta. Oppure, negli Stati Uniti, ad arruolarsi nell'esercito per potersi pagare gli studi.

Questo libro è un'opera che manca irrimediabilmente di convinzione e di forza, quindi di energia e di freschezza. Somiglia piuttosto ad un lavoro salariato, fatto su commissione, un maldestro tentativo di mettere alla gogna Debord e tutto un movimento, qualcosa di assai diverso da una leale, legittima e onesta critica. La cosa in ogni caso mi rassicura, perché significa che i situazionisti, malgrado tutti i loro difetti, continuano ad essere un esempio di insubordinazione ed un incubo che turba ancora il sonno di un'epoca lontana dalla loro, la quale non sopporta di avere nemici diversi da quelli che si fabbrica da sola.

Ciò di cui mi rammarico, dal momento che amo la legge del contrappasso di Dante, è il fatto che questo professore sia troppo insignificante perché i posteri si occupino di lui, ma se mai troverà un biografo, spero che sia semplicemente onesto, in modo da raccontarci tutta la mediocrità ed il ridicolo del proprio oggetto di studio. Ma chi potrebbe mai essere interessato ad una simile biografia? Come dice Virgilio a Dante (Inferno, III, 47-51), a proposito delle anime deboli e vili, gli ignavi,

« ...e la lor cieca vita è tanto bassa,

che ’nvidïosi son d’ogni altra sorte.

Fama di loro il mondo esser non lassa;

misericordia e giustizia li sdegna:

non ragioniam di lor, ma guarda e passa.»

Infine, per motivi di equità, riconosco, nondimeno, di aver apprezzato in questo libro una piccola nota nella quale l'autore si rammarica del fatto che io gli abbia rifiutato il permesso di pubblicare le mie fotografie, cosa che è vera, e di cui mi rallegro, dal momento che mi vergognerei di ricevere i ringraziamenti di una persona simile in una simile opera.
 
Vedo invece dei ringraziamenti del tutto abusivi e perfidi rivolti ad alcuni miei amici che non hanno sostenuto, né aiutato, in alcun modo l'autore di questo libro, e del quale non sono in nessuna maniera responsabili. Ciò dimostra ancora una volta la disinvoltura con cui l'autore inganna, con tutti i mezzi e senza scrupolo alcuno, i suoi lettori.

Esattamente quarant'anni fa, Debord mi aveva indicato, divertito, quel passaggio di Memorie d'Oltretomba, che rimane molto attuale: "Ci sono tempi in cui bisogna dispensare il disprezzo con parsimonia, a causa del gran numero di bisognosi."

Questo a mo' di giustificazione della parsimonia qui dimostrata.

- Gianfranco Sanguinetti - Praga, 31 dicembre 2015 -

SANGUINETTI.DEBORD.1972YN

NOTE:

[*1] - Intervista ad Apostolidès su Liberation del 23/12/2015

[*2] - Cfr. Francesco Guicciardini, Benedetto Varchi, Giorgio Vasari, Ludovico Ariosto e cento altri.

[*3] - Roberto Ridolfi, Vita di Francesco Guicciardini, Belardetti, Roma 1960.

[*4] - Giacomo Leopardi - Pensieri, II.

[*5] - G.W.F. Hegel - Filosofia del diritto; Fenomenologia dello Spirito; La Ragione nella Storia; Lezioni sulla Filosofia della Storia.

[*6] - L'oscenità e la legge della riflessione (Obscenity and the Law of Reflection, 1945), trad. Vanni Scheiwiller, Milano, All'insegna del pesce d'oro, 1962.

(traduzione di Franco Senia, revisione di Gianfranco Sanguinetti)

martedì 19 gennaio 2016

Le corbellerie del signor Wagner, e non solo

marx wagner

Il testo di Marx che segue è l’ultimo suo scritto di carattere economico. L’argomento trattato è la teoria del valore-lavoro, che viene qui ribadita e precisata, in tono polemico, soprattutto per quanto attiene al valore d’uso. Le Glosse si trovano in un quaderno di estratti ed annotazioni degli anni 1881-82, che porta il titolo di Oekonomisches en general (X).  La traduzione è di Mario Tronti, e sono state riprese dalla raccolta da lui curata: Marx, Scritti inediti di economia politica, Editori Riuniti 1963, pp.207.

K. Marx: Glosse marginali al Manuale di economia politica di Adolph Wagner

(…) Valore. Secondo il signor Wagner la teoria del valore di Marx è “la pietra angolare del suo sistema socialista” (p.45). Poiché io non ho mai costruito un “sistema socialista”, questa è dunque una fantasia di Wagner, Schäffle e tutti quanti. Inoltre: Marx “trova la sostanza sociale comune del valore di scambio, qui da lui soltanto considerato, nel lavoro, la misura di grandezza del valore di scambio nel tempo di lavoro socialmente necessario ecc.”.

In nessun luogo io parlo della “sostanza sociale comune del valore di scambio”. Dico piuttosto che i valori di scambio (il valore di scambio al singolare non esiste) rappresentano qualcosa di comune fra loro – il “valore” appunto, come viene chiamato [nel primo Libro del Capitale] – che è “del tutto indipendente dai loro valori d’uso” (cioè qui dalla loro forma naturale). “L’elemento comune che si manifesta nel rapporto di scambio o valore di scambio delle merci, è dunque il loro valore. Il seguito della ricerca ci ricondurrà al valore di scambio in quanto modo necessario di espressione o forma fenomenica del valore, il quale in un primo tempo è da trattare tuttavia indipendentemente da questa forma.”

Io non dico dunque che “la sostanza sociale comune del valore di scambio” sia il “lavoro”; e dal momento che considero per esteso in una sezione speciale la forma di valore, cioè lo sviluppo del valore di scambio, sarebbe strano ridurre questa “forma” alla “sostanza sociale comune”, al lavoro. Il signor Wagner dimentica anche che per me non sono soggetti né il “valore” né il “valore di scambio”, ma la merce.

Ancora: “Ma questa teoria (di Marx) non è tanto una teoria generale del valore, quanto una teoria del costo, che si riallaccia a Ricardo”. (Ivi.) Tanto dal Capitale quanto dallo scritto di Sieber [1] (se egli sapesse il russo), il signor Wagner avrebbe potuto conoscere la differenza tra me e Ricardo; il quale in effetti si occupò del lavoro solo come misura della grandezza di valore, e perciò non trovò alcun nesso tra la sua teoria del valore e la natura del denaro.

Quando il signor Wagner dice che questa “non è una teoria generale del valore” ha interamente ragione dal suo punto di vista, poiché per teoria generale del valore egli intende il fantasticare sulla parola “valore”; il che gli permette di rimanere nella tradizionale confusione che i professori tedeschi fanno tra “valore d’uso” e “valore”, per il fatto che ambedue hanno in comune la parola “valore”. Ma quando egli aggiunge che questa è una “teoria del costo”, allora o ne viene fuori una tautologia: le merci in quanto valori rappresentano solo qualcosa di sociale, lavoro umano, in quanto cioè la grandezza di valore di una merce è determinata secondo me dalla grandezza del tempo di lavoro in essa contenuto, dunque dalla quantità normale di lavoro che costa la produzione di un oggetto ecc.; e il signor Wagner dimostra il contrario assicurando che questa teoria del valore non è “quella generale” perché questo non è il punto di vista del signor Wagner sulla “teoria generale del valore”. Oppure egli dice qualcosa di falso: Ricardo (seguendo Smith) confonde insieme valore e costi di produzione; ma già in Per la critica dell’economia politica e ancora in note al Capitale, ho espressamente indicato che valore e prezzi di produzione (i quali esprimono solo in denaro i costi di produzione) non coincidono. Perché non coincidono non l’ho detto al signor Wagner.

Inoltre, io “procedo arbitrariamente” poiché “riconduco questi costi soltanto alla cosiddetta prestazione di lavoro nel senso più stretto. Ciò presuppone sempre una dimostrazione che finora manca, e cioè che il processo di produzione sia interamente possibile senza che intervenga l’attività dei capitalisti privati a formare e impiegare il capitale” (p.45).

Invece di accollare a me questa dimostrazione a venire, il signor Wagner avrebbe dovuto al contrario dimostrare che non esiste un processo sociale di produzione – del processo di produzione in generale non è neppure da parlare – in quelle comunità molto numerose che esistevano prima dell’apparizione dei capitalisti privati (antiche comunità indiane, comunità familiari tra gli slavi del sud ecc). Inoltre Wagner poteva solo dire: lo sfruttamento della classe operaia da parte della classe capitalista, in breve, il carattere della produzione capitalistica, come Marx lo presenta, è giusto, ma egli sbaglia nel considerare transitoria questa economia, mentre invece Aristotele sbagliava nel non considerare transitoria l’economia schiavistica.

“Finché una tale prova non viene portata (in altre parole, finché esiste l’economia capitalistica), di fatto (e qui si mostra il piede forcuto e l’orecchio d’asino) “anche il guadagno del capitale è un elemento ‘costitutivo’ del valore e non, come vuole la concezione socialista, solo una detrazione o ‘furto’ che si fa all’operaio” (pp.45-46). Che cosa sia questa “detrazione (Abzug) che si fa all’operaio”, detrazione dalla sua pelle, è difficile immaginare. Ora nella “mia esposizione in effetti anche il guadagno del capitale” non è “solo una detrazione o ‘furto’ che si fa all’operaio”. Io rappresento al contrario il capitalista come un funzionario necessario della produzione capitalistica, e mostro molto estesamente che non solo “detrae” o “ruba”, ma estorce la produzione del plusvalore, e dunque aiuta a creare ciò che viene poi detratto. Mostro inoltre ampiamente che nello scambio stesso delle merci si scambiano solo equivalenti, e che il capitalista – appena ha pagato all’operaio l’effettivo valore della sua forza-lavoro – si appropria il plusvalore con pieno diritto, cioè con il diritto che corrisponde a questo modo di produzione. Tutto questo però non fa del “guadagno del capitale” un elemento “costitutivo” del valore, ma dimostra solo che nel valore, non “costituito” dal lavoro del capitalista, c’è una parte di cui egli può appropriarsi “legalmente”, cioè senza violare il diritto corrispondente allo scambio delle merci.

Quella teoria tiene conto troppo unilateralmente del solo momento determinante del valore” (1.Tautologia: la teoria è falsa, perché Wagner ha una “teoria generale del valore” che non si accorda con questa; il suo “valore” infatti viene determinato dal “valore d’uso”, come dimostra appunto il suo stipendio da professore; 2. il signor Wagner sostituisce al valore il corrente “prezzo di mercato” – o prezzo della merce che da esso si scosta – che è qualcosa di molto diverso dal valore), “i costi, e non dell’altro, la fruibilità, l’ utilità, il momento del bisogno”. (Cioè essa non confonde insieme “valore” e valore d’uso, come vorrebbe quel confusionario nato che è Wagner.) “Essa non solo non corrisponde alla formazione del valore di scambio nel libero traffico odierno” (egli intende la formazione del prezzo, che non cambia assolutamente nulla nella determinazione del valore: del resto, nel traffico odierno, come sa ogni speculatore, falsificatore di merci ecc., ha luogo sicuramente formazione di valore di scambio, che non ha nulla in comune con la formazione del valore, ma mira soltanto a valori già “formati”; d’altra parte nella determinazione ad esempio del valore della forza-lavoro io parto dal fatto che il suo valore venga realmente pagato, cosa che poi, di fatto, non accade. Il signor Schäffle, in Capitalismo e socialismo (1870), pensa che questo sia “generoso” o qualcosa di simile. Ma egli intende soltanto un processo scientificamente necessario), “ma neppure ai rapporti che dovrebbero necessariamente formarsi nell’ ipotetico Stato sociale di Marx, come dimostra eccellentemente e senza dubbio definitivamente (!) anche Schäffle nella sua Quintessenza e particolarmente in Corpi sociali”[2]. (Dunque lo Stato sociale, che il signor Schäffle fu così gentile di “formare” per me, si trasforma nello “Stato sociale di Marx”, e nello Stato che è attribuito a Marx nell’ipotesi di Schäffle.) “Questo si lascia dimostrare in modo convincente specialmente nell’esempio dei cereali e simili: il cui valore di scambio, essendo i raccolti variabili e i bisogni all’incirca uguali, dovrebbe necessariamente essere regolato, anche in un sistema di “tariffe sociali”, in modo diverso che semplicemente in base ai costi”. Tante parole, altrettante stupidaggini. In primo luogo, io non ho mai parlato da nessuna parte di “tariffe sociali” e nella mia ricerca intorno al valore ho a che fare con i rapporti borghesi e non con l’applicazione di questa teoria del valore a quello “Stato sociale” che non è stato neppure costruito da me, ma dal signor Schäffle per me. In secondo luogo: se per un cattivo raccolto sale il prezzo del grano, sale dapprima il suo valore, poiché una data quantità di lavoro si è realizzata in un prodotto minore; poi sale ancor più il suo prezzo di vendita. Che cosa ha a che vedere questo con la mia teoria del valore? Quanto più il grano viene venduto al disopra del suo valore, tanto più altre merci, nella forma naturale o nella forma di denaro, vengono vendute al disotto del loro valore, e questo anche se non scende il loro prezzo in denaro. La somma di valore rimane la stessa, quand’anche fosse aumentata l’espressione in denaro di questa somma complessiva di valore, dunque quand’anche fosse salita, secondo il signor Wagner, la somma del “valore di scambio”. E’ questo il caso, se noi supponiamo che la caduta di prezzo nella somma delle altre merci non copra il prezzo che eccede il valore (l’eccedenza di prezzo) del grano. Ma in questo caso il valore di scambio del denaro è caduto pro tanto sotto il suo valore; la somma di valore di tutte le merci rimane non solo la stessa, ma rimane la stessa persino nell’ espressione in denaro, se anche il denaro viene calcolato fra le merci. Inoltre: l’aumento del prezzo del grano al disopra dell’aumento del suo valore provocato dal suo cattivo raccolto sarà in ogni caso minore nello “Stato sociale” che con gli odierni usurai del grano. Allora, però, lo “Stato sociale” regolerà fin dal principio la produzione in modo tale che l’approvvigionamento annuale di cereali dipenda solo in minima parte dai cambiamenti del clima. Il volume della produzione – l’approvvigionamento e la parte d’uso – verrà regolato razionalmente. Infine, posto che siano realizzate le fantasie di Schäffle a questo proposito, che cosa devono provare le “tariffe sociali” pro o contro la mia teoria del valore? Tanto poco, quanto le misure coercitive prese per la mancanza di generi alimentari su di una nave, in una fortezza, o durante la Rivoluzione francese, misure che non si curano certo del valore. E la cosa terribile per lo “Stato sociale” è di violare le leggi del valore dello “Stato capitalistico”, dunque anche la teoria del valore! Nient’altro che corbellerie infantili!

Lo stesso Wagner cita compiacente da Rau [3]: “Per evitare malintesi, è necessario stabilire che cosa s’intenda per valore semplicemente, ed è più appropriato in tedesco a questo scopo il termine di valore d’uso” (p.46).

(…) Ulteriore deduzione del concetto di valore:
Valore soggettivo e oggettivo. Soggettivo: e nel senso più generale il valore del bene equivale alla importanza che “viene attribuita al bene per la sua utilità … non qualità delle cose in sé, anche se esso presuppone oggettivamente l’utilità di una cosa (e dunque presuppone il valore ‘oggettivo’)… In senso oggettivo s’intende poi per ‘valore’, ‘valori’ e quindi anche i beni che hanno valore; dove (!) bene e valore, beni e valori diventano concetti essenzialmente identici” (pp.46-47).

Wagner, dopo aver semplicemente qualificato come “valore in generale”, come “concetto del valore”, ciò che comunemente viene chiamato “valore d’uso”, non può mancare di ricordarsi che “il valore così (!) dedotto (!)” è il “valore d’uso”. Dopo aver qualificato il “valore d’uso” come “concetto del valore” in generale, come “valore semplicemente”, scopre poi che egli sta soltanto fantasticando sul “valore d’uso”, e che dunque lo ha “dedotto”; poiché oggi fantasticare e dedurre sono “in sostanza” identiche operazioni di pensiero. Ma in questa occasione veniamo a sapere quale concezione soggettiva corrisponda alla “oggettiva” confusione concettuale propria del prof. Wagner. Egli ci svela infatti un segreto. Rodbertus ebbe a scrivergli una lettera, che si può leggere nella Rivista di Tubinga 1878, dove egli (Rodbertus) spiega perché si dà “una sola specie di valore”, il valore d’uso. “Io (Wagner) ho aderito a questa concezione di cui ho già sottolineato l’importanza una volta, nella prima edizione.” Di ciò che dice Rodbertus, Wagner dice: “Ciò è perfettamente giusto e necessario per modificare l’abituale, illogica ‘divisione’ del ‘valore’ in valore d’uso e valore di scambio, come anch’io avevo proposto nel par. 3 della prima edizione” (p. 48, nota 4), E lo stesso Wagner mi colloca fra le persone (p. 49, nota) secondo le quali il “valore d’uso” deve essere interamente “allontanato dalla scienza”.

Sono tutte “chiacchiere”. Prima di tutto, io non parto da “concetti”, quindi neppure dal “concetto di valore”, e non devo perciò in alcun modo “dividere” questo concetto. Ciò da cui io parto è la forma sociale più semplice in cui si presenta il prodotto del lavoro nell’attuale società, il prodotto in quanto “merce”. Io analizzo la merce, e precisamente dapprima nella forma in cui essa appare. Qui trovo che essa è da una parte, nella sua forma naturale, un oggetto d’uso alias valore d’uso, dall’altra portatrice di valore di scambio, e da questo punto di vista essa stessa “valore di scambio”. Un’ulteriore analisi di quest’ultimo mi mostra che il valore di scambio è solo una “forma fenomenica”, un modo di presentazione indipendente del valore contenuto nella merce, e passo allora all’analisi di quest’ultimo. [Nel Capitale] perciò si dice espressamente: “Quel che s’è detto in maniera sbrigativa all’inizio di questo capitolo, che la merce è valore d’uso e valore di scambio, è erroneo a volersi esprimere con precisione. La merce è valore d’uso, ossia oggetto d’uso, e “valore”. Essa si presenta come quella cosa duplice che è, appena il suo valore possiede una propria forma fenomenica diversa dalla sua forma naturale, quella del valore di scambio ecc.”. Io non divido dunque il valore in valore d’uso e valore di scambio come opposti in cui si scinda l’astratto, “il valore”; bensì la concreta figura sociale del prodotto del lavoro, la “merce”, è da una parte valore d’uso e dall’altra “valore”, non valore di scambio, poiché questo è semplice forma fenomenica, non il suo proprio contenuto.

In secondo luogo: solo un vir obscurus, che non ha capito una parola del Capitale, può concludere: poichè Marx, in una nota della prima edizione del Capitale, respinge tutte le corbellerie dei professori tedeschi sul “valore d’uso” in generale e rimanda i lettori che vogliono sapere qualcosa dei reali valori d’uso agli “avviamenti alla merceologia” – dunque il valore d’uso non rappresenta presso di lui alcuna parte. Esso non rappresenta naturalmente la parte del suo opposto, del “valore”, che non ha niente in comune con esso se non il fatto che la parola “valore” compare nel nome “valore d’uso”. Avrebbe potuto dire altrettanto bene che io lascio da parte il “valore di scambio”, poiché esso è solo forma fenomenica del valore, ma non è il “valore”; giacchè per me il “valore” di una merce non è né il suo valore d’uso, né il suo valore di scambio.

Se si deve analizzare la “merce” – che il concreto economico più semplice – si debbono tenere lontane tutte le relazioni che non hanno nulla a che vedere con il presente oggetto dell’analisi. Ciò che vi è da dire della merce, in quanto valore d’uso, l’ho perciò detto in poche righe, ma d’altra parte ho messo in rilievo la forma caratteristica in cui qui appare il valore d’uso, il prodotto del lavoro: “Una cosa può essere utile e prodotto di lavoro umano, senza essere merce. Chi con il suo prodotto soddisfa il proprio bisogno, crea valore d’uso, ma non crea merce. Per produrre merce, deve produrre non solo valore d’uso, ma valore d’uso per altri, valore d’uso sociale”. (Questa è la radice del “valore d’uso sociale” di Rodbertus.) Con ciò il valore d’uso – in quanto valore d’uso della “merce” – possiede esso stesso un carattere storico-specifico. Nelle comunità primitive, dove ad es. i mezzi di sussistenza vengono prodotti e ripartiti in comune tra i componenti della comunità, e il prodotto comune soddisfa direttamente i bisogni vitali di ciascun membro della comunità, di ciascun produttore – il carattere sociale del prodotto, del valore d’uso, sta nel suo carattere comunitario. (Il signor Rodbertus all’opposto trasforma il valore d’uso sociale della merce nel valore d’uso sociale semplicemente, perciò egli fantastica.)

Sarebbe dunque puro fantasticare, come risulta da quanto si è detto, se nell’analisi della merce – per il fatto che essa si presenta da una parte come valore d’uso o bene, dall’altra come “valore” – si cogliesse tale occasione per “intessere” ogni sorta di banali riflessioni su quei valori d’uso o beni che non cadono nella sfera del mondo delle merci, come i “beni statali”, i “beni della comunità” ecc. – come fa Wagner e ogni professore tedesco in genere – oppure sul bene della “salute” ecc. Là dove lo Stato stesso è produttore capitalista, come nello sfruttamento delle miniere, delle foreste ecc., il suo prodotto è “merce” e possiede perciò il carattere specifico di ogni altra merce.

D’altra parte il nostro vir obscurus non ha osservato alcune cose: 1. che, nell’analisi della merce, io non sono rimasto fermo al duplice modo in cui essa si presenta, ma sono passato subito a mostrare che in questo duplice essere della merce si presenta il duplice carattere del lavoro di cui essa è il prodotto: del lavoro utile, cioè dei modi concreti dei lavori, che creano valori d’uso, e del lavoro astratto, del lavoro come dispendio di forza-lavoro, quale che sia la maniera “utile” in cui esso viene speso (sul che poggia in seguito la rappresentazione del processo di produzione); 2. che, nello sviluppo della forma di valore della merce, in ultima istanza della sua forma di denaro, e dunque del denaro, il valore di una merce si presenta nel valore d’uso, cioè nella forma naturale, dell’altra merce; 3. che il plusvalore stesso viene dedotto da uno “specifico” valore d’uso della forza-lavoro, che spetta esclusivamente ad essa ecc. 4. che dunque per me il valore d’uso ha una parte importante del tutto diversa da quella che ha nell’economia precedente, ma che esso – nota bene – è preso in considerazione sempre nel caso in cui tale considerazione scaturisce soltanto dall’analisi di una data formazione economica, e non dal ragionare in libertà intorno ai concetti o alle parole “valore d’uso” e “valore”.

Perciò, nell’analisi della merce, neanche a proposito del suo “valore d’uso” vengono inserite subito definizioni del “capitale”, giacchè queste devono risultare puro non senso finchè inizialmente rimaniamo all’analisi degli elementi della merce.

Ciò che urta il signor Wagner, nella mia esposizione, è che io non gli uso la compiacenza di seguire gli “sforzi” professorali tedesco-patriottici nel confondere valore d’uso e valore. La società tedesca, sia pure molto post festum, è tuttavia giunta a poco a poco dall’economia naturale feudale, o almeno dal prevalere di essa, all’economia capitalistica; ma i professori stanno ancora sempre, com’è naturale, con un piede nel vecchio sudiciume. Da servi della gleba dei proprietari fondiari essi si sono trasformati in servi della gleba dello Stato, vulgo del governo. Anche il nostro vir obscurus – il quale non ha mai rilevato che il mio metodo analitico, che non parte dall’”uomo” ma da un dato periodo economico della società, non ha nulla in comune con il metodo dei professori tedeschi di combinare assieme dei concetti (“con le parole si contende bene, con le parole si può costruire un sistema”) – dice perciò: “Io dò la preminenza, d’accordo con la concezione di Rodbertus e anche con quella di Schäffle, al carattere di valore d’uso di ogni valore, e tanto più metto in rilievo la valutazione del valore d’uso in quanto la valutazione del valore di scambio non è assolutamente applicabile a molti dei più importanti beni economici” (che cosa lo costringe a trovare delle scuse? E’ dunque come servitore dello Stato che si sente in dovere di confondere valore d’uso e valore!); “così ad esempio non è applicabile allo Stato e alle sue prestazioni, e neppure ad altri rapporti di economia pubblica” (p. 49 nota). Ciò ricorda gli antichi chimici, prima che esistesse una scienza della chimica; poiché il burro da cucina, che ordinariamente si chiama semplicemente burro (secondo un costume nordico), ha una consistenza molle, essi chiamavano materie burrose la clorite, il burro di zinco, il burro d’antimonio ecc., e dunque si tenevano, per parlare con il vis obscurus, al carattere burroso di tutte le combinazioni di cloruro, zinco, antimonio. Tali chiacchiere concludono a questo: poiché certi beni, come appunto lo Stato (un bene!) e le sue “prestazioni” (ossia le prestazioni dei suoi professori di economia politica) non sono “merci”, i caratteri opposti contenuti nelle “merci” stesse (che appaiono espressamente anche nella forma di merce del prodotto del lavoro) devono essere confusi l’un con l’altro. Di Wagner e consorti è del resto difficile dire che guadagnano di più quando le loro prestazioni vengono valutate secondo il loro “valore d’uso”, secondo il loro “contenuto” materiale, che non quando lo sono secondo il loro “contenuto” (determinato dalle “tariffe sociali”, come si esprime Wagner), ossia secondo la loro remunerazione.

(L’unica cosa chiara che sta al fondo della confusione tedesca è che, nella lingua, le parole valore o pregio (Wert oder Würde) furono dapprima applicate alle cose utili stesse, che esistevano da lungo tempo, come “prodotti del lavoro”, prima di diventare merci. Ma questo ha tanto a che vedere con la definizione scientifica del “valore delle merci” quanto la circostanza che presso gli antichi la parola sale fu dapprima usata per il sale da cucina e che perciò anche lo zucchero ecc., da Plinio in poi, figura come specie salina [come tutti i corpi solidi incolori solubili in acqua e con gusto particolare], - dunque la categoria chimica “sale” contiene in sé zucchero ecc.)

Veniamo ora alla fonte del vir obscurus, a Rodbertus (di cui è da vedere l’articolo nella Rivista di Tubinga). Egli cita da Rodbertus il passo seguente:
“Esiste un solo genere di valore, il valore d’uso. Questo è: o valore d’uso individuale o valore d’uso sociale. Il primo sta di fronte all’individuo e ai suoi bisogni senza alcun riguardo a una organizzazione sociale” (p. 48). (E questa è già una sciocchezza) (Confronta il Capitale, dove è detto invece che il processo lavorativo, come attività che ha lo scopo di produrre valori d’uso ecc., “è comune ugualmente a tutte le forme di società [della vita umana] e indipendente da ciascuna di esse”.) (In primo luogo, di fronte all’individuo non sta la parola “valore d’uso”, ma valori d’uso concreti, e quali di questi “stanno di fronte” a lui [per questi uomini tutto “sta”, tutto è “ständisch” [4]], dipende interamente dal grado del
processo sociale di produzione, e non corrisponde dunque mai ad “una organizzazione sociale”. Ma se Rodbertus vuol dire qui solo questa cosa triviale, che il valore d’uso, che effettivamente sta di fronte a un individuo come oggetto d’uso, gli sta di fronte come valore d’uso individuale per lui, allora questa è una tautologia triviale, oppure è una cosa falsa; poiché, per non parlare di cose come riso, grano, granturco o carne [che a un Indù non sta di fronte come alimento], per un individuo il bisogno di un titolo di professore o di consigliere segreto, o di una onorificenza, è possibile solo in una ben determinata “organizzazione sociale”.) “Il secondo è il valore d’uso che ha un organismo sociale, che consiste di molti organismi individuali (ossia di molti individui).” (p. 48). Bel linguaggio! Si tratta qui di “valore d’uso” dell’”organismo sociale” o di un valore d’uso che si trova in possesso di un “organismo sociale” (come per es. la terra nelle comunità primitive), oppure della determinata forma “sociale” del valore d’uso, in un organismo sociale, come ad esempio dove è predominante la produzione delle merci e dove il valore d’uso, che un produttore fornisce, deve essere “valore d’uso per altri” e in questo senso “valore d’uso sociale”? Con simili confusioni non c’è niente da fare.

Passiamo dunque all’altra proposizione del Faustus di Wagner [5]: “Il valore di scambio è soltanto l’appendice storica del valore d’uso sociale di un determinato periodo storico. Quando si contrappone al valore d’uso un valore di scambio come antitesi logica, si pone in antitesi logica un concetto storico con un concetto logico, il che logicamente non va” (p. 48, nota 4). E “questo è perfettamente giusto” giubila ibidem Wagner. Ma chi è “la persona” che commette questa colpa? Che Rodbertus qui pensi proprio a me è sicuro, poiché secondo R. Meyer, suo famulus, egli ha scritto un grosso e denso manoscritto contro il Capitale. Chi pone in antitesi logica? Il signor Rodbertus, per il quale “valore d’uso” e “valore di scambio” sono ambedue, per natura, meri “concetti”. Infatti, in ogni listino corrente dei prezzi, ciascun singolo genere di merce compie questo processo illogico di distinguersi come bene, o valore d’uso, come cotone, filo, ferro, grano ecc., dalle altre merci, di rappresentare un “bene” toto coelo qualitativamente diverso dagli altri, mentre al tempo stesso il suo prezzo è della medesima natura dei prezzi delle altre merci, qualitativamente uguale e solo quantitativamente differente. Una merce si presenta nella sua forma naturale per colui che ne ha bisogno, e nella forma di valore, completamente diversa da questa e “comune” ad essa insieme a tutte le altre merci, nonché come valore di scambio. Si tratta qui di una antitesi “logica” solo per Rodbertus e per i professori maestri di scuola tedeschi suoi amici, i quali partono dal “concetto” di valore, non dalla “cosa sociale”, dalla “merce”, e fanno che questo concetto si divida duplicandosi in se stesso per contendere poi tra loro su quale di questi due fantasmi sia il vero Giacobbe!

Ma, ciò che sta nell’oscuro sfondo di queste frasi pompose è semplicemente la scoperta immortale che in tutte le condizioni l’uomo deve mangiare, bere ecc. (non si può nemmeno aggiungere: vestirsi, o avere coltello e forchetta, o letti, o abitazioni, poichè questo caso non ricorre in tutte le condizioni); in breve, che in tutte le condizioni egli deve trovare pronti in natura oggetti esterni per la soddisfazione dei suoi bisogni e impadronirsene o approntarli sulla base dei materiali naturali; in questo suo comportamento effettivo egli in realtà si rapporta sempre a certi oggetti esterni come “valori d’uso”, cioè li tratta sempre come oggetti per il suo uso. Perciò il valore d’uso è secondo Rodbertus un concetto “logico”: dunque, poiché l’uomo deve anche respirare, il “respirare” è così un concetto “logico”, ma non, Dio ne guardi, un concetto “fisiologico”. Tutta la superficialità di Rodbertus, però, vien fuori nella sua contrapposizione di concetto “logico” e “storico”! Egli prende il “valore” (quello economico in antitesi al valore d’uso della merce) solo nella sua forma fenomenica, come valore di scambio; e poiché esso appare solo dove almeno una qualche parte dei prodotti del lavoro, degli oggetti d’uso, funziona come “merce”, il che non accade fin dall’inizio, ma solo in un certo periodo dello sviluppo sociale, dunque solo a uno stadio determinato dello sviluppo storico – così il valore di scambio è un concetto “storico”. Ora, se Rodbertus avesse analizzato ulteriormente il valore di scambio delle merci – più avanti dirò perché non lo ha fatto – giacchè questo esiste solamente dove il termine merci compare al plurale, dove ci siano cioè diversi generi di merci – egli avrebbe trovato dietro questa forma fenomenica il “valore”. Se poi egli avesse ancora indagato il valore, avrebbe inoltre trovato che qui la cosa, il “valore d’uso”, vale come pura e semplice oggettivazione di lavoro umano, come dispendio di uguale forza lavorativa umana e che perciò questo contenuto è presentato come carattere oggettivo della cosa, come [carattere] che spetta ad essa oggettivamente, sebbene questa oggettività non appaia nella sua forma naturale (il che rende appunto necessaria una forma di valore particolare). Avrebbe insomma trovato che il “valore” della merce esprime soltanto in una forma storicamente sviluppata ciò che esiste parimenti in tutte le altre forme storiche di società, sebbene in forma diversa, cioè il carattere sociale del lavoro, in quanto esso esiste come dispendio di forza-lavoro sociale. Se “il valore” della merce è così soltanto una forma storica determinata, qualcosa che esiste in tutte le forme di società, lo è anche però il “valore d’uso sociale”, come egli caratterizza il “valore d’uso” della merce. Il signor Rodbertus ha la misura della grandezza di valore di Ricardo: ma, come Ricardo, ha indagato o compreso ben poco la sostanza del valore stesso: ad esempio il carattere “comune” del processo lavorativo nella comunità primitiva, come organismo complessivo delle forze lavorative che ne fanno parte e perciò [carattere “comune”] del loro lavoro, cioè del dispendio di queste forze.

Superfluo aggiungere altro, in questa occasione, sulle corbellerie del signor Wagner.

- Karl Marx -

[1] N. Sieber, Teoria del valore e del capitale di D. Ricardo, in russo.
[2] A. E. F. Schaffle, Die Quintessenz des Sozialismus (1875) e Bau und Leben des sozialen Korpers (4 voll. 1875-78).
[3] K. H. Rau, Lehrbuch der politischen Oekonomie (3 voll. 1826-37).
[4] Relativo a un ordine o stato sociale.
[5] Qui sta per Rodbertus.

lunedì 18 gennaio 2016

La testa dell'idra

Heracles battling squid-like hydra, Greece 1970

Tesi sulle radici del male
- di Anselm Jappe -

1. Il sistema capitalista è entrato in una grave crisi. Non si tratta di una crisi ciclica ma di una crisi terminale, non nel senso di un collasso istantaneo bensì come un processo che segna la fine di un sistema plurisecolare. Non si tratta di profetizzare un evento futuro, ma di constatare un processo che ha cominciato a rendersi visibile all'inizio degli anni 1970 e le cui radici risalgono all'origine stessa del capitalismo.

2. Non stiamo assistendo ad una transizione verso un altro regime di accumulazione (come avvenne con il fordismo) o a nuove tecnologie (come avvenne con l'automobile), né tanto meno allo spostamento del centro del sistema verso altre regioni del mondo, ma all'esaurimento di ciò che è la fonte stessa del capitalismo: la trasformazione del lavoro in valore.

3. Le categorie fondamentali del capitalismo, così come sono state analizzate da Karl Marx nella sua critica dell'economia politica, sono il lavoro astratto ed il valore, la merce ed il denaro, che si riassumono nel concetto di "feticismo della merce".

4. Una critica morale, basata sulla denuncia della "avidità" di alcuni individui o gruppi, perderebbe di vista ciò che è essenziale.

5. Non si tratta di definirsi marxisti o post-marxisti, né di interpretare l'opera di Marx o di completarla per mezzo di altri contributi teorici. Meglio rendersi conto della differenza fra un Marx "essoterico" ed un Marx "esoterico", fra il nucleo concettuale e lo sviluppo storico, fra l'essenza ed il fenomeno. Marx non è "superato", come dicono i critici borghesi. Anche se ci limitiamo a considerare la critica dell'economia politica e, all'interno di questa, soprattutto la teoria del valore ed il lavoro astratto, questo costituisce il contributo più importante per poter comprendere il mondo in cui viviamo. Un uso emancipatore della teoria di Marx non implica il suo superamento, né implica che la si mescoli con altre teorie, non si tratta nemmeno di identificare il "vero Marx", né di prenderlo sempre in maniera letterale, ma si tratta di pensare il mondo di oggi usando gli strumenti che ci ha messo a disposizione. Si tratta di sviluppare le sue intuizioni fondamentali, a volte contro quello che dice alla lettera nei suoi testi.

6. Le categorie fondamentali elaborate da Marx non sono né neutrali né sovrastoriche. Recano in sé conseguenze disastrose: il dominio dell'astratto sul concreto (la sua inversione), il feticismo della merce, l'autonomizzazione dei processi, il dominio dell'uomo da parte delle sue stesse creazioni... Il capitalismo non è dissociabile dalla grande industria. Valore e tecnologia camminano insieme: sono due forme di determinismo e di feticismo.

7. Queste categorie sono soggette ad una dinamica storica che diventa sempre più disastrosa, ma che apre anche alla possibilità del suo superamento. Infatti, il valore si esaurisce. Fin dai suoi inizi, ora sono più di duecento anni, la logica capitalista tende a "tagliare il ramo sul quale è seduta", in quanto la concorrenza obbliga ciascun capitale particolare ad utilizzare le tecnologie per sostituire il lavoro vivo. Questo porta ad un vantaggio immediato per il capitale individuale, ma diminuisce, a livello globale, la produzione di valore, di plusvalore e di profitto, creando difficoltà crescenti alla riproduzione del sistema. Ora, i diversi meccanismi di compensazione, come il fordismo, sono definitivamente esauriti. La "terziarizzazione" non salverà il capitalismo, in quanto va tenuto conto della differenza fra lavoro produttivo e lavoro improduttivo (di capitale, ovviamente!).

8. All'inizio degli anni 1970, ci fu un triplo - o quadruplo - punto di rottura, economico (visibile nell'abbandono, da parte del dollaro, del gold standard: la sua convertibilità in oro), ecologico (visibile nella Relazione del "Club di Roma"), energetico (visibile con la primi crisi petrolifera), cui possiamo aggiungere anche il cambiamento di mentalità e delle forme di vita del post-68, con la "modernità liquida", il "terzo spirito del capitalismo". In tal modo, la società della merce incominciò ad andare a sbattere sia contro i suoi limiti esterni che contro quelli interni.

9. In questa crisi permanente di accumulazione - che significa una difficoltà crescente a realizzare profitto - i mercati finanziari (il capitale fittizio) sono diventati la fonte principale di profitto, ed hanno permesso di coprire i guadagni attesi nel futuro. Va sottolineato come il boom mondiale del settore finanziario sia l'effetto, e non la causa, della crisi della valorizzazione del capitale.

10. Gli attuali guadagni di alcuni attori economici non dimostrano che il sistema, in quanto tale, goda di buona salute. La torta è sempre più piccola, anche se alcuni riescono ad afferrarne un pezzo più grosso.

11. Né la Cina né gli altri "paesi emergenti" potranno salvare il capitalismo, nonostante lo sfruttamento selvaggio che viene vissuto in quei paesi.

12. Nell'analisi del capitalismo, dobbiamo mettere in discussione la centralità del concetto di "lotta di classe". Il ruolo delle classi è piuttosto una conseguenza della loro posizione nell'accumulazione del valore in quanto processo anonimo; alla sua origine non si trovano le classi. Non è l'ingiustizia sociale a rendere unico il capitalismo; essa esisteva anche prima. Sono il lavoro astratto ed il denaro a rappresentare ciò che ha creato una società del tutto nuova, nella quale gli attori, inclusi i "dominanti", sono essenzialmente gli esecutori di una logica che li oltrepassa (cosa che in nessuna maniera li esime dalla loro responsabilità).

13. Ma al di là delle sue intenzioni, il ruolo storico del movimento operaio è stato - nei fatti - quello di promuovere l'integrazione del proletariato. Questo è stato reso possibile durante la fase di ascesa della società capitalista; ma, al giorno d'oggi, non lo è più, Farla finita con il capitalismo non può consistere in un'equa distribuzione sulla base di categorie come il denaro, il valore ed il lavoro; è indispensabile approfondire la critica della produzione capitalista, al fine di eliminare tali categorie, e non limitarsi ad un cambiamento nel regime della loro proprietà. Oggi, la questione del lavoro astratto ha smesso di essere "astratta"; è diventata direttamente visibile.

14. L'Unione Sovietica è stata essenzialmente una forma di "modernizzazione di riassestamento" (anche grazie all'autarchia): ciò vale anche per i movimenti rivoluzionari e nazionalisti della "periferia" e dei paesi che arrivarono a governare. Il suo fallimento a partire dagli anni 1980 è una delle cause dei tanti conflitti attuali.

15. Il trionfo del capitalismo è anche in suo fallimento. Il valore non può creare una società abitabile, neanche come società ingiusta; ma distrugge le sue stesse basi in tutti gli ambiti.

16. Anziché continuare a cercare un "soggetto rivoluzionario", si dovrebbe superare il "soggetto automatico" (Marx), su cui si basa la società della merce.

17. Accanto allo sfruttamento - che continua ad esistere in proporzioni smisurate - quello che è diventato il problema principale creato dal capitalismo, è il fatto di considerare buona parte dell'umanità come un "superflua": un'umanità-spazzatura. Il capitale ormai non ha più bisogno di una buona parte della popolazione che finisce per divorare sé stessa. Questa situazione è un terreno favorevole all'emancipazione, ma anche alla barbarie. Più che una dicotomia nord-sud, quello che si può osservare è un "apartheid globale", con isole per i ricchi che in ogni paese ed in ogni città sono protette da alte mura.

18. L'impotenza degli Stati di fronte al capitale mondiale non è una questione di buona o di cattiva volontà, ma risulta bensì dal carattere dello Stato e della politica strutturalmente subordinato alla sfera del valore.

19. Nel quadro del capitalismo, la crisi ecologica non può essere risolta, né con la "decrescita", e nemmeno con un supposto "capitalismo verde" o con uno "sviluppo sostenibile". Col perdurare della società della merce, l'aumento della produttività creerà una massa sempre più grande di oggetti materiali - la cui produzione consuma le risorse reali del pianeta - che rappresenta un massa sempre più ridotta di valore. Poiché il valore è l'espressione del lato astratto del lavoro, ed è solo la produzione di valore ad essere importante nella logica del capitale. Pertanto, il capitalismo è essenzialmente ed inevitabilmente produttivista, orientato alla produzione per la produzione.

20. Viviamo anche una crisi antropologica, una crisi di civiltà ed una crisi della soggettività. C'è una perdita di immaginario, soprattutto di quello che nasce nel corso dell'infanzia. Il narcisismo è diventato la forma psichica dominante. Si tratta di un fenomeno mondiale: si può trovare il "gameboy" tanto in una capanna in mezzo alla giungla quanto in un loft di New York. Di fronte alla regressione ed alla de-civilizzazione promossa dal capitale, dobbiamo decolonizzare i nostri immaginari e reinventare la felicità.

21. La società capitalista, basata sul lavoro e sul valore, è anche una società patriarcale - e lo è nella sua essenza, non solo per caso. Storicamente, la produzione di valore è stata ed è un assunto maschile. Di fatto, non tutte le attività produttive creano valore, il quale si manifesta negli scambi mercantili. In generale, le attività cosiddette "riproduttive", le quali si svolgono soprattutto nella sfera domestica, sono specifiche delle donne. Tali attività sono necessarie affinché possa realizzarsi la produzione di valore, però, in sé stesse, non creano valore. Sono indispensabili, ma allo stesso tempo sono ausiliarie, nella società del valore. Questa società consiste tanto della sfera del valore quanto di quella del non-valore, vale a dire dell'insieme di queste due sfere. Tuttavia, la sfera del non-valore non può essere considerata come "libera" o "non-alienata" - anzi, al contrario. L'appartenenza a tale sfera implica che si abbia uno statuto di "non-soggetto" - per molto tempo anche sul piano giuridico. Ciò si deve al fatto che, per quanto necessarie, queste attività non vengono considerate come "lavoro" e non appaiono sul mercato.

22. Non è stato il capitalismo ad inventare la separazione fra la sfera privata, domestica, e la sfera pubblica del lavoro, però l'ha accentuata enormemente. Nonostante le sue pretese universalistiche, espressa dall'Illuminismo, il capitalismo nasce come dominio esercitato da maschi bianchi occidentali e non ha mai smesso di basarsi su una logica di esclusione: la separazione fra - da un lato - la produzione del valore, il lavoro che lo crea e le qualità umane che vi contribuiscono (soprattutto la disciplina interiorizzata e lo spirito di competizione individuale) e - dall'altro lato - tutto quello che non ne fa parte. Nel corso degli ultimi decenni, una parte degli esclusi, in particolare le donne, è stata parzialmente "integrata" nella logica della merce ed ha potuto accedere allo status di "soggetto" - ma solo nella misura in cui dimostrano di aver acquisito ed interiorizzato le "qualità" degli uomini bianchi occidentali. Di solito, il prezzo di questa integrazione è una doppia alienazione (famiglia e lavoro per le donne). Allo stesso tempo, in un contesto di crisi, nascono nuove forme di esclusione. Tuttavia, non si tratta di chiedere la "inclusione" degli esclusi nella sfera del lavoro, del denaro e del soggetto, ma di farla finita con una società in cui solo la partecipazione al mercato dà il diritto di essere "soggetto". Il patriarcato non è una sopravvivenza anacronistica in un mondo capitalista che presumibilmente tende all'uguaglianza di fronte al denaro. E lo è ancor meno il razzismo. Anzi, in tempi di crisi, il patriarcato "è diventato più selvaggio" (Scholz) ed il razzismo è diventato postmoderno.

23. Attualmente, il populismo rappresenta un grande pericolo, soprattutto in Europa. Critica la sfera finanziaria, ma solo quella. Unisce elementi del pensiero di sinistra e del pensiero di destra in una miscela che a volte assomiglia allo "anticapitalismo" fascista. Per noi, si tratta piuttosto di rompere con il capitalismo in quanto tale, non solo con la sua forma neoliberista. Un ritorno al neokeynesismo ed allo Stato provvidenza non è né desiderabile né possibile. Vale la pena lottare per "integrarsi" nella società dominante (ottenere o difendere diritti, migliorare la propria situazione materiale, ecc.) - o questo è semplicemente impossibile?

24. Abbiamo già visto in America Latina i limiti delle "rivoluzioni" per mezzo dello Stato (Venezuela, ecc.), che dipendono dal prezzo delle materie prime. Va evitato l'entusiasmo ingannevole di coloro che aderiscono a tutte le forme attuali di ribellioni e che concludono che c'è già una rivoluzione in corso. Piuttosto, molte di queste forma possono essere recuperate ai fini della difesa dell'ordine attuale, mentre altre tutt'al più possono portare alla barbarie. Il capitalismo realizza la sua stessa propria distruzione - quella del denaro, del lavoro, ecc. - ma dipende interamente da noi che ciò che verrà dopo non sia ancora peggio.

25. Il ruolo che possono avere i movimenti sociali radicati nelle comunità indigene e tradizionali ha a che fare con le potenzialità ed i limiti delle società non-capitaliste in generale. Il capitalismo costituisce un'eccezione storica? E' possibile riannodare il filo dell'evoluzione umana interrotto dalla sua apparizione? E' evidente che dev'essere respinta qualsiasi idea di progresso delle forze produttive come presupposto di progresso morale, allo stesso modo in cui va respinta qualsiasi idea di una missione civilizzatrice del capitale, oppure di un sviluppo necessario dell'industrializzazione. Ma allo stesso tempo va rifiutata l'idealizzazione delle società tradizionali. Finora, la storia umana è stata una storia di relazioni feticizzate. Quest'affermazione sottolinea due (auto)illusioni: quella della modernità che si crede illuminata, mentre è costituita a partire dal feticismo della merce; e quella delle società feticiste tradizionali che alcuni vorrebbero considerare come la "umanità autentica". Tra gli aspetti più degni di nota delle società cosiddette "tradizionali", troviamo pratiche come quella dell'utilizzo collettivo della terra, come quella della limitazione alla ricerca del potere e della ricchezza. Non è necessario avere una concezione "ottimista", "rousseauiana", dell'essere umano: basta dire che le diverse società umane hanno sviluppato risposte molto differenti a fronte degli impulsi distruttivi, ed in questo la società capitalista è stata la peggiore di tutte.

26. E' necessario superare la dicotomia fra riforma e rivoluzione, ma nel nome del radicalismo, dal momento che il riformismo non risulta in nessuna maniera "realista". Sovente, si presta troppa attenzione alla forma di insubordinazione (violenza/non-violenza, ecc.), anziché concentrarsi sul contenuto.

27. L'abolizione del denaro e del valore, della merce e del lavoro, dello Stato e del mercato è attuale - non come programma "massimalista" e neppure come utopia, ma come l'unica forma possibile di "realismo". Non si tratta soltanto di liberarsi dalla "classe capitalista", ma delle relazioni sociali capitaliste - relazioni che coinvolgono tutto il mondo, seppure con ruoli differenti. Pertanto, è difficile tracciare con chiarezza il confine fra "loro e noi" o, addirittura, affermare che "siamo il 99%", come si è fatto durante il movimento Occupy Wall Street. Invece, è possibile che questo problema debba essere affrontato in modo molto diverso secondo le regioni del mondo.

28. Non si tratta in nessun modo di promuovere una forma di autogestione dell'alienazione capitalista. Abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione non costituirebbe un cambiamento sufficiente. La subordinazione del contenuto della vita sociale alla forma valore e la sua accumulazione potrebbe, al limite, riprodursi anche senza una classe "dominante", oppure avvenire in maniera "democratica", senza che per questo risulti meno distruttiva. Ad esempio, una fabbrica autogestita dai suoi operai - vecchio sogno della sinistra - ma che ha bisogno di aver successo su un mercato competitivo prenderà sicuramente le medesime decisioni di una fabbrica diretta dal capitale privato. La colpa non è né di una struttura tecnica in quanto tale, né di una complessità inseparabile della modernità, ma di quel "soggetto automatico" che è il valore.

29. Ci sono diversi modi di intendere la "abolizione del lavoro". Pensare la sua abolizione per mezzo delle tecnologie comporta il rischio di rafforzare la tecnologia dominante. Più che ridurre semplicemente il tempo di lavoro o mettere in campo un "elogio della pigrizia", si tratta di eliminare la distinzione fra ciò che si suole chiamare "lavoro" e le altre attività. In questo, le culture non-capitaliste hanno qualcosa da insegnare a chi è completamente immerso nel mondo della merce.

30. Non esiste alcun modello del passato che possiamo riprodurre tale e quale, nessuna sapienza ancestrale che di per sé ci possa portare alla liberazione, nessuna spontaneità del popolo che possa garantirci la salvezza. Tuttavia, il semplice fatto per cui tutta l'umanità per un periodo di tempo molto lungo - e una buona parte di quest'umanità fino ad un tempo molto recente - abbia vissuto senza le categorie capitalistiche dimostra quanto meno che non sono qualcosa di "naturale", e che è possibile vivere senza di esse.

31. L'idra, ha una testa-madre? Sì, se si tratta di una totalità. Ma è una totalità negativa, data dalla logica feticistica e distruttiva del capitale. E' quella che bisogna attaccare.

- Anselm Jappe - 8 gennaio 2016 -

fonte: Kaosenlared