lunedì 7 settembre 2015

Terziarizzazione, l'impossibile uscita dalla crisi

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"Negli Stati Uniti sono necessari soltanto tre ogni dieci lavoratori per produrre e rendere disponibili i beni che consumiamo. Tutto quello che estraiamo, progettiamo, costruiamo, elaboriamo, fabbrichiamo e trasportiamo - fin dalla preparazione di una tazza di caffè nella cucina di un ristorante da portare al tavolo di un cliente - viene realizzato da circa il 30% della forza lavoro del paese.
Il rimanente 70% di noi passa il proprio tempo pianificando che cosa fare, decidendo dove piazzare le cose che produciamo, realizzando servizi personali, conversando fra di loro e mantenendo il controllo du quello viene fatto, di modo da sapere quale dev'essere il passo successivo. E, tuttavia, nonostante questa nostra evidente capacità di produrre molto più di quello di cui abbiamo bisogno, non sembriamo essere così benedetti dalla sovrabbondanza. Uno dei grandi paradossi del nostro tempo consiste nel fatto che in un'epoca di abbondanza senza pari, i lavoratori e le famiglie della classe media continuano a vivere con difficoltà.
" (J. Bradford DeLong, professore di Economia presso l'Università della California, Berkeley, e ricercatore associato del National Bureau of Economic Research)

La prima cosa che salta all'occhio in questa constatazione, è la relazione fra lavoro produttivo ed improduttivo. Quando l'autore afferma che soltanto il 30% dei lavoratori americani produce tutto quello che viene consumato nel paese, dall'estrazione della materia prima fino al prodotto finale, inclusi i trasporti ed i servizi che sono in relazione col consumo produttivo, lui non lo sa ma sta constatando quello che Marx chiamava lavoro produttivo, in relazione alla generazione di plusvalore nella produzione di merci in quanto valore. Possiamo dire che il restante 70% dei lavoratori, cui si riferisce, stanno spendendo le loro energie in lavoro improduttivo, necessario al funzionamento del modo di produzione capitalista - un'impresa perderebbe il controllo della sua produzione e delle sue finanze, e probabilmente fallirebbe, se non contabilizzasse entrate ed uscite - ma che non genera plusvalore, anzi, al contrario, è piuttosto un "ostacolo" all'accumulazione di capitale.
Malgrado questa distinzione, la cosa non è poi così semplice, per cui quando osserviamo il processo produttivo nello spazio operativo di un'impresa, vediamo che la tendenza nella società capitalista è la riduzione del lavoro produttivo, attraverso l'introduzione di nuove tecnologie nella produzione che aumentino la produttività del lavoro, e l'espansione del lavoro improduttivo che consuma, ma non genera ricchezza "astratta". Questo processo apparentemente divergente rispetto al lavoro per quel che riguarda la costituzione di valore, spiegherebbe, in parte, la perdita nel tempo di potere d'acquisto da parte della "classe media e dei lavoratori", giacché il capitalismo in concorrenza globale tende ad aumentare l'utilizzo intensivo delle tecnologie, riducendo, con l'automazione della produzione, il consumo di "lavoro astratto" e la massa totale di plusvalore.
Il movimento per la terziarizzazione dei settori delle imprese, il quale cerca di trasformare il lavoro improduttivo in lavoro formatore di plusvalore, ossia, lavoro capace di generare "ricchezza astratta" (denaro), obiettivo finale del modo di produzione capitalistica, non impedisce il fatto che il lavoro improduttivo continui ad incrementarsi, ed il lavoro produttivo continui a diminuire. Recentemente, può essere trovata nella legislatura brasiliana la richiesta dell'approvazione di una legge che regolamenta ed estende la terziarizzazione, precedentemente limitata alle attività mediatiche, a tutti i settori delle imprese dove il lavoro improduttivo è più evidente.
La legge, già approvata alla Camera ed inviata al Senato, che regolamenta la terziarizzazione delle attività "fini", va oltre il voler liberare le imprese dal peso morto del lavoro improduttivo, trasformandolo in lavoro produttore di plusvalore nelle mani di terzi. La nuova legge, oltre ad ampliare la precarizzazione del lavoro e a garantire giuridicamente l'operazione per mezzo di "prestatori di servizi" relativamente a qualsiasi settore delle imprese che vogliono terziarizzare le proprie attività, reca in sé un segreto che non è stato discusso: la regolamentazione delle contrattazioni dei lavoratori in quanto "persone giuridiche, trasformandoli in "imprenditori di sé stessi", negando loro il vincolo occupazionale nonostante non cambino le relazioni lavorative che determinano questo vincolo. Il relatore conferma questa possibilità, quando commenta la situazione dei liberi professionisti che possono beneficiare della legge, anche come persone fisiche, contrattando "prestazioni di servizi", come in realtà già fanno gli assistenti degli studi legali, delle cliniche, degli ospedali e di altre imprese, le quali utilizzano ampiamente un simile espediente per farsi gioco delle vigenti leggi sul lavoro, prativa che ora con la nuova legge potrà essere generalizzata, mettendo fine a quello che ancora rimane dei diritti dei lavoratori.
Si cerca, con il supersfruttamento dei lavoratori - negando loro diritti lavorativi e sociali, unitamente all'elevato turn-over come stratagemma per la riduzione salariale -, di allievare la situazione delle imprese brasiliane tecnologicamente arretrate con una produttività molto al di sotto della media internazionale (la media annuale di incremento della produttività, nel Brasile dal 2007 al 2013, è stata dell'1,5%, mentre in Cina ed in India è cresciuta, nello stesso periodo, rispettivamente del 9,2% e del 6,8%), sempre meno competitiva e non in grado di reggere la concorrenza se non grazie al contributo statale. La regolamentazione della terziarizzazione per mezzo di questa legge, che amplia il campo di attuazione dei prestatori di servizi, pianta qualche chiodo nella bara della sicurezza sociale, indebolendo ulteriormente il già frammentato movimento sindacale ed accelerando lo smantellamento dello Stato sociale.
Riguardo al "paradosso del nostro tempo in cui lavoratori e famiglie della classe media continuano a vivere in difficoltà in un epoca di abbondanza senza precedenti", bisogna sapere di quale abbondanza si parla. Se ci si riferisce all'abbondanza di prodotti che possono soddisfare o meno le necessità del corpo e dell'anima degli avidi consumatori, possiamo essere d'accordo. Ma questi prodotti, nell'essere prodotti in quanto valore in cerca di realizzazione nella circolazione, per essere consumati devono essere comprati sul mercato indipendente dell'utilità che possono avere. Qui entra in gioco la  questione della massa salariale in declino e della popolazione disoccupata superflua che non interessa più al sistema in quanto non ha potere d'acquisto e non ha a chi vendere la propria forza lavoro.
Possiamo affermare che la remunerazione "inadeguata" dei produttori di merci e la riduzione del tasso di profitto sono in relazione alla crisi di valorizzazione del capitale. Se nella produzione capitalista, il valore di una merce è determinato dal "tempo di lavoro socialmente necessario" (Marx), se in un continuum infinito la produzione di merci per unità di tempo tende ad aumentare, obbedendo alla cieca logica del capitale, la tendenza è l'aumento nella produzione totale di merci a causa dell'aumento di produttività, e la svalorizzazione del valore a causa della riduzione della sua sostanza, "il lavoro astratto" (Marx). Infatti, l'aumento della produttività del lavoro grazie alla rivoluzione tecnologica - inclusa l'automazione e l'organizzazione del processo di produzione in catene globali - tende, quindi, alla "svalorizzazione del valore" dei prodotti occasionalmente utili alle necessità umane, in un modo di produzione strutturato per consumare lavoro astratto e generare plusvalore. L'energia umana spesa a tal fine, dev'essere misurata in frazioni di un tempo lineare esterno alla vita.
Nella misura in cui la crisi del valore si aggrava, la tendenza del capitalismo è quella di aumentare la produzione di merci al fine di compensare la bassa redditività. Ma l'aumento della produzione di merci è possibile soltanto grazie alla intensificazione della produttività, la quale accelerata dalla concorrenza, paradossalmente, fa cadere ancora di più il consumo di "lavoro astratto", svalorizzando il valore incarnato fantasmaticamente nei corpi delle merci. Nella crisi di valorizzazione del capitale, non vi è contraddizione fra l'abbondanza e la povertà dei lavoratori e della classe media, in quanto alla crescita dell'abbondanza materiale si accompagna la caduta nella formazione di quella "ricchezza astratta" che paga i salari ed altre forme di reddito. Al contrario di quel che si immagina, la concentrazione di ricchezza è il sottoprodotto di questa dinamica incosciente. Nella crisi cronica di sovrapproduzione che da qui si origina, vi è un disallineamento completo fra produzione e consumo. Il collasso totale dell'economia viene ritardato dall'elasticità del credito e dal denaro "falso" (fittizio) generato nelle banche centrali e nel settore finanziario privato al fine di irrigare il consumo. La miseria intellettuale e spirituale che affligge il vuoto borghese è parte di questo contesto.
In questo limite, la crisi del sistema produttore di merci differisce dalle crisi cicliche che, una volta superate, fanno tornare la produzione capitalista ad un nuovo ciclo di espansione ad un diverso livello tecnologico ed in condizioni di incorporare nuovi contingenti di forza lavoro che possano generare plusvalore, ampliando il mercato per il consumo di vecchie e nuove merci. Quello che si osserva ora, nei diversi momenti di acutizzazione della crisi, è il superamento dei limiti tecnologici, accompagnato dalla riduzione del tempo di produzione grazie all'aumento della produttività e all'espulsione della forza lavoro che tende ad aumentare il numero di individui fuori dal mercato che non riescono più a scambiare il loro lavoro con altre merci.
Se il "limite interno assoluto" (Kurz) della valorizzazione del capitale è stato raggiunto, rendendo impossibile la crescita della massa totale di plusvalore e, di conseguenza, dell'accumulazione di "ricchezza astratta" come fine in sé di questa forma di produzione, si può affermare che la crisi che ne deriva non può essere superata dentro i limiti del capitalismo. Però, per compensare la riduzione dei profitti, le imprese tendono ad accelerare la produzione di cose materiali ed immateriali, utili ed inutili al consumo umano, che apportano ancora occulte vestigia di valore all'oggettività deforme delle forme mercantili. Tuttavia, queste imprese hanno bisogno di ampliare il mercato per poter vendere le loro merci e realizzare plusvalore. Ma per affrontare i concorrenti deve essere mantenuta la competitività che sarà possibile soltanto se aumenterà incessantemente la produttività.
Nella concorrenza globale, tendono ad avvantaggiarsi quei paesi le cui imprese sono agili nell'incorporazione delle tecnologie e che sono dotate di moderne infrastrutture che facilitano il rapido dislocamento delle merci. Le manovre cambiarie che tendono a svalutare artificialmente la moneta per aumentare la competitività, ricetta comune nei paesi in crisi, soprattutto nella periferia del capitalismo, sono soluzioni passeggere e si dimostrano insufficienti. Tuttavia, l'aumento della produttività e l'accumulazione di "ricchezza astratta" camminano in senso contrario quando si guarda alla cosa globalmente: se, individualmente, le imprese possono trarre vantaggio, rispetto ai concorrenti, quando aumentano la produttività, a livello generale si ha una riduzione della redditività in funzione della caduta della massa totale di plusvalore.
Ogni discussione sul mercato riguardo le difficoltà di "prezzare" le merci, è in relazione alla crisi del valore che tende a spingere i prezzi verso il basso contro la volontà degli agenti economici e, congiunturalmente, con la confusione che può provenire dalla manipolazione della moneta e del cambio. Il termine "prezzare" suggerisce l'illusione che i prezzi possano essere determinati dagli agenti del mercato indipendentemente dai fenomeni economici che hanno origine nella produzione, senza apparenti conseguenze. Nella manipolazione dei prezzi, si cerca sempre di fare più soldi di quello che essi possono rappresentare in quanto espressione di valore.
Quando si tratta di "prezzare" quelli che vengono chiamati prodotti finanziari, i cui attivi reali che servono da base per tali prodotti si trovano a leghe di distanza o possono addirittura non esistere, impacchettati e rimpacchettati nelle catene finanziarie, il prezzo perde ogni e qualsiasi riferimento in relazione all'economia reale, è pura finzione in relazione alla "oggettività del valore delle merci", intorno al quale dovrebbe orbitare. Un rialzo, nei momenti favorevoli dell'economia, genera montagne di capitale fittizio che si mette in agguato aspettando la prossima svalorizzazione. Una caduta, nei momenti di acutizzazione della crisi, li trasforma in polvere e può portare alla rovina imprese e nazioni, come abbiamo visto con sempre più intensità a partire dal 2007.
Nella variazione dei prezzi senza riferimento al valore reale dei prodotti, prevale la logica della formazione del capitale fittizio, delle bolle che scoppiano quando tale capitale soffre una grande svalorizzazione e si avvicina alla sua base reale. I governi, sempre pronti ad intervenire a favore del capitale, nel tentativo di evitare la brusca caduta dei prezzi nel corso delle crisi finanziarie, abbassano i tassi di interesse per quanto possibile e stampano denaro fittizio, come abbiamo visto negli Stati Uniti ed in Europa. L'altra forma di svalorizzazione del capitale nelle crisi avviene attraverso l'inflazione, il cui aumento viene osservato nei paesi della periferia del capitalismo. Nella congiuntura vigente, se i prezzi si avvicinano al valore reale delle merci che dovrebbero esprimere, il capitalismo entrerebbe in un collasso irreversibile.


fonte: Rumores da Crise

domenica 6 settembre 2015

La cucina dei poveri

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Fame nell'abbondanza
- di Robert Kurz -

Non sono solo gli individui, ma anche gli Stati ed i sistemi sociali a tendere ad illudersi. Il record mondiale, su questo punto, è stato stabilito dal sistema produttore di merci della modernità, il quale ritiene di essere l'apogeo insuperabile della storia umana. Non vi è dubbio che lo sviluppo tecnico odierno sia inaudito, ma anche le maggiori - e le più assurde - scoperte tecniche non riflettono il benessere reale delle persone, e questo tanto al giorno d'oggi quanto al tempo delle piramidi.
C'è un metodo molto semplice per poter valutare la vera qualità di un'epoca: lo scenario dell'alimentazione. Cibo e bevande danno l'esatta misura del quotidiano delle persone. Sotto quest'aspetto, una cultura rivela la sua capacità più elementare di soddisfare le proprie necessità. La modernità, naturalmente, vede se stessa come il punto più alto del progresso anche quando si parla di alimentazione: in tutte le società precedenti, così dice la leggenda, le persone avrebbero vissuto di croste ammuffite di pane, sempre sull'orlo di una fame costante; soltanto la miracolosa economia di mercato sarebbe riuscita a dare una soluzione al problema dell'approvvigionamento di cibo, in abbondanza e di ottima qualità.
Un simile quadro ha ben poco a che fare con la realtà, dal momento che è proprio l'esatto contrario ad esser vero. Alla fine degli anni 1970, lo storico di economia Immanuel Wallerstein ed il suo gruppo pubblicarono, per il Centro di Studi Economici Fernand Braudel, alcuni saggi sulla storia della produzione agricola ed alimentare, la cui tesi principale era: "Il benessere del sistema mondiale e dell'insieme della forza lavoro, a lungo termine si è ridotto; al contrario di quanto ritenga una supposizione molto diffusa, esso non cresce". Una tale affermazione, che smentisce l'ideologia di mercato, è stata documentata in maniera esaustiva. Naturalmente, Wallerstein non intendeva glorificare le forme premoderne di dominio, come facevano 200 anni fa gli ideologhi conservatori e romantici.
In tutte le epoche, le persone umili hanno pagato care le meraviglie delle civiltà repressive. Dal momento la produttività era relativamente bassa e molte risorse venivano risucchiate dagli eserciti oppure per la costruzione di piramidi, templi ed altri obiettivi statali, nelle culture antiche il benessere era quasi sempre inferiore (e l'alimentazione, peggiore) di quanto lo era nelle comunità pre-statali. Se, da una parte, la civiltà moderna ha elevato la produttività oltre ogni limite immaginabile, dall'altro lato, ha sottomesso ad un'alimentazione miserabile, o perfino ai tormenti della fame, un numero senza precedenti di persone, sia in termini assoluti che relativi.
Una tale affermazione appare del tutto incredibile per la coscienza dominante, in quanto la visione ufficiale si limita a tre parametri: primo, il breve periodo della prosperità seguita alla seconda guerra mondiale; secondo, i pochi paesi industrializzati dell'Occidente; e, terzo, l'esiguo strato sociale dei vincitori dell'economia di mercato. Ma, se osserviamo la storia dei paesi e dei gruppi sociale a partire dal 16° secolo, vedremo facilmente che l'era moderna nel suo insieme ha provocato la più grande scarsità di alimenti mai vista, superando di molto gli stessi despoti orientali. E' evidente che l'economia di mercato sia disposta, ancora una volta, a peggiorare drammaticamente, alla fine del 20° secolo, la situazione alimentare ed a lasciare nella penuria, in forma costante o temporanea, quasi 6 miliardi di persone.
Questa non è affatto un'esagerazione. Il miglioramento dell'approvvigionamento mondiale di alimenti, negli anni 60 e 70, è stato un fenomeno passeggero; a partire dagli anni 80, la fame e la malnutrizione sono cresciute. E non è solo il continente africano a fornire immagini terrificanti di bambini pelle e ossa e di neonati che succhiano invano i seni emaciati delle loro madri. Il mondo del mercato si è abituato a simili scene, che hanno smesso di essere scioccanti. Ma il fantasma della fame ora riappare dove sembrava essere stato bandito per sempre.
Minatori con le loro famiglie, in Ucraina o in Siberia, pensionati a Mosca, bambini di strada in tutto l'Est europeo, patiscono tanta fame quanto ne patisce buona parte dell'America Latina e del sud dell'Asia. Secondo una rapporto dell'Unicef, ogni anno muoiono più di 7 milioni di bambini, vittime della malnutrizione. Ed il maggior "modello di successo" neoliberista consiste nell'universalizzazione della cucina dei poveri.

La fame è ritornata perfino nei centri industriali dell'Occidente. Sebbene almeno un membro della famiglia abbia un posto di lavoro, 30 milioni di nordamericani oggi si trovano, a causi di veri e propri "salari di fame", in una "situazione precaria di alimentazione"; fra questi, 26 milioni dipendono mensilmente dai refettori pubblici o dalle donazioni private, più di 4 milioni di adulti soffrono la fame in maniera sporadica o quotidiana, 11 milioni di bambini sono denutriti ed in quasi un milione di famiglie non c'è, molte volte, di che mangiare durante il giorno. Non si tratta - sia ben chiaro - di propaganda di terrore, ma di dati forniti dallo stesso Ministero dell'Agricoltura degli Stati Uniti o da enti di beneficenza come Second Harvest.
Il preteso capitalismo "sociale" tedesco permette anche, secondo i dati affidabili della Associazione Tedesca per la Difesa del Bambino, che le famiglie povere vedano aumentare sempre più l'indice di mortalità o di malattia dei loro figli, grazie ad un'alimentazione insufficiente. Alcuni insegnanti dei quartieri con un alto indice di disoccupazione, riferiscono che, alla fine del mese, non è raro che bambini della scuola materna siano deboli per mancanza di cibo, dal momento che i genitori non possono procurare loro la colazione o il pranzo. In molte scuole, è diventato normale che studenti affamati mendichino un panino dai loro compagni più fortunati.
Tutte queste atrocità non so riferiscono al fatto che un tasso di natalità molto elevato ha portato ad un "eccesso di popolazione" che, con le attuali possibilità tecnologiche, non è in grado di essere alimentata e deve in qualche modo essere neutralizzata, come si prevedeva all'inizio del 19° secolo da parte del famigerato ideologo liberale Thomas Malthus. Al contrario, dal 18° secolo ad oggi le forze produttive sono cresciuto ad una velocità infinitamente maggiore di quanto abbia fatto la popolazione mondiale. Se si trattasse di capacità produttiva, potrebbe essere tranquillamente ed abbondantemente alimentato il doppio della popolazione. Il limite sociale di produzione e di distribuzione di alimenti non è determinato da redimenti agricoli insufficienti relativamente alla dimensione della popolazione, ma dalla forma economica del moderni sistema produttore di merci.
La logica della redditività imprenditoriale esige una restrizione irrazionale delle risorse, che appare in forma più drastica sul piano elementare dell'alimentazione. In linea di principio, le persone hanno accesso agli alimenti soltanto a partire dal fatto che la loro forza lavoro venga usata in maniera redditizia. Se non soddisfano tale requisito, nel caso un cui la produttività "molto alta" renda superflua la loro forza lavoro, vengono messi a razioni da fame, nonostante la capacità di produzione alimentare sia cresciuta.
Ad essere decisiva non è la necessità vitale, ma raggiungere il prezzo più alto. Il carattere assurdo di un simile requisito diventa ben chiaro con la produzione agraria, dal momento che il risultato non dipende da quanto capitale è stato investito. Se per tutte le società premoderne, una vendemmia eccezionale veniva salutata con giubilo e garantiva a tutti per lo meno un'eccedenza temporanea, per il calcolo imprenditoriale dello "agrobusiness" rappresenta una sventura, poiché, con la "eccedenza", i prezzi si abbassano. E' parte della quotidianità di mercato, in caso di raccolti record, bruciare in massa i prodotti agricoli o denaturarli attraverso i processi industriali, per quanto dall'altra parte le persone muoiano di fame.
La medesima razionalità imprenditoriale comporta non solo la fame di massa, ma degrada anche la qualità degli alimenti, portandola a livello incredibilmente basso. Né la "cultura dell'imballaggio" è capace di illuderci, con tutti i suoi colori e la sua igiene superficiale. Anche coloro che, in apparenza, hanno abbastanza di che mangiare, soffrono per mancanza di nutrimenti vitali. Di fatto, la logica della riduzione dei costi fa sì che l'industria alimentare ritiri gli ingredienti di base dai suoi prodotti, esternamente così vistosi, al fine di renderli redditizi. "Fast food" e pasti istantanei simulano una qualità che non posseggono. Una confezione di "brodo di pollo" dell'azienda tedesca Knorr, valutata con 4 stelle, contiene solamente due grammi di "pollo disidratato".
In questo modo, si produce una sensazione permanente di fame, che comporta il consumo di sempre più alimenti a basso contenuto proteico. Il risultato sono persone malate, gonfie, che non vivono meglio di chi muore di fame. Alla stessa maniera perversa in cui il mercato produce il fenomeno della fame, esso stesso reagisce a questa situazione, per mezzo della sua industria supplementare di "integratori alimentari", sotto forma di vitamine, minerali, ecc., che dovrebbero esser contenute in un'alimentazione bilanciata.
Le grandi aziende di produzione alimentare fanno di tutto per massimizzare i profitti ed illudere i consumatori. Gamberoni congelati, talmente rosati, assai spesso non sono altro che carne di pesce di seconda scelta, tinti con colorante e compressi sotto forma di gambero. In Italia, è stato trovato materiale cancerogeno nelle confezioni di pasta. Nei trasporti di alimenti refrigerati, è stata constatata la temperatura di 25°, anziché quella dei 7° consentiti, e spesso i compartimenti non vengono puliti dopo lo scarico dei prodotti. La metà dei polli che viene comprata nell'Unione Europea è infettata da batteri. Tra il 1985 ed il 1992, i casi di salmonella in Germania si sono quintuplicati.
In generale, cresce il numero di malattie e di infezioni causate da alimenti industrializzati. Il famigerato morbo della "mucca pazza", trasmissibile, è nato con l'aggiunta di resti di pecore infette al foraggio. Tutto questo è economia di mercato.
Ma, anche quando gli ingredienti dell'alimentazione non vengono direttamente avvelenati o non sono nocivi per la salute, la loro qualità cala continuamente ed il loro sapore viene eliminato. A cominciare dalla riduzione della varietà dei sapori, dal momento che la distribuzione continentale e transcontinentale permette solo un spettro molto ridotto di prodotti di base, come quelli coltivati secondo gli "standard di confezionamento". Migliaia di frutti e verdure, centinaia di specie di animali commestibili vengono lasciati fuori, poiché, dal punto di vista del calcolo astratto dei costi, sono "superflui".
Così, l'economia di mercato sperpera l'eredità di secoli di cultura agraria. Con l'approvazione legale, sempre più materia prima agricola viene decomposta dalle nuove tecnologie, per poi essere arricchita, colorata e conservata industrialmente. La birra può contenere zoccoli polverizzati di animali, e la cioccolata, sangue disidratato. Con "sapori" sintetici, i prodotti hanno un costo assai minore di quello che avrebbero con vera frutta: biomasse denaturate ed insipide vengono "iniettate" con sostanze aromatiche (così, la struttura molecolare corrispondente al "sapore di gallina" è quasi identica al sapore di "fragola").
In Giappone, gli scienziati hanno creato un "hamburger-WC" che contiene come ingredienti carta igienica ed escrementi, sottoposti ad una temperatura estremamente elevata e con aggiunta di proteine di soia, ottenendo come prodotto un granulato che deve servire come sostituto della carne. Buon appetito! "Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei": mai quest'adagio è stato così attuale come ai tempi della produzione liberista e globalizzata di alimenti. Ma tutto è relativo, risponderebbe l'ideologia postmoderna. E perché l'uomo capitalista non dovrebbe essere privato del suo palato? Nei test fatti in una scuola tedesca, i bambini si sono dimostrati incapaci di identificare il sapore "amaro".
Consola poco il fatto che la stessa élite funzionale prenda parte alla miseria delle abitudini alimentari. Sono stati gli stessi amministratori postmoderni ad aver inventato l'abitudine di mangiare camminando ("food on the run") e magiare guidando ("food on the ride"). Ed essi stessi ingeriscono sostanze che un contadino del Medioevo non avrebbe dato neppure ai suoi maiali.
Chi è che dubita ancora che l'economia di mercato ci ha portato alla gloriosa "fine della storia"?

- Robert Kurz - Luglio 1998 -

fonte: EXIT!

sabato 5 settembre 2015

E il giudice venne condannato

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La crociata dei ragazzi
- di Bertolt Brecht -
 (1942)

In polonia, nel Trentanove,
una battaglia grande ci fu
che fece rovina e deserto
di tanti paesi e città.

La sorella ci perse il fratello,
la moglie il marito soldato,
tra fuoco e macerie i figliuoli
i genitori non trovano più.

Di Polonia non venne più nulla,
né notizie ai giornali né lettere.
Ma nei paesi dell’Est
una storia strana raccontano.

Nevicava, quando in quei posti
si sentì che la gente parlava
d’una crociata di ragazzi
che in Polonia era cominciata.

Trottavano sugli stradali
ragazzi affamati attruppati,
e dai villaggi bombardati
altri portavano con sé.

Dalle battaglie volevano
fuggire, da tutti quegli incubi
e finalmente un giorno,
venire a una terra di pace.

Avevano un piccolo capo
che li aveva guidati fin là.
Ma una gran pena aveva in cuore:
la strada non la sapeva.

Una d’undici anni menava
un bambino di quattro anni
Come una mamma farebbe; ma non
fino a una paese di pace.

Marciava nel gruppo un piccolo ebreo
col suo bavero di velluto;
lui, avvezzo al pane più bianco,
da coraggioso s’era battuto.

E due fratelli venivano avanti,
che erano grandi strateghi
per assalire fattorie
deserte, lasciate alla pioggia.

E c’era uno, grigio, sottile,
che andava da solo pei campi
con una colpa tremenda: veniva
da un’ambasciata dei nazi.

E un musicista tra loro
che in un negozio distrutto aveva trovato un tamburo
ma, per non farli scoprire,
non lo poteva suonare.

E anche c’era un cane:
per ammazzarlo l’avevano preso
ma gli era mancato il coraggio
e ora mangiava con loro.

E c’era una scuola ed un piccolo
maestro che si sgolava.
Sulla corazza di un carro, uno scolaro
sillabava, di « pace », « p » e « a ».

E al fragore di un freddo torrente
anche un concerto ci fu:
nessuno li avrebbe sentiti
e il tamburo allora suonò.

E anche c’era un amore,
lei dodici, lui quindici anni.
In un cortile di macerie, lei
i capelli gli pettinava.

L’amore non poté resistere,
il freddo che venne fu troppo.
Come le piante possono fiorire
se cade tanta neve?

E anche una guerra ci fu,
perché un’altra banda comparve,
ma la guerra fu presto finita,
ché non c’era ragione di farla.

Ma mentre ancora infuriava
intorno a un casello distrutto,
si dice che uno dei gruppi
a un tratto fu a corto di viveri.

E quando gli altri lo seppero
mandarono uno dei loro
con un sacco di patate; perché
chi non mangia la guerra non fa.

E ci fu anche un processo,
e ardevano due candele.
E fu un’inchiesta penosa.
Il giudice venne condannato.

E il funerale ci fu di un ragazzo
che portava il colletto di velluto.
Lo calarono due tedeschi
e due polacchi nella fossa.

C’erano protestanti, cattolici e nazi
per consegnarlo alla terra.
E alla fine un piccolo socialista
parlò del futuro dei vivi.

Così c’erano fede e speranza,
ma non c’era né carne né pane.
Chi non gli dette un tetto
non mi venga ora a dire che rubavano.

E nessuno dia colpa a quei poveri
che non li invitarono a tavola.
Per cinquanta ragazzi, farina
ci voleva, non solo bontà.

Pareva che andassero a sud.
Il sud è dove il sole
all’ora di mezzogiorno
proprio ti sta davanti.

Trovarono anche un soldato
tra gli aghi dei pini, ferito.
Lo curarono per sette giorni
perché gli indicasse la via.

Lui disse: « A Bilgoray! ».
Tremava tutto di febbre,
l’ottavo giorno morì
e così anche lui seppellirono.

Sebbene coperti di neve
c’erano frecce e cartelli.
Non mostravano più la via giusta,
qualcuno li aveva scambiati.

Non era uno scherzo malvagio,
era per ragioni di guerra:
cercando così Bilgoray
nessuno mai ci arrivò.

Erano in cerchio intorno al loro capo.
Lui guardava nell’aria di neve.
Accennò con la piccola mano
e disse: « Dev’essere laggiù ».

Una notte videro un fuoco
ma non gli andarono incontro.
Tre carri armati, una volta,
passarono e dentro c’erano uomini.

E una volta giunsero presso
a una città, e le girarono attorno,
camminando soltanto di notte
finché la città non passò.

Dove una volta c’era la Polonia
del sud, furono visti nella neve
della tormenta, quei cinquantacinque,
per un’ultima volta.

Quando io chiudo gli occhi
li vedo come vagano
dalle rovine di una fattoria
alle rovine di un’altra.

Su di loro, lassù nelle nuvole,
vedo altri cortei, nuovi, grandi!
Vanno a fatica contro i venti freddi,
i senza patria, i senza meta,

cercando una terra di pace,
senza il tuono, senza l’incendio,
non come quella che lasciano.
E immenso diventa il corteo.

E dentro il buio del crepuscolo
non mi pare già più quel che era.
Altri piccoli visi vi scorgo,
spagnuoli, francesi, orientali.

In Polonia, in quel mese di gennaio,
un cane per caso fu preso.
C’era un cartello appeso
al suo collo smagrito,

e c’era scritto: « Aiutateci,
abbiamo perduta la strada.
Siamo cinquantacinque.
Il cane vi guiderà.

Se non potete venire,
lasciatelo andar via.
Non gli sparate. Dove
siamo, lui solo lo sa ».

Era una scrittura infantile.
La lessero quei contadini.
Un anno e mezzo da allora è passato.
Il cane moriva di fame.

- Bertolt Brecht - da "Storie da Calendario", Einaudi -

venerdì 4 settembre 2015

Salvati dalla famiglia!

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Economia familiare
- di Robert Kurz -

Quando la crisi sociale si aggrava, gli ideologhi amano rifugiarsi nella biologia. Ed ecco che il dibattito sulla crisi tedesca scopre di nuovo i legami personali di sangue. Quello che la classe media allo sbando vorrebbe è farsi una grande famiglia alla Thomas Mann, in una "nuova condizione borghese", per simulare una pienezza in una sorta di "Biedermeier" (N.d.T.: movimento culturale affermativo piccolo borghese in Germania ed in Austria, fra il 1820 ed il 1840) di crisi. Ma questo programma non funziona. E' rivelatore, in questo, il fatto che Frank Schirrmacher, autore conservatore di best seller, invochi, al di sopra di tutto, le virtù femminili come programma di salvataggio dalla catastrofe sociale. Non si invoca il grande leader intellettuale proveniente dalla borghesia colta, e neppure il pilastro della famiglia patriarcale tradizionale, bensì il lavoro amoroso e l'auto-sacrificio materno illimitato, che deve andare a sostituire lo Stato sociale al collasso. La propaganda di un nuovo idillio familiare pretende di gettare il peso della crisi sulle spalle delle donne, dal momento che non possono comprarle al prezzo dello loro ipocrita glorificazione in quanto vero sesso forte.

Innanzitutto è falso l'argomento per cui l'aumento delle nascite potrebbe tirare fuori dal fango il carretto della previdenza sociale. Quello che si otterrebbe, in realtà, sarebbe il lasciar rapidamente morire la responsabilità sociale verso i vecchi, i quali in passato hanno sostenuto il processo di valorizzazione ancora con successo, che ora fanno valere il loro diritto alla pensione. E' in tale direzione che punta l'aumento dell'età pensionabile, già portata a 67 anni e che nel più breve tempo possibile dovrà arrivare ad un'età superiore, insieme all'assistenza medica di seconda classe. Le giovani famiglie con molti figli devono sperare nell'assistenza sociale, invece di minacciare di diventare un eccesso di pensionati non finanziabili. Ma i bambini che vengono al mondo oggi, cresceranno in un futuro programmato fatto di disoccupazione e di bassi salari. Le storie lavorative dei loro potenziali genitori sono già precarie. La crisi dei mercati del lavoro e la crisi della sicurezza sociale si condizionano a vicenda. E la tendenza alla svalorizzazione della forza lavoro ha già toccato da molto tempo anche i settori qualificati. Per cui, sotto il diktat della capacità di finanziamento capitalista, molti bambini di oggi non potranno avere domani la pensione e l'assistenza sanitaria dei loro genitori.

I nuovi ideologhi della famiglia raccontano che a breve chi sarà il pericolo di un crudele conflitto generazionale, in quanto i giovani, che sono sempre meno, già non vogliono più sostenere finanziariamente il numero sempre più crescente dei vecchi. In realtà, con le generazioni attuali avviene esattamente l'opposto: molti giovani adulti non hanno già più alcuna prospettiva professionale, vanno in giro a fare stage non retribuiti per ditte individuali o sperano nell'Hartz-IV (N.d.T.: indennità di disoccupazione) e continuano a dipendere dalla famiglia, rimanendo a vivere nel nido dei loro genitori. Così, il divario sociale è minore fra chi riesce, o meno, ad avere successo in una qualche carriera, e chi riceve o spera di ricevere, o  meno, un'eredità in denaro o in beni, rimanenza dei vecchi tempi che se ne sono andati. Ma un giorno questa riserva si esaurirà. Allora, ai nonni, ai genitori ed ai figli rimarrà da amministrare soltanto la loro comune povertà. In tali condizioni di futuro, non è assolutamente razionale, ma è semmai un segnale della perdita del senso della realtà, pretendere che le giovani coppie sfuggano alla mancanza di prospettiva sociale proprio "facendo figli". Quello che è all'ordine del giorno non è la costruzione del nido stile nuovo Biedermeier, ma la critica radicale delle relazioni borghesi di produzione e delle relazioni borghesi fra i sessi.

- Robert Kurz - Pubblicato su Neues Deutschland del 7 luglio 2006 -

fonte: EXIT!

giovedì 3 settembre 2015

Il freddo della guerra

ucraina

Ucraina: la dualità del nazionalismo ed il collasso dello Stato
- di Gerd Bedszent -

Nel corso degli ultimi mesi siamo stati letteralmente sommersi dalle notizie a proposito degli avvenimenti che si sono verificati nell'Europa dell'Est. Quella che era cominciata, nell'autunno del 2013, come una zuffa del tutto abituale fra le diverse fazioni più o meno criminali, in poco tempo si è trasformata in una seria guerra di smantellamento dello Stato.
Un simile sviluppo non costituisce una novità - neppure in Europa. Sono ormai passati più di vent'anni da quando il collasso economico della Jugoslavia è sfociato in tutta una serie di guerre di ripartizione fra bande nazionaliste o apertamente criminali che dominavano ciascuna delle regioni. L'intervento militare occidentale in Bosnia ed in Kosovo finì per installare in questi territori pseudo-statali una repressiva amministrazione della povertà - con un solo settore economico in espansione: l'economia del crimine.
In Ucraina, oggi, si presenta uno scenario del tutto simile. Anche qui, sotto la copertura di un progetto di modernizzazione in ritardo, erano state messe insieme, compresse nella Repubblica Socialista Sovietica di Ucraina (1922-1991), parti molto diverse fra oro. E, come nel caso della Jugoslavia, gli attori di un "regime di modernizzazione protocapitalista" (Robert Kurz) non erano riusciti a risolvere le sproporzioni, in termini di economia nazionale, tra le diverse parti del paese. In questo caso, si aggiungeva la particolarità dello Stato ucraino, proclamatosi indipendente nel 1991, che era il prodotto del collasso statale dell'Unione Sovietica.
Nelle regioni di confine dell'Ucraina orientale rimangono ancora, dopo il crollo economico dell'inizio degli anni novanta, resti della vecchia industria pesante sovietica, che traggono benefici dalla vicinanza della Russia. L'Ucraina continua ad essere uno dei principali fornitori dell'industria delle armi e dell'industria spaziale russa. Nelle regioni dei confini occidentali, che in generale si integrarono nell'Ucraina soltanto fra il 1939 ed il 1945, il progetto di modernizzazione in ritardo non ha mai avuto inizio. Queste regioni erano segnate assai di più dall'economia agraria, e con la dissoluzione delle cooperative agricole post-sovietiche hanno subito un rapido processo di impoverimento. La produzione agricola ucraina ha di fatto cominciato il suo recupero negli ultimi anni, dopo il collasso degli anni novanta - ma solo nelle condizioni di una violenta razionalizzazione imprenditoriale capitalista e per mezzo di una massiccia soppressione di forza lavoro, a tale razionalizzazione associata.
Dal declino economico agricolo continuato e dalle furiose lotte per il controllo delle città, fra la nomenclatura post-sovietica arricchitasi ed il sotto mondo del crimine, che di fatto è stato legalizzato a partire dal 1991, da tutto questo è risultato il crescente collasso delle istituzioni statali e la simultanea ascesa delle milizie della destra radicale. Quest'ultime si pongono consciamente nella tradizione dei gruppi armati che tentarono, fra il 1918 ed il 1922, di installare uno Stato indipendente, tanto nell'est quanto nell'ovest dell'Ucraina, e che durante la seconda guerra mondiale, in cambio di vaghe promesse di un'indipendenza futura, svolsero per l'occupante tedesco il lavoro sporco degli omicidi di massa con motivazioni antisemite.

L'isteria, che da mesi attraversa i media, circa il riaccendersi della Guerra Fredda, manca naturalmente di qualsiasi fondamento. Il conflitto fra la Russia e le potenze occidentali non ha alcuna base ideologica, trattandosi soltanto di una guerra economica neo-imperialista perfettamente normale. L'ex ufficiale del KGB, Vladimir Putin, non costituisce una resurrezione di Lenin o di Stalin, ma è solo un tipico rappresentante degli interessi del vecchio strato di funzionari arricchitosi nel corso della sequenza del collasso politico dell'Unione Sovietica e delle conseguenti orge di privatizzazioni. Il fatto per cui Putin, contro la resistenza di parti dello strato oligarchico post-sovietico, è riuscito a sospendere provvisoriamente il collasso statale della Russia, manifestatosi pienamente alla fine degli anni novanta, ed a stabilizzare lo Stato, ovviamente a basso livello, dimostra le sue indubbie qualità politiche. Ma a lungo termine queste non servono a molto. Dal momento che il nuovo modello economico della Russia non si basa su un programma di modernizzazione autonoma, bensì, in primo luogo, sull'esportazione di materie prime verso i centri di produzione capitalista di merci che ancora funzionano. In gran parte, Putin finanzia il bilancio statale attraverso i profitti ricevuti dalla compagnia Gazprom, posseduta per la quota di maggioranza dallo Stato. Attualmente, la Russia è il maggior esportatore di petrolio; il prezzo di esportazione del petrolio e del gas russo è varie volte superiore al prezzo interno al proprio paese. La Gazprom funziona così come il motore di temporaneo miracolo economico; la Russia è di fatto una compagnia petrolifera con uno Stato annesso.
Anche se con l'arrivo al potere di Putin, e con la sua politica di prezzi alti per l'esportazione di materie prime, la caduta galoppante nella povertà, da parte della maggioranza della popolazione russa, è stata provvisoriamente fermata, le disparità sociali si aggravano sempre più. Attualmente, soltanto a Mosca ci sono più multimilionari di quanti ce ne siano in tutta la Germania. Un'idealizzazione del regime di Putin, come quella che viene oggi fatta da parti della sinistra residuale, è quindi molto più che discutibile.

Mentre i paesi occidentali possono difendersi perfettamente dai prezzi alti imposti dalla Russia, gli Stati vicini impoveriti dell'Europa Orientale e dell'Asia Centrale si trovano più o meno alla sua mercé. L'Ucraina, i cui resti di economia sono altamente dipendenti dal gas naturale russo, è un esempio di questa situazione. Se negli anni 1990, gli oligarchi ucraini, in qualità di mediatori nella vendita a buon mercato del gas russo,  realizzavano ancora grandi fortune, dieci anni dopo lo Stato ucraino si vide obbligato a sovvenzionare il gas usato come combustibile dalla popolazione, soprattutto in inverno.
L'instabilità politica ed i frequenti cambi di governo nell'Ucraina degli ultimi anni hanno la loro causa, in ultima analisi, nelle lotte per il potere dei diversi gruppi di oligarchi. Alcuni hanno cercato di far fronte all'imposizione dei prezzi da parte della Russia, attraverso l'avvicinamento economico e politico all'Unione Europea, accettando così di consegnare il resto dell'industria ucraina alla superiore concorrenza occidentale. Altri si sono disposti ad accettare, come un male minore, il proseguimento dei contatti economici con la Russia, che provengono dai tempi sovietici. Dato che si tratta di una scelta fra la peste ed il colera, nessuno di questi gruppi è riuscito sostanzialmente ad imporsi. La popolazione si impoverisce sempre più, l'indebitamento di Stato si avvicina in maniera minacciosa all'insolvenza, la differenza fra le diverse parti del paese cresce sempre più e la destra radicale si rafforza, soprattutto nell'Ucraina occidentale.
L'Occidente continua ad avere rispetto all'Ucraina interessi del tutto differenti. Per gli Stati Uniti in declino, l'Ucraina è stata ed è un semplice pezzo degli scacchi nella loro guerra economica contro l'industria petrolifera russa concorrente. L'Unione Europea, al contrario, è interessata a stare con l'Ucraina in quanto fornitrice di prodotti agricoli a buon mercato. Quello che qui viene nascosto sistematicamente è il fatto che questo può accelerare il collasso economico dell'Ucraina ed il processo di crollo dell'Unione Europea, che ormai non può più essere ignorato, come dimostrano le esperienza con gli altri Stati dell'Est Europa. I negoziati col regime di Janukowitsch per concludere un accordo di associazione con l'Unione Europea sono falliti alla fine del 2013, poiché il governo ucraino, di fatto insolvente, non era più in grado di sopportare i costi dell'imposizione dell'accordo, e la burocrazia dell'Unione Europea non aveva alcuna volontà di fare l'accordo. La cosiddetta opposizione democratica, supportata finanziariamente dall'Occidente, ha finito pertanto per allearsi con l'estrema destra e ad esigere un cambiamento di regime. E in questo modo è stata pre-programmata la guerra civile ed il crollo dello Stato.
L'isteria mediatica a fronte dell'annessione della Crimea da parte della Russia, e della conseguente guerra civile nelle regioni del confine orientale, può essere spiegata soltanto a partire dall'incapacità di percepire il crollo in generale dell'Ucraina come tale. In ogni caso, non si tratta della pura sciocchezza della "riunificazione della terra russa", mediaticamente appoggiata dall'amministrazione Putin. La dichiarata annessione di tutta l'Ucraina significherebbe per la Russia, in primo luogo, un onere finanziario che il paese non è in alcun modo in grado di sopportare senza rischiare il suo proprio collasso. L'occupazione della penisola del Mar Nero è stata innanzitutto conseguenza di considerazioni pratiche: la Russia usa il Mar Nero per il trasporto di gas naturale verso l'Europa meridionale e verso il Vicino Oriente, mediante gasdotti, ed ha approfittato in maniera definitiva dell'assenza di un governo ucraino funzionale per annettersi la Crimea in quanto importante punto strategico di appoggio per la flotta che garantisce la sopravvivenza di questa linea. Inoltre, c'è da supporre che la Russia voglia approfittare dell'opportunità di assicurarsi le riserve di gas naturale che si pensa esistano sulla costa della Crimea.

Lo stato in cui nel frattempo si trovano le istituzione dell'Ucraina, può essere ben valutato a partire dal fatto che le forze di sicurezza ucraine stanziate in Crimea non hanno effettivamente opposto quasi nessuna resistenza all'annessione della penisola del Mar Nero, e dal fatto che la Russia ha potuto appropriarsi senza alcuna lotta di quasi tutta la marina da guerra ucraina. Gran parte dei soldati ucraini sono passati immediatamente alle forze armate russe, contenti di poter finalmente tornare alla sicurezza del pagamento regolare di un salario. La maggioranza della popolazione, disperatamente impoverita, della Crimea - quale che sia la loro origine etnica  - ha salutato allegramente l'invasore, sperando in un rapido miglioramento della situazione. Al giubilo, tuttavia, ha fatto seguito la disillusione. Il che era da prevedersi - alla fine gli abitanti della penisla hanno solo scambiato un regime oligarchico fallito con un altro meno fallito.
Il fatto che alla fine anche in due regioni di confine orientale abbiano preso il potere attivisti pro-russi, proclamando prima l'indipendenza statale come "repubblica popolare" e poi l'annessione alla Russia, è stata un'impresa tanto inutile quanto prevedibile. La Russia non ha intrapreso finora alcuno sforzo serio per incorporare le parti sleali del paese vicino, ma esige una "regionalizzazione" dell'Ucraina - vale a dire, nella realtà, una divisione dell'Ucraina in sfere di interesse economico. Cosa che l'Occidente, però, finora non ha voluto accettare.
E' evidente dall'inizio della guerra civile che l'Ucraina ormai non dispone né di esercito né di polizia operativa. Un ufficiale ucraino anonimo, per esempio, ha raccontato ad un giornale tedesco che era sparito un reggimento di carri armati con equipaggiamento moderno, perché qualcuno aveva venduto segretamente i carri ad un regime arabo. Unità di polizia rifiutano di accettare ordini e di entrare in azione contro i ribelli; truppe inviate in fretta e furia verso la regione si lasciano disarmare dai contadini in segno di protesta. In diverse città dell'est dell'Ucraina, ad esercitare il potere, al posto dell'autorità dello Stato che oramai non funziona, ci sono imprese private di sicurezza al servizio degli oligarchi ucraini. Altri oligarchi hanno finanziato "unità di volontari" della destra radicale, creandosi così un proprio piccolo esercito privato.
Il governo ha finito per nominare "Guardia Nazionale", le diverse milizie della destra radicale, ed inviarle nelle regioni che si sono sollevate. Questo, ovviamente, anche con secondi fini, per tenere lontano dalle immediate vicinanze della capitale, e sede del governo, il nucleo attivo dei nazionalisti che agisce in maniera sempre più irrazionale. Dal momento che l'apparato dello Stato in collasso non era più in grado di farlo, le bande di mercenari assassini e di predatori, sono stati pagati essenzialmente da oligarchi vicino al governo. La conseguenza, prevedibile, è stata che queste unità di Guardia Nazionale hanno cominciato ad agire sempre più fuori dal controllo del regime. Di fronte all'avidità di arricchimento, che non è stata fermata in alcun modo dalla guerra civile, da parte degli oligarchi che attualmente dominano Kiev - gran parte degli aiuti militari occidentali non arrivano al fronte, ma finiscono direttamente nel mercato nero - i radicali di destra armati hanno minacciato di marciare su Kiev ed installare un governo militare.
E' dimostrato che diversi battaglioni della Guardia Nazionale, ed altre unità di volontari, marciano spudoratamente con la svastica ed altri simboli fascisti e affermano davanti ai giornalisti occidentali che il loro vero obiettivo è la conquista di Mosca. Cosa che, considerato il rapporto di forza militare, può essere spiegata soltanto come megalomania grave.

Circa la situazione nelle due "repubbliche popolari" dell'est dell'Ucraina ci sono poche informazioni sicure. Quel che certo è che la ribellione a Kiev, con sanguinosi pogrom contro i sostenitori del deposto presidente Janukowitsch così come contro comunisti ed altri membri di organizzazioni di sinistra, è stata appoggiata - nella città costiera di Odessa, ad esempio, una folla di radicali di destra, con la connivenza della polizia, ha incendiato un edificio sindacale ed ha massacrato quelli che cercavano di sfuggire alle fiamme. A causa di molteplici minacce alla vita ed all'integrità fisica, le persone sono fuggite verso le regioni del confine orientale, dove sono rimaste relativamente al sicuro fino allo scoppio della guerra civile aperta.
La leadership politica delle due "repubbliche popolari" - se così si può dire - è quindi un conglomerato spontaneo di nostalgici sovietici, di radicali di destra russi e di funzionari amministrativi che agisce pragmaticamente. Nella costituzione della "Repubblica Popolare di Donetz", ad esempio, è statuito sia il mantenimento delle norme dello Stato-provvidenza che l'appartenenza alla Chiesa ortodossa.
Il colonnello-generale ucraino, Wladimir Ruban, di certo insospettabile di avere simpatie per i russi, ha dichiarato ad esempio in data 20 agosto in un'intervista alla Ukrainskaja Prawda, che i due bandi sono fra loro quasi indistinguibili ideologicamente - uno dei rari casi in cui un militare mostra una chiara comprensione nei confronti dello scatenarsi della paranoia nazionalista.
Ora, bisogna in primo luogo opporsi all'idealizzazione delle milizie che appoggiano entrambe le "repubbliche popolari" dell'est Ucraina promosse da gran parte della sinistra residuale. Per esempio, unità di cosacchi che combattono dalla parte degli insorti avevano una reputazione miserabile prima dello scoppio della guerra civile, per i loro pogrom con le minoranze non slave. Se nei battaglioni della guardia nazionale hanno combattuto fin dall'inizio radicali di destra svizzeri ed italiani in nome dell'Ucraina, le milizie degli insorti si sono giovate di un rapido afflusso di radicali di destra russi e francesi.
La guerra civile nell'Ucraina dell'est non costituisce - come ama dire soprattutto la stampa russa - una riedizione della Guerra civile spagnola del 1936-1938, o della guerra antifascista del 1941-1945, ma è una guerra di smantellamento dello Stato, che si esprime in lotte per la ripartizione fra gruppi etnici diventati nemici. Si saccheggia e si assassina da entrambi i lati. L'ordine statale, appena rudimentale, nel territorio di entrambe le "repubbliche popolari" si è costituito a base ideale per tutta un'ondata di economia di furto: saccheggi, estorsioni, sequestri ed omicidi.
Il comportamento brutale della guardia nazionale e dei resti dell'esercito nazionale che l'hanno appoggiata, ha portato fin dall'inizio ad una pulizia etnica della popolazione di lingua russa nell'est dell'Ucraina. Alle città controllate dagli insorti sono state tagliate, con tiri ben assestati, energia elettrica ed acqua potabile, da parte delle truppe del governo che le circondavano, per poi indebolirle per mezzo del fuoco dell'artiglieria pesante. Nelle regioni riconquistate dai militari di Kiev non ci sono quasi più residenti. Centinai di migliaia di ucraini sono fuggiti verso i paesi vicini - nelle regioni di confine russe è stato dichiarato lo stato di emergenza. Dopo il collasso della compagnia ferroviaria, ci sono colonne di rifugiati in fuga verso l'est, bombardati perfino dalle forze aree ucraine.

Una guerra civile in un paese confinante ha colpito direttamente gli interessi russi, almeno dall'agosto del 2014. E' vero che, per fortuna, nelle regioni interessate non si trova nemmeno uno dei diciassette reattori nucleari ucraini (non contando i quattro reattori distrutti di Chernobyl). Tuttavia, la gestione della grande impresa chimica ucraina, Styrol, ha lanciato un disperato grido d'aiuto alla leadership militare di Kiev, per fermare immediatamente il bombardamento del parco commerciale dell'impresa - un'esplosione delle sue installazioni minaccerebbe una catastrofe ambientale in tutto il paese. Quest'incidente probabilmente ha portato il governo russo ad appoggiare ora realmente le attività di entrambe le "repubbliche popolari", all'inizio solamente tollerate. Con un conseguente rapido mutamento dei rapporti di forza. Le truppe di Kiev hanno subito tutta una serie di pesanti sconfitte . vari battaglioni della guardia nazionale sono stati accerchiati ed annientati. Nell'esercito regolare, costituito in gran parte attraverso il servizio militare obbligatorio, sono aumentati i segnali di disgregazione. Intere unità hanno disertato il fronte o sono fuggite verso la zona russa ed hanno chiesto asilo politico. Non poche volte, le truppe in ritirata sono state bombardate da unità di volontari della destra radicale e sono state obbligate ad invertire la marcia.
I tentativi da parte del governo di Kiev di vincere la crisi si sono limitati a lanciare grida di aiuto sempre più disperate in direzione dell'Europa occidentale. Che l'Occidente non voglia, ed anche non sia nella posizione di aiutare i resti in collasso del progetto di modernizzazione dell'Europa dell'est, è cosa che ovviamente non entra nella testa degli oligarchi ucraini. Solo così si può spiegare la reazione del tutto irrazionale dell'ex banchiere ed attuale primo ministro Jazenjuk: quando la sconfitta militare era già evidente e si era già stretto il cerchio delle milizie russe intorno alla rimanenza delle truppe governative nella città di Mariupol, questi annunciò che l'Ucraina si sarebbe separata dal paese orientale confinante per mezzo della costruzione di un "muro". Una notizia che nelle redazioni dei notiziari occidentali venne accolta scuotendo la testa, ma che poi venne poco divulgata. Il fatto incontestabile per cui queste regioni occidentali di cui si parlava non erano sotto il controllo del governo, e che al di là di questo lo Stato in effettiva bancarotta non sarebbe mai riuscito con i propri mezzi a mettere insieme le risorse finanziarie per la costruzione di una fortificazione di più di 2.000 chilometri, tali fatti non vennero commentati. Ed ancor meno il fatto che l'isolamento economico della Russia sarebbe la fine per le regioni confinanti, ormai già ampiamente rovinate.
Non si sa quante vite umane sia costata finora la guerra civile nell'est dell'Ucraina. L'ultima cifra conosciuta, di 2.000 morti, dev'essere considerata sicuramente molto bassa rispetto alla verità. Qui non c'è bisogno di sottolineare che con l'attuale tacere delle armi, in ogni caso molto interrotto, fra le rimanenze delle truppe di Kiev e le milizie delle due "repubbliche popolari", non si modifica minimamente il disastro dell'Ucraina.
I danni enormi, proprio in quell'est ancora in qualche modo economicamente stabile, dovrebbero accelerare un ulteriore deindustrializzazione del paese già impoverito. Difficilmente si può immaginare che gli oligarchi ucraini siano inclini a mettere di nuovo in moto gli impianti produttivi distrutti con il denaro che hanno rubato. E ancor meno è difficile immaginare che qualche impresa occidentale faccia investimenti significativi in una regione instabile e lacerata dalla guerra civile.
Un'ironia della storia è quella per cui gli Stati e le istituzioni occidentali durante la guerra civile si sono prestati ad appoggiare il regime di Poroschenko, da loro installato per mezzo di migliaia di milioni di credito - lo stesso credito che prima avevano rifiutato al regime di Janukowitsch. Ma questi soldi difficilmente potranno contribuire ad una stabilizzazione duratura in Ucraina; devono essere immediatamente trasferiti a copertura del debito o per riempire i buchi del bilancio che si sono aperti con la guerra civile. Quello che l'Occidente alla fine promuove rispetto all'Ucraina, è il saccheggio dei resti del fallito progetto di modernizzazione. La promozione dell'infrastruttura necessaria per questo saccheggio organizzato può anche integrare temporaneamente una minoranza di persone lì residenti, ma mai una maggioranza della popolazione. Perciò è solo questione di tempo prima di un nuovo collasso dell'Ucraina.

Il governo di Kiev è stato solo in grado di mantenere le regioni ancora da esso controllate grazie ad una furiosa politica di tagli sociali, riduzioni di salari, soppressione di posti di lavoro nei servizi pubblici e saccheggio fiscale della propria popolazione in generale. La resistenza contro tutto questo si deve muovere entro stretti limiti, giacché all'ombra della guerra civile sono state fatte rapidamente molte modifiche legislative: attualmente, l'Ucraina ha una delle legislazioni più repressive d'Europa; la polizia, ad esempio, può arrestare arbitrariamente qualsiasi persona sospetta e detenerla per trenta giorni senza decisione giudiziaria.
Inoltre, la caduta del regime di Janukowitsch ha scatenato un'ondata di lotte di distribuzione criminale. Sotto la pressione di bande armate che, in seguito alla dissoluzione progressiva della polizia, nella maggioranza delle città esercitano di fatto il potere, i funzionari della giustizia, agendo formalmente ancora in nome dello Stato di diritto, legittimano atti di pura rapina. Molti oligarchi, che nella distribuzione dei posti di governo hanno ottenuto troppo poco, sono riusciti, appoggiati dalle milizie da loro finanziate, a costruire un apparato di potere in regioni lontane, ed agiscono sempre più al di fuori di qualsiasi controllo del governo centrale.
La fornitura di gas naturale dalla Russia al vicino occidentale è stato interrotto perché il governo ucraino si è rifiutato finora di pagare l'importo miliardi richiesti per sanare il vecchio debito. La popolazione ucraina dovrà ora affrontare un inverno molto freddo.
La retorica bellicista sfrenata dei media occidentali, negli ultimi mesi e non solo, è preoccupante. Per molto tempo è stata negata insistentemente l'esistenza di bande armate nazionaliste ed apertamente antisemite in Ucraina, classificando quest'informazione come menzogne della propaganda russa oppure presentandolo come un male tuttavia necessario. Il collasso economico, che si diffonde anche nei centri capitalisti, produce ovviamente il risorgere del pensiero radicale di destra, arrivando fino all'accettazione dell'aperto antisemitismo.
Ora, come si evolverà lo Stato europeo orientale che si sta disfacendo? Sicuramente, una riedizione della dittatura fascista classica, temuta da una parte della sinistra marxista tradizionale, non potrà aver luogo. La "formazione coercitiva fordista del nazionalsocialismo" (Robert Kurz), come via speciale della modernizzazione ritardata, è legata ad un'epoca stoica che appartiene definitivamente al passato. D'altra parte, l'indicazione secondo cui il mercato viene dichiarato come l'unico dio salvatore, e simultaneamente gli "esseri umani non più vendibili" (Robert Kurz) vengono consegnati alla disperazione di un'amministrazione della povertà duratura, costituisce il terreno di coltura appropriato su cui fioriscono e prosperano il razzismo ed il nazionalismo. Quello che si sta percorrendo in Ucraina è, pertanto, un "nazionalismo della disperazione sociale" (Robert Kurz). Un nazionalismo di disperazione che agisce un po' meno barbaramente di quanto ha fatto il suo modello storico. La "autarchia economica" dell'Ucraina, promossa dalle associazioni fasciste armate, punta alla fine ad un'installazione di un'amministrazione della povertà particolarmente repressiva, associata ad un'economia di saccheggio etnicamente motivata, che è già una realtà in molte zone del pianeta. E' probabile che i confronti armati nell'est dell'Ucraina, visti ad ampio termine, si rivelino soltanto come un preludio a tutta una serie di guerre civili, e finiscano per sfociare nella completa distruzione delle strutture statali e nella caduta nella barbarie delle altre zone dell'Europa dell'est.
La rovina dell'Ucraina è un terribile monito, uno sguardo su un futuro che, a breve o a lungo termine, si avvicina anche agli Stati europei ancora funzionanti.

- Gerd Bedszent - Pubblicato sulla Rivista "EXIT! Krise und Kritik der Warengesellschaft", nº 12 (11/2014), pag. 176-184 -

fonte EXIT!

mercoledì 2 settembre 2015

Cominciare a finire di lavorare

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Quella che segue, è la trascrizione di un'intervista collettiva fatta da un nutrito gruppo di persone a Moishe Postone, il 23 novembre del 2012, a Madrid, preso la  Escuela de Relaciones Laborales. Le domande sono state riassunte, in modo da limitare l'estensione del testo.

Domanda: Come può aiutare, la lettura di Marx da lei svolta, i movimenti sociali in generale?

Moishe Postone: Quello che sto tentando di recuperare, è un concetto di capitale che credo sia stato perduto dai movimenti sociali di sinistra. E non solo dai movimenti più recenti. Credo che esista una tendenza a non capire pienamente il sistema, ma di personalizzarlo nei banchieri (ad esempio, nei banchieri tedeschi). E' ovvio che questi stanno giocando un importante (e pessimo) ruolo, ma dobbiamo capire che ci troviamo davanti ad una crisi globale. Il mio lavoro è un tentativo di recuperare categorie molto astratte, come quella del capitale, per iniziare a ripensare il modo in cui intendiamo la natura sistemica del capitalismo, non solo della crisi, ma anche di quello che accade nella crisi. Credo che, per quel che attiene alla coscienza delle sinistre, la guerra fredda sia stata disastrosa. Il movimento comunista internazionale ha trasformato il termine internazionalismo nello schierarsi con un bando, cosa che ha ridotto la capacità critica delle persone di sinistra. Potevano essere molto critici con gli Stati Uniti, ma quello che facevano era limitarsi a difendere quello che stava succedendo in Unione Sovietica. Categorie storiche come il capitalismo ed il socialismo si sono trasformate in categorie spaziali: una zona ed un'altra. Questo è importante in quanto la nuova sinistra ha trasferito questo problema ai nazionalismi del Terzo Mondo. [Questa forma di pensiero] riduce la capacità critica delle persone di sinistra nel trattare a fondo determinate situazioni, nel preciso momento in cui è urgente creare una nuova forma di internazionalismo, che sia realmente internazionale, e non solo una somma di nazionalismi buoni e cattivi.

Domanda: Cosa pensa del movimento Occupy? Crede che sia in linea con questo nuovo internazionalismo di cui parla?

Moishe Postone: Nessuno può creare un movimento, però è possibile cercare di intervenire nei movimenti una volta che nascono. Il movimento Occupy è stato molto positivo perché ha reso pubblico un discorso che negli ultimi decenni era mancato nelle università: il discorso della crescente diseguaglianza negli Stati Uniti. Ma al di là di questo, credo che [i suoi membri] siano abbastanza confusi. In termini emozionali molti di loro sono anarchici (so che in Spagna c'è una grande tradizione anarchica ma io, a dire il vero, non mi sento molto legato a questo tipo di approccio) e non vanno da nessuna parte. Credo anche che abbiano una comprensione insufficiente del mondo: per loro si tratta del fatto che ci sono un pugno di banchieri che stanno prendendo delle decisioni sbagliate... e questo non basta. Può andar bene per cominciare, ma è necessario andare oltre.

Domanda: Per molti approcci critici, come quello di David Harvey, la responsabilità dell'attuale situazione che stiamo vivendo è da attribuire alla deregulation finanziaria ed al dominio del capitale finanziario su quello industriale. Qual è la sua opinione su questo tipo di analisi?

Moishe Postone: Credo che fino ad un certo punto sia corretta. Ciò nonostante, Harvey non ha una spiegazione appropriata del processo di finanziarizzazione stesso. E' stato lo sviluppo del capitale a metà degli anni 60 ed all'inizio dei 70 del secolo scorso, a generare la finanziarizzazione, la quale è in relazione col flusso internazionale di capitali, da un lato, e col declino degli Stati-nazione in quanto istanze che determinano l'inversione, dall'altro lato. Di modo che, dal mio punto di vista, il fatto per cui l'inversione è sempre più determinata dalla finanziarizzazione sarebbe la risposta ad un crisi: la crisi dello Stato fordista, di cui Harvey non tiene affatto conto. Per cui gli risulta facile presupporre, senza dirlo, che possiamo tornare ad un'economia keynesiana, e può sviluppare l'idea secondo cui l'accumulazione primitiva avviene sempre e dappertutto. [Questo tipo di approccio] non credo sia adeguato perché ciò che fa è evitare di parlare di un livello più profondo della crisi, che è la crisi del lavoro salariato nella società. Questa crisi è diversa da quella degli anni 1930: durante la Grande Depressione si credeva che fosse possibile arrivare alla piena occupazione per mezzo di politiche diverse. Oggi, questo non è una possibilità. Dobbiamo affrontare il fatto che stiamo finendo per trovarci senza posti di lavoro e che questa è una crisi globale.

Domanda: In Europa, anche se i posti di lavoro diminuiscono, molte istituzioni relazionate al lavoro salariato si sono generalizzate: i sistemi di sicurezza sociale, l'istruzione, i diritti connessi con la status sociale del lavoro salariato... e coinvolgono molte più persone di quelle che hanno un impiego. Lei crede che viviamo in una "società del lavoro" (organizzata intorno al lavoro) sempre più senza lavoratori?

Moishe Postone: Ho l'impressione che l'Europa non sia più quel che era. Per quanto ne so - non sono un esperto in materia - in Germania, per esempio, gli anziani stanno peggio che negli Stati Uniti. Qui c'è stato un grande numero di tagli negli ultimi dieci anni, tagli molto profondi che ora stanno interessando tutta l'Europa, e non credo che si produrrà un recupero o un'inversione di marcia [rispetto a questi tagli in materia di protezione sociale]. Non credo che sia possibile tornare al modello di società fordista, cosa che nella mia opinione significa che ci troviamo davanti all'inizio di una lunga lotta, che dovrà necessariamente essere sempre più internazionale.

Domanda: Marx analizza il capitale come un insieme di produzione e circolazione. Perché lei concentra la sua lettura di Marx sul primo libro de Il Capitale, che si occupa principalmente di produzione?

Moishe Postone: La ragione per cui enfatizzo il primo volume è perché cerco di recuperare qualcosa che credo che si perda quando uno dice che il capitalismo è un insieme di produzione e circolazione, un sistema nel quale dobbiamo guardare alle sue dimensioni mature. Se procedessimo in questa maniera, lasceremmo fuori un elemento che ritengo sia fondamentale per Marx: la questione della centralità del lavoro dentro lo sviluppo del capitale, questione che non ha assolutamente interessato il marxismo tradizionale. Per il marxismo tradizionale quel che importava era l'espansione del lavoro. Il presupposto di partenza era che una volta che il proletariato fosse diventato abbastanza grande, la rivoluzione sarebbe venuta automaticamente. Il mio argomento [invece] è che lo sviluppo reale del capitale porta precisamente ad una crisi del lavoro e non alla sua espansione, e che questa crisi del lavoro è quella che stiamo vivendo. Questo non significa ignorare altre dimensioni (come i processi di finanziarizzazione del capitale) che sarebbero ineludibili in una discussione più completa sulle differenti configurazioni del capitale. Sono d'accordo con questo, ma per motivi teorici e politici cerco di enfatizzare la crescente crisi del lavoro, un aspetto che la maggior parte delle letture di Marx ignorano. Dal mio punto di vista, è necessario portare questo alla luce per poter poi ripensare le relazioni di circolazione e di produzione, in quanto, per me, non è la stessa cosa pensare che la produzione capitalista sia semplicemente produzione, piuttosto che affermare che la produzione capitalista mina la propria base su cui si trova seduta. A seconda di quale sia il nostro punto di partenza, ci troviamo ad affrontare il problema della finanziarizzazione in maniera diversa.

Domanda: Da quanto ho capito, lei è in disaccordo con il gruppo Krisis per quanto riguarda le conseguenze della crisi capitalista, ed anche con Harvey, il quale dice che ci troviamo di fronte ad una crisi di sovraccumulazione. Potrebbe esporre in dettaglio il suo approccio alla crisi occupazionale nel capitalismo e metterlo in relazione con la crisi dello Stato fordista?

Moishe Postone: La verità è che io non ho ancora una teoria per tutto. Avete cominciato a parlare del gruppo Krisis. Credo che loro stiano tenendo conto - ed in questo caso mi troverei d'accordo con loro, per quello che riguarda immediatamente la crisi - che siamo arrivati alla crisi dell'occupazione nella società. Non è che, come credono molti lavoratori nordamericani, la distruzione dei posti di lavoro negli Stati Uniti sia avvenuta semplicemente come conseguenza della dislocazione del lavoro su scala internazionale. Si sono persi molti più posti di lavoro per la tecnologia di quanti se ne sono persi a causa della distribuzione del lavoro in altre regioni. Il motivo per cui enfatizzo questo punto è perché cerco di non fermarmi alla superficie. La ragione per cui la tendenza alla decrescita del tasso di profitto viene trattata nel terzo volume de Il Capitale, e non nel primo, è perché Marx, prima di arrivare a quella, deve spiegare qualcosa di molto più fondamentale: la composizione organica del capitale. Molte persone credono che Marx sviluppi l'ipotesi della caduta tendenziale del saggio di profitto, ma non è così: Marx l'ha formulata, ma non l'ha sviluppata. E' una cosa che ha fatto l'economia politica classica. Quel che dice Marx è che nella misura in cui è corretta [l'ipotesi della tendenza decrescente del tasso di profitto] è un sintomo di qualcos'altro. Attiene più al cambiamento della struttura del lavoro. Questa è la ragione per cui quando cade il tasso di profitto abbiamo delle controtendenze. Quando si analizza la categoria del valore non vi sono controtendenze. Ci sono molti marxisti che si sono riciclati come economisti ed hanno dimenticato che l'obiettivo della critica dell'economia politica era di andare al di là del livello di superficie del terzo libro e che il problema reale era la struttura del lavoro. Perciò la domanda è come articolare un movimento sociale che vada contro la struttura del lavoro, che è qualcosa di molto diverso dal tenere in piedi un movimento contro i banchieri. Essere contro i banchieri non è necessariamente di sinistra. Vi sono molti movimenti populisti di destra che sono contro i banchieri. Perciò dobbiamo recuperare la critica reale dell'economia politica. E' questo quello che fa la differenza.

Domanda: Nell'evidenziare la crisi del lavoro, ho l'impressione che lei si riferisca appena ad una distinzione che per Marx è cruciale e che ha dato luogo a molte polemiche: la distinzione fra lavoro produttivo ed improduttivo. Qual è il suo approccio a questo?

Moishe Postone: Forse avrei dovuto dire qualcosa a questo proposito... Non l'ho fatto perché questi termini sono stati del tutto riplasmati e ri-significati da teorie posteriori affermative del lavoro. Il problema principale per queste teorie consiste nel sapere chi è realmente produttivo e, pertanto, chi può diventare proletariato, vale a dire, chi può essere soggetto rivoluzionario. Da decenni si dibatte a proposito del fatto se il lavoro domestico sia produttivo o improduttivo, e il concetto di produttivo è stato preso come un'affermazione quando, in realtà, nella teoria di Marx si tratta di una categoria critica: quanto più si sviluppa il capitale, tanto più inutile diventa il lavoro produttivo (anche se allo stesso tempo continua ad essere necessario per il capitale). Il marxismo tradizionale ha trasformato in qualcosa di positivo quello che in Marx era una categoria critica.

Domanda: Sono interessato a questa questione del lavoro domestico e mi piacerebbe sapere se conosce il lavoro di Roswitha Scholz, del gruppo Krisis. Lei fonda la "teoria della scissione-valore" che legge la teoria del valore di Marx dalla prospettiva femminista. Il suo approccio sostiene che la natura del lavoro domestico è difficile da poter essere colta dalla forma valore a causa della sua dimensione affettiva. Vorrei sapere se è d'accordo con questo ed anche come intende la divisione sociale del lavoro in termini di genere.

Moishe Postone: Non ho letto il testo di Roswitha cui si riferisce e credo che quindi sarebbe un errore da parte mia commentare direttamente il suo lavoro. Conosco, però, altre teorie formulate alla fine degli anni 1960 da teoriche femministe che considerano il lavoro domestico come qualcosa di cui il marxismo non si è mai occupato. Con queste teorie ho due problemi. Uno è il presupposto per cui il valore è qualcosa di positivo, di affermativo. L'argomento è: il lavoro domestico è assolutamente essenziale per la vita in società, perciò deve avere valore. Questo vuol dire non capire cosa significa la categoria valore in Marx. L'altro problema è che l'analisi marxista non pretende di essere una fotografia completa della società in termini sociologici. Quando Marx ha scritto a proposito della centralità del proletariato nella dinamica del capitale, la classe dei lavoratori era enorme. Ma la chiave non è stabilire se la maggior parte delle persone faccia questo o quello: ai tempi di Marx, analizzare come funzionava la classe dei lavoratori domestici avrebbe permesso di dire molte cose su come si viveva in quella società, ma ne avrebbe dette molto poche sulla direzione che quella società stava prendendo. Credo che uno dei miei problemi con il modo in cui è stata discussa la divisione sociale del lavoro in termini di genere, almeno negli Stati Uniti, è stato il fatto che si è separata dalla questione della critica dell'economia politica. Per questo motivo, credo che questa discussione abbia avuto conseguenze impreviste. Credo che alcuni elementi siano del tutto corretti: la divisione sessuale del lavoro, per esempio, è molto precedente al capitale. Tuttavia, come molte altre cose precedenti al capitale, è stata trasformata dal capitalismo ed è stata sottomessa al capitale.
Ovviamente, sono a favore delle richieste di uguaglianza di genere, ma, almeno negli Stati Uniti, essendo formulate in maniera completamente separata dall'insieme della critica dell'economia politica, hanno avuto degli effetti realmente complicati. Da una parte, oggi abbiamo uno strato di donne della classe medio-alta molto importanti nelle università, negli studi legali, negli ospedali, ecc., per le quali l'obiettivo dell'uguaglianza di genere è stato, più o meno, raggiunto. Ma, per le donne della classe operaia i risultati sono stati davvero disastrosi. Negli Stati Uniti, il femminismo si è preoccupato assai poco di quel che succedeva con i bambini della classe operaia quando le donne dovevano lavorare. Nelle famiglie dei lavoratori accade assai spesso che il marito e la moglie debbano lavorare in orari diversi durante il giorno per potersi occupare dei figli. La vita di queste famiglie, specialmente nel caso delle donne, è diventata qualcosa di veramente difficile. Tuttavia, le donne della classe media posso disporre di una nuova classe di servitù (soprattutto bambinaie provenienti dall'America Centrale) per risolvere questo problema. La forma in cui è stata assunta la divisione sociale del lavoro in termini di genere, completamente separata dall'economia politica, ha avuto conseguenze molto negative, inaspettate ed indesiderate. Ricordo anni fa, in Germania, che Marcuse scrisse un saggio su marxismo e femminismo nel quale sosteneva che la critica femminista non poteva essere soltanto una critica della disuguaglianza [di genere] e che bisognava prendere in considerazione anche la struttura del lavoro, e che se non lo si faceva le conseguenze sarebbero state molto negative. Quel saggio di Marcuse non divenne molto noto, ma credo che quel che diceva non era una cattiva idea.

Domanda: Mi piacerebbe conoscere la sua opinione riguardo l'approccio di Silvia Federici, la quale sostiene che al momento dell'accumulazione originaria non solo venne generato il proletariato moderno, ma anche la reclusione domestica di una buona parte della popolazione femminile.

Moishe Postone: Non lo conosco abbastanza bene. Sono passati decenni da quando ho letto quel libro di Silvia. Credo, ma potrei anche essere ingiusto con la sua opera, che [l'approccio] sia sbagliato in termini storici. Non credo che l'accumulazione originaria sia il momento di delimitazione della sfera domestica. Credo che si tratti di un fenomeno borghese in cui, in qualche modo, viene recuperata una forma più antica della divisione del lavoro. La divisione del lavoro in termini di genere dentro le famiglie contadine era una divisione reale del lavoro. Si tratta di una divisione di genere ma non dice che si stanno svolgendo dei compiti che sono necessari. L'idea della donna come casalinga con un'attività centrata sulla cura della famiglia e della casa, credo che abbia il suo primo sviluppo nelle famiglie borghesi del XVIII e del XIX secolo. E se questa viene definita una divisione del lavoro in termini di genere, in realtà non lo è: è lavoro e non lavoro. Ed è per questo che una delle parodie della Rivoluzione francese è quella per cui, una volta che ha luogo, la posizione della donna peggiora. Abbiamo assistito ad una trasformazione per cui soltanto il lavoro relazionato con la forma merce viene considerato realmente lavoro, e le altre forme di attività smettono di essere considerate come lavoro. Quello che succede allora è che l'attività delle donne in ambito domestico non è un lavoro relazionato con la merce, e dal momento che la cittadinanza si basa sul possesso di merci le donne non sono considerate cittadine. Credo che Silvia possa essere d'accordo con questo, quello che non credo è che questo abbia a che vedere con l'accumulazione originaria.

Domanda: E' un problema di riconoscimento?

Moishe Postone: Non è riconoscimento nei termini in cui viene sostenuto da alcuni amici. Quel che dico è che, alle spalle degli stessi attori, la relazione che intrattengono con la forma merce è ciò che determina la forma nella quale vengono riconosciuti. Il riconoscimento dei lavoratori è conseguenza dell'azione collettiva ma, ironicamente, solo per mezzo di questa i lavoratori possono essere possessori di merce. Di modo che i lavoratori possono essere soggetti borghesi solo come gruppo, attraverso l'azione collettiva. Non è un problema di contrapporre semplicemente il collettivo all'individuale, come se il collettivo fosse già socialista.

Domanda: Cosa ne pensa dei movimenti cittadinisti come il 15M oppure Occupy che, senza essere specificamente movimenti di lavoratori, hanno sollevato il conflitto su questioni economiche, come ad esempio quello degli sfratti in Spagna?

Moishe Postone: Non so praticamente niente del 15M, ma mi sembra importante sottolineare che una caratteristica del movimento Occupy è quella che non sta lavorando in questo modo. E' un movimento di carattere più subculturale. E' qualcosa che potrebbe essere detto anche di molti altri movimenti politici nati negli Stati Uniti. [Questi movimenti] hanno molte difficoltà e a volta nessun interesse ad istituzionalizzarsi ed andare oltre, sul lungo termine. Il movimento Occupy ha svolto un ruolo assai importante introducendo nella sfera pubblica il problema della crescita e delle disuguaglianze, ma al di là di questo è andato poco avanti... Quando ci sono militanti che bloccano il ponte di Oakland, e la cosa non provoca alcuna reazione positiva nella popolazione. Se la gente di Occuoy si fosse preoccupata degli effetti della bolla immobiliare... ma il movimento Occupy non è particolarmente preoccupato di fare un lavoro di base che consista nel muoversi e cercare di creare forme di solidarietà con le persone colpite politicizzando il problema ed introducendolo in un discorso politico. Non posso dire nulla sulla Spagna in quanto non conosco la realtà di questi movimenti ma sono lieto di sentire quello che avete detto.

Domanda: Se presupponiamo che andare oltre il capitalismo debba necessariamente implicare di andare al di là del lavoro salariato e della "società del lavoro", la crisi occupazionale cui ha fatto prima riferimento presuppone che il capitalismo stia facendo il lavoro al posto nostro (il lavoro di autodistruggersi)? Dobbiamo soltanto aspettare il collasso del capitalismo oppure dipende da noi?

Moishe Postone: Dipende completamente da noi e siamo anche ben lontani dal sapere o decidere quali istituzioni emergeranno. Dobbiamo vedere quel che viene sorgendo e dobbiamo dialogare con esso. C'è una contraddizione dentro il capitale: la contraddizione tra la potenza che genera ed i limiti che allo stesso tempo le impone. Questo limite è il lavoro proletario. La classe principale, per il capitale, non è la borghesia ma il proletariato. La stessa idea per cui il proletariato si elimini da sé solo è politicamente molto complicata in quanto suppone che cambino politicamente i termini in cui si deve porre il problema, per dirlo in termini classici, fra riforma e rivoluzione. Dobbiamo portare avanti riforme che si muovano nella direzione di andare al di là della società del lavoro. Ironicamente, credo che una delle condizioni per questo sia l'internazionalismo delle organizzazioni dei lavoratori.
Negli anni 1990, negli Stati Uniti, ci fu una tendenza in tal senso, chiamata Anti-Sweatshop Movement [si suole chiamare sweatshop (letteralmente fabbriche o stabilimenti di sudore) quei centri di lavoro che mantengono condizioni lavorative specialmente penose per i loro lavoratori]. Una volta rotti gli schemi della Guerra Fredda, si poteva prendere un impresa, ad esempio la Nike, ed osservare le condizioni di lavoro, diciamo in Indonesia e Vietnam, e provare che erano simili. [I promotori di quest'iniziativa] non si lasciarono confondere dall'idea per cui in un caso ci trovavamo davanti ad un governo di destra, e nell'altro caso di sinistra. Analizzavano le condizioni sul campo e vedevano che Nike traeva beneficio in entrambi i casi, senza che le importasse del segno politico del governo. Negli Stati Uniti, questo tipo di movimenti vennero spazzati via durante l'amministrazione Bush dalla risorgenza di un'onda di anti-imperialismo che riproduceva vecchi schemi, ma che hanno sempre meno solidità.

Domanda: Relaziona il superamento del capitalismo con il superamento del lavoro proletario e sostiene che questo potrebbe servire a formulare una teoria sulle soggettività post-proletarie, sui movimenti sociali ed anche sui fondamentalismi. E' andato avanti su questa teoria?

Moishe Postone: No, però mi sembra molto importante. Una delle difficoltà a lavorare in un'università, è che abbiamo sempre meno tempo di fare lavoro reale. Negli Stati Uniti, anche se in certi periodi l'abbiamo avuta, oggi non esiste una sfera politica pubblica in cui si possano sviluppare questo genere di lavori. Credo che il problema sia cruciale sotto diversi aspetti. In primo luogo, molti dei movimenti identitari possono essere visti come post-proletari, ma questo non li rende necessariamente progressisti. Tutto dipende da in che misura il movimento intende sé stesso in rapporto agli sviluppi a lungo termine della dinamica sociale, e questo è in relazione con quanto si diceva prima a proposito del femminismo di decenni fa. Invece, quel che abbiamo è una sorta di solidarietà di segmenti, di coalizioni arcobaleno: donne, neri, omosessuali, messicani... I gruppi hanno le loro differenze ma stanno tutti insieme in quanto non sono uomini bianchi. Per me, questo è inadeguato dal punto di vista politico, il che non significa che i movimenti di per sé non siano importanti... Quello che dico non ha niente a che vedere con il concetto del primo Marx relativo alle contraddizioni primarie e secondarie. Questi movimenti sono molto importanti, ma la loro auto-comprensione dovrebbe essere più interconnessa con gli sviluppi storici a lungo termine. Parte del modo in cui gli intellettuali si impegnano politicamente dovrebbe avere a che fare con questo. Mi sembra anche che l'estensione di quel che abbiamo chiamato fondamentalismi, rispetto agli ultimi decenni, dovrebbe essere analizzato se non come post-proletario, quanto meno come un'insoddisfazione radicale per quel che riguarda la società capitalista (senza una corretta comprensione della stessa). Certamente, i fondamentalismi non sono una tradizione, che poi è come ad essi stessi piace rappresentarsi. Devono esser visti come un fenomeno molto moderno, come un a forma feticizzata di insoddisfazione. ", se vogliamo avere qualche speranza, devono essere affrontati in modo che si possa lavorare con questo scontento e si possa presentarlo da un altro punto di vista.

Domanda: Lei sostiene che il proletariato non è un soggetto storico di trasformazione. Questo non è una riduzione del proletariato alla sua dimensione tecnica? E servono degli agenti politici di trasformazione?

Moishe Postone: Vorrei distinguere fra quello che è il soggetto hegeliano e l'agente storico. Credo che la classe operaia possa avere ed ha avuto un ruolo di agenzia storica ma, tuttavia, non è il soggetto. Credo che quello cui Marx mirava, nel descrivere la categoria del capitale con il linguaggio di Hegel, fosse il fatto che il soggetto è una categoria della storia alienata e che la sua emancipazione implica il superamento del soggetto. Credo che la questione dell'azione della classe operaia risulti sempre più complicata. Nella misura in cui l'accumulazione del capitale implicava l'espansione del proletariato, vi era una soluzione di continuità fra la posizione di questo e l'impulso alle riforme che "umanizzarono" il capitalismo. Questa "umanizzazione fu un successo della classe lavoratrice. Ma quando il proletariato comincia a diminuire di importanza ed entra in un certo declino, esiste il rischio che diventi reazionario, come qualsiasi altra classe che si veda minacciata. Negli Stati Uniti la classe operaia è diventata molto razzista, e assistiamo ad un'infelice polarizzazione fra lavoratori che non sono per niente preoccupati per le loro condizioni economiche ma che, però, difendono i diritti degli immigranti, degli omosessuali, delle donne, ecc.; e lavoratori che si preoccupano molto per le proprie condizioni di lavoro e vedono gli altri come nemici. Mi pare un segnale inequivocabile del pericolo per cui in Francia vi sono regioni intere che prima votavano comunista e che ora votano per Le Pen. Credo che via un punto di svolta storico. Quello che sto suggerendo è che non c'è modo di uscire dalla situazione attuale se continuiamo ad analizzarla in termini di classi lavoratrici nazionali. Dal mio punto di vista, si dovrebbe stabilire un nuovo internazionalismo che non può essere una ripetizione dell'internazionalismo che è emerso quando il proletariato era una classe in espansione. Il primo compito per qualsiasi movimento che pretende d fare qualcosa con la classe operaia, dovrebbe consistere nell'indebolire la concorrenza che esiste dentro tale classe, ed è lì dove entrano in gioco le questioni relative all'immigrazione. Credo che sarebbe molto più importante che la sinistra si coinvolgesse in questo piuttosto che nella forma distorta di antimperialismo cui ho fatto riferimento prima.

Domanda: Buona parte dei pensatori marxisti degli ultimi decenni sono stati accademici e professori universitari. Non esistono più pensatori politici come Lenin o Rosa Luxemburg?

Moishe Postone: Credo che il periodo 1968-1973 segnali la crisi della politica basata sulla vecchia forma di intendere il lavoro proletario. Da un lato, almeno in Occidente, vi è stato l'inizio della disintegrazione delle forme fordiste, di cui la classe operaia era una componente fondamentale. Dall'altro lato, il 1968 a Parigi segna la fine della volontà di molti intellettuali ad identificarsi in qualche modo con i movimenti comunisti. In Italia questo è stato diverso per un certo tempo, ed in Spagna estremamente differente a causa della fine della dittatura franchista. Credo che la crisi del lavoro sia stata anche la crisi della possibilità di quel tipo di intellettuali di cui si parla, ma ce ne sono stati alcuni. André Gorz è un meraviglioso esempio di un intellettuale che non si è convertito in un professore, ma è vero che ce ne sono sempre meno. Sarebbe un errore pensare che tutti gli intellettuali di sinistra stiano all'università, ma penso che questo sia stato un sintomo di questo più ampio cambiamento. [N.d.T.: quanto meno andrebbe rammentato, come intellettuale non accademico, proprio Robert Kurz.]

Domanda: Sembra che alcune conseguenze politiche che derivano dalla sua lettura di Marx, paradossalmente, sono più vicine alle soluzioni proprie dell'anarchismo, che a quelle del marxismo tradizionale. Ad esempio, l'idea di non liberare solo il lavoro dallo sfruttamento ma di liberarsi dal lavoro stesso...

Moishe Postone: E' possibile, tutto dipenderà da fino a che punto il pensiero anarchico avrà la volontà di convertirsi in [un pensiero] storico, invece di essere fondamentalmente volontarista. Anche se [gli anarchici] possono avere ideali che io condivido, sono spesso inseriti in un quadro che rende impossibile comprendere come possano ottenere qualcosa storicamente. Gli Stati Uniti non hanno una tradizione anarchica così ricca come quella della Spagna, per cui l'esperienza dell'anarchismo che mi è più nota è quella delle comunità utopiche o dell'azione diretta. L'idea secondo cui l'azione parla da sé sola e non deve essere mediata, credo che derivi da una visione ingenua degli esseri umani propria del XVIII secolo. [E' vero che l'anarchismo comporta] anche lo scetticismo rispetto alla glorificazione del lavoro operata dal marxismo tradizionale, ma questo non è sufficiente.

Domanda: Parlare della crisi del lavoro non corrisponde forse ad una visione occidentale, quando vi sono paesi interi che si stanno sottomettendo al capitale, come la Cina, l'India o il Nepal? Non andrebbe salvato il lavoro di Lukàcs che intendeva superare la forma merce prima nella coscienza, per poi avanzare nella rivoluzione mondiale?

Moishe Postone: Nonostante ritenga Lukàcs brillante, sono decisamente contrario a quel che fa nella terza parte del suo saggio sulla reificazione. Invece di seguire il dispiegarsi della forma capitale, che cambia la struttura del lavoro e solleva la questione di come i cambiamenti vengono compresi dai lavoratori e di du quale ruolo abbia la coscienza di classe in tale comprensione, Lukàcs astrae totalmente il problema dello sviluppo della produzione capitalista e lo trasforma in una dialettica fra il soggetto e l'oggetto. Di modo che la storia è una costante e la questione è come acquisisce coscienza un soggetto che già sta lì. Credo che sia proprio da questo che possiamo partire oggi, in quanto quello che sto dicendo quando parlo di crisi del lavoro significa che la comprensione del lavoro, in primo luogo, deve andare oltre il lavoro proletario ma anche, in secondo luogo, che se non va oltre il lavoro proletario può diventare reazionaria.
Non credo che i paesi in via di sviluppo possano essere inclusi dentro una stessa categoria e dire che la Cina è come il Congo e che l'India è come il Brasile. Sono circostanze molto diverse. Non credo che la classe operaia abbia smesso di crescere dappertutto. Ma, per esempio, credo che abbia smesso di crescere in Cina intorno al 2004. In Cina c'è una crisi che è sul punto di esplodere perché ci si aspettava che un enorme segmento di popolazione venisse assorbito dentro il proletariato e questo non è avvenuto. Quest'aspetto della crisi non può essere affrontato adeguatamente a partire dal punto di vista dell'accumulazione originaria, perché questa si basa sull'idea per cui i contadini una volta dislocati verrebbero assorbiti dal proletariato, cosa che non sta succedendo. Le città-baraccopoli sono piene di persone che sono state dislocate dalla loro terra e che non riescono ad integrarsi nel mercato del lavoro. Non credo che ci sia più l'era dell'accumulazione nazionale, I che spiegava in parte, ad esempio, perché il Sudafrica [dopo la fine dell'apartheid] non è stato in grado di imboccare la strada che avrebbe potuto imboccare cinquant'anni fa, che avrebbe consistito in una via statalista all'accumulazione. Così, assistiamo alla terribile constatazione che la liberazione, una liberazione reale, non ha influenzato la vita della maggior parte della popolazione nera, o in ogni caso lo ha fatto minimamente. E la spiegazione di tutto questo non si basa semplicemente sul fatto che i membri del governo sono corrotti.
Mi pare che quel di positivo che c'è nei movimenti identitari è quel genere di universalismo che era associato alla classe operaia, ma non solo con essa, un universalismo che negava la differenza. Era solo un lato della forma merce: il lato del valore. Il compito storico consisterebbe allora nell'incontrare in maniera differente forme specifiche che erano universali. Tuttavia, molti dei movimenti identitari semplicemente si sono posizionati sull'altro lato della dicotomia [il lato del valore d'uso] e sono diventati particolaristi. In questo senso, credo che stiano riproducendo la dicotomia tra un universalismo astratto ed i particolarismi concreti, dicotomia che il capitalismo produce da molto tempo.

Domanda: Da parte di molte critiche al capitalismo, si suole ignorare i limiti ecologici del pianeta? Cosa pensa al riguardo? Crede che iniziative come le cooperative, il cosiddetto mercato sociale o formule economiche alternative basate sulla soddisfazione di bisogni reali siano una soluzione a questo problema?

Moishe Postone: La crisi ecologica a cui possiamo riferirci e che è quella che è già in atto, e che non è altro che una concatenazione di disastri, è cruciale. Qualsiasi critica del capitalismo deve essere una critica di questa forma di crescita. Però, credo che la risposta non possa andare nella direzione dell'economia locale, ossia una forma di economia alternativa o di mutuo appoggio. Il problema è globale e può essere affrontato soltanto su scala globale. E' vero che piccole comunità possono cavarsela, è sempre stato così, ma non tutti possono cavarsela così. Quindi, dobbiamo cominciare a sviluppare un concetto di come affrontare globalmente la situazione.

fonte: Diagonal Global