martedì 24 novembre 2015

Barbarie globalizzata

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Barbarie globalizzata
- Un tentativo di capire lo "Stato Islamico" -
di Tomasz Konicz

Un'altra volta. Ancora una volta, il presidente degli Stati Uniti mobilita una coalizione di coloro disposti a scendere in campo contro "il male" (Spiegel Online). Stavolta è il gruppo terroristico "Stato Islamico" che dev'essere sconfitto nel corso di una campagna di tre anni, la cui prima fase vedrà le forze aeree degli Stati Uniti estendere i loro attacchi sulla Siria. Al tempo stesso, la Casa Bianca chiede al Congresso la bagatella di 500 milioni di dollari, allo scopo di "addestrare ed armare ribelli siriani moderati", come ci informa la Reuters.
Quest'approccio ci fa tornare alla mente una fase precedente della guerra civile siriana, quando i servizi segreti occidentali, in stretta comunione con i dispotismi fondamentalisti del Golfo, quali l'Arabia Saudita, decisero di appoggiare l'opposizione siriana, appoggio da cui è sorto lo Stato Islamico, oltre tutta una varietà di altre milizie islamiche. E naturalmente dentro il movimento di opposizione siriana dominano proprio le fazioni fondamentaliste che sono in concorrenza con lo Stato Islamico e lottano contro di esso.
Uno dei principali gruppi ribelli siriani, ad esempio, è l'alleanza fondamentalista Fronte Islamico, il cui leader Hassan Abboud è stato recentemente ucciso in un attentato realizzato presumibilmente dallo Stato Islamico. Il Fronte Islamico rappresenta il più grande contingente nell'ambito dei ribelli siriani - ed è in stretto contatto con il gruppo jihadista al-Nusra.
E' questa filiale siriana di Al-Qaueda, la Jabhat al-Nusra, che sta cercando, dopo una pesante sconfitta, di distanziarsi dallo Stato Islamico, per mezzo del rilascio di ostaggi nordamericani. Di conseguenza, questi ribelli "moderati" in futuro andranno a completare la propria formazione militare su quel territorio democratico di riferimento che è l'Arabia Saudita.

Parlando chiaramente: l'Occidente si trova ancora una volta sulla strada di armare degli islamisti per combattere gli islamisti - e portare avanti, allo stesso tempo, i propri interessi geopolitici, che nel caso della Siria sono quelli di rovesciare il regime di Assad. Rimane solo la questione di sapere se quel gruppo jihadista, che adesso fa ancora parte della "opposizione moderata", nel giro di pochi anni non andrà ancora una volta fuori controllo e non dovrà essere eliminato attraverso un intervento militare. L'Occidente, nella sua lotta tipo mulini a vento contro il fondamentalismo islamico, è come il famoso apprendista stregone, che non riesce a liberarsi dagli spiriti che in questa regione frantumata dal fallimento statale lui stesso ha evocato per strumentalizzarli.
Non è soltanto la geopolitica dell'Occidente a dare forza ai jiahdisti. Anche i paesi occidentali servono da importante campo di reclutamento per lo Stato Islamico. Secondo la stampa americana, sono circa 3.000 i jihadisti provenienti dall'Europa Occidentale, Stati Uniti, Canada ed Australia che combattono nelle file dello Stato Islamico. Dei circa 31.500 combattenti che si sono uniti a questa struttura terroristica, circa un terzo è stato reclutato all'estero - soprattutto a mezzo di una sofisticata campagna di reclutamento.
Un aspirante attentatore suicida dello Stato Islamico, arrestato nelle regioni autonome curde della Siria, ha riferito ai rappresentanti dei media di un flusso costante di turisti jihadisti provenienti da tutto il mondo, i quali desiderano unirsi ai gruppi di combattimento di questo esercito terrorista:
"Ci sono nazionalità di tutto il mondo. Fra di loro ci sono molti inglesi. Vengono dai paesi asiatici, dall'Europa e dall'America. Vengono qui da tutte le parti."
Lo Stato Islamico, pertanto, rappresenta una sorta di sottoprodotto della globalizzazione capitalista in crisi. Qui non si tratta di un'insorgenza nativa, tradizionalista e nata dalle associazione dei "clan" e delle "tribù" regionali, ma di un esercito di occupazione globalizzato al grado più alto, che si è costituito nelle regioni in collasso socio-economico e politico della Mesopotamia. Ragion per cui, lo Stato Islamico massacra non solo gli "infedeli", ma anche i sunniti che osano opporsi al dominio straniero. A metà agosto, quasi 700 membri di un'associazione dei clan sunniti dell'Est della Siria sono stati letteralmente massacrati dallo Stato Islamico, dopo che i loro leader tribali si erano rifiutati di giurare fedeltà ai jihadisti.

Ma qual è la natura del "dominio straniero" che - almeno nella sua leadership - la truppa jihadista, in gran parte appena arrivata, cerca di costruire in questa regione al collasso? Quello che si è materializzato in Mesopotamia, sotto forma di Stato Islamico, è una caricatura infuriata, una sorta di negativo della forma più efficiente di organizzazione mai generata dal tardo capitalismo: le grandi imprese transnazionali. Lo Stato Islamico è una "macchina per fare soldi" (Bloomberg) altamente efficiente, che è riuscita a produrre un "flusso di entrate di cassa" permanente grazie alla ricetta del contrabbando di petrolio e di altri rami dell'azienda del crimine organizzato. "Lo Stato Islamico è, probabilmente, il gruppo terrorista più ricco che io abbia mai conosciuto", ha detto a Bloomberg un analista americano.
Quest'impresa terrorista che pubblica regolarmente "Relazioni e Bilanci", ha una struttura interna di comando altamente efficiente ed una macchina militare assai efficace, dispone di un dipartimento professionale di pubbliche relazioni , che si dedica con successo a reclutare nuovi membri - e che pratica la "Gestione Snella" dei territori conquistati, la cui amministrazione viene lasciata ai dignitari locali, a condizione che essi giurino fedeltà e forniscano vassallaggio al "Califfato". Le ramificazioni internazionali di questa "macchina per fare soldi" jihadista non si limitano alla sua struttura di affiliazione, il finanziamento iniziale dello Stato Islamico è stato realizzato con l'appoggio finanziario internazionale dei ricchi sponsor degli Stati del Golfo.
La differenza principale fra la grande impresa globale e lo Stato Islamico sta nel fatto che il fine in sé di tutte le grandi imprese transnazionali è l'accumulazione del capitale. E tutte le devastazioni e le distruzioni che il tardo capitalismo compie nei confronti delle persone e dell'ambiente, sono soltanto sottoprodotti della ricerca cieca e senza limiti della valorizzazione del capitale, che alla fine costituisce il nucleo irrazionale del modo di produzione capitalista. Per lo Stato Islamico, invece, l'accumulazione del capitale rappresenta solo un mezzo per un altro fine irrazionale, che consiste nel lavoro della distruzione e dell'annichilimento più efficiente possibile. Rappresentano solo questo le "Relazioni e Bilanci" dello Stato Islamico, che sono elenchi di operazioni terroriste svolte con successo da parte di questa "impresa". Pertanto, la tendenza implicita all'autodistruzione inerente al capitalismo, nel caso dello Stato Islamico viene apertamente alla luce, viene resa esplicita.
In questo modo, lo Stato Islamico usa le forme più efficaci ed i metodi di organizzazione più razionali, prodotti dal tardo capitalismo tormentato dalla crisi, al fine di raggiungere un obiettivo folle e allucinato; l'annichilimento letterale di tutti gli infedeli. Qui appare chiaramente un parallelo con quello che finora è stato il più grande collasso della civiltà nel corso della storia mondiale, il lavoro di annichilimento del nazionalsocialismo tedesco. Anche i nazisti fecero uso delle forme e dei metodi dell'organizzazione ch era allora la più moderna per creare ad Auschwitz qualcosa di simile ad una fabbrica fordista di morte, il cui "prodotto", fabbricato come in una catena di montaggio, era il fumo dei corpi umani bruciati che usciva dai forni crematori. Allo stesso modo in cui i nazisti, nel loro delirio razzista, costruirono un'efficiente fabbrica negativa di distruzione umana, per "pulire" il mondo dagli ebrei, dagli zingari, dai subumani slavi o bolscevichi, anche lo Stato Islamico si è costituito sotto la forma dell'organizzazione di una grande impresa negativa, per perseguire il suo folle obiettivo di un Califfato mondiale religiosamente puro. La razionalità strumentale e la razionalità economicista del capitalismo occidentale, che viene continuamente migliorata con il proposito di un'accumulazione più efficiente del capitale, nelle mani dello Stato Islamico diventa barbarie nuda e cruda.
Nella grande impresa terrorista impiantata dallo Stato Islamico si riflette, così, l'irrazionalità in crisi della socializzazione capitalista. Nel frattempo si vedono arrivare i primi franchising sul mercato globalizzato del terrore, che tentano di copiare la ricetta di successo dei massacri dello Stato Islamico. E' in atto una seconda ondata di globalizzazione della barbarie jihadista. La "popolarità crescente" dello Stato Islamico nel Sudest Asiatico potrebbe portare con sé minacce alla sicurezza a lungo termine, ha avvertito a metà luglio Aljaizira. Infatti, il gruppo terrorista delle Filippine, Abu Sayyaf, recentemente è entrato nello Stato Islamico. Anche jihadisti dell'Africa Occidentale di Boko Haram, che secondo il Newsweek controllano un "territorio delle dimensioni dell'Irlanda", hanno tentato di imitare lo Stato Islamico proclamando il loro "Califfato" africano.
Per cosa si fanno concorrenza i gruppi terroristici sul mercato globale del terrore? Oltre ai contributi finanziari dei ricchi sponsor del dispotismo della penisola arabica, si tratta soprattutto della merce che il tardo capitalismo espelle in quanto superflua: gli esseri umani. Molti degli attacchi e delle azioni spettacolari dello Stato Islamico - come ad esempio la recente occupazione della diga del Mosul - sono rivolti proprio ad un aspetto propagandistico, con il quale si propongono di accelerare il reclutamento di nuovo materiale umano. Con successo, come dimostra uno studio negli Stati Uniti. Così, in particolare i talebani afghani, che si trovano sotto un enorme pressione militare, stanno soffrendo di un'amara fuoruscita di combattenti stranieri che ora vanno in direzione della Siria e dell'Iraq per unirsi ai jihadisti locali:

"Combattenti uzbecki, dalla Cina e dalla Cecenia hanno poche possibilità di poter tornare ai loro paesi di origine, ma sanno di essere benvenuti in Siria ed in Iraq, dove Jabhat al-Nusra e lo Stato Islamico lottano contro il presidente siriano Assad, l'uno contro l'altro, e nel caso dello Stato Islamico, contro i curdi, gli iracheni e perfino contro l'Iran".

E' l'ammissione del fallimento totale della brutale "guerra contro il terrore" da parte dell'Occidente, che ha finito per essere realizzata utilizzando metodi terroristici. Dopo circa 13 anni, si è costituito uno strato globale composto da decine di migliaia di guerrieri religiosi senza patria, la cui patria è la "Guerra Santa". In contrasto con la rete globale di Al Qaeda, questa nuova generazione di jihadisti sta tentando di conquistare e di mantenere territori nelle aree al collasso del mercato mondiale, per realizzare i loro deliri di un Califfato globale.
Lo Stato Islamico, nuotando nel denaro, può fare ricorso ad una moltitudine di giovani economicamente "superflui" che nella periferia del sistema capitalista mondiale - e, sempre più, nei centri - conducono una vita marginale e miserabile. Una paga di poche centinaia di dollari al mese e la speranza di un paradiso nell'Aldilà, in molti casi sono sufficienti a motivare queste persone senza prospettive che vegetano nell'inferno degli Stati e delle società fallite, per unirsi alle file dello Stato Islamico.
Ma cosa ha portato migliaia di musulmani d'Occidente ad unirsi alle reti terroristiche jihadiste? Uno studio dell'Istituto di Difesa della Costituzione, ha analizzato i curriculum di circa 400 islamisti che dalla Germania si sono mossi verso la "Guerra Santa", ed è arrivato alla conclusione che i musulmani che si sono uniti ai jihadisti erano in gran parte emarginati. Solo il 12% di questi guerrieri religiosi avevano un'occupazione regolare, di cui la stragrande maggioranza nel settore dei bassi salari. Solo il 6% aveva portato a termine un corso professionale, e solo il 2% aveva un titolo di studio. Circa un terzo di questi islamisti aveva già avuto problemi con la legge, soprattutto in collegamento con la piccola criminalità tipica del ghetto. Quelli che hanno lasciato il paese erano in maggioranza membri degli strati più bassi, i quali conducevano una vita in condizioni precarie ai margini della legalità nei ghetti informali riservati agli stranieri in Germania - dove cadono nelle grinfie dei salafisti. E' significativo che solo nel 23% dei casi i padri di questi guerrieri religiosi erano praticanti di un Islam fondamentalista. Un buon esempio di una carriera dalla piccola criminalità del ghetto a guerriero religioso, è quello del rapper Denis Cuspert, che però arriverà al ristretto circolo dei vertici dello Stato Islamico.
Perciò, non sono in alcun modo i musulmani aggrappati alla tradizione, quelli che si uniscono alla guerra terrorista, come ha detto anche Tarfa Baghajati, presidente dell'Iniziativa degli Austriaci Musulmani, in un'intervista a Radio Free Europe. C'è una serie di fattori ai quali si deve il successo del reclutamento dello Stato Islamico in Europa, afferma Baghajati:

"C'è da notare, in primo luogo, che i giovani che si uniscono a questi gruppi non avevano in precedenza forti legami con l'Islam, né con altri musulmani. Non avevano mai visitato una moschea, ed alcuni di loro non sapevano nemmeno pregare. E' per questo che la loro esperienza religiosa ha una carica emotiva molto forte... Il secondo fattore è che tali giovani non si vedono come parte della società occidentale. Non sono stati in grado di coinvolgersi positivamente in questa società. Oltre a questo c'è anche la discriminazione e indirettamente la persecuzione contro l'Islam e contro i musulmano, soggiacente al concetto di islamofobia".

I musulmani reclutati dallo Stato Islamico nei paesi occidentali non vedono sé stessi come parte di queste società, in quanto non lo sono, perché sono esclusi dalla società capitalista del lavoro in crisi attraverso l'emarginazione economica ed il crescente razzismo. In tutta Europa, l'aumento del razzismo e dell'estrema destra, causato dalla crisi e che si manifesta con i successi elettorali dell'AfD tedesco, dell'UKIP inglese o del Fronte Nazionale francese, si propone infatti, in ultima analisi, l'esclusione economica di quei gruppi che non sono considerati parte della "comunità nazionale" ("posti di lavoro prima a chi è tedesco"). L'estrema destra che promuove l'esclusione di determinati gruppi di popolazione, rappresenta pertanto un'arma ideologica nella lotta della concorrenza in crescita a causa della crisi. Non sorprende, perciò, che a livello europeo lo Stato Islamico riesca a reclutare il suo maggior contingente di combattenti in Francia, il paese tormentato dalla crisi, il paese delle banlieues e del Fronte Nazionale.
Il volgersi verso l'estremismo islamico fra i musulmani europei rappresenta quindi uno sviluppo parallelo all'aumento dell'estrema destra in Europa provocato dalla crisi. Il Jihadismo militante e terrorista è, in ultima analisi, una modificazione dissimulata religiosamente dell'estrema destra, una sorta di fascismo clericale postmoderno e globalizzato. Mentre in Occidente l'identità nazionale serve da terreno fertile per la crescita delle ideologie fasciste e di estrema destra, nell'ambito culturale arabo è la religione che funziona essa stessa come terreno che produce fantasie di annichilimento. La categoria della razza, che aveva incendiato la furia distruttiva fascista in Europa, nel jihadismo clerico-fascista è stata sostituita dalla categoria degli "infedeli".
Sia l'islamismo che l'estrema destra europea rappresentano, inoltre, un estremismo di "centro", che porta all'estremo di una visione del mondo chiusa alle idee ed alle opinioni ideologiche dominanti nella società. Nel caso dell'Islam è la religione ad occupare una posizione egemonica al "centro" delle società arabe; nel caso dell'estrema destra, quel che viene portato all'estremo è l'identità nazionale, da tempo tramutata nell'idea di localizzazione dell'investimento economico. Entrambe le ideologie possono anche essere descritte come postmoderne, in quanto rappresentano un via di fuga ideale dalla crisi e dal fallimento della modernità capitalista.
L'estremismo di centro islamista in ultima analisi può anche esser visto come una variazione del fascismo clericale. Il fascismo - che sia il nazionalsocialismo tedesco, o il fascismo cattolico di Franco in Spagna, o la dittatura fascista di Pinochet in Cile - rappresenta una forma di crisi apertamente terrorista del dominio capitalista. Le tendenze di estrema destra e fasciste traggono sempre impulso quando la società capitalista borghese-liberale entra in una crisi economica o politica che minaccia il proseguimento di tutto il sistema, o anche se sembra solo minacciarlo (la crisi economica mondiale nel 1929, la vittoria del Fronte Popolare nel 1936 in Spagna o la vittoria elettorale di Allende nel Cile del 1970).
Sia nelle grandi città europee che nelle regioni al collasso della Mesopotamia - il processo di costituzione dell'estrema destra, sia razzista che clericale, si sviluppa lungo traiettorie molto simili. Come reazione allo shock della crisi, alla dissoluzione dell'ordine sociale esistente, nelle società interessate ha inizio assai spesso una produzione rafforzata dell'identità. Se tutto si dissolve ed entra in uno stato di disordine, gli individui predisposti all'autorità cercano un sostegno - e riescono a trovarlo soltanto nell'identità, nella quale si riconoscono: tedesca, francese, sunnita, sciita. La paura del futuro e le rotture incomprese portano alla nostalgia per precedenti situazioni sociali immaginate in maniera idilliaca; ossia lo Stato-nazione razzialmente puro o il Califfato medievale.
La grande auto-illusione di questa devozione alla politica dell'identità, chiaramente, consiste nel fatto che tali identità sono già costituite soltanto per mezzo dell'interazione con la società capitalista in crisi e, pertanto, sono solo espressioni identitarie del processo di crisi del tardo capitalismo. Quello che viene comunemente inteso per "identità tedesca", nella Germania contemporanea, ha assai poco a che vedere con la Germania dell'inizio dell'Impero, ed ancor meno con quella dell'Assemblea di Paulskirche [1848/1849, N.T.]. Lo stesso vale per l'Islam, che assai spesso era molto più tollerante, soprattutto all'inizio del Medioevo, cui vorrebbero riferirsi gli attuali combattenti religiosi ed i costruttori postmoderni del Califfato. Basta ricordare qui, a titolo di esempio, che gli ebrei di Spagna, soprattutto durante la fase iniziale del dominio dei Mori (dal 711 fino alla caduta del Califfato di Cordoba nel 1301), godevano di ampia libertà religiosa e certezza giuridica; vennero espulsi soltanto dai re cattolici dopo la riconquista definitiva del 1492.


L'attuale svolta, indotta dalla crisi, verso l'identità nazionale o religiosa, che viene vista in maniera allucinata come un continuum storico ed immutabile, viene quasi sempre associata con la personalità strutturata in maniera autoritaria degli individui interessati. L'islamista postmoderno si sottomette all'interpretazione rigida del Corano in maniera altrettanto cieca del modo in cui i partiti di destra postmoderni applicano le sacre leggi del mercato e del culto del capitale (sotto forma di una nazione ridotta alla localizzazione dell'investimento economico). In entrambi i casi, la sottomissione porta ad odiare tutti quelli che appaiono non applicare ciò allo stesso modo (infedeli, "parassiti sociali", disoccupati, ecc.).
La linea, di sottomissione e di odio, che caratterizza tanto il fascismo europeo quanto quello islamico, fa conseguire che tale sottomissione viene acquisita per mezzo della rinuncia all'istinto. I portatori di queste ideologie soffrono segretamente, sotto le direttive ed i comandamenti aberranti dettati dalla servitù al feticcio, nel Corano e nel capitale, di una situazione in cui la personalità strutturata in maniera autoritaria esclude la ribellione contro le fonti della sofferenza. E' per questo che la rabbia repressa viene diretta contro nemici esterni immaginari. Ad entrambe le ideologie, è inerente anche un'illusione di purezza tipica della fissazione anale, che nel caso dell'estrema destra diventa la difesa, contro i "parassiti", della purezza del popolo, della nazione, o della localizzazione dell'investimento economico, mentre nell'islamismo viene distorta attraverso la mania della preservazione del culto religioso.
Le modalità autoritarie che danno impulso all'estrema destra, sia araba che europea, vengono acquisite da subito nella prima infanzia nella famiglia patriarcale o della classe media, descritta dallo psicoanalista Wilhelm Reich, nel suo saggio "Psicologia di massa del fascismo" (1933) come la "cellula embrionale dello Stato autoritario". Lo Stato e la Chiesa continuano la strutturazione autoritaria dell'individuo iniziata nella famiglia patriarcale-autoritaria. Qui è centrale, come dice Reich, la repressione sessuale:

"La strutturazione autoritaria dell'essere umano... avviene centralmente per mezzo dell'ancoraggio all'inibizione sessuale ed alla paura a fronte del materiale vivo delle pulsioni sessuali. Vale a dire... la sessualità viene esclusa dalle traiettorie naturalmente date della soddisfazione per mezzo del processo di repressione sessuale, spingendo in tal modo a percorrere vie di soddisfazione sostitutive di vario tipo. Ad esempio, l'aggressione naturale fino al sadismo brutale".

Queste osservazioni, fatte in riferimento al nazionalsocialismo tedesco, si applicano anche, ovviamente, alla realtà della vita di molte persone nei paesi arabi in crisi. Non è soltanto nel trattamento brutale delle donne "rapite" dai combattenti dello Stato Islamico che si esprime il "sadismo brutale" costituito dalla repressione sessuale, ma anche i brutali attacchi contro le donne nel corso del sollevamento in Egitto sono stati alimentati dalla medesima frustrazione sessuale.
In parte, l'aumento negli ultimi decenni della pressione all'uso del velo in molte società islamiche può essere attribuito all'interazione fra la dinamica di crisi economica e l'islamizzazione relazionata alla crisi. L'Islam proibisce rigorosamente il sesso prima del matrimonio, ma simultaneamente la crisi della società del lavoro capitalista produce nel mondo arabo un esercito di giovani economicamente superflui, che semplicemente non possono pagarsi il fondare una famiglia. La repressione sessuale ideologicamente imposta dall'islamismo, pertanto, davanti all'aggravarsi della crisi sfocia nell'odio esuberante verso le donne, la cui visione l'islamista riesce a sopportare soltanto sotto il velo che copre interamente il volto, senza essere dominato dalla sua pulsione sessuale degenerata fino al mero sadismo.
La messa al bando delle donne dallo spazio pubblico attuato dall'islamismo, tuttavia, riceve impulso soprattutto da un altro fattore, che è l'effetto del fallimento della modernizzazione capitalista di questa regione periferica  del mercato mondiale. L'imposizione storica del capitalismo è stata accompagnata dalla "dissociazione" di tutte quelle sfere della riproduzione sociale che non potevano venire assorbite nel processo di valorizzazione del capitale, come la cura della casa e le attività domestiche, che sono state perciò attribuite alla sfera del "femminile". Il lavoro domestico e familiare è a tutt'oggi considerato senza valore, dal momento che non crea valore, non è direttamente parte del processo di valorizzazione del capitale. La sfera del lavoro creatore di valore, al contrario, è stata determinata fino a quasi tutto il 19° secolo come esclusivamente maschile; l'uomo "duro" e che agisce razionalmente deve affermarsi come capofamiglia sul mercato, mentre alla donna veniva attribuita la sfera del privato, del sensuale-irrazionale e del curare. Questa scissione tra sfera pubblica maschile del lavoro creatore di valore (così come della politica, dell'arte e della scienza) e la sfera privata femminile del lavoro "senza valore" ha costituito la base della discriminazione delle donne nei paesi capitalisti, che soltanto nella prima metà del 20° secolo si è riusciti a superare, almeno formalmente (suffragio femminile).

Nella famiglia patriarcale medievale - che in più del 90% dei casi era di fatto una famiglia di contadini - esisteva anche una divisione del lavoro fra marito e moglie, ma le loro attività erano ugualmente volte alla soddisfazione diretta delle necessità, e non all'accumulazione di capitale. Le categorie del valore e del lavoro astratto, puramente e semplicemente non esistevano, ragion per cui anche le attività femminili non dovevano essere sminuite. La demonizzazione della donna, del femminile sensuale, venne conosciuta in Europa solo all'inizio dell'era moderna, sulla scia del collasso dell'ordine sociale feudale medievale e della nascita dei primi inizi dell'economia capitalista; fu solo questa a portare con sé la dissociazione, mostruosa ed incompresa per le persone di quel tempo, della sfera del privato femminile relativamente al regime emergente della valorizzazione del capitale. La demonizzazione delle donne si espresse nella caccia alle streghe, che dominò con mano di ferro l'Europa e l'America del Nord dei secoli dal 16° al 18°, e di cui furono vittime decine di migliaia di donne e ragazze. Centrale, in quasi tutti i processi che in maggioranza si svolgevano in tribunali secolari, era l'accusa per cui le presunte streghe avevano praticato relazioni sessuali con il diavolo, o con demoni, al fine di ottenere i loro "poteri soprannaturali". Ed era proprio l'allucinata applicazione di queste demoniache forze femminili a venire incolpata del caos in cui si trovavano le società proto-moderne in via di trasformazione sistemica.
Oggi, non ci sono accuse che possano mettere in maggior pericolo di vita una donna in Afghanistan, in Libia, o in Arabia Saudita, di quanto possa fare un'accusa di relazioni sessuali extra-coniugali. La trasformazione sistemica verso il capitalismo e verso il mercato mondiale, attuata in Europa nel corso di secoli sanguinosi, ha colpito la periferia con l'intensità di un disastro naturale, completandosi in molto meno tempo (alcuni decenni), con la concomitante dissociazione delle sfere della vita connotate con il femminile e senza accesso alla valorizzazione del capitale - ed ha avuto, di conseguenza, una pressione ideologica per la sua legittimazione molto più elevata, pressione di fronte alla quale le strutture patriarcali tradizionali dovevano essere rese conformi alle "nuove" forme capitaliste di socializzazione.
La grande differenza storica fra l'Europa e l'Arabia consiste nel fatto che la modernizzazione capitalista fra l'Hindi Kush e le Montagne dell'Atlante ha fallito. In questi paesi colpiti dalla crisi, che spesso sono già stati colpiti dallo sgretolamento dello Stato, non va ormai più a stabilirsi nessuna società capitalista del lavoro funzionale, capace di promuovere la secolarizzazione di queste società. Il fallimento della modernizzazione e la dinamica di crisi che si diffondono porta anche ad un indurimento dell'ideologia di crisi islamista e ad un autentico tabù del femminile: come se l'occultamento totale e la totale messa al bando della donna dalla vita pubblica permettessero agli uomini, nonostante la crisi globale del capitale, di continuare ad operare come soggetti autocratici del mercato.
Nel barbaro presente dell'ideologia e delle pratiche islamiste, l'Occidente liberale capitalista trova, pertanto, echi del suo passato sanguinoso. Per di più: il nucleo barbaro della socializzazione capitalista viene a galla nell'islamismo estremista così come nell'estrema destra. Riflessa negli orrori dello Stato Islamico, la comunità occidentale del valore si vede allo specchio. Non ci potrebbe essere niente di più sbagliato che credere piamente nello "scontro di civiltà" proclamato dagli estremisti di entrambi i lati. La cultura occidentale non è il polo positivo opposto alla follia jihadista. Nell'attuale crisi sistemica, i centri occidentali liberali del sistema capitalista distillano sia l'estrema destra che l'islamismo.
Ovviamente, come si è detto all'inizio, sul piano geopolitico l'appoggio politico, finanziario e militare al jihadismo fin dagli anni 80 del secolo scorso - quando i fondamentalisti islamici entrarono in Guerra Santa contro il comunismo ateo in Afghanistan, con l'appoggio dell'Occidente - fa parte della geopolitica dell'Occidente. Un certo Osama Bin Laden ha potuto fare la sua prima esperienza militare in Afghanistan sotto la tutela della CIA. L'Arabia Saudita, il regime fondamentalista più brutale del mondo, è un alleato stretto dell'Occidente, armato al livello più alto per mezzo di rifornimenti di armi per migliaia di milioni di dollari.

Ma è soprattutto la crisi economica che promana dai centri e devasta la periferia che crea in primo luogo orde di giovani economicamente superflui che in mancanza di prospettive, sono pronti ad unirsi al culto di morte dei jihadisti. La difficile sopravvivenza nell'inferno delle economie al collasso dell'Iraq, della Siria o dell'Afghanistan è talmente insopportabile da renderli disposti a scambiarla con la prospettiva illusoria di un paradiso nell'altro mondo.
Alla fine, i riflessi ideologici ed identitari di questo processo di crisi sono molto simili sia in Occidente che in Oriente. C'è un ritorno autoritario all'identità religiosa o nazionale, che spinge fino ad un estremo ideologico le idee nazionali o religiose esistenti e porta ad una mobilitazione militante contro i nemici esterni o i dissidenti interni. L'islamismo è quindi - proprio come l'estrema destra - un prodotto della crisi mondiale del capitale.

- Tomasz Konicz - Pubblicato il 1°/10/2014 su Exit Onlinehttp://www.exit-online.org

fonte: EXIT!

lunedì 23 novembre 2015

Il ‘68… in ritardo!

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"La creazione del sindacato indipendente attenne alla reazione della manodopera rispetto al salario a cottimo, introdotto da Stalin ed inizialmente applicato al 29% degli operai - e che dopo il 1932 arriva a coprire il 68% della forza lavoro e, nel 1949, oltre il 90%. L'introduzione del taylorismo svolgeva due funzioni: impedire lo sviluppo della solidarietà fra gli operai e far sì che venissero 'schiacciati' dalle 'norme di produzione' fissate dai cronometristi. Se l'operaio soddisfaceva lo standard, tale standard poteva essere aumentato ed il salario, paradossalmente, diminuito, di modo che, così, l'operaio doveva lavorare di più per poter guadagnare di più. Tutto questo avrebbe portato all'esplosione operaia di Novorcherkask, nel 1962."

"Vladimir Alexandrovitch Klebanov, tecnico nelle miniere, altamente qualificato, ebbe l'idea di formare un sindacato indipendente. Quest'idea era il punto d'arrivo di una traiettoria di lotte contro la burocrazia dominante. Fu così che, il 12 settembre del 1968, venne arrestato ed accusato di violazione dell'articolo 187 del Codice Penale, che puniva le 'calunnie anti-sovietiche'. In realtà, a partire dal 1968, Klebanov aveva denunciato gravi violazioni del Codice del Lavoro, soprattutto riguardo la violazione del decreto del 1956, che stabiliva la giornata lavorativa di sei ore e la settimana lavorativa di sei giorni. Aveva inoltre rivendicato salari decenti per i lavoratori, insieme alla fine dell'occultamento degli incidenti di lavoro nei bollettini ufficiali e ad un indennizzo adeguato per i minatori vittime di incidenti per colpa della direzione, oltre alla richiesta di perseguire e punire gli amministratori che occupavano posizioni di comando nelle industrie e negli apparati statali, avvalendosi di tale funzioni per sottrarre materiale prezioso. Infine, lottava per mettere fine alla corruzione ed all'arbitrio nella distribuzione di appartamenti agli operai.
Come risultato, finì per trovarsi senza lavoro e diede inizio ad uno sciopero della fame, rifiutandosi di essere considerato 'pazzo'. Venne internato in un ospedale speciale, dove visse una situazione kafkiana: quando chiedeva un lavoro, lo consideravano pazzo; quando richiedeva il pagamento di un reddito di assistenza a causa della sua malattia, gli rispondevano che era in buona salute e gliene veniva negato il pagamento. In seguito, veniva trasportato a forza all'Ospedale Psichiatrico n°7 e, successivamente, trasferito all'Ospedale Psichiatrico n°1, dove i medici gli diagnosticavano lo sviluppo di una personalità paranoica che a loro avviso lo portava a trasformarsi in un combattente per la giustizia".

- da Maurício Tragtenberg - da "Reflexões sobre o Socialismo" -

domenica 22 novembre 2015

A penny for the guy

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   E' la notte fra il 4 ed il 5 novembre del 1605 e Guy Fawkes - o, Guido Fawkes, come preferisce essere chiamato - aspetta in una baracca di legno che si trova appena sotto la Camera dei Lord, a Westminster. Di lui, si dice che sia alto, magro, che abbia una presenza che si impone. Di certo porta i tipici baffi appuntiti, comuni in quell'epoca, ed una sorta di pizzetto mal rasato. Ha capelli neri che a volte virano ad una tonalità rossastra. Indossa un mantello, un cappello, in mano ha una lanterna.
A riguardarla, nella scena c'è qualcosa che spinge a pensare al film "Prendi i soldi e scappa", alla sequenza in cui la fuga dalla prigione viene annullata all'ultimo istante, senza che nessuno si prenda la briga di avvisare Woody Allen di quello che sta succedendo. E sì, c'è qualcosa di Woody Allen in Fawkes, qualcosa di impossibile e solitario, mischiato con un bel po' di follia. Una follia colma dell'odio contro gli Stuart: questi scozzesi chiamati a succedere ai Tudor, all'ultimo momento, e che hanno finito anche loro con il tradire i cattolici.
Ad ogni modo, fatto sta che la notte passa e Fawkes continua a rimanere solo nella baracca. Solo insieme alla legna, ai fiammiferi e ad un orologio che gli serve a contare il passare del tempo fino al momento in cui dovrà accendere la miccia; un calcolo da cui non può prescindere se intende riuscire a fuggire, attraversando a nuoto il Tamigi, per poi tornare in Europa ad annunciare la buona nuova.
Ma dove diamine sono andati a finire i suoi quattro compagni?
Ad esser generosi, si dovrebbe pensare che stanno svolgendo il compito di andare a cercare alleati nelle Midlands, di modo che all'esplosione del Parlamento possa conseguire una rivolta in tutto il paese.
Ma, a pensare male, potremmo dire che si sono limitati a darsela a gambe, non appena si sono resi conto che il complotto è stato scoperto, che Giacomo I sa tutto, e sa tutto anche la guardia reale che ha già dato ordine di perquisire tutte le costruzioni vicine al Parlamento - Westminster, al principio del 17° secolo non è altro che un labirinto di botteghe e di casupole, e lo rimarrà fino al grande incendio del 1834. Se devono arrestare qualcuno, che arrestino quel pazzo di Fawkes, anche se a rigore Fawkes non è niente di più che un anello della catena, e nemmeno l'anello più importante; molto al di sotto di cospiratori abituali quali Catesby, Percy y Wintour.
La differenza rispetto alla storia raccontata nel film di Woody Allen, sta nel fatto che Fawkes è consapevole del fatto che andare avanti col piano concordato è oltremodo temerario. E' a conoscenza della lettera ricevuta da Lord Monteagle, il 26 ottobre, che lo metteva in guardia consigliandogli di non andare il 5 novembre all'apertura del Parlamento, un'apertura già rimandata due volte a causa della devastazioni causate a Londra dalla peste. "Le Camere quel giorno subiranno un grosso colpo", c'era scritto sulla lettera, ed il cattolico Monteagle non aveva avuto altra scelta se non quella di informare le autorità, sebbene la parola inglese "blow" potesse avere sia un significato letterario - quello di "esplosione" - che un significato metaforico.
Sia come sia, Fawkes non era certo venuto fin dall'Olanda, dove aveva combattuto per quasi dieci anni con le truppe di Filippo III contro gli indipendentisti protestanti, per tornarsene ora a casa. Se la polvere stava lì - 36 barili, nascosti sotto la legna umida - questo era in gran parte merito suo, e lui non era un uomo che aveva paura delle responsabilità. Contro ogni logica, continuava ad aspettare che arrivasse il mattino del 5 novembre per portare a termine la sua mattanza: l'esplosione che la facesse finita con Giacomo, con tutta la sua corte e con tutta la Chiesa anglicana. La sua attesa si accorciò improvvisamente quando un gruppo di poliziotti irruppe nella baracca.
Ma nella baracca c'è solo della legna! E Fawkes sostiene di essere soltanto un semplice servitore che che si sta prendendo cura della legna. Dapprima, sembrano quasi crederci. Poi, qualcuno comincia a farsi quattro conti: sì, ma cosa diavolo ci fa un servitore vestito in questo modo a quest'ora del mattino? Lo immobilizzano e danno un'occhiata ai tronchi ammucchiati, li muovono, trovano i barili di polvere. Perquisiscono Fawkes e gli trovano addosso una miccia e i fiammiferi. Di nuovo la domanda. Anzi due: chi sei e cosa ci fai qui a quest'ora?  Alla prima Fawkes risponde con una bugia: "Mi chiamo John Johnson". Ma rimedia subito con la verità della seconda risposta: "Sono qui per rimandare tutti voi, bastardi scozzesi, al vostro paese".

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   John Johnson. Nonostante la stupidità di quel nome, la bugia funziona almeno per qualche ora, per un giorno addirittura. Ad esempio, l'ordine del re Giacomo di utilizzare la tortura - "prima con dolcezza, poi incrementando la sofferenza secondo la necessità" - viene firmato contro Johnson, e non contro Fawkes. E se tutti sapevano fino a che punto potesse essere crudele un Tudor, erano soltanto gli scozzesi ad essere a conoscenza di fin dove potesse arrivare uno Stuart. Ora se ne stava facendo un'idea anche Fawkes. Per due giorni lo tengono legato alla gogna, e la tortura raggiunge limiti disumani.
Ma Fawkes resiste. Vuole dare ai suoi compagni il tempo di fuggire. Vuole nascondere il suo vero nome per proteggere la propria famiglia e non gli importa di morire prima di confessare. E' il martirio, il sogno di ogni fondamentalista, quello che si avvicina; una cammino di santità. Vedendo come si stanno mettendo le cose, e considerando che il prigioniero non dice una parola, decidono di perquisirlo di nuovo, meglio stavolta. Nella camicia gli trovano una lettera indirizzata a Guido Fawkes. Chi è Guido Fawkes? gli domandano.
No, non è nessuno Guido Fawkes. Una volta. E non è nessuno anche la seconda volta. Poi, alla fine, si arrende al dolore e alla sofferenza ed ammette di essere lui Guido. Una variante italiana, apostolica e romana del "Guy" inglese, un nome, questo, poco comune, tranne nella zona di York dov'è nato in seno ad una famiglia di classe medio-alta. E vengono fuori tutti i dettagli di una vita: la sua conversione al cattolicesimo avvenuta quando la madre si era risposata, gli anni nelle Fiandre, prima al servizio di Filippo II, poi di Filippo III...il gruppo di cospiratori di cui faceva parte che era stato ricevuto dalla corte spagnola. Belle parole e bei gesti ma nessun accordo per rovesciare re Giacomo e ripristinare il cattolicesimo. Il ricordo del fallimento dell'Invincibile Armada ed i problemi al centro dell'impero. La certezza che avrebbero dovuto farlo loro: i cinque estremisti che si erano riuniti nel 1604 in una taverna alle porte di Londra, poi arrivati ad essere tredici, e a progettare l'affitto della baracca e l'acquisto ed il trasporto della polvere da sparo.
Una polvere che, nel migliore dei casi, avrebbe potuto far saltare in aria il Parlamento ma che, dopo essere stata conservata per mesi in quelle condizioni, probabilmente non sarebbe esplosa. Quando raccontano a Giacomo della resistenza dell'uomo prima conosciuto come John Johnson, il re non può non riconoscerne il valore, ma questo non impedisce il giudizio e la condanna a morte. Quando gli danno da firmare la confessione, la sola cosa che Fawkes è in grado di fare con la penna, è uno scarabocchio in cui sembra di poter leggere "Guido". seguito da una linea che si perde nel foglio.

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Si arriva così al 31 gennaio del 1606. La peste continua ad ammazzare i londinesi, ma questo non impedisce che migliaia di essi si riuniscano davanti al Parlamento per assistere allo spettacolo cui si dà corso nel caso di un delitto di alto tradimento: si lega il colpevole ad un ponteggio e lo si lascia lì appeso, senza impiccarlo. Mentre è ancora vivo, gli vengono tagliati i genitali e gli vengono messi davanti agli occhi mentre viene lentamente svuotato delle proprie viscere e del cuore, per poi finire con la decapitazione. Dopo di che, dei cavalli trascinano i suoi resti per tutta la città, come oltraggio ed esempio.
Catesby e Percy, i due leader del movimento hanno evitato il martirio facendosi ammazzare mentre la polizia cercava di arrestarli. Le loro teste pendono insieme alla Camera dei Lord. Londra è in festa. Il rito della tortura è sempre più difficile da svolgersi, dal momento che i giustiziati, nonostante il loro stato di debolezza, cercano ad ogni costo il modo di buttarsi giù dall'impalcatura e morire il prima possibile. Ci prova anche Fawkes, ma riesce solo a rompersi una clavicola, così lo risollevano ancora una volta in alto. Questa volta ha più fortuna, probabilmente con l'aiuto del carnefice riesce a salire il più in alto possibile e a saltare di modo che la corda gli spezzi il collo e lo uccida all'istante. Lui non c'è più, ma lo squartamento prosegue e le sue viscere saranno mandate a quattro angoli del paese per ricordare a tutti cosa succede quando si cerca di attentare ad uno Stuart.
E' lo stesso re Giacomo che invita il Parlamento a proclamare il 5 novembre come giorno festivo, il giorno in cui un miracolo divino fece sì che la monarchia anglicana sopravvivesse alle insidie papiste. La celebrazione sarebbe consistita nel bruciare legna per accendere dei fuochi come quello che non c'era stato a Westminster. Enormi falò in cui gettare tutto il male affinchè non torni mai più: per prima cosa, pupazzi vestiti da papa, e poi bambole fatte di cotone e tela che rappresentavano Guy Fawkes.
Sarà "la notte dei falò" o "la notte della polvere" o perfino "la notte di Guy Fawkes", e lo sarò per molti anni, compresi quelli in cui Oliver Cromwell realizza il sogno dell'attentare e, anche se non la fa finita con il protestantesimo, quanto meno caccia via gli Stuart dal trono per un po'. La festività ha una sua ritualità mediterranea e con gli anni finisce per essere un sorta di miscuglio fra celebrazioni diverse come quelle dell'Ascensione o di San Giovanni, e dove le bambole che vengono bruciate sono sempre più sofisticate. Così, col fatto di vestire la bambola di Guy in maniera sempre più bizzarra, le classi basse londinesi hanno cominciato a chiamare "Guy" chiunque esca dalla norma; mentre negli Stati Uniti, a partire dal 19° secolo, il termine "guy" è diventato semplicemente un modo di definire chiunque, senza connotazioni negative.
Se l'intento era quello di guadagnarsi il favore del papa, allora Fawkes ha fallito; ma se era semplicemente quello di passare alla storia, il successo è fuori discussione.

fawkes moore

   Di 5 novembre in 5 novembre, arriviamo al 1981, e ad Alan Moore. Moore sta lavorando alla sceneggiatura di un fumetto, ad una "graphic novel". E' in contatto con il disegnatore, David Lloyd, per trovare il modo migliore e più appropriato per trasformare in immagini le idee. Le idee di Moore sono pericolose, il protagonista della sua storia, V, è un terrorista. Insieme a Lloyd cercano di trovare un immagine che possa dare forma a questo "eroe". Un normale uomo della strada? Un redentore, un Gesù Cristo? Chi diavolo è?
E Lloyd, una sera d'estate, ha un'idea: "A proposito della sceneggiatura... La stavo rileggendo, e mi è venuta un'idea sul protagonista... Perché non disegnarlo come una sorta di resurrezione di Guy Fawkes, con una di quelle maschere di cartapesta, con mantello e cappello? Avrebbe un look decisamente strano e proporrebbe un immagine che dopo tutti questi anni Guy Fawkes si meriterebbe: non dovremmo mandarlo al rogo ogni 5 di novembre, ma piuttosto andrebbe celebrato il suo tentativo di far saltare in aria il Parlamento!"
Ma, a prescindere dalla potenza simbolica ed estetica del personaggio, appare difficile comprendere la simpatia per il personaggio storico. Probabilmente, dopo quattro secoli, né Moore né Lloyd, né tantomeno la maggioranza degli inglesi, hanno un'idea molto chiara di chi sia stato Fawkes, e perché abbia cercato fare esplodere il Parlamento.
In ogni caso, il fatto che l'eroe della sua storia possa essere qualcuno che si richiama a Guy Fawkes, l'uomo più vilipeso dell'iconografia britannica, entusiasma da subito Moore. A cominciare da quel momento, la storia di V verrà adattata di modo da sfociare in un finale che somigli al finale che aveva in mente Fawkes. Da parte sua, Lloyd va a cercare, in giro per Londra, una di quelle maschere con cui i bambini degli anni '50 andavano in giro a bussare alle porte chiedendo qualche spicciolo ed esibendo un cartello con su scritto: "A penny for the guy".
Ma, in sintonia con l'estetica del perdente che circonda il personaggio, di maschere di Guy Fawkes non se ne trovano. Non ne vendono più! Appartengono al passato, adesso è Halloween che piace ai bambini, e le maschere sono quelle del fantasmino Casper, o di Franenstein.
Invece Lloyd ha ben fisso in mente quel suo ricordo di bambino, a proposito di quelle maschere, ricorda i baffi a punta e il pizzetto, ed una strana smorfia sulla bocca in cui lui ha sempre voluto vedere un sorriso. Comincia a disegnarla su un foglio, quella maschera, poi aggiunge il mantello ed una parrucca di capelli neri che arrivano fin sulle spalle. Quando Moore vede il suo personaggio, rimane affascinato. Soprattutto, rimane incantato dal sorriso. C'è un enorme potere in quel sorriso sardonico, come un arrogarsi sempre l'ultima parola.
Sarà un successo, da subito. La storia è allo stesso tempo potente e brutale - si avvicinano gli anni '90, anni in cui brutalità ed individualismo tengono banco nella struttura del pensiero nelle società occidentali. Ma nessuno torna a vendere quelle maschere; Halloween funziona abbastanza bene, e non c'è motivo di cambiare le cose. Fino al 2006, quando il film dei fratelli Wachowski trionferà ai botteghini. Anche la sua influenza sarà... potente e brutale, e così la Time Warner decide di commercializzare quelle maschere, ora sì, anche se sono pochi quelli vi sanno riconoscere il vecchio, pazzo Guy Fawkes.
I primi ad usarle, queste maschere, saranno quelli del gruppo Anonymous, nella loro azione contro il quartier generale di Scientology, nel 2007. Poi, dal 2010, la maschera sarà dappertutto, da Madrid a Wall Street. Sarà anche una presenza minacciosa durante la cosiddetta "primavera araba", al punto che Bahrein ed Arabia Saudita decideranno di vietarne l'uso in qualsiasi caso.
Insomma, è la sintesi della postmodernità: la rivoluzione per mezzo di un ultra-religioso, un ultra-cattolico divenuto icona della rivoluzione globale e sponsorizzato da una grande multinazionale!
"Remember, remember, the 5 november", ma poi ciascuno finisce per ricordare quel che vuole, quel che più gli conviene.

fawkes mask

fonte: Jot Down

sabato 21 novembre 2015

Economia politica dell'antisemitismo

proudhonnadar

Economia politica dell'antisemitismo
- Il piccolimborghesimento della postmodernità ed il ritorno dell'utopia del denaro di Silvio Gesell -
di Robert Kurz

Fin dall'inizio, la relazione fra lavoro e capitale è stata uno dei temi centrali della discussione sull'economia politica. Il concetto di lavoro astratto - così come quello della nuda merce, svincolata da qualsiasi relazione non di mercato - è un prodotto del processo capitalista di modernizzazione. Ma alla superficie di questa relazione feticista moderna, lavoro e merce appaiono come usurpatori del denaro (capitalista), sebbene siano solamente uno stadio transitorio dello stesso denaro in quanto capitale. Da questo offuscamento superficiale deriva l'impulso a volere, in qualche modo, "liberare" il lavoro e la merce (fenomeni capitalisti) dal denaro (il mezzo capitalista che è un fine in sé stesso).
Quando, nel 18° e nel 19° secolo, il denaro si è gradualmente trasformato in capitale "produttivo", ossia, nella moderna razionalità imprenditoriale, le utopie del lavoro e della merce sono subito insorte contro la situazione del denaro capitalizzato. E' stato questo il caso degli interpreti dell'economista classico David Ricardo, un utopista del lavoro: le merci, in quanto prodotti del lavoro, dovrebbero "relazionarsi direttamente fra di esse" (senza la mediazione del denaro) "come prodotti del lavoro sociale", nell'osservazione critica di Marx. Questo, tuttavia, sarebbe una contraddizione in termini: "I prodotti devono essere prodotti come merci, ma non scambiati come merci" (Marx).
Su questi stesse basi ideologiche Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865) ha invertito questa falsa utopia del lavoro in un'ugualmente falsa utopia della merce: tutte le merci dovrebbero, immediatamente, diventare "denaro", cosa che è stata sbeffeggiata da Marx definendola come utopia dei filistei (Spiessbürger-Utopie), in cui "tutti i cattolici dovrebbero diventare papi". Astrarre il denaro come "merce universale" è, di fatto, il presupposto perché le merci con differenze qualitative si riducano ad un denominatore astratto e così si armonizzino fra di loro.
L'assurda proposta di Proudhon, di emancipare il "lavoro onesto e la merce onesta" dal dominio del denaro, per mezzo di uno scambio "diretto" della merce sulla base del "denaro-lavoro" ricade effettivamente nel paradosso di voler sopprimere le condizioni di produzione della merce in un quadro dove continua la produzione mercantile. Il tentativo di rimuovere dal denaro quel suo attributo di "merce universale" (regina delle merci) - attributo, questo, che lo rende, innanzitutto, denaro, è di per sé una contraddizione. Il soggetto-merce schizofrenico vuole rifugiarsi nel presunto lato "concreto" del lavoro e della merce, ed il suo alter ego, il soggetto-denaro astratto, vuole liberarsi del tutto, o quanto meno prendere le redini di tale scissione, senza attaccare i fondamenti sociali che sono la causa primaria. Il soggetto borghese vuole sopprimere la società borghese, ma senza sopprimere sé stesso come soggetto borghese. Il tentativo di Proudhon di dominare il potere astratto del denaro per mezzo delle "banche popolari", con l'aiuto delle quali le merci verrebbero scambiate a "titolo gratuito". finirebbe anche, inevitabilmente, in un disastro pratico.
La fragile utopia in cui il denaro non è più denaro deduce sempre i mali e le catastrofi del modo di produzione capitalista, non dal fine tautologico del lavoro astratto, ma soltanto dal fine tautologico del denaro, sebbene l'uno sia, rispetto all'altro, inevitabilmente, il rovescio della medaglia. Non è la razionalità che si basa sull'economia imprenditoriale, con il suo potenziale distruttivo, a diventare oggetto della critica, ma solamente la presunta deficienza di giustizia distributiva e di giustizia di scambio, sul piano della distribuzione e della circolazione. Con la continua produzione capitalista e con la razionalità economica-imprenditoriale, verrebbero aboliti i modi capitalisti di distribuzione e di circolazione. Quindi, non sarebbe il capitale reale o il capitale produttivo dell'industria, agro-alimentare e de servizi, a manifestarsi come "capitalismo", ma esclusivamente ed unicamente il capitale speculativo, concentrato nel sistema bancario.
Per Proudhon, il famoso "plusvalore" non proviene dalla razionalità economico-imprenditoriale della produzione, ma dalla posizione privilegiata del denaro ( e pertanto dei suoi possessori) nello scambio. All'inizio del 20° secolo, un simile pensiero è stato ripreso e sviluppato dal commerciante e teorico tedesco-argentino Silvio Gesell (1862-1930), nella sua cosiddetta Teoria della Libera Economia (Freiwirtschaftstheorie). Quasi gli stessi concetti si possono ritrovare nel mistagogo ed antroposofo Rudolf Steiner (1861-1925), nella sua propaganda di un preteso ordine economico "naturale". Meno noto, anche se non meno influente negli anni 20, l'economista tedesco Gottfried Feder, il quale, in maniera analoga, ha difeso tale concezione per quel che riguarda i suoi aspetti essenziali. Per Proudhon, così come successivamente per i suoi seguaci, nelle parole di un geselliano attuale, la pietra di paragone è lo svantaggio di chi offre lavoro e merci (e domanda denaro) rispetto a chi offre denaro (e domanda lavoro e merci) (Dieter Suhr, Geld ohne Mehrwert, Frankfurt/M..1983. p. 14).
In cosa consiste, allora, il "privilegio" del denaro, con cui se la prendono i nemici del capitale speculativo? Proudhon lo vedeva già nel semplice potere di detenere denaro, che poteva cercare il momento più favorevole allo scambio, in quanto gli offerenti della merce e del lavoro dipendevano dalla transizione immediata, per potere, a loro volta, possedere "l'equivalente universale" (denaro) e ottenere potere di acquisto. Per mezzo di questo vantaggio, il proprietario di denaro poteva "alzare una barriera" nel processo del mercato e, perché la rimuovesse, doveva essere risarcito con qualcosa di speciale - per l'esattezza, gli interessi che gli agenti economici "produttivi", i reali mediatori del mercato, dovevano pagare. Per Proudhon, è inconcepibile che tale potere peculiare del denaro, la sua posizione chiave sul mercato, non venga considerato come un "guasto" o una "usurpazione" (e ancor meno che non provenga dalla soggettività del proprietario del denaro), ma che invece decorra dalla necessità che un sistema produttore di merci debba essere rappresentato e mediato da un'equivalente generale.
I discendenti programmatici di Proudhon non hanno mai osato pattinare sul ghiaccio sottile dei concetti dell'economia politica, nel senso stretto del termine. Preferiscono, fieri della propria mentalità di costruttori della patria e di ingegneri sociali, fondare soltanto "tecnicamente", in maniera pseudo-fisica, il potere peculiare del denaro in opposizione al lavoro ed alla merce. Nell'argomentazione di Silvio Gesell, il denaro, al contrario delle merci, non si deteriora né si consuma come avviene con la sussistenza della forza lavoro; esso non comporta, pertanto, alcun "costo di mantenimento" o di stoccaggio  (Silvio Gesell, Die natürliche Wirtschaftsordnung,, 6ª. ed., Berlim. 1924. p. 317 ss.). Anche il neo-geselliano Helmut Creutz, indicato come candidato ad un "Premio Nobel alternativo", vede in ciò il problema fondamentale: "Immaginiamo che la porta di una cassaforte contenente diecimila marchi rimanga chiusa per 14 giorni, e poi immaginiamo che le porte di un mercato, con merci del valore di diecimila marchi, e le porte di una stanza dove si trovano cinque persone il cui reddito è normalmente di diecimila marchi in 14 giorni, rimangano anch'esse chiuse per 14 giorni. Passati i 14 giorni, apriamo le porte: è del tutto probabile che le 5 persone nella stanza siano morte, che le merci del mercato siano in gran parte rovinate, ma le banconote della cassaforte saranno altrettanto nuove quanto lo erano prima (Helmut Creutz, Das Geld-Syndrom, Frankfurt/M. e Berlim, 1994, p. 32).
Tale qualità del denaro, di non comportare costi di manutenzione, viene sfruttata dai proprietari del denaro, i quali esigono, dagli agenti produttivi del mercato, un "tributo", sotto forma di interessi, di modo da ricevere così un'ingiustificata "rendita senza lavoro", erigendo ostacoli sulla strada della produzione e dello scambio. Mentre il "capitalismo del proprietario di denaro" regna sotto la forma di capitale speculativo, il flusso di lavoro e di denaro, a fronte della crescente paralisi del transito delle merci, può essere mobilitato solo attraverso la risorsa "artificiale" e nociva dell'inflazione, a spese di coloro che hanno un reddito produttivo e dei loro risparmi, mentre il deficit del capitale finanziario viene compensato, senza danni, per mezzo di una aumento dei suoi interessi.
Rudolf Steiner e, soprattutto, Silvio Gesell - visto che è quest'ultimo che ha sviluppato in maniera più ampia tutto questo principio - propongono, come rimedio, una tipica panacea - che Marx, parlando di Proudhon e dei ricardiani di sinistra, utopisti del lavoro, aveva già definito, in maniera del tutto diretta, come "lavoro sporco del denaro". Steiner e Gesell, tuttavia, non vogliono bruciarsi le dita con le "banche di scambio" di Proudhon, ma vogliono sfuggire la logica del denaro mediante un trucco amministrativo, alla maniera di Daniel Düsentrieb. Il denaro utilizzato finora dovrebbe essere sostituito da un "denaro alternativo" (Steiner) o da "banconote ossidabili" (Gesell). Cosa sarebbe e come si potrebbe distinguere questo denaro rispetto alla solita inflazione?
Gesell propone che tutte le banconote in circolazione (e i saldi bancari liquidi) soffrano una svalorizzazione automatica di circa il 5% l'anno ("riduzione monetaria"). Essa riguarderebbe solamente il loro valore nominale, apponendo sulle banconote, periodicamente, un timbro con il relativo valore oppure timbrando il rinnovo del valore della banconota dietro pagamento di una tassa. Attraverso tali misure, in futuro il denaro diverrebbe soggetto a determinati "costi di manutenzione", facendo sì che in tal modo il proprietario di denaro perda i suoi vantaggi sui proprietari di merci e di forza lavoro. Al contrario, tutto il denaro depositato a lungo termine, come risparmio, nel sistema bancario, e che serve di base per i crediti lucrativi, dovrebbe essere automaticamente risparmiato da questa "ruggine" o da questa "riduzione" della moneta. In questo modo, Gesell ritiene di poter prendere tre piccioni con una sola fava. Primo, l'economia verrebbe favorita, in quanto non ci sarebbe più stimolo a detenere denaro, o che questo produca interessi: ognuno cercherebbe di spendere nell'economia reale, per evitare le tasse dei "costi di manutenzione" amministrativi. Secondo, sebbene spariscano gli interessi, senza alcun sostituto, ci sarebbe uno stimolo reale al risparmio, dal momento che il denaro depositato verrebbe escluso dalla "riduzione" amministrativa sofferta dalle banconote in circolazione e dai saldi liquidi. E terzo, infine, l'economia potrebbe conservare la propria completa stabilità, in quanto la misura del prezzo per la forza lavoro e per il credito diverrebbe invariabile. Il male del capitale speculativo sparirebbe, il denaro perderebbe il suo vantaggio sulle altre merci e potrebbe, ciò nonostante, svolgere tutte le sue funzioni necessarie. Verrebbero così gettate le fondamenta per la prosperità e la stabilità.

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"Economia politica dell'antisemitismo", si riferisce all'esistenza di una relazione strutturale e storica fra questa critica riduttiva del capitale speculativo e l'antisemitismo. Non si tratta assolutamente di tacciare Silvio Gesell di parteggiare per Hitler ed i nazionalsocialisti, od ogni geselliano e neo-geselliano di essere apertamente antisemita. Il problema si pone su un altro piano. Ideologicamente, si tratta di due facce di una stessa medaglia, delle quali l'antisemitismo esplicito costituisce, per così dire, "il lato della testa". Ma questo non significa che ciascun economista, la cui critica si limiti allo scambio ed alla distribuzione, oppure che ogni critico degli interessi, debba essere un antisemita aperto, ma significa precisamente il contrario, ovvero che ogni antisemita utilizza sempre la riduttiva critica ideologica del capitale speculativo come modello "economico" di legittimazione. L'odio per il capitale speculativo, che fiorisce in maniera astratta ed irriflessa nella crisi monetaria, insieme alla massa di perdenti, costituisce non solo il terreno fertile ma anche, in maniera immediata, la "base economica" dell'antisemitismo e dei progrom antisemiti.
Tale contesto, che provoca di riflesso delle reazioni involontarie nei soggetti-merce con le spalle al muro per la paura, ha radici profonde e risale all'Alto Medioevo. La rottura irriflessa fra l'aspetto apparentemente concreto e cupamente astratto della produzione di merci, l'affermazione" del "lavoro" e della merce, da un lato, e la critica del denaro o la condanna degli interessi, dall'altro, ha prodotto ben presto una scissione della coscienza del soggetto-merce (cioè, nella misura in cui le persone in generale erano embrionalmente soggetti-merce). L'economia politica dell'antisemitismo è un prodotto logico e storico di un tale offuscamento. In quest'ambito è sorto il legame fra "ebreo e "denaro", per l'intermediazione di una perfidia specifica del Medioevo cristiano, che ha risolto la contraddizione fra la condanna degli ebrei e la necessità del credito nelle relazioni monetarie, attribuendo agli ebrei la funzione di usurai.
Il fatto per cui siano stati proprio gli ebrei ad essere stati caricati di questa funzione, è dovuto soprattutto a dei motivi esterni, storici e religiosi. Ma, strutturalmente, si tratta della logica interna alla funzione del capro espiatorio, che deriva dalla scissione del soggetto-merce. Da questa schizofrenia strutturale consegue la pressione a proiettare verso fuori, in un "essere estraneo", gli aspetti "cattivi", sinistri, astratti, della relazione merce-denaro. L'auto-alienazione interna del soggetto merce appare, essa stessa, come immagine del nemico esterno, potendo così, anche nella sua forma embrionale, manifestarsi in seno all'anima-merce scissa. Tale meccanismo classico di proiezione ha impregnato profondamente, nel corso di più di mille anni, la società occidentale e la sua coscienza.
Mentre in Occidente predominavano le forme feticiste premoderne, l'aspetto religioso occupava il primo piano nel definire gli ebrei come gli "estranei" o gli "altri". In una delle prime persecuzioni degli ebrei in Occidente, i "Marrani", nella Spagna e nel Portogallo del 15° secolo si parlava ancora, sotto il segno dell'Inquisizione, degli "assassini di Gesù" e degli "eretici" che, nonostante il battesimo obbligatorio, insistevano nella loro religione. Quanto più si espandevano le relazioni denaro-merce ed il modo di produzione si solidificava nella nuova forma-feticcio della modernità, originaria dell'Occidente, tanto più "l'ebreo" veniva definito, puramente e semplicemente, come "l'altro", non tanto nel senso religioso, ma come lo strano "essere del denaro e degli interessi". E, di fatto, dal momento in cui la cristianità europea aggirerà la proibizione degli interessi, spostando il problema sugli usurai ebrei, s'è sempre stata una minoranza di ebrei che ha svolto funzioni finanziarie. In una proiezione sociale collettiva, tuttavia, non contano le relazioni sociali effettive, né le qualità reali dell'oggetto di tale proiezione. Il carattere fantasmagorico di tutto il processo permette che il meccanismo di proiezione si rafforzi anche quando i fatti esterni, presi come motivo o pretesto, non trovano sostegno nella realtà.
A questo punto, com'è stato frequentemente osservato, è perfino possibile avere un "antisemitismo senza ebrei" (Cf. Jürgen Elsässer, Antisemitismus-- das alte Gesicht des neuen Deutschland, Berlim, 1992, p. 55 ss.). In quanto si tratta di un antagonismo nato allo stesso interno del soggetto-merce - antagonismo, questo, che si proietta verso il fuori - la sua vera essenza rimane intatta. "Ebreo" diventa una cifra fantastica ed omicida per l'odio che le persone "che guadagnano denaro" provano per sé stesse, le quali vogliono "liberarsi" dalla loro propria schizofrenia strutturale, senza però toccare o sopprimere il modo di produzione capitalista, o sé stessi in quanto soggetto-merce. Nella misura in cui il termine "ebreo" viene usato come sinonimo del lato astratto, negativo, del sistema produttore di merci, e tale proiezione della volgarità economica viene identificata con il capitale speculativo, non è necessario, in linea di principio, per scatenare il riflesso antisemita, che esistano ebrei veri e propri. Il fantasma di questa psicosi collettiva è onnipresente, e nel pogrom si "materializza" sulle comunità ebraiche come vittime e capri espiatori; tuttavia, gruppi di sinistra, politici liberali, scrittori critici della società, artisti moderni, stranieri, altre minoranze religiose, ecc., se necessario, possono anche essere definiti come "ebrei" dalla coscienza psicotica di coloro che attizzano pogrom.
L'economia politica dell'antisemitismo, vale a dire l'affinità fra la critica riduttiva del capitale speculativo e la tendenza antisemita, non è in alcun modo un legame meramente accidentale. Questa correlazione, tanto funzionale quanto fantasmagorica, è profondamente radicata nella coscienza storica e si installa nelle contraddizioni polari e reali delle categorie della logica mercantile. Gli economisti volgari (come ad esempio i geselliani) suddividono la logica interna del modo di produzione capitalista nel lato "buono" del "lavoro" o della merce e nel lato "cattivo" del denaro e del capitale speculativo. La produzione totale di merci non dev'essere soppressa, bensì liberata dal suo lato negativo. L'antisemita dichiarato traduce tale concezione "economicamente pura" in un'immagine fantasmagorica del nemico: il lato buono, "concreto", "proprio" della modernità dev'essere liberato dal suo lato cattivo, astratto, "estraneo" (o "straniero"); e l'estraneo, o l'altro, è "l'ebreo".
Esiste pertanto un necessario nesso strutturale e storico fra l'antisemitismo e la critica riduttiva del capitale speculativo. Perciò, in tutti i concetti economici corrispondenti, ci troviamo ad avere a che fare con un'economia politica dell'antisemitismo, indipendentemente da come tale nesso venga espresso a livello soggettivo. E' chiaro, però, che il nesso soggettivo-ideologico su tale base non può mancare. Gli economisti volgari che fanno la critica degli interessi non sono, in questo caso, vittime innocenti, meramente strumentalizzati dall'antisemitismo. Il citato Gottfried Feder non è stato soltanto acclamato come compagno di lotta di Hitler nel "Mein Kampf", e festeggiato come suo mentore economico; egli ha avuto anche "l'onore" di poter redigere il programma economico del partito nazionalsocialista. Ma nello stesso Rudolf Steiner, che era ben lontano dall'essere un esponente ideologico del nazionalsocialismo, si trovano diverse lettere che contengono brutali invettive antisemite.
Silvio Gesell, da parte sua, apparentemente non ha proclamato un antisemitismo aperto, sebbene affermasse che "gli ebrei si occupavano con soddisfazione di transazioni finanziarie (Silvio Gesell, apud Klaus Schmitt, "Geldanarchie und Anarchofeminismus", in: Silvio Gesell. "Marx" der Anarchist?, Berlim, 1989, p. 197). Tuttavia, quando si schiera contro la "diffamazione degli ebrei" in quanto "ingiustizia colossale", lo fa a partire da un argomento puramente economico secondo cui l'identità fra "raccoglitore di interessi" ed "ebreo" è semplicemente accidentale. Questo ricorrere al piano della logica economica (riduttrice) ignora sia la correlazione storica che il problema strutturale di una proiezione dell'antagonismo interno del soggetto-merce, che si realizza nei confronti di uno "straniero" esterno, proprio perché lo stesso Gesell afferma nei suoi principi il soggetto-merce. Così, egli è e rimane, per forza di cose, un "economista politico dell'antisemitismo", anche quando confessa, in maniera soggettiva, che gli ebrei hanno il diritto di sfruttare i "privilegi dei proprietari di denaro", fino a quando questi non verranno neutralizzati dalla panacea geselliana.
Conformemente a questo, è sorta fra i seguaci di Gesell tutta una serie di tendenze popolari ed antisemite che derivano necessariamente dalla logica economica e dalla falsa utopia del denaro. Si aggiunga a questo, sia in Gesell che in Steiner ed altri, un'ideologia apertamente socio-darwinista, biologista e favorevole alla "igiene razziale". Gesell attinge alla propaganda social-darwinista dell'economia competitiva  attraverso un programma biologico della "razza umana" come lotta competitiva. Nel modo tipico delle sette al volgere del secolo, Gesell critica severamente il "matrimonio con gli alcolizzati" che porterebbe alla "degenerazione razziale", e raccomanda alle donne di relazionarsi solamente con "partner sani e forti": parla perfino di una "degenerazione razziale millenaria" (apud Günther Bartsch, "Silvio Gesell, die Physiokraten und die Anarchisten". in: Klaus Schmitt, op. cit., p. 15). Non c'è da stupirsi che le donne appaiano, in quest'assurda concezione biologista, soprattutto come una sorta di "animale materno", il quale deve decidersi "liberamente" a scegliere il miglior "riproduttore maschio".
I neo-geselliani attuali passano sopra quest'ideologia assurda della "igiene razziale" del loro maestro in maniera imbarazzata, come se si trattasse soltanto di questione esterna alla concezione economica, oppure arrivano fino al punto di voler recuperare, per quel che attiene all'ideologia della razza, quelli che sarebbero i suoi aspetti positivi al giorno d'oggi. Per esempio, Günther Bartsch e Klaus Schmitt osano vendere le considerazioni del loro maestro rispetto alla razza umana come uno specialissimo "femminismo fisiocratico", E' vero che alcuni aspetti biologisti si trovano anche, occasionalmente, nell'attuale femminismo, ma non si riferisco all'idea di "selezione" biologica come avviene nel neo-geselliano Bartsch, che vorrebbe anche riesumare il seguente tema horror: "Un'eugenetica fisiocratica, fondata sulla libera scelta amorosa e sulla libera competizione, lascerebbe [...] da parte le cause della degenerazione(!) [...] Gesell voleva aprire la strada alla selezione naturale (!). Non sul piano fisico, ma come stimolo a conquiste (!) sempre migliori e maggiori, che elevano i capaci (!) e favoriscono la loro più vigorosa riproduzione (!)[...]" (Bartsch, op. cit., p. 16).
Il fatto che un ricorso così indiscutibile ad un biologismo socio-darwinista possa essere pubblicato, agli inizi degli anni '90, dalla rinomata editrice anarchica Karin Kramer, di Berlino, indica, quanto meno, che anche le correnti anarchiche sono propense a questa sorta di assurdità omicida e che, perciò, dopo il collasso del socialismo di Stato e dopo l'obsolescenza del movimento operaio marxista, l'anarchismo è diventato una presunta alternativa altrettanto poco plausibile di quanto lo erano gli altri principi di critica sociale del passato. Diventa sempre più chiaro che tutte le correnti intellettuali e politiche della storia dell'ascesa capitalista, ivi incluse anche quelle degli oppositori radicali, sono contaminate dalle ideologie biologiste, di "igiene razziale", di "selezione" razziale umana, le stesse che trovano nel nazionalsocialismo, senza dubbio, la loro espressione più brutale e cruda, ma non l'unica.
Purtroppo, questo vale anche per il marxismo e per i partiti operai. Il fatto per cui, in questi, i riferimenti siano meno numerosi di quanto lo siano in Silvio Gesell, o negli antroposofi (così come negli scritti di Kautsky, nella coscienza delle masse del vecchio movimento operaio, o nel contesto ideologico dello stalinismo), non viene considerata, da neo-geselliani del calibro di Schmitt e Bartsch, come un'opportunità per fare una critica dell'epoca. tanto radicale quanto globale, che non risparmi neppure i suoi "propri" precursori teorici, ma viene invece assunta come giustificativa, non solo per discolpare tali barbare idee della "teoria sociale" geselliana, ma anche per riprenderle spudoratamente e per propagarle alla fine del 20° secolo.
Più importante della correlazione delle idee storiche, è la domanda circa quale valore possano ancora avere nell'economia politica dell'antisemitismo le idee biologiste sulla razza umana e sulla "selezione". L'immaginazione sfrenata delle persone "che guadagnano denaro" sul mercato, riproduce nella nuova situazione di crisi queste ideologie mezzo dimenticate della prima metà del 20° secolo e tenta di riformularle al più alto livello di astrazione possibile. In un mondo più "individualizzato" di quanto lo sia mai stato prima, nella storia della modernizzazione, nel quale vivono milioni di single e dove ciascuna di queste monadi monetarie si trova esposta alla concorrenza totale e globalizzata, non nasce soltanto una mistura esplosiva tra il vecchio egoismo esacerbato ed anarchico dell'individualista (1806-1856), cui i geselliani fanno riferimento, e tutte le ideologie moderne di concorrenza e di esclusione: ma anche, niente di più logico che questo pensiero cerchi di armarsi nuovamente per mezzo di argomenti pseudo-biologisti.
L'individuo astratto, ora pienamente maturo, svincolato da ogni relazione non di mercato, si sente come l'ombelico del mondo e come un essere nucleare autoreferenziale ed autosufficiente, nella misura in cui "gli altri" appaiono come veri e propri "circostanti", inquietanti e nemici. Non c'è da stupirsi che la pretesa esagerata di questo "io" astratto influisca oltremodo nella crisi della propri struttura. Come i gatti che, al sentirsi minacciati, rizzano il pelo e gonfiano la coda, per apparire più grossi ed intimidatori, e come le persone con pretese autoritarie che "battono i pugni sul petto" ed assumono un'aria di importanza, così anche il soggetto universalmente minacciato cerca una legittimazione la più inattaccabile possibile per affermare con furia la propria volontà. E, alla fine, cosa c'è di più inattaccabile della prova della "superiorità naturale", biologica o genetica? L'allucinazione di un "superuomo" ha le sue radici in questo sentimento di base della modernità produttrice di merci, tanto quanto ce l'ha il propagandare che questi concetti, idee, programmi, ecc., corrisponderebbero ad un preteso ordine "naturale". Se simili fantasie, in passato, erano limitate ancora solo alla sfera artistica o filosofica che le prevedeva ipoteticamente, oggi si sedimentano nella coscienza delle masse. E se prima, la pretesa esagerata di concorrenza del soggetto-merce si riferiva direttamente a concetti collettivi quali la classe, la nazione o la "razza", oggi il medesimo naturalismo sociale viene filtrato dalla struttura dell'individuo isolato, già del tutto sviluppata, che si aggrappa ad un'assurda legittimazione di sé stesso in quanto ultimo barlume di speranza. Qualsiasi povero diavolo del sistema produttore di merci si gonfia, immaginando di essere un fascio di muscoli tipo Rambo, o un "superuomo", un professionista o un mammifero geneticamente superdotato rispetto ad un "subumano degenerato". La deplorevole situazione della disputa per lo scarso cibo rimasto nella mangiatoia della "occupazione" e del reddito monetario, viene stilizzata come una battaglia divina dei nobili contro i non-nobili.
Tuttavia, sulla base di questo, la sindrome ideologica si scinde ancora una volta in maniera polarizzata. In effetti, l'immagine fantasiosa degli "improduttivi" e dei "biologicamente impuri" viene anche duplicata, in quanto riflesso della propisa scissione, essendo sperimentata come opposizione polare: ora come "sub-umano", ora come "superuomo negativo" (cf. su questo, basato sulla teoria di Moishe Postone, Joachim Bruhn, "Unmensch und Übermensch, über Rassismus und Antisemitismus", in: Kritik und Krise no. 4/5. Freiburg, 1991). Tanto i pensionati dello stato sociale - concorrenti deboli - quanto i poteri del capitale speculativo - concorrenti forti - sono economicamente improduttivi sul mercato. Nel tradurre la concorrenza economica e sociale nella lingua della concorrenza pseudo-biologica, tale differenza appare di nuovo come quella fra il geneticamente "inferiore", da una parte, ed il geneticamente "superiore", dall'altra. A questa concezione corrisponde anche la differenza fra razzismo ed antisemitismo: il razzismo qualifica come "inferiori" i negri, gli europei dell'est o gli asiatici, ma anche gli arabi, gli europei mediterranei e perfino gruppi di popolazione dentro il proprio paese. L'antisemitismo, al contrario, immagina "gli ebrei" come il fantasma del potente capitale finanziario, come una "cospirazione mondiale" di occulte super-intelligenze straniere, ecc.. Il soggetto-merce, che intende sé stesso come "produttivo", nato nel paese, identico a sé stesso, "razzialmente puro" ed "ereditariamente sano", si colloca in maniera immaginaria fra queste due forme fantasmagoriche dello "altro", quella inferiore e quella superiore", entrambe ugualmente semplici proiezioni esterne delle sue proprie contraddizioni interne.
La scissione schizofrenica e la polarità fra falsa identità e proiezione, su vari piani sovrapposti, formano la base della struttura ideologica che può essere descritta come economia politica dell'antisemitismo. Il nazionalsocialismo mise in pratica, paradigmaticamente, tale concezione. Quanto a questo, non ha svolto alcun ruolo pratico il fatto che l'antisemita Gottfried Feder si ispirasse a Silvio Gesell al fine di creare una "moneta Feder", simile al principio della "riduzione monetaria" - come lamentano i neo-geselliani (cf. Gerhard Senft, Weder Kapita!ismus noch Kommunismus, Berlim, 1990, p. 196). La "moneta Feder", per così dire, non ha visto la luce del giorno in proporzioni sociali rilevanti, cosa che è avvenuta anche per l'utopia monetaria di Gesell. Effettivamente, la politica monetaria del nazionalsocialismo è incorsa nell'estremo opposto, nel creare, con l'aiuto della cosiddetta "banconota Mefo", un gigantesco programma di credito proto-keynesiano, che con ogni probabilità avrebbe potuto portare al collasso monetario ed all'iper-inflazione, anche con una vittoria militare del regime nazista. Essenzialmente, l'economia del nazionalsocialismo (a somiglianza della contemporanea pianificazione statale dell'Unione Sovietica, e del New Deal nordamericano, di Roosvelt) era gestita dallo Stato, mentre la pseudo-geselliana utopia monetaria di Feder serviva, tutt'al più, come ornamento dell'ideologia antisemita. Il marchio generale dell'epoca era l'illusione del "primato della politica", di cui si era appropriato anche il regine nazionalsocialista (cf. Christina Kruse, Die Vokswirtschaftslehre im Nationalsozialismus, Freihurg, 1988).
Ma l'utopia monetaria dell'economia volgare, anche così, poteva essere solo un pretesto ed una copertura per la follia della proiezione, la quale integra la logica della merce. Il nazionalsocialismo fece tutto il possibile per preservare una simile proiezione, agendo su entrambi i lati del suo meccanismo. Sia i gruppi definiti, in maniera razziale e socio-darwinista, come "inferiori" (slavi, omosessuali, zingari, disabili, ecc.), sia gli ebrei, definiti in maniera antisemita come negativamente "superiori", vennero inviati nei campi di sterminio: "Il soggetto pieno del valore deve affrontare gli inferiori ed i superiori" (Joahim Bruhn, op. cit., p. 19). Il filisteo in divisa nera, che si immaginava come soggetto-lavoro o come soggetto-merce geneticamente "sano", voleva eliminare le due facce dello "straniero" dentro il suo proprio essere, inviando "l'altro" alle camere a gas.
Il carattere singolare del nazionalsocialismo consiste proprio nel fatto per cui, in una situazione storica specifica, ha realizzato, per così dire, tutte le conseguenze di quest'economia politica dell'antisemitismo. Allo stesso modo in cui si aggrappano positivamente alla leggenda di Wörgl (N.d.T.: a Wörgl, nel 1932-33, nel bel mezzo della grande depressione, il sindaco di quella città mise in circolazione una moneta locale), i neo-geselliani vogliono anche aggrapparsi negativamente alla leggenda per cui il regime nazista avrebbe semplicemente "rubato" la panacea della loro utopia monetaria, senza mai cercare di realizzarla. Quest'utopia del denaro "onesto", tuttavia, è impossibile da realizzare in qualsiasi versione e, a fronte delle necessità attuali della scientificizzazione, lo è ancora di più. Quello che può essere realizzato, però - è questo venne dimostrato dai nazisti - è la logica della proiezione occulta sull'utopia monetaria borghese, che finisce con lo sterminio. Il soggetto-lavoro o il soggetto-merce non ne escono illesi, ma sono, in linea di principio e nella loro follia strutturale, capaci di Olocausto.
Nè il nazionalsocialismo né l'Olocausto si ripeteranno allo stesso modo. Ma la struttura di base del soggetto-merce esiste come prima, ed oggi si mostra con ancor maggiore chiarezza nella sua forma sviluppata. Nella grande crisi dell'attuale sistema produttore di merci - che, in comparazione alla crisi mondiale del 1929-53, si manifesta ad un grado, per così dire, più elevato, in quanto crisi finanziaria e di credito - viene inevitabilmente evocato il vecchio meccanismo della proiezione, sebbene in una forma sicuramente trasformata.
Ma è proprio a questo che si presterebbe, in una maniera del tutto speciale, il neo-gesellianesimo, servendo ai fini di una nuova corrispondente formazione ideologica. Sotto molti aspetti, la concezione geselliana sembra tagliata su misura per focalizzare nuovamente, alla fine del 20° secolo, la vecchia ideologia omicida ed esclusivista. Di fatto, tale concezione contiene tutti gli elementi essenziali dell'economia politica dell'antisemitismo, ma in altri dosaggi ed in altre costellazioni rispetto a quelle dell'ideologia nazionalsocialista. E' esattamente questo, però, che fa sì che il neo-gesellianesimo possa essere, potenzialmente, uno dei promotori di un nuovo focolaio schizofrenico nel soggetto-merce, non più in grado di sostenere la propria stupida normalità.
Proprio perché Silvio Gesell e la sua tendenza liberale in economia non sono stati, in passato, assorbiti nell'organizzazione del nazionalsocialismo, oggi i suoi seguaci ideologici possono tornare a parlare, senza preoccuparsene, di idee analoghe. E' proprio per il fatto di limitare tale ideologia alla sua manifestazione economica, cioè, alla critica economica volgare del capitale speculativo, essi sono capaci di agire come apri-strada per l'economia politica dell'antisemitismo, sotto una rinnovata forma storica. L'antisemitismo aperto non si farà aspettare, e, dopo tutto, è indifferente se il pogrom antisemita, durante la crisi monetaria, viene perpetrato dai neo-geselliani stessi oppure da bande che si legano a quella ideologia economica, senza più negare, con pudore, le conseguenze antisemite.
Al gesellianesimo toccherà anche una sorta di funzione modernizzatrice, nel revival del darwinismo sociale e delle tendenze sociobiologiche. Su questo punto, la peculiarità di Silvio Gesell consiste nel fatto che egli non adora la definizione di presunti inferiori, nel senso razzista usuale, ma gli va bene alla maniera occidentale ed universalista, cioè, in modo del tutto adeguato alla forma-merce del tutto globalizzata e sviluppata. Il delirio biologista si può nascondere anche sotto le spoglie di una propaganda dell'uguaglianza. In questo caso, non si tratta più di un razzismo particolare contro determinate concezioni di "popolo" e di gruppi umani, ma di un'idea ugualmente paranoica di una "razza superiore" dei "capaci"; inversamente, gli "inferiori" devono essere squalificati e, quando possibile, eliminati, indipendentemente dal colore della pelle o dal fatto di appartenere ad un certo "popolo", ecc.. Questa perversa "igiene razziale" geselliana è più coerente e più universalista di quella dei nazisti, nel suo adeguarsi ad un darwinismo sociale modernizzato sul piano delle relazioni universali del mercato mondiale; darwinismo questo, che rende omaggio al delirio produttivo e funzionalista più di quanto lo facciano i preconcetti specifici ad una razza o ad un popolo. L'ideologia della "sopravvivenza dei più adatti" si mostra qui nella sua forma universalista, depurata da ogni scoria del vecchio particolarismo razziale.
Se quindi il neo-gesellianesimo è in grado di modernizzare i due lati della meccanica di proiezione nel contesto di un'economia politica dell'antisemitismo, la stessa cosa vale anche per la determinazione del soggetto eventualmente incaricato di mettere in pratica una simile assurda concezione. Se l'ideologia nazista era compromessa con i meta-soggetti collettivi dello Stato e della nazione, e poteva, di conseguenza, formulare la condanna del capitale speculativo soltanto sotto il segno sello statalismo e attraverso l'affermazione di un "primato della politica", secondo i gusti dell'epoca, l'anti-statalismo individualista di Silvio Gesell, in un'epoca di neoliberismo radicale, è assai più adatto a rappresentare il soggetto-merce postmoderno nel suo delirio competitivo.

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Dopo il periodo delle grandi catastrofi della prima metà del secolo - i cui presagi intellettuali erano state le idee paranoiche di salvezza, i modi di vita stravaganti e le sette di crisi - la breve estate siberiana del "miracolo economico" fordista estinguerà apparentemente, nei pochi decenni successivi alla guerra, il fantasma dell'antisemitismo e anche il ricordo della sua genesi ideologica. Tuttavia, la struttura ideologica dell'economia politica di questo antisemitismo si nasconde nella stessa forma-merce sociale e, conseguentemente, nello "inconscio collettivo", dove può risorgere con configurazioni modificate.
La breve ecopa storica della prosperità ha prodotto, in una forma per così dire vergognosamente meccanica, perfino nella critica sociale marxista, la mostruosa illusione per cui per il sistema produttore di merci il peggio era passato, e restava ora solamente da eliminare gradualmente, per mezzo del lavoro di organizzazione e sviluppo, i resti del tempo della catastrofe. Assurdamente, questa comoda concezione democratica persiste ancora oggi (in più, rafforzata dal collasso del socialismo di Stato), nonostante il fatto che la prosperità economica del mercato sia svanita da tempo. Cieca ai focolai reali della crisi, l'assurda parola d'ordine delle persone, nel quadro della pattuglia riformista habermasiana, è, ancora di più, "civilizzare il capitalismo fino a trasfigurarlo" (Helmut Dubiel). Quel che in realtà è avvenuto, è il contrario: la stessa critica radicale della società è stata da tempo trasfigurata democraticamente, anziché rinnovarsi per "superare" sé stessa.
Si deve tener conto del fatto che, a partire dal 1968, l'opposizione radicale della Nuova Sinistra, così come il successivo movimento alternativo dei verdi, hanno sperimentato la loro socializzazione politica durante l'epoca della prosperità ed hanno sempre sfruttato, tacitamente, la posizione privilegiata del mercato occidentale, soprattutto in Germania Occidentale. I loro concetti, le loro idee, soluzioni ed esigenze hanno sempre avuto, in qualche modo, come sfondo, una "economia di mercato prospera", anche quando si occupavano della teorie della crisi. Fin dall'inizio, tuttavia, non era di buon gusto, in tutte le fazioni, parlare di "teoria del crollo", che veniva considerata un tabù, seppure quest'oggetto dell'orrore esistesse in forma quasi chimerica, e non fosse mai stato sistematicamente elaborato. In questa rimozione della possibilità che il sistema produttore di merci potesse essere sottomesso ad una catastrofica ed assoluta finitezza storica, stava forse già scritto in anticipo che la Nuova Sinistra non avrebbe attraversato il Rubicone della critica radicale, allo stesso modo in cui era avvenuto con la vecchia sinistra.
La crisi, convertita in processo socio-economico ed ecologico, continuava, nonostante le reazioni. Rispetto alla svolta del secolo precedente, si trattava, alla fine del 20° secolo, di una rottura strutturale di ordine superiore: ci sono indizi che non ci troviamo più di fronte alla transizione verso una nuova ondata di sviluppo del sistema produttore di merci (come ancora spesso ci si augura con speranza), ma davanti ad un processo effettivo di collasso della coerenza mercantile fra "lavoro" e denaro, nel quale il sistema maturo distrugge irreversibilmente le sue stesse fondamenta. I "realisti" del Partito Verde, così come i resti del vecchio radicalismo di sinistra, cercano rifugio nei medesimi criteri equivocati della ragione e della rivoluzione borghese (gli uni, sulle basi dell'attuale democrazia di mercato; gli altri, per mezzo di un'infusione diluita della variante della lotta di classe del vecchio marxismo, dentro le stesse forme mercantili del pensiero illuminista); dall'altra parte, l'opposizione a questo tipo di soluzione della crisi ricade in un crescente irrazionalismo, che non è un superamento della razionalità borghese, ma soltanto il suo rovescio, come si è visto fin dall'inizio, rivelando sempre (a cominciare da Johann Georg Hamann, nel 18° secolo) gli errori della ragione mercantile e portando però, allo stesso tempo, verso modelli barbari di pensiero e di azione. Quest'alternativa erronea e funesta oggi risorge nella nuova grande crisi del sistema produttore di merci.
Gli anni '80 sono stati solamente l'era del capitalismo da casinò e del cosiddetto delirio consumista degli edonisti volgari alimentati dal commercio, ma anche un nuovo apogeo del settarismo politico, socio-economico, culturale e religioso. I suoi promotori sono stati la Nuova Sinistra e lo stesso susseguente movimento alternativo dei Verdi, e ciò sia in termini di idee che di persone. Gli stessi principi emancipatori del movimento psicoanalitico, di "politicizzazione della sfera privata", o anche della critica delle relazioni fra i sessi, negli anni '70 sono scivolati nell'irrazionalismo, dal momento che non si sono mai lasciati mediare attraverso una critica della forma-feticcio moderna. Così, alcuni intrepidi rivoluzionari mondiali degli anni '70, all'inizio degli anni '80 hanno cominciato ad andare in giro negli abiti arancioni dei discepoli di Krishna. E, sempre all'inizio degli anni '80, cominciava a fiorire negli alternativi verdi la mistica della natura ed il romanticismo dell'infuso di camomilla. Le stravaganze delle forme di vita riformista della fine del secolo hanno soltanto sperimentato un revival debolmente modernizzato.
In questo modo si è sviluppato, con una crescente nitidezza delle restrizioni sociali, una "atmosfera" che andava incontro alle ideologie irrazionali di crisi, nelle quali la crisi reale della socializzazione sotto la forma-merce veniva rielaborata in una forma fantasmagoricamente distorta. Invece di un'analisi, di una critica o di un superamento del sistema produttore di merci, emergeva il tentativo di affermarsi con mezzi irrazionali e fantastici all'interno della concorrenza stessa. Le tecniche di mediazione, le forme di comportamento, le "regole di vita", ecc., si manifestano, allora, come attributi individuali; come processo ideologico collettivo, al contrario, emerge la discriminazione che scaturisce da organismi settari, o perfino lo sterminio degli "altri". Il punto di partenza perché avvenga questo è, ancora una volta, la crescente "naturalizzazione" del sociale, nel modo in cui esso si è evidenziato, nel frattempo, come ampia corrente ideologica. La propaganda di un "ordine naturale", si nascondeva già nelle prime definizioni di un concetto astratto di natura, che negli anni '80 avevano cominciato ad ereditare il concetto sociologico delle relazioni sociali. Era sintomatico, per esempio, che l'editrice Fischer avesse dato inizio alla collana "Teoria e storia del movimento operaio" e, parallelamente, sempre dalla "alternativa Fischer", venisse lanciata una grande collana "Antroposofia", mescolata a titoli significativi quali "Guida al denaro" e "Guida alla speculazione" - una chiara reazione al cambiamento delle necessità del pubblico. La fine del marxismo del vecchio movimento operaio ed i suoi revival nella Nuova Sinistra erano di certo all'ordine del giorno, ma non producevano un superamento critico; invece, veniva riesumato un altro cadavere ideologico della storia dell'ascesa del sistema produttore di merci, quello dell'irrazionalismo e del concetto astratto di natura, mentre si rincorreva, allo stesso tempo, il "benessere del mercato". Il sociologismo riduttivo e soggettivista del paradigma battuto della "lotta di classe", coerente con la forma-merce, non veniva sostituito da un livello più elevato di riflessione, ma per mezzo di un arretramento verso il sociologismo.
La sostituzione del concetto critico di società con il concetto di natura non era molto lontano dalla naturalizzazione del sociale, dallo "ordine economico naturale". Il revival dell'antroposofia seguiva il revival di Silvio Gesell e la ramificazione di questo patrimonio ideologico nelle correnti autonome e di sinistra. In questo strano "ritorno alla sfera economica", ogni principio radicale e di emancipazione veniva estirpato; diventava chiara la smorfia socio-darwinista ed antisemita di una critica sociale perduta, distorta. La stessa Nuova Sinistra, che si era mostrata incapace di trasformare il marxismo, si convertiva nell'arco di vent'anni in un catalizzatore per la nuova economia politica dell'antisemitismo, che comincia a diventare socialmente autonoma come le vecchie "innovazioni" della sinistra e dei suoi diversi "mezzi".
Di fatto, la situazione è imbarazzante: perfino la "base economica" diretta, nel senso più comune, di questa mutazione ideologica viene costruita a partire da un processo di "piccolimborghesimento" biografico degli ex di sinistra. Non si tratta, assolutamente, di denunciare i destini di vita e le esistenze in quanto tali; la questo consiste nel sapere se e come, alla maniera di un grottesco manuale, "l'essere" economico si trasformi in una "coscienza" ideologica. Il nocciolo della questione è formato, innanzi tutto, dai quello che rimane dei progetti della vecchia logistica del movimento: librerie, case editrici, piccole tipografie, giornali locali (oltre agli altri mezzi di comunicazione), locali per le riunioni, ecc., che, per mancanza di clientela e di prospettiva di una critica sociale, sono stati costretti a diventare piccole imprese, secondo la più ristretta normalità, al fine di poter sopravvivere. Si aggiungano a tutto questo i progetti di "vita alternativa" successivi: oltre ai bar, anche panetterie, falegnamerie, officine meccanice, imprese agricole, auditorium, imprese per la terapia, ecc..
La maggior parte ha attraversato il Giordano, ma i sopravvissuti finanziari dovevano essere "professionalizzati". Molti si affidarono ai crediti bancari; in Germania ed in Svizzera, vennero perfino fondate banche alternative. Sull'onda della "professionalizzazione" di queste attività, venne adottata (cosa del tutto comprensibile) l'ideologia dello "auto-sfruttamento". Nelle condizioni date, tuttavia, si poteva facilmente sviluppare la tipica ideologia del filisteo circa il "lavoro onesto" ed il "giusto salario per una giusta giornata di lavoro", mescolata paradossalmente con ""attitudini", teorie e media postmoderni. Ma in che misura questa sindrome è compatibile con il gesellianesimo e con l'economia politica dell'antisemitismo? E a cosa ricorrono le persone, nella più grave crisi personale, quando crolla la sovrastruttura finanziaria, ugualmente personale, delle attività alternative?
Oggi, in questi circoli, si vota ancora per il Partito Socialista Tedesco (PDS), cosa che non smette di essere ambigua, in questi mix di ambienti di birreria, ideologia del lavoro, geografia patria ed odio del "cattivo" capitale, il cui aspetto non fa a meno del naso adunco. Quanto manca ancora prima di soccombere alla paranoia? E il rizoma dell'economia politica dell'antisemitismo è un terreno fertile per una sua ulteriore crescita. Una considerevole parte dello scenario culturale alternativo dipende dalle iniezioni di credito statale, ad esempio quelli per gli "spazi alternativi" comunali, e questi fondi vengono tagliati perfino da parte dei parlamentari della fazione "realista" del Partito Verde. La reazione a tutto questo non è necessariamente emancipatrice, e può degenerare nel gesellianesimo e nelle sue conseguenze socio-darwiniste.
Tale possibilità non viene esclusa neanche dagli ex di sinistra e "Jobbers" e "freeriders" autonomi dell'ambiente postmoderno (scena musicale, giornalismo, propaganda, ecc.). In questi circoli non si è mai pervenuti ad una critica dialettica né a dei principi pratici di un'emancipazione dalla forma-merce sociale; invece, l'ordinanza pseudocritica è stata quella di "nuotare seguendo la corrente" del capitalismo da casinò. I resti di un pensiero marxista, diluito e riduttivo, arricchito dei teoremi postmoderni (Foucault, ecc.) ed equipaggiato con le teorie della cultura e dei media, piuttosto che con la critica dell'economia, possono contrarre alleanze profane, sotto forma più o meno segreta, con la coscienza commerciale degli anni '80. Ma nell'ora in cui l'alternanza fra lavoro e turismo durante le ferie, o l'allegra vita postmoderna, viene improvvisamente strangolata dal conto bancario in rosso - verso dove, allora, proseguirà il viaggio?
Senza dubbio, questi ridotti mezzi sociali hanno poca importanza, sebbene le loro mutazioni ideologiche sortiscono effetti sociali. La riproduzione nell'ambito dei movimenti di sinistra, la cui dinamica è classicamente piccolo-borghese ed è ristretta a professioni liberali (ma che non esclude, anche, "lavori occasionali"), si inscrive però, nell'area sociale e nello spettro infinitamente maggiore della nuova classe media dei settori dei servizi di Stato (professori, assistenti sociali, ecc.), che, con la crisi del credito statale, soffrono di una brutale riduzione, ad esempio dei progetti alternativi; il risultato è che aumenta anche la possibilità di un ingresso nell'ambito dell'economia politica dell'antisemitismo.
Naturalmente, ad una tale mentalità piccolo-borghese, fatta di aspetti sociali, psichici ed ideologici che si annunciano terrificanti, non si oppone più il vecchio "punto di vista della classe proletaria". Salta agli occhi, con tutta la sua immanenza, che gli stessi classici settori della "ideologia operaia e contadina" (agricoltura, industria mineraria, siderurgia, industria navale), ben lungi dall'essere la base della riproduzione del sistema produttore di merci desustanzializzato, dipendono parecchio dalle iniezioni di credito statale (ossia, dal "capitale fittizio") e, di conseguenza, nel quadro di una grande crisi monetaria, potrebbero anche diventare sensibili ad un'economia politica dell'antisemitismo, forse in una sua versione che unisca keynesismo e nazionalismo statale.
Al di sopra di tutte le strutture sociali che meritano un'analisi, tuttavia, aleggia l'individualizzazione astratta come una sovrastruttura del processo di piccolimborghesimento di tutta la società - processo, questo, postmoderno, non più legato alla piccola proprietà, ma alla struttura nucleare del soggetto-merce - che procede verso il suo punto storico culminante e verso la crisi della forma-merce totalizzata. Sia l'interesse particolare nella catastrofe dei segmenti sociali isolati che l'intero processo di atomizzazione sociale, possono offrire un gancio alla variante modernizzata dell'economia politica dell'antisemitismo. Ed è bene tener conto di tutto questo. E' diventato ormai evidente che non esiste forma di occupazione sufficientemente assurda cui i soggetti-merce, messi con le spalle al muro, non si possano sfrenatamente sottomettere.
Tuttavia, non è affatto giocoforza che l'ideologia irrazionale di crisi si imponga socialmente. Così come non vi è una determinazione meccanica della coscienza, a partire dall'essere sociale, dall'istinto primitivo dell'interesse ostinato, immanente alla forma-merce, si può, a maggior ragione (ed anche in massa) rompere le frontiere storiche del sistema produttore di merce. Ma il presupposto per questo è, in primo luogo, che gli opinion leader di quello che rimane del movimento di sinistra ed alternativo - nelle imprese e nei media alternativi, negli scenari edonisti postmoderni, nei progetti culturali e nelle istituzioni sociali, ecc. - affrontino risolutamente qualsiasi manifestazione di economia politica dell'antisemitismo, che prendano coscienza del problema e rifiutino ogni tentativo di fraternizzare. In secondo luogo, e di fronte a questa minaccia, non si può più rimuovere il fatto che un nuovo discorso di critica radicale del sistema produttore di merci deve tornare all'ordine del giorno, e trasformare il marxismo obsoleto del movimento operaio e superarlo criticamente, invece di continuare a lasciarlo marcire.

- Robert Kurz - Pubblicato nel 1995, sulla Rivista Krisis n° 16/17 -

fonte: EXIT!