martedì 27 ottobre 2015

Tic Tac ...

jappe

Credito a morte [*1]
- di Anselm Jappe -

Venerdì il sito del Guardian segnalava che l’immobile di Time Square nel cuore di Manhattan, sulla cui facciata è visualizzato il debito pubblico americano, non ha più abbastanza spazio per contenere la quantità astronomica di miliardi di dollari a cui ammonta, precisamente 10.299.050.383, un’enormità dovuta soprattutto al finanziamento del piano Paulson e alle flebo per Freddie Mac e Fannie Mae. Si è dovuto eliminare il simbolo “$” che occupava l’ultima casella del display, in modo che il passante potesse gustare quest'amara cifra fino alla feccia” [*2]. Chi se ne ricorda più ora? La grande paura dell’ultimo ottobre sembra già più lontana che la “grande paura” degli inizi della Rivoluzione francese. Un anno fa, tuttavia, si aveva l’impressione che numerose falle si fossero aperte e che la nave colasse a picco. Si aveva anche l’impressione che tutti, senza dirlo, se lo aspettassero da tanto tempo. Gli esperti si interrogavano apertamente sulla solvibilità degli Stati, anche dei più potenti, ed i giornali evocavano in prima pagina la possibilità di un fallimento a catena delle casse di risparmio in Francia. I consigli di famiglia discutevano per sapere se sarebbe stato necessario ritirare tutto il denaro dalla banca e conservarlo in casa; acquistando un biglietto in anticipo, gli utenti dei treni si domandavano se questi avrebbero ancora circolato due settimane dopo. Parlando della crisi finanziaria, il presidente americano George Bush si indirizzava alla nazione in termini simili a quelli impiegati dopo l’11 settembre 2001, e Le Monde intitolava il suo magazine di ottobre 2008: “La fin d’un monde”. Tutti i commentatori erano d’accordo nel ritenere che quanto stava accadendo non era una semplice turbolenza passeggera dei mercati, ma la peggiore crisi dalla Seconda Guerra mondiale o dal 1929.

Era stupefacente constatare come gli stessi che, fino alla crisi, sembravano convinti che la vita capitalista ordinaria avrebbe continuato a funzionare a tempo indeterminato – dal top manager al disoccupato –, potessero convertirsi così presto all’idea di una crisi di fondamentale importanza. L’impressione generale di sentirsi sull’orlo di un precipizio era ancora più sorprendente se si pensa che, all’inizio, si trattava solo di una crisi finanziaria della quale il cittadino medio non sapeva nulla, se non attraverso i media. Niente licenziamenti di massa, niente interruzione nei rifornimenti dei prodotti di prima necessità, niente bancomat che non distribuissero più soldi, niente commercianti che rifiutassero carte di credito. Dunque, ancora nessuna crisi “visibile”. E, tuttavia, un atmosfera da fine d’epoca. Un fatto che non si spiega se non ipotizzando che già prima della crisi ciascuno avvertisse vagamente, ma senza volersene rendere conto, di stare camminando sul ghiaccio sottile o sopra una corda tesa. In fondo, quando la crisi è esplosa, nessun individuo contemporaneo è stato sorpreso, non più di un grande fumatore che scopre di avere il cancro. Prima ancora che tutto apparisse chiaramente, era già largamente diffusa la sensazione che le cose non potessero continuare “così”. Non si sa di che cosa stupirsi di più: della velocità con la quale i media hanno messo in disparte l’apocalisse per ricominciare ad occuparsi dei pescatori di ostriche (che hanno bloccato in Francia alcuni porti) o delle scappatelle di Berlusconi; degli economisti che annunciano con aplomb che è già finita e che tutto andrà di nuovo per il meglio; dei risparmiatori che si avvicinano di nuovo alla loro banca senza il minimo timore di trovarla chiusa; del cittadino medio per il quale la crisi si riduce al fatto di trascorrere vacanze più brevi quest’anno… Anche gli esperti, che ci spiegano bonari che niente è successo e che niente di spiacevole succederà, dovrebbero inquietarsi e sospettare di un sollievo e di un oblio così immediati. Ma questi continuano a fare come il malato di cancro che fuma platealmente per dimostrare a se stesso che la sua salute è eccellente. Loro si sono già abituati a tirare avanti. Per decenni un tasso di crescita economica insufficientemente elevato veniva considerato una catastrofe nazionale; oggi la crescita è davvero negativa per la prima volta dopo sessant’anni. Non importa: la crescita sarà di ritorno l’anno prossimo – assicurano imperturbabili.
Niente di nuovo sotto il buco dell’ozono: né la scienza ufficiale, né la coscienza quotidiana arrivano ad immaginare qualcosa di diverso da ciò che conoscono già: capitalismo dunque, e ancora capitalismo. Questo può attraversare una tempesta, può mostrare degli “eccessi”, i prossimi tempi possono essere duri, ma i responsabili ne trarranno le dovute lezioni: d’altra parte gli Americani hanno eletto un presidente ragionevole e le riforme necessarie saranno adottate; dopo la pioggia, il sereno! Non è affatto sorprendente che gli ottimisti stipendiati, i soli normalmente autorizzati ad esprimersi nelle istituzioni e nei media, annuncino così, ad ogni rondine, il ritorno della primavera. Che cos’altro potrebbero dire?

Ma all’apice della crisi del 2008 i media si sentirono obbligati a concedere ogni tanto la parola a quelli che offrivano un’interpretazione “anticapitalista”, a coloro che presentavano questa crisi come la manifestazione di una disfunzione più profonda, e che non mancavano quindi di invocare “cambiamenti radicali”. Mentre il “Nuovo partito anticapitalista” [*3] e i suoi consimili strillavano platealmente ai quattro venti “non pagheremo la vostra crisi” - dissotterrando dalle cantine i volantini rimasti dalle manifestazioni di dieci, venti o trent’anni fa - i rappresentanti più noti di quella che è oggi considerata come una critica implacabile della società contemporanea – cioè i Badiou, i Žižek, i Negri – hanno avuto diritto a tenere tribune più lunghe del solito nella stampa, o, ad ogni modo, hanno sentito il vento in poppa. Ciò è comunque un po’ sorprendente: la possibilità di una grande crisi del capitalismo, non provocata da una resistenza degli “sfruttati” o della “moltitudine”, ma da un inceppamento della macchina – quindi senza alcun responsabile – non era stata prevista in alcun modo nelle loro analisi. E, in effetti, anche loro hanno spiegato, a modo proprio, che ...bisognava circolare e che non c’era nulla da vedere; che era una crisi come un’altra, che sarebbe passata come sono passate le altre, perché la crisi è il funzionamento normale del capitalismo. Ma ciò che chiamano crisi – il crollo delle borse, la deflazione mondiale – non è in verità altro che un insieme di fenomeni secondari. Sono le manifestazioni visibili, l’espressione di superficie della vera crisi, di questa vera crisi che loro stessi non riescono a pensare. Gli avversari dichiarati del capitalismo – sinistra “estrema” o “radicale”, marxisti di diversa osservanza, “obiettori della crescita” o ecologisti “radicali” – si accaniscono pressoché tutti a credere nell’eternità del capitalismo e delle sue categorie, talvolta anche più di certi suoi apologeti [*4].
Questa critica del capitalismo non prende di mira solo la finanza, considerata come la sola responsabile della crisi. La “economia reale” sarebbe sana e solo una finanza sottratta ad ogni controllo metterebbe in pericolo l’economia mondiale. Da qui la spiegazione più sommaria, la più diffusa, che attribuisce tutta la responsabilità della crisi alla “avidità” di un pugno di speculatori che avrebbero giocato con il denaro di tutti come se fossero al casinò. E, in effetti, ricondurre gli arcani dell’economia capitalista, quando essa si mette a funzionare male, agli intrighi di una cospirazione di malvagi, si iscrive dentro una tradizione lunga e pericolosa. La peggiore tra le vie d’uscita possibili sarebbe quella di additare ancora una volta dei capri espiatori - la “alta finanza ebraica” o altro - alla vendetta del “onesto popolo” dei lavoratori e dei risparmiatori. E non è molto più serio opporre un “cattivo” capitalismo anglosassone, predatore e senza limiti, ad un “buon” capitalismo “continentale”, considerato più responsabile. Abbiamo visto che li distinguono solo sfumature o poco più. Tutti coloro che ora incitano a “regolamentare di più” i mercati finanziari - dall’associazione Attac a Sarkozy - vedono nelle follie delle borse solamente un “eccesso”, un’escrescenza su un corpo sano.
“L'anticapitalismo” della sinistra radicale è solo un “antiliberalismo”. La sola alternativa al capitalismo che essa abbia mai potuto concepire era costituita dalle dittature ad economia pianificata dell’Est e del Sud del mondo; da quando quelle hanno fatto bancarotta, hanno cambiato capo o sono diventate completamente indifendibili, la sola scelta rimasta a questi anticapitalisti è stata quella tra differenti modelli di capitalismo: tra liberalismo e keynesismo, tra modello continentale e modello anglosassone, tra turbocapitalismo finanziarizzato ed economia sociale di mercato, tra giubilo delle borse e “creazione di posti di lavoro”. Ci possono essere diversi modi di valorizzazione del valore, di accumulazione del capitale, di trasformazione del denaro in più denaro; ed è soprattutto la distribuzione dei frutti di questo modo di produzione che può cambiare, facendo comodo più a certi gruppi sociali che ad altri, a certi paesi piuttosto che ad altri. Essi prevedono che anche la crisi sarà utile al capitalismo: i capitali in eccesso vengono svalutati, e dopo Schumpeter si sa che la “distruzione creatrice” è la legge fondamentale del capitalismo. Se si vuole evitare di essere tacciati di utopisti sempliciotti, o di emuli di Pol Pot - cioè di partigiani della sola alternativa al capitalismo che la coscienza dominante sappia ancora evocare - è impossibile immaginare che l’umanità possa vivere altrimenti che con la valorizzazione del valore, con l’accumulazione del capitale e con la trasformazione del denaro in più denaro. Può esserci un limite esterno alla crescita del capitalismo, sotto forma di esaurimento delle risorse e di distruzione delle fonti naturali; ma in quanto forma di riproduzione sociale il capitalismo sarebbe insuperabile. Ciò che Il Corriere della Sera dichiara apertamente, i neo-marxisti, i bourdieusiani, gli altermondialisti e i sostenitori della decrescita lo dicono con delle perifrasi: per gli uomini il mercato è naturale. Gli anticapitalisti-antiliberali propongono semplicemente di ritornare al “capitalismo sociale” degli anni ’60 (indebitamente idealizzato, va da sé), alla piena occupazione ed ai salari elevati, allo Stato sociale e alla Scuola “ascensore sociale”; alcuni vorrebbero aggiungervi un po’ di ecologia, di volontariato o perfino di “decrescita”. In verità, devono sperare che il capitalismo riguadagni ben presto il suo spirito e ricominci a girare a pieno regime, per poter realizzare i loro bei programmi onerosi.
Ai loro occhi la crisi attuale rappresenta l’occasione tanto attesa di trovare finalmente delle orecchie attente alle proposte che fanno da tempo. La crisi sarà salutare: costituirà certamente una piccolo salasso per alcuni, ma forzerà gli uomini e le istituzioni a rivedere le proprie nocive abitudini. Così, ciascuno di questi critici benevolenti cerca di portare acqua al proprio mulino: regolazione dei mercati finanziari, limitazione dei premi dei manager, abolizione dei “paradisi fiscali”, misure di redistribuzione e, soprattutto, un “capitalismo verde” come motore di un nuovo regime di accumulazione e produttore di posti di lavoro. Per loro la questione è evidente: la crisi è l’occasione di un miglioramento del capitalismo, non di una rottura con questo.

Tuttavia, anche su questo piano, rischiano di rimanere delusi. Nel contesto della crisi si stanno producendo reazioni del tutto opposte tra loro. Così, per superarla, si possono predicare misure ecologiche (come fanno Obama o Sarkozy) o, al contrario, attaccare perfino le protezioni esistenti in nome del “rilancio della crescita” e della “creazione di posti di lavoro” (come fa Berlusconi, come chiedono l’industria - soprattutto quella edile e automobilistica - ed una parte considerevole del pubblico) [*5]. E che dire quando degli operai licenziati, per ottenere migliori condizioni di licenziamento, minacciano di riversare prodotti tossici in un fiume, come è già capitato più volte in Francia? Vedremo degli ecologisti venire alle mani con degli operaisti? Ora la sinistra “radicale” dovrà decidersi: passare ad una critica del capitalismo tout court, anche se non si proclama più neoliberista, oppure partecipare alla gestione di un capitalismo che ha incorporato una parte delle critiche indirizzate ai suoi “eccessi”.
Certi osservatori sembrano andare oltre: parlano di un capitalismo che distrugge il mondo e che è in procinto di autodistruggersi. Queste grida d’allarme non denotano una presa di coscienza di fronte ai disastri del capitalismo - sia quando questo procede “normalmente” sia nei suoi periodi di crisi. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, questi attacchi sono diretti solo contro la recente fase “sregolata” e “selvaggia” del capitalismo, la fase neoliberista, e niente affatto contro il regime di accumulazione capitalista in quanto tale, contro la logica tautologica che richiede di trasformare un euro in due euro e che consuma il mondo concreto come semplice materiale per questo accrescimento della forma-valore. Secondo loro, un ritorno al capitalismo “saggio”, in quanto “regolato” e sottomesso alla “politica”, dovrebbe logicamente risolvere il problema.
Il discorso “anti-neoliberista” nega dunque che vi sia una crisi attuale? No, ma non vuole altro che la guarigione dai sintomi della malattia. D’altra parte, l’incapacità generale di immaginare che la crisi possa sfociare in qualcosa di diverso dal capitalismo contrasta, ancora e sempre, in modo impressionante con la percezione vaga, ma persistente ed universale, di vivere dentro una crisi permanente. Da decenni l’atmosfera è votata al pessimismo. I giovani sanno, e accettano con rassegnazione, che vivranno peggio dei loro genitori e che le necessità di base – lavoro, casa – saranno assai più difficili da ottenere e conservare. L’impressione generale è quella di scivolare lungo una scarpata. La sola speranza è di non farlo troppo velocemente, ma non certo quella di potere davvero risalire. C’è la sensazione diffusa che la festa sia finita e che stiano per cominciare gli anni delle vacche magre, una sensazione sovente accompagnata dalla convinzione che la generazione precedente (quella dei “baby-boomers”) abbia divorato tutto ed abbia lasciato ben poco ai propri figli. In Francia, la maggior parte dei giovani - almeno tra quelli che strappano qualche diploma - è ancora convinta che riuscirà a trovare un modo per sopravvivere sul piano economico: ma niente di più. Non si può più parlare di una crisi propria solo a certi settori, a vantaggio di altri che sarebbero in crescita: lo dimostra il crollo borsistico nel 2001 della “New Economy”, nonostante questa sia stata presentata per anni come il nuovo motore del capitalismo. Non assistiamo alla svalutazione di qualche mestiere a vantaggio di altri, come quando i maniscalchi furono rimpiazzati dai meccanici, e come la mania delle “riqualificazioni” ci vorrebbe ancora far credere. Ora si tratta di una svalutazione generale di pressoché tutte le attività umane, come mostra visibilmente l’impoverimento rapido e inatteso delle “classi medie”. Se a ciò si aggiunge la coscienza, ormai ben ancorata in ogni testa, dei disastri ambientali presenti e futuri e dell’esaurimento delle risorse, si può dire che oggi la gran maggioranza delle persone guarda il futuro con paura.
Quello che può apparire strano è il fatto che l’impressione, così diffusa, di un aggravamento generale delle condizioni di vita si accompagna spesso alla convinzione che il capitalismo funzioni a pieno regime, che la globalizzazione sia al suo culmine, che ci sia più ricchezza che mai. Il mondo sarebbe in crisi ma non il capitalismo, ovvero – come affermano Luc Boltanski ed Éve Chiappello, all’inizio del loro libro "Le Nouvel esprit du capitalisme", pubblicato nel 1999 – il capitalismo è in espansione, mentre ciò che si degrada è la situazione sociale ed economica di tante persone. Così il capitalismo è percepito come una parte della società opposta al resto, come l’insieme degli uomini che detengono il denaro accumulato, e non come un rapporto sociale che ingloba tutti i membri dell’attuale società mondiale.

Certuni, che si credono più accorti, scorgono nel discorso della crisi una semplice invenzione degli industriali per abbassare i salari ed aumentare i profitti, oppure un'invenzione del “dominio” stesso, per giustificare lo stato di emergenza planetaria e permanente. È vero che le crisi, passate e attuali, sono servite e servono spesso da legittimazione allo Stato, soprattutto da quando questo non presenta più progetti “positivi” ma si limita ad amministrare le urgenze; mettendo esso stesso in rilevo tutto ciò che non va (a differenza della propaganda del passato, votata al motto “tutti sono felici grazie alla saggezza del governo”). Il suo compito è quello di creare le condizioni necessarie allo scopo ammesso, la sola finalità riconosciuta dalla società mondiale contemporanea, dovunque essa sia (salvo che in Corea del Nord, in Iran e in qualche altro paese musulmano): permettere agli individui un massimo di consumo di merci e di “sviluppo personale”. È vero, se le crisi non esistessero gli Stati le inventerebbero. Ma solamente le crisi di secondo ordine, non quelle che minacciano le loro fondamenta. Durante questa crisi si è avuta più che mai l’impressione che le “classi dominanti” non dominassero poi granché, che queste fossero invece esse stesse dominate dal “soggetto automatico” (Marx) del capitale.
Tuttavia è stata avanzata anche una critica del capitalismo contemporaneo molto diversa da quelle fin qui evocate. Essa si chiede: e se la finanziarizzazione, lungi dall’aver rovinato l’economia reale, l’avesse invece aiutata a sopravvivere oltre la sua data di scadenza? Se avesse dato respiro ad un corpo moribondo? Perché si è così sicuri che lo stesso capitalismo sfugga al ciclo della nascita, della crescita e della morte? Non potrebbe contenere limiti intrinseci al proprio sviluppo, limiti che non risiedono solo nell’esistenza di un nemico dichiarato (il proletariato, i popoli oppressi), né nel solo esaurimento delle risorse naturali?
Durante la crisi, era di nuovo alla moda citare Marx. Ma il pensatore tedesco non ha parlato solamente di lotte di classe. Ha ugualmente previsto la possibilità che un giorno la macchina capitalista si arresti da sé, che la sua dinamica si esaurisca. Perché? La produzione capitalista di merci contiene, fin dall’origine, una contraddizione interna, una vera bomba a orologeria situata nei suoi stessi fondamenti. Non si può far fruttare il capitale, e dunque accumularlo, se non sfruttando la forza lavoro. Ma il lavoratore, per generare un profitto a vantaggio del suo datore di lavoro, deve essere rifornito degli attrezzi necessari, e oggi delle tecnologie di punta. Ogni volta, il primo datore di lavoro che ricorre a nuove tecnologie vince, perché i suoi operai producono più di quelli che non dispongono di questi strumenti. Ma il sistema intero perde, perché le tecnologie rimpiazzano il lavoro umano. Il valore di ogni singola merce contiene quindi parti sempre più esili di lavoro umano, che è tuttavia la sola fonte del plusvalore e dunque del profitto. Lo sviluppo della tecnologia riduce i profitti nella loro totalità. Ciononostante, per un secolo e mezzo, l’estensione della produzione di merci su scala globale ha potuto compensare questa tendenza alla riduzione del valore di ogni merce particolare.
Dagli anni ’60, questo meccanismo – il quale non era già altro che una fuga in avanti permanente – si è inceppato. I guadagni di produttività permessi dalla microelettronica hanno paradossalmente messo in crisi il capitalismo. Erano necessari investimenti sempre più giganteschi per far lavorare, secondo gli standard di produttività del mercato mondiale, i pochi operai restanti. L’accumulazione reale del capitale minacciava di arrestarsi. Ed è in questo momento che il “capitale fittizio”, come lo chiama Marx, spicca il volo. L’abbandono della convertibilità del dollaro in oro, nel 1971, ha eliminato l’ultima valvola di sicurezza, l’ultimo ancoraggio all’accumulazione reale. Il credito non è altro che un’anticipazione dei guadagni futuri attesi. Ma quando la produzione di valore, e dunque di plusvalore, nell’economia reale ristagna (cosa che non ha nulla a che vedere con una stagnazione della produzione di cose – ma è il capitalismo che ruota intorno alla produzione di plusvalore e non di prodotti in quanto valori d’uso), non rimane altro che la finanza a permettere ai proprietari di capitale di realizzare profitti ormai impossibili da ottenere nella sfera dell’economia reale. L’ascesa del neoliberismo a partire dal 1980 non era una sporca manovra dei capitalisti più avidi, un colpo di Stato allestito con la complicità di politici compiacenti, come la sinistra “radicale” vuole credere. Al contrario, il neoliberismo era la sola maniera possibile di prolungare ancora un po’ il sistema capitalista che nessuno voleva seriamente mettere in questione nei suoi fondamenti, né a destra né a sinistra. Un gran numero di imprese e di individui hanno potuto conservare a lungo un’illusione di prosperità grazie al credito. Ora anche questa stampella si è rotta. Ma il ritorno al keynesismo, evocato un po’ ovunque, sarà del tutto impossibile: non c’è più abbastanza denaro “reale” a disposizione degli Stati. Per il momento i “decisori” hanno rinviato ancora un po’ il "Mene, Tekel, Peres", aggiungendo un altro zero dietro le cifre fantastiche scritte sugli schermi e alle quali non corrisponde più nulla [*6]. I prestiti accordati per salvare le banche sono dieci volte superiori ai buchi che facevano tremare i mercati venti anni fa – ma la produzione reale (diciamo banalmente, il PIL) è aumentata di circa il 20-30%! La “crescita economica” degli anni ’80 e ’90 non aveva più una base autonoma, ma era dovuta alle bolle finanziarie. E quando queste bolle scoppieranno non ci sarà nessun “risanamento” dopo il quale tutto potrà ripartire.

Perché questo sistema non è ancora completamente crollato? A che cosa deve la sua sopravvivenza provvisoria? Essenzialmente al credito. Lungo l’arco del secolo, di fronte alle difficoltà crescenti nel finanziare la valorizzazione della forza lavoro, dunque nell’investire in capitale fisso, il ricorso a crediti sempre più massicci non è stata un’aberrazione, era inevitabile. Anche durante il regno dei monetaristi neoliberisti, l’indebitamento è fortemente aumentato. Che questo credito sia privato o pubblico, interno o esterno, non cambia di molto la questione. L’evoluzione continua e irreversibile della tecnologia, aumenta in modo permanente lo scarto tra il ruolo della forza lavoro – che, ripetiamolo, è la sola fonte del valore e del plusvalore – e quello, sempre più importante, degli strumenti di lavoro, i quali devono essere pagati con il plusvalore ottenuto attraverso lo sfruttamento della forza lavoro. Di conseguenza, il ricorso al credito non può che aumentare nel corso degli anni, ed evolvere verso un punto di non ritorno. Il credito, che è un profitto consumato prima di essere stato realizzato, può rimandare il momento in cui il capitalismo raggiunge i propri limiti sistemici, ma non può abolirlo. Un giorno, anche il miglior accanimento terapeutico dovrà terminare.
Il credito non prolunga solamente la vita del sistema in quanto tale, ma anche quella dei consumatori. Si sa che l’indebitamento privato ha raggiunto cifre enormi, per esempio 15.000 euro per ogni famiglia italiana, e molto di più negli Stati Uniti. E, soprattutto, esso aumenta rapidamente. Si può prendere coscienza del futuro di questo genere di vita con l’esempio di un paese come il Brasile, dove è possibile acquistare un telefono portatile e pagarlo in dieci rate, dove il cambio dell’olio dell’automobile può essere saldato in tre volte e dove i benzinai non si fanno concorrenza sui prezzi del carburante, ma sulla riscossione degli assegni – a 90, 180 giorni…
Alcuni arrivano ad estasiarsi di fronte a questa “virtualizzazione” del mondo e le pronosticano un grande avvenire. Ma solo una coscienza interamente postmodernista è capace di credere che una virtualizzazione senza basi reali potrà durare per sempre. Certuni hanno voluto mettere in discussione e “decostruire” il concetto di “economia reale”. Sicuramente, farebbe comodo a molte persone dimostrare che la finzione vale quanto la realtà, essendo inoltre molto più disponibile ai nostri desideri. Tuttavia non è necessario essere un gran profeta per prevedere che i “dinieghi di realtà” pronunciati con sorrisi di sufficienza da trent’anni a questa parte non hanno più molto futuro in un’epoca di crisi “reali”.
Questo punto di vista radicale sulla crisi – per la cui formulazione saremo sempre debitori alle analisi di Robert Kurz – annuncia dunque, innanzitutto, che, anche sul piano strettamente economico, la crisi non è che agli inizi. Continua ad esistere un gran numero di banche e di grandi imprese che occultano le loro situazioni disastrose falsificando i bilanci, e, tra gli altri fallimenti a venire, si parla di un prossimo crollo del sistema delle carte di credito negli Stati Uniti. Le somme astronomiche gettate dagli Stati nell’economia - abbandonando da un giorno all’altro la dogmatica monetarista in nome della quale si erano spinte milioni di persone verso la povertà - e gli annunci di una maggior regolazione non hanno nulla a che vedere con un ritorno al keynesismo e allo Stato sociale di un tempo. Non si tratta di investimenti nelle infrastrutture, di tipo “New Deal”, né di una creazione di potere d’acquisto popolare. Queste somme hanno fatto aumentare di colpo il debito pubblico degli Stati Uniti del 20%, ma non sono servite altro che ad evitare il crollo del sistema creditizio. Per un vero “rilancio dell’economia” servirebbero somme ancora più smisurate e che, allo stato attuale, non possono essere ottenute se non creando denaro per decreto, cosa che potrà portare solo ad una iperinflazione mondiale. Una breve crescita alimentata dall’inflazione condurrebbe ad una crisi ancora più grande, perché non si vedono da nessuna parte nuove possibili forme di accumulazione che, dopo una “stimolazione” iniziale da parte dello Stato, sarebbero in seguito in grado di produrre una crescita fondata su basi proprie.
Ma la crisi non è solamente economica. Quando non c’è più denaro, non funziona più niente. Nel corso del 20° secolo, per estendere la sfera della valorizzazione del valore, il capitalismo ha inglobato settori sempre più ampi della vita: dall’educazione dei bambini alla custodia degli anziani, dalla cucina alla cultura, dal riscaldamento ai trasporti. Si è visto un progresso, in nome dell’ “efficacia” o della “libertà degli individui” affrancati dai legami familiari e comunitari. Ora se ne vedono le conseguenze: tutto va a rotoli se non è “finanziabile”. E non è solo dal denaro che dipende tutto, ma peggio ancora: dal credito. Quando la riproduzione reale è al traino del “capitale fittizio”, quando le imprese, le istituzioni e perfino Stati interi sopravvivono solo grazie alle loro quotazioni in borsa, ogni crisi finanziaria – lungi dal riguardare solamente quelli che giocano in borsa – finisce per affliggere moltissimi uomini nella loro vita più intima e quotidiana. I numerosi americani che avevano accettato pensioni in azioni, e che dopo i crash si trovano senza niente per la loro vecchiaia, sono stati tra i primi ad assaporare questa morte a credito. Non era che l’inizio; quando la crisi si ripercuoterà davvero sulla realtà – quando un brutale aumento della disoccupazione e della precarizzazione si accompagnerà ad una forte caduta nelle entrate dello Stato -, si vedranno settori interi della vita sociale abbandonati all’arte di sopravvivere giorno per giorno.
Le diverse crisi – economica, ecologica, energetica – non sono semplicemente “contemporanee” o “collegate”: sono l’espressione di una crisi fondamentale, quella della forma-valore, della forma astratta, vuota, che si impone ad ogni contenuto in una società basata sul lavoro astratto e sulla sua rappresentazione nel valore di una merce. È tutto un modo di vita, di produzione e pensiero - vecchio di almeno duecentocinquanta anni - a non sembrare più capace di assicurare la sopravvivenza dell’umanità. Forse non ci sarà un “venerdì nero” come nel 1929, un “giorno del Giudizio”. Ma ci sono buone ragioni per pensare che stiamo vivendo la fine di una lunga epoca storica [*7]: l’epoca in cui l’attività produttrice e i prodotti non servono a soddisfare bisogni, ma ad alimentare il ciclo incessante del lavoro che valorizza il capitale e del capitale che impiega il lavoro. La merce e il lavoro, il denaro e la regolazione statale, la concorrenza e il mercato: dietro le crisi finanziarie che si ripetono da oltre venti anni, ogni volta più gravi, si profila la crisi di tutte queste categorie. Che, è sempre bene tenerlo a mente, non fanno parte ovunque e sempre dell’esistenza umana. Esse si sono impossessate della vita umana nel corso degli ultimi secoli, e potranno in seguito dar luogo a qualcosa di diverso: di migliore o di ancora peggiore. Forse ci sarà una piccola ripresa nei prossimi mesi, o anche nei prossimi anni [*8]. Ma la fine del lavoro, del vendere, del vendersi e del comprarlo, la fine del mercato e dello Stato – tutte categorie che non sono in alcun modo naturali e che un giorno scompariranno, nello stesso modo in cui esse hanno sostituito altre forme di vita sociale – tutto questo è un processo di lunga durata. La crisi attuale non ne è né l’inizio né la fine, bensì una importante tappa.

Ma perché questa critica, pressoché la sola a trovarsi confermata dalla crisi recente, suscita così poca attenzione? Essenzialmente perché nessuno può veramente immaginare la fine del capitalismo. La stessa idea suscita una fifa blu. Ognuno pensa di avere troppo poco denaro, e ognuno si sente minacciato nella sua esistenza, anche sul piano fisico, se il denaro ha l’aria di svalutarsi e di perdere il suo ruolo nella vita sociale. Nella crisi, i soggetti si aggrappano più che mai alle sole forme di socializzazione che conoscono. C’è un accordo generale almeno su una cosa: bisogna sempre continuare a vendere, a vendersi e a comprare. Ecco perché è difficile reagire a questa crisi o organizzarsi per farvi fronte: perché non si tratta di loro contro di noi. Bisognerebbe combattere il “soggetto automatico” del capitale, che abita anche in ciascuno di noi, e dunque una buona parte delle nostre abitudini, gusti, pigrizie, inclinazioni, narcisismi, vanità, egoismi… Nessuno vuole guardare il mostro in faccia. Quanti deliri, pur di non mettere in discussione il lavoro e la merce, o semplicemente l’automobile! “Grandi scienziati” sragionano su satelliti giganti capaci di rinviare al mittente una parte dei raggi solari o su apparecchi capaci di raffreddare gli oceani. Si propone “di produrre legumi nelle serre idroponiche o perfino aeroponiche” e di fabbricare carne “direttamente a partire da cellule staminali”; e di ricercare le risorse mancanti letteralmente sulla luna: “essa racchiude, tra l’altro, un milione di tonnellate di elio-3, il carburante ideale per la fusione nucleare. Una tonnellata di elio-3 dovrebbe valere circa sei miliardi di dollari, vista l’energia che può fornire. E questa è solo una delle ragioni per cui tanti paesi pensano intensamente ad un ritorno sulla luna” [*9]. Nello stesso spirito, ci viene proposto di “adattarsi” ai mutamenti climatici invece di combatterli [*10]. Piuttosto che sfuggire al “terrore economico”, se ne raddoppia la minaccia: “Più che mai, le organizzazioni e gli umani che sapranno, potranno e vorranno adattarsi hanno un avvenire economico e sociale. I fautori dell’immobilismo potrebbero perdere ogni impiegabilità” e dunque scomparire dal mondo [*11]. Malthus l’aveva già detto: la fame è il miglior educatore al lavoro. Tutto ciò che non serve alla valorizzazione del capitale è un lusso, e in tempi di crisi il lusso non è più opportuno. Non è una perversione, è del tutto logico in una società che ha fatto della trasformazione del denaro in più denaro il suo principio vitale.
Scenario apocalittico, ci verrà ribattuto: si annuncia la fine del capitalismo da quando è nato, ad ogni difficoltà che incontra. Tuttavia esso rinasce dopo ogni crisi, come l’araba fenice risorge dalle proprie ceneri. Al contempo, ogni volta esso è cambiato ed oggi è molto diverso da ciò che era nel 1800, nel 1850 o nel 1930. Non assistiamo forse ad un’ulteriore trasformazione di questo genere, nella quale esso muterebbe per meglio perdurare? Perché questa crisi sarebbe più grave di tutte quelle che si susseguono da più di 200 anni? Il capitalismo non potrebbe continuare ad esistere sotto forme atipiche, tra catastrofi e guerre? La crisi non sarebbe forse la forma eterna della sua esistenza, se non addirittura dell'esistenza delle società storiche in generale? Redigere la lista di tutte le disfunzioni del capitalismo attuale non può costituire – così prosegue l’obiezione – la prova della sua crisi finale, a meno che non si consideri il breve periodo fordista di stabilità come il solo funzionamento possibile del capitalismo, e tutte le sue altre forme di esistenza come delle deviazioni. Le guerre civili in Africa e la ri-feudalizzazione in Russia, il fondamentalismo islamico e la precarizzazione in Europa dimostrerebbero solamente che era impossibile estendere il modello fordista, in quanto tale, al mondo intero, ma non dimostra il fallimento del capitalismo, che in quanto sistema mondiale consisterebbe appunto nella coesistenza di tutte queste forme, ciascuna delle quali, nel proprio contesto, sarebbe utile al sistema mondiale. Il capitalismo potrebbe anche funzionare molto diversamente da come ha funzionato nell’Europa degli anni sessanta: questo non farebbe altro che dimostrare la sua flessibilità. Le distruzioni che causa, dall’atomizzazione degli individui e dalla dissoluzione della famiglia, fino alle malattie fisiche e psichiche e all’inquinamento, non sarebbero necessariamente un sintomo di crisi – questi fenomeni creerebbero invece sempre anche nuovi bisogni e settori di mercato, che permettono all’accumulazione di procedere.
Ma questa obiezione non regge: descrive la nascita e il perpetuarsi di forme sempre mutevoli di dominio e di sfruttamento, ma non l’emergenza di nuovi modelli di accumulazione capitalistica. Le forme “non classiche” di creazione del profitto non possono aver luogo che come partecipazione indiretta al mercato mondiale, dunque solamente parassitando i circuiti globali del valore (per esempio: vendendo cara la loro droga ai paesi ricchi, certi paesi del “Sud” dirigono verso di sé una parte del “vero” plusvalore ottenuto nei paesi ricchi). Se la creazione di valore nei centri industriali dovesse estinguersi completamente, sarebbe la fine anche per i baroni della droga e per i trafficanti di bambini. Essi allora potrebbero tutt’al più costringere di nuovo i loro sudditi a produrre un surplus agricolo, materiale per i loro padroni. Ma anche i difensori più convinti dell’eternità del capitalismo non oserebbero più chiamare tutto ciò un “nuovo modello di accumulazione capitalista”.

Più in generale, occorre sempre ricordarsi che i servizi e le ristrutturazioni non sono lavori che producono capitale, ma dipendono dai settori produttivi. Non è solo la teoria di Marx a dirlo (e su questo punto, ancor più che sugli altri, essa non è arrivata fino ai marxisti), ma anche l’esperienza di tutti i giorni: in tempi di recessione, cultura ed educazione, protezione della natura e salute, sovvenzioni alle associazioni e difesa del patrimonio, lungi dal poter servire da “motore per la crescita”, sono i primi ad essere sacrificati per “carenze finanziarie”.
Certo, non si può “dimostrare” in astratto che assistiamo alla fine della plurisecolare società della merce. Ma certe tendenze recenti sono effettivamente nuove. Un limite esterno è stato raggiunto con l’esaurimento delle risorse – e soprattutto della risorsa più importante e meno sostituibile: l’acqua – e con i cambiamenti irreversibili del clima, con le specie naturali perdute, con i paesaggi scomparsi. Allo stesso modo, il capitalismo si dirige verso un limite interno, perché la sua direttrice di sviluppo è lineare, cumulativa e irreversibile, e non ciclica e ripetitiva come altre forme di produzione. È la sola società mai esistita che contenga alla sua base una contraddizione dinamica, e non solo un antagonismo: la trasformazione del lavoro in valore è storicamente votata all’esaurimento a causa delle tecnologie che sostituiscono il lavoro.
I soggetti che vivono in questa epoca di crisi esterna e interna subiscono anche un logoramento delle strutture psichiche, le quali da tanto tempo hanno definito ciò che è l’uomo. Al contempo, questi soggetti nuovi e imprevedibili si trovano nella situazione di dover amministrare potenziali di distruzione inauditi. Infine, la riduzione della creazione di valore nel mondo intero comporta il fatto che, per la prima volta, esistono – e dappertutto – popolazioni in eccesso, superflue, che non servono nemmeno più ad essere sfruttate. Dal punto di vista della valorizzazione del valore, è l’umanità che inizia a essere un lusso superfluo, una spesa da eliminare, un “eccedente” – e qui si può parlare di un fattore del tutto nuovo nella storia!
Purtroppo, la “crisi” non comporta un’“emancipazione” garantita. Esiste molta gente arrabbiata perché ha perduto il suo denaro, la sua casa o il suo lavoro. Ma questa rabbia, a differenza di ciò che la sinistra radicale ha sempre creduto, non ha, in quanto tale, nulla di emancipatorio. La crisi attuale non sembra propizia per l'emergere di tentativi emancipatori (almeno in una prima fase), ma al “si salvi chi può”. D’altra parte, essa non appare neppure orientata alle grandi manovre di ristabilimento dell’ordine capitalista, ai totalitarismi, ai nuovi regimi autoritari di accumulazione. Ciò che si annuncia ha piuttosto l’aria di essere una barbarie a fuoco lento, e non sempre evidente. Piuttosto che il grande crash, ci si può aspettare una spirale discendente all’infinito, una depressione permanente che lascia il tempo di abituarcisi. Si assisterà sicuramente a una diffusione spettacolare dell’arte di sopravvivere in mille modi e di adattarsi a tutto, piuttosto che ad un vasto movimento di riflessione e di solidarietà, nel quale tutti mettono da parte i loro interessi personali, gettano nel dimenticatoio gli aspetti negativi della loro socializzazione e costruiscono insieme una società più umana. Perché una cosa simile accada, dovrebbe prima verificarsi una rivoluzione antropologica. Difficilmente si può affermare che le crisi e i tracolli in corso faciliteranno una rivoluzione di questo genere. Di più, anche se la crisi comporta una “decrescita” forzata, questa non va necessariamente nella giusta direzione. La crisi non colpisce in primo luogo i settori “inutili” dal punto di vista della vita umana, ma quelli “inutili” dal punto di vista dell’accumulazione del capitale. Non si ridurranno le spese per le armi, ma quelle per la salute – e una volta che si è accettata la logica del valore, protestare contro tutto ciò è abbastanza incoerente. Allora, bisogna cominciare con piccole cose, l’aiuto tra vicini, i sistemi locali di scambio, l’orto davanti casa, il volontariato nelle associazioni, le “AMAP” (Association pour le maintien d'une agriculture paysanne)? Certo, è carino. Ma voler contrastare il crollo del sistema mondiale con mezzi simili equivale a voler svuotare il mare con un cucchiaio.
A che cosa approdano queste considerazioni disincantate? Almeno ad un po’ di lucidità. Si può così evitare di ingrossare le fila dei populisti di ogni sorta che si limitano ad imprecare contro le banche, la finanza e le borse, e contro i loro presunti gestori. Questo populismo condurrà facilmente alla caccia ai “nemici del popolo”, in basso (gli immigrati) e in alto (gli speculatori) [*12], evitando così ogni critica contro le vere basi del capitalismo, basi che invece appariranno come la civiltà da tutelare: il lavoro, il denaro, la merce, il capitale, lo Stato.
Tutto ciò produce effettivamente la vertigine di immaginare la fine di un modo di vivere dentro il quale siamo risucchiati fino al collo e che, ora, sta per sprofondare senza che nessuno l’abbia deciso, lasciandoci immersi in un paesaggio di rovine. Tutti i presunti antagonisti di un tempo, il proletariato ed il capitale, il lavoro e il denaro accumulato, rischiano di scomparire insieme, avvinti nella loro agonia: è la base comune dei loro conflitti che si sta estinguendo.
Per uscire da questa situazione, ci vuole un così gran balzo nell’ignoto che chiunque – e lo si capisce! – lo rifiuta inizialmente. Ma il fatto di vivere in un simile confine d’epoca è, malgrado tutto, anche una chance inaudita. Dunque: che la crisi si aggravi! [*13] Non si tratta di “salvare” la “nostra” economia e il “nostro” modo di vita, ma di spingerli a scomparire più velocemente, dando intanto vita a qualcosa di meglio. Prendiamo l’esempio dei lunghi conflitti recenti nell’educazione e nell’Università: piuttosto che lagnarsi della riduzione dei fondi per l’istruzione e la ricerca, non sarebbe meglio mettere in discussione il fatto stesso che non si hanno educazione e ricerca se non sono “redditizie”? Si deve rinunciare a vivere perché l’accumulazione del capitale non funziona più?

Finalmente, l’uscita, è il titolo di un quadro di Paul Klee. Durante la breve crisi dell’ottobre 2008 si aveva un po’ l’impressione che il coperchio stesse per saltare: si cominciava a discutere apertamente dei misfatti e dei limiti del capitalismo. Malgrado tutto si può allora confidare nel fatto che durante una grave crisi prolungata le lingue si scioglieranno, i tabù e gli interdetti svaniranno, che numerose persone metteranno spontaneamente in discussione ciò che consideravano “naturale” o “inevitabile” fino al giorno prima e cominceranno a porre le questioni più semplici e meno spesso sollevate: perché c’è crisi se ci sono fin troppi mezzi di produzione? Perché morire di stenti, se esiste tutto il necessario (e anche molto di più)? Perché accettare che venga fermato tutto ciò che non serve all’accumulazione? Bisogna rinunciare a tutto ciò che non si può pagare? Forse, malgrado tutto, come nelle favole, verrà detta la parola che romperà l’incanto.

- Anselm Jappe - 

NOTE

[*1] - Questo articolo, pubblicato per la prima volta con il titolo di Crèdit à mort nel numero 30, 2009 della rivista francese Lignes, compare ora nel numero 0 (in corso di stampa) della rivista italiana T YSM (http://tysm.org/). La traduzione è di Alessandro Simoncini.

[2*] - É. Fottorino, Retour au rèel par le case désastre, “Le Monde”, 11-10-2008

[*3] - Partito trotzkista francese fondato all’inizio del 2009.

[*4] - “I centocinquanta relatori (di cui una sessantina stranieri) che si sono espressi il 4, 5 e 6 luglio durante i nove incontri di Aix-en-Provence, organizzati dal Circolo degli economisti, nella loro stragrande maggioranza hanno tenuto discorsi più allarmisti. Innanzitutto ci sono queste cifre, terrificanti, dell’Organizzazione di cooperazione e sviluppo economico (Ocse). Da aprile 2008 ad aprile 2009, nei paesi più ricchi la disoccupazione è cresciuta del 40%. Dal 2007 al 2010 dovrebbero anche esserci 26 milioni di disoccupati in più, un balzo dell’80 %, senza precedenti in così poco tempo. «Il deterioramento più grosso deve ancora venire», ha messo in guardia Martine Durtand, responsabile dell’impiego. Ora, secondo Patrick Artus (banca Naitixis) «gli impieghi perduti, lo sono in maniera irreversibile»”. (Frédéric Lemaître, Et si la crise économique ne faisait que commencer?, “Le Monde”, 6-7-2009).

[*5] - “Si predica la «riconversione» (mutare credenze per cambiare attività) in vista di una maggiore sobrietà, si accusa il “tutti in macchina”, lo spreco delle risorse, l’invasione della vita da parte del lavoro alienato, la maledizione del progresso. Ma, nel momento in cui la macchina si blocca, il settore automobilistico entra in crisi, la pubblicità diserta i giornali e minaccia il loro equilibrio finanziario, la disoccupazione tocca un importante numero di salariati, il tono cambia e le vecchie certezze riaffiorano”. Lo ha scritto Gilbert Rist il 26-11-2008 in un blog vicino alla “decrescita”.

[*6] - Nella Bibbia (Libro di Daniele, capitolo 5), Mene, tekel, Peres! è la scritta misteriosa, annuncio di sventura, che il presunto ultimo re di Babilonia Baldassarre (che in realtà non fu mai re, ma ebbe solo la reggenza al trono per alcuni anni in sostituzione del padre assente) vide con spavento tracciata su una parete del salone in cui stava consumando il suo ultimo festino orgiastico. Durante l’orgia – mentre la città era assediata da Ciro – erano stati profanati i vasi sacri sottratti al tempio di Gerusalemme. Nella stessa notte la città fu conquistata, Baldassarre messo a morte e Babilonia divisa tra i Medi e i Persiani (ndt).

[*7] - Immanuel Wallerstein è stato pressoché il solo ad aver affermato sui grandi media che, dopo 500 anni, il capitalismo era arrivato alla sua ultima tappa e che qualcosa di nuovo si stava producendo (si veda il suo articolo Le capitalisme touche à sa fin in Le Monde dell’11-10-2008). Tuttavia, nella crisi attuale egli non vede altro che lo scoppio di una bolla speculativa che risale agli anni ’70; la compara ad altre crisi del passato. Se prevede una “fase di caos politico”, di “crisi sistemica”, e la fine del capitalismo nei prossimi decenni, è a causa della modificazione dei rapporti tra “centro” e "periferia”. La sua interpretazione è quindi molto diversa da quella che qui si propone.

[*8] - Durante gli ultimi decenni, dopo ogni crisi, si è assistito ad una “ripresa” – soprattutto degli indici di borsa –, la quale sembrava dimostrare che tutto era solo questione di cicli, di rialzi e di ribassi. Ma nessuna di queste “riprese” era il frutto di un nuovo modo di produzione che utilizzava massicciamente il lavoro in modo redditizio. Non erano che crescite fittizie di valore, ottenute vendendo e comprando titoli e, talvolta, investendo questo capitale fittizio nel consumo o nell’acquisto di servizi – cosa che ha creato ogni volta delle bolle finanziarie ancora più grandi e più prive di fondamenta, soprattutto nel settore immobiliare.

[*9] - A mo’ di punizione, si rivela qui al pubblico il nome dell’autore di questi propositi: Alexandre Xavier, Plus de croissance est en nous, “Le Monde”, 30-11-2008, “Chronique d’abbonées”.

[*10] - S’adapter au changement climatique plutôt que de le limiter?, “Le Monde”, 21-08-2009, sullo studio che il “Centro di consenso” (!) di Copenaghen ha affidato alla fondazione scientifica italiana “Enrico Mattei”, legata al gruppo petrolifero italiano ENI.

[*11] - La stessa punizione che per l’altro: Camille Sée, Le prévisible déclin du salariat, “Le Monde”, 09-08-2009, “Chronique d’abbonées”.

[*12] - Tanto la sinistra che una certa destra hanno protestato (almeno negli Stati Uniti) contro il salvataggio delle banche.

[*13] - F. Partant, Que la crise s’aggrave, Paris, Solin, 1978

fonte: EXIT!

lunedì 26 ottobre 2015

La nobiltà del lavoro e la normalità capitalista

trenkle

I bassi salari non vi salveranno!
- L'illusione del capitalismo delle miseria e delle prestazioni da servizi -
di Norbert Trenkle

Da quando la crisi della società del lavoro è lentamente emersa nella coscienza collettiva (all'incirca a partire dalla fine degli anni 1970), il neoliberismo ha ostinatamente sostenuto il punto di vista per cui tale crisi non esiste assolutamente. Quel che accade, avrebbe a che vedere con il fatto che la forza lavoro è semplicemente "troppo cara". Se fosse più a buon mercato, e venisse offerta in maniera più "flessibile", si potrebbero creare posti di lavoro sufficienti, in tutto il mondo e per tutta l'eternità. Oggi, questo punto di vista viene generalmente accettato come senso comune. "In una società dove c'è divisione del lavoro, le persone devono guadagnarsi i propri mezzi di sussistenza sul mercato. Ed il prezzo viene fissato dall'offerta e dalla domanda. Se la merce non si vende, è perché il prezzo non è adeguato. La disoccupazione non significa che il lavoro sta scomparendo, ma che è diventato troppo caro", scrive il giornalista economico Nikolaus Piper (Süddeutsche Zeitung, 6.8.1998), e questo è soltanto un esempio fra tanti.
Dopo vent'anni di prassi neoliberista, gli ideologhi del lavoro e del mercato vedono confermata la loro semplicistica visione del mondo. Quindi, la verità sarebbe che dove la "deregolamentazione" del mercato del lavoro è stata di conseguenza perseguita, specialmente negli Stati Uniti, si sarebbero ottenuti dei successi giganteschi, come anche osserva Piper: "Negli Stati Uniti, nell'ultimo quarto di secolo, non solo sono stati creati 45 milioni nuovi posti di lavoro, ma allo stesso tempo è aumentata anche la giornata lavorativa, in media dello 0,1%; la percentuale delle persone occupate è aumentata dello 0,5% ed il rendimento pro capite è cresciuto del 1,6% per anno". Il fatto che questo glorioso "miracolo dell'occupazione", nonostante i continui abbellimenti cui è soggetto, sia consistito prevalentemente di posti di lavoro flessibili ("flexi-jobs") malpagati ed insicuri, e che il lavoratore debba accumulare due o tre di questi posti di lavoro per riuscire ad avere un reddito appena accettabile, è cosa cui il credo neoliberista non assegna alcuna importanza.
Ma anche a livello empirico non è che poi le cose siano state fatte con maggior rigore, dal momento che "i successi dell'occupazione" vengono abitualmente manipolati nelle statistiche. Anche ad una lettura superficiale, il "bilancio occupazionale" non sembro così positivo come ci viene raccontato.
Che si tratti di posti di lavoro a buon mercato o meno, che siano molti, oppure, forse, non poi così tanti - ufficialmente si ritiene dimostrata la tesi per cui la disoccupazione è soltanto la conseguenza del costo del lavoro troppo elevato e delle condizioni di lavoro non flessibili. Statisticamente, l'alto tasso di disoccupazione nei paesi dell'Unione Europea è, secondo la dottrina economica dominante, solo una prova del del fatto che non si è ancora proceduto ad un'adeguata deregolamentazione - argomento del quale, il recentemente eletto governo socialdemocratico, approfitta per recuperare il ritardo il più rapidamente possibile. E se i Länder del Capitalismo di Stato collassato, dopo dieci anni di felicità di Capitalismo concorrenziale, affondano sempre più nell'agonia socio-economica, la colpa non può essere altro che della lentezza e della timidezza delle dolorose riforme della "economia di mercato", che semplicemente non sarebbero state ancora conseguentemente implementate. A proposito dell'economia, del tutto distrutta, dell'Ucraina, si dice, con una rara miscela di sincerità e di cinismo: "prima di un eventuale recupero, sono necessare due riforme: devono essere chiuse più fabbriche che fanno uso intensivo di energia, l'energia elettrica ed il gas devono rincarare per la popolazione; la disoccupazione aumenterà se le imprese che hanno un futuro - ad esempio, nell'industria dell'armamento (sic) - verranno finalmente ristrutturate; inoltre, i burocrati devono essere licenziati, di modo che l'iniziativa imprenditoriale possa svilupparsi" (Die Zeit, 23.04.1998).

Nonostante le argomentazioni di questo tipo, è manifesto che la presunta ripresa economica nelle regioni in collasso del Sud e dell'Est non avverrà, e che le consolazioni a colpi di un futuro radioso, anche se nel presente la cinghia viene sempre più tirata, non sono particolarmente credibili, a breve termina. Perciò, nel discorso giustificativo del neoliberismo, è stato innestato, dalla fine degli anni 1980, un nuovo paradigma ideologico: è stato scoperto il "settore informale", ed è stato dichiarato essere il serbatoio di una nuova imprenditorialità dinamica, e soprattutto libera, la quale a causa della "sovra-regolazione" del settore formale non trovava opportunità di sviluppo ed è stata costretta a rifugiarsi nella "informalità". Si è così passato a fomentare questo "settore dal basso" (titolo tedesco di un libro assai discusso del peruviano Herman de Soto), poiché esso sarebbe il punto di partenza e la base di uno sviluppo economico che in futuro avrebbe successo. In questa maniera si prendono due piccioni con una fava. Da un lato, si pretende di legittimare così l'eliminazione degli ultimi meccanismi di protezione e di regolamentazione e, dall'altro, di presentare il crescente deterioramento delle condizioni di vita delle masse, come prova della superiorità dell'economia di mercato.
Il fatto che un'argomentazione così grossolana possa svolgere un ruolo importante nel dibattito economico ufficiale, si può spiegare naturalmente con la brutalità degli interessi in gioco. Pertanto, da un punto di vista teorico, l'affermazione secondo la quale il sistema capitalista, basato sulla società del lavoro, possa continuare con successo fondandosi su lucidatori di scarpe, venditori di gomma da masticare, e su montagne di rifiuti, è tutto tranne che indiscutibile. Ed è ancora più penoso che questa brutale teoria neoliberista inventata di proposito sia penetrata in larghi settori della sinistra - anche se utilizzata in forma negativa e con l'aria di essere una critica particolarmente solida al capitalismo. La crisi della società del lavoro, si dice sempre più anche negli ambienti della sinistra, non avrebbe, in realtà, un carattere fondamentale e non potrebbe portare al collasso definitivo del sistema di produzione di merci; tutt'al più si tratterebbe soltanto della fine di una determinata fase del capitalismo: quella della prosperità del dopoguerra. Poi, il capitalismo tornato finalmente alla sua normalità, nella quale, ora, la maggioranza della popolazione deve mettersi in vendita in condizioni miserabili e, nella migliore delle ipotesi, deve sopravvivere in pessime condizioni - a meno che non abbia intenzione di lasciarsi morire di fame. Il capitale, in queste condizioni, potrebbe essere accumulato come non mai.

Il teorico della regolamentazione di sinistra, Joachim Hirsch, ha espresso con insuperabile chiarezza un'opinione che rispecchia la posizione neoliberista: "Il capitalismo si caratterizza per l'alterazione permanente delle condizioni di produzione e di lavoro e per la creazione (ciclica) di un esercito industriale di riserva. L'insicurezza dei posti di lavoro e la disoccupazione sono caratteristiche strutturali di questo sistema economico. Che questo venga frequentemente trascurato, deriva dal fatto che durante il capitalismo fordista del dopoguerra tali condizioni erano sembrate superate. La crisi della 'società del lavoro' è parte della crisi di questa formazione. Quella che ha avuto realmente fine è stata una forma storica specifica del capitalismo: il 'fordismo', il quale si era organizzato a partire dalla crisi economica mondiale degli anni trenta, nelle speciali condizioni del conflitto est-ovest e della guerra fredda" (Hirsch, 1999, p. 15). Questa crisi del "Fordismo" è già diventata chiaramente irreversibile sotto l'azione della globalizzazione e attraverso i metodi neoliberisti del "Ovest selvaggio", con la progressiva flessibilizzazione e don la deregolamentazione dei mercati: "con la divisione dei salariati e con la possibilità di giocare fortemente gli uni contro gli altri i loro segmenti nazionali, il capitale non solo ha attutato una modificazione strutturale a suo favore del rapporto di reddito, ma ha anche creato le condizioni per una razionalizzazione globale e, perciò, anche da questa prospettiva, di un forte crescita del suo profitto" (ivi, p.15 e segg.).
In qualche modo, quest'opinione è sorprendente. Apparentemente, Hirsh smette di pensare il sistema di produzione capitalista come un sistema globale, diversamente si sarebbe reso conto che le sue teorie dell'accumulazione e della crisi hanno i piedi d'argilla. Proprio come fa la teoria economica liberale, Hirsh coglie il piano macroeconomica del capitalismo globale a partire dal piano microeconomica della piccola impresa. Il fatto che esistano contraddizioni fondamentali fra questi due piani, non gli passa nemmeno per la testa. Un'impresa può aumentare i suoi profitti per mezzo della diminuzione dei salari e delle altre condizioni di lavoro, attraverso la riduzione delle sue imposte e altri sconti da parte dello Stato, dalla delocalizzazione di parti dell'impresa attraverso "localizzazioni a buon mercato" e (o in alternativa a questo) attraverso l'applicazione di nuove tecnologie, razionalizzando i processi imprenditoriali e sostituendo posti di lavoro con capitale tecnico. Visto dal punto di vista dell'economia globale, questo non significa un contributo alla risoluzione della crisi del capitalismo, ma, al contrario, il suo aggravarsi. Questo è subito visibile nel mercato dei beni di consumo in contrazione. Infatti, quando i redditi da lavoro e le sovvenzioni statali diminuiscono, questo significa anche (mantenendosi le altre circostanze) la contrazione della domanda. Quando le merci non vengono vendute, anche il capitale non può essere valorizzato. Le imprese individuali o le economie localizzate possono sottrarsi a questo dilemma nella misura in cui riescono a portare al fallimento i loro concorrenti ed a conquistare le loro quote di mercato. Ma in nessun modo riescono ad evitare che il mercato, nel suo insieme, diventi sempre più ristretto e nascano nuove sovraccapacità nei settori centrali della produzione mondiale, così come avviene da anni. Ma non si tratta semplicemente di un problema di mancanza di potere di acquisto sul mercato (sul piano della circolazione), come viene affermato dal punto di vista keynesiano, bensì di un problema di mancanza di potere di acquisto risultante da un dilemma molto più profondo: lo squagliarsi della sostanza del lavoro e, insieme ad essa, della base della valorizzazione del capitale nel corso della terza rivoluzione industriale ( e della microelettronica). Il potere di acquisto reale non proviene dal fatto di stampare moneta e di metterla in circolazione, ma dal fatto che si conseguano "redditi da lavoro" che derivino dall'utilizzo imprenditoriale di forza lavoro. Devono pertanto sorgere nuovi settori di produzione che creino sufficienti posti di lavoro supplementari al livello delle condizioni tecniche ed organizzative della produzione vigente sul piano mondiale, affinché possano essere compensati i potenti effetti della razionalizzazione economica imprenditoriale risultante dalla microelettronica. Sul piano del mercato dei beni di consumo, l'aumento dei profitti deve manifestarsi con una domanda allargata di beni di investimento, mentre devono sorgere simultaneamente nuovi redditi da lavoro che possano essere espressi a livello di domanda di beni di consumo.

Ma sono stati proprio questi, gli effetti che il metodo neoliberista non è riuscito a produrre. Poiché, nello stadio ora raggiunto dalle forze produttive, attraverso l'incorporazione delle scoperte scientifiche, il meccanismo che aveva permesso il superamento delle crisi del capitalismo, fino ad oggi, non ha sortito effetti. In realtà nascono nuovi settori economici, come quelli legati alla tecnologia informatica, in senso ampio, ma non creano posti di lavoro in quantità sufficiente ad assorbire i posti di lavoro diventati superflui negli altri settori, in quanto fin dall'inizio questi nuovi settori producono a partire dalla razionalità della microelettronica. Perciò, il neoliberismo non si presenta come una "uscita capitalistica dalla crisi", contrariamente a quanto afferma Hirsh, ma anzi può essere considerato, politicamente ed economicamente, come la sua forma obsoleta. La deregolamentazione e la progressiva dissoluzione degli spazi funzionalmente coerenti delle Economie Nazionali porta, nella realtà, alla nascita di settori largamente fondati sul lavoro salariato precario e sul lavoro para-salariato, così come su altre forme di lavoro miserabile. Sembra corretto affermare che mai come oggi tante persone, in tutto il mondo, devono esercitare un'attività sotto forma salariata; ma non per questo è stata eliminata dal mondo la crisi della società del lavoro e dell'accumulazione del capitale.
Qui, un fatto di ordine sociologico (la povertà) viene messo, senza alcun fondamento, in corto circuito con una funzione economica (l'accumulazione del capitale), così come determinate misure politiche (deregolamentazione, privatizzazioni, ecc.) vengono considerate di per sé come fattori della valorizzazione forzata del capitale, e ad essa subordinati. Anche i sociologhi ed i politologhi di sinistra ignorano il fatto che l'economia della società capitalistica del lavoro persegue una logica autonoma che non cede a fenomeni sociali o a forme di regolamentazione politica. La logica oggettiva della valorizzazione del valore non dipende dal fatto che le persone si ammazzano a lavorare e spendono la loro energia vitale; importa solo quanto "valore" economico viene prodotto per mezzo di questa energia. Il valore di una determinata merce, tuttavia, non si misura con il tempo che una determinata persona o una determinata impresa spendono per produrla; il suo standard è dato dal tempo di lavoro necessario alla produzione di tale merce al livello più elevato (e storicamente sempre crescente) delle condizioni di produzione economica imprenditoriale vigenti.
Se, ad esempio, una fabbrica tessile che disponga di processi di gestione microelettronica e di tecnologia laser produce alcune centinaia di camicie in un'ora, allora è questo lo "standard" con cui si deve misurare la camiciaia che lavora nel cortile di una baraccopoli di un qualche paese dell'America Latina, Se a lei servono due o tre ore per fare una camicia, allora il suo lavoro, puramente e semplicemente, non ha molto "valore". Per la sarta questo si traduce, in forma sensibile, nel fatto che ottiene per una camicia, che ad esempio fornisce ad un gruppo tessile internazionale, un prezzo minimo che non superi i costi di produzione della fabbrica tessile (con cui deve entrare in concorrenza diretta sul mercato mondiale), e che la farà sopravvivere male ed in condizioni miserabili.
Se, nella realtà, diversi milioni di persone lavorano in condizioni identiche a quelle di questa camiciaia questo è dovuto a due ordini di motivazioni. Dal punto di vista delle multinazionali che operano sul mercato mondiale e dal punto di vista delle molteplici imprese fornitrici subordinate, è del tutto indifferente in che modo vengano minimizzati i loro costi ed aumentati i loro profitti. Produzione "high-tech" o manodopera a basso costo "low-tech", sono per loro, puramente e semplicemente, opzioni che - secondo il calcolo degli investimenti necessari, della situazione del mercato, dei rischi, della situazione della concorrenza e di altre condizioni strutturali - si possono utilizzare e perfino combinare. Dal punto di vista dei lavoratori e delle lavoratrici della miseria, è la coercizione assoluta delle loro condizioni di vita che li costringe a vendere la loro forza lavoro nelle più crudeli e disumane condizioni. Dal momento che le condizioni materiali, sociali e culturali per l'esistenza di un'economia rurale di sussistenza sono state distrutte nella maggior parte del mondo (e soprattutto nei giganteschi agglomerati urbani con i loro quartieri di latta), come presupposto dell'introduzione del sistema capitalista di produzione di merci, a queste persone non rimane altro da fare che vendersi, letteralmente, a qualsiasi prezzo. I lavoratori sono stati così trasformati a forza in individui del mercato. Ma, in questo modo, viene loro negata la possibilità di avere una vita in qualche misura accettabile e, così, i salari miserabili devono essere integrati con varie forme di lavoro autonomo, con l'assistenza, con produzioni di sussistenza individuale (laddove sono ancora possibili), col lavoro informale, con la piccola criminalità, la prostituzione, il contrabbando, ecc..

Questo è un risultato del capitalismo ma non è, in sé stesso, un fattore di accumulazione del capitale. Ad una superficiale osservazione sociologica, le diverse forme di lavoro miserabile potrebbero apparire come la rinascita delle relazioni sociali proprie dell'inizio del capitalismo, nelle quali gli uomini tornano di nuovo a cercare di sopravvivere in condizioni precarie. Ma un tale punto di vista, assunto in molti studi sul settore dell'economia informale (vedi Komlosy ed altri), ignora una differenza essenziale. Il lavoro di massa all'inizio del capitalismo, nelle industrie artigiane e nelle fabbriche, che veniva spesso integrato con attività di sussistenza, era l'espressione di una produttività capitalista ancora molto poco sviluppata. Ciò significava che il valore delle merci prodotte superava solo in piccola parte il valore pagato ai lavoratori sotto forma di salario. Il plusvalore, rispetto alle ore di lavoro utilizzate, era relativamente piccolo. Il capitale (nella forma del proprietario della fabbrica o del commerciante) compensava tale piccolo margine obbligando al prolungamento dell'orario di lavoro nel mentre che riduceva ad un minimo assoluto le condizioni di sussistenza degli strati proletari: una capanna ammuffita, buia e sovraffollata insieme ad una razione quotidiana di patate, erano ovunque il paradigma per mezzo del quale si faceva sentire il "progresso della civiltà" moderna. Solo così si riusciva ad esprimere un "plusvalore" che garantiva una sufficiente valorizzazione del capitale. Marx ha chiamato questo periodo, quello della "produzione assoluta di plusvalore".
Dalla metà del 19° secolo, quest'estremo impoverimento è stato progressivamente sostituito da un'altra forma più intensiva di sfruttamento della forza lavoro. Nella stessa misura in cui la produttività tecnica ed organizzativa veniva aumentata in maniera efficace, anche il lavoro veniva progressivamente eliminato, rendendosi simultaneamente, nel senso dell'economia imprenditoriale, sempre più produttivo. Questo è stato, soprattutto, vantaggioso per la valorizzazione del capitale, per mezzo di una corrispondente espansione della produzione; ma allo stesso tempo è stato il presupposto economico per cui, nel corso delle violente lotte sociali e politiche, l'orario di lavoro potesse essere accorciato ed il livello di vita della maggior parte delle persone, quanto meno nei paesi del centro del capitalismo, potesse essere significativamente migliorato. Oggi, al contrario, la situazione è radicalmente differente da quella esistente all'inizio della rivoluzione industriale: in quanto la produttività economica imprenditoriale basata sulle condizioni tecnico-scientifiche derivanti dalla microelettronica è diventata gigantesca, lo sfruttamento estensivo e di massa del lavoro precario a buon mercato non è in alcun modo la base di una nuova accumulazione mondiale del capitale. Ma è piuttosto la forma in cui il lavoro, ed insieme ad esso il capitale, sono "svalorizzati".
In realtà, il lavoro ha ora sempre meno "valore", in due sensi. Non solo il prezzo della merce lavoro è tornato un'altra volta ad essere spremuto verso il minimo della sussistenza, ma anche i guadagni, resi ancora possibili dalle merci prodotte, vanno cadendo sempre più al sotto di un livello che possa permettere l'accumulazione di capitale. Dato che lo "standard" della creazione del valore è determinato dallo "standard" della produttività, per il capitale le molte ore di lavoro a buon mercato sono di scarsa utilità, anche perché, da un punto di vista economico, "valgono" pochi minuti, per non dire secondi, del tempo di lavoro della produzione "high-tech". E questa è una differenza decisiva, relativamente alla storia, fino ad oggi, della società capitalistica del lavoro.
Ora i salari possono benissimo scendere, e l'orario di lavoro aumentare - non ci sarà mai la possibilità di accumulazione di quantità di lavoro che possa convertirsi in valore, come nel capitalismo iniziale. E ancor meno può essere allargata la produzione di merci, in modo tale che, nelle condizioni della microelettronica, si possa raggiungere l'effetto dell'industria "fordista". Per fare questo sarebbe necessarrio riempire letteralmente gli oceani di Personal Computer, di telefoni cellulari e di Nintendo.
Così come la produzione di "plusvalore assoluto" ha segnato il brutale inizio del modo di produzione capitalista alla fine del 18° secolo ed agli inizi del 19°, oggi il lavoro precarizzato di massa segna il rapido declino di questo modo di produzione. E se il grado di sviluppo delle forze produttive della produzione fordista aveva generato le condizioni economiche necessarie, sia per la totalizzazione del capitalismo in quanto sistema, sia per il successo relativo del movimento operaio, anche il grado di sviluppo della produttività per mezzo della microelettronica tira via il tappeto sotto i piedi all'accumulazione del capitale ed agli interessi ad essa immanenti del lavoro salariato.

Dal punto di vista del capitale, la nuova miseria delle masse non è più produttiva. In realtà, non esiste nemmeno una "normalità" permanente del capitalismo, che sarebbe stata solamente interrotta, temporaneamente, dalla prosperità del "Welfare State"; quello che esiste è un processo di sviluppo storico del capitalismo, nel quale nessuno degli stadi precedenti può ripetersi. Se il lavoro a buon mercato, nei settori formali, o anche informali, dell'economia, ha contribuito, direttamente o indirettamente, alla formazione di valore del capitale, ora non è più un fattore decisivo, ma di un effetto di "trasporto", secondario e minimo, della crisi capitalista sul capitale stesso, senza che con questo sia possibile superare la crisi stessa. Ma, per la grande (e crescente) maggioranza, il fenomeno sociale della nuova povertà non consiste nel massiccio sovra-sfruttamento (come avveniva nel capitalismo iniziale), ma piuttosto nel fatto per cui le persone stanno diventando superflue a livello di massa, non potendo più venire assorbite dal processo produttivo del capitale, o al più potendo esserlo solo provvisoriamente e a margine del sistema. Questa è solo un'ulteriore prova che l'accumulazione del capitale ha raggiunto il suo limite storico.
Non si tratta di un impoverimento nel, ed attraverso il, lavoro, ma fuori dal lavoro, in quanto la società del lavoro stessa è stata spinta fino all'assurdo, continuando, nonostante tutto, il dominio della società da parte delle sue forme economiche. Al posto del lavoro, utilizzato economicamente nelle imprese, appaiono le "attività di miseria" degli esclusi. Al posto delle coltivazioni agricole di sussistenza, nella terra bruciata dell'economia di mercato, il contrabbando, la prostituzione infantile o vanno ad integrare la "sostanza del valore" nell'accumulazione del capitale. La forma monetaria, nella maggior parte di questi casi, non viene introdotta direttamente nella circolazione del capitale, ma emerge solamente nelle cerchie di secondo o terzo ordine da questo dipendenti, come quando un lavoratore precario contratta un alloggio in una baracca, o un turista sessuale affitta un ragazzino. Lo stesso avviene con una gran parte del settore informale in espansione nel centro del capitalismo: le attività ambulanti; le forma di "lavoro sociale", le truffe, la piccola criminalità, il lavoro forzato per le comunità locali, e così via. Se un disoccupato o un beneficiario dell'assistenza sociale di uno Stato oramai in demolizione venisse obbligato ad andare a vendere accendini per strada, l'erario pubblico ne sarebbe di fatto sollevato (il che è in realtà l'obiettivo di tali "misure"), ma l'accumulazione del capitale ne beneficerebbe quanto beneficerebbe dello scippo di una borsetta.
Si pone perciò il problema se la tesi di sinistra a proposito del superamento capitalista della crisi, della continuazione ininterrotta della società del lavoro e del presunto ritorno alla "normalità" (negativa), non sia in fondo brutalmente "interessata", quanto la medesima tesi del neoliberismo di segno (positivo) contrario. Manifestatamente, la sinistra ha altrettanto paura di guardare negli occhi, di quanto ne hanno i rappresentanti delle istituzioni del capitalismo, il fatto che la categoria centrale del moderno sistema di produzione di merci, il "lavoro" astratto, sia in rapida caduta - ed insieme a questo, anche la possibilità dei movimenti di riforma immanenti al sistema. Joachim Hirsh non riesce a portare avanti un solo argomento economico (sul piano della teoria dell'accumulazione del capitale) per sostenere la sua tesi, ma solamente argomenti di carattere "sociologico" e "politologico". L'analisi non si pone al livello del contesto del lavoro astratto, della forma del valore e dell'accumulazione del capitale, ma li presuppone ciecamente in anticipo. Così come il neoliberismo concepisce un ritorno alla "normalità capitalistica" per mezzo delle privatizzazioni, delle deregolamentazioni e dei bassi salari, anche la sinistra concepisce, proprio sul terreno di questa stessa "normalità", di poter tornare alle gloriose lotte per la regolamentazione, per l'intervento keynesiano dello Stato del benessere e per il miglioramento dei salari. Ricominciare tutto da capo - era tutto così bello, non è vero?
Un'uscita immanente dal circuito infernale della svalorizzazione del capitale e dell'impoverimento delle masse non è più possibile, in quanto il divario fra la produzione "high-tech" e l'economia di sopravvivenza diventa sempre più grande e e non potrà mai essere colmato da una qualche "strategia di sviluppo". E' anche questa una ragione per cui il lavoro precario si è necessariamente installato nel settore informale dell'economia e lì rimane. L'informalità è una zona grigia posta fra la produzione capitalista marginale e a buon mercato e le attività di miseria degli esclusi, e per questo è anche un'attività economica a margine della regolamentazione dello Stato o delle altre istituzioni (tutela del lavoro, contrattazione collettiva, oneri ambientali, sicurezza sociale, ecc.), ragion per cui, da un lato, sparisce la protezione e, dall'altro, smette praticamente di essere pagata qualsiasi tassa. In definitiva, questo significa naturalmente che lo Stato abbandona sempre più le sue funzioni tradizionali di garante di una società generale, scomparendo del tutto, in questo modo, il quadro politico indispensabile al funzionamento di un'economia di mercato. Anche la polizia passa la sua "funzione di sicurezza" a determinate bande (con cui non è raro che rimanga intimamente legata), e i sistemi di istruzione, sanità, sicurezza sociale entrano sempre più in collasso, così come le infrastrutture materiali. In tal modo si accelera la spirale di svalorizzazione e, alla fine, si perdono perfino le condizioni per una partecipazione al mercato, seppure estremamente improduttiva (come mercati, le regioni al collasso del Sud e dell'Est hanno smesso da molto tempo di svolgere una qualsiasi ruolo degno di essere riferito).
E' chiaro che, in queste zone, nella fase attuale del processo di crisi, le frontiere possono diventare fluide. Nel settore informale, possono anche esistere imprese e persone ben remunerate che probabilmente riescono a far fronte ai costi dell'economia formale; ma per la grande maggioranza non è così; in questo settore non viene generato il valore sufficiente a poter essere condiviso con lo Stato e con altre istituzioni. L'informalizzazione dell'economia, che consegue necessariamente dal processo di evaporazione della sostanza del lavoro e del valore, non può arginare questo processo. Mentre il capitalismo si pone come condizione generale di riproduzione della società e di sfruttamento del lavoro astratto, il poderoso aumento della produttività per mezzo della microelettronica, che avrebbe potuto rendere possibile per tutti una vita buona e facile, può portate solamente a nuove catastrofi sociali.

Nel quadro di questo processo di crisi si formano fenomeni socio-economici paradossali. Da un lato, la maggior parte della popolazione mondiale, che si trova già degradata ad individui del mercato, è del tutto superflua per questo stesso mercato. Ma, dall'altro lato, questa dubbia situazione di coscienza sociale, causata dal mercato e dal denaro, viene ulteriormente rafforzata ed allargata. In molti paesi del "Terzo Mondo" nei quali la società delle merci e del lavoro, fino agli 70 non era ancora riuscita ad installarsi veramente (quanto meno mentalmente e culturalmente), è stata proprio la crisi della "società del lavoro" ad aver dato un forte impulso nel senso della formazione di una società di mercato.
Purtroppo, non è avvenuto per puro desiderio ideologico che i neoliberisti affermano di aver scoperto i piccoli imprenditori nel settore informale. E' proprio la forza lavoro invendibile che si converte in una sorta di imprenditoria della miseria, nelle nicchie e nei settori secondari della circolazione del capitale (si pensi alla gigantesca massa di venditori ambulanti "autonomi"). Non sono stati soltanto i modi di esistenza materiale e sociale, ma anche le mentalità che sono cambiate secondo questo modello, anche nella forma puramente negativa della lotta per la sopravvivenza.
Nonostante tutte le espressioni di solidarietà di quartiere e di lavoro familiare (soprattutto femminile), senza le quali la sopravvivenza nel settore informale sarebbe impossibile, questo tipo di lavoro non costituisce una formazione economico-sociale autonoma, né un contro-modello dell'economia di mercato, ma, al contrario, si presenta come il suo stadio terminale, in cui l'economia di mercato, alla fine del suo percorso storico, appare in maniera ancora più ripugnante. La concorrenza universale degli individui del mercato non viene soppressa in alcun modo, ma viene riprodotta, a livello di miseria, in forma ancora più aggravata. In realtà, la prosperità o la rovina del settore informale, nella sua miseria, dipende dal fatto che il suo accesso ai flussi transnazionali delle merci e del denaro non sia completamente interrotto, sebbene la sua quota in questi flussi, misurata nell'insieme del prodotto mondiale, sia del tutto insignificante. Se questo legame venisse tagliato, in quanto spariscono perfino le condizioni minime di partecipazione al mercato mondiale o perché la sovrastruttura finanziaria del paese collassa (oppure le due cose insieme), la strada da percorrere, e che è già stata tracciata in anticipo, diventa quella di un'economia di guerra e di sangue dominata da bande, come già avviene in estese regioni del mondo.
Nei centri dell'Occidente, le relazioni precarizzate ed informali di vita e di lavoro, che anche qui crescono in maniera drammatica, si intrecciano con il segmento inferiore di quello che il discorso delle scienze sociali, tanto imprecisamente quanto eufemisticamente, chiama la "società della prestazione di servizi". Questo discorso, che ha avuto inizio nel decennio del 1960, pretende di suggerire che la crisi del lavoro potrebbe essere risolta per mezzo di un trasferimento decisivo dal settore della produzione a quello dei servizi. Superficialmente, da un punto di vista sociologico, gli sviluppi degli ultimi decenni sembrano confermare questa tesi. In tutti i paesi occidentali, a partire dagli Stati Uniti, dalla metà degli anni 70, il "settore terziario" ha guadagnato un peso enorme, assoluto e relativo. In parte si tratta di una distorsione statistica che nasce in virtù del fatto che, ad esempio, molte funzioni, quali la pulizia degli edifici, la contabiliutà, i trasporti o la tecnologia informatica non si trovano sviluppate all'interno delle imprese, ma fanno ricorso alle imprese esterne di "prestazioni di servizi" ("Outsourcing"), o alla manodopera che viene "affittata" dalle agenzie di lavoro temporaneo. In nessuno di questi casi nasce un nuovo settore di riproduzione del capitale autonomo dall'industria, ma non si tratta altro che di attività legate all'industria, presentate però secondo nuovi modelli. Se non si tiene conto di tutto questo, emerge una tendenza statistica di dislocazione verso il "settore terziario".
Ma proprio come nel caso dei bassi salari, la cui espansione si interseca con la "terziarizzazione", si pone qui anche la questione di sapere se l'espulsione di forza lavoro fuori dai settori industriali centrali della produzione mondiale, attraverso la crescita del settore della prestazione di servizi, possa essere realmente, dal punto di vista dell'accumulazione del capitale, compensatrice o perfino vantaggiosa. Una teorizzazione affrettata, sulla base dell'osservazione empirica, sembra dimostrarlo. E questo solo perché i nuovi posti di lavoro sorti, o il volume del tempo di lavoro, vengono semplicemente sommati, senza entrare nel merito di quale relazione intrattengano questi numeri con il processo sociale della valorizzazione del capitale nel suo complesso. Come è già stato dimostrato per la produzione industriale, la semplice espansione del tempo di lavoro (ed ammettendo che essa sia un fatto empirico) non significa che la produzione di valore aumenti automaticamente. Il problema nelle prestazioni di servizi è diverso da quello della sarta del cortile della baraccopoli. Il lavoro di quest'ultima è, nella realtà, direttamente produttivo, seppure rappresenti un quantum di valore assai piccolo in quanto, se comparato con quello della fabbrica tessile altamente meccanizzata, è estremamente improduttivo. Le altre prestazioni di servizio, al contrario, per la posizione in cui si trovano e per la funzione che svolgono nel contesto economico generale, non producono, per principio e per struttura, un qualche valore, anche se in esse viene speso tempo di lavoro. Esse servono, o per garantire le condizioni generali di funzionamento ed i presupposti della produzione di merci, oppure sono i loro meri accessori e, come tali, sono soggetti al processo di svalorizzazione, in quanto non possono sostenersi da sé sole.
Questo si applica in primo luogo e particolarmente all'infrastruttura sociale generale nel senso più ampio del termine: ossia, ai sistemi di trasporto, di comunicazione, di istruzione, di sicurezza sociale e sanitarie, di giustizia e di ricerca scientifica, alla polizia, alle forze armate, ecc.. Non è un caso che tutte queste funzioni siano in gran parte assunte direttamente dallo Stato, o da esso finanziate, poiché pur essendo indispensabili per il contesto generale del capitalismo, non possono - possono solo molto limitatamente - essere organizzate in maniera imprenditoriale "redditizia", a causa del loro grado di generalità e alla loro insuscettibilità di essere vendute sul mercato. Si tratta di "beni pubblici", che, in principio, devo essere a disposizione di ciascuno e di tutti, ed i cui costi devono per questo essere supportati da tutti sotto forma di tasse e di imposte. Il loro finanziamento avviene a costo dei salari e dei redditi, così come dei profitti, e pertanto rappresenta una diminuzione di massa del valore disponibile. Per tale ragione, ogni e qualsiasi impresa cerca di comprimersi agli occhi del fisco, mentre, dall'altro lato, utilizza l'infrastruttura pubblica.

Da un punto di vista economico globale, si tratta - nel caso dei "beni pubblici" - di consumo (principalmente di consumo statale o para-statale), in quanto la quota di valore che viene spesa per essi si rende indisponibile per gli investimenti economici imprenditoriali; e lo stesso accade con quello che nel linguaggio abituale viene designato come "investimenti pubblici". Dal momento che non creano profitti, ma sono solamente condizioni generali perché si "stabiliscano" eventuali nuove imprese ed utilizzino una mezza dozzina di lavoratori.
Se una "localizzazione" vuole sperare in una partecipazione al mercato mondiale, deve tenere in piedi una sua infrastruttura anche quando non si verifica più, del tutto o quasi, una valorizzazione del capitale (com'è stato amaramente sperimentato da molti municipi dell'est della Germania, che posseggono zone industriali approvate e con allacci alle autostrade, ma nessuna impresa che produca con sede in quelle zone).
Le cose avvengono in modo strutturalmente identico in tutte le prestazioni di servizi che si limitano a mantenere la circolazione del denaro e delle merci; ossia, attività di distribuzione e vendita, di amministrazione commerciale e di contabilità, nel settore bancario e finanziario, nelle assicurazioni, nelle attività forensi e simili. Anche queste attività sono indispensabili, come condizioni generali di funzionamento, affinché possa avvenire la valorizzazione del capitale, ma esse stesse non producono alcun valore, al contrario, devono essere finanziate a partire dalla massa di valore creata dall'industria. In tal senso, si tratta, in questo caso, di "costi morti" di manutenzione del sistema, anche se si situano sul piano funzionale dei "beni pubblici". Questa realtà viene solo nascosta per il fatto che le catene commerciali, le banche, gli uffici di avvocati, ecc., sono essi stessi gestiti come imprese private, identificando la loro partecipazione al valore del prodotto sociale come fatturato e profitto, come se avessero prodotto qualche cosa. Che quest'apparenza corrisponda poco alla realtà, viene dimostrato allorché una regione, un territorio, viene schiacciata dalla concorrenza e, insieme al collasso della sua produzione per il mercato mondiale, entrano naturalmente in collasso anche i servizi da essa dipendenti, nei settori di appoggio alla circolazione del capitale, nei settori giuridici, ecc.. In quel momento, non sono solo i lavoratori delle fabbriche, ma anche i commercianti e gli impiegati bancari che si trovano, letteralmente, in mezzo ad una strada. In maniera concomitante, le attività commerciali ed amministrative vengono ridotte, anche quelle che guadagnano sul mercato, in quanto anch'esse, come le attività della produzione industriale, sono coinvolte nella razionalizzazione conseguente alla microelettronica. Le imprese cercano di disfarsi del peso morto che grava sui loro profitti.
In questo modo, gli elementi principali del "settore terziario" sorti in passato vengono, nella realtà, dissolti dalla crisi e dalla razionalizzazione, invece di formare un nuovo settore autonomo di valorizzazione del capitale. Quel che rimane è il crescente segmento dei "servizi prestati alla persona", nei quali l'amministrazione neoliberista di crisi ripone particolari speranze: "se si riuscisse ad ottenere che una cinquantesima parte del auto-lavoro venisse trasformato in lavoro pagato, potrebbero essere creati 800,000 posti di lavoro" divinava la "Commissione per i problemi futuri delle città libere di Baviera e di Sassonia" (Kommission, 1997). Sfortunatamente, a questo si oppone "una marcata mentalità di auto-aiuto dei tedeschi" (ivi). Con ciò non si vuole dire che una maggioranza significativa della popolazione tedesca coltivi i suoi ortaggi nel suo piccolo orto urbani, ma che essa, con una frivola cocciutaggine, si ostina ad incartare i suoi propri acquisti e a soffiarsi da sé il naso, invece di contrattare queste cose con una prestazione di servizi retribuita.
Questo svergognato comportamento che impedisce il lavoro deve, secondo l'intendimento della "Commissione del Futuro", essere cambiato affinché un esercito di domestici malpagati e ridicoli siano portati a godere della felicità del lavoro.
Nella seguente argomentazione "psico-sociale" piuttosto trasparente si spiega che: "al di là del benessere materiale, i servizi domestici possono anche far crescere il benessere morale. Così, il benessere del cliente può aumentare quanto i prestatori di servizi lo liberano dall'auto-lavoro che lo sovraccarica. Allo stesso tempo, aumenta anche il benessere del prestatore di servizi domestici, insieme all'aumento della sua auto-stima (!)per mezzo di quest'attività. Esercitare una semplice attività di servizio domestico, per la psiche è meglio che essere disoccupato" (ivi). Così viene inequivocabilmente formulato il programma politico dell'amministrazione repressiva della crisi, ossia, trattamento duro nei confronti di coloro il cui benessere non aumenta attraverso l'ingrassaggio degli stivali altrui. Economicamente, però, si tratta puramente e semplicemente dell'ottimismo spericolato dell'ideologia del lavoro, poiché, come nel caso delle imparentate "attività di miseria" delle baraccopoli del terzo mondo, in questo modo non si riuscirà a far sorgere nessuna accumulazione autonoma di capitale.

Teoricamente, non c'è niente che impedisca che il trasporto di pacchi, la lucidatura delle scarpe o fare un massaggio rappresenti una produzione altrettanto reale della fabbricazione di una borsa o di un paio di scarpe, quello che è decisivo non è il fatto che il risultato del dispendio di energia umana astratta sia materiale piuttosto che immateriale. Ma i "servizi prestati alle persone", per loro propria natura, non possono essere - nella maggior parte dei casi, se non in condizioni molto particolari - sviluppati in modo da valorizzare il capitale (si pensi ad un gruppo economico di lucidatori di scarpe o di babysitter) e perciò non sono nemmeno suscettibili di scatenare una dinamica di accumulazione capitalista autonoma. Il lavoro del pulitore di scarpe, della cameriera, dei fornitori di cure personali, ecc., integra i consumi personali (la maggioranza dei quali non particolarmente opulenti) e non può quindi essere accumulato come "lavoro morto" e diventare il punto di partenza per utilizzare più lavoro.
Per tale ragione, queste prestazioni di servizi sono, in quanto produzione secondaria di merci, strutturalmente dipendenti dal funzionamento di una creazione industriale di valore, del cui prodotto si alimentino, in quanto non possono mantenersi da sé soli. Questo è dimostrato dalla domanda e dall'offerta: i "servizi prestati alle persone" non sostituiscono la produzione industriale, ma scompaiono insieme ad essa, in quanto viene a mancare una domanda che abbia una capacità di acquisto. Queste attività, per il loro carattere specifico, non funzionano come parte di un complesso informativo altamente socializzato, ma al contrario, di regola, funzionano come offerta da parte di individui che utilizzano poche attrezzature e, soprattutto, con scarse conoscenze. Perciò esse possono, al contrario della produzione industriale, smettere facilmente di far parte del lavoro di produzione formale di merci ed essere trasformate in "auto-lavoro" (cosa che avviene quando mi soffio il naso da solo) o perfino passare al settore "informale". E per questo è completamente assurdo pensare che il sistema della società del lavoro possa essere rinnovato in questa forma. I "servizi prestati alle persone" non sono il passaggio verso il Capitalismo di prestazioni di servizi, ma soltanto la forma in cui le relazioni precarizzate e le "attività della miseria" a margine o, soprattutto, fuori della società del lavoro e della valorizzazione del capitale, entrano in gioco nei centri occidentali del sistema di produzione di merci.
Quelli che possono apparire come due fenomeni differenti, ed insieme solo per caso, si trovano in realtà in un contesto di causalità interna. In grandissima parte del mondo, è diventato abituale incolpare i mercati finanziari usurai per il disastro socio-economico e di considerarli all'origine della crisi. Dal momento che praticano "margini liberi", questi settori fluttuanti hanno attratto la maggior parte del capitale-denaro globalmente disponibile, che in tal modo non ha potuto essere utilizzato nell'economia reale, in "investimenti di posti di lavoro" e/o per lo stimolo statale della domanda. Se questo capitale-denaro, al contrario, fosse stato inviato verso i giusti canali, e soprattutto utilizzato produttivamente, allora avrebbe potuto smettere, possibilmente, di esistere il problema della disoccupazione. Questo modello di analisi, è pericoloso non solo per le sue conseguenze ideologiche - in quanto, con la mobilitazione contro gli speculatori, resuscita (quanto meno surrettiziamente) i risentimenti antisemiti contro il "capitale finanziario giudaico" che presumibilmente dominerebbe il mondo - ma anche perché inverte la realtà della situazione economica.

Solo attraverso un'enorme massa di liquidità scoperta, creata nella sovrastruttura finanziaria a partire dagli anni settanta, è stato possibile - senza alcun utilizzo reale di forza lavoro produttrice di merci ed in particolare nei paesi occidentali - fermare in maniera provvisoria la crisi e concedere così alla società del lavoro ancora un periodo di grazia, pur non esistendo, in quantità sufficiente, lavoro creatore di valore. Questo meccanismo di rinvio della crisi, attraverso la formazione di credito e di speculazione, in sé non ha niente di nuovo. Già in passato aveva segnato l'evoluzione delle maggiori crisi ed era sempre finito con il "crollo" dei mercati finanziari. Questi "crolli" significavano che era terminato, in un sol colpo, il processo ritardato di svalorizzazione del capitale, con conseguenti fallimenti in massa di imprese e banche e con la conseguente esplosione della disoccupazione, ecc.. Quel che c'è di nuovo oggi è soltanto il fatto che la deregolamentazione ed il carattere transnazionale dei mercati finanziari, così come il già pienamente realizzato scollegamento del denaro dal valore-oro, hanno permesso una durata storicamente lunga di questo ritardo.
Inoltre, il rapido indebitamento degli Stati, che assorbe capitale, ha permesso di creare il terreno per una miracolosa riproduzione di denaro. In generale, il credito è stato immediatamente integrato nel circuito economico - e non da ultimo, nel costruire quei servizi diversificati e quelle infrastrutture statali che ai più sconsiderati sociologhi dell'economia è apparso come il primo focolaio di una "società dei servizi". In realtà, si trattava soltanto di consumo statale e non di valorizzazione del capitale; non si trattava, quindi, di una massa di valore in espansione reale, dei cui interessi e ammortamenti ci si poteva servire. Teoricamente, un credito costituisce un'anticipazione di una valorizzazione attesa per il futuro, ossia, un futuro utilizzo imprenditoriale della forza lavoro. Nel mentre che si attende che queste aspettative possano realizzarsi, il credito è il principio motore di un'accumulazione dinamica di capitale, in quanto il presente viene sicuramente e permanentemente sostituito dal futuro. Ma non è certo questo il caso del consumo statale finanziato dal credito. Mentre si usa la massa di valore prestata, da parte dei creditori si accumulano aspettative le quali, a loro volta, possono essere alimentate, come domanda, nel circuito economico. Avviene così che i crediti, a lungo frequentati dal consumo statale, possono condurre una vita apparente di capitale incubatore di denaro, fino a che non scoppia la bolla quando i bilanci statali si avvicinano allo stato di emergenza, il quale consiste nel fatto che le sue entrate reali provenienti dalle tasse devono essere spese solo per pagare gli interessi. E' stato precisamente quello che è avvenuto su scala mondiale a partire dall'inizio degli anni 80.

Nella stessa misura in cui l'indebitamento statale ha raggiunto il suo limite, la speculazione borsistica è diventata il motore principale della proroga della crisi. Anche qui funziona lo stesso duplice meccanismo della valorizzazione fittizia del capitale e della creazione virtuale di potere d'acquisto. Ma nella realtà i tassi astronomici della valorizzazione in borsa sono possibili solamente in quanto la massa di liquidità scoperta rimane a dare propulsione alla spirale; tuttavia, una parte non disprezzabile di questa massa finisce per infiltrarsi nell'economia reale e finisce per alimentare la domanda di merci e di servizi. E in questo modo la formazione di bolle relative ai pacchetti di azioni altamente speculativi è diventata uno dei principali supporti al consumo negli Stati Uniti. Un grossa fetta della popolazione compensa i suoi redditi in caduta per mezzo del credito, la cui unica copertura sono le valorizzazioni fittizie della borsa avvenute negli ultimi dieci anni. In questo modo artificioso, si può, simultaneamente, creare potere d'acquisto e continuare a partecipare alla "partita in corso", almeno finché funziona. Non meno importante è la "sovvenzione" dei bilanci delle imprese e delle banche attraverso i guadagni sul mercato finanziario, senza i quali molti settori produttivi sarebbero già falliti da tempo, soddisfacendo alla domanda per mezzo dell'espediente degli investimenti, e della distribuzione dei profitti e dei rendimenti. Alla fine, è lo stesso Stato che contribuisce, con un regime fiscale di imposte su tutte queste transazioni, direttamente ed indirettamente, alla manutenzione dell'ondata speculativa. Questo è il segreto peggio custodito dell'attuale surplus miracolo del bilancio americano e del molto ammirato boom dell'economia americana, che si basa da molto tempo sulla creazione virtuale di denaro nei mercati finanziari transnazionali.

Ed è stato proprio così che la speculazione - demonizzata dagli appassionati della "nobiltà del lavoro" - ha permesso, ancora una volta, da più di vent'anni, che nei centri del capitalismo fosse possibile simulare la continuazione del funzionamento regolare di una società del lavoro. Ma il periodo di grazia arriva alla fine. In quanto anche l'aumento speculativo delle azioni "capitalizza" naturalmente un'aspettativa nei confronti della futura creazione reale di valore. Ma così come, nelle condizioni della rivoluzione della microelettronica, il futuro non potrà mantenere quello che prometteva sulla carta, anche gli stessi mercati azionari ormai non possono più aspettare il rinvio della "svalorizzazione del valore". Dopo i crolli dell'America Latina, della Russia e del Sudest Asiatico, a breve toccherà anche ai mercati del Giappone, dell'Unione Europea e degli Stati Uniti, forzatamente "maturi". Si vedrà, con l'ondata di fallimenti che allora si scatenerà, qual è l'estensione che ha assunto la crisi della società del lavoro.
E' in questo contesto che i sogni ad occhi aperti della sinistra - che si infuria e pretende di controllare la crisi del capitalismo per mezzo della regolamentazione della speculazione e del controllo dei mercati finanziari - appaiono come particolarmente fantasiosi. Partono dal paradosso del voler fare "coscientemente", con i colori di un keynesismo di sinistra e socialdemocratico, quello che l'evoluzione autonoma del capitalismo ha ormai realizzato completamente in maniera incosciente: ossia, scaldare l'economia reale con il denaro libero della sovrastruttura finanziaria e simulare "posti di lavoro". Se questa strada venisse realmente tentata, sarebbe l'occasione per il crollo totale di tutto il castello di carte. L'ostinazione con cui vengono fatti questi conti del droghiere, anziché chiarirne la rilevanza pratica, finisce, al contrario, per testimoniare solamente la paura di fronte ad una critica categoriale del sistema di produzione di merci e della sua forma di attività "lavoro", che spiega anche la fede della Sinistra dell'amministrazione neoliberista della crisi.

In questa prospettiva, non si riesce a distinguere gli scongiuratori di sinistra della "normalità capitalista" dai padrini del "Nuovo Centro" difensori dell'imposta sulla speculazione finanziaria, i quali, con la loro fanatica retorica sul lavoro, sono stati arruolati nel governo.
Tuttavia, quello che stiamo per vedere non è la "società della prestazione di servizi", ma il definitivo collasso della società del lavoro, la quale, dopo un collasso finanziario occidentale, non potrà più svilupparsi sotto le forme dei bassi salari, del lavoro forzato e delle attività della miseria degli esclusi.
Ma già in questo momento, questa precarizzazione - così come la propaganda per il "lavoro civico", per il lavoro non remunerato e altri lavori del medesimo genere - ha smesso di far parte di una nuova accumulazione del capitale, ma è soltanto un insieme di strumenti di disciplina e di "moralizzazione", affinché non si possa affrontare seriamente la fine della società del lavoro, ed affinché il trattamento da riservare ai "superflui" possa essere ancora più duro.
Con la fiction ufficiale, secondo la quale chi vuole può "lavorare" (anche se in cambio soltanto di una pacca sulle spalle), si è ottenuta la legittimazione morale per una definizione di "parassitismo sociale", cui, nel nome della "nobiltà del lavoro", devono essere conferite le colorazioni più sordide, di modo che possa essere offerto come "oggetto di odio" sull'altare del panico crescente cui è ormai sottomessa la popolazione lavoratrice.
E chi può mai essere più adatto ad esercitare questa sottile forma britannica dell'amministrazione della crisi, se non il classico "Partito del Lavoro", magari insieme ad un giovane partito verde-oliva?

- Norbert Trenkle - Pubblicato il 31-12-1999 su Krisis -

fonte: Krisis