sabato 23 novembre 2013

irreversibile

campagne

La crisi finale del capitalismo
di Armel Campagne

Il capitalismo non è l'eterno ritorno dello stesso, bensì un processo storico dinamico, spiega Robert Kurz, in "Vies et mort du capitalisme". Il capitalismo, come accumulazione del capitale, come "processo di valorizzazione" o "valore che si valorizza", sbatte oggi contro il suo limite interno. Vale a dire che l'accumulazione del capitale si fonda sull'utilizzo della forza lavoro astratta intesa come "spendimento di materia cerebrale, di muscoli, di nervi", in una totale indifferenza di quello che è il suo contenuto (che si tagli legna o ci si prostituisca o si fabbrichi automobili, quello che interessa tanto lo sfruttatore quanto lo sfruttato è il denaro che si trae da tali attività). La quantità di lavoro astratto appare come quantità sociale di valore(quantità rappresentata in modo imperfetto dal denaro) e come "oggettività del valore"(valore rappresentato imperfettamente dal prezzo) dei prodotti. Più c'è "spendimento di energia umana astratta" remunerata (sfruttamento contro salario) più c'è valore. La domanda di merci proviene solo dallo sfruttamento remunerato dei lavoratori (salario o profitto). Una merce che non viene comprata non ha "valore di scambio", non ha valore di mercato, non ha valore capitalistico, e dal momento che solo lo sfruttamento remunerato dei lavoratori crea una domanda per tale merce, senza sfruttamento remunerato dei lavoratori non c'è valore. Più lavoratori remunerati sfruttati ci sono, più c'è sfruttamento remunerato, quindi più valore, quindi più crescita.
Il capitalismo - osserva Kurz - non è altro che l'accumulazione del denaro come fine in sé. La sostanza di questo denaro si trova nell'utilizzo sempre crescente della forza lavoro umana.
Il capitalismo non avrebbe alcun limite interno alla sua valorizzazione se non fosse concorrenziale e se non ci fosse un costante aumento della produttività.
La competizione porta ad una maggiore produttività (più si è produttivi, più si è competitivi, quindi più si riesce a vendere merci) e rende questa forza lavoro (i lavoratori salariati sfruttati) sempre più superflua (rimpiazzati da macchine sempre più potenti e sofisticate). Tale contraddizione interna sembrava sempre superata per mezzo dell'assorbimento massivo di forza lavoro da parte delle nuove industrie. Il "miracolo economico" dopo il 1945 ha fatto di questa capacità del capitalismo, un credo. Una produttività che aumenta, significa che minori energie umane creano più prodotti materiali. La contraddizione interna al capitalismo concorrenziale, quella per cui un costante aumento della produttività porta ad una costante diminuzione dell'utilizzo di forza lavoro astratta, di sfruttamento e, dunque, rimanda all'espansione dei mercati, grazie a dei nuovi settori di sfruttamento (per esempio, l'industria automobilistica, all'inizio del 20° secolo), ecc..
La "terza rivoluzione industriale", "nuovo standard irreversibile di produttività" (cioè, è impossibile tornare ad una minor produttività in seno al sistema capitalista), porta al suo termine questa tendenza, nel corso degli anni '80. La creazione sempre nuova di capitale-denaro (debito, creazione massiva di denaro) sembra essere l'unica soluzione: in realtà, questa pseudo-accumulazione senza sostanza, fatta attraverso le bolle finanziarie, l'indebitamento massivo ed una creazione enorme di moneta, ha raggiunto attualmente i suoi limiti ed entrerà in crisi ad intervalli sempre più regolari. Il limite interno storico del capitalismo non verrà risolto negli anni 1980/90: una gestione repressiva delle crisi sociali, una crescita senza sostanza per mezzo dell'espansione sfrenata del credito, dell'indebitamento e delle bolle finanziarie ed un'apertura mondiale delle valvole monetarie, non cambieranno niente e non faranno altro che ritardare un processo che è diventato inevitabile in senso a questo sistema economico. Oggi, assistiamo ad una sorta di ultimo stadio del capitalismo di Stato, capace, tutt'al più, di ritardare il crollo: le munizioni del keynesismo si sono di già esaurite. Questo nuovo deficit pubblico (legato al salvataggio delle banche) non può più permettere i grandi investimenti che avrebbero potuto rilanciare un po' il sistema.
La dinamica oggettiva del sistema capitalista si accompagna ad una dinamica soggettiva che contribuisce a modificarne l'aspetto. Le multinazionali hanno rafforzato tale dinamica spingendola ad una mondializzazione imperialista (FMI, Banca Mondiale, intervento delle grandi potenze) e competitiva (risultante in un'eliminazione ancora più rapida e violenta delle imprese meno competitive - piccole e medie imprese ed imprese del terzo mondo - e di un certo numero di sfruttati) che si è rivelata molto redditizia (crescita dei mercati e riduzione del costo della mano d'opera) ma che ha portato alla diminuzione ancora più rapida della massa di valore che già era in calo (in seguito ai fallimenti, alle delocalizzazioni, ai licenziamenti e ai massicci tagli salariali a livello mondiale). La finanziarizzazione dell'economia (l'inflazione degli attivi fittizi legati al capitale finanziario), vero e proprio Keynesismo da casinò che non crea alcun valore reale, nondimeno ha permesso di ritardare (e quindi di aggravare ulteriormente) il crollo del sistema capitalistico e, soprattutto, di permettere ad una minoranza di investitori, di banchieri e di speculatori finanziari di accaparrarsi un'enorme parte del processo di valorizzazione del capitale in declino (accelerando il suo declino e spostando somme importanti, dal processo di valorizzazione reale del capitale, verso processi di valorizzazione fittizia). I grandi capitalisti hanno inoltre beneficiato di queste dinamiche imponendo un vero e proprio diktat ai salariati spaventati (distruzione del movimento operaio/aumento dei profitti in rapporto ai salari). I ricchi, alla fine, hanno sofferto assai meno di questa "desostanzializzazione reale del capitale", come viene indicato dall'aumento spettacolare delle ineguaglianze nel corso degli ultimi quarant'anni. Una concentrazione della ricchezza e dei mezzi di produzione che, in virtù di una "propensione al consumo" più bassa, sia dei ricchi che dei poveri (e di un abbassamento dei salari assai decisivo), e di un accaparramento dei terreni agricoli, ha accelerato ulteriormente la crisi del capitale e quella del nostro livello di vita (meno salario/meno possibilità di soddisfare i nostri bisogni).
Il capitalismo ha oggettivamente raggiunto i suoi limiti storici assoluti, ma non è meno vero che, in assenza di una coscienza critica sufficiente,l'emancipazione non può essere raggiunta. Il risultato sarebbe allora un capitalismo senza valore, un capitalismo dove non si riuscirebbe più a vendere la propria forza lavoro (se non per impieghi servili e degradanti, come quelli legati alla prostituzione e al lavoro domestico) e dove si morirebbe in massa, dal momento che parallelamente si produrrebbe una concentrazione di mezzi di produzione (terreni agricoli, fabbriche), dacché non si riuscirebbe a produrre il proprio valore d'uso (a causa della confisca di quegli stessi mezzi di produzione a profitto di una minoranza) e non si riuscirebbe a vendere la propria forza lavoro (perché c'è sempre meno bisogno di forza lavoro). L'impossibilità di tornare indietro (e la mancanza di interesse a farlo: chi vorrebbe tornare oggi allo sfruttamento capitalista del 19° secolo?), di continuare a vivere in questo sistema di sfruttamento che crolla (chi vorrebbe seriamente rimanerci, quando è possibile un'emancipazione senza precedenti?), ci obbliga a prendere coscienza di un'opportunità storica inedita: quella di un socialismo senza valore, senza lavoro astratto, senza merci, senza concentrazione dei mezzi di produzione, dove ciascuno possa soddisfare i suoi bisogni fondamentali al di fuori di qualsiasi processo di sfruttamento e di qualsiasi processo di valorizzazione.
"La contraddizione è una contraddizione interna al capitale globale, e non già una contraddizione in grado di portarci al di là del capitalismo", ci avverte Kurz. Vogliamo un socialismo senza sfruttamento o un genocidio economico mondiale? Socialismo? O barbarie?


Fonte: Critique radicale de la valeur

venerdì 22 novembre 2013

tradurre

gide_congo-1

E' il gennaio del 1928, quando André Gide arriva a Berlino per tenere una conferenza. Ed è a Berlino, nella sua stanza d'albergo, che Gide si incontra con Walter Benjamin, inviato dal "Die literarische Welt". La conversazione, ben presto si sposta sulla figura di Proust, sull'amicizia di Gide con Proust, poi sulla traduzione della Recerche, cui Benjamin sta lavorando e, finalmente, sull'atto stesso di tradurre. "Gide ha fatto tutto quello che ha potuto, come traduttore, per riuscire a divulgare l'opera di Conrad, ed inoltre si è impegnato criticamente su Shakespeare e, in tal proposito, va citata la sua magistrale traduzione dell'Antonio e Cleopatra" - scrive Benjamin.
Poi, riportando le sue parole, Benjamin aggiunge che Gide non è riuscito a trovare, a Berlino, quella tranquillità necessaria a preparare la sua conferenza.
"Vorrei aggiungere qualcosa a proposito del mio rapporto con la lingua tedesca" - dice Gide, e scrive Benjamin. A quanto pare, dopo un periodo di studio, "intensivo ed estensivo", di quella lingua, Gide ha all'improvviso, e per dieci anni, interrotto qualsiasi rapporto con l'idioma tedesco. "La mia attenzione è stata catturata completamente dall'inglese", afferma, e continua: "Poi, l'anno scorso, ero in Congo e mi sono trovato ad aprire un libro scritto in tedesco, dopo tanto tempo. Le Affinità Elettive. E mi sono reso conto di una cosa: la lettura non era affatto difficile come immaginavo, era molto facile."
Benjamin annota che il tono di Gide, nel dire queste parole, si era fatto assai "insistente" e sottolinea più volte che tale insistenza non riguardava l'affinità fra inglese e tedesco, bensì il fatto che Gide si fosse sentito "drammaticamente respinto dalla mia lingua materna".
Per tradurre - afferma Gide, e Benjamin scrive - o anche solo per padroneggiare una lingua straniera, non conta tanto la lingua che si sceglie, quanto, piuttosto, la capacità di abbandonare la propria lingua, la lingua d'origine.

giovedì 21 novembre 2013

Giornalismo

Le_Père_Peinard_1898

«Senza nessuno sfoggio di filosofia (il che non vuol dire che non ne abbia) ha giocato apertamente con gli appetiti, i pregiudizi ed i rancori del proletariato. Senza riserve o inganni, ha incitato al furto, alla contraffazione, al rifiuto di tasse e affitti, all’omicidio e all’incendio. Ha consigliato l’immediato assassinio di deputati, senatori, giudici, preti e ufficiali dell’esercito. Ha invitato gli operai disoccupati a prendere cibo per se stessi e le loro famiglie ovunque lo trovassero, a fornirsi di scarpe al negozio di scarpe quando la pioggia primaverile bagnava loro i piedi, ed a coprirsi al negozio di vestiti quando i venti invernali li pungevano. Ha invitato gli operai a mettere alla porta i loro datori di lavoro tirannici, e ad appropriarsi delle loro fabbriche; i braccianti ed i vignaioli ad impossessarsi delle fattorie e delle vigne, e trasformare i proprietari dei campi e delle vigne in fosfati fertilizzanti; i minatori ad impadronirsi delle miniere e ad offrire picconi agli azionisti nel caso in cui questi avessero mostrato disponibilità di lavorare come loro amici fraterni, altrimenti a scaricarli in pozzi inutilizzati; i coscritti ad emigrare piuttosto che fare il loro servizio militare, i soldati a disertare o a sparare agli ufficiali. Ha esaltato i bracconieri ed altri deliberati trasgressori della legge. Ha raccontato le gesta di antichi briganti e fuorilegge, e esortato i contemporanei a seguire il loro esempio».

(a proposito di "Le Père Peinard", giornale fondato da Émile Pouget nel 1889)

mercoledì 20 novembre 2013

Ebro

ebro

Il 13 novembre 1938, 75 anni fa, terminò l'ultima grande battaglia della guerra civile spagnola, la battaglia dell'Ebro; l'ultima speranza della Spagna repubblicana di far girare la sorte di un conflitto che sembrava ormai a tutti irrimediabilmente compromesso e perduto. Alla fine vinsero i franchisti e, da allora, la caduta della Catalogna prima, e della repubblica poi, diventarono solo una questione di tempo.
La battaglia era cominciata più di tre mesi prima, il 25 luglio, quando, di notte, le truppe repubblicane erano riuscite a sorprendere il nemico attraversando il fiume nella zona di Tortosa. I franchisti non credevano che potevano essere attaccati e poi, Franco era occupato a cercare di conquistare Valencia. Non era capace, il futuro dittatore, di riuscire a prestare attenzione a più di un fronte. Ragion per cui, le sue truppe sull'Ebro in un primo momento furono vittime dell'incuria e dell'abbandono, dettato anche dal profondo disprezzo che Franco nutriva nei confronti di un esercito popolare che era nato dalle milizie operaie dei partiti di sinistra e dei sindacati. Lo stesso esercito popolare che era riuscito ad attraversare in una notte l'Ebro, con una manovra militare di altissimo livello - mantenendo segreta la presenza di un esercito di centomila uomini e mettendo a frutto un'incredibile sforzo ingegneristico - che aveva permesso di invadere la riva opposta ed avanzare per cinquanta chilometri. Ma lì si erano fermati, alle porte di Gandesa e della Sierra di Pandolis, per trincerarsi, rimanendo a subire la reazione di un esercito franchista che dapprima aveva avuto paura  e che poi si era sentito umiliato per la sorpresa.

ebro Vicente_Rojo

Era Vincente Rojo, il capo di Stato Maggiore dell'esercito popolare, la mente che stava dietro quell'offensiva e che si era distinto, fin da subito, nella difesa di Madrid nel novembre del 1936. Rojo sapeva che la repubblica aveva tutto da perdere, ancor più dopo la tremenda offensiva franchista dell'aprile del 1938 che aveva tagliato in due il territorio repubblicano. Con un territorio diviso in due zone, ed i franchisti in mezzo, e con un esercito praticamente privo di qualsiasi rifornimento di armamento, non c'era altro da fare che tenere duro fino allo scoppio della seconda guerra mondiale contro i nazisti e i fascisti. E fu quell'imminenza a determinare la strategia del governo repubblicano; la repubblica scommetteva sul fatto che la politica di Hitler avrebbe inevitabilmente portato alla guerra, per cui bisognava resistere fino a quando le democrazie europee, Gran Bretagna e Francia soprattutto, sarebbero diventate alleate della repubblica nella guerra con Franco che era, a sua volta, alleato di Hitler.
Gli eventi internazionali facevano ben sperare. Nel marzo 1938, la Germania si era annessa l'Austria e, in piena battaglia dell'Ebro - fra il 26 ed il 30 settembre di quell'anno - la pace mondiale stava appesa ad un filo: Hitler minacciava di invadere la Cecoslovacchia con la scusa di difendere la minoranza tedesca, i Sudeti, da una presunta aggressione ceca. Ma con l'accordo di Monaco, Francia ed Inghilterra decisero di salvare la pace in Europa, sacrificando i loro alleati cechi. La repubblica spagnola era così condannata. Alla fine di ottobre, mentre l'esercito popolare continuava a resistere asserragliato sulle rocce della Sierra di Pandolis, Negrin decise di liquidare le Brigate Internazionali, assentendo così alla decisione del Comitato di Non Intervento; quello stesso comitato che impediva l'importazione da parte della repubblica e che aveva la vista assai corta quando si trattava degli aiuti nazisti e fascisti nei confronti di Franco. Negrin, si illudeva così di forzare la situazione e di obbligare - con lo spettacolo della marcia delle Brigate Internazionali che lasciavano la Spagna - l'opinione pubblica internazionale a focalizzarsi sulla presenza di tedeschi ed italiani nell'esercito franchista, per condannarli. Il 28 ottobre del 1938, i brigatisti internazionali sfilarono per l'ultima volta lungo le strade di Barcellona.

ebro lincolnbat

Ovviamente, fascisti e nazisti rimasero a combattere con i franchisti; fino alla sconfitta della repubblica. E la sconfitta era oramai vicina. Privo di rifornimenti e con le truppe decimate, l'esercito popolare si ritirò alla posizione precedente all'offensiva di luglio. Il 13 novembre l'ultimo soldato repubblicano tornò ad attraversare l'Ebro. La battaglia era finita. C'erano stati 17.000 morti, da entrambi i lati, e più di 60.000 feriti. Prima il caldo asfissiante, la sete e la fame, e poi il freddo e l'umidità a torturare soprattutto le milizie repubblicane, trincerate ad aspettare con la speranza di una guerra mondiale contro nazisti e fascisti, mentre venivano attaccati per terra e dall'aria, bombardamenti, esplosioni, mitraglie. Alla fine si ritirarono. L'ultima grande battaglia della guerra civile era finita.

LA BATALLA DEL EBRO, documentario di Jorge Martínez Reverte

martedì 19 novembre 2013

Mitologie

MURATORI

L'origine del mondo
di Eduardo Galeano

La guerra di Spagna si era conclusa da pochi anni e la croce e la spada regnavano sulle rovine della Repubblica. Uno dei vinti, un operaio anarchico, da poco uscito di galera, cercava lavoro. Aveva rivoltato invano il cielo e la terra. Niente lavoro per un rosso. Lo guardavano male, tutti, si stringevano nelle spalle e giravano il culo. La sera, davanti ai piatti vuoti, doveva sopportare senza dir niente i rimproveri della pia donna di sua moglie - una donna da messa quotidiana -  mentre il figlio, un bambino piccolo, recitava il catechismo.
Tutto questo, molto tempo dopo, me lo raccontò Josep Verdura, il figlio di quell'operaio maledetto. Me lo raccontò a Barcellona, quando tornai dall'esilio.
Mi raccontò: lui era un bambino disperato che desiderava salvare il proprio padre dalla dannazione eterna, lui che era molto ateo, molto testardo e non intendeva ragione.
"Ma papà" - gli aveva detto Josep, piangendo - "Se Dio non esiste, allora chi è che ha fatto il mondo?"
"Coglione" - gli rispose l'operaio, sottovoce, quasi in segreto - "Coglione. Il mondo lo abbiamo fatto noi, i muratori."

lunedì 18 novembre 2013

"Finché li cerco io, i latitanti sono loro"!

comunicato

Alla fine, la rivendicazione è arrivata, a ricordare - con le parole di Buenaventura Durruti - che "Nessun governo combatte il fascismo per distruggerlo. Quando la borghesia vede che il potere le sta scivolando dalle mani, chiede aiuto al fascismo per mantenere i privilegi."
La rivendicazione è arrivata, a sottolineare, con i fatti che la parola "vendetta" può anche non essere vuota di significato.
La rivendicazione è arrivata, dicevo, e puntuali (per la seconda volta) sono arrivate le voci querule dei grilli parlanti, dai rossobruni di "donchisciotte" ai fini analisti di "contropiano". I teorici innamorati del vittimismo (degli altri, naturalmente), quelli che negli anni '70 piagnucolavano tutti in coro che "ci ammazzano, ci sfruttano, ci buttano in galera ..."
La rivendicazione sta lì - scritta in greco, ma può essere tradotta - pronta a farsi fare a pezzettini dalla burocrazia devota della "Strategia della Tensione", magari anche mettendo in atto qualche "piccola correzione" alla verità (dalla traduzione "fantasiosa" all'affermazione circa il fatto che la polizia avrebbe sdoganato immediatamente il documento, come autentico, a dilatare fino a raddoppiarlo, il tempo intercorso fra l'azione e la rivendicazione) di modo da riuscire a convincerci meglio che il nostro destino è quello di essere inermi, sempre, e che qualsiasi tentativo di sfuggire a tale sorte cadrà inesorabilmente vittima delle loro analisi linguistiche e caratteriali. Non può mancare, alla fine di queste brillanti analisi improntate alla più stringente logica, l'esibizione del metodo doxa, per cui - a conferma e a conforto - la "stragrande maggioranza" sarebbe scettica riguardo la genuinità di quella che come ai bei tempi andati rimane una "sedicente" organizzazione rivoluzionaria.
E' il sondaggio, baby, e non ci puoi fare niente!

domenica 17 novembre 2013

audaci visioni

capitale ùRoman_Rosdolsky

I meriti di Roman Rosdolsky
A proposito di "Genesi e struttura del Capitale di Marx"
di Anselm Jappe 

E' raro ai nostri giorni vedere un lavoro marxista tradotto, venduto, letto e discusso, trentaquattro anni dopo la sua prima pubblicazione. Eppure, questo è esattamente ciò che sta accadendo oggi, in Brasile, con "Genesi e struttura del Capitale di Marx", di Roman Rosdolsky. Nonostante si tratti di un libro molto erudito, esso non ha unicamente valore di semplice archivio storico, ma è anche una guida estremamente attuale per comprendere l'opera di Marx.
Le poche informazioni biografiche disponibili sull'autore vogliono farci credere che la sua vita non è stata particolarmente felice: a quanto pare, sembra che sia sempre stata la persona sbagliata nel posto sbagliato. Nato nel 1968 nella Galizia polacca, aderì alle idee socialiste nel corso della prima guerra mondiale. Collaborò all'edizione delle Opere Complete di Marx ed Engels, a Mosca, fino a quando nel 1931 Stalin decise di porre fine a tale progetto. Al momento dell'occupazione nazista, si trovava in Polonia e venne imprigionato in un campo di concentramento per poi, finalmente, emigrare negli Stati Uniti dove, a quei tempi, la vita non era certo facile per un erudito marxista; compresa, per esempio, la scarsa possibilità di trovare testi da studiare.
Rimarrà sconosciuto per tutta la sua vita e morirà nel 1967, appena prima della rinascita mondiale di un marxismo intellettuale eterodosso che probabilmente lo avrebbe deliziato. Il suo libro, sul quale ha evidentemente speso un sacco di tempo (20 anni) di meditazioni solitarie, viene pubblicato in Germania nel 1968 e poi tradotto in molte lingue. Esso ha influenzato la parte teorica più avanzata della nuova sinistra.
Il merito personale di Rosdolsky sta nel fatto che non poteva appoggiarsi ad alcun lavoro marxista dell'epoca ed ha perciò fondato le sue conclusioni sulla sola lettura dei testi di Marx. Infatti, il suo libro non è un'interpretazione ma, piuttosto, un attento esame del testo. Rosdolsky scompare pressoché completamente a fronte del suo oggetto di studio; pochi marxisti si sono così avvicinati a Marx, attraverso un'analisi minuziosa basata tanto sulla critica dell'economia politica, quanto sulle aspirazioni filosofiche e politiche.
Il libro di Rosdolsky esamina il grande manoscritto di Marx, i «Grundrisse», scritto nel 1857/58. Pubblicato per la prima volta nel 1939, ebbe all'epoca un impatto limitato, e venne considerato come un semplice schizzo, o schema, del Capitale e, conseguentemente, di minore importanza rispetto a quest'ultimo. Il libro di  Rosdolsky è il prime esame organico dei «Grundrisse»; il suo grande merito è quello di aver mostrato in che modo questo manoscritto sia debitore nei confronti della dialettica hegeliana della forma e del contenuto, in particolare quando si tratta del Valore. E' per aver fatto tale collegamento che Rosdolsky può essere considerato - anche se lui rimane prudentemente, sotto numerosi aspetti, dentro il marxismo tradizionale - un precursore di coloro che oggi mettono in discussione la merce, il lavoro, il valore e il denaro, lo Stato, il mercato e la politica, ecc.
Voglio porre l'accento su alcune delle sue migliori analisi. Egli riprende una categoria ancora ignorata all'epoca, quella del "lavoro astratto", e sottolinea che non si identifica col "lavoro necessario", dal momento che ci si riferisce all'aspetto quantitativo del problema, piuttosto che al suo aspetto qualitativo. Rosdolsky non è stato solo uno dei primi a mettere in evidenza l'importanza del Valore in Marx, ma è anche riuscito a sintetizzare il suo ruolo nei diversi livelli dell'analisi di Marx.
La sua consapevolezza che esiste una dialettica fra forma e contenuto, lo ha condotto ad una piena comprensione della "contraddizione fra l'impulso illimitati alla valorizzazione, da parte del capitale, e la capacità limitata di consumo, da parte della società capitalistica". Prendendo esplicitamente le distanze dal marxismo tradizionale, egli ammette, di conseguenza, l'impossibilità di far corrispondere uso concreto e valore astratto.
A differenza del marxismo tradizionale, Rosdolsky non vede nelle contraddizioni apparenti della realtà capitalista solo delle semplici mistificazioni, bensì l'espressione delle contraddizioni reali. Ciò è molto importante al fine di poter comprendere il feticismo delle merci, visto non più come un fenomeno che appartiene unicamente alla sfera della coscienza, ma come un fenomeno del tutto reale.
Opponendosi in modo esplicito ai "manuali di economia marxista", Rosdolsky afferma che il feticismo delle merci e la formazione del denaro sono "i due diversi aspetti di una sola ed identica realtà: nella produzione di merci, la capacità della merce ad essere scambiata, esiste, accanto ad essa, come se fosse un oggetto (...) come qualcosa di distinto da essa stessa, non immediatamente identico ad essa; il valore deve perciò rendersi autonomo nei confronti delle merci". In altri termini, Rosdolsky riscopre il fatto che, per Marx, lo sdoppiamento della realtà sociale costituisce il fondamento della logica del valore.
Quel che è sorprendente per l'epoca, prima del 1968, è anche il fatto di sottolineare che Marx non ha mai scritto una "economia politica", la quale è una categoria feticcio. La differenza tra la genesi storica e la genesi logica del Capitale è stata presentata negli anni '70 come se fosse stata l'ultima scoperta, quando invece era stata già messa in evidenza da Rosdolsky.
Ugualmente, va sottolineato che l'accumulazione primitiva è un elemento costitutivo del rapporto capitalistico e, di conseguenza, essa è "contenuta nel concetto di capitale"; il capito del Capitale sull'accumulazione primitiva non è perciò solo una digressione storica, come credeva perfino Rosa Luxemburg.
Rosdolsky non si avventura quasi mai sul terreno delle conseguenze pratiche della teoria marxista. Ma ha scoperto questi aspetti di Marx che oggi ispirano i tentativi di rompere con la logica del valore. Rosdolsky non poteva essere più attuale di come quando ha messo in rilievo - e probabilmente è stato il primo a farlo - l'importanza di quelle pagine dei «Grundrisse» che affermano che lo sviluppo stesso del capitalismo finirà per distruggere il valore - e quindi il lavoro - come fondamento della società capitalista. Oggigiorno, sono molti coloro che frugano quelle pagine. Le proclamano, con una passione giustificata, le "riflessioni che - malgrado Marx le avesse scritte da più di un centinaio d'anni - non si possono leggere oggi senza emozione dal momento che esse contengono una delle più audaci visioni dello spirito umano".

Anselm Jappe, Fortaleza (Brasile), 10 febbraio 2002

fonte: Critique radicale de le valeur

sabato 16 novembre 2013

finzioni

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E' soprattutto a partire da "Le Vite" di Giorgio Vasari, che Marcel Schwob scrive la sua versione della vita di Paolo Uccello nel suo "Vite immaginarie". Il libro di Vasari, oltre ad essere uno degli ingredienti fondamentali usati da Schwob, per raccontare le sue vite immaginarie, si ritrova utilizzato anche in altre opere, come "Storia universale dell'infamia" di Borges, "La sinagoga degli iconoclasti" di Wilcok, "La letteratura nazista in America" di Bolaño, ma anche "La vita degli uomini infami" di Foucault e perfino "La vita, istruzioni per l'uso" di Perec.
Vasari, però, era interessato alla storiografia, mentre Schwob perseguiva la finzione. E su un episodio della vita di Paolo Uccello si misura tale distanza. Schwob e Vasari partono da un medesimo fatto, quello che attiene all'ultimo progetto di Paolo Uccello, e mentre Vasari scrive - per descriverlo - che lavorò ad "un San Tommaso che fruga nella piaga di Cristo", e finisce concludendo che "quest'opera lo impegnò molto; essa venne terminata nel corso della sua vecchiaia (...) a voler dimostrare quanto valeva e sapeva". Inoltre, sempre il Vasari, ci informa del fatto che "ordinò che venisse realizzato un pannello di legno, di modo che nessuno potesse vedere l'opera prima che fosse completata". Ma, avviene che Donatello - il famoso scultore, amico e vicino di casa di Paolo Uccello - "una mattina, mentre andava al mercato per comprare della frutta da usare per un suo disegno, vide Paolo mentre scopriva la sua opera". Dopo che ebbe "guardato bene il lavoro" - continua a scrivere Vasari - Donatello gli espresse la sua delusione. Uccello se ne vergognò e abbandonò il lavoro.
Lo scostamento fra Vasari e Schwob, si verifica a partire dalla frase "terminata durante la sua vecchiaia" e viene giocato intorno alla presenza di Donatello. Ed ecco che, in Schwob, è Uccello a chiamare Donatello, dopo aver terminato il quadro. Il pittore è certo di "aver compiuto il miracolo". "Ma Donatello non riesce a vedere che un groviglio di linee". Donatello morirà nel 1466 (Uccello nel 1475, era nato nel 1397 e quindi non arrivò mai agli "ottant'anni" dichiarati da Schwob nel suo racconto) e quindi lo scultore non può aver visto il quadro terminato, così come non possiamo vederlo noi, dal momento che è perduto, come le scene dalla vita di San Francesco. Sarà Caravaggio, poi, nel 1601, un secolo dopo, ad esplorare quel medesimo argomento. Chissà se aveva visto il quadro di Paolo Uccello?

venerdì 15 novembre 2013

la guerra e il denaro

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Prima ancora di cominciare a descrivere irispettivi sistemi finanziari della Repubblica spagnola e dell'esercito di Francisco Franco, nel corso della guerra civile, José Ángel Sánchez Asiain, autore de "La financiación de la guerra civil española" fa la seguente riflessione: "La repubblica pagò il costo della guerra civile con i risparmi che gli spagnoli avevano accumulato in passato, mentre il governo di Burgos la finanziò con i risparmi futuri. Perciò gli spagnoli si videro obbligati a consumare, negli anni successivi alla guerra civile, per soddisfare tale debito di guerra".
A partire da tale assunto, nel libro viene svolta una dettagliata analisi degli aiuti finanziari ricevuti da ciascuno dei contendenti, quindi del sistema finanziario dei due territori, dei comportamenti delle banche e delle casse di risparmio, dei finanziamenti esterni, e dei differenti sistemi di raccolta fondi messi in opera da ciascun bando nelle rispettive società.
Una delle principali conclusioni che si possono trarre dalla lettura dell'opera, è quella per cui, da un lato, nessuno commerciò praticamente con la Repubblica, salvo l'Unione Sovietica e, in modo assai più discreto, la Francia. Dall'altro lato, il colpo di stato che provocò la guerra civile, e che ebbe la sua unica giustificazione nella consegna per cui si doveva "salvare la Spagna", venne finanziato integralmente dal capitale straniero che impose altissimi interessi. Come dire, un modo assai curioso di ... salvare la Spagna.
L'aiuto finanziario, monetario e bellico, ricevuto prima in qualità di cospiratori, poi di golpisti e infine come "esercito di Franco" nella guerra civile, va analizzato secondo tre fasi: la prima risale al 14 aprile del 1931, data della proclamazione della seconda repubblica; la seconda atterrebbe alla preparazione del colpo di stato del 18 luglio del 1936, e fino all'ottobre dello stesso anno, quando Franco rinuncia a prendere Madrid; e, infine, l'ultima fase, quella dei tre anni di guerra civile.
La cospirazione per porre fine alla repubblica era cominciata da subito, quel 14 aprile, quando un piccolo gruppo di "personaggi significativi" si era riunito in casa del conte di Guadalhorce (Rafael Benjumea, membro del direttorio civile di Primo de Rivera e poi presidente delle ferrovie spagnole durante la dittatura franchista) per rovesciare "con ogni mezzo" la nuova repubblica. Carlisti e monarchici cominciarono a definire il blocco ed i soci esterni necessari alla sollevazione del 18 luglio di cinque anni dopo. Va sottolineato che, nel 1932, i monarchici ottennero 20 milioni di pesetas, per la causa, dagli spagnoli residenti in Francia. Il piano venne formalizzato solo nel marzo del 1936, a casa dell'agente di cambio e di borsa, e deputato della CEDA, José Delgado. In quella riunione venne assicurato ai generali che il Vaticano avrebbe immediatamente riconosciuto il regime golpista, e, appena possibile lo stesso avrebbero fatto Germania, Italia e Portogallo.
Pertanto, i primi aiuti al colpo di stato del 18 luglio 1936 sarebbe ro venuti da tre fonti principali: dalla Navarra, da Juan March e dal Portogallo; senza contare l'inestimabile aiuto da parte dell'Italia, della Germania e da diverse banche. Senza queste tre fonti di finanziamento la rivolta sarebbe crollata in poche settimane.

finanza march

Il banchiere e contrabbandiere Juan March, la cui famiglia disponeva di una grandissima fortuna, era l'uomo più ricco e più influente di tutta la Spagna del 1936 e non aveva nessuna remora a finanziare qualsiasi tipo di azione in grado di minare la repubblica spagnola. E' quasi impossibile, oggi, quantificare, la somma di denaro che March mise a disposizione dei generali che si erano sollevati. La cifra che azzardano storici e giornalisti varia dal miliardo di pesetas a quindici milioni di sterline, senza contare il suo finanziamento dell'intervento italiano a Maiorca. Si sa per certo che nei primi giorni del golpe, mise a disposizione del generale Molas la somma di seicento milioni di pesetas mediante un portafogli di titoli azionari. Il tutto, ovviamente, non senza stabilire vantaggiosi interessi per lui e per i suoi soci. Il banchiere si occupò anche di risolvere anche un problema di cruciale importanza per un conflitto militare: quello legato alla fornitura del carburante che doveva essere utilizzato dal cosiddetto  "governo di Burgos". March offrì le garanzie necessarie alla Texaco che mandò i primi rifornimenti, da una parte, mentre smise, dall'altra, di continuare a fornire carburante alla repubblica, nonostante gli accordi che aveva firmato con questa.
Il sostegno, dato dal Portogallo alla sollevazione fu decisamente importante e generoso. Anche se a causa delle limitate risorse di cui disponeva, il suo aiuto, in quantità e regolarità, fu molto inferiore a quello fornito dagli italiani e dai tedeschi. Ciò nonostante si rivelò opportuno ed efficace, soprattutto nel corso delle prime critiche settimane. Il governo portoghese mise a disposizione dei golpisti ogni tipo di risorsa finanziaria (crediti da parte delle banche portoghesi) insieme ad un'ampia protezione politica e diplomatica. Senza contare la fornitura di armi al bando ribelle. Di fatto, il Portogallo diventò il destinatario formale per tutte le forniture belliche destinate a Franco dagli altri paesi. Tanto che fini per occupare il terzo posto mondiale, e il primo posto europeo, come cliente dell'industria bellica tedesca. Va aggiunto che il territorio portoghese diventò la retroguardia dell'appoggio logistico, servendo da tramite di comunicazione quando le zone controllate dai franchisti, in seguito al fallito colpo di stato, si ritrovarono separate in due distinti territori.
La Navarra, nel 1936, godeva di uno statuto speciale che gli consentiva l'autonomia legale ed il controllo economico e fiscale del proprio territorio. A partire da tale situazione, ls regione della Navarra fornì un importante, generoso e costante aiuto istituzionale ai golpisti. Come esempio, basta dire che solo tre giorni dopo il colpo di stato aveva lanciato un appello a tutti i navarresi, applaudendo "il patriottismo che si va a sommare alla causa del movimento salvifico in difesa della religione, della pace materiale e delle nostre libertà civili", annunciando misure immediate per porre "il buon funzionamento della società navarra al servizio della guerra". Il 24 luglio, il generale Mola ordinò che la Navarra fornisse un credito di due milioni di pesetas, per far fronte ai costi sostenuti per "il movimento volto a salvare la Spagna"; credito che poi, sarebbe stato cancellato senza che venisse ripagato. In soldoni, le imposte di guerra create dalla Diputaciòn di Navarra procurarono 13.942.813 pesetas che vennero messe a disposizione della "causa nazionale". Tale somma, fra le altre cose, servì ad acquistare areoplani per la difesa di Pamplona, per cancellare il credito di Mola, per mettere un automobile blindata a disposizione di Franco, per acquistare motociclette per il generale Varela, per dare una pensione di 1.840 pesetas alle figlie di Mola, per costi educativi e per pagare una fattura di 4.700 pesetas presentata dal Collegio degli Architetti basco-navarri per il loro progetto di chalet per la vedova del generale Mola, che nel frattempo era morto.
Un'altra importante fonte di finanziamento per la rivolta provenne dalle donazioni fatte da un gruppo molto selezionato di carlisti, ben messi dal punto di vista economico, fra i quali si possono citare: Joaquín Baleztena, Miguel María Zozaya e Fernando Contreras.Ma quello che fu veramente un'eccezionale fonte di finanziamento, va identificato nel sistema regolare di quote che i carlisti stabilirono di versare a partire dal 1934, secondo il quale ogni affiliato doveva pagare al "Tesoro della Tradizione" una somma per lo meno uguale a quella pagata, per imposizione, allo Stato.
Il politico catalano, cofondatore e leader della Liga Regionalista, Francesc Cambó, descritto da Romanones come "il miglior politico del XX secolo", contribuì a raccogliere all'estero 410 milioni di pesetas per finanziare i golpisti; contribuì inoltre ad ottenere crediti che arrivarono fino a 35 milioni di dollari. Nonostante le minacciose e roboanti frasi, pronunciate attraverso Radio Sevilla da Queipo de Llano (che diceva, per esempio, che la sigla URSS significava Unione Rabbinica dei Saggi di Sion), le grandi famiglie ebraiche di Melilla "destinarono ingenti somme di denaro alla causa franchista". Franco, che stava contrattando crediti con la banca ebraica di Tetuàn e Tàngeri, si vide costretto a sconfessare le emissioni di Mola ed il 15 agosto del 1936 scrisse una lettera al Consiglio Comunale Israelita di Tetuàn chiedendo loro di non voler prestare attenzione alle emissioni radio antisemite.

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Al di là del notevole aiuto militare dato dall'Italia a Franco, se ci si concentra sull'aiuto finanziario, emerge che, una volta finita la guerra, i rappresentanti italiani e spagnoli valutarono che il totale del credito messo a disposizione dall'Italia ammontava a 6.926 milioni di lire, poi generosamente conteggiato in soli 5.000 milioni da restituire sotto forma di forniture belliche fino al 31 dicembre del 1939. Il resto venne condonato con accordo firmato l'8 maggio del 1940.
La richiesta ufficiale di aiuto alla Germania venne fatta il 21 luglio del 1936, per mezzo di Johannes Bernhard che venne ricevuto da Franco, sapendo che era in condizione di contattare direttamente Hitler. La richiesta poi, venne appoggiata da Goering e da Blomberg tanto "per simpatia verso i sentimenti anticomunisti di Franco, quanto per utilizzare il conflitto spagnolo come laboratorio per poter migliorare le tecniche degli eserciti tedeschi." Goering suggerì ad Hitler che in cambio avrebbe anche potuto ottenere dalla Spagna i minerali di cui tanto necessitava. Su questa base, il 20 marzo 1937, i ribelli firmarono con Hitler un Protocollo di Amicizia. Una parte significativa del debito che la Spagna contrasse con la Germania venne pagata per mezzo di esportazioni spagnole verso la Germania stessa, soprattutto di minerali. Una volta terminata la guerra, il debito venne stabilito dai soli tedeschi in 372 milioni di marchi, incluso il costo della Legione Condor valutato in 99 milioni di marchi. Ad ogni modo non si arrivò mai ad un comune accordo per calcolare l'importo, anche se si arrivò ad una soluzione politica nel 1941 che permetteva ai tedeschi di poter fare acquisti in Spagna senza pagare l'importo. E minerali, olio e arance, tra le altre cose, venivano inviate in Germania senza che potessero generare valuta estera per l'economia spagnola.
Sociedade Geral de Comércio, Industria e Transportes Limitada: questa holding portoghese dispose un credito fino a 175.000 sterline a favore dei golpisti, l'8 agosto del 1936, con un interesse del 5,5% annuo.
Compañía General de Tabacos de Filipinas: dispose un credito di un milione di dollari, poi aumentato di altri duecentomila dollari. Concesso, senza interessi, il 22 ottobre 1936.
Kleinwort, Sons & Co: la banca inglese concesse un prestito di 800.000 sterline con un interesse del 4% annuo, il 15 settembre del 1937; e dopo solo un mese, un altro credito di un milione e mezzo di sterline con un interesse del 3% annuo.
Société de Banque Suisse: Un milione di sterline, il 20 ottobre 1938.
Caixa Geral de Depósitos: la banca portoghese concesse un credito di 50 milioni di escudos portoghesi, il 28 febbraio del 1939, al 4% annuo.
Consorzio Banche Italiane: Indipendentemente dall'aiuto prestato dallo stato italiano, un consorzio di banche presiuduto dal Banco d'Italia, con la collaborazione delle banche Hispano Americano y Español de Crédito, mise a disposizione 125 milioni di lire, il 20 novembre 1937, arrivando ad un totale di 300 milioni di lire nel 1939.

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Il debito estero, come strumento di finanziamento della guerra, fu un importante fonte di risorse per il bando dei militari golpisti, ma contribuì assai poco alle finanze della repubblica.
La prima operazione di tal genere di cui si è a conoscenza, avvenne nel luglio 1938, quando si cercò di immettere sul mercato delle obbligazioni al 3,5%. Un'operazione che non andò a buon fine per il rifiuto da parte delle banche internazionali di dare sostegno all'operazione. Per la repubblica, quindi, fu quasi impossibile andare all'estero in cerca di prestiti o di sovvenzioni. Anzi, alcune grandi banche estere si dedicarono a boicottare e ad ostacolare tutte le sue operazioni finanziarie. Nel libro, vengono riportati vari esempi di boicottaggio da parte delle banche, nei confronti della repubblica. Quello messo in atto dalla britannica Midlang Bank Barclays, per esempio, che arrivò a giustificarsi con "la politica della monarchia" inglese per boicottare la repubblica. Ma anche la Martin's Bank e la British Overseas Bank, entrambe statunitensi. Ragion per cui, la repubblica non poté servirsi di Wall Street, e neanche della City di Londra, visto che fin dall'inizio della guerra entrambi i mercati le furono apertamente ostili, sebbene avesse rispettato rigorosamente tutti i suoi obblighi finanziari internazionali.
A questo punto, la principale fonte di finanziamento che rimaneva era la riserva d'oro del Banco de España, con sede a Madrid. Secondo i calcoli dello storico Ángel Viñas, il 18 luglio 1936 il Banco de España possedeva 708 tonnellate d'oro fino, delle quali 638 erano a Madrid, altre 53 si trovavano nella succursale di Mont de Marsan del Banco de Francia ed il resto nelle mani di altre sedi sparse. Il valore in dollari era di 718 milioni, cosa che se si escludeva l'Unione Sovietica, collocava la Spagna al quarto posto nella classifica dei paesi occidentali, dopo gli Stati Uniti, la Francia e il Regno Unito. Dal 18 luglio 1936 fino al gennaio del 1937, il Banco de España aveva sottoscritto col Tesoro nove contratti di finanziamento, per un totale di 290 milioni di pesetas, che si erano tradotti in 12 operazioni di vendita d'oro, in moneta o in lingotti, per un totale di 580 milioni di pesetas; l'equivalente di 168,4 tonnellate d'oro fino. Tutte le operazioni con destinazione Banco de Francia. La contropartita in valuta, ricevuta dalla Spagna, ammontava a 3.922 milioni di franchi. Il 6 ottobre del 1936, un accordo del Consiglio dei Ministri autorizzò il presidente del Governo, Largo Caballero, ed il ministro dell'industria, Negrin, a trasferire l'oro fuori dal territorio patrio. Il 25 ottobre, 7.800 casse contenenti 510 tonnellate d'oro furono imbarcate con destinazione Odessa, e da lì trasferite in treno fino a Mosca, dove venne formalizzata la consegna: l'oro spagnolo venne depositato nel Deposito di Metalli Preziosi di Stato del Commissariato del Popolo presso l'Industria. La giustificazione per il trasferimento era l'incapacità, da parte della repubblica, ad ottenere armi sul mercato internazionale ed il rifiuto di aiuto da parte delle potenze occidentali. Già fin dal 19 luglio stesso, l'allora presidente Giral aveva inviato un telegramma al presidente francese Blum, sollecitando urgentemente armi. Ma l'aiuto della Francia fu assai parziale e clandestino. La Gran Bretagna, direttamente o indirettamente, aiutò la caduta della repubblica. Il Messico, al contrario, l'appoggiò; non aderì al patto di non intervento e nonostante le sue limitate risorse il generale Lázaro Cárdenas del Río inviò ai repubblicani 20 mila fucili mauser, 20 milioni di cartucce e forniture varie. Ma alla fine dovette essere l'Unione Sovietica la principale fornitrice d'armi. Con l'oro, oramai già a Mosca, vennero pagati gli armamenti ed il materiale bellico che venne fornito, con un'operazione puramente commerciale, alla Spagna. Fra l'altro, con lo stesso oro vennero pagate anche i rifornimenti precedenti di altri paesi, l'aiuto da parte della Russia per creare un'industria bellica in Spagna, i salari del personale sovietico in Spagna, i sussidi e le pensioni alle famiglie dei caduti e l'addestramento in Unione Sovietica degli specialisti destinati all'esercito popolare in Spagna.

giovedì 14 novembre 2013

Le giuste corde

Mary Ann Vecchio screams as she kneels over the body of fellow student Jeffrey Miller during an anti-war demonstration at Kent State University, Ohio, May 4, 1970. Four students were killed when Ohio National Guard troops fired at some 600 anti-war demonstrators. A cropped version of this image won the Pulitzer Prize.

L'anno è il 1970, di maggio, il luogo è Los Angeles, il Bitter End West, per la precisione. E' ancora solamente il tardo pomeriggio e Michey Newbury, in cartellone per la serata, sta discutendo con David Steinberg. E' di pochi giorni la notizia che quattro ragazzi sono stati uccisi dalla guardia nazionale che ha aperto il fuoco sugli studenti radunatisi per protestare contro l'invasione della Cambogia. La voce di Neil Young si era già alzata, a dare voce a tutti quei ragazzi dell'altra America.

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La discussione si fa animata quando si comincia a parlare di canzoni, di musica. Il country, di cui Newbury è uno dei rappresentanti, sembra lontano da quelle rivendicazioni, più vicino ai Nixon che ai neri che protestano nelle scuole del sud contro la segregazione razziale. Per esempio, il vecchio inno sudista, Dixie, suonato dalle bande scolastiche in apertura e in chiusura delle gare sportive, ora viene contestato apertamente - argomenta Steinberg. Ma Newbury non è affatto d'accordo, non c'è niente che possa rendere una canzone come quella patrimonio dei segregazionisti - ribatte. Poi, si sofferma a ricordare come fosse stato proprio Lincoln a far suonare quella canzone sui gradini della Casa Bianca proprio il giorno della fine della guerra civile. Quella non è affatto una canzone razzista, incalza, anzi - sai che ti dico - stasera la voglio proprio suonare!
Quindi, va ad avvertire il proprietario del locale, Paul Colby. Ci potrebbero essere contestazioni, forse è meglio lasciar perdere - cerca di convincerlo, Colby. Ma Newbury è irremovibile: "e tu, chiama le squadre antisommossa!"
Tra il pubblico, per la serata ci sono Joan Baez, Odetta, Cass Elliot dei Mama's and Papa's. Arrivò, ad un certo punto, anche Barbara Streisand che, rivolta a Kris Kristofferson, cercava di convincerlo ad andare da qualche altra parte, ma Kris insistette perché rimanessero. Non aveva torto.
Newbury attacca con la chitarra il tema di Dixie, rallentato e arpeggiato quasi fino a renderlo irriconoscibile. Poi, la voce sommessa comincia, struggente e quasi ossessiva ...

Oh I wish I was in the land of cotton
Old things they are not forgotten
Look away, look away, look away Dixieland
Oh I wish I was in Dixie, away, away
In Dixieland I take my stand to live and die in Dixie
Cause Dixieland, that's where I was born
Early Lord one frosty morning
Look away, look away, look away Dixieland

Non si sente più alcun altro suono per tutta la sala. Odetta, la famosa folk-singer nera, rimane seduta in prima fila con le lacrime agli occhi. Mickey Newbury alza la testa e la vede. E' un tutt'uno, guardarla e proseguire con la canzone di quelli che stavano, stavolta, dalla parte giusta ...

Glory, glory hallelujah
Glory, glory hallelujah
Glory, glory hallelujah
His truth is marching on

Solo, appena un lampo. Poi, dopo, conclude la sua trilogia americana con i versi e le note di una ninna nanna, All my Trials, la ninna nanna degli schiavi giamaicani, la canzone che era stata adottata dal movimento dei diritti civili, cantata da Pete Seeger e da Joan Baez. "Taci bambina non piangere ..."

So hush little baby
Don't you cry
You know your daddy's bound to die
But all my trials, Lord will soon be over

Alla fine, sono tutti in piedi ed applaudono. Ha avuto ragione, Mickey Newbury, ed ha toccato le corde giuste. Lo ha fatto, come sapeva fare Woody Guthrie, prima di lui, e come saprà fare Bruce Springsteen, dopo di lui.

mercoledì 13 novembre 2013

il denaro e la guerra

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Nel criticare l'idea per cui l'emergere della «moderna totalitaria economia di mercato» sarebbe il prodotto di un «processo di civilizzazione» (Norbert Elias) e risulterebbe così dalla «combinazione di un commercio mite con l'industrioso spirito borghese e con un certo numero di audaci invenzioni e scoperte scientifiche che avrebbero permesso il miglioramento del benessere degli uomini», Robert Kurz pensa che l'origine del capitalismo «in epoca premoderna» sia invece «di natura militare-economica».
L'idea di una contiguità fra la genesi del capitalismo e l'«economia politica delle armi da fuoco», già delineata all'inizio del ventesimo secolo sia da Weber che da Sombart (ma non approfondita da questi due militaristi), è stata ripresa nel corso degli anni '80 da Karl Georg Zinn, con il suo "Kanonen und Pest", e da Geoffrey Parker con "The Military Revolution: Military Innovation and the Rise of the West, 1500-1800". L'invenzione del cannone e delle armi da fuoco, nel XIV secolo, avrebbero innescato una « rivoluzione militare » che ha provocato, a sua volta, degli sconvolgimenti sociali (obsolescenza dei cavalieri), una «prima modernizzazione» ed una vera e propria «corsa agli armamenti».
« E' diventato subito chiaro che l'invenzione della armi da fuoco non avrebbe portato solamente ad un semplice cambiamento della tecnologia militare. Ben presto, gli sconvolgimenti si sarebbero fatti sentire anche a livello dei rapporti sociali.» Da una società senza alcuna struttura militare, o quasi, con un impatto superficiale dove ciascun soggetto aveva le sue proprie armi (« La guerra poteva contare su una logistica decentrata »), si passa ad un « apparato militare che inizia a staccarsi dall'organizzazione sociale », dove gli eserciti diventano un'istituzione permanente e dominante (« le dimensioni degli eserciti aumentano notevolmente in tutta Europa e, fra il 1500 ed il 1710, più Stati vedono il loro effettivo militare moltiplicarsi per dieci »), con una conseguente militarizzazione violenta delle strutture sociali.
« La guerra diventa un mestiere », con i suoi « assassini a tempo pieno in grado di procurarsi sostentamento con i propri strumenti di morte ». Strumenti che finiscono per dominare i loro utilizzatori. La guerra diviene un Moloch insaziabile, ad un livello mai raggiunto dall'umanità. Ed è in questo quadro che, secondo Kurz, « l'avvento del denaro, come potenza anonima » viene reso possibile. L'economia della guerra perpetua e la crescente autonomia strutturale degli eserciti, portano al boom del denaro.
La razionalità capitalistica è stata da subito militare: morte dei valori cavallereschi, calcolo della redditività staccato da ogni bisogno sociale, salari intercambiabili e l'obiettivo di un'accumulazione astratta del capitale. I primi capitalisti furono i finanzieri di guerra, come Fugger, o i capitani mercenari. Il principio astratto di accumulazione, insieme al suo corollario (il sistema di libera impresa dell'economia moderna), non avrebbero mai potuto sorgere direttamente dalla società urbana medievale di mercanti ed artigiani.
Secondo Kurz, « i mercenari, all'inizio della società moderna, si ritrovano totalmente liberi dai vincoli di riproduzione materiale ». Sono i primi lavoratori astratti. « Poco importa contro chi, e perché, si è in guerra, in quale settore della produzione venga investito il denaro, o quale genere di lavoro venga svolto; dal momento che c'è un bottino da guadagnare, importa poco il numero di mondi che vengono distrutti. » I mercenari, sono i primi salariati e, quindi, i primi disoccupati: vanno a formare formidabili orde di vagabondi, di ladri, di assassini!
Il bottino e i prestiti concessi dai finanzieri non bastano mai ...
Allora bisogna assoggettare l'insieme delle strutture sociali al dominio del denaro. Una tassazione monetaria, senza alcun rapporto con la quantità delle colture, si traduce in un'enorme miseria (il carico fiscale, fra il XV ed il XVIII secolo, aumenta del +220%). Gli esattori percepiscono le somme in cambio di una somma forfettaria, e quando questo non basta più lo stato moderno mette in campo i suoi propri apparati di produzione, manifatture e piantagioni, dove l'obiettivo è l'accumulazione e dove viene impiegata la forza lavoro dei detenuti e degli orfani.
La conquista delle Americhe, il commercio transatlantico con i suoi giganteschi programmi di costruzione navale, le guerre europee, la repressione delle rivolte, dalla guerra dei contadini in Germania ai Luddisti in Inghilterra, sono le estensioni di questa dinamica.
« L’economia politica delle istituzioni militari » - argomenta Kurz - « diviene indipendente dai suoi obiettivi iniziali, dando alla luce il capitalismo».

martedì 12 novembre 2013

Tracce

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Giorgio Vasari sosteneva che Paolo Uccello era molto più preoccupato della prospettiva che delle figure, e che era proprio per questa sua preferenza che "visse tanto povero quanto famoso". Questa considerazione, tuttavia, non impedì allo stesso Vasari di affermare che Uccello fosse insuperabile nel rappresentare gli animali nei suoi quadri. Vasari non spiega però quale fosse l'origine del nome "uccello" dato al pittore, però Marcel Schwob, nelle sue "Vite immaginarie", spiega come il nome provenisse dal grande numero di animali dipinti su tutte le pareti della sua casa a Firenze. E' sempre Vasari a renderci edotti circa il fatto che Uccello aveva dipinto alcune scene della vita di San Francesco (gli affreschi si trovavano nella chiesa di Santa Trinita, a Firenze, e non esistono più), poi "belle scene di cavalli e di altri animali" in casa dei Medici, "con la superbia dei leoni inferociti", la "velocità e la paura dei cervi e dei caprioli", ed "i passeri e i pesci dalle squame variegate", fece anche il Diluvio e l'Arca di Noè, dipinse un cavallo immenso a Santa Maria del Fiore, omaggio ad un generale inglese: una pittura che riusciva ad ingannare gli occhi dei molti fiorentini e dei molti stranieri che passavano di lì, e che credevano si trattasse di una scultura.
Uno di questi stranieri passò per Bologna, seguendo le tracce lasciate da Paolo Uccello in quella città, una visita breve che si svolse intorno al 1435. Come è avvenuto con gli affreschi delle scene dalla vita di San Francesco, il tempo è stato crudele anche con i lavori svolti a Bologna. Di meno, però. E' rimasto un pezzo di quel ciclo sulla Natività, in un angolo della chiesa di San Martino Maggiore. E, giustamente, gli animali sono sopravvissuti. Gli animali che non hanno solo dato a Paolo Uccello quel nome con cui ancora oggi è conosciuto, gli animali che sorvegliavano il sonno del bambino e che sono sopravvissuti e che per quello straniero sono stati una sorta di portale, come una soglia non esattamente aperta sul passato, ma verso la dimensione di un tempo che rimane come sospeso.

lunedì 11 novembre 2013

53, Mannheimer Straße

Spartacists Revolt

E' la mattina ancora buia del 15 gennaio 1919, e a Berlino il termometro non supera i zero gradi da giorni e giorni, quando alcune automobili si fermano davanti al 53 di Mannheimer Straße. Ne scendono dei soldati che entrano nell'edificio per uscirne, subito dopo, trascinando fuori due uomini e una donna. I documenti falsi che hanno esibito non sono serviti a niente. Un confidente li ha identificati come Karl Liebknecht, Wilham Pieck e Rosa Luxemburg. Gli spartachisti hanno giocato un ruolo decisivo nella rivolta, e il governo, in mano al partito socialdemocratico, non si accontenterà di averla soffocata: nelle settimane a venire ci saranno arresti ed esecuzioni. La controrivoluzione ha sete di sangue.
I tre detenuti sono condotti all'Hotel Eden per essere interrogati, pestati e torturati. Il primo ad uscire è Karl Liebknecht, che viene spinto dentro un'automobile a colpi di calcio dei fucili. Il viaggio dura poco, qualche chilometro e verrà trascinato fuori dalla macchina ed ucciso con un colpo alla schiena. Dopo tocca a Rosa. La spingono a forza fuori dall'albergo. Sulla porta, un soldato di nome Runge ha già ricevuto i suoi ordini. La colpisce alla testa col calcio del fucile, una volta, due volte, continua, si accanisce, finché il tenente Vogel, stanco dello spettacolo, non le tira un colpo di grazia ed ordina che venga gettata in un canale lì vicino. Il corpo non verrà ritrovato che a maggio.
Una morte annunciata. Già a novembre, subito dopo il fallimento della rivolta, le strade di Berlino erano state coperte da manifesti su cui si poteva leggere che "Se vuoi pane, lavoro e pace, uccidi Liebknecht e Rosa Luxemburg". Nel mentre, i dirigenti socialdemocratici avevano già provveduto ad assumere i volontari di estrema destra, i "Freikorps", per dare la caccia ai capi della rivolta. Rosa Luxemburg non aveva nemmeno preso in considerazione l'idea di abbandonare il paese. L'ultima notte della sua vita, mentre il cerchio si è già stretto intorno al 53 di Mannheimer Straße, la passa a scrivere "L'ordine regna a Berlino". Conosce la gravità della situazione, ma sa anche che "la rivoluzione è l'unico genere di guerra in cui la vittoria finale può essere preparata solo attraverso tutta una serie di sconfitte". Bisogna continuare, in tutti i modi, perché "c'è una legge vitale interna alla rivoluzione che dice che non bisogna mai fermarsi, mai sprofondare nell'inattività, nella passività, dopo che si è fatto un primo passo in avanti."
Scrive Rosa, scrive che bisogna superare le discussioni teoriche intorno al fatto se ci siano o non ci siano le condizioni per la rivoluzione, e quelle intorno alla forma in cui questa deve avvenire. Scrive che bisogna far marciare un movimento che sappia utilizzare l'azione diretta, come strategia politica, e che respinga l'integrazione nelle istituzioni del sistema. Non importa quali mezzi si utilizzino, legali o illegali; è una distinzione, questa, che serve solo al potere per criminalizzare i movimenti popolari. Scrive che ancor meno bisogna aspettare che si creino determinate condizioni, non bisogna aspettare che si crei una coscienza di classe o aspettare che gli operai si dotino di strutture organizzative proprie. Scrive che la coscienza di classe non precede la lotta, ma emerge nel corso della lotta, e organizzazione e spontaneità sono solo momenti differenti dello stesso processo rivoluzionario.
Scrive Rosa, in quella notte gelida, scrive e accende una miccia che ancora non ha smesso di bruciare, e di incendiare.

domenica 10 novembre 2013

Volontà radicale

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"La critica letteraria deve scaturire da un debito di amore", è la prima frase del libro di George Steiner, "Tolstoj o Dostoevskij". Un libro in cui viene proposto un esercizio critico agonistico, quasi tragico. Un dilemma, senza nessuna mediazione possibile, senza nessun compromesso, nessun percorso alternativo. Si tratta di due concezioni antagoniste - due opere e due autori che rappresentano due concezioni, della letteratura e del mondo - che, proprio per questo, abbisognano di una scelta rigorosa, di una posizione radicale in grado di "fertilizzare" la critica letteraria; quella stessa "volontà radicale", che Susan Sontag esplorerà alcuni anni più tardi.
Gli è che, a sua volta, il debito d'amore di Tolstoj, era anche un debito d'odio, un debito di ripulsa e di disperazione, e il debito lo aveva con, e contro, Shakespeare. Harold Bloom, nel suo "Il genio", afferma che la ripulsa di Tolstoj era il risultato della sua consapevolezza: Tolstoj sentiva che non era possibile andare al di là di Shakespeare, una sensazione che si mischiava ad una ribellione irrazionale, dovuta al fatto che Shakespeare era semplicemente ... nato prima.
George Orwell, per parte sua, in un saggio pubblicato nel 1947, "Lear, Tolstoj e il Matto" è molto più preciso. Orwell legge con attenzione un testo di Tolstoj, scritto in tarda età, dove afferma che, a 75 anni, ha deciso di rileggere le opere complete di Shakespeare e, ancora una volta, ha provato rabbia e disgusto. Orwell si domanda perché Tolstoj scelga, per la sua analisi, il Re Lear. La sintesi che Tolstoj ne fa, è tendenziosa e parziale, ne amputa dei pezzi e ne enfatizza altri per poter difendere la sua tesi che Shakespeare è solo una stupida moda che è durata già troppo a lungo.
Ma per Orwell, quello che Tolstoj non riesce a sopportare è il suo identificarsi con Lear, il suo identificarsi con una figura nobile che rinuncia a tutto e che si aspetta, come ricompensa per il suo magnanimo gesto, il rispetto e l'ammirazione di coloro che lo circondano. Ma Lear non riceve quello che si aspettava, e Tolstoj non riesce ad accettare un finale così tragico, in quanto è una fine che non vuole per sé.
Nel parlare di questo, Orwell sottolinea come la visione anarchica di Tolstoj si basi su quella che definisce una "sensibilità autoritaria", una sensibilità che non riesce a provare interesse se non per quello che lo riguarda.

sabato 9 novembre 2013

Rifiuti

William-Faulkner
Aveva già ricevuto il premio Nobel per la letteratura nel 1949, William Faulkner; lui che nel 1915, aveva dovuto abbandonare gli studi per andare a lavorare. Ed era il 1956 quando, oramai già scrittore consacrato, ebbe l'offerta di una laurea honoris causa da parte del Colby College. Quella che segue è la lettera con cui rifiutò l'offerta.
Caro Dr. Bixer:
La sua lettera del 20 febbraio è arrivata in mano mia quando oggi sono tornato a casa.
Ringrazio molto il Comitato dei Garanti del Colby College per l'onore che mi viene offerto. Onore che devo declinare per il seguente motivo. Non ho frequentato la scuola neppure per il tempo sufficiente a conseguire la licenza elementare. Per me, ricevere la laurea honoris causa del Colby College sarebbe un insulto a tutti coloro per i quali guadagnarsi una laurea ha significato un lungo e faticoso impegno, proporzionale al valore del titolo di studio.

firmato: William Faulkner
fonte: Letters of Note

venerdì 8 novembre 2013

Analogie e Demoni

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Quello che segue, è il pezzo scritto da Erri De Luca, e pubblicato sull'Agenda di Magistratura Democratica, che tanto ha fatto infuriare il giudice Caselli, fino alle dimissioni dalla stessa organizzazione dei magistrati sedicenti democratici. Il battibecco che ne è seguito ha occupato brevemente le pagine dei giornali, con articoli conditi da allucinanti e risibili dichiarazioni da parte dei magistrati (sia quelli democratici, sia quelli non più), a proposito della "condanna e il rifiuto deciso, unanime, incondizionato, di ogni forma di violenza, qualunque ne sia la motivazione".
"Notizie su Euridice", è il titolo del brano di De Luca che, a partire dall'etimologia del nome della compagna di Orfeo, traccia un veloce disegno delle motivazioni che hanno portato nella seconda metà del secolo scorso ad un'insorgenza diffusa. L'analogia è suggestiva, e riesce a riportare, ricamando parole, lo sguardo e l'anima a quei fatti, arrivando alla fine perfino ad un capovolgimento del mito, in cui avviene che "Quella parte di Orfeo credette di essere seguito da Euridice, ma quando si voltò nel buio delle celle dell’isolamento, lei non c’era." Ragion per cui - vien da dire,  inseguendo il demone dell'analogia - non è stato Orfeo a ricacciare Euridice nell'Ade, voltandosi e decretandone la condanna infinita. Disamorata, Euridice non ha nemmeno seguito i passi di chi voleva liberarla e riportarla sulla Terra, forse perché aveva già finito per affezionarsi al dio dell'oltretomba. Preferiva restare con lui. Chissà. E forse, allora, alla fine, Orfeo ha capito davvero che ... di Euridice è possibile trattenere solo il fruscìo della sua indifferenza ...risparmiandosi anche il complesso di colpa per essersi voltato e, alla fine, anche la propria morte per mano delle Menadi. Ed Euridice ... Euridice magari è finita a Spoon River, inchiodata sulla tomba di Carl Hamblin, dopo che "un giovane con un cappello rosso le balzò vicino e le strappo via la benda", e vide, vide "la follia di un'anima morente".

Notizie su Euridice

Euridice alla lettera significa trovare giustizia. Orfeo va oltre il confine dei vivi per riportarla in terra. Ho conosciuto e fatto parte di una generazione politica appassionata di giustizia, perciò innamorata di lei al punto di imbracciare le armi per ottenerla. Intorno bolliva il 1900, secolo che spostava i rapporti di forza tra oppressori e oppressi con le rivoluzioni. Orfeo scende impugnando il suo strumento e il suo canto solista. La mia generazione e scesa in coro dentro la rivolta di piazza. Non dichiaro qui le sue ragioni: per gli sconfitti nelle aule dei tribunali speciali quelle ragioni erano delle circostanze aggravanti, usate contro di loro.
C’è nella formazione di un carattere rivoluzionario il lievito delle commozioni. Il loro accumulo forma una valanga. Rivoluzionario non è un ribelle, che sfoga un suo temperamento, è invece un’alleanza stretta con uguali con lo scopo di ottenere giustizia, liberare Euridice.
Innamorati di lei, accettammo l’urto frontale con i poteri costituiti. Nel parlamento italiano che allora ospitava il più forte partito comunista di occidente, nessuno di loro era con noi. Fummo liberi da ipoteche, tutori, padri adottivi. Andammo da soli, però in massa, sulle piste di Euridice. Conoscemmo le prigioni e le condanne sommarie costruite sopra reati associativi che non avevano bisogno di accertare responsabilità individuali. Ognuno era colpevole di tutto. Il nostro Orfeo collettivo e stato il più imprigionato per motivi politici di tutta la storia d’Italia, molto di più della generazione passata nelle carceri fasciste.
Il nostro Orfeo ha scontato i sotterranei, per molti un viaggio di sola andata. La nostra variante al mito: la nostra Euridice usciva alla luce dentro qualche vittoria presa di forza all’aria aperta e pubblica, ma Orfeo finiva ostaggio.
Cos’altro ha di meglio da fare una gioventù, se non scendere a liberare dai ceppi la sua Euridice? Chi della mia generazione si astenne, disertò. Gli altri fecero corpo con i poteri forti e costituiti e oggi sono la classe dirigente politica italiana. Cambiammo allora i connotati del nostro paese, nelle fabbriche, nelle prigioni, nei ranghi dell’esercito, nella aule scolastiche e delle università. Perfino allo stadio i tifosi imitavano gli slogan, i ritmi scanditi dentro le nostre manifestazioni. L’Orfeo che siamo stati fu contagioso, riempì di sé il decennio settanta. Chi lo nomina sotto la voce “sessantotto” vuole abrogare una dozzina di anni dal calendario. Si consumò una guerra civile di bassa intensità ma con migliaia di detenuti politici. Una parte di noi si specializzò in agguati e in clandestinità. Ci furono azioni micidiali e clamorose ma senza futuro. Quella parte di Orfeo credette di essere seguito da Euridice, ma quando si voltò nel buio delle celle dell’isolamento, lei non c’era.
Ho conosciuto questa versione di quei due e del loro rapporto, li ho incontrati all’aperto nelle strade. Povera è una generazione nuova che non s’innamora di Euridice e non la va a cercare anche all’inferno.

giovedì 7 novembre 2013

Il diritto al crimine

lacenaire

Dice Lacenaire: « Arrivo alla morte per una cattiva strada, ci arrivo salendo una scala ».
Disertore e falsario in Francia, assassino in Italia, poi ancora ladro e assassino a Parigi, occupato senza tregua, come scrive egli stesso, a « meditare sinistri progetti contro la società ». Lacenaire dedica i pochi mesi che  precedono l'esecuzione a redigere le sue Mèmoires, révélations er poésies, e si adopera in ogni modo per fare del suo processo uno spettacolo. Le ombre delle sue vittime: dello Svizzero di Verona, di un suo vecchio compagno di cella, Chardon, e della madre di quest'ultimo, come pure l'immagine dell'esattore che cercò di derubare ed uccidere, non lo distolgono neanche per un attimo dall'atteggiamento distratto, e insieme divertito, che conserva fino alla fine delle udienze. Per nulla preoccupato di salvarsi la testa, si concede un ultimo gioco crudele, infierendo contro i suoi complici intenti a difendersi, e si limita, per quanto lo riguarda, a cercare di fornire una giustificazione materialista dei suoi delitti. Dal punto di vista morale, sembra non esservi mai stata coscienza più tranquilla di quella di questo bandito.
Alla vigilia della morte, prende in giro i preti che lo importunano, i frenologi e gli anatomisti impazienti di esaminare il suo caso, e confessa di essere soggetto a « qualche piccola crisi di malinconia » che lo « diverte »; la notte, attraverso le sbarre della cella, « quasi quasi faccio cucù al secondino ».
Un critico, nel celebrare recentemente il centenario di una famosa opera di Balzac, ha potuto scrivere: « Nel 1836, quando il libro esce, è accolto freddamente e quasi denigrato dalla stampa; la grazia del Lys dans la valléè non viene immediatamente apprezzata dal pubblico, ancora follemente infatuato di Lacenaire, l'elegante assassino in finanziera blu, poeta di corte d'assise e teorico del "diritto al crimine" ».

- André Breton - Antologia dello humour nero -

mercoledì 6 novembre 2013

La fisica del denaro

moniac

Correva l'anno 1949, quando venne inventata la macchina che doveva prevedere i movimenti dell'economia. MONIAC (Monetary National Income Analogue Computer) era il nome che le venne data, era idraulica e intendeva riprodurre per mezzo di un circuito d'acqua le interazioni fra il denaro ed il sistema economico britannico. I diversi liquidi colorati che fluivano intendevano rappresentare le diverse politiche monetarie possibili, e gli eventuali risultati. Aveva solamente un piccolo difetto: non funzionava. O meglio, sebbene svolgesse il suo lavoro, era assolutamente inutile, visto che i risultati che dava non avevano niente a che vedere con la realtà. Peccava di semplicità e, per così dire, di idealismo matematico! Il suo creatore, Bill Phillips, arrivò perfino a dire che non era la macchina ad aver problemi, ma la sostanza, cioè a dire la realtà. Aveva progettato la macchina ritenendo che leggi fisiche che governano la dinamica dell'acqua, potessero essere equiparate, in una simulazione, a quelle che muovono il denaro, e che il liquido ed il capitale condividessero una caratteristica fondamentale; quella di non offrire resistenza alla tensione.
Nella sua macchina il denaro scorreva dolcemente da una parte all'altra, dipendendo esclusivamente dalle relazioni di forze cui era sottomesso. La stessa cosa non avveniva nell'economia inglese. Lì si muoveva in modo erratico, capriccioso e imprevedibile come uno stormo di uccelli, rispondendo a leggi oscure ed indecifrabili.

martedì 5 novembre 2013

ricchi e poveri

ricchi2

« Più di dieci milioni di francesi, oggi vivono al di sotto della soglia di povertà. Questa viene definita molto precisamente. Ma non esiste affatto una "soglia di ricchezza" ».
Monique Pinçon-Charlot - che ha rilasciato questa dichiarazione nel corso di un'intervista a Basta! - è l'autrice, insieme a Michel Pinçon del libro "La violence des riches" (che può essere letto per intero, in francese, sul sito dell'editore Zone). Quella che segue, preceduta dalla bella citazione di Paul Nizan, è la traduzione dell'incipit della prefazione.

"La borghesia ... che lavora per sé stessa, che sfrutta per sé stessa, che massacra per sé stessa, ha bisogno di far credere che lavora, che sfrutta, che massacra per il bene supremo dell'umanità. Deve far credere di essere giusta. Ed essa stessa ci deve credere. Il signor Michelin deve far credere che fabbrica degli pneumatici solo per dare lavoro a degli operai che senza di lui morirebbero".
- Paul Nizan - I cani da guardia - 1932 -

Che cos'è la violenza? Non è solamente quella dei un cazzotto ben assestato o quella delle coltellate nel corso di una qualche aggressione fisica diretta, ma è anche quella che si traduce nella povertà degli uni e nella ricchezza degli altri. Quella che permette la distribuzione dei dividendi, mentre nello stesso tempo licenzia coloro che quei dividendi hanno prodotto. Quella che autorizza le remunerazioni faraoniche in milioni di euro mentre l'adeguamento del salario minimo si conteggia in centesimi. Mobilitati a tempo pieno, e su tutti i fronti, i ricchi si muovono vestiti della loro tuta mimetica - giacca, cravatta e buone maniere - sopra il palcoscenico, mentre praticano la regola d'oro dello sfruttamento senza vergogna dei più deboli, dietro le quinte. Tale violenza sociale, che si realizza attraverso una violenza sulle menti, tiene in soggezione i più umili: con il rispetto del potere, del sapere, dell'eleganza, della cultura, delle relazione tra le persone del "bel" e del "gran" mondo. L'accaparramento di una gran parte delle ricchezze prodotte dal lavoro, nell'economia reale, viene riciclata nei circuiti mafiosi della finanza incancrenita. I ricchi sono i mandanti ed i beneficiari di questa violenza, dall'apparenza scientifica ed inarrestabile, che confisca i frutti del lavoro.
Seguendo le cronache della guerra sociale in corso, andremo ad osservare i volti dei veri teppisti, appoggiandoci ai fatti concreti, alle descrizioni dei luoghi e dei fatti, per mezzo dell'analisi dei meccanismi di questa violenza insidiosa proveniente dall'alto.
La crisi è quella delle vite spezzate, amputate di qualsiasi progetto di avvenire, in questo immenso massacro sociale cui i dirigenti politici della destra e della sinistra liberale si sono associati.

ricchi

lunedì 4 novembre 2013

sicilianismo

Brigantaggio

« Come mai, dunque, non nasce un brigantaggio politico in Sicilia nonostante l'aperto disinganno succeduto, nello spirito pubblico, agli entusiasmi suscitati da Garibaldi? La ragione principale crediamo sia da ricercare nel «sicilianismo», cioè in quel complesso di sentimenti e di risentimenti, di tradizioni e di istituzioni, che per secoli avevano più o meno efficacemente contrastato ogni attentato ai privilegi del Regno di Sicilia e, nell'ultimo periodo, la politica unitaria (di unione al Regno di Napoli) dei Borboni.
Elemento importante del «sicilianismo» era l'istituto dell'Apostolica Legazia, per cui lo Stato siciliano deteneva delega di poteri ecclesiastici e religiosi: e ne discendeva il carattere non diciamo progressista, ma in un certo modo laicista del clero (e più di una memoria registra la sorpresa dei garibaldini a trovarsi accanto preti e frati). E dentro il «sicilianismo» si agitava la formazione di una categoria sociale, se non di una classe, che approssimativamente si può dire borghese, borghese-mafiosa più esattamente, di cui è campione il Sedara del Gattopardo: la quale categoria vedeva nel parlamentarismo, o almeno nella macchina elettorale, quelle chances che lo Stato dei Borboni non offriva e non prometteva.
In forza del «sicilianismo», insomma, le frange legittimiste e sanfediste si riducevano in Sicilia ai pochi funzionari e manutengoli del regime borbonico, e ai più maldestri e ingenui per di più. A Napoli, capitale del Regno delle Due Sicilie, c'erano invece un'aristocrazia e una burocrazia cristallizzate intorno alla corte borbonica; un clero direttamente legato alla Curia romana; una classe borghese (sempre approssimativamente parlando) meno pronta e spregiudicata di quella borghese-mafiosa, la quale aveva capito che tutto stava per cambiare appunto perché niente cambiasse e che l'entrare nel Regno d'Italia, abdicando a certi privilegi autonomistici, avrebbe accelerato il passaggio di consegne dai gattopardi agli sciacalli su una realtà destinata per molti anni ancora alla immobilità.
In conclusione: identificando il «sicilianismo» in un corpus piuttosto confuso e contraddittorio di privilegi nazionali e di classe (e compresi tra gli uni e gli altri quelli dell'Apostolica Legazia), di tradizioni, di costumi, di abitudini ritenuti perfetti e superiori (e siamo nella dimensione della follia siciliana, che tuttora esiste ed esercita un suo fascino anche sui non siciliani), non è del tutto azzardato affermare che la mafia ne fosse il risultato più conseguente al momento dell'Unità d'Italia (e oltre) e che addirittura riflettesse echi di una rivoluzione borghese limitata alla proprietà fondiaria; e da ciò la sua funzione in senso nazionale-unitario e il venir meno di quelle condizioni che davano luogo al brigantaggio nelle province napoletane. Giustamente dice Hobsbawm: « La nuova classe dominante dell'economia agricola siciliana, i gabellotti ed i loro collaboratori cittadini, scoprirono un modus vivendi con il capitalismo settentrionale ». Una classe di uguale formazione, che non aveva alcuna ragione di temere «la trasformazione del Sud in una colonia agricola del Nord commerciale e industriale», una classe così pronta e spregiudicata e refrattaria ai motivi ideali della legittimità e della fede, non esisteva nel napoletano: per cui i briganti continuarono in Sicilia a fare i briganti, e portarono lo Stato italiano a patteggiare l'ordine pubblico con la mafia stessa.
Queste considerazioni valgono, crediamo, a spiegare come le vaghe aspirazioni sociali riscontrabili nel brigantaggio diciamo napoletano, o soltanto in alcuni capi, si agitassero dentro il contesto di una fazione molto più arretrata e reazionaria (oltre che effettualmente inutile in quanto di causa persa) della mafia siciliana: e questa sarà la caratteristica di ogni brigantaggio politico, fino a Salvatore Giuliano (il quale, politicamente sollecitato dalla mafia, fu dalla stessa mafia spento quando essa trovò assestamento nella democrazia post-fascista). »

- Leonardo Sciascia - in "La corda pazza" - 1970 -

domenica 3 novembre 2013

Epilogo

hemingway specchio

« Lo so che le cose cambiano, adesso, e non me ne importa. E' tutto cambiato per me.
Cambi pure tutto. Saremo tutti morti prima che sia cambiato troppo, e se non viene un diluvio universale quando saremo morti, pioverà ancora d'estate nel Nord e i falchi faranno il nido nella cattedrale di Santiago e a La Granja, dove ci siamo esercitati con la cappa  sui  lunghi  sentieri  di ghiaia fra gli alberi, non importa se le fontane daranno acqua o meno.  Non ritorneremo mai più in macchina da Toledo al buio, lavandoci via la polvere col Fundador, e non si ripeterà mai più quella settimana con tutto ciò che accadde nella notte di quel luglio a Madrid.  Abbiamo visto  passare  ogni  cosa  e  continueremo a vederlo. 
La  grande  cosa  è continuare e portare a termine il nostro lavoro e vedere e sentire e imparare e capire; e scrivere quando c'è qualcosa che si sa; e non prima; e non troppo dannatamente dopo.
Chi vuole salvare il mondo faccia pure, basta che tu riesca a vederlo con chiarezza e nell'insieme.
Poi, qualunque parte intendi rappresentarne, se riesci a renderla veramente lo rappresenterà tutto. Si tratta di lavorare e d'imparare a farlo.
No. Questo, non è abbastanza un libro, però c'erano poche cose che dovevano essere dette.
Poche cose pratiche che dovevano essere dette. »

- Ernest Hemingway - da "Morte nel Pomeriggio" -

sabato 2 novembre 2013

La freccia e il bersaglio

CCC communiqué octobre 1984 page 1

La storia della guerriglia rivoluzionaria nell'Europa dell'ovest rimane tuttora oggetto di una vera e propria rimozione. Le cause di tale amnesia risiedono, in gradi diversi secondo il paese, in un quadro giuridico oppressivo che limita il diritto agli ex-militanti di esprimersi sul loro passato rivoluzionario (in Francia, bisogna "astenersi da ogni intervento pubblico in relazione ai reati commessi") e proibisce di mettere in discussione la storiografia "ufficiale" (in Germania, chiunque affermi che i prigionieri della R.A.F., detenuti a Stammheim, sono stati "suicidati" può essere perseguito e condannato, per "offesa allo Stato", o per "propaganda in favore di un'organizzazione terroristica"); ma anche (in Italia, con la legge sulla "dissociazione") per mezzo della concessione di sconti di pena a quei prigionieri politici che neghino pubblicamente il loro coinvolgimento nella "violenza armata".
Tali forme insidiose di stato d'eccezione lasciano altresì ai giornalisti - specialisti e storici anti-rivoluzionari (sia capitalisti che comunisti) - la più grande libertà d'espressione,negata agli altri, ed uno spazio pubblico egemonico (in senso gramsciano) per l'elaborazione, la produzione storiografica e memoriale (ed emozionale) di un passato conforme all'ideologia dominante. Questa sorta di "igienizzazione", o ipertrofia storiografica, completa i dispositivi giudiziari che permettono di accanirsi, letteralmente, contro gli ex-militanti divenuti oggi degli inoffensivi cittadini. Con l'estradizione, per esempio, o con la minaccia di continuare a tenerli in prigione per decenni (Jean-Marc Rouillan, Georges Ibrahim Abdallah, etc.). Inoltre (il "caso Tarnac" lo dimostra chiaramente), la preoccupazione dei governi di vedere nascere, dalle ceneri politico-ideologiche di ieri, dei gruppi radicali, dal momento « che le persone si radicalizzano di fronte all'evidente scandalo rappresentato dall'ordine presente delle cose », per dirla con Agamben. Se gli ex-membri di Action Directe si sono molto limitati nella loro libertà d'espressione sul proprio passato rivoluzionario, la situazione in Belgio è differente- La giustizia è un po' più permissiva per gli ex-militanti delle Cellules Communistes Combattantes, che si sono rifiutati, non solo di pentirsi, ma hanno rifiutato anche tutte le condizioni politiche poste per il loro rilascio. Si sono così guadagnati un prolungamento della loro detenzione, insieme alla possibilità di poter liberamente parlare della loro esperienza. Il testo di riferimento per tutto quel che concerne le loro motivazioni politiche ed ideologiche, "La freccia ed il bersaglio", può essere letto sul loro sito.
Invece, sul sito Laboratoire Urbanisme Insurrectionnel, da cui è tratta questa breve introduzione, si può leggere un'intervista a Bertrand Sassoye, membro fondatore dell'organizzazione armata belga, centrata sui temi propri al sito dell'urbanismo e della guerriglia urbana.

Fonte: Laboratoire Urbanisme Insurrectionnel

venerdì 1 novembre 2013

Fichi freschi

fichi

« Non ha mai conosciuto un cibo, né lo ha mai gustato fino in fondo, chi si sia sempre attenuto a moderazione. Così se ne può conoscere tutt'al più il sapore, ma mai il provarne avidità, il discostarsi dalla strada piatta dell'appetito, che conduce alla foresta primordiale del pasto degli animali. Quando gli animali mangiano, infatti, le due cose si combinano: la dismisura della voglia e l'uniformità di quello di cui si placa. Divorare vuol dire, prima di tutto, spazzolare tutto, senza lasciare alcun resto. Non c'è dubbio che si tratta di eliminare, più che di assaporare. Come quando si addenta la mortadella come se fosse pane, si affonda in un melone come se fosse un cuscino, si lecca il caviale dalla carta crepitante, si dimentica semplicemente, dinanzi ad una forma di Edamer, tutto quello che altrimenti c'è di commestibile sulla terra. Come l'ho avvertito la prima volta? Mi capitò prima di una delle decisioni più difficili. C'era una lettera da imbucare o da strappare. Era due giorni che la portavo con me, da alcune ore, però, senza pensarci. Perché, con il chiassoso treno su binari a scartamento ridotto, attraverso un paesaggio divorato dal sole, avevo raggiunto Secondigliano. Nonostante il giorno festivo, il paese era sprofondato nella calma di un qualsiasi giorno infrasettimanale. Unica traccia della caciara della domenica, i pali ai quali avevano oscillato delle ruote luminose, erano state accese delle croci fatte di razzi. Ora erano lì, nudi. Alcuni sostenevano a metà altezza un cartello raffigurante un santo napoletano o un animale. Donne sedute nei fienili aperti, sgranando mais. Stavo gironzolando inebetito per la mia strada quando vidi stagliarsi, all'ombra, un carretto con dei fichi. Fu l'ozio, ad attrarmi, e la tendenza allo sperpero, a farmene dare un quarto di chilo per pochi soldi. La donna ne pesò ben di più. Dopo però che ebbe posato i frutti - neri, blu, verde chiaro, violetti e bruni - sul piatto della bilancia a mano, saltò fuori che non aveva carta per avvolgerli. Le casalinghe di Secondigliano portano con sé i loro recipienti e lei non era preparata ad un globetrotter. Io però mi vergognai di lasciare i frutti in asso. E così me ne andai via da lì con fichi nelle tasche dei pantaloni e nella giacca, fichi in tutte e due le mani protese, fichi in bocca. A quel punto non fui più in grado di smettere di mangiare, dovetti tentare di difendermi il più rapidamente possibile dalla massa dei frutti rotondeggianti che mi avevano assalito. Ma non si trattava più di un mangiare, quanto piuttosto di un bagnarsi, tanto l'aroma appiccicoso era penetrato attraverso le mie cose, aveva aderito alle mani ed ingravidato l'aria attraverso cui stavo portando il mio carico dinanzi a me. E poi arrivò il vertice del gusto, all'altezza del passo di montagna dove, superati nausea e voltastomaco, gli ultimi tornanti, la vista si spalancava in un inaspettato panorama del palato: un flusso insipido, piatto, verdastro di voracità che non avverte più altro se non il fluttuare a ciocche, a fibre, della polpa aperta del frutto, la metamorfosi completa del piacere in abitudine, dell'abitudine in vizio. Mi montò un odio nei confronti di quei fichi, dovevo improvvisamente sbarazzarmene, liberarmene, togliere di mezzo tutta quella materia debordante, in procinto di scoppiare, e la mangiai per annientarla. Il morso aveva ritrovato la sua volontà ancestrale. Quando staccai l'ultimo fico dal fondo della mia tasca, gli si appiccicò la lettera. Il suo destino era segnato, anche lei doveva cadere vittima del grande repulisti: la presi e la strappai in mille pezzi. »

- Walter Benjamin – (Scritto a Capri nell'estate del 1924) -