sabato 19 ottobre 2013

Le classi e le lotte

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Oltre la lotta di classe
di Robert Kurz

Quando si parla di "classe" e di "lotta di classe", ai marxisti tradizionali viene una lacrima all'occhio. La loro identità di critici del capitalismo è inseparabilmente legata a questi concetti. Ma di fronte a condizioni quali sono, all'inizio di questo XXI secolo, quelle della terza rivoluzione industriale (microelettronica), quelle della globalizzazione dell'economia aziendale e dell'atomizzazione sociale, il paradigma classista del "proletariato" appare stranamente polveroso. Più i veterani marxisti insistono sull'idea che "viviamo sempre in una società di classi", meno ci si trova a muoversi in queste condizioni, nonostante o, per meglio dire, proprio a causa dell'aggravarsi delle contraddizioni del capitalismo, e di una crisi socioeconomica di un tipo nuovo che scuote il pianeta. Deprivato di qualsiasi fondamento sul terreno della critica dell'economia, il discorso sul "ritorno delle classi" è del tutto impotente e superficialmente sociologico. Perciò non è di alcuna utilità al nuovo movimento di massa contro la globalizzazione capitalista, la guerra e la distruzione sociale.
L'apparato concettuale della critica radicale necessita di una spolverata. La "classe rivoluzionaria" di Marx è stato chiaramente il proletariato industriale del XIX secolo. Unito ed organizzato dal capitale stesso, di cui doveva diventare il becchino. I gruppi sociali costituiti dai salariati dei settori derivati (servizi pubblici e commerciali, infrastrutture, ecc.) non potevano essere connessi al proletariato se non come forze di appoggio, e questo solamente perché quest'ultimo, come nucleo della massa della vita sociale, dominava le fabbriche produttrici del capitale. Questo schema tradizionale delle classi e della rivoluzione non poteva sopravvivere al capovolgimento del rapporto numerico che cominciò a diventare percettibile fin dall'inizio del XX secolo (e che venne affrontato solo in maniera superficiale dal vecchio marxismo, per esempio nella discussione a proposito delle tesi di Bernstein).
Gli impiegati dei servizi pubblici e di altri settori secondari, che, poco a poco, sono andati a costituire la maggioranza in seno alla riproduzione capitalista, sono sociologicamente ed economicamente differenti dal vecchio "proletariato". I loro costi di riproduzione vengono prelevati dalla produzione di plusvalore industriale, così come tutti i costi del loro settore d'attività nel suo insieme. Ma, nella misura in cui il rapporto si inverte dal punto di vista numerico, il "finanziamento" di questi settori non può più provenire dalla produzione reale del plusvalore; ma dev'essere simulato, in anticipo, su un plusvalore futuro, a venire, cosa che avviene soprattutto per mezzo dell'indebitamento pubblico e attraverso la creazione di liquidità da parte dello Stato, ma anche per mezzo dell'indebitamento privato e attraverso l'"economia delle bolle finanziarie". La teoria del "capitalismo finanziario" elaborata da Hilferding va intesa in rapporto a questo contesto (senza che l'autore ne fosse cosciente). In realtà, ci indica semplicemente che il capitale, pressato dalla necessità strutturale e dal peso sempre più schiacciante dei servizi pubblici ed altri settori secondari, genera un gradò di socializzazione che da solo non è in grado di sopportare.
Con la terza rivoluzione industriale, questa contraddizione si aggrava. Il capitale distrugge la propria base con un movimento a tenaglia: da un lato, si assiste all'espansione di quei settori che , nella riproduzione del capitale totale, appaiono come "spese straordinarie"; dall'altro lato, la rivoluzione microelettronica fa restringere il nucleo produttore di capitale di produzione industriale - e questo ad un livello mai visto prima. La marginalizzazione del proletariato industriale coincide con una crisi del capitalismo, una crisi fondamentale di tipo nuovo. Si possono certamente trasformare formalmente i settori pubblici secondari in capitale commerciale, privatizzandoli, ma dal momento che questo non cambia niente nel loro carattere economico di settori derivati, vengono smantellati o distrutti.
Incapace di mantenere - nelle sue forme - il grado di socializzazione raggiunto, il capitale desocializza la società.
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Il risultato è una sociologia della crisi, costituita da masse di disoccupati e di cassaintegrati, di pseudo-lavoratori indipendenti e di "piccoli padroni" miserabili, di madri nubili e di precari flessibili, ecc., per non parlare del terzo-mondo piombato in un'economia di sussistenza primitiva e di saccheggio.
Dentro questa crisi appare il vero volto della concorrenza, insita nel concetto stesso di capitale. La lotta di concorrenza non oppone più solamente il lavoro al capitale, ma anche il lavoro al lavoro, il capitale al capitale, i settori economici tra di loro e le nazioni tra di loro, ed ora anche un sito industriale contro un altro, un blocco economico contro un altro, l'uomo contro la donna, l'individuo contro l'individuo, perfino il bambino contro il bambino.
La lotta delle classi è diventata parte integrante di questo sistema di concorrenza universale e si è rivelata essere in sé solo un caso particolare di questo sistema, del tutto incapace di trascendere il capitalismo. Per essere in concorrenza, competitivi, bisogna darsi delle forme comuni. Fondamentalmente, il capitale ed il lavoro sono solo delle concrezioni differenti di una sola, e medesima, sostanza sociale.
Il lavoro è costituito da capitale vivente, ed il capitale è costituito da lavoro morto.
Ma la nuova crisi è caratterizzata dal fatto che lo sviluppo stesso del capitalismo scioglie la sostanza del "lavoro astratto" contenuto nella base produttiva del capitale. In tal modo, l'idea di "lotta di classe"  perde la sua aura metafisica, pseudo-trascendente. I nuovi movimenti non possono più definirsi in modo "oggettivo" e formale per mezzo di un'ontologia del "lavoro astratto" e per il loro "ruolo nel processo di produzione". Oramai, possono definirsi solo nel merito, per quello che vogliono.
Cioè a dire per quello che vogliono impedire: la distruzione della riproduzione sociale a causa della falsa oggettività degli imperativi dettati dalla forma capitalista. E per il futuro che desiderano: l'utilizzo comune e razionale delle forze produttive, a partire dai loro bisogni e non dai criteri assurdi della logica del capitale. La loro comunità non può essere che la comunità degli obiettivi di emancipazione, e non quella di una reificazione dettata dal capitale. Questa pratica oggi viene portata avanti a tentoni. La teoria deve ancora essere formulata concettualmente. Solo allora, i nuovi movimenti potranno diventare radicalmente anticapitalisti in un modo nuovo, andando oltre la vecchia lotta di classe.

Robert Kurz

venerdì 18 ottobre 2013

I santi di papa Francesco

CURAS HACIENDO INSTRUCCIÓN 620

Juan Julián, parroco di San Ildefonso, a Valladolid, frequentava il carcere "las Cocheras de Tranvias", per catechizzare con le buone o con le cattive chi si trovava lì detenuto, per quanto si dichiarasse ateo, agnostico o protestante. Assisteva agli arresti, volendo essere visto dagli arrestati, i quali, vista la sua presenza, intuivano che ci sarebbe stato un omicidio. Insieme a due o tre preti filippini, era solito accompagnare le pattuglie falangiste nel corso delle loro azioni. Indossavano camicie azzurre e giravano armati. Arrivò ad essere ben conosciuto, e lo si riconosceva dalla sua tonsura e dalle sue medaglie. Inoltre, erano incaricati di catechizzare i nuovi detenuti de Las Cocheras. Si chiamavano padre Tirso e padre Baladròn. Le sue omelie erano minacciose. Una frase che ripeteva continuamente e che restava impressa nella memoria dei detenuti era: «Siete passati attraverso un setaccio largo; ora passerete per un altro più stretto, e alla fine non ne rimarrà nessuno.» C'erano persone che ne avevano paura, e prendevano la comunione, pensando che così i preti avrebbero fatto delle buone segnalazioni e avrebbero potuto uscire, però si sbagliavano di grosso, perché quei preti volevano davvero che non rimanesse nessuno.
(Testimonianza di J.P.R., detenuto a Las Cocheras)

Padre Cid, aggregato al Cárcel Nueva, celebrava la messa obbligatoria, infamava e umiliava i detenuti e li obbligava a ricevere i sacramenti quando stavano per fucilarli. Più tardi fondò un Padronato per i minori, dove finirono molti figli di quegli stessi fucilati, che lui intendeva "rieducare". Quel luogo, «Cristo Rey», venne finanziato con il lavoro schiavistico dei detenuti.

Rufino Caldevilla, parroco de La Magdalena e nipote del canonico Valero Caldevilla, partecipò in un attacco di patriottismo alla presa dell' Alto del León, secondo la testimonianza di J.L. Galindo, un falangista che stava lì insieme a lui; girava armato. Era un allegro chierico ... me lo immagino mentre spara fucilate e l'immagine non mi sconvolge ... Quando tornò a Valladolid e riprese a farsi carico della parrocchia, denunciò i vicini che dal suo punto di vista erano "indesiderabili". Già prima si era mostrato belligerante contro i settori della sinistra, e quando ci fu il golpe collaborò efficacemente: denunciò personalmente la famiglia di Heraclio Conde, che venne fucilato insieme ai suoi due figli.
(Testimonianza di Conde Conde)

Eladio Tejedor Torcida, parroco di Barcial de la Loma en 1936, era contro la gente di sinistra dopo l'avvento della Repubblica. Quando ci fu il golpe, il sindaco imposto dai golpisti fu Vicente Vázquez de Prada, che era un favorevole a che quelli di sinistra venissero arrestati e consegnati, ma che era contrario a che venissero ammazzati. Il prete insistette sulla necessità di «ripulire il villaggio, come si sta facendo in tutti i villaggi qui intorno», e alla fine si fece così. Questo prete, dopo aver indotto all'omicidio del sindaco eletto, Modesto Rodriguez, obbligò la vedova a battezzare il figlio di questi e di cambiargli il nome che il padre gli aveva imposto (Besteiro). Un'altra azione di questo prete fu quella di sposare, in extremis, Florencio Sinde, distrutto per le torture che aveva ricevuto, con le braccia e le gambe spezzate, e incosciente nei sotterranei del municipio di Barcial; l'uomo si era sposato col rito civile, e prima che morisse, chiese che venisse portata lì la moglie e li sposò con il rito religioso.
(Testimonianza della moglie)

Florentino, curato di Bocigas, accompagnava le pattuglie di assassini, secondo lui per confessare le vittime.

Lorenzo Pérez González «Lucilina», è stato uno dei massimi responsabili dei fatti di sangue avvenuti nel villaggio di Villabáñez. Aveva un confronto diretto con gli abitanti che avevano idee di sinistra e con la Corporazione Municipale; interveniva nelle questioni politiche e sui temi economici, come la gestione del patrimonio comunale; diede vita ad un sindacato cattolico, con il quale interveniva alla Casa del Popolo ... Il suo arcivescovo, Gandásegui, arrivò a dire che «aveva avvelenato il popolo». Nel 1936 denunciò le vittime e non mosse un dito per fermare la repressione scatenata contro gli abitanti del villaggio, sebbene salvasse coloro che gli sembrava opportuno, dimostrando che avrebbe avuto il potere di fermare il massacro.

José de Rojas Martín, esercitava come parroco a Castrillo Tejeriego, dove firmò la lista di quelli che dovevano essere eliminati. La madre di questo prete andava dicendo per il villaggio che «bisognava fucilare i figli dei detenuti, perché avrebbero preso la stessa strada dei loro padri».

Sergio Martín Martín, originario di Medina de Rioseco, dove collaborò a stilare le liste di quelli che dovevano morire, era parroco a Castromonte. Nel luglio del 1936 andò nelle Asturie, da dove ritornò a metà del mese di settembre, e fu allora che si scatenò la repressione a Castromonte. Molti testimoni gli attribuiscono responsabilità diretta nelle morti avvenute a Rioseco e nella zona di Santa Espina, oltre a quelle verificatesi a Castromonte.

Ictinio, parroco di Tiedra, aiutò a stilare le liste delle vittime; collaborò con i falangisti della cittadina, e fu direttamente responsabile dell'assassinio di David Criado, un suo concittadino che era tornato a casa dopo la guerra.

Bibiano di Campo Mucientes, originario di Villalba de los Alcores. Era parroco a Wamba, al momento del golpe. Collaborò, stilando liste, ed anche materialmente: portando le corde per legare i prigionieri.

Pablo Rojo era parroco a Mojados. Nei locali del municipio si trovavano detenuti una cinquantina di abitanti. Il 25 luglio, i falangisti decisero di ammazzare molti di loro. Il prete si recò nella prigione e cercò di confessarli con inganno e minacce. Nonostante gli appelli dei familiari, di fronte alla prospettiva di un gran numero di orfani, e nonostante il fatto che il prete sapesse che erano tutti innocenti e che gli omicidi sarebbero avvenuti senza giudizio e senza nessuna difesa legale; Pablo Rojo collaborò con gli assassini finché l'ultimo detenuto non salì sui camion. Poi vennero portati al ponte che segnava il confine della cittadina, e lì vennero fucilati. Qualcuno non morì e cadde nel fiume ancora vivo. Ma venivano finiti. Uno di loro, J.N., arrivò ancora ferito, trasportato dalla corrente, a Coto del Cardel, dove una guardia del campo lo finì con il suo fucile.

Andrés del Amo, di Saelices. Fu il mandante principale dei crimini commessi a Villacarralón, dove era parroco, dove segnavala i concittadini che secondo lui erano pericolosi. Anni dopo la guerra, arrivò in città il nuovo prete. Uno dei figli di Petra Cimas, assassinata da una pattuglia proveniente da altri villaggi davanti agli occhi dei suoi due figli, lo riconobbe come membro della pattuglia. Il prete si chiamava Jesús Ceinos Casero, e venne riconosciuto da altri abitanti del villaggio come uno degli uomini che andavano a prendere la gente nelle loro case nell'estate del 1936, vestito di azzurro e armato di fucile.

Teodosio era il nome del parroco di Quintanilla de Abajo. Quando venne chiesto l'indulto per i condannati a morte, disse, davanti alla porta della chiesa davanti a molti abitanti, che se fosse stata commutata la pena, avrebbe bruciato la sua tonaca.

giovedì 17 ottobre 2013

La Brigata dei Toreri

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Una lettura interessante, quella di Manuel Chaves Nogales sulla guerra civile spagnola e sulla difesa di Madrid. Nel prologo di "A sangre y fuego" parla degli uomini portati frettolosamente in trincea, della loro mancanza di coperte e di come la stampa rivoluzionaria ovviò a questo fatto, usata in grande quantità ed avvolta sui petti  e sulle schiene, assicurata con corde. Avevano l'aspetto di marionette di stracci, quei soldati, forse i più miserabili del mondo, con asciugamani annodati al collo come fossero foulard. Passa poi ad elencare i vari raggruppamenti. No, non quelli politici, ma quelli - come dire - di mestiere. C'erano "Los Figaros", il battaglione dei barbieri e parrucchieri, e "Los leones rojos", composto dai dipendenti di commercio, commessi e banconisti. Non manco nemmeno un "Batallón Deportivo" formato da giocatori di calcio, pugili ed arbitri: la sua sede si trovava negli uffici dell'attuale Real Madrid. E poi - siamo in Spagna, cazzo - c'era il Battaglione dei Toreri!

ole LIBRO toreros

Di questa formazione ne parla anche un libro di Javier Pérez Gómez, "La brigada de los toreros, historia de la 96 Brigada Mixta del Ejército Popular". L'unità era comandata da tre matadores: el Litri II, capo della brigata, Fortuna Chico, comandante di un battaglione, e Parrita, capitano di una compagnia. Fra di loro, non c'erano figure di spicco dell'ambiente dei toreri. La maggioranza era costituita da subalterni, da giovani che facevano fatica, scendendo nell'arena, ad arrivare a fine mese. A tal proposito, c'è il fatto della famosa corrida in favore della Repubblica che si svolse a Madrid il 10 agosto del 1936, di cui esiste la famosa foto in cui si vedono Antonio García Bustamante «Maravilla», Cayetano Ordóñez «Niño de la Palma», Juan Rodríguez Ortega «Cagancho», Luis Gómez «Estudiante» e Félix Colomo procedere verso il centro dell'arena con il pugno alzato.

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Beh, c'è da dire che dopo essere apparsi in questa foto, Maravilla, Cagancho ed el Estudiante, alla chetichella, passarono nella zona franchista. La spiegazione è semplice e logica, dal momento che la maggioranza di questi personaggi erano proprietari terrieri, che erano arrivati in alcuni casi, come quello di Marcial Lalanda, ad uccidere il fratello per appropriarsi delle sue aziende. Questo appropriarsi dei tori, in punta di fucile, era cosa abbastanza abituale, e controversa, anche per gli stessi repubblicani. Se legge il titolo che campeggia sopra la foto della corrida per la Repubblica, si vede che c'è un appello perché non vengano uccisi i tori nelle aziende (da parte dell'illegalità rivoluzionaria), in modo da mantenerli vivi per le "fiestas", durante il conflitto.
"Una sola preoccupazione inquieta adesso i toreri: che possano mancare i tori da combattimento. £ per evitarlo, chiedono che si faccia un appello a quanti oggi lottano dal lato del popolo. Che non si uccidano, per motivi di approvvigionamento, i tori da combattimento nelle aziende. La carne è la stessa ed è per il popolo; però se un toro coraggioso muore in un campo, per una fucilata, invece di combattere, in una plaza, fa una differenza dell'ordine di molte migliaia di pesetas, a favore del pubblico"
Ma i personaggi erano questi. Mentre si facevano la passeggiata con il pugno alzato, in mente loro pensavano di andare nella zona franchista quanto prima. Nel frattempo, però, la Asociación de Matadores de Toros y Novillos chiedeva ufficialmente armi alla  Agrupación Socialista de la calle Piamonte e promuoveva il reclutamento dei suoi membri. Quello che era il "Sindacato professionale di tutti i lavoratori della tauromachia", si allineava decisamente dalla parte della Repubblica. Subito, le milizie da loro formate partirono verso il fronte di Guadarrama, agli ordini di Luis Prados «Litri II», il quale, in qualità di segretario del sindacato, era stato posto al comando dell'unità. Quelle che seguono, tratte dal libro, sono le storie di alcuni di loro.

ole chico piccola.

Luis Prados Fernandez (detto Litri II) era nato nel 1902 a Madrid, cominciò ad esibirsi come giovane aspirante torero nella prima adolescenza, anche se dovette poi cominciare a guadagnarsi da vivere facendo il barbiere. Dopo una lunga gavetta, all'età di 25 anni riuscì ad accreditarsi tanto da comparire in esibizioni di una certa categoria e nel 1929 debuttò finalmente a Madrid come torero. Un giornalista dell'epoca evidenziò in lui un coraggio impressionante e una certa qual modestia nei mezzi.Forse proprio per questo venne relegato ben presto nel circuito delle novilladas minori: a Robledo de Chabela (Madrid) proprio in occasione di una di queste corse di paese, capitò che uno dei tori riuscisse a fuggire, raggiungendo addirittura la piazza del villaggio dove seminò panico e terrore. Litri II lo raggiunse e lì, nel centro del paese, gli diede due passi e lo fulminò con una stoccata perfetta. Gli anni successivi lo videro galleggiare nelle feste popolari, toreando fino a un massimo di dodici o tredici corse per stagione. Nel 1936, alle prime avvisaglie, non esitò e si arruolò volontariamente: il suo incarico civile di segretario dell'Associazione dei Toreri, e il coraggio smisurato che trasferì dalle arene al campo di battaglia favorirono la sua ascesa: arrivò a integrarsi nel Battaglione Galan, che confluì successivamente nel 5° Reggimento. Alla creazione della 96° Brigata, nella quale chiamò a combattere i colleghi toreri, Prados divenne presto maggiore comandante della formazione. Affiliatosi al PCE durante la guerra, fu in seguito catturato e sottoposto ad un lungo e discusso processo.
Tornò libero nel 1943, e riprese una seconda carriera taurina come subalterno in alcune cuadrillas, fino al giorno del ritiro. Si dedicò quindi alla sua attività commerciale: Litri II possedeva due bar a Madrid, il Bar Casa Litri sul Paseo de las Delicias, e il bar El Alcachofo in calle Francisco Silvela. Morì nel 1959.

Di origine basca, Juan Mazquiaran toreò con il soprannome di Fortuna Chico nella provincia di Madrid: debuttò nella capitale il 19 marzo del '26, e negli anni successivi alternò cornate e sfilate in arene come Bilbao, Alicante, Valencia, Madrid. Nel 1933 la sua carriera si impantanò, forse per le tante cornate ricevute negli anni. Si incorporò volontario nel Quinto Reggimento pur senza aver avuto nessuna militanza politica prima della guerra, e affascinato dalla figura del suo comandante Litri, ben presto raggiunse la 96° Brigata, del cui Battaglione 383 divenne quasi subito capo. Fu con questo incarico che partecipò a tutte le azioni fino alla fine della guerra: in questa stessa brigata combattevano anche suo fratello Raimundo, che era banderillero e faceva parte della sua squadra, e Cirilo, il fratello minore. Fortuna Chico fu catturato insieme a Litri, in provincia di Murcia. Dopo sette anni di carcere, il ritorno alla libertà: il suo tentativo di reinserirsi nel circuito delle novigliade fu piuttosto effimero e durò lo spazio di due brevi stagioni. I suoi studi di ragioneria gli guadagnarono un posto di lavoro in una fabbrica, dove rimase fino alla pensione: continuò a frequentare il bar di Litri, sul Paseo de las Delicias.

Rafael Barberan, Guillermo Martin Bueno e Luis Mera Sanchez passarono dalle spade con cui finivano i novigli nelle arene di provincia ai fucili che usavano al fronte. Luis Mera Sanchez, novigliero e banderigliero originario di Badajoz, entrò volontario nella 96°. Finita la guerra, rientrò nella capitale e riprese subito a toreare, formando parte della cuadrilla di Luis Diaz Madrilenito. Fu arrestato il 7 maggio del 1939, sulla Gran Via, poco prima di iniziare una corrida, accusato da un collega di essere un torero rosso.

Silvino Zafòn Colomer nacque a Estrella, nel 1908. Emigrò a 12 anni a Barcellona dove lavorò come garzone in una panetteria. Debuttò come novigliero nel 1928, toreando quell'anno 16 novigliade nel nord della Spagna e in Francia: si presentò a Madrid nel 1930. Le stagioni successive lo videro protagonista di una buona carriera con il soprannome di El Niño de la Estrella: arrivò a toreare 31 corse in un anno, e frequentò arene come Siviglia, Saragozza, Barcellona, Valencia, Madrid. Nel 1933 il suo nome era conosciuto in tutta la penisola spagnola, il maestro Jaime Teixidor scrisse un pasodoble per lui e la distilleria di Gregorio Fuertes imbottigliò un anice con il suo nome. Poco prima della guerra, si dava per certo il suo passaggio alla categoria superiore che avvenne nel maggio del '37 a Barcellona, in piena guerra civile. Fu poco dopo questa data che raggiunse la 96° Brigata, con ogni probabilità contattato da Litri, raggiungendo il grado di commissario di guerra. La sua carriera risentì molto della sua militanza nell'Esercito Popolare, e non ritrovò mai più lo slancio che aveva negli anni prima della guerra. Nel 1946 El Niño fu arrestato e imprigionato. Inviso alle autorità franchiste, decise di trasferirsi in Francia e installarsi a Orange: qui allacciò presto nuovi contatti con l'ambiente taurino della regione, riprendendo a toreare e cominciando a organizzare eventi. Morì nel marzo del '63 in uno sfortunato incidente in moto, ed è sepolto nella taurinissima città di Arles.

Saturio Toron, El Leon Navarro, fu un torero valoroso e un ottimo banderigliero: un giornalista dell'epoca scrisse una volta che Saturio Toron con il suo atteggiamento addirittura spaventava i tori, e perfino dava loro delle testate sulla fronte. Non esitò un solo secondo e si arruolò nelle file repubblicane: morì sul fronte di Madrid, il 1° gennaio del 1937, per l'esplosione di una granata.

Enrique Torres Herrero, di Valencia, debuttò nel 1927 e poco dopo fece una tournè in Messico. Tornò a Madrid l'anno successivo: ma dopo alcuni anni a pieno regime, la sua carriera bruscamente si arrestò e nel 1935 decise di ritirarsi. Il 26 settembre del 1936 ci riprovò, a Valencia. Poco dopo si unì alle milizie repubblicane, e al termine della guerra si trasferì in Sudamerica dove riprese la carriera taurina. Nel '49 una grave cornata rischiò di togliergli la vita.

ole grande Fortuna Chico

mercoledì 16 ottobre 2013

comunità alcoliche

alcol spike

La storia raccontata da Joseph Roth, in "La leggenda del santo bevitore", reca in sé grandi possibilità di essere proprio quello che dice di essere, una leggenda, l'allucinazione di un alcolizzato. Gli elementi magici e fantastici abbondano, così come le visioni religiose, le coincidenze e gli incontri inesplicabili. Tutto quanto all'interno di una struttura narrativa di finzione impeccabile, tipica di Roth, dove i fatti, i dati, le immagini e le svolte narrative stanno sempre al posto giusto.
"In una notte di primavera del 1934, un signore già maturo negli anni scende gli scalini di pietra che, da uno dei ponti della Senna, portano alla riva del fiume. Lì, come quasi tutti sanno - ma che merita di essere rammentato in quest'occasione - sono soliti dormire o, per meglio dire, accamparsi i senzatetto di Parigi".
Il delirio dell'ubriaco si mescola ad una locazione geografica adatta al proliferare dei deliri e delle allucinazioni; il ponte sulla Senna ed i suoi angoli scuri, vere e proprie porte che si aprono sul mistero e sul degrado. E Roth insiste a lungo, nel corso della sua storia, a dimostrare come l'ubriaco sia vicino al narratore, a come l'alcol possa facilitare l'accesso alla narrazione; come se si formasse una sorta di comunità intorno al bere, uno spazio magico di ricezione della narrativa, come i poeti arcaici intorno al fuoco, come Omero, prima della scrittura.
Come ne "La confessione di un assassino", il «romanzo russo» di Roth, del 1936, dove tutta la storia si sprigiona a partire da un incontro al bar, e diventa sempre più complessa ed intricata via via che aumenta la quantità di alcol nelle vene del narratore. Il "santo bevitore" di Roth è una specie di sciamano del periodo fra le due guerre che costruisce la sua propria mitologia in quanto la vive (o in quanto ripassa tutta la sua vita nel breve delirio che precede la sua morte).

alcol jroth

George Orwell, in un testo del 1931 (The Spike), assai vicino alle vicissitudini, sia di Roth che del "santo bevitore", parla di questo potente vincolo tra gli individui, il bere e la narrazione. Anche nella sobrietà, l'alcol viene evocato come propizio alla narrazione, gli ubriachi evocano la bevuta e la sua assenza, e nel farlo evocano anche la narrazione che l'accompagna, che ne viene facilitata e, addirittura, creata.
"Bill l'impiccione, quello messo meglio fra noi tutti, un mendicante erculeo che continuava a puzzare di birra anche dopo dodici ore di ospedale, raccontava storie di furti, e di pinte di birra tracannate nelle taverne, e di un prete che aveva fatto la spia con la polizia e gli aveva fatto fare sette giorni di cella. William e Fred, due giovani ex-pescatori di Norfolk, cantavano una canzone triste che parlava di un'infelice di nome Bella che era stata tradita ed era morta nella neve. L'imbecille cianciava a proposito di un damerino immaginario che una volta gli aveva dato duecentocinquantasette sovrane d'oro."
Orwell non è generoso come Roth e colloca quest'immaginario nel bel mezzo del racconto - cosa che invece Roth, da parte sua, lascia in sospeso per tutta la storia del santo bevitore, senza mai chiarirla del tutto.

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martedì 15 ottobre 2013

Muse

asja

In una delle sue note sulla letteratura, Riccardo Piglia, parla di Asja Lacis. "Nel 1923, a Berlino, Brecht conosce la regista teatrale sovietica Asja Lacis, ed è lei che lo mette in contatto con le teorie e le esperienze dell'avanguardia sovietica". Molte cose avvennero a partire dalla conoscenza di Asja Lacis! "Tramite Asja Lacis, Brecht viene a conoscenza della teoria dell'estraneità, elaborata dai formalisti russi, e da lei tradotta come effetto dello straniamento (...) E' notevole lo spostamento operato da Brecht per mostrare l'origine russa della sua teoria dello straniamento, affermando che la sua scoperta è del 1926, grazie ad Asja Lacis". Asja è importante per Brecht, anche sul palcoscenico: fa parte del cast dell'"Edoardo II" tratto da Marlowe, ed il suo tedesco con accento russo finisce per essere un benvenuto miglioramento alla tattica brechtiana di mettere a nudo i procedimenti. Come scrive Piglia, "questa inflessione russa che persiste dentro la lingua tedesca sta, come dislocata dentro un sogno, nella storia della relazione tra l'estraneità e l'effetto di straniamento". Lacis, ha fatto molto di più che limitarsi a far conoscere Brecht e Walter Benjamin!
"Possiamo apprezzare l'altezzosa e bellissima figura di Asja Lacis immortalata in una sequenza dell'Opera da Tre Soldi, filmata da Pabst nel 1931" - scrive Piglia, alla fine della sua nota. Certo, sarebbe bello poter vedere Asja che si muove sul palcoscenico, ma sembra che Piglia abbia ... preso un abbaglio. Asja mancò all'appuntamento con la macchina da presa. Così come non si incontrarono mai, Brecht e Asja, con Nabokov che lavorava come comparsa, e collaborava con Ivan Lukash alla stesura di sceneggiature, nel mondo del cinema della Berlino degli anni '20:
"mi dirigevo verso la periferia per lavorare come comparsa nei film che venivano girati in una tenda di un parco divertimenti, dove la luce si irrorava con un sibilo mistico da due enormi proiettori, puntati come due cannoni sopra una moltitudine di figuranti, riducendoli ad una lividezza cadaverica".

lunedì 14 ottobre 2013

la tomba dell’amore

tumbas

Si sa, la religione - così come dio - è amore, soprattutto quella cristiana. Almeno così ci dicono, e sicuramente lo dicevano anche in Olanda, nella seconda metà dell'800. Solo che l'equazione sembrava funzionare assai meno quando - come nel caso del colonnello van Gorkum e della signora van Aefferden - si trattava dell'amore fra un protestante ed una cattolica. I due, nonostante tutte le controindicazioni dell'epoca, riuscirono a rimanere sposati per qualche decennio, dal 1842 fino al 1880, anno in cui il colonnello passò a miglior vita e venne seppellito nel luogo cui era destinato: un cimitero vicino alla cittadina di Roermond. Nella sezione protestante del cimitero, ovviamente, considerato che all'epoca vigeva la cosiddetta "pilastrizzazione": ciascuna delle due comunità  cristiane aveva le sue scuole e i suoi cimiteri, oltre che le rispettive chiese, e non erano ammesse deroghe.
Quando otto anni più tardi, toccò alla van Aefferden, di morire ed essere sepolta, le venne negata la possibilità di riposare accanto al corpo dell'amato: c'era la sezione cattolica, ad aspettarla, dall'altra parte del muro. Solo che la defunta, da viva, aveva lasciato disposizioni assai chiare di non voler essere sepolta nella tomba di famiglia, ma di voler giacere il più vicino possibile al proprio marito.
La soluzione, è quella che si può vedere nella fotografia, con le due tombe separate da un muro e dalla religione, ed una pietosa scultura che permette alle due mani di unirsi, sopra il muro.

domenica 13 ottobre 2013

Marciare sulle teste dei re!

Tersite

Uno dei caratteri più interessanti dell'Iliade non è né un dio né un eroe, ed appare solo nel corso di un alterco. Se escludiamo Dolone, Tersite è l'unico soldato comune che appare nel poema ed inoltre può essere considerato come il primo esempio in assoluto, in tutte le letterature, di agitatore politico. I marxisti, e lo stesso Marx, hanno sempre avuto un interesse particolare per la figura di Tersite. Nel secondo libro dell'Iliade, Agamennone raduna le truppe sulla spiaggia, in una sorta di test per il loro coraggio, facendo finta di voler porre fine alla guerra e tornare a casa. I soldati, esausti dopo nove anni di guerra, immediatamente corrono verso le loro navi. Ma Ulisse, imbeccato dalla dea Athena, si rivolge loro e, con la sua arte oratoria, riesce a capovolgere il loro stato d'animo. Solo un soldato non si lascia fregare dalle parole del figlio di Laerte. Tersite, uno che come si suol dire ... parla troppo, solito rivolgersi impudentemente agli "ufficiali" dell'esercito di Agamennone. L'unico "critico sociale" di tutto il mondo omerico. E l'unico di tutti i soldati ad avere il coraggio di alzarsi in piedi e sfidare, da pari a pari, l'Atride.

"Così gridava a gran voce e insultava Agamennone: «Atride, di che mai ti lagni? cosa ti manca ancora? Hai le baracche piene di bronzo, hai tante donne nei tuoi alloggiamenti, il fior fiore. E siamo noi Achei a offrirle a te prima che ad altri, ogni volta che prendiamo una città. Di’, hai bisogno ancora di oro? e te lo dovrebbe portare qualcuno dei Troiani da Ilio per riscattare il figliolo, legato e condotto qui da me o da un altro acheo? O vuoi una ragazza fresca fresca da farci l’amore e da tenere tutta per te? Oh, non è proprio giusto che un tale condottiero cacci nei guai i figli degli Achei! O voi poltroni, miserabili vigliacchi! Donnicciole siete, non guerrieri achei! Via, torniamo con le navi a casa e lasciamo lui qui, nella terra di Troia, a digerire i suoi privilegi! Vedrà così se anche noi gli siamo, sì o no, di aiuto."

L'analisi che fa Tersite della situazione è perfettamente sensata. Perché mai le truppe non dovrebbero lasciare gli aristocratici a risolversi da soli le loro beghe coniugali? La guerra è stata dichiarata dalla classe dominante, a causa di una controversia su Elena, e non ha la minima rilevanza, o il minimo interesse, per quegli uomini, pastori e contadini, che dovrebbero stare a casa loro, al sicuro, a lavorare la loro terra. Non c'è niente di cui stupirsi, se questi uomini sono stanchi di nove anni di guerra che li ha tenuti lontani dalle loro famiglie, che li ha mutilati, che li ha uccisi, a migliaia. E non sono nemmeno lì per trarre gloria da tutto questo, dal momento che il loro ruolo nel combattimento è del tutto anonimo.  Con buona eloquenza, Tersite afferma ad alta voce quello che la stragrande maggioranza dell'esercito pensa. Sarà con questo stesso ruolo che Tersite apparirà nel Troilo e Cressidra di Shakespeare, dove con linguaggio grossolano denuncia e mette a nudo l'ipocrisia.
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Comunque, Omero mette subito in chiaro la sua disapprovazione del personaggio, da subito, calcando la mano sulla descrizione insolitamente lunga dei suoi tratti. Per descrivere la sua voce usa il verbo "sbraitare", "ciarlare", forse "abbaiare", ma poi anche "guaire".Mettendo in atto un equazione fra deformità fisica e deformità dello spirito, lo rappresenta come "il più brutto guerriero che fosse venuto sotto Ilio: sbilenco era, zoppo da un piede. Aveva le spalle curve, ripiegate in avanti, e per di più, in cima, la testa a pera: una scarsa peluria vi spuntava sopra." Un furente Ulisse lo affronta:

"Ma una cosa ti voglio dire e si avvererà, sta’ pur certo! Fatti trovare un’altra volta a far l’insensato qui come adesso! Mi auguro allora che non mi resti - sì, a me, Odisseo - sulle spalle la testa, e che non sia più chiamato il padre di Telemaco, se non ti afferro con queste mie mani e ti levo di dosso le vesti - mantello, tunica, e il resto che ti copre le vergogne - e ti scaccio via dall’assemblea fin alle navi in pianto, con una scarica di botte umilianti."

Odisseo, poi batte Tersite sul corpo e sulle spalle, con il suo scettro, fino a quando l'uomo non scoppia in lacrime, mentre lividi sanguigni compaiono sulla sua schiena. Un comportamento che, da parte degli aristocratici cantati e celebrati nell'Iliade, si ritiene essere appropriato. Già prima, nel libro II, si vede un marcato contrato nel modo in cui Ulisse tratta il soldato comune e quello che usa per rivolgersi ai membri dell'élite.

"Ma quando vedeva uno del popolo e lo sorprendeva a urlare, lo picchiava con lo scettro e lo strapazzava: «Disgraziato, fermo lì, al tuo posto, e sta’ a sentire la parola degli altri, di quelli che sono da più di te. Tu sei un imbelle e un vigliacco, e non conti niente né sul campo né in Consiglio. No, non faremo, è chiaro, tutti il re, qui noi Achei! Non è un bene aver tanti capi. Uno solo deve essere il sovrano, uno solo il re: chi ebbe dal figlio di Crono lo scettro e le norme sacre della tradizione per provvedere alle sue genti.»"

La colpa di Tersite è quella di aver sfidato l'autorità del re e, quindi, per estensione, il sistema di classi. Omero, che si identifica con l'ideologia di classe dei nobili, non ammette che la truppa possa essere d'accordo con Tersite.

"Gli altri là, pur nella loro delusione, si misero a ridere di gusto. E qualcuno diceva volgendo gli occhi al vicino: «Oh, sì, di buone imprese, Odisseo ne ha fatte tante, con le sue brave proposte in Consiglio e col ravvivare la lotta in campo. Ma questo qui è il più bell’atto che ha compiuto in mezzo agli Argivi: ha chiuso la bocca a un calunniatore insolente! No, di certo, non avrà più voglia, lo sfrontato, un domani, di inveire così contro i re con parole oltraggiose.»"

Eppure, Tersite ha espresso un punto di vista condiviso da molti dei suoi compagni. Queste sono le stesse truppe che poco prima erano felici di poter salire sulle loro navi e tornare a casa, sapendo che la guerra era finita. Il loro non è certo il comportamento di uomini determinati a servire alla gloria dei loro padroni ad ogni costo. Strutturalmente, nell'impostazione del poema, l'episodio vuole mostrare quanto i greci siano vicini alla sconfitta, in questo dato momento, che è all'inizio del poema ma è anche verso la fine della guerra. Un motivo in più per non stupirsi del fatto che Tersite sfidi un Agamennone nei confronti del quale le truppe sono furiose. Ma è Ulisse a salvare la situazione - anche per mezzo del trattamento che riserva a Tersite - dirottando l'irritazione degli uomini e convogliandola verso il "capro espiatorio". L'episodio, vuole essere comico per il lettore/ascoltatore (l'umorismo greco è di solito molto crudele) che viene spinto a ridere del "calunniatore insolente" mentre viene ripristinata la normale gerarchia del potere. L'esercito greco si raccoglie intorno ai suoi leader e, dopo qualche discorso e dopo aver fatto un sacrificio agli dei, Omero ci regala una lunga (e noiosa) votazione per appello dei guerrieri e dei popoli che partecipano alla guerra.
Ma la domanda, allora che può venire spontanea, considerato l'atteggiamento di Omero, è: perché, dopo tutto, Omero dà voce a Tersite?
Sicuramente, ci si muove sul terreno della speculazione, e una delle risposte, altrettanto ovvie, è che la punizione riservata a Tersite possa servire da monito agli ascoltatori/lettori, nel quadro di un loro eventuale risentimento nei confronti della classe dirigente. Ma forse Omero ha solo trovato il modo per renderci partecipi di una voce alternativa. Rendendolo brutto e ridicolo, ha voluto prendere le distanze da ogni intenzione sediziosa. Rimane il fatto che - per dirla con Hegel - il Tersite di Omero, che rampogna i re, è una figura presente in ogni epoca.

sabato 12 ottobre 2013

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Sembra che, a quanto scrive Molly Oldfield nel suo libro "The Secret Museum: Some Treasures Are Too Precious to Display...", sparsi per il mondo e ben nascosti nei musei, si trovano reperti che vengono giudicati troppo preziosi - o qualcosa del genere - per essere mostrati nelle esposizioni. Oggetti come il taccuino di schizzi di Van Gogh, conservato ad Amsterdam nel museo che porta il nome dell'artista, o come il tagliacarte di Dickens, il cui manico era stato realizzato usando la zampa impagliata del gatto preferito dello scrittore, che si trova nella New York Pubblic Library. Persino. alla Royal Society di Londra,  un pezzettino della corteccia dell'albero dai cui cadde la famosa mela di Newton! Per non parlare dei cappelli di Livingstone e Stanley che si conservano, sempre a Londra, alla Royal Geographical Society.

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venerdì 11 ottobre 2013

mancanza di fiducia

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A partire dall'inizio degli anni 1980, a Palermo venne dato inizio al servizio di radiotaxi, simile a quello che già funzionava da qualche tempo in altre grandi città italiane. Una centralina raccoglieva le chiamate dei clienti ed assegnava le corse in base alla posizione dichiarata da ciascuna vettura. Solo che ben presto,i tassisti cominciarono a sganciarsi dal servizio, sostenendo che, secondo loro, quasi tutti mentivano sistematicamente, a proposito della posizione dichiarata, fingendo di essere più vicini al cliente, al fine di accaparrarsi la corsa. Ovviamente, la cosa era impossibile da dimostrare, considerato che stiamo parlando del territorio di una città con un milione di abitanti. Ma, già nel 1987 il servizio praticamente languiva. Nessuno si fidava di nessuno.
Va detto che questo genere di problema, relativo alla fiducia, era già venuto fuori anche in altre città. Assegnare il cliente al taxi più vicino, comportava che ci si fidasse della posizione che ciascun autista dichiarava, a meno che tutti i tassisti non si controllassero l'uno con l'altro in ogni momento e visto che in quel periodo non esisteva ancora nessun strumento tecnologico di localizzazione. Le soluzioni adottate erano diverse, fra città e città. A Milano e a Napoli si fece affidamento sul controllo reciproco, per cui gli autisti potevano denunciare chi veniva sorpreso a barare. I furbi subivano una penalizzazione o, addirittura, venivano esclusi dal servizio. Vennero organizzati servizi di "polizia", a turno tra gli autisti, per vigilare. A Roma, invece, venne istituito un diverso sistema di assegnazione della corsa: il primo tassista che rispondeva si assicurava il cliente. Chiaramente, non era un sistema ottimale, tanto per gli autisti quanto per i clienti, i quali dovevano pagar di più per taxi che spesso venivano da più lontano, però in questo modo riuscirono a mantenere il servizio.
Insomma, un problema di fiducia! Questa storia, raccontata da Diego Gambetta nel suo libro "La mafia siciliana" del 1993, serve all'autore come punto di partenza per l'analisi del fenomeno della mafia. Per Gambetta, la mafia è un'Impresa peculiare che fornisce protezione all'interno di una società con livelli molto bassi di fiducia, svolgendo il ruolo di arbitro indipendente, nel quadro di accordi e di contratti volti a proteggere ogni tipo di attore, inclusi gli illegali, i quali per la loro propria natura non possono ricorrere alla protezione e all'arbitraggio dello Stato.Perciò, il dominio della Mafia sulla società perpetuerebbe una base di mancanza di fiducia, di modo che gli accordi possano funzionare e gli affari possano svolgersi entro limiti ragionevoli; purché tutti abbiano presente che l'assenza della protezione offerta dai mafiosi provocherebbe il caos. Altresì, la protezione mafiosa non aspira affatto all'universalità ed all'equità, ma viene venduta singolarmente a ciascun cliente, ed è del tutto contingente. Per illustrare questo genere di concetto, Gambetta cita il saggio di Marc Monnier sulla camorra che riporta il seguente lamento di un cocchiere napoletano dell'800:
« L'anno scorso ho avuto bisogno di sbarazzarmi di un cavallo cieco e lui (un camorrista) mi ha aiutato a venderlo come se fosse buono, perché mi proteggeva. Adesso è in galera, e senza di lui sono stato costretto a comprare un pessimo cavallo . Era un vero gentiluomo! ».

Tuttavia, questo non spiega come mai in posti come Napoli si fosse arrivati ad una soluzione, né spiega perché la mafia non si era assunta la protezione dell'affare dei taxi, così come proteggeva altri mercati, come quello dei generi alimentari, delle pompe funebri, dei borseggiatori, dei fiorai, delle costruzioni, del parcheggio illegale e lo stesso mercato politico. Probabilmente, forse, il mercato dei taxi era troppo difficile da proteggere: le vetture si muovono incessantemente in una zona assai ampia ed un'organizzazione preposta a controllarle avrebbe dovuto coprire capillarmente tutta la città ed il costo sarebbe stato enorme. Però, di nuovo, perché non ha organizzato i tassisti stessi; che poi erano quelli che meglio di tutti potevano controllare il rispetto delle regole?
La risposta che azzarda Gambetta è che i tassisti non avevano il coraggio di vigilare e denunciare il loro colleghi perché molti di loro erano protetti a titolo individuale, in quanto esercitavano un servizio di vigilanza, in virtù della loro capacità di muoversi per tutta la città e parlare con ogni tipo di cliente.
«Sono eccellenti spie», dice di loro, nella sua autobiografia Joe «Bananas» Bonanno, il famoso boss italoamericano.
Si può facilmente supporre che, prima dell'introduzione del servizio di radiotaxi, alcuni autisti godessero della protezione dei mafiosi, che poi si estendeva a tutta la categoria: quasi nessuno si permetteva di derubare o aggredire un tassista. Ma, instaurato il servizio di radiotaxi, la cosa gli si rivoltò contro: nessuno si azzardava a denunciare un collega che barava, per timore di possibili rappresaglie. Gli autisti non protetti credevano che i loro colleghi che avevano degli "amici" potessero imbrogliare impunemente, mentre loro dovevano abbozzare o abbandonare il servizio. Però nemmeno i tassisti protetti potevano essere sicuri che anche gli altri, a loro volta, non fossero protetti da qualche mafioso. La storia dei tassisti di Palermo, così, potrebbe essere un ottima fotografia di come la Mafia, allo stesso tempo, puntella e distrugge la fiducia.
La storia però ha un lieto fine,o qualcosa del genere. Gambetta racconta che nel 1989 si trovò finalmente una soluzione per organizzare i radiotaxi. Le vetture si concentravano in quelle che erano delle fermate distribuite per tutta la città, ed ogni autista, appena arrivato, dichiarava la sua posizione. La centrale assegnava la corsa al primo taxi in coda alla fermata più vicina al cliente. Questo evitava che i tassisti si controllassero e si denunciassero fra di loro, anche se il sistema era molto inefficiente. Soprattutto per i clienti che dovevano pagare corse più lunghe, specialmente se vivevano lontani dal centro. Un piccolo prezzo, da pagare alla Mafia.

giovedì 10 ottobre 2013

acqua

acqua
Finita la seconda guerra mondiale, in una Germania distrutta, sconfitta e umiliata, si muovevano diversi gruppi di ebrei. La maggior parte di essi si dedicava alla ricerca dei collaboratori del nazismo. Per lo più, si trattava di azioni individuali, comprensibili, ma di poco conto. Ma fra tutti, c'era un gruppo più audace, che aveva progettato l'avvelenamento degli acquedotti di diverse grandi città tedesche. Pensavano che, così facendo, avrebbero potuto uccidere sei milioni di tedeschi, in modo da poter vendicare i sei milioni di ebrei!
Poi, alla fine, per una ragione o per l'altra, il piano fu cambiato, e si risolse nell'avvelenamento di quei prigionieri, soldati delle SS, che attendevano di essere giudicati dagli americani. Il piano venne messo in pratica, e di questa storia esiste testimonianza in un documentario all'interno della serie televisiva di History Channel, "A caccia di nazisti", così come la rammenta, inoltre, in un suo articolo, Paul Lustgarten.
Nel documentario, si può ascoltare la testimonianza di uno dei membri del commando ebraico che preparava l'avvelenamento degli acquedotti, per portare a termine il quale si doveva far passare per un operaio tedesco; e le parole che continuava a sentire a proposito della situazione in cui si trovava la Germania, finita la guerra, i commenti erano «la colpa di tutto questo è degli ebrei». La colpa della sconfitta, la colpa dei bombardamenti alleati, la colpa della fine dello stato nazista, la colpa di tutta la guerra! A cos'era servito, ai tedeschi, venire a conoscenza dei campi di sterminio? A cos'erano serviti i milioni di morti, quando si continuava a pensare che la causa della sconfitta stava nel fatto che non erano stati uccisi abbastanza ebrei?
Certo, non tutti la pensavano così. Molti preferivano raccontarsi qualche storiella, del tipo che Hitler era pazzo e cose del genere. Erano le chiacchiere che si sentivano pronunciare dai tedeschi in coda alle pompe dell'acqua. Insomma, tutto il mondo era stato perseguitato ... e nessuno sapeva niente!

mercoledì 9 ottobre 2013

crisi e potere

agamben

La crisi perpetua come strumento di potere
(Conversazione con Giorgio Agamben)

Intervista uscita in tedesco il 24 maggio 2013 sul Frankfurter Allgemeine Zeitung e poi pubblicata in inglese dalla casa editrice Verso il 4 giugno 2013.
fonte: Il Lavoro Culturale

Professor Agamben, quando lo scorso marzo ha proposto l’idea di un “impero latino” contro il dominio tedesco in Europa, s’immaginava che questa idea avrebbe avuto una tale risonanza? Nel frattempo il suo saggio è stato tradotto in molte lingue e discusso appassionatamente in mezzo continente…

Giorgio Agamben: No, non me lo aspettavo. Ma credo nella forza delle parole, quando sono pronunciate al momento giusto.

La frattura dentro l’Unione Europea è davvero una frattura tra economie e modi di vita “germanico” del nord e “latino” del sud?

G.A.: Vorrei chiarire il fatto che la mia tesi è stata esagerata dai giornalisti e quindi fraintesa. Il titolo del mio articolo, “L’impero latino al contrattacco!”, è stato scelto dalla redazione di Libération ed è stato ripreso dai media tedeschi. Non ho mai utilizzato quella frase. Come potrei contrapporre la cultura latina a quella tedesca, quando qualsiasi europeo dotato d’intelligenza sa che la cultura italiana del Rinascimento o della Grecia classica sono oggi parte integrante della cultura tedesca, la quale le ha riformulate e se n’è appropriata!

Dunque non è una questione di “impero latino” dominante o di tedeschi ignoranti?

G.A.: L’identità di ogni cultura europea è un’identità di frontiera. Un tedesco come Winckelmann o Hölderlin potrebbe essere più greco dei greci. E un fiorentino come Dante potrebbe sentirsi tedesco quanto l’imperatore Federico II di Svevia. Questo è ciò che caratterizza l’Europa: una particolarità che non smette di oltrepassare le frontiere nazionali e culturali. L’oggetto della mia critica non era la Germania, ma il modo in cui l’Unione Europea è stata costruita, vale a dire su base esclusivamente economica. Dunque, in questo processo di costruzione sono state ignorate sia le nostre radici culturali e spirituali, sia quelle politiche e giuridiche. Se ciò è stato interpretato come una critica alla Germania, è perché la Germania, a causa della sua posizione dominante e nonostante la sua eccezionale tradizione filosofica, oggi sembra incapace di concepire un’Europa fondata su qualcosa di diverso dall’euro e dall’economia.

In che senso l’Unione Europea ha negato le sue radici politiche e giuridiche?

G.A.: Quando parliamo di Europa oggi, ci troviamo di fronte all’enorme repressione di una verità tanto dolorosa quanto ovvia: la cosiddetta costituzione europea è illegittima. Il testo varato con questo nome non è mai stato votato dai popoli europei. Quando è stato messo ai voti, ad esempio in Francia e Olanda nel 2005, è stato rifiutato con forza. Quindi, dal punto di vista legale, ciò che abbiamo non è una costituzione, bensì un trattato concordato tra governi: diritto internazionale, non diritto costituzionale. Recentemente un esperto tedesco di diritto molto rispettato come Dieter Grimm ci ha ricordato che la costituzione europea manca di un elemento democratico fondamentale, poiché ai cittadini europei non è stata concessa possibilità di esprimersi in merito. E ora l’intero progetto di ratifica popolare è stato congelato.

È proprio questo il famoso “deficit democratico” del sistema europeo…

G.A.: Non dovremmo perdere di vista questo elemento. I giornalisti, soprattutto in Germania, mi hanno accusato di non capire nulla di democrazia, ma farebbero bene a prendere in considerazione il fatto che l’Unione Europea è innanzitutto una comunità fondata su trattati tra stati camuffati con una costituzione democratica. L’idea di Europa come potere costituente è uno spettro che nessuno si azzarda più a evocare. Tuttavia è solo con una costituzione valida che le istituzioni europee potrebbero riacquisire legittimità.

Questo significa che lei vede nell’Unione Europea un’entità illegale?

G.A.: Non illegale ma illegittima. La legalità è una questione di regole con cui si esercita il potere; la legittimità è il principio che sta alla base di queste regole. I trattati legali non sono mere formalità poiché riflettono una realtà sociale. Per cui è chiaro che un’istituzione senza una costituzione non può seguire politiche sincere, e che ogni stato europeo continua ad agire secondo interessi egoistici – e oggi ciò significa chiaramente interessi economici. Il minimo comun denominatore di questa comunità si manifesta in maniera chiara quando l’Europa agisce come un vassallo degli Stati Uniti e prende parte a guerre che non sono fondate su alcun interesse comune, né sulla volontà dei popoli. Alcuni stati fondatori dell’Unione Europea –come l’Italia, con le sue molte basi americane– assomigliano più a dei protettorati che a degli stati sovrani. Nelle questioni politiche e militari c’è un Alleanza Atlantica, ma certamente non un’Europa.

Dunque lei all’Unione Europea preferirebbe un imperium latino, al cui stile di vita i “germanici” dovrebbero adattarsi…

G.A.: No, forse ho ripreso il progetto di “imperium latino” di Alexandre Kojève in maniera provocatoria. Nel Medio Evo quanto meno le persone sapevano che l’unione di società politiche diverse doveva significare qualcosa di più che una società esclusivamente politica. A quel tempo, il legame andava cercato nella cristianità. Oggi credo che questa legittimazione vada cercata nella storia dell’Europa e nelle sue tradizioni culturali. A differenza degli asiatici e degli americani, per cui la storia significa qualcosa di completamente diverso da come noi la intendiamo, gli europei incontrano sempre la verità nel dialogo con il proprio passato. Per noi il passato non significa solo un’eredità o una tradizione culturale, ma una condizione antropologica di fondo. Se ignorassimo la nostra storia potremmo solo penetrare nel nostro passato in maniera archeologica. Il passato diventerebbe per noi una forma di vita distinta. L’Europa ha una relazione speciale con le sue città, i suoi tesori artistici, i suoi paesaggi. In questo consiste l’Europa. E in questo risiede la sua sopravvivenza.

Quindi l’Europa è innanzitutto una forma di vita, una sensazione storica di vita?

G.A.: Sì, ed è per questo che nel mio articolo ho insistito sul fatto che dobbiamo preservare le nostre peculiari forme di vita. Quando gli Alleati hanno bombardato le città tedesche, sapevano che avrebbero potuto distruggere l’identità tedesca. Allo stesso modo, gli speculatori stanno distruggendo il paesaggio italiano con il cemento, le autostrade e le superstrade. Questo non significa solo derubarci di ciò che possediamo, ma anche della nostra identità storica.

Allora l’Unione Europea dovrebbe valorizzare le differenze al posto dell’armonizzazione?

G.A.: Forse non esiste un altro posto al mondo in cui è percepibile una tale varietà di culture e di forme di vita come in Europa. A mio avviso, in passato la politica si esprimeva nell’idea di impero romano, poi di impero romano-germanico. L’insieme ha sempre lasciato intatte le particolarità dei popoli. Non è facile prevedere cosa possa emergere oggi al posto di questo modello. Ma sicuramente un’entità politica che prenda il nome di Europa non può che muovere i suoi passi dalla consapevolezza del passato. È per questa ragione che la crisi attuale mi sembra così pericolosa. Dobbiamo immaginare l’unità nella piena consapevolezza delle differenze. Invece negli stati europei le scuole e le università – quelle stesse istituzioni che dovrebbero tramandare la nostra cultura e stimolare il contatto tra passato e presente – vengono demolite ed economicamente indebolite. Questo indebolimento va di pari passo con una crescente museificazione del passato. Un processo che sta prendendo piede in molte città, trasformate in zone storiche in cui gli abitanti sono costretti a sentirsi turisti negli spazi in cui vivono.

Questa museificazione strisciante va di pari passo con un impoverimento strisciante?

G.A.: È ormai chiaro che dobbiamo far fronte a problemi la cui natura non è solamente economica. La questione è l’esistenza dell’Europa nel suo insieme –a partire dalla nostra relazione con il passato. L’unico posto in cui il passato può vivere è il presente. E se il presente non percepisce più il proprio passato come un qualcosa di vivo, le università e i musei diventano problematici. È evidente che in Europa vi sono forze che cercano di manipolare la nostra identità tagliando il cordone ombelicale che ci lega al nostro passato. In questo modo le differenze vengono cancellate. Ma l’Europa può essere il nostro futuro se chiariamo a noi stessi che questo futuro significa prima di tutto il nostro passato. Un passato che si cerca sempre più di liquidare.

Dunque questa crisi è la forma di espressione di un sistema di governo che si applica alle nostre vite quotidiane?

G.A.: Il concetto di “crisi” è ormai divenuto il motto della politica moderna, e da tempo fa parte di tutte le sfere della vita sociale. La parola stessa esprime due radici semantiche: una medica, che si riferisce al percorso di una malattia, e una teologica, che si riferisce al Giudizio Universale. Tuttavia oggi entrambi i significati si sono trasformati, annullando la loro relazione con il tempo. “Crisi” nell’antica medicina significava giudizio, il momento decisivo in cui il dottore si rendeva conto se il paziente sarebbe sopravvissuto o no. Invece l’attuale interpretazione della nozione di crisi si riferisce a uno stato permanente. Dunque questa incertezza si estende al futuro, indefinitamente. La stessa cosa vale per il senso teologico di crisi: il Giudizio Universale non era separabile dalla fine del tempo. Invece oggi il giudizio viene separato dall’idea di fine e posticipato ripetutamente. Così la prospettiva di una decisione è senza fine, un interminabile processo decisionale che non si conclude mai.

Questo significa che la crisi del debito, la crisi della finanza statale, della moneta, dell’Unione Europea, sono crisi senza fine?

G.A.: Oggi la crisi è divenuta uno strumento di governo. Essa serve a legittimare decisioni politiche ed economiche che di fatto privano i cittadini di qualsiasi possibilità di decisione. Questo è estremamente chiaro in Italia, dove si è formato un governo nel nome della crisi e Berlusconi è tornato al potere contro la volontà degli elettori. Questo governo è illegittimo tanto quanto la cosiddetta costituzione europea. I cittadini europei devono rendersi conto che questa crisi senza fine –come qualsiasi stato di emergenza– è incompatibile con la democrazia.

Quali prospettive restano all’Europa?

G.A.: Dobbiamo iniziare con la riscoperta del significato originario della parola “crisi”, intesa come momento di giudizio e scelta. L’Europa non può continuare a posticipare a un futuro indefinito. Molti anni fa il filosofo Alexandre Kojève, un alto rappresentante di ciò che poi sarebbe stata l’Europa nel suo stadio embrionale, ipotizzava che l’homo sapiens era giunto alla fine della sua storia e che erano rimaste solo due possibilità. O l’“American way of life”, che Kojève vedeva come una sorta di vegetazione post-storica. O lo snobismo giapponese, una forma di celebrazione di rituali vuoti di una tradizione privata di qualsiasi significato storico. Penso che l’Europa possa rendersi conto dell’esistenza di un’alternativa, di una cultura che rimanga sia umana sia vitale, poiché in dialogo con la sua propria storia e quindi in grado di acquisire una nuova vita.

L’Europa, intesa come cultura e non solo come spazio economico, potrebbe dunque offrire una risposta alla crisi?

G.A.: Per oltre duecento anni le energie umane europee si sono focalizzate sull’economia. Molti elementi indicano che per l’homo sapiens è giunto il momento di riorganizzare l’azione umana al di là di questa dimensione esclusivamente economica. È qui che l’Europa può offrire il suo contributo al futuro.

martedì 8 ottobre 2013

Questioni

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« Le organizzazioni operaie si mostrarono anche contrarie al lavoro femminile, soprattutto durante il sessennio rivoluzionario, quando la modernizzazione del macchinario industriale prese piede dappertutto e i proprietari delle fabbriche sostituirono gli uomini con manodopera femminile ed infantile.
Fu allora che i lavoratori si mobilitarono: nel 1868, a Igualada ottennero il licenziamento in massa delle donne nelle fabbriche, e nel 1870 gli operai di una fabbrica sulle rive del fiume Balsareny si rifiutarono di insegnare alle donne il funzionamento dei telai, per non essere sostituiti da loro. In quello stesso anno, il movimento anarchico, nel corso del Congresso che ebbe luogo a Barcellona, si dichiarò contrario al lavoro delle donne; anche se, due anni più tardi, durante il Congresso di Saragozza, riconobbe il diritto delle donne al lavoro salariato »

- da: Història de Catalunya- di Francesc Comas Closas, Josep Antoni Serra, Rosa Serra i Rotés - Castellnou -

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lunedì 7 ottobre 2013

Corvi

corvi

"Il mistero dei corvi? E' un mistero da cui deriva il nome collettivo con cui generalmente si indica l'insieme di questa particolare specie di corvidi. Una marmaglia di cornacchie, una masnada di gazze, un guazzabuglio di merli... un parlamento di corvi.
Immaginatevi un campo. Vuoto. Improvvisamente il cielo si oscura riempiendosi di corvi che piombano sul campo come una nera pioggia di stracci svolazzanti fino a coprirlo completamente. O quasi. Nel centro del campo resta uno spazio vuoto, e nel mezzo vi si sistema uno dei corvi, isolato dallo stormo. L'uccello lancia le sue strida e i suoi richiami. Diecimila piccoli occhi guardano fissi, risoluti. A volte lanciano un verso, come se stessero domandando qualcosa. E' come un parlamento, come un'aula di tribunale. Il corvo solitario continua a gracchiare e gli altri attendono. Questo può andare avanti per ore, dall'alba fin quasi fino al tramonto."
"E poi cosa succede?"
"Una delle due... A un dato segnale, che gli osservatori umani non sono mai stati in grado di identificare, tutti gli uccelli spiccano il volo, lasciando il corvo solitario da solo nel campo... oppure, sempre tutti insieme, piombano su di lui e lo beccano a morte. Ecco cosa succede."
"Perché?"
"E' un mistero no?"
[...]
"Non si tratta di un parlamento, né di un processo. Il corvo nel mezzo del campo è un narratore. Racconta a tutti gli altri la sua storia e quando finisce... scopre se agli altri corvi è piaciuta o no."

(Neil Gaiman - Sandman n. 40 Vertigo / Ed. italiana sul volume "Sandman - Favole e Riflessi" - Magic Press)

E' un ricordo di tanti anni fa. Seconda metà degli anni settanta, in Corsica. Dormivo in tenda, sulla costa occidentale, da qualche parte fra Cargese e Calvi, quando, di notte, qualcosa mi svegliò. Era entrato nella canadese, lasciata aperta per il caldo un topino che aveva cominciato a camminarmi addosso. Me lo scrollai di dosso, e dopo averlo educatamente accompagnato all'uscita uscii anch'io. Stava per albeggiare e mi allontanai verso il mare; la spiaggia si trovava ad una ventina di metri. Volevo fumare una sigaretta. Ma quando arrivai sulla spiaggia, vidi un'enorme massa nera che si agitava. Era un parlamento di corvi. Non avevo ancora letto Sandman e, del resto, nemmeno Gaiman credo avesse ancora in mente di scriverlo. Ma, anche senza sapere dell'eventuale giudizio finale, decisi di tornare alla mia tenda. Meglio non disturbarli!

Rimane, a monte, la curiosità rispetto al termine inglese, "Murder", "Murder of Crows". Ovvio che verrebbe da tradurlo come "assassino", "uccisore", o, al limite,  "strage". "Uccisore di corvi", "Strage di corvi", e invece no, alla faccia delle innumerevoli traduzioni che si trovano in rete: ché di canzoni dal titolo "Murder of Crows" ce n'è più d'una! Murder, in inglese, attiene anche a quel genere di nomi collettivi, volti a definire gli insiemi di animali: stormi, mandrie, ecc. La cosa curiosa, però, e che, per i corvi, si usano due di questi nomi collettivi: "flock" e "murder". Dove, flock definisce il gruppo di corvi, ma quando sono alti, in volo; mentre "murder" li fotografa quando si trovano insieme a terra (più raramente, sui rami di un albero). Già, murder significa parlamento, tribunale, o qualcosa del genere. Proprio come se la cosa del giudizio finale, che si può concludere con l'omicidio da parte dei corvi, fosse vera!
A me è sembrata verosimile.

domenica 6 ottobre 2013

Tradimenti e lealtà

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«A volte si può essere leali verso il presente solo tradendo il passato. A volte, la lealtà è una forma di coraggio, ma altre volte è una forma di vigliaccheria. A volte la lealtà è una forma i tradimento e il tradimento è una forma di lealtà. Forse non sappiamo esattamente che cos'è la lealtà e cosa sia il tradimento. Possediamo un'etica della lealtà, però non abbiamo un'etica del tradimento. Abbiamo bisogno di un'etica del tradimento. L'eroe della ritirata è un eroe del tradimento.»

- Javier Cercas - Anatomia di un istante - Guanda -

sabato 5 ottobre 2013

Plagio

plagio

Nel 1956, Guy Debord e Gil Wolman pubblicano il loro articolo, “Mode d’emploi du détournement”, su una rivista surrealista belga, “Les Lèvres Nues” (le labbra nude). In quell'anno, sono entrambi membri di un piccolo gruppo d'avanguardia, l'Internazionale Lettrista, i cui membri, da lì a poco, contribuiranno a dar vita all'Internazionale Situazionista. La teoria del "détournement" ha giocato un ruolo centrale nella vita dell'I.S.; comunque Debord e Wolman non hanno mai affermato di essere stati loro ad inventare il détournement:
"Détournement, il riutilizzo di elementi artistici pre-esistenti all'interno di un nuovo contesto, è stata una tendenza costantemente presente delle avanguardie contemporanee, sia prima che dopo la formazione dell'Internazionale Situazionista" (qui).
Piuttosto, essi provano a teorizzare la pratica del plagio in termini di una critica della società capitalistica e della proprietà e, in particolare, di un utilizzo degli "elementi artistici preesistenti" volto a distruggere il capitalismo stesso. Si differenziano, in tal modo, dalle pratiche puramente formali, ovvero "inconsce e accidentali", di détournement che dagli anni '50 si sono sempre più diffuse all'interno della produzione culturale (Debord e Wolman sottolineano come in particolare la pubblicità abbia abbracciato entusiasticamente tali pratiche di plagio). Fondamentalmente, il détournement non è puro plagio dell'originale, ma il riutilizzo di elementi artistici preesistenti all'interno di un nuovo contesto, volto ad un nuovo uso.
Per l'I.S. il détournement era la verità della pratica creatrice, laddove consideriamo le pratiche formali delle avanguardie nel corso del ventesimo secolo, o a più lungo termine nella storia della creazione umana vista come processo sociale. Certamente, la pratica del collage e l'utilizzo degli oggetti "trovati" nelle opere pittoriche e letterarie da parte delle prime avanguardie del ventesimo secolo, erano nuove tecniche rese possibili dallo sviluppo di una vera e propria cultura di massa capitalista (libri, riviste, cinema, ecc.); tuttavia, tale sviluppo era inscritto nella natura sociale, sempre più crescente, della produzione e del consumo di massa. Per cui, troviamo, soprattutto nelle avanguardie dadaiste e surrealiste, che le condizioni peculiari della moderna alienazione industriale sono simultaneamente sia la fonte di questi nuovi materiali che l'oggetto della critica. La possibilità di una vita più creativa, che andasse oltre l'orizzonte di questa invasione capitalista della vida quotidiana, venne posto da queste avanguardie - in modo implicito, per mezzo della loro pratica artistica e con una sempre maggior sofisticatezza che proclamava esplicitamente come tali pratiche anticipassero una modalità di vita più creativa.
Il concetto di détournement di Debord e dell'I.S. era, comunque, diverso dal semplice riutilizzo plagiario della cultura. In particolare, si differenziavano da simili pratiche, che diventavano sempre più prevalenti nei '50 e nei '60, e il cui plagiarismo era largamente privo di qualsiasi esplicita prospettiva critica. Così facendo, riconoscevano il ruolo di uno dei più sorprendenti precursori del plagiarismo critico: Isidore Ducasse, conosciuto anche come il Conte di  Lautréamont.
Nel 1950, l'opera più conosciuta di Ducasse - I canti di Maldoror, scritti sotto il pseudonimo di Conte di Lautréamont e pubblicati nel 1869 - si rivelò costituita in parte di materiale plagiato. Debord e Wolman risposero al tentativo di "screditare" Ducasse, affermando che anche quelli che difendevano il suo "insolente" plagiarismo non avevano capito la sua pubblica confessione relativa al suo metodo e alla sua pratica. Nel suo ultimo lavoro, l'opera di prosa epigrammatica intitolata Poesie, e pubblicata nel 1870 (ma, a tutti gli effetti dimenticata finché Breton non la riscoprì e ripubblicò nel 1919), Ducasse scriveva: "Le idee migliorano. Il significato delle parole gioca un ruolo in tale miglioramento. Il plagio è necessario. Lo implica il progresso. Esso si afferra strettamente alla frase di un autore, usa le sue espressioni, cancella un'idea falsa, la sostituisce con quella giusta."
Il più della seconda parte delle Poesie è costituito di questo genere di plagio, o meglio "correzioni", in cui Ducasse intreccia molte massime non citate di Pascal e Vauvenargues. Tuttavia, le modifiche più o meno sottili vengono introdotte in molti dei suoi détournement, che Ducasse descrive, non come mere "correzioni", ma come "sviluppi" dell'originale. Tali correzioni e sviluppi erano necessari ai suoi argomenti, considerando sia il suo obiettivo principale di presentare una nuova teoria poetica, sia i suoi disaccordi con Pascal, Vauvenargues e gli altri autori che aveva détournato. Debord e l'I.S. richiamano l'attenzione sulla superiorità del détournement,rispetto al suo pallido parente: la citazione accademica. Dove la citazione accademica riposa su un'idea finita ed autoritaria, il détournement rimette le idee in gioco, rapisce una frase, la dirotta, non si limita a ripeterla, ma la corregge e sviluppa le idee in un nuovo assemblaggio critico.

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In ciascuno dei dodici numeri della rivista "Internazionale situazionista", si può leggere, apposta dagli editori, la famigerata clausola anti-copyright:
"Tutti i testi pubblicati su "Internazionale Situazionista" possono essere liberamente riprodotti, tradotti ed adattati, anche senza l'indicazione dell'origine."
Ma cosa significava quest'avviso? Nella versione originale dell'avviso, pubblicato nei primi due numeri della rivista, nel 1958, l'I.S. riportava l'attenzione sulla "comune ricerca" collaborativa del progetto situazionista. Tale pratica collaborativa era il cuore dell'elaborazione teorica e pratica dell'I.S., e lo rimase fino alla fine. In contrasto con le teorie della trasformazione rivoluzionaria, come quelle dell'avanguardia leninista, e del "gradualismo" della socialdemocrazia, l'I.S. riteneva che i loro mezzi anticipassero l'obiettivo per cui lavoravano. Pur rifiutando il fatto che il loro gruppo potesse essere una "micro-società" comunista, nondimeno enfatizzavano la natura collettiva e collaborativa della loro pratica,  come esplicitamente opposta all'ideologia individuale borghese. L'importanza di una simile pratica collaborativa, va tenuta in mente quando si considera quello che forse è stato il pià famoso caso di plagio avvenuto durante l'esistenza del gruppo. Nel 1962, il noto filosofo e sociologo Henri Lefebvre plagiò un lavoro collaborativo dell'I.S. sulla Comune di Parigi. Nella circolare emessa dal gruppo contro Lefebvre, si prendeva di mira la sua decisione di pubblicare il lavoro a suo nome su una rivista intitolata Arguments. Per l'I.S. il problema minore era il plagio di Lefebvre. Si trattava, piuttosto, della sua scelta di pubblicare su una rivista che pose fine alla sua collaborazione con l'I.S., considerata la relazione apertamente ostile che esisteva fra l'I.S. stessa e il comitato redazionale di Arguments.
Insomma, la verità è che tutte le attività creative sono sempre collaborative, anche in quelle che appaiono essere manifestazioni individuali. Non c'è dubbio che la collaborazione può essere più o meno diretta, più o meno prossima; ma sicuramente, quando si lavora con gli strumenti del linguaggio, che è anche la comune elaborazione del presente e del passato di coloro che lo parlano, il concetto di plagio smette di essere opaco e confuso, e diventa chiaro: esso si trova alla radice di tutte le pratiche creative, dichiarato o meno.
Il problema reale con cui bisogna confrontarsi, non attiene alla sfumature concettuali del plagio ma, piuttosto, ai problemi pratici della collaborazione, e a quello che è forse il problema più pressante fra tutti: collaborare apertamente e liberamente alla creazione di una società realmente umana.

venerdì 4 ottobre 2013

astratto e concreto

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Il lavoro è una categoria capitalista
di Anselm Jappe

Tutte le nostre argomentazioni ci spingono a mettere in discussione non solo il «lavoro astratto», ma anche il lavoro in quanto tale. E qui il buon senso si rivolterà: come si potrebbe vivere senza lavorare? Tuttavia, solamente identificando il «lavoro» metabolizzato alla natura lo si può presentare come una categoria sovrastorica ed eterna. Si tratta però di una tautologia; di un principio talmente generale, da cui si può dedurre quanto si può dedurre dal principio che l'uomo deve mangiare per vivere.
Il «lavoro» è di per sé un fenomeno storico. In senso stretto, esiste solo laddove esiste il lavoro astratto ed il valore (nella formazione sociale capitalista che nasce a partire dal quattordicesimo e dal quindicesimo secolo). Non solo a livello logico, ma anche in rapporto al lavoro, i termini «concreto» ed «astratto» sono delle espressioni che rimandano l'una all'altra e che non possono esistere l'una indipendentemente dall'altra. E' dunque molto importante sottolineare che la nostra critica riguarda il concetto di «lavoro» in quanto tale, e non solo il «lavoro astratto». Non possiamo semplicemente contrapporre il lavoro astratto al lavoro concreto, e ancor di meno come se fossero il «male» ed il «bene». Il concetto di lavoro concreto è, esso stesso, un'astrazione, perché stralcia, nello spazio e nel tempo, una specifica forma di attività da tutto il campo delle attività umane: il consumo, il gioco e il divertimento, i rituali, la partecipazione agli affari comuni, ecc. Un uomo dell'epoca precapitalista non avrebbe mai pensato che si potesse mettere allo stesso livello, in quanto «lavoro» umano, la fabbricazione di una pagnotta, l'esecuzione di un brano musicale, la direzione di una campagna militare, la scoperta di una figura geometrica e la preparazione di un pasto.
La categoria del lavoro non è affatto ontologica, ma esiste solo laddove esiste il denaro come forma abituale di mediazione sociale. Ma se la definizione capitalista di lavoro fa astrazione di ogni suo contenuto, questo non significa affatto che tutte le attività, nel modo di produzione capitalista, siano da considerare come «lavoro»: solo quelle che producono valore e che si traducono in denaro. Il lavoro domestico, per esempio, non è per niente «lavoro» in senso capitalista.
Il lavoro in quanto attività separata dalle altre sfere è già una forma di lavoro astratto; il lavoro astratto in senso stretto è perciò un'astrazione di secondo grado. Come  ha scritto Norbert Trenkle: "Se il lavoro astratto è l'astrazione di un'astrazione, il lavoro concreto non è altro che il paradosso, dal lato concreto, di un'astrazione (l'astrazione formale del «lavoro»). Questo lavoro è concreto solo in un senso molto ristretto e limitato: merci diverse esigono processi di produzione materialmente diversi".
Nondimeno, l'idea di dover «liberare» il lavoro dalle sue catene ha logicamente portato a considerare il lavoro «concreto »  come il «polo positivo» che nella società capitalista viene stuprato dal lavoro astratto. Ma il lavoro concreto in questa società non esiste che in quanto vettore , in quanto base, del lavoro astratto, e non come il suo contrario. Il concetto di «lavoro concreto» è ugualmente una finzione: nella realtà esso non esiste se non come una moltitudine di attività concrete. Lo stesso discorso vale anche per quanto riguarda il valore d'uso: esso è legato al valore come lo è un polo magnetico all'altro. Da solo solo non potrebbe sussistere; dunque non rappresenta affatto il lato «buono», o «naturale», della merce, in grado di opporsi al lato «cattivo», astratto, artificiale, esteriore. Questi due lati sono legati l'uno all'altro nello stesso modo in cui lo sono, per esempio, il capitale ed il lavoro salariato, e non possono sparire che insieme. Il fatto che si abbia un «valore d'uso» esprime solo la capacità - astratta - di soddisfare un bisogno qualsiasi. Secondo Marx, il valore d'uso diventa un «caos astratto» non appena si esce dalla sfera separata dell'economia. Il vero contrario del valore non è il valore d'uso, bensì la totalità concreta di tutti gli oggetti.

- Anselm Jappe - estratto da «Les aventures de la marchandise. Pour une nouvelle critique de la valeur» (Denoël, 2003, p. 118-120) - 

fonte: http://palim-psao.over-blog.fr

giovedì 3 ottobre 2013

Pulp Libri

pulp

Pulp Libri ho cominciato a comprarlo dal primo numero; ho anche il numero zero che veniva distribuito gratuitamente davanti alle librerie. Solo ieri, mi sono reso conto che sull'ultimo numero uscito, quello di Luglio (la rivista è/era bimestrale), in fondo all'ultima pagina, dopo la dicitura "stampato nel mese di ..." non appariva, come al solito, "il prossimo numero sarà in edicola i primi giorni del mese di ...". Una breve ricerca in rete, ed ecco su Twitter la notizia, annunciata dall'editore, che non ci sarà nessun nuovo numero. Ma sono duro a rassegnarmi, e quindi faccio mio questo appello di Elio Grasso su satisfiction che riesce a definire quello che ho provato. E magari si riesce a leggere il nuovo numero ... online ...

Pulp Libri, 104 numeri all’agosto di quest’anno, magazine registrato nel 1995. Una lunghissima storia di libri, angoli-cottura di ogni genere frequentati da critici il cui diritto principale è sempre stato l’indipendenza di giudizio. A ogni pagina l’odore acuto di cose nostrane ed esotiche, editori in esteso assortimento con controllata tempestosità. Narrativa, saggistica, poesia, storie, fumetti, teoria. Rapide e prive di ammirazioni carnevalesche, le recensioni. Di solito, mai più di 2200 battute. Vietatissimo occuparsi delle opere dei collaboratori. Soltanto questa la raccomandazione di Fabio Zucchella, caporedattore veloce di prospettiva e di proposte. In ogni numero, poi, articoli e interviste intercalati a vaste immagini dove gli scrittori si presentano nel loro aspetto meno pensato. Talvolta pazzo. E attrattivo. Giovannetti fotografo, riesce quasi sempre ad aggiornarci sulle qualità e sulle patologie. Una saga fotografica che massaggia a dovere la curiosità di lettori e autori, confermando quanto l’offerta di un libro attraversi realmente le costellazioni ludiche dell’occhio. Ora cosa vediamo? Un arresto. Uno di quegli inopinati stop che fastidiosamente ci restano attaccati alle meningi. Oltre che a un resoluto scazzo. Pulp Libri, dopo 104 numeri, ferma la sua corsa bimestrale. Chiude. E dunque si ha un bel dire: “dimostra un buon carattere”, “comprendi quali fatti sottendono a un epilogo”, “guarda lo stato delle cose, i fallimenti dei distributori”… Qui occorre confrontarsi, però, con l’assoluta fermezza redazionale nel rifiuto di qualsivoglia capitale esterno, e di ingerenze ambiziose e discutibili. Tutto questo si comprende. Ma resta oscuro il fatto nel suo velocissimo compiersi. Gli stessi collaboratori, quelli più stretti, hanno spalancato gli occhi stupefatti e stralunati. Il Network più diffuso reagisce alla notizia, quando il mio cruccio per l’intera faccenda lievita in modo simmetrico. Congetture e suggerimenti si moltiplicano, letterati più o meno famosi e più o meno influenti, lettori e servizi stampa di case editrici piccole, medie, grandi, colgono qualcosa che non va, reagiscono male, s’incazzano: ma come è possibile? E che si fa? Giornale on-line? Sottoscrizione? Cooperativa? Sembra di tornare agli offensivi ma spesso “pratici” anni ’70. La sommossa m’intenerisce, ma non arriva a un bel nulla. Ma io so, dopo anni di folto contributo, che Fabio se ne sta duramente nella sua Pavia a digerire lo stallo. La velocissima lettera di commiato lo testimonia. Non ci sarà una smentita. Sappiamo bene che non si tratta di un isolamento fine a se stesso. Io spero, lo spero proprio, che sia l’atto finale di un qualcosa che forse punta a una diversità. E in un tempo diverso. Prossimo o non prossimo, non è dato sapere. Io so soltanto, per questo momento, che non dover scrivere le consuete cinque o sei recensioni bimestrali, per la rivista, mi rende la vita più bassa. Ma gli stili di vita personali qui non interessano. Non si vogliono galà o gazebo, né red carpet, o superlativi imbarazzanti. Né accampare diritti di sopravvivenza. 80 pagine di libri, ogni due mesi, è un mondo di cui non si dovrebbe fare a meno. Non fosse altro che per togliere certe rughe di espressione senza volare dall’estetista. Ma dico un’ultima cosa: la chiusura di Pulp Libri è una delle tante cartine al tornasole del rapimento continuo a cui siamo sottoposti. L’acido dilaga sui tavoli, dentro i cervelli, anche sulle passerelle take-away. “E’ stato bellissimo” non ripaga affatto di un avanspettacolo in cui nessuno è illeso. Che altro fare di questi “strapazzi” e “stracazzi”, per dirla come è uso fare l’Arbasino? Qualcuno risponda. O discaricando, taccia. 

Elio Grasso

mercoledì 2 ottobre 2013

notizie d’ottobre

ottobre Herman Wallace

Herman Wallace, l'uomo nella fotografia, ha 71 anni ed ha passato gli ultimi 40 anni della sua vita in prigione. In isolamento, solo un'ora d'aria al giorno, sempre da solo. Membro del Black Panther Party - una "pantera nera" - si trovava in prigione per rapina, quando gli comunicarono che aveva ucciso un secondino, bianco ovviamente. Secondo l'accusa, ci si erano messi in tre, per far fuori la guardia; ovviamente tutti e tre neri, tre "pantere nere". Il processo venne celebrato in quattro e quattr'otto, e, sempre nel quadro dell'ovvietà, vennero tutti condannati all'ergastolo, e all'isolamento. O certo, negli anni passati c'è stata una campagna per tirarlo fuori da una simile situazione, ma poi tutto è caduto nel dimenticatoio. Fino a qualche giorno fa, quando un giudice, Brian Jackson, ha deciso che quella vecchia sentenza era incostituzionale - sembra che in America, nelle giurie ci debba essere almeno una donna - e quindi ne ha ordinato l'immediata scarcerazione. Wallace è il secondo dei "tre del carcere Angola" che riguadagna la libertà; l'ultimo continua a marcire in qualche cella in Louisiana, o chissà dove. A quanto pare Wallace non si godrà a lungo la sua riconquistata libertà: ha un cancro al fegato che gli lascia poche settimane di vita. Nonostante questo, Hillar Moore - il procuratore di Baton Rouge, Louisiana - ha dichiarato che presenterà appello contro la decisione del giudice Jackson. Ne volevo pubblicare la foto, di Hillar, ma poi ho pensato che era meglio evitare di mostrare una simile oscenità!

martedì 1 ottobre 2013

strade non percorse

arancia

Non so a quanti possa dire qualcosa il nome di Si Litvinoff, ma ad ogni modo basta dire che si tratta della persona che opzionò per farne un film, "Arancia meccanica" (A Clockwork Orange), il romanzo di Anthony Burgess, fin dal 1965 e, successivamente affidò l'operazione a Stanley Kubrick, il quale nel 1971 ne trasse il film che tutti conosciamo. Ma prima di arrivare nelle mani di Kubrick, all'inizio del 1968, la bozza della sceneggiatura del film a venire, firmata da Terry Southern, venne inviata, insieme ad una copia del romanzo originale, ad altri registi, fra cui John Boorman, Roman Polanski, Ken Russell, Nicolas Roeg e ... John Schlesinger. A Schlesinger, venne spedita anche una lettera, la quale risulta interessante perché ci mostra quello che ne sarebbe potuto venir fuori, e che non è stato: un adattamento del romanzo di Burgess con protagonista, al posto di Malcom McDowell nel ruolo di Alex DeLarge, di un certo ... Mick Jagger che avrebbe dovuto muoversi sullo schermo con l'accompagnamento di una colonna sonora ... dei Beatles!!! Quello che segue, è la trascrizione della lettera:

February 2, 1968

Mr. John Schlesinger
22306 Pacific Coast Highway
Malibu, California

Caro John:

In allegato trovi:

1) A CLOCKWORK ORANGE – bozza
2) A CLOCKWORK ORANGE – romanzo (USA Edition)
3) THE WANTING SEED – romanzo (USA Edition)

Per quanto riguarda "Arancia Meccanica", abbiamo in mente di contrapporre i "Nasdats" (che hanno un look futuristico-edoardiano), e i loro linguaggio esclusivo, ad un società assolutamente scientfica (con i suoi atteggiamenti ed il suo linguaggio). I "Nasdats" sarebbero perciò l'equivalente di quegli uomini del Rinascimento. Solo in prigione, dove l'eposizione a questa nuova vita è limitata, si avrebbe una vita "normale" ed un linguaggio "normale". Tutto questo non viene trattato nella prima bozza, che è solo un punto da cui poi partire per decollare. Questo film aprirà nuove strade con il suo linguaggio, con il suo stile cinematografico e con la sua colonna sonora. (I Beatles sono innamorati del progetto, e Mike Jagger e David Hemmings sono entrambi desiderosi di giocare ad "Alex".)

Dopo che avrai letto la sceneggiatura ed il romanzo, sono sicuro che vedrai l'incredibile potenziale che noi tutti vediamo in questo progetto.

Telefonami, non appena avrai avuto la possibilità di leggere e pensare.

Cordialmente

(firmato)

SI LITVINOFF

arancia petizione

A quanto pare, la proposta di protagonista aveva intrigato parecchio il cantante degli Stones, che si era dichiarato ben felice di interpretare quel ruolo, solo che in quel momento aveva più carte in mano da giocare, dopo il successo di Blowup, l'attore inglese David Hemmings. Ovviamente, la faccenda non andava bene ai fan di Jagger, come dimostra la "petizione" (foto sopra) che venne recapitata a Southern, firmata da personaggi come Marianne Faithfull e da tutti i Beatles. Inutilmente.

 

fonte: Letters of Note