lunedì 23 settembre 2013

Noi, Zombie

dayofthedead

Nous les morts-vivants
di Claus Peter Ortlieb

Quando un giornalista famoso, quale è il redattore capo e direttore del Frankfurter Allgemeine Zeitung, pubblica un nuovo libro, il battage mediatico è inevitabile, a partire dagli stretti legami che uniscono l'autore ai suoi colleghi incaricati di recensirlo. In occasione della pubblicazione di "Ego. Das Spiel des Lebens" di Frank Schirrmacher, nel febbraio del 2013, si è cominciato, su Der Spiegel dell'11 febbraio, con un articolo di quattro pagine dove l'autore presenta le tesi principali del libro, per poi rispondere in un'intervista di due pagine. Lo stesso giorno, un ditirambo firmato da Jakob Augstein è apparso sul sito Der Spiegel online; Schirrmacher viene qualificato « il giornalista più emozionante del paese » e «innegabilmente, di sinistra ». Quest'ultimo punto viene confermato da Thomas Assheuer, che ci regala su Die Zeit del 14 febbraio una recensione che non poteva essere più benevola. Come si può vedere, in un primo tempo, le uniche critiche serie sono arrivate dalla « destra », per la penna di Cornelius Tittel, sulla versione online di Die Welt del 17 febbraio. A quanto pare, le valutazioni su Schirrmacher sembrano dipendere dal posizionamento politico di ciascuno. In realtà, tutto questo entusiasmo ha avuto come risultato quello di spingere il libro, nello spazio di due settimane, in cima alla lista dei best seller stilata da Der Spiegel, e mostra semplicemente fino a che punto sia caduto in basso il concetto di « sinistra ».
Il libro gioca sul senso - tanto inafferrabile quanto largamente diffuso nei centri capitalisti - del vuoto e dell'eteronomia, della perdita di senso e di scopo che oggi caratterizza in egual misura la vita privata e quella pubblica. Chiunque cerchi di andare oltre la semplice intuizione per far realmente luce sulla «alienazione» in questione dovrebbe immergersi nelle opere di Marx, Lukács, Adorno e qualche altro classico. Schirrmacher, invece, ci mostra involontariamente come si può fare a meno di tutto questo retroterra teorico; ci fa vedere a cosa rassomiglia una «critica del capitalismo» che non sa cosa sia il capitalismo. Il suo libro ci racconta la seguente storia:
Sessant'anni fa, dei militari, degli economisti e dei fisici americani avrebbero inventato la teoria dei giochi, un modello matematico per le situazione di conflitto, dove ciascuna delle parti in gioco si sforza di massimizzare il suo profitto individuale, con tutti i mezzi e senza alcun riguardo per gli altri. Questo strumento, e la sua implementazione nei computer, avrebbe permesso di vincere la guerra fredda contro l'Unione Sovietica. Poi, finita questa, numerosi fisici implicati nel progetto sarebbero andati a lavorare per Wall Street e, da lì, avrebbero imposto la logica della guerra fredda alla società civile. Ne sarebbe risultata, non solo l'automazione dei mercati, ma anche quella degli uomini e, di conseguenza, la creazione di una nuova specie - il libro gli conferisce il nome di "numero due" - focalizzata esclusivamente sul proprio interesse personale e perfettamente conforme all'ideologia neoliberista. La trascrizione di questa logica automatizzata sugli individui sarebbe avvenuta per mezzo del Personal Computer, che ha messo in rete uomini e mercati.

ego

Questo racconto costituisce il tipico esempio di una critica borghese della tecnica, cioè a dire una critica che fa astrazione dei rapporti di produzione dominante, e che pretende di vedere, all'occorrenza, nella teoria dei giochi e nell'informatizzazione la causa di tutti i mali che si sono abbattuti su di noi dopo il 1989 e la causa del neoliberismo. Oltretutto, la teoria dei giochi è adatta a questo ruolo solo fino ad un certo punto: essa si applica, in effetti, esclusivamente alle situazioni di conflitto dove ciascuna delle parti in causa conosce sia le possibilità d'azione (le regole del gioco) che gli obiettivi prediletti dagli altri giocatori; non funziona quando le preferenze non sono note e devono essere scoperte. Parimenti, va considerato un impasse, la concezione che sottende alla dottrina economica neo-classica, per cui tutti gli uomini condividono un principio soggettivo di profitto che li porterebbe sempre a cercare di massimizzarlo: non solo questa concezione non riesce a dar conto di tutte le situazioni, ma inoltre non può essere dimostrata empiricamente, né essere tradotta, a fortiori, in equazioni o in un modello informatico.
Se la teoria dei giochi si è potuta dimostrare di una qualche utilità, nel corso della guerra fredda, è stato perché ciascuno dei due campi seguiva la medesima logica elementare che consisteva nel volere, sia vincere un'eventuale guerra nucleare, sia impedirla in forza di una dissuasione reciproca. Ma nessuno può dire - come Schirrmacher lascia intendere - che l'Unione Sovietica sia stata vinta, a questo gioco; sappiamo, al contrario, che essa è caduta per altri motivi, notamente economici. L'idea di spiegare il dominio crescente dei mercati finanziari, a partire dagli anni 1980 - una categoria professionale minacciata di licenziamento avrebbe deciso di abbandonare le organizzazioni militari e di andare a lavorare per Wall Street - è un'idea del tutto stravagante: inoltre, ls necessità delle loro competenze avrebbe dovuto farsi sentire già da molto prima. La teoria dei giochi, in effetti, poteva essere esercitata nel dominio dell'automazione del traffico di borsa, dove tutte le parti in gioco hanno delle possibilità di azione conosciute (comprare e vendere titoli finanziari di ogni tipo) e cercano invariabilmente di massimizzare il loro profitto personale. Tuttavia, applicare questa teoria ad altri mercati, dove almeno qualcuno dei partecipanti persegue degli obiettivi non quantificabili, potrebbe rivelarsi problematico; dal momento che la nozione di « automatizzazione degli uomini » rimane del tutto vaga. A tale proposito, si invocano - anche se non hanno niente a che fare con la teoria dei giochi - gli algoritmi di cui si servono Google, Amazon ed altri per studiare i comportamenti di ricerca e di consumo degli utilizzatori, al fine di proporre loro delle offerte pubblicitarie personalizzate. Ma chi ci obbliga ad accettare tali offerte?

errore

Sembra che il libro di Schirrmacher abbia sedotto più di un commentatore, a partire dalla sua invettiva contro l'economizzazione neoliberista dell'insieme della società e contro l'« homo oeconomicus » che si sarebbe imposto nella realtà per mezzo della figura del «numero due », ma anche contro il deficit che si traduce in termini di perdita sia di sovranità politica - l'arringa della Merkel per una "democrazia conforme al mercato", per esempio, ne fissa bene i contorni - che individuale, per cui gli individui perdono il controllo della propria vita. Un'altra attrattiva del libro, risiede nello status del suo autore; in quanto redattore in capo associato della FAZ, viene giudicato in grado di mettere in atto una « critica del capitalismo dal cuore stesso del capitalismo ». Il fatto che la spiegazione che viene data nel libro per l'avverarsi di questa situazione manchi sia di logica che di fatti storici, non ha, per chi la propone, la minima importanza.
In tutto quest'affare, bisogna ricordare che interesse personale e ricerca del profitto - come tutti sanno - non sono affatto delle invenzioni del neoliberismo; in quanto motori dell'attività economica, l'uno e l'altra sono, al contrario, vecchi quanto il capitalismo. Adam Smith ne vantava già i meriti nella sua opera principale, nel 1776, sperando che, contro ogni ragione, attraverso il meccanismo del mercato « guidato da una mano invisibile » questi due principi contribuissero alla felicità universale. Quanto al ruolo dello Stato moderno, dotato o meno di una costituzione democratica, esso stesso esiste fin dalle origini per assicurare le condizioni necessarie alla valorizzazione del capitale. Non si è mai posto il problema di una democrazia non conforme al mercato. E il margine di manovra, lasciato alla politica all'interno di questo quadro, si riduce sempre di più sotto l'effetto della crisi.
Il neoliberismo costituisce la risposta alla crisi di sovraccumulazione che colpisce in modo inarrestabile dopo gli anni 1970. Anche se non può vincere, ha trovato il modo di compensare, per un certo tempo, l'esaurimento di produzione del plus-valore reale: abbassamento dei salari reali, agevolazioni fiscali per i redditi da capitale, deregolamentazione del settore finanziario e, soprattutto, integrazione degli ultimi domini rimasti della vita sociale dentro il processo di valorizzazione capitalista. Tutto ciò non ha molto a vedere con la teoria dei giochi, e l'automatizzazione (parziale) dei mercati stessi, se contribuisce indubbiamente a questo processo, non ne è affatto la causa. Non riusciamo a capire come il « numero due » di Schirrmacher sia arrivato «ad abbandonare il laboratorio e a soppiantare nella realtà quotidiana la vecchia umanità rimasta allo stato naturale» (Assheuer), dal momento che in nessun punto del libro si tratta di lavoro, quel lavoro di cui il capitalismo non può semplicemente fare a meno.

Dead Man Working

Le cose vanno in modo assai diverso nel libro "Dead Man Working" di Carl Cederström e Peter Fleming che comincia con un'osservazione del tutto pertinente: «Anche i suoi più ardenti sostenitori, riconoscono che il capitalismo ha reso l'anima in un momento più o meno precisato degli anni 1970. Tutti gli sforzi per rianimarlo hanno fallito. Eppure, stranamente, adesso che è morto, sembra diventato (...) più potente e più influente che mai. Questo libro tratta di quello che significa vivere e lavorare in un mondo morto.» Si concentra in particolare sul seguente strano fenomeno: benché l'«era del lavoro» stia volgendo al termine, la lotta per dei posti di lavoro sempre più precari e privi di senso diventa sempre più feroce e adotta delle forme sempre più aberranti. Di fronte alla sparizione del lavoro e, con esso, della «sostanza del capitale» (Marx), il capitalismo sembra incapace di reagire in modo adeguato, per esempio condividendo in modo equo il lavoro che è rimasto. Al contrario, in nome del vantaggio di poter conservare una concorrenza sempre più crescente, si estrae da coloro che hanno ancora un lavoro fino all'ultima briciola di plus-lavoro. Detto ciò, lo sfruttamento del lavoro non è certo una novità, dal momento che senza di esso non ci sarebbe affatto capitalismo. La novità, è che è scomparsa la divisione fra lavoro e tempo libero, fra produzione e riproduzione: « Il capitalismo attuale ha di particolare che la sua influenza si estende ben al di là dei luoghi di lavoro. Il fordismo lasciava ancora i fine-settimana e il tempo libero relativamente intatti. Il suo ruolo era quello di sostenere indirettamente il mondo del lavoro. Oggi giorno, invece, il capitale cerca di sfruttare perfino la nostra socialità, in tutte le sfere della vita. Nel momento in cui ci trasformiamo tutti in "capitale umano", non ci si può più accontentare di dire che abbiamo o facciamo un lavoro. Noi siamo il lavoro. E anche quando la giornata di lavoro sembra essere finita. » Secondo Cederström e Fleming, il risultato è la specie dei « dead men working », i morti viventi che lavorano, incapaci di vivere ed in attesa di una fine che non arriva. Questa nuova specie di uomini ha innegabilmente una spiccata somiglianza con il « numero due » di Schirrmacher, ma essa ha origine da un'evoluzione sociale assai più plausibile.
L'estensione del lavoro a tutte le sfere della vita si accompagna ai tentativi di "gestione liberatrice del personale" (liberation management), volti a far entrare la « vita » nel lavoro, e di cui Cederström e Fleming descrivono le manifestazioni concrete, sovente grottesche. Queste comprendono gli « esercizi per entrare in equipe » a livello delle feste di compleanno dei bambini, dove si invita a mostrarsi « autentici » in ogni circostanza, ad assumere il luogo di lavoro come una sala di soggiorno, a divertirsi, o perfino a dare libero sfogo al proprio odio per il capitalismo in generale, e della propria impresa in particolare. Si cerca in tal modo di far sì che gli impiegati si investano completamente nel loro lavoro e si rapportino, così, molto di più all'impresa.
Solamente che l'equazione  « il lavoro è la vita, e la vita è il lavoro » non regge: le interruzioni di lavoro a causa di malattie psichiche sono aumentate in proporzioni drammatiche, e solo il consumo di psicofarmaci riesce a preservare la capacità lavorativa; esaurimento e depressione vengono oramai considerati come malattie della società, insieme, perfino, al suicidio.
Detto secondo la terminologia della critica del valore: una vita votata esclusivamente al lavoro, senza la più piccola possibilità di rifugiarsi nella sfera della riproduzione - una sfera dissociata, con connotazioni femminili e svalorizzate, che obbedisce ad un'altra logica - chiaramente non è più vivibile, La conclusione che se ne deve trarre, "Dead Man Working", ce lo indica da subito:  « Essere un lavoratore non ha niente di glorioso. Una politica dell'occupazione degna di questo nome non dovrebbe avere più come obiettivo un lavoro più giusto, un lavoro migliore o più o meno un lavoro, ma la fine del lavoro.»
Per questo bisognerebbe - e qui le cose si complicano - mettere fine, allo stesso tempo, al patriarcato capitalista.

- Claus Peter Ortlieb - apparso sulla rivista "Exit!", marzo 2013 -
fonte : http://palim-psao.over-blog.fr

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domenica 22 settembre 2013

Scassapagliara

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Pagghiaru nel Palermitano, pagliaru nelle province di Agrigento e Caltanissetta, è «stanza di frasche e di paglia, dove ricoverare la notte al coperto quegli che abitano la campagna. Capanna». Così nel dizionario siciliano del Mortillaro; e così io li ricordo, i pagliara (plurale in a) di cui nell'estate si animava la campagna: a guardia del grano falciato, degli orti; e un pagliaru alloggiava intere famiglie, nelle ore calde e quando si faceva pungente il gelo della notte. Non più di quattro metri quadrati, dentro: e vi si ammonticchiavano un numero incredibile di persone. Alle prime piogge, cominciavano a infradiciare; finché, raccolta l'ultima mano di pomodoro, non venivano smontati. E la famiglia tornava in paese, al triste autunno tra le case. Di cose, dentro un pagliaru, ce n'erano pochissime: un paio di pentole di coccio, una per preparare la minestra (quasi sempre minestra: e chi passava di sera vicino a un pagliaru sentiva l'odore della cipolla che bolliva insieme alla zucca, al pomodoro, all'aglio) e una per l'estratto di pomodoro; tanti piatti quante erano le persone, e così le posate dette di stagno, ma erano di peltro, immemorialmente ereditate; pochissima biancheria e, ma non sempre, un paio di vecchie coltri di cotone.

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Andare a rubare in un pagliaru, nei rari momenti in cui restava incustodito, sarebbe stato dunque tanto facile quanto infame: e perciò scassapagliara erano detti i ladruncoli, quelli che rubavano povere cose a gente povera quanto loro. Ironia, disprezzo: i pagliara erano sempre aperti, che abilità c'era ad entrarvi e a rubare? E che se ne cavava, poi? Qualche piatto, una pentola, un mazzetto di posate di stagno, un paio di stracci.
Ladro povero, dunque, lo scassapagliara. Senza sentimento. E senza dignità di ladro. La quale dignità sembra consista, oltre che nell'entità del bottino, nella capacità di guadagnarselo con qualche difficoltà: lo scassinamene, l'effrazione. Nessuna difficoltà e nessun frutto: l'estrema abiezione, per un ladro. E perciò su di lui scende il disprezzo del ladro grosso, del ladro che ha mestiere, regole e sentimenti. Del mafioso.
Scassapagliara. E il termine comincia ad avere ora una certa fortuna: nel giornalismo, nel lessico nazionale. Ed ho voluto fissarne il significato originale, nel dubbio che la parola segua la stessa sorte di quella lupara che ormai quasi tutti credono sia un'arma, e precisamente il fucile a canna mozza, mentre è invece il piombo che si usava per la caccia al lupo, per la caccia grossa; i pallettoni, insomma, i goccioloni del Tommaseo.
S'intende oggi per azione di scassapagliara ogni fatto delittuoso che avviene in Sicilia in zona mafiosa ma senza l'intervento della mafia. I colpi più o meno grossi, i delitti più o meno efferati: ma dilettanteschi, senza radici nell'humus fecondo e protettivo dell'ambiente; e anzi l'ambiente subito li rigetta, rendendo facile alla polizia la ricostruzione del crimine e l'identificazione dei colpevoli.

- Leonardo Sciascia - da "Nero su Nero" -

sabato 21 settembre 2013

ragazzi

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Newark, Stati Uniti, 1943. Robert (Baby Face) Naschik, 16 anni, arrestato con l'accusa di rapina a mano armata, in seguito alle descrizioni fornite alla polizia dagli avventori del bar and grill in cui è avvenuto il fatto. Il giovane, che ha ammesso di aver compiuto trenta, fra rapine e furti, è scappato il 5 luglio dal Riformatorio di Stato del New Jersey. (foto Corbis)

venerdì 20 settembre 2013

Sveglia!

Bussatori

Per lo più, usavano delle lunghe aste fatte di canna di bambù ma, come si può vedere nella foto a sinistra qualcuna si ingegnava utilizzando una cerbottana, per picchettare alla finestra del cliente che aveva richiesto di essere svegliato ad una certa ora, dubbioso di riuscire a levarsi tutte le mattine, da solo, per andare al lavoro. Li chiamavano 'knocker-ups' nella Londra di fine '800 (ma la foto a destra è stata scattata nel 1929!) dove ancora non si erano diffuse ... le sveglie!

giovedì 19 settembre 2013

l’estetica della merce

kurz

Dall'estetica della merce all'estetica della crisi
di Robert Kurz
 
La moderna economia di mercato tende a dissolvere ogni contenuto nella forma. La forma del valore economico, pur non potendo mai realmente esistere senza contenuto, mira, per la sua logica interna, all'autonomizzazione. Il denaro diventato scopo in sé, rende indifferente il contenuto. Un «guru» del management ha riassunto questo fatto in questa semplice formuletta: «Per avere successo devi credere in qualcosa - non importa in che cosa». I produttori di caramelle credono alla necessità storica delle caramelle e vi prestano ogni giorno un sacro giuramento; i produttori di reggiseni, fondi di investimento o bombe atomiche, si devono riferire con la stessa fede al loro oggetto di mercato. Chi cambia settore muta dunque anche la sua fede e la sua comunità di fede. E con ogni nuovo prodotto nasce una nuova religione del marketing. Lo stesso politeismo si trova sul lato del consumo. Anche se gli attori del mercato totale non hanno più alcuna personalità e non sono più niente in quanto esseri umani, tuttavia anche i più poveri tra di loro sono ancora in qualche modo consumatori di merci. Perfino coloro che sono stati espulsi dalla produzione regolare possono ancora riassumere la loro appartenenza al mondo delle merci secondo la formula: consumo, dunque sono.
Questa formula magica capitalistica conserva la sua forza proprio quando si tratta di un orizzonte di meri desideri, che per mancanza di potere d'acquisto rimangono in gran parte irrealizzabili. Sia che il consumo sia reale, oppure si svolga solo nella fantasia, gli oggetti dei desideri si trasformano comunque in oggetti di culto. Quanto più gli individui perdono d'importanza, tanto più si caricano di significato perfino gli oggetti più insignificanti della vita quotidiana. L'aura secondaria, e quasi religiosa, degli oggetti di produzione e consumo è naturalmente solo simulata. Lo si vede già dal fatto che sono assolutamente intercambiabili.
Dal momento che l'indifferenza della forma capitalistica nei riguardi di ogni contenuto sostanziale diventa insopportabile, il rapporto perduto con la qualità sensibile degli oggetti deve venir ripristinato in modo allucinatorio. Questo processo assume la forma di un gioco, ma non di un gioco intelligente, bensì infantile. Tutti sanno che per la maschera sociale del capitale, il carattere materiale, di volta in volta diverso, di cibi, vestiti o edifici e di tutte le altre cose, è completamente nullo, perché tutte queste cose appaiono sempre come lo stesso oggetto del denaro, il quale cambia la sua forma, come Proteo. Poiché questa nullità del contenuto sociale non deve venir intaccata, la carica allucinatoria delle merci si deve riferire a qualcos'altro: la qualità sensibile persa viene simulata sul piano della forma estetica. Il totalitarismo della forma rimane dunque intatto; l'indifferenza della forma sociale non viene superata, ma travestita esteticamente.

kurz benjamin

L'estetica della merce non deve però venir confusa con l'estetica delle opere d'arte. L'arte tradizionale si pone come uno dei suoi obiettivi quello di superare la contraddizione tra forma e contenuto; e lo fa attraverso il tentativo sempre rinnovato di conferire un'immediata espressione sensibile «alla cosa stessa». Fa perciò parte dell'estetica di un'opera d'arte il rimanere, anche quando diventa «tecnicamente riproducibile» (Walter Benjamin), in un certo senso sempre unica e inconfondibile: non come esemplare singolo, ma nella sua combinazione unica di materia e forma. Anche in milioni di copie, la Giraffa che brucia di Salvador Dalí, il Discobolo di Mirone o una canzone hip­hop di Dr. Dre rimangono una rappresentazione unica e irripetibile. Su questo piano non esiste riproducibilità tecnica.
L'estetica della merce invece è design: non espressione della «cosa stessa» ma, al contrario, vestito della sua universalità astratta come oggetto del vendere e del comprare - e dunque tutt'altro che inconfondibile. L'arte può essere formalmente merce, ma la merce non può mai essere arte per il suo contenuto. Perciò il design non è una questione artistica, ma appartiene all'ambito del marketing. Il design non cerca di conferire a un determinato contenuto qualitativo una forma che corrisponda a questo e al suo contesto; vuole piuttosto caricare la nullità totale del contenuto con un'aura di significato secondario. Come il contenuto sensibile e materiale della merce capitalistica non è autonomo, bensì figura solo come portatore indifferente del valore economico, così anche la forma del design non ha un significato estetico proprio, bensì rimanda a una funzione al di là del suo nesso con la materia casuale.
Questa funzione è l'«immagine» della merce. Da molto tempo, la pubblicità cerca di collegare dei volgarissimi beni di consumo per mezzo di sentimenti positivi. Non si ama l'oggetto stesso, nel modo in cui, per esempio, qualcuno può amare un vecchio mobile che ha accompagnato la sua vita. Piuttosto, un bene di per sé banale (o addirittura idiota) deve diventare «rappresentativo» di determinati sentimenti sociali. Come si sa, le campagne pubblicitarie suggeriscono che insieme ad un sapone si compra, allo stesso tempo, anche fascino e bellezza; insieme ad una cioccolata il successo; e con un'automobile il sex-appeal o la libertà. I sogni e le invenzioni personali vengono piuttosto rimossi in questo modo, poiché 1'immagínazione della merce punta a dei cliché: la donna bella e sicura di sé, l'uomo forte e pieno di successo, la figura giovanile, l'anziano ancora attivo ecc. Benché l'inganno sia relativamente facile da comprendere cognitivamente, esso può ugualmente agire inconsciamente. Questo vale tanto di più quando si sposta la relazione estetica tra la merce e la sua immagine. Nella totalizzazione del mercato aumenta il capovolgimento di mezzo e fine: la pubblicità non rimanda più al prodotto, ma il prodotto annuncia la gloria della pubblicità. Gli oggetti perdono definitivamente la loro dignità.

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La loro forma estetica si stacca virtualmente dalla materia, diventando il design di un'immagine a forma di merce. In questo contesto troviamo anche il fondamento sociale delle filosofie postmoderne e delle teorie dei media, che vogliono appianare sul piano della teoria la differenza tra essenza e fenomeno, concetto e oggetto, significato e significante. Esse riflettono inconsapevolmente il distacco progressivo del design dal corpo della merce. La trasformazione specificamente postmoderna della gnoseologia in estetica è sempre già un'estetica della merce. Il design autonomizzato dell'immagine delle merci si mette al posto del godimento di oggetti reali. Nell'ex-socialismo di stato, ugualmente produttore di merci, gli uomini partecipavano, sul piano socio-psicologico ed estetico, al capitalismo privato dell'economia di mercato, in quanto raccoglievano i contenitori vuoti ed il materiale di imballaggio delle merci occidentali come oggetti artistici e di culto, per esempio bottiglie vuote di Coca-Cola. Un feticismo simile si vede quando oggi bambini e giovani trasferiscono la loro immaginazione sui nomi e sui simboli di alcune marche di vestiti, giocattoli e giochi elettronici. Non è la particolare qualità sensibile e pratica a diventare status symbol, ma la marca. L'estetica del segno astratto sostituisce l'estetica dei contenuti.
Quando la riproduzione materiale, il godimento sensibile, l'estetica delle cose stesse e la prassi reale vengono socialmente abbassate ad effetti collaterali e senza importanza, allora il design, in quanto mera immagine, può sostituire quasi completamente l'oggetto degradato. Non a caso, la commercializzazione totale va di pari passo con una medializzazione altrettanto totale. La realtà ingombrante deve sparire perché il capitalismo vada liscio e senza frizioni. Guy Debord ha descritto precocemente questa tendenza come «società dello spettacolo». L'autonomizzazione del design continua con la vittoria della pseudo-realtà simulative dei media sulle esperienze e sulle relazioni reali. L'immaginazione permanente di cliché distrugge l'infinita varietà del reale. Nel gergo giovanile postmoderno, sia gli atteggiamenti personali che gli eventi reali vengono chiamati «film».
Se la realtà è il «film» peggiore, allora il «film» è forse la realtà migliore.

kurz superman

Questo sviluppo del capitalismo postmoderno che ci ha portato fino alla perdita assurda del concetto di realtà, sarebbe impossibile se non trovasse il suo corrispettivo nella forma dei soggetti stessi. Negli anni Ottanta si è compiuta e radicalizzata la tendenza storica, del moderno sistema produttore di merci, ad attuare la dissoluzione di tutti i legami sociali attraverso un'ultima grande avanzata dell'«individualizzazione». Ognuno è il proprio Dio, il proprio schiavo, il proprio allenatore e il proprio film dell'orrore. Anche questo estremo avanzamento dell'individualità astratta viene investito dall'estetica della merce: ognuno è la propria opera d'arte totale [Gesamtkunstwerk]. Come gli índividui adesso si trasformano non solo con la loro forza-lavoro, ma letteralmente dalla testa ai piedi in «merci bipedi», così essi immaginano se stessi come un design vivente. Il mondo dei produttori e consumatori di merci diventa un grande palcoscenico (o schermo) e ogni uomo l'attore di se stesso.
Al posto di relazioni e conflitti sociali subentra la «messa in scena di se stessi», di finte personalità che lavorano all'estetizzazione della loro biografia. Riferiscono immediatamente a se stessi tutto ciò che vedono e sentono: il mondo esiste, sempre ed ovunque, solo perché fa parte del «mio» design. Tutto ciò ricorda fortemente i sintomi clinici della schizofrenia. Non solo indumenti e oggetti di arredamento, ma anche scenari storici, paesaggi interi, la propria famiglia e infine pure il partner nel letto appaiono come meri accessori dell'autorappresentazione messa in scena. Perfino la prima colazione in casa si trasforma in uno spot pubblicitario. Anche la critica sociale e il corpo diventano immagini autonome o mero materiale d'imballaggio. Da qualche anno, ogni estate si radunano a Berlino centinaia di migliaia di giovani per la "love parade". Si tratta non solo di una parodia commercializzata delle manifestazioni politiche di una volta, ma soprattutto di una rappresentazione massiccia di design erotico. I guardiani conservatori della morale si scandalizzano inutilmente di fronte alla messa in scena di denudamenti bízzarri: questi giovani non sono più sessuali di quanto lo siano dei manichini da vetrina. Più si sessualizza il design e più diventa pudico il comportamento. L'attività erotica reale degli individui postmoderni è caduta sotto il livello dell'epoca vittoriana.
Inevitabilmente, la metamorfosi del "Sein" che si trasforma in design si estende alla fine anche ai fenomeni del degrado sociale ed economico, alle crisi ed alle catastrofi. Il postmodernísmo è possibile perfino in una variante misera. Se e quando nel passato la povertà è stata estetizzata, si trattava sempre della povertà degli altri. Le viventi opere d'arte totali postmoderne estetizzano invece la propria povertà. Perfino il lavoro più misero, genere McDonalds, diventa un soggetto estetico importante, poiché ad esercitarlo è nientemeno che il rappresentante di un'autobiografia che viene messa in scena. L'indifferenza del design autonomizzato nei confronti di ogni contenuto si dirige così contro i soggetti stessi della messa in scena. Naturalmente, quest'estetizzazione della crisi non è prolungabile all'infinito. Presto o tardi verrà raggiunta una soglia critica. Ma come si comporteranno allora gli uomini degradati a design del proprio essere merci?
L'estetizzazione della violenza da parte del fascismo ha forse già prefigurato la fine terribile del postmoderno.

- ROBERT KURZ _

fonte: ozio produttivo

mercoledì 18 settembre 2013

Ned Ludd!

Luddisti Sono Tra di Noi

Il 27 febbraio del 1812 fu un gran giorno per il capitalismo. Fu il giorno in cui George Byron entrò alla Camera dei Lord per la prima e per l'ultima volta. La riunione era presieduta dal primo ministro Spencer Perceval e la discussione verteva intorno all'opportunità di introdurre un nuovo reato, nel codice penale, e la conseguente sanzione. La legge, il "Frame Work Bill" introduceva la pena di morte per chi distruggeva una macchina industriale, un telaio, ecc. Il progetto di legge era già stato approvato alla Camera dei Comuni. William Lamb, futuro primo ministro, si espresse per il voto a favore, consigliando a tutti i suoi pari di fare lo stesso, dacché "la paura della morte ha un’influenza poderosa sulla mente umana". Byron ci provò,  e fece un'opposizione ammirevole, ma del tutto inutile. Descrisse i soldati come un esercito di occupazione. Parlò dell'ostilità che suscitavano nella popolazione. Aggiunse perfino una sorta di supplica:
"Non c’è ancora abbastanza sangue nel vostro codice legale per versarne dell’altro ancora che ascenda al cielo a testimoniare contro di voi? E come si potrà applicare questa legge? Si collocherà una forca in ogni paese e di ogni uomo si farà uno spaventapasseri?"
Ma nessuno lo appoggiò. Dopo aver abbandonato per sempre il parlamento, e prima di abbandonare l'Inghilterra, pubblicherà "Abbasso tutti i re tranne Re Ludd"!

luddbyron

As the liberty lads o'er the sea
Bought their freedom, and cheaply, with blood,
So we, boys, we
Will die fighting, or live free,
And down with all kings but King Ludd !

When the web that we weave is complete,
And the shuttle exchanged for the sword,
We will fling the winding sheet
O'er the despot at our feet,
And dye it deep in the gore he has poured.

Though black as his heart its hue,
Since his veins are corrupted to mud,
Yet this is the dew
Which the tree shall renew
Of  Liberty, planted by Ludd !

 

La legge entro ben presto in vigore e nel gennaio 1813 George Mellor, catturato con l'accusa di aver partecipato all'attacco al Rawfolds Mill di William Cartwright, venne appeso per il collo. Pochi mesi  dopo, fu il turno di altri quattordici, che avevano attaccato la proprietà di Joseph Radcliffe, ricco industriale. Con l'estendersi della ribellione, si complicava anche la mappa della connotazione dei partecipanti: seguaci di Tom Paine; levellers; ranters; diggers. Ma anche i primi organizzatori delle Trade Unions (fra i luddisti non c'erano solo tessitori, ma gente di tutti i mestieri) ed emigranti giacobini irlandesi. Si sa, l'internazionalismo rivoluzionario si ripropone sempre, fin da quando è stato conosciuto col nome di spartachismo.

LuddDouglasSpartacus

Ci saranno ancora, i luddisti, vent'anni dopo, nelle campagne con Capitan Swing, e a Londra, quando verranno fondate le prime organizzazioni della classe operaia. Altri, confinati in territori stravaganti, lasceranno traccia di sé, in Australia e in Polinesia: itinerari simili a quelli che percorreranno i rivoltosi della Comune di Parigi e della Rivoluzione Spagnola. Itinerari da ripercorrere, oggi, contromano, utilizzando gli strumenti che abbiamo, in cerca di storie, di memorie, di sogni cui aggrapparsi. E lasciarsi tirare!

martedì 17 settembre 2013

regali

dono

Sul dono  e sullo scambio – di Alan Testart

Uno degli aspetti più curiosi del "Saggio sul dono" di Marcel Mauss sta nel fatto che, pur facendo l'elogio del dono, insiste un po' troppo sul famigerato  « obbligo a ricambiare » e finisce così per farci dimenticare la distinzione fra donare e scambiare. In effetti, se si potesse assimilare la sequenza dono-controdono ad uno scambio, qualsiasi fenomeno di circolazione potrebbe senza dubbio essere ricondotto sotto l'etichetta dello « scambio »: questo - si sa - è la strada presa da Levi-Strauss, largamente condivisa da molti.
Da ciò, ne è risultata una sorta di filosofia, il cui credo principale vuole che lo scambio sia alla base di ogni vita sociale.
Ora è chiaro che tale opinione ha potuto formarsi, e prevalere, solo grazie alla confusione fra scambio e reciprocità, all'assimilazione abusiva della catena dono/contro-dono da parte dello scambio, o grazie alla rimozione di un concetto sociologico assai evidente come quello della dipendenza.
Si è finito per parlare solo di « scambio » e di « forme di scambio » (ristrette o generalizzate, dentro un ciclo o al di fuori di esso, ecc. dando così la prevalenza ad un punto di vista cinematico), anziché vedere nello scambio solo un caso particolare, assai particolare, fra tutte le forme di circolazione; un caso che è tutt'al più a fondamento solo di qualche società fra tutte quelle di cui studiamo la storia e la geografia.
Lo scambio è sicuramente alla base della nostra società - tutto il mondo lo vede - alla base della nostra economia di mercato, cos' come della nostra ideologia politica, e perfino alla base del nostro modo attuale di « comunicare ». Ma come non vedere, ugualmente, che la società della Cina classica si fonda su un rapporto di dipendenza tra il sovrano ed i suoi sudditi, e niente affatto sullo scambio? Come non vedere che nelle società dominate dai vincoli di parentela, come quelle dell'Australia aborigena, la vita sociale si organizza in funzione di dipendenze reciproche e simmetriche, e non in funzione dello scambio? Chi non vede che nella costa nord-ovest del Nord America si aveva a che fare innanzitutto con doni e contro-doni, e che questo avveniva tanto nella vita sociale ed economica, quanto nei rapporti che gli uomini intrattenevano con gli spiriti? Chi non vede che nella più parte delle società dell'Africa, oppure del sud-est asiatico, è il debito a svolgere il ruolo principale, tanto nella società che nella religione, un debito dovuto a titolo di risarcimento , di cui spesso abbiamo sottolineato le differenze rispetto allo scambio?
Lo scambio non è affatto la chiave delle società, è tutt'al più la chiave di una società che, diventata coestensiva a tutto il mondo, è nondimeno, sociologicamente parlando, una fra tante.
L'egemonia teorica accordata allo scambio è solo effetto dell'etnocentrismo.

- Alan Testart - Critique du don, Paris, Syllepse, 2007, pp. 69-70 -

lunedì 16 settembre 2013

Sopravvivere alla scuola

vanbimbi
Il testo che segue è stato pubblicato da Claude Guillon nel 1995, sotto forma sia di volantino che di giornale murale, in risposta all'Avviso agli studenti (Avertissement aux écoliers et lycéens) di Raoul Vaneigem; opuscolo, quest'ultimo, che aveva incontrato uno spettacolare successo commerciale e mediatico, in Francia.
Raoul Vaneigem è noto per aver pubblicato, nel 1967, un "Trattato sul saper vivere. Ad uso delle giovani generazioni"; un libro, bello e sovversivo, come scrivevano Guy Debord e Gianfranco Sanguinetti nel 1970. Dopo di che, Vaneigem si è reso celebre per aver abbandonato Parigi il 18 maggio del 1968, in piena agitazione rivoluzionaria, per raggiungere il luogo delle sue vacanze sulla costa mediterranea - vacanze senza dubbio ben guadagnate e, in ogni caso, programmate da tempo - tutto questo dopo aver apposto la sua firma in calce ad un proclama che chiamava all'azione immediata. Commentando quest'episodio, Debord e Sanguinetti, i suoi vecchi compagni dell'Internazionale Situazionista, assicuravano di non dubitare né del suo coraggio, né del suo amore per la rivoluzione, ma ...
« A parte la sua opposizione, ben documentata ed una volta per tutte, alla merce, allo Stato, alla gerarchia, all'alienazione e alla sopravvivenza, Vaneigem, molto chiaramente, non si è mai opposto a niente nella sua vita, al suo ambiente, alle sue frequentazioni - ivi comprese la sua frequentazione dell'I.S.»
Questi particolari non compaiono affatto nella "biografia di Raoul Vaneigem" che è messa in appendice al suo "Avviso agli Studenti" (edizioni Mille et une nuits, agosto 1995). Non sarebbero stati inutili, messi nelle sue memorie, dal momento che possono spiegare il successo mediatico di questo piccolo libro e del suo incredibile contenuto. Propagandata come un "curriculum vitæ", la suddetta "biografia" riesce nondimeno ad illuminare il percorso dell'autore. Le sue attività rivoluzionarie, ribattezzate « partecipazione all’Internazionale situazionista », vengono menzionate accanto ad altri lavori e diplomi ( posto di insegnante in una scuola normale, da una parte, collaborazione all'Enciclopedia del mondo attuale, dall'altra) che giustificherebbero ampliamente il fatto che sia stato commissionato a Vaneigem, da parte del Ministero dell'Educazione, un "Rapporto sulla possibilità della Scuola di sfuggire alla rabbia delle sue vittime".
L'unico errore tattico imputabile al vecchio rivoluzionario, è quello di aver pubblicato il suo Rapporto prima di aver ottenuto i suoi crediti.
Incapace, nel 1968, di riconoscere la rivoluzione - che era davanti ai suoi occhi  e che aveva descritto così bene un anno prima nel suo Trattato, oggi Vaneigem descrive - in uno stile molto più imbarazzato - un' «evoluzione dei costumi» del tutto fantomatica.
vansitua
Avete letto bene: Raoul Vaneigem, ex-situazionista, raccomanda alla scuola di ispirarsi alla famiglia; pardon, alla "comunità familiare"! Si sente in quest'ultimo termine un'influenza ideologica del tipo "SOS Racisme", in un contesto generale che non sfigurerebbe sulle colone di "Enfants" o di "Le Monde de l’Éducation". Oltre al carattere visibilmente delirante - per chiunque si dia un'occhiata intorno, in una piazza o su una spiaggia, o che faccia semplicemente delle letture un po' più variegate di quelle relative alla nostra laurea in Filologia romanza - quel che colpisce in questa sfilza di affermazioni, è il fatto che esse poggiano sul niente. Non una sola volta che l'autore si abbassi a citare un esempio che faccia da sostegno alle sue affermazioni (l'unico riferimento è quello ad un articolo che parla di frode fiscale!). Si accontenta di essere positivo, come seguendo così le raccomandazioni di una catena di ipermercati.
Si noti come il passaggio che riguarda le scuole materne raggiunga l'apice della cecità, o della scelleratezza. E' vero che il punto di vista, secondo il quale questi luoghi di lavaggio del cervello - dove si preferisce generalmente la manipolazione psicologica agli schiaffi - sarebbero l'esempio da seguire per tutto il sistema educativo, è ampiamente diffuso presso tutta la feccia di sinistra. Scommetto che non c'è da cercare più lontano per le "fonti d'informazione" dello sfortunato Vaneigem.
E' solo nell'atteggiamento verso i bambini che è percettibile un cambiamento positivo, ci assicura Vaneigem, probabilmente abbonato al Nouvel Observateur:
« Non si vede forse, col favore di una reazione etica, qualche magistrato coraggioso spezzare l'impunità che garantiva l'arroganza finanziaria? Tassare le grandi fortune (l'1% dei francesi possiede il 25%  della ricchezza nazionale e il 10% ne detiene il 55%), tassare gli introiti incassati dagli uomini d'affari  [...]. » (p. 73)
Il successo mediatico dell'Avviso ("Tutti i liceali dovrebbero leggerlo" - è stato detto su Canal-Plus) riposa sul fatto di essere la Buona Novella per quanto concerne la scuola:
« Essa detiene la chiave dei sogni in una società senza sogno. » (p. 14)
Certamente, questa rivelazione è una sorpresa divina per gli insegnanti e per i cosiddetti "genitori degli allievi", i quali non avrebbero mai osato formulare una cosa del genere. Ma può ancora sorprendere alcuni giovani lettori, anche quelli che hanno poca familiarità con il passato glorioso dell'autore. Bisogna perciò evocare pubblicamente una domanda imbarazzante, ed ai suoi occhi del tutto anacronistica: non si dovrebbe distruggere la scuola? Ho usato "evocare", e non "porre". Questa domanda non si pone, c'è troppo vento nella testa di Raoul.
« Bisogna distruggerla? Domanda doppiamente assurda. Prima di tutto perché è già distrutta. Sempre meno interessati da ciò che insegnano e studiano - e soprattutto dalla maniera di istruire e istruirsi - professori e allievi non sono forse indaffarati a far colare a picco insieme il vecchio piroscafo pedagogico che fa acqua da tutte le parti? » (p. 13)
« In secondo luogo, perché l'istinto di annientamento si iscrive nella logica di morte di una società mercantile la cui necessità lucrativa esaurisce la parte viva degli esseri e delle cose, la degrada, la inquina, la uccide. » (p. 14)
Prima bugia: insegnanti ed allievi sarebbero già impegnati di comune accordo in un'operazione di sabotaggio dell'ordine stabilito! Dove? Come? Dei nomi!
Andiamo a vedere meglio cosa intende, l'enciclopedista del mondo, per "detenere la chiave dei sogni"!  Perché fermarsi a questo? Perché non dichiarare domani che padroni e operai sono occupati di già a sabotare, di comune accordo, il vecchio sistema salariale? Vaneigem l'ha sognato, Sony lo realizzerà.
Ma dopo la bugia, ecco che arriva l'ammonizione, distruggere - ha detto - significa partecipare della società. Considerate piuttosto:
« Accentuare la rovina non dà profitti solo agli avvoltoi dell'immobiliare, agli ideologi della paura e della sicurezza, ai partiti dell'odio, dell'esclusione, dell'ignoranza, dà anche garanzie a quell'immobilismo che non cessa di cambiare abiti nuovi e maschera la sua nullità dietro a riforme tanto spettacolari quanto effimere. » (p. 14)
Eccolo, il "pugno del devastatore" paralizzato. Ma quello che rimane come prospettiva, davanti a lui che non osa nemmeno evocarla, neppure in termini velati, è la possibilità di disertare la scuola.
Però possiamo beccare qua e là per tutto l'Avviso una serie di raccomandazioni, teoriche e pratiche, che figurano onorevolmente nei programmi del ministro Edgar Faure, dopo il 68, dei sindacati degli insegnanti e dei partiti di sinistra.
vaneigem
Florilegio:
«Che l'apertura sul mondo culturale sia anche l'apertura sulla diversità delle età!» (p. 36)
«Gli sviluppi delle tecniche audiovisive non potrebbero permettere ad un grande numero di studenti di ricevere individualmente ciò che un tempo apparteneva al maestro di ripetere fino a memorizzazione [...] ? » (p. 60)
« Privilegiare la qualità. » (p. 58) (Questo è già da vent'anni lo slogan dei manager giapponesi. A quando « subversion zéro défaut » ?)
« Il denaro del servizio pubblico non deve più essere al servizio del denaro » (p. 70) (Al servizio di cosa o di cos'altro potrebbe essere il denaro? Vuol forse dire che il denaro in sé, ed anche il valore, meritano di essere salvati? Forse ... sovvertiti?)
In buona misura, Vaneigem presenta come programma rivoluzionario quello che si produce più o meno in occasione di ogni movimento della gioventù scolarizzata:
« Occupate dunque gli edifici scolastici anziché lasciarvi possedere dal loro sfacelo programmato. Abbelliteli secondo il vostro gusto, ché la bellezza incita alla creazione e all'amore[...]. Trasformateli in ateliers creativi, in centri di incontro, in parchi dell'intelligenza attraente. Che le scuole siano i frutteti di un gaio sapere [...]. Sta alle collettività di allieve e professori il compito di strappare la scuola alla glaciazione del profitto [...]. » (p. 74)
Tutto quanto il problema sta evidentemente nel fatto che un simile tentativo autogestionario corporativista non ha alcuna possibilità di perdurare oltre il movimento sociale che lo porta. Ma il nostro autore trascura questa bassa questione di calendario. E poi, per quale meccanismo, per quale miracolo, scolari, liceali ed insegnanti vorranno, rinunciando - per primi - ai quei gesti che sono all'ordine del giorno nella rivolta, trasformare da un giorno all'altro le caserme in frutteti? Come affronteranno le truppe della gendarmeria? Tanti piccoli dettagli su cui l'Avvisatore non dice una parola. Come sarebbe! Gli studenti sono stati Avvisati, e questo non sarebbe sufficiente? Ricordiamo questa frase:
« Oggi, tutto si gioca su un cambiamento di mentalità, di visione, di prospettiva. » (p. 34)
Questo significa che la prospettiva rivoluzionaria e storica è diventata obsoleta e che Vaneigem si presenta come l'oculista (l'occultista?) della nuova visione del mondo, quella in cui gli studenti guardano con amore i loro carcerieri e salvaguardano i loro strumenti di lavoro e di abbrutimento in previsione del Grande Ritorno. Queste manifestazioni "new age" del riformismo utopico (che non cambia niente, ma mina le basi dell'utopia) sarebbero di trascurabile importanza, se non fosse per l'eco mediatico compiacente che incontrano. Obiettivamente, si uniscono agli altri appelli alla calma, come quello lanciato da SOS Racisme ai giovani delle banlieue per rispettare il piano Vigipirate.
Quel che importa - ed è al momento sufficiente - è che i giovani lettori sappiano che, fra la critica radicale del mondo e l'opuscolo di Vaneigem, non esiste altro rapporto che il passato dell'autore.
Per finire, diamogli ragione, contro lui stesso:
«La peggior rassegnazione è quella che veste gli abiti della rivolta.» (p. 38)
-  Un sopravvissuto della scuola -
Parigi, 8 ottobre 1995

domenica 15 settembre 2013

No Direction Home

new babylon monaco

“Bisogna costruire degli scenari non abitabili; costruire le strade della vita reale, gli scenari di un sogno ad occhi aperti. (…) l’urbanismo unitario si ricongiunge oggettivamente agli interessi di una sovversione d'insieme. Così come l’habitat, l’urbanismo unitario è distinto da problemi estetici. Va contro lo spettacolo passivo (…) Mentre oggi le città vengono offerte come un penoso spettacolo, un supplemento ai musei, per i turisti trasportati su corriere di vetro, l’U.U. prende in considerazione l’ambiente urbano come terreno di un gioco di partecipazione. (…) L’urbanismo unitario è contrario alla fissazione della città nel tempo (…) ed è contrario alla fissazione delle persone in dati punti della città. E’ lo zoccolo di una civiltà del tempo libero e del gioco. L’esperienza situazionista della deriva, che è allo stesso tempo mezzo di studio e gioco dell’ambiente urbano, rimane sulla via dell’urbanismo unitario.” ("I.S." n°3, p. 11)

New Babylon pittura

New Babylon, modello di città in divenire, adatto ad una popolazione nomade sempre disposta al cambiamento, senza legami con vecchi modelli sociali che si rifanno alle “ormai obsolete ideologie della proprietà privata e della sedentarietà”. Gli accampamenti dei nomadi e i parchi gioco sono i suoi modelli ideali. Il tentativo di Constant è quello di riportare l’architettura e l’urbanistica nelle mani dei suoi proprietari, gli abitanti, che saranno così liberi di scegliere e modificare in qualsiasi momento, in base ai loro bisogni e desideri, il proprio habitat.
La sua New Babylon è immaginata temporanea, mutevole, ipertecnologica, ludica, nomade, la creazione delle situazioni è spontanea e naturale, il desiderio ed il suo soddisfacimento la fanno da padroni.
Constant Nieuwenhuys, inizia ad ideare una città per una nuova era dell’umanità, in cui tutto il tempo libero, unito ad una visione della vita assolutamente nomade, senza occupazione fissa del suolo, senza appropriazione fissa dei mezzi di produzione, deve essere utilizzato solamente per creare quegli oggetti e quegli strumenti in grado di sostenere la libertà creativa del nuovo homo ludens.
La prima immagine di New Babylon esce nel 1957 su Potlacth, rivista dell’Internazionale Lettrista.

newbabylon citta

La città appare, ad un osservatore che la percorre, come sospesa sulla propria testa, non vi trova né strade, né marciapiedi, non essendoci una vera e propria città, ma uno spazio senza confini o, comunque, dai confini instabili, sempre mutevoli in base ai desideri alle esigenze che si manifestano.
Se si cerca di trovare dei punti di riferimento che possano chiarire una sua comprensione, in base ai canoni classici di città comuni a tutti, è tempo sprecato, non si troverà un centro urbano, dove sono collocate tutte le attività terziarie, o governative che siano, non si troveranno delle enormi periferie con caserme-dormitorio, né enormi strade per un continuo andirivieni casa-lavoro, lavoro-casa, per il semplice fatto che nella società di New Babylon non c’è lavoro, è stato eliminato, tutta la produzione è stata automatizzata. L’intera città è creata solamente per il soddisfacimento dei veri bisogni dell’uomo, quelli che la società del benessere capitalista borghese tende a nascondere. New Babylon è la città per una società del desiderio dove l’uomo dedica tutta la giornata alle attività creative.
Non si troveranno cartelli stradali che ci indicano direzioni, non essendoci direzioni da percorrere, ma una semplice erranza da attuare in una esplorazione continua di tutto lo spazio creato, presente e futuro.

newbabylon constant-nieuwenhuys

sabato 14 settembre 2013

… sed lex

leggi

Tra le leggi dello stato di New York:
«È vietato circolare con un cono gelato in tasca», «È illegale sparare a una lepre da un tram», «È illegale mangiare noccioline e camminare all'indietro sul marciapiede durante un concerto».
In Pennsylvania:
«È vietato alle casalinghe nascondere la polvere e lo sporco sotto i tappeti».
A San Francisco è vietato «spolverare la macchina utilizzando mutande usate».
In Ohio non si possono «ubriacare i pesci».
In Carolina del Sud è vietato «tenere cavalli dentro la vasca da bagno».
In Florida le donne non si «possono addormentare sotto il casco da parrucchiere, pena una multa».
Sempre in Florida è vietato il sesso orale, un uomo non può baciare il seno della moglie e durante i rapporti è consentita solo la posizione del missionario.
È anche «illegale avere rapporti sessuali con porcospini».
In Alabama un uomo può «percuotere la moglie purché lo faccia con un bastone meno spesso di un dito».
In Minnesota se «mordi qualcuno sei colpevole di aggressione. Portare la dentiera costituisce un'aggravante».
In Wyoming è «vietato fotografare i conigli in giugno».
A Los Angeles è vietato leccare i rospi.
A San Francisco si può girare con un elefante, «purché al guinzaglio».


- da "Quando il diritto va a rovescio" di Antonello e Marco Martinez, Sperling e Kupfer, 2013 -

venerdì 13 settembre 2013

Mentre moriva la musica

basinski

Era il mese di agosto del 2001, quando, nel suo appartamento di Brooklyn, il musicista William Basinski tirò fuori dei vecchi nastri registrati negli anni '80, per digitalizzarli. I nastri contenevano delle incisioni di composizioni assai brevi che si ripetevano in una sorta di ciclo continuo. Ma dai nastri, vecchi e probabilmente di scarsa qualità, cominciò a staccarsi pian piano la ferrite ed il suono emesso via via diventava sempre più sconnesso e affascinante. La prima traccia risuonava come di un vento solenne che pareva allontanarsi e perdere forza e forma, immergendosi sempre più nell'oscurità e nel silenzio, e guadagnava, in questo modo, una bellezza ipnotica, quasi onirica a tratti, misteriosa. Una scoperta inattesa: per cui Basinski fece la medesima operazione con tutti i nastri. Qualche tempo dopo, avrebbe riunito il tutto, dandogli il titolo di "The Disintegration Loops".

Era l'11 settembre del 2001, quando Basinski portò a termine il processo simultaneo, di distruzione e registrazione dell'ultimo nastro. Poi, insieme ad alcuni suoi amici, uscì sulla terrazza per ascoltare quello che aveva registrato. E così, osservarono il disastro delle torri gemelle  «mentre la musica moriva» - commentò Basinski. Girarono anche un video, un inquadratura fissa del tramonto e del fumo che lo avvolgeva.

giovedì 12 settembre 2013

Responsabilità

frontera

Spagna, giugno 1941, un ragazzo polacco, Karol Radewicz, viene fermato da due guardie civili, sulla strada per Gerona. Cammina da solo, ha sedici anni.
Le guardie civili si rendono conto che il ragazzo non parla, è muto; ha perso la parola quando ha visto morire il padre sotto i bombardamenti nazisti sulla Polonia, nel 1939. Da allora, rimasto solo, ha attraversato tutta l'Europa. Ultimamente, ha trascorso qualche giorno a Marsiglia, dove ha finito di impegnare gli ultimi oggetti di valore che gli erano rimasti. Poi, a continuato a camminare e, non si sa come, in qualche modo è riuscito a superare l'ultimo grande ostacolo: i Pirenei. Spera di riuscire a raggiungere dei parenti che ha in Portogallo, di cui però non conosce l'indirizzo. Viene arrestato. Dal momento che è minorenne, il governatore civile di Gerona decide di mandarlo nell'orfanotrofio della città. E lì rimane per giorni, senza conoscere la lingua degli altri bambini e ragazzi, senza poter parlare con loro. La domenica è il giorno delle visite, e i figli degli altri rifugiati posso andare a trovare le loro madri, in carcere. Lui rimane nell'orfanotrofio, aspettando in silenzio. Pensa molto alla morte.
Un giorno prende un pezzo di carta e, con un lapis, scrive al direttore dell'orfanotrofio:
"Non posso stare qui perché per me il mondo è finito. Mi rendo conto che non posso raggiungere il Portogallo e che non posso tornare in Francia. Non intendo uccidermi in questa casa perché so che questo le causerebbe tristezza."
Le poche righe vengono inviate al governatore civile di Gerona, unitamente ad un'informativa dell'orfanotrofio, che con aridità burocratica recita:
"Devo informare Vostra Eccellenza che il giovane Karol Radewicz, di nazionalità polacca, mandato in questo Stabilimento per Ordine della sua Superiore Autorità, sta manifestando da giorni il suo proposito di suicidarsi, per cui si è reso necessario, dato il suo stato di eccitazione, sottometterlo ad una costante vigilanza per evitare che potesse mettere in atto i suoi ripetuti propositi. In data odierna, il citato giovane ha recapitato a questa Amministrazione lo scritto che mi compiaccio di allegare, e per il quale richiedo che vengano adottate le misure che Vostra Eccellenza stimerà più convenienti, considerato che questo Stabilimento non dispone né di mezzi né di personale sufficiente in grado di assicurare la permanenza del giovane in questione, né è in grado di evitare che, ad un dato momento, possa mettere in atto le sue reiterate intenzioni di porre fine alla sua vita."

Non sapendo che cosa fare, il governatore civile decise di sbarazzarsi del ragazzo per mezzo della stessa procedura con cui era arrivato. Il 3 luglio del 1941, un mese dopo essere stato arrestato, vennero mandate all'orfanotrofio due guardie civili che vennero a prenderlo. Due giorni dopo, gli agenti accompagnarono Karol a Portbou, dove "venne portato alla frontiera, ed obbligato a riattraversarla".
Non si sa cosa ne è stato di lui. Forse il suo corpo giace ancora, da qualche parte, sulla montagna.

fonte: - Rosa Sala Rose - La penúltima frontera. Fugitivos del nazismo en España -

mercoledì 11 settembre 2013

la guerra e il mercato

guerra

Guerre, eserciti e prostitute sono un triangolo consueto nella storia più o meno recente dell'umanità. Ci sarebbe, però, su questo argomento, da riportare un aspetto sorprendente legato a questa dialettica e che si verificò durante la prima guerra mondiale. Si sa che alla prostituzione si accompagna il fenomeno delle malattie veneree, e della loro diffusione, specialmente nel corso, e sul teatro dei conflitti. Mancanza di igiene, tipologia dei clienti, disponibilità di farmaci, ecc. Alcune di queste malattie si limitano ad essere fastidiose, mentre altre possono anche portare alla morte. Insomma, un'ottima ragione per cercare di evitare il contagio!
Ma non fu affatto così nel corso della prima guerra mondiale, ed una prostituta portatrice di malattie veneree costava di più di quanto ne costasse una sana, nel senso che si pagava di più per i suoi servizi. E questo semplicemente per il fatto che la domanda di prostitute contagiose era più alta, in quanto molti soldati cercavano di contrarre una malattia venerea allo scopo di riuscire ad ottenere un permesso per infermità, ed evitare così per qualche tempo il fronte.
E la cosa non finiva qui: alcuni soldati cercavano addirittura di contrarre direttamente l'infezione, senza trasmissione sessuale. Intendo dire che ebbe luogo un ripugnante mercato clandestino di pus gonorroico, che i soldati si spalmavano sui genitali. E non solo, si vendeva e si comprava anche muco espettorato da persone malate di tubercolosi, per il medesimo scopo.
A quanto pare, qualsiasi cosa era meglio che andare al fronte!


fonte: - Peter Englund - La Belleza y el Dolor de la Batalla -

martedì 10 settembre 2013

case vecchie … e nuove

Casas Viejas, provincia di Cadice, Andalusia. Nella notte fra il 10 e l'11 gennaio del 1933, un gruppo di contadini affiliati alla CNT, riuniti nell'Ateneo Libertario, decidono di dare inizio all'insurrezione, secondo le indicazioni date dalla CNT a livello nazionale. Ignorano di essere del tutto isolati, e non sanno che nelle località vicine l'insurrezione è già fallita. Proclamano il comunismo libertario e la proprietà comune della terra, danno agli archivi del catasto, bruciano gli atti di proprietà e danno inizio alla distribuzione di cibo. Al mattino, dopo aver destituito il sindaco armati di pistole e fucili da caccia, circondano la caserma della Guardia Civil ed intimano al sergente e alle tre guardie di arrendersi. Al loro rifiuto, avviene una sparatoria in seguito alla quale il sergente ed una delle guardie rimangono gravemente feriti.
Alle 2 del pomeriggio dell'11 gennaio, una squadra formata da 12 guardie civili al comando del sergente Anarte arriva a Casa Viejas, libera i colleghi che erano stati rinchiusi nella caserma e prende il controllo del villaggio. Tre ore più tardi sopraggiunge un altro gruppo di rinforzo della polizia, sotto il comando del tenente Gregorio Fernández Artal: 4 guardie civili e 12 guardie d'assalto. I presunti responsabili dell'attacco alla caserma vengono arrestati, e due di loro, sotto tortura, accusano i due figli ed il genero di Francisco Cruz Gutierrez, soprannominato Seisdedos, un carbonaio di 72 anni affiliato alla CNT che vive con la famiglia in una capanna di pietre e fango. Nel tentativo di abbattere la porta della casa di Gutierrez, una guardia d'assalto rimane uccisa ed un'altra viene seriamente ferita. Un ulteriore tentativo, alle 10 della notte, di espugnare la capanna, fallisce. Qualche tempo dopo la mezzanotte, una compagnia di 40 Guardie d'Assalto, comandate dalcapitano Rojas, arriva a Casas Viejas. Gli ordini sono precisi e provengono dal Direttore Generale della Sicurezza, Arturo Menéndez: la rivolta deve essere stroncata, "aprendo il fuoco, senza pietà, contro chiunque spari sulle truppe".
Il capitano Rojas ordina ai suoi uomini di attaccare la capanna con fucili e mitragliatrici, quindi di incendiarla. Due degli occupanti, un uomo ed una donna, vengono abbattuti mentre tentano di correre fuori per sfuggire alle fiamme. Sei persone muoiono carbonizzate dentro la baracca: fra cui Seisdedos, i suoi due figli, il genero e la nuora. L'unica sopravvissuta è la nipote di Seisdedos, Maria Silva Cruz, conosciuta come "la Libertaria".
Alle 4 del mattino, Rojas forma tre pattuglie ed ordina loro di setacciare il villaggio ed arrestare tutti i militanti. La disposizione è di far fuoco al primo segno di resistenza.  Antonio Barberán Castellar, di 74 anni, viene ucciso ed un altra dozzina di sospettati vengono arrestati e portati ammanettati davanti alle rovine della capanna di Seisdedos. Lì, il capitano Rojas ed i suoi uomini li uccidono a sangue freddo.
Subito dopo, abbandonano il villaggio. Il massacro è finito. Diciannove uomini, due donne ed un bambino sono morti. E tre guardie. Altri, molti, nei giorni seguenti verranno torturati e tenuti in prigione. L'ultima vittima sarà Maria Silva Cruz, "la Libertaria", la nipote di Seisdedos e l'unica sopravvissuta. Nel luglio del 1936, la zona dove c'è Casas Vejas cadrà nelle mani dei fascisti. Maria, in quei giorni viveva a Paterna, un villaggio vicino. I franchisti l'andranno a cercare, la scoveranno e la uccideranno.

casas viejas
Oggi, le case di Casas Viejas sono tutte ... nuove.
Dove sorgeva la capanna di Seisdedos, in Dr. Rafael Bernal, 32, hanno costruito un albergo di lusso. Volevano chiamarlo "La Libertaria". Poi hanno deciso di chiamarlo "Hotel Utopia".
Nel paese c'è un interessante museo archeologico della Cadice preistorica; Ruben, il giovane che lo gestisce, organizza delle visite guidate sul luogo del massacro avvenuto nel 1933.
Gli unici edifici, risalenti a quei giorni ed ancora in piedi sono la chiesa e, proprio accanto, la caserma della Guardia Civile.

casas utopia

lunedì 9 settembre 2013

Le rivoluzioni avvengono ... nonostante i rivoluzionari

syrian-anarcha-feminists

da Homs, Nader Atassi scrive sul suo blog a proposito della situazione siriana.

La rivoluzione siriana è una rivoluzione che è iniziata come lotta per l'autodeterminazione. Il popolo siriano esigeva di determinare il suo proprio destino. E, da più di due anni, contro ogni previsione, a fronte della repressione e distruzione di massa portata avanti dal regime di Assad, continua. Nel corso del processo rivoluzionario, molti altri attori si sono affacciati sulla scena, per lavorare contro la lotta per l'autodeterminazione. L'Iran e le sue milizie, con l'appoggio della Russia, è corso in aiuto del regime, per garantire che il popolo siriano non si impadronisca di questi diritti. I jihadisti dello stato islamico dell'Iraq e di al-Sham, insieme ad altri, con il pretesto della "lotta al regime di Assad", hanno operato altrettanto bene contro questi diritti. E la stessa cosa farà l'intervento occidentale.
Qualcuno potrebbe argomentare che è passato molto tempo, e che non si tratta più di autodeterminazione, ma piuttosto, semplicemente, di fermare la mattanza. Questa è una posizione che non posso sostenere. Se si trattasse solo di fermare le uccisioni, allora avrei sostenuto i jihadisti, quando dono arrivati, dal momento che - nessuno può negarlo - erano i meglio armati ed i più attrezzati per poter sfidare il regime di Assad. Ma non l'ho fatto, e molti altri non l'hanno fatto, dal momento che sapevamo che, nonostante la loro abilità militare, essi non condividevano gli obiettivi del popolo siriano. Volevano controllare il popolo siriano, e soffocare la sua volontà di determinare il proprio destino. E perciò, erano controrivoluzionari, anche se combattevano contro il regime.
Ed ora, di fronte alla possibilità di un intervento occidentale in Siria, conservo la stessa posizione. Molti diranno che è una posizione ideologica e che invece dovrei concentrarmi su come fermare la mattanza; ma costoro ignorano che, anche in termini pragmatici e all'interno di tale linea di ragionamento, le loro tesi non reggono, dopo che gli Stati Uniti hanno insistito ripetutamente che "si tratterà solo di una spedizione punitiva" e che essi "non intendono rovesciare il regime". Niente indica che questa spedizione possa fermare la mattanza o "risolvere la crisi siriana.
Non sto parlando di sovranità. La Siria è diventata una terra per tutti, oggigiorno, tranne che per i siriani. Non è a causa del mito della sovranità che mi oppongo all'intervento occidentale. Né per la prospettiva della distruzione della Siria, perché la Siria è già stata distrutta da un regime criminale. Mi oppongo all'intervento occidentale perché esso lavora contro la lotta per l'autodeterminazione, cioè, contro la rivoluzione siriana.
Assad ha usato armi chimiche contro il suo popolo. Non ho alcun dubbio su questo. E questo avrebbe potuto essere evitato se la resistenza siriana avesse ricevuto le armi che potevano far pendere l'ago della bilancia dalla sua parte, contro il regime. Ma le potenze straniere sono rimaste con le mani in mano, non volevano che Assad vincesse, ma non volevano nemmeno che vincesse la resistenza. Non potevano dare le armi al popolo siriano per difendersi - hanno detto - dal momento che non sapevano in quale mani sarebbero potute cadere, le armi. Avrebbero pouto finire accidentalmente - hanno detto - nelle mani di siriani che volevano determinare il loro proprio destino, a prescindere dagli interessi stranieri!
Così torniamo al punto di partenza. Nessuno ha armato la resistenza siriana, così i siriani sono stati uccisi dal regime, o sono stati costretti ad accettare l'infiltrazione jihadista. Così Assad ha usato armi chimiche contro i siriani, e l'Occidente vuole rispondere, dando una lezione ad Assad. Una risposta che garantirà, ancora una volta, che i siriani non abbiano alcuna voce in capitolo sul loro futuro. Ed il regime, probabilmente, sopravvivrà all'intervento "punitivo" dell'Occidente, e la mattanza non si fermerà.
Ma nonostante tutto questo, la rivoluzione siriana e il suo nucleo, la lotta del popolo siriano per liberarsi e determinare il proprio destino, continuerà.


- Nader Atassi - dal suo blog "Darth Nader" -

sabato 7 settembre 2013

Elementare!

elementare

Sir Arthur Conan Doyle, si sa, è stato lo scrittore che ha inventato il più famoso detective della storia della letteratura: Sherlock Holmes. Ma era anche medico, ed anche ai suoi studi di medicina si ispirò per dare corpo all'inquilino di Baker Street. Ma questa è un'altra storia, perché, oltre ad essere medico e scrittore, Conan Doyle, nella sua vita, si mise in luce anche in altre discipline, fra cui - quando frequentava l'università - il pugilato.  Ed era per l'appunto fresco di università, nel 1882, quando si trasferì a Portsmouth, per stabilirvisi e per esercitare la sua professione di medico. Solo che, appena arrivato in città, si ritrovò ad assistere ad una scena in cui, un uomo prendeva a pugni e a calci una donna, per strada. Intervenire in difesa della signora, affrontare l'energumeno e metterlo fuori combattimento in men che non si dica, fu un attimo, per il babbo di Sherlock!
La mattina seguente, era il suo primo giorno come medico in quella città, e il suo primo paziente non era altri che l'uomo che aveva messo KO il giorno precedente. Sembra che, a quanto pare, l'uomo non riconobbe nel medico, il suo avversario, e si comportò come se non l'avesse mai visto. Assai più probabilmente, c'era la possibilità che invece era proprio perché l'aveva riconosciuto, che facesse finta di niente, per non prendersi un'altra ripassata!

venerdì 6 settembre 2013

Il Club della Luna

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Questo dipinto è uno dei capolavori di Joseph Whright of Derby, realizzato negli anni 1760. Sono gli anni in cui Kant ottiene la sua cattedra di metafisica, ed è soprattutto l'epoca della rivoluzione industriale in Inghilterra. Il quadro rappresenta la realizzazione di un esperimento, nel quale un uccello viene messo in una sorta di contenitore, collegato ad una pompa, nel quale verrà fatto il vuoto. Un esperimento volto ad analizzare il comportamento dell'uccello man mano che l'aria diviene sempre più rarefatta. Questa scena verrà commentata da Flaubert, un secolo più tardi, che la definirà affascinante per la sua ingenuità e profondità.  La profondità è indubbia, quanto all'ingenuità ... In dettaglio si può vedere una serie di personaggi, ciascuno come perso nel suo mondo: gli amanti, sulla sinistra, parlano fra loro del tutto incuranti di quello che succede; più in basso, un uomo impassibile pronto a misurare i tempi dell'esperimento; al centro, il padre indica alle sue giovani figlie l'uccello, forse spiegano loro quello che sta per accadere: una si copre gli occhi, l'altra guarda con preoccupazione mista a curiosità. Poi, a destra, una figura di scienziato che Wright riprodurrà sei anni dopo, in un altro dipinto.

Luna Wright-of-Derby-Philosopher-Giving-Lecture-on-Orrery-with-Lamp-in-Place-of-Sun-c1766

L'uomo somiglia ad Isaac Newton; una figura paterna, amichevole che risale al secolo precedente. Uno scienziato, la cui teoria della gravitazione fece colpo sull'Europa dei Lumi che si lasciò prendere da una vera e propria "newton-mania" e cominciò ad utilizzare detta teoria per spiegare tutto, dai comportamenti amorosi alla politica. Nel quadro, questa figura, a destra, guarda nel contenitore di vetro in basso, dietro cui c'è una candela e che, forse, contiene un composto chimico che fornisce una luce più chiara. Al suo interno contiene un teschio - quello che si chiamava un "memento mori" - come se la figura a destra stesse contemplando il destino umano. Poi, il ragazzo all'estrema destra in alto con una specie di bacchetta che serve a chiudere la gabbia. Non si sa, se apre la gabbia, per recuperare l'uccello ancora vivo dopo l'esperimento, oppure se la chiude, dal momento che l'uccello sta per morire.
Merita spendere una parola sull'esperimento della pompa pneumatica: all'epoca, l'invenzione aveva già un secolo, ed era usata per mostrare in maniera itinerante, i progressi e le meraviglie della scienza.
Il personaggio centrale, invece, è un divulgatore. Personaggi che andavano in giro, pagati per le loro dimostrazioni, per esibirsi nei teatri, o nelle case dei ricchi - come in questo caso, per dimostrare gli effetti dell'aria sul processo di respirazione. A quei tempi, erano circa 250 in tutta l'Inghilterra, e riuscivano a vivere dignitosamente, secondo i criteri del tempo, del loro lavoro.

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Ma come mai il pittore era interessato a questo genere di soggetto? Wright viveva nelle Midlands, in Inghilterra, una regione industriale nella quale aveva sede un club, la Lunar Society, di cui facevano parte persone come Erasmus Darwin, James Watt, Josiah Wedgwood ed altri. Grosso modo, tutte quelle persone che avevano fatto la rivoluzione industriale in quella parte di Inghilterra. Un miscuglio di interessi per le macchine, per gli effetti della scienza e per tutto quello che avrebbe potuto apportare. La Lunar Society si riuniva una volta al mese, qualche giorno prima della luna piena, di modo che i membri del club, una volta finita la riunione, potessero rientrare a casa, sotto la luna piena, senza rischiare di inciampare. Guardando bene il dipinto, vi si può rintracciare un segno che rende omaggio al club: una delle due luci - l'altra è quella del momento mori - è quella della luna, in alto a destra.

giovedì 5 settembre 2013

Istantanea

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"In politica sembrava ovvio (e ancora sembra ai più) che una parte volesse prevalere sull’altra, che una minoranza volesse diventare maggioranza; che si volesse, insomma, vincere. Ma lentamente ci accorgeremo che la politica è ai giorni nostri condizionata dalla paura di prevalere, di vincere; e che quella che si suol dire l’arte della politica consisterà nel trovare gli accorgimenti più acuti e più nascosti per non prevalere, per non vincere. "

- Leonardo Sciascia - Nero su Nero -

 

mercoledì 4 settembre 2013

Madrid prima di Haniya!

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Alla fine degli anni '30 del secolo scorso, gli ebrei che risiedevano in Palestina avevano due nemici giurati: le forze inglesi del "Mandato" e gli arabi del paese, contro i quali nel 1936 combattevano già apertamente. Abbandonare tale partita doppia per andare a combattere in Spagna equivaleva a tradire il "Yishuv" e disertare le fila del sionismo. E fu proprio questo, il prezzo pagato dai circa 200 volontari ebrei che lasciarono la Palestina per unirsi alle Brigate Internazionali. A tutto questo, per loro, si aggiungeva un'altra macchia: quasi tutti, questi 200 giovani, erano militanti del Partito Comunista Palestinese, e perciò avversari della maggioranza sionista. La guerra di Spagna e la lotta contro il fascismo avrebbero unito questi ragazzi ebrei a persone di altre etnie provenienti dalla stessa Palestina, arabi come Ali Abdel Halik, caduto sul fronte di Teruel, come il giornalista Mustafa Sa´adi, ed altri armeni. Tutti loro dovettero subire la critica ed il disprezzo del movimento sionista di sinistra (con a capo il sindacato Histadrut), e poi, a partire dal 1948, quello delle istituzioni dello stato di Israele.
"Haniya prima di Madrid", aveva sancito Yaakov Hazan, dirigente di spicco della sinistra sionista, stabilendo quali dovevano essere le priorità per gli ebrei palestinesi, e la frase ebbe una discreta fortuna fra i componenti della comunità ebraica. Non fu così per David Karon, membro del kibbutz Magdiel, dove lavorava, che decise di andare in Spagna, e per questo venne espulso dal kibbutz.
Karon, come altri di quei circa duecento volontari, era sionista, ma la maggioranza erano comunisti anti-sionisti, detestati dalla comunità e perseguitati dalla polizia britannica. E, dopo la fine della guerra civile spagnola, a molti dei sopravvissuti non fu permesso di ritornare in Palestina.

Madrid

Trent'anni più tardi - siamo negli anni '70 del secolo scorso - la visuale politica dello stato di Israele, per necessità ideologica, comincia a guardare con occhio benigno i caduti sul fronte spagnolo ed i sopravvissuti ebreo-palestinesi delle Brigate Internazionali. In una sorta di variante del benjaminiano "angelo della storia", avviene che Israele - che ha dato inizio al suo processo di egemonia in Medio Oriente - sulla scia delle sue schiaccianti vittorie militari, del suo consolidamento economico, è diventato il centro magnetico della Diaspora ebraica. In questo quadro sionista, la connessione dei brigatisti palestinesi ad altri episodi eroici - come la rivolta del ghetto di Varsavia - servono a smentire la presunta passività con cui gli ebrei sarebbero andati verso i forni crematori. Si tratta di evidenziare, dentro una stessa catena, la resistenza ebrea contro il nazismo tedesco, in un continuum che riesca ad includere gli scontri armati con l'esercito britannico del Mandato e la vittoria del nuovo stato d'Israele sugli arabi e i loro alleati. In questo quadro, la partecipazione degli ebrei (in generale, e non solo quella dei volontari provenienti dalla Palestina) alla guerra civile spagnola entra senza problemi nella propaganda ufficiale del sionismo, come un importante fattore di identità nazionale. A tale schema ideologico, si adeguarono molti dei veterani della guerra civile spagnola, inclusi i comunisti del nuovo partito Maki. Il richiamo del "riconoscimento ufficiale", prima negato, e l'ingresso, nel pantheon degli eroi di Israele, dei vecchi brigatisti, furono una tentazione irresistibile. L'operazione raggiunse il suo apice nel 1986, quando, nel corso della commemorazione del cinquantenario della guerra di Spagna, l'allora presidente di Israele, Chaim Herzog, pronunciò un discorso ufficiale in cui metteva a tacere, 50 anni dopo, la scomunica dei gruppi sionisti nei confronti dei volontari brigatisti della comunità ebraica in Palestina. Anzi, al contrario, Herzog finì, con il suo discorso, di tessere la rete che univa in un solo destino gli ebrei di Israele e della Diaspora con i combattenti per la Repubblica spagnola: "un fronte comune ... contro la distruzione e l'olocausto che minacciavano il mondo", attualizzando quel vecchio episodio e proiettando l'ombra della Repubblica spagnola sulla situazione attuale israeliana, chiamando ad un dovere di sostegno internazionale alla democrazia israeliana, ispirato al modello esemplare dei brigatisti della Palestina.

In tutta questa sorta di finzione storica, il parallelismo più sorprendente era dato dalla musica popolare: la canzone "¡Ay, Carmela!" - inno ufficioso delle Brigate Internazionali - era stato tradotta in ebraico dal compositore Haim Hefer, ed aveva scalato la vetta della hit parade a Tel Aviv e a Gerusalemme proprio nel 1967, subito dopo l'occupazione di Gaza e della Cisgiordania da parte dell'esercito israeliano. Così, nella canzone, in questa equazione della lotta eroica dei repubblicani in Spagna con la conquista militare delle terre "bibliche", "Carmela" diventava il nome dell'amore di un capitano dell'esercito israeliano. E Madrid non era mai stata così vicina ad Hanita!!!

martedì 3 settembre 2013

Il polso della strada

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"Una corrente gelida ha pervaso l'atmosfera attraverso tutti i suoi confini (...) E' entrato il Führer" - così annota Carlos Morla Lynch, ricordando un giorno indelebile della sua vita diplomatica. Quel 1° di settembre, al Reichstadt, il Congresso tedesco, quando Hitler invase la Polonia, dando inizio alla II guerra mondiale. Ambasciatore in Spagna ed in Francia, celebre per aver dato rifugio ai repubblicani e ai nazionalisti durante la guerra civile spagnola, e cronista, Morla Lynch fu anche uno scrittore compulsivo di diari, nei quali, oltre a dar conto della "arte di perdere tempo", considerava sé stesso come "un modesto spettatore che aveva trovato per caso un posto in prima fila".
Definito dal critico Alone come uno dei "cittadini più singolari che il Cile abbia prodotto", Morla Lynch (1885-1969) per decenni svolse il ruolo di editorialista di giornali come "La Nación" ed "El Mercurio". Ora, raccolti da Cecilia García-Huidobro nel libro "Desde la vereda de la historia", viene pubblicata una vasta selezione dei suoi testi. Dal "centenario del Cile" allo scoppio della II guerra mondiale, più di cinquanta cronache che comprendono ricordi di infanzia, note della sua vita di diplomatico, appunti di un viaggio con Federico Garcia Lorca, un ritratto di Maria Callas e uno di Rosita Serrano, e poi decine e decine di note, quelle che scriveva seduto al caffè La Grande Corona, a Parigi, negli anni '50, mentre ascoltava le conversazioni degli altri avventori e … sentiva il polso della strada.

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Autore di due libri. come "Con Federico García Lorca en España" ed "España sufre", intorno a Morla è circolata per anni una leggenda infame, che ha avuto origine da una menzogna insinuata da Pablo Neruda, secondo la quale Morla non avrebbe dato asilo, presso l'ambasciata cilena a Madrid, al poeta Miguel Hernández; cosa che avrebbe portato alla sua detenzione, per mano dei franchisti, e alla sua morte in prigione. In realtà, Hernández non domandò mai asilo e, al contrario di quanto venne insinuato, Morla Lynch aprì le porte della sua residenza a centinaia di spagnoli di entrambe le parti. Prima dello scoppio della guerra civile, la sua casa era una sosta per tutto il circuito bohemien madrileno: Victoria Ocampo, Luis Cernuda, lo stesso Neruda, Valle-Inclán, Rafael Alberti e García Lorca la frequentavano. Di lui, Garcia Lorca ebbe a scrivere che "E' mio figlio, mio fratello; potrebbe essere, a volte, persino mio padre", ed insieme fecero un viaggio a Toledo, per la Pasqua.

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Grazie!

FRED POHL

lunedì 2 settembre 2013

Oscar

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"Mangiato dalle ulcere, abbrutito da dieci anni di terapia, incapace di trovare il suo posto in un paese che respinge i suoi figli bruni, Oscar Acosta pianta il suo lavoro di aiuto legale presso l'assistenza sociale, il 1° luglio del 1967. Lascia San Francisco e se la fila lungo le strade dell'ovest americano."
Comincia così, la storia, quasi iniziatica, di una giornata e del vagabondaggio che ne consegue, come la racconta Acosta nel suo primo romanzo, "Autobiography of a Brown Buffalo". Poi, rievocazioni della sua infanzia in un villaggio della California, l'assenza del padre partito per andare a combattere i giapponesi, nel 1941, la violenza quotidiana subita in famiglia, rifiutato dai bianchi e rifiutato dai "veri" messicani immigrati. Ma anche la sua obesità, che lo ripugna, la scoperta del sesso, dell'alcol e delle droghe. Tutte queste cicatrici ed ossessioni nutrono la sua scrittura, letteraria e politica: la discriminazione razziale e la ricerca di un'identità, individuale e collettiva.
Influenzato dal "giornalismo gonzo" del suo amico Hunter S. Thompson e dalla contro-cultura, Oscar Acosta firma un romanzo eccessivo, sporco, segnato da un umorismo caustico. Un autoritratto grottesco, divertente, allo stesso tempo fastidioso ed accattivante, del "bisonte bruno" che percorre un paese che ama e detesta allo stesso tempo.

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« Oscar non era veramente appassionato dei combattimenti di strada, ma per quanto riguardava le risse nei bar, era uno furioso. La combinazione data da un messicano di centodieci chili e da più dosi di LSD costituisce una minaccia mortale per coloro che gli si avvicinano - ma quando il messicano in questione si rivela essere in realtà un avvocato chicano arrabbiato, cui niente e nessuno fa paura e che, di fatto, ha la convinzione che dovrà morire a trentatré anni (come Cristo), allora avete a che fare con un cocktail sacro. Tanto più se il bastardo ha trentatré anni e mezzo, ha la testa infarcita di acido e porta una 357 magnum alla cintura, ed è seguito in ogni suo movimento da una guardia del corpo chicana, armata di un'accetta e che ha la straordinaria abitudine di vomitare dei geyser di sangue rosso sul vostro portico ogni trenta quaranta minuti, tutte le volte che la sua ulcera maligna non sopporta più il flusso di puro tequila. »

- Hunter S. Thompson - dalla prefazione al libro -

domenica 1 settembre 2013

a casa

sciascia1

- Non esce mai di casa?
- Mai, da parecchi anni...Ad un certo punto della mia vita ho fatto dei calcoli precisi: che se io esco di casa per trovare la compagnia di una persona intelligente, di una persona onesta, mi trovo ad affrontare, in media, il rischio di incontrare dodici ladri e sette imbecilli che stanno lì,  pronti a comunicarmi le loro opinioni sull'umanità,sul governo, sull'amministrazione municipale, su Moravia... Le pare che valga la pena?
-No, effettivamente no.
-E poi, in casa ci sto benissimo: e specialmente qui dentro - levando le mani ad indicare ad accoglier tutti i libri d'intorno (...) Non è che non mi capiti, anche qui dentro, di imbattermi nei ladri, negli imbecilli...Parlo di scrittori, beninteso, non di personaggi...Ma me ne libero facilmente:li restituisco al libraio o li regalo al primo cretino che viene a farmi visita.

- Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo -