mercoledì 4 giugno 2008

Note di Copertina



Manca solo la copertina, al nuovo disco dei Del Sangre!
"Vox Populi" è liberamente scaricabile dal loro sito. Tutto intero, oppure canzone per canzone. Dieci pezzi. Due in meno, rispetto al progetto originale. Mancano "Iris e Silvio" e la cover di "Deportee" di Woody Guthrie. Peccato, però magari poi cambiano idea e ce le rimettono, le due canzoni! Vox Populi, dicevo. L'operazione è di tutto rispetto, e consiste nella rilettura di nove canzoni popolari dalla fine dell'ottocento in poi. Chiude il disco una canzone originale.
Le note di copertina, un'introduzione e una disamina, canzone per canzone, consultabili sul sito, sono mie. Luca mi ha chiesto a suo tempo di scriverle ed io ci ho provato.

Il canto popolare vive nelle sue varianti, e anche nelle sue interpretazioni e riscritture

Come lacrime che scivolano via, quasi di nascosto, e tradiscono l'emozione.
Così scorrono le canzoni che i Del Sangre hanno tradito in questo disco. Perfettamente.
Già, tradire la tradizione! E tradirla ancora meglio quando non è propriamente tradizione, come nel caso della canzone di Matteo Salvatore. Ancora, aggiungere delle strofe nuove di zecca, come quelle scritte da Luca per "Maremma, Maremma", a far meglio risaltare il testo. Ad impreziosirlo. E, di nuovo, tradirla in modo perfetto, scrivendo e cantando una "Canzone di resistenza", quasi la si fosse combattuta fino alla sera prima, la resistenza. Salvo per l'ultima strofa, a ricordare che sono passati sessant'anni e più da "Iris e Silvio", per "Iris e Silvio".
Non c'è verso. Per consegnarla e restituirla al nostro maledetto tempo, la tradizione va tradita!
Bisogna darle gambe e braccia, per camminare e per lottare.
Bisogna pomparle il sangue nelle vene, e l'aria nei polmoni.
Bisogna guardarla dritta negli occhi e tirarle via, dalla pancia, quello spillone che la vorrebbe tenere costretta, per sempre immobile e morta, imbalsamata.
Questo disco è un tentativo, riuscito.

MAREMMA (Toscana)

Tutti mi dicon Maremma, Maremma
e a me mi par una Maremma amara.
L'uccello che ci va perde la penna
io ci ho perduto una persona cara.
Sia maledetta Maremma, Maremma
sia maledetta Maremma e chi l'ama.
Sempre mi freme il cor quando ci vai
che ho paura che non torni mai.
Sia maledetta Maremma, Maremma
Sia maledetta Maremma e chi l'ama.

E' un canto toscano, "Maremma". Risale alla metà del diciannovesimo secolo e parla di dolore, di fatica e di terra infida. Parla della malaria, cui la Maremma è stata legata per secoli. Prima delle bonifiche, per l'esercito di lavoratori stagionali che, muovendo dai crinali appenninici, andava a vendere il proprio lavoro nei latifondi e nell'allevamento semibrado, poteva risolversi in una condanna a morte. Partivano e, per strada, incontravano altri disperati. Pastori, carbonari, cacciatori professionisti. Malpagati, angariati dai caporali, sfruttati dai dispensieri delle fattorie, malvisti dalla popolazione locale. Non aspettavano altro che tornarsene via. Lavoravano quattordici ore al giorno, per una lira.
In Maremma, vi era anche l'industria estrattiva. Come quella di Ribolla, Pozzo Camora, dove nel 1954, il 4 maggio, morirono 43 minatori a causa di un'esplosione di grisou. Miniere, miniere di carbone. Quanto c'è, sulla terra di più simile all'inferno. E' questa la Maremma cantata nella canzone.

ANCHE MIO PADRE (Lombardia)

Anche 'l mio padre
sempre me lo diceva
di star lontano
dalla miniera
ed io testardo
ci sono sempre andato
finché di una mina
mi ha rovinato
finché una mina
di quella galleria
mi ha rovinato
la vita mia
non c'è né medici
nemmeno professori
che fan guarire
quei giovan minatori
o santa Barbara
o santa Barberina
dei minatori
sei la regina.

Nell’emigrazione bergamasca e bresciana è ingente l'apporto di manodopera per le miniere, o nei lavori di traforo e costruzione di gallerie delle Alpi. Questo sia perché c’era un esubero di mano d’opera, sia perché in queste due province esisteva già una tradizione mineraria, dovuta alla presenza di minerali, sfruttati fin nell’antichità e quindi operai già esperti. La patrona protettrice dei minatori è Santa Barbara e questa è una delle tante versioni dell’inno dei minatori.
La vita in miniera è durissima, con situazioni ancora più dure rispetto ai secoli precedenti, quando il minerale veniva cavato stagionalmente , e c’era quindi la possibilità di scegliere i momenti migliori anche dal punto di vista climatico e ambientale.
Il traforo delle Alpi doveva esser fatto rispettando dei tempi, e quindi si procedeva a turni continuati estenuanti, inoltre la situazione igienica e sanitaria nei trafori era disastrosa, basti pensare alle patologie causate da un verme presente nel terreno, nelle rocce e nell’acqua nelle gallerie del traforo del S. Gottardo che furono più deleterie degli incidenti stessi.

PARTIRE, PARTIRÒ (Toscana)

Partire, partirò, partir bisogna,
dove comanderà nostro Sovrano,
chi prenderà la strada di Bologna,
e chi anderà a Parigi, e chi a Milano.
Se tal partenza, o cara,
ti sembra amara, non lacrimare,
vado alla guerra, spero di tornare.
Quando saremo giunti all'Abetone,
riposeremo la nostra bandiera,
e quando si udirà forte il cannone,
addio Gigina cara, bonasera.
Ah, che partenza amara,
Gigina cara, mi convien fare,
sono coscritto e mi convien marciare.
Di Francia e di Germania son venuti,
a prenderci per forza militare,
e allor quando ci sarem battuti,
molti, mia cara, speran di tornare.
Ah, che partenza amara,
gigina cara, Gigina bella,
di me non udrai forse più novella.

Canto toscano, sull'aria di "Maremma", risale all'epoca delle guerre napoleoniche, e nacque probabilmente quando l'Imperatore istituì la leva obbligatoria anche nelle terre italiane conquistate, sull'esempio di quel che era accaduto in Francia con la rivoluzione.
I versi, sembra siano stati scritti da Anton Francesco Menchi, nato nel 1762 a Cucciano, nella montagna pistoiese. Il Menchi fu il più celebre cantastorie e poeta popolare del suo tempo in Firenze. Racconta un contemporaneo, Giuseppe Arcangeli, che improvvisava nei giorni del marcato nella Piazza del Granduca (Piazza Signoria) e richiamava intorno a sé una gran folla di campagnoli, quando suonando il suo tamburello a sonagli faceva uscire come per incanto da una cassetta una faina addomesticata. Fu avverso alle idee rivoluzionarie che venivano dalla Francia, cantò gli orrori della novella Babilonia (la Rivoluzione), la morte di Luigi XVI e la cattura di Papa Pio VI. Contrariamente a certi suoi contemporanei che celebrarono le campagne e le vittorie di Napoleone, Menchi fu autore di un lungo canto in cui condannò aspramente le sue guerre “che fecero morire miglioni d’uomini” e infine ne celebrò la caduta.
Ripristinati i vecchi Governi li salutò con giubilo ma non ne chiese favori. Continuò come testimonia l’Arcangeli fino alla vecchiaia il suo mestiere di cantastorie giocando nei mercati con la sua faina e divertendo ancora tutti coloro che lo attorniavano.

30 GIORNI DI NAVE A VAPORE (Piemonte ? - Bellunese)

Trenta giorni di nave a vapore
fino in America noi siamo arrivati
fino in America noi siamo arrivati
abbiam trovato né paglia né fieno
abbiam dormito sul nudo e terreno
come le bestie abbiam riposà
E l'America l'è lunga e l'è larga
l'è circondata da monti e da piani
e con l'industria dei nostri italiani
abbiam formato paesi e città
e con l'industria dei nostri italiani
abbiam formato paesi e città.
Trenta giorni di macchina a vapore,
nella Merica ghe semo arrivati,
ma nella Merica che semo arrivati,
no' abbiamo trovato nè paglia nè fien.
E Merica, Merica, Merica, cossa saràla 'sta Merica?
Merica, Merica, Merica, in Merica voglio andar.
Abbiam dormito sul nudo terreno
come le bestie che va a riposar
E' la Merica l'è lunga, l'è larga,
circondata da fiumi e montagne,
e co' l'aiuto dei nostri italiani
abbiam formato paesi città.

La prima grande emigrazione di massa (1876-1900) parte dalle zone più povere dell’Italia del Nord-Est: Veneto, Friuli e soprattutto da tutta la zona alpina. In inverno molti contadini, non potendo trovare lavoro nelle campagne, partivano per il Sud America affrontando un viaggio di parecchi giorni con la nave a vapore. In Argentina e in Brasile venivano assunti come stagionali per la raccolta del caffè e per la mietitura. Non pochi finivano per stabilirsi definitivamente in questi paesi fondando colonie con lingua e cultura italiane. Questa canzone popolare, di quel secolo, esprime con molta semplicità gli stati d’animo di questa gente: il disagio dell'emigrante misto all'orgoglio per il contributo dato allo sviluppo di quel paese lontano.

IL CONTRABBANDIERE (Lombardia)

Guarda quella barchetta
come la va a vapore
c'è dentro il mio amore
che fa 'l contrabbandier.
Che fa 'l contrabbandiere
di polvere e di sangue
se il colpo gli va male
in galera gli tocca andar.
«In galera mi tocca andare
se il colpo mi va male
se il colpo mi va male
mi tocca morire in prigion.
A stare qui in prigione
tutta la settimana
per mí l'è una condanna
a stare qui in prigion».

Se è vero che il contrabbando ha origini plurisecolari, è dall’autunno del 1943 fino al primo dopoguerra che, nella zona di Como, come in tutte le valli della sponda occidentale del lago, nell’Ossola, nel Vallese, in Valtellina etc., assume una tale diffusione in ampi strati della popolazione fino ad essere praticato e percepito come un vero e proprio lavoro.
Gli abitanti delle montagne vicino al confine, abituati a guadagnarsi da vivere a prezzo di grandi fatiche, non riuscivano a capire perché fosse proibito acquistare della merce dove costava meno e rivenderla dove il prezzo era più alto, indifferentemente dal fatto che da un versante all’altro della montagna cambiasse il potere politico, ugualmente lontano dalla propria vita quotidiana. Il guadagno era di pochi spicci, quelli indispensabili al bilancio familiare; l’alternativa era l’indigenza e l’emigrazione.

DONNA LOMBARDA (Lombardia)

O donna donna, donna lombarda
se vuoi venire al ballo con me.
O donna, donna, donna lombarda
Se vuoi venire al ballo con me.
Si, si che al ballo lo vegnerla
ma ho paura del mio marì.
Si, si che al ballo lo vegnerla
ma ho paura del mio marì.
Quel tuo marito l'è vecchio e brutto
farem di tutto per farlo morir.
Quel tuo marito l'è vecchio e brutto
farem di tutto per farlo morir.
Prendi il bicchiere scendi in cantina
riempilo di vino poi mettici il velen.
Prendi il bicchiere scendi in cantina
riempilo di vino poi mettici il velen.

"Donna Lombarda" è forse la ballata più diffusa in Italia. Il canto ha origine antica e numerosissime varianti regionali e narra la storia di una moglie che, spinta dal proprio amante, cerca di avvelenare il marito. Il testo, di probabile origine medioevale, ha mantenuto nel tempo una sorta di "attualità" aderente allo stereotipo popolare della donna infedele, ingannatrice e crudele. Viene fatta risalire dagli studiosi di musica popolare all'epoca dei Longobardi, quindi questa è una canzone che dovrebbe avere più o meno mille anni.
E' la storia di un Re, di una mamma, di un papà e di un bimbo di tre mesi che per miracolo comincia a parlare.
Magari è arrivata qui insieme ai trovatori che stavano nel castello dei Malaspina ad Oramala, sulle montagne della provincia di Pavia. Nel medioevo questo castello era il ritrovo dei più bravi trovatori che venivano da tutta Europa per cantare le loro storie.

IL TRENO DELLA DISPERAZIONE (Sicilia)

Guardati chistu trenu cum'è nivuru
oi cum'è nivuru
è lu trenu d'a disperaziuni
è lu trenu d'a disperaziuni.
Chianciti forti mugghieri, mammi chianciti,
oi mammi chianciti,
l'omini vosta aviti da lassari
l'omini vosta aviti da lassari.
Pi putiri sfamari 'sti piccirilli
oi 'sti piccirilli
inn'amu iri luntanu assai
ninn'amu iri luntanu assai.
'A terra nostra amu da lassari,
oi amu lassari
pi' vinti franchi di 'sti corvi nivuri
pi' vinti franchi di 'sti corvi nivuri.
Là subba dintu u' Nordu amu pagari,
oi amu pagari
cu la vita nu tuozzo di pani
cu la vita nu tuozzo di pani.
Lavuratura ca jittati 'u sangu
ca jittati 'u sangu
pi anni e anni 'nta na terra luntana
pi anni e anni 'nta na terra luntana
lu jurnu ca turnati s'avvicina
oi, s'avvicina
pi nun partiri chiù d'a terra nostra
pi nun partiri chiù d'a terra nostra.

Traduzione
Guardate questo treno come è nero oh com è nero, è il treno della disperazione è il treno della disperazione. Piangete forte mogli, mamme piangete oh mamme piangete i vostri uomini dovete lasciare i vostri uomini dovete lasciare. Per poter sfamare questi bambini oh questi bambini ce ne dobbiamo andare molto lontano ce ne dobbiamo andare molto lontano. La terra nostra dobbiamo lasciare oh dobbiamo lasciare per venti franchi dati da questi corvi neri per venti franchi dati da questi corvi neri. Lassopra dentro al nord dobbiamo pagare, oh dobbiamo pagare con la vita un tozzo di pane con la vita un tozzo di pane. Lavoratori che sputate sangue che sputate sangue per anni e anni in una terra lontana per anni e anni in una terra lontana il giorno che tornate si avvicina oh s'avvicina per non partire più dalla terra nostra per non partire più dalla terra nostra.

Negli anni dopo il 1920, le leggi americane che limitavano l'afflusso di stranieri e le leggi fasciste sull'abbandono delle campagne soffocarono in grandissima parte l'emigrazione come valvola di sfogo alla disoccupazione. E' solo nel secondo dopoguerra che riprende in misura apprezzabile il flusso migratorio. Le linee di movimento principali però, sono diverse: la direzione è il Nord, al di là delle Alpi o verso i centri industriali di Torino e Milano, e le dimensioni dell'esodo crescono in proporzione allo sviluppo industriale. Tra la fine degli anni '50 e l'inizio degli anni '60, circa 2 milioni di persone si sono mosse verso il Nord: il simbolo di questo viaggio è il treno, cupo ed estraneo traghetto da una terra di colori ad una città di nebbie e cemento armato.
La produzione di canti sull'emigrazione di questi anni è molto diversa dalla precedente: nella quasi totalità è riferibile ad un autore determinato, talvolta è poesia colta ma spesso, e forse è l'aspetto più interessante, è opera di lavoratori emigrati che della canzone si servono per far conoscere la loro realtà in un ambito più vasto dei soli compaesani e quindi scrivono in italiano oltre che in dialetto. I temi rispecchiano il mutamento avvenuto nei modi di vita e nella coscienza della gente del Sud; le possibilità di comunicazione sono enormemente più ampie, dal Nord arrivano le notizie della vita degli emigrati, e sono notizie tristi che parlano di odi razziali, di doveri senza diritti, di omicidi bianchi: il Nord è solo un'amara necessità, non diventa mai, neppur per un attimo, un mito. Rimangono in questi canti gli accenti di tristezza per il distacco dalla terra natale, ma si guarda con maggior senso critico la propria o altrui storia di emigrati: non è più il destino, impersonale e incolpevole, che muove le folle da una terra di miseria alla terra promessa, né la sofferenza immanente alla nascita' del contadino meridionale povero che lo accompagna nella solitudine in un Paese straniero o nella morte sul lavoro, ma è storia degli uomini, e a causa di uomini.

AMORE MIO, NON PIANGERE (Emilia Romagna)

Amore mio non piangere
se me ne vado via.
Io lascio la risaia
ritorno a casa mia.
Ragazzo mio non piangere
se me ne vo lontano.
Ti scriverò una lettera
per dirti che ti amo.
Vedo laggiù fra gli alberi
la bianca mia casetta.
Vedo laggiù sull'uscio
la mamma che m'aspetta.
Mamma, papà non piangere
se sono consumata
è stata la risaia
che mi ha rovinata.
è stata la risaia
che mi ha rovinata.

Canto delle mondine dell'Emilia Romagna. Fino a non moltissimi anni fa, le risaie della pianura padana erano diserbate a mano dalle mondine che passavano le giornate curve sotto il sole, con i piedi e le mani nell'acqua. I disagi e le speranze di queste donne erano testimoniate da un vasto repertorio di canti di lavoro, con cui esse cercavano di alleviare la fatica. In questo canto, una mondina saluta il fidanzato conosciuto durante i duri mesi di lavoro in risaia e annuncia il ritorno a casa. Da alcuni elementi del testo risulta che questa mondina era giovane: nelle risaie, infatti, venivano occupate in prevalenza donne in giovane età, perchè più forti e resistenti alla fatica.

PADRONE MIO (Matteo Salvatore)

Padrone mio, te vojo arrecchire,
padrone mio, te vojo arrecchire,
come nu cane i vo fatijà,
come nu cane i vo fatijà .
Quando sbajo damme li botte,
vojo la morte, nun me caccià .
Tengo tre fiji, vojono lu pane,
chi ci lu dà a lu tatà


Per comprendere appieno l'ironia che vira al sarcasmo (che poi nasce dall'ironia ferita) di questo "canto popolare" bisogna conoscere la storia dell'autore della canzone stessa. Matteo Salvatore. Nasce nel 1925 ad Apricena, paese sulla linea di confine fra i Gargano e il tavoliere delle Puglie. Un'infanzia poverissima. Il padre facchino, la madre "camuffata da mutilata" che va a chiedere l'elemosina a Poggio Imperiale. Matteo fa il garzone di cantina, per otto lire l'anno! La sorella di quattro anni, nel frattempo, muore per denutrizione. Quando è più grande, fra i sette e i nove anni, la mattina, all'alba, è nella piazza del paese per essere venduto, come gli altri braccianti! L'incontro col maestro Pizzicoli (cieco, suonatore di chitarra, mandolino e violino, "portatore di serenate"), da cui in tre anni imparerà a suonare alla perfezione, gli cambierà la vita terribile che lo aspetta. Emigra a Roma: ci mette un mese per arrivarci, saltando da un carretto all'altro. Va' a vivere in una baracca, la sera canta canzoni napoletane ai tavoli di "Gigetto er Pescatore", ai Parioli. Qui lo nota il regista Giuseppe De Santis che gli commissiona di registrare in Puglia canzoni popolari per un film ("Uomini e lupi", con Yves Montand).
Matteo Salvatore compone quattro ballate, poi telefona a De Santis e gliele spaccia per canzoni popolari. Poi, a Trastevere, viene scoperto da Claudio Villa. Comincia il successo, e la guerra con i discografici. Sospetta che vogliono imbrogliarlo e derubarlo. E allora li imbroglia lui, per primo. Consegna le stesse incisioni, in esclusiva, a più etichette. Viene anche scoperto dagli intellettuali, Italo Calvino in primis. Nel 1968 parteciperà addirittura al Cantagiro. Paradossalmente, le sue "canzoni popolari finiranno per rappresentare un nucleo della tradizione italiana, ma rimarranno sconosciute alla più parte dei pugliesi. Muore nell'agosto del 2005. Ecco, saputo questo, leggetelo ora il testo della canzone!

DEPORTEE (Words: Woody Guthrie - Music: Martin Hoffman)

La raccolta è terminata e le pesche stanno già marcendo
Le arance sonostipate nei loro depositi sotto conservante
Tanno per essere riportati in aereo oltre il confine col Messico
Dove spenderanno di nuovo tutti i loro soldi per poterlo riattraversare
Addio Juan addio Rosalita
Addio amici miei Jesus e Maria
Sarete privati perfino dei vostri nomi quando salirete sull'aereo
vi chiameranno soltanto deportati
Mio nonno, lui guadò a fatica il il fiume
Gli portarono via i risparmi di tutta una vita
I miei fratelli e le mie sorelle arrivarono per lavoravare nei frutteti
Continuarono a tirare la carretta finché non caddero e morirono
Alcuni di noi vengono chiamati clandestini altri indesiderati
Il nostro contratto di lavoro è scaduto e ce ne dobbiamo andare
Seicento miglia fino al confine messicano
Ci danno la caccia come se fossimo banditi, fuorilegge, ladri
Siamo morti sulle vostre colline, morti nei vostri deserti
Siamo morti nelle vostre valli, morti nelle vostre pianure
Siamo morti ai piedi dei vostri alberi, morti nelle vostre foreste
Lungo le due sponde del fiume, siamo morti alla stessa maniera
Il motore dell'areeo si incendiò sopra il canyon di los gatos
Balenò come una meteora e fece tremare le colline
Chi sono tutti questi amici, sparsi tutt'intorno come foglie secche?
La radio ha detto che erano solo dei deportati
E' questo il modo migliore di coltivare i nostri orti?
E' questo il modo migliore di coltivare i nostri frutteti?
Cadere come foglie secche per concimare il terreno?
E non essere chiamati con nessun nome eccetto deportati?
Addio Juan addio Rosalita
Addio amici miei Jesus e Maria
Sarete privati perfino dei vostri nomi quando salirete sull'aereo
Vi chiameranno soltanto deportati

Arriviamo con la polvere e ce ne andiamo via col vento

Il 28 gennaio del 1948, in un incidente aereo in California, vicino al confine con il Messico, persero la vita 28 "deportati" ovvero 28 lavoratori messicani che stavano per essere forzatamente rimpatriati.
Il loro permesso di soggiorno era scaduto, insieme col contratto di lavoro, pertanto venivano rispediti in Messico da dove avrebbero cercato con ogni mezzo di tornare negli States. Era questa la vita dei lavoratori stagionali, impiegati soprattutto nella raccolta della frutta, nei campi della ricca California. Il giorno dell'incidente aereo la radio locale diede subito la notizia precisando che erano morti "soltanto" dei deportati.
Woody Guthrie scrisse il testo di questa canzone, che fu poi musicata, dieci anni dopo, da Martin Hoffman, e cantata per la prima volta da Pete Seeger nel 1958.
La canzone, forse l'ultima di Woody, non nasce solo da una notizia di cronaca sentita alla radio, o da un titolo di giornale. Nasce, soprattutto, dalla comunanza e dalla sintonia con chi subisce la sciagura. Rimanendone attonito, colpito, messo a terra. Nasce dal condividere le apirazioni e le frustrazioni e i sogni. Espressioni e linguaggio. In una parola, voce per chi voce non ha.

Iris e Silvio ( Luca Mirti)

Era il sale che bruciava
sopra i tagli con violenza,
erano lacrime di luna
dal cielo di Faenza,
erano un uomo ed una donna
pendenti da un lampione,
era il tributo di sangue
alla più bella storia d'amore.
Nell'inverno di Tredozio
quando Dio ballava il sole,
lui la vide, era il cuore
di coraggio e la passione
era Iris biancofiore,
forza di liberazione,
lui era Silvio il ribelle,
comandante, uomo d'onore.
Con la voce dei fucili
che parlava giorno e notte,
era il fuoco, era il coltello
era il destino tirato a sorte.
Comandava i suoi fedeli
col coraggio e l'incoscienza
Corbari l'imprendibile,
Corbari il re di Faenza.
Era fredda, era decisa
con in mano una pistola,
quanto dolce, quanto bella
come un bacio che ti sfiora,
Fianco a fianco, cuore a cuore
fino all'ultimo respiro,
guardavan sempre avanti
immaginando il futuro.
Era il giorno del castigo
quando Giuda tornò al mondo,
lo cercarono di notte
per saldare ogni suo conto.
Ma reagì con quella rabbia
di chi vuol farla finita,
difendendo il sogno
e la compagna ferita.
Fu così che per amore
lei si tolse anche la vita,
per aprire al Comandante
una nuova via d'uscita,
e sul loro ultimo bacio
che si chiuse la partita,
ed il silenzio cadde
con uno schiocco di dita.
Sessant'anni sono andati
ma il ricordo è ancora là ,
di due amanti combattenti
morti per la libertà .
Ma qualcuno a Modigliana
per il venticinque aprile
giura di averli visti
di notte ballare e sparire.

Una canzone ... tanto dolce e tanto bella, come un bacio che ti sfiora.

Ha fatto bene Luca a scrivere una canzone su Silvio Corbari! E ha fatto bene a scriverla come una canzone d'amore. E mi fa bene all'anima sentirgliela cantare ogni volta che posso. Questa è stata la seconda volta, per me. Anche se l'aspettavo da tanto tempo, una canzone così. Già, una canzone su Corbari, un altro di quei partigiani, come il comandante Facio cantato da Davide Giromini, presumibilmente tradito e consegnato ai fascisti dai comunisti!
Una storia d'amore, dicevo. Una storia d'amore consumata sul letto sontuoso di una rivoluzione. Finita male. La storia d'amore, e la rivoluzione. Tutte le grandi storie d'amore finiscono male, chiosava Tronti a proposito del libro di memorie della Rossanda, solo le piccole vicende durano per sempre, trascinandosi.
I due amanti partigiani appesi ad un lampione, in una piazza. Iris già morta: si era ammazzata per far sì che Corbari non si attardasse a cercare di soccorrere lei ferita. Inutilmente. Era arrivato in fondo alla sua strada, quel Corbari che, da ragazzo, aveva segato e portato via il ciliegio di un contadino che aveva picchiato dei ragazzini del borgo, colpevoli di aver preso delle ciliegie da quell'albero.
Corbari, bollato come anarcoide, politicamente inaffidabile, non accettò mai il commissario politico nella sua banda. Curbara meritava una canzone come questa. Una canzone come una ballata western. Una canzone come fosse una canzone per Billy the kid, per Butch Cassidy. Una canzone d'amore. Per amore. Una canzone alla salute di Iris e di Silvio. Sarebbe piaciuta anche a Tonino Spazzoli e ad Adriano Casadei.

UN MOMENTO PER TUTTO (Luca Mirti)

C'E' UN MOMENTO PER PARLARE ED UN ALTRO PER TACERE
C'E' UN MOMENTO PER BRINDARE ED ALZARE SU IL BICCHIERE
C'E' IL MOMENTO DEL CORAGGIO DOVE NON HAI PIU' PAURA
E C'E' IL MOMENTO IN CUI SEI SOLO E CAPISCI QUANT'E' DURA

C'E' IL MOMENTO DI RISCHIARE CHE TI GIOCHERESTI IL CIELO
C'E' IL MOMENTO DI MOLLARE CHE LE CARTE SONO A ZERO
C'E' UN MOMENTO PER AMARE ED UN ALTRO PER ODIARE
C'E' IL MOMENTO DI COLPIRE E IL MOMENTO DI INCASSARE

C'E' IL MOMENTO DI PESTARE PER RAGGIUNGERE LA CIMA
C'E' IL MOMENTO IN CUI RALLENTI CHE HAI FINITO LA BENZINA
C'E' IL MOMENTO DI SEDERE E FERMARSI UN PO' A PENSARE
E C'E' IL MOMENTO DI RIALZARSI E RIPRENDERE A BALLARE

C'E' IL MOMENTO DI INCAZZARSI CON IL CIELO E CON L'INFERNO
C'E' IL MOMENTO DEI RICORDI PERCHE' ARRIVERA' L'INVERNO
C'E' IL MOMENTO DELLA NEVE E DEL FUOCO SOTTO I PIEDI
C'E' IL MOMENTO DI ELARGIRE PIU' DI QUANTO TU NON CHIEDI

C'E' IL MOMENTO DELLA GIOIA E IL MOMENTO DEL DOLORE
C'E' IL MOMENTO DELLA MORTE DOVE NIENTE HA PIU' COLORE
C'E' IL MOMENTO DI REAGIRE E RIMETTI I PEZZI ASSIEME
C'E' IL MOMENTO DELLA PIOGGIA CHE SI SDRAIA SUL TUO SEME

C'E' IL MOMENTO DEL CONFRONTO E IL MOMENTO DELLA SFIDA
C'E' IL MOMENTO DELLA LEGGE CHE TI SOFFOCA LE GRIDA
C'E' IL MOMENTO DEGLI AFFETTI E IL MOMENTO DELLO STRAPPO
C'E' UN MOMENTO PIU' CORROTTO ED UN ALTRO ANCORA INTATTO

C'E' UN MOMENTO PER LA GUERRA E UN MOMENTO PER LA PACE
C'E' IL MOMENTO DI INGOIARE ANCHE CIO' CHE NON TI PIACE
C'E' IL MOMENTO DELLA FAME E IL MOMENTO DI MANGIARE
C'E' UN MOMENTO PER DIPINGERE ED UN ALTRO PER SPARARE

C'E' UN MOMENTO DI BESTEMMIE ED UN ALTRO DI PREGHIERE
C'E' UN MOMENTO DI FORTUNA ED UN ALTRO DI MESTIERE
C'E' UN MOMENTO DOVE IL MARCHIO TE LO PORTI PER LA VITA
C'E' IL MOMENTO IN CUI CI CREDI FINCHE' DURA LA PARTITA

C'E' IL MOMENTO DELL'INIZIO E IL MOMENTO DELLA FINE
C'E' IL MOMENTO DELLE ROSE E IL MOMENTO DELLE SPINE
C'E IL MOMENTO DEGLI INCONTRI E IL MOMENTO DEI SALUTI
C'E' UN MOMENTO PER I MITI ANCHE QUELLI PIU' VISSUTI

C'E' IL MOMENTO DELLE ACCUSE E IL MOMENTO DEL PERDONO
C'E' IL MOMENTO CHE DECIDE SE SEI DIVENTATO UN UOMO
C'E' IL MOMENTO IN CUI TI AGGRAPPI A UNA MANO UN PO' PIU' FORTE
C'E' UN MOMENTO PER I DADI CHE DECIDONO LA SORTE

C'E' UN MOMENTO PER ENTRARE E UN MOMENTO PER USCIRE
C'E' UN MOMENTO PER FREGARSENE ED UN ALTRO PER CAPIRE
C'E' UN MOMENTO CHE TI CHIAMA CON IL NOME DI TUO PADRE
C'E' UN MOMENTO PER PARTIRE ED UN ALTRO PER TORNARE

Dedicata a Paolo Mozzicafreddo, batterista dei Gang

martedì 3 giugno 2008

radio GAP



Non sapevo che il libro fosse accompagnato da un DVD. Il libro è uscito per Derive Approdi, "La banda 22 ottobre" di Paolo Piano, ed ho cominciato a leggerlo. Il DVD, "Tre della ventidue" di Stefano Barabino e Andrea Teglio, l'ho già visto. Una sorta di monologo a tre voci, quelle di Gino Piccardo, Mario Rossi e Beppe Battaglia, riesce a tessere la trama di una storia, con i suoi errori e con la sua generosità e con le sue anime. Le diverse anime, quella sotto-proletaria di Piccardo, avvezzo alla galera e ai codici che la governano, quella di Rossi, politico e naturalista-autodidatta e quella di Battaglia la più lucida, anche dopo tutti questi anni. Gli occhi scuri di un meridionale immigrato vedevano più chiaro.
Vale la pena ascoltarne le voci, osservarne gli sguardi, di queste tre persone che per tutti questi anni, decenni, non hanno mai indugiato ad un'intervista. Non hanno mai emesso un lamento. Neppure un libro. Non hanno mai fornito alcun tipo di pentimento. Una sorta di silenzio eloquente, fino ad ora, quasi un controcanto a chi spesso sente il bisogno quasi di giustificarsi, se non di scusarsi.
La storia, nel libro, viene ricostruita passo per passo ed è corredata di tutta una serie di documenti che meglio aiutano a comprendere le ragioni della lotta armata, a partire dai suoi albori.
Una nota curiosa. Viene riportato nel libro, la storia della messinscena di una rappresentazione teatrale, "Homo sine pecunia, imago mortis est" (il titolo riprendeva una frase del cardinale Siri). La storia si basava sulla vicenda della rapina allo Iacp e su Mario Rossi. Messa insieme su due piedi, sulla base di un canovaccio scritto dagli occupanti dell'Università in cui venne rappresentata durante la notte di natale.
Claudio Flamigni, militante del Potere Operaio genovese, recitava la parte di un proletario sorpreso dal sacrestano mentre rubava in chiesa due candelabri proprio durante la notte di natale. Durante la colluttazione che ne seguiva, il sacrestano rimaneva ucciso, mentre il proletario veniva arrestato. Il resto della rappresentazione consisteva del processo. Il pm era il cardinale Siri (recitato da un austero e contegnoso Gianfranco Faina), della corte facevano parte anche Paolo VI, Andreotti, Sossi e Agnelli. Nell'aula si aggirava, strusciandosi addosso ai magistrati per tutto il tempo, addirittura Dio in persona (uno studente savonese dal volto ieratico in tuta bianca con sopra ricamata la solenne scritta e che armeggiava - mezzo teppista e mezzo profeta - con una mazza da golf ed una croce) a significare l'immanenza eterna del capitale. Gli avvocati difensori erano: Raimondo Ricci (il noto avvocato del PCI che nella realtà aveva rifiutato di difendere Rossi) recitato da Franco Carlini che ammetteva la colpevolezza del balordo criminale, ne deplorava l'immoralità e si appellava alla clemenza della corte. Nel frattempo Franco Carlini del Manifesto (interpretato da Nando Fasce) descriveva i fatti in termini di provocazione poliziesca e si esibiva in sofismi dietrologici a partire dall'interrogativo di "A chi giova?". Tutot quanto giovava alla reazione e allora il proletario doveva essere assolto perché era una povera marionetta dei servizi segreti. Renato Pastorino di Lotta Comunista (interpretato da Giorgio Moroni) leninisticamente non si lasciava distrarre da quell'evento di strada e riportava il dibattito sulla coscienza di classe di cui questo proletario era totalmente sprovvisto. Oreste Scalzone (interpretato da Luigi Grasso) rivendicava infine l'azione del proletariato come più alta forma di insubordinazione possibile e inneggiava alla comparsa di un nuovo soggetto rivoluzionario.
Alla fine, il proletario veniva impietosamente condannato a lavorare per tutta la vita alla Fiat.

Insomma, per dirla con le parole con cui Mario Rossi chiude la sua intervista sul DVD:
"E' stata una bella esperienza"!

venerdì 30 maggio 2008

Basta il tatuaggio!



Starebbe per venire alla luce un'altra verità, per troppo lungo tempo tenuta nascosta dalla propaganda comunista.
La cosiddetta "notte dei cristalli" in cui, in Germania nella notte fra il 9 e 10 dicembre 1938, vennero uccise 91 persone e rase al suolo col fuoco 267 sinagoghe e devastati 7500 negozi, non aveva nessun movente politico!
Fu soltanto la reazione al furto di un portafogli subìto da parte di un uomo che voleva essere rispettato. Sembra esistano fotografie dell'epoca che mostrano come avesse tatuato sull'avambraccio l'effigie di Lenin. E alcuni testimoni oculari, tuttora vivi, affermerebbero che bande di pischelli si erano uniti all'uomo, fra cui anche un pischello ebreo.
All'apprendimento di tale notizia, il papa avrebbe espresso gioia per il nuovo clima politico, più fiducioso e costruttivo, che ne conseguirebbe.

mercoledì 28 maggio 2008

only a hobo...



Bruce Duncan (Utah) Phillips, 15 maggio 1935 - 23 maggio 2008.

Ricordo il mio amore per te
Scritta da Luigi del Puppo e Tino Chumlovich

Guardo la mia valigia marrone
E ripenso a tutti i posti in cui sono stato
Scali merce e guardie carcerarie
Tutte le piccole città grassoccie lungo la strada
E i bisbigli della gente
Mentre mi osservavano passare
Ricordo tutte queste cose
E soprattutto ricordo il mio amore per te

Ricordo il mio amore per te
Tempo fa, quando il mondo era nuovo
E pensavo che anche tu mi amassi
Ricordo il mio amore per te

Odore di pelle di daino
Quando ci ammassavamo nel vagone per ripararci dalla pioggia
Le lame di luce tagliavano la notte
E il buttafuori della ferrovia ci spingeva fuori dal treno
Quando l'inverno è freddo e soffia il vento del nord
Stavo rannicchiato in un angolo fino al fondo della mia tristezza
Ricordo tutte queste cose
E soprattutto ricordo il mio amore per te

Le strade d'inverno col nevischio ghiacciato
Che trapassava la suola delle mie scarpe
Dove la terra promessa diventava un posto
in cui un uomo poteva rimediare sigarette gratis e liquore
E i vicoli pieni di straccioni vagabondi
E i miei guai raccontati a una bottiglia
Ricordo tutte queste cose
E soprattutto ricordo il mio amore per te

Ricordo il mio amore per te
Tempo fa, quando il mondo era nuovo
E pensavo che anche tu mi amassi
Ricordo il mio amore per te

martedì 27 maggio 2008

Limiti



Non è mai mancata l'ironia, ad Hans Magnuz Enzensberger. E quale argomento migliore dell'intelligenza per giocare la propria ironia? E così Enzensberger da il meglio di sé, a partire dall'analisi dell'ambiguità semantica che disloca l'intelligenza in un territorio che parte dalla "ragione" per arrivare fino alla capziosità e al machiavellismo, in questo agile libretto edito da Einaudi con il titolo "Nel labirinto dell'intelligenza".
Ci prova in tutti i modi, a definirla quest'accidenti di intelligenza (manco fosse il "tempo" di Sant'Agostino!), perfino cercando di aggredirla "al contrario": ché le definizioni e le espressioni della "stupidità" sono ben più numerose e varie, e recano in sé il dato divertente dell'insulto!
Ma il punto nodale del saggio breve è l'argomento principe, e maledetto, della misurazione dell'intelligenza. Introdotto da un certo Alfred Binet, alla fine dell'800, questo presunto metodo scientifico non ha smesso mai di ridicolizzare lo stuolo di sapienti misuratori psicometrici. Sempre pronti a scivolare nell'eugenetica e, assai più facilmente e disinvoltamente, nel razzismo. Enzensberger immagina che ci siano, a scelta, un inuit della Groenlandia, un indio dell'Amazzonia e un navigatore della Polinesia, a testare l'intelligenza di un qualsiasi ricercatore di Londra, di Stanford o di Berlino. Provare a valutarne le capacità intellettive, usando come metro la capacità di distinguere, e fare uso, di piante, identificare impronte e seguire tracce di animali, oppure captare le correnti sottomarine. Se ne vedrebbero delle belle!
La conclusione? Più che ovvia!
Non siamo abbastanza intelligenti per sapere cosa sia l'intelligenza, e men che meno per misurarla.
Dopo Musil, un altro inno alla stupidità.

morire di maggio ....


Sydney Pollack (Lafayette, 1 luglio 1934 – Los Angeles, 26 maggio 2008)

* La vita corre sul filo (The Slender Thread) (1965)
* Questa ragazza è di tutti (This Property Is Condemned) (1966)
* Joe Bass l'implacabile (The Scalphunters) (1968)
* Ardenne '44, un inferno (Castle Keep) (1969)
* Non si uccidono così anche i cavalli? (They Shoot Horses, Don't They?) (1969)
* Corvo rosso non avrai il mio scalpo (Jeremiah Johnson) (1972)
* Come eravamo (The Way We Were) (1973)
* Yakuza (The Yakuza) (1974)
* I 3 giorni del condor (Three Days of the Condor) (1975)
* Un attimo, una vita (Bobby Deerfield) (1977)
* Il cavaliere elettrico (The Electric Horseman) (1979)
* Diritto di cronaca (Absence of Malice) (1981)
* Tootsie (Tootsie) (1982)
* La mia Africa (Out of Africa) (1985)
* Havana (Havana) (1990)
* Il socio (The Firm) (1993)
* Sabrina (Sabrina) (1995)
* Destini incrociati (Random Hearts) (1999)
* The Interpreter (The Interpreter) (2005)
* Frank Gehry - Creatore di sogni (Sketches of Frank Gehry) (2005) documentario

lunedì 26 maggio 2008

I due De Gregori



E' un disco scritto con la mano sinistra, il nuovo cd di Francesco De Gregori, "Per brevità chiamato artista" . Testi banali, se non addirittura tirati via, e musica di scarso spessore, ché dev'essere un vizio, di questi tempi, rifare dieci e più volte lo stesso pezzo, già rifatto in altri cento dischi (vedi l'ultimo di Bubola)! Ma, c'è un però.... Una gemma inestimabile, e non importa se è una cover. Che una cover, se fatta col cuore, può riuscire a valere anche più dell'originale. Solo che la cover non è di Francesco, ma di un altro Degregori che si fa chiamare Luigi Grechi e che l'aveva inserita già nel suo "Cosìvalavita" del 1999. Tradotta dall'originale di Tom Russell e Steve Young, The Angel of Lyon. Una visione, per l'appunto!


L'angelo di Lyon
di Tom Russell, Steve Young, Luigi Grechi

Fu la visione di Anna Maria col rosario tra le dita
A far fuggire lo stregone e a fargli cambiar vita
Lasciò la scena in un vestito grigio, lasciò un messaggio ed un sorriso
Diceva:"Parto per Lione, li cerco un angelo del Paradiso"

Salì sul treno che portava a Bruxelles, ordinò cognac e croissants
Fece una lista dei suoi beni futili nella carrozza restaurant
Oh le ville ... e le piscine ... e i pezzi rari da collezione
Ma fece un voto da San Francesco per il suo angelo di Lione

E cantò l'Ave Maria, almeno i versi che ricordava
Mentre guardava dal finestrino l'ombra del treno che lo portava
E a occhi chiusi sognò quei due fiumi, il Rodano e la Saone
Simbolo eterno delle due anime, maschio e femmina di Lione

Restò ad aspettare dal vecchio ponte, pensò all'incontro di un anno fa
Ma i giorni passano diventano mesi, quattro stagioni son passate già
Ora il suo abito è tutto stracciato, somiglia proprio ad un barbone
Gira le strade e cerca ad ogni porta il suo angelo di Lione

E cantò l'Ave Maria, almeno i versi che ricordava
Mentre fissava sui vecchi muri la propria ombra che lo seguiva
E attraversò quei due sacri fiumi, il Rodano e la Saone
Custodi eterni di quel mistero, del suo angelo di Lione

Stanotte nella cattedrale mille candele stanno bruciando
Le tiene accese suor Eva Maria, man mano che si van consumando
Perso in un sogno di mille vicoli trascina il passo lo straccione
Il vecchio pazzo uscito di senno per il suo angelo di Lione

E cantò l'Ave Maria, almeno i versi che ricordava
Mentre fissava sui vecchi muri la propria ombra che lo seguiva
E attraversò quei due sacri fiumi, il Rodano e la Saone
Che non rivelano il mistero del suo angelo di Lione

ultimatum di frontiera



Una gran bella canzone, scritta nel 1959 per Billy Brown e portata al successo da Jim Reeves nel 1960, qui nella splendida versione "messicaneggiante" di Ry Cooder. Ne ha avute di cover, questa canzone, compresa quella di "re Elvis", ma questa è la versione che preferisco, in assoluto. Per cuori infranti!


Se ne deve andare
di Joe Allison - Audrey Allison

Avvicina le tue labbra al telefono, un po' di più
Fai finta che siamo soli, noi due insieme
Ora dico a quell'uomo di spegnere il juke box
E tu puoi dire al tuo amico lì con te che se ne deve andare
Dimmi, sussurrando, che mi ami davvero
Oppure è lui che ti impedisce di farlo?
Anche se l'amore è cieco, deciditi, devo saperlo.
Devo riattaccare, oppure gli dirai che se ne deve andare?
Non riesci a dire le parole che io vorrei sentire
Mentre sei insieme ad un altro uomo
Se mi vuoi, rispondi "sì" o "no"
Ed io, tesoro, capirò.
Avvicina le tue labbra al telefono, un po' di più
Fai finta che siamo soli, noi due insieme
Ora dico a quell'uomo di spegnere il juke box
E tu puoi dire al tuo amico lì con te che se ne deve andare

venerdì 23 maggio 2008

"Ognuno tradisce a modo suo la rivoluzione. Questo è il mio."



Nel 1961, Leonard Cohen accorre a Cuba, sbarcando avventurosamente su una spiaggia.
E' affascinato dal castrismo ed è entusiasta di Fidel. Ne verrà cacciato assai presto, e con ignominia, da quello che si appresta ad essere l'ennesimo regime moralista, per aver fatto comunella con "la peggio gente del porto", una congrega di santi bevitori e donnine dai facili costumi.


C'è una fede in me
che mi allontanò dalle mie lezioni
più santa dei miei giorni
più profonda dell'oppio nero
più violenta dei tumulti di Cuba
dove non uccisi la vittima designata

E' fede
e quando la trovo
(la perdo, la perdo spesso)
sono una bandiera solitaria
sono il saggio soldato
che marcia a bocca chiusa
nel mondo che va alla deriva
tenuto streto dall'onore.

Leonard Cohen (L'Avana - 1961)

giovedì 22 maggio 2008

sangue fresco



Girolamo De Michele, scrivendo a proposito di romanzo "noir" e realtà, in un bell'articolo apparso anche su "Liberazione" del 15 Maggio, chiosava fra parentesi, parlando di Togliatti, che "Togliatti, la cui penna era imbevuta di dotte citazioni tanto quanto le sue mani del sangue degli anarchici e dei trotzskisti". La cosa, come lo stesso De Michele annotava in fondo al suo scritto, provocava qualche ... sturbo:

"Questa nota su Togliatti è suonata offensiva o "anticomunista" alle orecchie purissime di alcuni nostalgici stalino-togliattiani: in particolare, Sandro Curzi e Citto Maselli hanno inoltrato al giornale Liberazione il seguente esercizio di stile zdanoviano: «sul comunismo ormai ne leggiamo una ogni giorno e va benissimo, ma di Togliatti con le mani imbevute di sangue era dai tempi de "Il Borghese" che non avevamo avuto occasione di leggere. Sino a giovedì scorso a pag. 13 di "Liberazione"»."

Ieri, sempre De Michele, in una lettera al direttore di "Liberazione", si preoccupava di rispondere in modo più articolato alle briose considerazioni di quelli che mi rifiuto di considerare "compagni di strada". Certo sangue, per qualcuno, rimane ancora fresco!


Togliatti, gli anarchici e i trotzskisti
Una lettera al direttore di “Liberazione”
di
Girolamo De Michele


Caro direttore
la mia frase sulle mani di Togliatti imbevute del sangue degli anarchici e dei trotzskisti ha suscitato alcune proteste. Provo a rispondere, prima nel merito e poi nella sostanza politica.

Mi si chiede di fornire le prove del coinvolgimento di Togliatti nel massacro degli anarchici e dei trotzkisti russi, spagnoli e italiani ad opera dei sicari stalinisti: e potrei rispondere ricordando che Togliatti, alla richiesta di provare le accuse contro l'anarchico Ghezzi imprigionato in Urss nel '29 (e in seguito assassinato), rispose che «per noi comunisti, la questione delle "prove" è una questione che non si pone: è, anzi, una questione sciocca. Chiedere le prove della condanna del Ghezzi vuol dire sostenere che ogni singolo atto del governo dei soviet deve essere sottoposto a un controllo pubblico». Rispondo invece ricordando che, all'indomani dell'assassinio del compagno Berneri ad opera dei sicari del Comintern, Togliatti scriveva (senza firmarsi), in un editoriale de "Il grido del popolo" (20 maggio 1936) che «Camillo Berneri è stato "giustiziato" dalla Rivoluzione democratica, a cui nessun antifascista può negare il diritto di legittima difesa», mentre la Pravda annunciava che a Barcellona «l'epurazione dei trotzkisti e degli anarco-sindacalisti è già iniziata, e viene condotta con la stessa energia usata in Urss». E sull'"Internazionale comunista" Togliatti spiegava che era necessario «epurate, radicalmente e per sempre, dai banditi che sono penetrati nei loro ranghi per trascinarvi direttive e parole d'ordine fasciste», dunque «liberare definitivamente il movimento operaio internazionale dal lerciume trotzkista». A chi, magari sulla scorta di Luciano Canfora (che almeno non si vergogna a difendere, con Togliatti, Stalin), accampasse la congiuntura internazionale e le "dure leggi della storia" ricordo che sin dal 1926, tacitando Gramsci che criticava le epurazioni che si intravedevano in Urss, Togliatti difendeva la linea stalinista. Diversi anni dopo e in ben altro clima, così Togliatti rispondeva a Salvemini ("Rinascita", marzo 1950) che lo accusava della morte del compagno Berneri: «vi fu la nota rivolta barcellonese del maggio: una serie confusa di sanguinose battaglie di strade, da casa a casa, dai tetti, ecc. Il Berneri cadde in uno di questi scontri: ecco tutto...». Alla lettera aperta di Victor Serge che chiedeva notizie degli antifascisti italiani scomparsi in Urss, come pure alle lettere di Barbara Seidenfeld, la compagna di Pietro Tresso, Togliatti non ha mai risposto. Sono vicende note, sulle quali si possono leggere i romanzi recenti di Stefano Tassinari ("Il vento contro", recensito giusto domenica scorsa su Queer da Antonini) e Alessandro Bertante ("Al diavul"): tutti anticomunisti? Se invece si vuole qualche fonte storica, che consiglio vivamente a Maselli e Curzi, si può cominciare col volume Gulag. Storia e memoria curato per Feltrinelli da Elena Dundovich, Francesca Gori ed Emanuele Quercetti. Per Dundovich non solo Togliatti «evidentemente era al corrente della tragedia complessiva», ma «l'insieme dei documenti provano in maniera inequivocabile come, seppur non continuativamente, vi prese parte». Il resto, per chi vuole vedere, viene da sé: Togliatti ha responsabilità politiche, se non operative, nel massacro di una generazione di rivoluzionari. Negare ciò equivale a sostenere l'esistenza di uno stalinismo senza stalinisti. Ma cosa c'entrino gli stalinisti col comunismo, io non l'ho mai capito.

Vengo al secondo punto: a che vale oggi ricordare i crimini di Togliatti, da alcuni esaltato come grande dirigente? A me certe esaltazioni fanno venire in mente quei bei versi di Brecht: «Il giovane Alessandro conquistò l'India. / Lui, da solo? / Cesare sconfisse i Galli. / Non aveva con sé neanche un cuoco?». Togliatti fece tutto da solo? E le masse? Fu solo grazie alla sua direzione politica che il movimento comunista crebbe nel paese? In Spagna la risposta togliattiana allo slogan di Durruti "fare la rivoluzione per vincere la guerra" fu "vincere la guerra per fare la rivoluzione": una linea politica che equivale all'idea odierna che prima si vincono le elezioni (a qualunque costo, pur di compiacere la borghesia moderata), e poi si pensa a cambiare la società. Gli eredi di Togliatti sono riusciti, allo stesso prezzo, a fare senza spargimento di sangue quello che Togliatti e il Comintern fece negli anni Trenta: liquidare la sinistra per dimostrare di essere credibili agli occhi della borghesia e dei governi europei. Il punto è questo, credo: per fare società, per fare moltitudine, bisogna partire dal basso e dai movimenti reali, non dall'alto delle segreterie, delle tattiche, dei vertici. Marx il comunismo lo pensava non come un'astuzia tattica, ma come un movimento reale che modifica lo stato di cose esistente. Per contro, l'astuzia politica di Togliatti e dei suoi eredi (da Ferrara a D'Alema e Veltroni) mi ricorda il Napoleon della "Fattoria degli animali" di Orwell che ripete saltellando «tattica, compagni, tattica». Ma anche Orwell, come Berneri e come me, fu tacciato di anticomunismo.

Girolamo De Michele

la vita: istruzioni per l'uso



ISTRUZIONI

Tocca, nel muro, il portone di legno
che non avevi mai visto prima,
dì: "permesso" prima di aprire il chiavistello,
entra,
percorri il sentiero.
Un rosso folletto di metallo pende dalla
verde porta d'ingresso,
a mo' di battente,
non toccarlo, ti morderebbe le dita.
Cammina dentro la casa.
Non prendere nulla.
Non mangiare nulla.
Però,
se qualche creratura ti dicesse di essere affamata,
dalle del cibo.
Se ti dice di essere sporca,
puliscila.
Se grida di essere in preda al dolore,
allevialo
se puoi.

Dal giardino nero potrai vedere la foresta fitta.
Il pozzo profondo accanto al quale passerai
porta al regno dell'Inverno;
c'è un'altra terra sul suo fondo.
Se giri intorno a qui,
potrai tornare indietro, sano e salvo.
Non perderai la faccia. Non penserò male di te.

Una volta attraversato il giardino,
ti troverai nella foresta.
Gli alberi sono vecchi.
Degli occhi osservano dal sottobosco.
Sotto una quercia contorta
siede una signora anziana.
Potrebbe chiedere qualcosa;
dagliela.
Ti indicherà la strada per il castello.
Al suo interno ci sono tre principesse.
Non fidarti della più giovane. Tira dritto.
Nella radura oltre il castello,
i dodici mesi siedono accanto al fuoco,
si scaldano i piedi, si narrano storie.
Potranno farti delle cortesie, se sarai gentile.
Potrai raccogliere fragole nel gelo di dicembre.
Fidati dei lupi,
ma non rivelare loro dove stai andando.
Il fiume può essere attraversato dal traghetto.
Il traghettatore ti prenderà a bordo.
La risposta alla sua domanda è questa:
se porge il remo al passeggero, sarà
libero di lasciare la barca.
Diglielo solo a distanza di sicurezza.

Se un'aquila ti offre una penna,
conservala con cura.
Ricorda:
i giganti hanno un sonno troppo profondo;
le streghe sono spesso tradite dai loro appetiti;
i draghi hannno una debolezza,
da qualche parte, sempre;
i cuori possono essere ben celati,
e li tradisci con la tua lingua.
Non essere geloso di tua sorella:
sappi che diamanti e rose
sono tanto sgradevoli quando rotolano
dalle labbra, quanto i rospi e le rane;
più freddi, persino, e più affilati, e tagliano.

Ricordati il tuo nome.
Non perdere la speranza:
quel che cerchi sarà trovato.
Dai fiducia ai fantasmi.
Confida che quelli che hai
aiutato ti aiutino a loro volta.
Dai fiducia ai sogni.
Dai fiducia al tuo cuore, e alla tua storia.

Quando ritorni, percorri la strada da cui sei venuto.
I favori verranno resi, i debiti ripagati.
Non dimenticare le buone maniere.
Non voltarti indietro.
Cavalca l'aquila saggia (non cadrai).
Cavalca il pesce argenteo (non affogherai).
Cavalca il lupo grigio
(tieniti saldo alla sua pelliccia).

C'è un verme nel cuore della torre;
ecco il motivo per cui crolla.

Quando raggiungerai la casetta,
il luogo da cui era cominciato il tuo viaggio,
la riconoscerai, anche se ti parrà molto più piccola
di come la ricordavi.
Percorri il sentiero, e attraversa il portone
del giardino che non avevi mai visto,
se non una volta.
E poi va' a casa. O costruiscitene una.

Oppure riposa.

NEIL GAIMAN

mercoledì 21 maggio 2008

cinema



Variety annuncia che la Celluloid Dreams ha comprato i diritti per l'adattamento di UBIK di Philip Dick, e che ne curerà la produzione Hengameh Panahi - "Io non sono qui" (I’m Not There), sulla vita di Bob Dylan - insieme alla figlia dello scrittore, Isa Dick Hackett.
Il film dovrebbe entrare in produzione entro il 2009.

martedì 20 maggio 2008

Storie del Signor Keuner / 2



Ricordo come, da bambino, ogni qual volta mia madre mi raccontava un qualche episodio a lei accaduto, ambientato durante gli anni della seconda guerra mondiale, non mancasse di ribadire un concetto che era a me ormai noto, come conseguenza di quella sua esperienza.
"Io, i tedeschi li odio!"
Mi è tornato in mente, quando rileggendo le "Storie del signor Keuner" di Bertolt Brecht, sono incappato nella seguente "storia".

Amor patrio, l'odio per la patria altrui

Il signor Keuner non riteneva necessario vivere in un paese determinato. E diceva: - Posso patire la fame dovunque -. Un giorno che girava per una città occupata dal nemico del paese in cui viveva, gli venne però incontro un ufficiale nemico e lo costrinse a scendere dal marciapiede. Scendendo, il signor Keuner s'accorse di essere indignato non solo contro quell'uomo, ma particolarmente contro il paese al quale quell'uomo apparteneva, al punto da desiderare che fosse cancellato dalla faccia della terra. - Come mai, - domandò il signor Keuner, - in quel minuto sono diventato nazionalista? Proprio perché ho incontrato un nazionalista. Ed è per questo che bisogna estirpare l'imbecillità, giacché essa rende imbecille chi la incontra.
L'amor patrio, disse il signor Keuner, è, come ogni amore, un fardello volontario ed è quindi tutt'al più un fastidio per l'oggetto amato. Diversamente stanno le cose per l'amor patrio che si presenta come odio nei confronti di altre patrie. Esso è un fastidio per tutti.

un rivoluzionario


Carlos Marighella
(5 dicembre 1911-4 novembre 1969)

Ricordo - credo fosse il 1968 - che da qualche parte lessi qualcosa di Marighella, dove sosteneva fosse un'illusione credere che la scelta della lotta armata, di per sé, radicalizzasse le posizioni. Riformisti, opportunisti, attendisti si limitano semplicemente a diventare riformisti armati, opportunisti armati e attendisti armati.
Di Marighella, un libro (Piccolo Manuale della Guerriglia Urbana) in cui, oltre a fornire una serie di regole pratiche per la realizzazione della guerriglia urbana e un elenco dei principali modi d’azione del guerrigliero (fra i quali la propaganda armata, il sequestro, il sabotaggio, le imboscate, gli espropri ecc.), indicava anche quelle che lui riteneva dovessero essere le caratteristiche umane e psicologiche del guerrigliero urbano, richiamandosi agli stessi imperativi di coraggio moralità e coerenza, ai quali aveva fatto riferimento, nei suoi scritti Ernesto Guevara. Insofferente a qualsiasi forma di burocratismo, Marighella aveva una concezione libertaria dell’organizzazione, che lo spinse a teorizzare lo “spontaneismo armato”, in base al quale veniva lasciata ai “gruppi di fuoco” completa autonomia e libera disposizione delle armi e del denaro ottenuti nel corso delle azioni.

lunedì 19 maggio 2008

Se non puoi batterli, unisciti a loro?



«... e se questo vuol dire rubare
questo filo di pane tra miseria e fortuna
allo specchio di questa kampina
ai miei occhi limpidi come un addio
lo può dire soltanto chi sa raccogliere in bocca
il punto di vista di Dio»

Fabrizio De André - Khorakhané -

...in a song



“Qual è la differenza tra un "truth teller", una persona che racconta la verità, e un grande cantautore? La differenza proviene dallo scrivere a proposito della sofferenza. Invece di scappare di fronte al dolore, una persona che racconta la verità ci corre dentro. Da qualche parte lungo la mia strada ho capito che la parte più intima di me era anche la parte più universale. Ho capito che è compito dell’artista rivelare l’umana esperienza. Ci deve essere un modo di rivelare la verità e usarla come uno specchio in cui la gente possa riconoscersi”
(Mary Gauthier)

Ieri sera ...

venerdì 16 maggio 2008

Pause!



La mailing list su Fabrizio De André (su Yahoo), oramai sono nove e rotti anni che la frequento. Ed ha una sua importanza, per me, la cosa. E l'importanza attiene, per lo più, alle persone che vi ho conosciuto e con cui condivido, oltre all'amore per certa musica, l'amicizia.
Alberto Napolitano (in arte "Napo") è una di queste persone. Sempre sulla mailing list di cui sopra, l'altro giorno Napo ha richiesto un parere (anzi dei consigli!) sul disco che si accinge a pubblicare, non senza prima aver fornito il link da cui scaricarlo. D'accordo con lui, che ha deciso di rendere il disco scaricabile liberamente ("E lo zippone lo lascio lì, tanto me li venderò ai concerti a mò di ricordino, non certo nei negozi."), metto qui le mie note, scritte a braccio mentre ascoltavo il disco, canzone per canzone. E chi passerà da queste parti e gli pungerà vaghezza di ascoltarlo, lo scaricherà ....


Ora, consigli..., non esageriamo. Tutt'al più qualche impressione. E te le do a braccio, le mie impressioni. Scrivo, via via che le canzoni scorrono e mentre mi sale, come un empito, una specie di idea...cazzo, Napo, hai mai pensato di fare il cantante con gli Apuamater del buon Giromini? Saresti strepitoso. Intanto riparliamo di "Cos'è" (che avrei preferito si chiamasse "José" che trovo decisamente migliorata rispetto al demo che avevo ascoltato a suo tempo. Era il 2006?
L'impianto testuale alla Dalla-De Gregori rimane, però l'impianto melodico e strumentale si emancipa dal "brassensismo" e risulta assai più convincente. Riesce perfino a piacermi la voce in versione "craying Napo"! :-)
"Prova di giudizio universale", ti dirò, preferivo quella del demo. Come ti scrissi, era assai più intrigante e -consiglio non seguito - si sarebbe notevolmente avvantaggiata, a mio avviso, di un tuo duettare con una voce al femminile. "Alla luna", la terza originale del mazzo, mi appare un po' troppo ...leziosa, ma non tanto perché centrata su una voce recitante, quanto perché piuttosto sembra perdere quella relativa unità che vorrebbe dare un respiro al disco. Un po' troppo auto-compiaciuta!
E veniamo alle cover (parto dal fondo, seguendo il cammino dopo i tre pezzi): "Il bombarolo" parte da un approccio inedito, abbastanza, con la tua voce quasi ad auto-castigarsi dalla sua "eccessiva de-andreicità", chiamata a confrontarsi con l'altra più stridente (a proposito chi è?)
si rifugia in un quasi sommesso parlato. Adatto alla tragicità dell'enunciato.
"La bomba in testa" compie un approccio più "classico" e un po' mi conforta il napo di sempre. L'arrangiamento si discosta dall'originale quanto basta a tenere sveglia l'attenzione.
E veniamo al primo pezzo "live", "La cattiva strada": piacevole e stradaiolo abbastanza da far battere le mani e cantare. Perdonerai se non mi dilungo, ma sono diventato allergico un pizzico alle cover. Non troppo, ma quanto basta per godermele senza esagerare.
Poi , "Mi sono innamorato di te" ancora live. Qui va bene, assai bene. Bella lettura, molto "francese" e tuttavia efficace. Quasi da ....ballare, soffusamente.
Ancora live e "Preghiera in gennaio". E che ci posso fare se mi piacciono gli intro di chitarra e gli incipit che sanno di occhi chiusi e sudore sotto i riflettori smorzati? Il cammino verso l'ultimo ponte si fa lieve, così accompagnato da una voce con una piccola idea di pianto ....
Il Cecco Angiolieri di Napo è recitato con la dovuta attenzione e, alla fine, lascia che si insinui la seconda voce a sparigliare un po' le carte. Poi tocca al "Oh che sarà" di Fossati e de Hollanda. Così, ora, dopo l'iniziale "cos'è" possiamo fare professione di paragnosi e scoprire cosa sarà. Certo napo non è fiorella mannoia! :-) ma l'esecuzione mi è piaciuta e anche il tessuto musicale.
Ma lo sai che vieni molto meglio live!??
Poi tocca a Gaber! Anzì... tocca a De André che canta Gaber! Ma questo lo sapevi già!
"Smisurata preghiera" non è fra le canzoni di De André che preferisco, per usare di un eufemismo, ma non posso fare a meno di dire che rimane all'altezza, e fedele!
"A cimma" e "Canto del servo pastore", ben eseguite anch'esse, aggiungono poco al De André e al Napo che conosco. Magari, più "sperimentale" la seconda (bella quella di tradurla in genovese, ma forse era meglio in sardo).... Mi perdonerai, perciò, se non mi dilungo troppo. Mi fermo un attimo ad ascoltarle.
E veniamo a Ciampi che - eresia eresia - a dirla tutta ho sempre trovato un po' ... ostico.
Meno deandreiana che nella canzone di Gaber, l'interpretazione. Ti dirò che mi è piaciuta non poco, l'ho trovata molto evocativa, densa di contaminazioni ed influenze che non tutte sono riuscito ad individuare. Bello il duetto (ma non vale: io ho una predilezione per i duetti). La migliore delle cover, senz'altro, almeno per quanto mi riguarda, anche se potrebbe attenere al fatto che chiunque canta Ciampi, a mio avviso, lo migliora.
Vabbé, "L'acqua della chiara fontana" swingante e teneramente anni venti è una piccola chicca, anche se io avrei levato un po' di profondità alla voce, per rendere il tutto più leggero, più aereo ....
pant pant ... sono arrivato in fondo. Vai, pubblicalo!!!!:-)

giovedì 15 maggio 2008

Storie del Signor Keuner



Da un ragazzo in lacrime il signor Keuner volle sapere il motivo della sua pena. "Avevo messo insieme due soldi per andare al cinema", disse il fanciullo, "poi è arrivato un ragazzo e me ne ha strappato uno di mano". E indico un ragazzo che si scorgeva a qualche distanza.
"E non hai chiesto aiuto?" chiese il signor Keuner.
"Certo", disse il ragazzo singhiozzando un po' più forte.
"E non ti ha sentito nessuno?" gli chiese quindi il signor Keuner accarezzandolo amorevolmente. "No", singhiozzò il ragazzo.
"Non riesci a strillare più forte?" domandò il signor Keuner.
"No", disse il ragazzo guardandolo con rinata speranza. Perché il signor Keuner sorrideva.
"Allora dammi anche quest'altro", disse, togliendogli di mano l'ultimo soldo e continuando tranquillamente per la sua strada.

Bertolt Brecht

mercoledì 14 maggio 2008

Quotidianeità



"Avete intenzione di trasportarci mobili nuovi? O preferite viverci con quelli che ci sono già? Io potrò aiutarvi a decorare le stanze. E anche Lord Running Clam' - un Ganimediano dalla gialla forma bavosa - nel modo che gli sarà possibile. E nel corridoio accanto c'è una creatura di metallo fuso proveniente da Giove che si chiama Edgar; in questi giorni è ancora ibernato, ma quando tornerà in vita potrà darci una mano a riverniciare le pareti. Poi nell'app di sinistra abita un uccello-mago di Marte; sapete, quelli con le piume multicolori ... non ha mani, ma può muovere gli oggetti per telecinesi: anche lui vorrà aiutarci, all'infuori di oggi che sta covando. Ieri ha avuto un uovo"

"Dio" - mormorò Chuck - "ma questo palazzo è un calderone poligenetico!"

"E al piano di sotto" - riprese Joan - "c'è un serpente pigro di Callisto: se ne sta quasi tutto il giorno avvolto intorno allo stelo di una lampada da salotto e si sveglia soltanto quando il sole tramonta. Poi esce e va a fare provviste: mangia parecchio. E infine c'è il Ganimediano che avete già incontrato".

Soffiò con forza una boccata di fumo.

"Mi piace questo posto: ci puoi trovare tutte le specie di vita. Prima di voi, in questo app abitava un muschio venusiano. Una volta gli ho salvato la vita: si era tutto seccato ... devono essere sempre inumiditi, lo sapete. Ma era il clima di Marin County, che era troppo asciutto per lui: così si è deciso, dopo quella
volta, ed è partito per l'Oregon, dove piove tutti i giorni."

da Philip K. Dick - Follia per 7 Clan ("Clans of the Alphane Moon")

martedì 13 maggio 2008

Elvis



Lo sanno tutti che Elvis non è morto. Ma, sicuramente, Joe Lansdale lo sa meglio di chiunque altro, e sa qualcosa di più!

Elvis faceva fatica a pensare a se stesso o alla vita in un contesto che non fosse la fogna, visto che spesso era troppo stanco per evitare di farsela addosso nel sonno, svegliarsi in un mare di piscio o di merda, in attesa che le infermiere o gli assistenti venissero a pulirgli il culo. In quel momento se ne rese conto. Tutto d’un tratto si accorse che erano anni che lo davano per morto.

Il re, ovviamente, si era stufato di vivere fra lustrini e amici che lo spremevano come un limone, alla fine aveva trovato uno dei suoi tanti imitatori che gli assomigliava assai più di chiunque altro: erano due gocce d'acqua. Così avevano firmato ... il contratto. Ed Elvis aveva potuto tornare a cantare come voleva, fra gente vera, fingendo di essere sé stesso. Facendo credere a tutti che fingeva, proprio quando invece, ormai stufo, aveva smesso di fingere.

"Entrò l’infermiera dalla carnagione color cioccolato e dalle tette come pompelmi. (...) “Come sta oggi, Signor Haff?”
“Bene” disse Elvis. “Ma preferirei mi chiamasse Signor Presley, oppure Elvis. È una vita che glielo ripeto. Non mi faccio più chiamare Sebastian Haff. Non cerco più di nascondermi.”
“Certo”, disse la bella infermiera. “Ne ero al corrente.
Me l’ero scordato. Buon giorno, Elvis.”
La sua voce grondava sciroppo di sorgo. Elvis avrebbe voluto colpirla con la padella."

Solo che quando il finto Elvis era morto, il vero Elvis non poteva più vantare nessun diritto. La sua coppia del contratto era andata arrostita nell'incendio della roulotte in cui era andato a vivere.

“Senta, Signor Haff, non ho niente contro il fatto di chiamarla Elvis ma mi sembra che lei abbia le idee un po’ confuse oppure che le piacciano i giochini. Lei era un sosia di Elvis. Se lo ricorda? È caduta dal palco e si è rotta l’anca. Quand’è stato., vent’anni fa? Si è preso un’infezione ed è stato in coma per alcuni anni.
Quando è uscito dal come., aveva qualche
problemino.”...

Così era finito in quell'ospizio per vecchi, dove c'era anche Jack McLaughlin. Lui era convinto di essere John F.Kennedy e diceva che era stato solo ferito nell'attentato a Dallas. Il suo cervello stava alla Casa Bianca ed era caricato a batterie. Era un afro-americano, e sosteneva che le autorità lo avevano tinto di nero. Una prova in più della loro abilità!

Cristo santo! Era un ospizio o un manicomio?... . Forse sarebbe valsa la pena di stare al gioco fino in fondo, anche se avesse significato giocarci con un negro che era convinto di essere John F. Kennedy e che credeva che una mummia egizia infestasse i corridoi della casa di riposo, scrivesse dei graffiti sui divisori del bagno, togliesse l’anima delle persone succhiandogliela dal buco del culo, la digerisse, e la cagasse nel cesso degli ospiti.

Alla fine, i due vecchietti dovranno vedersela con qualcuno più vecchio di loro: una mummia che si è riscegliata nei sotterranei del museo di Memphis. Ci sarà lo scontro perché ... non devi chiederti cosà può fare il tuo ospizio per te, ma cosa puoi fare tu per il tuo ospizio. Non prima che il presidente Kennedy abbia rivelato ad Elvis il segreto di stato meglio custodito: com'era Marilyn a letto? WOOOWWWWW, la risposta!

Bubba Ho-Tep - Regia di Don Coscarelli - 2002

lunedì 12 maggio 2008

s/bivi: baraonde e polizie



"Se dunque l'universo è infinito, ciò significa anche che giorno per giorno la natura riproduce miliardi di sistemi solari, i quali altro non sono se non calchi servili del nostro. Non vi è sasso, né albero, né bestia, né essere umano, né evento che in quel lontano duplicato non abbia già il suo posto. Se dunque la vera terra possiede nell'universo schiere di sosia, lo stesso vale ovviamente per tutte le sue possibili varianti. Di conseguenza, esistono altri miliardi di pianeti ove l'uomo percorre sentieri che qui disdegna o trascura; e questo accade per ciascuno di noi, per ogni singolo istante, per qualunque possibile diramazione, per tutte le alternative esistenti...Noi tutti abbiamo dunque innumerevoli sosia, varianti di noi stessi, e tutto ciò che qui avremmo potuto essere o diventare lo siamo realmente altrove, su diversi, lontani pianeti. Ciò che noi chiamiamo progresso sorge e scompare, come rinchiuso in gabbia, entro ciascuno di questi innumeri mondi. Sempre e dappertutto lo stesso dramma, davanti allo stesso scenario, sullo stesso esiguo palcoscenico: un'umanità rumorosa che nella sua origine vive come fosse in uno sconfinato universo, per poi immantinente sprofondare insieme alla stella che la sorregge! Ciò che in questo istante io scrivo, in una cella di Fort Taureau, lo scrissi in miliardi di altri mondi e colà lo scriverò per tutta l'eternità, su un tavolo, con una penna, e con degli abiti perfettamente identici ai miei".

No, queste parole non appartengono ad un romanzo di fantascienza, sono state scritte, nel fondo di una cella, da Louis-Auguste Blanqui, modello a venire di ogni rivoluzionario di professione, maestro di complotti fallimentari e di insurrezioni disperate. Blanqui scrisse "Dagli astri, l'eternità: un'ipotesi astronomica", presumibilmente durante i giorni della Comune, dal fondo della prigione di Fort Taureau . Un posto di polizia del ... continuum!
E già, la polizia. Sempre pronta a disturbar la festa, per dirla con Goethe. La fantascienza, del resto, ha dasempre intrattenuto rapporti stretti con l'istituzione benemerita: fra pattuglie solari e questure temporali. La polizia del continuum (o dei continua) è la diretta filiazione delle polizie temporali de "La fine dell'eternità" di Asimov, de "La legione del tempo" di Williamson, per non parlare de "Il grande tempo" di Leiber. O no, non è che sia un corpo di epigoni, ha un lavoro da svolgere. Deve servire a quella specifica e insopprimibile volontà d'ordine, propria della fantascienza: un mondo razionale, perdio! Quella volontà d'ordine che ha sempre fatto da contrappunto all'irriducibile e profondo sogno di disordine che gli è proprio. E in questi accidenti di mondi paralleli, non subìti, negati e rimossi, in questi mondi non ci sono più regole e, tantomeno, qualcuno disposto a rispettarle, nel caso ci fossero. E la polizia sta lì a cercare di contenere ... il troppo! Somiglia un po' alla polizia dei film anni cinquanta. Come il protagonista di "Lord Kalvan d'Altroquando" di H. Beam Piper, un poliziotto catapultato in un altro mondo. Ce ne sono di mondi, da quelle parti! Addirittura, ne "Il Ruffaldo", Jack Vance postula che ci sia un mondo singolo, fra gli infiniti universi disabitati, per ogni singolo! Addirittura!! Da costruirsi una villetta e passare le giornate a pescare e leggere, come nelle prevesioni adamantine e geometriche di Amedeo Bordiga (bislacco scrittore di fantascienza anche lui, sebbene non sia catalogato come tale).
Un buon modo per sfuggire all'eccessiva baraonda del ballo mascherato dove tutti i tempi e tutti i luoghi del mondo sono contemporaneamente rappresentati. Il posto? "La Taverna della Vecchia Fenice". Un mistico superbar per insonni molto problematici che compare nello splendido "Tempesta di Mezza Estate" di Paul Anderson. Qui si danno convegno, sotto gli occhi di un anonimo taverniere, i viaggiatori convergenti che attraversano il tempo, lateralmente.

"Cercatela dappertutto e in qualsiasi momento, di giorno, di sera, di notte, in un vicolo antico o in una brughiera desolata o in una foresta dove persino i cacciatori, a cui nessuna traccia sfugge, le passano accanto senza vederla. Per quanto mi riguarda, io mi ritrovai la maniglia della sua porta sotto le dita, e la sua insegna che mi scricchiolava sulla testa, mentre stavo per entrare nel bar di una nave, in alto mare. Ma, in effetti, non è che possiate proprio cercarla, questa casa: sarà lei a cercare voi. Dovete però stare all'erta per avvertire la sua presenza fuggevole, dovete essere perspicaci o curiosi o avventurosi o disperati abbastanza per entrare la prima volta. In seguito, se non abusate della sua ospitalità, vi sarà permesso di tornarci di tanto in tanto. Le probabilità sono tutte contro di voi, naturalmente. A pochi viene offerta l'occasione. Tuttavia, dal momento che nessuno sa in base a quali regole il padrone ammetta i suoi ospiti, e se qualcuno glielo chiede risponde semplicemente che sono quelli che hanno delle buone storie con cui pagarlo, anche voi, un giorno o l'altro, potreste essere tra i favoriti."

domenica 11 maggio 2008

operai



Lavorare uccide. Così recita il bel titolo del libro di Marco Rovelli, alla cui presentazione ho assistito, l'altra sera, al cpa firenzesud. Lavorare uccide. Giocoforza è, a questo punto, dedurre che bisogna smettere di lavorare, o quantomeno ridurre la quota di lavoro, se non si vuol morire. L'analogia con quanto scritto sui pacchetti di sigarette dovrebbe apparire evidente a chi, come Marco, non fuma. Non credo possano servire a nulla - e nulla significano - le geremiadi a proposito della solidarietà perduta degli operai. Già, gli operai. Come se la loro solidarietà fosse un dato biologico e non, piuttosto, un codice comportamentale che viene messo in atto in quanto paga, nel fuoco del conflitto?
La "cultura del lavoro" e la sua presunta mancanza, di cui si lamentava, con tono altrettanto mortifero, un sindacalista slai-cobas, è fatta della stessa sostanza del fumo delle ciminiere. E reca la morte.
Per poter vivere bisogna tornare a "volere tutto", anche la vita.


"Gli anni ’70 del secolo sono stati i più soddisfacenti dal punto di vista operaio di tutta la storia industriale d’occidente. Come se la sono passata bene e di lusso gli operai nel settimo decennio del 1900, mai fu prima e mai sarà dopo. Per gli operai il settimo decennio è stato sabbatico, festivo. Hanno ribaltato la tirannia di fabbrica, hanno fermato il tempo delle macchine, hanno fatto scorrere il loro contrattempo dentro le grandi fabbriche. Hanno prodotto pausa, sollievo, assemblea, blocco delle linee, quando nelle officine si fermava il frastuono delle turbine e partiva il rimbombo dei cortei interni, battito di martelli sui bidoni. È stata un’altra, tutt’un’altra musica, altro che Battisti, Mogòl e festivàl. Trasformava il presente in un tempo d’avvento.
Agli operai andava di lusso pure l’amore e il sesso. Era abolito il censo, l’origine, contava solo il valore pubblico di militante politico, di avanguardia nelle lotte. Mai gli operai hanno avuto così tanta fortuna con gli approcci e gli abbracci."

Erri De Luca

venerdì 9 maggio 2008

Il suono di un arcobaleno



Ecco di nuovo l'arcobaleno
di Kris Kristofferson

Il luogo era un piccolo bar all'angolo della strada
La cameriera stava spazzando il pavimento
Due camionisti stavano bevendo il loro caffé
Due bambini figli di operai sul'uscio

"Quanto costano le caramelle?" Loro hanno chiesto
"Voi quanti soldi avete?" Lei ha risposto
"Abbiamo solo un centesimo in due"
"Costano un centesimo ogni due" ha mentito

E la luce del giorno è diventata tetra di tuoni
E di odore di pioggia portata dal vento
E non proprio benevolo
Ecco di nuovo l'arcobaleno

Uno dei camionisti si è rivolto alla cameriera
Dopo che i bambini erano andati via
"Le caramelle non vengono due per un centesimo"
"E a te cosa importa?" gli ha risposto

In silenzio hanno finito di bere il loro caffé
Poi si sono alzati e hanno salutato
Lei li ha chiamati "Hey, avete lasciato troppi soldi"
"E a te cosa importa?" Hanno risposto

E la luce del giorno è diventata tetra di tuoni
E di odore di pioggia portata dal vento
E non proprio benevolo
Ecco di nuovo l'arcobaleno

giovedì 8 maggio 2008

Pestaggio mortale a Verona, il gip conferma i cinque fermi ...



TUTTO CIO' CHE C'E' DA SAPERE SU ADOLF EICHMAN
di Leonard Cohen

OCCHI: .....................................................Medi
CAPELLI: .................................................Medi
PESO: ........................................................Medio
STATURA: ...............................................Media
SEGNI PARTICOLARI: .........................Nessuno
DITA DELLE MANI: ..............................Dieci
DITA DEI PIEDI: ....................................Dieci
INTELLIGENZA: ....................................Media

Che cosa vi aspettavate?

Artigli?

Incisivi enormi?

Saliva verde?

Follia?

mercoledì 7 maggio 2008

Bivi



Gli universi paralleli, nella letteratura di genere, appaiono per la prima volta in un romanzo di Austin Hall ed E.H. Flint, "The Blind Spot", e nel seguito "The Spot of Life" (in italiano raccolti entrambi ne "Il punto cieco" edizioni Libra). L'anno è il 1920, e vi si racconta di una casa, a San Francisco, in cui si apre una porta fra i mondi che premierà sia il coraggio che la peculiare viltà di chi saprà varcarla. Veramente, già Wells aveva descritto qualcosa di analogo: una porticina in un muro cieco che conduceva ad un altrove. Universi paralleli ancora ingenui. Però, già vie di fuga ben orientate. Qualcosa di più simile a quello che fa Alice nel Paese delle Meraviglie, o Dorothy nel mondo di Oz. Ancora di più non si poteva che fuggire per la tangente e abbandonare completamente questo mondo. Avrebbe fatto la felicità di Jacques Camatte!
Ma il dado è oramai tratto. Anche se si tratta ancora solo di "altre dimensioni", presto diverranno mondi, in tutto e per tutto simili al nostro, salvo per una fortuna più marcata quando, indecisi, ai crocevia della storia, si lancia una moneta per aria.
Sono stati gli Aztechi a scoprire l'Europa, e non viceversa e il mondo - si capisce - ne è risultato migliore. In un altro, i cinesi, migliaia di anni fa, hanno sottomesso il mondo all'autorità del Figlio del Cielo e, se non altro, il pianeta adesso appare assai più ordinato e attento alle questioni formali, e in giro si vedono solo persone meno sfacciate e volgari. In un terzo, la cultura araba, più tollerante ed umana, però assai meno rilassante, si è imposta anche ad occidente, ed ora qui da noi si porta il fez e si fuma il narghilé.
Certo c'è da rilevare che, stranamente, tutti gli universi paralleli - nella fantascienza - non hanno mai raggiunto un livello tecnologico comparabile al nostro! Per qualche motivo, quei mondi riposano in tutte le zone d'ombra violate dalla storia, e lì prosperano tranquillamente. Sommessi, leggermente decadenti, singolari. I morti impiccati, i suicidi, i rivoluzionari sconfitti, quelli che hanno pagato il prezzo più alto ai potenti di turno, tutti costoro si ritrovano fra le mani un'altra chance. Anzi, molte altre chances!
Certo, nessuno ne ha ancora mai parlato, o scritto, ma, da qualche parte, la Comune di Parigi non è stata sconfitta.
Sì, gli universi paralleli hanno un altro profumo. E si comincia alla grande, nel 1934, con Murray Leinster e il suo "Sideways in Time" ("Bivi nel tempo"). Una tempesta temporale sconvolge la trama del tessuto spazio-temporale e manda all'aria il nostro mondo. Passato e futuro iniziano a convivere, confondendosi fra loro. La storia è come se ... rabbrividisse, e cominciano ad aprirsi porte su tutta una serie di mondi paralleli dove le cose, per l'appunto, sono andate altrimenti. Certo, ahimé, più tardi comincerà a fare la sua comparsa in qualche romanzo una sorta di "polizia degli universi paralleli", adibita ad impedire che certe cose avvengano. Ma oramai l'invenzione è in marcia, inarrestabile!
Fredric Brown, uno dei geni della narrativa d'evasione (bella lì) del secolo scorso, tracciò nel suo "What Mad Universe" (Assurdo Universo") le linee generali della teoria superiore degli universi paralleli. La più vertiginosa e tuttora insuperata.

"Tutti gli universi concepibili esistono. C'è, per esempio, un universo in cui in questo momento si svolge questa stessa scena, con la sola eccezione che tu, o il tuo equivalente, porti scarpe marroni invece che scarpe nere. C'è un numero infinito di permutazioni dei caratteri variabili, per cui in un altro caso avrai un graffio su un dito e, in un altro, corna purpuree...C'è un universo in cui Huckleberry Finn è una persona reale, e fa le stesse cose che gli fa fare Mark Twain nel suo libro. Ci sono in realtà infiniti universi in cui un certo Huckleberry Finn fa ogni possibile variante di quello che Mark Twain avrebbe pouto attribuirgli...E c'è un numero infinito di universi, naturalmente, in cui noi non esistiamo affatto, vale a dire non esistono creature simili a noi, anzi, in cui la razza umana non esiste affatto. Ci sono, ad esenpio, infiniti universi in cui i fiori sono la forma di vita predominante, oppure in cui non si è mai sviluppata né mai si svilupperà alcuna forma di vita. E infiniti universi in cui le fasi dell'esistenza sono tali che noi non abbiamo né i pensieri né le parole per descriverle o immaginarle."

Il protagonista del romanzo di Brown - c'è da dire - quando potrà tornare al suo universo originario, opterà per un altro universo, più vicino al suo concetto di abitabilità, dove lui è più ricco e più fortunato in amore. L'uso più avanzato fatto finora degli universi paralleli. Mondi migliori a scelta! In seguito, la fantascienza rinuncerà a questo genere di utilizzo, rimuovendo e archiviandolo come divertissement. Peccato, una bella occasione perduta! Però, in infiniti universi è stata colta.
Ad ogni modo, i titoli sono tantissimi. Magari se ne riparla.

martedì 6 maggio 2008

Ironia ferita



Nehwon è una terra desolata ma, come dire, non per questo "matrigna". Molti scriteriati turisti della fantasia, come Darrell Standing ("Il vagabondo delle stelle" di Jack London), firmerebbero per potervi passare una parte delle loro ferie o, almeno, un paio di week-end, come pure, in alternativa, le passerebbero nell'era "hyboriana" di Conan il barbaro. Mondi manichei. Finalmente!
Nehwon ha qualcosa in più, rispetto ai luoghi tradizionali della cosiddetta "heroic fantasy". Ironia e ancora ironia. Del resto, Fritz Leiber è scrittore dotato, capace di usare la scrittura come arma estetica. Eppure il mondo di Nehwon paga gli esercizi di bella calligrafia, propri del milieu "colpevolizzato" che assai spesso orbita anche intorno alla narrativa di consumo, col suo essere un mondo barbaro ad usum intellettuale. Bisogna dire che non è un bello spettacolo assistere alla messa in scena del senso di colpa degli scrittori di evasione: si dice che Francis Scott Fitzgerald, quando per breve tempo venne assunto come sceneggiatore dai produttori di "Via col vento", avesse raddoppiato la sua razione quotidiana di whiskey. E l'ironia ferita di Leiber, quando affronta le storie del "Gray Mouser", appartiene allo stesso repertorio. E non si può ridere! Come non si poteva ridere al funerale di Ettore sotto le mura di Troia. L'heroic fantasy non si pone problemi, eppure nei suoi cliché afferma che i problemi li conosce assai bene. Uno per uno.
Nei mondi dove gli eroi non solo servono ancora a qualcosa, a dispetto di Brecht, ma non sono d'ingombro a nessuno: con un pugnale in mano, o una spada, la si può ancora far finita con tutte le ingiustizie, e con prepotenze e iniquità perpetrate da parte dei potenti, in barba al povero Amleto. Tuttavia, i mondi barbari sono a conoscenza del fatto che il peggiore aldilà è già in atto e che il puro e semplice compiersi degli eventi è, in sé, demoniaco. Solo che c'è ancora una ... speranza (una parola che, qui, nel quotidiano, più nessuno pronuncia). I fantasmi possono essere respinti e dispersi con una semplice formula magica.
Quasi quasi, questa barbarie sembra preferibile di gran lunga al ... socialismo!
La barbarie immaginaria ed il socialismo realizzato, sia ben chiaro!
Così, a scapito della riottosità di Leiber, le storie del Gray Mouser sono piacevoli. La cattiva intenzione rimane lì, in disparte quasi, come uno stregone nell'ombra. La prima storia del ciclo risale al 1935, e venne scritta a quattro mani. Harry Fischer, co-autore, ben presto abbandonerà l'attività letteraria per intraprendere la bizzarra professione di "progettista di imballaggi" (ironia, ironia. Ironia dapertutto). E due sono i protagonisti, il Gray Mouser e Fafhrd, che si aggirano come Stanlio e Ollio, ma a ruoli invertiti e senza la loro vivacità, in una sorta di labirinto cinematografico a loro misura. Si scontrano con gli dei, vivono avventure nel gelido nord, conoscono maghi dalla pelle scura in possesso di segreti imparati in dimensioni sconosciute cui riescono ad accedere. Nel "film" si fa un po' troppo scialo di "primi piani", c'è da dire. E questi primi piani stanno sempre troppo attenti a mostrare il loro profilo migliore.
Un film di Charlot con protagonista ... John Wayne. Più o meno.
Ma può andar bene, e magari è facile scoprire, alla fine che il Gray Mouser ... è dei nostri!

lunedì 5 maggio 2008

seguiti



"Il dramma è finito. Perché allora qualcuno si fa avanti? Perché uno è sopravvissuto alla distruzione?"
Così finisce Moby Dick, quando oramai i giochi son fatti. Il Pequod è sprofondato negli abissi, tomba del capitano Achab, trascinando con sé anche il più piccolo avanzo. Solo Ishmael è rimasto a galla, sulla bara che Quiqueg, il suo selvaggio compagno, si era portato appresso sulla nave. Sembra davvero tutto finito. Dopo un giorno e una notte alla deriva "su un mare morbido e funereo", la bara viene avvistata da una baleniera. Presumibilmente - Melville non lo dice - Ishmael viene tratto in salvo, e così può uscire definitivamente di scena. Però .... però, stante a quanto viene espresso, alla lettera, nel finale, è proprio ora che Ishmael dovrebbe farsi avanti ...
La storia viene scritta "dopo le catastrofi", e se qualcuno scampa è proprio allo scopo di fare da cronista, non per uscire di scena. La storia - anche in senso marxiano - comincia dopo l'ultima catastrofe, dopo la rivoluzione. E, magari, Ishmael, l'ha sospettato che proprio lì, alla fine del romanzo, la sua avventura poteva avere inizio. Ed è per questo che ha dato mandato a Philip J. Farmer di scrivere "The Wind Whales of Ishmael" (in italiano "Pianeta d'aria") che inizia dove finisce Moby Dick.
Dopo qualche giorno di bonaccia, in una notte del tutto serena, Ishmael è sulla coffa di vedetta della Raquel, la baleniera che l'ha tratto in salvo, quando, da un istante all'altro, "senza fare più rumore di uno spettro che aleggiasse sull'oceano", il mare scompare, la notte viene sostituita dal giorno e la nave sta precipitando. Così dalla preistoria di Achab, si passa alla storia di Ishmael trasportato in in una Terra alla fine del tempo, dove gli oceani sono ridotti a sparuti laghetti densi di sale, il sole agonizzante e la razza umana sull'orlo dell'estinzione. La chiave è proprio la bara di Quiqueg. Nei suoi strani intarsi è scolpito qualcosa di indefinibilmente alieno che ha permesso di superare le barriere del tempo: un viaggio per cui si costruiscono le bare, ma che solo la bara immaginata da Melville riesce a compiere! E il tempo diventa la "balena bianca" di Ishmael, in un mondo dove i grandi cetacei si sono evoluti in animali aerei gonfi di gas leggeri e dove battelli volanti navigano le correnti dell'aria a caccia di balene nel vento. Ishmael non capisce questo mondo, ,a non discute con loro più di quanto non lo facesse con Achab. Riuscirà a farsi eleggere "Grande Ammiraglio" e tenterà di salvare, col suo equipaggio, l'intera specie umana. Se avesse avuto il comando del Pequod, lui, Ishmael, sarebbe tornato indietro. Sarebbe venuto a patti con la sua gamba di legno. C'è destino e destino. Quello di Ishmael è la fuga.
Farmer fornisce la sua chiave per il Moby Dick: l'essenziale era la bara, non la balena. Essenziale era Qiqueg, non Achab.
Del resto, se Melville, civilizzato fra i selvaggi, è il protagonista di Typee, può essere benissimo che Quiqueg, selvaggio fra i civilizzati, sia il protagonista di Moby Dick. Sarà la bara a riportare indietro Ishmael dalla fine del tempo. Un po'come avviene nel finale del romanzo "più difficile" di Melville, "L'uomo di fiducia". che si chiude con le parole:
"Questa mascherata avrà forse un seguito".

venerdì 2 maggio 2008

Ti ho visto lì per terra ...


Sempre più simpatico e brioso, il primo maggio nella sua ricorrenza! Nel mentre che, durante quella che era nata come una TREGUA dal lavoro, si muore per lavoro all'Ilva di Taranto, intanto si assegnano medaglie alla memoria agli operai assassinati, in quanto si sarebbero sacrificati ...
Di amenità in amenità, tutti si sgolano a dire basta, e il presidente di questa repubblica non manca di augurarsi di poter festeggiare il prossimo primo maggio, eccetera eccetera, dimentico della sua età che suggerirebbe maggior prudenza e un pizzico di scaramanzia!
Intanto la destra gioca a far la sinistra, e la sinistra va a farsi contestare, ché un po' di visibilità in questi tempi grami non fa male. Insomma, purché se ne parli ...
Da paura! Come l'età in cui stiamo vivendo. Paura dappertutto. Paura degli extracomunitari e dei rumeni, paura del crimine organizzato e non, e paura che le dichiarazioni dei redditi vengano rese pubbliche. Da una parte. E poi anche paura di quelli che ci dicono che dobbiamo avere paura. Dall'altra. Paura della lega e dei fascisti. Com'era quella storiella "zen"? La tigre sopra, il precipizio sotto, il tizio aggrappato ad una radice che si mangia una fragola.......