venerdì 19 ottobre 2018

Realismo Onirico

donzelli


«Nel pensiero dei moderni, il grottesco – scrive Victor Hugo nella Prefazione al suo Cromwell – ha una parte immensa. È dovunque: da un lato crea il deforme e l’orribile; dall’altro il comico e il buffonesco». Partendo dalla lettura di questo testo, il libro studia le metamorfosi della rappresentazione grottesca nella letteratura europea, e non solo, alla luce del trauma irreversibile provocato dalla Rivoluzione francese. Con la presa della Bastiglia si assiste a uno scatenamento irrefrenabile di forze distruttive che attaccano e uccidono ogni presunto colpevole, reale o fantasmatico che sia, il più delle volte prodotto da un’immaginazione sovraeccitata, come se i confini tra il possibile e l’impossibile fossero andati irrimediabilmente in frantumi. Dall’evento cruciale della decapitazione del re sotto la ghigliottina iniziano a diffondersi i germi dell’orrore che contagia, divora, deforma ogni cosa. Ed entra in scena il legame decisivo tra il sangue versato e la malattia, tra la violenza e l’aberrazione. L’attesa della morte, tanto reale quanto immaginaria, trascina la coscienza in un vortice di allucinazioni, sussulti visionari, deliri e incubi che dilatano la stabilità di ciascuna fisionomia psichica, estendendola verso direzioni sempre difformi rispetto alle norme codificate: grottesche, appunto. Proprio qui, in questo sottosuolo affollato di fantasmi e di lugubri oroscopi – perlustrato, intanto, dalla psichiatria di Esquirol e dei suoi successori – vengono a incrociarsi le traiettorie di alcuni tra i grandi protagonisti della narrativa ottocentesca: da Hoffmann a Poe, Nodier, Hugo, Balzac e Manzoni. Tutte traiettorie labirintiche, quanto le spirali tracciate da Piranesi nelle Carceri: figurazione esemplare di questo tracollo delle forme, destinate ormai a convivere con la propria ombra negativa, dove il tragico si intreccia con il mostruoso.

(dal risvolto di copertina: Vanessa Pietrantonio, "Maschere grottesche.L'informe e il deforme nella letteratura dell'Ottocento", Donzelli)

Il Secolo dei Mostri
- di Francesco Paolella -

Ecco qui lo spettacolo di un secolo (l’Ottocento), di una cultura (quella romantica) e della loro consacrazione agli incubi, ai mostri, ai demoni, ai vampiri. Arte, letteratura, scienza: l’Ottocento è stato il secolo del troppo alto e del troppo basso, del troppo vicino e del troppo lontano – e agli occhiali sono stati preferiti il telescopio e il microscopio. Ogni passione, ogni eccentricità, ogni anomalia sono stati descritti e sondati, ad amalgamati in rappresentazioni che volevano, appunto,e sempre tenendo assieme gli opposti, mostrare le leggi assurde che governano la vita.
Attraverso i classici – da Hugo a Balzac, da Poe a Manzoni – il libro di Pietrantonio ricostruisce la genealogia di questa cultura dell’eccezionale e del grottesco, la quale ha posto il caos originario (e sempre riemergente) come fonte della creatività. I deliri, i tormenti, le angosce di un mondo, di una cultura, si trasformano nei corpi e nei visi dei personaggi dei romanzi, e lo fanno deformandoli: creano delle maschere che ridisegnano la realtà e divengono le apparizioni delle “malattie morali” che filosofi e psichiatri sono chiamati a studiare e classificare. Questa inesausta clinica del mostruoso e del grottesco è andata a scovare le figure più eccentriche nei sotterranei e nelle chiese gotiche, nei manicomi e nei bagni penali, costruendo una vera teratologia fondata sul crimine, sull’allucinazione e sulle perversioni. A suo modo, la recente, fortunata serie Penny Dreadful (2014-2016) non ha fatto che collezionare tutti i frutti di quelle talentuose immaginazioni ottocentesche.
La medicina, e la psichiatria in particolare, sono state ovviamente vere protagoniste in questo lavoro di deformazione (rivelatrice) del reale. Durante tutto il secolo, e poi oltre, gli alienisti hanno cercato di fissare sulla carta le espressioni caratteristiche di ogni patologia mentale, facendo corrispondere – almeno nelle intenzioni – a ogni diagnosi certi gesti e certe smorfie. Da parte sua, la fisiognomica ha appunto cercato di realizzare un atlante delle passioni umane e delle loro aberrazioni, sempre tenendo presente l’equazione fra ciò che è morboso e ciò che è brutto, e tentando di dare un volto a ciò che rimane oscuro, sfuggente, innominabile.
Il Condannato di Hugo o la Maschera della morte rossa di Poe sono dei modelli di questa vera tecnica autoptica applicata alle morbosità e agli eccessi, i quali connotano, almeno in potenza, ogni passione umana.
L’Ottocento ha visto il crollo – di cui ancora oggi si sente l’eco – del mondo naturale, retto da poteri eterni e sacri: la Rivoluzione e la ghigliottina, con la loro dissacrazione carnevalesca e con la seguente comparsa sul palcoscenico di folle poco meno che “bestiali”, sono i veri mostri che hanno iniziato a contrassegnare tutto il secolo XIX. Il quale è divenuto via via sempre più chiaramente anche il secolo dei sogni, del sonnambulismo, dell’automatismo e di ogni perdita di coscienza, ad esempio dovuta all’assunzione di droghe: con la cultura romantica si è creato uno spazio in cui poter materializzare incubi e ossessioni, e dar libero sfogo a forze prima inespresse.
Questo “realismo onirico” trova nella peste e nella carestia, così come vengono descritte da Manzoni, uno dei punti più alti: torniamo soltanto all’incubo di don Rodrigo, durante la notte in cui quest’ultimo scopra di essere ormai condannato dalla malattia. Manzoni ha saputo mostrare quanto la storia, con i suoi traumi, e anche e soprattutto negli angoli più remoti, possa essere grottesca.

Francesco Paolella - Pubblicato il 17/10/2018 su tysm review - philosophy and social criticism

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