mercoledì 18 aprile 2018

Alienazione

alienazione

Nessun altro concetto della tradizione marxista ha avuto una risonanza e un successo paragonabili a quelli avuti dall'alienazione. La categoria non è stata soltanto uno dei capisaldi teorici del "marxismo occidentale" e, su un altro versante della filosofia novecentesca, dell'esistenzialismo tedesco e francese: nella seconda metà del Novecento, essa è anche assurta a vessillo di un'intera stagione politica e culturale. A questo uso sempre più dilatato del termine ha fatto seguito, però, la sua repentina marginalizzazione dal dibattito filosofico e culturale. Scandagliando il doppio volto dell'alienazione, Rahel Jaeggi ne riattualizza la critica, con grande maestria e dovizia, permettendo di creare un nuovo aggancio alla realtà in cui viviamo ed elaborando una forma di critica sociale adeguata alle nostre forme di vita contemporanee.            

(dal risvolto di copertina di: Rahel Jaeggi: Alienazione. Attualità di un problema filosofico e sociale, Castelvecchi editore.)

Il processo aperto della propria identità
- di Giorgio Fazio -

Dopo essere assurto a vessillo di un’intera stagione politica e culturale negli anni sessanta, e dopo essere caduto in oblio a partire dagli anni ottanta, il concetto di alienazione è al centro, negli ultimi anni, di una nuova attenzione.
Un merito indiscusso nel rilanciare questo concetto nel dibattito contemporaneo lo ha avuto il testo di Rahel Jaeggi Alienazione. Attualità di un problema filosofico e sociale, uscito in una seconda edizione, con una nuova post-fazione dell’autrice (Castelvecchi, pp. 356, euro 29). Esponente di spicco dell’ultima generazione della teoria critica francofortese e una delle personalità emergenti della filosofia europea, Jaeggi deve a questo lavoro la sua notorietà filosofica. La ragione dell’interesse suscitato da questo libro, tanto in Germania quanto negli Stati Uniti, è la modalità del tutto originale con cui, in esso, si tenta di risolvere un compito nient’affatto semplice: svincolare il concetto di alienazione da tutte quelle ipoteche essenzialistiche e metafisiche che avevano causato il suo abbandono negli ultimi decenni e offrirne una nuova interpretazione, capace di rendere fruibile questa modalità di critica sociale per la diagnosi delle nuove patologie sociali contemporanee.
Per Jaeggi, nella vecchia critica dell’alienazione allignava sempre l’idea che il soggetto alienato – l’operaio della fabbrica fordista, l’esponente di una vita borghese dominata da «falsi bisogni» – è alienato da se stesso e dalla realtà, e per questo manifesta la tendenza a perdersi, a svuotarsi interiormente, a divenire indifferente rispetto alla sfera politica, in quanto è divenuto estraneo rispetto a ciò che costituisce la vera essenza dell’uomo. Un’essenza, quindi, già data o prefigurata sebbene disconosciuta, appunto perché estraniata ed espropriata, e che si tratterebbe perciò di far ri-appropriare.
Questa essenza veniva concepita come originaria cooperazione sociale nel lavoro (Marx), rispetto alla quale l’economia del capitale sarebbe semplicemente reattiva e parassitaria, oppure come rapporto al proprio deciso e autentico progetto di vita individuale (Heidegger), rispetto al quale i poteri sociali sarebbero repressivi e svianti. Per Jaeggi, oggi più che mai è necessario avvalersi del significato critico della diagnosi dell’alienazione. Bisogna però rinunciare a questi presupposti. Si deve riuscire a diagnosticare le forme di alienazione dei soggetti contemporanei «senza un punto archimedico al di là dell’alienazione»: senza concepire il superamento dell’alienazione come la riconquista di una familiarità originaria, di un’armonia o riconciliazione definitive, di un pieno controllo su sé stessi e sul mondo. E senza farsi guidare dall’idea che esista da qualche parte un’aspirazione singola e definitiva della natura umana.
Per raggiungere questo scopo bisogna sottoporre il concetto di alienazione a una svolta formale. In contrasto con una definizione sostanzialistica di ciò da cui ci si è alienati nei rapporti di alienazione, bisogna analizzare le varie forme di disturbo dei rapporti di appropriazione di sé stessi e del mondo, intendendo questi rapporti come processi aperti.
Nella nuova postfazione del libro, Jaeggi ribadisce come questa desostanzializzazione del concetto di alienazione è particolarmente adatta a indagare i blocchi di riflessività collettiva e di sperimentazione creativa che caratterizzano oggi l’agire politico, la sua impotenza di fronte alle logiche naturalizzate del capitalismo globalizzato.
Insiste però anche sul fatto che questa riformulazione si rivela utile per fare luce sulle esperienze paradossali cui è esposto oggi il lavoratore precario, flessibile, «imprenditore di se stesso» dell’economia neoliberale: sulla forma paradossale, illusoria o anche contraddittoria che assume la sua autonomia. Oggi che le richieste rivolte al moderno lavoratore-imprenditore di identificarsi con ciò che fa, di mobilitare le sue risorse emotive e comunicative, di «ottimizzare» il suo «potenziale», sembrano una sorta di realizzazione cinica dell’utopia di Marx dello sviluppo onnilaterale dell’uomo, risulta evidente in che senso una critica dell’alienazione non si deve focalizzare su «che cosa» sia necessario fare per realizzarsi veramente, ma su «come» lo si fa. Di fronte alla «soggettivizzazione del lavoro» e alle nuove forme di malessere psichico che ne discendono, come depressione e burn out, bisogna concentrarsi sulla qualità dei processi di identificazione e di appropriazione di ciò che si vuole e si desidera. È necessario indagare le dinamiche di costruzione, integrazione e articolazione del sé rispetto al mondo, chiarire le condizioni soggettive e oggettive di funzionamento della libertà e della volontà. E da qui criticare le forme di identificazione con se stessi illusorie, ideologiche, che divengono strumentali dietro le spalle degli attori sociali, e che causano alienazione.
Tutto questo senza disconoscere paternalisticamente le aspirazioni di autonomia che muovono i soggetti. In altre parole, il soggetto neoliberale è alienato e sofferente non perché persegue la realizzazione di un progetto di vita in cui poter esprimere il valore e la peculiarità del proprio sé, né perché ha smarrito un nucleo autentico della propria identità. È alienato e sofferente perché manca della possibilità di dare forma e controllare realmente, insieme agli altri, il processo dinamico di scegliere chi essere, cosa fare, cosa diventare.

- Giorgio Fazio - Pubblicato sul  Manifesto del 29/11/2017 -

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